Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 15 agosto 2017

15 agosto - ricordo del voto di Luigi XIII, re di Francia

Charles Le Brun, Assunzione di Maria, Musée des Beaux-arts Thomas Henry, Cherbourg

Luigi Calmetta, Voto di Luigi XIII, XIX sec.

André Dutertre, Voto di Luigi XIII, XIX sec.

Grégoire Huret, Voto di Luigi XIII, XVII sec.

Preghiamo, con l'antica antifona Domine, salvam fac Galliam, perché la Francia, figlia prediletta della Chiesa, adempiendo il voto di Luigi XIII, torni ad essere cristiana e con essa tutte le nazioni dell'Antico Continente, divenuto ateo e lontano dal cuore di Dio.




giovedì 4 maggio 2017

Quanto siete disposti a rischiare per la vostra fede? Una serata evento a Molfetta con don Nicola Bux a commento del film “God’s not dead 2”, 14 maggio 2017, ore 20,00

Dopo il successo del primo film, torna a Molfetta, presso l’UCI Cinema, il film God’s not dead 2, in un evento con la presentazione di don Nicola Bux e Federica Picchi della Dominus Production (la società distributrice del film), domenica 14 maggio 2017, ore 20,00.
Nel film, uno dei testi chiamati dalla difesa, il detective James "Jim" Warner Wallace interpreta se stesso. Egli è autore del libro del 2013 Cold-Case Christianity: A Homicide Detective Investigates the Claims of the Gospels, con cui, sottoponendo ad analisi investigative e forensi i quattro Vangeli, guardando ciò che i testimoni hanno scelto di riportare, minimizzare od omettere del tutto, come dilatano il tempo o lo restringono, giunge alla conclusione che gli stessi riportano, pur da prospettive diverse, contengono testimonianze oculari riguardanti vita, parole, morte, mistero e resurrezione di Gesù di Nazaret. E questo in barba a coloro che vorrebbero che di Gesù non si conoscerebbero le effettive parole, poiché al suo tempo, non esistevano i registratori .... (cfr. Matteo Matzuzzi, Il capo dei gesuiti relativizza Gesù: "Non sappiamo quello che ha detto veramente", in Il Foglio, 22.2.2017; Sandro Magister, Ecco qua il vero "gesuita moderno". Al cui discernimento non scampa neppure Gesù, in Settimo Cielo, 23.2.2017, nonché in Chiesa e postconcilio, 23.2.2017; Paolo Deotto, Mons. Vincenzo Paglia e P. Arturo Sosa Abascal. Roba da pazzi? Valutate voi, in Riscossa cristiana, 23.2.2017; Antonio Livi, Gesù (non) dixit. Il gesuita che offende Cristo, in LNBQ, 24.2.2017, nonché in Chiesa e postconcilio, 24.2.2017; Aldo Maria Valli, Ma Gesù ha detto quel che ha detto? I “dubia” del generale dei gesuiti, in Cristianesimo cattolico, 24.2.2017).





God's not dead 2: rendere ragione della
Speranza che è in noi

«È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una sola volta»: questa frase riassume perfettamente il pensiero e l’atteggiamento di Paolo Borsellino nella sua lotta ardua contro la mafia ma anche il senso di ogni battaglia combattuta per un’ideale più grande, anzi, talmente grande, da rendere sensato anche il sacrificio della propria vita, per raggiungerlo.
Come nel caso del bellissimo e curatissimo film God’s not dead 2, basato su una storia vera in cui la protagonista, un’insegnante di scuola superiore (Melissa Joan Hart) rischia la propria carriera per aver risposto alla domanda di una studentessa a proposito di una frase evangelica pronunciata da Gesù. L’insegnante si trova così a lottare strenuamente, insieme al suo avvocato, per difendere il suo sacrosanto diritto alla libertà di pensiero e di parola.
Molto interessante è la maniera in cui, nel film, si evidenzia la trasmissione manipolata delle informazioni che subiscono un vero e proprio “inquinamento ideologico” da parte dell’accusa che, sulla base di elementi frammentari e adeguatamente decontestualizzati, riesce a mettere su un caso giudiziario, montato a regola d’arte che funga da monito per tutti e finalizzato alla rimozione di ogni argomentazione di fede dai luoghi pubblici.
La difesa, affidata al giovane avvocato di ufficio (Jesse Metcalfe) dimostrerà attraverso, una serie di prove schiaccianti, i contenuti affatto ideologici delle risposte fornite dalla professoressa alla sua alunna, in quanto basate su fatti storici, realmente accaduti e non su convinzioni personali. Il film si avvale di una trama avvincente e di un susseguirsi di avvenimenti ad un ritmo incalzante e ricco di colpi di scena.






giovedì 3 novembre 2016

Rito pagano e panteista per un battesimo .... celebrato da un "prete"

Su segnalazione di un nostro amico, riportiamo la seguente vicenda.
Il noto Antonio Mazzi, di professione "prete", ma verosimilmente ateo o agnostico egli stesso, sull'ultimo numero della rivista Vita Pastorale (n. 10/2016), p. 74, racconta - compiacendosene - di aver scimmiottato per una donna atea il sacramento del battesimo, sottoponendo la bambina, per far contenta la madre senza Dio, ad un rito pagano e panteista.
Ormai la maggior parte del clero ha perso ogni ritegno. E di ciò se ne vanta pure. Pure la rivista ha avuto il coraggio di pubblicare questa discutibile esperienza!
Il clero perso inesorabilmente la fede, immerso com'è nel suo sentimentalismo religioso e nel suo buonismo, da cui è assente Dio. Siamo sicuri che la neo-Roma, però, approverebbe una tale condotta .... .
Un clero senza fede come potrà guidare il gregge loro affidato? Saranno ciechi che guidano altri ciechi, secondo la nota immagine evangelica (cfr. Matth. 15, 14).


Pieter Bruegel, La parabola dei ciechi, 1568, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

sabato 19 marzo 2016

Consacrazione della Francia da parte del re Sole Luigi XIV a S. Giuseppe - 19 marzo 1661

Oggi Oltralpe si assiste al «calo dei fedeli, crollo delle vocazioni, ristrettezze economiche. In Francia aumenta il numero di chiese vendute ai privati per usi decisamente più profani. Biblioteche, librerie, caffé, la “conversione” è già in marcia» (v. Secolo d’Italia, 13.3.2016). Eppure, quando la Francia era ancora cattolica, fu consacrata a S. Giuseppe ….

Louis XIV consacre la France à saint Joseph (le 19 mars 1661)

La dévotion à saint Joseph s’est développée assez tardivement en Occident. Ce n’est qu’au XVè siècle qu’apparaissent les premières manifestations, principalement en Italie et en Espagne ( on sait la confiance que la grande sainte Thérèse d’Avila avait envers le père nourricier de l’Enfant-Jésus; c’est sous sa protection qu’elle plaçait chaque carmel fondé.
En 1621, le pape Grégoire XV proclama que la fête de saint Joseph serait fête de précepte pour l’Eglise universelle (le 19 mars devient alors une fête chômée). Toutefois cette décision pontificale ne fut pas reçue partout immédiatement, l’aval des princes étant nécessaire pour qu’elle ait force de loi dans chaque royaume.
En France, c’est au tout début du règne personnel de Louis XIV que la saint Joseph fut ainsi reconnue, et cela avec une rapidité confondante. Qu’on en juge : dans la nuit du 8 au 9 mars 1661, le cardinal Mazarin meurt, après plus de quinze ans de gouvernement. Les 9 et 10 mars, Louis XIV, âgé de 22 ans prit personnellement le pouvoir et, avec une détermination qui causa la surprise générale,ne nomma pas de premier ministre ; il s’entoura cependant de deux conseils pour faire entériner ses décisions.
Su le point qui nous occupe ici, le jeune roi était tout aussi décidé et mena l’affaire tambour battant. Où doit-on alors chercher les origines de la dévotion de Louis XIV à saint Joseph ? - Sans doute dans les suites de l’apparition de notre saint près du village de Cotignac en Provence (le 7 juin 1660) qui avait fait grand bruit à la Cour... mais aussi chez deux princesses espagnoles, les plus proches du souverain : sa mère, Anne d’Autriche et l’infante Marie Thérèse d’Espagne. Cette dernière était entrée en France, en traversant la Bidassoa avec son futur mari... le 7 juin 1660, jour même de l’apparition susdite, pour le mariage royal à Saint Jean-de-Luz.

Revenons à l’année 1661 : le 12 mars, trois jours après avoir pris le pouvoir, Louis XIV décide donc de solenniser sans retard le culte de saint Joseph, en faisant chômer sa fête dans tout le royaume. Il aurait toutefois dû consulter les prélats français,or le 19 mars était proche...Les rares évêques qui purent être contactés à temps donnèrent leur accord. Le lendemain, 13 mars, pendant la réunion du conseil d’En-Haut, le roi interdit donc tout commerce et tout travail tous les 19 mars à partir de 1661.
Ce fait est connu et rapportés par les historiens du Grand siècle (qui ne songent cependant pas à noter la rapidité de la procédure).
Or, un événement concomitant tombe dans l’oubli le plus total : la consécration du royaume à saint Joseph ! Oubli qui contraste avec la notoriété du 
Voeu de Louis XIII, consacrant la France à la Très Sainte Vierge en 1638.
Il est vrai que la cérémonie de 1661 eut lieu dans l’intimité : non dans une Basilique, une cathédrale ou une église... mais tout simplement dans la chapelle du Louvre. C’est là que, le matin du samedi 19 mars 1661, la France fut consacrée à saint Joseph. L’après-midi, après les vêpres, Bossuet, qui était occupé à prêcher le carême aux carmélites du faubourg saint Jacques, célébra, dans leur chapelle, les gloires du nouveau protecteur de la patrie, en présence d’Anne d’Autriche. Le célèbre évêque de Meaux avait accepté, au pied levé, de ne pas prêcher sur le carême ce jour-là et de composer, en grande hâte, son deuxième panégyrique à saint Joseph (il ne pouvait, certes, avoir l’indélicatesse de répéter le premier panégyrique qu’il avait déjà prêché, quelques années plus tôt, devant la reine -mère).
Citons, pour conclure, labelle envolée par laquelle se termine ce sermon : « Joseph a mérité les plus grands honneurs, parce qu’il n’a jamais été touché de l’honneur ; l’Eglise n’a rien de plus illustre, parce qu’elle n’a rien de plus caché. Je rends grâces au roi d’avoir voulu honorer sa sainte mémoire avec une nouvelle solennité. Fasse le Dieu tout puissant que toujours il révèle ainsi la vertu cachée ;mais qu’il ne se contente pas de l’honorer dans le ciel, qu’il la chérisse aussi sur la terre. Qu’à l’exemple des rois pieux, il aille quelquefois la forcer dans sa retraite... Si Votre majesté, Madame, inspire au roi ces sages pensées, elle aura pour sa récompense la félicité ».
Par la suite, la consécration de la France à saint Joseph fut commémorée en France tous les 19 mars jusqu’à la révolution. Depuis, elle n’a jamais été reprise. Il n’empêche qu’il est nécessaire de rappeler cet événement majeur dont on a fête cette année le 388è anniversaire.
Le signataire de ce bref exposé n’en est pas le véritable auteur, car il en doit la substance à un ami, Monsieur Christian Gaumy, conservateur de la bibliothèque universitaire de Limoges, qui a eu pour cela la patience d’explorer les montagnes de documents des archives nationales et de la bibliothèque nationale (Département Manuscrits), et qu’honore le profond souci de faire connaître et aimer le saint patron de l’Eglise universelle ; qu’à tous ces titres il soit ici remercié et assuré de ma gratitude.

Père Damien-Marie
« Le sourire de Marie »
Stella Maris mars 2009

martedì 1 marzo 2016

Il particolare non cattolico - Editoriale di marzo 2016 di “Radicati nella fede”

All’inizio di questo mese di marzo, particolarmente consacrato al Santo Patriarca San Giuseppe, Padre putativo di Gesù, rilanciamo, come di consueto, l’editoriale di Radicati nella fede.

José de Alcíbar, La tavola benedetta ovvero la benedizione della mensa, XVIII sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico

José de Alcíbar, Il ministero di S. Giuseppe, 1771 circa, Museo Nacional de Arte, Città del Messico

Anonimo, I dolori di S. Giuseppe, XVIII sec., Museo del Carmen, Città del Messico

Giandomenico Vinaccia, Busto reliquiario in argento di S. Giuseppe, compatrono di Napoli, 1690, Real Cappella del Tesoro di S. Gennaro, Cattedrale, Napoli

IL PARTICOLARE NON CATTOLICO

Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 3 - Marzo 2016


C’è un’attitudine del cattolicesimo modernizzato che non è cattolica e che porta, se praticata, ad uno snaturamento del cattolicesimo stesso. Si tratta della valorizzazione del particolare. Si prende un aspetto del Vangelo, un aspetto del cristianesimo, quello che piace, e lo si fa diventare la chiave di interpretazione di tutto.
Così ha fatto anche il demonio nel deserto, quando ha tentato Nostro Signore utilizzando le Scritture in un particolare (Mt 4,1-11):
«Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».
«Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Il demonio fa così anche con gli uomini, fa così anche con te, ti dice una parte e con quella parte ti spinge a non servire Dio.
È questa la forma più subdola della tentazione, ed è la modalità più ricorrente oggi.
Molti ci sono cascati e ci cascano nella Chiesa.
E ciò che è ancora più grave è che fanno diventare il particolare, valorizzato e sottolineato, chiave interpretativa di tutta la vita cristiana.
Tentiamo alcuni semplici esempi: difronte ai credenti di altre religioni si dice “anche loro credono in Dio”, ma si dimentica di ricordare che devono accogliere il Dio rivelatosi in Gesù Cristo e che non possono fermarsi ad una falsa rivelazione. Così, difronte ai cosiddetti “fratelli separati”, ai protestanti di tutte le diverse confessioni, si dice “anche loro credono in Cristo e hanno il battesimo”, ma si tace sul fatto che, avendo menomato brutalmente il Vangelo e la dottrina sulla grazia e i sacramenti, questi hanno perso l’unione di santità al Signore che salva, e che l’affermare a parole Gesù Cristo non basta per la salvezza, se poi rifiutano il modo con cui Cristo ha scelto di salvarli. Con gli agnostici poi, con i mezzi-atei, si arriva fino al patetico: “abbiamo in comune il rispetto per l’uomo e il desiderio per una società più giusta”, arrivando fino a rinnegare tutto il Vangelo, dimenticando quelle lapidarie parole di Nostro Signore “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).
È una falsa pedagogia quella che si produce con la valorizzazione del particolare; possiamo dirlo, è demoniaca, e il demonio è padre della menzogna.
Una falsa pedagogia, per di più illusoria, quella di chi pensa che, valorizzando il briciolo di verità presente in chi non dimora nella piena verità della rivelazione, si favorisca il ritorno o il giungere alla piena verità di tutti.
Avviene invece esattamente il contrario: a furia di valorizzare elegantemente il particolare di chi è ancora nell’errore, si finisce per trasformarsi in chi si voleva riavvicinare: è il dramma della chiesa degli anni conciliari.
Abbiamo così oggi i cattolici protestantizzati o tendenti al protestantesimo; abbiamo poi i cattolici tendenti alla religione naturale; e abbiamo, e quanti sono!, i cattolici orizzontali, impegnati nella promozione sociale vista come l’unico messianismo possibile. Abbiamo queste tre categorie, a seconda del dialogo intrapreso: con i fratelli separati, con i credenti di altre religioni, o con gli agnostici alla moda.
È l’effetto boomerang del dialogo eretto a sistema! Non sei tu che riavvicini al cattolicesimo, sei tu invece, cattolico dialogante, che ti trasformi nel tuo interlocutore.
Ma Gesù nel deserto non ci ha insegnato il dialogo, afferma la verità tutta intera rifiutando il particolare:
«Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»;
e ancora: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
«Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».
L’attitudine cattolica, la sola, non è la valorizzazione del particolare, ma il dire sempre tutta la verità rivelata, senza lasciarne fuori nemmeno un pezzetto, perché è il tutto che dice la verità del particolare e la dice nelle sue proporzioni.
Cattolico vuol dire universale, e l’universale domanda il tutto! tutta la verità!
La messa cattolica e la sua sciagurata riforma è stata il terreno di scontro di queste due attitudini presenti nel cattolicesimo. Si è pensato, da parte dei riformatori, di insistere su particolari della messa, per riavvicinare soprattutto il mondo protestante. Risultato: una dilagante perdita del senso cattolico della messa e conseguentemente della vita.
La Messa e la sua riforma è diventato il terreno di coltura di questi accenti particolari che allontanano dall’unità cattolica.
Cosa ne è conseguito? Un vero disastro! La diminuzione se non la perdita del senso del sacerdozio cattolico – lo svuotamento di senso della vita consacrata – la più grande crisi della famiglia mai conosciuta.
Occorre tornare al tutto, unica chiave ermeneutica adeguata: nel tutto il particolare è vero, il particolare non dice il vero da solo.
Tra l’altro il magistero del Papa e dei Vescovi c’è per questo, per ricordare il tutto, perché per il particolare, per cadere nel particolare, siamo ahimè buoni tutti!
Ogni affermazione nella Chiesa ha valore se riafferma il tutto, se non lascia nulla fuori della Rivelazione; altrimenti è moda del momento. Se affermazioni dei Pastori della Chiesa lasciano fuori qualcosa, non sono Magistero e non vanno ascoltate, perché prive di autorità.
È così semplice, ma occorre essere semplici per capirlo. Per questo Gesù dice: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11,25-26).

sabato 20 febbraio 2016

giovedì 14 gennaio 2016

L’Inghilterra non è più cristiana, quindi va decristianizzata

Avevamo già segnalato come l’Inghilterra non potesse più definirsi cristiana e come si stesse realizzando un'islamizzazione a tappe forzate (v. qui). Ora anche pubblicamente ciò è ammesso. Traendone le debite conseguenze. Drammatiche. Eppure c'è la profezia di S. Edoardo il Confessore. Il fenomeno dissolutorio è evidente pure in Germania, come ricorda Giulio Meotti in un suo articolo del novembre scorso su Il Foglio (Dio è morto in Germania); in Olanda, in cui si è deciso di far fuori le feste cristiane dalle scuole per fare spazio a quelle islamiche (v. Il Foglio, 11.1.2016). Ed in Spagna, dove in luogo della sfilata dei tre re magi a Valencia son sfilate tre megere (v. qui). Non parliamo per pudore della Francia. L'Italia segue queste "nazioni civili" da vicino.
L’Europa ha dimenticato ormai le sue radici cristiane e si avvia allegramente al suo dissolvimento.

“L’Inghilterra non è più cristiana, quindi va decristianizzata”

Una Commissione suggerisce che le istituzioni devono riflettere il fatto che la religione cristiana è in declino

di Cristina Marconi 


Londra. L’incoronazione del monarca britannico, per dire, dovrebbe essere un po’ più “pluralista”. E pazienza che la regina, così come chi le succederà, è anche il capo della Chiesa anglicana. Qui è il paese tutto a non essere più anglicano, né tantomeno cristiano, avendo conosciuto un “generale declino” della sua affiliazione religiosa tradizionale negli ultimi 15 anni e un aumento della presenza di musulmani, hindu e sikh, diventati ben più numerosi degli ebrei, un tempo secondo gruppo religioso del paese. Ma ad essersi moltiplicati sono soprattutto gli atei e gli umanisti e questo, come tutto il resto, andrebbe tenuto presente nel ridisegnare il volto delle istituzioni del Regno Unito in modo da riflettere la nuova identità. Lo suggerisce la Corab, Commissione per la Religione e il Credo nella vita pubblica britannica, in un ponderoso rapporto pubblicato lunedì e intitolato ‘Vivere con la differenza. Comunità, diversità e bene comune’. Frutto di 2 anni di incontri, interviste, ricerche, il documento dell’istituzione pluralista per eccellenza – nel suo board sono rappresentate tutte le religioni e tra i patrons c’è anche l’ex arcivescovo di Canterbury Rowan Williams – giunge a conclusioni farraginose e confuse su tutto tranne su un punto: il paese non è più cristiano e quindi le sue istituzioni vanno decristianizzate di conseguenza.
Per il resto è tutto un sostituire le preghiere a scuola con momenti di riflessione collettivi, creare comitati di scambio e di dialogo per aggiustare le istituzioni del paese alla nuova realtà in barba al passato e, ancora una volta, riflessioni collettive, l’annacquamento di tutto ciò che reca tracce della religione anglicana a favore non tanto della laicité quanto delle altre religioni. Prendiamo la Camera dei Lords, dove siedono 26 ‘Lords Spirituals’, ossia vescovi. Secondo la Corab dovrebbero fare spazio ad esponenti di altre confessioni e lo stesso dovrebbe avvenire in altri organismi pubblici come, ad esempio, la commissione che vigila sulla stampa, con tanto di premio annuale per i media che raccontano meglio le realtà religiose in modo da incoraggiare il pluralismo confessionale dei mezzi d’informazione. “Il rapporto è dominato dalla visione superata che la religione tradizionale sta perdendo importanza e che la non adesione ad una religione è la stessa cosa dell’umanesimo o del secolarismo”, ha commentato la Chiesa anglicana in una nota, sottolineando come “sia importante ricordare che la maggior parte della pubblica opinione è contraria alla marginalizzazione del Cristianesimo”. Particolarmente polemica, anche da parte del governo di David Cameron, la reazione ad una delle proposte della Commissione, ossia di avviarsi verso il superamento delle scuole religiose aprendole le selezioni a criteri diversi da quelli confessionali in base ai quali sono state create. Le ‘faith schools’ sono finanziate dallo stato e quelle cristiane, nel Regno Unito, spesso offrono un livello di istruzione paragonabile a quello delle scuole private. Le scuole musulmane, in molti casi e soprattutto di recente, sono finite nel mirino di Ofsted, l’autorità che vigila sul sistema educativo del paese, per il tipo di insegnamento impartito, in contrasto anche con la più lasca delle definizioni di “valori britannici” (a Birmingham gli ispettori ne hanno trovata una in cui i membri donne del consiglio educativo partecipavano alle riunioni d’istituto rimanendo in corridoio per non essere viste), ma a farne le spese, secondo il rapporto, devono essere tutti gli istituti. La religione, tuttavia, non deve sparire dalle aule, tutt’altro: l’alfabetizzazione religiosa deve essere estesa in modo, ad esempio, da non discriminare chi non appartiene ad una religione abramitica e chi, come ad esempio i sikh, ha un credo la cui struttura è dissimile da quelle più note nel paese.

“Riflessioni” al posto delle preghiere

Il Corab raccomanda che “tutti gli studenti delle scuole statali abbiano diritto ad un programma sulla religione, la filosofia e l’etica che sia rilevante per la società di oggi, e il quadro generico di questo programma deve essere concordato a livello nazionale” e il fondamento legale che permette alle scuole di svolgere atti di preghiera collettiva deve essere revocato e sostituito dalla possibilità di avere “tempi inclusivi per la riflessione”. Il fatto che, come sottolineato da un dirigente della Bbc intervenuto nella ricerca, oggi la maggioranza dei cittadini britannici non abbia gli strumenti neppure per capire l’ironia dissacrante di un film come ‘Brian di Nazareth’ dei Monty Python perché non conoscono la Bibbia va messo sullo stesso piano del fatto che il dio sikh Waheguru sia spesso indicato come maschio, mentre non ha genere. Nella lotta al radicalismo, tema trattato in maniera decisamente corriva, la soluzione migliore è quella di permettere a tutti di esprimere apertamente le proprie opinioni, anche quelle considerate inaccettabili, senza porre gli studenti davanti al rischio di essere denunciati alla polizia, in modo da rendere tutto oggetto di dibattito e dialogo. Sulla questione della giustizia, nel rapporto, subentra finalmente un po’ di pragmatismo. Occorre, secondo la commissione guidata dall’ex giudice baronessa Butler-Sloss, valutare se “i matrimoni tra membri dei gruppi religiosi di minoranza devono essere registrati prima o contemporaneamente in base alla legge britannica”, visto che il numero di unioni musulmane non registrate è altissimo, con gravi conseguenze per le donne in caso di divorzio. Il ministero della Giustizia dovrebbe poi emettere delle linee guida sul rispetto degli standard britannici in termini di pari opportunità e indipendenza giudiziaria da parte dei tribunali religiosi e culturali come le corti ecclesiastiche, i Beit Din e i consigli della Shari’a. L’idea di società che c’è dietro il testo, spiega la commissione, è quella in cui “ciascuno è consapevole che la sua cultura, religione e credo è rispettata e apprezzata in quanto parte di un processo continuo di arricchimento reciproco e che il suo contributo alla trama della vita nazionale è valutato positivamente”. Senza filtro critico, e con un unico caveat: il paese non è più cristiano.

Fonte: Il Foglio, 8.12.2015

sabato 28 novembre 2015

La ricetta per combattere il fanatismo islamico? Togliere i presepi ed i simboli cristiani

È assurdo ed irrazionale che, per fronteggiare l’impatto forte e violento dell’islam, che per sua natura è privo di una spiritualità e per questo è “di successo” (v. L’islam è senza spiritualità, in Il Foglio, 29.11.2015), alcune nazioni europee – quelle più coinvolte col terrorismo di matrice islamica e non solo (v. Islam e integrazione, dal Belgio un’idea nuova: «Vietare tutti i simboli religiosi», in Tempi, 26.11.2015) – e persino talune amministrazioni nostrane (v. la vicenda del preside di Rozzano, qui, qui, qui, qui, qui e qui) pensino bene non già di riaffermare con forza le proprie radici cristiane, bensì di indebolire ulteriormente il loro già fragile tessuto socio-culturale, mostrandosi debole. Ad un contenuto – di per sé inaccettabile – che si presenta forte e coeso, cosa si giustappone? Il nulla. Il vuoto. E questo senza alcun senso di vergogna e di ritegno (cfr. R. Casadei, Nulla contro nulla. O dell’impossibilità di opporsi a un nemico che non sappiamo nemmeno chiamare per nome, in Tempi, 28.11.2015). Si tratta di un ennesimo inchino, come ha affermato Mauro Zanon su Il Foglio del 26.11.2015. In fondo il laicismo è il miglior alleato del fanatismo islamico, come ricorda Leone Grotti su Tempi, 24.11.2015! La riprova? Il noto autore - ateo - Michel Onfray, famoso per il suo Trattato di ateologia, nel quale critica in maniera il Cristianesimo ed i suoi simboli, non pubblicherà in Francia, bensì all’estero, il suo prossimo testo, annunciato per il 2016, di forte critica alla fede di Maometto, Penser l’islam, convinto così di favorire un dibattito sereno su quella religione (v. La Francia scopre il terrore di criticare l’islam, in Il Foglio, 28.11.2015). Per il noto filosofo libertario, dunque, il Cristianesimo si può criticare, pure con toni aspri e sopra le righe, mentre l’Islam no. Anzi, in Francia si pensa - ingenuamente - di “educare” questa religione ai “valori” (o sedicenti tali) “occidentali”, che non sono quelli cristiani ovviamente (v. In Francia arriva il vademecum per gli imam, in Il Foglio, 28.11.2015).
Come abbiamo lamentato già in altre occasioni, quest’indebolimento non sarà scevro di conseguenze! Come osserva un attento nostro amico, “Una classe dirigente miope ed ottusa ha trascinato il vecchio continente nella sfida ciclopica dell’immigrazione di massa proprio nel momento di maggior debolezza, dopo aver ottenuto l’espulsione dalla società di quegli anticorpi rappresentati dalle peculiarità culturali che costituiscono, al contrario, la marcia in più dei nuovi arrivati. Proprio in trincee interculturali ..., gli ultimi scampoli di gloria dello stile di vita occidentale subentrato agli autoctoni valori millenari, improntato sull’edonismo e sul libertinismo e che trova nell’“Imagine” di Lennon (no religion too) il suo inno più efficace, rischiano di soccombere di fronte alla prorompente vitalità del modello esistenziale testimoniato dagli immigrati islamici. Solo l’apertura immediata di una stagione di risveglio spirituale e di riscoperta delle proprie radici originarie, sulla linea di quanto avvenuto in Russia dopo lo sbriciolamento dell’Urss, potrebbe impedire all’Europa un prevedibile processo di conformazione culturale a questo modello” (così N. Spuntoni, Il vicino di casa islamico: pungolo o spauracchio?, Opinione pubblica, 27.11.2015). 

I sindaci francesi si rivoltano contro il divieto di esporre il presepe in municipio

di Ivan Francese

Tre primi cittadini del Front National rifiutano di rimuovere la Natività dai propri Comuni: “Non è censurando le nostre radici che si difende la laicità”.


Il fondamentalismo religioso e il terrorismo si combattono davvero censurando la propria identità e le proprie radici? Secondo una certa tradizione francese, apparentemente sì.
Nella Francia ancora scossa dagli attentati del 13 novembre scorso, fa discutere il gesto di tre sindaci del Front National, che si sono opposti al diktat dell’Associazione nazionale dei sindaci (l’equivalente della nostra Anci) che voleva imporre loro la rimozione del presepe da tutti i municipi del Paese.
I tre primi cittadini, che per amor di cronaca governano i Comuni di Cogolin, Fréjus e Luc-en-Provence, hanno preso carta e penna e scritto una lettera di protesta con cui annunciano le proprie dimissioni dall’associazione: “Protestiamo contro l’abbandono di tutte le nostre tradizioni e delle nostre radici culturali - scrivono gli amministratori locali - Non desideriamo più prendere parte a un’associazione che, con il pretesto di difendere la laicità, calpesta cultura e tradizioni del nostro Paese.”
Il divieto all’esposizione del Presepe nei municipi scaturisce dalla pubblicazione di un “vademecum sulla laicità” promosso dall’Associazione nazionale dei sindaci francesi, che spiega di rifarsi alla famosa legge del 1905 sulla separazione tra le confessioni religiose e lo Stato. “Non si tratta di un diktat, ma di un vademecum - spiega la vicepresidente dell’associazione, Anès Lebrun - La stessa giurisprudenza francese è contraddittoria in materia, divisa tra chi ritiene che il presepe rappresenti una manifestazione del culto e chi lo intende come fenomeno esclusivamente culturale.”
Il Front National però, che pure è famoso per la propria difesa della laicità repubblicana, rigetta queste tesi come pretestuose: “A quanto il divieto delle processioni votive? - domanda polemico il movimento di Marine Le Pen - I rappresentanti del Front National difendono con fermezza il principio di laicità, ma non ignorano la storia. È incontestabile che il Cristianesimo sia un’espressione della cultura francese”.

Fonte: Il Giornale, 26.11.2015. Lo stesso articolo è anche su Il Timone.

sabato 21 novembre 2015

Parigi e la caduta di Roma

Parigi è prossima a cadere. Non è necessario essere profeti o figli di profeti per prevederlo con ragionevole sicurezza. No. Basta ri-leggere la storia passata, che senz'altro getta luce su quella a venire. Gli uomini, evidentemente, non imparano quasi mai dai propri errori passati. Spesso li ripropongono, sia pur in forme diverse. Si tratta, tuttavia, sempre dei medesimi errori. 
Ed in effetti la Parigi laicista odierna preferisce inneggiare la Marsigliese, anche nella Cattedrale di Notre Dame (v. qui), o innalzare "altari laici", cioè atei (v. qui e qui), piuttosto che tornare a Dio. 
Questo avviene mentre la Chiesa irenista pensa di frenare la dissoluzione occidentale proponendo messaggi buonisti di "fratellanza" universale, dimenticando che una vera fratellanza, non effimera, si può ottenere solo in Cristo, cioè con l'adesione degli uomini a Lui.
Ma tutto ciò sono solo dei segni che accompagnano e preannunciano la prossima caduta: la sicurezza di se stesso, da parte dell'Occidente, la presunzione e la boria di trovare meramente in se stesso la forza di rivaleggiare contro un pensiero forte, giustapponendo a questo il proprio pensiero debole e laicista (v. qui). In fondo, questa sicurezza di se ricorda molto da vicino le motivazioni culturali e morali, che portarono alla sconfitta di Roma ed alla sua caduta!
Per cui, la caduta di Parigi, e con essa dell'ideologia occidentale, non sembra essere molto diversa da quella di Roma del 410 d.C. sotto le truppe di Alarico, che, pur generale romano (era infatti magister militum dell’Illyricum) e di fatto governatore dell’Epiro, non esitò, per una serie di vicende politiche del tempo, a saccheggiare Roma (24 agosto 410 d.C.). Si trattò di un evento che sconvolse l’intero mondo antico e che ispirò il De Civitate Dei di S. Agostino, in cui il Dottore d’Ippona rammenta:
«Fecerunt itaque civitates duas amores duo, terrenam scilicet amor sui usque ad contemptum Dei, caelestem vero amor Dei usque ad contemptum sui. Denique illa in se ipsa, haec in Domino gloriatur. Illa enim quaerit ab hominibus gloriam; huic autem Deus conscientiae testis maxima est gloria. Illa in gloria sua exaltat caput suum; haec dicit Deo suo: Gloria mea et exaltans caput meum (Ps 3, 4). Illi in principibus eius vel in eis quas subiugat nationibus dominandi libido dominatur; in hac serviunt invicem in caritate et praepositi consulendo et subditi obtemperando. Illa in suis potentibus diligit virtutem suam; haec dicit Deo suo: Diligam te, Domine, virtus mea (Ps 17, 2). Ideoque in illa sapientes eius secundum hominem viventes aut corporis aut animi sui bona aut utriusque sectati sunt, aut qui potuerunt cognoscere Deum, non ut Deum honoraverunt aut gratias egerunt, sed evanuerunt in cogitationibus suis, et obscuratum est insipiens cor eorum; dicentes se esse sapientes, id est dominante sibi superbia in sua sapientia sese extollentes, stulti facti sunt et immutaverunt gloriam incorruptibilis Dei in similitudinem imaginis corruptibilis hominis et volucrum et quadrupedum et serpentium: ad huiuscemodi enim simulacra adoranda vel duces populorum vel sectatores fuerunt: et coluerunt atque servierunt creaturae potius quam Creatori, qui est benedictus in saecula (Rom 1, 21-23.25). In hac autem nulla est hominis sapientia nisi pietas, qua recte colitur verus Deus, id exspectans praemium in societate sanctorum non solum hominum, verum etiam angelorum, ut sit Deus omnia in omnibus (1 Cor 15, 28)»; 
«L’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio genera la città terrena; l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé genera la città celeste. Quella aspira alla gloria degli uomini, questa mette al di sopra di tutto la gloria di Dio. [...] I cittadini della città terrena son dominati da una stolta cupidigia di predominio che li induce a soggiogare gli altri; i cittadini della città celeste si offrono l’uno all’altro in servizio con spirito di carità e rispettano docilmente i doveri della disciplina sociale» (De Civitate Dei, lib. XIV, cap. 28).
Nella descrizione del celebre Padre della Chiesa sembra poter leggere profeticamente la descrizione dell'attuale nostra società.
Una situazione non diversa, dunque, vive il nostro mondo occidentale, un tempo cristiano.
Anche oggi i “neo barbari”, forti della debolezza culturale, morale e religiosa, tentano di conquistare il “ricco” ed opulento Occidente, dimentico di Dio, scristianizzato, ateo e vizioso. E ci riusciranno, in quanto i sani anticorpi per resistere a quell’impatto, che non è solo militaresco o terroristico, ma anche ideologico, sono ormai stati deliberatamente disciolti.
Evidentemente, la storia, che pure è maestra di vita, non ha insegnato nulla. Anzi continuano i deliri di chi vuole ancor più indebolire il pensiero già debole e debosciato occidentale (v. qui).

Parigi e la caduta di Roma

Propongo il testo che segue, segnalato da Rosa Roccaforte e tradotto al volo dalla Redazione. Si tratta di osservazioni da non ignorare per arricchire le nostre chiavi di lettura di quanto sta accadendo. Se non si riflette a fondo, non si possono affrontare con la dovuta consapevolezza e responsabilità gli eventi che incombono nella intricata e complessa correlazione dei molteplici elementi in campo. Autore dell’articolo: Niall Ferguson – 16 novembre 2015 sul Boston Globe [qui]. Ferguson è professore di Storia all’università di Harvard, membro anziano della Hoover Institution e autore del libro “Kissinger, 1923-1968: The Idealist.’’
Sto elaborando riflessioni anche in relazione ai mantra ricorrenti, dopo aver riscontrato sui media (stampa e TV) una informazione sbilanciata la cui problematicità si innesta in questo discorso.

Parigi e la caduta di Roma

Saccheggio di Roma ad opera dei Visigoti
Non ripeterò quanto avete già letto o ascoltato in questi giorni. Non vi dirò che ciò che è successo a Parigi venerdì sera è di un orrore senza precedenti, perché non è vero. Non solleverò appelli perché il mondo si schieri al fianco della Francia, perché si tratterebbe di una frase vuota. Non applaudirò l’impegno del presidente Hollande a esercitare una vendetta “senza pietà”, perché non ci credo. Piuttosto, vi dirò che è proprio in questo modo che una civiltà crolla.
Così Edward Gibbon descrisse il saccheggio di Roma da parte dei Goti nel mese di agosto dell’anno 410 d.C.:
“Nell’ora della licenza selvaggia, in un’epoca in cui ogni passione era infiammata e ogni freno morale era rimosso … uno sterminatore crudele venne inflitto ai Romani; […] le strade della città erano piene di cadaveri. […] Ogni volta che si cercava di opporsi ai barbari, questi, sentendosi provocati, estendevano il massacro ai più deboli, agli innocenti, alle persone indifese [...]”
Ora, ciò non sembra forse la descrizione delle scene di Parigi di venerdì sera, di cui siamo stati spettatori?
È vero, la Storia del declino e della caduta dell’impero Romano di Gibbon rappresentava il decesso di Roma come un processo che si è sviluppato lentamente nel córso di più di un millennio. Ma una nuova generazione di storici, come Bryan Ward-Perkins e Peter Heather, ha sollevato l’ipotesi che il processo di declino dell’impero Romano sia stato in realtà improvviso – e sanguinoso – piuttosto che graduale: una “conquista violenta […] da parte di barbari invasori” che distrusse una civilizzazione complessa nell’arco di una singola generazione.

Processi misteriosamente simili stanno distruggendo oggi l’Unione Europea, anche se molti di noi non vogliono riconoscerli per quel che sono.

Dobbiamo essere chiari su ciò che sta accadendo. Come l’impero Romano nei primi anni del quinto secolo, l’Europa ha permesso che le sue difese si affloscino. Di pari passo con l’aumento della sua ricchezza, le sue capacità militari e la sua autostima si sono ridotte. È diventata una civiltà decadente rinchiusa in centri commerciali e stadi di calcio. Allo stesso tempo, ha aperto le sue porte a estranei che desiderano possedere la sua ricchezza senza rinunciare alla loro fede ancestrale.
Il colpo a distanza a questo edificio barcollante è stata la guerra civile siriana, che è stata il catalizzatore e una causa diretta della grande Völkerwanderung [esodo di popoli, NdT] del 2015. Come era successo precedentemente, sono arrivati in tanti da tutte le parti della periferia imperiale – dal Nordafrica, dal Levante, dall’Asia del Sud – ma questa volta ne sono arrivati milioni.
Certo, molti sono venuti solo perché speravano di trovare una vita migliore. La situazione economica nei loro paesi è diventata sufficientemente buona per permettergli di viaggiare all’estero, e quella politica è diventata sufficientemente negativa per spingerli a rischiare di lasciare la propria terra. Ma non è possibile che tutte queste persone sciamino in direzione settentrionale e occidentale senza recare con sé il proprio malessere politico. Come Gibbon aveva visto, i monoteisti convinti rappresentano una grave minaccia per un impero secolare.
È ormai diventata un’abitudine affermare che la gran maggioranza dei musulmani che vivono in Europa non sono violenti, e questo è senza dubbio vero. Ma è anche vero che la maggioranza dei musulmani in Europa nutrono dei punti di vista che non possono conciliarsi facilmente con i principi delle nostre democrazie liberali moderne, ivi compresi quelli recentemente raggiunti a proposito dell’uguaglianza dei sessi e della tolleranza non solo della diversità religiosa ma anche di quasi tutte le tendenze sessuali. Ed è incredibilmente facile, per un gruppo minoritario di queste comunità che presuntamente amano la pace, acquistare delle armi e preparare attentati contro una civiltà.
Non ho nozioni abbastanza approfondite del quinto secolo per poter citare le fonti Romane che descrivevano ogni nuovo atto di barbarie come un atto senza precedenti, anche se in realtà erano drammi che si erano già verificati molte volte in epoche anteriori; o che sollevavano pii inviti alla solidarietà dopo la caduta di Roma, persino quando rimanere in piedi l’uno a fianco dell’altro significava in pratica cadere insieme; o che emettevano sterili minacce di vendetta senza pietà, anche se in realtà l’unica cosa che volevano era di richiamare l’attenzione con le loro pose melodrammatiche.
Quel che so bene, invece, è che l’Europa del XXI secolo non solo deve biasimare se stessa per il pasticcio in cui si trova in questo momento, perché non c’è alcun altro luogo del mondo che abbia dedicato più risorse allo studio allo studio della storia che l’Europa moderna. Quando sono andato ad Oxford più di trent’anni fa, davo per scontato che già dai primi córsi del mio primo anno di studi avrei studiato Gibbon. Non è servito a nulla. Non abbiamo imparato nulla che avesse realmente a che vedere con la storia, ma un mucchio di sciocchezze che avevano come fondamento il presupposto che il nazionalismo fosse una realtà negativa, gli stati-nazione ancóra peggio, e gli imperi la cosa peggiore di tutte.
Nel suo libro La caduta di Roma, Ward-Perkins ha scritto: “Prima della caduta, i Romani erano tanto sicuri che il loro mondo sarebbe rimasto per sempre sostanzialmente immutato quanto lo siamo noi oggi. Si sbagliavano. Faremmo bene a non ripetere il loro atteggiamento di sufficienza”.
Povera Parigi. Uccisa da un atteggiamento di sufficienza.