Sante Messe in rito antico in Puglia

giovedì 23 aprile 2020

Utensili eucaristici in tempi di covid-19

Leggevamo quest’oggi del blog di Aldo Maria Valli, della proposta della diocesi di Milano, in vista della cd. Fase 2, di distribuire la Comunione con pinzette: «Distribuire la comunione con una pinzetta; esonerare gli anziani al di sopra dei sessantacinque anni dall’obbligo della Messa; introdurre un numero chiuso; prevedere un incaricato che, munito di guanti monouso, si occupi del microfono all’ambone; consentire solo celebrazioni all’aperto; mettere a disposizione liquidi igienizzanti all’ingresso delle chiese; sanificare tutti gli oggetti sacri prima e dopo le celebrazioni».
Non ci debba sorprendere l’uso di pinzette, giacché la Chiesa, da sempre, in tempi di pestilenza si è avvalsa di strumenti similari.
Ce lo confermava ai primi di marzo, in una sua intervista, Mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini, già custode di Terra Santa. Egli rispondendo ad apposita domanda («Cosa direbbe alle persone che dicono che cambiare la pratica liturgica di ricevere la Comunione sulla lingua, anche se è permessa in certe condizioni, come lo scoppio di un virus, è un segno di mancanza di fede?») ricordava: «Nel museo della Custodia di Terra Santa sono ancora visibili le pinze usate dal sacerdote durante le pestilenze per dare la comunione agli appestati. Questo costituisce una mancanza di fede? Certo che no. Si è trattato di prudenza, un mezzo per non contaminare gli altri» (v. qui).
Rilanciamo quindi quest’articolo, che riteniamo assai utile e che possa, chissà, costituire un punto sul quale riflettere in vista del pacchetto di proposte per la prossima riapertura delle chiese al culto partecipato da parte dei fedeli.

Utensili eucaristici

Dal sito liturgicalartsjournal.com riprendiamo, in tradizione nostra, un’interessantissimo articolo su dei particolari oggetti liturgici destinati all’amministrazione della Comunione.


Pietro Paolo Caruana, Amministrazione della Comunione ad un'appestata durante la pestilenza del 1813, National Museum of Fine Arts, La Valletta.


Il quadro rappresenta una scena della peste bubbonica che ha devastato le isole maltesi dall'aprile 1813 al gennaio 1814, uccidendo oltre 4.500 persone su una popolazione di 100.000. Nella scena centrale, un prete amministra la Santa Comunione ad una ragazza morente usando un paio di tenaglie o tenaglie a pelo lungo, un ricordo tangibile della peste.

Amministrazione del Viatico ad un appestato con la fistola, Catechismo di Heidelberg, 1455. Universitätsbibliothek, Heidelberg


Mentre viviamo questa pestilenza del XXI secolo con crescenti preoccupazioni riguardo alla trasmissione di malattie attraverso le specie della Santa Comunione, è interessante esaminare le diverse forme di ricezione della santa comunione con gli utensili che la Chiesa latina ha impiegato nel corso dei secoli. Mentre il loro aspetto era dovuto agli scrupoli durante la manipolazione del Santissimo Sacramento e acquisivano un carattere cerimoniale, dimostrarono praticità per l’amministrazione della Santa Comunione ai fedeli durante i periodi di pestilenza o quando questi non erano in grado di consumare l’ostia.

La Fistula

La cannuccia liturgica, variamente chiamata calamo, cannula, arundo, calamus, pipa, pugillaris, sipho o sumptorium è l’unico utensile sopravvissuto nell’uso cerimoniale fino al XX secolo. L’uso della fistola sembra aver avuto origine nella tarda antichità nella corte papale, dove era in uso almeno dal tempo di Papa San Gregorio Magno. È esplicitamente menzionato nelle rubriche dell’Ordo Romanus del VII secolo, dove il vescovo comunica con esso il Sacro Sangue. L’uso di questo strumento si estese durante il periodo carolingio in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Polonia, nonché per gli ordini cistercense e certosino. Divenne il metodo prevalente per amministrare il Sangue del Signore ai fedeli fino al XIII secolo, quando l’usanza che le persone che ricevessero entrambe le specie fu interrotta.
È interessante notare che è anche menzionata nell’edizione del 1970 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano nello stabilire che il Sangue Prezioso possa essere sorbito direttamente dal calice oppure usando un cucchiaio o un tubetto.
La Fistula potrebbe anche essere usata come una pipetta in modo che, anziché aspirare il Sangue del Signore, esso possa essere lasciato cadere nella bocca del comunicante nei casi in cui questi non potesse essere in grado di deglutire altro che liquidi.


Paolo VI si comunica mediante la fistula. V. qui

Fistula dal monastero di S. Trudpert, in Münstertal, Germania, 1230, The Metropolitan Museum of Art, New York

Cucchiaio

Il cucchiaio eucaristico fa la sua apparizione probabilmente un po’ più tardi rispetto alla fistula, intorno all’VIII secolo. I riferimenti storici al suo uso sono più scarsi, ma è stato chiaramente impiegato, come lo è oggi nei riti orientali, per la Comunione per ‘intenzione. Il cocleare non deve essere confuso con il cucchiaino, che serve per aggiungere l’acqua al vino all’Offertorio.
Mentre il suo uso durante la Messa è sbiadito contemporaneamente alla pratica della comunione sotto entrambe le specie, è stato conservato per l’amministrazione del Viatico, comunemente sotto forma di un Ostia o di una particella disciolta nell’acqua. Mentre la maggior parte delle volte il prete potrebbe usare un cucchiaio della casa, alcuni esempi di cucchiai realizzati per questo scopo specifico sono sopravvissuti. Erano, come gli altri vasi, fatti di argento e la tazza del cucchiaio era dorata.

Cucchiaio eucaristico. XVII sec., Diocesi di Padova.

Bottega di Giovanni e Bonaventura Gambari, Cucchiaio eucaristico e relativa custodia, XVIII sec., Diocesi di Bologna



Pinze

Probabilmente il più oscuro di questi utensili, le pinze eucaristiche sono state inizialmente utilizzate per immergere particelle di Ostia nel calice. Mentre la loro origine è probabilmente antica, vediamo che diventa comune nella corte papale di Avignone durante il XIV secolo, probabilmente limitato alle celebrazioni più solenni. Fonti contemporanee, tra cui il Liber de Cæremoniis, le chiamano anche tenacula o furcheta e dichiarano chiaramente il loro uso eucaristico.
L’uso liturgico delle pinze non sembra essere passato a Roma dopo lo scisma d’Occidente, ma erano ancora usati per dare la Santa Comunione ai lebbrosi od appestati.
Allo stesso modo, altri strumenti sono stati creati per i periodi di pestilenza. Un utensile comune era il cucchiaio da ostia (manche à HostieHostienloffel) costituito da una lunga asta con un piccolo disco piatto all’estremità. François Ranchin, un prestigioso medico francese del XVII secolo, specifica che avrebbe dovuto essere una bacchetta di metallo lunga almeno 20 pollici, con una lunetta alla fine, dove sarebbe stata collocata l’ostia.


Charles Rohault de Fleury, Pinze liturgiche nel XIII sec., 1884

Pinze eucaristiche, Terra Santa Musuem, Gerusalemme

Pinze liturgiche dorate, Granada

domenica 19 aprile 2020

L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più che la fede degli altri (S. Gregorio Magno)

Una riflessione sul Vangelo della Domenica in Albis (S. Giovanni XX, 19-31) tratta dalle Omelie sui Vangeli di San Gregorio Magno.


«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravvedete in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto»? Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.
Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

(S. Gregorio Magno, Om, 26, 7-9; PL 76, 1201-1202. da dontresal.altervista.org)

venerdì 17 aprile 2020

Passata la festa, gabbato lo santo… con buona pace di tutti

Ad una settimana dal Venerdì Santo, volentieri ospitiamo un contributo del nostro Franco Parresio, che giunge "a fagiolo", alla luce anche di un recente articolo de La Gazzetta del Mezzogiorno.

Passata la festa, gabbato lo santo…
con buona pace di tutti

di Franco Parresio

E sì!, si è chiuso da una settimana questo lungo e penoso Venerdì Santo senza le tipiche «espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale» (secondo il diktat vaticano)! E con buona pace di tutti. Delle autorità religiose, in primis.
Un Venerdì Santo da dimenticare!
Si fa per dire.
Un Venerdi Santo, invece, che passerà alla storia, come il Venerdì Nero… che più nero non si può!
Altro che il colore rosso, voluto e imposto dalla riforma della Settimana Santa, in segno di gloria rappresentato dal martirio e dalla regalità di Cristo sulla croce!
Ma quale gloria?!
Questo scorso Venerdì Santo ha dimostrato, invece, in toto, la giustezza del colore nero, così come indicato nelle rubriche preriformate della Settimana Santa, poiché giorno di lutto... e non solo perchè «aliturgico, cioè senza celebrazione del santo sacrificio» (Caronti), ma proprio per non aver potuto vivere «le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale»: una decisione sì giunta dall’alto, ma accolta arrendevolmente dal basso… pro bono pacis.
Dico “arrendevolmente” non perché si voglia sminuire la pericolosità del coronavirus – tutt’altro! –, ma perché non si è voluto – no potuto! – cercare il giusto compromesso con le autorità: e civili e religiose. E il giusto compromesso è, appunto, riuscire ad esprimere comunque la pietà popolare legata ai riti del Triduo Pasquale, ricorrendo a forme minimali, che mettessero d’accordo tutti. Proprio perchè trattasi di pietà; non già di mero folclore! Pietà che, per sua natura, non può essere espressa in un altro periodo dell’anno liturgico, «ad esempio il 14 e 15 settembre», così come proposto dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (qui). E ciò in linea con il popolare detto, che mai come ora ci appare in tutta la sua veridicità: «Passata la festa, gabbato lo santo». Laddove, infatti, il compromesso, pur a fatica, si è raggiunto, non solo si è salvata la pietà del popolo, ma, addirittura questa ne è uscita rafforzata. Valga tra tutti e per tutti il magistrale esempio dato dai Barlettani al mondo intero dacché, proprio grazie alla non rassegnazione dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, la plurisecolare processione eucaristico-penitenziale non solo si è potuta svolgere nella forma che ci si auspicava, cioè semplice (un solo sacerdote in strada con la pisside), ma addirittura il primo cittadino stesso, che vi è andato dietro con una candela in mano, ed accompagnato dall’arcivescovo di Trani, ha rinnovato con atto formale il «Voto della città di Barletta ai suoi Patroni» proprio nella notte dello scorso Venerdì Santo (v. qui). E non a caso il Comune di Barletta è nella denominazione “Città della Disfida”: disfida tante volte necessaria, per giungere a un ragionevole accordo. Ragion per cui il gettare la spugna equivale non tanto a darla vinta al proprio avversario quanto nel palesare la debolezza propria e delle proprie idee. E, perciò stesso, non avere – nel presente, ma anche e soprattutto in avvenire – alcun potere contrattuale.
Chi, come l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento di Barletta, è riuscito a spuntarla, ha dimostrato all’universo mondo che la sua è vera pietà. E di esempi oltre quello di Barletta ce ne sono e, per fortuna, pure tanti. Ma chi non ci ha provato nemmeno, ha creato per sé e per quelli dopo di sé un grave precedente, lasciando chiaramente intendere ai profani che la natura di quei riti, pur tanto amati da generazioni e generazioni, e quindi costituenti la tradizione di un paese, è fondamentalmente folclorica più che pietistica. Il messaggio che è passato è che se ne può fare tranquillamente a meno: “Ma sì! Che fa!?” Esattamente come ha ammesso un presidente di una confraternita, dicendosi dispiaciuto tanto di non poter organizzare le processioni quest’anno, ma di essere al contempo ugualmente contento di vedere concretizzata la loro passione e il loro sacrificio, avendo la splendida idea di riunire (virtualmente, si intende) tutti i protagonisti e gli attori, per coinvolgerli in una grande raccolta fondi. L’obiettivo? Acquistare dei ventilatori polmonari, necessari come il pane in questo periodo di emergenza sanitaria. Che dire? Bell’iniziativa, e persino lodevole, ma del tutto fuori luogo per una confraternita, che, in quanto associazione di fedeli, è vero che tra le finalità ha proprio le «opere di pietà o di carità» (can. 298, § 1), ma la carità discreta, non sbandierata – «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6,3) –; ché, altrimenti, è filantropia pura e semplice. Non a caso, sin dai tempi antichi, i confratelli si incappucciavano: non solo per andare in processione scalzi o flagellarsi, ma anche per svolgere gli atti di misericordia corporale, tra cui quello di soccorrere i malati e seppellire i poveri morti.
Il mio è tutt’altro che un rimprovero: è piuttosto un dispiacere. Perché così intravedo la fine delle tradizioni: una fine lenta ma inesorabile, perché portate avanti da persone le quali, pur brave e degne di stima, non sfuggono all’impietoso giudizio di essere tacciate di fanaticheria da una parte e di pusillanimità dall’altra. E l’augurio: che tutto questo possa essere di sprone in avvenire, per non finire con l’essere assimilati alla dantesca «setta d’i cattivi, a Dio spiacenti e a’ nemici sui».

lunedì 13 aprile 2020

Una Pasqua che rimarrà nella storia

Questa Pasqua è davvero storica. Per varie ragioni.
La prima è perché, forse per la prima volta nella storia, la partecipazione del popolo di Dio alla celebrazione dei riti pasquali è stata limitata, a causa della pandemia in corso (v. Congregazione per il culto divino, decr. 25.3.2020). Non interessa a noi indagare se, a torto o a ragione, le autorità abbiano limitato i fedeli alla partecipazione ai riti. Non compete al cristiano tale giudizio, giacché – come ci raccomanda S. Paolo nella sua Epistola ai Romani – esso deve essere «sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna» (Rm. 13, 1-2). Se questo restringimento sia giusto, o no, lo potrà dire solo la storia. Quel che deve confortare il fedele è che la S. Messa, come anche i sacramenti, sono meri strumenti nella vita del cristiano, non costituiscono il fine della stessa. Per cui, va ricordato con S. Tommaso d’Aquino, che gratia non alligatur sacramentis: i sacramenti e la S. Messa sono strumenti ordinari attraverso cui la grazia ci viene comunicata. Ma a Dio non è impedito di comunicarla per mezzi straordinari, come nelle attuali circostanze davvero eccezionali, attraverso la preghiera e la penitenza, che ci deriva da questo “digiuno eucaristico”.
La seconda ragione della straordinarietà di questa Pasqua è che, non molti giorni fa, è stato pubblicato l’Annuario Pontificio dell’anno 2020, in cui il titolo di “Vicario di Cristo” e “Successore dell’Apostolo Pietro”, attribuiti a Jorge Mario Bergoglio, sono confinati tra i meri “titoli storici”, quasi che essi non abbiano, invece, una valenza profondamente teologica e siano connotanti l’ufficio di colui che siede sul Seggio di Pietro. Su questo tema, ci riserviamo nei prossimi giorni di proporre una nostra riflessione. In ogni caso, perché, dunque, questo confinamento di tali attributi all’ambito dei titoli storici? Ci stiamo avvicinando alla costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale, come del resto auspicato da Henry Kissinger in un recente articolo sul Wall Street Journal (vqui e qui) e da Avvenire in un articolo del 10.4.2020? Sì, è pur vero che, in diverse occasioni, sia Giovanni Paolo II (ad es., nel 1986, in occasione della visita al memoriale indiano di Gandhi, Raj Ghat: «Il Mahatma Gandhi insegnava che se tutti gli uomini e le donne, quali che siano le differenze tra loro, aderiranno alla verità, nel rispetto della peculiare dignità di ogni essere umano, sarà possibile realizzare un nuovo ordine del mondo, una civiltà fondata sull’amore. … Voglia Iddio guidarci e benedirci mentre ci sforziamo di camminare insieme, la mano nella mano, e costruire insieme un mondo di pace!») sia Benedetto XVI (ad es., in occasione del messaggio Urbi et orbi del Natale 2005: «Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale, fondato su giusti rapporti etici ed economici») ne hanno parlato, auspicando la costituzione di questo Nuovo Ordine Mondiale. Persino Pio XII nei radiomessaggi natalizi tra il 1940 ed il 1943 ne aveva parlato, sebbene il papa preferisse l’espressione «nuovo ordine internazionale», in cui gli Stati non fossero “assorbiti” e “risucchiati” dal “nuovo ordine”, ma mantenessero le proprie individualità, soggettività e specificità. In ogni caso, papa Pacelli dava all’espressione una connotazione ben diversa, in quanto per quel Venerabile Pontefice tale nuovo ordine avrebbe dovuto fondarsi «sul diritto naturale e sulla rivelazione divina» (v. P. Brezzi, Pio XII papa, in Enciclopedia italianaII Appendice, 1949), ovvero essere  «radicato in un ordine naturale ed oggettivo di giustizia voluto da Dio, che non avrebbe potuto ricalcare quello prebellico»: tale opera sarebbe toccata «agli "uomini animati dalla fede in un Dio personale" nella costruzione della società futura» (F. Traniello, Pio XII, in Enciclopedia dei papi, 2000). Insomma, in Pio XII tale “nuovo ordine” avrebbe dovuto trovare la sua anima, in ultima analisi, in Dio e nella sua Legge e non già essere indipendente da Lui.
La connotazione, in altre parole, data all’espressione nei tempi moderni prescinde da questa tensione trascendentale e metagiuridica come auspicata da papa Pacelli, trovando – al contrario – fondamento unicamente nell’uomo e nella sua autocapacità di regolare tutti i suoi rapporti di ordine politico, sociale ed economico: Dio non avrebbe spazio alcuno in questo “nuovo ordine”. L’altra caratteristica è che in questo “ordine” le individualità dei singoli Stati sarebbero “assorbite” da una superiore autorità, perdendo, dunque, la loro soggettività e specificità. Insomma, l’idea di fondo è la creazione di quel “Padrone del mondo”, vaticinato da Benson. È singolare, ma il confinamento dei titoli di “Vicario di Cristo” e “Successore di Pietro” nell’ambito di quelli meramente storici sembrano trovare ispirazione in quel testo, tanto amato da Jorge Mario Bergoglio. Uno dei protagonisti, Julian Felsenburgh, in effetti, considera appunto la (sua) persona superiore all'ufficio che ricopre, mettendo in primo piano se stesso e relegando i titoli a mere espressioni storiche: del resto, le cariche, per lui, sono strumentali al disegno di diventare il “padrone del mondo”. Si legge nel romanzo: «Felsemburgh era semplice e complesso come la vita: semplice nell'essenza, complesso nella creatività. Ma la prova suprema della sua straordinaria missione si era rivelata in quel messaggio immortale. Non si poteva aggiungere una sola parola a ciò che lui aveva generalo: le linee direttive più divergenti, infatti, convergevano in lui, punto di partenza e punto d'arrivo. Nessuno ancora pensava se egli avrebbe dato o no prova della sua immortalità; sarebbe stato certamente positivo se la vita avesse rivelato in lui il suo sommo segreto: ma non era poi così necessario. Il suo spirito, infatti, riempiva il mondo: l'individuo non era più distinto dai suoi simili e la morte era da ritenersi come un increspamento che si produce qua e là sul placido mare. Dopo tanto tempo l'uomo era giunto a sapere che l'individuo non è nulla e la razza è tutto. La cellula riconosceva la propria totalità al corpo e i più grandi pensatori avevano persino dichiarato che la coscienza individuale doveva cedere il titolo di personalità alla massa degli uomini. Era infatti per questo intenso desiderio d'unità che gli uomini s'erano decisi a riappacificarsi nell'umanità totale. Diversamente, come sarebbe stato possibile spiegare la fine dei conflitti di parte e le rivalità nazionali?» (cap. I, parte III).
Con ciò non vogliamo dire che Jorge Mario Bergoglio voglia diventare “padrone del mondo”. Ci mancherebbe. Anzi, ci sentiamo di escluderlo radicalmente. 
È innegabile, tuttavia, che le sue azioni trovino in quel romanzo la loro precipua ispirazione.
Forse, quella modifica dell’Annuario Pontificio 2020 – senz’altro voluta ed approvata da Francesco - sia un messaggio che si è voluto lanciare perché sia letto ed inteso da chi di dovere, cioè dal futuro Padrone del mondo (cfr. E. Yore, Francis Footnote Follies: Why Francis Dropped the Title of Vicar of Christ…, in Remnant Newspaper, April 5, 2020, in trad. it. Perché Francesco ha rinunciato al titolo di Vicario di Cristo, in Unavox, aprile 2020).
Non sappiamo la risposta. Solo la storia ed il susseguirsi degli eventi, che stiamo vivendo, potranno rivelarcelo.
L’altra ragione di singolarità di questa Pasqua è che, proprio in prossimità di essa, il Vescovo di Roma, approfittando delle dirette streaming delle messe mattutine nella cappella dell’hotel Santa Marta, ha voluto, come dire, riesumare alcuni suoi ever green, come la discussa teoria circa la salvezza di Giuda e l’esclusione del titolo di corredentrice per la Vergine Maria (che sarebbe una tonterías). Ora, riservando anche sul tema dell’asserita salvezza del Traditore di dire la nostra, e appuntando l’attenzione sulla seconda tematica, non possiamo non rilevare come esso trovi, al contrario, il suo pieno fondamento tanto nella Scrittura quanto nella Tradizione della Chiesa (cfr. M. Guarini, Bergoglio: un guazzabuglio su Maria semplice discepola, per di più meticcia e giammai ‘Corredentrice’, in Libertà e persona, 14.12.2019; R. De Mattei, La teologia “meticcia” di papa Francesco, in Corrispondenza romana, 18.12.2019; S. Brachetta, Il valore corredentivo della “compassio” di Maria, in blog Aldo Maria Valli, Duc in altum, 20.12.2019; L. Siniscalchi, L’Addolorata Regina dei martiri, in Settimanale di Padre Piofasc. 36, 14.9.2014; C. Codega, Sulla via della Croce con Mariaivifasc. 44, 12.11.2017; C. Gnerre, Nella commozione … la Corredenzione di Mariaivifasc. 35, 9.9.2018; S. M. Manelli, L’anima trapassata dalla spada. I 7 Dolori della Madreivifasc. 9, 3.3.2019; A. M. Apollonio, I “punti fermi” della Corredenzione marianaivifasc. 5, 2.2.2020).  E proprio su questa problematica della corredenzione mariana, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

Una Pasqua che rimarrà nella storia

di Roberto de Mattei


La settimana di Pasqua del 2020 è destinata ad entrare nella storia, per la sua eccezionalità, come quel giorno di febbraio del 2013 in cui Benedetto XVI annunziò la sua rinunzia al pontificato. Un misterioso filo conduttore sembra legare questi due eventi. Un medesimo senso di vuoto li collega.
Benedetto XVI ha rinunziato al mandato petrino, senza spiegare i legittimi motivi morali che potessero spiegare quel suo gesto estremo. Papa Francesco, da parte sua, conserva giuridicamente questo mandato, ma non lo esercita e sembra addirittura volersi spogliare del più alto titolo che gli compete, quello di Vicario di Cristo, trascritto, nell’ultima edizione dell’Annuario Pontificio, come un appellativo storico, e non costitutivo. Se Benedetto XVI ha rinunciato all’esercizio giuridico del Vicariato di Cristo, sembra quasi che papa Francesco abbia rinunciato all’esercizio morale della sua missione. La sospensione delle cerimonie religiose in tutto il mondo, afflitto dal Coronavirus, sembra essere un’espressione simbolica, ma reale, di un’inedita situazione, in cui la Divina Provvidenza sottrae ai Pastori il popolo che essi hanno abbandonato.
Non sappiamo quali saranno le conseguenze politiche, economiche e sociali del Coronavirus, ma ne misuriamo in questi giorni le sue conseguenze sulla Chiesa. Un velo sembra essersi sollevato: è l’ora del vuoto, del gregge privo dei suoi Pastori. Piazza San Pietro, vuota nella Domenica delle Palme, sarà vuota anche la domenica di Pasqua. «Il Santo Padre – ha comunicato il Vaticano – celebrerà i riti della Settimana Santa all’altare della cattedra, nella basilica di San Pietro, senza concorso di popolo, in seguito alla straordinaria situazione che si è venuta a determinare, a causa della diffusione della pandemia da Covid-19».
Secondo la philosophia perennis, la natura ripudia il vuoto (natura abhorret a vacuo). Nell’ora del vuoto spirituale, l’anima di chi ha la fede si rivolge istintivamente a Colei che non è mai vuota, perché ripiena di tutte le grazie: la Beatissima Vergine Maria. Solo in Lei l’anima può trovare quella pienezza spirituale e morale che la piazza di San Pietro e le innumerevoli chiese chiuse in tutto il mondo non offrono più. E una Messa in streaming può soddisfare gli occhi, ma non riempie l’anima. Ma papa Francesco, invece di alimentare la devozione e il culto a Maria, vuole spogliare anche Lei dai titoli che Le spettano. Il 12 dicembre 2019 il Papa aveva liquidato la possibilità di nuovi dogmi mariani, come quello su Maria corredentrice, affermando: «quando arrivano storie per cui si dovrebbe dichiarare questo, o fare quest’altro dogma o questo, non perdiamoci nelle sciocchezze». E il 3 aprile 2020 ha ribadito che la Madonna «non ha chiesto di essere una quasi redentrice, o una corredentrice. No. Il redentore è uno solo. Soltanto discepola e madre». 
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Queste parole sono state espresse alla vigilia della Settimana Santa, che è quella in cui la Madonna completa sul Calvario la sua missione di corredentrice e mediatrice di tutte le grazie. Papa Benedetto XV ne enuncia così la ragione: «Come ella soffrì e quasi morì con il Figlio suo sofferente e morente, così rinunciò per la salvezza degli uomini ai suoi diritti di madre su questo Figlio e lo immolò per placare la divina giustizia, sicché si può dire, a ragione, che ella abbia redento con Cristo il genere umano. Evidentemente per questa ragione tutte le diverse grazie del tesoro della redenzione vengono anche distribuite attraverso le mani dell’Addolorata» (Lettera Apostolica Inter sodalicia, 22 marzo 1918).
Secondo alcuni teologi, la parola corredentrice assorbe quella di mediatrice; secondo altri, come don Manfred Hauke, la parola mediazione universale di Maria si presta a un significato più ampio di quello di corredenzione, includendone il contenuto (Introduzione alla Mariologia, Eupress FTL, Lugano 2008, pp. 275-277). Essa integra l’aspetto “discendente”, per cui le grazie arrivano agli uomini, con quello “ascendente” espresso dalla corredenzione, attraverso cui la Madonna si unisce al sacrificio di Cristo. I due titoli sono in ogni modo complementari, come insegna mons. Brunero Gherardini nel suo saggio La corredentrice nel mistero di Cristo e della Chiesa (Viverein, Roma 1998), e si collegano a quello di Regina del Cielo e della terra.
Ma è necessario continuare? San Bernardo dice: «De Maria numquam satis» (Sermo de Nativitate Mariae, Patrologia Latina, vol. 183, col. 437D) e sant’Alfonso Maria de’ Liguori afferma: «Quando un’opinione onora in qualche modo la santa Vergine, ha un certo fondamento e non ha nulla di contrario né alla fede né ai decreti della Chiesa, né alla verità, il non accettarla e il contraddirla perché anche l’opinione opposta potrebbe essere vera, denota poca devozione verso la Madre di Dio. Io non voglio essere annoverato fra questi spiriti poco devoti, né vorrei che lo fosse il mio lettore, ma piuttosto vorrei essere annoverato fra coloro che credono pienamente e fermamente tutto ciò che senza errore si può credere delle grandezze di Maria» (Le glorie di Maria, Cap. V, § 1).
I devoti di Maria sono una famiglia spirituale che ha il suo prototipo e patrono in san Giovanni Evangelista, l’apostolo prediletto, che ricevette da Gesù, sul Calvario, una immensa eredità. Tutto è riassunto nelle parole di Gesù, quando sulla Croce, «vedendo sua madre e il discepolo che Egli amava, disse a sua madre: ‘Donna, ecco, il figlio tuo’ e rivolgendosi a san Giovanni: ‘Ecco la madre tua’» (Gv. 19, 26-27). Con queste parole Gesù stabilì un legame divino e indissolubile non solo tra Maria SS.ma e san Giovanni, rappresentante del genere umano, ma tra Lei e tutte le anime che di san Giovanni avessero seguito l’esempio di fede e di fedeltà. San Giovanni è il modello di coloro che nell’ora del tradimento e della rinuncia, rimangono fedeli a Gesù, attraverso Maria. «Dio-Spirito Santo vuol formarsi degli eletti in Lei e per mezzo di Lei e Le dice: ‘in electis meis mitte radices’ (Siracide 24, 12)», scrive san Luigi Grignion di Montfort (Trattato della Vera devozione alla Santa Vergine, n. 34), assicurandoci che i suoi devoti riceveranno una fede ferma e incrollabile che li farà rimanere saldi e costanti in mezzo a tutte le tempeste (ivi, n. 214). Plinio Corrêa de Oliveira ha dimostrato come la devozione mariana, non esteriore e non incostante, ma ferma e perseverante, sia un fattore decisivo, nello scontro tra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione che si acuirà sempre di più nei tempi oscuri che ci attendono. Maria, mediatrice universale, è infatti il canale attraverso il quale passano tutte le grazie e le grazie pioveranno in abbondanza per chi la prega e lotta per Lei (Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ed. it. Sugarco, Milano 2009, pp. 319-332).
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Il grande arcidiacono d’Évreux, Henri-Marie Boudon, alla cui spiritualità si formò san Luigi Maria Grignion di Montfort, scriveva che nelle calamità pubbliche, come le guerre o le epidemie, noi ce la prendiamo con gli altri, mentre bisognerebbe prendersela con noi stessi e con i nostri peccati: «Dio ci colpisce per essere contemplato e noi invece non solleviamo gli occhi dalle creature» (La dévotion aux saints anges, Clovis, Condé-su-Noireau 1998, p. 265). In questi giorni inquietanti, non affatichiamoci a cercare quale sia la mano degli uomini dietro la pandemia. Accontentiamoci di scorgervi la mano di Dio. E poiché la Madonna, oltre che corredentrice e mediatrice, è anche regina dell’universo, non dimentichiamo che Dio ha assegnato a Lei il compito di intervenire nella storia, opponendosi all’azione che vi esercita il demonio. Per questo quando il Signore flagella l’umanità l’unico rifugio è Maria. Da Lei attinge la forza chi non abbandona il suo posto, ma resta in campo per combattere l’ultima battaglia: quella per il trionfo del suo Cuore Immacolato.

Il ‘Regina coeli’: preghiera del tempo di Pasqua e della fine delle pestilenze

Secondo la tradizione questa antifona mariana, che sostituisce l’Angelus dal Sabato Santo al Sabato precedente la Domenica della Santissima Trinità, venne cantata dagli Angeli per annunziare a San Gregorio Magno che allora stava conducendo una processione penitenziale la cessazione di una fiera pestilenza (vedi qui). Già recitata nella Chiesa – basti pensare alla menzione che ne fa l’Alighieri nel XXIII canto del Paradiso – e copiosamente arricchita di sante indulgenze, fu consacrata come antifona del tempo pasquale da Benedetto XIV (così ci ricorda Radiospada, 12.4.2020).
Gregorio di Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) e Iacopo di Varazze, nella Legenda Aurea, in effetti, raccontano il memorabile prodigio della cessazione della peste del 590 d.C. all’epoca del grande S. Gregorio Magno in modo incalzante e accorato: «Durante la processione, in una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le parole del Regina Coeli, l’antifona che in tempo pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”.
San Gregorio rispose: “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”. Gli angeli planarono ancora più in basso per galleggiare sulle teste dei presenti e infine circondare il dipinto di Maria. Gregorio guardò in alto e sulla cima del castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita» (M. Milvia Morciano, Quando san Michele arcangelo apparve a Roma e fermò la peste, in Vatican News, 20.3.2020).
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.






Pieter Paul Rubens, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato, 1616, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo

San Gregorio Magno e il Coronavirus del suo tempo

di Roberto de Mattei


Un alone di mistero avvolge il Coronavirus, o Covid-19, di cui non conosciamo né l’origine, né i reali dati di diffusione, né le possibili conseguenze. Ciò che però sappiamo è che le pandemie sono sempre state considerate nella storia come flagelli divini e che l’unico rimedio che la Chiesa ha opposto ad esse è stata la preghiera e la penitenza. Così accadde a Roma nell’anno 590, quando Gregorio della famiglia senatoriale della gens Anicia, fu eletto Papa con il nome di Gregorio I (540-604).
L’Italia era sconvolta da malattie, carestie, disordini sociali e dall’onda devastatrice dei Longobardi. Tra il 589 e il 590, una violenta epidemia di peste, la terribile luesinguinaria, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore nella penisola e si era abbattuta sulla città di Roma. I cittadini romani interpretarono questa epidemia come un castigo divino per la corruzione della città. La prima vittima mietuta a Roma dalla peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio 590 e fu sepolto in San Pietro. Il clero e il senato romano elessero come suo successore Gregorio che, dopo essere stato praefectus urbis, viveva nella sua cella monacale sul monte Celio. Dopo essere stato consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio degli abitanti di Ninive: «Guardatevi intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza neppure potere pensare alla penitenza».
Il Papa esortò quindi a sollevare lo sguardo a Dio, il quale permette tali tremendi castighi al fine di correggere i suoi figliuoli e, per placare la collera divina, ordinò una «litania settiforme», cioè una processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il sesso, l’età e la condizione. La processione mosse dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. I sette cortei muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento, il capo coperto di cenere. Mentre la moltitudine percorreva la città, immersa in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che, nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Ma Gregorio non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa Maria Maggiore e dipinta dall’evangelista san Luca (Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1, in Opera omnia, a cura di J.P. Migne, Parigi 1849 p. 528).
La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che la sacra immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida ed i miasmi della peste si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti al ponte che unisce la città al Mausoleo di Adriano, conosciuto nel Medioevo come Castellum Crescentii, quando improvvisamente si udì un coro di angeli che cantavano: «Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!». Gregorio rispose ad alta voce: «Ora pro nobis rogamus, Alleluja!». Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto, gli Angeli si disposero in cerchio intorno al quadro della Madonna e Gregorio, alzando gli occhi, vide sulla sommità del Castello un Angelo che, dopo avere asciugato la spada grondante di sangue, la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo. «Tunc Gregorius vidi super Castrum Crescentii angelum Domini qui glaudium cruentatum detergens in vagina revocabat: intellexit que Gregorius quod pestisilla cessasset et sic factum est. Unde et castrum illud castrum Angeli deinceps vocatum est». Comprese Gregorio che la peste era finita e così avvenne: e quel castello fu d’allora in poi chiamato il Castello dell’Angelo (Iacopo da Varazze, Legenda aurea, Edizione critica a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998, p. 90).
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Papa Gregorio I fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa, ed entrò nella storia con l’appellativo di “Magno”. Dopo la sua morte i romani cominciarono a chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in atto di rinfoderare la spada. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una pietra circolare con le impronte dei piedi che, secondo la tradizione, sarebbero state lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine della peste. Anche il cardinale Cesare Baronio (1538-1697), considerato per il rigore della sua ricerca uno dei più grandi storici della Chiesa, conferma l’apparizione dell’Angelo alla sommità del castello (Odorico Ranaldi, Annali ecclesiastici tratti da quelli del cardinal Baronio, anno 590, Appresso Vitale Mascardi, Roma 1643, pp. 175-176).
Osserviamo solo che se l’Angelo, grazie all’appello di san Gregorio, rinfoderò la spada, vuol dire che essa era stata prima sguainata per punire i peccati del popolo romano. Gli Angeli sono infatti gli esecutori dei castighi divini dei popoli, come ci ricorda la drammatica visione del Terzo segreto di Fatima, esortandoci al pentimento: «un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!».
La diffusione del Coronavirus ha un qualche rapporto con la visione del Terzo Segreto? Il futuro ce lo dirà. Ma l’appello alla penitenza resta la prima urgenza della nostra epoca e il primo rimedio per assicurarci la nostra salvezza, nel tempo e nell’eternità. Le parole di san Gregorio Magno devono risuonare ancora nei nostri cuori: «Cosa diremo degli avvenimenti terribili di cui siamo testimoni se non che sono preannunci dell’ira futura? Pensate dunque fratelli carissimi, con estrema attenzione a quel giorno, correggete la vostra vita, mutate i vostri costumi, sconfiggete con tutta la vostra forza le tentazioni del male, punite con le lacrime i peccati compiuti» (Omelia prima sui Vangeli, in Il Tempo di Natale nella Roma di Gregorio Magno, Acqua Pia Antica Marcia, Roma 2008, pp. 176-177).
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È di queste parole, non del sogno dell’Amazzonia felix, che avrebbe oggi bisogno la Chiesa, che appare oggi come la descriveva san Gregorio ai suoi tempi: «Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio (Registrum I, 4 ad Ioann. episcop. Constantinop.)». Ma allora la Divina Provvidenza suscitò un nocchiero che, come afferma san Pio X, «tra l’imperversare dei marosi seppe non solo toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future» (Enciclica Jucunda sane del 12 marzo 1904).