Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 27 maggio 2018

Contro il neo-arianesimo, la Festa della SS. Trinità

Nei periodi di crisi della Chiesa, l'antica eresia di Ario, negatrice della Divinità del Verbo, riemerge. Tutte le eresie, del resto, convergono sempre verso la II Persona della SS. Trinità. Per questo, oggi assistiamo ad un risorgente neo-arianesimo, che presenta sottilmente Cristo come uomo di Nazareth, per quanto eccelso, ma solo uomo, che, per i meriti acquisiti, è stato "divinizzato" dal Padre. Non deve meravigliare, dunque, se, in questo contesto, si tenda a rivalutare la persona di Ario (e di altri eresiarchi) e le sue tesi blasfeme.
Tanto per intenderci, tra i "guru" della neo-chiesa, che ispira molti suoi "pastori", possiamo senz'altro annoverare il sig. Enzo Bianchi, che, alcuni anni fa, ebbe modo di sostenere: "Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità" (Avvenire, 4.3.2012. V. qui).
Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente), il Cristo non sarebbe il Figlio di Dio, Coeterno e Consustanziale al Padre ed allo Spirito Santo, e, quindi, la II Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratterebbe proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura, ridotto a simbolo dell'etica sociale politically correct (cfr. Antonio Livi, Falsi profeti, in Libertà e persona, 17.3.2012; Ecco "la chiesa  del futuro" che vogliamo, in Cultura cattolica, 11.9.2015; Luigi Amicone, Perdoni il disturbo Santità, ma Enzo Bianchi è cattolico?, in Tempi, 12.9.2015; Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano, in Almeno il Cielo si sta aprendo, 20.9.2015).
L'eresia ariana del Bianchi appare ancor più chiara in un'altra occasione:
"Gesù era uomo, totalmente uomo, e questo in effetti si può dire anche degli altri profeti, da Isaia a Ezechiele. ... . Perché abbisogna pensare un Dio che si faccia uomo, attraverso Gesù? Forse ti stupirò, ma accetto questa tua obiezione. Non abbisogna necessariamente. Tanto è vero che la fede ebraica si è mantenuta, il cristianesimo non l’ha annullata. Noi cristiani proviamo la necessità di alzare il velo sulla relazione misteriosa che congiunge l’uomo a Dio, e raccontarci Dio attraverso l’esperienza medesima della carne umana. Ma non è vero che senza Cristo, cade Dio" (Gad Lerner, Il Natale: ma è nato un uomo o un Dio? Intervista a Enzo Bianchi, in La Repubblica, 24.12.2010). 
Pure di recente, il ragionier Bianchi ha sostenuto tali tesi fondate sul neo-arianesimo, parlando - a quanto risulta - al clero di Palermo, invitato dall'arcivescovo Lorefice (cfr. Leonardo Ricotta, Il menù della neo-chiesa: da Lutero ad Ario, in Centro culturale cattolico "Il faro", 22.3.2017), riscuotendo ampi consensi nel clero ignorante. 
Nell'odierna festa della SS. Trinità, perciò, non possiamo che ribadire con forza con Gesù Cristo è la II Persona della SS. Trinità, Coeterno e Consustanziale al Padre, Dio pur'egli, e non semplicemente divinizzato.






Carlo Dolci, SS. Trinità in gloria, 1658-63, Rhode Island School of Design Museum of Art,  Providence


sabato 20 febbraio 2016

martedì 29 luglio 2014

Il New York Times smonta la ricostruzione del card. Kasper

Douthat, columnist del Nyt, fa a pezzi la dottrina Kasper sul divorzio

Altro che proposte blande e misericordia: “La posta teologica in palio”, contrasta con il “tradizionale insegnamento”


“Per ragioni teologiche, sociologiche e semplicemente logiche, ammettere i risposati alla comunione ha la potenzialità di trasformare non solo l’insegnamento cattolico e la vita cattolica, ma il modo stesso in cui viene percepita la chiesa. Questa è la vera posta in palio; questi sono i termini sui quali è necessario dibattere”. A parlare non è un tradizionalista della lefebvriana Econe, bensì è il columnist del liberal New York Times, il cattolico Ross Douthat. Lascia da parte, Douthat, le dotte argomentazioni storiche e teologiche – per questo, dice, basta e avanza quanto ha scritto “il gruppo dei domenicani americani” sulla rivista Nova et Vetera (cfr. il Foglio 24/7), e si sofferma sulle frasi contenute nell’intervista concessa lo scorso maggio dal cardinale Walter Kasper a Commonweal. In quella circostanza, il porporato tedesco insisteva sulla necessità di trovare una via tra il “rigorismo e il lassismo” che concedesse una seconda possibilità ai divorziati risposati desiderosi di accedere all’eucaristia.
“Se un divorziato risposato è realmente dispiaciuto per il fallimento del proprio matrimonio”, notava Kasper, “possiamo noi rifiutare il sacramento della confessione e della comunione, dopo un periodo di penitenza?”. Di mezzo ci sono i bambini, che non crescerebbero come buoni cristiani se non vedessero i propri genitori andare a messa e comunicarsi come si dovrebbe. Pazienza se Müller e altri eminentissimi teologi hanno ricordato che non sta scritto da nessuna parte che ricevere la comunione è un obbligo. Se a ricevere l’ostia non ci vanno mamma e papà, non ci andranno neppure i figli, è la tesi. Per Douthat, si tratta di considerazioni dove “la posta teologica in palio e il potenziale conflitto con il tradizionale insegnamento della chiesa sono minimizzati e/o spazzati via”. Kasper parte dal presupposto che si sta parlando di una eccezione che in alcun modo minaccerebbe la regola fondata sul Vangelo. Andando a scavare dietro le frasi, però, il quadro che emerge è un altro: “Ciò che Kasper propone differisce dallo scenario in cui un sacerdote, a titolo personale, può decidere di propria iniziativa di dare la comunione a un risposato. Questa possibilità esiste già”, dice Douthat, sottolineando che ben altra cosa è ciò che raccomanda Kasper: non si tratta di concedere “un certo grado di tolleranza per chi ha deviato dalla regola, bensì di dare il permesso formale di abbandonare tale regola”. Il tutto garantito “da un organo ufficiale della chiesa, con un imprimatur papale”, cui (tutti) i sacerdoti sarebbero costretti ad adeguarsi.
Il teologo tedesco assicura che si tratterebbe d’un percorso stretto, riservato a “piccoli settori di divorziati risposati interessati ai sacramenti”. Non di certo alle “grandi masse”, né  si potrebbe parlare di una “soluzione generale”. E chi lo dice che sarà così?, si domanda Douthat; quali strumenti ha, Kasper, per dire che il percorso sarà limitato, a numero chiuso? Semmai, scrive il columnist del New York Times, è più logico aspettarsi che la soluzione sia “estesa alle grandi masse in tempi abbastanza rapidi”, con tutto quello che ne consegue.
Basti ricordare che la chiesa ha già una procedura che regolamenta tali situazioni, il processo di nullità matrimoniale, “limitato alle persone che hanno un forte interesse nel ricevere i sacramenti dopo aver divorziato ed essersi risposati”. Si supponga – prosegue – che accanto a questa procedura se ne istituisca un’altra, più rapida. Senza scartoffie e tribunali di mezzo. La conseguenza, inevitabile, è che molti smetterebbero di seguire la via canonica, preferendo la soluzione più facile: “Con la proposta di Kasper, è vero che i secondi matrimoni non sarebbero benedetti dalla chiesa, ma ci sarebbero molte persone che direbbero ‘bene, ora no, ma forse un giorno, chi lo sa’. Io farei così”, ammette Douthat. E alla fine, la stragrande maggioranza dei divorziati risposati interessati a ricevere i sacramenti, busserebbe alle porte delle chiese per farsi dare la comunione. Certo, “i sacerdoti potrebbero studiare attentamente ogni caso, potrebbero limitare il numero di persone da ammettere a questo percorso”. Ma è più probabile, nota ancora nel suo blog sul New York Times, che si assisterebbe a una “rapida normalizzazione del nuovo approccio. Naturalmente non in ogni parrocchia o diocesi, ma in un numero abbastanza rilevante da stabilire un nuovo modello, una norma diffusa e generalmente accettata”. E il risultato sarebbe solo uno: “Quasi tutti i divorziati risposati potrebbero ragionevolmente aspettarsi di avere la possibilità di risposarsi e riaccostarsi all’eucaristia con la formale benedizione della chiesa”. Questo rafforzerebbe, come dice Kasper, l’attaccamento alla chiesa di molti cattolici. I bambini vedrebbero i loro genitori confessarsi e comunicarsi. Ma – scrive Douthat – “penserebbero che la loro chiesa, alla fine, non ritiene indissolubile il matrimonio, o che le parole di Gesù sulla questione non sono vincolanti, come il cattolicesimo ha fino a oggi creduto e insegnato”.
E poi, per quale motivo si pensa a regolare il secondo matrimonio e non “i matrimoni poligami, dove i bambini sono ugualmente coinvolti?”. Certo, prosegue il columnist, la poligamia non è tra le questioni più impellenti nella Germania di Kasper. Ma lo è in Africa, il principale campo d’azione missionaria della chiesa e dove la definizione stessa di matrimonio “è violentemente contestata, non tra cristianesimo e liberalismo, ma tra cristianesimo e islam”. C’è qualcosa, nella proposta di Kasper, “che implicherebbe la necessità di una soluzione simile nelle unioni poligame? Se la chiesa non chiede l’eroismo dei cattolici risposati nei paesi ricchi, come può prendere una dura posizione contro la poligamia?”. Douthat non si fa illusioni, sa “che nella visione di molti, la chiesa cattolica necessita disperatamente di evolversi lungo la linea della modernità sessuale”. Una cosa, però, è altrettanto certa: “La proposta-Kasper non è una piccola modifica alla disciplina cattolica: è un cambiamento profondo, un’alterazione da cui deriverebbero conseguenze ancora più vaste”.

I ribaldi di Melk

Un articolo interessante ed intelligente del giovane Matteo Matzuzzi, autore arguto e graffiante, il quale mostra, con lo stile che gli è proprio, come, in certi ambienti ecclesiastici, un tempo tanto gloriosi, ricchi di storia e testimonianze d'arte e di fede, si siano insediati personaggi assai dubbi. 

È il nuovo corso di una Chiesa "povera". Di spirito. Non di denaro, se fosse accertato che, per gli "esercizi spirituali", di quattro giorni, sia stato riconosciuto un "rimborso spese" di ottomila euro al predicatore, un ex sacerdote, ridotto allo stato laicale, per le sue idee poco ortodosse.

Non diventi la "Chiesa povera" un pretesto per ridurla in "povera Chiesa", ovvero un espediente per spogliare il convento e l'altare e per rivestire i monaci o assecondare certe tendenze degenerative ... .


I ribaldi di Melk


L’abate ultra progressista affida gli esercizi spirituali dei monaci a un teologo sconfessato da Ratzinger e spretato da Wojtyla


Eugen Drewermann, 74 anni, da nove fuori dalla chiesa cattolica. Oracolo vivente per la galassia di riformatori borderline che sognano una chiesa dove tutto è più o meno lecito

Per festeggiare il suo sessantacinquesimo compleanno, nove anni fa, aveva salutato più o meno gentilmente la chiesa cattolica. Per sempre. Addio e a mai più arrivederci, aveva detto Eugen Drewermann, prete spretato, sospeso, cacciato e oracolo vivente per tutta quella galassia di riformatori borderline che sognano una chiesa dove tutto è più o meno lecito e dove – magari – si mette perfino in dubbio la parola di Gesù Cristo, cioè dell’unigenito figlio di Dio nato dal Padre prima di tutti i secoli. Tornato ai suoi studi e alle teorie naïf che negli anni Ottanta fecero strabuzzare gli occhi perfino al Joseph Ratzinger prefetto supremo della congregazione per la Dottrina della fede, Drewermann ha fatto nuovamente parlare di sé nella fatata cornice dell’abbazia di Sankt Lambrecht, un punto immerso nel verde dei boschi della Stiria, nell’Austria profonda e silenziosa. Lì il prete non più prete ha tenuto dal 29 giugno al 2 luglio scorso gli esercizi spirituali a due comunità di monaci benedettini, quella locale e quella ben più celebre di Melk, resa immortale nella letteratura dall’Adso protagonista-narratore del “Nome della Rosa”. 
E’ stato l’abate in persona, l’inflessibile dom Georg Wilfinger, riconfermato dal Capitolo pochi mesi fa per l’ennesimo mandato, a invitare Drewermann perché guidasse le meditazioni della comunità. E pazienza se il suo profilo non sia proprio in linea con l’ortodossia cattolica, se per lui “la convinzione che Gesù abbia fondato una chiesa è grottesca, visto che Cristo non era né cattolico né protestante”. Perfino qualche monaco, tra una lectio divina e una compieta, ha osato far presente al padre abate che forse era meglio lasciar perdere, che non era il caso di invitare a predicare un tipo con idee siffatte. Suppliche messe a tacere in modo tutt’altro che bonario, raccontano per quanto possono benedettini nostalgici degli antichi fasti della millenaria Melk, che con i suoi stucchi e i suoi ori, con i suoi canti in gregoriano innalzati tra le volute d’incenso suscitava impressione a ogni visitatore ricco o povero, portato a contemplare in tutta la sua grandezza il mistero e la gloria divina. Niente da fare, ha risposto Wilfinger, che qualcuno tra i suoi confratelli reputa un po’ troppo mondano per guidare un’istituzione così importante come l’antica abbazia della Bassa Austria fondata nel 1089 dal margravio Leopoldo II: semel abbas semper abbas, un abate è per sempre. Lo dice la Regola, quella di san Benedetto. La croce dorata – che lui rifiuta, preferendone una in pesante ferro battuto – ce l’ho solo io e qui comando io. E così è stato.
Con dom Wilfinger è meglio non discutere, si accalora subito e fa valere l’autorità. In passato s’è messo contro il vescovo di St. Pölten e perfino contro l’eminentissimo principe Christoph von Schönborn, arcivescovo della Vienna cattolica che vende le chiese ormai vuote agli ortodossi e che non sa come tirare avanti. Colpevoli, tutti, di essere troppo fedeli al Magistero romano, di limitare la libertà individuale dei sacerdoti e di essere incapaci di trovare la propria via. Pericolosi reazionari, dunque, che si permettono di giudicare quel povero monaco di Melk che vivrebbe – dicono i bene informati – con una compagna nelle celle dell’abbazia, con tanto di intima alcova riservata. Non è un caso che il padre abate sia un idolo per tutto quel mondo – confuso ma di dimensioni non irrilevanti – che pressa Roma non solo per aggiornare allo Zeitgeist, lo spirito del tempo, l’insegnamento cattolico in fatto di morale, bensì per ribaltarlo, cambiando la dottrina a seconda delle comprensibili mutate esigenze della contemporaneità.
L’imbarazzo tra la comunità ha però continuato a serpeggiare, tanto che qualcuno ha fatto sapere all’esterno che lì dentro a sermoneggiare c’era proprio Drewermann. E l’abbazia prima negava, poi si trincerava dietro il rituale no comment e alla fine confermava. Con orgoglio, smentendo però che all’ospite dell’abate fosse stata corrisposta la cifra di ottomila euro per le quattro giornate di esercizi spirituali: pagate solo le spese di viaggio, assicurano a Melk. Indignato per le polemiche s’è detto padre Jeremia Eisenbauer, tra le guest star della Pfarrerinitiative, l’appello alla disobbedienza da tempo lanciato da Helmut Schüller e da qualche centinaio di parroci austriaci dissidenti e disobbedienti, desiderosi di musealizzare il celibato sacerdotale come anticaglia superata, al pari dei flabelli, della tiara papale e della sedia gestatoria. Eisenbauer, che con l’abate di Melk condivide una più che originale linea pastorale, ha confermato tutto, dal principio alla fine, dall’alfa all’omega: Drewermann è stato a Melk, ha predicato ai monaci, ha illustrato i suoi pensieri. Qualche fedele s’è detto indignato? Il vescovo è stato allertato e messo sul chi va là? La scure della Roma-nuova-Babilonia è già pronta a tagliare teste? E chi se ne importa: “Non ci fanno paura, non siamo una scuola materna e non prendiamo ordini da nessuno; nessuno ci può dire chi invitare e chi no”, ha chiarito padre Jeremia ai media tedeschi. E poi, ha detto ancora, anche “i monaci più anziani, inizialmente scettici, alla fine erano eccitati” per l’esperienza vissuta con Drewermann.
Qualcuno, chi può dirlo, forse s’è pure convertito all’idea che la verginità di Maria, definita per l’appunto Vergine e Madre di Dio, sia una favola, un mito orientale (forse egizio) da cui avrebbero preso spunto Luca e Matteo per i loro Vangeli. Dopotutto, la psicologia del profondo junghiana – vera ispirazione per l’ospite dell’abate Wilfinger – è sensibile a quanto teorizzavano i teosofi ottocenteschi, e cioè l’unità tra i miti antichi e i racconti cristiani, da cui dipenderebbero. Che il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria sia verità di fede, poco importa, a quanto pare. “Nelle tradizioni dei popoli si racconta continuamente di nascite verginali e di figli di Dio che vengono dal Cielo”, osservava Drewermann tempo fa. Insomma, questa Maria immacolata e sempre vergine alla fine è diventata una sorta di mito, idealizzata nei suoi manti dorati.
Se padre Jeremia, rimanda al mittente le critiche, qualche cattolico austriaco ancora non ammorbato dalle iniziative dei preti ribelli pronti alle nozze ha però preso carta e penna e ha scritto una lettera di protesta con un unico destinatario: il Palazzo del Sant’Uffizio, e in particolare l’ufficio dove siede e lavora il cardinale prefetto Gerhard Ludwig Müller, colui che il teologo Hans Küng definì una “disgrazia” non appena dal Vaticano fecero sapere al mondo che Benedetto XVI aveva scelto il vescovo di Ratisbona come successore dell’americano William Levada. Una visita a Melk, forse, sarebbe opportuna, scrivono i fedeli al cardinale prefetto. Anche perché, si lascia scappare qualche monaco, il professor Drewermann avrebbe anche celebrato la messa. Nonostante tutte le reprimende, gli avvertimenti e le condanne che gli pendono sulla testa. Nonostante, soprattutto, lui prete non lo sia più. Nel 1991 fu privato, dall’allora vescovo di Paderborn, della licenza per l’insegnamento di Teologia presso il locale seminario (incarico che deteneva dal 1979). L’anno dopo fu sospeso a divinis, quindi ridotto allo stato laicale. Già nel 1986 le tesi dell’allora padre Drewermann – che è anche psicoterapeuta assai apprezzato nel mondo mitteleuropeo, dove ha pubblicato una settantina di libri – furono portate all’attenzione del cardinale Ratzinger, che dopo aver letto la summa del pensiero del professore psicoterapeuta, scrisse preoccupato al vescovo di Paderborn, il futuro cardinale Johannes Joachim Degenhardt, chiedendogli di indagare.
In effetti, Ratzinger aveva più d’un motivo per interessarsi al caso-Drewermann, visto che già allora il sacerdote psicoterapeuta lanciava strali contro la chiesa cattolica incapace – a suo dire – di entrare in contatto con il disagio spirituale delle persone: “Per me sono centrali anche il mantenimento della pace, la difesa dell’ambiente e degli animali. Il pacifismo, il vegetarianesimo e una relativizzazione dei diritti dell’Homo sapiens rispetto alla sopravvivenza degli animali non sono mai stati presi sul serio dalla chiesa”, avrebbe confermato molti anni dopo quel primo confronto ideale con il futuro Benedetto XVI.
A tagliare irrimediabilmente il legame tra lo psicoterapeuta e Roma fu la sua opera più nota, “Funzionari di Dio: psicogramma di un ideale” seicentosessantaquattro pagine che si ripromettono di far luce sulla formazione e le funzioni sacerdotali alla luce della psicologia del profondo. La tesi è che chi va in Seminario lo fa per fuggire la propria sessualità, cercando rifugio nell’odiato apparato-chiesa, ridotto a una sorta di nido. Pieno d’insidie però, visto che determinerebbe nei sacerdoti novelli una nevrosi dovuta allo studio indefesso matto e disperatissimo degli elementi fondamentali della dottrina cattolica. Tutta roba che sarebbe da eliminare, scrive l’autore.
“E’ grave – diceva qualche anno fa in un’intervista al periodico tedesco Publik-Forum e ripresa a suo tempo dall’agenzia Adista – la schizofrenia che il dogma ecclesiale provoca consapevolmente”, e cioè “che l’interpretazione della Bibbia e dei contenuti della fede cristiana non deve essere fatta a livello simbolico, ma soltanto ideologico, nel senso di dogmi oggettivi o fatti storici”. E poi, spiegava ancora Drewermann, fa ridere e sconcerta che “l’illuminismo filosofico del XVIII secolo” non abbia ancora raggiunto Roma, il Vaticano, la chiesa cattolica. A dire il vero, non l’ha raggiunto neppure l’illuminismo psicologico.
Basti guardare al fenomeno degli esorcismi, ai moniti sulla presenza del male, del Diavolo tentatore, principe di questo mondo e così spesso citato anche dal Papa Francesco. Superstizioni da Medioevo e nulla più: “Solo sotto il pontificato di Givanni Paolo II, in Vaticano hanno avuto luogo trentamila esorcismi. Come si può leggere il messaggio di Gesù in modo terapeutico, se la psicologia delle persone diventa una demonologia della carne? Così non si rende giustizia alla Bibbia e alla fede”. Bibbia che, tra l’altro, in nome della esegesi moderna, sarebbe più o meno un insieme di simboli anziché un racconto storico. Alla fine, osserva Drewermann, “non rimane che una scelta: o credere in modo ingenuo e conforme al sistema, o scivolare in modo illuminato nell’incredulità”. Il fatto è che la chiesa romana altro non vuole che “la superstizione, l’alienazione, l’arrendevolezza, la dipendenza”. Per meglio manipolare i fedeli, gli adepti, naturalmente, visto che “le richieste di Gesù si trovano in un rapporto grottesco rispetto al comportamento della chiesa romana”. E poi, “è un errore totale delegare la soggettività, che appartiene alla fede, a determinate formule e riti della chiesa”.
Una via di salvezza per il cattolicesimo ci sarebbe, però. Basterebbe prendere spunto da Lutero: “Per diventare cristiana, Roma deve imparare ad assimilare le richieste della Riforma”. Concilii, sinodi, assemblee lasciano il tempo che trovano, spiega Drewermann: “C’è stata solo una Riforma, quella del 1517. Tre anni dopo, il riformatore Lutero si recò alla dieta di Worms e dichiarò: ‘Io sto qui come persona, e dico quello che vedo, penso, sento e credo’. Punto! Così iniziano le riforme. Non organizzando maggioranze. Non vi è alcun cristianesimo senza la libertà della vita individuale! Il mio problema è che nessuno può aspettare che un’autorità romana gli consenta o meno di vivere la sua vita”. Di mezzo, ça va sans dire, la questione del celibato sacerdotale: “Che uno si debba separare o no o che sposi un’altra donna non può dipendere dalla capacità di comprensione di Roma. Deve saperlo da sé”. Si comprende bene, allora, perché i primi a scendere in piazza contro la sua sospensione a divinis e conseguente riduzione allo stato laicale siano stati gli aderenti al movimento transnazionale progressista “Noi siamo chiesa”, capeggiato da Martha Heizer, la professoressa in pensione di Innsbruck recentemente scomunicata assieme al marito perché rea d’aver celebrato messa nel proprio salotto, tra credenze e divani, davanti a un pubblico di compaesani commosso dall’evento. Per difendersi dalla scomunica, Heizer ha fatto sapere che alle sue messe partecipava pure il vecchio parroco. Naturalmente, essendo defunto, non può confermarlo.
Follie, direbbe il Drewermann che detesta i dogmi e dice d’avere “comprensione per chi fa la comunione anche se ufficialmente non potrebbe”. Lui però non ha ceduto, non s’è accostato al sacramento dopo le punizioni romane. Non per intima convinzione, sia chiaro, ma solo perché “ero un personaggio pubblico di questa chiesa” e “in qualche modo dovevo prendere sul serio questo sistema chiesa”. E l’addio al cattolicesimo come regalo che s’è fatto per il sessantacinquesimo compleanno? “Quella è stata una notifica di pensionamento. Per ricevere la mia miserabile pensione, ho dovuto sottoscrivere una dichiarazione, in cui affermavo che non avrei mai più esercitato il mio sacerdozio. E così io adesso non dovrò mai più rappresentare ciò in cui non mi sento più rappresentato. Vorrei questa libertà per ciascuno”. Anche la libertà, magari, di valutare l’emigrazione in altri lidi confessionali più consoni alle proprie inclinazioni: “Gli evangelici? Affermano molte cose che per me sono essenziali, a cominciare dal riconoscimento dell’assoluta necessità della grazia per tutte le questioni di morale e giustizia”. Alla fine, però, neanche lì Drewermann ha trovato l’habitat ideale per le sue ricerche e meditazioni: “E’ semplice essere membri di una istituzione, ma diventare cristiani è qualcosa d’altro”.