Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 25 maggio 2016

Elogio di S. Gregorio VII e delle prerogative del sacerdozio cattolico

Rilanciamo, con lievi modifiche ed integrazioni, un bell'elogio di San Gregorio VII, che abbiamo reperito sul profilo Facebook di Radiospada e che tesse le lodi delle prerogative del sacerdozio cattolico e della potestà papale per divina disposizione.




Matteo Rosselli, Matilde di Canossa riaccompagna il Papa a Roma, 1618 circa, Sala delle udienze di Maria Maddalena d'Austria,  Villa Medicea del Poggio Imperiale

Gianlorenzo Bernini, Enrico IV si umilia dinanzi a S. Gregorio VII a Canossa, Tomba di Matilde di Canossa detta Onore e Gloria d'Italia, 1645 circa, Basilica di san Pietro, Città del Vaticano, Roma

È sacrosanto ricordare San Gregorio VII, papa, acerrimo difensore delle prerogative e della libertà della Santa Sede nei confronti delle ingerenze degli imperatori di Germania.
Fu collaboratore dello sfortunato Gregorio VI e dei grandi papi “riformatori” di quel periodo, San Leone IX, Vittore II, Stefano IX dei Conti di Lorena, Niccolò II, Alessandro II.
contro le gravi ingerenze dell’incostante e feroce Enrico IV nelle investiture ecclesiastiche, fu costretto ad usare la pienezza del potere papale deponendolo dalla carica imperiale.
Ritornato imperatore dopo la penitenza di Canossa, Enrico continuò a perseguitare il Santo Papa, costringendolo infine a Salerno dove morì nel 1085.
Se Innocenzo III, Innocenzo IV e Bonifacio VIII sono la triplice cuspide del Pontificato medievale, San Gregorio è l’aureo basamento di questa cuspide.
La sua deposizione dell’imperatore non è un fatto meramente politico e storicizzabile, ma è una prerogativa intrinseca e permanente del papato (anche se non esercitata).
Come l’ottimo padre Vincent Davin scriveva nella sua Vita di San Gregorio VII nel 1863: “Forse l’indipendenza della regalità accanto all’indipendenza del Sacerdozio ? Ma ciò è il manicheismo sociale, è una duplice divinità che porta un caos peggiore che se non ve n’avesse alcuna. Datemi dei preti senza corpo, dei re senz’anima e bisognerà trovare dei sudditi così partiti: in tal caso io m’acquieterò” (Vincent Davin, San Gregorio Settimo, trad. it. (a cura di) Michele Bongini – Emilio Babbini, Federico Bencini Ed., Firenze, 1863, p. 251)
Quando in Messico si immolavano agli inizi del cinquecento più di ventimila vittime umane all’anno, il papato non poteva che rimettere nelle mani di Fernand Cortes la bandiera della croce e dirgli: “piantala nel mezzo di quell’inferno, a qualunque costo [quei regni hanno perso il diritto di governarsi]” (ibidem, p. 248). Quel che Gregorio VII fece in Germania per mezzo delle leggi divine ed umane, lo poteva fare anche altrove per mezzo delle sole leggi divine. San Pio V lo potrà fare contro la scismatica Elisabetta d’Inghilterra ed il beato Pio IX lo poté in Francia come in Messico, nella Svezia protestante come nella Cina barbara (ibidem, pp. 258-259). Sono i diritti eterni del sacerdozio, le prerogative costituzionali ed inalienabili della Chiesa (ibidem, p. 259)!
A tutti coloro che non lo amano e non l’amarono, a causa di ciò che egli ricorda, a tutti coloro che lo criticano, a tutti i suoi detrattori, ai cattolici ghibellini o guelfi timidi, dal suo gloriosissimo trono in paradiso san Gregorio VII può lecitamente dire “ci rivedremo a Canossa!”.
Sarà la “Canossa celeste” del giudizio finale od una più terrena?
Solo Dio lo sa.

lunedì 21 marzo 2016

L’alleanza dello spirituale e del temporale, lo spirito della cristianità nasce in monastero

Nell’odierna commemorazione di S. Benedetto, abate e confessore, stante il lunedì della Settimana Santa, rilancio questo breve contributo del compianto dom Calvet.




Il Sodoma, Il monaco Romano veste S. Benedetto, 1501-50, Abbazia Territoriale di Monte Oliveto Maggiore, Monte Oliveto

Il Sodoma, S. Benedetto ottiene abbondante farina con la quale sfama i suoi monaci, 1501-50, Abbazia Territoriale di Monte Oliveto Maggiore, Monte Oliveto

Filippo Napoletano, S. Benedetto riconosce e riceve Totila, re dei Goti, 1621, Basilica di S, Benedetto, Norcia

Philippe de Champaigne, L'angelo indica a S. Benedetto il luogo dove dovrà sorgere il monastero di Montecassino,1646 circa, Musée Carnavalet, Parigi

Philippe de Champaigne, S. Benedetto infrange la coppa avvelenata, 1638-43, Hermitage, San Pietroburgo

Ambito Philippe de Champaigne, Morte di S. Benedetto, XVII sec., collezione privata


Francisco de Zurbarán, S. Benedetto con la coppa di vino, 1640-45, The Metropolitan Museum of Art, New York

L’alleanza dello spirituale e del temporale, lo spirito della cristianità nasce in monastero. Attualissimo

di dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008)*

Due mesi fa, nella nostra ultima Lettre aux Amis du Monastère, mi ripromettevo di dirvi come una comunità monastica può operare in uno spirito di cristianità. Senza dubbio non si ricostituirà presto una civiltà cristiana, ma si possono costituire delle isole o dei fortini, come amava ricordare il compianto padre Roger-Thomas Calmel O.P. (1914-1975). Propongo sull’argomento alcuni fatti concreti che siano capaci d’illuminare la nostra riflessione.
Quando i primi monaci hanno fondato i loro monasteri nei paesi selvaggi dell’Europa, ciò che più tardi darà vita alla civiltà, essi hanno fatto tre cose: hanno coltivato la terra (un lavoro senza frode); hanno formato delle comunità fraterne, d’ispirazione familiare (in accordo con l’ordine naturale); hanno fatto salire il loro canto di lode a Dio, giorno e notte (ciò che li manteneva in contatto permanente con il loro fine soprannaturale). Il lavoro, la vita di famiglia, il canto liturgico: come si vede, si tratta di cose semplici e concrete, accordate alle aspirazioni naturali dello spirito umano. Allora “ha preso”, come si dice quando il fuoco si accende.
Vi è un inizio di cristianità ogni volta che qualcosa di santo e di rettificato esce dalla terra. Non si fabbricano dei valori di cristianità come non si fabbrica il grano che cresce; lo si coltiva, certo, lo si protegge, ma occorre anzitutto della buona terra e quel permesso divino composto da un accordo provvidenziale fra l’acqua, il sole e il lavoro degli uomini. Il radicamento benedettino ha dato vita all’Europa cristiana grazie a un’unione di fatti miracolosi che la storia registra sotto il nome di cause, ma che è in primo luogo un effetto interamente gratuito della grazia divina.
Questo accordo gratuito, indissolubile, fra la natura e la grazia, costituisce un primo principio. Lo spirito di cristianità eviterà di conseguenza ogni rivestimento, ogni difetto di esecuzione. Manifestare delle abitudini di pietà a detrimento delle virtù naturali, impostare una mistica senza ascesi, inventare dei gesti liturgici contrari alle leggi del sacro, comporre delle parole pie su dei cattivi cantici, pretendere d’incidere dei segni eterni su una materia friabile, sono degli imbrogli che presto o tardi finiranno per rivoltarsi contro l’uomo. Più che una mancanza di gusto, è una specie di menzogna, una grande disgrazia per le anime e per la civiltà.
Mille anni di cristianità mettono in discussione questa miserabile concezione della vita e testimoniano a favore di un’attenzione profonda, di un’immensa serietà nei confronti dell’ordine temporale. Il gusto della perfezione, la tenera sollecitudine con la quale si circondano le cose del tempo, sono sempre un segno di civiltà.
Gli hippy cercano l’evasione; i mistici cristiani piantano e costruiscono. Quando Dio ha deciso nel secolo XV di salvare il destino politico di una nazione cristiana, ha scelto una vergine e si è preso cura di farla istruire tramite la lunga mano di un arcangelo e di due santi del Paradiso. Ecco qualcosa che ci dovrebbe illuminare sull’eminente dignità dell’ordine temporale.
Quest’alleanza dello spirituale e del temporale, quest’articolazione dell’uno sull’altro, lo ritroviamo nella Regola di san Benedetto. La Regola, è vero, s’indirizza ai cercatori di Dio, alla ricerca di assoluto, ma lungi dallo spingerli a evadere dalla loro condizione di creature, essa si fonda anzitutto sulle semplici virtù naturali: la pietà filiale, la lealtà, la pazienza, l’ospitalità, l’amore del lavoro ben fatto, la vita in comunità con il suo corteo di esigenze, soprattutto l’umiltà e il mutuo supporto. È tutta un’educazione dell’uomo, preoccupato di ristabilire l’unità fra l’anima e il suo comportamento esteriore. Senza di essa non avremmo nemmeno l’idea di costruire con decenza una chiesa abbaziale, la cui architettura, nella purezza delle sue forme, sia come quella dei nostri antenati: un’immagine dell’anima e una predicazione silenziosa del mistero di Dio.

*Lettre aux Amis du Monastère, n. 27, 18 febbraio 1985, pp. 1-2, trad. it. di fr. Romualdo Ob.S.B.

sabato 28 novembre 2015

La ricetta per combattere il fanatismo islamico? Togliere i presepi ed i simboli cristiani

È assurdo ed irrazionale che, per fronteggiare l’impatto forte e violento dell’islam, che per sua natura è privo di una spiritualità e per questo è “di successo” (v. L’islam è senza spiritualità, in Il Foglio, 29.11.2015), alcune nazioni europee – quelle più coinvolte col terrorismo di matrice islamica e non solo (v. Islam e integrazione, dal Belgio un’idea nuova: «Vietare tutti i simboli religiosi», in Tempi, 26.11.2015) – e persino talune amministrazioni nostrane (v. la vicenda del preside di Rozzano, qui, qui, qui, qui, qui e qui) pensino bene non già di riaffermare con forza le proprie radici cristiane, bensì di indebolire ulteriormente il loro già fragile tessuto socio-culturale, mostrandosi debole. Ad un contenuto – di per sé inaccettabile – che si presenta forte e coeso, cosa si giustappone? Il nulla. Il vuoto. E questo senza alcun senso di vergogna e di ritegno (cfr. R. Casadei, Nulla contro nulla. O dell’impossibilità di opporsi a un nemico che non sappiamo nemmeno chiamare per nome, in Tempi, 28.11.2015). Si tratta di un ennesimo inchino, come ha affermato Mauro Zanon su Il Foglio del 26.11.2015. In fondo il laicismo è il miglior alleato del fanatismo islamico, come ricorda Leone Grotti su Tempi, 24.11.2015! La riprova? Il noto autore - ateo - Michel Onfray, famoso per il suo Trattato di ateologia, nel quale critica in maniera il Cristianesimo ed i suoi simboli, non pubblicherà in Francia, bensì all’estero, il suo prossimo testo, annunciato per il 2016, di forte critica alla fede di Maometto, Penser l’islam, convinto così di favorire un dibattito sereno su quella religione (v. La Francia scopre il terrore di criticare l’islam, in Il Foglio, 28.11.2015). Per il noto filosofo libertario, dunque, il Cristianesimo si può criticare, pure con toni aspri e sopra le righe, mentre l’Islam no. Anzi, in Francia si pensa - ingenuamente - di “educare” questa religione ai “valori” (o sedicenti tali) “occidentali”, che non sono quelli cristiani ovviamente (v. In Francia arriva il vademecum per gli imam, in Il Foglio, 28.11.2015).
Come abbiamo lamentato già in altre occasioni, quest’indebolimento non sarà scevro di conseguenze! Come osserva un attento nostro amico, “Una classe dirigente miope ed ottusa ha trascinato il vecchio continente nella sfida ciclopica dell’immigrazione di massa proprio nel momento di maggior debolezza, dopo aver ottenuto l’espulsione dalla società di quegli anticorpi rappresentati dalle peculiarità culturali che costituiscono, al contrario, la marcia in più dei nuovi arrivati. Proprio in trincee interculturali ..., gli ultimi scampoli di gloria dello stile di vita occidentale subentrato agli autoctoni valori millenari, improntato sull’edonismo e sul libertinismo e che trova nell’“Imagine” di Lennon (no religion too) il suo inno più efficace, rischiano di soccombere di fronte alla prorompente vitalità del modello esistenziale testimoniato dagli immigrati islamici. Solo l’apertura immediata di una stagione di risveglio spirituale e di riscoperta delle proprie radici originarie, sulla linea di quanto avvenuto in Russia dopo lo sbriciolamento dell’Urss, potrebbe impedire all’Europa un prevedibile processo di conformazione culturale a questo modello” (così N. Spuntoni, Il vicino di casa islamico: pungolo o spauracchio?, Opinione pubblica, 27.11.2015). 

I sindaci francesi si rivoltano contro il divieto di esporre il presepe in municipio

di Ivan Francese

Tre primi cittadini del Front National rifiutano di rimuovere la Natività dai propri Comuni: “Non è censurando le nostre radici che si difende la laicità”.


Il fondamentalismo religioso e il terrorismo si combattono davvero censurando la propria identità e le proprie radici? Secondo una certa tradizione francese, apparentemente sì.
Nella Francia ancora scossa dagli attentati del 13 novembre scorso, fa discutere il gesto di tre sindaci del Front National, che si sono opposti al diktat dell’Associazione nazionale dei sindaci (l’equivalente della nostra Anci) che voleva imporre loro la rimozione del presepe da tutti i municipi del Paese.
I tre primi cittadini, che per amor di cronaca governano i Comuni di Cogolin, Fréjus e Luc-en-Provence, hanno preso carta e penna e scritto una lettera di protesta con cui annunciano le proprie dimissioni dall’associazione: “Protestiamo contro l’abbandono di tutte le nostre tradizioni e delle nostre radici culturali - scrivono gli amministratori locali - Non desideriamo più prendere parte a un’associazione che, con il pretesto di difendere la laicità, calpesta cultura e tradizioni del nostro Paese.”
Il divieto all’esposizione del Presepe nei municipi scaturisce dalla pubblicazione di un “vademecum sulla laicità” promosso dall’Associazione nazionale dei sindaci francesi, che spiega di rifarsi alla famosa legge del 1905 sulla separazione tra le confessioni religiose e lo Stato. “Non si tratta di un diktat, ma di un vademecum - spiega la vicepresidente dell’associazione, Anès Lebrun - La stessa giurisprudenza francese è contraddittoria in materia, divisa tra chi ritiene che il presepe rappresenti una manifestazione del culto e chi lo intende come fenomeno esclusivamente culturale.”
Il Front National però, che pure è famoso per la propria difesa della laicità repubblicana, rigetta queste tesi come pretestuose: “A quanto il divieto delle processioni votive? - domanda polemico il movimento di Marine Le Pen - I rappresentanti del Front National difendono con fermezza il principio di laicità, ma non ignorano la storia. È incontestabile che il Cristianesimo sia un’espressione della cultura francese”.

Fonte: Il Giornale, 26.11.2015. Lo stesso articolo è anche su Il Timone.

domenica 22 novembre 2015

La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia. Cosa c'è da sapere su Cristo Universorum Rex


Riproponiamo quest’interessante contributo, pubblicato nel 2010 su Chiesa e postconcilio.
La liturgia tradizionale – che noi seguiamo - celebra Cristo Re dell’Universo l’ultima domenica di ottobre, per rimarcare – secondo le intenzioni di papa Pio XI, che la istituì – la regalità sociale del Divin Redentore, Re dei re e Signore dei signori. La liturgia riformata attuale ha, invece, confinato la festa all’ultima domenica dell’anno liturgico, attribuendole una valenza esclusivamente escatologica. Significativo è peraltro notare che nella liturgia delle ore riformate, compaia curiosamente nelle ore minori – a sottolineare il carattere solo escatologico della festa – l’inno del Dies Irae (scomparso dalla liturgia esequiale), sebbene frammentato. Con quest’operazione, da un lato, si è eliminato nella celebrazione dei defunti il richiamo ai Novissimi; dall’altro, nella festa di Cristo Re se n’è sottolineato il carattere meramente escatologico, privandolo del suo carattere anche sociale, come rimedio all’ateismo ed alla peste del laicismo.
Per cui, in quest’ottica può essere utile ribadire che le origini della festa di Cristo Re non sono quelle che la liturgia attuale vorrebbe imporre ai cattolici, in nome della “laicità”. L’intento di papa Ratti era ben altro! Era quello di additare ai popoli ed alle Nazioni la regalità di Cristo quale unico rimedio ai mali della modernità. Del resto, gli effetti del rifiuto di questa regalità sono ben evidenti sotto gli occhi di chiunque. Solo tornando a Cristo e riconoscendo, pure pubblicamente, quella regalità si potrà rimediare al disastro che incombe.
A questo riguardo possono tornare utili le parole di un grande e santo pontefice, san Pio X, che, nel 1910, contro gli errori del Sillon (il Solco) fondato in Francia nel 1902 – sulla scia di una precedente associazione, la Crypte, nata nel 1894 – da Marc Sangnier. Si trattava di un movimento analogo alla Democrazia Cristiana (che, originariamente, si chiamava Lega Democratica Nazionale) del sacerdote marchigiano apostata, modernista e scomunicato don Romolo Murri, che fu, peraltro, amico e collaboratore di don Luigi Sturzo. In questa Lettera Apostolica il Santo Pontefice ribadì la dottrina cattolica secondo la quale la società umana non può sostenersi se non si pone a sua base Dio e la Chiesa. Ricordava quel papa, inoltre, che non si tratterebbe di inventare qualcosa di nuovo e di mai esistito, giacché la società cristiana è esistita storicamente: «Non, Vénérables Frères - il faut rappeler énergiquement dans ces temps d’anarchie sociale et intellectuelle, où chacun se pose en docteur et législateur - on ne bâtira pas la cité autrement que Dieu ne l’a bâtie; on n’édifiera pas la société, si l’Église n’en jette les bases et ne dirige les travaux; non, la civilisation n’est plus à inventer ni la cité nouvelle à bâtir dans les nuées. Elle a été, elle est; c’est la civilisation chrétienne, c’est la cité catholique. Il ne s’agit que de l’instaurer et la restaurer sans cesse sur ses fondements naturels et divins contre les attaques toujours renaissantes de l’utopie malsaine, de la révolte et de l’impiété: omnia instaurare in Christo» (S. Pio X, Lett. Ap. Notre charge apostolique agli Arcivescovi e ai Vescovi francesi sulla concezione secolarizzata della democrazia, 25 agosto 1910, § 11).
Ecco la ricetta proposta da sempre: omnia instaurare in Christo, che era il motto anche del grande papa Sarto.
Solo restaurando, in Cristo, anche la res publica, potrà aversi la pace all’interno ed all’esterno delle Nazioni. Diversamente, il Redentore, che non può essere detronizzato, regnerà mediante la sua giustizia, abbandonando i popoli alle loro depravazioni ed ai loro istinti animaleschi. Del resto, anche la Vergine a Fatima l’aveva sottolineato nell’apparizione del 13 luglio 1917, dopo aver mostrato ai Tre Pastorelli l’Inferno, preannunciando, all’epoca, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale: «Se gli uomini non cesseranno di offendere Dio, scoppierà un’altra e più terribile guerra durante il Pontificato di Pio XI. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che e il grande segnale che Dio vi dà del fatto che si appresta a punire il mondo per i suoi delitti, per mezzo della guerra, della fame e di persecuzioni alla Chiesa e al santo Padre». Cosa direbbe oggi???
L’uomo dovrebbe imparare dagli errori del passato.
I giudei, dinanzi a Pilato, allorché questi pose dinanzi a loro Gesù o Barabba, preferirono il secondo, esclamando il drammatico Nolumus hunc regnare super nos (Luc. XIX, 14) e scacciando il loro Re al di fuori della Città Santa. Gli preferirono sciaguratamente Cesare: Non habemus Regem nisi Caesarem. Crucifige, crucifige eum! E cosa fece Cesare? Non passò quella generazione che Cesare distrusse Gerusalemme, il Tempio, sterminò molti giudei e disperse gli altri per il mondo, con la Diaspora. Ecco dunque gli effetti nefasti del rifiuto di quella regalità!

Cosa c'è da sapere su Cristo Universorum Rex

Nell’Ordinamento Liturgico riformato oggi si celebra Cristo Re.
Riproponiamo un testo da rivisitare per i lettori abituali e da meditare per i nuovi per meglio comprendere ciò che sta avvenendo della Tradizione, ma soprattutto della Regalità di Nostro Signore, universorum Rex = Re di tutti e di tutte le cose. E non soltanto genericamente Re dell’universo, come l’ha declassato la Festa di Cristo Re del NO, che indebolisce la dimensione storica, immanente del Regno...
Può essere interessante riprendere anche questo testo, ponendo attenzione all’Inno Te sæculórum Príncipem, e all’indicazione delle strofe inopinatamente soppresse (nel Mattutino e nelle Lodi) e quindi non più né pregate né meditate sui nuovi breviari... Poi dicono che non è cambiato nulla!

La festa di Cristo Re nella storia, 
nella liturgia, nella teologia

di Daniele Di Sorco

1. Uno spostamento apparentemente irrilevante.

Col motu proprio Summorum Pontificum il Papa Benedetto XVI ha definitivamente chiarito che il Messale romano tradizionale, detto di S. Pio V, non è mai stato abolito e che pertanto qualunque sacerdote può utilizzarlo nella sua integralità. La Pontificia Commissione Ecclesia Dei, in una risposta del 20 ottobre 2008, ha ribadito che “l’uso legittimo dei libri liturgici in vigore nel 1962 comprende il diritto di usare il calendario proprio dei medesimi libri liturgici”. Com’è noto, nel calendario universale del rito romano antico la festa di Cristo Re è assegnata all’ultima domenica di ottobre, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all’ultima domenica dell’anno liturgico.
Non mancano coloro che, in nome di una maggiore uniformità tra le “due forme dell’unico rito romano”, insistono per una revisione del calendario che garantisca per lo meno la coincidenza delle feste maggiori (revisione che de facto è stata già compiuta per il rito ambrosiano antico, non però de iure, visto che le norme del diritto richiedono per qualunque modifica liturgica, anche relativa a riti diversi dal romano, l’espressa approvazione della Santa Sede). I più, tuttavia, considerano questo spostamento della festa di Cristo Re come irrilevante: dopo tutto, la ricorrenza è rimasta, anche se leggermente modificata nel titolo (non più “Cristo Re” simpliciter, ma “Cristo Re dell’universo”), e il fatto che sia assegnata ad una data piuttosto che ad un’altra non ne altera la sostanza. Alcuni, sebbene legati al rito antico, giungono a preferire la scelta del nuovo calendario: la festa della regalità di Cristo, infatti, costituisce il perfetto coronamento dell’anno liturgico, mentre non si vede il motivo di collocarla in una posizione apparentemente priva di significato come la fine del mese di ottobre.
Di fronte a tanta variabilità di opinioni, cercheremo, in questo articolo, di ricostruire la genesi storica della festa di Cristo Re, di delinearne - per quanto ci è possibile, in qualità di non specialisti - la portata teologica, e infine di dimostrare perché, a nostro avviso, lo spostamento in questione è tutt’altro che irrilevante.

2. Istituzione della festa.

La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l’11 dicembre 1925 mediante l’enciclica Quas primas. Si trattava di una festa del tutto nuova, priva - al contrario di altre feste, per esempio quella del Sacro Cuore - di precedenti nei calendari locali o religiosi. D’altronde, se nuova era la festa, non nuova era l’idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l’arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. Perché il Papa abbia avvertito il bisogno di istituire una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero, risulta chiaro dal testo della stessa enciclica: “Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società”.
Quale peste? Quella - risponde il Papa nel paragrafo successivo - del laicismo: “La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso”.
Quindi, se il fine generico della festa - nelle intenzioni del Pontefice - era quello di divulgare nel popolo cristiano “la cognizione della regale dignità di nostro Signore” (regalità in senso lato), il fine specifico era quello di porre l’accento proprio su quella specificazione della regalità che il laicismo nega, vale a dire la regalità sociale. Che sia questo l’autentica ratio della festa, emerge non soltanto dal contenuto dell’enciclica, ma anche da una semplice constatazione di carattere liturgico: tutte le feste, infatti, celebrano - direttamente o indirettamente - la regalità, genericamente intesa, di nostro Signore; ma non esisteva, fino al 1925, alcuna ricorrenza espressamente dedicata al suo regno sulle società di questo mondo.
Tale conclusione è confermata dall’indole dei testi liturgici della festa, promulgati dalla S. Congregazione dei Riti il 12 dicembre dello stesso anno.
Nel Breviario, l’inno dei Vespri afferma: “Te nationum praesides / Honore tollant publico, / Colant magistri, iudices, / Leges et artes exprimant. // Submissa regum fulgeant / Tibi dicata insignia: / Mitique sceptro patriam / Domosque subde civium” (traduzione nostra: “Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini”).
Nell’inno del Mattutino si legge: “Cui iure sceptrum gentium / Pater supremum credidit” (“A te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli”). E ancora: “Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas” (“A te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo”).
Stessi concetti ribaditi dall’inno delle Lodi: “O ter beata civitas / Cui rite Christus imperat, / Quae iussa pergit exsequi / Edicta mundo caelitus!” (“O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!”).
Così pure nell’orazione, dove Cristo viene definito “universorum Rege” (non Re di un generico e imprecisato universo, come afferma la nuova liturgia nelle traduzioni volgari, ma Re di tutti, ossia di tutti gli uomini), si dice che il Padre ha voluto in lui instaurare ogni cosa (ivi compreso l’ordinamento sociale), e si auspica che “cunctae familiae gentium” (diremmo, in linguaggio moderno, “ogni società umana”) si sottomettano al suo soavissimo impero.
Dei testi della Messa, ci limiteremo a ricordare le letture scritturistiche. Nell’epistola, S. Paolo insegna l’assoluta e completa dipendenza di ogni cosa, nessuna esclusa, da Cristo “in omnibus primatum tenens” (Col. 1, 18). Dal vangelo, poi, apprendiamo che il regno del Signore dev’essere inteso non solo in senso trascendente (regalità spirituale) ma anche immanente (regalità temporale o sociale). Quando infatti Pilato pone a Gesù la fondamentale domanda: “Ergo rex es tu?” si riferisce senza dubbio al concetto di regalità che egli, come romano e come pagano, possedeva, vale a dire al regno su questo mondo.

3. Regalità spirituale e regalità temporale.

Né deve trarre in inganno il fatto che Gesù risponda che il suo regno non è di questo mondo. Si noti, anzitutto, la scelta dei termini: il regno non è “di questo mondo”, ossia non è secondo le modalità dei regni terreni, come Gesù stesso precisa nello stesso passo: “Se il mio regno fosse di questo mondo, le mie guardie avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei: ma il mio regno non è di questo mondo”, e come la Chiesa ha sempre interpretato. Ma ciò non significa che che non sia un regno su questo mondo. È ancora Gesù che, poco dopo, lo specifica: “Tu lo dici: io sono re. Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è per la verità, ascolta la mia voce” (Gv. 18, 33-37). La differenza, quindi, sta nel modo, non nell’oggetto. Gesù dichiara di essere venuto nel mondo per regnare su di esso, non però al modo dei monarchi terreni, che regnano per autorità delegata, direttamente e valendosi (in modo legittimo) della forza, ma al modo del Monarca eterno ed universale, che regna per autorità propria, indirettamente e pacificamente (“Rex pacificus vocabitur”, come ricorda la prima antifona dei Vespri, tratta da Isaia). “L’origine di questa regalità è celeste e spirituale, anche sei poteri regali sono esercitati nel mondo” (S. Garofalo, Commento al Vangelo di Giovanni, in La Sacra Bibbia tradotta dai testi originali e commentata, Torino, Marietti, 1960, vol. III, p. 273).
Lo scopo della festa, vale a dire la celebrazione della regalità sociale di Cristo, ne illumina anche la collocazione nel calendario. Esistono diversi motivi per cui essa fu assegnata all’ultima domenica di ottobre. Il primo e più importante è quello delineato dal Papa nell’enciclica: “Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti”. In altre parole, la festa di tutti i Santi, che regnano per partecipazione, viene fatta precedere dalla festa di Cristo, che regna per diritto proprio. La ricorrenza della regalità di Cristo, inoltre, costituisce il coronamento di tutto l’anno liturgico, e pertanto viene posta verso la sua fine. È lecito domandarsi: perché non proprio alla fine? Probabilmente - è l’unica spiegazione veramente plausibile - per non confondere la regalità escatologica (di ordine spirituale), che la liturgia tradizionale ricorda nell’ultima domenica dell’anno liturgico mediante la pericope evangelica sulla fine del mondo, con la regalità sociale, che costituiva l’oggetto specifico della nuova festa. Vi è poi un altra ragione, non esplicitata nell’enciclica, ma ragionevolmente presumibile. Il mese ottobre era il mese dedicato alle missioni e nella sua penultima domenica si pregava specialmente per la propagazione della Fede tra i pagani. Quale modo migliore, per concluderlo, che ricordare il fine ultimo delle missioni, vale a dire il regno sociale di Cristo su tutti i popoli?
L’intenzione del Pontefice espressa nell’enciclica, l’indole dei testi liturgici, la collocazione originaria della festa: tutti questi elementi consentono di concludere in modo sicuro che la ricorrenza di Cristo Re fu istituita al preciso scopo di ricordare la regalità sociale di nostro Signore e di costituire così un efficace antidoto al laicismo dilagante. Occorre, a questo punto, vedere che cosa si intenda per “regalità sociale di Cristo”. Cercheremo di farlo senza esorbitare dai limiti di una trattazione che non è e non intende essere specialistica.
Il fondamento dogmatico della regalità di Cristo genericamente intesa è l’unione ipostatica, “per mezzo della quale la natura assunta dagli uomini è unita alla seconda Persona della SS. Trinità: per tale ragione, dunque, Egli non solo è stato costituito Mediatore dal primo momento della sua Incarnazione, ma è anche divenuto, per questo ammirabile avvenimento, Re di tutta la creazione, in ragione della propria divinità” (P. Radó, Enchiridion liturgicum, Romae-Friburgi-Barcinone, 1961, vol. II, p. 1309). Lo afferma chiaramente il Papa nella citata enciclica: “In questo medesimo anno, con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli”. L’origine della regalità di Cristo in quanto uomo - prosegue Pio XI - è duplice: egli infatti è re non solo per diritto (nativo) di natura, poiché la sua umanità appartiene alla Persona del Verbo divino, ma anche per diritto (acquisito) di conquista, “in forza della Redenzione”, cioè per aver riscattato col suo Sangue il genere umano dal peccato. “Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature”.
L’estensione del Regno del Verbo incarnato è universale, come universali sono la creazione e la redenzione donde esso promana. Perciò si estende indiscriminatamente a tutte le cose.
Quanto alla sua natura, poiché il mondo consta di realtà trascendenti e di realtà immanenti, è invalso l’uso di distinguere tra regalità spirituale e regalità temporale. Delle due, è la prima ad avere la preminenza, poiché il temporale è per sua natura ordinato allo spirituale. Si legge infatti nell’enciclica: “Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire”. Tuttavia - prosegue il Sommo Pontefice - “sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio”. Ora, se la regalità temporale di Cristo, al pari di quella spirituale, si esercita su tutte le cose, essa riguarda non soltanto l’individuo (regalità individuale), ma anche l’insieme degli individui, vale a dire la società (regalità sociale). Ne consegue che le istituzioni sociali hanno nei confronti di Cristo gli stessi doveri dell’individuo singolarmente considerato: devono riconoscerlo, adorarlo e sottomettersi alla sua santa Legge. “Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli”, precisa l’enciclica. Sarebbe dunque in errore chi pensasse che l’obbligo morale di aderire alla divina Rivelazione riguardi soltanto il singolo, mentre la società, nelle sue istituzioni, potrebbe e dovrebbe limitarsi al solo diritto naturale (o addirittura ai soli cosiddetti “diritti umani”). Di qui l’esortazione, rivolta dal Papa ai capi delle nazioni, “di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli”.

4. La “nuova” festa di Cristo Re dell’universo.

Uno dei capisaldi del pensiero moderno è la riduzione della religione alla sola dimensione privata, senza alcuna influenza diretta sulla vita pubblica. Si tratta del “laicismo” (che oggi molti preferiscono chiamare “laicità”) di cui parla l’enciclica, già individuato e condannato dai Pontefici precedenti. La festa di Cristo Re - nelle intenzioni di Pio XI - doveva fungere da rimedio a questa pericolosa tendenza e ricordare al popolo cristiano che la regalità di Cristo si estende anche alle realtà temporali. Ci domandiamo: tali concetti emergono con la stessa chiarezza anche nella versione attuale, riformata nel 1969, della festa?
Procederemo, anche in questo caso, con l’analisi dei testi liturgici e della collocazione del calendario.
Nella Liturgia delle Ore, l’inno dei Vespri è lo stesso (Te saeculorum Principem), ma da esso sono state soppresse proprio quelle strofe, citate sopra in questo articolo, che parlano esplicitamente della regalità sociale (“Te nationum praesides...” e “Submissa regum fulgeant...”). Nella seconda strofa, inoltre, il riferimento al laicismo (“Scelesta turba clamitat: / Regnare Christum nolumus” = “La folla empia grida: Non vogliamo che Cristo regni”) è stato rimpiazzato da una frase generica e indefinita (“Quem prona adorant agmina / hymnisque laudant cælitum” = “Ti adorano prone le schiere celesti e ti lodano con inni”).
Completamente diverso l’inno dell’Ufficio delle Letture (il vecchio Mattutino), privo anch’esso di qualunque riferimento alla dimensione sociale e temporale del Regno di Cristo. Le letture tratte dall’enciclica Quas primas, che il Breviario antico assegnava al secondo Notturno, sono state rimpiazzate da un brano di Origene, di carattere marcatamente spirituale.
Così pure si cercherebbe invano un’allusione o un accenno alla necessità che Cristo regni sulla società civile nel nuovo inno delle Lodi mattutine.
La nuova orazione ricalca lo schema della vecchia, modificandone però completamente il senso. Non si domanda più che la società umana, disgregata dalla ferita del peccato, si sottometta al soavissimo impero di Cristo, ma che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, serva e lodi Dio senza fine. La regalità sociale e temporale dell’antica formula, resa necessaria dalla disgregazione del peccato, lascia il posto alla regalità individuale e spirituale della nuova, nella quale peraltro non vi è alcun accenno esplicito all’impero di Cristo. Inoltre, sebbene l’originale latino parli ancora di Cristo “universorum Rex”, le versioni moderne hanno tradotto questa espressione con “Re dell’Universo” (cfr. inglese “King of the Universe”, francese “Roi de l’Universe”, spagnolo “Rey del Universo”), indebolmente ulteriormente la dimensione immanente, concreta, storica del suo Regno. Le stesse considerazioni valgono a proposito del nuovo titolo della festa (“Cristo Re dell’Universo”) nei libri liturgici in lingua moderna.
La Messa si articola, come di consueto nel nuovo rito, in tre cicli scritturistici. Il primo (anno A) ha carattere eminentemente escatologico, è incentrata cioè sulla pienezza del regno spirituale di Cristo alla fine dei tempi e non contiene alcun cenno alla regalità sociale. Il secondo (anno B) prevede il vangelo del formulario tradizionale, ma nella seconda lettura l’epistola di S. Paolo è stata sostituita da un brano dell’Apocalisse che ribadisce la natura spirituale del Regno di Cristo. Il terzo (anno C) denota una situazione simile ma inversa: l’epistola è quella del formulario antico, mentre il vangelo parla del regno ultraterreno e spirituale che Gesù assicura al buon ladrone. Nel secondo e terzo ciclo scritturistico, quindi, la regalità sociale è presente, ma in misura meno esplicita, e diremmo quasi irriconoscibile, che nel formulario tradizionale.
Del tutto scomparso il testo dell’antico graduale, tratto dal salmo 71, che, alludendo al Messia, affermava: “Dominabitur a mari usque ad mare, et a flumine usque ad terminos orbis terrarum” (espressioni ebraiche che denotano l’interezza del mondo immanente). E ancora: “Et adorabunt eum omnes reges terrae, omnes gentes servient ei” (altro chiaro riferimento all’ossequio dei governanti e della società).
Lo spostamento della festa di Cristo Re verso una dimensione essenzialmente spirituale e trascendente è confermato dalla sua nuova posizione nel calendario. Essa non è più posta in riferimento ai Santi che regnano con Cristo e alle missioni che diffondono il suo regno temporale, ma si trova alla fine dell’anno liturgico, nella posizione che la liturgia romana assegna tradizionalmente al ricordo della fine del mondo e del giudizio universale. Il che, se da un lato spiega l’indole del ciclo scritturistico A, dall’altro rafforza l’idea che nella nuova liturgia il Regno di Cristo a cui si allude con la corrispondente festa non è primariamente, come intendeva Pio XI, quello sociale, storico, temporale, che del resto avrà fine con la sua venuta escatologica, ma piuttosto quello trascendente, spirituale, eterno, che troverà il suo perfetto compimento nella Parusia.

5. Conclusione.

Sulla base di tutti questi elementi, è possibile affermare che, nel nuovo rito, la festa di Cristo Re ha subito un sorprendente allontanamento dal significato voluto al momento della sua istituzione. E non ci sembra azzardato ravvisare, in questo, un certo influsso del pensiero moderno, penetrato negli ultimi decenni anche in ambiente ecclesiastico, che se da un lato accetta - come espressione del pluralismo - la regalità di Cristo sui singoli, dall’altro la rifiuta sulle istituzioni sociali.
C’è da auspicare, pertanto, che almeno nel rito antico alla festa di Cristo Re siano mantenuti, non soltanto il suo formulario, ma anche la sua collocazione originaria. Spostarla al termine dell’anno liturgico, infatti, ne accentuerebbe la dimensione escatologica a discapito di quella sociale, e finirebbe in qualche modo per alimentare la credenza, oggi assai diffusa anche nel mondo cattolico, secondo cui la società civile - intesa nel suo complesso e nelle sue istituzioni - avrebbe il diritto e persino il dovere di prescindere dal soavissimo giogo del Regno di Cristo. “Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza” (Pio XI, enciclica Quas primas).
Domenica 24 ottobre 2010