Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta S. Antonio abate. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta S. Antonio abate. Mostra tutti i post

domenica 17 gennaio 2016

Sant’Antonio Abate. Meditiamo dai suoi scritti

Rilancio volentieri questo contributo di Chiesa e postconcilio.

Luca Della Robbia (attrib.), S. Antonio abate, XV sec., Pieve, Fabbrica



Nanni Di Bartolo, S. Antonio abate, 1450 circa, Oratorio del Crocifisso, Borgo a Mozzano, Lucca

Sant’Antonio Abate. 
Meditiamo dai suoi scritti

Oggi è Sant’Antonio Abate. Attingiamo con gratitudine da uno dei tesori della Chiesa e meditiamo.

Dagli scritti

… L’anima in possesso della sapienza pura e della vita autentica si manifesta nel modo di guardare, di comportarsi, di parlare, di sorridere, di conversare e di agire della parte fisica. Tutto in lei è trasformato e positivamente buono. La sua parte mentale, fertile per l’amore divino, è simile ad un vigilante guardiano che non permette l’ingresso a pensieri di male e di passionalità.

… La mente che attraverso l’amore diviene una sola realtà con Dio, è una benedizione invisibile per tutti gli esseri, offerta da Dio stesso per condurre alla vita pura chi ne è degno.

… Sappi che il male fisico è inevitabile al corpo, essendo materiale e corruttibile. In casi di malattia, l’anima che ha raggiunto la conoscenza, invece di lamentarsi con Dio perché ha siffattamente costruito il corpo, mostra graziosamente coraggio e pazienza. Chiunque desidera raggiungere la pienezza della perfezione in Dio, insegni la purità alla sua anima, non soltanto in relazione alle passionalità carnali, ma tenendosi lontano dall’avidità di guadagni, dalle brame di possedere ciò che non gli appartiene, dal l’invidia, dall’amore dei piaceri, dalla vana gloria; sappia rimanere distaccato davanti alle dicerie sul suo conto e imperturbabile nei rischi mortali.

… La mente non è l’anima, ma un dono di Dio che conduce l’anima alla liberazione. Quando la mente è in una comunione di vita con Dio trascina volando l’anima, e le consegna quelle parole che la mantengono intatta da ciò che è corruttibile e pesante nel tempo; facendo fluire in lei l’amore per le realtà non legate all’esistenza, al disfacimento ed alla gravezza della materia, l’introduce nella sfera della santità, dove l’uomo diviene creatura di benedizione. L’anima continuando a vivere nella carne, entra in un rapporto di conoscenza contemplante con le realtà dell’Alto e divine; per questo la mente trasfigurata dall’amore di Dio è un dono di pace e di salvezza alla coscienza umana.

… Dio è la pienezza del bene, immune da passione e da mutamento. Se accettiamo come verità giusta l’immutabilità divina, rimaniamo perplessi di fronte alle raffigurazioni umane di Dio che Lo presentano gioioso del bene compiuto dall’uomo, sdegnoso col malvagio, irritato con i peccatori e misericordioso con chi si pente. La risposta a tali perplessità la troviamo nel pensiero che Dio non gioisce e non si irrita; gioia e ira sono passioni e quindi mutamenti.

... Dio è la pienezza del bene, e le sue opere non sono che bene, non reca male a nessuno ed è sempre se stesso. Quando noi riusciamo ad esser buoni entriamo in comunione con Lui attraverso la somiglianza nel bene; ‘quando siamo malvagi, ci separiamo da Lui, perdendo la somiglianza nel bene. Vivendo con purità di vita siamo uniti a Lui, vivendo malvagiamente ci stacchiamo da Lui. Non possiamo dire, in quest’ultimo caso, propriamente che Dio è irritato con noi, ma piuttosto che i nostri peccati non lasciano passare in noi la chiarità luminosa di Dio. Sono i peccati che ci sottomettono alle fustigazioni dei demoni. Quando mediante la preghiera e le azioni pure, otteniamo il perdono, non è Dio che cambia, ma noi. Col pentimento e la purificazione curiamo il male nel nostro essere, e ritroviamo la partecipazione alla bontà perfetta di Dio.

Raymond Leo card. Burke: “Al Sinodo era come se Giovanni Paolo II non fosse mai esistito” et alia

Qualche giorno fa pubblicavamo una sintesi dal network LifeSiteNews di un’intervista rilasciata dal card. Burke a The Wanderer (v. qui). In quella circostanza, il cardinale ricordava come la relazione finale del Sinodo – di cui è disponibile, da circa un mese, la traduzione inglese – fosse seriamente ingannevole.
Ora di quella stessa intervista è possibile avere tra traduzione italiana. Nella festa di S. Antonio abate rilancio questo contributo tratto dall’immancabile Chiesa e postconcilio.

Icona di S. Antonio abate con scene della sua vita

Icona di S. Antonio abate

Mosaico di S. Antonio abate, Monastero Pammakaristos (Fethiye camii), Costantinopoli

Anonimo maestro del 1416, SS. Antonio abate e Francesco d'Assisi, 1416, collezione privata

Annibale Carracci, Tentazioni di S. Antonio abate, 1598 circa, National Gallery, Londra

Andrea Sacchi, SS. Antonio abate e Francesco d'Assisi, 1627 circa, National Gallery, Londra

Francesco Guarino, S. Antonio abate ed il centauro, 1642, collezione privata

Giovanni Battista Tiepolo, Tentazioni di S. Antonio abate, 1725

Henri Pierre Picou, La Tentazione di S. Antonio abate, 1892

Raymond Leo card. Burke: “Al Sinodo era come se Giovanni Paolo II non fosse mai esistito” et alia


Attraverso una lunga intervista a The Wanderer Sua Eminenza Raymond Leo Burke, Cardinale Patronus del Sovrano Militare Ordine di Malta, ha approfondito vari argomenti sulla situazione della Chiesa.
Sul rapporto finale del recente Sinodo sulla famiglia Burke dice che 
«è un documento complesso ed è scritto in un modo in cui non è sempre facile comprendere il contenuto esatto di ciò che viene affermato. Ad esempio, tre paragrafi (nn. 84-86) sono poco chiari […] per questo ho scritto un breve commento su quei paragrafi per chiarire ciò che la Chiesa insegna realmente».
«Siamo consapevoli che i tempi cambiano, e ci troviamo di fronte nuovi sviluppi, ma ci rendiamo anche conto che la sostanza delle cose rimane la stessa. C’è una verità contro cui dobbiamo misurare i cambiamenti che incontriamo nel tempo. Questo non è chiaro nel documento finale del Sinodo», dice il Card. Burke che ammette che ci sono buoni frutti del Sinodo, «come la sua enfasi sulla preparazione al matrimonio». Documenti come Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II e Humanae vitae di di Paolo VI «devono essere accuratamente studiati nelle parrocchie». La cultura, dice Burke, «è completamente opposta all’insegnamento contenuto in questi due documenti» e «molti fedeli non sono ben catechizzati». La casa, dice il cardinale, è «il luogo primario dell’evangelizzazione sul matrimonio e la famiglia. Dobbiamo aiutare coloro che si sforzano di vivere la verità del loro impegno matrimonio, per perseverare e diventare più forti». I Padri sinodali, nel citare parte del punto 84 dellaFamiliaris Consortio, non hanno incluso una frase importante: “La Chiesa ribadisce la sua pratica, che si basa su Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati”. Burke sottolinea che questo «paragrafo della relazione finale su questo argomento è ingannevole in modo molto serio. Dà la falsa impressione di presentare l’insegnamento di Familiaris consortio ma non lo fa in pieno» e questa citazione incompleta è stata «utilizzata da individui come padre Spadaro e gli altri per dire che la Chiesa ha cambiato il suo insegnamento a questo proposito, ma, di fatto, non è vero». «Io credo – continua Burke – che tutto l’insegnamento di Familiaris consortio avrebbe dovuto essere inserito nel documento finale del Sinodo ma ho notato che durante la mia esperienza del 2014 al Sinodo era come se il Papa Giovanni Paolo II non fosse mai esistito».

A proposito dell’“inviolabilità della coscienza” che a sproposito viene richiamata riguardo a tematiche sensibili eticamente, Burke spiega che la coscienza è, 
«la voce di Dio che parla al nostro cuore fin dal primo momento della creazione su ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e il male, ciò che è in accordo con il suo piano per il mondo e ciò che non lo è». Ma «deve essere formata secondo la verità. La coscienza non è una sorta di facoltà soggettiva dove la vostra coscienza vi dice una cosa e la mia coscienza mi dice il contrario. È qualcosa che ci unisce perché le nostre coscienze, se sono conformi alla verità, stanno andando a dirci la stessa cosa». Citando il Beato John Henry Newman il card. Burke ricorda che «il Signore istruisce la nostra coscienza attraverso la fede e la ragione e attraverso i Suoi rappresentanti visibili sulla terra (i papi e i vescovi in comunione con lui, cioè, il Magistero). Quindi non è una cosa personale affatto. Dobbiamo agire secondo la nostra coscienza, ma può essere una guida infallibile per noi solo se è costituita sia dalla ragione stessa che dalle verità della nostra fede, che sono sempre in accordo tra loro».

Circa il contesto in cui viviamo la verità, spiega il card. Burke che 
«dobbiamo seguire Cristo per fare la volontà del Padre in ogni ambito della vita. Non si può giudicare verità morali sulla base del contesto – questo è quello che viene definito classicamente come proporzionalismo o consequenzialismo. Questo modo di pensare, dice, per esempio che, anche se è sempre sbagliato abortire, se si è in una situazione in cui si è sotto una grande pressione, potrebbe essere ammissibile in quella particolare circostanza. Questo è semplicemente falso. Siamo chiamati a vivere la nostra fede cattolica eroicamente. Anche la persona più debole riceve la grazia di Cristo, per vivere la verità nella carità […] la moralità obiettivo dell’azione non è in alcun modo modificata dal contesto vissuto. È la verità oggettiva che chiama il “contesto vissuto” ad una trasformazione radicale».

Il decentramento di governo della Chiesa viene giudicato dal cardinale come «un pericolo reale». Decentralizzazione è un termine 
«non appropriato per conversazioni sulla Chiesa. Ciò che è necessario è quello di tornare al Vangelo e alla Chiesa come Cristo l’ha costituita. Fin dall’inizio del suo ministero pubblico, chiamò i Dodici, Egli li preparò ad esercitare il suo governo pastorale della Chiesa in ogni tempo e in ogni luogo. Per adempiere a questa responsabilità, Cristo ha costituito Pietro come capo del collegio apostolico, come il principio di unità fra tutti i vescovi e tra tutti i fedeli. […] Questo è il dono divino concesso; questo è ciò che è Legge Divina nella Chiesa: è il ministero apostolico del Romano Pontefice e dei Vescovi in comunione con lui. Essi hanno la responsabilità di governo. La Conferenza dei Vescovi è un costrutto artificiale per aiutare a coordinare l’attività pastorale e per promuovere la comunione tra i vescovi. Nostro Signore non ha mai insegnato nulla al riguardo, né vi è nulla nella tradizione della Chiesa che darebbe alle Conferenze Episcopali l’autorità di prendere decisioni circa le pratiche pastorali che comporterebbero un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa. Ricordiamo che ogni pratica pastorale è legato ad una verità dottrinale. Padre Antonio Spadaro dice in un suo articolo che una pratica pastorale in Germania potrebbe essere radicalmente diverso da una pratica pastorale in Guinea. Come può essere, se ci si riferisce alla stessa dottrina e la stessa verità di Cristo? Trovo tutta questa nozione molto preoccupante. I vescovi diocesani sono gli insegnanti della fede nelle loro diocesi. Tuttavia, i vescovi – e ancora di più il Romano Pontefice – sono tenuti al più alto livello di obbedienza a Cristo e alla tradizione vivente con la quale Cristo viene a noi nella Sua Chiesa. Non possiamo fare la Chiesa in ogni epoca e secondo le idee locali. Dalla mia esperienza per quanto riguarda le Conferenze Episcopali, posso dire che esse possono essere molto utili, ma possono anche avere un effetto molto dannoso, nel senso che il singolo vescovo non prende più sul serio, come dovrebbe, la propria responsabilità di insegnare la Fede e di governare in conformità a tale insegnamento».

Per esempio, 
«la pratica pastorale per coloro che vivono in unioni matrimoniali irregolari non può essere a discrezione della Conferenza episcopale o del singolo vescovo diocesano, altrimenti we would end up with another Protestant denomination (noi dovremmo cercare un altro nome protestante per la Chiesa). Siamo una Chiesa in tutto il mondo: una, santa, cattolica e apostolica. Questi quattro segni devono essere fortemente sottolineati nei tempi in cui viviamo».

Circa i recenti motu proprio sulla dichiarazione di nullità del processo matrimoniale, il cardinale ricorda che 
«la maggior parte delle richieste di nullità matrimoniale sono molto complesse […] Un certo numero di vescovi, molto onestamente e non per colpa loro, mi hanno detto: “Io non sono pronto a giudicare i casi di nullità del matrimonio”. […] Penso che tutta questa questione della riforma del processo di nullità matrimoniale ha bisogno di una gravissima revisione, soprattutto per quanto riguarda alcune delle questioni più critiche […] abbiamo una situazione in cui una richiesta di nullità del matrimonio può essere giudicata affermativamente da un uomo solo, senza alcun controllo obbligatorio sul suo giudizio. Non è giusto; non è un processo serio per giudicare una toccante questione a fondamento della vita, della società e della Chiesa!».

Infine, il cardinal Burke riflette su misericordia e falsa compassione. 
«La misericordia di Dio è una risposta al pentimento e un fermo proposito di correzione. Il figliol prodigo è tornato a suo padre dopo essersi pentito per quello che aveva fatto. Ha detto a suo padre che non era più degno di essere suo figlio e ha chiesto di essere accettato indietro come uno schiavo. Capiva ciò che aveva fatto ed era pentito. La misericordia del padre era una risposta a questo. Vide che suo figlio aveva avuto una conversione del cuore.
Così, anche se le persone vivono in situazioni gravemente peccaminose e vengono alla Chiesa, li abbracciamo con amore. Abbiamo sempre amore per il peccatore, ma dobbiamo vedere che la persona riconosca il peccato e sta cercando di superarlo, che si è pentito e vuole riparare al danno che il peccato ha causato. In caso contrario, la misericordia viene sminuita ed è senza senso. Ho paura che la gente dica “misericordia, pietà, misericordia” senza capirlo. Sì, Dio è il Dio della misericordia. Ma la misericordia è un concetto molto importante, ha a che fare con il nostro rapporto con Dio e il nostro riconoscimento della infinita bontà di Dio, del nostro peccato, e del nostro bisogno di confessione e il pentimento. [Gesù…] è molto compassionevole, ma lui è sempre molto chiaro con i peccatori. Ha detto […] di non peccare più».


venerdì 15 gennaio 2016

“Post corvi discéssum, Eja, inquit Paulus, Dóminus nobis prándium misit, vere pius, vere miséricors. Sexagínta jam anni sunt, cum accípio quotídie dimédii panis fragméntum, nunc ad advéntum tuum milítibus suis Christus duplicávit annónam. Quare cum gratiárum actióne ad fontem capiéntes cibum, ubi tantísper recreáti sunt, íterum grátiis de more Deo actis, noctem in divínis láudibus consumpsérunt” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI PAULI, PRIMI EREMITÆ, CONFESSORIS

La festa di questo patriarca dell’ascesi monastica orientale è entrata molto tardi nel calendario romano, giacché fu soltanto sotto l’influenza di una Congregazione religiosa che portava il suo nome. In effetti, fu inserita nell’Ordo del Laterano, ed apparve a Roma nell’XI sec., con il calendario dell’Aventino, il lezionario di San Gregorio, il passionario dei Santi Giovanni e Paolo, i martirologi di San Pietro e di San Ciriaco. Si trova il nome del santo nella litania pasquale (del sabato santo) dell’Epistolario di San Saba (L’Epistolario di san Saba è un lezionario dell’XI sec. su pergamena, che nel XVII sec. è stato rivestito di cuoio e denominato Lectionnarius vetus: cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 33).
I Copti festeggiano san Paolo di Tebe il 27 gennaio ed i Bizantini il 15 dello stesso mese, mentre il calendario di Napoli l’iscrive al 19. Beda introdusse la sua menzione al 10 gennaio nel suo martirologio. La festa era celebrata a San Gallo dalla metà del IX sec., ma nel XII, essa era ancora poco diffusa in Francia ed in Italia (così ricorda G. de ValousLe Monachisme clunisien des origines au XVe siècle, Coll. Archives de la France monastique, tomo 39, Paris 1935, p. 399) (cfr. sul punto P. Jounel, op. cit., p. 212).
Dopo il XIV sec., la festa aveva preso in Occidente uno sviluppo considerevole, tanto che Innocenzo XIII elevò la festa di san Paolo eremita al rito doppio per la Chiesa universale. Roma stessa, nel XVI sec., sul colle Viminale, nel rione Monti, aveva un tempio in onore di questo ammirevole figlio del deserto. Oggi quest’edificio è confiscato e profanato dallo Stato italiano (Cfr. Mariano ArmelliniLe chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 190).
L’insegna degli eremiti di San Paolo era la palma. Da lì vengono, nella messa, le graziose e frequenti allusioni a quest’albero provvidenziale che fornì al nostro santo cibo e vestiti (i suoi abiti erano, infatti, intrecciati con le foglie di palma) e che, per l’estensione dei suoi rami, simbolizza molto bene nelle Scritture l’attività soprannaturale dei giusti.
La storia di san Paolo, primo eremita, fu scritta verso il 376 da san Girolamo. La sua identità con il monaco Paolo, che due preti luciferiani (i luciferiani erano un gruppo di seguaci di san Lucifero di Cagliari, i quali erano noti per il loro rigorismo ed intransigentismo, tanto da far dubitare molti – anche nell’antichità – della santità dello stesso san Lucifero), Marcellino e Faustino, i quali, essendo stati espulsi da Roma da papa Damaso, presentarono una petizione, una lettera (Libellus Precum Adversus Damasum) agli imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio (tra il 383 ed il 384), nella quale, tra l’altro, ci descrivono come un invincibile campione dell’ortodossia di Nicea ad Ossirinco (Faustinus et Marcellinus presbyterorum partis Ursini, Adversus Damasum, Libellus Precum Ad Imperatores Valentinianum, Theodosium et Arcadim, § 26, in PL 13, col. 101), non è interamente dimostrata. Nel documento, che fa parte della Collectio Avellana, racconta quello che vi è era capitato poco prima ad Ossirinco. Il vescovo di questa città, certo Teodoro, aveva, per la sua indegna condotta, provocato uno scisma nella sua chiesa. Una parte del clero e dei fedeli si erano separati da lui e restavano legati strettamente all’ortodossia exemplo et monitu beatissimi Pauli qui iisdem fuit temporibus quibus et famosissimus ille Antonius, non minori vita neque studio, neque divina gratia, quam fuit sanctus Antonius. Novit et hoc ipsa civitas Oxyrinchus, quæ hodieque sanctam Pauli memoriam devotissime célébrâtQuesto beato Paolo, che viveva nella Tebaide, che fu contemporaneo ed emulo del grande sant’Antonio e di cui la memoria era celebrata dagli abitanti di Ossirinco come quella di un santo, non sarebbe altro, evidentemente, che Paolo di Tebe. A differenza della Vita Pauli di Girolamo, da cui emerge la figura di un anacoreta, che viveva nascosto nel deserto e sconosciuto a tutti, tanto che solo una rivelazione lo fa conoscere ad Antonio, questo testo, al contrario, ci informa della sua grande notorietà e che è coinvolto attivamente negli affari interni della chiesa di Ossirinco.
Se il Paolo di questo secondo documento (cioè oltre la fonte girolamina) sarebbe lo stesso di quello di cui san Girolamo tesse l’elogio, il primo eremita ci sarebbe mostrato in un aspetto completamente nuovo. I bisogni della fede l’avrebbero temporaneamente trasformato in un coraggioso apostolo. Il documento in questione aggiunge che la festa di san Paolo era da allora celebrata ogni anno dal popolo di Ossirinco (Cfr. H. DelehayeLa personnalité historique de saint Paul de Thèbes, in Analect. Bolland., t. XLIV, 1926, pp. 64-69. Contra F. CavalleraPaul de Thebes et Paul de Oxyrhynque, in Revue d’ascétique et de mystique, t. VII, 1926, p. 302-305, per il quale il Paolo menzionato nel Libellus Precum sarebbe un omonimo del santo eremita, da non confondere con quest’ultimo. Infatti, si argomenta che il Paolo di Ossirinco sarebbe stato attivo all’epoca di Giorgio, vescovo di Alessandria, vale a dire tra il 357 ed il 361 e doveva essere noto quanto Antonio e non inferiore a lui per santità di vita, zelo e grazia divina).
La messa, tranne un verso d'Osea, non ha alcun elemento proprio, ma desume le sue parti da altre messe del comune dei semplici confessori. Un autore sacro riferisce una bella definizione di un santo. Un santo, egli dice, è un cristiano che prende sul serio gli obblighi del suo battesimo, e la natura delle relazioni che corrono fra il Creatore e la creatura. Così si spiega come san Paolo eremita, per esempio abbia potuto sostenere quasi un secolo di vita, a solitaria e penitente, credendo ancora di dare troppo poco per conquistare il paradiso e Dio.




Daniel de Vos, S. Paolo eremita, XVII sec., collezione privata

Daniele Crespi, Morte di S. Paolo eremita, 1619 circa

Diego Rodriguez de Silva y Velázquez, SS. Antonio abate e Paolo eremita, 1634 circa, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1635-40, museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Paolo eremita, 1640 circa, museo del Prado, Madrid

Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, prima del 1648, Muzeum Narodowe w Warszawie, Varsavia

Carlo Dolci, S. Paolo eremita riceve il pane dal corvo, 1648

Francisco Camilo, Morte di S. Paolo eremita, 1649 circa, museo del Prado, Madrid

Mattia Preti, S. Paolo eremita, 1656-60, Art Gallery of Ontario, Toronto

Mattia Preti (attrib.), S. Paolo eremita, 1675 circa, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona

Mattia Preti, S. Paolo eremita, XVII, Museu Nacional d'Art de Catalunya, Barcellona

Luca Giordano, S. Paolo eremita, 1685-90, collezione privata

Alexandre Cabanel, S. Paolo eremita, 1841-45, Musée Fabre, Montpellier

sabato 17 gennaio 2015

Sulle orme di S. Antonio il Grande, abate

Per assaporare la mistica e l'ascesi di S. Antonio abate, detto il Grande, riporto alcuni suoi apoftegmi o detti:

1. Un giorno il santo padre Antonio, mentre sedeva nel deserto, fu preso da sconforto e da fitta tenebra di pensieri. E diceva a Dio: «O Signore! Io voglio salvarmi, ma i pensieri me lo impediscono. Che posso fare nella mia afflizione?». Ora, sporgendosi un po’, Antonio vede un altro come lui, che sta seduto e lavora, poi interrompe il lavoro, si alza in piedi e prega, poi di nuovo si mette seduto a intrecciare corde, e poi ancora si alza e prega. Era un angelo del Signore, mandato per correggere Antonio e dargli forza. E udì l’angelo che diceva: «Fa’ così e sarai salvo». All’udire quelle parole, fu preso da grande gioia e coraggio: così fece e si salvò (76b; PJ VII, 1).


2. Il padre Antonio, volgendo lo sguardo all’abisso dei giudizi di Dio [1], chiese: «O Signore, come mai alcuni muoiono giovani, altri vecchissimi? Perché alcuni sono poveri, e altri ricchi? Perché degli empi sono ricchi e dei giusti sono poveri?». E giunse a lui una voce che disse: «Antonio, bada a te stesso. Sono giudizi di Dio questi: non ti giova conoscerli» (76c; PJ XV, 1).


3. Un tale chiese al padre Antonio: «Che debbo fare per piacere a Dio?». E l’anziano gli rispose: «Fa’ quello che io ti comando: dovunque tu vada, abbi sempre Dio davanti agli occhi; qualunque cosa tu faccia o dica, basati sulla testimonianza delle Sante Scritture; in qualsiasi luogo abiti, non andartene presto. Osserva questi tre precetti, e sarai salvo» (PJ I, 1).


4. Disse il padre Antonio al padre Poemen: «Questa è l’opera grande dell’uomo: gettare su di sé il proprio peccato davanti a Dio; e attendersi tentazioni fino all’ultimo respiro» (77a; PJ XV, 2).


5. Egli disse ancora: «Nessuno, se non tentato, può entrare nel regno dei cieli; di fatto – dice – togli le tentazioni, e nessuno si salva» (Vedi Evagrio 5; cf. Poemen 13).


6. Il padre Pambone chiese al padre Antonio: «Che debbo fare?». L’anziano gli dice: «Non confidare nella tua giustizia, non darti cura di ciò che passa, e sii continente nella lingua e nel ventre».


7. Il padre Antonio disse: «Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra, e dissi gemendo: – Chi mai potrà scamparne? E udii una voce che mi disse: – L’umiltà» (77b; PJ XV, 3).


8. Il padre Antonio disse: «Vi sono di quelli che martoriano il corpo nell’ascesi e, mancando di discernimento, si allontanano da Dio» (PJ X, 1).


9. Disse ancora: «È dal prossimo che ci vengono la vita e la morte. Perché, se guadagniamo il fratello, è Dio che guadagniamo; e se scandalizziamo il fratello, è contro Cristo che pecchiamo» (PJ XVII, 2).

Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto


10. Disse ancora: «Come i pesci muoiono se restano all’asciutto, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono fra i mondani, snervano il vigore dell’unione con Dio. Come dunque il pesce al mare, così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro» (77c; PJ II, 1).


11. Disse ancora: «Chi siede nel deserto per custodire la quiete con Dio è liberato da tre guerre: quella dell’udire, quella del parlare, e quella del vedere. Gliene rimane una sola: quella del cuore» (PJ II, 2).


12. Alcuni fratelli si recarono dal padre Antonio per raccontargli le loro visioni e apprendere se erano vere o dai demoni; essi avevano un asino, e morì lungo il cammino. Quando dunque giunsero dall’anziano, questi li prevenne: «Come mai l’asinello è morto lungo la strada?». Gli dicono: «E come l’hai saputo, padre?». Ed egli a loro: «Sono stati i demoni a farmelo vedere». Gli dicono: «E noi appunto per questo eravamo venuti: per chiederti se non siamo preda d’inganno, perché abbiamo visioni che spesso si mostrano vere». Ora, con l’esempio dell’asino, l’anziano li convinse che erano dai demoni (77d; PJ X, 2a).


13. Nel deserto c’era un tale che cacciava belve feroci; e vide il padre Antonio che scherzava con i fratelli e se ne scandalizzò. Ma l’anziano, volendo fargli capire che occorre talvolta accondiscendere ai fratelli, gli dice: «Metti una freccia nel tuo arco e tendilo». Egli lo fece. Gli dice: «Tendilo ancora», e lo fece. Gli dice un’altra volta: «Tendilo». Il cacciatore gli dice: «Se lo tendo oltre misura, l’arco si spezza». L’anziano gli dice: «Così accade anche nell’opera di Dio: se coi fratelli tendiamo l’arco oltre misura, presto si spezzano. Perciò talvolta bisogna essere accondiscendenti con i fratelli». Ciò udendo, il cacciatore fu preso da compunzione e se ne andò molto edificato. E anche i fratelli ritornarono confortati ai loro posti (77d-80a; PJ X, 2b).


14. Il padre Antonio udì di un giovane monaco che aveva compiuto un prodigio sulla strada: visti degli anziani affaticati dal cammino, aveva ordinato agli onagri di venire e di portarli fino ad Antonio. Gli anziani riferirono la cosa al padre Antonio. Dice loro: «Quel monaco mi pare una nave piena di tesori; ma non so se giungerà in porto». Dopo qualche tempo, a un tratto, il padre Antonio si mette a piangere, a strapparsi i capelli, a gemere. I discepoli gli chiedono: «Padre, perché piangi?». Ed egli: «È crollata or ora una grande colonna della Chiesa» – intendeva dire di quel giovane monaco. «Ma andate da lui – dice – a vedere quel che è accaduto». I discepoli dunque vanno e trovano il monaco che, seduto su una stuoia, piange il peccato commesso. Al vedere i discepoli dell’anziano, egli dice: «Dite al padre che supplichi Dio di concedermi solo dieci giorni di tempo, e spero di poterne fare ammenda». Dopo cinque giorni morì (80bc).


15. Un monaco fu lodato dai fratelli presso il padre Antonio. Egli lo prese seco e lo mise alla prova per vedere se sopportava il disprezzo. Visto poi che non era capace di soffrirlo, gli disse: «Sembri un villaggio tutto adorno sul davanti e dietro devastato dai briganti» (PJ VIII, 2).


16. Un fratello disse al padre Antonio: «Prega per me». L’anziano gli dice: «Non posso io avere pietà di te, e neppure Dio, se non sei tu stesso a impegnarti nel pregare Dio» (PJ X, 3).


17. Un giorno, alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno si espresse secondo la propria capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva: «Non hai ancora trovato». Da ultimo, chiede al padre Giuseppe: «E tu, che dici di questa parola?». Risponde: «Non so». Il padre Antonio allora dice: «Il padre Giuseppe sì, che ha trovato la strada, perché ha detto: – Non so» (80d; PJ XV, 4).


18. Dei fratelli, da Scete, vollero far visita al padre Antonio. Imbarcandosi per compiere il tragitto, trovarono un anziano che pure voleva recarsi colà; ma i fratelli non lo conoscevano. Seduti sul battello, discorrevano delle parole dei padri, e di quelle della Scrittura, e dei loro lavori; il vecchio taceva. Quando giunsero all’ancoraggio, si accorsero che anche il vecchio andava dal padre Antonio. Arrivati che furono da lui, il padre Antonio dice loro: «Avete trovato una buona compagnia in quest’anziano». E all’anziano: «Padre, ti sei trovato con dei buoni fratelli». L’anziano risponde: «Buoni lo sono; ma la loro corte è senza porta e chiunque vuole può entrare nella stalla e sciogliere l’asino». Intendeva dire che parlavano di qualunque cosa venisse loro alla bocca (81a; PJ IV, 1).


19. Dei fratelli fecero visita al padre Antonio e gli dissero: «Dicci una parola: come possiamo salvarci?». L’anziano dice: «Avete ascoltato la Scrittura? È quel che occorre per voi». Ed essi: «Anche da te, padre, vogliamo sentire qualcosa». L’anziano dice loro: «Dice il Vangelo: Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l’altra (cfr. Mt 5, 39)». Gli dicono: «Ma di far questo non siamo capaci». L’anziano dice loro: «Se non sapete porgere anche l’altra, tenete almeno ferma la prima». Gli dicono: «Neppure di questo siamo capaci». E l’anziano: «Se neppure di ciò siete capaci, non contraccambiate ciò che avete ricevuto». Dicono: «Neppure questo sappiamo fare». Allora l’anziano dice al suo discepolo: «Prepara loro un brodino: sono deboli». E a loro: «Se questo non potete e quello non volete, che posso fare per voi? C’è bisogno di preghiere» (81b).


20. Un fratello che aveva rinunciato al mondo e dato ai poveri i suoi beni, ma si era tenuto qualcosa per sé, fece visita al padre Antonio. Il padre, sapendo il fatto, gli dice: «Se vuoi farti monaco, va’ al tuo paese, compera della carne, legala attorno al corpo nudo e vieni qui». Così fece il fratello; e i cani e gli uccelli gli dilaniarono tutto il corpo. Quando fu giunto dal padre, questi gli chiese se avesse fatto secondo il suo consiglio: egli mostrò il suo corpo pieno di ferite. Sant’Antonio allora gli dice: «Quelli che rinunciano al mondo e vogliono tenersi dei beni, vengono in tal modo fatti a brani lottando contro i demoni» (81c; PJ VI, 1).

Fonte: Vita e detti dei Padri del deserto


Lorenzo Vaccaro - Domenico Ferraro - Domenico Antonio Ferro, Sant'Antonio Abate, 1850-60 Tesoro di San Gennaro, Duomo, Napoli


Anonimo, Nostra Signora di Montaigu con Trinità e nove santi eremiti (SS. Barbara, Antonio abate, Caterina, Maria Egiziaca, Onofrio, Maria Maddalena, Girolamo, Giovanni Battista, Elia), 1627, Eremitaggio, Mièges

“Mihi crédite, … fratres, pertiméscit sátanas piórum vigílias, oratiónes, jejúnia, voluntáriam paupertátem, misericórdiam et humilitátem, máxime vero ardéntem amórem in Christum Dóminum, cujus único sanctíssimæ crucis signo debilitátus áufugit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI ANTONII ABBATIS

Il nome di questo celebre patriarca fu pronunciato per la prima volta a Roma da sant’Atanasio, che, descrivendo le sue virtù ed i suoi miracoli ai lontani discendenti dei Gracchi e degli Scipioni sull’Aventino, nella casa di Marcello, ispirò loro l’amore per la vita monastica.
La celebrazione di «sant’Antonio il Grande, astro del deserto e padre di tutti i monaci», Άγιος Αντώνιος ο Μέγας , αστέρι της ερήμου και ο πατέρας όλων των μοναχών, è iscritta in questo giorno nel calendario copto. È ugualmente in questo giorno che essa è celebrata nei riti siriani occidentale e siriani orientale e bizantino, come era già a Gerusalemme nel V sec. La sua menzione apparve in Occidente col martirologio di Beda. Il culto di sant’Antonio è attestato a San Gallo ed in Inghilterra dal IX sec. Si diffuse modestamente nel X sec. prima di ricevere un grande sviluppo in Francia ed in Inghilterra nell’XI sec., sebbene Cluny non l’avesse mai ricevuto. In Italia, la diffusione non raggiunse altrettanta ampiezza se non allorché si elevarono sotto il suo nome, in Francia ed in Italia, in occasione della malattia chiamata «fuoco sacro» o «di sant’Antonio», un gran numero di ospedali e di cappelle. Il nome di sant’Antonio apparve a Roma nell’XI sec. nella litania pasquale di San Saba, nel calendario dell’Aventino, nel passionario dei Santi Giovanni e Paolo, nei martirologi del Vaticano (che è dipendente da Beda) e di San Ciriaco. Tutte le fonti sono, conviene sottolineare, di origine monastica. Nel XII sec., la festa di sant’Antonio si trova nel sacramentario di San Trifone prima di apparire nell’Ordo del Laterano e nel calendario di San Pietro. Come si vede, la penetrazione e la diffusione del culto di sant’Antonio a Roma ha seguito lo stesso processo della recezione del culto di san Paolo Eremita e di san Mauro (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 214-215).
La festa, quindi, entrò molto tardi nel calendario romano.
A Roma molte chiese erano dedicate al santo, presso la mole di Adriano, a Ripetta, al Foro Romano, ma la più celebre si ergeva sull’Esquilino – l’antica basilica di Sant’Andrea, di Giunio Basso, dedicato in seguito all’illustre Padre del monachesimo egiziano – presso Santa Maria Maggiore, e che aveva un ospedale ad essa annesso, dove, sotto Innocenzo III, trovò un asilo temporaneo persino san Francesco d’Assisi.
La tomba del santo abate fu dapprima in un luogo sconosciuto sul monte Kolzin, ai margini del mar Rosso, poi, nel 561, i suoi resti furono deposti ad Alessandria. Da lì per secoli furono nella chiesa di Saint-Julien di Arles. Per la prima volta nella storia, nel gennaio 2006, in occasione del Giubileo antoniano, le reliquie di sant’Antonio abate hanno lasciato la città di Arles. Dal 6 al 13 gennaio 2006 sono state ospitate nel Comune di Novoli in provincia di Lecce, comune che ne conserva la reliquia del braccio. Dal 13 al 17 gennaio 2006 sono state accolte sull’Isola d’Ischia. Il 20 agosto 2006 sono giunte ad Aci Sant’Antonio.
Nell’iconografia è rappresentato come eremita, con la croce egiziana a forma di T, con un libro, il campanello del mendicante ed un porco – simbolo delle tentazioni diaboliche.



Il santo, infatti, rimasto orfano di entrambi i genitori intorno ai venti anni ed unico erede maschio dei vasti possedimenti terrieri, vendette tutti quei beni, dando il ricavato ai poveri, e, sistemata adeguatamente la sorella, si diede a vita solitaria ed eremitica nel deserto. Lì fu tentato per molti anni dal diavolo, che gli compariva ora sotto forme umane ora sotto forme mostruose; lo tentava soprattutto nella lussuria ed una volta, vinta questa tentazione, vide apparire il diavolo sotto forma di un ragazzo nero, un etiope, che gli si presentò dinanzi come «spirito dell’impurità» e che gli si prostrò dicendosi vinto dal Santo (cfr. Sant’Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 6.1-3, ora con Introduzione, traduzione e note di Lisa Cremaschi, Paoline, Milano 2007, pp. 90-91). Ma, dopo il diavolo, ebbe la consolazione di vedere Gesù, al quale chiese la ragione per la quale l’avesse lasciato solo a lottare col demonio. E Gesù gli rispose che non l’aveva mai lasciato e che era sempre stato al suo fianco, poiché, diversamente, non sarebbe mai riuscito vincitore del Maligno. Scoperto il suo rifugio, cominciarono ad accorrere a lui frotte di gente, in cerca di aiuto e consiglio, interrompendo la sua preghiera. Fu così che decise di ritirarsi ancor più nel deserto, per non essere disturbato. Ma fu seguito da tanti, affascinati dalla sua vita. Fu così che il deserto si popolò di uomini, dediti alla preghiera, al ritiro ed alla penitenza. Ecco perché egli è considerato Padre della vita anacoretica e del monachesimo.






Joan Reixach, S. Antonio abate, 1450-60, Museo del Prado, Madrid

Luis Tristán, S. Antonio abate, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Fray Juan Bautista Maíno, S. Antonio abate in un paesaggio, 1612-14, Museo del Prado, Madrid

Francisco Rizi, S. Antonio abate, 1665 circa, Museo del Prado, Madrid

Francisco de Zurbarán, S. Antonio abate, 1664

Paolo Veronese, La Vergine col Bambino appaiono ai SS. Antonio abate e Paolo eremita, 1562, Chrysler Museum of Art, Norfolk

Giuseppe Degregorio, S. Antonio abate, XX sec.