Sante Messe in rito antico in Puglia

giovedì 20 dicembre 2018

Commento al cap. V della Sacrosanctum Concilium in occasione della IV Antifona Maggiore

In questo giorno l’Antifona maggiore che si canta, durante i Vespri, al Magnificat ed al versetto alleluiatico del Vangelo è la IV: O Clavis David.






Proseguiamo la lettura della Sacrosanctum Concilium, pubblicando il commento al suo cap. V del prof. Giovanni Schinaia. Il commento al cap. IV sarà pubblicato appena disponibile.

Commento al capitolo V della Costituzione Sacrosanctum Concilium

del prof. Giovanni Schinaia

Il capitolo V della SC è dedicato all’Anno Liturgico. È composto in tutto da 11 articoli, divisi in due parti: la prima parte, costituita da 4 articoli (102-105) è introduttiva e spiega il senso dell’Anno Liturgico. La seconda parte, costituita da 6 articoli (106-111) contiene invece le disposizioni.
Per quanto riguarda la definizione del senso dell’Anno Liturgico, naturalmente, tutto verte sulla celebrazione del mistero di Cristo, della celebrazione pasquale una volta a settimana, la domenica, e con la grande solennità della Pasqua – unitamente alla sua beata passione -. Dopo aver affermato la centralità della Pasqua si dice poi che tutto il mistero di Cristo, dall’Incarnazione fino all’attesa del suo ritorno è come distribuito nel corso dell’anno (102).
Al secondo posto c’è poi il ricordo della particolare venerazione per la Madonna Santissima (103).
Dopo la Madonna c’è il ricordo della memoria dei Santi, a partire dai martiri. (104) mi permetto a latere di notare un problema di traduzione dell’aggettivo sostantivato nataliciis). Leggiamo nel testo originale: In Sanctorum enim nataliciis. Il testo italiano presenta la traduzione letterale: «Nel giorno natalizio dei santi». È traduzione corretta ma fuorviante. Il dies natalis, è il giorno della morte corporale e non della nascita.
Da notare che anche per quanto riguarda i santi la Costituzione si preoccupa di chiarire il senso dell’autentica devozione che deve essere quello di proclamare «il mistero pasquale realizzato in essi».
Dopo la Madonna e dopo i Santi, viene inserito un accenno al completamento della formazione dei fedeli (105). È interessante notare come le pie pratiche, spirituali e corporali, insieme all’istruzione, alla preghiera e alle opere di penitenza e misericordia, vengano messe in una sorta di macro-categoria che è quella della formazione dei fedeli:
«La Chiesa, infine, nei vari tempi dell'anno, secondo una disciplina tradizionale, completa la formazione dei fedeli per mezzo di pie pratiche spirituali e corporali, per mezzo dell'istruzione, della preghiera, delle opere di penitenza e di misericordia» (n. 105).
La prima parte quindi non solo è chiaramente quadripartita, quanto sono appunto gli articoli dal 102 al 105. Ma le parti sono disposte in modo chiaramente gerarchico: il mistero di Cristo, con la Pasqua al centro; poi la venerazione per la Madonna, quindi per i Santi, infine il completamento della formazione dei fedeli nel corso dell’anno.
Venendo alla seconda parte del capitolo, le disposizioni che seguono sono contenute come si è detto in 6 articoli (dal 106 al 111), ma anche questa parte è quadripartita, come chiaramente indicato dai titoli: valorizzazione della domenica, riforma dell’anno liturgico, quaresima, le feste dei santi
Anzitutto la valorizzazione della domenica (106). Mi permetto anche qui di notare un problema di traduzione:
«Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni [octava quaque die celebrat], in quello che si chiama giustamente “il giorno del Signore” o “domenica”. In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare alla eucaristia e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e render grazie a Dio, che li “ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti” (1 Pt 1,3) [Hac enim die christifideles in unum convenire debent ut, verbum Dei audientes et Eucharistiam participantes, memores sint Passionis, Resurrectionis et gloriae Domini Iesu, et gratias agant Deo]».
L’espressione “octava quaque die“ è un complemento di tempo determinato, per il quale in latino si usa il numero ordinale aumentato di una unita. La traduzione sarebbe: ogni sette giorni. E non “ogni otto giorni” come invece troviamo nel testo ufficiale italiano.
C’è poi da notare il “convenire debent”. Anche tralasciando la discutibile scelta di utilizzare il debeo con l’infinito in luogo di una più elegante costruzione col gerundivo, mi pare significativo notare l’idea di “necessità” di questo convegno domenicale per la Santa Messa. La domenica è obbligatorio andare a messa. Non posso non ricordare a questo proposito la prima uscita pubblica fuori Roma del grande Benedetto XVI il quale va molto al di là del banale obbligo:
«La Domenica, Giorno del Signore, è l'occasione propizia per attingere forza da Lui, che è il Signore della vita. Il precetto festivo non è quindi un dovere imposto dall'esterno, un peso sulle nostre spalle. Al contrario, partecipare alla Celebrazione domenicale, cibarsi del Pane eucaristico e sperimentare la comunione dei fratelli e delle sorelle in Cristo è un bisogno per il cristiano, è una gioia, così il cristiano può trovare l’energia necessaria per il cammino che dobbiamo percorrere ogni settimana» (Benedetto XVI, Omelia per la Messa di Conclusione del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, Bari, 29.5.2005).
Sempre sull’articolo 106 vorrei notare la discrepanza fra il testo latino e quello italiano. In latino abbiamo due participi congiunti seguiti da due finali; in italiano il tutto viene reso con 4 finali coordinate, stabilendo così – a mio parere – una confusione fra ciò che il testo latino pone come mezzi e ciò che invece pone come fini. La chiusa infine dell’articolo 106, ribadisce l’importanza della domenica a cui non deve essere anteposta alcun’altra solennità se non di grandissima importanza:
«Per questo la domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le venga anteposta alcun'altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico» (SC n. 106).
Venendo all’articolo successivo, il 107, troviamo un verbo dovremmo conoscere molto molto bene:
«L'anno liturgico sia riveduto [Annus liturgicus ita recognoscatur] in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale» (SC n. 107).
Si tratta del verbo recognosco, che troviamo al famoso articolo 25 quando si parla della revisione dei libri liturgici: Libri liturgici quam primum recognoscantur. ….. Anche qui la traduzione proposta è «riveduti».
L’articolo raccomanda quindi che sia alimentata la pietà dei fedeli soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale (quindi domenica e solennità di Pasqua); il ragionamento è completato all’articolo successivo:
«L'animo dei fedeli sia indirizzato prima di tutto verso le feste del Signore, nelle quali durante il corso dell'anno si celebrano i misteri della salvezza. Perciò il proprio del tempo abbia il suo giusto posto sopra le feste dei santi, in modo che sia convenientemente celebrato l'intero ciclo dei misteri della salvezza» (SC n. 108).
La terza parte è quella dedicata alla Quaresima, anch’esse divisa in due articoli il 109 e il 110.
Ecco il 109: «Il duplice carattere della quaresima--il quale, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, invita i fedeli all'ascolto più frequente della parola di Dio e alla preghiera e li dispone così a celebrare il mistero pasquale--, sia posto in maggior evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica».
Perciò:
a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendano anche altri dall'antica tradizione;
b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali. Quanto alla catechesi poi, si inculchi nell'animo dei fedeli, insieme con le conseguenze sociali del peccato, quell'aspetto particolare della penitenza che detesta il peccato come offesa di Dio. Né si dimentichi il ruolo della Chiesa nell'azione penitenziale e si solleciti la preghiera per i peccatori.
L’articolo 110 è – a mio parere – il più interessante per quanto riguarda le applicazioni pratiche relative alla religiosità popolare:
«La penitenza quaresimale non sia soltanto interna e individuale, ma anche esterna e sociale. E la pratica penitenziale sia incoraggiata e raccomandata dalle autorità, di cui all'art. 22, secondo le possibilità del nostro tempo e delle diverse regioni, nonché secondo le condizioni dei fedeli. Sia però religiosamente conservato il digiuno pasquale, da celebrarsi ovunque il venerdì della passione e morte del Signore, e da protrarsi, se possibile, anche al sabato santo, in modo da giungere con cuore elevato e liberato alla gioia della domenica di risurrezione».
Perché il più interessante. Non ci nascondiamo. Sappiamo quante volte molti sacerdoti siano soliti rispondere con un assenso un po’ infastidito, quando addirittura non con un diniego, alle richieste di partecipare o assistere a tante pie pratiche della nostra tradizione popolare. Si tratti di via crucis, di processioni penitenziali, di liturgie stazionali. La tradizione dei nostri padri ce ne ha tramandate tante soprattutto legate alle celebrazioni quaresimali e della settimana santa. Si tratta quindi di pie pratiche accomunate tutte da una certa caratterizzazione penitenziale. Ora, non è vero che il Concilio ha spazzato via tutto quanto. È vero il contrario e ce lo dice proprio, fra gli altri, l’articolo 110 quando parla di una penitenza quaresimale che deve avere un carattere esterno e sociale. E tanto vale, per estensione, per tutta la preghiera cosiddetta popolare. Dire che la penitenza deve avere funzione sociale significa in altri termini sottolineare la sua natura intrinsecamente evangelizzatrice. È una linea che dal concilio in poi è sempre stata ribadita. Tanto per citare gli ultimi pronunciamenti, abbiamo il Direttorio su pietà popolare e liturgia del 2002, abbiamo il documento di Aparecida dei vescovi dell’America Meridionale, cui il Vescovo di Roma si richiama spesso; abbiamo l’intervento dell’amato Benedetto XVI alla Sessione inaugurale della V Conferenza generale dell’Episcopato Latino-americano e dei Caraibi, 2007; abbiamo l’omelia di Bergoglio del 5.5.2013, incontro mondiale delle Confraternite; e abbiamo in ultimo la Evangelii Gaudium: «Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla (…). Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione” (…). Per capire questa realtà c’è bisogno di avvicinarsi ad essa con lo sguardo del Buon Pastore, che non cerca di giudicare, ma di amare (…)».
Il capitolo V è chiuso dall’articolo 111 dedicato alle feste dei santi:
«La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare. Perché le feste dei santi non abbiano a prevalere sulle feste che commemorano i misteri della salvezza, molte di esse siano celebrate [relinquantur celebranda] da ciascuna Chiesa particolare, nazione o famiglia religiosa; siano invece estese a tutta la Chiesa soltanto quelle che celebrano santi di importanza veramente universale».
Da notare la maggiore forza del testo latino: reliquantur celebranda, che è sì un congiuntivo esortativo come quello che troviamo nella traduzione italiana, ma è in latino accompagnato da un gerundivo.

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