venerdì 28 dicembre 2012

AVVISO: Santa Messa E.F. a Barletta

30 dicembre 2012
ore 18,00


SANTA MESSA
nella forma straordinaria del Rito Romano

Chiesa del Purgatorio
(Santa Maria dei Suffragi 
delle Anime del Purgatorio)



corso Garibaldi - Barletta

Celebra: don Nicola Bux


Dopo la Santa Messa, si incontreranno tutti gli amici della Scuola Ecclesia Mater, residenti nella zona






Visualizzazione ingrandita della mappa

martedì 25 dicembre 2012

Dies in Nativitate Domini


Auguri di un Santo Natale!

Scuola Ecclesia Mater

Barletta - Cattedrale di Santa Maria Maggiore, 
XI sec. "Natività", olio su tela, 1741, Geronimo Genatempo, 
in cornice di stucco nella Cappella del Transito di S. Giuseppe




Hodie Christus natus est; 
Hodie Salvator apparuit;
Hodie in terra canunt Angeli,
lætantur Archangeli;
Hodie exsultant iusti, dicentes: 
Gloria in excelsis Deo, 
alleluia




domenica 16 dicembre 2012

L'atto costitutivo della Scuola Ecclesia Mater


28 settembre 2012
Abbazia "Madonna della Scala"
- Noci (BA) -

Il 28 settembre scorso, presso l’abbazia della Madonna della Scala (Noci), al termine del seminario sull'abate Emanuele Caronti osb, figura eminente del movimento liturgico del secolo scorso, si è formalmente costituita la Scuola Ecclesia Mater, alla presenza di don Giovanni Lunardi, e di don Anselmo Susca, autorità riconosciuta del canto gregoriano e della musica sacra, che, offrendo le sue sofferenze e preghiere per la fecondità del nostro atto, il 1° ottobre è tornato al Signore.

La Scuola, associazione privata di fedeli chierici e laici, iniziata informalmente a Roma nel 2005, per iniziativa dei teologi padre Adriano Garuti ofm, collaboratore per oltre vent'anni del card. Ratzinger, padre David Jaeger ofm, ora prelato della Rota Romana, e don Nicola Bux, consultore in Vaticano, promuove la liturgia (sia nella forma ordinaria sia in quella straordinaria), la musica e l’arte sacra, studiando e diffondendo l’insegnamento di Benedetto XVI

Significativamente l’atto costitutivo è stato siglato nell’Abbazia della Madonna della Scala, centro di spiritualità liturgica e di musica sacra, ricordando quanto affermato da Benedetto XVI: “Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani ciò che oggi prescrive?”. (lettera di Benedetto XVI ai Vescovi in occasione della pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum)

La Scuola promuove l’approfondimento delle ragioni della fede, sostenendo la retta ars celebrandi, sia della forma ordinaria sia della forma straordinaria del Rito Romano, mediante l’osservanza dello ius divinum e della lex liturgica, secondo quanto stabilito dall’Autorità della Sede apostolica; coopera per il ripristino della disciplina della musica e dell’arte sacra, della loro dignità, bellezza ed universalità e svolge attività formativa, divulgativa e consultiva nei medesimi settori.

In attuazione di tale programma, nella primavera 2011 la Scuola ha organizzato, presso l’Università di Bari – Facoltà di Giurisprudenza, il convegno: “Liturgie secolarizzate e diritto”,  i cui contributi sono raccolti nel volume “La Danza Vuota intorno al Vitello d’Oro. Liturgie secolarizzate e diritto”, Lindau, Torino, 2012; nel corso del 2012 ha promosso il ciclo di simposi a livello nazionale “Colloqui sulla musica sacra”, del quale si sono già svolti due appuntamenti (Lecce, maggio 2012; Verona, ottobre 2012), mentre il terzo e conclusivo è previsto a Roma nel prossimo anno; il 1° maggio 2012 ha organizzato il primo pellegrinaggio regionale presso il santuario di Santa Maria di Leuca, presieduto dal card. Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Del Collegio direttivo sono stati chiamati a far parte il cons. Giuseppe Capoccia (presidente), il dott. Daniele Nigro (vicepresidente), il prof. Vito Abbruzzi (Segretario), l’avv. Riccardo Rodelli (tesoriere), ed inoltre, quali componenti, il sig. Antonio Alò, il m° avv. Giannicola D’Amico, l’arch. Andrea De Meo, il prof. don Matteo De Meo, il prof. Giovanni Schinaia il m° Carlo M. Barile, l’arch. Angelo La Notte, il dott. Pierluigi Perrone.



lunedì 3 dicembre 2012

Santa Messa in forma "straordinaria" a Monopoli




8 dicembre
29 dicembre

ore 20,00
Parrocchia Santa Maria Amalfitana
Largo Plebiscito
- Monopoli (BA) -


A Monopoli (Ba) nella parrocchia di S. Maria Amalfitana in largo Plebiscito, da Sabato 8 dicembre alle ore 20,00, a norma del Motu Proprio "Summorum pontificum cura" di S.S. Benedetto XVI, sentito il parere favorevole del vescovo diocesano Mons. Domenico Padovano sarà possibile partecipare alla S. Messa nella forma straordinaria del Rito Romano.



mercoledì 28 novembre 2012

Romano Guardini sulla Liturgia


“Nella liturgia il Lógos ha la preminenza, che gli spetta sulla volontà. Di qui la sua mirabile placidità, la sua calma profonda. Di qui s’intende come essa sembri totalmente evolversi in contemplazione, adorazione, esaltazione della verità divina. Di qui la sua apparente indifferenza alle piccole miserie quotidiane. Di qui la sua scarsa preoccupazione di “educare” immediatamente e di insegnare la virtù. La liturgia ha in sé qualcosa che fa pensare alle stelle, al loro corso eternamente uguale, alle loro leggi inviolabili, al loro profondo silenzio, all’ampiezza infinita in cui si trovano. 

Sembra, però, soltanto che la liturgia si preoccupi così poco delle azioni e delle aspirazioni, e della condizione morale degli uomini. Poiché in realtà essa sa assai bene provvedervi: chi, infatti, vive realmente in essa, si assicura la verità, la sanità, la pace nell’intimo dell’essere.”
Romano Guardini, Lo spirito della liturgia.

La liturgia, come osserva il Guardini, non ha rapporti immediati con la vita reale di ogni giorno, con quella vita cioè che si svolge nelle officine, nei campi sportivi; ma resta nell’ambito solenne e sempre alquanto appartato dal mondo, che è proprio del santuario. Sfugge perciò a molti che appunto per la sua profonda calma, per la sua mirabile placidità, per il suo abbandonarsi all’adorazione della gloria di Dio, per il suo richiamo al raccoglimento interiore, la liturgia rappresenta un salutare rimedio per guarire l’uomo moderno dalla febbre, che lo divora sia nell’estenuante e affannoso lavoro sia nello snervante svago che spesso è un’altra forma di fatica e di dissipazione. Ma non basta. La liturgia, in quanto fa rivivere i principi fondamentali della religione, in quanto richiama la creatura all’adempimento dei doveri verso il Creatore e dona la santità e la pace soprannaturale, è anche la migliore preparazione alla vita quotidiana, perché infatti, quando sarà il momento dell’azione, il fedele deve saper conformare i suoi atti ai sentimenti che gli sono stati suscitati nel tempio, dalla liturgia.”

Giovanni Modugno, 
Religione e vita.       

venerdì 23 novembre 2012

AVVISO: don Nicola Bux a Molfetta



Lunedì 26 Novembre 2012
ore 18,30

Incontro con don Nicola Bux sul tema:
La Musica Sacra oggi

Università Popolare Molfettese
Corso Umberto I, 70
- Molfetta -






giovedì 22 novembre 2012

La Musica nel Tempio fuori della Liturgia: appunti fra Arte e Diritto


di Giannicola D'Amico

Un tempo, dopo la “funzione serotina” alias la Benedizione del SS.mo Sacramento nel giorno della festa di S. Cecilia, c’era l’usanza di intonare per la prima volta il “Tu scendi dalle stelle” ad ideale apertura dell’imminente inizio dell’Anno liturgico.
C. Saraceni - Martirio di S. Cecilia (1610 ca.)
L’odierna occasione festiva per la gloriosa Martire romana, Patrona della Musica, permette qualche riflessione in previsione dell’ormai imminente Avvento e delle feste natalizie che seguiranno a ruota, poiché sono il periodo dell’anno ormai stabilmente connotato dal vertiginoso numero di concerti “natalizi” che hanno invaso le nostre chiese, a tutte le latitudini, nelle città, come nei piccoli centri.
E’ormai diffusa la prassi di ospitare in chiesa kermesse di vario genere, e i concerti in alcuni casi sono momenti di vera elevazione spirituale e gioia estetica che aiutano a creare una reale meditazione nei luoghi di preghiera, ma purtroppo capita a volte di assistere a rappresentazioni non proprio edificanti, musicalmente parlando, se non addirittura inadatte ai luoghi che le ospitano.
Ammettere concerti negli edifici sacri è usanza antica: alcuni dei grandi oratori di Perosi, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, vennero eseguiti in importanti chiese di tutta Italia, meritando all’autore fama e popolarità (che egli spese poi per il servizio liturgico).
Oggi però, data la pletora di manifestazioni, è tutt’altra musica!
Dagli anni Settanta il fenomeno si è gradualmente espanso, per varie ragioni: agli inizi essenzialmente per un progressivo accoglimento in sede concertistica di tutto il repertorio organistico, polifonico e finanche gregoriano che una inquietante interpretazione delle normative liturgico-musicali del Concilio Vaticano II, progressivamente bandiva con inesorabile categoricità dalla sua sede nativa, ovvero dai riti.
I cori, le scholae e le cappelle musicali – ove sopravvissero alla falcidie - dovevano pur produrre un repertorio conquistato e tramandato a caro prezzo: anche la Cappella Sistina, per mantenere viva la sua grande tradizione polifonica, intraprese memorabili tournées sotto l’inarrivabile mano di Domenico Bartolucci, finanche in Turchia ed in Giappone.
Successivamente si sono aggiunti altri motivi, quali la bellezza dei luoghi e la compatibilità acustica di essi, e poi la progressiva mancanza di “contenitori culturali” (sintagma abominevole, ma ormai di uso corrente) nelle nostre città, sempre più affamate di spazi sociali di aggregazione.
Queste ultime ragioni spingono spesso a considerare le chiese, come siti capaci di una supplenza tout court di tali carenze ed ad ospitare in esse concerti o manifestazioni poco consoni alla sacertà dei luoghi.
Nel novembre 1987, la Congregazione per il Culto Divino, innanzi al progressivo ampliamento del fenomeno e dei pericoli di cattiva gestione, diramò una lettera con cui si chiarificavano alcune cose e si dava un indirizzo preciso per l’azione pastorale in questa materia, con espliciti riferimenti all’Istr. Musicam Sacram del 1967, che assimilava i concerti nelle chiese ai pii esercizi, e ai canoni 1210 e 983 CJC.
Tra l’altro si diceva “Non è legittimo programmare in una chiesa l’esecuzione di una musica che non è di ispirazione religiosa e che è stata composta per essere eseguita in contesti profani precisi, sia essa classica o contemporanea, di alto livello o popolare: ciò non rispette¬rebbe il carattere sacro della chiesa…” ma ormai non è difficile imbattersi in programmazioni sinfoniche che anche prestigiose istituzioni musicali decentrano stabilmente nelle chiese, sicchè si può ascoltare un suadente Bolero di Ravel presso una tragica Crocefissione, o la Radetzky march sotto gli occhi “basiti” di una S. Agata al supplizio.
Senza contare che di recente si è assistito anche a spettacoli coreutici di vario genere, sorretti dalle motivazioni più disparate: dall’altissima giustificazione ecumenica, fino alla più  casalinghe opportunità per i gruppi parrocchiali che devono organizzare il saggio di fine anno, per arrivare alla solennizzazione di solstizi, equinozi ed altri eventi …. astronomici!  
Per l’imponenza del fenomeno è chiaro che le previsioni della Congregazione circa il previo assenso di ogni programma da parte dell’Ordinario sono ormai superate de facto, per cui sarebbe utile che i parroci, i rettori e anche gli organizzatori – compresi i musicisti -  non dimenticassero che la chiesa è luogo sacro, cioè “messo a parte”, in modo permanente, per il culto a Dio, e ogni manifestazione extracultuale, per quanto di altissimo livello, deve essere circondata da precise garanzie e dall’osservanza di requisiti minimi di compatibilità con la destinazione canonica del luogo, altrimenti si perde di vista ….. l’Essenziale.
Anche Pio X, entrando in S. Pietro per la prima volta da Papa, tacitò dalla sedia gestatoria le scroscianti manifestazioni di gioia dei fedeli dicendo “Non è bello applaudire il servo, nella casa del Padrone”.

martedì 20 novembre 2012

Il Sinodo dei Vescovi sulla Liturgia e sul Sacramento della Penitenza


Nella  XIII ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA del Sinodo dei Vescovi (7-28 ottobre 2012), per la trasmissione della fede cristiana, si è parlato in maniera sorprendentemente chiara della Liturgia e del Sacramento della Penitenza.

Foto: Romano Siciliani da chiesacattolica.it

(traduzione non ufficiale, proposta da sito web ZENIT; sottolineature della redazione)

 Proposizione 35: LITURGIA

La degna celebrazione della santa liturgia, il dono più prezioso di Dio per noi, è la fonte della più alta espressione della nostra vita in Cristo (cfr. Sacrosanctum Concilium, 10). È, perciò, la prima e più potente espressione della nuova evangelizzazione. Attraverso la sacra liturgia Dio desidera manifestare la bellezza incomparabile del suo amore incommensurabile ed incessante per noi, e noi, da parte nostra, desideriamo offrire ciò che è più bello nella nostra adorazione di Dio in risposta al suo dono. Nello scambio meraviglioso della sacra liturgia, in cui il cielo scende sulla terra, la salvezza è a portata di mano, suscitando il pentimento e la conversione del cuore (cfr. Mt 4,17; Mc 1,15). L’evangelizzazione nella Chiesa richiede una liturgia che elevi il cuore degli uomini e delle donne verso Dio. La liturgia non è solo un’azione umana ma un incontro con Dio che conduce alla contemplazione e all’amicizia profonda con Dio. In questo senso, la liturgia della Chiesa è la migliore scuola della fede. L’avvertenza della "necessità" (n. 20) che la Chiesa sia "vigilante nell’interessarsi e nel promuovere la qualità dell’arte che è permessa negli spazi sacri riservati alle celebrazioni liturgiche".

 Proposizione 33: IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA

Il sacramento della penitenza e della riconciliazione è un luogo privilegiato per ricevere la misericordia di Dio e il perdono. È un luogo di guarigione sia personale che comunitaria. In questo sacramento, tutti i battezzati vivono un nuovo incontro personale con Gesù Cristo e con la Chiesa, che favoriscono una riconciliazione totale attraverso il perdono dei peccati. Qui, il penitente incontra Gesù, e allo stesso tempo, lui o lei sperimenta un apprezzamento più profondo di se stesso o di se stessa. I padri sinodali chiedono che questo sacramento venga messo nuovamente al centro dell’attività pastorale della Chiesa.

In ogni diocesi, ci deve essere almeno un luogo dedicato in modo speciale e permanente alla celebrazione di questo sacramento, dove sacerdoti siano sempre presenti, per permettere ai fedeli di fare l’esperienza della misericordia di Dio. Il sacramento deve essere specialmente disponibile, anche su base quotidiana, nei luoghi di pellegrinaggio e chiese specialmente dedicate a questo. La fedeltà alle regole specifiche che regolano l’amministrazione di questo sacramento è necessaria. Ogni sacerdote deve considerare il sacramento della penitenza come una parte essenziale del suo ministero e della nuova evangelizzazione, e in ogni comunità parrocchiale un tempo appropriato deve essere riservato ad ascoltare le confessioni.



Fonte: Zenit del 12.11.2012

La Santa Messa ad Acquarica del Capo (LE)


MADONNA di POMPIGNANO
Acquarica del Capo (LE)

MESSA IN RITO EXTRAORDINARIO





Ogni giovedì (eccetto giorni festivi ed eventuali imprevisti) , ore 18: celebrazione della Messa nella forma straordinaria del Rito Romano con omelia che ne spiega punto per punto lo svolgimento e il contenuto teologico e spirituale. 

Terzo sabato di ogni mese: formazione liturgica.

  • Ore 16.00 : Catechesi sulla teologia della liturgia 
  • Ore 18.00 : Celebrazione Eucaristica con canto gregoriano. Il percorso vuole portare in modo organico ad una sufficiente familiarità e conoscenza delle due forme del Rito Romano (quella   extraordinaria e quella ordinaria) nella convinzione che "possono arricchirsi a vicenda" (Benedetto XVI) .
Contatti: tel: 0833 555083




martedì 13 novembre 2012

Il Santo Padre sulla musica sacra


Discorso del Santo Padre Benedetto XVI
ai partecipanti all'incontro promosso
dall'Associazione italiana Santa Cecilia
- Roma, 10 novembre 2012 -

Sottolineature nostre


Cari fratelli e sorelle!

Con grande gioia vi accolgo, in occasione del pellegrinaggio organizzato dall’Associazione Italiana Santa Cecilia, alla quale va anzitutto il mio plauso, con il saluto cordiale al Presidente, che ringrazio per le cortesi parole, e a tutti i collaboratori. Con affetto saluto voi, appartenenti a numerose Scholae Cantorum di ogni parte d’Italia! Sono molto lieto di incontrarvi, e anche di sapere - come è stato ricordato - che domani parteciperete nella Basilica di San Pietro alla celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Arciprete Angelo Comastri, offrendo naturalmente il servizio della lode con il canto.

Questo vostro convegno si colloca intenzionalmente nella ricorrenza del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. E con piacere ho visto che l’Associazione Santa Cecilia ha inteso così riproporre alla vostra attenzione l’insegnamento della Costituzione conciliare sulla liturgia, in particolare là dove – nel sesto capitolo – tratta della musica sacra. In tale ricorrenza, come sapete bene, ho voluto per tutta la Chiesa uno speciale Anno della fede, al fine di promuovere l’approfondimento della fede in tutti i battezzati e il comune impegno per la nuova evangelizzazione. Perciò, incontrandovi, vorrei sottolineare brevemente come la musica sacra può, anzitutto, favorire la fede e, inoltre, cooperare alla nuova evangelizzazione.

Circa la fede, viene spontaneo pensare alla vicenda personale di Sant’Agostino - uno dei grandi Padri della Chiesa, vissuto tra il IV e il V secolo dopo Cristo - alla cui conversione contribuì certamente e in modo rilevante l’ascolto del canto dei salmi e degli inni, nelle liturgie presiedute da Sant’Ambrogio. Se infatti sempre la fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio – un ascolto naturalmente non solo dei sensi, ma che dai sensi passa alla mente ed al cuore – non c’è dubbio che la musica e soprattutto il canto possono conferire alla recita dei salmi e dei cantici biblici maggiore forza comunicativa. Tra i carismi di Sant’Ambrogio vi era proprio quello di una spiccata sensibilità e capacità musicale, ed egli, una volta ordinato Vescovo di Milano, mise questo dono al servizio della fede e dell’evangelizzazione. La testimonianza di Agostino, che in quel tempo era professore a Milano e cercava Dio, cercava la fede, al riguardo è molto significativa. Nel decimo libro delle Confessioni, della sua Autobiografia, egli scrive: «Quando mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi nella mia fede riconquistata, e alla commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica» (33, 50). 
L’esperienza degli inni ambrosiani fu talmente forte, che Agostino li portò impressi nella memoria e li citò spesso nelle sue opere; anzi, scrisse un’opera proprio sulla musica, il De Musica. Egli afferma di non approvare, durante le liturgie cantate, la ricerca del mero piacere sensibile, ma riconosce che la musica e il canto ben fatti possono aiutare ad accogliere la Parola di Dio e a provare una salutare commozione. Questa testimonianza di Sant’Agostino ci aiuta a comprendere il fatto che la Costituzione Sacrosanctum Concilium, in linea con la tradizione della Chiesa, insegna che «il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (n. 112). Perché «necessaria ed integrante»? Non certo per motivi puramente estetici, in un senso superficiale, ma perché coopera, proprio per la sua bellezza, a nutrire ed esprimere la fede, e quindi alla gloria di Dio e alla santificazione dei fedeli, che sono il fine della musica sacra (cfr ibid.). Proprio per questo vorrei ringraziarvi per il prezioso servizio che prestate: la musica che eseguite non è un accessorio o solo un abbellimento esteriore della liturgia, ma è essa stessa liturgia. Voi aiutate l’intera Assemblea a lodare Dio, a far scendere nel profondo del cuore la sua Parola: con il canto voi pregate e fate pregare, e partecipate al canto e alla preghiera della liturgia che abbraccia l’intera creazione nel glorificare il Creatore.

Il secondo aspetto che propongo alla vostra riflessione è il rapporto tra il canto sacro e la nuova evangelizzazione. La Costituzione conciliare sulla liturgia ricorda l’importanza della musica sacra nella missione ad gentes ed esorta a valorizzare le tradizioni musicali dei popoli (cfr n. 119). Ma anche proprio nei Paesi di antica evangelizzazione, come l’Italia, la musica sacra - con la sua grande tradizione che è propria, che è cultura nostra, occidentale - può avere e di fatto ha un compito rilevante, per favorire la riscoperta di Dio, un rinnovato accostamento al messaggio cristiano e ai misteri della fede. Pensiamo alla celebre esperienza di Paul Claudel, poeta francese, che si convertì ascoltando il canto del Magnificat durante i Vespri di Natale nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi: «In quel momento – egli scrive – capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla». Ma, senza scomodare personaggi illustri, pensiamo a quante persone sono state toccate nel profondo dell’animo ascoltando musica sacra; e ancora di più a quanti si sono sentiti nuovamente attirati verso Dio dalla bellezza della musica liturgica come Claudel. E qui, cari amici, voi avete un ruolo importante: impegnatevi a migliorare la qualità del canto liturgico, senza aver timore di recuperare e valorizzare la grande tradizione musicale della Chiesa, che nel gregoriano e nella polifonia ha due delle espressioni più alte, come afferma lo stesso Vaticano II (cfr Sacrosanctum Concilium, 116). E vorrei sottolineare che la partecipazione attiva dell’intero Popolo di Dio alla liturgia non consiste solo nel parlare, ma anche nell’ascoltare, nell’accogliere con i sensi e con lo spirito la Parola, e questo vale anche per la musica sacra. Voi, che avete il dono del canto, potete far cantare il cuore di tante persone nelle celebrazioni liturgiche.

Cari amici, auguro che in Italia la musica liturgica tenda sempre più in alto, per lodare degnamente il Signore e per mostrare come la Chiesa sia il luogo in cui la bellezza è di casa. Grazie ancora a tutti per questo incontro! Grazie. 





martedì 6 novembre 2012

"Avvenire" sul pellegrinaggio "Una cum Papa nostro"


 In San Pietro risuona il latino preconciliare.
Cañizares celebra la Messa con il rito del 1962
di G. Cardinale sul'Avvenire del 4 novembre 2012

Da ROMA - "Il Gesto che oggi sto compiendo, vuole mostrare una volta di più che nessuno è di troppo nella Chiesa, come disse il Papa nel suo viaggio in Francia." Lo ha ribadito ieri [sab. 3 nov. 2012, n.d.r.] il cardinale Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il culto divino, nell'omelia pronunciata durante la Messa celebrata in San Pietro secondo la forma "straordinaria" del rito Romano, quella fissata nel Messale del 1962, prima delle riforme postconciliari. La celebrazione eucaristica è stata il culmine del pellegrinaggio promosso dal Coetus Internationalis Summorum Pontificum all'inizio dell'Anno della fede per celebrare il quinto anniversario del Motu Proprio con cui Benedetto XVI ha dato piena cittadinanza al cosiddetto rito preconciliare. Un pellegrinaggio che ha avuto come motto l'affettuosa espressione Una Cum Papa nostro (insieme al nostro Papa), segno della grande devozione verso Benedetto XVI dei fedeli legati all'antica liturgia. Una devozione che il cardinale Canizares ha in qualche modo esplicitato nella sua omelia. "Vogliamo - da detto il porporato - tutti i partecipanti in questa santa Mesa, in questo sacrificio di comunione e di lode di tutta la Chiesa, che sia veramente un ringraziamento a Dio per tutta l'opera che il Santo Padre Benedetto XVI realizza, in particolare per il suo Motu Proprio "Summorum Pontificum" che è un dono per la Chiesa tutta". "Vogliamo anche - ha aggiunto - che sia un segno e testimonianza di appoggio e sostegno filiale e affettuoso dei pellegrini qui riuniti al Santo Padre, nelle circostanze difficili d'oggi, e una volontà di partecipazione nel movimento e impulso evangelizzatore che il Papa, Pastore SUpermo della Chiesa, vuole dare a tutta la Chiesa, offrendole di nuovo la giovenizza della liturgia tradizionale, che ha accompagnato i Padri conciliari durante tutto lo svolgimento del Vaticano II e che suscita oggi più che mai numerose vocazioni sacerdotali e religiose ne mondo disposte a evangelizzare." "Questa santa Messa in forma straordinaria - ha poi detto il più stretto collaboratore del Papa nel campo liturgico - deve rappresentare un segno di obbedienza e comunione col Papa." Infatti "con questa comunione, affettive e effettiva, con il Sommo pontefice e i vescovi, uniti con lui, siamo cattolici."
Ai pellegrini, che sono arrivati in San Pietro in processione dalla chiesa di San Salvatore in Lauro, ha fatto pervenire "di cuore" la benedizione apostolica il Papa con un messaggio firmato a suo nome dal Cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. In esso il Papa ha inviato il "suo cordiale saluto a tutti i partecipanti, assicurandoli della sua fervente preghiera".
Con il Motu Proprio Summorum Pontiticum si ricorda nel messaggio, il Papa "ha desiderato rispondere all'attesa dei fedeli legati alle forme liturgiche precedenti". E in effetti come è scritto nella Lettera ai vescovi scritta dal Papa per presentare il Motu Proprio "è bene conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa e di donare loro il giusto posto", riconoscendo sempre "pienamente il valore e la santità della forma ordinaria del rito romano", frutto della riforma liturgica postconciliare.
Alla cerimonia in san Pietro hanno assistito alcune migliaia di fedeli, con molti giovani, segno la liturgia tradizionale non è solo un retaggio delle generazioni passate. Al rito ha partecipato anche l'arcivescovo Augustine Di Noia, vicepresidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, con mons. Guido Pozzo, il segretario della COmmissione che ieri il Papa ha promosso arcivescovo Elemosiniere. Presenti anche Monsignor Marco Agostini, cerimoniere Pontificio, mons. Camille Perl, già vicepresidente [in realtà era il segretario, n.d.r.] di Ecclesia Dei e monsignor Juan Miguel Ferrer Grenesche, sottosegretario della Congregazione per il culto divino [che ha svolto l'ufficio di prete assistente, n.d.r.]. Cerimonieriere del Rito è stato padre Almir de Andrade, officiale di Ecclesia Dei che è l'organismo vaticano deputato a seguire i gruppi ecclesiali legati alla forma straordinaria del Rito Romano.

***

Una forma straordinaria ammessaMotu Proprio - nel 2007 il documento che ha definito il testo "tesoro da conservare"
di Gianni Cardinale, Avvenire 4 novembre 2012


Da Roma - Con il Motu Proprio Summorum Pontificum Benedetto XVI nel 2007 ha dato piena cittadinanza nella Chiesa all'uso, come forma straordinaria del rito romano, del Messale in vigore prima della riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II. Come ribadito nell'istruzione applicativa Universae Ecclesiae del maggio 2011, in esso si stabilisce che non c'è nessuna contraddizione tra il messale "pre" e quello "post-conciliare", che costituiscono, rispettivamente, la forma straordinaria e ordinaria dell'unico rito romano. Con il Summorum Pontificum, Benedetto XVI ha infatti voluto: offrire a tutti i fedeli la liturgia antica, "considerata tesoro prezioso da conservare"; "garantire e assicurare" effettivamente l'uso della forma straordinaria, "nel presupposto che l'uso della liturgia romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari"; e infine, ma non per ultimo, "favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa".
Nell'Istruzione si ribadisce che spetta al vescovo "adottare le misure necessarie per garantire il rispetto della forma straordinaria" la quale può essere richiesta da un gruppo di fedeli - senza che venga indicato un numero minimo di aderenti -, che può essere costituito anche da persone "che provengano da diverse parrocchie o diocesi". Il documento poi spiega che deve essere ammessa anche la celebrazione occasionale del rito straordinario pur nel rispetto della programmazione liturgica ordinaria della chiesa in cui viene richiesta. E sottolinea che i richiedenti la Messa del 1962 non devono in nessun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla "validità o legittimità delle liturgie postconciliari". 


martedì 30 ottobre 2012

Intervista di Paix Liturgique a don Nicola Bux


 Favorire la rinascita del sacro nei cuori

fonte: Paix Liturgique lettera n. 35

All'udienza generale dello scorso 3 ottobre, Benedetto XVI ha voluto sottolineare la centralità della liturgia, e ha insegnato che essa "non è una specie di 'auto-manifestazione' di una comunità", ma "implica universalità e questo carattere universale deve entrare sempre di nuovo nella consapevolezza di tutti. La liturgia cristiana è il culto del tempio universale che è Cristo Risorto, le cui braccia sono distese sulla croce per attirare tutti nell’abbraccio dell’amore eterno di Dio. E’ il culto del cielo aperto". È estremamente significativo che un discorso così denso sia stato pronunciato proprio nell'imminenza dell'apertura dell'Anno della Fede: ciò testimonia del ruolo fondamentale che Benedetto XVI assegna alla liturgia nel suo magistero e anche nella nuova evangelizzazione.
A cinque anni dall'entrata in vigore del Motu Proprio e in vista dell'ormai imminente pellegrinaggio "Una cum Papa nostro", che porterà a Roma il "popolo del Summorum Pontificum", abbiamo chiesto a uno dei più profondi conoscitori del pensiero liturgico del Papa, don Nicola Bux, di fare il punto sullo status quaestionis. Autore del best-seller "La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione", Don Nicola è, fra l'altro, Consultore dell'Ufficio per le celebrazioni liturgiche del Santo Padre e della Congregazione per il Culto Divino.

1) Don Nicola, 49 anni dopo la sua promulgazione, la costituzione apostolica Sacrosanctum Concilium sembra ancora essere lettera morta in tante diocesi del mondo. Per non parlare della riforma della riforma di Papa Benedetto, della quale lei è un ardente promotore, che fatica ad arrivare nelle nostre parrocchie: in Italia come in Francia, pochi altari e santuari sono stati ripristinati per rispondere all'invito papale a una maggiore solennità del culto liturgico. Come spiega questa distanza tra gli orientamenti liturgici romani e la realtà delle messe domenicali?

Risposta: La Chiesa, lo sappiamo dalla sua storia, si sviluppa mediante riforme e non rivoluzioni, diversamente dal mondo.Perchè sono i suoi uomini a dover cambiare il cuore e la mente, e poi ciò influisce positivamente sul cambiamento delle strutture: un cambiamento che è come lo sviluppo organico del corpo, senza abnormità o sussulti. Così avviene per la sacra liturgia: si sviluppa in modo quasi impercettibile da forme preesistenti; se invece ce se ne accorgesse bruscamente, vorrebbe dire che non è avvenuto un 'aggiornamento' ma un cambiamento da una cosa ad un'altra, per cui la norma della preghiera (lex orandi) non corrisponde alla norma del credo (lex credendi). Si è caduti in errore e persino in eresia.
Dell'opera di riforma di papa Benedetto XVI, non solo della liturgia ma della Chiesa, visto lo stretto rapporto tra le due, ci si accorge che non è altro che l'attuazione della Costituzione liturgica del Vaticano II, solo se interviene la osservazione appena indicata. Il problema pertanto non è innanzitutto di ripristinare l'altare in modo che si possa celebrare nelle due forme del rito romano, ma di favorire la rinascita del sacro nei cuori, ossia la percezione che Dio è presente tra noi e quindi il culto è divino, la liturgia è sacra se riconosce la Sua presenza, cioè la adora, e implica gli atteggiamenti conseguenti: inginocchiarsi, raccogliersi, far silenzio, ascoltare ecc. Quanto alla distanza tra la liturgia papale e quelle locali, c'è da riflettere: siamo cattolici se riconosciamo il primato del Successore di Pietro, ossia la responsabilità personale datagli dal Signore sulla Chiesa universale; ora, se nella Chiesa universale vi sono diversi riti in specie orientali, a capo dei quali stanno i patriarchi, a capo di quello romano c'è il Vescovo di Roma che, celebrando in san Pietro o nei viaggi apostolici, opera la salvaguardia dell'unità sostanziale del rito romano nelle diversità locali (cfr SC 38). Per queste ragioni, la liturgia celebrata dal Vescovo di Roma, non solo è esemplare ma typica, ovvero normativa, in quanto attua le prescrizioni dei libri liturgici, come tutti sono tenuti a fare ovunque, se sono cattolici.

2) Si sa bene ormai che il Santo Padre propone e non impone. Così sembra fare il Culto divino che pubblica molti documenti ma senza ricorrere a misure normative, pensiamo in particolare alla questione della comunione in mano che è emblematica di un abuso divenuto legge. Da due anni, lei è consultore della Congregazione per il Culto Divino: qual è il potere reale della Congregazione in materia?

Risposta: Il Santo Padre non propone sue idee sulla liturgia, ma custodisce e innova (? n.d.r.) quanto la Chiesa riceve dalla tradizione apostolica e da Gesù stesso. Nè una proposta nè una imposizione, bensì l'obbedienza a Qualcosa che viene sempre prima di noi e che da noi è ricevuto. I documenti dei dicasteri della Curia romana devono solo tradurre in atto tutto ciò, incluse le misure normative e le sanzioni previste dal diritto canonico. Un esempio: l'Istruzione Redemptionis Sacramentum su alcune cose che si devono osservare ed evitare nella Ss. Eucaristia. Chi è al corrente, per esempio, della differenza tra legge e indulto? Perciò non sa risolvere la questione del modo di fare la S.Comunione.
Il punto è che oggi va ricompreso nella liturgia non solo, ma nella Chiesa, il diritto di Dio, il suo primato e le conseguenze che ha sull'etica come sul culto a lui dovuto. Possiamo noi inventarci la legge morale? Nemmeno dunque potremmo inventarci il culto senza cadere nel peccato di farci un dio a modo nostro, ossia l'idolatria. Su questa questione per fortuna proprio Joseph Ratzinger aprì il dibattito con il noto testo Introduzione allo spirito della liturgia; raccolto esemplarmente dal cardinal Raymond Leo Burke ne: La Danza vuota intorno al Vitello d'Oro, ed.Lindau, e recentemente dal libro di Daniele Nigro, I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II, ed.Sugraco.

3) Nella lettera ai vescovi che accompagna il Summorum Pontificum, il Santo Padre invitava all'arricchimento mutuo delle due forme dell’unico rito romano ma per arrivare a quest'arricchimento ci deve prima essere un incontro fra le due liturgie. Come si fa se la forma straordinaria rimane fuori dalle parrocchie: non è la messa parrocchiale il luogo naturale per quest'incontro?

Risposta: Il Santo Padre ha ripristinato il rito romano celebrato fino al Vaticano II, definendolo 'forma extraordinaria' rispetto a quella ordinaria uscita dalla riforma post-conciliare. Lo ha fatto perchè consapevole a motivo degli studi fatti e dei rapporti con insigni studiosi della liturgia, alcuni dei quali periti conciliari, che non erano soddisfatti di quanto si era riformato, ma nemmeno dello stato precedente: si pensi a Joseph Andreas Jungmann, autore di Missarum Sollemnia. Di qui la ragione innanzitutto dell'arricchimento mutuo tra le due forme, da perseguire con avvedutezza e pazienza, cosa che avviene celebrandole entrambe come sta già avvenendo dappertutto. Non è vero che il Papa ha pubblicato il Motu proprio per fare un piacere alla Fraternità Sacerdotale San Pio X: è del tutto alieno dal suo stile e dal suo pensiero. E' vero invece che deve portare la pace in tutta la Chiesa, dopo decenni di abusi e teoremi, resistenze e indulti. L'incontro tra le due forme avviene semplicemente celebrandole da parte del medesimo sacerdote e offrendole ai fedeli. Ma ci vorrà tempo per prepararsi, perchè molti ecclesiastici non conoscono più il latino; e si devono preparare anche i fedeli all'attuazione piena dei n 36 e 54 della Costituzione liturgica che prevedono l'affiancamento delle lingue correnti al latino, lingua dell'unità della Chiesa universale. Domando: è più giusto che in un santuario come Lourdes si celebri la Messa 'internazionale', in più lingue, sicchè ogni gruppo ne capisca la quinta parte? Oppure una Liturgia cattolica, nella lingua latina che fa sentire tutti membri dell'Una Santa Cattolica e Apostolica? Per mettere i fedeli in condizione di capire, è necessario cominciare con sussidi bilingue, e in ogni cattedrale e parrocchia si arrivi a celebrare la Messa secondo il dettato del n 36, come sta facendo il Papa ovunque vada. Questo si può fare anche col Messale di Paolo VI editio typica latina. Perchè la Chiesa universale deve ricorrere all'inglese, quando ha la sua koinè nella veneranda lingua latina?

4) A inizio settembre, ha partecipato a un incontro in Brasile sul Summorum Pontificum, promosso da alcuni vescovi: può dirci che cos'ha visto e imparato da questo viaggio?

Risposta: Ho imparato ancora una volta come sia vero ciò che dice il Signore nell'Apocalisse: "Ecco io faccio nuove tutte le cose" (21,5). Dove primeggiava la teologia della liberazione, si va affermando la Messa in forma extraordinaria, in molte città del Brasile. Vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici in modo sereno e costruttivo attuano l'insegnamento di Benedetto XVI, si celebra nelle due forme del rito romano e si affronta il dibattito secondo il metodo suggerito da san Pietro: Adorate nei vostri cuori il Signore Cristo, sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi, con dolcezza, rispetto e buona coscienza (cfr 1 Pt 3,15-16).

5) Infine, sabato 3 novembre, in basilica vaticana, il cardinale Cañizares, Prefetto del Culto divino, celebrerà la forma straordinaria in chiusura del pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum a Roma. Che cosa le suggerisce questa notizia: possiamo vedere in questo gesto di colui che è il custode della liturgia per il Santo Padre un esempio dello spirito autentico della comunione ecclesiale che è tanto mancata nel tormentato post-concilio?

Risposta: Il gesto del Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti vuole dimostrare una voltà di più che nessuno è di troppo nella Chiesa, come disse il Papa ai Vescovi francesi nel suo viaggio in Francia nel 2008. La sacra liturgia si differenzia dalle devozioni private per il fatto che è il culto pubblico della Chiesa e non la devozione di singoli, di gruppi o di movimenti. A questi possono essere stati concessi alcuni adattamenti, ma nella salvaguardia dell'unità del rito romano nelle sue due forme ordinaria e extraordinaria. Non sono ammesse altre forme per gruppi particolari. Tuttavia ritengo che per il Papa l'urgenza grande è che il rito romano innanzitutto nella forma ordinaria sia celebrato con fede, dignità e osservando le prescrizioni dei libri liturgici.
In tal modo, la Messa in forma extraordinaria promossa dal Coetus Internationalis Summorum Pontificum deve rappresentare un segno di obbedienza e comunione col Papa. Senza la comunione affettiva ed effettiva col Sommo Pontefice e i Vescovi uniti con lui, non si può dire d'essere cattolici. Chiederemo istantemente al Signore l'unità - viene da unus cioè stare insieme intorno ad Uno - e la pace, sinonimo della comunione - viene da cum-munera - mettere insieme i carismi di ciascuno. E speriamo che cessino le rivalità e l'autoaffermazione, e si promuova la fraternità tra tutti nella carità di Cristo, a cominciare dal proprio ambiente, regione e nazione.

domenica 21 ottobre 2012

L'Organo nella liturgia: fra primazia e compromessi sul Re degl'istromenti


II Colloquio sulla Musica Sacra
Cinquant’anni dopo il Vaticano II
alla luce del Magistero di Benedetto XVI
Verona 6 ottobre 2012 



Intervento di don Gilberto Sessantini

Dall’anatema di San Girolamo (347-420)  che, ancora alla fine del IV secolo, invitava a stare lontani dall’organo perché culturalmente legato ad un mondo pagano e dai costumi disdicevoli (1) all’affermazione che esso è il “re degli strumenti” fatta da Guillaume de Machaut (1300ca.-1377) (2) sancendo così la sua definitiva consacrazione a strumento per eccellenza – secondo il suo significato etimologico (3)  – e a strumento ecclesiastico per definizione – per il suo uso peculiare – molto tempo è passato. Un millennio in cui, l’organo di fatto è divenuto lo strumento principe, non esclusivo certo, ma preferenziale della liturgia cristiana occidentale.  E tale è rimasto, indisturbato, fino all’immediato postconcilio, quando il suo trono ha cominciato a scricchiolare e la sua peculiarità ad essere messa in discussione. 

Cinquant’anni dopo il Vaticano II

Non possiamo non cogliere impressionanti analogie tra quanto è avvenuto per il canto gregoriano e quanto accadde e accade tuttora per l’organo. Mentre il Vaticano II indicava nel canto gregoriano il canto proprio della liturgia latina, esso veniva di fatto estromesso dalla liturgia fino a farlo diventare “un estraneo a casa sua” (4) . Nonostante un dettato conciliare limpido e chiaro, che additava nell’organo lo strumento principe della liturgia per le sue intrinseche capacità in ordine al rito e ai suoi scopi (5) , le applicazioni concrete aprivano la strada ad altri strumenti. I criteri di ammissibilità non erano certo quelli ritenuti tali dall’assise conciliare (6) , ma un criterio, vago e soggettivo, di ammodernamento e di corrispondenza ai gusti del momento, soprattutto, si diceva, dei giovani. Alla massima espressione di lode nei confronti dell’organo corrispose, nella realtà dei fatti, l’inizio del suo declino. E se anche non possiamo prescindere dall’ambiente culturale in cui tali applicazioni concrete sorsero - il ’68 - e collocare in quella temperie culturale gli eccessi assunti a paradigma, certo non possiamo fare a meno di chiederci come si è potuti giungere a tal punto, ora che l’ubriacatura del’68  è finita, l’euforia è passata e ci rimane solo un gran mal di testa da post-sbornia. 
Il peccato originale, mi si permetta l’espressione, mi pare lo si possa scorgere nella “Settimana internazionale di Friburgo” (22-28 agosto 1965) avente come tema “Il canto nel rinnovamento liturgico” (7), durante la quale diversi relatori, applicando alla liturgia e alla sua musica i principi della teologia della secolarizzazione (8), giunsero ad affermare che “dopo Cristo ogni arte è fondamentalmente profana” e che “ogni musica integrata al culto , per il fatto stesso che può esercitarvi una funzione rituale diviene ‘sacra’. Non vi sono più limiti , specificazioni, sacralizzazioni, se non quelli richiesti dalla funzionalità di ogni arte nella liturgia”. Nella dialettica rinnovamento-tradizione con la quale ci si pose e si impostò il dibattito, finì triturato il buon senso e quanto il Vaticano II aveva disposto. Invano il noto liturgista Jungmann, cui in quel convegno spettò la prima relazione, insistette nel “tornare ai principi” e alla prudenza conciliare che ammetteva innovazioni solo se dimostrate veramente utili, in modo tale che le “nuove forme risultino come uno sviluppo organico delle forme già esistenti” per cui – concludeva Jungmann – per costruire l’avvenire “occorre soltanto risfogliare la storia della liturgia”.   Con buona pace di Jeannetteau, insigne gregorianista, che aveva insistito sul carattere esemplare del gregoriano per giungere ad una sintesi verbo-melodica anche nei nuovi canti nelle lingue nazionali e che aveva ammonito a non abbandonare il gregoriano perché “non è da questo abbandono che nascerebbe il rinnovamento desiderato”, le sue e le posizioni degli altri “grandi vecchi” vennero tacciate come appartenenti a “buon senso cauteloso” e, nel contesto della discussione comune, apparivano velate di “un tono esoterico e insieme perentorio” e dettate dalle “ragioni del cuore che mal si adattano a misurarsi con la logica”. In questa linea auto-distruttiva che prese il sopravvento, anche l’organo venne declassato a strumento qualunque, giungendo anzi a venirgli negata (!) la patente di strumento ideale per accompagnare il canto “a causa del suono fisso che lo caratterizza, in totale contrasto con la flessibilità della voce umana. Meglio altri strumenti, più duttili e idonei a sostenere le voci e a marcare la ritmica” così il Reboud (9). Ciò che fino a qualche decennio prima, come ad esempio asseriva C.M. Widor, era la caratteristica principale che qualificava l’organo come strumento “sacro” per eccellenza e particolarmente adatto al sostegno del canto, veniva ora  utilizzato per denigrarlo ed estrometterlo dalla chiesa e dalla liturgia. Per Widor infatti, i suoni prodotti e  tenuti teoricamente anche per una durata illimitata danno un’idea dell’infinito e possono risvegliare in noi l’idea religiosa; il suono “inerte” dell’organo significa  omogeneità, durata, stabilità infinite e questa inerzia non è un difetto ma la base della bellezza dell’organo e la sua perfetta idoneità a sostenere il canto di pochi o di tanti (10) . E questa è anche l’esperienza plurisecolare che caratterizza il servizio organistico nella liturgia. Ma la pervicacia innovativa e distruttiva giungeva a mistificare la realtà. Ciò che secoli di storia della musica e di prassi consolidata sostenevano e provavano, veniva praticamente misconosciuto e, peggio, ridicolizzato. Esaltando le istanze innovatrici del Vaticano II, tali prese di posizione calpestavano il dettato conciliare stesso, reo di pagare lo scotto ad “esaltazioni romantiche” del concetto di musica sacra, del canto gregoriano e dell’organo. Il problema non è certo che a quel convegno si espressero queste opinioni, ma il fatto che queste opinioni sostituirono il Magistero e condizionarono la prassi. Da quel convegno, infatti, sorse il gruppo Universa Laus i cui membri, o i loro epigoni,  ancora oggi, dopo quasi cinquant’anni, siedono a “consulere” i vari uffici liturgici nazionali, impedendo pure un legittimo ricambio generazionale e di pensiero. Perché il resto del mondo, ma non se ne sono ancora accorti, non la pensa più come loro.  Non fu più , quindi, la Sacrosanctum Concilium a guidare la riforma liturgica, ma l’interpretazione che alcuni le davano.  

Paradossalmente sono le stesse armi usate da costoro che ora li condannano. Infatti, uno dei loro cavalli di battaglia riguarda il trinomio musica-liturgia-cultura (11)  dove è la cultura che determina quale musica e quale liturgia sia possibile ed auspicabile per una data assemblea celebrante. Questa impostazione “dal basso” è già stata sufficientemente contestata da uno scritto di Ratzinger che  criticava la  voce “Canto e Musica” del “Nuovo Dizionario di Liturgia” edito dalle Paoline e non mi dilungo ad esporla (12)  . Ma è proprio il concetto di cultura che occorre approfondire. Di quale cultura si tratta? Di una vera, reale, constatabile espressione dei nostri e degli altri tempi, oppure di una cultura falsa, che non esiste, inventata a tavolino per giustificare i propri assunti? Perché la cultura “qua talis” vede ancor oggi e da secoli nell’organo uno strumento “sacro” per eccellenza, chiamato a commentare i riti, a  sostenere il canto, a creare clima di preghiera e di sacralità. Ne fanno fede le innumerevoli citazioni sia musicali che cinematografiche, teatrali o televisive, pubblicitarie, d’intrattenimento o di contenuto. Due o tre accordi d’organo segnalano immediatamente (nel senso letterale del termine e cioè senza altre mediazioni culturali) l’irrompere del sacro, non solo all’opera ma anche in musiche rock ben lontane dal volere portare a Dio; e non solo per gli occidentali, ma, nel villaggio globalizzato, anche per chi appartiene ad altri mondi culturali. Lo stesso avviene per l’immagine televisiva o cinematografica del prete: sempre in abito talare (Don Matteo docet). E per il canto gregoriano. Prescindendo pure dalle innumerevoli pagine di letteratura organistica, veri monumenti musicali (ma forse essi non sono o non fanno cultura!?!), basterebbero citare le numerose pagine in cui la letteratura fa riferimento all’organo come strumento “sacro”: da Virgilio, Teocrito, Lucrezio, Dante, Guillame de Machaut, a Jean Froissart, Michel de Montaigne, John Milton, Robert Browning, Victor Hugo, Honoré de Balzac, Erasmo, Rabelais e Pascal (13) . E allora?  Non sono forse, queste, espressioni della cultura e, per quanto riguarda gli esempi citati più vicini a noi, espressioni della cultura dominante?
Un altro cavallo di battaglia è costituito dal demonizzare il concetto di sacro applicato alla musica e all’organo, oltre che a tutto ciò che la Chiesa considera il suo tesoro più sacro: la Divina Liturgia. Non potrebbe essere diversamente provenendo il loro pensiero dalla teologia della secolarizzazione. Ma questa posizione, a prescindere dai discutibili contenuti teologici, pecca di nominalismo. Infatti, comunque, la si voglia chiamare: “musica per la liturgia, musica liturgica, musica ecclesiastica, musica spirituale, musica religiosa, musica sacra …”  (14) la sostanza è che la Chiesa si è sempre sentita in diritto/dovere di ammettere o non ammettere musica e strumenti a seconda della rispondenza o meno al proprio “progetto rituale”, marcando un linea di confine ben netta ed individuabile, che solo chi è in mala fede non può non vedere e accogliere come tale. Non possiamo dimenticare, inoltre, che la musica è sacra ancor più che per una funzione per la sua origine; origine che, come dimostra qualsiasi trattato di etnologia musicale, è di tipo religioso. Già nella riflessione musicologica di Boezio (475–525) con la sua tripartizione tra musica mundana-humana-instrumentalis vengono poste le basi filosofiche e teologiche di quella che è divenuta poi la musica sacra/musica liturgica dei documenti ecclesiastici (15). Nella trattatistica medievale, inoltre, musica misurata (sacra) e musica non misurata (profana) si rispecchiano in strumenti che sono sacri o profani a seconda che rispecchino la mensura stabilita in base ai rapporti pitagorici propri del monocordo e tra questi e la mensura del cosmo e l’organo è posto tra gli strumenti sacri proprio perché produce suoni misurabili da canne che rispondono a misura prestabilite le cui proporzioni richiamano modelli matematici universali (16). Comprendiamo, quindi, il livello di profondità raggiunta dalla riflessione su questi temi che non si possono sbrigativamente e grossolanamente catalogare come “mito” e “suggestione del sacro” (17) e sciogliere la valenza del sacro musicale solo nella dimensione prettamente funzionale.

La primazia

 L’organo, quindi, culturalmente parlando è ancora uno strumento che all’interno di ciò che chiamiamo “sacro”  e liturgia ha ancora un ruolo ben definito, anzi, una primazia.
Quale primazia?
Il tempo non ci concede una disamina approfondita delle motivazioni per cui la Chiesa si è espressa nei termini che conosciamo riguardo all’organo “il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti.” (SC120) . Bastino alcune osservazioni.
Di certo, c’è una primazia derivata dalle possibilità tecniche e foniche dello strumento. Sono di due tipi: una riguarda la capacità di sostenere il canto di uno, di pochi o di tanti, capacità legata alla amplissima gamma dinamica di cui l’organo è capace e che nessun altro strumento possiede, neppure se amplificato; l’altra riguarda la capacità di colorare diversamente i singoli momenti del rito e le varie sfaccettature di cui la liturgia è ricca. Nessun altro strumento, da solo, è in grado di esprimere tutto questo e non a caso vi è molta analogia tra un organo e l’orchestra, anzi con tutti i suoni della creazione. Lo ha ricordato Benedetto XVI nel discorso per la benedizione dell’organo della Alte-Kapelle di Ratisbona: 

“L'organo, da sempre e con buona ragione, viene qualificato come il re degli strumenti musicali, perché riprende tutti i suoni della creazione e – come poco fa è stato detto – dà risonanza alla pienezza dei sentimenti umani, dalla gioia alla tristezza, dalla lode fino al lamento. Inoltre, trascendendo come ogni musica di qualità la sfera semplicemente umana, rimanda al divino. La grande varietà dei timbri dell'organo, dal piano fino al fortissimo travolgente, ne fa uno strumento superiore a tutti gli altri. Esso è in grado di dare risonanza a tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Le molteplici possibilità dell'organo ci ricordano in qualche modo l'immensità e la magnificenza di Dio”.  (18)

In secondo luogo c’è una primazia di carattere simbolico. Anche in questo caso due sono gli ambiti. Uno ecclesiologico, l’altro liturgico-sacrale. Il primo l’ha espresso molto bene Benedetto XVI sempre nel discorso per la benedizione dell’organo della Alte-Kapelle di Ratisbona: 

“In un organo, le numerose canne e i registri devono formare un'unità. Se qua o là qualcosa si blocca, se una canna è stonata, questo in un primo momento è percettibile forse soltanto da un orecchio esercitato. Ma se più canne non sono più ben intonate, allora si hanno delle stonature e la cosa comincia a divenire insopportabile. Anche le canne di quest'organo sono esposte a cambiamenti di temperatura e a fattori di affaticamento. È questa un'immagine della nostra comunità nella Chiesa. Come nell'organo una mano esperta deve sempre di nuovo riportare le disarmonie alla retta consonanza, così dobbiamo anche nella Chiesa, nella varietà dei doni e dei carismi, trovare mediante la comunione nella fede sempre di nuovo l'accordo nella lode di Dio e nell'amore fraterno. Quanto più, attraverso la Liturgia,  ci lasciamo trasformare in Cristo, tanto più saremo capaci di trasformare anche il mondo, irradiando la bontà, la misericordia e l'amore per gli uomini di Cristo.”  (19)

L’analogia con il corpus ecclesiae è mirabile anche nella sua attualità.
Il secondo ambito in cui l’organo esprime la sua primazia di carattere simbolico è quello liturgico-sacrale. Come avviene per gli altri luoghi liturgici (altare, ambone, cattedra...) pure l’organo “parla” e rimanda alla sua funzione anche quando la liturgia non è in atto. La sua presenza, il suo esser-ci, è simbolo di quel canto che esso sostiene, di quella musica che, come affermava Victor Hugo, “unisce ai Cieli la terra” (20). La sua presenza connota ancor più un edificio ecclesiastico per quello che è: luogo di culto, luogo di preghiera, luogo di vita. Anche senza emettere una nota. Cosa che non farebbe una chitarra, una batteria o un flauto posti in un canto della chiesa: nella nostra cultura essi hanno un’altra valenza culturale, appunto. 

I compromessi

Se tali sono i caratteri che definiscono la primazia dell’organo nella liturgia, è ancor vero che la situazione odierna costringe a dei compromessi.
Quali compromessi?
Innanzitutto con il repertorio dei canti. A parte i due secoli (Sette e Ottocento) in cui la maggior parte della letteratura organistica (italiana si badi bene) si è allontanata dal gregoriano per ricercare in ambito profano la propria ispirazione, il connubio tra organo e repertorio vocale sacro è sempre stato stretto. Pensiamo a quanto hanno suggerito le melodie dei corali o dei temi gregoriani lungo i secoli. Oggi a cosa può ispirarsi un organista se non a ciò che si canta in chiesa, perché tale è la sua funzione? Purtroppo la situazione la conosciamo tutti e non è certo continuando sulla linea del cosiddetto Repertorio Nazionale, che si può dare una svolta  al canto liturgico. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano. All’organista serio non resta che nobilitare con la sua arte ciò che nobile non è e che solo la protervia di certo clero e di certi animatori musicali continua a propinare durante i divini misteri. 
In secondo luogo, con gli altri strumenti. La primazia non è supremazia. E la storia della musica e dei documenti ecclesiastici ci conferma che sempre, accanto all’organo, hanno preso posto anche altri strumenti, non nell’ordinarietà sempre riservata all’organo, ma nella straordinarietà. Le principali feste vedevano aggiungersi all’organo archi e ottoni, non in modo indiscriminato, ma secondo necessità musicali, coloristiche o simboliche (trombe a Pasqua, oboi a Natale), così come si ingrossavano le fila dei cantori. Si metteva in pratica già allora quella solennizzazione progressiva che Musica Sacram nel 1967 suggeriva per differenziare anche con canto e musica i gradi liturgici delle celebrazioni (21).  Se gli strumenti sono suonati da professionisti e  se sono scelti con criteri musicali essi contribuiscono alla riuscita del “progetto liturgico”. Se sono un’accozzaglia di strumenti disomogenei scelti per “far partecipare” i ragazzi, allora il discorso cambia. Ma anche in un caso-limite come quest’ultimo all’organista serio spetta il compito di fare da orchestratore, distribuendo le parti secondo le regole della musica e del buon senso.   
Infine il compromesso con la liturgia. Essa è quella che è, anzi essa è come viene celebrata, spesso senza quel necessario “spirito della liturgia” (22) che aiuta sacerdote e fedeli ad entrare e a mettersi  alla presenza del Signore;  e se prima della riforma il Caeremoniale Episcoporum assegnava minuziosamente all’organo numerosi interventi solistici (23), ora, per dirla con i nostri “amici”, la presenza dell’organo è tutta da inventare. Nel senso positivo del termine e proprio a partire dalle dinamiche interne della liturgia e a partire dagli “spazi di libertà” che il rito stesso prevede direttamente o indirettamente. Qui l’organo può molto, addirittura può supplire la mancanza di spiritualità liturgica di preti e assemblee. Ecco quindi che, circolarmente,  da un compromesso scaturisce di nuovo per l’organo una primazia.
Non ho volutamente considerato tra i compromessi la questione economica, perché più che un compromesso essa è un’ingiustizia.

Tra primazia e compromessi anche oggi la liturgia non può fare a meno dell’organo e l’organo non può fare a meno della liturgia. Il dettato conciliare è chiaro, la sua mens (il cosiddetto spirito) altrettanto; sono i cuori di chi deve metterlo in pratica che han bisogno di conversione.

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Note:

[1 ]SAN GIROLAMO, Lettera 107, 8  a Laeta sull’educazione di sua figlia Paola: “Che ella sia sorda all’organo, al flauto, alla lira e alla cetra; che ella ignori perché questi strumenti sono stati inventati” . 
[2] Cfr. CECIL CLUTTON, L’organo, in ANTONHY BAINES (a cura di), Storia degli strumenti musicali, Milano 1983, p.50. In RENÉ BRANCOUR, Histoire des instruments de musique, Paris 1921, p. 210 viene anche riportato il distico di de Machaut “Et de tous instruments le roi/ Dirai-je ici, comme je croi, orgue.”
[3] Organo infatti in greco significa strumento.
[4] Cfr. FULVIO RAMPI, Il canto gregoriano: un estraneo in casa sua,  relazione tenuta il 19 maggio 2012 a Lecce nel primo convegno: "Colloqui sulla musica sacra. Cinquant'anni dal Concilio Vaticano II alla luce del magistero di Benedetto XVI"
[5]Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti.” SC 120a.
[6]Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22-2, 37 e 40, purché siano adatti all'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente l'edificazione dei fedeli.” SC 120b.
[7] Cfr. GINO STEFANI, “Friburgo: Prima settimana mondiale della nuova musica sacra”, in Rivista Liturgica, anno 1965,n°4, pp.492-498, da cui sono tratte le citazioni delle relazioni e dei giudizi di Stefani.
[8] Questa teologia afferma che il Cristianesimo, per effetto dell’ Incarnazione, si ridurrebbe a “religione secolare”, ovvero una religione che non ha più nulla da dire sul piano della salvezza del mondo ma solo su quello del giusto funzionamento del mondo stesso. Ogni realtà mondana sarebbe già salvata, ciò che occorre fare è solo operare socialmente nel mondo. La storia non è più il luogo della manifestazione della Rivelazione e della Verità, ma diviene essa stessa Rivelazione  e Verità. Accettando in toto il percorso della filosofia contemporanea e dello sviluppo scientifico-tecnologico moderno questa teologia  svaluta da un lato la metafisica e dall'altro toglie alla fede qualsiasi segno di sacralità. Partendo dal presupposto che solo accettando pienamente la secolarizzazione della Chiesa - il suo perdere qualsiasi significato mitico-metafisico, la sua pretesa teologico-epistemica che pretendeva di vincolare l'uomo al soprannaturale - si può riaprire finalmente un orizzonte autentico entro il quale sviluppare un rapporto più genuino tra Dio e l'uomo. Contro tale “teologia” si è ben espresso il Sinodo dei Vescovi del 2005 nei cui Lineamenta così troviamo scritto: “Il sacro è segno dello Spirito Santo. Dice S. Basilio Magno: “Tutto ciò che ha un carattere sacro è da lui che lo deriva”.[208] Malgrado nel tempo della desacralizzazione si sia pensato che il confine tra il sacro e il profano fosse infranto, Dio non si ritira dal mondo per abbandonarlo alla sua mondanità. Finché il mondo non è trasformato e Dio non è ancora tutto in tutti (1 Cor 15,28), si conserva anche la distinzione tra sacro e profano.” Sinodo dei Vescovi,
XI Assemblea generale ordinaria su: L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, Lineamenta n° 61.
[9] Così sintetizza lo STEFANI: “La relazione Reboud è stata tra le più documentate e lungimiranti: Dopo aver ricordato le origini profane dell’organo e il suo recentissimo (sec. 19°) [sic!] impiego come strumento d’accompagnamento, il relatore osserva che questo non è affatto lo strumento ideale per accompagnare il canto, e suggerisce esempi concreti in cui esso può venire sostituito utilmente da altri strumenti. Nella relazione, e poi nella discussione del gruppo italiano, si precisa che il suono fisso e l’emissione rigida dell’organo non sono vocali ma che invece si sovrappongono e si impongono all’intonazione e al vibrato ben più flessibili e propri della voce, con il risultato frequente di irrigidire e meccanizzare questa. Inoltre, il tessuto armonico organistico, per quanto esile, basta per costituire una fascia sonora che spesso finisce per incorporare a sé la voce degradandola al semplice ruolo di parte polifonica. In questo caso la musica prevale sul canto, e la priorità della parola è perduta”.  Cfr. G. STEFANI, op. cit. p.497.
[10] Cfr. GIUSEPPE CLERICETTI, Charles-Marie Widor. La Francia organistica tra Otto e Novecento”, Varese 2010, p.40.
[11] Esso costituisce anche il titolo del documento fondativo del gruppo, documento stilato nel 1980. In esso significativamente non si parla mai di Chiesa Cattolica ma sempre di Chiese, mai di culto cattolico ma di culti cristiani, non si cita mai un documento del Magistero, ma sempre opinioni assurte a dogmi e presentate in modo apodittico, con la supponenza tipica di un certo modo di fare cultura. 
[12] Cfr. JOSEPH RATZINGER, Opera Omnia, volume XI,  Teologia della liturgia, Città del Vaticano 2008, pp. 605ss. Il lemma del Nuovo Dizionario di Liturgia è scritto da Eugenio Costa e Felice Rainoldi.
[13] Cfr. RENÉ BRANCOUR, op. cit., pp 209-213.
[14] Tutti nomi che si possono ritrovare anche nella letteratura vocale od organistica, oltre che nei documenti ecclesiastici, e che al di là delle sfumature di significato che assumono nella propria area linguistica denotano una volontà di demarcazione specifica.
[15] Cfr. BOEZIO, De institutione musica, trad. G. Marzi, Roma, 1990.
[16] ELENA FERRARI BARASSI, La materia prima sonora: gli strumenti musicali, in Atlante storico della musica nel Medioevo, Milano 2011, pp. 198ss.
[17] Cfr. NICOLAS SCHALZ, La nozione di musica sacra, in Rivista Liturgica, 1972-2, p.183-207. In particolare sull’organo la pag. 203, in cui l’autore afferma: “Sfortunatamente la Costituzione conciliare sulla Liturgia e la stessa Istruzione del 1967 sulla musica nella Liturgia conservano questo atteggiamento nei confronti dell’orgao. I capitoli che ne trattano sono i meno felici di questi documenti”.
[18]BENEDETTO XVI,  Saluto per la Benedizione del nuovo organo della Alte Kapelle di Regensburg, 13 settembre 2006, in :  http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060913_alte-kapelle-regensburg_it.html
[19] Ibidem.
[20] “L’orgue, le seul concert, le seul gémissement / Qui mêle aux Cieux la terre”.  In VICTOR HUGO, Les Chants du crépuscule, XXXIII: Dans l’eglise de ***, I. (1835) .
[21] A proposito degli strumenti musicali nella liturgia Musica sacram aggiunge ulteriori specificazioni rispetto al dettato conciliare: “Nel permettere l'uso degli strumenti musicali e nella loro utilizzazione si deve tener conto dell'indole e del
le tradizioni dei singoli popoli. Tuttavia gli strumenti che, secondo il giudizio e l'uso comune, sono propri della musica profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai pii e sacri esercizi. Tutti gli strumenti musicali, ammessi al culto divino, si usino in modo da rispondere alle esigenze dell'azione sacra e servire al decoro del culto divino e alla edificazione dei fedeli.” (n° 63). Ancora una volta la connotazione culturale è determinante per l’ammissione o meno di uno strumento nella liturgia.
[22] Cfr. JOSEPH RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo 2001.
[23] Cfr. GILBERTO SESSANTINI, L’organo nella liturgia tra Cinque e Seicento, in AA.VV. , L’Organo Antegnati 1558-1996, Almenno S. Salvatore (BG), 1996, pp. 61-67.