venerdì 30 dicembre 2011

Un buon augurio per il nuovo anno



APPRENDERE LA CELEBRAZIONE
DELLA “MESSA BASSA”

a cura di p.Giorgio Maria Faré, O.C.D.

Ormai sempre più frequentemente ed in modo sempre più diffuso si assiste alla spontanea costituzione di quel coetus fidelium - citato da S.S. Benedetto XVI nella Lettera Apostolica Motu Proprio data Summorum Pontificum (art.5, §1) - che venera in modo particolare la Liturgia nell’Usus Antiquior. Spesso, la lecita richiesta da parte di questi fedeli di celebrazioni della S.Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962 dal B.Giovanni XXIII ha evidenziato una carenza di Sacerdoti idonei a tale scopo.

Come indicato al n.21 dell’Istruzione Universae Ecclesiae emanata dalla Pontificia Commisione Ecclesia Dei sull’applicazione della suddetta Lettera Apostolica, è chiesto agli Ordinari di offrire al clero la possibilità di acquisire una preparazione adeguata alle celebrazioni nella forma extraordinaria dell’unico Rito Romano.

Il presente sussidio vuole contribuire, per quanto possibile, a questa sentita esigenza formativa del Sacerdos Idoneus, illustrando ai Sacerdoti che desiderano apprendere questa forma la celebrazione della “Messa bassa” secondo il Messale Romano del 1962, in modo chiaro, dettagliato e completo.

Nella prima parte del testo sono descritte alcune note di carattere generale concernenti la posizione delle mani, il tono della voce e la corretta esecuzione dei gesti, degli inchini e degli spostamenti.

Nella seconda parte è riportato il testo latino integrale nel quale sono state intercalate e messe a margine numerose note ausiliarie sull’adeguato uso della voce e per la simultanea esecuzione della corretta sequenza gestuale.



venerdì 23 dicembre 2011

domenica 11 dicembre 2011

Gli appuntamenti di don Nicola Bux a dicembre


2 dic.  Modugno (Bari): Auditorium Immacolata ore 19,30: Presentazione del libro "Come andare a Messa e non perdere la Fede"

4  dic. Lecce: ore 11,00 chiesa di S. Chiara ore 11 S. Messa nella forma straordinaria - ore 17,30 Sala delle Benedettine  Conferenza sul tema "Innovazione e Tradizione";

9 dic. S.Vito dei Normanni: Biblioteca Comunale ore 17,30 Conferenza su "Feste, Riti e Tradizioni

12 dic. Bitonto (Bari): chiesa di S. Giorgio ore 18,30 presentazione del libro "Come andare a Messa e non perdere la Fede";

14 dic. Bari: Chiesa di S. Giuseppe in piazza Chiurlia, ore 18 S. Messa nella forma straordinaria per l'Associazione Amici Campani;

15 dic. Radio Maria: ore 18-19,30 Rubrica "Chiesa e Liturgia";

16 dic. Picciano (Matera): Monastero di S. Maria ore 9,30 Conferenza sul tema "lo stato della Liturgia odierna"

giovedì 8 dicembre 2011

Quando è nato Gesù?

Spesso si sente affermare che Gesù di Nazaret potrebbe non essere nato il 25 dicembre dell’anno zero. Anzi, da più parti si sostiene che non si sa nulla circa la sua reale data di nascita, per quanto riguarda sia il giorno, sia il mese, sia l’anno. Ma è proprio vero che non possiamo accertare e documentare quando è venuto alla luce il Bambino di Betlemme? Cosa riferiscono a tal proposito gli evangelisti, i maggiori storici dell’epoca, gli scrittori ecclesiastici e i calendari del tempo? Quali gli studi, le ipotesi e le tesi maggiormente sostenuti dai più insigni studiosi del cristianesimo antico, di archeologia orientale e di astronomia, che hanno indagato il problema servendosi delle più aggiornate metodiche interdisciplinari? Domande affascinanti e suggestive, una vera e propria indagine, pungente, intrigante e carica di capovolgimenti di scena, tesi a documentare l’effettiva data di nascita del più noto personaggio della storia universale. 

domenica 4 dicembre 2011

La ragione positivista, presa come valore assoluto, riduce l'uomo

Discorso pronunciato il 22 settembre 2011 da S.S. Benedetto XVI durante la visita al Parlamento Federale nel Reichstag di Berlino.

[…] vorrei proporVi alcune considerazioni sui fondamenti dello Stato liberale di diritto.
Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: "Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. "Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?" ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.
In gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente. Ma è evidente che nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta: nel processo di formazione del diritto, ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri del proprio orientamento. Nel terzo secolo, il grande teologo Origene ha giustificato così la resistenza dei cristiani a certi ordinamenti giuridici in vigore: "Se qualcuno si trovasse presso il popolo della Scizia che ha leggi irreligiose e fosse costretto a vivere in mezzo a loro … questi senz’altro agirebbe in modo molto ragionevole se, in nome della legge della verità che presso il popolo della Scizia è appunto illegalità, insieme con altri che hanno la stessa opinione, formasse associazioni anche contro l’ordinamento in vigore…".
In base a questa convinzione, i combattenti della resistenza hanno agito contro il regime nazista e contro altri regimi totalitari, rendendo così un servizio al diritto e all’intera umanità. Per queste persone era evidente in modo incontestabile che il diritto vigente, in realtà, era ingiustizia. Ma nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile.
Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a.C. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto "gli inviolabili e inalienabili diritti dell'uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo".

Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: "Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…" (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui "coscienza" non è altro che il "cuore docile" di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – "un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti", allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.

Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità. Lo dico proprio in vista dell’Europa, in cui vasti ambienti cercano di riconoscere solo il positivismo come cultura comune e come fondamento comune per la formazione del diritto, mentre tutte le altre convinzioni e gli altri valori della nostra cultura vengono ridotti allo stato di una sottocultura. Con ciò si pone l’Europa, di fronte alle altre culture del mondo, in una condizione di mancanza di cultura e vengono suscitate, al contempo, correnti estremiste e radicali. La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle "risorse" di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.

Ma come lo si realizza? Come troviamo l’ingresso nella vastità, nell’insieme? Come può la ragione ritrovare la sua grandezza senza scivolare nell’irrazionale? Come può la natura apparire nuovamente nella sua vera profondità, nelle sue esigenze e con le sue indicazioni? Richiamo alla memoria un processo della recente storia politica, nella speranza di non essere troppo frainteso né di suscitare troppe polemiche unilaterali. Direi che la comparsa del movimento ecologico nella politica tedesca a partire dagli anni Settanta, pur non avendo forse spalancato finestre, tuttavia è stata e rimane un grido che anela all’aria fresca, un grido che non si può ignorare né accantonare, perché vi si intravede troppa irrazionalità. Persone giovani si erano rese conto che nei nostri rapporti con la natura c’è qualcosa che non va; che la materia non è soltanto un materiale per il nostro fare, ma che la terra stessa porta in sé la propria dignità e noi dobbiamo seguire le sue indicazioni. È chiaro che qui non faccio propaganda per un determinato partito politico – nulla mi è più estraneo di questo. Quando nel nostro rapporto con la realtà c’è qualcosa che non va, allora dobbiamo tutti riflettere seriamente sull’insieme e tutti siamo rinviati alla questione circa i fondamenti della nostra stessa cultura. Mi sia concesso di soffermarmi ancora un momento su questo punto. L’importanza dell’ecologia è ormai indiscussa. Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente. Vorrei però affrontare con forza ancora un punto che oggi come ieri viene largamente trascurato: esiste anche un’ecologia dell’uomo. Anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso. Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli ascolta la natura, la rispetta e quando accetta se stesso per quello che è, e che non si è creato da sé. Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana.

Torniamo ai concetti fondamentali di natura e ragione da cui eravamo partiti. Il grande teorico del positivismo giuridico, Kelsen, all’età di 84 anni – nel 1965 – abbandonò il dualismo di essere e dover essere. Aveva detto che le norme possono derivare solo dalla volontà. Di conseguenza, la natura potrebbe racchiudere in sé delle norme solo se una volontà avesse messo in essa queste norme. Ciò, d’altra parte, presupporrebbe un Dio creatore, la cui volontà si è inserita nella natura. "Discutere sulla verità di questa fede è una cosa assolutamente vana", egli nota a proposito. Lo è veramente? – vorrei domandare. È veramente privo di senso riflettere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non presupponga una Ragione creativa, un Creator Spiritus?

A questo punto dovrebbe venirci in aiuto il patrimonio culturale dell’Europa. Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore sono state sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità degli uomini per il loro agire. Queste conoscenze della ragione costituiscono la nostra memoria culturale. Ignorarla o considerarla come mero passato sarebbe un’amputazione della nostra cultura nel suo insieme e la priverebbe della sua interezza. La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico.

Al giovane re Salomone, nell’ora dell’assunzione del potere, è stata concessa una sua richiesta. Che cosa sarebbe se a noi, legislatori di oggi, venisse concesso di avanzare una richiesta? Che cosa chiederemmo? Penso che anche oggi, in ultima analisi, non potremmo desiderare altro che un cuore docile – la capacità di distinguere il bene dal male e di stabilire così un vero diritto, di servire la giustizia e la pace.

martedì 29 novembre 2011

Don Nicola Bux a Lecce domenica 4 dicembre

Doppio appuntamento domenica prossima 4 dicembre a Lecce per don Nicola Bux, consultore della Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti, nonchè consultore per le celebrazioni liturgiche del Santo Padre. 

Alle 11,00 presso la Chiesa di Santa Chiara celebrerà la Santa Messa nella forma straordinaria del rito romano. 

Nel pomeriggio, poi, presso il Monastero delle Benedettine, terrà una conversazione sul tema "Innovazione e Tradizione nel pensiero di Benedetto XVI": l'incontro è organizzato da associazioni e gruppi che pur muovendosi in ambiti differenti, si riconoscono nella comune ispirazione cattolica ed intendono insieme approfondire il Magistero del Sommo Pontefice sempre volto a segnare il solco dello sviluppo alla luce della Tradizione: "Una comunità mette in questione se stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino e poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive?". (card. J. Ratzinger)

domenica 27 novembre 2011

Tempo d'Avvento

dell’Abate Emanuele Caronti O.S.B.

Scopo dell’Avvento è di preparare i fedeli al grande avvenimento della nascita del Salvatore.

Liturgicamente, oltre la memoria della nascita storica di Gesù Cristo, l’Avvento significa un’altra duplice venuta del medesimo. La sua nascita nelle anime nostre mediante la grazia; la sua venuta alla consumazione dei tempi per giudicare tutta l’umanità. Cosi considerato, esso rappresenta i tempi premessianici durante i quali il popolo di Dio aspettava la sua liberazione dal venturo Redentore; rappresenta la misteriosa azione della grazia che forma l’anima nostra ad immagine e somiglianza di Cristo, inserendoci vitalmente a Lui come membra dello stesso corpo al capo; rappresenta finalmente i secoli che devono passare sino a quando il Cristo verrà con la somma del potere a giudicare i vivi e i morti.

I sentimenti, dai quali deve essere ispirata la nostra pietà durante l’Avvento, sono:

Penitenza, perché secondo la predicazione di Giovanni Battista, è necessario in questo sacro tempo che «facciamo frutti degni del nostro ravvedimento, ed ogni albero che non fa buon frutto sta per essere tagliato e gettato nel fuoco»;

Raccoglimento interiore, perché «v’ha una voce che grida nel deserto: preparate la via del Signore»: ora per ascoltare gli accenti salutari di questa voce, è necessario che, ritornati alla seria considerazione delle nostre origini, chiudiamo l’orecchio allo strepito del mondo, e nella quiete dell’orazione, nelle solennità del culto, raccogliamo i frutti dello Spirito che ci parla nella profondità dell’animo;

Desiderio ardente del Signore, perché egli è il «Sol levante che splenderà dall’alto per illuminare coloro che giacciono nelle tenebre e nell’ombra di morte e per guidare i nostri passi nella via della pace».

La Chiesa ce ne dà l’esempio: nella sua liturgia s’ode un grido continuato, intenso e crescente che invoca il Cristo, la Sapienza dell’Altissimo, che deve venire ad insegnare la via della santità, il Condottiero d’Israele, che deve venire a liberare il suo popolo, il Figlio di Iesse, che deve aprire il carcere tenebroso del peccato, il Re delle genti, che deve fondare il regno universale della carità, l’Emmanuele, il Dio con noi, che deve venire ad abitare coi suoi fratelli per elevarli alla dignità di figliuoli di Dio, coll’effusione del suo amore.

(Tratto da E. Caronti, Il Messale festivo per i fedeli, ed. L.I.C.E., Torino 1932, pp. 73-74)

domenica 20 novembre 2011

Il Papa elogia la vita contemplativa

Omelia del Santo Padre nei Vespri alla Certosa dei Santi Stefano e Bruno

[…] "Fugitiva relinquere et aeterna captare": abbandonare le realtà fuggevoli e cercare di afferrare l’eterno. In questa espressione della lettera che il vostro Fondatore indirizzò al Prevosto di Reims, Rodolfo, è racchiuso il nucleo della vostra spiritualità (cfr Lettera a Rodolfo, 13): il forte desiderio di entrare in unione di vita con Dio, abbandonando tutto il resto, tutto ciò che impedisce questa comunione e lasciandosi afferrare dall’immenso amore di Dio per vivere solo di questo amore. […] Ogni monastero – maschile o femminile – è un’oasi in cui, con la preghiera e la meditazione, si scava incessantemente il pozzo profondo dal quale attingere l’"acqua viva" per la nostra sete più profonda. Ma la Certosa è un’oasi speciale, dove il silenzio e la solitudine sono custoditi con particolare cura, secondo la forma di vita iniziata da san Bruno e rimasta immutata nel corso dei secoli. "Abito nel deserto con dei fratelli", è la frase sintetica che scriveva il vostro Fondatore (Lettera a Rodolfo, 4). La visita del Successore di Pietro in questa storica Certosa intende confermare non solo voi, che qui vivete, ma l’intero Ordine nella sua missione, quanto mai attuale e significativa nel mondo di oggi.

Il progresso tecnico, segnatamente nel campo dei trasporti e delle comunicazioni, ha reso la vita dell’uomo più confortevole, ma anche più concitata, a volte convulsa. Le città sono quasi sempre rumorose: raramente in esse c’è silenzio, perché un rumore di fondo rimane sempre, in alcune zone anche di notte. Negli ultimi decenni, poi, lo sviluppo dei media ha diffuso e amplificato un fenomeno che già si profilava negli anni Sessanta: la virtualità che rischia di dominare sulla realtà. Sempre più, anche senza accorgersene, le persone sono immerse in una dimensione virtuale, a causa di messaggi audiovisivi che accompagnano la loro vita da mattina a sera. I più giovani, che sono nati già in questa condizione, sembrano voler riempire di musica e di immagini ogni momento vuoto, quasi per paura di sentire, appunto, questo vuoto. Si tratta di una tendenza che è sempre esistita, specialmente tra i giovani e nei contesti urbani più sviluppati, ma oggi essa ha raggiunto un livello tale da far parlare di mutazione antropologica. Alcune persone non sono più capaci di rimanere a lungo in silenzio e in solitudine.

Ho voluto accennare a questa condizione socioculturale, perché essa mette in risalto il carisma specifico della Certosa, come un dono prezioso per la Chiesa e per il mondo, un dono che contiene un messaggio profondo per la nostra vita e per l’umanità intera. Lo riassumerei così: ritirandosi nel silenzio e nella solitudine, l’uomo, per così dire, si "espone" al reale nella sua nudità, si espone a quell’apparente "vuoto" cui accennavo prima, per sperimentare invece la Pienezza, la presenza di Dio, della Realtà più reale che ci sia, e che sta oltre la dimensione sensibile. E’ una presenza percepibile in ogni creatura: nell’aria che respiriamo, nella luce che vediamo e che ci scalda, nell’erba, nelle pietre… Dio, Creator omnium, attraversa ogni cosa, ma è oltre, e proprio per questo è il fondamento di tutto. Il monaco, lasciando tutto, per così dire "rischia": si espone alla solitudine e al silenzio per non vivere di altro che dell’essenziale, e proprio nel vivere dell’essenziale trova anche una profonda comunione con i fratelli, con ogni uomo.

Qualcuno potrebbe pensare che sia sufficiente venire qui per fare questo "salto". Ma non è così. Questa vocazione, come ogni vocazione, trova risposta in un cammino, nella ricerca di tutta una vita. Non basta infatti ritirarsi in un luogo come questo per imparare a stare alla presenza di Dio. Come nel matrimonio non basta celebrare il Sacramento per diventare effettivamente una cosa sola, ma occorre lasciare che la grazia di Dio agisca e percorrere insieme la quotidianità della vita coniugale, così il diventare monaci richiede tempo, esercizio, pazienza, "in una perseverante vigilanza divina – come affermava san Bruno – attendendo il ritorno del Signore per aprirgli immediatamente la porta" (Lettera a Rodolfo, 4); e proprio in questo consiste la bellezza di ogni vocazione nella Chiesa: dare tempo a Dio di operare con il suo Spirito e alla propria umanità di formarsi, di crescere secondo la misura della maturità di Cristo, in quel particolare stato di vita. In Cristo c’è il tutto, la pienezza; noi abbiamo bisogno di tempo per fare nostra una delle dimensioni del suo mistero. Potremmo dire che questo è un cammino di trasformazione in cui si attua e si manifesta il mistero della risurrezione di Cristo in noi […]: lo Spirito Santo, che ha risuscitato Gesù dai morti, e che darà la vita anche ai nostri corpi mortali (cfr Rm 8,11), è Colui che opera anche la nostra configurazione a Cristo secondo la vocazione di ciascuno, un cammino che si snoda dal fonte battesimale fino alla morte, passaggio verso la casa del Padre. A volte, agli occhi del mondo, sembra impossibile rimanere per tutta la vita in un monastero, ma in realtà tutta una vita è appena sufficiente per entrare in questa unione con Dio, in quella Realtà essenziale e profonda che è Gesù Cristo.

Per questo sono venuto qui, cari Fratelli che formate la Comunità certosina di Serra San Bruno! Per dirvi che la Chiesa ha bisogno di voi, e che voi avete bisogno della Chiesa. Il vostro posto non è marginale: nessuna vocazione è marginale nel Popolo di Dio: siamo un unico corpo, in cui ogni membro è importante e ha la medesima dignità, ed è inseparabile dal tutto. Anche voi, che vivete in un volontario isolamento, siete in realtà nel cuore della Chiesa, e fate scorrere nelle sue vene il sangue puro della contemplazione e dell’amore di Dio.
Stat Crux dum volvitur orbis – così recita il vostro motto. La Croce di Cristo è il punto fermo, in mezzo ai mutamenti e agli sconvolgimenti del mondo. La vita in una Certosa partecipa della stabilità della Croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele. […]

domenica 13 novembre 2011

La riforma liturgica postconciliare tra abusi e teoremi

Dopo un'intervista alla Radio Televisione ungherese don Nicola Bux ha tenuto una relazione alla Facoltà Teologica di Budapest, in occasione della presentazione dell'edizione ungherese del libro "Come andare a Messa e non perdere la fede": nell'intervento sono esposti gli argomenti che confutano il falso teorema secondo il quale il Motu Proprio Summorum Pontificum di S.S. Benedetto XVI divide la Chiesa.

COSA DIVIDE LA CHIESA.
La riforma liturgica postconciliare tra abusi e teoremi, resistenze e indulti

di Nicola Bux

1.                 Premessa

Da non pochi ecclesiastici non si vuol vedere la realtà in costante crescita, di gruppi di fedeli, soprattutto giovani, che promuovono l'attuazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, per la corretta celebrazione della Messa sia in forma extraordinaria, sia in forma ordinaria. Ma poi si finisce per ammettere tale realtà, in quanto da taluni vescovi si sostiene che “la Messa in latino divide la Chiesa”. Pronti a invocare “i segni dei tempi”, non ci si chiede come mai tanti giovani ne siano attratti e quale sia la causa.
    Il pensatore ebreo Heschel osserva: “E' consueto incolpare la scienza secolare e la filosofia antireligiosa dell'eclissi della religione nella società odierna, ma sarebbe più onesto incolpare la religione delle sue stesse sconfitte. La religione è declinata non perché è stata contestata, ma perché è divenuta priva di rilevanza, monotona, oppressiva e insipida”[1]. Un tale giudizio non può essere assolutizzato, ma deve far riflettere noi cristiani; per esempio, se dando priorità al sociale, abbiamo sanato la divisione prodottasi all'interno dell'io tra la sua fede e la realtà in cui vive; se abbiamo prima vagliato la cultura che ci circonda e poi trattenuto ciò che vale. Infatti, la religione è quello che l'uomo fa nella sua solitudine ma anche ciò in cui scopre la sua essenziale compagnia, l'esigenza di dire tu a Dio: “O Dio tu sei  il mio Dio...così nel santuario ti ho cercato per contemplare la tua potenza e la tua gloria”(Sal 63, 2-9).

2.                 L'io e il culto

La liturgia oggi non stimola la nostalgia del Tu divino, non aiuta a far emergere un io così, perché è privata della Sua presenza che riempie di silenzio – i tabernacoli vengono tolti dal centro e messi all'angolo o addirittura fuori della chiesa – e quindi, a chi poter dire: “Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio” (Is 26,8)? Il Desiderato delle genti non può essere trovato, perché non è più in chiesa. Poi, l'insistenza eccessiva sul “comunitario”, specialmente nelle celebrazioni dei sacramenti, ha oscurato il “personale”: così, il desiderio che spinge ogni uomo alla ricerca di Dio, non può sopravvivere, non si trasforma in domanda, cioè in preghiera. 
   “Se non vuoi avere paura, – dice sant'Agostino – metti alla prova il tuo io profondo. Non toccarne solo la superficie ma va in fondo al tuo essere e raggiungi gli angoli più reconditi del tuo cuore”[2]. Ma una gran parte di ciò che è più profondo nell'uomo rimane sepolto a causa dell'allontanamento da Dio: solo Cristo incarnato e risorto può svegliarlo, perché è permanentemente alla sua ricerca. Benedetto XVI spiega la ragione per cui Dio si è messo alla ricerca dell'uomo: “Egli viene incontro all'inquietudine del nostro cuore,all'inquietudine del nostro domandare e cercare”[3]. Per questo la liturgia deve mostrare la sua capacità di risvegliare l'io: se riesce a farlo, proverà la sua verità ed efficacia. Infatti, solo il divino, il sacro presente, Colui che è il senso ultimo delle cose, può salvare l'uomo, cioè preservarne e difenderne le dimensioni essenziali e il suo destino.
   Non si può comprendere che cos'è l'io, al di fuori del cristianesimo. Perché Cristo corrisponde a ciò che io sono e quando lo incontro, specie nel mistero della liturgia comprendo ciò che manca: il Mistero, Uno che mi dice: “Io sono il Mistero che manca a ogni cosa che tu gusti, a ogni promessa che tu vivi. Qualunque cosa tu desideri,cerchi di raggiungere,io sono il Destino di tutto ciò che fai. Tu cerchi me in qualsiasi cosa”[4].

3.                 Nuovo movimento liturgico

L'io rinasce da un incontro così, e genera un'affinità con la persona incontrata e una compagnia con altri che l'hanno incontrata[5]: ecco come sta nascendo il nuovo movimento liturgico. Nessun potere può impedire totalmente il destarsi dell'incontro, ma cerca tuttavia di impedire che diventi storia[6]; non si vuole  vedere la libertà: è la prova della mancanza di un'esperienza reale della fede, secondo ciò che dice sant'Ambrogio: “Ubi fides, ibi libertas”. Se c'è la libertà, che è il segno più prezioso e potente della fede, si può verificare che stiamo facendo un'esperienza di fede in grado di resistere a tutto. Ma la libertà è Dio stesso, quindi la libertà dell'uomo per essere vera e sana è dipendenza da Dio. Nel clima di “religione civile dell'autodeterminazione” da cui siamo circondati, bisogna annunciare la libertà come responsabilità e limite.
     Accade anche oggi che il potere laico e talvolta anche ecclesiastico, non tolleri la religiosità vera, la vera devozione secondo san Francesco di Sales, perché la vede come un limite al suo possesso. La fede resta il gesto di libertà fondamentale e la preghiera è l'educazione costante alla libertà. Ecco l'importanza del tabernacolo, perché l'uomo impari ad aderire al Mistero da cui dipende.  Così il Mistero diventa sperimentabile e noi lo visitiamo, perché con Gesù il Mistero è diventato “presenza affettivamente attraente”[7].Il Mistero presente si scopre in un incontro, come la persona amata. Egli è il Verbo Incarnato e il cardine della nostra salvezza (Caro salutis cardo)[8].Il fatto che permane è il segno della Sua verità: senza il continuo riaccadere dell'Avvenimento cristiano non c'è possibilità di una libertà e di una comunione reale.

4.                I teoremi erronei

Se questa è la cosa più importante, è incredibile assistere all'indignazione di taluni liturgisti per il “parallelismo rituale”, instaurato dal Motu Proprio Summorum Pontificum e regolato dall'Istruzione Universae Ecclesiae, tra le due forme dell'unico rito romano, perché pericoloso per la comunione ecclesiale. Loro così ecumenici, non sanno che il rito bizantino nella chiesa ortodossa ha ben tre forme? Così altri riti orientali?A Toledo non si celebra, e non da ora, la forma ordinaria latina e quella extraordinaria del rito mozarabico? Alcuni ordini religiosi non avevano le loro specificità rituali, come i bizantini slavi hanno le proprie rispetto ai greci? E poi, non si sostiene a ogni pie' sospinto nella “chiesa postconciliare” che la varietà o pluriformità non nuoce all'unità? Perché, dunque, temere che i vescovi “perdano il controllo delle diocesi”? Se sono vescovi cattolici, basta che si mantengano uniti al Papa. La liturgia è celebrazione di Cristo e della Chiesa, non di una assemblea particolare. Nella Chiesa la “discontinuità” deriva non dalle due forme del rito romano, ma dalla creatività del tal prete o tal gruppo per cui si può assistere a liturgie frutto di tale impostazione.
   Ma vanno in giro altre dottrine erronee: 

a. il soggetto che celebra è l'assemblea.
In verità solo Cristo è il protagonista e il soggetto della Messa nella quale è presente; è lui ad associare a sé “il popolo di Dio gerarchicamente ordinato”, cioè la Chiesa cattolica, che vive anche nel raduno locale di due o tre persone che, dal termine latino celeber (che vuol dire 'frequentato') si chiama celebrazione; si usano anche i termini rito (dal greco αριθμός e dal sanscrito rtám 'ordine') per indicare l'azione sacra che si svolge secondo un ordine conforme a ciò che richiede la religione e cerimonia, che dal latino vuol dire 'culto'. Nella Messa il sacerdote agisce nella persona di Cristo capo del corpo che è la Chiesa. Il fatto che la Messa possa essere celebrata dal solo sacerdote corrisponde proprio a tale personificazione che culmina nell'offerta di sè: pochi o tanti che siamo, se non c'è l'offerta del mio corpo in sacrificio non v'è culto spirituale(cfr Rm 12,1). Sul Golgotha non erano rimasti solo Maria e Giovanni? E a Emmaus, non v'erano solo due discepoli? Si è arrivati a dire che la Messa senza popolo è un monstrum: ma, se ci trovassimo sotto persecuzione non dovrebbe il sacerdote celebrare da solo per non essere scoperto?E così i singoli fedeli? Sebbene la persecuzione sia lo stato ordinario della Chiesa, l'eccezione conferma la regola. Si è assolutizzata la Messa col popolo: ma, se popolo vuol dire una “massa di persone”, si salverebbero solo le messe domenicali, laddove fosse ancora alta la frequenza. Col presupposto del popolo, la messa si dovrebbe celebrare raramente, visto che alle messe feriali vi sono poche persone. Non si salverebbero nemmeno le comunità monastiche. Se la Chiesa è corpo mistico, vive anche in un solo fedele e in un solo sacerdote. Non è che per contrastare l'individualismo nella liturgia, si finisce per dimenticare il primato della persona sulla comunità? Quindi la Messa col popolo, non la si deve ritenere superiore a quella dove il popolo non c'è o vi fossero poche persone. La Costituzione liturgica stabilisce che qualsiasi messa ha una natura pubblica e sociale.[9] Paolo VI afferma che non si può “esaltare la messa cosiddetta «comunitaria» in modo da togliere importanza alla messa privata”.[10]
   Infine, la verità e validità della celebrazione – termine che taluni vogliono applicare ai fedeli, secondo il pensiero protestante per il quale la mediazione sacerdotale è esercitata anche dal popolo – non dipende dall'accostarsi di tutti alla Comunione: anche oggi, come in antico,la Messa vede presenti “scomunicati”, penitenti e catecumeni che non possono fare la Comunione.
    Dunque, il soggetto celebrante non è l'assemblea, ma il Signore.  
  
b. la Chiesa prende forma nel rito celebrato.
Si vuol sostenere che fuori della liturgia la Chiesa non abbia forma e quasi non esista. Invece la Chiesa è unita al mistero di Cristo sempre presente con noi fino alla fine del mondo. La Chiesa si edifica nella celebrazione eucaristica, nel senso che cresce continuamente; questa “però, non è il punto d'avvio della comunione, che presuppone come esistente, per consolidarla e portarla a perfezione”;[11] perché “la liturgia non esaurisce tutta l'azione della Chiesa”.[12]
     Dunque, la Chiesa non prende forma nel rito ma viene prima del medesimo.

c. la presenza di Cristo è mediata dall'assemblea riunita, dal sacerdote celebrante, dalla parola proclamata.
La presenza del Signore non è solo mediata, come spiega la Costituzione liturgica del Vaticano II:  “Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche”: quindi, precede i mezzi dai quali è mediata seppure “in modo speciale”  e attraverso cui si rende visibile “soprattutto sotto le specie eucaristiche”[13] del pane e del vino; questa presenza è definita come reale da Paolo VI, che si richiama al concilio di Trento, “non per esclusione,quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia,perché è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo,Uomo-Dio,tutto intero si fa presente”.[14] Non è tale nemmeno la Parola divina proclamata nella Chiesa.[15] E ricorda pure che “Non è lecito...insistere sulla ragione del segno sacramentale,come se il simbolismo... esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo sacramento”.[16]
     Dunque, la presenza di Gesù Cristo precede e non è solo mediata dai segni visibili.

d. l'altare è la stessa cosa della mensa.
L'Institutio Generalis Missalis Romani prescrive: “L'altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della Croce, è anche la mensa del Signore...”.[17] L'altare si chiama così perché, in continuità col culto giudaico, è alta res, ossia “luogo alto” per offrire (da offerre, levare in alto)il pane e il vino scelti e consacrati per rendere presente il sacrificio del Calvario, 'luogo alto' ove Cristo è stato innalzato. Nella riforma liturgica ha molto nociuto aver ignorato che il culto cristiano è in continuità col culto del Tempio; così c'è stata una corsa ad “adeguare” l'altare ad una tavola, staccandolo dalla parete e abbassandolo in piano.
    Ma, dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum, non è più necessario “adeguare” altari e chiese: semmai dobbiamo “adeguare” noi stessi alla sacra liturgia. E poi, dobbiamo chiederci: il cosiddetto adeguamento liturgico ha avvicinato la gente alla fede? 
   Dunque,l'altare non è la stessa cosa della mensa, ma è “anche mensa”, cioè la include in se stesso.

e. le norme e rubriche sono state abolite.
Il fatto che esse siano più numerose e minuziose nei Messali precedenti, fino a quello del 1962, ha garantito la Messa cattolica, sia che la celebrasse un prete dotto, sia un curato di campagna. Esse sono come il riporto di un fiume, che certo va sempre ripulito per farlo scorrere; sono come gli argini che frenano gli abusi e reati, come da Paolo VI ad oggi i papi hanno richiamato. Si sostiene che il ritorno all'uso del rito dovrebbe prevalere sul timore dell'abuso: precisiamo: purché sia il ritus servandus, senza del quale non sussiste l'ordo celebrandi: è l'osservanza obbediente che porta ad evitare gli abusi della celebrazione. A questo servono i libri liturgici con le loro prescrizioni e norme, che traducono e garantiscono l'osservanza dello ius divinum e dello ius liturgicum.
   Dunque, non è vero che norme e rubriche siano abolite, ma vanno osservate nei nuovi come negli antichi libri liturgici, come segno di obbedienza a Dio che ha il diritto, solo lui, di stabilire come essere adorato dalla Chiesa.

f. la tradizione antica è stata conservata nel Novus Ordo.
Il Messale pubblicato nel 1965 proponeva l'antico rito romano ritoccato in alcune parti, senza ricorrere a cambiamenti non necessari per la Chiesa[18] e i padri del sinodo del 1966 lo approvarono in maggioranza. Ma qualcuno tirò fuori nel 1969 la messa “normativa” che venne così imposta a tutti. Che poi il Novus Ordo sia più antico del Messale tridentino, è discutibile in quanto mancano elementi antichi come l'orientamento del sacerdote ad Dominum e la lingua latina, che la Costituzione liturgica non aveva aboliti. Pensino anche a tali fatti taluni vescovi quando affermano che la Messa in latino divide la Chiesa.
     Dunque, in realtà nel Novus Ordo sono stati ripristinati alcuni elementi antichi e eliminati altri del Vetus Ordo, secondo criteri non sempre chiari. 

g. la lingua latina non è più lingua d'uso e riduce i fedeli a muti spettatori.
Giovanni XXIII, la riteneva lingua liturgica oggettiva e universale, immutabile e sacra.[19] Col latino, la Chiesa ha simbolicamente sconfitto Babele mediante la Pentecoste dell'unico linguaggio universale. Infatti, la Costituzione liturgica del concilio Vaticano II incastonava l'uso della lingua parlata nella Messa, in proporzioni di un terzo (letture e preghiera dei fedeli) in rapporto alla latina (ordinario, orazioni, preghiera eucaristica, riti di comunione); tali  proporzioni sono state squilibrate, sì che la lingua parlata o vernacola ha corroso i termini e i significati dei testi liturgici. Poi, sostenendo la tesi che le traduzioni della liturgia sono inadeguate e che ogni cultura avrebbe dovuto comporre le sue preghiere,[20] si è incentivato il relativismo nelle traduzioni: è accaduto che tutto ciò che nei testi era rivolto essenzialmente verso Dio, lo si è piegato in direzione dell'amicizia comunitaria.
    Dunque, il latino è stato lasciato in uso dal concilio Vaticano II nella liturgia e i fedeli possono parlarlo o ascoltarlo, senza per questo essere spettatori.

h. Esiste una tradizione rinnovata e una tradizione vecchia.
La tradizione si sviluppa organicamente come il corpo umano o il paesaggio, non destrutturandosi.
   La riforma  postconciliare si presenta come una storia di resistenza e indulti. Negli anni '50, prima del concilio, c'erano liturgisti che parlavano di necessità della “restaurazione” liturgica; poi cambiarono termine e usarono “riforma”, fino ad opporsi al papa supremo legislatore: a Giovanni Paolo II, che nel 1988 tolse la proibizione al Messale del 1962 consentendo la celebrazione del Vetus Ordo, e ora a Benedetto XVI. L'indulto non vuol dire che un rito sia stato abolito e sostituito dal nuovo, ma che accanto al primo è permesso il secondo (v. la Comunione in mano o sulla lingua). Quindi, il Messale “tridentino” non era stato abrogato, né quel pontefice consentì a una finzione giuridica. Nemmeno si deve sostenere che il Messale di Giovanni XXIII del 1962 fosse “di passaggio”: nessun libro liturgico di per sé è definitivo e nemmeno provvisorio, a meno che non se ne dichiari l'uso ad experimentum. Pertanto, ciò che è proibito non necessariamente è abrogato: proibire vuol dire vietare l'uso, che poi può tornare in vigore; mentre abrogare vuol dire annullare del tutto. Ciò è inconsistente sul piano giuridico? Tanto meno, come chiariremo più avanti, la riforma liturgica ha voluto e dovuto superare quel rito che ora le viene riaffiancato.  Si dimentica che vi sono state  deformazioni della riforma “al limite del sopportabile”? Paolo VI nella Costituzione apostolica Missale Romanum ha parlato di “renovatio”. Pertanto ci si chieda: si è voluta la revisione o la demolizione del Messale? Ora, l'Istruzione Universae Ecclesiae interviene a sanare ciò che ha portato alla rottura invece che alla continuità.
   Dunque, non esiste nella Chiesa e nella liturgia una tradizione rinnovata e una vecchia: la vera tradizione, innova in modo sano, cioè dall'interno, non cambiando continuamente: non sarebbe tradizione né riforma, ma rivoluzione.

i.  prima del concilio la liturgia versava in grave crisi.
Se è così, non vi è stata continuità della riforma liturgica dal 1948 al 1988, contrariamente a quanto sostiene Bugnini nel suo libro e come sta a dimostrare il fatto della repentina rimozione di lui da parte di Paolo VI. Invece, una riforma della liturgia non sostituisce la vecchia forma a causa di carenze, ma la rimette in forma – ri-forma – dalle deformazioni subite inevitabilmente. I progressisti hanno voluto creare una liturgia “del concilio” attraverso una loro lettura dei “bisogni pastorali” dei contemporanei; ciò ha portato alla liturgia da intrattenimento o happening; i “regressisti” invece hanno reagito all'opposto, sviluppando un conservatorismo delle forme rituali.
   Dunque, se si vuole sostenere che il vecchio rito era deformato,  si deve ammettere che ciò è avvenuto anche per il nuovo.

l. la riforma liturgica doveva generare nel corpo ecclesiale una forma diversa di partecipazione,corporea e simbolica,comunitaria e dialogica.
Ciò contraddice la continuità. Invece, il rito romano è la condensazione della tradizione viva ed è linguaggio comune nella misura in cui le singole persone entrano in rapporto con la presenza divina; proprio questa esigenza induce non pochi fedeli a preferire la forma extraordinaria del rito romano. In genere, oggi si intende la partecipazione come comprensione dei  riti: questo è giusto; tuttavia la comprensione dei riti non coincide con quella del mistero nella liturgia, che non sarà mai piena: in questo ci aiuta sant'Agostino: “La comprensione è la ricompensa della fede. Non tentare di comprendere per arrivare a credere, ma abbi fede per arrivare a comprendere”.[21]
   Dunque, la riforma liturgica non doveva generare una forma diversa di partecipazione, ma incentivare quella di sempre che consiste nell'aiutare l'uomo ad entrare nel Mistero.

m. la riforma liturgica era una scelta irrevocabile.
Credo che ci sia alla base un equivoco su cosa sia una riforma: si dimentica che essa deve cominciare da sé, dalla propria conversione. Se la riforma rimane nell'ambito sociologico, genera da un lato rottura e dall'altro resistenza.
  Se invece andiamo allo scopo della liturgia,la santificazione dell'uomo e la glorificazione di Dio, allora si comprende che essa, come spesso ricorda Benedetto XVI, sia soggetto da vivere più che da riformare. La liturgia, è parlare di Dio e operare con lui: per questo san Benedetto ammoniva:Operi Dei nihil praeponatur!
   Paolo VI aveva la preoccupazione della continuità ecclesiologica nella liturgia, quindi dell'unità. Infatti il papa non è padrone della liturgia, ma solo custode,né può limitarsi ad appoggiare una riforma o contraddirla, in quanto è il supremo legislatore.
    Si deve convenire con quanto ha detto il cardinale Koch: “proprio i teologi che si erano impegnati nel movimento liturgico o che avevano partecipato ai lavori del concilio sono presto divenuti seri critici degli sviluppi liturgici postconciliari”[22]. Si pensi a Klaus Gamber, Andreas Jungman, Louis Bouyer e lo stesso Josef Ratzinger. Nel mio piccolo, posso confermare che è così.
   Dunque, solo la riforma in capite et in membris è una “scelta” irrevocabile della Chiesa, non una riforma liturgica.

5.                  La continuità della sacra liturgia

La riforma deve servire a riaffermare i valori preesistenti all'oggi: la tradizione della Chiesa è anche una interpretazione teologica della storia, uno sviluppo organico, che implica il passato. La domanda da porsi, afferma il liturgista Enrico Mazza, è: con quale criterio si sia fatta la riforma liturgica postconciliare.[23] E nel dibattito seguito alla tavola rotonda, ha riferito di averla posta a Neunheiser, uno degli esperti, che rispose: “ci sembrava che fosse giusto così”. Si deduce che la riforma non ha indicato quali fossero i criteri di scelta dell'antico da conservare o da tralasciare.
   Certamente la crisi ecclesiale manifestatasi nel post-concilio dipende dal crollo della liturgia: non lo pensano solo ambienti del tutto minoritari o “lefebvriani”; se anche fosse così, ci si dovrebbe ricordare che la verità non risiede nella maggioranza. E' ora di rispettare il confronto tra posizioni, maggioritarie o minoritarie che siano, mettendo da parte le letture e i conteggi. Non serve fare “dietrologia” da parte progressista e regressista, come ai tempi di Paolo VI, circa la solitudine del papa a fronte dei collaboratori che sarebbero disorientati sulla liturgia; o circa le componenti della Curia Romana pro e contra la riforma liturgica. Questo nuoce alla valutazione obbiettiva della riforma. Si accetti invece il dibattito ampio e rispettoso; vi sono vescovi e teologi che hanno le idee abbastanza chiare e vogliono stare col papa e non senza di lui, procedendo a piccoli passi. La dottrina cattolica insegna che lo Spirito non passa nella Chiesa solo durante un concilio, ma l'accompagna ordinariamente col magistero del papa e dei vescovi uniti con lui. Affermare dunque, che la Messa in latino divida la Chiesa significa innanzitutto andare contro l'impulso dello Spirito.
     Su qualche sito è riportato un intervento di Paolo VI al concistoro del 24 maggio 1976 che stigmatizzava quanti dividevano la Chiesa, perché rifiutavano l'ossequio alle norme liturgiche. Bisogna dirla tutta: egli, in nome della Tradizione, chiedeva di celebrare con dignità la liturgia rinnovata, ricordando che “l'adozione del nuovo Ordo Missae non è lasciata certo all'arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli”, riferendosi a quanti volevano continuare nell'antica forma e ai quali l'aveva concesso, solo se sacerdoti anziani o infermi, ma sine populo. Il punto è che poi, proprio il Novus Ordo che egli aveva promulgato è stato oggetto di arbitri, abusi e reati; quindi l'auspicio  che il Novus Ordo fosse stato promulgato per sostituirsi all'antico, - in nome della Tradizione - non è stato centrato, in quanto è venuto meno il presupposto: il ritus servandus, l'osservanza, ossia il principio dello ius divinum da cui deriva lo ius liturgicum. Sull'argomento Paolo VI è intervenuto altre volte. Così accade che molti cristiani che partecipano alla liturgia si trovano costretti non dalla legge della Chiesa universale, ma dalle pretese arbitrarie di una determinata diocesi, parrocchia o gruppo che vanno contro la liturgia “normativa”. Ora, come ha ricordato con franchezza Benedetto XVI: “Riscoprire e apprezzare l’ubbidienza alle norme liturgiche da parte dei Vescovi, come "moderatori della vita liturgica della Chiesa'', significa rendere testimonianza della Chiesa stessa, una ed universale, che presiede nella carità.” .[24]
    Pertanto il Papa, prendendo atto della situazione, ha ripristinato il Messale del 1962. Si sa, che ogni pontefice perfeziona o rivede la legislazione precedente. Perché dunque rimanere un papa indietro? Se Paolo VI “rivede” Pio V, non può Benedetto XVI “rivedere” Paolo VI? Sono prevalentemente giovani i promotori della forma extraordinaria, non anziani nostalgici. Non ha scritto san Benedetto nella Regola che lo Spirito può parlare attraverso il più giovane?La Chiesa è giovane e viva.
 
6.                 I sentimenti del timore di Dio e del sacro

Si deve constatare che oggi nella liturgia nuova è venuta meno la riverenza e il sacro,in una parola l'adorazione, perché non si è più consapevoli di stare alla presenza divina. Non si glorifica primariamente Dio, di conseguenza l'uomo non è santificato e il mondo non è “consacrato”. Basilio ricorda: “Tutto ciò che ha un carattere sacro è da lui che lo deriva”[25]. Ecco che la riforma deve cominciare dalla rinascita del sacro nei cuori e parallelamente del timore di Dio: quel senso di grande rispetto alla Sua infinita maestà che pervade la Sacra Scrittura: da  Abramo che consapevole della Sua onnipotenza e onnipresenza si prostrava col viso a terra  (Gen 17,3-17), a Mosè dinanzi al roveto ardente(Es 3,6)ed Elia (cfr 1 Re 19,13): si coprirono il volto quando percepirono la presenza del Signore, pervasi di sacro timore, perché “Il timore di Dio è una scuola di sapienza”(Pr 15,33). Non si dica che questo sia venuto meno nel Nuovo Testamento: da Maria che esulta: “di generazione in generazione la sua misericordia stende su quelli che lo temono”(Lc 1,49), riconoscendo la grandezza di Colui che per amore si è piegato sulla creatura; a Pietro, Giacomo e Giovanni che nella Trasfigurazione “caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore”(Mt 17,6); e Pietro che cadde in ginocchio ai piedi di Gesù al lago di Tiberiade, chiedendogli di allontanarsi da sé peccatore(cfr Lc 5,8); non era schiacciato ma partecipe della bellezza e potenza divina. Dinanzi all'immensità di Dio, la gioia di averlo vicino deve tradursi nella massima riverenza; Egli è l'onnipotente Figlio di Dio che si è fatto vicino a  noi.
    Perciò, sono incomprensibili le proteste di chi afferma che dinanzi a Cristo risorto bisogno stare in piedi,non più in ginocchio! Dice il Catechismo: “Il senso del sacro fa parte della virtù della religione”- quindi riporta un pensiero del beato J.H.Newman: «Il sentimento di timore e il sentimento del sacro sono sentimenti cristiani o no?[...]Nessuno può ragionevolmente dubitarne. Sono i sentimenti che palpiterebbero in noi,con una forte intensità,se avessimo la visione della Maestà di Dio. Sono i sentimenti che proveremmo se ci rendessimo conto della sua presenza. Nella misura in cui crediamo che Dio è presente,dobbiamo avvertirli. Se non li avvertiamo,è perché non percepiamo, non crediamo che egli è presente”.[26]
    Di tali sentimenti e dei conseguenti atteggiamenti ha urgente bisogno la liturgia romana per parlare di Dio all'uomo contemporaneo.

7.                Conclusione

Cosa fare in concreto? Sono ancora valide le indicazioni che l'allora cardinal Joseph Ratzinger ha tracciato: 1. promuovere la corretta celebrazione del Novus Ordo, secondo le prescrizioni dei libri liturgici, ragion per cui Giovanni Paolo II promulgò l'enciclica Ecclesia de Eucharistia e l'Istruzione Redemptionis Sacramentum. 2. promuovere la corretta celebrazione secondo il Vetus Ordo, come ora prescrive l'Istruzione Universae Ecclesiae. 3. compiere la revisione dei nuovi libri liturgici facendo in modo da  reintrodurre alcuni dei tesori che furono a suo tempo scartati. La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, insieme alla Pontificia Commissione Ecclesia Dei sono gli strumenti ordinari per promuoverle.
    Non si attribuisce allo Spirito Santo sia la varietà dei carismi sia la loro unità? Dunque, ebbe ad osservare l'allora cardinale: “noi possiamo persuadere i vescovi che la presenza dell'antica liturgia non turba l'armonia dell'unità delle loro diocesi, ma è piuttosto un dono destinato a edificare il corpo di Cristo di cui noi siamo i ministri”.[27]


[1] Crescere in saggezza, Gribaudi, Milano 2001, p. 157.
[2] Sermoni,348,2;PL 38,1,1527.
[3]Cristiani non per vanto ma per aprire il mondo a Dio”: Omelia della Messa Crismale, L'Osservatore Romano, 22 Aprile 2011, p. 8.
[4] Cfr. L. GIUSSANI, Avvenimento di libertà, Marietti, Genova 2002, p. 149.
[5] Cfr. Idem, L'io rinasce da un incontro(1986-1987), BUR, Milano 2010, p. 364.
[6] Ibidem, p. 247.
[7] Idem, L'autocoscienza del cosmo, Bur, Milano 2000, p. 247.
[8]TERTULLIANO, De resurrectione carnis, VIII, 10; PL 2,806.
[9]Sacrosanctum concilium, n 27.
[10] PAOLO VI, Enciclica Mysterium fidei, Città del Vaticano 1965, Enchiridion delle Encicliche 7,876-877.
[11]  GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, Città del Vaticano 2003, n. 35.
[12]Sacrosanctum concilium, n. 9.
[13]Ivi, n. 7.
[14] PAOLO VI, Enciclica Mysterium fidei, Enchiridion delle Encicliche 7,883.
[15] Cfr asterisco in nota al § 21 della Costituzione Dei Verbum.
[16] PAOLO VI, Enciclica Mysterium fidei, Enchiridion delle Encicliche 7,855.
[17]Ed. typica 2000; ed. it. 2004: n. 296.
[18]Sacrosanctum concilium, n 4.
[19]Cfr  Costituzione Apostolica Veterum Sapientia, 22.II.1962, Premessa.
[20] Cfr A. BUGNINI, La riforma della liturgia, 1948-1975, Roma 1980, p. 238.
[21]De Magistro, 11,37; PL 32,1216.
[22]Relazione al III Convegno sul Motu Proprio Summorum Pontificum, Roma, 13-15 Maggio 2011:“Dalla Liturgia antica un ponte ecumenico”,  L'Osservatore Romano, 15 maggio 2011, p. 7.
[23]Cfr. Riflessioni sulle riforme liturgiche nella Chiesa, in  N. BUX-E. MAZZA-E. GARZILLO, Liturgia e arte sacra fra innovazione e tradizione, Reggio Emilia 2011.
[24] Discorso in occasione dell'incontro e celebrazione dei vespri con i vescovi del Brasile,  Catedral da Sé, Sao Paulo, L'Osservatore Romano, 12 maggio 2007, p. 8.
[25]De Spiritu Sancto, c 9, 22; PG 32,107.
[26]Catechismo della Chiesa Cattolica, n 2144.
[27] J. RATZINGER, Allocuzione nel decennale dell'Ecclesia Dei, 24 ottobre 1998.