domenica 20 agosto 2017

Milizia cristiana e malicidio in un aforisma di S. Bernardo di Chiaravalle

In un'epoca di incertezze, confusione e di terrore, nella quale la società occidentale, un tempo cristiana, oggi post-cristiana, in maniera arrendevole vorrebbe combattere il male con i gessetti colorati, i gattini, gli applausi, gli slogan "non abbiamo paura", ecc., cadendo nel patetico quanto nel ridicolo, può esser utile ricordare quelli che erano i principi della milizia cristiana, che, lungi dal piegarsi dinanzi agli infedeli, lo combattevano fieramente, sino all'ultimo sino alla fine, sacrificando la propria  vita.
Se, in fondo, oggi possiamo sentirci liberi - non si sa sino a quando .... - lo si deve anche a questa lotta ed a questi sacrifici, che hanno ricacciato coloro che avevano tentato, a più riprese, nel corso dei secoli, di conquistare l'Europa cristiana.
Come scrisse un nostro amico tempo fa: "... si fecero santi nella milizia Ferdinando III, Luigi IX e tanti altri uomini sconosciuti che, come soldati, partirono alla santa Crociata contro gli infedeli o gli eretici con la Fede nel cuore e benedetti da Cristo e dal suo Vicario, in difesa della Christianitas, l’unico vero Ordine voluto dalla Provvidenza ... " (Giuliano Zoroddu, San Giorgio e i Martiri militari: modelli per i soldati di Cristo Re, in Radiospada, 22.4.2017).
Cfr. anche San Bernardo Abate e l'ideale del cavaliere cristiano contro il cavalierato mondano, in MiL, 20.8.2017.
Oggi, pertanto, la figura e l'esempio di S. Bernardo, codificatore delle norme della sacra milizia cristiana durante l'Evo Cristiano, appare quantomai attuale ed antidoto al buonismo imperante ed al generale debosciamento delle coscienze.


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La festa dell'Assunzione in Terra Santa

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martedì 15 agosto 2017

15 agosto - ricordo del voto di Luigi XIII, re di Francia

Charles Le Brun, Assunzione di Maria, Musée des Beaux-arts Thomas Henry, Cherbourg

Luigi Calmetta, Voto di Luigi XIII, XIX sec.

André Dutertre, Voto di Luigi XIII, XIX sec.

Grégoire Huret, Voto di Luigi XIII, XVII sec.

Preghiamo, con l'antica antifona Domine, salvam fac Galliam, perché la Francia, figlia prediletta della Chiesa, adempiendo il voto di Luigi XIII, torni ad essere cristiana e con essa tutte le nazioni dell'Antico Continente, divenuto ateo e lontano dal cuore di Dio.




"Signum magnum appáruit in cælo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim" (Apoc. XII, 1)

Ludwig von Löfftz, Assunzione di Maria, 1888







Charles-Antoine Bridan, Assunzione di Maria, Altare della Cattedrale, 1771, Chartres.
L'altare fu consacrato il 7 agosto 1773


sabato 12 agosto 2017

Maria I Tudor. La strenua difesa della Santa Messa

Nell’odierna festa di S. Chiara, vergine assisana, e del beato Innocenzo XI, papa, rilanciamo questo contributo di Piero Vassallo.

Claudio Ridolfi, Madonna con Bambino e S. Francesco con i SS. Ubaldo, Caterina d'Alessandria e Chiara, 1620 circa, Senigallia

Giovanni Claret, Madonna con Bambino e angeli tra i SS. Francesco e Chiara, 1647, Alba

Felice Torelli, Madonna con S. Francesco e S. Chiara con Gesù Bambino, XVII sec., Faenza

Bottega abruzzese, Incoronazione della Vergine con i SS. Carlo Borromeo, Antonio da Padova, Chiara e Francesco, XVII sec., Chieti

Raffaello Tancredi, SS. Francesco e Chiara, 1904, Pitignano


Ambito bergamasco, Beato Innocenzo XI, 1676, Bergamo


Ambito italiano, Beato Innocenzo XI benedicente, XVIII sec., Bergamo


Ambito romano, Ritratto del Beato Innocenzo XI, XVIII sec., Ascoli Piceno

Ambito italiano, Beato Innocenzo XI, XIX sec., Bologna

Maria I Tudor. La strenua difesa della Santa Messa

“Il giudizio del mondo è un giudizio privo di misericordia. Perché allora il mondo non dovrebbe essere giudicato nello stesso modo nel quale esso giudica?” (Paolo Pasqualucci)

di Piero Vassallo

La regina Maria I Tudor (1516-1558) restituì, per la durata  del suo breve regno (1553-1558) l’Inghilterra a Cristo. Amata dal suo popolo fu odiata dalle canaglie, gaudenti una ricchezza turpe, ottenuta grazie al furto dei beni ecclesiastici commesso da Enrico VIII, il re posseduto dal delirio teologico discendente da una implacabile infezione libertina.
La intrepida regina restaurò la Santa Messa e ripristinò l’ordine turbato e devastato dall’odio viscerale nutrito da Enrico VIII contro i cattolici, ai suoi occhi colpevoli di fedeltà a Clemente VII (1478-1534), il papa che aveva negato la consacrazione dell’amorazzo adulterino del re con la cortigiana Anna Bolena, rapporto da cui era nata la futura regina Elisabetta.
L’orgoglio smisurato e il rovente fanatismo del re scismatico, autore dell’empio Act of Supremacy, che dichiarava il re capo supremo della chiesa d’Inghilterra, avevano diviso la nazione e incrementato quella devastante miseria, che è narrata negli scritti di San Tommaso Moro (1478-1535) il sapiente refrattario all’ideologia divorzista, che fu fatto decapitare dal folle re.
Il divieto del padre Enrico VIII aveva impedito a Maria, cattolica irriducibile, di apprendere la scienza politica. La madre, la devota e irriducibile Caterina d’Aragona, le insegnò a giudicare la salvezza delle anime superiore ad ogni altro bene. La dottrina cattolica le fu insegnata dalla Beata Margaret Pole, che sarà martirizzata dagli eretici nel 1541.
Hilaire Belloc ha dimostrato che Maria Tudor “possedeva una solida virtù e una chiara impostazione morale, mentre Elisabetta possedeva una certa tenacia senza scopo e combinata con il suo capriccio“.
Maria, salita al trono dopo la morte di Enrico VIII e del successore, il suo fratellastro, il cagionevole Edoardo VI, fu amata dal suo popolo perché riabilitò la Messa cattolica, fece rimpatriare il cardinale Reginald Pole (1500-1558) e i sacerdoti fedeli al papa e restituì ai conventi la proprietà delle terre destinate all’uso dei contadini poveri.
Fu odiata dall’oligarchia scismatica, da lei privata del bottino, detestata dal clero eretico e corrotto e finalmente calunniata da una storiografia asservita ai perpetui e oscuri poteri della menzogna e del disordine.
Sposa del grande Filippo II di Spagna, Maria Tudor desiderò ardentemente un figlio cui affidare il compito di proseguire la missione finalizzata alla restaurazione cattolica.
Delusa la sua attesa, morì rassegnata al volere di Dio e lasciò l’eredità del regno alla sorellastra, la miscredente e ipocrita Elisabetta, che, fingendo, professava la fede cattolica.
In quanto figlia illegittima di Enrico VIII e di Anna Bolena, Elisabetta non aveva diritto alla successione, vero è che il papa non riconobbe il suo regno. E con piena ragione poiché il primo atto del regno elisabettiano fu la profanazione della Messa cattolica. Elisabetta, preso atto dell’ostilità del papato (sarà scomunicata da San Pio V nel 1570) gettò la pia maschera: sostenne apertamente la fazione anglicana, promosse la persecuzione dei cattolici e avviò una politica intesa a rovesciare l’alleanza con la Spagna. La fortuna della regina impropriamente detta vergine, si deve in larga misura al grave errore di Filippo II, che ostacolò l’ascesa al trono d’Inghilterra di Maria Stuarda, perché la regina di Scozia era favorevole a un accordo con il regno di Francia piuttosto che con la monarchia ispanica. In tal modo iniziò quella trionfale marcia dell’impero britannico, che fu macchiata dalla ferocia e dall’untuosa empietà, prima di scivolare nell’impero delle banche d’America e di raggiungere il suo squillante/imbalsamante epilogo nei torridi fumetti della birichina principessa Diana e nelle alte ombre della pedofilia intorno alla regia corte.
Per fare luce sulla vera storia di Maria Tudor il grande scrittore e sacerdote cattolico Robert Hugh Benson (1871-1914) scrisse, nel 1907, una magnifica storia romanzata, La Tragedia della Regina. Maria Tudor, sovrana incompresache è riproposta da Fede e Cultura, casa editrice in Verona (il volume di pagine 365 è in vendita nelle librerie cattoliche a euro 15 – per acquisti on line cliccare sul titolo).
Geniale e instancabile scrittore, Benson fu uno dei protagonisti della insorgenza spirituale e culturale, che, all’inizio del ventesimo secolo, destò la speranza di una rinascita cattolica in Inghilterra.
Protagonisti del romanzo sono personaggi storici e personaggi inventati da una fantasia che mai sconfina nell’inverosimile.
Il profilo della regina è disegnato con un’arte che mai si discosta dalla verità storica: Benson, pur non nascondendo le debolezze di Maria Tudor riconobbe e apprezzò la sincerità della fede da lei professata  e le attribuì il merito di aver sconfitto i promotori dello scisma “che avevano strappato il Corpo di Cristo dalle loro chiese”.
Il celebre romanziere rammentò inoltre che la regina cattolica difese e protesse i poveri “i teneri agnelli che avevano pianto così pietosamente da villaggi e strade, vagando senza un pastore, soffrendo la fame per mancanza di cibo salutare“.
D’altra parte Benson affermò e dimostrò la doppiezza e l’arroganza di Elisabetta: nel romanzo il minaccioso discorso, con cui la futura regina vergine tenta di indurre al tradimento uno studioso fedele a Maria, è un capolavoro di letteratura al servizio della verità storica.
Il romanzo di Benson, libro che non può mancare in una biblioteca seria, si raccomanda quale efficace antidoto all’anglofilia squillante  nei pensieri della più retriva e sciocca borghesia italiana. E come lettura disintossicante, necessaria agli irriducibili, che intendono interrompere e spezzare il vizioso circolo ecumenico avviato dagli ammiratori degli avvoltoi in volo modernizzante sopra l’infelice Concilio Vaticano II. 

giovedì 10 agosto 2017

Il divorzio fu l’occasione perduta – Editoriale di agosto 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa dello Stauroforo S. Lorenzo, protodiacono e martire, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.

Valerio Castello, Martirio di S. Lorenzo, XVII sec., Palazzo Bianco, Genova

José Juárez, Martirio di S. Lorenzo, 1655 circa

Jean-Baptiste de Champaigne, Martirio di S. Lorenzo, 1660 circa, National Gallery of Art, Washington D.C.




Giambettino Cignaroli, Martirio di S. Lorenzo, 1755 circa, chiesa di S. Lorenzo, Brescia



IL DIVORZIO FU L’OCCASIONE PERDUTA


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno X n. 8 - Agosto 2017

Non c’è niente da fare, nessuno ci toglierà dalla testa che il cambiamento della Messa, operato dalla Chiesa con un autoritarismo senza precedenti a fine anni ‘60, fu il “cavallo di Troia” con il quale entrarono tutte le più devastanti derive nel mondo cattolico.
Il Concilio Vaticano II, pastorale per espressa volontà dei Papi Giovanni XXIII prima e Paolo VI poi, si era ormai concluso. I testi, nella loro prolissità e stile discorsivo, avevano confermato tutti nella propria opinione: i Conservatori erano convinti che nulla fosse cambiato nella sostanza della Tradizione Cattolica; i Progressisti invece, rumorosi ma in fondo minoranza all’epoca, avevano salutato l’avvento di un’era totalmente nuova. Ognuno cercava nei testi la conferma delle proprie opinioni e attitudini. Chi è vissuto in quegli anni può confermare tutto questo, testimoniando della storia della propria parrocchia.
Intervenne, a quattro anni dalla chiusura del Concilio, la nuova messa e tutto poteva diventare chiaro.
Con la nuova messa, valida in sé ma non buona come tentiamo di dire da sempre (cfr. editoriale “Radicati nella fede”, anno V, marzo 2012, n. 3), non sarebbe stato possibile interpretare il Concilio in continuità con il passato della Chiesa Cattolica. La nuova messa diede la chiave ermeneutica secondo cui il Concilio Vaticano II è una “nuova Pentecoste”, il punto sorgivo di un Cristianesimo liberatosi dalla zavorra del suo passato, capace di scelte più pure che il mondo moderno avrebbe presto accolto con commovente entusiasmo.
I cosiddetti Conservatori, a volte molto moderati, si illusero ancora che la rivoluzione progressista si sarebbe presto spenta, come ogni giovanile entusiasmo. Quante volte sentimmo, e sentiamo ancora, che basterebbe celebrare con rispetto e devozione la nuova messa per arginare il disastro. A questa corrisponde un’altra illusione, che sia possibile intendere i documenti del Concilio in senso moderato-conservatore, in totale continuità con la Tradizione della Chiesa Cattolica Romana.
Lasciamo ad altri le analisi dettagliate al riguardo, non farebbero il caso in un semplice editoriale di due pagine. A noi tocca ricordare che basterebbero i fatti susseguitisi nella società italiana, oltre che nella Chiesa, per dar prova che la nuova Messa innescò la rivoluzione con la sua ermeneutica di rottura.
E i fatti che accadono, anche quelli di portata cattiva, se guardati con intelligenza di fede, sono sempre provvidenziali, perché sono avvisi di Dio.
La nuova messa del popolo e per il popolo era stata da poco introdotta a forza, che la stessa Chiesa italiana si trovò difronte ai drammatici giorni del Referendum sul Divorzio, era il 1974. La campagna referendaria fu il terreno di scontro tra le due anime, conservatrice e progressista, della chiesa italiana. La campagna referendaria fu il terreno di scontro delle due ermeneutiche del Concilio: una si illudeva di poter riaffermare il valore di un cattolicesimo anche di Stato, l’altra abbandonata al più puro laicismo affermava che ogni individuo deve essere tutelato, nella propria libertà assoluta, dallo Stato agnostico.
Lunedì 14 Maggio i risultati referendari furono di una tristezza agghiacciante per i buoni parroci del tempo: nell’Italia, che si pensava ancora cattolica, aveva vinto il divorzio con il 59,26%. E quel 59% a favore del mantenimento del divorzio era tristemente in gran parte voto di cattolici.
Sarebbe bastato questo per far aprire gli occhi a tutti, pastori e fedeli. Sarebbe bastato quel 59% per reagire alla deriva modernista e rivoluzionaria della Chiesa.
Ma così non fu... i buoni, preti e fedeli, si dissero ancora che la nuova messa non centrava, che era il problema dei tempi e della politica.
Arrivò poi il 1981 e fu il tempo dell’aborto, del terribile aborto, e fu l’ecatombe dei numeri: l’aborto vinse con l’88,42%: si era ormai consumata la scristianizzazione dell’Italia.
Ma ancora una volta non si andò a vedere dove tutto si era innescato: la nuova messa aveva liberalizzato, nella sua ambiguità e fluidità, tutte le peggiori interpretazioni per un nuovo cristianesimo senza dogmi e obblighi morali. I cristiani cosiddetti “adulti” avrebbero ormai seguito la loro coscienza reinterpretando di volta in volta il vangelo secondo i propri gusti, puntualmente obbedienti peraltro al potere omicida di questo mondo.
E la storia potrebbe continuare fino ai nostri tristissimi giorni. C’è qualcosa di immorale che non trovi cattolici benedicenti? Abbiamo ammesso tutto, tutto e di più, “asfaltando” in nome della libertà individuale tutta la Sacra Scrittura e duemila anni di Cristianesimo. Abbiamo ammesso tutto, benedetto tutto, fingendo di non parlarne troppo.
E se fosse vero che tutto è potentemente iniziato con lo smantellamento della Messa di sempre? E se la questione del rito non fosse solo un problema secondario? O continueremo ad illuderci che questo non centra come i buoni preti e fedeli degli anni ‘60 e ‘70?
Speriamo che qualche intelligente dal cuore semplice si desti dal sonno.