martedì 18 dicembre 2018

Commento ai capitoli I e II della Sacrosanctum Concilium in occasione della II Antifona Maggiore e della Festa dell’Aspettazione del Parto della Vergine Maria

Il 18 dicembre è la Festa dell’Aspettazione del Parto della Vergine Maria, stabilita per la chiesa di Toledo dal papa S. Martino I con proprio decreto, il quale così intendeva stabilizzare una ricorrenza celebrata in quella chiesa locale da tempo immemorabile (v. L’Aspettazione della Santa Vergine. Un’antica tradizione di Toledo per contemplare i Desideri di Maria negli ultimi otto giorni di Avvento, in Vigiliae Alexandrinae, 18.12.2014, nonché in Radiospada, 20.12.2014):
Virgo Dei Genitrix,
Quem totus non capit orbis,
in tua se clausit viscera factus Homo,
canta la liturgia in un celebre inno.


Parimenti in questo giorno l’Antifona maggiore che si canta, durante i Vespri, al Magnificat ed al versetto alleluiatico del Vangelo è la II: O Adonai.





In questo giorno, pertanto, proseguendo la lettura della Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II, pubblichiamo un breve commento ai capp. I e II della Costituzione del nostro amico "Nicola Canali".

Commento ai capitoli I e II della Costituzione «Sacrosanctum Concilium

di Nicola Canali

L’importanza dei capitoli I e II della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Ecumenico Vaticano II è facilmente desumibile dai titoli: “Principi generali per la riforma e l’incremento della sacra liturgia” e “Il mistero eucaristico”. Essi, infatti, rappresentano la base teologico-dottrinale di tutto il documento.
La prima parte del I capitolo dopo aver ricordato che il Signore Gesù Cristo ha inviato gli Apostoli «perché attuassero, per mezzo del Sacrificio e dei Sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunciavano» (SC 6), richiamando la Mediator Dei del Venerabile Pio XII, asserisce che «la Liturgia è ritenuta come l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» (SC 7c).
Orbene, la liturgia terrena imita quella celeste e la distanza dal prototipo obbliga la Chiesa al rinnovamento di sé stessa. Per tale ragione i principi ispiratori della riforma, contenuti in questi primi numeri della Costituzione, desiderano far risaltare la natura e l’importanza della liturgia cattolica, il cui fine è la gloria e l’adorazione del Signore. Essa è il “luogo” dell’incontro con le tre Persone divine, è l’incontro di Cristo con noi: la preghiera che egli, unito al corpo ecclesiale, rivolge al Padre è la voce della Sposa; soprattutto «è l’opera della redenzione» (SC 2), atto del pellegrinaggio terreno (SC 8). Alla luce di tali premesse non può suonare strano il puntuale avvertimento secondo il quale «prima che gli uomini possano accostarsi alla Liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e si convertano» (SC 9).
Capiamo da questi tratti essenziali che la liturgia non può replicare le mode del mondo, perché è una novità assoluta: il culto cristiano è Cristo nella sua divino-umanità, che ha introdotto nel mondo l’inno di lode al Padre. Perciò in essa Egli è presente (SC 7a): lo Spirito rende possibile il suo sacrificio, in quanto Egli, risorto, è entrato nel tempo una volta per sempre. Come dice la liturgia bizantina Egli è «l’offerente e l’offerto, il recipiente e il dono», perché «niente nel suo essere o agire è passato per sempre, eccetto le modalità storiche della sua manifestazione».
La memoria di Cristo si fa ogni domenica e ogni giorno dell’anno, sicché la liturgia «non è una rappresentazione fredda e priva di vita degli eventi del passato o un semplice e vuoto ricordo di un tempo passato. Ma piuttosto Cristo stesso sempre vivente nella sua Chiesa». É questo l’esercizio del suo sacerdozio, grazie allo Spirito che espande l’energia divina, la grazia (SC 10b); così la presenza di Cristo cambia nel suo essere l’uomo, toccando e santificando tutti i momenti della vita, unendo gli uomini e proponendo la Chiesa quale segno di salvezza che raccoglie i dispersi (SC 2). Adesso si può comprende meglio perché la liturgia viene definita «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (SC 10a).
La seconda parte del I capitolo è invece dedicata alla formazione liturgica dei presbiteri e dei laici. Essa viene raccomandata al fine di favorire una partecipazione consapevole dell’intero corpo ecclesiale al mistero celebrato. Sembra superfluo evidenziare come, a distanza di parecchi decenni, la formazione dei chierici, e di conseguenza quella dei laici, non appaia per nulla migliorata né approfondita, ma anzi sembra che, sia nei luoghi di formazione al presbiterato, sia nell’ambito della catechesi e della predicazione il richiamo del documento conciliare sia stato sistematicamente disatteso. In particolare, una volta scemato il fervore dei primi anni della riforma liturgica, la maggior parte dei veri contributi scientifici, al netto di quelli erronei o fantasiosi, sono apparsi ripetitivi ed incapaci di toccare il cuore della questione.
La terza parte del I capitolo, infine, si occupa della riforma della Sacra Liturgia. Essa è la più corposa e probabilmente la più controversa della sezione.
In essa viene subito chiarito che la Liturgia «consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti alla intima natura della stessa Liturgia, o si fossero resi meno opportuni» (SC 21). Tuttavia, dopo aver enunciato questo importante principio, nel prosieguo delle norme circa la riforma, si riscontra una tensione fra la salvaguardia della sacralità e solennità della Liturgia da un lato, e la preoccupazione di rendere il rito più “comprensibile” e di più facile fruizione dall’altro, che si è rivelata, in alcuni casi, fonte di ambiguità ed ha prestato il fianco ad interpretazioni ed applicazioni estreme e discutibili.
Infatti, appare difficile conciliare l’affermazione «non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti» (SC 23a) con quanto è stato operato in fase di attuazione della riforma stessa. Il non individuare i criteri dell’utilità menzionata e l’espressione “in qualche maniera” sono elementi, se si vuole anche piccoli, che evidenziano un nuovo modo di procedere ed un uso problematico del linguaggio, che pervade la quasi totalità dei documenti del concilio. La mancanza di organicità e la non utilità di alcune modifiche od introduzioni, insieme alla carenza dell’accurata investigazione teologica, storica e pastorale prevista dalla medesima costituzione quale condizione imprescindibile per i mutamenti (SC 23a), è stata evidenziata da diversi studiosi quali Bouyer, Jungmann, Ratzinger, Gherardini.
Ecco un esempio di ambiguità e scarsa chiarezza: se nel n. 34 la costituzione liturgica raccomanda che i riti «non abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni», in quello successivo si legge che nei riti «siano previste quando necessario, brevi didascalie da farsi con formule prestabilite o simili, dal sacerdote o dal ministro competente, ma solo nei momenti più opportuni» (SC 35). Orbene, è possibile riscontrare come, sia il nuovo messale, sia la prassi liturgica odierna, abbia quasi completamente disatteso la prima raccomandazione ed esasperato la seconda, fino a giungere a liturgie dove l’eloquenza dei segni è subissata da una colluvie di parole e didascalie che impediscono ai primi di parlare al cuore del fedele. Senza dimenticare che un tale atteggiamento è figlio di quel razionalismo illuminista che ha tentato per svariati secoli di penetrare anche nella Liturgia, trovando sempre la ferma opposizione della Sede Apostolica, e che si caratterizza per un uso del concetto di “comprensione” non adatto alla realtà che la Santa Messa è. Infatti, in questo ambito, comprendere non vuol dire rendersi maestri, ma lasciarsi coinvolgere dalla Liturgia. Non sarà mai totalmente possibile capire la Liturgia, non solo perché essa è il mistero di Cristo, ma perché è essa che comprende noi. È il cuore che deve intelligere e ciò è molto più profondo del capire nozioni, riti e simboli nei loro aspetti biblici o antropologici e così via. Oltre all’intelligenza ed al cuore, per entrare in essa ci vuole anche l’immaginazione, la memoria, e tutti i cinque sensi. Più che di spiegazione la Liturgia ha bisogno d’essere vissuta con la fede.
Un altro aspetto problematico è senza dubbio rappresentato dalla questione degli adattamenti. Appare subito chiaro che la preoccupazione dell’assise conciliare è rivolta alle terre di missione ed alle aree geografiche provenienti da culture spirituali profondamente diverse da quella europea, intimamente segnata e plasmata dal cristianesimo. Tuttavia la stessa “sostanziale unità” del rito romano, di cui il documento più volte impone la salvaguardia, sembra esposta ad una progressiva e lenta erosione dalla possibilità di introdurre adattamenti non solo in grandi aree, ma anche in aree più piccole facenti parte delle prime; sebbene non si comprenda quale reale e necessaria utilità spirituale o pastorale possa richiedere una così ampia diversificazione nell’ambito di quello che è e rimane, è bene ricordarlo, il culto pubblico ed integrale della Chiesa. Per completezza, però, occorre segnalare come la costituzione vieti l’introduzione di variazioni o pratiche che non siano confacenti alla natura stessa della Liturgia, cosa, purtroppo, che si è ampiamente verificata e non propriamente in territori di missione.
Un ultimo interessante aspetto da segnalare per quanto concerne questo I capitolo è il richiamo reiterato al rispetto ed alla corretta applicazione del diritto e delle norme liturgiche. Basti ricordare il n. 28 che recita: «Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio, si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza».
Per quanto concerne il II capitolo, invece, esso è interamente dedicato alla riforma dell’ordinamento della Messa ed alla semplificazione dei riti. Senza entrare troppo nel merito della questione, si può evidenziare che le varie indicazioni offerte dalla costituzione risentono della tensione dualistica evidenziata in precedenza, di una non sempre adeguata idea di partecipazione, che influirà profondamente nelle scelte operate in sede di attuazione della riforma e di alcune importanti imprecisioni storico pratiche, come nel caso della concelebrazione. Importante ed apprezzabile è la sottolineatura dello stretto rapporto tra Liturgia e Sacra Scrittura ed il richiamo ad una maggiore presenza non solo quantitativa della seconda nella prima.
A conclusione di questa breve riflessione sembra opportuno evidenziare come la natura della Liturgia venga correttamente e chiaramente espressa dalla costituzione liturgica, facendo riferimento sia alla Tradizione, sia al Magistero precedente. Ciò che appare problematico, invece, sono alcune linee guida e determinati principi per l’attuazione della riforma, in quanto strettamente legati ad un particolare modo di intendere la partecipazione attiva dei fedeli, che appare una preoccupazione preponderante ed a tratti eccessivamente considerata. Inoltre, guardando al nuovo Messale, che dovrebbe essere il frutto dell’attuazione della riforma liturgica voluta dal concilio, non si può non notare come vi siano delle incongruenze e come esso abbia disatteso alcune indicazioni della costituzione liturgica; basterà qui ricordare quelle riguardanti la lingua latina, da conservare nella celebrazione, ed il gregoriano, definito canto proprio della liturgia romana.

lunedì 17 dicembre 2018

Introduzione alla "Sacrosanctum concilium" di Mons. Nicola Bux in occasione dell'inizio delle Antifone Maggiori

Oggi, 17 dicembre, iniziano le Antifone Maggiori, dette anche Antifone “O” dall’esclamazione di meraviglia con cui si aprono.
La prima inizia con “O Sapientia”.






In questi giorni delle Antifone e di Novena al Santo Natale, pubblicheremo ogni giorno un contributo dei membri della Scuola Ecclesia Mater dedicato ognuno all’esame di un capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, solennemente promulgata nel dicembre 1963.
Questi interventi sono stati tenuti, in occasione degli incontri formativi, a Bari, della Scuola nell’arco temporale dal 2014 al 2016.
Cominciamo con il commento al Proemio da parte di don Nicola Bux.

COMMENTO AL PROEMIO DELLA COST. SACROSANCTUM CONCILIUM

di Nicola Bux

Nella versione italiana del Proemio della Sacrosanctum Concilium (§§ 1-4), si notano alcune alterazioni di carattere teologico e filologico. Innanzitutto, l’uso improprio (presente in alcune versioni ufficiali, soprattutto quella presente sul sito del Vaticano - qui citata) del minuscolo: “Liturgia”, tradotto “liturgia”; “Eucharistiae Sacrificio”, “sacrificio dell’eucaristia” (SC n. 2).
Si concorda sulla necessità “di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa” (SC n. 1), ma si rimane perplessi quando si vuole mettere la Liturgia, che ha «la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina (SC n. 2), alla stregua di tutte “quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti [instutiones quae mutationibus obnoxiae sunt]» (SC n. 1).
Dobbiamo, pertanto, comprendere l’esatto significato della frase: «Il sacro Concilio [...] ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia [Sacrosanctum Concilium [...] suum esse arbitratur peculari ratione etiam instaurandam atque fovendam Liturgiam curare]» (SC n. 1). Che la Liturgia sia ognora da ‘promuovere’ (fovendam), incrementandola presso «i fedeli [affinché] esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa» (SC n. 2), è fuori di dubbio; non altresì quando si dice di essa che sia da ‘riformare’, traducendo in tal modo il gerundio latino instaurandam. Quantunque si parli nei testi magisteriali di «riforma liturgica del Concilio [liturgica Concilii reformatio]» (Istruzione Redemptionis Sacramentum, n.4; Enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 10), il verbo ‘instaurare’ - in latino e in italiano - va inteso come restaurare (cfr. Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana) e non già come trasformare. È quanto si legge nel testo in francese: «A la restauration et au progrès de la liturgie». D’altro canto, lo stesso verbo latino ‘reformare’ si traduce con ‘restaurare’ (cfr. Castiglioni-Mariotti, Vocabolario della lingua latina, ed. Loescher, Torino 1966). ‘Instaurare’, allora, può significare: ‘ritornare ai fondamenti’.
Bisogna, infine, parlare di ‘sana Tradizione’, distinguendo tra Tradizione divina e tradizione umana.

mercoledì 12 dicembre 2018

Le meraviglie della Tilma di Guadalupe ovverosia dell'Immagine della Perfetta e Perpetua Vergine Santa Maria di Guadalupe, Regina del Messico e Imperatrice d’America, Patrona del Messico, dell’America e delle Filippine



Fonte: Giulio Dante Guerra, Le meraviglie della Tilma di Guadalupe, in Radiospada, 12.12.2018. Cfr. Enigmi e misteri della TILMA di Guadalupe: quell'immagine prodotta dal "dito di Dio", in Gloria TV, 12.12.2017"Quetzalcoatl è tornato!" [Straordinario! Lutero, la conquista del Messico e le apparizioni di Guadalupe], ivi, 12.12.2018; Nicoletta De Mattheis, Le sante immagini acheropite (6): Nostra Signora di Guadalupe, la più moderna, in Reliquiosamente, 3.11.2016.

lunedì 10 dicembre 2018

10 dicembre 1520: le "buone intenzioni" di Martin Lutero ....



L'Alma Casa di Loreto in un aforisma del Pontefice Leone XIII di v.m.


Per il testo, v. Leone XIII, breve ap. Felix Nazarethana, 23.1.1894

Un aforisma del papa Leone X in occasione della festa della Trasvolazione angelica della Santa Casa di Loreto




Mons. Nicola Bux a San Vito dei Normanni, 14 dicembre 2018


sabato 8 dicembre 2018

Immagini per meditare nella festa dell'Immacolata Concezione




Giovanni Gasparro, Speculum Iustitiæ, collezione privata, 2018

Per Christum praeservata, per Franciscum defensa

Parafrasando Seneca de Maria numquam satis dicitur, cioè di e su Maria non si dirà mai abbastanza. In effetti, indagare sul mistero, che l’ha avvolta fin dal primo istante del suo Concepimento, significa sempre non dire mai a sufficienza, tanti sono gli aspetti che si dovrebbero tener presenti e la profondità stessa del mistero, che, alla fine, affonda in quello di Dio stesso e dei suoi disegni imperscrutabili.
Possiamo solo contemplare questo o quel mistero della Santa Vergine. Per questo i tentativi promossi dai modernisti - nel solco, ad es., di padre Congar (poi cardinale wojtyliano) di voler arginare, nella Chiesa, la febbre mariana! - di ridurre e minimizzare quel mistero, che avvolge Maria, escludendo o svilendo l’intervento del Soprannaturale nella sua esistenza a semplice accidente o ad aspetto marginale, sono, oltre che scandalosi, anche riduttivi, puerili e contrari alla Verità. La figura di Maria non può essere ridotta a quella di qualsiasi altra donna. Certo, ella è e rimane sempre una creatura, ma una creatura singolarmente privilegiata. Non possono attribuirsi alle altre donne appellativi come “Immacolata Concezione”, “Madre di Dio”, ecc., ma solo a Lei. Ella rimane quindi una creatura singolarissima ed irripetibile.
E proprio per rimarcare questa differenza tra quella Donna e le altre donne la Chiesa ha impegnato più volte, in duemila anni, il suo più alto magistero, proprio per esaltare quei privilegi. Tra questi, appunto quello del suo Immacolato Concepimento, celebrato nell’odierna festa. Privilegio affermato nella Chiesa a costo di lunghe lotte e dispute teologiche, che costituiscono anche un vanto per l’ordine francescano, essendosi contraddistinto, tra tutti gli ordini religiosi, per quello che più ha combattuto per il riconoscimento di tale prerogativa accordata a Maria da Dio.
Nell’odierna festa, perciò, rilanciamo quest’interessante contributo, sebbene risalente ad alcuni anni orsono.






























Medaglia annuale di papa Pio IX, A. XI. D/ PIVS IX PONT MAX ANNO XI. Busto a sinistra con berrettino, mozzetta e stola. R/ La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione in San Pietro. In esergo, VI ID DEC AN CHR MDCCCLIV/ SINE LABE CONCEPTA. Bart. E. 856. AG. mm. 43.50 Inc. I. Bianchi. qFDC.

Medaglia del pontificato di Pio IX, Immacolata Concezione, 1854, AE (g 18,24 – h 42 mm) RR SPL

Per Christum praeservata, per Franciscum defensa

di Carlo Codega

La “causa dell’Immacolata” è il vero filo d’oro del Francescanesimo, tanto che essa meritò il nome di “tesi francescana”. Non a caso un adagio, quanto mai veritiero e puntuale, sosteneva che l’Immacolata era stata “preservata dal peccato originale da Cristo e difesa da san Francesco.

San Massimiliano Maria Kolbe, il “cavaliere dell’Immacolata” del XX secolo, guardando alla storia francescana in tutta la sua complicata trama di divisioni, riforme, innovazioni e liti vedeva un solo fattore che non solo aveva accomunato tutti i movimenti francescani, ma che addirittura conferiva loro una vera identità francescana: l’Immacolata. La “causa dell’Immacolata”, ovvero la difesa di questa sentenza quando ancora non era stata dogmatizzata dalla Chiesa, è il vero filo d’oro che dalle origini determina l’identità e la crescita del Francescanesimo, tanto che essa meritò il nome di opinio minorum o tesi francescana. 
Non a caso un diffuso adagio, quanto mai veritiero e puntuale, sosteneva che l’Immacolata era stata “per Christum praeservata, per Franciscum defensa”: preservata dal peccato originale da Cristo e difesa da san Francesco.

L’intuizione mistica di san Francesco

Senza ombra di dubbio san Francesco non fu certo un Teologo nel senso tecnico della parola, però l’edificio delle sue virtù costruito sul saldissimo fondamento dell’umiltà, gli consentì una penetrazione intuitiva dei misteri di Dio, superiore a qualsiasi altro: «La teologia di questo santo padre – come disse un Domenicano che lo aveva interrogato – portata sulle ali della purezza della contemplazione, è come un’aquila in volo. La nostra scienza, a paragone, striscia con il ventre per terra».
Arrivò con le ali della contemplazione il Serafico Padre alla verità luminosissima ma ancora abbagliante dell’Immacolata Concezione?
Secondo alcune notizie storiche dubbie san Francesco avrebbe eretto a Rovigo sin dal 1223 un altare dedicato all’Immacolato Concepimento di Maria. Sono del tutto silenziosi invece gli scritti e le fonti biografiche di san Francesco sull’Immacolato Concepimento di Colei che il Serafino d’Assisi aveva proclamato “avvocata” del suo ordine? Forse no, se, sforzandoci anche noi di penetrare con spirito mistico le preghiere di san Francesco, ne sappiamo cogliere il significato profondo. Nel celebre Saluto alla Vergine il Santo scrive: «Ave Signora, santa Regina, santa Madre di Dio, Maria, [...] nella quale fu ed è ogni pienezza di grazia ed ogni bene». Ora, l’Immacolata Concezione di Maria non dice solo l’estraneità della Vergine ad ogni peccato, anche a quello originale, bensì, nel suo aspetto positivo, vuole significare la pienezza di grazia santificante e di carità verso Dio (“pienezza di grazia e ogni bene”).
È poi senza senso questa duplicazione del verbo essere, al presente e al passato? È un mero elemento retorico? Pensiamo di no: il presente (“è”) indica la condizione stabile della Madre di Dio, la sua sconfinata pienezza di grazia, il suo essere ricolma di ogni bene e il suo perfetto amore verso Dio, ma il passato non può che indicare che tale condizione non è stata acquistata dalla Madonna o a Lei donata ad un certo punto ma c’è sempre stata sin dal suo apparire alla vita, cioè fin dal suo concepimento. 
La Teologia mistica e orante di san Francesco aveva già svelato al mondo la bellezza suprema dell’unica creatura concepita senza peccato e pertanto ripiena, sopra ogni misura, della grazia divina.  

I precursori dell’Immacolata

Non è dunque un caso che siano stati proprio i Francescani i grandi araldi dell’Immacolata Concezione: tale eredità, sorta spontaneamente nel ventre mistico del Serafico Padre, si è trasmessa “geneticamente” ai figli, che solo col passare del tempo ne hanno colto il significato e l’importanza.
Alla fine del XIII secolo però già due autori incominciano a difendere, seppur in mezzo a un ambiente piuttosto ostile, la sentenza dell’Immacolata Concezione. Preceduto forse già dal celebre Roberto Grossatesta, il maestro francescano Guglielmo di Ware († 1300 c.a.), fu tra i primi seguaci di san Francesco a proporre e a dimostrare la pia sentenza dell’Immacolata Concezione: per lui però l’esigenza prima era quella di difendere la festa liturgica, già ampiamente diffusa in Inghilterra da secoli, senza però penetrare profondamente nel significato teologico. 
Tuttavia, fu lo Ware l’autore del celebre potuit, decuit, ergo fecit (poteva, era conveniente, e dunque lo fece): Dio poteva creare Maria del tutto priva di peccato (possibilità), ciò risulta del tutto conveniente nell’economia della Salvezza e ciò basta per dimostrare il fatto che lo ha fatto effettivamente.
Non sappiamo se lo Ware abbia mai insegnato fuori dalla sua Patria: sicuramente fu così invece per l’irrequieto spirito speculativo-mistico del geniale Terziario francescano Raimondo Lullo († 1315), proclamato beato dalla Chiesa per il suo martirio in terra islamica. Il maiorchino difese a più riprese la verità dell’Immacolato Concepimento di Maria e, meno di una decina di anni prima di Scoto, osò sostenere tale sentenza tra le ostili mura della Sorbona, la celebre Università di Parigi, capitale della Teologia cattolica. Il Beato sostenne apertamente la sentenza immacolista nel suo Arbor Scientiae prima, e nel Commento alle sentenze di Pietro Lombardo, elaborato e proposto a Parigi poi.

Con il Lullo osserviamo una netta chiarificazione della questione: non si tratta di parlare di una “Santificazione” di Maria Santissima, ovvero di una purificazione di Maria dal peccato originale in un ipotetico momento (quello dell’infusione dell’anima) tra il concepimento (del corpo) e la nascita, bensì della Concezione stessa che sarebbe stata immacolata, ovvero, a differenza degli altri uomini, la legge divina della trasmissione del peccato originale nella natura umana sarebbe stata sospesa. 
Tra le motivazioni poi che il beato Lullo propone a sostegno della sua tesi vi è quella della “ri-creazione”, ovvero della redenzione dell’uomo da parte del Verbo Incarnato, che avrebbe ricalcato i passi della Creazione stessa; scrive il Lullo: «Come Adamo ed Eva furono nello stato di innocenza prima del peccato originale, così, quando incominciò la ri-creazione, [...] era necessario che l’Uomo e la Donna [ovvero Cristo e Maria] fossero nello stato di innocenza completamente e continuamente, dal principio fino alla fine. Altrimenti la ri-creazione non avrebbe potuto essere principio ma sarebbe stata essa stessa principiata». Maria, socia del Redentore, non avrebbe potuto partecipare all’opera della Redenzione se non fosse stata anch’essa, al pari del Verbo Incarnato, senza peccato sin dal suo inizio.

Il cavaliere vittorioso dell’Immacolata

I grandi Dottori della Sorbona, illustrata nel secolo XIII dalle menti di due Dottori come san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura da Bagnoregio, rimanevano però ostili a questa sentenza, considerata certo “pia” ma difficilmente digeribile teologicamente.
Il punto che lasciava i grandi Dottori sospettosi verso la festa liturgica dell’Immacolata Concezione (che sempre più si diffondeva in Europa) era questo: se Maria fosse stata da sempre senza peccato originale, Ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione di Cristo; ciò però contrasterebbe con il Dogma, espresso a chiare parole nella lettera ai Romani («Tutti hanno peccato in Adamo», Rm 5,12), dell’universalità del peccato originale e di conseguenza dell’universale Redenzione di Cristo. In altre parole, se Maria fosse stata concepita Immacolata allora Essa non sarebbe stata redenta da Cristo in quanto non avrebbe avuto bisogno della Redenzione: per Lei Cristo sarebbe morto invano!
A risolvere la questione ci volle una speculazione intellettuale intrisa di devozione, attenta contemporaneamente ai dati della Tradizione e a quelli del sensum fidelium del popolo di Dio: tale fu quella del beato Giovanni Duns Scoto († 1308), a giusto titolo chiamato “Dottore Mariano” e “Dottore dell’Immacolata”. Tale titolo è ancor più legittimo se si pensa che lo stesso Beato sempre attribuì la prestanza del suo intelletto all’intervento miracoloso della Vergine Maria che lo avrebbe reso tutto d’un tratto incredibilmente intelligente, chiedendo una sola cosa in cambio: che ne facesse uso solo per la Sua gloria! È un fatto che la sentenza in favore dell’Immacolata, prima tenuta in ostilità alla Sorbona, divenne la sentenza comune dell’Università parigina dopo la celebre disputa del 1305, quando Scoto ebbe ragione sui Maestri domenicani dimostrando con profusione di argomenti come Maria fosse stata concepita senza peccato originale. 
L’abbondanza ma, soprattutto, la qualità e la profondità delle motivazioni apportate dal Beato francescano vinsero il riserbo delle menti e l’ostilità dei cuori di tanti teologi e uomini di Chiesa. In particolare, suo grande merito fu comprendere come l’Immacolata Concezione, anziché contrastare l’universalità della Redenzione di Cristo, la confermava e la rafforzava. Come? Non esiste solo la redenzione curativa, con la quale Cristo salvò tutti gli uomini macchiati dal peccato originale, anzi, perché Cristo fosse perfetto redentore, avrebbe dovuto realizzare almeno una volta una redenzione perfetta, cioè una redenzione preservativa. Ciò si realizzò nella Santissima Madre di Dio che non fu guarita dal peccato originale ma fu, per far risaltare ancor meglio la potenza di Dio, preservata completamente dal peccato originale, in vista dei meriti della Passione e Morte di Cristo. Se ciò è possibile e conveniente poi, dato che dobbiamo attribuire a Maria ciò che è più eccellente (a patto che non ripugni all’autorità della Chiesa e della Scrittura), allora Dio certamente lo fece: creò Maria senza macchia alcuna, non perché Lei fosse sottratta all’opera della Redenzione ma perché fosse la prima (pre)redenta, chiamata a collaborare a titolo specialissimo, come sua Madre e Alma socia, all’opera della Redenzione di tutti gli uomini.
Il beato Duns Scoto, vero cavaliere e difensore dell’Immacolata, fu senza dubbio colui che meglio penetrò il mistero dell’Immacolata unendo all’amore per la Santissima Vergine una precisione e chiarezza teologica che risolveva la contraddizione apparente: da lì in poi la sentenza dell’Immacolata divenne la bandiera dei figli di san Francesco che compresero il loro ruolo provvidenziale nel difenderla, tanto che essa divenne nota come l’opinio minorum.

La battaglia per l’Immacolata

La vittoriosa disputa della Sorbona tuttavia non fu la fine ma l’inizio di una vera e propria battaglia teologica attorno alla sentenza dell’Immacolata Concezione. Non senza qualche eccezione dall’una e dall’altra parte, i due schieramenti furono ben definiti: da una parte i figli di san Francesco orgogliosi nel voler difendere la perfetta santità della Madre di Dio fin dal suo concepimento, con il medesimo ardore cavalleresco del beato Duns Scoto; dall’altra i Domenicani e i seguaci di san Tommaso che vedevano nella posizione del Dottore Angelico, ostile all’Immacolata Concezione in ragione dell’universalità della Redenzione di Cristo, una norma da cui non distaccarsi.
Numerose furono le dispute pubbliche e le discussioni a colpi di libelli e trattati tra i due schieramenti: per primo il Minore francese Pietro Aureolo († 1322), grande discepolo di Scoto, intrattenne uno scambio libresco con il Domenicano Guglielmo Gannaco; nel 1325 diversi maestri Francescani e Domenicani disputarono davanti a Giovanni XXII alla corte di Avignone, risolvendosi in un parziale successo per la pia sentenza dell’Immacolata; poi, nel 1386 alla Sorbona i Francescani Giovanni Vital e Andrea da Novocastro ebbero ragione sul Domenicano Giovanni de Monzon, che in seguito si sarebbe talmente radicato nei suoi errori e nella sua caparbietà da finire scomunicato. Alle provocazioni di un Frate domenicano il beato Bernardino da Feltre (1439-’94), grande apostolo francescano del Nord Italia, rispose sfidando il suo oppositore alla “prova del fuoco”: «I sostenitori dell’Immacolata Concezione – disse il Beato – piuttosto preferirebbero morire bruciati, o di qualsiasi altra causa, piuttosto che desistere dal loro proposito». Al che il Domenicano desistette dal protrarre il dibattito. 
La disputa che però maggiormente ridondò a gloria della Santissima Madre di Dio fu quella che si svolse davanti al Pontefice Sisto IV (1471-’84), il secondo figlio di san Francesco ad ascendere al Soglio pontificio. Il Pontefice, venendo a conoscenza dell’ardore con cui si dibatteva intorno all’Immacolata, volle porsi ad arbitro di una pubblica disputa. Convocò il Domenicano Vincenzo Bandelli, il più acceso e intrigante oppositore dell’Immacolata, mentre per la difesa scelse il Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, Fra Francesco Nani da Brescia. Nonostante le penetranti obiezioni del Bandelli costituissero come tante funi con cui avvolgeva il suo avversario, il Francescano seppe districarsi da tutte queste e sciogliere uno per uno i nodi del Domenicano tanto da convincere il Pontefice. Con arguzia questi concluse la disputa in favore del Francescano dicendo: «Tu sei il vero Sansone». Come Sansone con le sue braccia robuste aveva rotto le funi con cui i Filistei lo avevano legato, così Fra Francesco con la saldezza e la forza della sua Teologia aveva avuto ragione delle obiezioni contro l’Immacolata Concezione. Di lì in poi il Francescano sarebbe stato noto a tutti come Francesco “Sansone” da Brescia. 

Il Papa e il poeta dell’Immacolata

Una spinta verso la sempre maggior pubblicità del culto in onore dell’Immacolata Concezione, oltre che per la difesa della sua verità teologica, venne anche dal già citato Sisto IV (1471-84), al secolo Francesco della Rovere, ligure di nascita e divenuto lettore di Filosofia e Teologia, e poi Ministro generale dell’Ordine Francescano. Almeno due grandi meriti per il progresso della “Causa dell’Immacolata” vanno ascritti a Sisto IV: nel 1476 con la bolla Cum praecelsa, in ringraziamento per lo scampato pericolo di un’imminente e pericolosa inondazione del Tevere, approvò l’Ufficio della Concezione della Beata Vergine Maria scritta dal Canonico veneziano Leonardo de’ Nogarolis, nei quali risuonava chiaramente la dottrina immacolatista.
Con le due bolle Grave nimis del 1481 e del 1483 invece, per far tacere la petulante e chiassosa opposizione del già citato Domenicano Bandelli, imponeva sotto pena di scomunica che si rispettassero le sentenze pro e contro l’Immacolata, evitando accese e scandalose dispute, e che si rispettasse anche l’ormai secolare festa del Concepimento di Maria. La decisione moderata d’imporre il silenzio alle due parti, lasciando però ben aperta la porta al progresso della devozione in campo liturgico e teologico, significò comunque un non piccolo punto di vantaggio per il successo della Causa dell’Immacolata.
Il Papato di Sisto IV s’interseca poi con la grande attività apostolica e letteraria del beato Bernardino de’ Bustis (1450-1515), francescano milanese, convertito dalla Giurisprudenza alla vita serafica. Grande predicatore e animo poetico, il de’ Bustis compose numerosi sermoni, poesie e altri scritti per celebrare le grandezze di Maria: in particolare difese l’Immacolata Concezione. Riguardo a quest’ultima, gran parte dei sermoni che costituiscono il suo Mariale, sono dedicati a questo argomento.
Grande merito del de’ Bustis fu in particolar modo comporre l’Ufficio e la Messa per la festa dell’Immacolata Concezione, che ricevette l’approvazione di Sisto IV nel 1480. Infatti, nonostante il Sommo Pontefice avesse già approvato l’ufficio composto dal Canonico veneziano Nogarolis, il già citato Domenicano Vincenzo Bandelli si era subito opposto: in risposta aveva sostenuto che la Liturgia, culto pubblico della Chiesa, avrebbe potuto solo festeggiare la Santificazione di Maria (in un istante successivo alla Concezione) e per questo aveva composto sua sponte un Ufficio della Santificazione in cui poneva l’accento sull’universalità del peccato originale, che avrebbe contaminato anche Maria Santissima. L’anima serafica del Beato rispose invece con un altro Ufficio, usato per diversi secoli dai Francescani, in cui invece risultasse chiaro, con citazioni scritturistiche e dei Padri della Chiesa, il sublime Privilegio di Maria Santissima.

Vergini e mistiche dell’Immacolata

Mentre il beato Giovanni Duns Scoto e i suoi seguaci, da baldi cavalieri dell’Immacolata, difendevano con la penna e con la parola l’Immacolata Concezione, già l’Altissimo si degnava di dare una conferma e un conforto dall’alto all’impegno dei suoi apostoli. Fece questo attraverso le famose rivelazioni concesse alla mistica santa Brigida di Svezia (1303-’73), Regina del Paese scandinavo e Terziaria francescana prima, Fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore poi.
In ben nove rivelazioni alla Mistica svedese è affermato, più o meno chiaramente, l’eccelso Privilegio di Maria Santissima: «Maria – le svela l’Eterno Padre – fu vaso mondo, e non mondo: mondo perché fu tutta bella, né trovavasi in Lei tanto d’immondezza, che vi si potesse figgere una punta d’ago; fu non mondo, perché procedette dalla radice di Adamo, e nacque da peccatori; benché concepita senza peccato, affinché il mio Figliuolo nascesse da Lei senza peccato».
Maria Santissima stessa poi non mancò di rivelare a questa sua figlia prediletta anche il motivo per cui solo allora si cominciasse ad avere conoscenza di questa sua straordinaria prerogativa: «Sappi che la Concezione mia non fu nota a tutti perché così come volle Iddio, che avanti la legge scritta vi fosse la legge naturale e la scelta volontaria del bene e del male, e poi venisse la legge scritta che raffrenasse i moti disordinati; così piacque a Dio, che gli amici suoi piamente dubitassero della mia Concezione, e ciascuno mostrasse il suo zelo finché si rischiarasse la verità del tempo preordinato».
Nel secolo successivo invece l’ispirazione e la grazia di Dio toccò ancor più profondamente la vita di una giovane nobildonna portoghese, santa Beatrice da Silva (1424-’92). Dimorando alla corte di Spagna la giovane, di bell’aspetto e maniere delicate, venne notata dal Re, ma ciò suscitò l’ira della Regina che la fece chiudere per due giorni in una cassa: qui sopravvisse grazie all’apparizione della Regina del Cielo, vestita con un abito bianco e uno scapolare azzurro, il futuro abito delle Concezioniste. Confortata da un incontro con due Frati, che più tardi capì essere san Francesco e sant’Antonio, decise di lasciare il mondo e dimorò per trent’anni in un Monastero di Domenicane, senza prendere il velo. Spronata da aiuti celesti, comprese che la sua missione sulla terra fosse quella di radunare uno stuolo di vergini che dedicassero la loro vita a diffondere e aumentare in tutto il mondo la venerazione all’Immacolata Concezione, rivivendone nella pratica la sua purità e immacolatezza. Così, con l’aiuto della Regina Isabella di Spagna, fondò l’Ordine delle Concezioniste, assumendo un abito bianco-celeste cinto da un cordone francescano, tributo a coloro che erano da un secolo i difensori dell’Immacolata e a cui volle anche che il suo Ordine fosse affidato e sottomesso. 
Tra le numerose giovani che entrarono nei Monasteri delle Concezioniste nel corso dei secoli, desiderose di riprodurre l’Immacolata nella loro vita religiosa, vi fu anche una straordinaria anima mistica, la venerabile Maria di Gesù d’Agreda (1602-’65), autrice della celebre Mistica città di Dio, nella quale registra le sue esperienze e visioni sulla vita della Madonna. In questo meraviglioso affresco di “teologia narrativa” la Concezione Purissima di Maria (come si era soliti chiamarla in Spagna) è il fondamento di tutta la vita della Madonna, scrutata con gli occhi di Dio: Maria è la Mistica Città di Dio che come quella dell’Apocalisse, è misurata con una “canna d’oro”, ovvero con l’umanità santissima di Gesù, assunta dalla Persona divina del Verbo. In tal senso Maria è proporzionata e misurata a Gesù, in modo che «non le mancasse niente delle grazie e dei doni possibili, ed anzi questi  fossero di tale pienezza da non avere difetto alcuno»; tutti i privilegi e i doni di cui fu adorna però «dipendono e hanno origine dal suo essere Immacolata e piena di grazia nella sua Concezione Purissima». La capillare diffusione di questa biografia teologica mariana fu un potente veicolo per espandere la devozione all’Immacolata Concezione e per infiammare ancor più i cuori verso la Santissima Madre di Dio, adorna di questo Privilegio.

I Teologi dell’Immacolata

Il periodo barocco non fu solo un periodo d’immensa fioritura devozionale, esito dell’efficace pastorale proposta al Concilio di Trento, ma anche di una grandiosa e approfondita riflessione teologica, che meritò il nome di Seconda Scolastica.
Insieme alla diffusione popolare del culto dell’Immacolata, la Teologia di questo periodo, in cui il nome di Duns Scoto s’impose alla pari di quello di san Tommaso, approfondì e difese sistematicamente questa “divina” prerogativa della Vergine: nomi come quelli di Suarez e san Roberto Bellarmino, tra i Gesuiti, si affiancarono a celebri Teologi francescani quali Angelo Volpi, san Lorenzo da Brindisi, e Carlo del Moral, tutti uniti nella difesa dell’Immacolata Concezione. 
San Lorenzo da Brindisi (1559-1619), Frate Cappuccino, nonostante la sua poliedrica attività culturale, apostolica, ecclesiastica e politica, fu soprattutto un’anima ardente di amore per Gesù Bambino e per la Santissima Vergine, amore che riversò nelle dense pagine del suo Mariale, del quale ben dodici sermoni sono dedicati all’Immacolata Concezione. La Mariologia del Santo Cappuccino è limpida e chiara e trae in abbondanza dalle fonti della Sacra Scrittura, di cui san Lorenzo poteva vantare una conoscenza approfondita, anche nelle lingue originali, e si rafforza con la teologia del beato Giovanni Duns Scoto. 
Le ragioni del cuore, che lo portano ad attribuire a Maria Santissima quanto vi sia di più eccelso, sono però ben rafforzate da molti argomenti che la Sacra Scrittura offre: non è forse l’Angelo Gabriele a chiamare Maria Santissima “piena di grazia”? E ciò non significa, dal lato opposto, che Maria è del tutto priva di peccato? E perché porre limiti temporali all’affermazione dell’Angelo... Maria è sempre stata “piena di grazia”, perché da sempre ordinata a essere Madre di Dio e Tempio del Verbo Incarnato, e proprio per questo non conviene che Ella sia stata mai toccata dal peccato originale.
Accanto alla Mariologia “serena” di san Lorenzo da Brindisi non mancò quella dei redivivi cavalieri, ancora volenterosi di combattere la buona battaglia dell’Immacolata, senza risparmiare fatiche letterarie e asprezza di toni. In questo particolare campo si cimentò soprattutto il Francescano spagnolo Fra Pedro Alva Y Astorga (1602-’67): temperamento focoso, l’amore per il Privilegio mariano lo spinse ad ardite polemiche di cui sono testimonianza testi, peraltro di grande erudizione e impegno, come l’Armentarium Seraphicum, un prontuario “militare” di argomenti in difesa dell’Immacolata Concezione, e il testo Militia Immaculatae, una specie di enciclopedia di autori immacolisti. A causa della veemenza della sua polemica contro i Domenicani anti-immacolisti fu esiliato dalla Spagna per volontà del Re, trovando rifugio nei Paesi Bassi.

I missionari dell’Immacolata

La verità dell’Immacolata Concezione però, ben lungi dal rimanere una mera verità astratta, è una verità salvifica di primaria importanza: l’Immacolato Concepimento di Maria indica chiaramente il ruolo di corredentrice e di avversaria di satana e del peccato che Maria riveste, da Madre premurosa, per la salvezza eterna dei figli in tutta la storia dell’umanità. In altre parole la verità dell’Immacolata Concezione si deve tradurre in pratica, cioè diventare effettiva ed efficace opera di salvezza delle anime: ecco perciò che l’apostolato serafico non dimenticò di portare l’Immacolata nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, per ottenere frutti ancora più grandi dalla predicazione e dall’evangelizzazione.
Straordinaria è la figura del neo-canonizzato san Junipero Serra (1713-’84), passato dalla cattedra di Teologia scotista in Spagna alle missioni nel Nuovo Mondo, dove divenne pioniere dell’evangelizzazione della California. Devotissimo alla “Purissima Concezione”, che aveva promesso di difendere fino alla morte e alla quale attribuì il merito della vocazione missionaria, ne diffuse la devozione tra gli indigeni del Messico e della California: dove la Croce di Cristo infatti non sortiva effetto, verificò che la figura materna dell’Immacolata sapeva far breccia nei cuori dei nativi americani, che spontaneamente omaggiavano e veneravano questa figura colma di misericordia, bontà e purezza. Davanti poi al successo di missioni ben avviate e al fervore dei neofiti, lo stesso Serra disse che nulla lo emozionava e lo commuoveva quanto sentirli intonare il Tota Pulchra alla Purissima Prelata.
Nelle “missioni” al di qua dell’Oceano, nelle missioni popolari, san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1741), grande predicatore e apostolo, fece la medesima esperienza: quando il pentimento dei fedeli non arrivava alla vista della sofferenza patita da Cristo durante la sua Passione e Morte, ecco che i cuori si scioglievano a sentir parlare della bontà misericordiosa della Madonna, sempre pronta a riallacciare i legami della grazia tra i suoi figli e l’Eterno Padre.
Nessuno forse come san Leonardo si premurò di ottenere dal Papa il passo ultimo e definitivo: la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, «il più grande affare, che doverebbe ultimarsi nel Mondo», affinché, come scrive al Cardinal Belmonte, «di quella Luna, che tiene sotto ai piedi, sene formasse un Diadema al Gran Mistero della sua Immacolatissima Concezione». Per ottenere ciò, su consiglio di Papa Clemente XIII, si premurò di sondare il sentimento dei Cardinali scoprendo che uno solo (tra l’altro morto pochi mesi dopo) fosse contrario a tale definizione dogmatica: «Che vogliamo di più? Facciamo dunque orazione, acciò lo Spirito Santo inspiri al Papa ad abbracciar con fervore un’Opera di sì grande rilievo, da cui dipende la quiete del Mondo, tenendo per certissimo che se si farà un sì grande onore alla Sovrana Imperatrice, si vedrà subito fatta la Pace universale, oh che gran bene, oh che gran Bene». 

Il Papa del Dogma

Nel 1821 un giovane Sacerdote, Terziario francescano, mentre si trovava in ritiro spirituale a san Bonaventura al Palatino a Roma, il Convento dove aveva dimorato e dove è sepolto san Leonardo, poté leggere, appesa alla parete della cella del Santo, questa lettera al Cardinal Belmonte: tale lettura non lo lasciò indifferente anzi... Giovanni Maria Mastai Ferretti, divenuto nel 1846 Sommo Pontefice con il nome di Pio IX (1846-’78), oggi beato per la Chiesa Cattolica, non dimenticò mai la lettura di questa lettera e, personalmente, era assolutamente convinto della verità dell’Immacolata Concezione.
Furono però i tragici avvenimenti della Rivoluzione Romana del 1848, con l’insediamento dei rivoluzionari al Governo e la conseguente fuga del Papa a Gaeta, a portarlo ad una decisione definitiva: nella Cappella Aurea della fortezza di Gaeta, mentre era in preghiera e pensava alle tempeste che stava attraversando la Chiesa, Pio IX, forse riportando alla mente quella lettera letta più di venti anni prima e con qualche aiuto celeste, capì che l’unica cosa che avrebbe potuto fare per salvare la Chiesa e il mondo sarebbe stata la proclamazione dogmatica dell’Immacolata Concezione, proprio come aveva profetizzato san Leonardo un secolo prima.
La lettera di san Leonardo indicò poi al Beato persino il modo con cui proclamare questo Dogma: non la convocazione di un Concilio Ecumenico, quasi impossibile in quegli anni di rivoluzioni e sommosse, bensì una consultazione scritta di tutti i Vescovi, i Sovrani, le Università, i Teologi e chiunque altro fosse ritenuto in grado di testimoniare la fede del popolo di Dio su questo punto. Ritornato a Roma, mise subito mano alla questione, nominando una commissione per lo studio della possibilità della proclamazione dogmatica. La “santa fretta” di Pio IX non fece comunque mancare alla prudenza e l’iter si concluse solo sei anni dopo: ben 546 su 603 consultati si erano dichiarati favorevoli alla proclamazione dogmatica.
L’8 dicembre 1854 nella Basilica di San Pietro Papa Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus proclamava che «la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale» era da ritenersi vera e rivelata: un raggio di luce, strano per quell’ora e per quella stagione, colpì proprio in quel momento Pio IX, segno della predilezione celeste per quello che sarebbe passato alla storia come il “Papa dell’Immacolata”.  

I nuovi cavalieri dell’Immacolata

È così terminata la “causa dell’Immacolata”? Quale sarà dunque ora la funzione provvidenziale dell’Ordine Serafico? È chiaro e radicale san Massimiliano Kolbe: la lotta per la proclamazione dogmatica è stata la prima pagina, quella introduttiva, ora siamo alla “seconda pagina” della Causa dell’Immacolata, «vale a dire seminare questa verità nei cuori di tutti coloro che vivono e vivranno sino alla fine dei tempi, e curarne l’incremento e i frutti di santificazione. Introdurre l’Immacolata nei cuori degli uomini, affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio Suo, li conduca alla conoscenza di Lui e li infiammi d’amore verso il Suo Sacratissimo Cuore» (SK 486).
La Causa dell’Immacolata continua nella diffusione popolare del significato dell’Immacolata Concezione, nell’apostolato e nella pastorale ma anche nella Teologia, comprendendo più profondamente questo Dogma e le sue conseguenze, per rendere più fulgida la corona della nostra Celeste Madre. E l’eredità dei grandi cavalieri e difensori dell’Immacolata è stata raccolta nel secolo XX da grandi Francescani come san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941), il servo di Dio Leone Veuthey (1896-1974), il grande Teologo Padre Carlo Balic (1899-1977), Padre Bonaventura Blattmann (1860-1942), il beato Gabriele Allegra (1907-’76), San Pio da Pietrelcina (1897-1968)... tutte esimie firme di questa seconda pagina che attende ancora numerosi e diligenti scrittori che la portino a compimento.