mercoledì 17 dicembre 2014

Le Antifone Maggiori

Sebbene un po’ datato, sembra doveroso ricordare l’inizio, il 17 dicembre, delle Antifone maggiori, dette anche “antifone O” (in quanto iniziano tutte con l’invocazione “O” di meraviglia), risalenti sin dall’epoca di S. Severino Boezio (che le ricorda) e, comunque, sicuramente sin dall’epoca di S. Gregorio Magno.
Queste antifone ci accompagneranno sino all’antivigilia di Natale.

Avvento in musica. Sette antifone tutte da riscoprire


Si cantano una al giorno, al Magnificat dei vespri. Sono molto antiche e ricchissime di riferimenti alle profezie del Messia. Le loro iniziali formano un acrostico. Eccole trascritte, con la chiave di lettura 

di Sandro Magister

Da oggi fino all’antivigilia di Natale, al Magnificat dei vespri di rito romano si cantano sette antifone, una per giorno, che cominciano tutte con un’invocazione a Gesù, pur mai chiamato per nome. 
Questo settenario è molto antico, risale al tempo di papa Gregorio Magno, attorno al 600. Le antifone sono in latino e si ispirano a testi dell’Antico Testamento che annunciano il Messia. 
All’inizio di ciascuna antifona, nell’ordine, Gesù è invocato come Sapienza, Signore, Germoglio, Chiave, Astro, Re, Emmanuele. Nell’originale latino: Sapientia, Adonai, Radix, Clavis, Oriens, Rex, Emmanuel. 
Lette a partire dall’ultima, le iniziali latine di queste parole formano un acrostico: “Ero cras”, cioè: “[Ci] sarò domani”. Sono l’annuncio del Signore che viene. L’ultima antifona, che completa l’acrostico, si canta il 23 dicembre. E l’indomani, con i primi vespri, comincia la festività del Natale. 
A trarre queste antifone fuori dall’oblio è stata, inaspettatamente, “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti di Roma che si stampa con il previo controllo della segreteria di stato vaticana. 
Inusitato anche il posto d’onore dato all’articolo che illustra le sette antifone, scritto da padre Maurice Gilbert, direttore della sede di Gerusalemme del Pontificio Istituto Biblico.
L’articolo apre il quaderno prenatalizio della rivista, dove di solito c’è l’editoriale. 
Nell’articolo, padre Gilbert illustra ad una ad una le antifone. Ne mostra i ricchissimi riferimenti ai testi dell’Antico Testamento. E fa rimarcare una particolarità: le ultime tre antifone – quelle del “Ci sarò” dell’acrostico – comprendono alcune espressioni che si spiegano unicamente alla luce del Nuovo Testamento. 
L’antifona “O Oriens” del 21 dicembre include un chiaro riferimento al cantico di Zaccaria nel capitolo primo del Vangelo di Luca, il “Benedictus”: “Ci visiterà un sole che sorge dall’alto per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte”. 
L’antifona “O Rex” del 22 dicembre include un passaggio dell’inno a Gesù del capitolo secondo della lettera di Paolo agli Efesini: “Colui che di due [cioè di ebrei e pagani] ha fatto una cosa sola”. 
L’antifona “O Emmanuel” del 23 dicembre si conclude infine con l’invocazione “Dominus Deus noster”: un’invocazione esclusivamente cristiana poiché soltanto i seguaci di Gesù riconoscono nell’Emmanuele il loro Signore Dio. 
Ecco dunque qui di seguito i testi integrali delle sette antifone, in latino e tradotte, con evidenziate le iniziali che formano l’acrostico “Ero cras” e con tra parentesi i principali riferimenti all’Antico e al Nuovo Testamento: 

I – 17 dicembre

O SAPIENTIA, quae ex ore Altissimi prodiisti, attingens a fine usque ad finem fortiter suaviterque disponens omnia: veni ad docendum nos viam prudentiae. 

O Sapienza, che uscisti dalla bocca dell’Altissimo (Siracide 24, 5), ti estendi da un estremo all’altro estremo e tutto disponi con forza e dolcezza (Sapienza 8, 1): vieni a insegnarci la via della saggezza (Proverbi 9, 6). 

II – 18 dicembre 

O ADONAI, dux domus Israel, qui Moysi in igne flammae rubi apparuisti, et in Sina legem dedisti: veni ad redimendum nos in brachio extenso. 

O Signore (“Adonai” in Esodo 6, 2 Vulgata), guida della casa d’Israele, che sei apparso a Mosè nel fuoco di fiamma del roveto (Esodo 3, 2) e sul monte Sinai gli hai dato la legge (Esodo 20): vieni a redimerci con braccio potente (Esodo 15, 12-13). 

III – 19 dicembre 

O RADIX Jesse, qui stas in signum populorum, super quem continebunt reges os suum, quem gentes deprecabuntur: veni ad liberandum nos, iam noli tardare.

O Germoglio di Iesse, che ti innalzi come segno per i popoli (Isaia 11, 10), tacciono davanti a te i re della terra (Isaia 52, 15) e le nazioni ti invocano: vieni a liberarci, non tardare (Abacuc 2, 3). 

IV – 20 dicembre 

O CLAVIS David et sceptrum domus Israel, qui aperis, et nemo claudit; claudis, et nemo aperit: veni et educ vinctum de domo carceris, sedentem in tenebris et umbra mortis. 

O Chiave di Davide (Isaia 22, 22) e scettro della casa d’Israele (Genesi 49. 10), che apri e nessuno chiude; chiudi e nessuno apre: vieni e strappa dal carcere l’uomo prigioniero, che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte (Salmo 107, 10.14). 

V – 21 dicembre 

O ORIENS, splendor lucis aeternae et sol iustitiae: veni et illumina sedentem in tenebris et umbra mortis. 

O Astro che sorgi (Zaccaria 3, 8; Geremia 23, 5), splendore della luce eterna (Sapienza 7, 26) e sole di giustizia (Malachia 3, 20): vieni e illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte (Isaia 9, 1; Luca 1, 79). 

VI – 22 dicembre 

O REX gentium et desideratus earum, lapis angularis qui facis utraque unum: veni et salva hominem quem de limo formasti. 

O Re delle genti (Geremia 10, 7) e da esse desiderato (Aggeo 2, 7), pietra angolare (Isaia 28, 16) che fai dei due uno (Efesini 2, 14): vieni, e salva l’uomo che hai formato dalla terra (Genesi 2, 7). 

VII – 23 dicembre 

O EMMANUEL, rex et legifer noster, expectatio gentium et salvator earum: veni ad salvandum nos, Dominus Deus noster. 

O Emmanuele (Isaia 7, 14), re e legislatore nostro (Isaia 33, 22), speranza e salvezza dei popoli (Genesi 49, 10; Giovanni 4, 42): vieni a salvarci, o Signore nostro Dio (Isaia 37, 20). 
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La rivista su cui è apparso l’articolo di padre Maurice Gilbert, “Le antifone maggiori dell’Avvento”:
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POST SCRIPTUM – Domenica 21 dicembre anche Marina Corradi è intervenuta sulle sette antifone maggiori dell’ultima settimana di Avvento. Con questo editoriale su “Avvenire”:


La promessa a noi vacillanti: “Ci sarò domani, e sempre” 

di Marina Corradi 

“Ero cras”, “Ci sarò domani”. Forse questa promessa in latino alla maggioranza dei credenti oggi non dice niente. Ma è una promessa molto antica, risalente ai tempi di Gregorio Magno, e nascosta tra le righe di sette antifone che tradizionalmente accompagnano, nell’ultima settimana di Avvento, il Magnificat ai vespri di rito romano. Un articolo su “La Civiltà Cattolica” del biblista padre Maurice Gilbert richiama dal passato la storia di questa promessa d’Avvento, a noi cristiani del Terzo millennio per lo più sconosciuta. Dunque il segreto delle “antifone maggiori”, dette anche “antifone O”, sta nella parola posta all’inizio di ciascuna di esse. 
“O Sapientia”, comincia la prima, e le successive: “O Adonai, O Radix, O Clavis, O Oriens, O Rex, O Emmanuel”. Germoglio, Chiave, Re, Emmanuele: tutte le antifone iniziano con un’invocazione a Cristo. Ma capovolgendo l’ordine delle parole e prendendo di ciascuna la lettera iniziale, emerge l’acronimo “Ero cras”, “Ci sarò domani”. Non è enigmistica. Ogni antifona è una sintesi di passi dell’Antico e Nuovo Testamento, un concentrato di fede cristiana che gli antichi fedeli ripetevano nella penombra dei vespri dell’Avvento, quando la notte calata sulle brevi giornate d’inverno, rischiarato solo da candele, evocava un’altra ombra, che incuteva timore. Dalle buie sere che precedono il solstizio, dal colmo dell’oscurità, nelle chiese si invocava: Germoglio, Sapienza, Re, vieni a liberarci dalla tenebre. E nella quinta antifona, quella del 21 dicembre – giorno esatto del solstizio, in cui, toccato il vertice del buio, il sole comincia a risalire in cielo – si cantava: “O Oriens, splendor lucis aeternae et Sol Iustitiae: veni et illumina sedentem in tenebris et umbra mortis”; “O astro che sorgi, splendore di luce eterna e sole di giustizia: vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra della morte”. E infine, nascosta nelle iniziali delle prime parole delle antifone: “Ero cras”. Ci sarò domani, ci sarò sempre: nel fondo del buio, di generazione in generazione, il ripetersi di una promessa di luce. 
Il segreto – almeno per noi profani – rivelato dal teologo gesuita commuove per la bellezza, la bellezza della forma della antica tradizione cristiana che troppo abbiamo dimenticato. Con quella aderenza profonda alla realtà concreta degli uomini; forse anche noi, in queste giornate così brevi e già alle quattro buie, non ci sentiamo addosso come un’ombra, e l’ansia che il sole si rialzi, che la luce della primavera torni e rassicuri? “Vieni, illumina le tenebre”, chiedevano. “Ci sarò domani, ci sarò sempre”, era la risposta già segretamente scritta nella domanda. E noi? ti viene da domandarti. L’attesa che colma questi antichi canti d’Avvento, ci appartiene ancora? O, sfumata la memoria di un male originario che ci opprime, non percepiamo più davvero il buio che nelle antifone del tempo di Gregorio Magno pare così incombente, tanto che è evidente come quei versi anelano la luce? Non più pienamente coscienti del buio, sappiamo ancora desiderare la luce? La nascita di Cristo, nel colmo dell’inverno, è il venire al mondo di colui che vince la morte. Ce ne ricordiamo pienamente, noi credenti del 2008, pressati negli ipermercati in cui infuria “Jingle bells”, o angosciati dalla crisi e dal vacillare del nostro benessere? Che la promessa antica e segreta delle “antifone O”, l’augurio, ci accompagni nel nostro affannarci della vigilia del Natale. “Ero cras”, ci sarò domani e sempre. E grazie al dotto studioso che ha ricordato a noi credenti analfabeti un segreto tesoro, a illuminare questi giorni di buio.

martedì 16 dicembre 2014

I grandi del Catechismo: San Pio X e il Ven. G. B. Trona

Lo scorso 14 dicembre, Cristina Siccardi ha tenuto una relazione in Mondovì dedicata ai grandi del Catechismo, indicati nelle figure di S. Pio X e del Ven. oratoriano Giovanni Battista Trona: il primo autore del celebre Catechismo, che porta il suo nome, articolato in domande e risposte; il secondo estensore, in pieno secolo dei Lumi, del pregevole testo noto come “Catechismo di Mons. Casati” (dal nome del vescovo di Mondovì che lo promulgò) ed al quale lo stesso papa Sarto s’ispirò.


I grandi del Catechismo: San Pio X e il Ven. G. B. Trona

di Cristina Siccardi

«Instaurare omnia in Christo» è il timone al quale si mise San Pio X quando salì sulla nave di San Pietro. È l’obiettivo che si prefisse fin dal principio e che scrisse nella sua prima enciclica, quella programmatica, E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903.
Egli è stato fra i più grandi riformatori di tutta la storia della Chiesa, come ebbe a dire lo studioso Aubert. Fu tra i Pontefici più attivi di tutta la storia e la sua forza risiedeva nel suo essere super partes. Da un lato condannò e dall’altra riformò: Riformare per restaurare! Leggiamo nel numero di «Civiltà Cattolica» del 1908[1]: «Restaurare un edificio non è abbatterlo per farne un altro; è rinnovarlo, conservandolo e preservandolo. Tale fu l’opera instauratrice di Pio X; d’incremento e di miglioramento da un lato, di correzione e di difesa dall’altro».
L’operato di San Pio X fu a 360°: il nuovo, nuovissimo, poiché nella storia della Chiesa non era mai esistito, Codice di Diritto Canonico (Codex iuris canonici); la riforma della Curia Romana (dal 1588 la situazione era ingessata); la fondazione dell’Istituto biblico; l’erezione dei Seminari centrali-regionali; la legislazione per una migliore e solida formazione del clero; la nuova disciplina per la prima – e più frequente – Comunione; la restaurazione della musica sacra; il poderoso atteggiamento che ebbe contro gli errori del Modernismo e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in Germania, in Portogallo, in Russia e altrove…
La grande preoccupazione di San Pio X fu quella di osservare, con sgomento, lo scollamento che si era creato nella società che andava via via secolarizzandosi e scristianizzandosi. Dalle filosofie illuministe erano nati il liberalismo, il positivismo, lo scientismo, lo storicismo, il sociologismo… insomma il relativismo di cui parlerà Benedetto XVI, che arriverà a definirlo «dittatura del relativismo». La Chiesa dei modernisti era quella che rinunciava a guidare il mondo per essere trascinata dalla cultura moderna. San Pio X comprese che la Chiesa era in pericolo: della modernità utilizzava soltanto quegli strumenti utili ad essere appunto mezzi, ma non le finalità. La Chiesa è sempre identica a se stessa nella sua essenza: difesa della Fede e difesa della Chiesa. La Chiesa non può mutare la sua natura, non può conformarsi agli obiettivi del mondo. Non è un’istituzione umana, non è l’Onu, non è un organo internazionale e ha una natura non solo umana, ma divina, essa è, prima di tutto, Corpo mistico di Nostro Signore. «La politica della Chiesa»,m diceva, «è quella di non fare politica e di andare sempre per la retta via».
Grande sua apprensione: la separazione, la cesura fra Fede e vita (proprio quella richiesta dal liberalismo e dagli stessi modernisti), togliendo così, come poi avverrà in uno sviluppo a valanga, i crocifissi dalle pareti, ma anche dai cuori. Pio XII lo beatificò nel 1951 e lo canonizzò nel 1854, il suo fu un atto che andò oltre la canonizzazione della sua persona, innalzò all’onore degli altari non solo Giuseppe Sarto, ma anche il suo Pontificato.
Per realizzare questo disegno in terra San Pio X avviò un piano santamente ambizioso e di riforma generale poiché non solo le forze nemiche, liberali e massoniche, minacciavano la Chiesa, e i semi avvelenati del liberalismo e del modernismo (termine presente per la prima volta nella Pascendi) avevano ormai attecchito con successo in alcuni ambienti “cattolici”, sia nel clero, sia fra i laici[2]; ma si era andato formando, in particolare sotto il Pontificato di Leone XIII (1810-1903), un clima di stanchezza e di apatia nei Seminari, nelle parrocchie e persino nelle celebrazioni delle Santa Messe, dove erano entrati addirittura canti profani, bande musicali, arie di opere liriche… fra le azioni di Papa Sarto ci fu anche la Riforma della musica sacra: avvalendosi della consulenza di un eccellente esperto e compositore come Lorenzo Perosi (1872-1956), diede al canto gregoriano la preminenza assoluta nella Liturgia.
Il Modernismo, definito nella Pascendi, «sintesi di tutte le eresie», tentava di coniugare Vangelo e positivismo, Chiesa e mondo, filosofia moderna e teologia cattolica; esso aveva visto i suoi albori in Francia, dove si era consumata la Rivoluzione che aveva abolito il diritto divino, incoronando la «dea ragione». Il motto «liberté, egalité, fraternité», che aveva prodotto il testo giuridico della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (26 agosto 1789), divenne, lungo i decenni, il lite motive di molti pensatori cristiani che decisero di inchinarsi al mondo, senza più condannare gli errori e senza più preservare l’integrità della dottrina della Fede. Fu proprio contro questa mentalità che San Pio X decise di combattere al fine di tutelare gli interessi di Cristo e della Sua Sposa.
Profonda Fede, amore immenso per la Chiesa, grande umiltà e grande sensibilità. Uomo dalle poche parole e dai molti fatti, era sempre teso a compiere la volontà di Dio, anche quando, chiamato ad alte mansioni, sentiva tutto il peso gravoso delle responsabilità; ma una volta accolto l’impegno, la sua preoccupazione era quella di rispettare e far rispettare leggi e principi divini, senza distrazioni verso il rispetto umano e il consenso delle opinioni del mondo. Non cercò mai i riflettori, ma soltanto la difesa dei diritti del Creatore e la salvezza delle anime.
Dal campanile di Riese, dove nacque il 2 giugno 1935, passò a quelli di Salzano e di Treviso per poi arrivare a quello di San Marco a Venezia e approdare a quello di San Pietro a Roma, tuttavia rimase sempre identico a se stesso: libero da ogni passione terrena, continuò a voler vivere in povertà, come lasciò scritto nel suo Testamento: «Nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo». Povertà per sé, ma non per Dio: non lesinava mai corredi e paramenti nella Sacra Liturgia.
Le riforme furono uno scossone decisamente forte a Roma. Procedendo con autorità di Pastore responsabile dell’incarico assegnatogli. San Pio X compì in pochi anni una serie di riforme, alcune delle quali erano reclamate da secoli, parecchie delle quali passarono come rivoluzionarie e si urtarono contro la resistenza passiva dei vari conservatori, quelli dello Status quo.
Le riforme si realizzarono non senza il superamento di ostacoli di varia natura e i drastici mutamenti non furono certo indolori.
Ha scritto lo studioso Giovanbattista Varnier:
«Siamo proprio sicuri che Pio X apparve ai contemporanei così poco moderno, così conservatore come tanti testi ce lo hanno tramandato?» Felice quesito e felice intuizione. La risposta indiretta giunge da una celebre fonte narrativa, ovvero da quel capolavoro che è il Gattopardo di Giuseppe Tommasi di Lampedusa, formidabile affresco della Sicilia nel doloroso trapasso dall’epoca borbonica a quella dello Stato unitario italiano, dove nobiltà e borghesia si contendono la scena. L’autore della sua unica opera letteraria, uscita postuma nel 1958, chiude la narrazione ambientandola nel maggio del 1910. Sono trascorsi 50 anni e le 3 signorine di Casa Salina (Concetta, Carolina, Caterina) consumano il loro tramonto nelle pratiche religiose, in una forma piuttosto bigotta. Arriva il Vicario generale dell’Arcidiocesi di Palermo che, seguendo le disposizioni pontificie aveva iniziato un’ispezione agli oratori privati. Carolina reagisce: «Questo Papa dovrebbe badare ai fatti propri, Farebbe meglio». Alla visita del Cardinale Arcivescovo di Palermo Carolina va in escandescenze: «Per me questo Papa è un turco».
La sua fu una Riforma globale perché si rese conto che non era più possibile utilizzare gli strumenti ereditati così come erano, ma occorreva riorganizzare e dare nuova linfa e ordinare ciò che non funzionava, secondo parametri più confacenti alle necessità urgevano.
Fu un grande realista!
Uomo di azione e non di buoni propositi ideali e utopici. Sapeva come sono gli uomini e sapeva che cos’è la Chiesa, la quale ha un solo ed unico scopo imprescindibile, la Salus animarum per la quale è stata fondata da Gesù Cristo, il reale Capo della Chiesa. San Pio X era ben cosciente di essere l’umile vicario che con saggezza deve assolvere il suo mandato di governo.
Dunque cambiamenti e riforme per stare al passo delle nuove esigenze, ma sempre avendo al primo posto la difesa della Fede e della Chiesa dalle idee sovversive e dalle insidie.
Il Suo Pontificato ebbe un’ampiezza tale da accorpare sia le esigenze che si erano accumulate lungo i secoli, sia le prospettive future che con sapienza e perspicacia aveva decodificato: la società si secolarizzava sempre più in un mondo che offriva mirabili opportunità in campo scientifico, tecnologico, economico; mondo che avrebbe potuto inghiottire tutto e tutti se non orientato da Cristo e dalla Chiesa, cadendo in errori di pensiero, di azione e di morale. Il suo disegno fu: restaurazione cristiana generale e in questo senso deve essere vista tutta la sua opera di riforme e la sua lotta al Modernismo: «sintesi di tutte le eresie», come ebbe a definire tale fenomeno nella Pascendi Dominici Gregis del 1907.
Con la condanna, nel dicembre del 1903, di alcune opere dell’esegeta e storico Alfred Firmin Loisy (1857-1940), venne aperta l’epoca della repressione. L’Èvangile et l’Église comparve fra i libri condannati, si trattava del «livre rouge»[3], che venne considerato come il manifesto del Modernismo. Oltre Loisy furono chiamati inutilmente all’ordine altri studiosi francesi: Houtin (1867-1926), Laberthonnière (1860-1932), Le Roy (1870-1954). Dopodiché fu la volta di Antonio Fogazzaro (1842-1911), autore del romanzo Il Santo, pubblicato nel 1906: assertore del movimento modernista, egli sostenne la volontà di coloro che chiedevano di sottoporre a critica storica i testi biblici. Con Il Santo si propose di rinnovare le coscienze dei cattolici. La condanna all’Indice del romanzo (5 aprile 1906) prelude la condanna del Modernismo da parte del Sommo Pontefice, che arriverà con l’enciclica Pascendi Dominici Gregis dell’8 settembre 1907. Imprescindibili furono per il Papa la denuncia e la condanna degli errori, non lo avesse fatto non avrebbe potuto mettere in atto l’obiettivo del suo Pontificato: «Instaurare tutto in Cristo», che significava innanzitutto diagnosticare ciò che impediva a Cristo stesso di regnare e per farlo regnare occorreva che la società venisse ricristianizzata grazie alla presenza robusta della Chiesa, la quale poteva agire soltanto con il ministero di sacerdoti degni di essere tali. Ad un sacerdote più che la scienza raccomandava la pietà e ad un sacerdote secolare, uso ad operare nel mondo, raccomandava più che la pietà la prudenza. «Saper tacere, sapersi barcamenare, ascoltare tutti, esporsi il meno possibile era condizione essenziale per la sopravvivenza e la credibilità di un prete in cura d’anime»[4].
L’ideale di sacerdote a cui sempre guardò don Giuseppe Sarto era quello del Sommo Sacerdote, Gesù Cristo, né mitizzato, né rivoluzionato: umile e povero Gesù, che redime dal peccato e imprime la grazia. Il sacerdote amato e desiderato da questo Papa, ignis ardens[5], veste la talare della coerenza, della costanza e della perseveranza, trabocca di virtù, è padre solerte, è ministro benedicente che cura con amore e con i sacramenti il suo gregge, proprio come il buon Pastore:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore»[6].
San Pio X visse per realizzare questa missione stabilita ed indicata da Cristo: allontanare i mercenari dal gregge ed essere un fedele Pastore che conduce le sue pecore, quelle che lo riconoscono, e anche quelle «che non sono di quest’ovile», per diventare un solo gregge con un solo Pastore. Non è un caso che sulla sua scrivania, in Vaticano, avesse in bella vista una statuetta, di discrete dimensioni, di colui che disse:
«Se non avessimo il Sacramento dell’Ordine, noi non avremmo Nostro Signore. Chi l’ha messo nel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha ricevuto la vostra anima al suo ingresso a questo mondo? Il sacerdote. Chi la nutre per darle forza di fare il suo pellegrinaggio? Sempre il sacerdote. Chi la preparerà a comparire davanti a Dio, lavando l’anima per la prima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, ogni volta il sacerdote. Se l’anima, poi, giunge all’ora del trapasso, chi la farà risorgere, rendendole la calma e la pace? Ancora una volta il sacerdote. Non potete pensare a nessun beneficio di Dio senza incontrare, insieme a questo ricordo, l’immagine del sacerdote. Se andaste a confessarvi alla Santa Vergine o a un angelo, vi assolverebbero? No. Vi darebbero il Corpo e il Sangue di Gesù? No. La Santa Vergine non può far scendere il Suo divin Figlio nella Santa ostia. Anche duecento angeli non vi potrebbero assolvere. Un sacerdote, per quanto semplice sia, lo può fare, egli può dirvi: “Va in pace, ti perdono”. Che cosa grande è il sacerdote!…»[7].
Autore di tale brano è il Santo Curato d’Ars[8], vero Alter Christus, che il Papa riformatore e restauratore della Chiesa, fra i più attivi Pontefici di tutta la storia, beatificò l’8 gennaio del 1905 nella Basilica di San Pietro.
Il Cardinale Burke, che ha scritto la prefazione al libro, ne esalta le doti e, in particolare, la sua straordinaria opera catechetica.
Pochissimi sanno che San Pio X, per redigere il celebre Catechismo (quello Maggiore uscito nel 1905 e quello più divulgato nel 1912) attinse al Catechismo di un Vescovo, Monsignor Michele Casati (1699-1782), la cui stesura è da attribuire al Venerabile Giovanni Battista Trona (1682-1750)[9], chiamato «Apostolo del catechismo e Apostolo delle virtù teologali», fu lui, infatti, a scrivere l’Atto di Fede, l’Atto di Carità e l’Atto di Speranza. Egli merita di essere presto innalzato all’onore degli altari.
Il Venerabile Trona fu eccellente direttore di anime. Scriveva a Carlo Vincenzo Ferrero, Marchese d’Ormea (1680-1745), Ministro di Stato di Carlo Emanuele III (1701-1773), affinché la sua Fede crescesse più della sua fama e del suo prestigio:
«Quello che non è eterno vale poco. Quel che conta è l’eternità, e la carità che ne è la via. Gli anni passano e con essi passiamo anche noi. La salvezza è il sommo bene, gli altri ci sono dati in aggiunta. Per questo cerchiamo di trovare ogni anno il tempo per fare gli esercizi spirituali: qui conta solo l’eterno»[10].
Al tempo del religioso filippino, come in quello di San Pio X, non scarseggiavano i sacerdoti, ma scarseggiavano i catechisti anche fra i presbiteri. Proprio ai sacerdoti padre Trona iniziò ad insegnare catechismo; perciò scrisse molte opere di teologia adatte a loro e ai cappellani rurali, insieme a volumi sulle virtù teologali che ebbero immediata approvazione da parte di Papa Benedetto XIV (1675-1758).
Nel 1765 il Vescovo Casati pubblicò a Mondovì, ad uso della propria diocesi, un Compendio della dottrina cristiana. Il testo era del Venerabile Trona e rispecchiava la cura a scegliere quanto era «dottrina della Chiesa universale», liberata dalle «private dottrine di teologi, ancorché cattolici»[11]. L’autore compilò, quindi, una catena di formule concise, tali da essere di facile memorizzazione (ricordiamo che la maggior parte delle persone erano analfabete). Sue fonti risultano essere il catechismo del Concilio di Trento, quelli di Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704), di Monsignor Jean-Pierre Biord che fu Vescovo di Ginevra e Annecy dal 1764 al 1785 e, in parte, la dottrina di Bellarmino.
Gradatamente il Catechismo Casati-Trona sostituì quello di Bellarmino e i vari catechismi diocesani del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, della Toscana, della Sardegna, fino a diventare quello più diffuso e finì per essere il fondo dottrinale e letterario del Catechismo di San Pio X.
Concludiamo ricordando che il fascicolo della Pascendi, custodito all’Archivio Segreto Vaticano, comprende 300 fogli: il primo documento del fascicolo è un autografo del Papa di una pagina e mezza, in esso viene evocata con grande lucidità la situazione drammatica del momento storico, la quale può essere letta, oltre che per interesse storiografico, anche per la sua incredibile attualità:
«L’implacabile nemico del genere umano non dorme mai; secondo le vicende dei tempi, ed il prodursi degli avvenimenti cambia tatticamente linguaggio, ma sempre pronto alla lotta, anzi quanto più l’errore inseguito dalla verità è condannato a nascondersi e tanto più è da temersi per le pericolose imboscate dietro le quali non tarderà molto a ristabilire le sue batterie sempre micidiali. – Perciò non potremo mai abbandonarci ad una falsa sicurezza senza incorrere in quegli anatemi lanciati contro i falsi profeti che annunciavano la pace dove la pace non era, e cantavano la vittoria quando tutto ci chiamava al combattimento. – E per questo è necessario in tutti i tempi, ed è specialmente in questo, in cui la grande cospirazione ordita direttamente contro nostro Signore GCristo, contro la sua religione soprannaturale e rivelata, contro dei popoli i falsi maestri che dicono bene al male e male al bene, vocantes tenebras lucem et lucem tenebras, seducendo molte intelligenze che si piegano ad ogni vento di dottrina. – Per questo crediamo sia venuto il tempus loquendi»[12]. Anche oggi, come allora, è tempo di parlare.

[1] «La Civiltà Cattolica», 1908 vol. IV, p. 514.

[2] Il modernismo si diffuse in tutta Europa. Fra i principali esponenti: i francesi Alfred Loisy (1857- 1940) e Lucien Laberthonnière (1860-1932); gli italiani Salvatore Minocchi (1869–1943), Romolo Murri (1870-1944), Ernesto Buonaiuti (1881-1946), Antonio Fogazzaro, 1842-1911; l’irlandese George Tyrrell (1861-1909); gli inglesi Maude Petre (1863-1944) e Friedrich von Hügel (1852-1925).

[3] «Libro rosso», dal colore della copertina.

[4] G. Romanato, Pio X… op. cit., p. 118.

[5] Definizione che veniva assegnata a San Pio già in vita. Cfr. C. Albin de Cigala (chapelain du Maréchal du Conclave), Vie intime de Pie X, ouvrage orné de gravures, P. Lethielleux, Libraire-Èditeur, Paris 1904.

[6] Gv 10, 11-16.

[7] A. Monnin, Spirito del Curato d’Ars, Ed. Ares, Roma 1956, p.81-82.

[8] Giovanni Maria Vianney (1786-1859) venne canonizzato il 31 maggio 1925 da Pio XI (1857-1939), che nel 1929 lo dichiarò patrono dei parroci.

[9] Giovanni Battista Trona nacque a Frabosa Soprana, nel monregalese, il 18 ottobre 1682. Nella sua esemplare famiglia, stimata e di molta pietà, trascorse una fanciullezza segnata da povertà e stenti, rattristata inoltre dalla morte prematura del padre e da grave debolezza fisica, poi superata per intercessione di Vicent Ferrer (1350-1419). All’età di tredici anni, Giovanni Battista assistette all’omicidio della madre, reagendo con grande fede e con il perdono cristiano dell’assassino. Questi fu in seguito persino da lui beneficato. Compiuti privatamente i primi studi, entrò nel 1695 nel Seminario di Mondovì, ove si distinse per il suo comportamento esemplare e la spiccata intelligenza. Ricevette l’ordinazione presbiterale il 19 settembre 1705. Avrebbe voluto partire missionario, ma fu dissuaso dal suo Vescovo, che lo invitò ad entrare nella Congregazione dell’Oratorio, istituita in diocesi l’anno precedente. Padre Trona si prodigò per l’istruzione del popolo e la riforma del clero, contribuendo alla pacificazione dei dissidi e ad alleviare le sofferenze dei poveri. Predicatore instancabile, percorse le zone più impervie della diocesi di Mondovì e si distinse particolarmente nell’apostolato catechistico, rivolto a tutte le categorie e le età. È comunemente a lui attribuita la stesura del Catechismo di Monsignor Casati, dal nome del Vescovo che lo promulgò, a cui attinse il Catechismo di San Pio X. Fra le sue opere va pure ricordato il Trattato sulle tre virtù teologali spiegate al popolo. Proprio come San Filippo Neri, ebbe una particolare predilezione per i giovani e si dedicò ad essi anche come direttore spirituale delle regie Scuole di Mondovì, incaricò che accettò nel 1729 e condusse sino al termine della sua vita. Fu consigliere di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e del ministro di Stato Marchese Ormea (1680-1745), della cui amicizia si servì per il bene delle anime e per riannodare i difficili rapporti sociali e politici del tempo. Benedetto XIV (1675-1758) gli dimostrò la sua stima, onorandolo di preziose lettere autografe, come pure fecero numerosi vescovi piemontesi che trovarono in lui un valido consigliere. Apostolo del catechismo, Padre Trona morì mentre faceva catechismo ai fanciulli, il 13 dicembre 1750, nella casa dell’Oratorio di Mondovì, la cui costruzione egli aveva promosso. La Chiesa ha riconosciuto le virtù eroiche di Giovanni Battista Trona il 15 maggio 1927, dichiarandolo Venerabile.

[10] M.C. Carulli, Una vita tutta per gli altri. Il Venerabile Giovanni Battista Trona sulla base dell’antica biografia scritta nel 1781, Stampato in proprio, Edizione fuori commercio – Villaggio Famiglia Mariana, Frabosa Soprana (CN) 1997, p. 49.

[11] Lettera del 28 luglio 1761, Raccolta di lettere pastorali dell’illustrissimo… mons. M. C., Torino 1778, p. 73.

[12] Archivio Segreto Vaticano, Epistolae ad principes. Positiones et minutae 157 (1907-08), fascicolo 35a.

Fonte: Cristina Siccardi, 15.12.2014. La relazione è stata anche rilanciata dal blog Messa in latino, 16.12.2014

Inizio della Santa Novena di Natale

Nella memoria liturgica di S. Eusebio di Vercelli, vescovo e martire, difensore della divinità del Verbo e del Credo niceno, celebrata, secondo la tradizione, il 16 dicembre, ha inizio la Novena di Natale, la più antica di tutte le novene (v. qui).
Offriamo, per coloro che si avvalgono della Novena tradizionale, il canto delle Profezie, Regem venturum Dominum, secondo la melodia che ci offre la Tradizione liturgica romana. Va solo ricordato che tale Novena fu composta dal vincenziano torinese P. Carlo Antonio Vacchetta (1665-1747), amico del beato Sebastiano Valfré, nel 1720.


Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Jucundare filia Sion, et exulta satis filia Jerusalem,* ecce Dominus veniet, et erit in die illa lux magna et stillabunt montes dulcedinem* et colles fluent lac et mel, quia veniet Propheta magnus et Ipse renovabit Jerusalem.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Ecce veniet Deus, et Homo de domo David sedere in throno* et videbitis et gaudebit cor vestrum.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Ecce veniet Dominus protector noster, Sanctus Israël,* coronam Regni habens in capite suo * et dominabitur a mari usque ad mare et a flumine usque ad terminos orbis terrarum.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Ecce apparebit Dominus, et non mentietur:* si moram fecerit, expecta eum* quia veniet et non tardabit.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Descendet Dominus sicut pluvia in vellus, orietur in diebus ejus iustitia et abundantia pacis* et adorabunt eum omnes reges terrae, omnes gentes servient ei.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Nascetur nobis parvulus et vocabitur Deus fortis;* ipse sedebit super thronum David patris sui et imperabit;* cujus potestas super humerum ejus.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Betlehem civitas Dei summi, ex te exiet dominator Israel,* et egressus ejus sicut a principio dierum aeternitatis, et magnificabitur in medio universae terrae, * et pax erit in terra nostra dum venerit.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Alla vigilia di Natale si aggiunge:

Crastina die delebitur iniquitas terrae et regnabit super nos Salvator Mundi.

Regem venturum Dominum, venite adoremus.

Prope est iam Dominus Venite adoremus.

File audio

Fonte: Cantuale Antonianum

lunedì 15 dicembre 2014

Il Sillabo e l’Immacolata. Una storia incrociata

In occasione dell’Ottava dell’Immacolata Concezione, soppressa nel 1955 e di cui, tuttavia, si trova traccia nel XV sec. in qualche ordine religioso ed in alcune diocesi, e che fu estesa alla Chiesa universale da Innocenzo XII (1691-1700) e confermata da Pio IX, rilancio volentieri questo studio.


Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata concezione (detta La Colossale), 1650 circa, Museo de Bellas Artes de Sevilla, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione con il Padre Eterno, 1668-69, Museo de Bellas Artes, Siviglia

Bartolomé Esteban Murillo, Immacolata Concezione, 1670, Walters Art Gallery, Baltimora

Il Sillabo e l’Immacolata. Una storia incrociata

di Carlo Codega

Pochi conoscono i retroscena della gloriosa Proclamazione dogmatica, e come a essa sia intimamente legata la condanna delle principali eresie del tempo. In realtà come per tutte le cose divine, anche il dogma dell’Immacolata è venuto nel tempo giusto, al momento giusto...

L’8 dicembre 1864, solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, il beato Pio IX con la pubblicazione dell’enciclica Quanta cura e del suo ben più famoso “allegato”, il Syllabus, chiudeva una travagliata vicenda iniziata ben quindici anni prima: la chiudeva però nello stesso segno con cui era iniziata, il segno splendente e trionfante dell’Immacolata. Il legame tra il famoso Documento pontificio che condanna i principali errori del pensiero moderno, e la figura della “Donna vestita di sole” che schiaccia la testa al serpente infernale, in realtà non è ben evidente, appartenendo a quello che il gesuita padre Giuseppe Calvelli definiva «soprannaturale senso logico», e merita qualche spiegazione e la narrazione di qualche piccolo aneddoto. 
Nonostante la simpatia sino ad allora dimostrata per la causa unitaria italiana, il Beato, dall’alto della sua funzione universale di Capo della Chiesa, con la famosa allocuzione del 29 aprile 1848 rifiutò di scendere in guerra accanto al Piemonte e agli altri Stati italiani contro l’Austria cattolica. Il secco diniego del Papa alla causa rivoluzionaria italiana non doveva rimanere però senza replica: le sordide logge romane e i loro violenti caporioni decretarono che il “tradimento” del Papa alla causa rivoluzionaria dovesse essere ripagato portando la Rivoluzione nella stessa Città eterna, capovolgendo quel dominio pontificio che non aveva voluto mettersi a capo del progetto massonico e liberale. 
Lo scatenarsi della baraonda rivoluzionaria doveva portare in breve tempo all’omicidio del primo ministro Pellegrino Rossi e all’attacco al Quirinale, dimora del Papa, del 16 novembre 1848, nel quale rimase ucciso il segretario mons. Palma. 

I mesi di Gaeta

La precipitosa e rocambolesca fuga da Roma condusse a Pio IX a Gaeta, ospite dei Borboni di Napoli, dove nei molti mesi di forzato esilio non solo seppe riacquistare le energie necessarie per continuare la lotta ma soprattutto, assistito dallo Spirito Santo e dai suoi Doni, riuscì a rendere più penetrante il suo sguardo sulle vicende politiche contemporanee, fino a comprendere che dietro a quegli eventi politici non vi erano solo conflitti tra uomini ma una vera e propria guerra contro Dio, la sua Legge eterna e la sua Chiesa: mai come allora al Santo Padre dovette rifulgere in tutta la sua verità il detto di Juan Donoso-Cortes: «Dietro ad ogni problema politico vi è un problema teologico». 
Furono in particolare alcune parole saettanti uscite dalla bocca del card. Raffaele Lambruschini, segretario di stato di Gregorio XVI e suo principale contendente al Conclave del 1846, a toccarlo nell’intimo. Mentre dalla fortezza di Gaeta il Beato osservava il mare in tempesta, rappresentazione quanto mai efficace della bufera che in quei giorni si abbatteva sulla barca di San Pietro, il cardinale Lambruschini, devoto difensore di Maria Santissima, gli rivolse queste parole: «Beatissimo Padre, Voi non potrete guarire il mondo che col proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione. Solo questa definizione dogmatica potrà ristabilire il senso delle verità cristiane e ritrarre le intelligenze dalle vie del naturalismo in cui si smarriscono». 
Come un raggio di sole che penetra le nuvole in una giornata uggiosa, quelle parole penetrarono nell’intimo dell’animo del Santo Padre e, ben al di là della volontà di colui che le aveva proferite, gli lasciarono una convinzione profonda: l’Immacolata Concezione e la salvezza della società dai tanti errori filosofici etici e politici non erano, come potrebbe sembrare a prima vista, due questioni distinte, bensì costituivano, in una visione più alta rischiarata dai doni dello Spirito Santo (il soprannaturale senso logico, appunto), un’u­nica questione che la Chiesa aveva l’obbligo di affrontare. E senza temporeggiamenti appunto, ma con quella fretta meditante che contraddistingue gli uomini di Dio, Pio IX prese di piglio entrambi i problemi: al medesimo anno, il 1849, possiamo far risalire infatti l’inizio dei processi che porteranno alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione e alla condanna degli errori del pensiero moderno. 
Da una parte infatti con l’enciclica Ubi primum del 2 febbraio 1849, Pio IX domandava a tutti i vescovi un parere per avviare il riconoscimento ufficiale e dogmatico da parte della Chiesa dell’Immacolato Concepimento di Maria, in termini che tradiscono la sua assoluta convinzione della verità di questo. Dall’altra sempre al 1849 risalgono i primordi della pubblicazione di un elenco di dottrine moderne condannate dalla Chiesa: fu infatti su iniziativa di Gioacchino Pecci (futuro Leone XIII), allora vescovo di Perugia, che il concilio provinciale di Spoleto rivolse al Papa la perorazione di pubblicare un elenco di dottrine che la Chiesa condannava, in modo da portare chiarezza tra il clero e il laicato cattolico, confuso dal pullulare di dottrine che tendevano a conciliare ingenuamente mentalità moderna e Cattolicesimo. 

La Distruttrice di tutte le eresie

Non siamo noi in realtà a cogliere il nesso “nascosto” (o meglio soprannaturale) tra le due iniziative del Papa in esilio: mentre i lavori per entrambe continuavano, alcuni rappresentanti del mondo intellettuale cattolico si accorsero che le due questioni, nell’ottica della Fede, risultavano tanto dipendenti l’una dall’altra da poter divenire un’unica questione. Il primo ad accorgersi di ciò fu il brillante politico e pensatore torinese Emiliano Avogadro della Motta che nel suo Saggio intorno al socialismo e alle dottrine e tendenze socialiste (1851) individuò nel dogma del peccato originale e della Redenzione operata da Cristo il punto di connessione tra le due. «L’infezione originale», avendo infatti causato la perdita del dono della scienza ed inclinato l’uomo alla concupiscenza, è la radice prima di ogni peccato e di ogni errore, e quindi anche dei funesti errori del pensiero moderno, frutto ed effetto della disobbedienza alla Legge di Dio e della superbia che per primi portarono Adamo ed Eva a peccare e a trascinare la natura umana nella loro caduta. Da tale infezione solo Maria Santissima era stata esente e tale Privilegio, primo frutto della Redenzione di Cristo, non le era stato concesso solo come privilegio personale ma anche per il singolare ruolo dell’«eletta sposa e madre di Dio» nell’opera della Redenzione, ovvero per «recare a tutti i figli di Adamo la medicina»: oggi, come in tutti i tempi, riconoscere il privilegio dell’Immacolata Concezione significa colpire alla radice ogni tipo di peccato, anche i peccati intellettuali del pensiero moderno, e ravvivare nell’uomo la coscienza della sua infermità che può essere curata solo da Cristo attraverso Maria. 
L’Avogadro della Motta poté quindi osservare: «Forse lo Spirito Santo riservò a questi tempi l’esame e la determinazione definitiva intorno a un privilegio cotanto glorioso per Maria, acciò che sto nuovo splendore di sua luce candidissima fughi le tenebre della superba e laida eterodossia moderna» e pertanto, «non si potrà a meno di ravvisarvi uno dei colpi maestri della sapienza e bontà divina che in un punto dottrinale il più strettamente teologico e il più remoto in apparenza dalle questioni che la filosofia e corruttela moderna eleva con tanta burbanza ed empietà, prepara un’arma occulta, finissima, a ferirla nel cuore, quando, dove, e come men se l’attende, ed apre un vaso di balsamo di paradiso che spargerà nuova fragranza di purezza celeste per tutto il mondo cristiano». 
Questo breve accenno, in un’opera volta a confutare il pensiero liberale e socialista, non rimase infecondo bensì venne accolta e sviluppata soprattutto dal rettore del collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica (rivista anch’essa nata nel doloroso e fecondo esilio di Gaeta), il gesuita padre Giuseppe Calvelli, in un articolo dal titolo Congruenze sociali di una definizione dogmatica sull’Immacolato Concepimento della Beata Vergine Maria (febbraio 1852). 
Racchiudendo gli errori del pensiero moderno nelle due categorie del razionalismo e del semi-razionalismo, accomunati dalla «negazione del peccato originale in sé o nei suoi effetti e sul pervertito concetto di Cristo Riparatore», padre Calvelli sostenne l’opportunità di racchiudere in un unico documento la condanna di questi e la proclamazione dell’Immacolata Concezione. Ciò innanzitutto perché se questi errori comportano la negazione del peccato originale e della Redenzione, l’Immacolata Concezione, al contrario, ricorda a tutti gli uomini che l’unica esente dal peccato originale fu l’Immacolata, redenta in modo più pieno da Cristo per partecipare poi all’opera della salvezza degli uomini: in questo senso il dogma dell’Immacolata «include la negazione di tutti gli errori del razionalismo». In secondo luogo poi questi errori non sono altro che eresie, ovvero peccati dell’intelletto mosso dalla superbia, e l’Immacolata con l’esenzione dal peccato e dalla concupiscenza, oltre che per il dono preternaturale della scienza, non può che essere la prima avversaria di questi errori: Cuncta haereses tu sola interemisti in universo mundo (Tu sola distruggesti tutte le eresie nel mondo intero), canta la Liturgia, riferendosi alla Vergine Maria. In terzo luogo, ed è forse l’aspetto più importante dell’articolo, padre Calvelli aggiunge un elemento decisivo: la semplice condanna degli errori filosofici in realtà poco farebbe, perché «varrebbe ad illustrar solamente l’intelletto e non ad accendere insieme i cuori», mentre bisognerebbe trovare la maniera di condannarli in modo che «non solo rischiarasse la mente ma valesse eziandio [anche] a infiammare l’affetto dei fedeli, proponendo loro un oggetto di culto a loro carissimo, il cui dogma si connetta strettamente con la condanna dei menzionati errori e in sé involga e personifichi in un certo modo la credenza cattolica ad essa contraria». Non serve nemmeno dire che questo “oggetto di culto” sarebbe proprio l’Immacolata Concezione, infatti «attraverso questo simbolo pratico [...] la credenza a tale Mistero sarebbe come il comun legame, la parola d’ordine, la professione sommaria, la protesta sempre vivente contro tutti quei dogmi d’inferno». 
In definitiva dal dogma dell’Immacolata proverrebbe sia la luce per illuminare gli intelletti, e fargli abbandonare gli errori e le eresie, sia l’amore al Privilegio mariano, che provocherebbe ripulsione per tutti questi errori: con sicurezza dunque il Gesuita poteva scrivere che «dalla definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione sarebbe proceduto il riordinamento del mondo, la dissipazione degli errori, il rimedio ai mali presenti, il principio d’un’era novella».

Il fallimento del progetto

L’articolo dell’eminente Rivista impressionò molto Pio IX e lo convinse della convenienza di unire strettamente le due cause, pensando di poter accorpare la condanna delle tesi erronee del pensiero moderno all’enciclica di proclamazione del dogma dell’Immacolata, in modo da sottolineare nella forma migliore il nesso inscindibile che vi riconosceva. Prima però di prendere una decisione di questo tipo preferì che il card. Fornari, membro della commissione preparatoria, richiedesse il parere di alcuni eminenti personaggi, sia laici che ecclesiastici, tra cui lo stesso Avogadro della Motta, il battagliero Louis Veuillot (direttore de L’Univers), mons. Louis Pie e Luigi Taparelli d’Azeglio SJ. 
Non conosciamo le singole risposte degli interpellati riguardo alla convenienza di questo, forse però su di tutte pesò quella di colui che per primo aveva lanciato l’idea, Avogadro della Motta. Saremmo tentati, se non conoscessimo il valore adamantino di questo pensatore della Controrivoluzione cattolica, di accusarlo di aver, come si suol dire, “lanciato il sasso e ritirato la mano”; infatti in una lettera al Taparelli d’Azeglio, il conte Avogadro della Motta espose le motivazioni che lo portavano ad essere sfavorevole all’accorpamento della proclamazione dogmatica del Privilegio mariano e della condanna degli errori moderni. In particolare il primo motivo che lo vedeva dubbioso sull’opportunità di tale scelta consisteva sostanzialmente nell’opporre un dogma puramente teologico a falsità che potevano essere dimostrate come tali con il solo lume della ragione, quali sono appunto la maggior parte delle proposizioni condannate dal Sillabo. Inoltre, a suo modo di vedere, la condanna di tali errori avrebbe avuto una risonanza pubblica talmente vasta da rischiare di offuscare la stessa proclamazione dell’Immacolata Concezione: la parte “negativa”, di condanna, irrimediabilmente avrebbe tolto l’attenzione sulla parte “positiva”, sulla solenne definizione della Tota pulchra. Fatto sta che l’idea venne abbandonata dallo stesso Sommo Pontefice, non certo senza una qualche provvidenza: difatti il processo che avrebbe portato al Sillabo e al definitivo elenco di 80 proposizioni condannate si sarebbe concluso solo nel 1864, mentre, libera da questo lungo travaglio, la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione avvenne solo due anni dopo con la Ineffabilis Deus (1854). 
Inoltre, considerato il grande clamore che il mondo liberale e massonico produsse contro il Sillabo, evidentemente una proclamazione congiunta avrebbe tolto visibilità al dogma dell’Immacolata Concezione, la cui proclamazione poté essere invece un vero tripudio di tutta la Chiesa in onore di Maria Santissima, Immacolata Regina del Cielo e della terra. Se il progetto di unire in un solo documento le due questioni fallì, tuttavia non venne meno quel nesso tra l’Immacolata e la condanna delle moderne eresie che le menti più penetranti avevano compreso. 
Alla luce di questo non fu certo un caso, bensì un doveroso tributo al progetto accarezzato più di dieci anni prima, che il beato Pio IX decise di pubblicare il Sillabo esattamente 10 anni dopo la Ineffabilis Deus, proprio l’8 dicembre, giorno della solennità dell’Immacolata. 
Qualche decennio più tardi san Massimiliano, erede proprio di questa profetica visione, avrebbe identificato proprio la “missione” dell’Immacolata nel conquistare ogni singola anima e il mondo intero a Lei, perché solo allora «cadranno i socialismi, i comunismi, le eresie, gli ateismi, le massonerie e tutte le altre simili stupidaggini che provengono dal peccato» (Scritti di San Massimiliano Kolbe, n. 199).