venerdì 13 gennaio 2017

“Silence”: ovverosia la giustificazione dell’apostasia

Esistono ragioni valide per apostatare? Si può sacrificare la fede per qualche valida ragione? 
All'interrogativo risponde questa recensione al film Silence, uscito ieri nelle sale cinematografiche italiane, pubblicata da LNBQ e ripresa da Il Timone, 11.1.2017, che rilanciamo nella commemorazione del Battesimo di N. S. G. Cristo nelle acque del fiume Giordano e nell’Ottava della festa dell’Epifania.
Su questo film, v. anche Sandro Magister, Basta proselitismo, è tempo di “Silence”. Anche per le missioni cattoliche, in blog Settimo Cielo, 9.1.2017.


Jacques Stella, Battesimo di Gesù, XVII sec., Cappella del fonte battesimale, chiesa di Saint-Louis-en-l'île, Parigi

Claudio Francesco Beaumont, Battesimo di Gesù, XVIII sec., Chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, Racconigi



Silence, o della giustificazione dell’apostasia

di Brad Miner*

Quando San Francesco Saverio portò il cattolicesimo in Giappone nel 1549, era dura imbattersi in persone convertite. Saverio ebbe molte difficoltà a imparare il giapponese, e, inizialmente, si affidò alle immagini, di solito illustrazioni di Cristo, di Maria e dei santi, per raccontare la storia cristiana. Morì tre anni dopo l’inizio della sua missione in questo paese.

Tuttavia, si convertirono in centinaia di migliaia, e la Chiesa giapponese prosperò per più di una generazione, fino all’inizio delle persecuzioni. Nel 1597, ventisei cristiani furono crocifissi a Nagasaki. A partire dell’anno seguente e fino agli anni ‘30 del secolo successivo, altri 205 nel paese furono martirizzati. E, dall’arrivo in Giappone, nel 1639, dei due preti-eroi portoghesi, di cui parla anche Shusaku Endo nel suo romanzo Silenzio, del 1966, ne vennero uccisi altri 206 con la colpa di essere Kirishitan.

Quello che le autorità giapponesi ritenevano essere un contributo commerciale con i paesi occidentali, da quel momento venne considerato una minaccia letale al patrimonio culturale giapponese. L’opera missionaria era pericolosa, e quei finti preti, basati su veri missionari, erano totalmente pronti a morire per Gesù. Ma il libro di Endo (e la sua nuova versione cinematografica di Martin Scorsese) non parla di martirio, ma su come evitarlo. Le autorità vogliono, soprattutto, l’apostasia (convinta o non), e la maggior parte dei personaggi principali diventano apostati.

Ora, a distanza di cinque secoli, è facile guardare con disdegno un prete che conosce i rischi e abbandona la vocazione della fede a cui la sua ordinazione lo aveva vincolato. Scorsese sembra chiedersi: Cosa fareste se vi venisse chiesto di calpestare un’immagine sacra di Gesù, se, così facendo, salvaste la vita di altri? I Kirishitan sono sospesi a testa in giù sopra una fossa, con delle piccole incisioni sul collo, sanguinando lentamente a morte, e solo voi potete salvarli. Non dovete fare altro che pestare il piede su di una fumi-e – una specie di icona demoniaca su cui è raffigurato Cristo. Cosa fareste voi?

Bene, quelle centinaia di veri martiri giapponesi, tutti quanti santi, morirono per il loro rifiuto a diventare apostati – perché credevano che le loro vite, nonostante una fine agonizzante, fossero redente da Cristo. Li aspettava la gioia eterna. 

Endo era un cattolico convertito, ed è giusto chiedersi quanto completa fosse la sua conversione. Martin Scorsese è cattolico dalla nascita, ma, nonostante il suo incontro con Papa Francesco durante il lancio del suo film (la cui prima è stata il 23 dicembre), non lascia trasparire in nessun modo la sua fede cattolica. 

Il libro riprende molto il romanzo anti-coloniale di Joseph ConradCuore di tenebra (1899), la storia di un uomo di nome Marlow che fa un viaggio in Congo in cerca di un commerciante d’avorio di nome Kurtz, descritto come “emissario della pietà, della scienza, del progresso” ma venerato dagli indigeni come un dio. Il libro di Conrad ha ispirato anche Apocalypse Now, il film del 1979 di Francis Ford Coppola, in cui un capitano dei servizi segreti dell’esercito statunitense va nel Mekong in cerca di un colonello ribelle, anche lui di nome Kurtz, divenuto un dio per i Montagnard. Entrambi i Kurtz muoiono pronunciando la famosa frase: “L’orrore! L’orrore!”.

Cosa ha a che fare questo con Silenzio di Scorsese? I due preti Gesuiti, Sebastiao Rodrigues (Andrew Garfield) e Francisco Garrpe (Adam Driver) arrivano in Giappone per cercare Padre Cristovao Ferreira (Liam Neeson), che si dice sia diventato un indigeno, al punto da diventare apostata e sposarsi.

Quando Endo lesse Cuore di tenebra, evidentemente rimase impressionato dall’organizzazione fittizia con cui corrisponde Kurtz, la Società Internazionale per la Soppressione delle Usanze Selvagge, perché questa è sicuramente una parte di quello a cui equivale l’attività missionaria in ogni parte del mondo – perlomeno, nella mentalità indigena – e, probabilmente, Endo amava Cristo, ma non era particolarmente appassionato dei cristiani.

Quando Marlow/Rodrigues/Garfield, alla fine, si confronta con Kurtz/Ferreira/Neeson, è l’uomo più anziano, ex insegnante di Rodrigues in Portogallo, che assicura l’apostasia dell’uomo più giovane.

Il film di Scorsese è, di fatto, la seconda trasposizione sul grande schermo del libro di Endo. La prima fu Chinmoku (Silenzio in giapponese) di Masahiro Shinoda, del 1971. Due attori americani impersonarono i preti portoghesi, ma con una differenza: entrambi erano in grado di pronunciare la maggior parte delle loro battute in giapponese, mentre Garfield, verso la fine del film di Scorsese, ne mastica appena qualche parola. Forse, la cosa più sorprendente riguardo al primo film è la scelta di Tetsuro Tamba (che aveva interpretato Tanaka “Tigre” nel film di James Bond Si vive solo due volte) per il ruolo di Ferreira. Come dire: ecco qua un Gesuita portoghese che è diventato un vero indigeno!

Il film di Shinoda ha una durata ragionevole di due ore, quello di Scorsese quasi tre; questo perché è ripetitivo e non perché debba raccontare di più rispetto a Shinoda. Quando il libro raggiunge l’apice, Rodrigues sente la sabbia che gli cede sotto i piedi
Dai più profondi recessi del mio essere, un’altra voce si fece sentire in un sussurro. Supponendo che Dio non esita … 

Era una fantasia spaventosa. Se non esiste, quanto diventa tutto assurdo! Quale assurdo dramma diventano le vite di Mokichi e di Ichizo, legati al palo e lambiti dalle onde. E i missionari che hanno passato tre anni solcando i mari per giungere in questo paese … che illusione è stata la loro! Anch’io qui, a vagare su desolate montagne: che assurda situazione!

Silenzio di Scorsese non è un film cristiano fatto da un regista cattolico, bensì una giustificazione della mancanza di fede: l’apostasia, se salva delle vite, diventa un atto di carità cristiana, proprio come il martirio diventa quasi satanico se inasprisce le persecuzioni. “Cristo sarebbe diventato un apostata a causa dell’amore” dice Ferreira a Rodrigues e, naturalmente, Scorsese è d’accordo.

La visione di Silenzio, è consentita ai bambini solo in presenza di un adulto, per via delle molteplici scene di tortura. Molti americani e britannici si sono visti rubare la scena per il film da un superbo cast giapponese che include: Yosuke Kubozuka nel ruolo di Kichijiro, un Giuda che guadagna molto più argento rispetto a quello originale; Issei Ogata nel ruolo del principale antagonista dei missionari, l’inquisitore Inoue; Shin’ya Tsukamoto (Mokichi) e il grande Yoshi Oida (Ichizo), nel ruolo dei paesani cattolici martirizzati dall’inquisitore. Non sorprenderebbe se uno tra Oida o Kubozuka ricevesse una nomination all’Oscar come attore non protagonista. Nel caso, si tratterebbe, probabilmente, dell’unico accenno al film da parte dell’Accademia.

*Pubblicato su The Catholic Thing, 26 dicembre 2016. Traduzione di Davide Polenghi

domenica 8 gennaio 2017

L’orfanezza della Chiesa in uscita

Nella festa della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, fissata nella Domenica nell’Ottava dell’Epifania da papa Benedetto XV, pubblichiamo questo contributo di Franco Parresio.

Scuola di Guido Reni, Sacra Famiglia a tavola, XVII sec., Quadreria arcivescovile, Milano

Jacques Stella, Sacra Famiglia con S. Giovanni Battista, XVII sec., Lione

Jacques Stella, Gesù ritrovato tra i dottori dai suoi genitori, XVII sec., Lione



Luisa Roldán detta La Roldana, Primi passi del fanciullo Gesù, XVII sec., Monasterio de Sopetrán, Hita (Guadalajara) 




Francisco Salzillo, Sacra Famiglia con i SS. Gioacchino ed Anna, 1735 circa, chiesa parrocchiale di San Michele, Murcia 



Ferdinando Bassi, Ritrovamento di Gesù fanciullo nel Tempio, 1848, Trento

Luigi Marai, Gesù nel Tempio tra i dottori, 1884, Verona

L’orfanezza della Chiesa in uscita

di Franco Parresio

Il titolo di quest’articolo si richiama a due eventi recentissimi, molto legati tra di loro: l’omelia tenuta dal vescovo di Roma, Francesco, nella Solennità – secondo il calendario montiniano – di Maria, Madre di Dio, avente come tema l’orfanezza spirituale degli odierni credenti (v. qui), e la trasmissione televisiva “La Chiesa in uscita”, andata in onda su RAI3, in prima serata il 5 gennaio, all’interno del programma “La Grande Storia” curato da Paolo Mieli, volto ad esaltare l’attuale pontificato bergogliano (erede – a suo modo – di quello roncalliano) e, con esso, tutta la Chiesa uscita dal Vaticano II.
Senza rendersene conto, e papa Francesco e Paolo Mieli hanno mostrato, in tutta evidenza, quella che possiamo definire la più grave delle moderne cinque piaghe della Chiesa: quella del post-concilio, che, «occupandosi a pieno titolo del mondo, […] ha rinunciato alla gestione del sacro» (U. Galimberti, Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, ed. Feltrinelli, Milano 2012, p. 29); che, «smarrite le ultime tracce del sacro, […] ha ridotto la dimensione religiosa a questione morale» (ivi, p. 30); che, avendo «dato avvio a quella progressiva desacralizzazione del sacro di cui il nostro tempo è tangibile testimonianza» (ivi, p. 25), ha sovvertito radicalmente il cristianesimo, il quale «si è ridotto ad agenzia etica […], s’è fatto evento diurno, lasciando la notte indifferenziata del sacro alla solitudine dei singoli, […] che oggi, senza la protezione religiosa, devono vedersela da soli con l’abisso della propria follia, che il sacro sapeva rappresentare e la ritualità religiosa placare» (ivi, p. 10).
Di qui quel senso di orfanezza spirituale, che non risparmia, come direbbe papa Montini, «i buoni cattolici, i bravi figli della Chiesa» (Udienza generale, 12.1.1966), dimentichi e dimenticati di esserne figli.
Dopo il celeberrimo “Discorso alla luna” (v. qui), il concetto della fraternità papale ha inesorabilmente finito col soppiantare quello della paternità del Romano Pontefice. Gli ultimi papi (compreso l’attuale), contrariamente al loro nome (“papa” deriverebbe da pater patrum, e, comunque, vuol dire padre), hanno, nel linguaggio personale e istituzionale, rinunciato a chiamare i fedeli “figli/figlioli”, rivolgendosi a loro e a tutti con l’espressione “fratelli/sorelle” (papa Ratzinger, addirittura, ha usato l’espressione “amici”), nel tentativo di abbracciare anche persone di altre fedi, compresi gli agnostici, in nome di un dialogo, il quale, superesaltando la frase attribuita a Giovanni XXIII («È più forte quello che ci unisce di quello che ci divide»), trascura – soprattutto sotto questo vescovado romano – il fatto che, come ricorda sempre il Montini, «l’Ecumenismo non è semplicismo, non è irenismo superficiale e incurante delle intrinseche istanze della verità religiosa» (Udienza generale, 18.1.1967).
E un papa non può non farsi carico delle intrinseche istanze della verità religiosa! Non può esprimersi in modo semplicistico e irenico – come esattamente fa Bergoglio – con frasi evasive del tipo «Chi sono io per giudicare?», o alla domanda «“Mi dica, Padre: perché soffrono i bambini?”, davvero, io non so cosa rispondere» (Udienza generale, 4.1.2017). È un’omissione grave che, se da una parte conferma la “orfanezza autoreferenziale” di questo papa, dall’altra “sgretola il dogma dell’infallibilità pontificia”, come ha acutamente fatto osservare Galimberti a proposito della Chiesa sotto Francesco, la quale, più che essere una Chiesa in uscita, ha oramai tutti i requisiti per essere una Chiesa in liquidazione.

venerdì 6 gennaio 2017

6 gennaio 1928 - Anniversario dell'enciclica "Mortalium animos" di S.S. Pio XI

Il 6 gennaio 1928 il grande Papa Pio XI pubblicava l’enciclica “Mortalium animos” (qui in traduzione italiana) sulla difesa della Verità rivelata di Gesù Cristo in cui, in pari tempo, si esponeva la vera dottrina dell’unità della Chiesa e si condannava l’ecumenismo. 
Scriveva quel Sommo Pontefice di v.m.: «Non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente s’allontanarono».

"Ecce advénit dominátor Dóminus" antifona di Introito dell'Epifania








Immagini da meditare per l'Epifania





Thomas Schwanthaler, Adorazione dei Magi, 1678, Chiesa parrocchiale della Vergine Maria e dell'Epifania (Pfarrkirche Jungfrau Maria und Erscheinung des Herrn), Gmunden



Joseph Georg Witwer, I Santi re Magi, 1774, Chiesa parrocchiale, Elmen



Pieter Paul Rubens, Baldassarre, Melchiorre e Gaspare, 1618 circa. Il primo proviene dal Plantin-Moretusmuseum, Anversa; il  secondo dal National Gallery of Art, Washington; il terzo dal Museo de Arte de Ponce, Porto Rico

Maestro degli Annunci ai pastori, Adorazione dei Magi, 1635, Collezione di Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli

Francesco De Mura, Adorazione dei Magi, XVII sec., collezione privata

Agostino Ugolini, Adorazione dei Magi, 1805, Parrocchia di San Massimo all'Adige, Verona



Domingos António Sequeira, Adorazione dei Magi, 1828, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona

Joseph Binder, I Magi sulla strada per Betlemme (Die Drei Heiligen Könige am Weg nach Bethlehem), 1846,  collezione privata

Pietro Gagliardi, Adorazione dei magi, 1847, Chiesa di S. Girolamo dei croati, Roma

Franz von Rohden, Gerburt Christi ovvero Natività ovvero Adorazione dei Magi, 1853, collezione privata

Franz von Rohden, Adorazione dei Magi, XIX sec., collezione privata

Gaetano Barabini, Adorazione dei magi, XIX sec., Cappella della B.Vergine del Carmelo, Chiesa di San Gerardo al Corpo, Monza

T. Oreggia, Adorazione dei magi, 1857, Chiesa di S. M. del Carmelo, Mussomeli

Antonio Guadagnini, Adorazione dei Magi, XIX sec., Chiesa di S. Michele Arcangelo, Gianico

Luigi Marai, Adorazione dei Magi, 1878-86, Verona






Ludovico Seitz, Adorazione dei Magi, 1892-1902, Cappella tedesca o del Coro, Basilica Santuario della Santa Casa, Loreto




Reliquie dei tre doni dei Magi, conservate nel monastero di S. Paolo, Monte Athos.
I doni portati dai magi al bambino Gesù furono accuratamente conservati dalla Madre di Dio. Prima della sua santa Dormizione, li diede alla Chiesa di Gerusalemme, dove rimasero fino all'anno 400. Più tardi, l'imperatore Arcadio li portò a Costantinopoli e li mise nella chiesa di Hagia Sophia. Nel 1453, Costantinopoli cadde. Nel 1470 la figlia del sovrano serbo Georgije Brankovic, Maria (Maro), vedova del sultano turco Murat (Murad) II (1404-1451), portò i doni dei magi al monastero di san Paolo del Monte Athos, che rimase un monastero serbo fino al 1744. Nonostante il fatto che fosse la moglie di un sultano, non aveva accettato l'islam e rimase cristiana fino alla fine della sua vita. Sul posto dove Maria si inginocchiò fu eretta una croce chiamata croce della regina. Nella cappella che si trova accanto vi è una rappresentazione dei monaci che vengono incontro a questa grande reliquia. C'è una tradizione che dice che la pia Maria voleva portare lei stessa i doni dei magi nel monastero, ma alle sue mura fu fermata da una voce celeste come avvenne all'imperatrice Placidia a Vatopedi, che le ricordò che la regola dell'Athos proibisce alle donne di entrare nel monastero. 
I doni dei Magi sono piamente custoditi nel monastero in piccoli reliquiari: ventotto piccole foglie d'oro rettangolari, un tetragono e un poligono, decorati con eleganti ornamenti in filigrana. Questo è l'oro che i magi portarono al Dio bambino, come a un re. Oltre a questo ci sono circa una settantina di piccole sfere di incenso e mirra delle dimensioni di un'oliva. Queste reliquie sono molto profumate. Alcuni indemoniati sono stati guariti da loro. Per la prima volta nella storia, dal 14 al 30 gennaio 2014, le reliquie sono portate fuori dalla Grecia, in un pellegrinaggio che tocca Mosca, San Pietroburgo, Minsk e Kiev. Qui sotto ci sono la fotocronaca e un paio di video della venerazione delle reliquie alla cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, dal 7 al 13 gennaio 2014. FONTE