domenica 29 marzo 2015

Cinquecento anni fa nasceva santa Teresa d’Avila, l’umanissima "dottora" della Chiesa «gradita a tutti»

Abbiamo ricordato ieri il cinquecentesimo anniversario della nascita di Santa Teresa d’Avila, al secolo Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada.
Ricordiamo ancora quest’evento attraverso una mirabile interpretazione della cantante Mina della celebre poesia teresiana “Nada te turbe”, “Nulla di turbi”, e con un contributo tratto dal periodico Tempi.



Cinquecento anni fa nasceva santa Teresa d’Avila, l’umanissima "dottora" della Chiesa «gradita a tutti»

Sorelle carmelitane scalze di Bologna

Ecco chi era quella donna ricca di umanità che ha vissuto in un mondo in fiamme. Ha lottato e lo ha cambiato

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Nel secolo XVI la Chiesa in Europa era in doloroso travaglio a causa della Riforma luterana. Ma il Signore che guida e custodisce il suo gregge suscitò santi, maestri e dottori affinché il suo cammino fosse illuminato dalla verità. Fra i grandi di quel secolo si distingue una donna: Teresa di Gesù, una monaca, nella quale Dio riversò con larghezza il Suo amore; una donna ricercatrice appassionata della Verità di Dio e della verità della creatura umana che si incontrano solo nella Misericordia che Teresa vorrà “cantare in eterno”.
Il mondo in cui nasce Teresa è un mondo in cambiamento: mentre la Chiesa si divide in differenti confessioni, si aprono nuovi orizzonti per l’esplorazione e l’evangelizzazione. La Spagna si avvia verso l’unificazione politica e territoriale di tutta la penisola iberica ed estende i suoi domini ben oltre i propri confini territoriali. Il 28 marzo 1515, nasce ad Avila, nel cuore della Castiglia, Teresa Sánchez de Cepeda y Ahumada, in una famiglia benestante e numerosa. I suoi fratelli saranno tra le schiere di coloro che attraversano l’Atlantico in cerca di fortuna, spinti da ideali di gloria e di ricchezza… con qualche venatura di fede.
Quarantasette anni più tardi, raccontando la sua vita a uno dei suoi direttori spirituali, Teresa dirà di essere stata molto amata in famiglia, così come nell’educandato e più tardi nel monastero: «Perché Dio mi aveva dato la grazia di riuscire sempre gradita, dovunque mi trovassi, e così ero molto amata» (Vita 2,8). Il 2 novembre 1536 Teresa lascia la casa paterna per entrare nel monastero dell’Incarnazione della sua città natale: un monastero fondato nello stesso anno della sua nascita, innestato sull’antico ceppo dell’Ordine Carmelitano che contava già più di trecento anni di vita. «Quando uscii dalla casa di mio padre provai tanto dolore che non credo di sentirlo maggiore in punto di morte…».
Ma dirà anche che da quando ricevette l’abito fu «così felice di aver abbracciato la vita monastica che tale gioia non mi è venuta mai meno fino ad oggi». (Vita, 4,2). Dopo i primi anni, Teresa attraverso intense sofferenze fisiche e una altrettanto impegnativa introduzione alla vita di preghiera, viene condotta a una relazione sempre più viva con Dio. Il suo cammino è fatto di lotte, di cadute e di riprese mentre le sue esperienze spirituali si vanno facendo più profonde e totalizzanti.

I piccoli collegi di Cristo

Teresa comprende in modo vivo che Cristo Gesù, Uomo e Dio, nel mistero stesso della sua “Sacratissima Umanità” è il centro e l’unico mezzo per accedere alla comunione con Dio. Possiamo dire che Dio Padre si servì del genio femminile di Teresa per ripresentare alla Chiesa e al mondo la “via regale” costituita da suo Figlio Cristo Gesù. Infatti, si servì di questa donna, in un’epoca in cui le donne non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano relegate nella cerchia familiare, per proporre un modo di andare a Dio fondato su una relazione di “amicizia”. Questa donna ricca di umanità, capace di dialogo, di rapporti, di “amicizia” diventa maestra di preghiera e di vita precisamente attraverso questa forma di relazione con l’Altro e con gli altri.
Nel suo «trattare con Dio» ritrova i fratelli, le sorelle, i sacerdoti e «dotti teologi», raggiunge i missionari che nelle Indie portano la Croce agli infedeli, abbraccia la Chiesa intera, tutti gli interessi del suo Sposo. Teresa, che definisce la preghiera come un trattare con Dio con amicizia, sapendosi da Lui amati, quando il Signore le chiederà di fondare comunità piccole, a somiglianza del «piccolo collegio di Cristo» dove Egli possa essere amato e «trovare le sue delizie», chiederà alle sorelle lì riunite che si amino le une le altre come vere amiche e che, come lei, portino nel cuore i grandi interessi della salvezza delle anime attraverso la preghiera liturgica e contemplativa. Mentre intorno a lei il mondo è in fiamme, Teresa fa il «poco che è alla sua portata», dando vita a una nuova forma di sequela di Cristo, in piccoli gruppi fraterni, che con uno stile di vita austero e sobrio, in una povertà laboriosa, vivono gioiosamente una evangelica uguaglianza, contestando silenziosamente una società che poggia sul prestigio, “la honra”, e la ricchezza.

I monasteri in tutto il mondo

Quando Teresa di Gesù, giunta alla sua maturità umana e spirituale, dopo le esperienze mistiche più elevate, mise per iscritto la sua esperienza (la sua Autobiografia, il Cammino di perfezione, il Castello interiore, le Fondazioni, le Esclamazioni, l’Epistolario e altre opere cosiddette minori), il suo magistero varcò i confini della clausura delle sue comunità. Con il suo garbo e la sua capacità relazionale, ancora oggi i suoi scritti hanno il sapore del dialogo, della confidenza fatta da cuore a cuore. Tutti i suoi scritti sono rivolti a qualcuno o a Qualcuno, tutti hanno il sigillo di autenticità del vissuto, tutti traboccano l’amore teologale che ha nutrito e trasformato Teresa in un’amante appassionata.
Il cammino interiore di ricerca di Teresa divenne modello e guida per le sorelle che ella riunì nei 17 monasteri di monache e nei diversi conventi di frati da lei fondati, per le numerose comunità sorte in tutto il mondo dalla sua morte fino ad oggi, e in tutte le persone che si dedicano alla preghiera.
Donna aperta a tutte le problematiche del suo tempo, esperta consigliera, attenta ascoltatrice, spontanea, amabile, arguta e profonda, ancora oggi, nel suo 500esimo compleanno, ha il dono di piacere. Sono molti quelli che possono chiamarla “Madre” perché la riconoscono come generatrice di vita nello Spirito, Maestra e Dottore nella Chiesa di Dio, generosa donatrice dei doni ricevuti. Quando le fu detto che era vicino il passaggio alla vita eterna esclamò: «Finalmente è giunta l’ora di vederci… Infine, sono figlia della Chiesa!», quasi a prendere la Chiesa quale garante della sua vita.

La difesa della Verità passa attraverso le vie legali ......

Interessante articolo di Cristina Siccardi nella rubrica Scriptorium - Recensioni  –  rubrica del sabato, in commento alla vicenda riferita da Marco Tosatti su La Stampa.

Permanere nella verità di Cristo, dei Cardinali Walter Brandmüller, Carlo Caffarra, Velasio De Paolis, Raymond Leo Burke e Gerhard Ludwig Müller – un libro a difesa delle verità che sempre la Chiesa ha espresso nel negare la comunione ai divorziati risposati. L’editore Cantagalli procede per diffamazione contro Alberto Melloni

Come molti già sapranno, la nota e prestigiosa Casa Editrice Cantagalli, con una lunga tradizione di serietà e di opere pubblicate di universale valore, è stata diffamata da Alberto Melloni, l’esponente più in vista della cosiddetta Scuola di Bologna, ovvero quella Scuola storiografica, per intendersi, che ha esaminato il Concilio Vaticano secondo criteri progressisti, evidenziando in positivo tutte le rivoluzioni avvenute, in questi 50 anni, dal Vaticano II ad oggi, in campo pastorale, dottrinale, liturgico, teologico. Gravissima colpa viene imputata a Cantagalli proprio dal Professor Melloni: aver pubblicato un libro come Permanere nella verità di Cristo, dove i Cardinali Walter Brandmüller, Carlo Caffarra, Velasio De Paolis, Raymond Leo Burke e Gerhard Ludwig Müller prefetto della Congregazione della Fede e quattro insigni studiosi, si schierano per difendere le verità che sempre la Chiesa ha espresso nel negare la comunione ai divorziati risposati; tale regola vorrebbe essere ribaltata dal teologo Walter Kasper e dai progressisti come lo stesso Melloni. Tuttavia esistono certi conservatori che tappano le orecchie alle parole dei pastori che difendono le verità e si aprono, “aggiornandosi”, alle proposte di coloro che presumono siano politicamente vincenti.
Ora Cantagalli ha deciso di procedere legalmente nei confronti di Alberto Melloni e ha diramato il presente comunicato:
«A seguito dell’articolo a firma di Alberto Melloni, apparso sull’edizione del 12 febbraio 2015 del Corriere Fiorentino, il dott. David Cantagalli, in qualità di legale rappresentante pro tempore della società Edizioni Cantagalli Srl, ha dato mandato ai suoi legali di dar corso a tutte le azioni giudiziarie atte a tutelare l’immagine della casa editrice da lui diretta.  Le Edizioni Cantagalli, conosciute ed apprezzate per la serietà e l’accuratezza delle proprie pubblicazioni, non sono disposte ad accettare alcun tipo di illazione e intendono così manifestare la volontà di respingere con fermezza congetture gravi e pretestuose, che possano mettere in discussione l’integrità dimostrata nel corso di un’attività professionale iniziata nel lontano 1925».
Ha scritto Marco Tosatti su «La Stampa»: «Ovviamente gli amici e i sostenitori di Kasper l’hanno presa male. E fra l’altro lo storico Alberto Melloni, uno dei capofila del super progressismo ecclesiale scriveva sul Corriere Fiorentino che “la casa editrice, con la copertura del cardinale Muller, il prefetto della dottrina della fede, aveva tentato con buona o mala fede lo sa solo Dio (…) di ordire un complotto contro il papa e contro il sinodo per dire a poche ore dal suo inizio che sulle cose che Francesco voleva discutere non si doveva discutere”. Si può obiettare che esporre firmando la propria tesi su un tema pubblico non sembra rientrare nelle categorie classiche del complotto. E Cantagalli, accusato di agire contro il papa e il sinodo giustamente si è risentito. E pare deciso a portare l’articolista bolognese in tribunale».
Nell’editoria cattolica esistono tonnellate, ogni anno, di pubblicazioni di impronta progressista, dove si parla più di sociologia che di religione, dove, per andare incontro ai “problemi” (peccati) della gente, ci si scosta sempre più dalla sana e salutare teologia morale, quella chi ti soccorreva nelle tentazioni e nelle cadute, porgendoti una mano sicura (quella era vera misericordia) per affrontare i drammi della vita e per farti ascendere, dopo l’esilio terreno, in Purgatorio o in Paradiso. Ebbene, l’uscita di un testo cattolico come Permanere nella verità di Cristo ha creato un disagio così forte che alcune penne dal piglio autoritario, che vorrebbero essere costantemente circondate da libri e articoli che espongono, commentano e riflettono le loro idee, per risolvere tale fortissimo disagio pensano bene di accusare di complotto chi diffonde tesi che si contrappongono alle loro: questi sarebbero gli interpreti più genuini (visto che il loro pensiero si articola su basi illuministe) della libertà di parola e di stampa?
La Chiesa ha sempre insegnato che non ci si può accostare alla Comunione se ci si trova in peccato mortale: come è possibile pensare che un divorziato risposato civilmente possa ricevere il Corpo di Cristo? Per esserne degni occorre primo: la confessione. Secondo: il pentimento. Terzo: non peccare più, come Gesù ha rivelato con immenso amore  all’adultera: la salvò dalla lapidazione e le rivelò il modo per salvarsi l’anima, ovvero non peccando più.
Se la castità è principio determinante per sposi che desiderano vivere bene il proprio credo cattolico, a maggior ragione la castità è principio imprescindibile per coloro che, per seri motivi e non per capriccio, non possono più convivere con il coniuge.
Ciò che conta, nel Cattolicesimo (a differenza del Protestantesimo), non è compiere la volontà di coloro che vogliono sovvertire gli insegnamenti perenni della Chiesa, bensì la volontà di Dio; perciò a coloro che negano l’evidenza è bene rammentare ciò che scriveva il sapiente San Giovanni Crisostomo, che si prese l’onore, come dovrebbe fare il Pastore che vuole imitare non se stesso ma il Buon Pastore, di pascere le pecorelle che il Signore gli affidò:
«Non vi è infatti mezzo migliore per essere uniti a Cristo che il compiere la sua volontà, e la sua volontà non consiste in nessun’altra cosa come nel bene del prossimo. […] Pietro – dice il Signore – mi ami tu? Pasci le mie pecore! (Gv 21, 15). Con la triplice domanda che gli rivolge, Cristo manifesta chiaramente che il pascere le pecore è la prova dell’amore. E questo non è detto solo ai sacerdoti, ma a ognuno di noi, per piccolo che sia il gregge affidatoci. Difatti anche se è piccolo, non si deve trascurare, poiché il Padre mio – è detto – si compiace in loro (Lc 12, 32).
Ognuno di noi ha una pecorella. Badiamo di portarla a pascoli convenienti».
Ed ecco che in una vera e reale famiglia ognuno è responsabile non solo di se stesso, ma anche degli altri membri:
«L’uomo, appena si leva dal letto, non cerchi altra cosa, sia con le parole sia con le opere, che di rendere la sua casa e la sua famiglia più pia; la donna, da parte sua, si dimostri buona padrona di casa, ma prima ancora di questo ritenga più necessario un altro suo impegno: che tutta la famiglia lavori e compia quelle opere che riguardano il regno dei cieli.  Se infatti negli affari terreni, prima ancora degli interessi familiari ci preoccupiamo di pagare i debiti pubblici perché, trascurando quelli non ci capiti di essere arrestati, tradotti in tribunale e svergognati obbrobriosamente, a maggior ragione, nelle cose spirituali, dobbiamo osservare questa regola e pagare anzitutto ciò che dobbiamo a Dio, re dell’universo, in modo da non essere gettati là dov’è stridore di denti. Ricerchiamo, perciò, quelle virtù che da una parte procurano a noi la salvezza e dall’altra sono di utilità al prossimo» (G. Crisostomo, Commento al Vangelo di san Matteo, 77, 6).
Una domanda sorge spontanea dopo la lettura di questo brano, uno dei tanti capolavori del Vescovo Giovanni Crisostomo, secondo Patriarca di Costantinopoli, Dottore della Chiesa, Santo per la Chiesa Cattolica, per la Chiesa ortodossa e venerato dalla Chiesa copta: quando il Cardinale Kasper avanza le sue tesi pensa a pascere le pecore di Santa Romana Chiesa? Oppure certi insegnamenti di Cristo e del Magistero perenne della Chiesa sono diventati ferri vecchi, pezzi da antiquariato?

“Hosánna fílio David: benedíctus, qui venit in nómine Dómini. O Rex Israël: Hosánna in excélsis” (Matth. 21, 9 – Ev.) - DOMINICA IN PALMIS - DE PASSIONE DOMINI




Le grandi cerimonie della settimana pasquale, come gli antichi chiamavano questo solenne settenario che stiamo per iniziare, nel medio evo si compivano di regola presso la residenza pontificia nel classico palazzo dei Laterani. Perciò anche la processione degli olivi e l’odierna messa stazionale si celebrano oggi nella veneranda basilica del Salvatore, trofeo permanente delle vittorie del Pontificato Romano sull’idolatria, sulle eresie e su tutte le porte infernali che da oltre diciannove secoli congiurano a danno della Chiesa e sempre sono respinte e vinte. Non prævalebunt adversus eam, ha detto Gesù, e passerà il cielo e la terra prima che venga meno una sillaba del labbro del Salvatore.
Nel tardo Medioevo talora l’odierna stazione, a volontà del Papa, si celebrava in Vaticano, ed allora la benedizione delle palme aveva luogo nella chiesa di Santa Maria in Turri, che sorgeva nell’atrio della basilica.
La benedizione delle palme ci conserva l’antico tipo delle sinassi aliturgiche, di quelle adunanze cioè, come la recita del divin ufficio, l’istruzione dei fedeli ecc., in cui non seguiva l’offerta del divin Sacrificio. Questo tipo di sinassi deriva dall’uso giudaico nelle sinagoghe della diaspora, ed entrò nel rituale cristiano sin dall’evo apostolico.
La processione coi rami d’olivo deriva dall’uso gerosolimitano, quale ci descrive la pellegrina Eteria verso la fine del IV sec. (cfr., per informazioni, Egeria, Diario di viaggio, n. 31, 1-2). Da principio in occidente si tenevano i ramoscelli in mano durante la lettura del Vangelo; nelle Gallie cominciò a darsi una speciale benedizione, non già ai rami, ma a chi prestava tale atto d’ossequio alla parola evangelica. Si aggiunse la processione prima della messa, che venne a conferire una pompa ed un’importanza speciale ai ramoscelli, i quali finirono per essere alla loro volta santificati dalla benedizione sacerdotale (Schuster, Liber Sacramentorum, III, p. 178).
Secondo gli Ordines Romani del XIV sec., le palme erano dapprima benedette dal cardinale di San Lorenzo, poi trasportate, dal clero, all’interno del Patriarchium, nell’oratorio di San Silvestro, dove gli accoliti della basilica Vaticana avevano il compito di farne la distribuzione al popolo. Quanto alla distribuzione delle palme al clero, essa era svolta dal Pontefice in persona nella sala del triclinium di Leone IV, dove partiva oggi la processione che si dirigeva verso la chiesa stazionale del Salvatore.
Quando il papa era giunto sotto il portico, si sedeva in trono e mentre le porte della chiesa rimanevano ancora chiuse, il primicerio dei cantori ed il priore della basilica, alla testa del loro personale di servizio, intonavano l’inno Gloria, laus, etc. prescritto ancora oggi nel messale tradizionale. Infine, si aprivano le porte ed il corteo faceva il suo ingresso trionfale nella basilica del Salvatore, per cominciare, con la messa, il grande dramma della Redenzione degli uomini. Il papa prendeva i paramenti sacri nel secretarium, ma, per indicare la tristezza funebre che riempiva tutta la liturgia di questa settimana, i basilicarii omettevano in questo giorno di tendere sul capo del Pontefice la mappula tradizionale, o baldacchino, che era uno dei segni di rispetto e di venerazione presso gli antichi.
La lettura di san Matteo, che si svolge durante il rito della benedizione fatta in questo giorno, racconta l’ingresso solenne di Gesù nella Città santa (21, 1-9) ed era già indicato dalla liturgia di Gerusalemme sin dalla seconda metà del IV sec. Secondo la profezia di Zaccaria, il Redentore sarebbe entrato nella Città santa assiso su un asinello, per simbolizzare il carattere dolce e benigno della sua prima apparizione messianica.
L’asina ed il suo puledro, che secondo il Vangelo, si trovavano legati alle mura del villaggio vicino al monte degli Ulivi, da cui furono liberati dagli apostoli e condotti a Gesù, rappresentano il popolo dei Gentili, esiliato dalla patria di Abramo, diseredato dal patrimonio di Israele, istupidito dall’idolatria. Agli apostoli è affidato l’incarico di liberarlo dagli errori e condurlo al Salvatore.
Secondo l’uso della liturgia romana, quando si tratta di preghiere di importanza speciale, la colletta seguente viene a preludere all’anafora consacratoria dei rami. Essa è, dunque, parallela alla secreta, che precede il prefazio della messa.
Questa preghiera, di un gusto squisito e di una pietà così profonda, esplica molto bene il simbolismo della processione che si va a svolgere e determina la ragione per la quale si è letta la pericope dell’Esodo, in cui si parla dei settanta palmizi. La palma si dona al vincitore e colui che esce indenne dall’Egitto può ben meritare la gloria del trionfo.
Dopo questa, viene l’anafora, che, secondo il suo significato originario, è oggi un vero canto eucaristico, un inno di lode e di azione di grazia a Dio per la sua infinita santità e la delicatezza della sua misericordia verso gli uomini.
Segue una serie di collette di sapore assai antico e di ispirazione molto elevata, in cui pare quasi che la Chiesa voglia sfogare tutto il suo amore verso il Redentore. Queste differenti preghiere costituivano originariamente una serie di collette di ricambio; oggi, al contrario, la cerimonia è divenuta molto prolissa, poiché tutte queste diverse formule di benedizione, prefazio, colletta, ecc., che, all’inizio, si sostituivano l’una all’altra, o piuttosto si escludevano l’un l’altra, fanno parte integrante, nel messale prima della riforma di Pio XII, della cerimonia della benedizione delle palme. Ne è uscita una funzione molto pietosa, in verità, ma forse senza proporzione né armonia, che rivela la sua tardiva introduzione nella liturgia romana.
Quindi il sacerdote asperge i rami con l’acqua santa e li incensa.
Segue la distribuzione delle palme o dei rami d’ulivo benedetti, durante la quale il coro dei cantori esegue alcune antifone, ispirate ai Vangeli.
Dopo la distribuzione, si recita la colletta.
Ha quindi luogo la processione e sebbene oggi essa abbia un significato speciale ed antico che richiama l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, essa è tuttavia una vestigia dell’antica processione stazionale e domenicale, che, nel Medioevo, nelle abbazie benedettine in particolare, precedeva regolarmente la messa.
Durante il percorso, il coro esegue delle antifone.
Dopo questa, viene l’inno Gloria, laus, etc., con la cerimonia per la quale il suddiacono batte alle porte del tempio per farle aprire al corteo. Quanto al rito, Roma non conobbe se non molto tardi questa cerimonia; quanto al simbolo, i due cori che si rispondono reciprocamente, dentro e fuori del tempio, rappresentano la lode divina che fa alternare la Chiesa trionfante e quella militante.
Dopo la processione ha inizio la messa, che tuttavia ha un carattere tutto differente da quella della benedizione delle palme ed è in relazione più intima con la liturgia dei giorni precedenti. In effetti, mentre le preghiere e le antifone riportate più sopra acclamano il Redentore come trionfatore della morte e del peccato, la messa stazione, di ispirazione interamente romana, considera piuttosto i suoi intimi sentimenti di profondo annientamento, di umiliazione e di dolore, in tanto che vittima di espiazione per i peccati del mondo.
La santa liturgia di questi giorni non separa il ricordo della passione del Salvatore da quello dei trionfi della sua resurrezione – ed è questa la ragione del titolo antico di Hebdomada paschalis dato un tempo a questa settimana e delle menzioni frequenti della santa resurrezione che si presentano nella messa e nell’ufficio divino, tanto oggi che il venerdì santo. In effetti, se il Pascha nostrum immolatus Christus  (1 Cor. 5, 7) comincia la sera del giovedì santo e si protrae nella parasceve, ha tuttavia il suo vero compimento nel mattino della resurrezione, allorché Colui che era mortuus propter delicta nostra, resurrexit propter iustificationem nostram (cfr. Rom. 4, 25). Per gli antichi, il Paschale Sacramentum comprendeva questo triplice mistero, in modo che, anche il venerdì santo, in presenza del Legno adorabile della Croce, annunciavano già le glorie del Salvatore resuscitato: Crucem Tuam adoramus ... et sanctam resurrectionem tuam laudamus et glorificamus.
La colletta è d’una squisitezza di composizione che rivela l’aureo periodo della liturgia romana.
Ecco qui spiegato tutto il significato del sacro rito che dovrà compiersi durante questa settimana. Gesù crocifisso è come un libro nel quale l’anima legge tutto quello che Dio desidera da lei per divenir santa. La frase della colletta: patientiæ ipsius habere documenta perde molto in energia quando viene tradotta in italiano. Essa significa che dobbiamo realizzare nella nostra vita quelle lezioni di sofferenza e di espiazione che Gesù c’impartisce dalla cattedra della croce. Viene infine la speranza della risurrezione, che la Chiesa non vuol mai disgiunta dalle sofferenze del Golgota (Schuster, op. cit., p. 187).
La lettura del Vangelo secondo san Matteo contiene tutto il testo della passione del Signore (26-27), dall’ultima Cena con gli apostoli sino all’apposizione dei sigilli al sepolcro. La scelta di questa lettura evangelica è molto antica per Roma, poiché ci è attestata dagli Ordines de IX sec.
Il crocifisso deve insegnarci soprattutto tre cose: la prima, quanto grande sia stato l’amore che tutta l’augusta Trinità ci ha portato, sino a sacrificare per noi Gesù, l’Unigenito di Dio; in secondo luogo, che orribile cosa è il peccato, il quale non ha potuto essere espiato se non con l’atrocissima morte del Salvatore; in terzo luogo, quanto valga la nostra anima, che non ha potuto essere riscattata ad un prezzo inferiore che non fosse il sangue di Gesù. San Paolo concludeva così la meditazione sulla passione di Gesù: Empti enim estis pretio magno; glorificate et portate Deum in corpore vestro (1 Cor. 6, 20).

Anthony van Dyck, Entrata di Gesù a Gerusalemme, 1617 circa, Indianapolis Museum of Art, Indianapolis

Pedro Orrente, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 1620 circa, Hermitage, San Pietroburgo

Jean-Hippolyte Flandrin, Ingresso di Gesù in Gerusalemme, 1842-48, Santuario di St-Germain-des-Prés, Parigi

Jean-Léon Gérôme, Ingresso di Gesù in Gerusalemme, 1897, musée Georges-Garrett, Vesoul



Tom Dubois Giclee, Lamb of God o Hosanna, XX sec.

Enrique Simonet, Flevit super illam, 1892, Museo de Bellas Artes, Málaga

Pesach e la Nuova Alleanza - Commento di P. Fred. Manns

sabato 28 marzo 2015

Antifona processionale "Pueri Hebraeorum" e Hymnus ad Christum Regem "Gloria, laus et honor" - Domenica delle Palme




La Processione delle Palme a Gerusalemme



Un tripudio di Osanna al Santo Sepolcro in un video del 2011

È lecito ad un cristiano partecipare attivamente a riti non cattolici, come ad es., la c.d. pasqua ebraica? - 2° parte

Prima parte pubblicata QUI

4. A suggello di quanto in precedenza ricordato può farsi riferimento al Magistero della Chiesa.
Il punto di partenza non può non essere costituito da alcuni Concili, essenzialmente locali, svoltisi nei primi secoli di vita della Chiesa.
Nel Concilio di Elvira, così, furono stabilite alcune disposizioni riguardanti i rapporti dei cristiani con gli ebrei, proibendosi i matrimoni misti tra cristiani e giudei, il pranzo con i giudei e si condannarono duramente gli adulteri che si registravano tra cristiani e donne giudee (cann. 16, 50, 78, in J. D. MansiSacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Graz, 1960, II, pp. 8; 14; 18. Cfr. A. M. RabelloGiustiniano, Ebrei e samaritani alla luce delle fonti storico-letterarie, ecclesiastiche e giuridiche, vol. I, Milano 1987, pp. 65-66). Nel Concilio di Antiochia, i Padri conciliari proibirono ai cristiani di pranzare con gli ebrei durante la Pasqua (can. 1, in Mansiop. cit., II, p. 1307). A Laodicea, in apposito concilio, si proibì ai cristiani il riposo durante il sabato – secondo l’uso ebraico; nonché la celebrazione delle feste giudaiche e la consumazione di pane azzimo durante la Pasqua (cann. 29, 37, 38, in Mansiop. cit., II, pp. 569; 572). I Concili di Orléans, poi, facevano riferimento, con riprovazione, ad individui che avevano persuaso i cristiani a festeggiare il giorno del Signore alla maniera giudaica e ad astenersi da ogni opera (cann. 19, a. 533); 14 e 33, a. 538); 30 e 31, a. 541).
Nel secondo Millennio, vi è un ulteriore e chiaro pronunciamento nel Concilio di Firenze, sotto papa Eugenio IV, nella Bolla Cantate Domino sull’unione con i copti (giacobiti) e gli etiopi, del 4 febbraio 1442 (o 1441 secondo la datazione fiorentina).
In tale documento, che ha indubbio valore dogmatico, il Concilio esaminava specificatamente la situazione di quelle popolazioni che, benché cristiane monofisite, erano ancora legate a certe prescrizioni giudaiche (seguendo in ciò l’eresia di Paolo di Samosata: cfr. EusebioHistoria ecclesiastica, 7, 30, in PG, XX, col. 709-711), sebbene non riponessero in queste alcuna speranza di salvezza né vi ricollegassero un valore salvifico. In special modo, queste erano aduse praticare la circoncisione: usanza molto radicata in Africa e dura a morire ancor oggi in quelle regioni.
Ecco quanto prescriveva il Concilio: «La Chiesa crede fermamente, professa e insegna che le prescrizioni legali dell’Antico Testamento, cioè della legge mosaica, che si dividono in cerimonie, sacrifici sacri e sacramenti, proprio perché istituite per significare qualche cosa di futuro, benché adeguate al culto divino in quell’epoca, dal momento che è venuto il nostro Signore Gesù Cristo, da esse prefigurato, sono cessate e sono cominciati i sacramenti della nuova alleanza. Essa insegna che pecca mortalmente chiunque ripone, anche dopo la passione, la propria speranza in quelle prescrizioni legali e le osserva quasi fossero necessarie alla salvezza, e la fede nel Cristo non potesse salvare senza di esse. La Chiesa non nega tuttavia che nel tempo che intercorre tra la passione del Cristo e la promulgazione dell’Evangelo, esse potessero osservarsi, anche se non fossero ritenute necessarie alla salvezza. Ma dopo l’annuncio del Vangelo non possono più essere osservate, pena la perdita della salvezza eterna» (H. DenzingerEnchiridion Symbolorum – definitionum et declarationum de rebus fidei et morum 37, a cura di P. Hünermann, Bologna, 19962, n. 1348).
Il Concilio, dunque, affermava solennemente che l’ebraismo veterotestamentario conosceva dei sacramenti, la cui caratteristica è di agire ex operae operato, vale a dire a prescindere dalla condizione soggettiva e dalla fede di chi l’amministra. Questi sacramenti furono sostituiti da quelli della Nuova ed Eterna Alleanza.
Congregazione generale del Concilio di Trento
nella chiesa di S. Maria Maggiore
,
Castello del Buonconsiglio, Trento
Il Concilio di Trento nella XXII sessione del 17 settembre 1562 chiaramente affermava questa verità con specifico riguardo all’Eucaristia: «Questa [cioè l’offerta della Nuova Alleanza, ndr.] … era raffigurata da diversi tipi di sacrifici: essa che raccoglie in sé tutti i beni significati da quei sacrifici, come perfezionamento e compimento di tutti quelli» (H. Denzingerop. cit., n. 1742).
Lo stesso Concilio di Firenze, nella Bolla Exsultate Domino, sull’Unione con gli armeni, del 22 novembre 1439, affermava che i sacramenti dell’antica legge «non producevano la grazia, ma prefiguravano soltanto che questa sarebbe stata concessa per la passione di Cristo» (ibidem, n. 1310). A differenza di essi, quelli della Nuova Alleanza «contengono in sé la grazia» e la «comunicano a chi li riceve degnamente» (ibidem). Cfr. però S. Tommaso d’AquinoSumma Theol., III, q. 62, a. 6; ibidem, q. 70, a. 4, per il quale «nella circoncisione, quale segno della futura passione di Cristo, veniva conferita la grazia … in quanto era simbolo della fede nella passione futura di Cristo, nel senso che l’uomo ricevendo la circoncisione dichiarava di abbracciare tale fede; o direttamente, come facevano gli adulti, o per mezzo di altri, nel caso dei bambini. … E quindi, poiché il battesimo, a differenza della circoncisione, opera strumentalmente in virtù della passione di Cristo, il battesimo imprime il carattere che incorpora l’uomo a Cristo e conferisce più grazia della circoncisione: maggiore è infatti l’effetto di una realtà già presente che quella della sua speranza».
Compiutosi il sacrificio della Croce, in altre parole, i riti che lo prefiguravano hanno perso significato, giacché si è resa presente la realtà che essi rappresentavano e prefiguravano. Appare implicito, quindi, che il parteciparvi comporta una negazione della fede cristiana, in quanto sottintende la professione di una fede in un messia venturo, non riconoscendosi Gesù quale Cristo Signore.
Proseguiva il Concilio, nello stesso documento: «Essa [cioè la Chiesa], quindi, denuncia come separati dalla fede del Cristo ed esclusi dalla vita eterna, salvo che si pentano dei loro errori, tutti quelli che, dopo quel tempo, osservano la circoncisione, il sabato e le altre prescrizioni legali. Comanda dunque, senza eccezioni, a tutti quelli che si gloriano del nome di cristiani di non praticare la circoncisione sia prima che dopo il battesimo perché, anche se uno non vi ripone alcuna speranza, non può in alcun modo essere praticata senza perdere la salvezza eterna» (H. Denzingerop. cit., n. 1348, cit.).
L’assise conciliare, pertanto, espressamente vietava ad una persona che si “gloriasse del nome di cristiano”, di sottostare o riprodurre le prescrizioni giudaiche. Specificatamente si riferiva, è vero, all’usanza della circoncisione, anche se chi l’avesse praticata non vi avesse riposto alcuna speranza salvifica. Questa pratica, però, nell’Antico Testamento prefigurava il Battesimo; era una sorta di sacramento ebraico (Papa Innocenzo III nella Lettera Maiores Ecclesiae causas all’arcivescovo Imberto di Arles, alla fine del 1201, scriveva che «… il battesimo è subentrato al posto della circoncisione … Perciò, come l’anima del circonciso non andava perduta dal suo popolo, così, colui che sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito Santo, otterrà l’ingresso nel regno dei cieli»: H. Denzingerop. cit., n. 780), così come, mutatis mutandis, la cena pasquale ebraica prefigurava l’Eucaristia. La Chiesa, perciò, logicamente, afferma che queste pratiche costituiscono un grave peccato mortale (cui si ricollega la perdita della salvezza eterna). Ciò a prescindere dalla credenza che un soggetto possa avere in siffatte usanze.
Quel che salva è la fede in Cristo (unitamente alle opere, è evidente). Ripetere quei riti e sacramenti veterotestamentari conduce ad un rinnegamento di tale professione di fede.

5. La fede in Cristo è necessaria alla salvezza, dunque.
Pure i giusti dell’A.T. avevano questa fede in Cristo (venturo). Sono tali, infatti, perché hanno creduto e sono stati “preparazione” di Cristo, poiché tutto nell’A.T. è in funzione del Nuovo e i santi ed i profeti dell’antica Legge credevano in Cristo venturo. Questa è una verità professata sin dal sinodo di Arles nel IV sec. d.C. Se ne ha una prova nelle stesse parole di Gesù su Abramo, laddove egli pone in risalto la credenza d’Abramo distinguendola da ciò che credevano (o meglio non credevano) gli ebrei del suo tempo (e quelli d’oggi ...) (cfr. Gv 8, 39 ss. V. anche Gv 5, 46-47).
Non a caso i Padri della Chiesa chiaramente affermavano degli ebrei sino al tempo di Gesù, non corrotti dalla corrente del fariseismo e delle altre sette, che essi erano cristiani se non di nome, almeno in via di fatto, perché credevano nel Cristo venturo: così lo erano i grandi santi dell’ebraismo come anche i profeti. S. Gregorio di Nazianzio, per citare solo un nome, dichiarava, parlando dei Maccabei (ma il discorso può essere reso più ampio), che «nessuno di coloro che han raggiunto la perfezione prima della venuta di Cristo, l’ha raggiunta senza la fede in Cristo. Il Logos (Cristo) fu apertamente annunciato in seguito, a suo tempo: ma anche prima fu conosciuto dalle anime pure, com’è chiaro dai molti che prima di quello ne furono onorati» (S. Gregorio NazianzenoDiscorso in lode dei Maccabei, XV, 1-2). Un altro autore ecclesiastico notava che «Se qualcuno dicesse che tutti costoro [cioè gli antichi Patriarchi, ndr.], celebrati per la loro giustizia, da Abramo stesso fino al primo uomo, erano cristiani di fatto, se non di nome, non andrebbe lontano dalla verità. ... Da ciò appare chiaro che la forma di religione più antica, anteriore a tutte le altre, è quella praticata da uomini pii ai tempi di Abramo, ed ora annunciata a tutte le genti dagli insegnamenti del Cristo. ....» (EusebioStoria ecclesiastica, I, 4, 4 ss.).

6. Ultima questione: si potrebbe obiettare che la partecipazione è necessaria o, quantomeno, opportuna, ritenendo gli ebrei (di oggi) nostri “fratelli maggiori”, in nome del dialogo interreligioso.
Mettendo da parte che non vi può essere alcun autentico dialogo interreligioso se non nel ritorno di tutti gli erranti (eretici, apostati e scismatici) (c.d. teologia del ritorno) e nel raggiungimento dei non credenti della fede in Cristo – e non già in una riunificazione sincretista di fedi e religioni (giacché ciò comporterebbe la creazione di una chiesa “nuova”, che non è quella fondata da Cristo) – , v’è da notare che la suddetta dizione di “fratelli maggiori”, talora abusata, non implica affatto una partecipazione ai loro riti, né suggerisce questo. Si tratta di un’evidente forzatura!
Maurycy Gottlieb, Ebrei Ashkenaziti in preghiera
in sinagoga in occasione dello
Yom Kippur, 1878,
Museum of Art, Tel Aviv
Si tratta di un’espressione cortese, ma che, di là dalla sua correttezza teologica e storica (di cui, in ogni caso, si dubita) (cfr. più esaurientemente J. NeusnerEbrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune, Cinisello Balsamo, 2009, passim), non raccomanda né legittima la partecipazione attiva ovvero la cooperazione ad un rito estraneo ed anzi incompatibile con la fede cattolica. Sotto altro profilo, non è vano notare, peraltro, che rappresenta un grave errore insistere sulla derivazione “ebraica” della Pasqua cristiana, giacché ciò sembrerebbe quasi suggerire la partecipazione ad essa. In verità, non vi è nulla che colleghi l’attuale giudaismo farisaico al cristianesimo. Si tratta di realtà ben diverse! Obiettare dicendo che Gesù, per gran parte della sua vita, festeggiò la Pesach è un falso argomento: è vero, egli come pio israelita fu ligio ai dettami della legge (antica) finché questa fu in vigore.
Sul punto ebbe modo di rispondere adeguatamente il Crisostomo in uno dei suoi Logoi kata Ioudaiôn, erroneamente qualificati come “antisemiti”, ma in realtà contro i cristiani giudaicizzanti: «Se Cristo celebrò la Pasqua con loro, non fu perché noi pure la celebrassimo coi giudei, ma per passare dall’ombra alla luce della verità. Fu circonciso, osservò il sabato e ne celebrò la festività, mangiò il pane azzimo e tutto questo lo compì a Gerusalemme; tuttavia noi non siamo più tenuti all’osservanza di questi obblighi, come proclama Paolo quando dice: “Se ti farai circoncidere, Cristo non ti servirà più a nulla” (Gal 5, 2) e sugli azzimi: “Celebreremo la solennità non con l’antico lievito, né con il lievito della malizia e dell’iniquità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità” (1 Cor 5, 8). Ma per qual ragione, in quel tempo, Cristo si comportò in tal modo? Perché l’antica Pasqua era l’immagine della Pasqua futura; poi fu necessario aggiungere la verità all’immagine e, dopo aver mostrato l’ombra, nella stessa cena, introdusse la verità. In seguito, mostrata la verità, l’ombra scompare, e non ha più ragione d’essere. Non voler dunque oppormi questo argomento, ma piuttosto dimostrami che Cristo ha comandato che così fosse. Perché io dimostro il contrario: cioè che Cristo non solo non comandò che queste festività fossero osservate, ma anzi ci ha affrancati da questo obbligo» (S. Giovanni CrisostomoSermo III Adversus Iudaeos, III, 9 – IV, 1).
Il grande Patriarca di Costantinopoli è radicale sul punto: «… So che molti rispettano i Giudei e pensano che i loro riti odierni sono degni di stima; per questo sono incitato a cercare di sradicare completamente tale dannosa opinione. … A colui che ha abbandonato Dio che speranza di salvezza rimane? Se Dio lascia un luogo questo diventa dimora di demoni. Ma dicono di adorare anch’essi il Signore. Lungi da noi il dire questo: nessun giudeo adora Dio. Chi lo dice? Il Figlio di Dio. “Se aveste riconosciuto il Padre mio avreste riconosciuto anche me. Ora voi non avete riconosciuto né me né il Padre” (Gv. 8, 19). … No, Dio non vi è adorato, statene lontani. È di conseguenza il luogo dell’idolatria; tuttavia alcuni frequentano tali luoghi come se fossero sacri» (Sermo I Adversus Iudaeos, III, 1-3).
In secondo luogo, non deve farsi l’errore di ritenere che l’ebraismo mosaico, alle cui prescrizione si attennero Gesù, Maria e gli Apostoli, fosse quello farisaico del tempo ovvero quello talmudico-farisaico. Questo, infatti, è l’ebraismo di una setta (peraltro riprovata da Gesù), non già quello mosaico ed autentico fondato sulla Torah e sulla tradizione orale della Cabala pura (o verace) (da non confondersi con la Cabala spuria, esoterica e satanica. Di quella verace, invece, ne parlano i Santi e Dottori della Chiesa: cfr. S. Tommaso d’AquinoSumma Theol., II-II, q.2, a.7). La riprova migliore, che differenzia l’ebraismo puro (vero antenato del Cristianesimo) e l’ebraismo nato dal fariseismo, è che quest’ultimo ha sostituito allo studio biblico lo studio delle prescrizioni talmudiche e rabbiniche, tanto da dichiarare lo stesso Talmud superiore persino alla Torah, anteponendosi in tal guisa tradizioni umane alla Legge di Dio. Nel trattatello Babha Metsia, fol. 33a, leggiamo: «Coloro che si dedicano alla lettura della Torah esercitano una certa virtù, ma non moltissima; coloro che studiano la Mischnah esercitano una virtù per cui riceveranno un premio; coloro, comunque, che si impegnano nello studio dalla Gemarah esercitano la più alta virtù».
Isidor Kaufmann, Ritratto di rabbino con lo scialle da preghiera (tallit),
XX sec., collezione privata
Similmente, nel trattatello Sopherim, XV, 7, fol. 13b: «La Torah è come l’acqua, la Mischnah il vino, e la Gemarah vino aromatico». Nel trattatello Sanhedrin, X, 3, fol. 88b: «Colui che trasgredisce le parole degli scribi pecca più gravemente che chi trasgredisce le parole della legge».
Nel libro Mizbeach, cap. V, infine, troviamo la seguente opinione: «Non c’è niente che sia superiore al Santo Talmud».
Già, nel Vangelo, Gesù, del resto, rimproverava i farisei: «trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7, 8).
Se essi dessero rilievo allo studio biblico, senz’altro gli ebrei di oggi riconoscerebbero Gesù quale loro Messia … . Di qui l’incredulità, che nasce dalla superbia umana: «Il peccato dell’incredulità nasce dalla superbia, che suggerisce all’uomo di non piegare la propria intelligenza alle regole della fede, e alla sana interpretazione dei Padri [‘Padri’ come Abramo, Isacco e Giacobbe per la Sinagoga; come Giustino, Crisostomo o Cirillo d’Alessandria per la Chiesa, ndr.]. Perciò san Gregorio afferma che “dalla vanagloria nascono le stravaganze dei novatori”» (S. Tommaso d’AquinoSumma Theol., II-II, q. 10, a. 1, ad. 3).

Augustinus Hipp.

“A Nicoláo quinto contra Judæos et Saracénos generális inquisítor in Itália constitútus, plúrimos ad Christi fidem convértit … In Germánia aliísque provínciis Dei glóriam sexennáli ministério mirífice auxit, Hussítis, Adamítis, Thaborítis, Hebræísque innúmeris doctrínæ veritáte ac miraculórum luce ad Ecclésiæ sinum tradúctis” (Lect. V – II Noct.) – SANCTI JOANNIS A CAPISTRANO, CONFESSORIS

Morto il 23 ottobre 1456, fu inquisitore sotto diversi papi, combattendo le eresie ed i turchi. Canonizzato nel 1690 da papa Alessandro VIII, la sua festa fu iscritta nel calendario dal Leone XIII sotto il rito semidoppio nel 1890. Di III classe dal 1960. Il 1° aprile 1984, Giovanni Paolo II l’ha nominato patrono dei cappellani militari del mondo intero.
Durante questo periodo quaresimale, i nostri avi, sino al XVII sec., erano molto sobri nella celebrazione di feste di santi e ciò per non distogliere dal più grande raccoglimento e, sotto la direzione illuminata della liturgia, dagli esercizi di penitenza e di purificazione che devono prepararci a celebrare la solennità pasquale. L’affievolirsi della fede in questi ultimi secoli ha consigliato alla Chiesa di addolcire molto l’antica disciplina quaresimale, per adattarla alla debolezza degli spiriti moderni; ne è risultato che questo santo periodo, non differenziandosi più dal resto dell’anno, vede la stessa sua liturgia meno compresa e passata in secondo piano.
Quasi tutti i giorni che, nel calendario romano di san Pio V, erano ancora liberi dall’ufficio di santi, furono dunque posteriormente occupati da nuovi uffici, belli senza dubbio, ed importanti dal punto di vista storico e teologico, ma che hanno tuttavia l’inconveniente di aver rotto, ovvero di aver quasi distrutto questo ciclo meraviglioso così antico e profondamente teologico, che è la liturgia di Quaresima.
Noi siamo ben lontani dall’età d’oro in cui la preparazione alla Pasqua esigeva la chiusura dei teatri e dei tribunali; all’epoca, tutto il mondo romano, a cominciare dai Basileus di Bisanzio, si cingevano di cilicio e si coprivano di cenere ed il digiuno rigoroso sino al tramonto del sole era così universale che sembrava essere divenuto piuttosto che un atto particolare di devozione una delle forme essenziali del culto del mondo romano e cristiano.
Oggi, per i tiepidi fedeli del nostro secolo, la santa Quarantena non comporta più, per così dire, alcun cambiamento nella vita ordinaria dell’anno; anche la sacra liturgia che, in pratica, è sempre stata, in tutti i tempi, un riflesso esatto dello spirito cristiano dell’epoca, si limita pur essa, durante la maggior parte della Quaresima, ad aggiungere all’ufficio divino in onore del santo del giorno una commemorazione speciale della feria corrente.
Tuttavia, san Pio X, fedele al suo programma di restaurare tutto in Cristo, dopo aver ridonato la nativa freschezza alle melodie gregoriane, ha voluto ridonare all’antico salterio lo spazio nella preghiera ecclesiastica. Per meglio attendere a questo scopo, ha allegato al calendario solo qualche festa, donando uno spazio maggiore alla presenza dell’ufficio dominicale e feriale, in modo che il primitivo ufficio De tempore cominciasse a rappresenta, secondo la luce delle sue linee classiche, come un antico capolavoro liberato dalle aggiunte posteriori che lo deformavano.
La liturgia oggi celebra san Giovanni da Capistrano. Dovunque andasse questo santo, era ricevuto in processione solenne per il popolo ed il clero. Le più grandi chiese non potevano contenere le folle di uditori. Fu per questo che era obbligato a predicare all’aria aperta, su strade. A Meissen predicò da un tetto. Dovunque, folle immense si affrettavano ai suoi sermoni. Egli aveva talvolta, attorno a sé, venti o trentamila uomini. Ad Erfurt, egli ebbe, una volta, 60.000 uditori. Un giorno, a Vienna, centomila persone attendevano l’inizio del suo sermone. Il popolo l’ascoltava piangendo e gemendo, sebbene non comprendesse il suo linguaggio. Predicava in latino; uno dei suoi compagni dava poi la traduzione in tedesco. Sebbene il sermone fosse durato due o tre ore, il popolo restava ancora altrettanto tempo, all’aperto o nelle vie, malgrado la neve ed il freddo, finché l’interprete avesse finito la traduzione.
La V lezione del Mattutino odierno così lo ricorda: «Designato inquisitore in Italia contro Giudei e Saraceni da Nicolò V, ne convertì moltissimi alla fede ... si deve principalmente ai suoi consigli e al suo coraggio se si riportò la vittoria di Belgrado».
La messa di san Giovanni da Capistrano (+ 1456), francescano, insigne predicatore della crociata contro i Turchi, fu istituita nel 1890 da Leone XIII. Il suo redattore si è lasciato profondamente impressionare dalla splendida vittoria di Belgrado, riportata soprattutto grazie alle preghiere e dalle esortazioni del Santo. Questa messa è un po’ più ricca e variegata rispetto alla precedente in onore di san Giovanni Damasceno. Essa si ispira in gran parte alla devozione professata dal grande francescano verso il santo Nome di Gesù.
La preghiera di colletta ha delle reminiscenze storiche. Le antiche crociate contro gli infedeli dovevano essere considerate dal punto di vista soprannaturale come le consideravano i nostri padri. Esse rappresentavano lo sforzo supremo della cristianità affinché la forza brutale dei musulmani non annientasse la civiltà del Vangelo. L’anima di questa potente resistenza, lunga e finalmente vittoriosa a Lepanto ed a Vienna, fu il pontificato romano, che, durante più di cinque secoli, non si risparmiò in sacrifici e spese, raccogliendo in un unico fascio, sotto lo stendardo della Croce, le forze cattoliche di ogni nazione e le dirigevano contro la Mezzaluna, risparmiando all’Europa un gran numero di guerre intestine ed assicurandole inoltre il trionfo sull’Asia occidentale e sull’Islam.
Prodigio della destra dell’Altissimo! Per compiere le sue grandi meraviglie, Egli impiega di preferenza degli strumenti umilissimi, affinché il suo successo non possa essere attribuito alla creatura, ma al solo Creatore. Così, nel XV sec., in pieno umanesimo, quando le stesse potenze cristiane, in luogo di ascoltare la voce del Pastore supremo e di marciare insieme contro la Mezzaluna, che minacciava la libertà del mondo civilizzato, rivaleggiavano tra loro con una politica menzognera, Dio suscitò un umile discepolo di san Francesco, di insignificante apparenza, povero e senza mezzi, che infiammò con la sua parola mezza Europa e la condusse in trionfo sotto le mura di Belgrado. Digitus Dei est hic.
Roma cristiana può considerare come un santuario di san Giovanni da Capistrano il vecchio monastero di Santa Maria sul Campidoglio (Santa Maria in Capitolio), oggi santa Maria in Aracoeli, che, passato dai monaci benedettini ai Minori durante il basso Medioevo, fu santificato dalla residenza del Santo.



Sebald Popp, Predica all’aperto di S. Giovanni da Capestrano (20 agosto 1452), Historisches Museum, Bamberg



Bartolomeo Vivarini, S. Giovanni da Capistrano, 1480 circa, Muséè du Louvre, Parigi

Autore lombardo anonimo, S. Giovanni da Capestrano e l'Immacolata, XVII sec., Museo diocesano, Milano

Pieter van Lint, Miracolo di S. Giovanni da Capestrano, XVII sec., Koninklijk Museum voor Schone Kunsten Antwerpen, Anversa





Pulpito esterno detto di S. Giovanni da Capistrano (vicino alla Torre Nord) da cui il Santo predicò contro l’invasione turca portando alla vittoria dell’esercito cristiano nel 1456 nella battaglia di Belgrado, Cattedrale di S. Stefano, Vienna