sabato 27 agosto 2016

Terremoto in Umbria e crollo della cultura cattolica in un aforisma di Padre Cassian Folsom O.S.B.


Fonte: Cassian Folsom, Norcia, ferita al cuore spirituale dell'Europa malata Monaci sfollati: "Resteremo per ricostruire", in LNBQ, 27.8.2016

“Quamvis órdini univérso præésset, totísque víribus ad animárum salútem incúmberet, numquam tamen intermísit púeros, præsértim pauperióres, erudíre, quorum scholas vérrere, eósque domum comitári consuévit. In eo summæ patiéntiæ et humilitátis múnere, valetúdine étiam infírma, duos et quinquagínta annos perseverávit; dignus proptérea, quem crebris Deus miráculis coram discípulis illustráret, et cui beatíssima Virgo cum púero Jesu, illis orántibus benedicénte, apparéret. Amplíssimis ínterim dignitátibus repudiátis, prophetía, ábdita córdium et abséntia cognoscéndi donis et miráculis clarus, Deíparæ Vírginis, quam singulári pietáte et ipse ab infántia cóluit et suis máxime commendávit, aliorúmque Cælitum frequénti apparitióne dignátus, cum óbitus sui diem, et órdinis tunc prope evérsi restitutiónem atque increméntum prænuntiásset” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI JOSEPHI CALASANCTII A MATRE DEI, CONFESSORIS, SCOLARUM PIARUM (ORDINIS CLERICORUM REGULARIUM PAUPERUM MATRIS DEI SCHOLARUM PIARUM) FUNDATORIS

Ecco un fedele pellegrino delle tombe dei martiri romani, un visitatore quotidiano delle sette chiese di Roma, questo grande Santo, di cui Dio volle provare la pazienza come quella di un altro Giobbe (fu papa Benedetto XIV Lambertini che, nel 1748, in occasione del processo di beatificazione del Calasanzio, parlò del fondatore delle Scuole Pie come di un novello Giobbe, un nuovo eroe della pazienza religiosamente ispirata. Così Mario Spinelli, Giuseppe Calasanzio: il pioniere della scuola popolare, Roma 2001, p. 209).
Per questo egli ha il pieno diritto di cittadinanza romana, poiché passò sulle rive del Tevere più di mezzo secolo. Dopo che ebbe fondato l’Ordine delle Scuole Pie, dopo che ebbe rinunciato all’onore della porpora cardinalizia, perché nulla mancasse ai suoi meriti, anziano di quasi ottant’anni, già in sospetto per le sue vicinanze con Tommaso Campanella e con Galileo Galilei, fu trascinato come un malfattore dagli sbirri nelle strade di Roma e condotto al Tribunale della Santa Inquisizione, accusato dai religiosi scolopi Mario Sozzi e Stefano Cherubini di ribellione ai legittimi poteri.
Va ricordato che il Cherubini era stato processato dal Calasanzio per alcuni episodi di pedofilia commessi nella casa di Napoli. Ma poi il processo era stato insabbiato (cfr. ibidem, pp. 154-155). Il Sozzi, invece, era persona avida ed egocentrica, portata alla ricerca del potere e dei privilegi (ibidem, pp. 156 ss.). Entrambi conclusero la loro vita colpiti da una strana “lebbra”, verosimilmente sifilide, con gravi sofferenze, segno inequivocabile della collera divina (cfr. ibidem, pp. 190; 214-215).
Il nostro Santo, tuttavia, venne deposto dal suo ufficio di preposito generale del suo Ordine, disprezzato dai suoi stessi discepoli, come se fosse minorato dalla sua età avanzata. Egli sopportò tutto con un’uguale grandezza di animo.
Quando morì, il 25 agosto 1648, anziano di novantadue anni, l’ordine delle Scuole Pie era quasi annientato; ma l’uomo non può distruggere le opere di Dio ed il Santo, al momento di lasciare la terra, predisse la sua rifioritura che sarebbe avvenuta dopo la sua morte. L’avvenimento confermò la profezia.
Due chiese sono state dedicate, a Roma, al nostro Santo e sono state contraddistinte da un medesimo destino, venendo alienate.
La prima è San Giuseppe Calasanzio, nel rione Ludovisi. Essa fu eretta nel 1890 (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vatican, Roma 18912, p. 304; Massimo Alemanno, Le chiese di Roma moderna, vol. II, Quartieri Prati, delle Vittorie, Trionfale, Primavalle, Aurelio, Portuense, Gianicolense, Armando editore, Roma, 2006, p. 50). Oggi la stessa è sconsacrata ed è sede del Comitato Centrale della Croce Rossa.
La seconda è San Giuseppe Calasanzio in Prati eretta nel quartiere Prati e fu eretta nel 1887. A seguito di vari rimaneggiamenti e cessioni la chiesa è di fatto ridotta ad una cappella (ibidem).
Tre altre chiese conservano i ricordi del nostro santo. La prima è San Giacomo degli Spagnoli, nel rione Parione, nel cui vicino ospizio per pellegrini spagnoli dimorarono il nostro Santo e sant’Ignazio di Loyola (cfr. M. Armellini, op. cit., p. 382). L’altra è San Pantaleo de Preta Caroli o a Pasquino sempre nello stesso rione, presso Piazza Navona. In questa chiesa, sotto l'altare maggiore, in una preziosissima urna di porfido, si custodisce il corpo di san Giuseppe Calasanzio. Nell'attiguo convento si venerano le camere abitate dal Calasanzio, ove si conservano parecchi oggetti a lui appartenenti: nella porteria del medesimo vi si trova un pozzo, le cui acque furono benedette colle reliquie di San Pantaleo, onde nel giorno festivo del santo i fedeli bevono per loro devozione di quell'acqua (ibidem, pp. 378-379). L’ultima è Santa Dorotea in Trastevere. Fu presso questo tempio che, nel XVI sec., i santi Gaetano da Thiene e Giuseppe Calasanzio inaugureranno le loro rispettive congregazioni religiose (ibidem, p. 692). Per l’esattezza, il nostro Santo, grazie alla generosità dell’allora parroco di Santa Dorotea, don Antonio Brendani, che gli mise a disposizione, nell’autunno 1597, due povere stanze attigue alla sagrestia, con l’aiuto di alcuni collaboratori, «poté ivi nascere la prima scuola popolare gratuita di Europa» (Ludwing Von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del Medioevo, trad. it. a cura di Pio Cenci, vol. XI, Clemente VIII (1592-1605), Desclée & C. ed., Roma, 1929, pp. 439-440, partic. p. 440).
Morto il 25 agosto 1648, canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII, la sua festa fu inserita nel calendario, con rito doppio, nel 1769. Pio XII lo proclamò «Patrono davanti a Dio di tutte le scuole popolari cristiane del mondo» nel 1948.
La messa è in armonia con lo spirito e la vocazione speciale dei membri delle Scuole Pie.
L’introito chiede in prestito la sua antifona al Sal. 34 (33).
Benedire Dio nelle tribolazioni è cosa di un piccolo numero; ma meno numerosi sono ancora quelli che ricevono dalla sua mano pure i favori della vita. Se la prova è pericolosa per una virtù debole, la prosperità è ben vantaggiosa per molti, ma pochissimi sono coloro a cui essa non impedisce di arrivare alla santità. Per questo il sapiente, soddisfatto da una giusta mediocrità, diceva al Signore (Prov. 30, 8): Divitias et paupertatem ne dederis mihi, sed tantum victui meo tribue necessaria.
Gesù ha detto ai suoi apostoli: Euntes docete omnes gentes, baptizantes eos. Prima di amministrare i Sacramenti, la Chiesa ha dunque ricevuto da Dio l’autorità di insegnare, di creare delle scuole, di elevare delle cattedre, per pubblicarvi la parola di verità, senza che alcun’autorità umana possa impedirlo. Fedele a questa missione di cultura, la Chiesa, anche nel Medioevo, eresse, accanto ai presbiterii ed alle cattedrali, delle scuole dove si manteneva accesa la fiamma del sapere classico. E dopo il XVI sec., allorché le nuove condizioni dell’Europa non avevano ancora riconosciuto al popolo un’influenza più larga nella conduzione degli affari pubblici, e la conoscenza delle lettere era ancora appannaggio dei ricchi, fu sempre la Chiesa, che, anticipando l’avvenire, ebbe a cuore, grazie a santi come Giuseppe Calasanzio e Giovanni Battista de La Salle, ed altri, di aprire delle scuole gratuite per i figli del popolo.
La prima lettura è la stessa di ieri, con un’allusione delicata alle persecuzioni sostenute dal Santo ed al suo arresto da parte degli sbirri dell’Inquisizione.
Il responsorio-graduale è lo stesso del 31 gennaio, mentre il versetto alleluiatico, che si adatta così bene al lungo martirio del Calasanzio, è identico a quello della messa di san Raimondo, il 23 gennaio.
La lettura evangelica è comune alla festa di san Giovanni Battista de la Salle, il 15 maggio. I bambini ci sono presentati come il modello della perfezione cristiana, perché quello che essi sono in virtù della loro età, cioè puri, amabili, umili, disinteressati, i fedeli devono divenirlo sotto l’influenza della grazia. Alla base di questa costruzione ascetica molto elevata si trova una virtù che riassume tutte. Il Signore ha detto, in effetti: Quicumque humiliaverit se, sicut parvulus ... . L’umiltà è dunque la condizione essenziale per questo ritorno alla santa infanzia spirituale e questa, lungi dall’essere puerilità, esige al contrario da colui che la pratica un’abnegazione eroica di se stesso.
L’antifona di offertorio proviene dal Sal. 9.
Bisogna distinguere tra povertà e povertà. Quella che è lodata nelle Scritture è soltanto la povertà pratica del cuore e nel cuore stesso, la quale, in seguito, s’identifica con l’umiltà. L’altra povertà, invece, costituisce occasione di male, in quanto conduce al furto, all’adulazione, allo spergiuro, ecc. Per questo, concludeva san Tommaso, la povertà volontaria non si deve abbracciare ma vada evitata perché non abbia a capitare: «non est igitur paupertas voluntate assumenda, sed magis ne adveniat vitanda» (San Tommaso d’Aquino, Summa contro Gentiles, lib. III, cap. 131, § 6).
La colletta sulle oblazioni s’ispira allo stile dei Sacramentari, ma imita pochissimo le formule antiche. Anticamente, il popolo copriva effettivamente l’altare dei suoi doni, ma oggi la frase altare muneribus cumulamus non ha molto senso, perché non corrisponde più alla disciplina liturgica attuale.
L’antifona per la Comunione si rapporta alla scena descritta nella lettura evangelica di questo giorno (Mt 18, 15). Tuttavia essa è tratta dal testo di san Marco (10, 14).
Dopo la Comunione si insiste sull’ottenimento di sentimenti di pietà. La pietà è l’orientamento dell’anima ed il battito del cuore verso Dio. È utile a tutto, come scrive l’Apostolo a Timoteo, perché è una virtù generale, che imprime un ritmo soprannaturale a tutte le nostre azioni.


Anonimo, S. Giuseppe Calasanzio, XVIII sec.

Anonimo sardo, S. Giuseppe Calasanzio, XVII sec., Ozieri


Autore anonimo, S. Giuseppe Calasanzio, XVIII sec., Novara

Felix Ivo Leicher, S. Giuseppe Calasanzio dinanzi alla Vergine, 1767, Kuny Domokos Megyei Múzeum, Budapest

Autore anonimo, S. Giuseppe Calasanzio, XVIII-XIX sec., Iglesias


Sebastiano Conca, S. Giuseppe Calasanzio presenta ed affida alla Vergine Maria i suoi fanciulli, 1763, chiesa di S. Agostino o di S. Giuseppe Calasanzio, Siena 


Giovanni Brini, S. Giuseppe Calasanzio resuscita un fanciullo, 1834, chiesa di S. Agostino o di S. Giuseppe Calasanzio, Siena

Giuseppe Collignon, S. Giuseppe Calasanzio guarisce un fanciullo, 1829, chiesa di S. Agostino o di S. Giuseppe Calasanzio, Siena

Francisco Goya y Lucientes (ex alunno degli Scopoli di Saragozza), Ultima comunione di S. Giuseppe Calasanzio, 1819, Museo de la Residencia Calasanz, Madrid

Alfredo Luxoro, S. Giuseppe Calasanzio in cattedra, 1884, Cappella, Istituto Calasanzio, Genova


Francisco Jover y Casanova, S. Giuseppe Calasanzio, XIX sec., museo del Prado, Madrid


Antonino Calcagnadoro, Madonna con Bambino tra i SS. Giovanni evangelista e Giuseppe Calasanzio, 1903, chiesa di Santa Scolastica, Rieti

Tomba di S. Giuseppe Calasanzio, Chiesa di S. Pantaleo, Roma

venerdì 26 agosto 2016

L'indissolubilità del matrimonio in un aforisma di Giovanni Paolo I nell'anniversario della sua elezione


Bikini o burkini? Una tragicommedia degna di Voltaire

I “tormentoni” di quest’estate, che hanno occupato, prima del terremoto nell’Umbria, pagine e pagine di giornali, sono stati i temi “appassionanti” del “sì o no” al burkini, vale a dire il costume da bagno per le donne islamiche, e del diritto alla poligamia dopo la legge c.d. Cirinnà (cfr. Correttore di bozze, Mi sa che l’orgoglioso “no” laico alla poligamia non durerà molto (questione di burkini), in Tempi, 23.8.2016;  Poligamia, burka e burkini: l’Islam sveglia l’Occidente?, in Corrispondenza romana, 20.8.2016; Maria Guarini, Il problema non è il burkini ma la religione che lo impone, in Chiesa e postconcilio, 19.8.2016; Piero Vassallo, Metamorfosi del femminismo, dal nudismo sessantottino all’incappucciamento islamico, in Riscossa cristiana, 16.8.2016; Paolo Deotto, Poligamia. Perché ha ragione Hamza Piccardo, ivi, 8.8.2016; Tommaso Scandroglio, Dopo le unioni gay diventa un diritto anche la poligamia, in LNBQ, 8.8.2016 nonché in Il Timone, 8.8.2016. V. anche curiosamente, Davide Turrini, Poligamia, perché no? La scrittrice francese appoggia la tesi di Piccardo (Ucoii) ma avverte: “Sia laica non islamica”, in Il fatto quotidiano, 12.8.2016; il provocatorio Vittorio SgarbiLa poligamia? Allora valga pure per le donne, in Il Giornale, 9.8.2016; i discutibili "contro-argomenti" di Dario AccollaUnioni civili come la poligamia? Caro Piccardo, le spiego perché no, in Il fatto quotidiano, 8.8.2016, superabili con le ironiche osservazioni di Sgarbi; Luigi Manconi, La poligamia non può essere un diritto civile in Italia, in Corriere della sera, 8.8.2016).
Sul tema del “burkini”, dai contorni tragicomici, rilanciamo volentieri questo contributo di Cristina Siccardi.

Bikini o burkini? Una tragicommedia degna di Voltaire

di Cristina Siccardi

Nel Trattato sulla tolleranza, una delle più famose opere di Voltaire, pubblicato in Francia nel 1763, troviamo non solo i fondamenti della sconclusionata e luciferina incultura contemporanea, ma, purtroppo, anche i presupposti che hanno permesso a molti uomini di Chiesa e a molti padri del Concilio Vaticano II di abbracciare, a dispetto di una divina e sapiente Tradizione bimillenaria, la libertà religiosa come bene universale.
Oggi arriviamo al punto che, a fronte di una Chiesa che non dice una parola sull’ostentato e disdicevole malcostume contemporaneo, vediamo il premier francese Manuel Valls scendere a sostegno del bando emesso da alcuni comuni francesi contro l’uso del burkini, ideato nel 2004, con enorme successo commerciale fra le musulmane di tutto il mondo, da una stilista australiana di origine libanese, Aheda Zanetti. Valls ha dichiarato che il pudico burkini è «incompatibile con i valori della Francia» e non è un costume da bagno, bensì «l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna». Il bikini o altre forme di spavalda offesa al pudore, invece, sono parte integrante dei “valori” della Francia, che fa della libertà religiosa uno dei suoi più gloriosi fiori all’occhiello. Ed ecco che dal 2000 al 2013 sono state rase al suolo 20 chiese in Francia e, secondo un rapporto del Senato francese, altre 250 avranno la stessa sorte. Silenzio totale da Roma.
Così, impotenti, abbiamo assistito alla polizia di Parigi, in assetto antisommossa, che ha trascinato via a forza sacerdoti e chierichetti della chiesa di Santa Rita (https://it.zenit.org/articles/parigi-cattolici-sulle-barricate-per-difendere-una-chiesa-dalla-demolizione/), che a breve sarà demolita per far posto ad un parcheggio, mentre le moschee legali ed illegali crescono come funghi in tutta Europa, quell’Europa con sempre meno figli suoi, a causa di una denatalità voluta da un’ideologia che demolisce le famiglie e che favorisce gli aborti. Tuttavia l’aconfessionale liberalismo comincia a pagare pegno alla sua irragionevolezza perché la rivoluzione divora i suoi figli, dando spazio a chi alla propria identità non rinuncia, come gli islamici.
Valls e con lui uomini politici e uomini di Chiesa ricordano la Preghiera a Dio del “buonista” Voltaire contenuta proprio nel Trattato sulla tolleranza? Fra questi nefasti sproloqui, portatori di innumerevoli disgrazie e sciagure, affermava il maestro di pensiero dei tagliatori di gole giacobini: «Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi (…) degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura. Fà sì che questi errori non generino la nostra sventura. Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda; fà che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fà sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate, tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te, insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione. Fà in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole; che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera; che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo (…) Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime (…) Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace, ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante».
Mentre il dio di Voltaire ha portato alle attuali sciagure di corruzione civile e religiosa, il vero Dio Uno e Trino ha sacrificato Suo Figlio per la salvezza di ognuno. Ha ragione Sergio Romano quando, nella prefazione al Trattato sulla tolleranza (RCS 2010), egli lo definisce un «giornalista», un giornalista che, con le sue passioni intellettuali, la sua vasta cultura, il suo abile modo di raccontare, il suo stile ironico e brillante, la sua curiosità per gli accadimenti del suo tempo, è riuscito diabolicamente a mutare il corso del pensiero europeo e con i suoi grimaldelli a scristianizzare, dopo qualche generazione, le nazioni dove ancora svettano abbazie, cattedrali, chiese di straordinaria potenza e bellezza interna ed esterna.
Prima Lutero nel XVI secolo e poi Voltaire nel XVII secolo hanno lavorato a fianco delle forze malefiche per combattere la Chiesa di Roma, Una Santa Cattolica e Apostolica. Se dapprima le tesi volterriane sono state vincenti poiché c’era un nemico da abbattere, nel XXI secolo i loro risultati, all’atto pratico, iniziano a incrinarsi, a deteriorarsi all’interno di una molteplicità di contraddizioni, distribuite in un immenso labirinto dalle pareti tragicomiche: bikini e/o burkini? Sacerdoti e/o imam nelle chiese? Genitorialità o no alle coppie gay?… Interrogativi che denotano mostruosità fuori di senno e prive di coscienza. Le moderne ambizioni della Dignitatis humanae, un documento conciliare teologicamente tanto discusso quanto staccato dai parametri della vera e pacifica tolleranza cattolica, offrono oggi un frutto amaro sul quale possono operare alacremente gli invasori e prolifici musulmani.
La tragicommedia si conviene assai bene nella nostra epoca, quella che il maestro barocco di questo genere letterario, Pierre Corneille, illustrò così: «Ecco uno strano mostro (…) Il primo atto non è che un prologo, i tre seguenti sono una commedia imperfetta, l’ultimo è una tragedia, e tutto questo cucito insieme fa una commedia». Il Regno di Dio è tutt’altra cosa, un’apoteosi di magnificenza e armonia, beatitudine in terra (come dimostrano i santi) e beatitudine nell’eternità: qui Fede e ragione non obnubilano la mente e l’anima si libra serena nei cieli solcati dalla Verità portata dal Figlio di Dio. Niente a che vedere con gli abissi arati dal «giornalista» Voltaire, che si accontentava di «questo istante».

mercoledì 24 agosto 2016

Ricevuto dai Monaci di Norcia

Volentieri facciamo girare.

Cari amici,

Avete tutti ormai sentito del terremoto che ci ha colpiti la notte scorsa. Le forti scosse erano di magnitudo 6.2. Abbiamo passato le ultime ore ad osservare la situazione.

Primo: Stiamo tutti bene. Siamo vivi, e non abbiamo feriti da segnalare. Purtroppo però ci sono molti feriti nella regione, soprattutto tra gli abitanti dei paesini di montagna. Vi domandiamo di pregare per loro. Noi monaci faremo tutto il possibile per dare il nostro contributo sul territorio, ma avremo un gran bisogno del vostro sostegno spirituale.

Secondo: Come molti a Norcia e nelle aree circostanti, abbiamo subito ingenti danni agli edifici, specialmente alla nostra basilica. Ci vorrà del tempo per valutarne l’entità, ma è già molto triste vedere tutti i meravigliosi restauri fatti alla casa natale di San Benedetto trasformarsi in pochi secondi in rovine.

Terzo: Cosa fare? Vi domandiamo di pregare per noi, per chi ha perso la vita, per chi ha perso i propri cari, per chi ha perso la casa o i beni. Avremo bisogno del vostro aiuto come sempre, ma ora più che mai, per iniziare il progetto di ricostruzione. Per favore valutate la possibilità di fare un’offerta che ci aiuti ad iniziare.

I Monaci di Norcia

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Dear Friends,

Many of you have by now heard of the earthquake that struck us during the night. The quake was a powerful one with a magnitude of 6.2. We’ve taken the past few hours to assess the situation.

First: We are OK. We are alive, and the monks were not seriously injured. Sadly, there are many injuries to report among the people of the region, especially those in small mountain villages. Please pray for them. We monks will do what we can to contribute here on the ground, but we’ll need your spiritual support in a special way during this period.

Second: We, as many others in Norcia and surrounding areas, suffered a lot of damage to our buildings and especially to our basilica. It will take some time to assess the extent of the damage, but it is very sad to see the many beautiful restorations we’ve made to St. Benedict’s birthplace reduced, in a moment, to disrepair.

Third: What can you do? Please, pray for us, for those who have lost their lives, who have lost someone they love, who have lost their homes and livelihoods. We will need your help, as always but now in a special way, to start the project of rebuilding. Please consider making a gift to help us get started.

The Monks of Norcia



Islamici di qualsiasi denominazione contro i cristiani in un aforisma di P. Rebwar Basa, sacerdote di Mosul


A flagello taerremotus, libera nos Domine





Pietro Ferrari, Da S. Emidio a Crollalanza: l’uomo e le catastrofi naturali, in Radiospada, 14.7.2015

martedì 23 agosto 2016

Sunniti e sciiti hanno un comune obiettivo: i cristiani. Parola di P. Basa

Sunniti e sciiti, seppur di diversa denominazione islamica, hanno un obiettivo comune: i cristiani. Questa è la testimonianza di P. Rebwar Basa di Erbil, che smentisce – da testimone oculare e di prima linea – la vulgata dell’islam come religione di pace …. (cfr. anche Paolo Facciotto, «Solo riconoscere che è in atto un genocidio potrà aiutare i cristiani a restare in Iraq e in Siria», in LNBQ, 22.8.2016). Il fatto che sia stato contestato al Meeting CL di Rimini la dice lunga di quanto sia diffusa quest'erronea convinzione in Occidente e nella Chiesa, tanto da far credere che il Dio Triuno cristiano sia Allah, come nota il giornalista Antonio Socci in un recente suo contributo (Ma il "Dio" di Avvenire e ciellini è oggi Allah?, in Lo straniero, 20.8.2016, tradotto in inglese da Rorate caeli).


Nella vigilia di S. Bartolomeo e nella festa di S. Filippo Benizi, confessore, rilanciamo il seguente articolo, pubblicato anche da Chiesa e post-concilio.

Giovanni Battista Barca o Barchi, S. Bartolomeo tra i SS. Francesco d'Assisi, Antonio da Padova e Carlo Borromeo, 1620-50, Verona

Ambito campano, S. Bartolomeo, XVIII sec., Ariano Irpino

Francesco Vanni (attrib.), Madonna con Bambino tra i SS. Filippo Neri e Filippo Benizi, 1590-1610, Lucca


Anonimo veneto, S. Filippo Benizi, 1650-60, Padova

Francesco Curradi, Visione di S. Filippo Benizi, 1625-49, Basilica di S. Maria dei servi, Siena

Giovanni Bonazza, S. Filippo Benizi, 1713, Chiesa di S. Maria dei servi, Padova

IL PRETE IRAQENO CHE TURBA IL MEETING: «SCIITI E SUNNITI SI SCANNANO, MA IL LORO VERO OBIETTIVO SONO I CRISTIANI»


Padre Rebwar Basa è un iracheno di 38 anni, nato ad Erbil e ordinato sacerdote nel monastero di San Giorgio a Mosul. Un religioso nella polveriera di questi anni, che ha vissuto in un Iraq dovei cristiani sono sempre più minoranza, perseguitata da tutti i gruppi islamici del paese e con una vita resa difficile anche dal potere ufficiale. Al Meeting di Rimini per tre giorni è venuto a raccontare la sua storia a chi visita la mostra sui martiri cristiani organizzata dalla onlus Aiuto alla Chiesa che soffre. 
L’ho visto venerdì protagonista di un episodio che mai si era verificato al Meeting di Rimini: un testimone oculare di stragi, che racconta la propria storia e che viene messo in discussione, ritenuto inattendibile dal pubblico che ascolta. L’ho filmato durante quel braccio di ferro con il pubblico, e lui ha tenuto botta: «Io ho vissuto in Iraq, sono un testimone di quello che racconto. Lì siamo 300mila cristiani ancora. Qui si racconta una cosa vera, che i sunniti ammazzano gli sciiti e gli sciiti uccidono i sunniti. È vero, e ci sono motivi religiosi, politici ed economici in quelle stragi. Ma per gli uni e gli altri noi cristiani siamo il vero obiettivo. Questo bisogna dirlo. Ogni tanto leggo che i cristiani sarebbero vittime collaterali di un conflitto. No, non è così: sono l’obiettivo principale. C’è una persecuzione che è anche un genocidio, e di questo dobbiamo parlare». 
Il pubblico rumoreggiava, contestava apertamente. Padre Rebwar con calma ha replicato: «Non vi fidate di me? Non ci credete? Potete anche approfondire: ci sono mass media, ci sono libri, ci sono altri testimoni. Potete informarvi. Però qui spesso si ha paura di parlare per non toccare la sensibilità di altre religioni, di non dire questo, non dire quello. E state vedendo grazie a questo atteggiamento come è diventata la situazione dell’Europa, dove siete la maggioranza come cristiani e vivete in allerta. Immaginate cosa si vive da noi in Iraq, dove siamo lo 0,5% della popolazione. Qui da voi ci sono ragazzi dell’islam che partono per andare a combattere in Iraq e in Siria, pronti a morire. E i vostri giovani non sono pronti nemmeno più a partecipare a una Santa Messa».
Ieri sono andato a trovarlo e gli ho chiesto se era stupito di questa incredulità. Mi ha fatto capire di no, che non è la prima volta. Ho sentito le sue parole vibranti sugli errori dell’Occidente, ma lui ora quasi se ne ritrae: «Voi in Occidente siete molto più sviluppati che da noi, non posso dirvi cosa dovete fare. Secondo me c’è un solo criterio per giudicare quel che sta avvenendo: la libertà. Dove la libertà è assicurata, non c’è conflitto, non c’è ingiustizia. Ma per esserci libertà bisogna che una minoranza possa vivere in pace, e da noi questo non accade. L’islam è una religione, che però spesso viene catturata dalla ideologia che lo rende radicale. I giovani che corrono a combattere con l’Isis sono vittime di questi islamici che gli insegnano l’odio, dicono loro di non accettare le diversità, di considerare gli altri infedeli. E quell’odio diventa persecuzione nei nostri confronti. Questo bisogna saperlo...».

sabato 20 agosto 2016

Esiste Colui che chiederà conto di tutto? Un aforisma di Solženicyn


Così crolla una civiltà

Nella festa di S. Bernardo di Chiaravalle, dottore della Chiesa e confessore, rilanciamo quest’interessante contributo, pubblicato anche da Corrispondenza romana.




Autore sconosciuto, Pala di S. Bernardo con scene della sua vita, 1285-90, Museu de Mallorca, Palma, Majorca

Juan Correa de Vivar, Morte di S. Bernardo con La Vergine ed i SS. Lorenzo e Benedetto, 1566, museo del Prado, Madrid

Anonimo, Madonna con Bambino con i SS. Vincenzo, Bernardo e Defendente, XVI sec., chiesa di S. Bernardo di Cerete Basso, Cerete

Autore ignoto, S. Bernardo, XVII-XVIII sec., Abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore, Westmalle, Malle

Alejandro de Loarte, Miracolo di S. Bernardo, 1620, museo del Prado, Madrid


Wouter Crabeth II, S. Bernardo converte il duca Guglielmo d'Aquitania, 1641


Gaspar de Crayer, S. Stefano Harding ammette Bernardo nell’Ordine cistercense, 1660 circa, Art Gallery of Ontario, Toronto

Ambito veneto, Madonna in gloria con S. Bernardo, XVIII sec., Verona

Giovanni Odazzi, Miracolo della Lattazione di S. Bernardo alla presenza di S. Agostino, 1720-31, Palazzo ducale, Gubbio

Jacques Joachim de Soignies, Visione di S. Bernardo, 1757, chiesa di Santa Valdetrude, Mons

Francisco Muntaner Moner, stampa della Lattazione di S. Bernardo da un'opera del Murillo, 1791-1800, museo del Prado, Madrid

Autore ignoto, Il Crocifisso abbraccia S. Bernardo, 1906, Chiesa di San Bernardo, Bornem

Così crolla una civiltà

Denatalità, aborto, celibato, divorzio, malthusianesimo: ecco perché è finito l’Impero romano Lo storico francese De Jaeghere racconta l’epoca del disincanto che tiene di mira l’occidente

di Giulio Meotti


Thomas Cole, “La distruzione dell'Impero romano” (particolare), 1836 (New York, Historical Society). Il dipinto, allegorico, è ispirato al sacco di Roma del 455 a opera dei Vandali

Prima fu Montaigne, che nel freddo inverno del 1580 a Roma si guarda intorno e riflette sulla “grandezza infinita” soffocata sotto quei ruderi. Poi Piranesi e Goethe, che si soffermano davanti alle rovine del Foro romano, alle occhiaie vuote del Colosseo, all’immensità delle Terme di Caracalla. Due secoli dopo, davanti a quella stessa maestà indistruttibile, fu Edward Gibbon a interrogarsi sui motivi che portarono alla fine del maggior impero della storia, a descriverne il rapido declino e l’agonia. Passano altri due secoli e uno storico inglese, Michael Grant, individua le somiglianze fra Roma e l’occidente: i ricchi, come allora, enormemente ricchi, che si distaccano dal tessuto sociale; la borghesia che perde ogni capacità di resistenza; la burocrazia che si estende in modo incontrollabile; la classe politica che vive isolata dai sentimenti delle masse. Le orde dei barbari, i fantasmi delle province periferiche, le ville dei senatori egoisti, i fragori degli scontri religiosi e razziali passano ammonitori, costantemente tenendo di mira il presente.
L’idea del declino occidentale spiegato attraverso la storia di Roma non è affatto nuova. Dopo la Prima guerra mondiale, un insegnante tedesco prematuramente in pensione di nome Oswald Spengler aveva pubblicato il primo volume di uno dei libri più influenti del secolo, “Der Untergang des Abendlandes”, tradotto come “Il tramonto dell’occidente”. Un testo accantonato nella seconda metà del secolo, troppo turgida la sua prosa, troppo acceso il suo debito nei confronti di Nietzsche, troppo evidente la sua influenza sui nazisti. Poi, fino al crollo dell’Unione sovietica, gli storici si sono concentrati su quello che lo storico britannico J. M. Roberts ha chiamato “Il trionfo dell’occidente”, in un libro pubblicato nel 1985. Vi è stata poi la consolidata tradizione liberal espressa da Gore Vidal nel suo “Declino e caduta dell’impero americano”, il rischio che gli Stati Uniti potessero fare la fine di Roma, la paura che le istituzioni repubblicane potessero essere danneggiate da una presidenza imperiale.
Adesso Roger-Pol Droit, classe 1949, accademico francese e filosofo di fama internazionale, affronta l’argomento in uno strepitoso saggio di copertina della rivista Le Point, dove campeggia l’immagine di Roma in rovina. “Francia, Belgio, Germania, si moltiplicano gli attacchi terroristici”, scrive Roger-Pol Droit. “Mentre aumenta il numero delle vittime, l’impotenza e la fragilità della nostra civiltà, la sua usura e il suo declino, hanno cominciato a perseguitarci”. Ovunque ci sono segni di frattura: “I jihadisti hanno condotto l’assalto contro le libertà delle democrazie laiche. Le nostre paure sono innumerevoli: pandemie, invasioni, cambiamenti climatici, veleni alimentari, estinzione delle specie… Il caos e le lacrime occupano l’immaginario collettivo, ormai saturo di confronti simbolici. Forse un giorno parleranno di noi come si parla dei dinosauri: un universo strano, andato, inghiottito. Non appena ci guardiamo indietro, che spettacolo! Civiltà scomparse hanno lasciato dietro di sé macerie, capolavori e domande per lo più senza risposta”.
Roger-Pol Droit fa l’esempio di otto civiltà perdute, oltre a Roma. Come la Mesopotamia, il territorio dell’Iraq moderno, dove più di tremila anni prima di Cristo la civiltà sumera aveva inventato la scrittura, i contratti commerciali, e altri fattori chiave del progresso. “Rivolte e rovesci militari possono essere la causa della sua morte”. C’è la storia di Creta, l’isola del re Minosse, che “ha visto una fiorente civiltà i cui palazzi, scritture, metallurgia, ceramica e terracotta, affreschi e raffinatezza non hanno smesso affascinare Arthur John Evans. Le ragioni della sua scomparsa sono controverse e i terremoti non sono più considerati una spiegazione sufficiente”. Ci sono gli Olmechi del Messico: “Le cause della loro scomparsa rimangono sconosciute”. Si passa dagli Etruschi ai Nabatei di Petra, la capitale scavata nella roccia. Per arrivare al regno Khmer: “Questo vasto impero sembra essere crollato sotto una combinazione di eccessiva burocrazia, immigrazione e impoverimento del suolo”. E per concludere con gli Anasazi in America (“sappiamo solo che i loro villaggi furono abbandonati molto tempo prima dell’arrivo degli europei) e l’Isola di Pasqua nel Pacifico: “Abitata, fiorente, poi abbandonata per ragioni che sono ancora oggetto di discussione”.
Le civiltà muoiono dall’esterno o dall’interno? Questo è il quesito più affascinante e riguarda anche l’occidente contemporaneo. “La loro scomparsa è il frutto di aggressioni esterne (guerre, disastri naturali, epidemie) o la conseguenza di una erosione interna (decadimento, incompetenza, scelta disastrosa)?”, si chiede Roger-Pol Droit. Arnold Toynbee, nel secolo scorso, è stato irremovibile: “Le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio”. Questa formula dello storico britannico, autore di uno studio monumentale di storia in dodici volumi, pubblicati dal 1934 al 1961, è diventata celeberrima. Lo studioso francese René Grousset ha sviluppato la stessa idea: una civiltà è distrutta dalle proprie mani. “Nessuna civiltà viene distrutta dall’esterno senza essersi innanzi tutto essa stessa deteriorata, nessun impero viene conquistato dall’esterno senza essersi precedentemente autodistrutto”, scriveva Grousset. “E una società, una civiltà non si distruggono con le proprie mani che quando hanno cessato di capire la loro ragione d’essere, quando l’idea dominante intorno alla quale si erano dianzi organizzate ridiventa loro estranea”.
Nel 2005, Jared Diamond, professore di geografia presso l’Università della California, nel suo libro “Collapse” indica cinque fattori principali di mortalità delle civiltà, in testa il cambiamento climatico. E’ il caso dei vichinghi, che in Groenlandia prosperarono per quattro secoli, prima di degenerare rapidamente, fra violenze e carestie, rimanendo infine vittime della loro insipienza. C’è invece chi, come l’americano Joseph Tainter, autore del celebrato saggio “The Collapse of Complex Societies”, sostiene che a causare il crollo delle civiltà, come Roma, siano sistemi istituzionali sempre più costosi, la svalutazione monetaria, il debito pubblico, la tassazione e l’eccessiva regolamentazione. “Ogni civiltà ha la tendenza a credersi eterna”, scrive Roger-Pol Droit. “Non prevede la fine, tranne la nostra”. Roma, per esempio, non ha mai pensato che il suo regno si sarebbe estinto. Le generazioni hanno visto un mondo che si stava disintegrando, ma per secoli, nonostante lo scricchiolio, l’edificio sembrava immortale. “Ci sono solo tre possibili ipotesi”, conclude il filosofo francese. “Il più ottimista in cui ci si illude che la nostra sopravvivenza sia altamente probabile. Il più pessimista: la nostra terra un giorno non lontano sarà fredda come la luna. L’ipotesi più plausibile è che i nostri attuali stili di vita periranno, ma tutto il resto vivrà. Come al solito”.
Un altro storico francese, Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, nel suo libro di seicento pagine “Les derniers jours”, gli ultimi giorni, spiega che la vera grande causa della caduta dell’impero fu l’implosione demografica. Il volume è stato appena tradotto in italiano dalla casa editrice Leg, nella bella traduzione di Angelo Molica Franco. De Jaeghere spiega che “a partire dal Terzo secolo il declino demografico divenne evidente”. Non ci fu soltanto la “peste antonina”, che imperversò sotto Marco Aurelio e Commodo. La crisi economica, l’insicurezza, il brigantaggio, scoraggiarono la natalità, che smise di garantire anche il semplice rimpiazzo delle generazioni. In Gallia la popolazione era regredita del venti per cento. “Le famiglie erano fragili e poco feconde. Il concubinato rimaneva la norma, il divorzio era frequente, la mortalità elevata. Le province di frontiera del Reno e del Danubio (Rezia, Norica, Pannonia, Mesia) avevano una densità di popolazione bassissima; per questo avrebbero esercitato sui barbari che vivono dall’altro lato del confine un’attrazione irresistibile. La perdita della pietas si tradusse, da dopo l’apogeo dell’Alto Impero, in uno spopolamento che avrebbe avuto un grande peso sui destini del mondo romano. Se si arrivò a reclutare i barbari nell’esercito, a donare loro delle terre, se si cercò di imprigionare i popoli sotto un giogo fiscale, amministrativo e finanziario, fu in gran parte perché il censo ogni cinque anni costringeva le autorità a constatare che la popolazione romana diminuiva di continuo, persino nelle provincie non esposte all’invasione e alla guerra”. L’archeologia porterà alla luce cimiteri in luoghi dove due secoli prima esistevano alcuni dei più prestigiosi edifici della vita urbana. “L’impero d’occidente non aveva più una popolazione sufficiente e quindi meno ricchezze per affrontare lo sforzo sovrumano che richiedeva, in termini di uomini e di denaro, la difesa del suo vasto territorio e delle sue lunghissime frontiere”. Augusto aveva promulgato delle leggi contro i celibi (riguardavano solo i cittadini romani, quindi in sostanza solo la popolazione italiana). Lucano aveva descritto, sotto Nerone, la desolazione di un’Italia in cui “pochi abitanti vagano per le strade deserte di antiche città”. 
La crisi demografica accasciò l’impero nei primi due secoli della nostra èra: “Nell’età dell’oro dell’Alto Impero, all’apogeo della civiltà. Il divorzio era diventato una pratica comune tra le élites alla fine della Repubblica, sotto l’influsso dei costumi ellenistici”. La contraccezione era praticata in tutta la scala sociale: “Galla – scriveva Marziale in uno dei suoi Epigrammi – vuole essere soddisfatta ma non vuole figli”. “Qui – dichiarava un contadino di Crotone nel ‘Satyricon’ di Petronio – nessuno cresce bambini perché se si hanno degli eredi naturali non si viene invitati ai banchetti, né agli spettacoli, si è esclusi da ogni piacere e si vive in tristezza tra la feccia”. Le fonti letterarie ci informano della varietà dei metodi utilizzati: amuleti e pozioni magiche, periodi di astinenza, impacchi o beveroni a base di noce di galla, di ferola erubescente, di artemisia, di scorza di melograno, di polpa di fico secco. “Nel II secolo l’aborto, che fino ad allora veniva praticato per far sparire bambini nati da amori clandestini, si estese a grande scala tra le coppie dell’alta società. L’infanticidio di una creatura non riconosciuta dal padre non veniva punito dalla legge. L’omosessualità era diffusa”. Se lo spopolamento venne aggravato dalle epidemie di peste scoppiate ai tempi di Marco Aurelio e di Claudio II, oltre che dai cinquant’anni di guerra e di distruzioni del III secolo, questo tuttavia non fu solo la conseguenza della crisi dell’impero, “ma anche lo specchio di un disincanto, il frutto di un materialismo che portava a ritenere la famiglia una forma di schiavitù, il bene comune una chimera e la felicità di vivere senza obblighi, invece, come il fine supremo dell’esistenza”. Per dirla con Papa Benedetto XVI, “il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando”.  Michel De Jaeghere spiega ancora che “i privilegiati praticavano un malthusianesimo che garantiva loro di soddisfare la propria arte di vivere, i contadini evitavano gravidanze che li avrebbero fatti vivere nell’imbarazzo, le masse urbane li imitavano per preservare il livello di vita che veniva loro assicurato, senza eccessivo sforzo, dagli aiuti e dalle distribuzioni statali”. Una serie di leggi d’ispirazione cristiana tentò, nel IV secolo, di rilanciare la demografia: con impedimenti al divorzio, multe per la rottura dei fidanzamenti, repressione degli stupri, dei rapimenti, dell’omosessualità, dell’adulterio, senza che in apparenza si ottenesse alcun risultato. “Si stima che il tasso di fecondità delle famiglie aristocratiche non fosse superiore a 1,8 figli per donna, nel IV secolo”. Appena un po’ meglio di quello dell’Europa di oggi (1,5).
Michel De Jaeghere conclude indicandoci Roma come un monito: “Possiamo stare tranquilli davanti allo spettacolo della nostra prosperità senza precedenti, delle nostre tecnologie sempre più sofisticate, di un mondo le cui connessioni virtuali danno l’illusione dell’onnipotenza. Possiamo persuaderci del fatto che i sintomi che annunciavano la caduta dell’Impero romano di occidente si erano manifestati in modo chiaro ai loro contemporanei. Che le élites del V secolo (la generazione degli ultimi Romani che fu testimone del sacco di Roma e della perdita della sua potenza) avevano presagito che avrebbero vissuto grandi avvenimenti, che il destino li aveva scelti per assistere all’affondare del più grande impero mai esistito sotto il cielo. Che non soffriremo alcun male finché non noteremo nessuno dei segnali che avevano fatto intuire loro il disastro. Non è così, però. I contemporanei della fine dell’impero romano, infatti, rifiutarono di crederci per tutto il tempo in cui riuscirono ad afferrarsi alle loro chimere. Roma ci serve da avvertimento”.
Edward Gibbon nel suo capolavoro sul crollo dell’Impero romano indica il ruolo decisivo giocato dall’islam, che prima diede un colpo mortale al ramo d’occidente avanzando in Francia fino a Poitiers (732), e che poi fece crollare quello d’oriente con la presa di Costantinopoli (1453). Siamo al terzo capitolo di questa saga?