sabato 20 gennaio 2018

Aforisma di Alphonse Ratisbonne sulla Vergine Maria


La chiesa dei tre papi

Nella festa dei SS. Martiri Sebastiano e Fabiano papa, rilanciamo questo contributo storico del card. Brandmüller, risalente a circa tre mesi fa, che, probabilmente, ci apre prospettive sulla Chiesa d’oggi.

Ambito marchigiano, S. Fabiano papa, XVI-XVII sec., Macerata

Paolo Farinati, SS. Sebastiano, Giacomo Maggiore e Fabiano papa, 1582, Verona

Luigi Morgari, S. Fabiano papa, 1896-97, Piacenza

Abramo Spinelli, SS. Sebastiano, Agnese, Fabiano papa, Fermo e Rustico, martiri, 1896, Bergamo

Juan Carreño de Miranda, S. Sebastiano, 1650-60, York Art Gallery, York

Antonio De' Pieri (attrib.), Martirio di S. Sebastiano, 1750 circa, Vicenza



Filippo del Giudice,  Simulacro Argenteo di San Sebastiano Martire, Patrono della Città di Gallipoli, 1770, Basilica Concattedrale di Sant’Agata,  Gallipoli. Si legge alla base ISTEQUE MORBO LIBERAT URBEM!


Nicola Malinconico, Martirio di S. Sebastiano, XVIII sec., Altare di S. Sebastiano, Basilica Concattedrale di Sant’Agata,  Gallipoli

Anton (Toni) Kirchmayr, Martirio di S. Sebastiano, 1890-99, Alba

La chiesa dei tre papi

Seicento anni fa l’elezione “miracolosa” di Martino V pose fine allo scisma d’occidente. Tra divisioni e lotte, una soluzione sembrava impossibile. Lezioni utili per l’oggi



Il conclave dal quale l’11 novembre 1417 il cardinale Odo Colonna uscì come Papa Martino V, rappresenta un evento straordinario nella storia della Chiesa. Sia la situazione di partenza e le circostanze dell’elezione, sia il collegio degli elettori e la procedura stessa non avevano precedenti nella storia dei Papi. Diamo anzitutto uno sguardo alla situazione in cui si trovava la Chiesa quando gli elettori entrarono in conclave a Costanza. La Chiesa, a quel tempo, stava vivendo ormai da quarant’anni in una situazione di scisma. O meglio: dopo l’elezione dell’antipapa Clemente VII, avvenuta a Fondi il 20 settembre 1378, c’erano prima due e poi, dopo il fallito tentativo di composizione a Pisa nel 1409, addirittura tre “Papi”, ognuno dei quali rivendicava la propria legittimità come successore dell’apostolo Pietro.
Per porre fine a quella infelice divisione della Chiesa, nel 1414 il Rex Romanorum Sigismondo, insieme con uno dei tre concorrenti, Baldassarre Cossa, ovvero Giovanni XXIII, convocò un concilio a Costanza, che di fatto fu il sinodo più grande e splendido della Chiesa nel medioevo. In seguito alla rinuncia alle proprie rivendicazioni, fatta lì da due dei tre “Papi” – vale a dire Gregorio XII e Giovanni XXIII (quest’ultimo in seguito alle forti pressioni del concilio) –, rimaneva solo Benedetto XIII, ovvero Pedro de Luna, residente nel regno di Aragona, che venne destituito dal concilio nel 1417.
La strada per un Pastore supremo della Chiesa riconosciuto da tutti era dunque stata spianata. Pertanto, non fu la morte di un Papa legittimo a portare alla sede vacante e al conclave – come di norma accade – bensì la rinuncia, ovvero la destituzione di presunti Papi la cui legittimità era discutibile. È dunque questa la prima peculiarità.
La seconda è rappresentata dalle circostanze di questa insolita elezione. La sua straordinarietà non consiste nel fatto che è avvenuta fuori Roma, bensì che si è svolta durante un concilio appositamente convocato, senza che il concilio stesso partecipasse all’elezione. E questo ci porta al terzo punto: il collegio degli elettori.
Dopo il decreto sull’elezione del Pontefice di Papa Niccolò II del 1059, questo normalmente era costituito solo da cardinali.
Ora, però, a Costanza si pose la domanda se in realtà esistevano ancora cardinali legittimi, poiché quelli che si trovavano lì erano stati tutti creati da uno dei tre antipapi. Ma potevano dei cardinali illegittimi eleggere un Papa legittimo? Con un’urgenza senza precedenti sorse dunque la domanda su chi, in quelle straordinarie circostanze, avesse il diritto di eleggere il Papa. Occorreva senz’altro trovare una soluzione che non potesse essere contestata da nessuna delle parti se non si voleva mettere a repentaglio la riuscita dell’elezione già in partenza. Si trattava di eleggere un unicus et indubitatus pontifex.
Come raggiungere tale obiettivo se la legittimità dei cardinali – anche se riuniti in un unico collegio – comunque non era al di sopra di ogni sospetto? Comunque, se c’erano dubbi circa la legittimità dei cardinali, non c’erano però sui partecipanti al concilio. Furono queste considerazioni ad animare le lunghe consultazioni, in seguito alle quali venne elaborato un sistema elettorale assai complicato. Ma che aspetto aveva? È fuori questione che il peso decisivo dovesse spettare al concilio. Essendo costituito da cinque nazioni – italiana, francese, inglese, tedesca e spagnola – fu deciso che ognuna di loro dovesse scegliere tra i propri membri sei elettori, che si sarebbero uniti al collegio cardinalizio. Riguardo alla votazione stessa, per l’elezione erano necessari almeno due terzi da ciascuno di questi sei gruppi.
Il rischio che tale procedura comportava è evidente: bastavano tre voti di una sola nazione per bloccare l’elezione! Sarebbe mai stato possibile mettersi d’accordo? Che tipo di conclave si profilava? Quali conflitti incombevano? E per quanto tempo si sarebbe stati costretti a sopportare il freddo invernale nelle stanze non riscaldate?
Nondimeno – disse il cardinale francese Fillastre, uno tra i principali artefici del concilio – fu scelto questo sistema di elezione. I cardinali, inoltre, si erano dichiarati disposti ad associarsi a un voto unanime delle nazioni e a rimettere l’intera questione dell’elezione al cielo. Quando il 28 ottobre 1417 fu comunicata questa conclusione, a Costanza suonarono tutte le campane. La regolamentazione fu sancita nella sessio solemnis del concilio del 30 ottobre.
Fu altresì deciso di procedere alla votazione anche in assenza dei cardinali rimasti con Benedetto XIII, a meno che non fossero arrivati a Costanza prima della conclusione del conclave e si fossero uniti al concilio. Al tempo stesso venne istituita una commissione composta da due cardinali e due deputati di ciascuna nazione, che doveva riunirsi subito per occuparsi dei preparativi tecnici e giuridici del conclave.
Bisognava poi scegliere i conclavisti, vale a dire i due segretari o servitori che potevano accompagnare ogni elettore. Tra questi ci furono senz’altro personaggi di rango e di spicco, al cui consiglio non si voleva rinunciare e che a loro volta consideravano questo compito un onore. Inoltre, avrebbe potuto dare loro la possibilità di esercitare una certa influenza. Infine furono nominati anche i guardiani del conclave.
Durante la sessio solemnis dell’8 novembre tutte queste persone prestarono giuramento dinanzi al cardinal decano de Brogny, dopo la lettura delle disposizioni per il conclave di Clemente II, che attenuavano un poco le rigide disposizioni di Ubi periculum di Gregorio X. Pertanto, gli elettori poterono farsi accompagnare da due conclavisti e fu abolita la limitazione a pane e acqua. Si pranzò presto, cavalcando poi verso la piazza antistante il palazzo vescovile, dove re Sigismondo salutò ognuno dei 53 elettori con una stretta di mano. Riuniti intorno a lui, tutti si inginocchiarono, dopodiché il vice-camerlengo di Santa Romana Chiesa Manroux, Patriarca titolare di Antiochia, uscì dalla cattedrale con il servizio liturgico, pronunciò alcune preghiere e impartì la benedizione a quanti erano lì presenti. Poi tutti montarono di nuovo a cavallo e si recarono – Sigismondo in testa – al “magazzino” sulle rive del lago, dove era stato allestito il conclave.
Davanti al portone, il Rex Romanorum accolse di nuovo ogni singolo elettore, chiedendo a ciascuno di mettere da parte qualsiasi passione e considerazione umana e dare alla Chiesa, in pace e amicizia, un Pastore gradito a Dio.
Il Gran Maestro dell’Ordine cavalleresco di Rodi – oggi di Malta – chiuse il portone e da quel momento rimase lì giorno e notte. Era accompagnato da due principi, che avevano appeso al collo le chiavi del conclave, mentre sei uomini armati facevano la guardia sulle scale. L’osservatore, al quale dobbiamo questo racconto, notò che nessuno osò dire anche una sola parola.
Davanti alle scale che portavano al magazzino, gli scrutatores ciborum avevano un grande tavolo, sul quale dovevano esaminare tutto il cibo e le bevande che venivano portati, per verificare che non ci fossero, per esempio, messaggi nascosti. Il mattino seguente sarebbero poi iniziate anche le processioni rogatorie quotidiane, per impetrare la benedizione di Dio sull’elezione.
Gli elettori erano quindi entrati in conclave. La vista che si offrì loro probabilmente li rallegrò, poiché da agosto erano stati compiuti grandi sforzi per rendere il magazzino un teatro degno dell’evento storico. Nei due piani superiori erano state create, separandole con dei tendaggi, cinquantasei celle doppie, tutte arredate, di cui tre erano riservate ai cardinali che eventualmente sarebbero giunti da Peñíscola. Naturalmente era stata allestita anche una cappella. Probabilmente non fu accolto con altrettanto piacere il fatto che le finestre del primo piano fossero state murate e che quelle del piano superiore fossero state sprangate con delle assi, costringendo gli elettori a vivere giorno e notte alla luce delle candele.
È sempre il cronista Richental, con il suo amore per i dettagli e le sue conoscenze, a darci informazioni precisissime sull’allestimento del conclave, raccontandoci perfino che c’erano due “camere segrete”, una per piano. L’arredamento delle singole celle consisteva in un letto e un tavolo. Davanti alla cella c’era una cameretta per il conclavista. La distribuzione era organizzata in modo che nessuno avesse un vicino della propria nazione. Ora potevano sistemarsi – nessuno sapeva per quanto – nelle loro camerule.
Era già notte e ancora non era stato chiamato l’extra omnes. Sigismondo, sapendo che il vice-camerlengo Louis Aleman – persona a lui non grata – doveva trovarsi lì d’ufficio, agitato si recò dagli elettori riuniti nella cappella del conclave lamentandosi amaramente della nomina di Aleman: o se ne va lui – concluse – o me ne vado io! Per evitare uno scandalo, gli elettori spinsero il vice-camerlengo a nominare per quella volta un suo sostituto. La sua scelta cadde sull’abate di Tournus e Sigismondo lasciò il conclave, che dunque venne chiuso.
Il racconto più dettagliato e cronologicamente preciso degli eventi nel conclave è quello indirizzato dall’ambasciatore aragonese Felip de Malla al suo re. Secondo tale racconto, l’elezione vera e propria iniziò la mattina del 9 novembre, dopo che Fillastre ebbe celebrato la messa e Brogny ebbe rivolto un discorso agli elettori, ricordando l’immensa responsabilità a loro affidata. Per prima cosa le persone riunite chiarirono la maniera in cui si sarebbe proceduto, in particolare la questione del modo della votazione, decidendo che si doveva votare per iscritto, ma non in segreto. Durante questi chiarimenti, nel conclave si udirono le preghiere e i canti della grande processione rogatoria quotidiana del concilio, che era appena passata per la prima volta davanti al magazzino. Il testimone racconta che in seguito anche nel conclave si era diffuso un clima di contemplazione e di devozione. Non pochi avevano versato lacrime di pia commozione e de Malla vedeva in ciò un segno della serietà e della purezza d’intenzione che animavano gli elettori. Dopo essersi accordati sulla procedura dell’elezione, la maggior parte di loro si ritirò nella propria cella per meditare e, come osserva in particolare lo stesso de Malla, malgrado gli spazi ristretti, nei piani superiori del magazzino regnarono silenzio e raccoglimento. La mattina del 10 novembre ci si alzò molto presto per assistere a tre messe celebrate dal vescovo de Dominicis e dai cardinali de Chalant e Fillastre. Seguì poi il primo scrutinium. Naturalmente nelle settimane precedenti erano già stati fatti nomi di papabili, e generalmente si pensava a un italiano. L’aragonese Macià des Puig riferì al suo re che si parlava di Colonna e Foix, ma anche di Bertrands, il vescovo di Ginevra, e di Conzié. Si attendeva dunque con grande interesse il risultato della prima tornata.
Dopo che l’ultimo votante ebbe depositato la sua scheda nell’urna, il cardinale diacono più anziano – si trattava di Saluzzo – si avvicinò, estrasse ogni singolo foglio, lesse a voce alta i nomi che vi erano scritti, chiedendo poi se l’elettore riconosceva la scheda come propria. Emerse così che spesso su una scheda erano stati scritti più nomi, fino a dodici, secondo Fillastre. Successivamente uno dei notai lesse quanto da lui scritto, per confrontarlo con quanto annotato da altri, dopodiché ci fu il conteggio. Per un caso fortuito, nell’Archivio di stato di Torino ho trovato le annotazioni di un anonimo partecipante al conclave, che ha preso appunti durante la lettura del risultato della votazione. Fillastre nella sua relazione si limita a osservare che non è stata raggiunta la maggioranza dei due terzi.
Tuttavia, i dettagli del risultato non sono privi d’interesse, poiché rappresentano più la selezione di possibili candidati che una vera e propria elezione. In effetti, compaiono alcuni nomi di personaggi notoriamente considerati papabili. Basta analizzare il voto dei cardinali in tal senso. Essi erano concentrati su Brogny (8), Lando (12), Saluzzo (13), Colonna e Fillastre (5 ciascuno). Dalle nazioni degli inglesi e dei tedeschi i cardinali ottennero solo qualche singolo voto.
Di nuovo, il pomeriggio del 10 novembre non ci fu alcun atto ufficiale del conclave, ma ci furono colloqui privati, dai quali emersero diverse preoccupazioni e timori. L’accumulo di nomi su una singola scheda era considerato inopportuno da alcuni, che invitavano a una votazione chiara, palese. Altri invece vedevano questo accumulo piuttosto come una facilitazione dell’accesso, che alla fine era ciò che importava. Non pochi espressero la loro preoccupazione che potessero scoppiare momenti di discordia, e che dunque si potesse profilare un conclave molto lungo. Ma tutti ci tenevano in modo evidente a mantenere la concordia e la pace.
Passò così un altro giorno. Quello seguente, festa di san Martino, iniziò con una messa, celebrata questa volta dal cardinale Panciera, e con preghiere per una buona votazione. Seguì dunque il secondo scrutinium. Mentre venivano contati i voti e la tensione cresceva, la processione rogatoria quotidiana si avvicinò di nuovo al magazzino. Il canto degli inni – c’erano 150 voci bianche – penetrò anche le mura del conclave, e il nostro testimone catalano afferma di non avere mai sentito un canto tanto commovente, addirittura celestiale, come quello. Molti di quanti erano lì riuniti si erano commossi fino alle lacrime e avevano seguito spontaneamente l’invito a inginocchiarsi e pregare. Con voce smorzata venne cantato il Veni creator, de Brogny pronunciò l’orazione Deus, qui corda fidelium, poi tutti tornarono al proprio posto e fu completato il conteggio dei voti. Il risultato non fece presagire ancora nessun cambiamento di tendenza. Il numero dei voti dei cardinali per i favoriti cambiò in modo poco rilevante. Colonna guadagnò tre voti, arrivando a otto. Anche questa volta non era stata presa alcuna decisione. La ragione per cui non ci fu una terza tornata non viene spiegata da nessuno dei nostri testimoni, i quali raccontano solo che a quel punto avvenne l’accesso.
Gli eventi iniziarono a precipitare. Gli spagnoli si accordarono sul vescovo di Ginevra e i cardinali Brogny e Saluzzo, gli italiani e gli inglesi su Colonna; a loro si unirono – improvvisamente – anche Correr e Condulmer, e poi l’intera Natio Germanica. Da quella Hispanica, a Colonna mancavano solo i voti dei vescovi di Cuenca, Badajoz e Dax. E anche tre da quella Gallicana. Nemmeno il tempo di due Padre nostro, e l’elezione fu fatta. Mai come in quel momento – così Felip de Malla – aveva sentito tanto la forza della preghiera. Nel giro di mezz’ora – il “protocollo” di Torino parla addirittura di soli venti minuti – era avvenuta l’accesso e c’era stata una votazione unanime in plena et perfecta concordia.
Alla domanda se accettasse l’elezione, Colonna rispose: “Dio Onnipotente, tu rendi giusto il peccatore, tu hai fatto questo, a te onore e gloria”.
Poi, in ordine di rango e dignità, i singoli elettori e conclavisti si fecero avanti per baciare piede, mano e labbra al Papa. Così venne accettato da tutti come Pontefice massimo e romano – dice Fillastre – e gli venne suggerito di prendere il nome del santo del giorno, Martino, cosa che egli fece. Il Papa si recò poi nella sua cella e indossò le vesti pontificali, dopodiché fu sollevato sull’altare della cappella del conclave e venne intonato il Te deum, questa volte ad alta voce. Il vice-camerlengo Louis Aleman fu fatto entrare nel conclave attraverso la finestra, dopodiché venne aperto il portone e annunciato: Habemus Papam. Sigismondo, raggiante di gioia, fu il primo a entrare, seguito dagli altri guardiani del conclave, per rendere l’obbedienza al Papa.
Subito, e senza pranzare, fu poi organizzata la processione solenne, che a causa dell’incredibile folla accalcata nelle strade, raggiunse la cattedrale solo a fatica. Lì il Papa impartì la benedizione, e poi tutti a tavola. “Gloria e lode all’Altissimo, che ha fatto accadere questo in pace e ha fatto unire la Chiesa sotto un solo capo”, così Fillastre.
L’elezione unanime di un verus, unicus et indubitatus pontifex fu il vero e storico atto del concilio. Con essa, il concilio, che solo poche settimane prima era diviso in partiti, aveva superato se stesso. Questo, perlomeno, ritenevano i partecipanti al concilio de Malla e il senese Mignanelli. Se avevano nutrito grandi timori proprio in considerazione della procedura elettorale complicata e per questo suscettibile di creare contrattempi, nelle loro relazioni sul conclave diedero ampia espressione alla loro meraviglia e allo stupore per l’effettivo svolgimento dell’elezione. Furono unanimi anche nell’esprimere, con parole convinte, perfino commosse, la loro gratitudine per la pace, la concordia e l’amore, come anche l’alto senso di responsabilità e di pietà che secondo avevano regnato nel conclave. Essi sono ancor più convincenti in quanto le loro relazioni – se si prescinde forse da quella di Fillastre – non erano destinate al pubblico, bensì alla cancelleria reale di Aragona e al Concistoro di Siena, quindi a uso interno.
Questo conclave di Costanza appare dunque come un evento di straordinaria spiritualità, che veniva percepito tanto più come un dono del cielo, in quanto gli antefatti erano di tutt’altro genere. Non solo i testimoni diretti, ma anche l’intera cristianità furono colmati di grande gioia e gratitudine per questa elezione e per la fine dello scisma che essa portò. Una testimonianza eloquente di ciò sono per esempio le cronache cittadine tedesche del tardo medioevo, nessuna delle quali menziona il concilio senza ricordare la felice elezione di Martino V: Item an sant Martins tag ward der babst Martinus erwölt, ain ainiger babst, gott sei gelopt. (Proprio il giorno di san Martino è stato eletto Papa Martino, un unico Papa, sia lode a Dio).

L’autore è presidente emerito del Pontificio comitato di Scienze storiche. Arcivescovo, il 20 novembre 2010 è stato creato cardinale da Benedetto XVI.

domenica 14 gennaio 2018

Lo strano caso della Seconda Lettura spezzettata e mal tradotta nella Messa della II Domenica del Tempo Ordinario secondo il Novus Ordo

Rilanciamo volentieri da Chiesa e postconcilio questo caso di erronea traduzione, o forse si dovrebbe dire di “addomesticamento” della traduzione in lingua italiana della Seconda Lettura nella messa secondo il Novus Ordo, celebrata nella II Domenica del Tempo Ordinario.

“Lo strano caso della Seconda Lettura spezzettata e mal tradotta nella Messa di domani: 1 Cor 6,13-20”

L'articolo pubblicato di seguito mostra un esempio lampante di come le traduzioni lasciate all'arbitrio delle singole conferenze epistolari (in seguito alla revisione della Liturgiam authenticamvedi qui e precedenti) possono dapprima annacquare e, come effetto finale, espungere le verità fondanti della nostra fede.

Questa è una di quelle letture che sono state completamente “fratturate” dai Liturgisti. Anche la traduzione è parecchio carente. Ma un motivo c’è sempre. Sono sicuro che pochissimi sacerdoti domani faranno riferimento a questa Seconda Lettura di San Paolo ai Corinzi, perché nettamente in contrasto con l’Amoris Laetitia e tutto l’insegnamento della neochiesa e di Bergoglio.
Non mi soffermo sul fatto che questa Parola sia stata “spezzettata”, perché il mio commento sarebbe troppo lungo. Lascio come sempre a voi lettori, ogni commento, contributo e aggiunta in merito.
Mi soffermerò solo su due punti che ritengo molto importanti da spiegare. Intanto vi posto la Lettura per intero (senza spezzettamenti – nella versione del 1974):

I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!». Ma Dio distruggerà questo e quelli; il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. 14Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.
15Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! 16O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo. 17Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. 18Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. 19O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?20Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,13-20).

Questa sopra, come vi ho detto, è la versione integrale del brano nella traduzione del 1974. Domani sarà letta completamente in modo diverso. Vi chiedo di procurarvi un “neomessalino” o magari anche il foglietto delle Letture per confrontare le differenze.
Intanto vi è un gravissimo errore di traduzione. Al v. 18 San Paolo scrive: “φεύγετε τὴν πορνείαν – feughete ten porneian”, che correttamente tradotto sarebbe: “fuggite la fornicazione!”.
Nella traduzione che invece sarà proclamata domani si legge: “state lontani dall’impurità”. Come potete notare vi è un totale cambiamento di significato nel messaggio dell’Apostolo. Un conto è dire in tono autorevole: “FUGGITE LA FORNICAZIONE”! Un’altra cosa è dire in tono sommesso: “state lontani dall’impurità”. Il tentativo di queste traduzioni faziosamente errate è quello di “smorzare” i toni della Parola, per essere sempre più “politicamente corretti”. Per “fornicazione” infatti San Paolo intende l’adulterio e le unioni omosessuali. Ai vv. 9-10, quindi immediatamente precedenti a questo testo (e non presenti nella Lettura), l’Apostolo dice infatti: “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio”. Mi pare che i toni di Paolo siano tutt’altro che sommessi. Ecco il significato di quel “fuggite la fornicazione!”, anziché “state lontani dall’impurità”.
Ma siamo nella neochiesa. Dove il neovangelo è l’Amoris Laetitia. Certe cose non si possono dire. Altrimenti qualcuno si può anche offendere. E poi…per dirla alla Bergoglio: chi siamo noi per giudicare??????
Qui non si pensa più alla Salvezza dell’anima. Qui si pensa a cercare di accontentare tutti. Ingannando i fedeli. E spalancando loro la porta dell’inferno. La situazione è gravissima!
L’altro aspetto che smonta completamente ogni insegnamento immorale della neochiesa è al v. 19: “ἢ οὐκ οἴδατε ὅτι τὸ σῶμα ὑμῶν ναὸς τοῦ ἐν ὑμῖν ἁγίου πνεύματός ἐστιν – o non sapete che il vostro corpo è Tempio dello Spirito Santo che è in voi…”. Una verità Assoluta. Il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo. E tutte le volte che si compie un peccato di “fornicazione”, vi è la profanazione di questo Tempio.
Il famoso sdoganamento dell’Amoris Laetitia alla n. 351 per le coppie di divorziati risposati di potersi accostare all’Eucaristia e alla Confessione, non è altro che un INVITO A PROFANARE IL TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO CON LA SANTISSIMA EUCARISTIA! Qui il messaggio della Parola di Dio è molto chiaro. Accostarsi all’Eucaristia con un tempio profanato, significa aggravare maggiormente quella profanazione e quindi il peccato. Che poi questo invito sia stato fatto da uno che riveste gli abiti da Pontefice e dovrebbe pensare alla salute delle anime a lui affidate…. È proprio grottesco. Capiamo la gravita?
Ma tanto per domani state pur tranquilli. La stragrande maggioranza dei predicatori si limiterà ad un breve commento del Vangelo, in versione peace & love, magari forzando il testo…in quel versetto dove Gesù dice: “Venite e vedrete”, interpretandolo come un invito del Signore ai suoi Apostoli…a “farsi migranti”!
Fra Cristoforo

sabato 13 gennaio 2018

Card. Raymond L. Burke, “Omelia - Missa In Epiphania Domini”, 6 gennaio 2018

In questa Ottava dell’Epifania, Commemorazione del Battesimo di Nostro Signore, pubblichiamo l’omelia dettata dal card. Burke il 6 gennaio scorso, durante la solenne Messa Pontificale, presso la Chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini in Roma.



Costantino Sereno, Battesimo di Gesù, 1871, Casale Monferrato

Luigi Morgari, Battesimo di Gesù, 1878-87, Vigevano

Antonio Brilla - Carlo Costa, Battesimo di Gesù con Adamo, Eva e Battistero, 1888-89, Casale Monferrato

   



CARD. RAYMOND L. BURKE

OMELIA

MISSA IN EPIPHANIA DOMINI

CHIESA DELLA SS. TRINITÀ DEI PELLEGRINI
ROMA, 6 GENNAIO 2018

Is 60, 1-6
Mt 2, 1-12

Sia lodato Gesù Cristo!
La festa della Natività del Signore è inseparabilmente unita alla festa della Sua Epifania. Dio Figlio è nato dalla Vergine Maria per la salvezza del mondo e, perciò, tutto il mondo è attratto dalla luce che promana dal Suo Volto dal momento della Nascita. La stella che i Re Magi seguono simboleggia quella luce che attrae ogni uomo di buona volontà alla fonte di vera luce, alla fonte della verità e dell’amore divino: Dio Figlio Incarnato, il Bambino Gesù Nostro Salvatore.
Questa luce non ci attrae ad un qualcosa di passeggero, che può interessarci per qualche tempo, ma che poi svanisce. Questa luce ci attrae verso Dio stesso che è disceso dal cielo per abitare in mezzo a noi, per abitare nella Sua santa Chiesa per la nostra salvezza. Non possiamo mai esaurire la fonte di verità e d’amore alla quale la stella di Betlemme ci attrae. Conoscere, amare e servire il Signore abbraccia l’intero arco della nostra vita ed anticipa, già qui in terra, la vita eterna. Per questa ragione, seguendo la stella, portiamo con noi le nostre offerte da donare al Re dell’Universo.
Essenzialmente, portiamo i nostri cuori per donarli, per farli riposare per sempre, nel Suo Cuore Divino. Il Bambino Gesù si manifesta non come uno spettacolo passeggero, ma come la presenza fedele e duratura di Dio in mezzo a noi, della quale ogni uomo, nel suo intimo, ha fame e sete.
Il profeta Isaia ci illustra il profondo senso della festività odierna. Veramente, nella Natività, “la gloria del Signore brilla sopra” Gerusalemme, ma è una luce che illumina non soltanto i figli e le figlie di Gerusalemme, ma tutte le genti. Ecco le parole ispirate di Isaia: “Cammineranno le genti alla tua luce; i re allo splendore del tuo sorgere”. È la luce che conduce tutti gli uomini alla Chiesa, la vera Gerusalemme, dove Cristo continua sempre la Sua opera salvifica fino all’Ultimo Giorno.
Dom Prosper Guéranger medita la profezia di Isaia con queste parole:
O gloria infinita di questo gran giorno, nel quale comincia il movimento delle genti verso la Chiesa, la vera Gerusalemme! O misericordia del Padre celeste che si è ricordato di tutti i popoli sepolti nelle ombre della morte e del peccato! Ecco che la gloria del Signore si è levata sulla Città santa; e i Re si mettono in cammino per andarlo a contemplare. L’angusta Gerusalemme non può più contenere la calca di gente; è inaugurata un’altra città santa, e verso di essa si dirigerà la moltitudine dei gentili di Madian e d’Efa. Apri il seno nella tua materna gioia, O Roma! ... [L]’umanità intera viene a prendere nel tuo seno una nuova nascita. Apri le tue braccia materne, e accogli noi tutti che veniamo dal Mezzogiorno e dall’Aquilone portando l’incenso e l’oro a Colui che è il Re tuo e nostro.
La festa della manifestazione del Signore alle Nazioni ispira la perenne attività missionaria della Chiesa e l’unione di ogni cristiano a quest’opera missionaria. La Chiesa, quale Corpo Mistico di Cristo, non può cessare mai di andare incontro a tutte le Nazioni annunciando la verità e l’amore di Dio Incarnato, manifestando il Volto di Cristo visto per la prima volta dai Rei Magi a Betlemme.
Possiamo allora rivedere i nostri fratelli e le nostre sorelle del mondo nei Re Magi del Vangelo. Nonostante la loro distanza da Cristo o il loro ostinarsi a non volerLo raggiungere, il Signore li chiama a Sé e vuole l’offerta dei loro cuori. Essi debbono trovare in noi la testimonianza che la verità e l’amore si trovano già in questo mondo, in Cristo che è vivo e presente nella Chiesa per la salvezza di tutto il mondo. Offriamo questa testimonianza soprattutto ogni volta che ci avviciniamo all’altare del Sacrificio di Cristo per unire i nostri cuori al Suo glorioso Cuore trafitto.
Dom Prosper Guéranger coglie il senso del nostro pellegrinaggio terreno, riflettendo sulla manifestazione di Cristo, Re di tutti i cuori, quando i Rei Magi si avvicinarono alla mangiatoia di Betlemme:
I Magi, primizie della Gentilità, sono stati introdotti presso il gran Re che cercavano, e noi tutti li abbiamo seguiti... Tutte le fatiche di quel lungo viaggio che porta a Dio sono dimenticate; l’Emmanuele rimane con noi, e noi con lui. Betlemme, che ci ha ricevuti, ci custodisce per sempre, perché a Betlemme possediamo il Bambino, e Maria Madre sua... Supplichiamo questa Madre incomparabile di presentarci essa stessa il Figlio che è la nostra luce, il nostro amore, il nostro Pane di vita nel momento in cui ci avvicineremo all’altare verso il quale ci conduce la Stella della fede. Fin da questo momento apriamo i nostri tesori; teniamo in mano il nostro oro, il nostro incenso e la nostra mirra, per il Neonato. Egli gradirà questi doni con bontà, e non sarà in ritardo con noi. Quando ci ritireremo come i Magi, lasceremo come loro i nostri cuori sotto il dominio del divino Re, e anche noi per un’altra strada, per una via del tutto nuova, rientreremo in quella patria mortale che deve ancora trattenerci, fino al giorno in cui la vita e la luce eterna verranno a far sparire in noi tutto ciò che vi è di ombra e di tempo.
Dopo la Santa Messa di questa mattina, utilizzando i gessetti benedetti, segneremo le porte delle nostre abitazioni con la Croce di Cristo e le prime lettere dei nomi dei Rei Magi per significare che veramente le nostre case ed i nostri cuori appartengono a Cristo Re, che la nostra vita terrena è realmente un pellegrinaggio che conduce alla vita eterna e che attendiamo la consumazione del nostro pellegrinaggio terreno, al ritorno di Cristo Re nella gloria.
Oggi, nelle cattedrali del mondo, dopo il canto del Vangelo, si annuncia ai fedeli “il giorno della prossima festa di Pasqua”. Questo annuncio ci ricorda la finalità della Nascita e dell’Epifania del Signore: l’offerta della Sua vita sulla Croce per la salvezza del mondo. Questo annuncio ci ricorda che il Cuore di Cristo Re è stato trafitto dalla lancia del soldato Romano, dopo la Sua morte sulla Croce, per rimanere sempre aperto nella gloria al fine di ricevere il dono dei nostri cuori.
Condotti dalla stella della Fede all’altare sul quale Cristo Re non cessa mai di rendere sacramentalmente presente il Suo Sacrificio sul Calvario, eleviamo i nostri cuori, uniti al Cuore Immacolato di Maria, al Suo glorioso Cuore trapassato. Offrendo il tesoro dei nostri cuori al Cuore Eucaristico di Cristo, questi saranno purificati da tutto ciò che non è di Dio e saranno fortificati per perseverare nel seguire la stella della Fede che ci porta sempre a Dio Padre, nel Suo Figlio Unigenito Incarnato, per opera dello Spirito Santo. Così, nel pellegrinaggio della nostra vita terrena, rimarremo con Cristo, vivo nella Chiesa, sulla via che ci conduce alla mèta del nostro pellegrinaggio: la vita eterna alla presenza di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – insieme con gli angeli e tutti i santi. Allora, con i Rei Magi, proveremo “una gioia grandissima”, una gioia che è eterna; mentre adesso, sempre insieme ai Rei Magi, prostriamoci e adoriamo il Signore. 

Cuore di Gesù, Re e centro di tutti i cuori, abbi pietà di noi.
O Maria, Regina concepita senza peccato originale, prega per noi.
San Giuseppe, Sposo della Madre di Dio, prega per noi.
O Santi Re Magi, pregate per noi.
San Filippo Neri, prega per noi.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Così sia. 

domenica 7 gennaio 2018

Il metodo di Dio: la Chiesa – Editoriale di gennaio 2018 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Santa Famiglia di Nazaret, nella quale si fa memoria del mistero dello smarrimento e ritrovamento del fanciullo Gesù nel Tempio di Gerusalemme, rilanciamo questo contributo di Radicati nella fede, ripreso da Chiesa e postconcilio e Riscossa cristiana.


Bernardino Luini, Gesù tra i dottori, 1515-30, National Gallery, Londra

Jacques Stella, Gesù ritrovato nel Tempio dai suoi genitori, XVII sec., Musée des Beaux-Arts, Lione

Luca Giordano, Disputa di Gesù tra i dottori, 1656-60, Gallerie Barberini-Corsini, Roma

Luca Giordano, Gesù tra i dottori, XVII sec., collezione privata

Ambito francese, Gesù tra i dottori, XIX sec., Verona


Ferdinando Bassi, Ritrovamento di Gesù nel Tempio, 1848, Trento

Bottega siciliana, Gesù tra i dottori, 1870, Caltagirone

Nicolò Barabino, Disputa di Gesù tra i dottori, 1875-90, Genova

Heinrich Hofmann, Gesù nel Tempio tra i dottori, 1884, Kunsthalle, Amburgo

IL METODO DI DIO: LA CHIESA


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 1 - Gennaio 2018

Un Tradizionalismo individualista è un puro non-senso.
Spieghiamoci subito riguardo al termine “tradizionalista”: lo usiamo qui per farci capire dai più, ma questo termine non ci piace. Vorremmo semplicemente dire “un Cattolicesimo”, ma usiamo volutamente il termine “un tradizionalismo” perché è quello usato contro di noi per definirci nel nostro attaccamento alla Tradizione della Chiesa. Se allora questo termine ci individua nella nostra accanita salvaguardia di ciò che la Chiesa ha fatto, e non solo detto, nel passato, questo ci piace.
Ma dicevamo, un tradizionalismo individualista è un puro non senso, perché il metodo di Dio si chiama Chiesa.
Qual è il pericolo più grande che corre oggi una parte dei fedeli legati al mondo della Tradizione? Quello di rinchiudersi in una osservanza individualista della vita cristiana.
La causa di questa tendenza è ben chiara: dovendosi “difendere” da una chiesa ufficiale che sembra disprezzare il proprio passato, che non concede veri spazi di vita alla Tradizione, che anzi osteggia duramente la presenza di comunità tradizionali, il fedele tradizionale perde quella fiducia nella chiesa stessa e tende a rinchiudersi nei propri bastioni. È quello che succede a un figlio sempre trattato duramente, in modo ingiustificato, dal padre, che finisce col trovarsi solo ad affrontare la sua dura esistenza.
Umanamente si può capire questa reazione, ma resta inaccettabile e va prontamente corretta. Anzi, va colta quale essa è: la più grande tentazione che il demonio possa mettere sulla nostra strada. Ad ogni situazione della vita personale e ad ogni stagione della storia della Chiesa, corrisponde una tentazione; e quella che dobbiamo vincere oggi con le armi di Dio, è quella di far meno della Chiesa stessa. 
La chiesa “ufficiale” ti “bastona”? ebbene tu continui ad amare la Chiesa che è tua madre, da cui hai ricevuto tutto. Ti bastona di più, e tu la ami di più.
Ma anche questo resta una posizione puramente personale, che rischia di fermarsi ad un individualismo devoto, se non diventa metodo. Ma non può diventare metodo, se non riconosci che la Chiesa è il metodo di Dio. Non è la Chiesa che ha bisogno del tuo amore, ma sei tu che hai assolutamente necessità della Chiesa e hai bisogno di amarla.
La Chiesa è istituita da Gesù Cristo, che mette insieme i suoi discepoli in una comunità visibile, e ne fa la sua presenza nel mondo, il prolungamento della sua presenza nella storia. Come dice P. Calmel, “La Chiesa è inseparabilmente sia mediatrice di salvezza per la sua predicazione, i suoi insegnamenti, la sua gerarchia, sia dimora sacra ove Dio abita grazie alla carità che brucia sempre nel cuore della Chiesa e grazie alla presenza eucaristica del Signore Gesù che nutre questa carità”.
Come non si può diventare cristiani senza la Chiesa, così non si resta cristiani senza la Chiesa. E la Chiesa è una società visibile che ha i doni della grazia di Dio.
Questo che è vero sempre, perché Dio ha scelto questo modo, questo metodo, per raggiungerci e afferrarci nel tempo, diventa drammaticamente urgente nei tempi di necessità quale il nostro. 
Quando la confusione si fa tanta, quando molte anime vengono ingannate e si perdono, occorre seguire ancora di più il metodo di Dio: la Chiesa. Occorre cioè vivere la comunità della Chiesa, dentro una trama di rapporti con i fratelli nella fede; occorre che questa comunità sia guidata dall'autorità, che garantisce il legame con la Tradizione, cioè con la verità del Vangelo. Occorre non fare da sé.
Occorre non fare da sé, ma “seguire”. Nell'esperienza concreta cosa vorrebbe dire amare la Chiesa, se non ci fosse questo “seguire”? Cosa vorrebbe dire salvare la Tradizione, se non ci fosse questo seguire?
E su questo non bisogna complicare troppo: riconosci dove il Signore ti ha colpito con la sua grazia, e lì inizia a seguire. Questo seguire eviterà in te inutili amarezze che distruggono la carità; questo seguire ti darà quella pace sostanziale che non ti farà mettere in questione il dono della grazia.
All'inizio di un nuovo anno l'invito più urgente è quello di seguire. 
Ma chi devo seguire? Devo seguire chi non “gioca” con la tradizione, quasi fosse un passatempo spirituale; devo seguire chi dà la vita dentro una stabilità che opera, devo seguire chi il cristianesimo lo fa, e non solo ne parla.
Preghiamo che nessuno si perda dentro una personale superbia che si crogiola amaramente nella propria solitudine, perché il metodo è la Chiesa.