domenica 26 aprile 2015

Card. Burke: “Vorrei andare dal Papa e dirgli le mie ragioni di coscienza, che vorrei seguire la verità, e nello stesso tempo desidero essere servo obbediente della Chiesa”

Il Card. Burke ribadisce, in una recente intervista al quotidiano tedesco, Die Welt (il testo, in lingua tedesca, è leggibile qui e qui), il suo pensiero sul Sinodo e non risparmia – a giusto titolo – le sue critiche al suo “collega”, il card. Marx, che all’inizio dell’anno si era espresso in maniera decisamente eterodossa e di cui anche noi avevamo dato conto (v. qui).

Cardinal Burke criticizes German cardinal’s ‘ridiculous’ claim that German Church is not a ‘subsidiary of Rome’


ROME, April 24, 2015 (LifeSiteNews.com) – In an interview today with the prominent German newspaper, Die Welt, Cardinal Raymond Burke criticized Cardinal Reinhard Marx, who suggested German Catholic dioceses are not a “subsidiary of Rome” on the question of Communion for ‘remarried’ couples.
“I have not read Marx' declaration verbatim, but of course formulations like 'subsidiary of Rome' are ridiculous,” said Burke. “We are all oriented toward Peter, that is the unity of the Catholic Church. 'Subsidiaries’ – that is the language of business, that does not belong to the Church. That is where obedience counts.”
When asked about his resistance at the Extraordinary Synod of Bishops on the Family in Rome against effectively allowing a secular divorce for the Catholic Church, Burke responded: “Because we are not allowed to. We are bound to the teaching of the Church and her disciples. But, some synod fathers – and prominently among them Cardinal Walter Kasper – wanted to change exactly that.”
The interviewer claimed that Pope Francis himself supported the change, saying Burke “had resisted several times the path of opening toward the remarried and the homosexuals that has been supported by Pope Francis.” He asked Cardinal Burke what he would do if the pope “decides now against the indissolubility of marriage.”
Cardinal Burke replied: “I would have to go to the pope and tell him my conscientious reasons that I wish to follow the truth and in the same time wish to be an obedient servant of the Church. Obedience is such a high virtue.”
“I would have to speak in this case with the Holy Father, how I can stay loyal to the truth and in the same time not call off my obedience. But that is the reason why I speak so clearly because the Holy Father shall know that not all think like Cardinal Kasper.”
Cardinal Burke invited and called his audience to stand firm in the Faith, and to defend “the natural law, upon which the Church leans, because there is also now much confusion.” Burke referred here to the gender debate, and he said: “We are either man or woman, masculine or feminine, and true happiness stems from accepting and developing our sexual nature.” He continued: “The homosexual tendency is a form of suffering that afflicts certain people. […] But I do not believe that homosexuality is genetically caused. It depends much upon the environment. In my parish, I had homosexual couples who were very unhappy about their sexual life.”
Cardinal Burke stressed that one wants to strengthen virtues like loyalty and self sacrifice, “but this may not lead to a support of such sexual acts” as in homosexual relationships. He said: “A marital bond is only possible between people of different sexes. From the point of view of the Church, there can not exist a marriage between homosexuals.”
The cardinal also reminds the secular world at the end of his interview with Die Welt of the important role of the Catholic Church for the whole world: “Because she [the Church] keeps alive the consciousness of the dignity of man, because she respects life, the creation, because she holds sacred marriage and the family, because she knows repentance and forgiveness. A Lutheran recently said to me: 'We on our part have abolished the indissolubility of marriage, but I have always hoped that you Catholics will uphold it.”

sabato 25 aprile 2015

Beatificazione di gruppo per 80 preti uccisi dai partigiani comunisti

Mentre il 25 aprile i laicisti italioti ricordano la c.d. liberazione, mentre i più ne approfittano per recarsi al mare o per rilassarsi, i cattolici fanno memoria dei martiri uccisi dai partigiani comunisti durante quegli anni drammatici (v. anche qui), così come avvenne nella Spagna comunista negli anni '30 del secolo scorso, durante la c.d. guerra civile.
Per ricordare nomi e date del martirio dei preti uccisi dai partigiani, v. qui.

«Beatificazione di gruppo per 80 preti uccisi dai partigiani comunisti»

di Andrea Zambrano

«Questi sono i nostri beati». È questa l'ambiziosa “proclamazione” che il mensile di apologetica cattolica Il Timone propone ai lettori in occasione del 70esimo anniversario della Liberazione. Un dossier accurato e coraggioso, quello del mese di Aprile, in cui si affronta partendo dalla storia del beato Rolando Rivi, ucciso dai partigiani comunisti in odio alla fede sul finire della seconda guerra mondiale, le storie degli altri preti uccisi dalla violenza rossa. E ci si chiede che fare della loro memoria adesso che la Chiesa, con la beatificazione del seminarista martire, ha sancito che nel biennio '44-'46 si moriva in odium fidei.

È nato così un dossier di 12 pagine nel quale raccontare le storie degli oltre 80 preti uccisi dai partigiani la cui morte può essere attribuita a odio politico religioso. L'ambizione, spiega già nel titolo il mensile è chiara: «Proporre la beatificazione collettiva: saranno i nostri martiri del Triangolo della morte».

L'operazione è trasparente: «Dei 150 preti uccisi dalla violenza rossa, nel clima di vendette e ritorsion, un buon numero trovò la morte perché apertamente simpatizzante del Regime fascista e dunque compromesso, anche se un prete ucciso, da una parte o dall'altra, porta sempre dietro di sé un aberrante sacrilegio. Pochi cadono vittime di errori e vendette personali per questioni banali: eredità, prestiti etc...». «Ma c'è un numero – fa notare la rivista – che una ricerca storica degna di tal nome deve incaricarsi di definire in maniera scientifica e che attualmente si aggira sulle 70-80 unità che trova la morte in un contesto ideologico-politico».

In sostanza, secondo quanto ricostruisce il Timone, furono uccisi perché tenacemente anticomunisti. Avevano capito che mentre si combatteva la guerra di Liberazione le formazioni marxiste stavano utilizzando quel vasto movimento insurrezionale in vista di un'imminente rivoluzione comunista. Si tratta per lo più di preti emiliani e friulani, uccisi perché dal pulpito condannavano non solo le aberrazioni della guerra, ma anche l'ideologia marxista che ispirava i princìpi di molte brigate partigiane.

Il dossier si avvale di testimonianze di preti scampati ad agguati che erano finiti nella lista nera, come quella di don Raimondo Zanelli, oggi 85enne. Ma anche di documenti, tra cui lettere e diari, in cui viene mostrata la pianificazione strategica della caccia al prete da parte dei partigiani comunisti che non accettavano un disimpegno nella causa della Resistenza da parte di quei preti che non condividevano le impostazioni ideologiche delle Brigate Garibaldi.

Ma la parte centrale del dossier racconta le storie di religiosi il cui ricordo oggi rischia di perdersi defintivamente con la morte degli ultimi testimoni. Da don Luigi Lenzini, la cui causa di beatificazione è già a Roma a don Umberto Pessina, ucciso per il suo zelo anticomunista e sulla cui morte la giustizia ha detto una parola definitiva solo 40 anni dopo aver vinto la cortina di fumo del Pci che conosceva i veri assassini e lasciò condannare un innocente. Ma c'è anche don Francesco Bonifacio, il santo degli infoibati. Senza dimenticare le storie di don Augusto Galli, ucciso perché nella lista nera e infamato successivamente con l'attribuzione di un'amante, e don Giuseppe Iemmi, che dal pulpito condannò l'uccisione di un fascista e venne freddato dai partigiani.

Le accuse per coprire quelle uccisioni venivano sempre giustificate attraverso un canovaccio che molto spesso ha retto alla prova degli anni anche per l'assenza di rigorosi processi giudiziari. Per alcuni lo spionaggio ai nazifascisti, per altri l'infamia di un'amante, per altri ancora l'attività anti-resistenziale o anche solo aver ospitato in canonica un fascista in fuga. Accuse politiche dunque. Ma come fa notare don Nicola Bux nel suo contributo, «per diminuire la portata del sacrificio dei cristiani fin dai tempi di Gesù, si è cercato di giustificare le uccisioni per motivi politici e non per odium fidei. In realtà le due cause si fondono perché l'amore per la Patria è una virtù cristiana e perché nel sangue dei sacerdoti uccisi anche di quelli di cui non si conosce neppure il nome è presente una teologia della persecuzione che ha sempre accompagnato la vita della Chiesa».

Ma c'è anche un aspetto che a 70 anni merita di essere ricordato: è la straordinaria avventura dei partigiani bianchi, cattolici, che morirono gridando “Viva Cristo Re” e che a differenza dei partigiani comunisti – come spiega lo storico Alberto Leoni – «agivano nel rispetto della popolazione civile». Si fanno largo le storie di Giuseppe Cederle o Aldo Gastaldi “Bisagno”, ma anche di Franco Balbis. E non possono mancare le vicende epiche dei partigiani uccisi da altri partigiani, come il caso del comandante cattolico della Sap di Reggio Emilia Mario Simonazzi “Azor” i cui assassini, certamente partigiani, non vennero mai trovati. A indagare sulla sua morte una figura straordinaria di cattolico, partigiano e giornalista: Giorgio Morelli, che diede vita ad un'avventura editoriale con la Nuova Penna, nella quale per primo denunciò le uccisioni ad opera dei partigiani comunisti nel Triangolo della morte. Per questo suo impegno venne fatto oggetto di un agguato e morì per le conseguenze dello sparo poco tempo dopo. Anche lui un martire del Triangolo rosso. 

La Chiesa copta, che si considera erede di S. Marco

(cliccare sull'immagine per il video)

“Marcus, discípulus et intérpres Petri, juxta quod Petrum referéntem audíerat, rogátus Romæ a frátribus, breve scripsit Evangélium” (Lect. IV – II Noct.) - SANCTI MARCI EVANGELISTÆ


Oggi si celebravano a Roma i Robigalia, rimpiazzati più tardi con la processione cristiana che si svolgeva lungo la via Flaminia sino al ponte Milvio e raggiungeva in seguito San Pietro. La festa dell’evangelista Marco dové dunque attendere sino quasi al XII sec. prima di essere iscritta regolarmente nel Calendario romano. Questo ritardo è tanto più sorprendente se si considera che san Marco fu tra i primi araldi, che, con san Pietro, annunciarono a Roma la Buona Novella; inoltre, egli scrisse il suo Vangelo nella Città eterna su domanda degli stessi romani, e quando un po’ più tardi Paolo vi subì il suo primo imprigionamento, Marco gli prestò con Luca un’affettuosa assistenza, come aveva già fatto in favore del Principe degli Apostoli.
Tuttavia questa dimenticanza, che si poteva tacciare d’ingratitudine, non è isolata. Anche Giovanni ha predicato a Roma e vi ha trovato il martirio nella caldaia di olio bollente. E tuttavia, si direbbe quasi che la sua presenza nella Città eterna non abbia lasciato alcuna traccia; così fu anche per Luca ed altri insigni personaggi dell’età apostolica.
Quest’anomalia si spiega tuttavia facilmente. All’origine, le commemorazioni liturgiche dei santi avevano un carattere locale e funerario, essendo esclusivamente celebrate presso le loro rispettive tombe. Siccome né Giovanni, né Luca, né Marco, né, a nostra conoscenza, altri primi compagni degli Apostoli finirono i loro giorni a Roma, i dittici romani non registrarono la loro deposizione o natalis. I calendari del Medioevo a Roma, dipendendo principalmente da queste liste, fa sì che si spieghi il loro silenzio. Presso il portico in Pallacinis, nella prima metà del IV sec., il papa Marco eresse una basilica che, con il tempo, prese il nome dell’evangelista omonimo (oggi è denominata Basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio) (Cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 459-463; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 308-309). Altre chiese egualmente, nel Medioevo, furono dedicate a san Marco, come quelle de calcarario, in macello, ecc. Ma la splendida basilica del papa Marco le superò tutte in celebrità tanto per la sua bellezza quanto per l’importanza eccezionale che essa acquistò nella storia.
Tra il 1970 ed il 1972 fu costruita, nel quartiere Giuliano-Dalmata, la chiesa di San Marco evangelista in Agro Laurentino, titolo cardinalizio dal 1973 ed affidata ai frati minori conventuali.
La Chiesa d’Egitto celebra il 25 aprile «san Marco, il contemplatore di Dio». Bizantini, siriani e latini lo fanno lo stesso giorno. Iscritto in questa data nel martirologio di Beda, il nome di san Marco apparve alla fine dell’VIII sec. nel calendario di Montecassino e, nel IX, in quello di Napoli. Dall’853, il sacramentario di Rodrado di Corbie e, poi, verso l’870, quello di sant’Amando danno le orazioni della festa (K. Gamber, Codices liturgici latini antiquiores, Coll. Spicilegii Friburgensis subsidia 1, Freiburg/Schweiz 1968, tomo 2, p. 356, n. 763. Questo sacramentario era passato, dall’inizio del X sec., nell’uso di Sens. Cfr. E. Bourque, Etude sur les Sacramentaires romains, Seconda parte, tomo II, Roma 1958, p. 52). Ma a quest’epoca, il culto di san Marco è già attestato a Venezia (829). Esso dové conoscere una diffusione quasi universale attraverso i secc. X ed XI.
Oggi le Litanie maggiori terminavano con la messa stazionale a San Pietro. La processione litanica non è dunque in alcuna relazione con la festa di san Marco, sebbene, quando questa è rimessa in un altro giorno, non si trasferiscono per questo le Litanie maggiori. Non era un fatto eccezionale che, per la festa di Pasqua, se cadeva il 25 aprile, la processione si celebrasse allora il martedì seguente.
Nel basso Medioevo, scomparve da Roma ogni ricordo delle Robigalia con il percorso tradizionale del classico corteo della gioventù romana lungo la via Flaminia. La processione aveva il costume di recarsi dal Laterano alla basilica di San Marco e da questa si dirigeva verso San Pietro; questo rito rimase in vigore sino alla seconda metà del XIX sec.
Le antifone ed i responsori della messa di san Marco sono tratti dalla messa Protexisti, che è quella dei martiri durante il tempo pasquale. Tuttavia, le collette e le letture sono proprie.
Spesso, nella sacra Scrittura, la parola di Dio è paragonata ad una fonte d’acqua, che spegne gli ardori della sete, rinfresca la terra arida, la feconda e fa rinverdire le piante.
Nell’alto Medioevo, le fontane pubbliche rivestivano per questa ragione un certo carattere religioso, in tanto perché simboleggiavano il Verbo e la grazia divina. Ne abbiamo una prova, tra le altre testimonianze, in un puteal che esiste ancora sotto il portico della basilica di San Marco de Pallacina, con questa legenda:

DE • DONIS • DEI • ET • SANCTI • MARCI • JOHANNES • PRESBITER • FIERI • ROGABIT
OMNES • SITIENTES • VENITE • AD • AQVAS • ET • SI • QVIS • DE • ISTA • AQVA • PRETIO
TVLERIT • ANATHEMA • SIT

(L’iscrizione è riportata in Armellini, op. cit., p. 462).
È meraviglioso, nello spirito del Medioevo, quest’anatema lanciato contro colui che avesse trafficato da questo puteal poiché questa sola simboleggiava l’acqua della grazia, la quale non poteva essere venduta per della moneta senza rendersi colpevole di simonia.
Il testo di Ezechiele, letto in questo giorno (Ez 1, 10-14), descrive i simboli dei quattro Vangeli, che, dettati dallo stesso Spirito, riflettevano in un quadruplice raggio la luce e la saggezza del Verbo eterno di Dio. Quando l’occhio umano, oscurato dal velo dell’infedeltà e delle passioni, volle leggere la Sacra Scrittura, lo stimò senza dubbio il libro più semplice e puerile che si potesse immaginare. Al contrario, con una fede umile, quando l’occhio puro e forte del credente si fissa su queste sacre pagine, la vista resta come abbagliata da tale luce divina, e l’intelletto creato, penetrando i segreti della Sapienza increata, sente la vanità di tutti i ragionamenti umani. È a questo stato di sublime ignoranza che fu elevato san Paolo – e dopo di lui molti altri santi - di cui dichiara non trovare nel linguaggio terreno né parole né concetti atti ad esprimere ciò che ha visto.
Il Vangelo di oggi è simile a quello della festa di san Tito, il 6 febbraio, ed è il testo della vocazione e della missione dei settantadue discepoli del Salvatore. Secondo ogni probabilità, Marco non fu di questo numero, ma chiamato più tardi al seguito del Signore, compì anche lui perfettamente le opere dell’apostolato.
Degli storici recenti hanno voluto vedere nei documenti scritturistici qualche allusione al carattere un poco timido di san Marco.
Quando, la sera dell’arresto di Gesù, il giovane (νεανίοκος) Marco, fu svegliato di soprassalto dal suo sonno, uscì semplicemente sulla strada avvolto nel suo ampio lenzuolo di tela, fu fermato, ed egli, tutto spaventato, si sbarazzò abilmente del lenzuolo e scappò nudo dalle mani dei soldati.
La tradizione identifica questo misterioso ragazzo, appunto, con lo stesso evangelista, il quale avrebbe inserito così nel suo Vangelo un episodio autobiografico. Alcuni Padri vi vedono lo stesso san Giovanni evangelista o anche Giacomo, il fratello del Signore. In epoca moderna, gli esegeti vi hanno visto persino Giovanni Battista o Lazzaro o Pietro o Paolo o un non meglio identificato altro testimone oculare. Altri autori vi hanno scorto un personaggio simbolico, cogliendo una similitudine con il patriarca Giuseppe, che preferì rimanere fedele a Dio fuggendo nudo piuttosto che cadere tra le braccia della moglie del suo signore Potifar. Una terza chiave di lettura vede nel personaggio un simbolo del battesimo, in quanto il catecumeno è invitato a spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi di Cristo al fine di poterlo seguire. Per una ricostruzione di queste diverse interpretazioni, Maurizio Compiani, Fuga, silenzio e paura: la conclusione del Vangelo di Mc. Studio di Mc 16, 1-20, Roma 2011, pp. 125 ss., partic. pp. 129-13; Giacomo Perego, La nudità necessaria. Il ruolo del giovane di Mc 14, 51-52 nel racconto marciano della passione-morte-risurrezione di Gesù, Milano 2000, partic. pp. 25 ss.
Sta di fatto che quest’incidente dovette tuttavia impressionare molto il giovane Marco e dovette influire sul suo carattere timoroso; era fatto piuttosto per lavorare docilmente in una posizione subordinata che assumere la responsabilità di iniziative ardite.
Nato probabilmente a Cipro ed allevato in seno ad una famiglia distinta di Gerusalemme (la madre si chiamava Maria), ed essendo cresciuto tra gli Apostoli, il giovane Marco (il cui nome era in realtà Giovanni mentre Marco era il nome verosimilmente il patronimico), accompagnò suo cugino Barnaba e san Paolo nella loro prima missione apostolica in Panfilia e finì per perdere coraggio a causa dell’audacia dei due missionari giudei, che, in terra pagana, trattavano liberamente coi Gentili esecrati dalla Torah, facendoli parte all’eredità dei figli di Abramo.
In questa circostanza, Marco sentì che non era ancora suonata la sua ora per questo servizio di avanguardia, e, congedandosi dai due missionari, tornò al porto tranquillo di Gerusalemme. Tuttavia portava il germe della vocazione all’apostolato, ed è per questo che non si sentì a riposo nella pacifica dimora del Cenacolo.
Qualche tempo dopo lui volle fare come ammenda onorevole di quella che egli considerava come una debolezza e propose ai due apostoli di accompagnarli nella loro seconda missione. Ma questa volta, Paolo che conosceva il carattere ancora insufficientemente maturato di Marco, temé che la sua presenza fosse piuttosto un ostacolo che un aiuto per la conversione dei greci, e rifiutò di accettarlo (At 15, 38); perciò partì senza suo cugino nella direzione di Salamina.
Quando infine, nel 61-62, Paolo è prigioniero a Roma, ritroviamo al suo fianco l’evangelista Luca e Marco, il quale, dopo una breve assenza in Asia Minore ed a Colossi, grazie alla seconda lettera inviata a Timoteo, è chiamato di nuovo vicino a Paolo, come una persona mihi utilis in ministerium (2 Tim 4, 11). Si vede che il disaccordo momentaneo tra l’Apostolo, Barnaba e suo cugino, non aveva lasciato alcuna traccia in queste anime grandi e generose. Durante il viaggio di Paolo in Spagna, Marco dimorò a Roma e servì da interprete a Pietro, di cui, a domanda dei fedeli, mise in seguito per iscritto le catechesi, incentrate sulla dimostrazione della divinità e della potenza del Signore (di qui la rappresentazione dell’Evangelista mediante il leone, simbolo di forza e potenza, ma anche di resurrezione).
Dopo il martirio dei due Apostoli, un’antica tradizione riporta che Marco andò ad Alessandria, dove, all’inizio del IV sec., si vedeva il suo sepolcro.
La vicenda di Marco c’insegna che quando Dio chiama, non bisogna tirarsi indietro per timore del pericolo e della propria debolezza. In questo caso, la grazia ricopre i difetti della natura, come accadde, appunto, per il nostro santo. Il suo carattere era naturalmente timido ed ebbe un primo momento di debolezza quando fuggì nell’Orto, ma la grazia finì per prendere su di lui il sopravvento, tanto che divenne l’«interprete» di Pietro, l’Evangelista glorioso, l’apostolo dell’Egitto ed il fondatore del trono dei patriarchi di Alessandria, eredi cristiani della potenza degli antichi Faraoni.
I versi del papa Gregorio IV, sotto il mosaico absidale del titulus Marci in Pallacine non sono senza interesse:

VASTA • THOLI • PRIMO • SISTVNT • FVNDAMINE • FVLCRA
QVAE • SALOMONIACO • FVLGENT • SVB • SIDERA • RITV
HAEC • TIBI • PROQVE • TVO • PERFECIT • PRAESVL • HONORE
GREGORII • MARGE • EXIMIO • CVM • NOMINE • QVARTVS
TV • QVOQVE • POSCE • DEVM • VIVENDI - TEMPORA • LONGA
DONET • ET • AD • CAELI • POST • FVNVS • SYDERA • DVCAT

La volta dell’abside si eleva su un solido fondamento;
Come il tempio di Salomone, essa risplende, irradiata dal sole.
In Tuo onore, o vescovo Marco, si eleva questa volta
Colui, il quarto, porta l’illustre nome di Gregorio.
A tua volta, domanda per lui a Dio una lunga vita
E dopo la sua morte, il regno celeste.

Dunque, nel IX sec., questo tempio continuava ad essere dedicato, non all’Evangelista d’Alessandria, ma al MARCVS PRÆSVL, vale a dire al Papa che aveva fondato il Titolo de Pallacines e che vi era sepolto.

Andrea Mantegna, S. Marco, 1448-49 circa, Stadelsches Kunstinstitut, Francoforte

José (o Jusepe) Leonardo, S. Marco, 1630

Emmanuel Tzanes, S. Marco evangelista, 1657, Μουσείο Μπενάκη (Museo Benaki), Atene

Vladimir Lukich Borovikovsky, S. Marco, 1804-1809, Hermitage, San Pietroburgo

Johann Matthias Ranftl, Vergine col bambino in trono tra i SS. Marco ed Orsola e compagne martiri, 1854, collezione privata

Sytov Alexander Kapitonovich, Santo Evangelista Marco, 1995

Litanie Maggiori con Litaniae Sanctorum

venerdì 24 aprile 2015

A che serve il Battesimo? Ovvero la vera fratellanza in Cristo ed il battesimo di sangue

Due fatti di cronaca recente hanno posto l’attenzione su chi debba intendersi come “fratello della fede e figlio di Dio”.
Cominciamo dal fatto più recente.
Il 22 aprile, il vescovo di Bari si è incontrato con alcuni copti ed islamici per meditare, o pregare, per le vittime del naufragio poco al largo delle coste libiche lo scorso sabato notte (cfr. Corriere del mezzogiorno, 22.4.2015).
Il vescovo barese, parato da serioso impiegato, non è nuovo a simili iniziative, in stile media-ecumenical (v. qui).
Non è questo, però, il punto.
Non si sta facendo una questione del suo stile … . Ma del fatto che, intervistato al TG3 Regionale della Puglia, si sia spinto ad affermare che i musulmani «sono nostri fratelli e figli di Dio». In una precedente ed analoga occasione dell'ottobre scorso aveva affermato che cristiani e musulmani sono «fratelli nella fede e figli dello stesso Dio».
Ci stupisce che un vescovo ignori che la Rivelazione e cioè che la figliolanza di Dio, propriamente detta, non venga né dalla carne né dal sangue, ma sia una grazia di Dio, richiedendo che sia ricevuta il battesimo. Basta soffermarsi al celebre Prologo di Giovanni per rendersi conto di questa Verità, giacché l’Evangelista afferma «quotquot autem receperunt eum, dedit eis potestatem filios Dei fieri, his qui credunt in nomine eius» (Johan. 1, 12). Per cui, asserire che cristiani e musulmani siano figli dello stesso Dio è quantomeno temerario.
A meno che non avesse voluto intendere – in maniera infelice – che i cristiani ed i musulmani in quanto uomini e, dunque, creature, abbiamo un medesimo Creatore. Ma se era questo il senso, allora l’espressione, a nostro avviso, andava detta meglio dal Pastore barese.
Riguardo all’altra, cioè “fratelli nella fede” l’espressione anche qui è equivoca.
Pure qui non avremmo avuto nulla da obiettare se l’espressione fosse riferita non alla fede, ma volesse indicare la generica fraternità universale, che deriva direttamente dalla comune discendenza di tutti gli uomini da Adamo ed Eva.
Se così non fosse e cioè se il vescovo barese avesse voluto intendere in senso proprio l’espressione “fraternità di fede”, le cose cambiano.
Se non erriamo, i Padri della Chiesa avevano affermato che potevano definirsi fratelli nella fede solo quelli che facevano professione di fede nella stesso Dio (Triuno) e potevano recitare il “Padre nostro”.
Spiegava S. Agostino che se siamo fratelli (nella fede), «invochiamo uno stesso Dio, crediamo in uno stesso Cristo, sentiamo lo stesso Vangelo, cantiamo gli stessi salmi, rispondiamo lo stesso Amen, ascoltiamo lo stesso Alleluia e celebriamo la stessa Pasqua» (En. in Ps. 54, 16).
Aggiungeva S. Cipriano, con riferimento alla preghiera del Pater: «Il Padre Nostro è per noi una preghiera pubblica e comune e, quando preghiamo, non preghiamo per uno soltanto, ma per tutto il popolo, perché tutto il popolo è uno» (De Oratione Dominica, 8). Significativamente l'Istruzione del Sant’Offizio del 20 dicembre 1949 all'episcopato cattolico sul “movimento ecumenico” affermava: «Benché in tutte queste riunioni e conferenze si debba evitare qualsiasi communicatio in sacris, però non è proibita la recita comune del Padre Nostro, o di una preghiera approvata dalla Chiesa cattolica con cui le stesse riunioni vengono aperte e chiuse» (A.A.S., 1950, pp. 142 ss).
In effetti, il santo Dottore d’Ippona chiamava gli eretici donatisti "fratelli", perché confessavano «l'unico Cristo» e si trovavano, loro malgrado, «in un solo corpo, sotto un unico capo», facendo parte dell'unica Chiesa indivisibile, nonostante i limiti e le divisioni della Chiesa visibile. Per cui, concludeva S. Agostino, parlando dei “fratelli donatisti”, che questi «Cesseranno di essere nostri fratelli, allorché avranno cessato di dire: Padre nostro» (En. in Ps. 32, 3, 29, en. 2).
Dunque, il vescovo barese avrebbe dovuto domandarsi – se avesse inteso riferirsi ad una fratellanza nella fede – se gli appartenenti all’islam invochino Dio con la preghiera del Padre nostro. Oppure egli avrà pensato che l’islam sia una sorta di appendice eretica del Cristianesimo così com’era intesa nel Medioevo. Non a caso Dante pone nella sua Commedia la figura di Maometto tra gli scismatici, rappresentando l’islam come un’eresia del Cristianesimo. Ma si tratta di una visione ampiamente superata dalla storiografia … .
Il secondo episodio a cui vorremmo far riferimento è correlato al martirio dei cristiani etiopi di cui abbiamo già parlato alcuni giorni fa.


Si è appreso che, tra gli stessi, vi sarebbe stato un musulmano. Questi avrebbe accettato di unirsi – nella morte – con i cristiani, morendo da apostata dell’islam.
Abbiamo detto “musulmano” (ed i media buonisti hanno parlato di “giusto nell’islam”, sic!), ma in verità avremmo dovuto parlare di un vero e proprio cristiano, che, con la sua morte, ha ricevuto il suo battesimo di sangue (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1258). Infatti, questa persona sarebbe morta da “apostata dall’islam”, per i cristiani, con i cristiani, per la stessa ragione dei cristiani, a causa dei cristiani e nello stesso contesto dei cristiani. Non consta che, morendo, abbia fatto professione di fede nell’islam. Per cui, possiamo ritenere – in base alle circostanze – che egli sia morto da martire cristiano, conseguendo la corona incorruttibile, così come morirono, durante l’epoca delle persecuzioni, alcuni martiri – che oggi noi veneriamo – i quali, pagani, all’ultimo momento, si aggregavano al gruppo di cristiani votati a morire, decidendo di morire con loro, per loro e nello stesso loro contesto.
Questa è la vera fratellanza. Nella fede, per la quale la Chiesa canta: «Hæc est vera fratérnitas, quæ vicit mundi crímina: Christum secúta est, ínclita tenens regna cæléstia». Né vale affermare che il presente caso sia analogo a quello del prof. Mahmoud Al ‘Asali, poiché – in quest’ultima vicenda – proprio le circostanze non consentono di affermare che lo stesso sia stato ucciso con i cristiani, nello stesso contesto dei cristiani e quale apostata dall’islam!
Il titolo dell'articolo, che riporta la notizia, perciò suona alquanto discutibile.


È musulmano, ma sceglie di morire con i cristiani


Tra gli etiopi uccisi in Libia dall’Is c’era anche Jamal Rahman: si sarebbe offerto come ostaggio per non abbandonare un amico. Lo racconta il Pime

DOMENICO AGASSO JR

ROMA. Era anche lui tra i 28 etiopi uccisi (decapitati) dall’Isis in Libia e mostrati nell’ennesimo video dell’orrore di Al Furqan, la macchina della propaganda del califfato. È stato ucciso pure lui, Jamal Rahman, migrante, sebbene fosse di famiglia musulmana. Perché? Perché si sarebbe offerto come ostaggio per non lasciare solo un amico cristiano.
È una storia raccontata da Giorgio Bernardelli su MissionLine, rivista del Pontificio Istituto Missioni estere (Pime). A confermare la notizia «è stata una fonte del tutto insospettabile: un miliziano degli al Shabab, i fondamentalisti islamici della Somalia».
Su questa vicenda ci sono due versioni di spiegazione: una riferita da «un quotidiano on-line del Somaliland»: sostiene la «stranezza» dicendo che «si era convertito al cristianesimo durante il viaggio»; l’altra, che il Pime ritiene «molto più verosimile, raccolta sempre in ambienti jihadisti: il musulmano Jamaal “follemente” si sarebbe offerto come volontario ai jihadisti come ostaggio, per solidarietà con l’amico cristiano con cui stava compiendo il viaggio. Forse pensava che la presenza di un musulmano nel gruppo avrebbe perlomeno salvato la vita alle altre persone»; così non è avvenuto: è stato assassinato anche Jamal, «come un apostata».
La storia e la scelta di Jamal Rahman richiamano quelle di Mahmoud Al ‘Asali, il docente universitario musulmano che la scorsa estate a Mosul «si era schierato pubblicamente contro la persecuzione nei confronti dei cristiani della città». Anche lui ha pagato questo comportamento con la morte.

“Deíparæ Vírginis et rosárii cultor exímius, illíus præcípue aliorúmque Sanctórum patrocínio a Deo postulávit, ut in cathólicæ fídei obséquium vitam sibi et sánguinem fúndere licéret” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI FIDELIS A SIGMARINGA, MARTYRIS


Oggi avanza, con la palma in mano, un umile figlio del Poverello di Assisi, il protomartire della nuova riforma dei Minori Cappuccini, che, in circostanze molto simili a quelle che incontrò san Bonifacio, apostolo della Germania, fecondò nuovamente del suo sangue questa terra sterilizzata dall’eresia.
Fu martirizzato nel 1622. Tra il febbraio e l’aprile di quell’anno il nostro Santo, per incarico del Nunzio di Lucerna e del suo ministro provinciale, operava come missionario apostolico nella regione del Prättigau (Pretigovia), politicamente soggetta all’Austria, dove però la popolazione era in buona parte passata alla fede zwingliana. In una fase di gravissime tensioni, aggravate dalle ingerenze di potenze estere, come Francia, Spagna e Repubblica Veneta, l’arciduca Leopoldo V d’Austria fece occupare la regione dall’esercito, sotto la guida del colonnello Luigi de Baldirone, provocando l’ira del popolo con una serie di azioni di violenza. In questa situazione esplosiva, Fedele continuava a esporre la fede cattolica con prediche, dispute e colloqui, nonostante l’opposizione e la quasi totale chiusura al suo annunzio. Conoscendo il grande peso dell’azione sotterranea dei predicatori zwingliani e prevedendo con chiarezza il suo martirio, redasse il cosiddetto Mandato di punizione o I Dieci articoli della religione, con cui - tra l’altro - l’autorità civile proibiva il culto protestante, mandava in esilio i suoi ministri e obbligava tutti i cristiani a partecipare, nei giorni domenicali e festivi, alla predica cattolica. Di esso sorprendeva il punto 6, secondo cui nessuno poteva essere costretto ad accogliere la fede cattolica, a confessarsi e a partecipare alla messa.
La pubblicazione del Mandato, il 19 aprile, fece l’effetto di un segnale per la sollevazione generale del popolo. Il 23 aprile Fedele celebrò la Messa e salì sul pulpito nella chiesa di Grüsch, dove gli giunse l’invito a predicare il giorno successivo, la domenica 24 aprile, a Seewis. Ma non era che un pretesto, per eliminare il temibile protagonista dell’azione controriformistica. Salito sul pulpito della chiesa di quel luogo, trovò un biglietto che gli preannunciava che quella sarebbe stata la sua ultima predica. Era consapevole che sarebbe stato ucciso, ma tenne ugualmente il suo sermone. Mentre iniziava la predica - secondo una tradizione egli spiegava il passo di Ef 4, 5-6 - scoppiarono vivaci reazioni nell’uditorio e qualcuno fece perfino fuoco verso il predicatore senza colpirlo. Fedele discese dal pulpito, s’inginocchiò davanti all’altare maggiore e lasciò la chiesa per una porta laterale, per dirigersi a Grüsch. Dopo pochi metri, si vide accerchiato da un gruppo di rivoltosi, circa venticinque, che gli chiesero se era disposto ad accogliere la loro fede. Rispose che certo non per tale motivo era venuto in quella valle, ma per la speranza che un giorno avrebbero aderito alla sua fede. Dopo un momento di esitazione, uno dei ribelli colpì il suo capo con la spada. Il martire, cadendo con la testa spaccata in ginocchio, esclamò: “Gesù, Maria. Vieni in mio aiuto, o Dio!”. Solo un enorme fanatismo spiega l’inaudita ferocia con cui gli assassini infierirono sul suo corpo con forconi, mazze ferrate e bastoni.
Il giorno successivo, festa di san Marco, il sagrestano Giovanni Johanni seppellì il cadavere. Mentre il capo del martire nell’ottobre del 1622 fu esumato e portato nella chiesa dei cappuccini di Feldkirch, il resto del corpo venne solennemente tumulato nella cripta del duomo di Coira il 5 novembre dello stesso anno. Fu canonizzato nel 1746 da papa Benedetto XIV. Il 16 febbraio del 1771 la sua festa fu estesa alla Chiesa universale da un altro figlio di san Francesco divenuto pontefice, papa Clemente XIV, con rito doppio. Di III classe dal 1960. È patrono della regione di Hohenzollern e dei giuristi. I suoi attributi sono la mazza, la spada e la palma.
San Fedele, il martire, con i santi Veronica Giuliani, la mistica stigmatizzata, e Lorenzo da Brindisi, il dottore della Chiesa, forma la triplice corona più recente del grande ordine francescano, quello dei Cappuccini, fondato nel 1517.
Roma cristiana ha dedicato a quest’insigne martire una chiesa nel 1973 nel quartiere Pietralata (Chiesa di San Fedele da Sigmaringa).
La messa è tratta dal Comune dei Martiri, ma la prima colletta è propria e con la lettura evangelica già assegnata alla festa dei martiri Tiburzio, Valeriano e Massimo.
Fuori del tempo pasquale, la messa è quella In virtute. Tuttavia le orazioni sono quelle indicate.
La grazia del martirio non è il privilegio delle prime generazioni cristiane, poiché Dio l’accorda in tutti i tempi. Generalmente, essa suppone una virtù consumata ed una fedele corrispondenza ad un’altra catena di grazie, che, nei disegni di Dio, devono servire di preparazione a questa grazia finale che immola a Dio, nello spargimento del sangue, il sacrificio totale dell’essere.

Ambito toscano, S. Fedele incoronato dalla fede, XVIII sec., Museo diocesano, Volterra

Giovanni Battista Tiepolo, SS. Fedele da Sigmaringen e Giuseppe da Leonessa, che abbattono l’eresia, 1752-58 circa, Galleria Nazionale, Parma


Pascalis Kehrer e Rudhart Fidelis, Altare con martirio di S. Fedele e reliquiario del capo del santo, 1911, Chiesa dei Cappuccini, Feldkirch

Reliquia del teschio di S. Fedele, Chiesa dei Cappuccini, Feldkirch

Reliquie di S. Fedele, Cripta, Cattedrale, Cur

Le Antifone mariane

Nell'approssimarci della festa della Vergine Maria, madre del Buon Consiglio, venerata nel santuario a Lei dedicato nella città di Genazzano, volentieri lancio questo contributo che abbiamo ricevuto.


Le Antifone mariane

di Giannicola D'Amico

Nella prassi delle nostre parrocchie, chi si occupa del servizio musicale, pur quando rispettoso di certi “canoni” liturgici, ha un momento di esaltante libertà nel c.d. canto finale.
Anche i più scrupolosi, infatti, si sentono autorizzati in quel punto della Messa a comportarsi più a briglia sciolta: si passa dall’organista serio che si diverte un po’ con Provesi, p. Davide da Bergamo o qualche trascrizione di Wagner, fino alla canzone di Vasco Rossi all’uscita del feretro, nel funerale di qualche povero giovane morto tragicamente o un’Ave Maria di Shubert mentre sortisce di chiesa la bara della vecchia zia (“perché le piaceva tanto!”), passando attraverso sviamenti più “raffinati” come quello ascoltato qualche tempo fa quando, in una fedelissima città del Nord-est, al termine di una celebrazione nella festa di Maria Regina, si è cantato il “Regina Caeli”.
Un tempo il canto finale, o per la “Recessione”, era un punto fermo e solitamente non creava imbarazzi né ai musicisti nella scelta, né ai fedeli nel sentirsi propinare canti impropri, e in più contribuiva a dare una nota ulteriore di cattolicità alla celebrazione (cosa che non guasta, soprattutto oggigiorno): in tutto l’anno liturgico, infatti, a fine Messa si usavano le Antifone mariane (dette anche maggiori).
Qualcuno le ricorderà: Alma Redemptoris Mater, Ave Regina coelorum, Regina coeli e Salve Regina.
Si sapeva con certezza “dottrinale” che la prima si impiegava dall’Avvento fino alla Purificazione, la seconda serviva fino al Sabato Santo, la terza era peculiare del tempo di Pasqua e l’ultima si cantava dalla Ss.ma Trinità in avanti (il c.d. tempo ordinario).
Nulla vieta di eseguirle anche oggi. Anzi!
Scolorite dall’ingiusto oblio in cui sono cadute (soprattutto le prime due), a volte è sufficiente rimetterle in esercizio per poco: i fedeli anziani le ricordano ancora e i giovani possono impararle presto.
Si tratta infatti di forme antifonali semplici, prive di salmo: in pratica di preghiere alla Vergine – in un latino facilissimo  - messe in canto e inoltre quelle consacrate dall’uso comune, nella forma semplice (esistono le versioni nel c.d. tono solenne), sono state per secoli dei veri cavalli di battaglia del nostro popolo.
Dico secoli, ma ormai potrei dire “un millennio” e anche più, perché queste quattro piccole perle di sapienza liturgico-musicale ci giungono dai recessi più affascinanti del Medioevo cristiano.

Josef Ferdinand Fromiller, La Vergine appare al beato Ermanno, XVIII sec., Monastero, Ossiach

Johann Baptist Straub, Beato Ermanno lo storpio, 1751 circa, chiesa abbaziale, Andechs

L’antifona per l’Avvento e il tempo di Natale, “Alma Redemptoris”, è attribuita al beato Ermanno di Reichenau (Ermanno il contratto), ovvero uno dei più grandi melografi e musicisti del Medioevo, vissuto subito dopo il Mille e di cui proprio nel 2013 celebrammo il millennio della nascita, e, probabilmente autore anche della “Salve Regina”.


Alcuni propendono per assegnare a S. Bernardo la paternità di quest’ultima antifona, ma – come si può vedere – è comunque un campionario di tutto rispetto!
Una certa tradizione vuole, invece, risalente addirittura allo stesso S. Gregorio Magno il “Regina coeli” che si canta da Pasqua a Pentecoste e, dai tempi di Benedetto XIV, sostituisce anche l’Angelus nello stesso periodo, mentre “Ave Regina coelorum”, di composizione più tarda, resta l’antifona della Quaresima, ma in verità essa copre il periodo dell’anno liturgico che segue la festa della Candelora, ovvero dalla Settuagesima sino a Pasqua.
Ognuna di esse medita una particolare “caratteristica” mariana, connessa strettamente con il periodo liturgico, pertanto è bene evitare di spostarle dalla collocazione che la tradizione ha loro assegnato: in Avvento si invoca Maria che partorisce il Santo Genitore (“Figlia del tuo Figlio”), mentre dopo la Purificazione si saluta la Vergine quale “porta attraverso cui la Luce è sorta nel mondo”, poi con la Resurrezione si invita la Madonna, Regina del cielo, a rallegrarsi perché il divin Figlio “è risorto, come aveva detto!” ed infine con la “Salve Regina” le si chiede aiuto ed intercessione misericordiosa.
Reintrodurre stabilmente questi quattro brevi brani in canto gregoriano a servizio della liturgia, come si può vedere, è opera meritoria, ma in questi auspici ci sono illustri precedenti.
Solo per citarne uno fra i tanti: mons. Elia dalla Costa, indimenticato arcivescovo a Firenze, quando era vescovo a Padova negli anni Trenta, nelle sue lettere pastorali invitava preti e musicisti a deporre canti melensi ed insignificanti per far luogo alle antifone gregoriane, considerate di sicura aderenza liturgica.
La storia si ripete, ma con due differenze.
La prima è che i canti da bandire oggi non sono più solo insignificanti come cent’anni fa, ma a volte, oltre che musicalmente brutti, proprio dottrinariamente e liturgicamente perniciosi.
La seconda è che i vescovi si occupano di meno di queste cose. Molto meno. Purtroppo…..

giovedì 23 aprile 2015

“Protexísti me, Deus, a convéntu malignántium, allelúja: a multitúdine operántium iniquitátem” (Ps. 63, 3 – Intr.) - SANCTI GEORGII, MEGALOMARTYRIS, DRACONEM NECANTIS

Oggi non è un santo romano, ma un martire orientale, che, con la sua palma e la sua corona, viene a rendere più splendido il trionfo del Redentore resuscitato dai morti.
Il culto di san Giorgio ha l’Oriente per patria, ma fu importato a Roma durante il primo periodo bizantino.
La leggenda ha cinto dei suoi veli la storia del Megalomartire, che sarebbe appartenuto, si crede, alla città di Lydda (l’odierna Lod) o Diospolis di Palestina, nei pressi dell’attuale Aeroporto Internazionale di Tel Aviv Ben Gurion (già noto come Aeroporto di Lod), in cui, nel 303, egli avrebbe trovato la morte per aver lacerato gli editti di persecuzione contro i cristiani. Da quando Costantino vinse il pagano Licinio, san Giorgio fu soprattutto celebrato in Oriente come difensore armato della Chiesa, come il suo τροπαιοφόρος, tropaiophóros, vale a dire colui che porta il trofeo della vittoria riportata contro il nemico, come san Lorenzo e san Sebastiano a Roma. Non soltanto il culto di san Giorgio riempì quest’immensa regione che oggi ancora prende dal lui il suo nome, la Georgia, ma penetrò nelle liturgie etiopiche, copte, siriache e latine. In Europa, san Giorgio divenne uno dei santi più popolari nel Medioevo, e l’Inghilterra lo venera ancora come suo celeste patrono.
Il Geronimiano annuncia la passione di san Giorgio il 25 aprile ed i Copti celebrano la sua festa il 18. Ma il sinassario ed il typicon bizantini lo commemorano il 23. Questo è il giorno che san Giorgio è festeggiato a Roma da quando il papa Leone II (682-683) gli dedicò una basilica al Velabro su cui diremo (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, tomo I, Paris 1886, p. 360).
A Roma, sin dall’alto Medioevo, si elevarono delle chiese e degli altari in onore di san Giorgio, in Vaticano, presso il mausoleo di Augusto (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 325; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 254); appunto al Velabro (Mariano Armellini, op. cit., pp. 630-632; Ch. Huelsen, op. cit., pp. 255-256), ed altrove.
Quando, nel VI sec., Belisario restaurò le mura di Roma, piazzò sulla porta di San Sebastiano un’iscrizione con la quale la protezione di questo luogo era affidata ai martiri orientali Conone e Giorgio (Per grazia di Dio ai santi Conone e Giorgio):


Calco della pietra di volta della Porta di San Sebastiano, Roma

Tuttavia il santuario più famoso, in cui il popolo veniva più volentieri per implorare il patronato del Megalomartire e che poteva vantare un’importante reliquia del santo (il cranio), fu sempre, durante tutto il Medioevo, la basilica Sancti Georgii in Velabro; fu per questo che Gregorio II vi istituì la messa stazionale il giovedì di Quinquagesima. Le origini di questa basilica sembrano anteriori al V sec., poiché, in un’iscrizione del 482, si fa già menzione di un lector de Belabru. La sua dedicazione definitiva ai martiri soldati, Giorgio e Sebastiano, però, data soltanto ai tempi di Leone II (682-683) (Cfr. Mariano Armellini, op. cit., pp. 630-632; Ch. Huelsen, op. cit., pp. 255-256).
In questa chiesa si conserva la reliquia della testa di san Giorgio.
Proprio questa veneranda chiesa fu funestata da uno degli attentati mafiosi nel luglio 1993, che provocarono il crollo del porticato antistante l’edificio sacro. Esso però è stato ricostruito.
Una chiesa dedicata al nostro martire è stata edificata negli anni ‘60 del XX sec. nella zona Acilia sud.
La messa di oggi è quella dei Martiri nel tempo pasquale.
Il Sacramentario Leoniano contiene anch’esso la messa di san Giorgio con le collette ed il prefazio propri.
Durante il periodo bizantino, in cui, a Roma, le letture si succedevano in greco ed in latino, il passo del Vangelo, letto in questo giorno – simile a quello del 14 aprile – in cui Gesù si paragona ad una vigna e suo Padre è paragonato ad un agricoltore (in greco γεωργός, geôrgós), ricorda molto graziosamente il nome del martire eponimo della festa.
Fuori del tempo pasquale, la messa è dal Comune: In virtute, ma le collette sono proprie.
Nessuno stato, nessuna condizione è lontana da Dio e dal paradiso. Alla scuola della perfezione cristiana, si può passare dalla caserma al martirio, dal servizio delle armi agli onori degli altari, perché la virtù è indipendente dalle circostanze esterne della vita sociale. È santo, infatti, colui che serve Dio con perfezione nello stato dove la Provvidenza divina l’ha posto.

Pavel Ryzhenko, Egli ha scelto la Fede! ovvero Martirio di S. Giorgio, 2002

Paolo Veronese, Martirio di S. Giorgio, 1564 circa, Chiesa di San Giorgio in Braida, Verona


Pieter Pauwel Rubens, S. Giorgio ed il dragone, 1606-08, Museo del Prado, Madrid


Pieter Pauwel Rubens, Martirio di S. Giorgio, Musée des Beaux-Arts, Bordeaux


Marteen de Vos, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato con i SS. Giorgio, Pietro, Paolo e Caterina d'Alessandria, 1590 circa


Mattia Preti, S. Giorgio a cavallo, 1658 circa, Chiesa conventuale di S. Giovanni, La Valletta, Malta

Mattia Preti, Martirio di S. Giorgio, Chiesa di S. Giorgio, Qormi, Malta

G. Pagliarini, Martirio di S. Giorgio, 1844, Duomo, Pirano