giovedì 21 giugno 2018

La madre avviò san Luigi Gonzaga alla santità

Pure i Santi possono aver bisogno di fare, sia pur brevissimo tempo, un periodo di Purgatorio, dopo la loro morte. S. Luigi Gonzaga, del quale oggi celebriamo la festa, secondo l’attestazione di S. Roberto Bellarmino, che ne fu confessore e maestro, e quindi meglio di altri conobbe le profondità dell’anima del giovane Santo, non sarebbe stato neppure sfiorato dal Purgatorio, andando direttamente in Paradiso. Ce lo riferisce il testo Il Purgatorio visto dai Santi del francescano esorcista padre Antonio Maria Di Monda  (1919-2007). Vi si legge: «(…) pur ammettendo che quasi tutti gli uomini passeranno per il Purgatorio, ci sono certamente anche di quelli – anche se forse molto pochi- lo sfiorano appena. Ne abbiamo conferma in un episodio della vita di san Luigi Gonzaga (1568-1591). Otto sere dopo la morte del suo carissimo amico Corbinelli [P. Lodovico Corbinelli, ndr.], questi gli apparve per tre volte in sogno, comunicandogli il passaggio definitivo al Signore. E san Luigi chiese al suo confessore, san Roberto Bellarmino (1542-1621): “Ha soltanto sfiorato il Purgatorio… È possibile che un’anima entri in cielo senza toccare il Purgatorio?”. “Sì - rispose il Bellarmino - Anzi io credo che voi sarete uno di questi che andrete diritto in cielo, senza toccare il Purgatorio; perché avendovi il Signore Iddio fatto per sua misericordia tante grazie, e concesso tanti doni soprannaturali e in particolare di non averlo offeso mai mortalmente, tengo per fermo che vi farà quest’altra grazia ancora, che difilato ve ne voliate al cielo”» (Fonte).
Nella festa di questo Santo, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.











   






  
  



























La madre avviò san Luigi Gonzaga alla santità

di Cristina Siccardi


Quanti santi in meno avremmo nella Chiesa se avessero avuto madri femministe? Fra i santi, che ebbero la grazia di avere una madre che fu determinante per il cammino perfettivo dell’essere cristiani, ricordiamo san Luigi Gonzaga (Castiglione delle Stiviere, Mantova, 9 marzo 1568 – Roma, 21 giugno 1591), la cui festa liturgica è fissata il 21 giugno.
Beatificando questo giovane gesuita a meno di 15 anni dalla morte, mentre sua madre era ancora vivente, la Chiesa ha voluto proporre ai cattolici un modello di innocenza e di purezza, testimonianza di una Chiesa rinata di fronte ad un mondo secolarizzato, avido, dissoluto e che aveva dato risposte certe all’eresia protestante che aveva dilaniato spiritualmente l’Europa.
Raramente la Chiesa ha condotto un processo di beatificazione in un tempo così breve. Raramente inoltre un culto si è esteso così rapidamente in tutta Europa. Già mesi prima della beatificazione, avvenuta il 19 ottobre 1621 ad opera di Papa Gregorio XV, Paolo V permise di diffondere e di esporre il suo ritratto nelle chiese. Quando il cardinale dell’ordine dell’Oratorio Cesare Baronio si raccolse in preghiera sulla tomba di Luigi Gonzaga disse: «È un santo».
Il gesuita Roberto Bellarmino, professore di teologia al Collegio romano e confessore di Luigi, lo propose come esempio ai suoi allievi; inoltre, in quanto membro della commissione cardinalizia incaricata di istruire il processo, si dilungò nel corso di una predica pronunciata nel 1600 sui cinque privilegi che il giovane aveva ricevuto nei suoi 23 anni di vita: la santità, da quando aveva 7 anni; la mancanza di ogni inclinazione per il peccato della carne; l’assenza di distrazione durante la preghiera; la preservazione dai peccati; umiltà ed obbedienza esemplari. Non dimentichiamo poi che santa Maria Maddalena de’ Pazzi vide in estasi san Luigi Gonzaga portato in trionfo in cielo.
Non si contano i santuari e gli altari edificati in tutta Europa per commemorarlo. Il solo ordine gesuita gli dedicò, in circa 150 anni, 2000 altari. Innumerevoli le grazie ed i miracoli che si sono realizzati per sua intercessione.
La famiglia Gonzaga fu tra i primi a beneficiare dei suoi favori, ma presto giunsero notizie da tutta l’Italia, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Polonia, dal Belgio, dalla Germania: guarigioni, protezioni particolari, raccolte abbondanti dei campi ottenute grazie all’invocazione del santo o all’uso dell’olio delle lampade che bruciavano in suo onore.
Confraternite e accademie si posero sotto la protezione di san Luigi, il cui nome venne iscritto nel Martirologio romano da Clemente XIII. Sarà Benedetto XIII a canonizzarlo il 31 dicembre 1726, proclamandolo protettore della gioventù cristiana.
Sarebbe un grossolano errore ridurre la sua figura a quella di un ragazzo angelico, di una grazia e calma amabili, perché lui stesso si paragonò ad un «pezzo di ferro contorto che doveva essere raddrizzato» attraverso la vita religiosa. Infatti aveva un carattere volitivo, brusco e indipendente, per nulla incline ai sentimentalismi.
I suoi progetti erano sempre basati su una riflessione approfondita e si era imposto il principio che ogni volta si trovava di fronte ad una nuova realtà l’avrebbe portata a termine con la maggiore perfezione possibile. Queste disposizioni si rafforzarono per rispondere ad un padre che dava molta importanza alla gloria e all’orgoglio di nascita.
Il matrimonio dei genitori, il Marchese Ferrante Gonzaga e Marta dei Conti Tana di Chieri (Torino), venne celebrato nel palazzo reale di Madrid, poiché il Marchese era al servizio di Re Filippo II di Spagna, quella Spagna che oggi, con il consenso delle femministe, vanta più donne che uomini nella compagine governativa.
In quanto figlio maggiore, Luigi fu educato alle armi. Ma all’età di 7 anni venne colpito dalla malaria, che gli rovinò la salute. Il padre, prevedendo per lui una brillante carriera politica, nel 1577 lo mandò insieme al fratello Rodolfo alla corte di Firenze, in qualità di paggio.
Questa società dissoluta e piena di intrighi, si manifestò al piccolo Luigi in tutta la sua crudezza e crudeltà fra donne vane, sempre pronte ad offrirsi e uomini che avevano sulla coscienza omicidi e avvelenamenti. Nonostante un tale ambiente, Luigi conservò, grazie ad una profonda pietà acquisita da sua madre, il senso della serietà della vita, della responsabilità, dell’integrità personale.
A Firenze i suoi studi proseguirono con grandi risultati. All’età di 22 anni sarà in grado di parlare sei lingue. Nel 1579 Luigi e Rodolfo lasciarono Firenze e si recarono a Mantova. Un volumetto lo aiutò a progredire nella vita spirituale, I Misteri del rosario di Gaspare Loarte. Fu un anno decisivo, sia per le letture, che per la presenza di una mamma eccellente, che per un incontro speciale, quello con san Carlo Borromeo. È di questo periodo la lettura delle Meditazioni quotidiane di Pietro Canisio – riassunto della dottrina cristiana, di cui apprezzò le pagine intelligenti e metodiche – e delle Lettere dalle Indie, che lo appassionarono. Fu in questo modo che si avvicinò all’apostolato dei Gesuiti.
Era il 1580 quando il giovane Luigi incontrò Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, che percorreva quelle terre come visitatore apostolico. San Carlo seppe che il giovane non aveva ancora fatto la prima Comunione, perciò lo istruì e nel luglio di quell’anno lo comunicò. Da quel momento in poi l’Eucaristia divenne il centro della vita del giovane Gonzaga, che divenne sempre più ascetica, fra preghiere, digiuni, penitenze. Nonostante l’approvazione della madre, il padre cercò di dissuaderlo dalla vita religiosa che desiderava intraprendere.
Nominato gran ciambellano del Re di Spagna, Ferrante sperò di piegare Luigi portando la famiglia alla corte di Madrid. Furono due anni di drammatica lotta fra il padre e il figlio. Luigi, divenuto paggio dell’infante Diego, pur accettando i suoi doveri, diede prova di un’indifferenza ostentata per feste, danze, scherma, parate militari, giostre; mentre fu alunno di lettere, filosofia, scienze. È di quest’epoca uno dei suoi ritratti più riusciti, quello ad opera del celebre El Greco.
Così, mentre fuori di lui si svolgeva la vita mondana, dentro di lui prendeva forma sempre più consistente la vocazione alla consacrazione a Dio.
Il 15 agosto 1583 una visione mistica gli indicò la via: entrare nella Compagnia di Gesù. Rientrato in Italia nel 1584, suo padre cercò di offrigli distrazioni di ogni genere alle corti di Ferrara, di Parma, di Torino, servendosi di intermediari per esercitare pressioni al fine di dissuaderlo dalle sue intenzioni. Tutto fu vano. Luigi, ormai, conduceva la sua esistenza come quella di un monaco.
Si recò a Mantova nel luglio del 1585, dove svolse gli esercizi spirituali. Il 2 novembre firmò un atto di rinuncia ai suoi diritti in favore di Rodolfo, per poi partire alla volta di Roma, dove, il 21 novembre, Papa Sisto V lo ricevette in udienza privata. Il giorno successivo, all’età di 17 anni, entrò nel noviziato di Sant’Andrea al Quirinale. Tre mesi dopo suo padre morì, mostrando esemplari sentimenti di pietà cristiana.
Dopo due anni di noviziato, pronuncia i primi voti il 25 novembre 1587. Il 25 febbraio 1588 riceve la tonsura e il mese dopo gli ordini minori. Da quel momento diventa membro della Compagnia di Gesù come «un grande cavaliere, capitano valoroso nella lotta contro i nemici della nostra salvezza: il mondo, la carne e il diavolo» (Richeome).
Conosce molto bene la mediocrità, il disimpegno e l’ignoranza dei suoi contemporanei e ciò lo induce fermamente all’umiltà, tema ricorrente nei suoi scritti: «Le colonne del cielo sono cadute e si sono rotte. Chi mi prometterà la perseveranza? Il mondo è immerso nella malizia peggiore. Chi potrà calmare l’ira dell’Onnipotente?», i santi, i santi come Luigi Gonzaga, che scelse di offrirsi a Dio come strumento di riparazione. Gli viene concesso di conoscere che gli resta poco tempo da vivere. Per fortificarsi legge sant’Agostino, san Bernardo e una biografia di santa Caterina da Siena.
È sereno, riceve doni mistici e, allo stesso tempo, si occupa dei bisognosi. Fra il 1590 e il 1591 la città di Roma, dove si trova, è attanagliata dalla carestia e dalla peste, che seminano la morte, tanto che in 15 mesi si succedono tre Papi: Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV.
Luigi chiede per sé e per una decina di gesuiti il permesso di occuparsi degli appestati. Si impegna senza risparmio, consapevole dei rischi che corre, ma ne è felice: «Sento un desiderio straordinario di servire Dio», confida a Padre Bellarmino, «che non credo che Dio mi avrebbe dato se non avesse l’intenzione di riprendermi». Contro quell’ecatombe si batte san Camillo de Lellis con i suoi confratelli, a cui si affianca l’opera di Luigi e dei suoi compagni.
Ad un certo punto gli dicono che è bene smettere perché il suo fisico è già troppo provato: la malaria di un tempo, la vita di penitenza, gli strapazzi… Tuttavia trova un appestato abbandonato per la strada, non esita a caricarselo sulla spalla e portarlo nell’ospedale di san Camillo per curarlo personalmente. Il 13 marzo 1591 si mette a letto per non alzarsi più.
Il 10 giugno scrive la sua ultima lettera, indirizzata alla mamma, degnissima di ricevere parole che le madri credenti, al di là delle mode illusorie e transitorie, dovrebbero leggere di tanto in tanto per ricordarsi di quale responsabilità sono investite:
«Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito Santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovavo ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto» (Romani 12,15). Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guardati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre».

mercoledì 13 giugno 2018

Antonio di Padova e gli eretici. Un aforisma su S. Antonio tratto dalla liturgia


A S. Antonio di Padova, possono, a giusto titolo, applicarsi le parole che S. Girolamo riferiva nei confronti degli eretici: "Breviter respondebo, nunquam me haereticis pepercisse et omni egisse studio, ut hostes Ecclesiae mei quoque hostes fierent", cioè: "Mi basterà rispondere che non ho mai avuto riguardo per gli eretici e che ho impiegato tutto il mio zelo per fare dei nemici della Chiesa i miei personali nemici" (Dial. c. Pelag., Prolog. 2). Ed ancora può applicarsi a lui quanto sempre Girolamo scriveva a Rufino: "In uno tibi consentire non potero, ut parcam haereticis, ut me catholicum non probem", cioè "Vi è un punto sul quale non potrò essere d’accordo con te: risparmiare gli eretici e non mostrarmi cattolico" (Contra Ruf. 3, 43)

"O Gloriosa Domina, excelsa super sidera" - l'inno mariano con cui S. Antonio di Padova si addormentò nel Signore

Quest'inno non è altro che la seconda metà del componimento Quem terra, pontus, aethera, composto da Venanzio Fortunato (530-609), vescovo di Poitiers. Entrambi sono inni popolari mariani usati nella Liturgia, Quem terra, pontus, aethera è usato per l'Ufficio delle Letture, mentre O Gloriosa Domina viene usato per le Lodi nel Comune della Beata Vergine Maria. 
Esso era uno dei preferiti di Sant'Antonio di Padova. La tradizione vuole che fosse cantata dalla madre di Sant'Antonio, Maria Tarasia Taveira, quando il piccolo Fernando, futuro Antonio, era fanciullo a Lisbona. Il canto gli entrò talmente a cuore che anche il Santo portoghese spesso lo intonava quando era un bambino. Era un tale favorito di Sant'Antonio, che era costantemente sulle sue labbra durante la sua vita e lo cantò in punto di morte, con un filo di voce, mentre era all'Arcella in Padova. Ancora oggi si canta presso la tomba del santo, nella celebre basilica, ogni venerdì. 




Medaglia commemorativa con S. Antonio da Padova e Vergine Immacolata
con le parole "O Gloriosa Domina excelsa super sidera". FONTE