Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 12 agosto 2019

Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

Lo scorso giugno ricordavamo, in un articolo di don Nicola Bux e Francesco Patruno, il centenario dell’incontro tra S. Francesco ed il sultano d’Egitto, in cui si metteva in rilievo come il significato di quell’incontro fosse ben diverso dalla vulgata che, oggi, vorrebbe dare a quell’incontro (v. S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivederequi).
Senz’altro, tra le più fedeli interpreti del Poverello d’Assisi, ed anzi sua pianticella, gelosamente coltivata ed accudita presso San Damiano, vi è Chiara d’Assisi, della quale celebriamo quest’oggi la festa. Ella, senz’altro, quale fedele interprete di Francesco, ci mostrò come comportarsi, ritenendo i musulmani non come fratelli, bensì come nemici.
Nella festa di questa Santa, perciò, non possiamo far a meno che ricordare quell’evento di un venerdì del settembre 1240, come narratoci da Tommaso da Celano.


Quando Santa Chiara mise in fuga i Saraceni

a cura di Giuliano Zoroddu

Il Serafico Patriarca Francesco, come si sa, nel 1219 volle andare in Egitto al seguito dei Crociati e si presentò allo stesso Sultano al-Malik al-Kāmil per predicare a lui e ai suoi, seguaci del falso profeta Maometto, “il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo” (vedi qui). Similmente ed in modo egualmente poco ecumenico, ebbe a confrontarsi coi Maomettani (soldati saraceni al soldo dell’empio e più volte scomunicato Federico II di Svevia), nel 1240, la sua prima discepola, santa Chiara “prima pianta delle Povere Donne dell’Ordine dei Minori”, come ci racconta il beato Tommaso da Celano.

 “Il Signore ti ha benedetta comunicandoti la sua possanza, e ha per mezzo di te annichilati i nostri nemici
(Giuditta, XIII, 22. Alleluia della messa propria di S. Chiara)


Piace a questo punto raccontare i portenti delle sue orazioni, con altrettanta aderenza alla verità quanto sono degni di venerazione.
In quel periodo travagliato che la Chiesa attraversò in diverse parti del mondo sotto l’impero di Federico, la valle Spoletana beveva più spesso delle altre il calice dell’ira. Erano stanziate lì, per ordine imperiale, schiere di soldati e nugoli di arcieri saraceni, fitti come api, per devastare gli accampamenti, per espugnare le città. E una volta, durante un assalto nemico contro Assisi, città particolare del Signore, e mentre ormai l’esercito si avvicina alle sue porte, i Saraceni, gente della peggiore specie, assetata di sangue cristiano e capace di ogni più inumana scelleratezza, irruppero nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro al chiostro stesso delle vergini.
Si smarriscono per il terrore i cuori delle Donne, le voci si fanno tremanti per la paura e recano alla Madre i loro pianti. Ella, con impavido cuore, comanda che la conducano, malata com’è, alla porta e che la pongano di fronte ai nemici, preceduta dalla cassetta d’argento racchiusa nell’avorio, nella quale era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi.
E tutta prostrata in preghiera al Signore, nelle lacrime parlò al suo Cristo: «Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, Signore, ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare». Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova arca di grazia: «Io vi custodirò sempre!». «Mio Signore – aggiunse – proteggi anche, se ti piace, questa città, che per tuo amore ci sostenta». E Cristo a lei: «Avrà da sostenere travagli, ma sarà difesa dalla mia protezione».
Allora la vergine, sollevando il volto bagnato di lacrime, conforta le sorelle in pianto: «Vi dò garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male; soltanto abbiate fede in Cristo!». Né vi fu ritardo: subito l’audacia di quei cani, rintuzzata, è presa da spavento; e, abbandonando in tutta fretta quei muri che avevano scalato, furono sgominati dalla forza di colei che pregava.
E subito Chiara ammonisce quelle che avevano udito la voce di cui sopra ho parlato, dicendo loro severamente: «Guardatevi bene, in tutti i modi, dal manifestare a qualcuno quella voce finché io sono in vita, figlie carissime».

TOMMASO DA CELANO, Leggenda di Santa Chiara Vergine, in Fonti Francescane, Padova, 2011 (III Edizione), n. 3201-3202

venerdì 2 agosto 2019

Perché Maria è Regina degli Angeli?

In occasione della festa della Madonna, regina degli Angeli, rilanciamo questo contributo.

Perché Maria è Regina degli Angeli?

a cura di Giuliano Zoroddu


1° PUNTO. 

Maria Regina degli Angeli, poiché Figlia prediletta del l’eterno Padre.

Considera come Dio Creatore sapientissimo ordinò le corporali e spirituali pure creature tra loro con unione e dipendenza delle inferiori alle superiori, e di queste alla suprema e più perfetta tra tutte; a quella cioè che fosse stata col fatto stesso, con preminenza di doni e qualità, a tutte le altre preposta. E la più nobile, ricca di ogni prerogativa, e meglio fornita di sapienza e bontà, fu la Vergine Maria, che l’eterno Padre antepose alle opere della creazione, mentre con lei e per lei dava alle altre essere e leggi. “Cum eo eram cuncta componens … Per me reges regnant, et legum conditores iusta decernunt … Mecum sunt divitiae et gloria” (Prov. VIII) [1], può Maria dire con la divina Sapienza. Le cose corporee si subordinava al bene dell’uomo; e questi doveva loro presiedere: “Faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram; et praesit piscibus maris, et volatilibus coeli, et be stiis, universaeque terrae, omnique reptili quod movetur in terra” (Gen. 1, 26)[2]. Ma gli uomini consociati con divine ed umane leggi, dagli Angeli ad essi superiori ricevevano lumi ed aiuti; e gli uomini e gli Angeli, il regno tutto delle intelligenze, alla primogenita tra le semplici creature, e al capolavoro fra tutto il puro creato doveva sottostare, e prestar obbedienza. Maria, iuxta hierarchicam Dyonisii legem, continet eminenter omnem perfectionem creaturarum, tamquam inferiorum, ut iure dicatur Regina mundi et Domina[3] (Gers., Tract. 4. in Magn. et alib.). Adunque all’ordine naturale sovrastando il sovrannaturale; ed in cima di questo trovandosi per ragione del Redentore la divina Madre; a costei il Creatore, colmandola di grazia e poscia di gloria, diede il regno dell’universo, e la costituì Regina degli Angeli e degl’uomini. “Vestita est ab eo gloria et decore: coelorum terrarumque Regina constituta est, et in ministerium data est illi omnis creatura, quae sub Deo est[4] (S. Thom. de Vill. Conc. de Ass.). Quindi s. Germano la chiamò Signora degli Angeli, e Padrona di tutto il creato: “Angelorum Domina, rerum omnium conditarum Hera” (C.P. de Praesent.); e s. Bernardo dopo aver distribuite le creature in differenti gradi per natura e qualità, conchiude: “Omnia quae in coelo sunt et in terra; quae divino imperio sunt subiugata, eadem Beatae Virgini sunt subiecta” (T. 2. l. 6. a 3. c. 6.): tutte le cose celesti e terrestri che sono soggette a Dio, lo sono pur anche alla benedetta sua Madre. Rifletti inoltre, che l’eterno Padre sollevava Maria ad aver con lui un identico Figlio; e a ciò le comunicava, dal fonte ch’egli è di eterna generazione, una fecondità per la quale ad esso potesse congiungersi in affinità. Ma con tal dono le dava altresì un potere che rispondesse alla dignità: ond’è che sui Troni eccedesse colla prossimità, fermezza e stabilità in Dio; sulle Dominazioni col dominio nel disporre e comandare ciò che si attiene ai divini ministeri; sulle Virtù colla fortezza nell’adoperare i mezzi a fini, vincendo qualsiasi ostacolo della natura; e sulle Potestà colla gagliardia nel respingere i maligni spiriti nel Regno di Dio sulla terra, a quel modo che le terrene Podestà allontanano i malfattori. Così Maria, all’eterno Padre strettamente congiunta, ebbe la superiorità su tutti quegli ordini angelici, che di alcun potere sono investiti nella corte Celeste. Perciò chi le negherà il titolo, onde la S. Chiesa la invoca di Regina degli Angeli? Godi di tanta gloria di Maria, e giubila del tuo proprio onore, avendo a madre la Regina degli Angeli. Ringrazia l’eterno Padre che sì alto potere avesse a lei affidato; ed emula l’impegno degli Angeli nel benedire e render gloria alla Regina del Cielo e della Terra.

2° PUNTO.

Maria Regina degli Angeli, poiché Madre del Verbo incarnato.

Considera inoltre che il titolo di Regina degli Angeli si conviene a Maria per essere la Madre di Gesù Cristo, il quale fu costituito da Dio su tutte le gerarchie degli Angeli: “Constituens ad dexteram suam in coelestibus, supra omnem Principatum, et Potestatem, et Virtutem, et Dominationem[5] (Eph. 1, 20); la Madre di colui dal quale furono create le cose: “Quoniam in ipso condita sunt universa in coelis et in terra, visibilia et invisibilia: sive Throni, sive Dominationes, sive Principatus, sive Potestates[6] (Colos. 1, 16). Or se l’eterno Padre diede a Maria tal potere da dover essere a dritto Regina degli Angeli; l’eterno Verbo che è la Sapienza del Padre, ed a cui si attribuisce in particolar modo la scienza, come al Padre la potenza, a Maria, alla quale di già perché sua Madre competeva esser Regina degli Angeli, volle dare tal prerogativa nella scienza, che per essa sorpassasse di lunga mano la pienezza della scienza dei Cherubini nel penetrare gl’intimi segreti misteri di Dio; e quella di cui godono i Principati, gli Arcangeli, e gli Angeli, nel saper eseguir rettamente quanto in grandi o tenui imprese operano nell’universo; e quella infine che hanno le Dominazioni, le Virtù, e le Podestà di ordinare, disporre, ed efficacemente imperare tutto ciò che si attiene alla divina gloria nel ministero degli uomini. L’eterno Verbo non volle dotarla di meno nella scienza, che fatto avesse fatto, nel potere, l’eterno Genitore. Che se i Cherubini primeggiano sugl’inferiori ordini nella perfezione con cui vedono Dio, e nella intensità del lume che da esso ricevono, onde conoscono l’eterne ragioni delle cose, e la bellezza e l’ordine loro, e cotal cognizione diffondono neo sottoposti ordini; chi potrà comprendere di quanto copiosi lucidissimi veri il Verbo arricchisse sua Madre, sicché effettivamente, volendo trasandar ogni altra ragione del suo regio dominio, dire si potesse Regina dei Cherubini? Senza dubbio che da lei quegli spiriti apprendono misteri altissimi, e sono illuminati a meglio penetrar le ragioni di Dio e delle cose, e ad ammirar in queste con maggiore distinzione e perspicuità le parti, l’ordine e il fine loro peculiare. Per il quale altissimo grado che Maria ha di potere insieme e di sapienza, innanzi a lei si confondono i rimanenti ordini delle altre gerarchie; e quelle intelligenze come suoi ministri si muovon prontissimi ad obbedire non che ai comandi, ai cenni e desideri suoi, a pro degl’individui di cui son custodi, e delle città, dei regni e delle nazioni su cui stanno difensori, e reggitori. O quanti millioni d’Angeli servono a Maria! Tutti quegli che sono soggetti a Gesù suo Figlio. “Oportebat Dei Matrem, quae Filii erant, possidere; etenim Filius res omnes conditas ei in servitutem addixit” (S. Io. Damasc., Or. de S. M.). Sì certamente conveniva che la Madre di Dio possedesse ciò che possiede il Figlio: conveniva ché il Figlio assoggettasse a lei le creature a sé soggette. Ma oltre a questa natural convenienza di comune possedimento tra Madre e Figlio, questi le volle donare di più tale scienza che per essa fosse superiore ai Cherubini e a tutti quegli Angeli, a quali appartiene la direzione e l’eseguimento della divina provvidenza nel reggimento degli uomini e nell’amministrazione dell’universo. Che perciò, dice s. Pier Damiani, ella è perfetta come il Sole, poiché come lui di più solido chiarore illumina gli Angeli e gli uomini: “Perfecta ut Sol, quia sicut sol solus orbem illuminat, sic haec solidiori lumine et Angelos et homines illustrat” (Serm. de Annunc. ). E il Sole, splendore eterno e sostanziale dell’eterno Genitore, è il Figlio suo, il quale irradiandola della infinita sapienza, gli stessi Cherubini e le altre Virtù celesti trae in estasi di meraviglia e stupore. “Tu thronum Cherubicum divinitatis fulgore superas … Deipara etiam coelorum Virtutes in stuporem convertit. Obstupuerunt omnes Angeli, Cherubim quoque ac Seraphim[7]. (S. Epiph., Serm. de laud. Virg.). Iddio nell’illuminare le altre creature, e sì massime gli Angeli, e più tra questi i Cherubini, si comporta da Padrone coi suoi servi; con Maria però tratta da Figlio, e da Figlio amantissimo; e quindi in lei con quella pienezza stessa diffonde i suoi lumi, colla quale si posò sostanzialmente nell’immacolato suo seno, come in Tempio di sua Maestà. Attesa la copia e purezza di tanti splendori, s. Epifanio magnifica ed esalta Maria più onorata dei Cherubini: “Omnium Regina, sublimior coelicolis, purior solis radiis, et splendoribus honoratior Cherubim[8] (Or. de laud. Virg.). Vedi nuovo motivo di esultanza all’animo tuo, di congratulamento con Maria, e di rendimento di grazie al Verbo umanato, il quale volendo di fatti sublimar Maria su tutte le gerarchie angeliche, alla potenza onde l’aveva investito il Padre, tanto si compiacque di aggiungere di profondissima Sapienza. Intanto non lasciare di prostrarti a suoi piedi; e venerandola Regina degli Angeli e tua, domandale più copiosi lumi nell’apprendere la immortale sapienza de Santi, custodito e guidato in sul cammino della felicità eterna dal tuo Angelo tutelare.

3° PUNTO.

Maria Regina degli angeli, poiché Sposa dello Spirito Santo.

Considera che tra gli ordini angelici supremo è quello che si compone di Serafini, Spiriti che ardono d’un vasto amore verso Dio: per la quale singolare proprietà e dote si distinguono dagli ordini inferiori. Or di questi ancora fu Regina Maria per duplice motivo; l’uno comune, l’altro particolare. Il motivo comune è, che ella è Sposa dello Spirito Santo, il quale è Re supremo dell’universo, poiché Dio. Adunque siccome Maria è Regina perché prediletta figlia dell’eterno Padre, e Genitrice del Verbo umanato, così a dismisura più le conviene la regia dignità per essere Sposa dello Spirito Santo. Ogni Sposa di Re è Regina. Il motivo poi singolare e proprio si è il suo amore, col quale sopravanza immensamente l’amore di tutti gli Angeli Serafini. Lo Spirito Santo che è sostanzialmente Amore, si elesse a Sposa Maria, e le diede  somiglianza di se, quanto poteva prenderne creatura. Perciò le accese in cuore tale una vampa di purissima carità, da parere una scintilla rimpetto a lei tutto l’amore de Serafini. “Spiritus Sanctus occurrit Virgini gloriosae, eam recognoscens formam sui amoris … Tantam largitatem et copiam (Virgo) Spiritus Sancti accepit, quantum potest creatura viatria recipere, non Deo unita unitate personae” (S. Bernardin. t. 3. serm. 11. et de Nom. Mar.). Solo Gesù Cristo oltrepassò in amore Maria, mercé la quale la umanità era in lui unita alla divinità nella persona del Verbo. Del resto l’amore delle altre creature è come una lucciola in faccia al sole, se si paragoni con quello di Maria. Laonde i Serafini contemplandola, vieppiù si accendono ad amare quel Dio che sì intensamente è amato dalla loro Regina; ed essendo proprio ufficio di essi eccitare gli Spiriti a sè soggetti a fervorosa carità, nuovo ardore concepiscono dal focosissimo amore di quell’amantissima Regina, onde aggiungano stimoli di carità in quegli ordini inferiori. Eh! possiam francamente asserire, che essendo lo Spirito Santo per natura sostanzialmente Amore; Maria sua Sposa sia per grazia la Regina dell’amore; e conseguentemente siano a lei sudditi quegli Spiriti che posseggono in sommo grado una vita d’intelligenza e di amore. Posto ciò se condegnamente è Regina quella Donna, la quale oltre all’essere Figlia, Madre e Sposa di Re, riunisca in modo eccellentissimo e oltre misura eminente le qualità di Sapienza, Bontà e Potenza; doti che innalzano a dritto su tutti gli altri chi n’è fornito eccedente mente: si negherà a Maria, che di cotali prerogative possiede a dismisura, anche sol per questo riguardo la gloria di Regina degli Angeli? Or intendi meglio l’espressione del Gersone: “Maria, iuxta hierarchicam Dyonisii legem, continet eminenter omnem perfectionem creaturarum, tamquam inferiorum, ut iure dicatur Regina mundi et Domina”. Se le sensate creature sono servite dalle insensate, ed esse servono alle ragionevoli, le quali altresì la cedono alle pure intelligenze: subordinazione derivante dal riunire che in sé fanno le superiori creature quelle doti che si trovano sparse nelle inferiori colla sopraggiunta di un altro pregio tutto lor proprio, dalle inferiori non ottenibile, trovandosi in Maria una superiorità eminentemente eccedente le proprietà che sono divise negli Angeli; e oltre di ciò un cumulo sublimissimo d’ogni perfezione, a cui non potranno mai giungere tutte insieme le angeliche gerarchie; ella per verità è sovranamente ad esse superiore, è loro Regina. Gran motivo di somma consolazione per te. La tua Madre è Regina degli Angeli, degli stessi Serafini i quali più da vicino rendono a Dio omaggi di adorazione e di amore. O quanto più di essi avvampò di carità! Chiedile adunque che delle ardenti fiamme, ond’ella ama Dio, ti faccia partecipe, talché non solamente ti riscaldi, ma ti accenda del divino amore. Chiedile che simile ti renda agli Angeli nei puri costumi, nella immacolatezza della vita, nella facilità di apprendere la divina sapienza, nell’ardore d’amare il sommo infinito Bene. Frattanto studiati di emulare cotali angeliche prerogative, cooperando diligentemente all’aiuto che te ne porgerà essa Regina de gli Angeli; poiché in chi ella scorge desiderio di giungere a virtù tanta, diffonde in più larga copia i suoi doni, elargisce regalmente le sue munificenze.

PREGHIERA

Eccelsa Madre di Dio, e Regina degli Angeli, non isdegnate guardar per figlio questa povera creatura debole, ignorante, peccatrice. Oh se vi avessi conosciuto sin dai teneri miei anni, onorandovi colle angeliche virtù tanto care all’immacolatissimo vostro Cuore! Me misero! tenni dietro alle vanità della terra, e al pari di loro divenni vuoto di veri beni, e colmo soltanto di miserie e peccati. Deh! gloriosissima Regina, voi che siete ancora la pietosa Madre della misericordia e della clemenza, perdonatemi se mi assomigliai agli Angeli ribelli con la superbia della vita e l’iniquità delle operazioni. Me ne duole di tutto cuore; e vi protesto che pronto a morire anziché disgustarvi in avvenire, vorrò seguire le orme dei fedeli vostri divoti, e con la umiltà e purezza di cuore meritarmi il real vostro patrocinio. Ma perché più facilmente ottener possa un tanto bene, voi che siete obbedita e servita dagli Angeli qual gloriosissima loro Regina, fate che per ossequio e amor vostro, più gelosamente mi custodiscano ed aiutino, e con santi pensieri ed efficaci affetti mi spronino alla mortificazione de’miei sensi e delle mie passioni, all’amore delle virtù, soprattutto della purità. Ispirate altresì al mio spirito sentimenti di riverenza e docilità verso di essi; onde ne ascolti le ispirazioni, segua i consigli, ami gli affetti, né mai gli disgusti nella cura e protezione che prendono di me. Per tal maniera sarò anch’io sicuramente ammesso all’eternità beata; dove insiem cogli Angeli prostrato all’eccelsissimo vostro trono, vi onorerò e benedirò mia particolar Signora e Regina. Pregate, o Regina degli Angeli, pregate per me.



Pasquale Grassi SJ, Le litanie della santissima Vergine spiegate e proposte in forma di considerazioni, Napoli, 1859, pp. 225-230.



[1] “Con lui ero io, disponendo tutte le cose … per me regnano i re e i legislatori ordinano ciò che è giusto … con me stanno ricchezze e gloria”.
[2] “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
[3] “Maria, stando alla gerarchia di Dionigi [lo Pseudo-Dionigi l’Areopagita, ndr], eminentemente ha in sé tutte le perfezioni delle creature inferiori, onde di diritto  sia detta Regina del mondo e Signora”.
[4] “È rivestita da Dio di gloria e grazia, costituita Regina e dei cieli e della terra, e in suo potere sono state poste tutte le creature che stanno sotto Dio”. 
[5] “Lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potestà, di ogni Virtù e Dominazione”. 
[6] “Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà”.
[7]  “Tu superi in fulgore il cherubico trono della divinità … la Madre di Dio stupisce le Virtù. Ne stupirono gli Angeli, i Cherubini e i Serafini”.
[8] “Regina di tutti, più sublime degli abitanti del Cielo, più pure dei raggi del sole, più ornata di splendori dei Cherubini”.

Eccellenti Pittori - mostra ad Asiago - 3.8-15.9.2019



Festa del Perdono della Porziuncola (o di Assisi) e della Vergine degli Angeli

... io non ho bisogno di alcun documento, questa carta deve essere la Santissima Vergine Maria, Cristo il notaio e gli Angeli i testimoni... (San Francesco d'Assisi)

Anonimo napoletano, S. Maria degli Angeli, XIX sec.

lunedì 8 luglio 2019

Finché è giorno… I dodici anni del Summorum

Rilanciamo un interessante, breve contributo del prof. Abbruzzi nel XII anniversario del m.p. Summorum Pontificum del papa Benedetto XVI.

Max Scholz, Concerto di un coro (Chorkonzert), 1906


Finché è giorno… I dodici anni del Summorum

del prof. Vito Abbruzzi

Ieri il Summorum ha compiuto dodici anni… proprio nel giorno del Signore.
Un caso?
Direi proprio di no!
Una cosa che, mi rendo conto, sfugge ai più – non solo agli avversatori del motu proprio in questione, ma anche ai suoi stessi propugnatori – è non riuscire a cogliere il fatto che il Summorum non è opera dell’uomo, ma, a mio sommesso giudizio, di Dio stesso.
Non smetterò di ripetere – senza tema di essere tacciato di pedanteria – che siamo di fronte a numeri che parlano chiaro: 777.
Il Summorum ha visto la luce il 7 luglio 2007, ed è stato pubblicato alla pagina 777 degli Acta Apostolicae Sedis (vol. 99).
Sono più che convinto che il legislatore non pensava affatto a tutte queste misteriose coincidenze!
Il 777 è chiaramente un numero che rimanda all’ordine angelico; in particolar modo a San Michele, che il 7 luglio 1956 apparve ad Oppido Lucano (PZ) alla Serva di Dio Francesca Lancellotti, in seguito amica fraterna del cardinale Oddi, primo presidente della fu Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
E, dunque, il 7 luglio è una data micaelica!
Non solo: il 7 luglio è notoriamente primo giorno della novena alla Madonna del Carmine. Un fatto che non può passare inosservato.
Ricordo che a Putignano, in Terra di Bari, c’è una grotta-santuario dedicata proprio a San Michele (in Monte Laureto), il cui altare è speculare a quello dedicato a “S. Maria de lo Carmino” (1538). Idem a Conversano, sempre in Terra di Bari, nella chiesa parrocchiale di Maria SS. del Carmine.
Ci sono ovunque timori – non privi di fondamento – che il Summorum possa essere revocato. L’augurio è che ciò non accada. Ma se anche dovesse accadere, il Summorum resta una pietra miliare; un fatto acquisito; una conquista non facilmente raggiunta, a cui altrettanto non facilmente si rinuncerà.
Il Summorum, in questi dodici anni di vita, ha visto spegnersi tanti facili entusiasmi (per sua fortuna, poiché erano fuochi di paglia); ma altresì ha visto crescere, giorno dopo giorno, una nuova consapevolezza da parte di gente che, grazie al vetus ordo, ha riscoperto il sacro, vivendo con più raccoglimento il novus.
A chi si è preso il delicato compito di far conoscere e amare l’usus antiquior del Messale Romano, il monito di Gesù ad operare senza scoramenti: «Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare» (Gv 9,4).

lunedì 24 giugno 2019

S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivedere

Rilanciamo volentieri, in occasione dell’VIII centenario dell’incontro di S. Francesco con il Sultano d’Egitto (avvenuto il 24 giugno 1219), questo contributo di Mons. Nicola Bux e dell’Avv. Francesco Patruno.



S. FRANCESCO ED IL SULTANO D’EGITTO. UN’INTERPRETAZIONE STORICA DA RIVEDERE.

Di 

Mons. Nicola Bux e Avv. Francesco Patruno


Terrasanta, periodico della Custodia Francescana, ospitava dieci anni fa un dossier di padre Gwenolé Jeusset, ofm, San Francesco in Terra Santa (nuova serie, anno IV, n. 5, 2009, pp. 27-42). Gli articoli ruotavano intorno all’episodio dell’incontro col sultano, a Damietta, contrapponendolo al martirio dei primi frati, inviati in Marocco, dallo stesso Santo di Assisi «per ispirazione divina» (come si legge nella Cronaca dei Ministri Generali dell’Ordine dei Frati Minori, in Analecta Franciscana, 111, p. 15).
Oggi, a distanza di dieci anni, il numero di marzo-aprile 2019 della stessa rivista, dedicava un nuovo dossier a quell’incontro, per celebrarne l’VIII centenario (1219-2019). Anche questa volta non poteva mancare un nuovo articolo di padre Jeusset, dal titolo Le ragioni di un viaggio, in cui l’Autore riprende un po’, in maniera più marcata, ciò che il medesimo diceva dieci anni addietro. Con una particolarità. Viviamo, nella Chiesa attuale, ahimé, lo spirito della Dichiarazione sulla “Fratellanza Umana” di Abu Dhabi dello scorso febbraio, che ha visto il vescovo di Roma, “novello san Francesco”, incontrarsi con il Grande Imam di Al-Azhar, erede spirituale – diciamo così – e rappresentante islamico oggi di quello che fu il sultano d’Egitto, di origine curda, al-Malik al-Kamil, nipote del celebre Saladino, che il Santo d’Assisi ebbe modo di incrociare nella propria esistenza.
Tornando all’articolo di dieci anni fa di padre Jeusset, va posto in luce che, per lui, tale incontro addirittura rappresenterebbe una «svolta dell’evangelizzazione» (Gwenolé Jeusset, San Francesco in Terra Santa, cit.). Si esaltava l’ideale di fraternità universale presentandola come altra cosa rispetto alla Chiesa “delle crociate”, che aveva «i paraocchi». L’Autore giungeva ad affermare che Francesco usciva dal «ghetto» cristiano per entrare, si può supporre, nello spazio interreligioso di ampio respiro! Insomma, si anticipavano dieci anni fa quelli che sarebbero stati, in fondo, i temi, culturale ed ideologico, in cui sarebbe maturata la ricordata dichiarazione del febbraio 2019.
Ci sia permessa una chiosa: curioso che questa “svolta dell’evangelizzazione” non sia stata percepita come tale dai figli dello stesso S. Francesco per oltre 750 anni, i quali l’abbiamo, invece, “scoperta” soltanto oggi. È curioso ricordare che, non a caso, i maggiori Santi francescani furono degli strenui difensori, promotori quando non veri e propri protagonisti sui campi di battaglia del modello oggi contestato. Basti ricordare S. Bernardino da Siena, S. Giacomo della Marca, S. Giovanni da Capistrano, S. Luigi IX, beato Marco d’Aviano, tanto per citare alcuni nomi. Forse questi Santi e Beati, le cui virtù la Chiesa ha riconosciuto solennemente, erano dei traditori delle direttive ispiratrici del loro Serafico Padre?
La verità è che siamo di fronte ad una ideologia già nota, quella del Francesco ambientalista e pacifista, quasi socio ante litteram del WWF ed attivista delle “marce per la pace”, in contrasto a dir poco con quanto le fonti francescane comparate e gli studi più seri ci riferiscono, soprattutto in merito al celebrato e mitizzato incontro di Francesco col sultano. Basta ricorrere, tra tanti, allo studio, davvero pregevole, dello storico Franco Cardini (Francesco d’Assisi, Milano, 1990, II ed.), che tiene conto adeguatamente delle fonti e della loro ricezione critica, sebbene, ad onor del vero, lo stesso Autore abbia, in seguito, rivisto le posizioni assunte nel suo libro, non sulla base di nuovi studi o scoperte, ma probabilmente per una rivisitazione di quell’episodio alla luce dell’odierno spirito dei tempi. Ci riferiamo, a quest’ultimo riguardo, alla raccolta di saggi, Nella presenza del soldan superba. Saggi francescani, Spoleto, 2009.
Ad ogni modo, tornando a quello studio sulla vita del Poverello d’Assisi, il noto storico fiorentino, che peraltro conosce bene l’Oriente, ricordava che le prime iniziative dell’Ordine francescano in Francia, Germania e Marocco volte all’evangelizzazione registrarono un fallimento, non per cattiva volontà dei frati, ma perché intraprese forse in fretta sull’onda dell’entusiasmo; a provocarle era stato lo stesso Francesco al di là delle intenzioni. Di certo, a questi non interessavano le visioni palingenetiche della società – vedi la fraternità universale, come dice Gwenolet Jeusset – né tantomeno pensava che costituissero lo scopo del suo movimento mendicante ma «egli voleva mantener fermo il suo proposito di vita, la sequela Christi, l’imitazione del modello evangelico attraverso la penitenza e la povertà» (Cardini, Francesco d’Assisi, cit., p. 183). Certo «dalla visita di Francesco in Oriente […] data il decollo di quel missionarismo francescano che ha mutato radicalmente le prospettive dell’approccio cristiano agli infedeli» (ibidem, p. 184). Invece, si è valutata la sua posizione di fronte alla crociata, affermando che non poteva non essere contro e via dicendo: «Francesco – si è concluso alla fine di questa galleria di sciocchezze – ha dimostrato incontrando il sultano di voler convertire gli infedeli con l’amore, non con la spada» (ibidem, p. 185).
Cardini sosteneva, in effetti, che tali argomenti non meritassero d’essere confutati, tuttavia li affrontava egualmente, esordendo col lamentare «una grossolana ignoranza di quel che significasse la crociata nel contesto spirituale, disciplinare ed ecclesiale del tempo; e di come in quel contesto si situasse la proposta di Francesco» (ibidem): essa era un «pellegrinaggio armato» e non «una guerra missionaria, alla quale ci si potesse ragionevolmente opporre nel nome di un concetto pacifico di missione. In secondo luogo Francesco – che era senza dubbio uomo di pace, e che alle armi aveva rinunziato come ad ogni altra cosa che riguardasse il saeculum, il mondo – non avrebbe comunque mai potuto contestare la crociata per due motivi: uno esterno e disciplinare, che potrebbe sembrar definitivo e mettere a tacere ogni polemica; uno invece intimo, spirituale,connaturato ai tempi e a lui stesso, che potrebbe sfuggire a qualcuno e merita quindi di venir sottolineato» (ibidem, p. 186). La crociata era stata voluta dalla Chiesa di Roma come sforzo corale della cristianità per liberare i luoghi santi. Coloro che predicavano contro la crociata erano innanzitutto gli eretici (ad es. Arnaldo da Brescia e Valdo di Lione: cfr. C. Papini, Valdo di Lione e i “poveri nello spirito”. Il primo secolo del movimento valdese (1170-1270), Torino, ed. Claudiana, 2001, passim), e Francesco «non poteva non distinguersi da loro attraverso un solo ma inequivocabile tipo di scelta: la disciplina nei confronti della Chiesa, l’obbedienza» (F. Cardini, op. ult. cit., p. 186). Per questo, nelle fonti non si trova una sola parola di Francesco contro la crociata, come contro nessun altro. Sebbene tale silenzio non equivalga ad approvazione né, sotto altro verso, a riprovazione. Come afferma lo storico Benjamin Z. Kedar, docente emerito di storia presso l’Università ebraica di Gerusalemme, in un saggio recente, Crociata e missione. L’Europa incontro a l’Islam, Roma 1999 (riedito nel 2015), «nessuna delle fonti attribuisce a Francesco parole che possano essere interpretate come critica delle crociate» (ivi, p. 166).
L’argumentum e silentio, di per sé, dunque, non può essere sostenuto come prova della contrarietà del Santo alle crociate, sebbene – può ipotizzarsi – possa essere rimasto scandalizzato dal comportamento dei crociati, che bestemmiavano ed andavano con prostitute.
Né può trarsi un argomento di contrarietà dalla circostanza che il Santo di Assisi decidesse di varcare le linee nemiche (peraltro non senza il permesso del legato papale e guida religiosa della V crociata, l’intransigente card. Pelagio Galvani d’Albano!), entrando in campo islamico, del tutto disarmato. Ciò era, del resto, perfettamente giustificabile se si considera che egli era stato aggregato al clero fin dalla prim’ora, su ordine del papa e per la mediazione del Cardinale di San Paolo, Giovanni Colonna, tanto da ricevere la tonsura clericale (cfr. Fonti Francescane, nn. 1460, 1461, 1528) e venendo, in seguito, rivestito del diaconato. Non è, anzi, improbabile che, per facilitare il compito della predicazione di Francesco e dei suoi frati nelle chiese, fosse stato lo stesso vescovo di Assisi, o addirittura il Papa, ad averlo ordinato diacono. Scrive infatti il Celano nella sua Vita Prima a proposito del Natale del 1223 di Greccio: «Induitur sanctus Dei leviticis ornamentis, quia levita erat, et voce sonora sanctum Evangelium cantat …» (ibidem, n. 470). Perciò, quando, nel 1219, si recò in Egitto, era già diacono, poiché non portò con sé armi, stante il generale divieto canonico – almeno dal Concilio provinciale di Poitiers del 1079 («clerici arma portantes et usurarii excommunicentur»), in seguito ripreso da altri sinodi e nelle raccolte delle decretali – per i sacri ministri di indossare, salvo particolari eccezioni, armi di sorta. Addirittura, era vietata, per questo motivo, persino la caccia, come stabiliva il can. 15 del Concilio Lateranense IV del 1215! Ecco spiegato il motivo per il quale S. Francesco andò disarmato.
Franco Cardini osservava quindi che «[b]isogna forse avere il coraggio di disincantare la realtà storica di un Francesco troppo spesso ricostruito secondo i gusti e le tendenze morali odierne, e guardare alla concreta realtà storica del XIII secolo» (F. Cardini, Francesco d’Assisi, cit., p. 187). Per l’uomo di quell’epoca e per Francesco, che aveva scelto Cristo a modello di vita, la crociata era anzitutto il pellegrinaggio, la visita ai luoghi del Salvatore, la cui conoscenza e venerazione bisognava portare in Occidente; questo superava le violenze e le infamie in essa perpetrate, perché su queste trionfa la Croce. «E qui subentra il secondo, non sottovalutabile aspetto della questione. Francesco vedeva nella crociata anzitutto l’occasione del martirio; e nel martirio la forma più alta e più pura della testimonianza cristiana. Dire che l’ha cercato equivale a non valutare correttamente il peso che, nella sua vocazione, aveva l’umiltà. Certo però egli si è posto, anche in questo, a disposizione della Provvidenza» (ibidem, p. 188).
Nella regola del 1221 (la c.d. Regula non bullata) il Poverello riassumeva, come è noto, l’esperienza del viaggio in Oriente, invitando i frati ad andare tra gli infedeli (De euntibus inter saracenos et alios infideles) in due modi: il primo, senza liti né dispute, ma sottomettendosi e confessando d’essere cristiani; l’altro modo era di valutare i segni del Signore circa il momento opportuno per annunziare il suo vangelo ai «saraceni o altri infedeli», battezzarli e farli cristiani «perché chiunque non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel regno dei cieli» (ibidem) («Fratres vero, qui vadunt, duobus modis inter eos possunt spiritualiter conversari. Unus modus est, quod non faciant lites neque contentiones, sed sint subditi omni humanae creaturae propter Deum (1 Petr 2,13) et confiteantur se esse christianos. Alius modus est, quod, cum viderint placere Domino, annuntient verbum Dei, ut credant Deum omnipotentem Patrem et Filium et Spiritum Sanctum, creatorem omnium, redemptorem et salvatorem Filium, et ut baptizentur et efficiantur christiani, quia quis renatus non fuerit ex aqua et Spiritu Sancto, non potest intrare in regnum Dei»). Le due modalità non erano contrapposte: anche la prima, per la verità, serviva a scrutare il momento per costruire la Chiesa, senza della quale non sarebbe possibile «la costruzione di un nuovo mondo, un programma di fraternità universale», tanto auspicata da p. Jeusset (San Francesco in Terra Santa, cit., p. 39). Senza la Chiesa non c’è salvezza (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 846), perciò l’Assisiate avvertiva come suo imprescindibile compito l’evangelizzazione di tutti gli uomini. Altrimenti perché mai Cristo sarebbe venuto al mondo e l’avrebbe fondata?
Dimenticarlo, significa credere che l’uomo si salvi comunque ed a prescindere da Cristo, perché, come pensava Rousseau, esso sarebbe naturalmente buono.
Francesco andò dal sultano nella consapevolezza di tutto ciò.
Ora, contrapporre i protomartiri del Marocco (canonizzati dal Pontefice Sisto IV il 7 agosto 1481, con la bolla Cum alias, e riconosciuti dallo stesso S. Francesco come suoi veri Frati e da S. Antonio da Padova come suoi modelli ispiratori) e la «Chiesa delle crociate», come fa p. Jeusset, al comportamento del Santo a Damietta, significa assumere un atteggiamento ideologico, come si evince dalla seguente affermazione: «Serviranno più di settecento anni allo Spirito Santo […] per farci capire che l’incontro vissuto da Francesco d’Assisi era importante tanto quanto il martirio in generale, ed era il contrappunto del martirio di Marrakesh» e dalla conclusione chiastica che «Damietta è l’incontro senza martirio; Marrakesh è il martirio senza incontro. Damietta è l’incontro tra due credenti; Marrakesh è lo scontro di due sistemi e di due mentalità opposte, Marrakesh è il vicolo cieco. Damietta al contrario è la strada che apre nuovi orizzonti» (Gwenolé Jeusset, op. ult. cit., p. 32).
In realtà, è il rapporto di Francesco con i musulmani, impostato sull’umiltà d’essere “minore”, a suscitare ammirazione in Oriente. Non a caso Dante lo descrive umile «alla presenza del soldan superbo» (Par. XI, 101). È proprio l’umiltà ad essere “pericolosa”: il sultano era – secondo l’Historia Occidentalis di Jacques de Vitry, vescovo di S. Giovanni d’Acri e cardinale - «preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall’efficacia delle sue parole» (Cardini, op. ult. cit., p. 193) («[…] Tandem vero, metuens ne aliqui de exercitu suo, verborum eius efficacia ad Dominum conversi, ad christianorum exercitum pertransirent […]»). Ipotizzando che Francesco avesse profittato della tregua sotto l’assediata Damietta per cercare d’incontrare il sultano, si può dedurre – facendo la media delle cronache di Giacomo, di Ernoul, di Tommaso da Celano e di Bonaventura – che l’avesse fatto, secondo Cardini, perché «voleva solo testimoniare: non era sua intenzione convertire nessuno» (op. cit., p. 199). A lui stava a cuore solo Cristo, non i valori, come si dice oggi, fosse pure la pace.
A nostro sommesso avviso, comunque, non poteva dirsi estranea al Poverello l’annuncio della fede tra gli infedeli e la ricerca, se necessario, della corona del martirio: «per la sete del martiro», diceva Dante (Par. XI, 100)!
Al contrario, l’idea-madre di P. Gwenolé Jeusset è la fraternità universale: «Francesco voleva andare tra i musulmani per dir loro che Gesù, sulla croce, ci aveva resi fratelli» (op. cit., p. 28; cfr. anche ibidem, p. 34). Può esser vero se si aggiunge a questa verità l’altra: bisogna riconoscere la Croce e chi vi è stato crocifisso, per tirarne come conseguenza la fraternità. È noto, invece, che proprio ciò scandalizza i musulmani, i quali ritengono fratelli solo i correligionari, mentre tutti gli altri sono sottomessi o infedeli.
Per riconoscere la fraternità, bisogna convertirsi alla paternità di Dio, ma questo solo Gesù l’ha rivelato: perciò ci si deve convertire a Lui. Forse che Cristo non voleva la fraternità universale? Proprio per questo ha fondato la Chiesa! Oggi, piuttosto, ci si imbatte persino in chi, ecclesiastico, vorrebbe raggiungere tale risultato a prescindere non solo dalla conversione, ma anche dalla stessa Chiesa. I muri che dividono, sono già caduti col sangue di Cristo, ma lo possono riconoscere solo coloro che si convertono a Lui. La fraternità non ha frontiere sulla terra solo se ci si converte a Cristo, come affermava, d’altronde, anche S. Paolo, il quale esclamava non a caso nell’Epistola ai Galati: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal. 3, 26-29). Ed ancora nell’Epistola agli Efesini: «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef. 2, 13-14).
Solo in Cristo, riconoscendoLo, vi può essere la fraternità universale.
Diversamente, si coltiva un’utopia: quella che porta, il p. Jeusset a vedere in Damietta addirittura «una svolta dell’evangelizzazione» (op. cit., p. 36), il passaggio dalla mentalità della conquista alla mentalità dell’incontro (ibidem, p. 37), dallo spirito delle crociate allo spirito della fraternità, al punto da avanzare la certezza che «[s]e Francesco non conseguì il martirio a Damietta, ricevette però la grazia di un incontro spirituale al di là dei paraocchi della Chiesa delle crociate» (ibidem, p. 37). Jeusset approda alla visione di un Santo che «abbandona il suo io ecclesiale. Esce dal “ghetto” cristiano e raggiunge il lebbroso spirituale, cioè il musulmano, andando ben oltre, al di là del mare …» (ibidem, p. 41). Egli giunge persino ad affermare che il Poverello «non era andato a liberare una tomba vuota a Gerusalemme, ma aveva scoperto che Gesù, uscito vivo dalla tomba, era presente col suo Spirito in coloro che lui, il pellegrino Francesco, incontrava sull’altra sponda» (ibidem, p. 38). Si può essere sicuri che costoro siano i musulmani! Ma…non ha detto Gesù che i veri adoratori avrebbero adorato il Padre in spirito e verità (cfr. Gv. 4, 24)? Siccome per arrivare al Padre bisogna passare per mezzo di Lui, per caso i musulmani sono già tali? Dunque, non travisiamo la storia e tanto meno la fede cattolica.
Frattanto, la summenzionata rivista, come detto all’inizio, è tornata sul tema di san Francesco e il Sultano, in occasione dell’VIII centenario del fatto avvenuto il 24 giugno 1219, pubblicando in copertina e all’interno le foto di nuove icone ad hoc, che canonizzano quest’ultimo con il nimbo dell’aureola e lo immaginano, fantascientificamente quanto storicamente inattendibile, abbracciato dal Santo d’Assisi!
Due chiose finali ci siano permesse.
La prima, se è questa l’idea di fondo oggi imperante nel mondo francescano, si abbia almeno la coerenza logica e l’onestà intellettuale di “de-canonizzare” e “de-beatificare” i Santi francescani che, in un modo o nell’altro, hanno rappresentato, in contrario, ciò che oggi viene contestato, giacché la loro testimonianza stride in maniera sin troppo evidente con quanto oggi viene ideologicamente proposto.
La seconda – come ci ricorda anche un recente articolo de La Verità (Fabrizio Cannone, San Francesco non costruì dei ponti. Convertì gli islamici, in La Verità, 20.6.2019, p. 19) è un ammonimento del Pontefice Pio XI, nel 1926, nell’enciclica Rite Expiatis, nel VII Centenario della morte di S. Francesco. Papa Ratti, scagliandosi contro i primi adulatori e contraffattori della vita del Santo, osservava: «Non cessiamo perciò dal meravigliarci come una tale ammirazione per San Francesco, così dimezzato e anzi contraffatto, possa giovare ai suoi moderni amatori, i quali agognano alle ricchezze e alle delizie, o azzimati e profumati frequentano le piazze, le danze e gli spettacoli o si avvolgono nel fango delle voluttà, o ignorano o rigettano le leggi di Cristo e della Chiesa». Citando le parole del Breviario romano, quindi, ammoniva: «A chi piace il merito del Santo, deve altresì piacere l’ossequio e il culto a Dio. Perciò, imiti quel che loda, o non lodi quella che non vuole imitare. Chi ammira i meriti dei Santi, deve egli stesso segnalarsi nella santità della vita» (§ 11).