domenica 6 aprile 2014

 


Sabato 12 aprile ore 20,00

Benedizione delle Palme e S. Messa Solenne in Rito Romano antico

Chiesa di San Francesco d'Assisi

largo Plebiscito - Monopoli (BA)

lunedì 17 marzo 2014

Il dogma della presenza reale nel Concilio di Trento

Canonicus

Sono giunto a conoscenza di recenti (quanto antichi) tentativi di diluire, tramite giri di parole vuote e riferimenti ad una "teologia dei Padri" opportunamente filtrata, il senso del dogma di Fede Cattolica nella presenza reale di Gesù Cristo nelle specie eucaristiche.
L'occasione si è presentata con l'articolo di F.Martignano Il realismo eucaristico al concilio di Trento e al concilio Vaticano II apparso su Rivista di scienze religiose (n.2/2013, Monopoli).

Innanzitutto è bene ricordare che le verità di Fede rimangono realtà non adeguate all'intelletto umano, altrimenti non vi sarebbe bisogno della virtù della Fede per crederle. Non sono realtà irrazionali, anzi se ne può parlare per mezzo di concetti. Noi però non abbiamo il diritto di imporre a Dio i nostri schemi e definire ciò che lui può fare e ciò che non può secondo il metro dell'ordinario raziocinio.
Pensiamo alla realtà della Trinità: tre Persone sono uguali, ma distinte. Il Soggetto, però, è Dio: unico. Nella mente umana però, a persona corrisponde soggetto, poiché la persona è un'entità individuale. Come anche ogni ente è uno. Dio però è in tre Persone, ma Uno. La mente umana non è adeguata a concepire una cosa di questo tipo. Infatti la realtà della Trinità si vive nella Fede ed è sorgente inesauribile di amore. E l'agape che è Dio non è propriamente qualcosa di comprensibile razionalmente e completamente, ma qualcosa che si sperimenta e si vive e soprattutto si contempla.
Dalla conoscenza di un mistero di Fede, quindi, promana l'amore.
Ma adesso veniamo all'argomento principale.


Ecco l'insegnamento del Concilio di Trento: «Non vi è infatti contraddizione tra il fatto che lo stesso nostro Salvatore sieda sempre nei cieli alla destra del Padre, secondo il modo naturale di esistere, e il fatto che, tuttavia, presente sacramentalmente in molti altri luoghi, sia [praesens] presso di noi nella sua sostanza, con quel modo di esistere che, difficile da esprimere a parole, tuttavia possiamo comprendere con la nostra mente illuminata dalla fede, come possibile a Dio e che anzi dobbiamo credere fermissimamente»[1].
Secondo me un qualunque semplice fedele non troverebbe alcuna difficoltà nel capire e assimilare la dottrina contenuta in queste parole. Mentre notiamo che alcuni teologi fanno molta fatica in questo. Questo è un cattivissimo segno.

L'elucubrazione argomenta soprattutto  a partire da una distinzione tra termini[2]. Affrontiamo sintenticamente le difficoltà legate a questa questione, che crediamo siano originate (come già S.S. Pio XI scriveva a riguardo delle cause della diffusione del modernismo) da deboli basi filosofiche. Infatti nelle nostre facoltà teologiche si insegna ormai la filosofia del Novecento (sulla scorta di Karl Rahner) e non quella di san Tommaso, come prescrive la Chiesa.
a) Reale. Non è sinonimo di "vero" e non si oppone a "immaginario" o "falso". Nel linguaggio comune è evidentemente spesso così, ma noi dobbiamo tener presente il linguaggio fortemente univoco della filosofia classica; un linguaggio tanto preciso, e dunque scientifico, che nessun'altra filosofia ha mai elaborato.
"Reale" si oppone dunque a "mentale". Un ente reale è una cosa esistente al di fuori della mente; l'ente mentale è il concetto. Il concetto non è falso o "distante" dalla realtà perché è mentale. Non dobbiamo cadere in opinioni di stampo kantiano e, in genere, moderno che tanto hanno fatto male alla cultura occidentale. Io posso avere il concetto di Gesù Cristo nella mente: ciò significa semplicemente che Gesù Cristo, in quanto reale, sussiste al di fuori della mia mente, ma grazie all'intelligenza, io posso conservare nella mia mente la nozione di Gesù Cristo appresa a partire dall'esperienza sensoriale[3].
Dire dunque che Gesù Cristo è "realmente presente" (nell'Eucaristia) significa esattamente dire che egli, come se fosse una persona che cammina, pensa, agisce, parla, ride, è lì, è presente, proprio in quelle specie. E' presente realmente e quindi non è un concetto. E' presente, cioè è una sostanza.

b) Sostanza. Non facciamoci ingannare dal pensiero moderno e dal linguaggio comune. La sostanza non è il materiale o il composto chimico di cui una cosa è fatta. L'ente reale è una sostanza, cioè è un'unità fondamentale intellegibile e di per sé sussistente in quanto conclusa nella sua natura. In altre parole: è qualcosa che posso distinguere da altro e a cui posso dare un nome, che corrisponde appunto ad un concetto ben determinato. Dire che Gesù Cristo è presente come sostanza nelle specie eucaristiche, significa dire che egli, come ente, come qualsiasi altro ente, quindi come una qualsiasi persona, è lì, Egli è quelle apparenze delle specie che noi vediamo.
Parlare, dunque, di transustanziazione significa dire che ciò che è inzialmente pane e vino diventa qualcosa che non chiamo più "pane" e "vino" (le sostanze del pane e del vino), ma esattamente qualcosa (o meglio Qualcuno) che chiamiamo "Gesù Cristo" e che non è più assolutamente il pane e il vino, nonostante ciò che appare alla vista.
Questa è una verità di Fede. Il nostro intelletto conosce attraverso l'esperienza e da lì elabora il concetto, cioè una nozione vera della realtà. Noi non possiamo ordinariamente pensare che una cosa, ad un'analisi chimica, risulti di frumento, ma non lo sia in realtà. Eppure questo avviene con la consacrazione delle specie eucaristiche durante la Messa. Che ciò piaccia o no, questo insegna il Concilio di Trento.

c) Exhistentia. E' scomponibile in "ek" e "stasis", che vogliono dire "stare fuori". Indica la realtà in quanto contigente, uscita dal nulla e perciò creata. A rigor di termini è sbagliato dire che Dio "esiste", ma bisognerebbe dire che Dio è. Ed infatti così si esprime san Tommaso nella Summa. Quanto a Cristo, il termine è proprio perché Egli è vero uomo. Il fatto che il Concilio di Trento utilizzi questo termine significa semplicemente che si sta riferendo ad un modo di "stare" particolarmente tangibile, o anche, lo stare e basta. E' normale che sia riferito allo stare di Cristo glorificato alla destra del Padre con il suo corpo vero e reale ma anche risorto e immortale. Un modo di essere "collocato", in forza della glorificazione, comunque non identico a quello di cui facciamo esperienza.
d) Praesens. L'autore oppone "presente" a "esistente". Abbiamo chiarito che il termine "esistenza" rende molto plasticamente e "sensorialmente" il fatto di essere presente corporalmente in un luogo. Ed è vero che per la Dottrina cattolica Cristo si rende presente in molteplici azioni della Chiesa, come quelle liturgiche e specialmente nei Sette Sacramenti. Ma... la Dottrina è molto chiara: Cristo vi è presente con la sua virtus: forza, potenza, evidentemente salvifica, si intende: Cristo, glorificato alla destra del Padre, opera continuamente la Redenzione nel mondo attraverso lo Spirito Santo. Nell'Eucaristia, però, Cristo è presente realmente e sostanzialmente. Il Concilio si esprime con le parole "presente con la sua sostanza". Abbiamo già detto cosa significa il termine "sostanza". E' quindi molto chiaro cosa intende il Concilio.
e) Sub specie sacramenti. La disanima dell'autore si sposta sui termini usati nella Summa theologiae. San Tommaso distingue un modo di essere di Cristo in cielo in propria specie e sugli altari sub specie sacramenti[4]. L'autore vuole con questo suffragare l'idea che Cristo sarebbe presente nell'Eucaristia "sacramentalmente" e quindi, implicitamente, come in tutti gli altri Sacramenti. Ma san Tommaso sta dicendo semplicemente ciò che abbiamo spiegato sub c) e d).
f) Celebrazione. Eccoci al perno e alla "causa scatenante" di tutto l'articolo[5]. L'autore interpreta le nozioni di cui sopra a partire da una teologia liturgica determinata, che però non mi sembra ispirarsi esattamente a quanto la Chiesa ci consegna[6]. Il Sacramento, ogni Sacramento, sarebbe, così, niente meno e niente più che una celebrazione[7]. E' vero che il Sacramento dell'Eucaristia è inserito in una celebrazione; è vero che così deve essere, perché la Liturgia Eucaristica perpetua nel tempo l'atto di adorazione di Cristo al Padre sulla terra per mezzo della Chiesa. E' tuttavia gratuito restringere il senso e il valore dell'Eucaristia al momento della Santa Messa. La Chiesa ha sempre consegnato l'Eucaristia come viatico ai malati che non potevano partecipare alla celebrazione, proprio perché potessero essere rafforzati spiritualmente dalla sua consumazione. Ha anche con il tempo incominciato a conservare l'Eucaristia in luoghi adeguati al fine di estendere il momento di adorazione ad essa al di fuori della Messa. Ma una tendenza archeologistica molto forte nella teologia attuale porta a pensare che tutto ciò che è stato introdotto dopo il IV secolo è frutto di decadimento, incrostazione ideologica, collusione tra Chiesa e Stato[8]. Questo atteggiamento porta ad una forte autoreferenzialità, a chiudersi al confronto con la Chiesa.
L'Autore termina proponendo, neanche tanto velatamente, di buttare a mare gran parte della spiritualità degli ultimi dieci secoli[9]: Egli aveva affermato precedentemente – seppur implicitamente – che l'Adorazione del Santissimo Sacramento sarebbe solo una pratica che resiste al venire meno di quella teologia che ne ha dato origine[10]. A parte concepire la teologia con ottica evoluzionistica e non organica (segno che l'autore è condizionato da un approccio discontinuista), tali cose egli crede di poter affermare, nonostante il Magistero ha continuato per tutto il XX secolo e continua ancor oggi a raccomandare l'Esposizione ed Adorazione eucaristica, possibilmente perpetua.
A questo punto il semplice fedele, che segue l'indicazione di Gesù "dai frutti riconoscete l'albero", storce il naso di fronte a manifeste distorsioni e al palesamento della volontà di far evolvere la religione a cui è stato abituato in qualcosa di più "progredito" o semplicemente più "autentico"[11].
Compito della Teologia non è cercare di elaborare complesse discussioni miranti a stabilire sofisticate (o più che altro sofistiche) distinzioni, a spaccare il capello in quattro, pensando, con questo, che la teologia vada "avanti", per poi finire per ripetere vecchi errori. Essa ha il compito di trasmettere intatta e in modo comprensibile e arricchente per tutti la Dottrina di sempre, quella degli Apostoli. Questa non va "interpretata" a partire da concezioni teologiche, ma al massimo a partire dal solo Magistero... o tutt'al più dalle riflessioni dei santi; a scanso di equivoci: quelli canonizzati, si intende...
La presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia è il frutto più ragionevole e più misteriosamente grande della logica dell'Incarnazione. Il Signore ha posto la sua tenda tra noi, ha voluto che noi potessimo entrare in comunione totale con Dio, non più apparendo con la sua gloria come faceva nella tenda del convegno o nel tempio, ma presentandosi vivo e vero sotto i veli delle specie del pane e del vino per potersi fare mangiare e diventare nostro, cosicché noi potessimo accogliere integralmente la sua divinità in noi. 
La Chiesa ha sempre creduto questo, ma perché invece alcuni cristiani sentono la necessità di sminuire la portata di questa dinamica divina? Perché non ne avvertono la conformità al disegno della sapienza divina, l'ordine e la ragionevolezza?




[1]    DH 1636
[2]    F.MARTIGNANO, Il realismo eucaristico al concilio di Trento e al concilio Vaticano II, pagg. 446-456, in «Rivista di scienze religiose», n.2/2013, Monopoli
[3]    Dunque parziale e fuorviante appare la disanima di pagg. 457-459 e la sconfessione del Magistero di Paolo VI, il quale avrebbe commesso l'errore di non essersi collocato all'interno di una dottrina definita, molto furbescamente, "misterica", con questo volendo asserire che è quella dei Padri, dunque quella cattolica, al netto delle incrostazioni successive. Paolo VI era cosciente dello slittamento semantico del termine "reale" nelle lingue correnti e perciò ha dovuto spiegare, appunto similmente a come stiamo facendo noi adesso, che un conto sono le vere manifestazioni del Signore nella persona del sacerdote o nelle azioni della Chiesa, altro è la sua presenza sostanziale nell'Eucaristia.
[4]    S. TOMMASO D'AQUINO, Summa theologiae, III, q.76, a.5, ad.1
[5]    F.MARTIGNANO, cit., pagg. 456-463
[6]    Secondo l'Autore, avremmo noi ormai abbandonato l'impostazione della L. Enciclica di S.S. Pio XII Mediator Dei, la quale «considerava la liturgia nella prospettiva religiosa del culto» (ibidem, pag. 463). Dunque per l'A. il cristiano, mediante la Sacra Liturgia, non rende culto a Dio. Se ne deriva che, sempre secondo Lui, nelle azioni liturgiche, neanche Gesù Cristo rende culto al Padre mediante la Chiesa. E cosa sarebbe l'anamnesi tanto sbandierata dall'A. se non (accanto ad altre cose) la contemplazione, adorazione, lode di Dio da parte del cristiano per i mirabilia che Egli ha operato, cioè l'unico vero atto di culto che un uomo può rendere al vero Dio rivelatosi?
[7]    ibidem, pag. 461: «è l'anamnesi che – per così dire – fa passare la passione-morte di Cristo dall'essere una realtà fisica all'essere una "realtà" misterica. Pertanto il concetto di "presenza reale" di cui parla [la Cost. Dogm.] Sacrosanctum Concilium 7 deve essere letto alla luce di questa prospettiva misterico-anamnetica [...] il mistero di Cristo è una "realtà" complessa non riducibile a categorie metafisiche, poiché la realizzazione di questa salvezza diventa efficace nell'azione rituale-anamnetica». Da notare l'uso delle virgolette quando si parla della realtà sacramentale, che vuole palesemente comunicare l'idea che si sta parlando di realtà in senso soltanto analogico.
[8]    ibidem, pag. 465: «la concezione figurale/tipologica dell'Eucaristia, propria della prima patristica». Se proprio vogliamo esaudire il desiderio dell'A. di tornare ad una concezione "propria della prima patristica", allora sarebbe meglio anche abbandonare i termini di sostanza, processione, Trinità e ritornare alle prime forme del Credo. Evidentemente l'A. non si rende conto che compito fondamentale della Teologia è proprio quello di arrivare ad elaborare concettualizzazioni e terminologie che esprimano più chiaramente il mistero e tengano così i fedeli lontani dagli errori. E' questo ciò che vuole dire il Concilio Vaticano II quando parla di una comprensione della Fede da parte della Chiesa che cresce nel tempo (cfr. Cost. Dogm. Dei Verbum, n.8).
[9]    ibidem, pag. 463: «...ci si è trovati davanti ad un rito – fors'anche sfarzoso e solenne – che appariva come una rappresentazione di qualcosa ormai irrimediabilmente lontana, come una cerimonia solenne ma solo esteriore» (citazione dell'A.). Si insinua forse che la Chiesa abbia per secoli perso la retta Fede nella Sacra Liturgia, recuperandola soltanto grazie a quei teologi che hanno (re)introdotto una prospettiva "misterica"? In ogni caso, non consta il possesso da parte nostra di esami psicanalitici fatti sui cristiani dei secoli precedenti.
[10]  ibidem, pag. 449: «La devozione dunque è sopravvissuta alle cause che l'hanno posta in essere» (citazione dell'A.).
[11]  ibidem, pag. 464. Si ritiene del tutto superato il concetto, centralissimo nella Teol. Sacramentaria cattolica, di ex opere operato, perché esso porterebbe a non valorizzare la "partecipazione attiva" (?) dei fedeli alla Sacra Liturgia. Meglio tacere di altre fuorvianti approssimazioni.

lunedì 10 marzo 2014

Requiem: Mario Palmaro

Mario Palmaro


Dopo lunga malattia, si è spento lo scorso 9 marzo a Monza, all'età di 45 anni, il giornalista e scrittore cattolico, già Docente presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, Mario Palmaro.







venerdì 21 febbraio 2014

Radicati nell fede: editoriale di febbraio

 Fonte: Radicati nell fede


Se c'è un rischio grande, oggi, è quello di credere di vivere le cose perché le si pensa o perché le si vede. Sì, oggi è questa la grande illusione, l'illusione del “virtuale”. Non vogliamo parlare solo di internet, anche di questo, ma non solo di questo. C'è nel mondo tradizionale chi, navigando sul web, fa il pieno di informazioni sulla vita della Tradizione, partecipa a tutti i più infuocati dibattiti o intervenendo o lasciandosi agitare, e pensa così di vivere la Chiesa secondo la tradizione. C'è poi un altro genere di “virtuali”, fatto da quelli che,amando
viaggiare, vanno in cerca dei luoghi più significativi, dove poter vivere qualche intensa esperienza, che faccia loro gustare un pezzetto della Chiesa di sempre: un giorno sono in un convento, l'altro in un priorato, l'altro ancora in una chiesa dove si canta bene la messa. Nell'approssimarsi di una festa dicono: “Dove andiamo a viverla questa volta, dove sarà meglio?”. Entrambe queste posizioni sono ingannevoli e a lungo andare non costruiscono niente, lasciano a mani vuote, non cambiano la vita. Sono entrambe ingannate dal “virtuale” che non diventa mai “carne e sangue”. È un vagabondare pericoloso, che non ti cambia, che sposta fuori di te il problema. Potremmo applicare a questo genere di persone il giudizio severo che San Benedetto, padre del monachesimo occidentale, esprimeva sui monaci vaganti: Perché questa sferzante severità da parte del Patriarca del monachesimo? Perché questi monaci, così vagando, non si pongono sotto l'obbedienza di nessuno e sfuggono al primo compito del cristiano, la propria conversione. I monaci benedettini fanno due voti: quello di stabilità (nel monastero) e quello della conversione dei costumi, conversione della vita. Ma è evidente che i due voti sono collegati strettamente: come fa il monaco a convertire la sua vita, se stabilmente non si mette sotto un'obbedienza santa, se non segue chi può guidarlo al cambiamento della sua vita? E come fa ad obbedire se non è stabile, se il riferimento della sua vita non è stabile? Questo è vero anche per ciascuno di noi, non solo per il monaco. È vero per ogni cristiano.

Tanto più per il cristiano che giustamente vuole seguire il Cristianesimo “non modificato”, cioè la Tradizione. Per questo, e lo abbiamo già detto, dobbiamo riconoscere un luogo di messa tradizionale, dove accanto alla celebrazione della messa ci sia anche la sana dottrina, e farlo diventare il luogo della nostra stabilità. Solo così sarà edificata la nostra vita, sotto un'obbedienza reale che ci converte. Anche nel caso che questo luogo sia molto distante, e quindi impossibile recarvisi tutte le settimane, sarà sempre possibile un riferimento spirituale intenso che ci permetterà un reale seguire. Uno non potrà forse andarci tutte le settimane, ma programmerà il suo esserci nei momenti più intensi dell'anno. Molte volte la difficoltà della distanza invece di essere un inciampo, se aumenta il desiderio, è una grazia: tu che sei distante puoi capire meglio quanta grazia ci sia in quel luogo, che tu non puoi sempre raggiungere. Ad altri, più fortunati per vicinanza, sarà invece sempre possibile una fedeltà scrupolosa, alle messe e agli incontri dottrinali, fedeltà che, sola, nel tempo produce grandi frutti. La vita cristiana consiste nel seguire Cristo, ma questo seguire passa attraverso quel prolungamento dell'Incarnazione di Nostro Signore che si chiama Chiesa. E nella Chiesa si incarna in volti precisi: quel sacerdote, quel fedele più zelante ecc...Non ha proprio senso il vagabondare spirituale, è sterile e se volete ridicolo: vai in un luogo, vuoi vederci una bella Messa cantata, va bene! ma lo sai che, perché ci sia quella Messa cantata, dei fedeli hanno rinunciato alla loro “libertà”, per essere lì tutte le domeniche a cantarla?...e altri hanno assicurato il servizio all'altare, tutte le domeniche? ...e un prete è lì stabilmente per celebrarla? Se tutti questi avessero vagabondato negli anni, per cercare “esperienze” spiritualmente interessanti, tu non avresti trovato un bel nulla. Riflettici su questo.Sì, è chiesta a molti una conversione in questo senso, una decisione per la vita: vuoi laTradizione? Falla!... secondo l'autorità che il Signore ti ha dato. Sei prete? Inizia a celebrare la messa di sempre. Sei laico? Recati stabilmente dove un sacerdote, sano per dottrina, ha assicurato la messa della Tradizione, e sii fedele a quella chiesa, perché la tua fedeltà edifichi altri e converta il tuo cuore. Non c'è alternativa a questa stabilità. Avete mai provato a domandarvi: ma se per un miracolo della Provvidenza, il Papa concedesse libertà totale all'esperienza della Tradizione, sapremmo far frutto di questa libertà? Ci metteremmo, sotto la grazia di Dio, a fare il Cristianesimo secondo la Tradizione? O troveremmo delle scuse per vivere ancora nella recriminazione? Volere che la Chiesa torni alla sua Tradizione, lamentandosi o rimpiangendo, fa buttare il tempo, fa buttare la vita... e la vita passa veloce

lunedì 10 febbraio 2014

Dal Kazakistan al Salento: Mons. Schneider a Lecce e Gallipoli





Giovedì 13 e venerdì 14 sarà nel Salento per la prima volta mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, capitale del Kazakistan, segretario della conferenza episcopale, nonché scrittore di libri di successo in materia liturgica. 

Ospite dell’associazione leccese “Luigi Pappacoda”, mons. Schneider terrà una conferenza a Lecce giovedì 13, ore 18,30 presso la chiesa di San Francesco di Paola sul tema “La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa”, introdotto da don Nicola Bux, noto liturgista e scrittore; il giorno successivo, venerdì 14, ore 18,30, a Gallipoli, presso la chiesa di San Francesco d’Assisi, l’incontro avrà come tema “La fede cattolica nella Santa Eucaristia”, presentato da mons. Fernando Filograna, Vescovo di Nardò - Gallipoli.

Il vescovo Schneider è tra i principali artefici della rinascita religiosa del suo Paese, dopo settant’anni di dittatura sovietica: a Karaganda, sua precedente diocesi, accanto ai luoghi del martirio di 500.000 deportati, è stata edificata, grazie ai suoi sforzi, la nuova splendida cattedrale in stile neogotico, dedicata alla Madonna di Fatima. Oratore e scrittore noto in tutto il mondo, egli sostiene che è urgente ripristinare alcuni elementi liturgici smarriti negli ultimi cinquant’anni, quali il silenzio, la genuflessione, il canto sacro ed occorre ritornare ad un culto teocentrico e non più antropocentrico, come avviene spesso oggi, con il celebrante che diventa il solo protagonista del rito. I suoi libri, a conferma di un solido prestigio, sono editi dalla Libreria Editrice Vaticana.


lunedì 3 febbraio 2014

Il card. Burke con il POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM 2014


COMUNICATO
DEL CŒTUS INTERNATIONALIS SUMMORUM PONTIFICUM
2 FEBBRAIO 2014, PURIFICAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

25 ottobre 2014:

Sua Em.za il Card. Burke in San Pietro a Roma

con il popolo Summorum Pontificum

card burke ii
Il Cœtus Internationalis Summorum Pontificum è lietissimo di annunciare che sarà il cardinale Raymond Leo Burke a celebrare, nella Basilica di San Pietro, la Messa Pontificale del sabato 25 ottobre alle h. 12, nel corso del terzo pellegrinaggio del popolo Summorum Pontificum a Roma.
Il CISP ringrazia Sua Em.za, il cardinale Angelo Comastri, arciprete di San Pietro, per la disponibilità e la prontezza con la quale ci ha permesso di fissare sin da oggi la data e l’orario di questa Santa Messa che rappresenta ormai il momento culminante del nostro pellegrinaggio ad Petri Sedem. Possiamo così dare l’avvio alla preparazione del pellegrinaggio con grande anticipo e ciò dovrebbe consentire ai pellegrini non Europei di partecipare con maggiore facilità.
Anno dopo anno, grazie al Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI del 7 luglio 2007, la ricchezza della forma straordinaria del rito romano diventa in concreto sempre più accessibile alla Chiesa universale (Istruzione Universæ Ecclesiæ del 30 aprile2011) e sembra opportuno consentire ai fedeli delle periferie geografiche dell’Orbe cattolico di poter unirsi a questo solenne momento di preghiera e di testimonianza. Rammentiamo che il pellegrinaggio comincerà giovedì 23 ottobre e si concluderà nel giorno della festa di Cristo Re, domenica 26 ottobre.
Per info: cisp@mail.com

martedì 28 gennaio 2014

NEGLI STATI UNITI LA RICCHEZZA DELLA LITURGIA ROMANA E' SEMPRE PIU' ACCESSIBILE

da Paix Liturgique



"La Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana " (Istruzione Universæ Ecclesiæ del 30 aprile2011).

Circa tre anni dopo la pubblicazione dell'istruzione per l'applicazione del Motu Proprio, l'effetto del Summorum Pontificum non si è fermato e l'universalità della liturgia romana si rafforza ogni giorno di più. Per iniziare bene il 2014, questo mese vogliamo fare il punto sui progressi della forma straordinaria negli Stati Uniti.


A) Partiamo da New York, e, più precisamente, da Staten Island. Il 12 ottobre 2013, dopo 48 anni di assenza, la messa tradizionale è ritornata. Non ancora in un quadro domenicale e settimanale, certo, ma con un notevole successo, come testimonia un fedele: "Contrariamente a ciò che immaginavo, e probabilmente anche a quello che si immaginavano coloro che avevano programmato una messa alle 19:30 di un sabato di ottobre, eravamo più di un centinaio." Questa messa organizzata nella chiesa del Sacro Cuore, una chiesa storica del quartiere, è stata celebrata dal parroco che ha raccontato di avere imparato a celebrare per quella occasione. E dunque, come nota un fedele, "un sacerdote si darà da fare per imparare a celebrare la messa tradizionale solo per soddisfare un pugno di fanatici una o due volte l'anno?, o forse questo parroco crede nel valore spirituale di questa messa e vuole reintrodurla in modo regolare nella sua parrocchia?, se è riuscito a radunare un centinaio di persone per un sabato sera, quante riuscirà a metterne insieme la domenica mattina alle 10 e mezza?". Noi non sapremmo dire di più. Per inciso, ecco un ultimo dettaglio che questo fedele ci ha raccontato "come ad ogni messa alla quale io abbia potuto assistere a New York, alcune signore asiatiche ci attendevano all'ingresso della chiesa per distribuire con gentilezza dei libricini per aiutarci a ben seguire e partecipare alla messa".


B) Come dimostra questo parroco di Staten Island, e come abbiamo avuto spesso occasione di scrivere, la formazione dei sacerdoti è uno dei punti cardine per lo sviluppo della messa negli Stati Uniti. A questo riguardo, in un'intervista alla rivista Regina, Byron Smith, segretario di Una Voce America, ci spiega che più di 1000 sacerdoti del paese hanno già seguito un corso per l'apprendimento della messa tradizionale. I canonici di Cantius (vedi la nostra lettera francese n. 260) sono sempre tra i più zelanti divulgatori della liturgia tradizionale: dal 10 al 13 ottobre hanno anche tenuto un corso per i seminaristi della diocesi di Detroit.


C) Nel 2013, la diocesi di Detroit è, a guardare bene, un perfetto manifesto dell'armonioso sviluppo della forma straordinaria negli stati uniti: oltre a questa sessione di formazione per i seminaristi diocesani, ha visto a fine agosto il ritorno della liturgia tradizionale nella Cattedrale del Santo Sacramento come richiesto dal gruppo locale di Juventutem. In quell'occasione ad officiare è stato Monsignor Hanchon, uno dei vescovi ausiliari. Qualche settimana più tardi, è stato Monsignor Reiss, un altro vescovo ausiliare, ad aver conferito il sacramento della Cresima a 16 fedeli della comunità Summorum Pontificum della chiesa di San Josafat. Coinvolgimento di vescovi, accesso ai sacramenti, formazione dei seminaristi: ecco una diocesi in cui le ricchezze del Motu Proprio sono ben condivise. Una situazione che suscita una certa invidia vista da questa sponda dell'Atlantico...


D) Nella diocesi di Galveston-Houston, il cardinale DiNardo, arcivescovo, ha offerto ai fedeli una parrocchia personale il giorno dell'Assunzione. Nel corso di una cerimonia presieduta dal vicario episcopale, don Van Vliet, della Fraternità San Pietro, (FSSP), ha ricevuto l'incarico di guidarla. Battezzata Regina Cæli, questa parrocchia non ha ancora una chiesa tutta sua, ma ha ottenuto l'autorizzazione di costruire su un terreno avuto in donazione a nord ovest della città. Per finire bene il 2013, il 23 dicembre, è stata la volta del vescovo di Springfield (Illinois), che ha eretto la cappellania Santa Rosa di Lima a parrocchia personale, anche in questo caso affidandola alla FSSP.


E) Sulla costa occidentale, in ogni caso, non sono rimasti indietro, fondamentalmente per la presenza di due arcivescovi ammirevoli: Monsignor Sample, a Portland (vedi la nostra lettera 44), e Monsignor Salvatore Cordileone, a San Francisco. Quest'ultimo, in particolare, non solo appoggia volentieri la maggior parte delle iniziative Summorum Pontificum che gli vengono proposte, ma se ne fa anche direttamente promotore presso il clero e i fedeli. Così, dalla domenica della Trinità è stato per la richiesta personale dell'arcivescovo di San Francisco che la messa tradizionale ha trovato una degna collocazione nella chiesa Star of the Sea (Stella Maris) tutte le domeniche alle 11, che dire di più?


F) Queste buone notizie dagli Stati Uniti non ci devono far pensare che invece altrove si sia giunti ad un punto morto. In Europa, per esempio, continuano ad apparire nuove messe, ed altre a guadagnare visibilità e facilità di accesso. Basti pensare alla Spagna, dove la stampa locale di Gijon nelle Asturie, ha raccontato del trasferimento della messa in una chiesa del centro storico della città, ma anche a Segovia che ormai può contare sull'apostolato dell'Istituto del Cristo Re due domeniche al mese alle 19 presso la chiesa di San Sebastián. Da giugno anche la Slovenia vede una prima applicazione mensile del Motu Proprio a Maribor.


G) Dietro a questo sviluppo che potremmo chiamare "organico" del Motu Proprio, c'è da segnalare che la promozione puntuale della forma straordinaria non conosce riposo: Monsignor Schneider, instancabile servitore della riforma liturgica, ha anche celebrato un triduo in Irlanda per l'inizio dell'Avvento; Monsignor Bartulis, vescovo di Siauliai in Lituania, abituale frequentatore del pellegrinaggio di Chartres, ha celebrato una messa pontificale quest'estate durante un seminario liturgico nella sua diocesi; ancora più ad est il cœtus Summorum Pontificum di Mosca (che ha la messa tutte le domeniche alle 17 nella cripta della cattedrale) ha patrocinato un viaggio di presentazione della messa tradizionale nella città di Berezniki, ai piedi degli Urali; infine la dinamica comunità di Hong Kong, che già esisteva prima del Motu Proprio, in occasione della domenica di Gaudete, ha inaugurato un ciclo di conferenze liturgiche con una presentazione da parte di Monsignor Schneider dei benefici e della necessità urgente della comunione in ginocchio e sulle labbra, oggetto del suo ultimo libro pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana.


H) A dispetto del cambio di pontificato, l'effetto Summorum Pontificum non si è arrestato nel 2013, e scommettiamo che sarà lo stesso quest'anno. Per una semplice ragione: la domanda e il bisogno sono ben lontani dallo spegnersi.