Sante Messe in rito antico in Puglia

venerdì 27 marzo 2020

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

Con due decreti la Congregazione per la dottrina della fede (organo che ha assorbito le competenze della Commissione Ecclesia Dei), pubblicati entrambi in data 25.3.2020, sono stati approvati, con uno, sette nuovi prefazi nel rito Vetus Ordo e, con l’altro, si annuncia l’ingresso, sempre nel calendario Vetus, di nuovi santi, canonizzati dopo il 1960, e si indicano circa settanta santi di maggiore importanza del calendario del 1962, che avranno diritto di precedenza sui “nuovi” (che dovessero cadere nello stesso giorno).
Che dire di questi due provvedimenti?
Con riguardo al primo, ci informa il blog Messa in Latino «(ci risultano quelli per: il SS. Sacramento, Ognissanti (si usa anche per il S. Patrono), la Dedicazione della chiesa - che già erano inseriti nell'appendice del Messale Romano del 1962, edizione francese -, i Martiri, gli Angeli, S. Giovanni Battista, e le Nozze) di cui per ora non è ancora stato pubblicato il testo». Sempre lo stesso blog esprime comunque un apprezzamento per «il prefazio De Nuptiis, tratto dalle stesse antiche fonti della tradizionale benedizione nuziale degli sposi».
Con riferimento al secondo decreto, che per la verità lo stesso blog aveva anticipato sin dal dicembre scorso (vqui), ancora Messa in latino, ci precisa che «[l]a memoria dei Santi “nuovi” è facoltativa e qualora cadesse nello stesso giorno di un altro santo del 1962 senza precedenza, si  farà doppia commemorazione nel caso che si festeggi il nuovo santo».
Due considerazioni ci viene di porgere al di là dei concreti contenuti dei due decreti. La prima considerazione è che la c.d. riforma della riforma, o forse sarebbe più corretto dire riforma della riforma della riforma, viene a toccare, inspiegabilmente, solo e soltanto il messale del 1962 e non quello del 1969-70. Che fretta c’era di toccare solo quel messale e non prima l’altro? Gli abusi, forse, non si son verificati principalmente con il secondo anziché col primo? E quindi era quello del ’69-’70 da correggere per primo per evitare o limitare gli abusi, non quello del ’62. Quindi, se fosse stato sincero l’intendimento dei riformatori della riforma, avrebbero pensato prima a “raddrizzare” il rito ordinario e poi, eventualmente, pensare alla forma straordinaria. C'è dietro dell'altro?
La seconda considerazione concerne propriamente l’inserzione dei nuovi santi. Non sappiamo chi verrà inserito. Per molte canonizzazioni post 1960 non ci sono problemi di sorta (si pensi, per es., a S. Pio da Pietrelcina o a S. Massimiliano M. Kolbe) di cui il popolo cristiano non dubita. Invece, per altre, qualche problema potrà esservi, sussistendo molti dubbi su quelle canonizzazioni (v. per es. lo studio di Mons. Gherardini, qui).
Pubblichiamo volentieri, comunque, riguardo a questi due provvedimenti il commento del nostro amico Franco Parresio.

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

di Franco Parresio

Sono di ieri i due decreti della Congregazione per la Dottrina della Fede, che lasciano molto il tempo che trovano: il Quo (re) magis (qui) e il Cum (mamma) sanctissima (qui): due provvedimenti atti a riformare il Messale del 1962 con l’introduzione di nuovi sette prefazi e dei «santi canonizzati dopo il 26 luglio 1960 (data dell’ultimo aggiornamento del Martirologio della forma extraordinaria)», come si legge nella Nota della medesima Congregazione «circa la celebrazione liturgica in onore dei santi nella forma extraordinaria del Rito Romano» (qui).
Peccato che manchi un terzo decreto: Cui prodest.
A chi giova, infatti, tutto questo? A nessuno!
Eppoi, a che pro? A confondere soltanto le idee e gli animi, innanzitutto e soprattutto degli stessi seguaci dell’Usus Antiquior: già numericamente esigui e divisi, nonché contrapposti tra di loro; ma accomunati tutti dalla diffamante definizione di “tradizionalisti”.
Infatti, sibillina è la frase che leggiamo nella Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede circa «i sette nuovi prefazi eucaristici per la forma extraordinaria del Rito Romano» (qui): «L’uso o meno, nelle relative circostanze, dei prefazi nuovamente approvati rimane una facoltà ad libitum. Ovviamente, si fa appello, al riguardo, al buon senso pastorale del celebrante».
Sembra di leggere i prenotanda del Messale di Paolo VI.
E così la “riforma della riforma” da riguardare quest’ultimo (oramai in caduta libera), va ad interessarsi – guarda caso – del solo Messale del ’62!
Forse per «affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile», secondo il diktat bergogliano del 2017 (vqui)?
Ma anche secondo quello benedettiano, che – suadentemente – per dimostrare che «non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum», stabilisce che «nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi» (qui).
E, invece, la contraddizione c’è ed è sotto gli occhi di tutti!
Falso, infatti, appare il principio secondo cui «le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda» – semmai il contrario! –, dal momento che l’influenza è a senso unico.
Il sospetto fondato è che si voglia, con fare «insensibile, sottile, leggermente, dolcemente» (per dirla con un’aria molto famosa del Barbiere di Siviglia), aggiustare, corrompendola, «l’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio”, adeguandola vieppiù al “Messale, pubblicato in duplice edizione da Paolo VI e poi riedito una terza volta con l'approvazione di Giovanni Paolo II». E questo partendo proprio dall’uniformare, in tutto e per tutto, il «Martirologio della forma extraordinaria» a quello della forma ordinaria; facendo poi il resto. I nuovi prefazi non sono, per caso, un preludio ad un successivo recepimento delle altre preghiere eucaristiche diverse dal Canone Romano? Staremo a vedere. Ma una cosa è certa: i tradizionalisti non in comunione con Roma (lefebvriani e sedevacantisti) rafforzeranno il loro aperto scetticismo verso il Summorum Pontificum, tenendosi alla larga da un eventuale pieno rientro nell’ovile romano; e quelli già nell’ovile – mai del tutto persuasi dalle rassicurazioni curiali – pronti a scappare. Mi auguro di sbagliarmi.

giovedì 19 marzo 2020

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

L’8 dicembre 1870, con il decreto Quemadmodum Deus, il prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, cardinal Patrizi, a nome del beato papa Pio IX, proclamava S. Giuseppe patrono della Chiesa: «[…] Ora, poiché in questi tempi tristissimi la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici, è talmente oppressa dai mali più gravi, che uomini empi hanno pensato che infine le porte dell’inferno abbiano prevalso contro di lei, i Venerabili Eccellentissimi Vescovi dell’universo Orbe Cattolico hanno inoltrato al Sommo Pontefice le loro suppliche e quelle dei fedeli affidati alla loro cura chiedendo che si degnasse di costituire San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica. Avendo poi essi rinnovato nel Sacro Ecumenico Concilio Vaticano [I] più insistentemente le loro domande e i loro desideri, il Santissimo Signor Nostro Pio Papa IX, costernato per la recentissima e luttuosa condizione di cose, per affidare Sé stesso e i fedeli tutti al potentissimo patrocinio del Santo Patriarca Giuseppe, volle soddisfare i voti degli Eccellentissimi Vescovi e solennemente lo dichiarò Patrono della Chiesa Cattolica [...]. Egli stesso inoltre ha disposto che tale dichiarazione, per mezzo del presente Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, fosse pubblicata in questo giorno sacro all’Immacolata Vergine Madre di Dio e Sposa del castissimo Giuseppe» (vqui il testo. V. anche qui).
Quest’anno 2020, quindi, ricorre il 150° anniversario di quella proclamazione.
Dopo Pio IX, a mostrare particolare attaccamento al Santo Patriarca fu il papa Leone XIII. Egli, eletto papa il 20 febbraio 1878, un mese dopo, come ebbe a dire ai cardinali, in una allocuzione del 28 marzo 1878, affermò di aver messo il suo pontificato sotto la protezione di San Giuseppe. Poi, in calce alla lettera enciclica Quamquam pluries del 15 agosto 1889 pose la preghiera «A te, o beato Giuseppe», che sarebbe diventata popolarissima tra i cattolici.
Dopo Leone XIII fu la volta di S. Pio X, al quale spettò approvare le litanie del Padre putativo di Gesù. Per la verità, le prime litanie in onore di San Giuseppe che conosciamo sono riportate nel testo Sommario delle eccellenze del glorioso San Giuseppe, del 1597, del carmelitano P. Girolamo Graziano della Madre di Dio. Ma fu solo con decreto di approvazione della Congregazione dei Riti, del 18 marzo 1909, che il papa San Pio X approvò e fissò le litanie di San Giuseppe. Commenta il padre Gaithier: “Grazie a questo decreto, Maria e Giuseppe erano i due soli santi che godevano di litanie autorizzate per il culto pubblico”. Pio XI, con decreto del 21 marzo 1935, applicò alla loro recita cinque anni di indulgenza ogni volta ed un’indulgenza plenaria se la recita delle Litanie, dei versicoli e dell’orazione è ripetuta ogni giorno per un mese intero. Per il testo delle litanie, cfr. Radiospada, 19.3.2020.
Benedetto XV, ricorrendo il 50° anniversario della proclamazione del Santo a Patrono della Chiesa Universale, con il Motu proprio Bonum Sane del 25 luglio 1920, esortava l’Episcopato dell’orbe cattolico a promuovere il culto nei confronti di S. Giuseppe.


In onore di S. Giuseppe, quindi, rilanciamo questo contributo:

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

di P. Serafino M. Lanzetta

Il mese di marzo è dedicato alla grande figura di san Giuseppe. In questa riflessione vorrei mettere in rilievo il mistero dell’unione di san Giuseppe con la Beata Vergine Maria. In ciò vi è la sorgente di tutte le grazie di cui è ricco il mistero giuseppino, oltre che al modo in cui il Santo di Nazareth viene introdotto dal Nuovo Testamento ed è conosciuto nella Chiesa. Se guardiamo attentamente alla sua vita, tutto accade per mezzo di Maria. Giuseppe comincia ad essere conosciuto come lo sposo di Maria (vedi Mt 1, 16) e proprio in ragione di questa relazione sponsale – da essere approfondita nella sua profondità spirituale – è introdotto nel mistero di Cristo divenendo suo padre putativo. Tutto per Maria.
Concentriamoci per un momento sul Vangelo di Matteo (1, 18-19) dove Giuseppe di Nazareth viene presentato prima di tutto quale sposo di Maria e quindi come “uomo giusto”: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto». Con ciò comprendiamo che Maria e Giuseppe erano già sposati quando la Vergine si trovò incinta miracolosamente del suo Figlio Gesù. Dicendo «promessa sposa», il Vangelo mette in evidenza il costume ebraico di celebrare le nozze in due momenti: l’unione legale, quale vero matrimonio con tutti gli effetti civili e religiosi e la coabitazione che poteva avvenire anche un anno dopo la promessa di matrimonio. Anche il Vangelo di Luca riferisce che Giuseppe era già unito a Maria da un patto matrimoniale. Infatti l’angelo fu mandato «a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe» (1, 27). Da questa unione sponsale benedetta con Maria prende forma anche la relazione di san Giuseppe con Gesù. Il Santo falegname entra in contatto personale con Gesù mediante la Madonna quando è lui a dare il nome “Gesù” al figlio di Maria (cf. Mt 1, 21). Anche al momento dell’adorazione dei pastori, che arrivarono in fretta per vedere il segno di Dio, Giuseppe si trova tra Maria e Gesù: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» ci dice il Vangelo (Lc 2, 16); come per dire che il cammino cristiano che conduce a scoprire pienamente chi è quel Bambino è da Maria a Gesù. Attraverso lo sposalizio con Maria, Giuseppe stringe Gesù e lo tiene tra le sue braccia. Egli pertanto è l’icona più perfetta della consacrazione a Maria, dell’adagio classico a Gesù per Maria.
Riflettiamo più a fondo sullo sposalizio unico e verginale di san Giuseppe con la Madonna, vera chiave per capire la figura del Falegname di Nazareth come primo tipo o modello esemplare della consacrazione mariana. Questo matrimonio santo fu senza dubbio straordinario. Nel considerare questo mistero dobbiamo trascendere il suo significato naturale e puntare subito alla profondità dell’aspetto spirituale. Tutto infatti depone a favore di un’unione speciale e interamente spirituale. Nel racconto di san Matteo (1, 18-19) appena citato, circa il fatto che Giuseppe fosse già sposato con Maria pur non coabitando ancora, possiamo scoprire qualcosa in più in virtù di una lettura anagogica del testo. E cioè, mentre Giuseppe era già unito in matrimonio a Maria – inizialmente e legalmente – non era però ancora pienamente unito a lei; ciò potremmo leggerlo nel senso di non essere ancora consacrato a lei, dal momento che la coabitazione sarebbe stata, di comune accordo, verginale e casta. Le ragioni di ciò le vedremo tra breve. Il matrimonio giuseppino dovrebbe essere considerato sotto un’altra luce in riferimento a due momenti superiori: l’unione maritale iniziale e la sua consumazione, da essere letta come consacrazione a Maria: una piena donazione di se stesso alla Vergine. La consumazione del matrimonio allora acquisterebbe un significato spirituale nuovo, preannunciando ciò che Gesù sceglierà nel suo matrimonio mistico con la Chiesa sulla Croce. Come per Gesù Crocifisso il dono di sé alla Sposa è “consumato” nel suo amore «fino alla fine» (Gv 13,1), amore totale fino alla morte, così sarà per san Giuseppe. Il suo totale amore a Maria sarà consumato nel sacrificio di se stesso fino alla morte per essere uno con Maria e ciò al fine di partecipare alla Redenzione di Cristo. Questa consacrazione a Maria accade dopo la rivelazione dell’Angelo, quando Giuseppe ha la piena conoscenza di chi è Maria e chi è quel Figlio che Lei portava in grembo. Ora Giuseppe è pronto per prendere Maria nella sua vita e per mezzo di Lei di prendersi cura di Gesù. Possiamo contemplare tutto ciò alla luce del racconto del Vangelo di Matteo (1, 20-24), in cui leggiamo: «Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ”Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa».
Qui dovremmo concentrarci soprattutto sull’ultima frase di questa pericope, che nell’originale greco recita così: «kaiparélabentèngunaîkaautou» («prese con sé la sua sposa»). Il verbo para-lambano, “prendere”, ha generalmente due significati: 1) prendere con sé, unire a sé o 2) ricevere ciò che è trasmesso. Questo verbo è lo stesso che troviamo nel Vangelo di Giovanni (19, 27) per descrivere l’atto del prendere/ricevere Maria nella propria vita da parte del discepolo prediletto: «E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (l’originale dice: «élaben o mathetèsautèneistaídia», “la prese tra le sue cose più care”). Quindi, possiamo facilmente concludere che anche Giuseppe, prima di ogni altro, da quell’ora, l’ora in cui fu istruito dall’Angelo per mezzo dello Spirito Santo circa il mistero di Maria e del Bambino nel suo grembo (echeggianti le parole di Nostro Signore sulla Croce al discepolo prediletto in riferimento alla sua Madre), prese Maria con sé. Da quel momento dell’unione piena e perfetta con Maria, Giuseppe consegnò se stesso interamente a Lei, così che attraverso di Lei potesse entrare nel mistero di Cristo e partecipare attivamente all’opera della Redenzione.
Bisogna chiarire un ultimo punto al fine di presentare un quadro completo del matrimonio di San Giuseppe con Maria quale consacrazione a Lei. Il fatto che il matrimonio fu verginale è di grande importanza. Questo prova che la consegna completa che Giuseppe fece di se stesso a Maria durante la seconda fase delle nozze deve essere intesa piuttosto come consumazione spirituale di quella unione. Il Vangelo, sottolineando il modo in cui Giuseppe accoglie Maria nella sua vita, dice anche che «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1, 25). Questa è certamente la traduzione corretta del testo originale che però presenta la particella “fino a” (éos). Con una traduzione più letterale, si dovrebbe rendere il testo così: Giuseppe «non la conobbe fino a quando ella partorì il suo figlio ed egli lo chiamò Gesù». La preposizione “fino a”, comunque, non sta a significare che dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe ebbero una normale relazione maritale. Infatti, ci sono diversi esempi biblici in cui “fino a” non implica mai un cambiamento successivo. Possiamo richiamare tra i tanti, ad esempio, le parole del Salmo messianico (109 [110],1): «Oracolo del Signore al mio signore: siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi». Ovviamente Cristo non regna alla destra del Padre solo fino a quando i suoi nemici saranno sconfitti. Anche quando Gesù promise ai suoi Apostoli di rimanere con loro «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), non volle lasciar intendere che sarebbe stato con loro solo fino alla Parusia. Al contrario, con la preposizione temporale “fino a”, l’Evangelista desidera dire che Giuseppe e Maria, diversamente da una coppia giudaica ordinaria, non consumarono il loro matrimonio durante la prima notte di nozze. Questo perché Maria aveva fatto voto di verginità, come chiaramente appare dalla sua risposta all’Angelo: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34). Ciò non era sconosciuto alla tradizione giudaica, ma fu un voto di astinenza secondo il libro dei Numeri (cap. 30) che Giuseppe aveva accettato e quindi avallato.
Proviamo ora a trarre qualche conclusione da tutto ciò. Immagiamo ciò che poté significare a livello pratico per san Giuseppe ricevere Maria nella sua vita, cosicché ognuno possa avere nel grande Patriarca un modello di consacrazione a Maria. Fu anzitutto per san Giuseppe condividere tutta la sua vita: pensieri, volontà, beni, con Maria per poter piacere a Gesù e per fare la volontà di Dio; fu ancora essere verginalmente obbediente a Maria per poter essere conformato all’obbedienza di Gesù al Padre; fu amare Maria con tutto il suo cuore casto così da rimanere sempre vigilante nel suo ministero di custode di Cristo e di servo della Redenzione; fu infine rimanere devotamente alla presenza di Maria così da essere sempre alla presenza di Gesù. Conoscere chi è Maria fu per Giuseppe conoscere chi è Dio, dove Egli abita.
La consacrazione a Maria, che san Giuseppe fece prima di tutti e in modo più perfetto, dovrebbe allora mirare ad ottenere in primis quella casta disposizione giuseppina del cuore. Nella misura in cui amiamo la Madonna con un cuore puro, con il cuore puro di san Giuseppe, in risposta, Lei ci accoglie sotto il suo manto di purità e ci rende suoi sposi d’amore, così da essere al sicuro da tutte le insidie di impurità e di empietà presenti nel mondo. Che san Giuseppe sia ancora più conosciuto quale Patriarca di amore a Gesù attraverso Maria e nel suo ruolo di sposo mistico della Santa Vergine.

martedì 17 marzo 2020

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

Rilanciamo una nuova riflessione del nostro amico Franco Parresio. Buona lettura.

J. S. Klauber - J. B. Klauber, Sacrificio di Isacco, XVIII sec., museo diocesano, Trento

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

di Franco Parresio

Riprendo e rilancio volentieri quanto dichiarato da don Nicola Bux in un’intervista rilasciata pochi giorni fa e pubblicata su La Fede Quotidiana – dal titolo molto ad effetto Coronavirus, don Bux: “Pandemia? Fa quasi rima con pandemonio” (vqui) – a proposito della infelicissima nuova traduzione del Padre nostro, che da novembre prossimo sarà imposto a tutti, da recitarsi dentro e fuori la messa.
Alla domanda Che tempo stiamo vivendo?”il noto teologo barese rispondendo afferma: “Quello assai delicato della prova. Io consiglio di meditare su questo. Il Signore ci mette alla prova, ci misura, ecco quella famigerata tentazione che con una maldestra traduzione si vuole eliminare dal Padre Nostro. Una cattiva ed inopinata nuova traduzione. Nel Padre Nostro, versione tradizionale noi chiediamo che Dio non ci introduca nella prova, questo è il significato di indurre, significa introdurre. La tentazione, dunque, è la prova di Dio che opera nella storia per valutare le nostra fede. […] Se uno conosce bene la rivelazione, sa che a volte Dio distoglie lo sguardo da noi, si nasconde, e permette, lo permette lui, a Satana di agire, gli lascia spazio per provare la nostra fede anche con eventi negativi e dannosi come questo. Un male a fin di bene, una sorta di ammonimento. In sintesi, Dio consente, non manda, il male, l’opera di Satana, per capire che esito ha questo combattimento. Ha due esiti, chi si converte o chi si danna eternamente. Ricordate che al mondo non si muove foglia che Dio non voglia e che Lui scrive dritto su righe storte”.
In questo momento di crisi globale – in tutti i sensi – ed esistenziale, appare davvero “cattiva ed inopinata” la nuova traduzione del Padre Nostro!
Perché?
Perché – come ebbi già a dire in un precedente articolo su questo tema (vqui) – imputa a Dio la colpa dei nostri fallimenti.
La “angoscia provocata dal coronavirus ha portato molte persone che non si ponevano il problema della fragilità della vita umana e del senso stesso della vita, a considerarlo seriamente”, scrive Gotti Tedeschi, riportando un colloquio avuto proprio con Don Bux (vqui), “tanto da trarne una lezione. […] La nostra supposta autosufficienza, il sentimento di immortalità, spesso avvalorata dal successo professionale (quasi sempre insostenibile) o dalla salute inattaccabile (su cui confidavamo, scoprendo che è impossibile), si rivela tutt’un tratto essere una illusione che ci apre gli occhi sui nostri limiti ineliminabili. Limiti che pretendono soprattutto l’aiuto di Dio, […] in un momento come questo di angoscia per questo virus di cui non capiamo molto”.
Attenti, dunque, a non pretendere l’aiuto di Dio, accusandolo di averci abbandonato alla tentazione! Ci faremmo ridere dietro – ma anche in faccia – da chi non si fa scrupoli a giudicare la nostra fede “infantile”, secondo il severo giudizio dell’autorevole Erich Fromm, dichiaratamente agnostico, che, ne L’arte di amare, afferma: “Il Dio di Abramo può essere amato, o temuto come un padre, essendo la sua ira e la sua intransigenza l’aspetto dominante. Poiché Dio è il padre, io sono il figlio. Non sono emerso completamente dall’originario desiderio di onniscienza e onnipotenza. Non ho ancora acquisito l’obiettività di accorgermi dei miei limiti di essere umano, della mia ignoranza, della mia debolezza.
Pretendo ancora, come un bambino, che ci sia un padre che mi perdoni, che mi custodisca, che mi punisca, un padre che mi lodi quando sono obbediente, che si compiaccia dei miei meriti e si adiri per la mia disobbedienza. Ovviamente, la maggior parte della gente non ha superato nel suo sviluppo mentale questo stadio infantile, e di conseguenza la fede in Dio, per molti, è la fede in un padre valido, illusione infantile”.
Meditate, gente! Meditate!

domenica 15 marzo 2020

La Messa ai tempi del coronavirus

Se c’è un aspetto positivo dell’attuale frangente di emergenza pandemica è che i vescovi italiani hanno avuto modo di riscoprire una verità cattolica: la S. Messa, per la sua validità, non richiede la partecipazione del popolo.
Una verità, che, negli anni del post-concilio, era stata oscurata.
In quest’emergenza, i vescovi, loro malgrado, hanno invitato i sacerdoti a celebrare le messe sine populo. Ad es., una nota della Conferenza episcopale pugliese, diramata il 9 marzo, ha affermato: «I presbiteri celebrino l’Eucaristia in privato ed invitino i fedeli a pregare personalmente o in famiglia, meditando la Parola di Dio» (vqui).
Analogo contenuto hanno avuto le note delle conferenze episcopali regionali italiane.
Misura simile è stata adottata anche dalla Conferenza episcopale spagnola: «Las celebraciones habituales de la Eucaristía pueden mantenerse  con la sola presencia del sacerdote y un posible pequeño grupo convocado por el celebrante» (vqui).
Prima di questa emergenza, molti ritenevano che le messe c.d. private, o “senza popolo”, fossero, se non invalide, almeno illegittime come sostenevano alcuni teologi del Movimento liturgico. Era un pensiero diffusosi, come ricordato a partire dal Concilio Vaticano II. Eppure, tanto Pio XII nella Mediator Dei quanto Paolo VI nella Mysterium fidei ne avevano ammesso la validità e la piena legittimità. Tutto nasceva dall’equivoco circa la natura della messa quale preghiera pubblica della Chiesa e si sosteneva che “pubblica” significasse partecipata dal popolo. Per cui, messe private o senza popolo, non erano più ritenute ammissibili. Spiegava, tuttavia, papa Montini: «ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire sé medesima come sacrificio universale, applicando per la salute del mondo intero l'unica e infinita virtù redentrice del sacrificio della Croce» (Mysterium fidei, § 33).
Non sarà un caso, ma contro questa celebrazione delle messe private si è levato Andrea Grillo, che è corso subito a precisare che, dal Concilio, «la messa è anzitutto col popolo, perché è “del popolo con il suo Signore”, e solo in seconda istanza, e secondariamente, può essere “senza popolo”» (vqui).
La riammissione a pieno titolo delle messe senza popolo non può che essere salutata positivamente.
Certo, si pongono delle incongruenze come evidenzia il nostro Franco Parresio …. Incongruenze che dovrebbero essere chiarificate.

Pio XII celebra sine populo nella sua cappella privata a Castelgandolfo

La Messa ai tempi del coronavirus

di Franco Parresio

Ieri mattina ho ricevuto, su whatsapp, questo messaggio di un amico, al quale ho prontamente risposto:
Volevo condividere con te una mia riflessione.
Lo so, non è il momento della polemica sterile in questo delicato momento che stiamo vivendo. Tuttavia mi chiedo: che significato ha il celebrare le messe (ovviamente parlo delle messe in novus ordo) “coram populo” quando il popolo non c'è? Non avrebbe più senso, in questo contesto, celebrare “coram Deo”?
Da qui io vedo tutto il limite del Messale montiniano (fermo restando, ovviamente, la sua validità): tutto impregnato di comunitarismo, cioè dove non è Dio al centro ma l'assemblea, mentre vedo la perenne attualità del Messale antico, dove ogni celebrazione - con o senza popolo - ha la sua ragione d'essere.
E ancora mi chiedo: la messa oggi è presentata come "festa": ebbene, quando i preti oggi, a porte chiuse, celebrano una messa, celebrano una festa o, piuttosto, un Sacrificio, che ha valore impetratorio, di espiazione, di adorazione e di ringraziamento?
La tua, mio caro R., è più di una riflessione: è un monito a tutti, in particolar modo ai quei sacerdoti, che ammorbati di "comunitarismo", sentono superfluo celebrar messa, perché per loro - come insegna Casel, maestro dei modernisti - il fedele è parte essenziale della celebrazione eucaristica. A dire che, se il fedele è assente, la messa non ha senso e valore; dal momento che il fedele è considerato un concelebrante. Lo sappiamo grazie alla Mediator Dei, l'enciclica sulla Sacra Liturgia di Pio XII del 1947, pubblicata allo scopo proprio di sconfessare questa idea eterodossa di Casel. A dirlo: l'abate Emanuele Caronti, che di quella enciclica fu il padre redazionale. Ed è logico che, senza fedeli, dovendo guardare i banchi, questi sacerdoti (ma è meglio chiamarli preti, perché dànno molta importanza all'essere presbiteri, in quanto capi di comunità) si sentano disoccupati e disorientati... per non dire depressi, perché inutili.
Lo dico senza ironia.
Mi riferisco anche a quei sacerdoti molto devoti e attenti alle funzioni religiose, ma che non sfuggono pure loro al fascino di introdurle e concluderle con "buongiorno" e "buonasera".
Ma – attenzione! - le colpe non sono del Messale di Paolo VI, che, pur considerando la celebrazione “coram populo” - già introdotta e subito radicatasi col Messale del 1965 -, non annulla quella “coram Deo”. Così anche la preghiera dei fedeli e lo scambio della pace, che nel Messale di Paolo VI restano facoltativi, ma che hanno finito per essere così importanti da non poterne fare più a meno.
I preti ricordino che sono prima di tutto SACERDOTI, cioè uomini di Dio, e non sacerdoti dell'umanità, come insegna quella canzonetta - erronea e fuorviante - che tristemente conosciamo. Dico "fuorviante" perché, pur volendo fare campagna vocazionale, sortisce l'effetto contrario: lo vedi dal considerevole numero degli abbandoni della vita consacrata. E il numero è destinato a salire. Come è destinato a scendere ulteriormente il numero delle vocazioni, proprio per la diminuzione inarrestabile dei fedeli.
Situazione diametralmente opposta dove si è aderiti - sacerdoti e fedeli - alle celebrazioni secondo l'usus antiquior del Messale Romano.
Ficchiamocelo bene in testa: sono gli uomini di Dio ad essere i veri pescatori di uomini!

mercoledì 26 febbraio 2020

"Ricordati uomo, che sei polvere ed in polvere tornerai" - I precetti di digiuno ed astinenza cattolici


Mattia Preti, Il ritorno del figliol prodigo, 1650 circa, collezione privata

Ricordiamo e raccomandiamo i precetti di digiuno ed astinenza cui sono tenuti i fedeli (v. qui e qui).

Mercoledì delle Ceneri e inizio del digiuno della sacratissima Quaresima - Confronto liturgico tra la prassi romana tradizionale e il messale riformato del ‘62

La preparazione delle ceneri con le palme dell'anno precedente


Messale riformato da Giovanni XXIII (Editio typica 1962)

Messale tradizionale (Editio typica 1920)
I Sacri Ministri indossano dalmatica e tonacella come in qualsiasi altra occasione: sono abolite le pianete piegate e lo stolone.
I Sacri Ministri indossano le pianete piegate, paramento di foggia antichissima che caratterizza i tempi penitenziali; il suddiacono la deporrà per il canto dell’epistola, per poi riprenderla, e il diacono la deporrà per il canto del Vangelo, indossando invece lo stolone, e riprenderà la pianeta piegata dopo la purificazione.


Dopo la benedizione e l’imposizione delle ceneri, s’inizia la messa omettendo le preghiere iniziali (ossia il salmo Judica con la sua antifona, Confessione e Assoluzione, versetti seguenti e orazioni Aufer a nobis e Oramus te, talché la messa inizierebbe con il celebrante che bacia l’altare senza nulla dire e subito provvede a incensarlo).
Terminata la benedizione e l’imposizione delle ceneri, come in ogni messa si recitano le preghiere ai piedi dell’altare senza nulla omettere.


Alla messa si dice sempre una sola orazione, quella della Feria IV Cinerum.
Alla messa, dopo l’orazione della Feria IV Cinerum, si commemorano i santi occorrenti, che sono di rito doppio. Se non vi fossero santi occorrenti, od occorresse un santo di rito semidoppio o semplice, le orazioni sarebbero in numero di tre, e si direbbero una o due delle orazioni assegnate secondo la diversità dei tempi, ovvero l’orazione A cunctis per invocare il suffragio dei santi e quella d’intercessione pei vivi e i morti.


Alla fine della messa, come in ogni altra occasione salvo in caso di processioni, si dice Ite, missa est.
Alla fine della messa, come sempre quando non si è cantato il Gloria in excelsis, il diacono canta Benedicamus Domino, volto verso l’altare.

Mercoledì delle Ceneri 2016 nell'apostolato FSSP a Lione
Il celebrante riceve le ceneri dal diacono, che indossa la pianeta piegata, così come il suddiacono (anche se queste sono in realtà pianete tagliate, su cui alcuni commentatori avrebbero di che ridire); tuttavia, a rigore i manualisti vietano che il diacono imponga le ceneri al celebrante, anche qualora il primo sia insignito dell'ordine sacerdotale, perché assume al momento le funzioni di ministro.

mercoledì 19 febbraio 2020

L'esortazione QUERIDA AMAZONIA: Una vittoria di Pirro?

Pubblichiamo volentieri una nuova intervista del nostro amico Vito Palmiotti a don Nicola Bux, dopo quelli già pubblicati in precedenza.

L’Esortazione Apostolica post-sinodale Querida Amazonia ha suscitato reazioni inattese secondo i diversi modi di leggerla e recepirla. Forse, proprio quello era lo scopo che intendeva raggiungere il suo autore.
Infatti, da una parte ha provocato una grande delusione, nonché un vero e proprio disgusto, negli ambienti amazzonici, che si aspettavano – in logica continuità con tutto processo sinodale e con il documento finale – un’apertura netta e frontale sui due temi che sono stati il leiv motif sin dall’inizio: il conferimento del sacramento dell’ordine ai viri probati (con il conseguente indebolimento nonché annientamento del celibato sacerdotale) ed il diaconato permanente delle donne, come primo passo verso il sacerdozio femminile. La frustrazione causata in questo ambito specificamente locale si è allargata a livello internazionale a tutti i contesti progressisti, colpendo a sorpresa una buona parte della Chiesa, soprattutto in Germania.
Negli stessi ambienti, si verifica, tuttavia, un’altra reazione, più conciliante e mascherata di finta serenità davanti alla evidente retromarcia dell’ultimo momento. Si tratta di una lettura dell’Esortazione Apostolica post-sinodale secondo un criterio, non ben precisato, di complementarietà e di armoniosa sintonia tra i due Documenti, quello post-sinodale e quello finale del Sinodo, i quali dovrebbero essere letti insieme, in maniera sinottica direi. Nella stessa linea si colloca chi vuole leggere il tutto come un processo aperto a nuovi sviluppi.

Nel versante opposto, il Documento post-sinodale ha suscitato reazioni ottimistiche da parte di settori tradizionalisti e conservatori, che, senza uno sguardo d’insieme, credono di aver vinto finalmente la battaglia dell’ortodossia. Così, molti pensano ingenuamente che il Papa sarebbe ritornato a difendere la sana dottrina esercitando il suo ruolo di confermare i suoi fratelli nella fede.
In verità, sembra che egli abbia voluto dimostrare di non essere tanto eterodosso come si pensa in questi ambienti. Se dopo sette anni di pontificato, non si è compreso questo, significa che non si è colta ancora la sottostante sua visione della Chiesa, prevalentemente sociopolitica. Infine, anche nella cerchia di coloro che sono in linea con la buona tradizione e la dottrina ecclesiale, l’Esortazione Apostolica post-sinodale è vista realisticamente solo come un testo magisteriale che fa silenzio sui punti più controversi, lasciando nell’imprecisa nuvola dell’incertezza ciò che meritava una chiara presa di posizione.

Così facendo, a un primo sguardo tutto sembrerebbe apparentemente in ordine, mentre in realtà è seminato il germe del caos che prima o poi produrrà i suoi frutti. Se è valida la metafora, si potrebbe dire che l’incendio della foresta amazzonica è stato parzialmente spento, ma sotto le ceneri rimangono ancora delle braci accese.
Lo stesso “teologo” di Francesco, mons. Viktor Manuel Fernandez, vescovo di La Plata, ha visto giusto, dichiarando a Religión digital: «Sin embargo, tampoco hay que afirmar, como han dicho algunos medios, que Francisco ha cerrado las puertas o ha excluido la posibilidad de ordenar algunos hombres casados. De hecho, en la introducción Francisco limita los alcances de su propio documento: “No desarrollaré aquí todas las cuestiones abundantemente expuestas en el Documento conclusivo” (2). Se refiere al documento con el cual concluyó el Sínodo de los Obispos celebrado en Roma. Está claro que si el Papa no desarrolla algún punto no es porque queda excluido, sino porque adrede no quiso repetir al Sínodo». Ed aggiunge: «Por primera vez una exhortación apostólica no quiere ser una interpretación del Documento conclusivo de un Sínodo ni una restricción de sus contenidos, ni un texto oficial que deja atrás lo que el Sínodo concluyó. Sólo es un marco complementario de ese documento y dice explícitamente: “no pretendo reemplazarlo ni repetirlo” (2). Tan claro es que no quiere reemplazarlo, que lo que hace es “presentar oficialmente” (3) ese documento y pedir que todos los obispos y agentes pastorales de la Amazonia “se empeñen en su aplicación” (4)». Lo stesso “teologo” di Francesco, dunque, non nasconde che si è creata, con l’Esortazione, una sorta di religione cattolico-amazzonica, una religione nuova, fondata sull’unione quasi sincretica o contigua, tra la fede cattolica ed i riti e le superstizioni delle popolazioni amazzoniche. Infatti dichiara: «Al mismo tiempo, muestra una enorme apertura a los ritos y expresiones indígenas, pidiendo que no se las acuse tan rápidamente de paganismo o de “idolatría” (79) y deja lugar a un posible “rito amazónico” (nota 120). En el Sínodo se dijo precisamente, en las discusiones que llevaron a un cierto consenso, que ese era el marco adecuado para pensar en la posibilidad de los “viri probati”». Come dire: prima modifichiamo il contesto, creando il giusto terreno, e poi pensiamo ai “viri probati” ed a tutte le altre innovazioni.
Ricordo anche le parole spese in sede di presentazione dell’Esortazione dal card. Michael Czerny, il quale ha dichiarato che la questione dell’ordinazione diaconale delle donne e del celibato ecclesiastico non sono risolte dall’esortazione. Ed in modo non dissimile si è pronunciato pure il card. Hummes, relatore generale del sinodo panamazzonico, il quale ha ricordato che esisterebbe un piano per sviluppare e completare la questione del celibato. Secondo alcuni osservatori, l’Esortazione rappresenterebbe una sorta di “cavallo di Troia” per l’ordinazione delle donne e per l’abolizione del celibato sacerdotale.
Tralasciamo le questioni del rito amazzonico e dell’accettazione delle tradizioni idolatriche delle popolazioni amazzoniche (nel video di presentazione dell’esortazione di Vatican News).

Se vogliamo, quella che hai descritto è una sorta di terza via (come mi pare ha ammesso qualche giorno fa, in occasione della pubblicazione dell’Esortazione, il biografo di Francesco, Austen Ivereigh su un articolo di The Tablet) o di porta semiaperta. Papa Bergoglio non ha chiuso la porta alle istanze dei progressisti, ma al contempo non le ha neppure spalancate. Ha lasciato l’uscio aperto quel tanto che basti, affinché lui, o un suo successore, in futuro, possa provvedere all’apertura completa. È forse, quindi, una vittoria di Pirro. E probabilmente neppure una vittoria. D’altronde, occorre chiarire che valore potrà assumere il Documento finale dei vescovi al sinodo amazzonico: sarà questo la chiave per interpretare l’Esortazione?
Se, come ha affermato il card. Baldisseri quel documento non rientrerebbe nel magistero, ma avrebbe mero valore morale, resterebbe da capire se esso possa nondimeno assumere valore di chiave interpretativa dell’Esortazione, talché codesta debba interpretarsi alla luce di quel documento, che Francesco ha invitato a leggere ed a tener presente interamente. 
In conclusione, Querida Amazonia ha sollevato un insieme di sentimenti contrastanti nei quali s’intrecciano l’amarezza di chi è rimasto deluso, l’illusione di chi spera in una futura apertura, l’ingenuo sguardo di chi crede in un fittizio ritorno alla vera dottrina, ma l’unico punto fermo che rimane sono le ambiguità su temi che ancora oggi esigono una risposta chiara. Last but not least, il linguaggio non chiaro, un “pastoralese”, per dir così, fatto di insinuazioni e non di affermazioni, come ha osservato in modo efficace il prof. Stefano Fontana, che non fa capire a cosa il fedele cattolico deve assentire.

mercoledì 12 febbraio 2020

L’esortazione post-sinodale amazzonica? Un docu-mento che presenta delle “fessure”. Parola di don Nicola Bux in una nuova intervista a Vito Palmiotti

Nei giorni scorsi hai presentato le aspettative (vqui). A Esortazione ormai pubblicata, quali scenari pensi che si apriranno?

I vescovi dell'Amazzonia chiederanno all'Autorità competente, il Papa - come previsto dall'Esortazione - in ragione della loro situazione particolare, di poter servirsi del Documento finale del Sinodo, per venire incontro alle esigenze delle comunità, giacché quel che dice su di esso può essere inteso, dal punto di vista canonico, come un'approvazione espressa alla luce della costituzione apostolica del settembre 2018, Episcopalis Communio. Si comprende quali siano quelle esigenze. Del resto, ci sono in questa esortazione delle aperture problematiche forse ben maggiori del tema dello stesso celibato, che ha quasi del tutto assorbito il dibattito, facendo passare in secondo piano le altre criticità concernenti il sinodo amazzonico.

Il libro di Benedetto XVI e Sarah ha esercitato il suo peso?

Sebbene sia stato detto dalle fonti ufficiali che il documento era pronto prima, da dicembre, mi consta che non è così: anzi, che proprio il libro in oggetto ha spinto a rivedere drasticamente la quarta parte dell'Esortazione, la quale comunque presenta fessure nelle quali infilare quanto è rimasto fuori.

Cosa possiamo ricavare dalla vicenda?

Benedetto XVI e il card. Sarah hanno testimoniato l'importanza del pensiero cattolico. Far pensare è il compito della filosofia, diceva Paul Ricoeur. L'attivismo oggi prevalente nella Chiesa e oltre, non aiuta anzi allontana tanti. Chi è cattolico deve, con determinazione, affermare la verità, e attendere con pazienza il tempo della grazia che la Provvidenza prepara. La Chiesa nella sua totalità non può incorrere nell’eresia. Se siamo membra di un corpo: non vi sono leggi sociologiche e politiche ma prevale la realtà della grazia, realtà ontologica e soprannaturale che rende l’uomo santo e gradito a Dio.

Che ne pensa della prossima kermesse dei vescovi a Bari "Il Mediterraneo frontiera di pace. Un laboratorio di sinodalità e di impegno tra le chiese e i popoli.

Molti cattolici e non, si aspettano dalla Chiesa che faccia conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo: per questo è stata costituita dal suo Fondatore. O dobbiamo ricorrere alle deformazioni di Sanremo e Benigni? Il resto è politica e lascia il tempo che trova. Lo Spirito Santo ci dice che il mondo può essere salvato da Cristo, non da altri, e che la Chiesa può essere rinvigorita da se stessa, non da altri.

martedì 11 febbraio 2020

Lourdes: il “monte Sinai di Maria”

Nella festa dell’Apparizione della Beata Vergine Maria a Lourdes a S. Bernadette Soubirous, rilanciamo questo contributo:


























Lourdes: il “monte Sinai di Maria”

di Fra’ Pietro Pio M. Pedalino

Vi è un legame quasi speculare e molto affascinante tra gli eventi biblici del Sinai e l’apparizione alla grotta di Massabielle, dove a presentarsi col suo nome proprio è l’Immacolata, per ricordare agli uomini le “Parole della Salvezza”.

La prima apparizione della Madonna a Lourdes si è verificata l’11 febbraio 1858, quattro anni dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione ad opera del beato Pio IX.
Lourdes è una delle apparizioni mariane più importanti della storia sia per la testimonianza di santità della veggente che per la rinomanza del centro di culto (uno dei maggiori del pianeta) che per l’importanza del messaggio, il quale racchiude una verità dogmatica fondamentale (l’Immacolata Concezione) e un itinerario di perfezione cristiana che si costruisce solidamente sugli appelli alla penitenza, alla preghiera e alla santificazione della sofferenza.
Quello di Lourdes è uno dei santuari più frequentati al mondo: proprio lì si sono verificate e continuano ininterrottamente a verificarsi conversioni e guarigioni straordinarie che anche i più scettici non possono fare a meno di ricondurre ad un intervento quanto meno misterioso, trascendente, al di là del mondo fisico e delle leggi della natura.
Il teologo Donald Anthony Foley è autore di un eccellente libro sulle apparizioni mariane(1). Sua caratteristica principale è la contestualizzazione di ogni evento mariano preso in esame all’interno del relativo quadro storico, collegando ognuno di essi ad un avvenimento o a un personaggio biblico: il fine è quello di dimostrare che le apparizioni mariane sono la continuazione della storia della salvezza, eventi salvifici realizzati dai Protagonisti della Redenzione per la salvezza delle anime.
Riflettiamo brevemente sulle apparizioni di Lourdes. D. Foley evidenzia delle correlazioni tra gli eventi accaduti a Massabielle e quelli che coinvolsero Mosè, il roveto ardente e la promulgazione delle tavole della Legge.
I primi autori cristiani consideravano il roveto ardente un simbolo della Vergine Maria. Il legame fra quanto accadde a Lourdes e l’incontro di Mosè con Dio nel roveto appare chiaro quando si analizzano le caratteristiche di questo incontro. Per prima cosa Mosè vide il roveto ardere ma non consumarsi e gli fu comandato di scalzarsi perché si trovava su un luogo sacro. Poi Dio gli affidò la missione di condurre il popolo di Israele fuori dall’Egitto e gli rivelò il nome divino: “Io Sono colui che sono”. Ebbene, esistono alcuni interessanti punti di contatto tra la vicenda di Mosè e quella di santa Bernadette:
- entrambi erano soli quando ebbero il primo incontro con il soprannaturale, in una zona montuosa;
- all’epoca Bernadette lavorava come pastorella; anche Mosè quando vide il roveto ardere ed udì la voce di Dio era intento a pascolare il gregge di Ietro;
- il roveto visto da Mosè rifulgeva nelle fiamme senza consumarsi; Bernadette vide Maria sopra un roseto avvolta da una luce fulgente;
- a Mosè fu detto di togliersi i sandali in quanto si trovava su un suolo sacro; quando Bernadette vide Maria per la prima volta si era appena tolta una calza e, come lui, fu presa inizialmente da sacro timore;
- Mosè fece ritorno a quella montagna dopo aver condotto il popolo degli Israeliti fuori dall’Egitto, anche se la visione di Dio sulla montagna era stata riservata esclusivamente a lui: il popolo vide il tuono e il fulmine intorno alla vetta ma non udì la voce di Dio; a Lourdes i presenti videro il volto estatico di Bernadette che rifletteva la celestiale bellezza riservata unicamente a lei ma non sentirono parlare la Madonna;
- agli Israeliti fu fatto divieto di avvicinarsi alla montagna; similmente agli spettatori di Lourdes le barricate erette dalle autorità impedirono di avvicinarsi alla grotta;
- Mosè poi colpì la roccia secondo le indicazioni ricevute da Dio e dalla roccia scaturì una fonte d’acqua che diede sollievo agli Israeliti; allo stesso modo la Madonna indicò a Bernadette il punto in cui trovare una fonte d’acqua e divenne anch’essa una fonte di guarigione spirituale e fisica per molte persone;
- nel roveto ardente Dio si presentò a Mosè come Jahvè (“Io Sono colui che sono”) ossia come l’Essere che esiste da sé, eterno e infinito, causa di tutte le cose; anche Maria definì la sua caratteristica più intima quando disse: “Io sono l’Immacolata Concezione”, poiché tale privilegio è la radice del suo stesso essere e della sua missione quale Madre di Dio, Corredentrice e Mediatrice.
Ci sono anche altri episodi e dinamiche della vita di Mosè che sembrano simboleggiare i fatti di Lourdes ma qui, per motivi di spazio, occorre tralasciarli per approfondire il vero punto focale. Vi è un legame davvero affascinante tra Mosè e santa Bernadette. Le “10 Parole” ricevute dal grande legislatore sul Sinai, infatti, troverebbero un parallelo nelle “10 parole” donate dall’Immacolata nel corso delle 18 apparizioni. E così Lourdes può dirsi, senza forzature, un nuovo Sinai, il “Sinai di Maria”, dove Bernadette prende il posto di Mosè per condurre il popolo lontano dalla schiavitù del peccato.
Forse un po’ tutti conoscono il messaggio di Lourdes, essenziale e conciso. Quali sarebbero allora le 10 parole di Maria a cui abbiamo accennato?
Diciamo subito che il messaggio globale delle apparizioni è molto chiaro: è un forte invito alla preghiera e alla penitenza finalizzata alla conversione dei peccatori. Le parole della Madonna durante le 18 apparizioni a Massabielle sono dosate con il contagocce ma ciascuna di esse racchiude un significato profondo e rimanda ad altre parole implicite che costituiscono la trama nascosta del messaggio. Così si può dire che il messaggio totale di Lourdes risulta variegato, composito, costituito da una parte esplicita e una implicita. Il messaggio implicito si compone a sua volta non solo di parole inespresse verbalmente ma anche di elementi espliciti (come per esempio il luogo, i simboli, l’acqua, la grotta, ecc...).
Il più grande studioso di Lourdes, il mariologo francese René Laurentin († 2017), sostiene che il messaggio «va oltre le stesse parole della Madonna». Per giunta le parole chiave del messaggio – nell’interessante lettura dello studioso – non sarebbero solo quelle dette esplicitamente dalla Madonna (cioè preghiera, penitenza, conversione e Immacolata Concezione): «La prima parola del messaggio, anche se non detta esplicitamente dall’apparizione, è la parola povertà. La povertà di Bernadette, prima e durante le apparizioni, con il rifiuto del denaro, e dopo le apparizioni con il voto di povertà che ha pronunziato presso il convento delle suore di Nevers [...]. È una testimonianza centrale di Lourdes, la radice di Lourdes»(2).
Per papa Benedetto XVI, invece – che fu pellegrino a Lourdes in occasione dei festeggiamenti del 150° anniversario delle apparizioni –, insieme alla parola povertà si deve anche valorizzare l’appello alla sofferenza, esplicitato dalla testimonianza della vita della stessa veggente. Ecco allora, in uno schema sintetico, le 10 parole che si evincono dal messaggio di Lourdes.
Le parole esplicite del messaggio sono: conversione – preghiera – penitenza – Immacolata.
Le parole implicite, invece: povertà – sofferenza – croce – vita di grazia – Santo Rosario – Consacrazione mariana.
Alcune di queste sono piuttosto evidenti, come la recita del Santo Rosario, la sofferenza (si ricordi come nella terza apparizione la Madonna disse a Bernadette: «Non ti prometto di farti felice su questa terra ma nell’altra», illuminando la futura vita di immolazione e sofferenza). Altre meno ma non per questo non sono presenti.
Un solo esempio. La connessione Immacolata-consacrazione, per esempio, apparirebbe, a prima vista, gratuita e artificiosa. Invece, se si riflette con attenzione, è genuina. Non sono pochi coloro che hanno riflettuto su come il privilegio dell’Immacolata Concezione di Maria interpelli ogni credente a seguire quella stessa “via di immacolatezza” che, se per la Vergine fu un dono gratuito di Dio, per la Chiesa è frutto di una urgente e preziosa conquista: «Il messaggio della Madonna Immacolata è importantissimo perché Dio – all’umanità che da tempo sembra essersi incamminata sulla strada dell’emancipazione dal Cristianesimo che la conduce inesorabilmente verso la deriva dell’immoralità – offre in dono lo splendore di grazia di Maria come stimolo per la santificazione [...]. Quando la Madonna appare nel suo splendore immacolato, Ella si manifesta proprio in quella santità alla quale noi tutti siamo chiamati. Quella della Vergine è dunque una chiamata alla Chiesa affinché sia davvero la Sposa di Cristo, «tutta gloriosa, senza macchia né ruga» (Ef 5,27)»(3).
Come attuare questo programma? Semplice: si potrebbe dire che il fine deve diventare anche il mezzo e cioè: il Cuore Immacolato di Maria, che guardiamo come fine a cui tendere, deve diventare anche “la via che ci conduce a Dio”, come disse Maria stessa a suor Lucia di Fatima. Diventerà via se ci consacreremo all’Immacolata, perché per la via dell’offerta incondizionata a Lei diventiamo in qualche modo «Ella stessa vivente, parlante e operante in questo mondo»4, secondo la luminosa espressione di san Massimiliano M. Kolbe.

NOTE

1) D. A. Foley, Il libro delle apparizioni mariane. Influenza e significato nella storia degli uomini, Gribaudi, Milano 2004.

2) A. Tornielli, Lourdes. Inchiesta sul mistero a 150 anni dalle apparizioniAndrea Tornielli intervista René Laurentin, Edizioni Art, Roma 2008, pp. 139-140.

3) L. Fanzaga - S. Gaeta, La firma di Maria, Sugarco Edizioni, Milano 2007, p. 48.

4) Scritti di Massimiliano Kolbe, ENMI, Roma 1997, n. 486.