venerdì 24 ottobre 2014

Card. De Paolis: "Un errore ascoltare più la gente della verità della fede"

Su segnalazione, pubblico l'intervista al card. De Paolis de La Stampa.

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“Un errore ascoltare più la gente della verità della fede”

Il cardinale De Paolis sul Sinodo: non si può ridiscutere tutto

di GIACOMO GALEAZZI

«Ho partecipato a vari Sinodi e il meccanismo non funziona bene. Stavolta poi c’era troppa carne al fuoco, si è partiti senza certezze, ma non si può mettere in discussione tutto, la Chiesa è custode di una verità di cui non può disporre». È critico verso l’utilità della «istituzione sinodale» il cardinale Velasio De Paolis, presidente emerito della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede e tra i firmatari del testo «Permanere nella verità di Cristo» contrario alle aperture della Chiesa sulla comunione ai divorziati risposati. «C’è stato un errore originario di impostazione».

Cosa non la convince nel Sinodo?
«Si sono registrate un’influenza eccessiva del timore che la gente non ci segua e un eccesso di enfasi sulla retorica della novità. Sui temi della famiglia servono il tempo e la riflessione. Non la fretta. Al Sinodo tutti vogliono intervenire, ma il tempo e l’ascolto sono limitati così come è insufficiente lo spazio concesso alla discussione nei circoli minori. Paolo VI fondò mezzo secolo fa il Sinodo come strumento agile di collaborazione al governo della Chiesa. Però il confronto deve riguardare temi studiati e approfonditi sui quali ciascun padre sinodale abbia un parere preciso».

Ci sono state resistenze al cambiamento?
«Questo Sinodo ha risentito di un’evidente originalità nell’impostazione. Si è rivelata errata la scelta di discutere un po’ di tutto, come se si dovesse rifondare tutto. La Chiesa ascolta la gente ma ha certezze che perseverano nel tempo. Il Sinodo ha ripetuto il dramma del Concilio: coniugare novità nella continuità».

Un’occasione mancata?
«È stato chiamato in causa un numero eccessivo di questioni che quindi hanno alimentato aspettative infondate. E alla fine ciò ha pesato negativamente sul Sinodo. Non può essere tutto nuovo. La vita della Chiesa necessita di continuità per progredire davvero. E’ una questione di fondo, filosofica. Francesco chiede di tornare a un Vangelo che però si è calato nel tempo in tante culture. Il punto fermo è la parola di Dio. Un tesoro che nessuno può cambiare, neppure il Papa».

La pastorale contrasta con la dottrina?
«Sperimentiamo una confusione difficile da tenere a bada. Si ascolta più la gente delle verità di fede. Ma la Chiesa deve comunicare una verità ricevuta dall’alto, non assecondare gli orientamenti dell’opinione pubblica. Al Sinodo si sono fatti troppi riferimenti alla pastorale. La prassi deve rispettare i principi: è inconcepibile che sia separata dalla dottrina. Fossi intervenuto in aula avrei ribadito le verità di fede».

Quali in particolare?

«Per esempio, chi convive non può fare la  comunione. Negli anni è diminuito il ruolo della religione e la società non accetta più influenze da parte della fede. Viviamo in un mondo che teme la religione come fonte di conflitti. La contrapposizione tra fede e ragione ci rende schizofrenici. Così oggi è lo Stato ad occuparsi di questioni etiche. Non si può attendersi che la Chiesa parli in contraddizione con la dottrina».

giovedì 23 ottobre 2014

"Ego enim sum Raphaël Angelus, unus ex septem, qui astámus ante Dóminum" (Tob. 12, 15) - S. Raffaele arcangelo

Come si onora con un ufficio speciale gli arcangeli Michele e Gabriele, così, in questi ultimi tempi, la devozione verso san Raffaele si è largamente diffusa.
Quest’Arcangelo ci è noto dal libro di Tobia e nell’antichità cristiana è sovente menzionato dai Padri e nelle iscrizioni. Alla menzione di Raffaele, sant’Ambrogio unisce quella di Gabriele e di Uriele, perché quest’ultimo è menzionato nell’apocrifo libro di Enoch: non moritur Gabriel, non moritur Raphaël, non moritur Uriel (Sant’Ambrogio, De Fide libri quinque ad Gratianum Augustum, lib. III, cap. 3, §. 20, in PL 16, col. 593C; nell’ed. 1880, col. 618A). L’associazione di questi tre nomi di angeli si ritrova anche su un piccola lama d’oro, raccolta nella rotonda di Santa Petronilla, in Vaticano, nella tomba di Maria, sposa dell’imperatore Onorio e figlia di Stilicone. Su questa vi era scritto:

MICHAEL • GABRIEL • RAPHAEL • VRIEL

Questi quattro angeli, col titolo di maiores, sono spessissimo invocati nel Canon universalis degli Etiopi, nei calendari orientali ed in molte litanie del Medioevo.
Su un’ametista intagliata, risalente al VI-VII sec., che misura approssimativamente 3 cm., vi è intagliata una figura eretta del Cristo benedicente, con nella mano sinistra un cartiglio con le prime parole del Vangelo di Giovanni, ν ρχ ν λόγος. A sinistra della figura si leggono i nomi degli angeli  (Cfr. George Frederick Kunz, The magic of jewels & charms, Philadelphia-London 1915, p. 246; Marvin C. Ross, Catalogue of the Byzantine and Early Mediaeval Antiquities in the Dumbarton Oaks Collection, vol. I, Dumbarton Oaks 1962, p. 96, n. 116). In effetti, i santi angeli con i loro nomi erano sovente invocati a fini protettivi così come si riconoscevano analoghe proprietà al Vangelo di Giovanni (Cfr. Edmond Le Blant, Le premier chapitre de Saint Jean et la croyance à ses vertus secrètes, in Rev. Archéolog., 1894, t. II, pp. 8 ss., partic. p. 8), e conservata al British Museum, si leggono questi nomi attorno all’immagine del Cristo benedicente:

ΡΑΦΑΗΛ
ΡΕΝΕΛ
ΟΥΡΙΗΛ
ΙΧΘΥOϹ
ΜΙΧΑΗΛ
ΓΑΒΡΙΗΛ
ΑΖΑΗΛ

Raffaele, Gabriele, Michele ed Uriele sono conosciuti, ma i nomi degli altri angeli che formano la corte dell’Ιχθυος, ichthýs celeste sono tratti dagli apocrifi (per la verità si è incerti se l’Ιχθυος menzionato sia riferito qui a Cristo o sia da intendersi come nome di un angelo) e quello che viene al terzo posto in quest’altra iscrizione di Kodja Geuzlar, presso il sito archeologico di Thiounta, nell’antica Frigia, rivela la stessa origine:

ΚΥΡΙΕ ΒΟΗΘΙ AAAAA ΜΙΧΑΗΛ E ΓΑΒΡΙΗΛ ΙϹΤΡΑΗΛ ΡΑΦΑΗΛ


Il culto al santo arcangelo è assai diffuso in Europa, e segnatamente a Cordova, in Spagna, ed è particolarmente vivo negli ordini dei Mercedari e dei Fatebenefratelli.
La Roma cristiana ha dedicato nel 1957 una chiesa a San Raffaele Arcangelo, nel quartiere del Trullo.
A proposito del culto degli Spiriti beati, bisogna rievocare il grande rispetto che gli antichi professavano verso i santi Angeli deputati da Dio alla custodia dei sepolcri dei fedeli. Nell’isola di Thera, l’odierna Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi, troviamo un gran numero di tombe sulle quali sono menzionate questi Angeli. Ecco alcuni esempi di queste iscrizioni funerarie:


L’iscrizione di un’altra tomba si conclude così: νορκίζω μς τν δε φεσττα γγελόν, μή τίς ποτε τολμ νθάδε τιν καταθέσθε, cioè Vi scongiuro per l’angelo che plana su questo luogo: che nessuno osi introdurvi un altro cadavere.

Raffaello Sanzio, Madonna con il pesce con i SS. Girolamo, Raffaele e Tobia, 1513-15, Museo del Prado, Madrid

Bernardo Strozzi, La cura di Tobia, 1620-25, museo del Prado, Madrid

 Bernardo Cavallino, La cura di Tobia, museo del Prado, Madrid

Giovanni Bilivert, L'angelo S. Raffaele rifiuta i doni di Tobiolo e Tobia, 1612, Palazzo Pitti, Firenze 

Francisco de Goya y Lucientes, Tobia e l’angelo S. Raffaele, 1787 circa, museo del Prado, Madrid

Eduardo Rosales Gallina, Tobia e l’angelo S. Raffaele, 1860 circa, museo del Prado, Madrid

William Adolph Bouguereau, Il giovane Tobia saluta il padre, accompagnato da S. Raffaele, 1860

Joaquin Agrasot, Cura di Tobia, 1861, Museo de Bellas Artes, Alicante

La festa di Cristo re si celebra in ottobre o in novembre?

Approssimandoci alla Festa di Cristo, re dell'universo, che sarà celebrata - secondo il Calendario tradizionale - l'ultima domenica di ottobre, pubblichiamo questo contributo dell'immancabile ed ottimo blog inglese Rorate caeli.

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Should the Feast of Christ the King Be Celebrated in October or November?


With the revival of the traditional Roman Mass throughout the Church, a number of rather significant calendar differences between old and new make themselves increasingly felt by the faithful and those who minister to them. We are all aware, but no one better than our dedicated clergy, that almost every Sunday of the year would demand two different homilies if the same priest, intending to preach on the readings of the day, celebrated Masses in both the Ordinary and Extraordinary Forms.
One of the most egregious differences between the two calendars is the location of the Feast of the Kingship of Our Lord Jesus Christ. In the old calendar, it is always celebrated on the last Sunday of the month of October, right before All Saints. In the new calendar, however, it is the last Sunday of the liturgical year, leading up to the First Sunday of Advent. In practice, the gap between these is often as great as a month. In bi-formal parishes or chapels, the priest is advised to keep that October homily handy for November.
Noting the existence of this difference is not nearly as interesting as asking why there should be such a difference, particularly in a feast of such recent origin. After all, Pope Pius XI instituted the feast in 1925, and already, by 1970, it had been moved. To answer this question, we need to look first at the reasons given by Pope Pius XI himself for choosing the last Sunday of October:
Therefore by Our Apostolic Authority We institute the Feast of the Kingship of Our Lord Jesus Christ to be observed yearly throughout the whole world on the last Sunday of the month of October—the Sunday, that is, which immediately precedes the Feast of All Saints. … The last Sunday of October seemed the most convenient of all for this purpose, because it is at the end of the liturgical year, and thus the feast of the Kingship of Christ sets the crowning glory upon the mysteries of the life of Christ already commemorated during the year, and, before celebrating the triumph of all the Saints, we proclaim and extol the glory of him who triumphs in all the Saints and in all the Elect. Make it your duty and your task, Venerable Brethren, to see that sermons are preached to the people in every parish to teach them the meaning and the importance of this feast, that they may so order their lives as to be worthy of faithful and obedient subjects of the divine King. (Encyclical Letter Quas Primas, 28-29)

Pius XI’s intention, as can be gleaned from n. 29, is to emphasize the glory of Christ as terminus of His earthly mission,a glory and mission visible and perpetuated in history by the saints. Hence the feast falls shortly before the Feast of All Saints, to emphasize that what Christ inaugurated in His own person before ascending in glory, the saints then instantiate and carry further in human society, culture, and nations. It is a feast primarily about celebrating Christ’s ongoing kingship over all reality, including this present world, where the Church must fight for the recognition of His rights, the actual extension of His dominion to all domains, individual and social.
Indeed, there's also the obvious fact, unmentioned in Quas Primas but surely in everyone's mind, that the last Sunday in October had, for centuries, been celebrated as Reformation Sunday. A Catholic counter-feast, reminding the world not only of the comprehensive Kingship of Jesus Christ—so often denied socially and culturally by various teachings of Protestantism—but also of the worldwide kingly authority of His Church, would certainly be a reasonable application of the principle lex orandi, lex credendi.
In the liturgical reforms following the Second Vatican Council, its place was changed to the last Sunday of the Church year—that is, so that one week later would fall the first Sunday of Advent. This new position emphasizes rather the eschatological dimension of Christ’s kingship: the Kingdom of Jesus Christ, though begun in time, is here present “as in a mystery” (as Lumen Gentium phrases it) and in a “crucified” way. This Kingdom will be perfected and fully manifested only at the end of time, with the Second Coming. Hence in the new calendar the feast comes at the very end of the Church’s year, as the summation of the whole of salvation history and the symbol of what we hope for:expectantes … adventum salvatoris nostri Jesu Christi, as the liturgy in the Ordinary Form proclaims after the Lord’s Prayer.
Though both placements are defensible, it would seem that Pius XI’s intention, consistent with the encyclical as a whole, was more to insist on the rights of Jesus Christ here and now, and the corresponding duties of men and nations on earth.As Pius XI explains:
The empire of our Redeemer embraces all men. To use the words of Our immortal predecessor, Pope Leo XIII: “His empire includes not only Catholic nations, not only baptized persons who, though of right belonging to the Church, have been led astray by error, or have been cut off from her by schism, but also all those who are outside the Christian faith; so that truly the whole of mankind is subject to the power of Jesus Christ.” Nor is there any difference in this matter between the individual and the family or the State; for all men, whether collectively or individually, are under the dominion of Christ. In him is the salvation of the individual, in him is the salvation of society. … If, therefore, the rulers of nations wish to preserve their authority, to promote and increase the prosperity of their countries, they will not neglect the public duty of reverence and obedience to the rule of Christ. … When once men recognize, both in private and in public life, that Christ is King, society will at last receive the great blessings of real liberty, well-ordered discipline, peace and harmony. (Quas Primas 18-19)

From this vantage, which certainly does not sound like the language of Dignitatis Humanae or the postconciliar diplomacy of the Church, it is hard to resist thinking that the eschatological perspective betrays weak knees before the challenge of modern secularization, as well as hesitation about the perceived “triumphalism” of the earlier papal social teaching. In other words, the kingship of Christ is palatable and proclaimable so long as its realization comes at the end of time, and does not impinge too much on the political and social order right now—or on the Church’s responsibility to convert the nations, invigorate their cultures, and transform their laws by the light of the Faith.
This suspicion is confirmed by an examination of changes made to the liturgy for this feast, where direct references to Christ’s kingship over States and rulers have been suppressed, as Michael Davies documents in The Second Vatican Council and Religious Liberty (Long Prairie, MN: The Neumann Press, 1992), 243-51. In particular, the hymn for the First Vespers of the feast was significantly modified. The following verses (given here in a literal translation) were simply removed altogether:


The wicked mob screams out:
“We don’t want Christ as king!,”
While we, with shouts of joy, hail
Thee as the world’s supreme king.
May the rulers of the world publicly honor and extol Thee;
May teachers and judges reverence Thee;
May the laws express Thine order
And the arts reflect Thy beauty.
May kings find renown
In their submission and dedication to Thee.
Bring under Thy gentle rule
Our country and our homes.
Glory be to Thee,
O Jesus, Supreme over all secular authorities; 
And glory be to the Father and the loving Spirit
Through endless ages. Amen.

(There were several other significant changes in the Novus Ordo liturgy of the feast, all tending in the same direction of the silent denial of Christ's kingship over nations, peoples, rulers. See Davies for a full account.)

What lesson does all of this have for us? The very first expression of the Kingship of Christ over man is found in the natural moral law that comes from God Himself; the highest expression of His kingship is the sacred liturgy, where material elements and man’s own heart are offered to God in union with the divine Sacrifice that redeems creation. Today, we are witnessing the auto-demolition of the Church on earth, certainly in the Western nations, as both the faithful and their shepherds run away and hide from the reality of the Kingship of Christ, which places such great demands on our fallen nature and yet promises such immense blessings in time and eternity. The relentless questioning of basic moral doctrine (especially in the area of marriage and family), the continual watering down of theology and asceticism, the devastation of the liturgy itself—all these are so many rejections of the authority of God and of His Christ.
They arise, the kings [and presidents and prime ministers] of the earth,princes [in the Church] plot against the Lord and his Anointed.“Come, let us break their fetters,come, let us cast off their yoke.”He who sits in the heavens laughs;the Lord is laughing them to scorn.Then he will speak in his anger,his rage will strike them with terror.“It is I who have set up my kingon Sion, my holy mountain.”Now, O kings, understand,take warning, rulers of the earth;serve the Lord with awe,and trembling, pay him your homage. Blessed are theywho put their trust in Him!    (Psalm 2)

Those vital and urgent truths for which Pius XI instituted the very feast of the Kingship of Christ—are they still alive, are they still being preached and taught, are they the lifeblood of the Church’s every liturgy, apostolate, pastoral program? Are we are looking at a feast whose time has passed? The places where the original feast is still celebrated on its original day have, in my experience, some awareness of what this is all about, and nurture a desire to live according to these truths. May the Novemberites sooner or later rediscover the full depth and breadth of this feast as its institutor conceived it.

Das Drama geht weiter! Verso il sinodo del 2015

Un autorevole commento post-sinodale del prof. De Mattei, il quale giustamente mette in rilievo questa sorta di corsa alla demolizione, anche da parte delle alte sfere, di ciò che resta della fede cattolica, a cui stiamo assistendo in questi ultimi tempi .... con un'impressionante accelerazione.

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Das Drama geht weiter! Verso il sinodo del 2015

di Roberto de Mattei

«Das Drama geht weiter!» (Lo spettacolo continua) ha dichiarato in un’intervista il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera (“La Repubblica”, 20 ottobre 2014). Lo spettacolo è quello del Sinodo dei Vescovi, che ha visto un imprevisto colpo di scena svolgersi in aula.
La Relatio post disceptationem presentata il 13 ottobre, malgrado i rimaneggiamenti a cui è stata sottoposta, non ha ottenuto l’attesa maggioranza dei due terzi sui due nodi cruciali: l’accesso alla comunione dei divorziati risposati e l’apertura alle coppie omosessuali, attestandosi a 104 favorevoli e 74 contrari sul primo punto e a 118 placet e 62 non placet sul secondo. Malgrado l’evidente débâcle il cardinale Marx, che è uno dei più accesi esponenti dell’ala progressista, si è detto soddisfatto, perché il processo rivoluzionario è fatto di tappe successive. Su alcuni temi, ha spiegato, «abbiamo fatto due passi avanti e poi uno indietro».
L’arretramento però è stato imposto da una resistenza dei Padri sinodali, ben più ampia del previsto. Per comprendere la portata dell’evento si può ricordare che al Concilio Vaticano II, malgrado l’aspro dibattito in aula, i documenti più contestati, come la Dignitatis Humanae e la Nostra Aetate, vennero approvati con 2.308 voti contro 70 il primo e 2.221 contro 88 il secondo. Se allora si parlò di consenso maggioritario, oggi la spaccatura è evidente.
La Chiesa è oggi un campo di battaglia, come tante volte lo è stata, da Nicea al Vaticano II, dove si sono sempre scontrati non conservatori e progressisti, ma i cattolici che non vogliono toccare uno iota del deposito divino e coloro che in questo deposito vogliono introdurre delle novità. La frase di papa Francesco secondo cui «Dio non teme ciò che è nuovo» va intesa in un senso diverso da quello che ha voluto attribuirgli il Pontefice: può solo voler dire che Dio non ha timore dei “novatores”, ne distrugge l’opera e affida il compito di sconfiggerli ai difensori del Magistero immutabile della Chiesa.
In campo di fede e di morale ogni eccezione introduce una regola e ogni nuova regola apre la strada ad un sistema normativo che capovolge l’antico. La novità ha una portata rivoluzionaria che va colta nel suo momento embrionale. Il cardinale George Pell, in un’intervista televisiva al “Catholic New Service”, ha definito la richiesta della comunione ai divorziati come un cavallo di Troia che apre la strada al riconoscimento delle unioni omosessuali.
Il numero dei divorziati risposati che chiedono di ricevere la comunione è infatti irrilevante. Ciò che è in gioco è ben altro: è l’accettazione da parte della Chiesa dell’omosessualità, considerata non come un peccato o come una tendenza disordinata, ma come una “tensione” positiva verso il bene, degna di accoglienza pastorale e di protezione giuridica. I cardinali Marx e Schönborn sono stati chiari a questo proposito e il segretario aggiunto del Sinodo mons. Bruno Forte, allievo della scuola ereticale di Tubinga, ne ha eseguito i desiderata, rivelandosi come l’autore dei passaggi più scabrosi della prima Relatio.

La larga maggioranza dei padre sinodali ha respinto i paragrafi scandalosi, ma ciò che la dottrina non ammette viene ammesso dalla prassi, in attesa di essere sancito da un prossimo Sinodo. Per molti laici, sacerdoti e vescovi, l’omosessualità può essere praticata, anche se non accolta di diritto, perché non rappresenta un peccato grave. Ciò si collega alla questione delle convivenze extra-matrimoniali. Se la sessualità fuori del matrimonio non è un peccato grave, ma un valore positivo, purché si esprima in maniera stabile e sincera, essa merita di essere benedetta dal sacerdote e legalizzata dallo Stato. Se è un valore, è anche un diritto, e se esiste il diritto alla sessualità, il passo dalla convivenza dei divorziati al matrimonio omosessuale è inevitabile.
Il Magistero dottrinale della Chiesa, che non ha mai variato nel corso di duemila anni, insegna che la pratica dell’omosessualità va considerata come un vizio contro natura, che provoca non solo la dannazione eterna degli individui, ma anche la rovina morale della società.
Le parole di Sant’Agostino nelle Confessioni riassumono il pensiero dei Padri: «I delitti che vanno contro natura, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti, devono essere condannati e puniti ovunque e sempre. Quand’anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina» (Confessioni, c. III, p. 8).
I Pastori della Chiesa nel corso dei secoli hanno raccolto e ritrasmesso questo insegnamento perenne. Perciò la morale cristiana ha sempre condannato l’omosessualità, senza riserve, e ha stabilito che questo vizio non può pretendere a nessun titolo di venire legalizzato dall’ordinamento giuridico né promosso dal potere politico. Quando nel 1994 il Parlamento Europeo votò la sua prima risoluzione a favore del pseudo-matrimonio omosessuale, Giovanni Paolo II nel suo discorso del 20 febbraio 1994 ribadì che «non è moralmente ammissibile l’approvazione giuridica della pratica omosessuale. (…) Con la risoluzione del Parlamento Europeo, si è chiesto di legittimare un disordine morale. Il parlamento ha conferito indebitamente un valore istituzionale a comportamenti devianti, non conformi al piano di Dio. (…) Dimenticando la parola di Cristo – “la Verità vi farà liberi” (Gv 8, 32) – si è cercato di indicare agli abitanti del nostro continente il male morale, la deviazione, una certa schiavitù, come via di liberazione, falsificando l’essenza stessa della famiglia».
Una crepa in questo edificio dottrinale si è aperta il 28 luglio 2013, quando sul volo di ritorno dal Brasile, papa Francesco pronunciò le esplosive parole: «chi sono io per giudicare!» destinate da allora ad essere utilizzate per giustificare ogni trasgressione. Il giudizio, con la conseguente definizione delle verità e condanna degli errori, compete per eccellenza al Vicario di Cristo, supremo custode e giudice della fede e della morale.
Richiamandosi alle parole di Francesco, alcuni vescovi e cardinali, dentro e fuori l’aula sinodale, hanno espresso la richiesta di cogliere gli aspetti positivi dell’unione contro natura. Ma se uno tra i più gravi peccati cessa di essere tale, è il concetto stesso di peccato che viene meno e riaffiora quella concezione luterana della misericordia che è stata anatemizzata dal Concilio di Trento. Nei canoni sulla giustificazione promulgati il 13 gennaio 1547 si legge: «Se qualcuno afferma che la fede che giustifica non è altro che la fiducia nella divina misericordia» (can. 12); «che Dio ha dato agli uomini Gesù Cristo come redentore in cui confidare e non anche come legislatore cui obbedire» (can. 21); «che non vi è alcun peccato mortale, se non quello della mancanza di fede» (can. 27), «sia anatema».
Si tratta di temi teologici che hanno una ricaduta sociale e che anche i laici hanno il diritto e il dovere di affrontare, mentre si avvicina non solo il Sinodo del 2015, ma quel 2017 che vede il quinto centenario della Rivoluzione di Lutero e il primo delle apparizioni di Fatima. Ciò che è in corso non è uno spettacolo giocoso, come lascia intendere il cardinale Marx, ma un duro conflitto, che coinvolge il Cielo e la terra. Gli ultimi atti saranno drammatici, ma l’epilogo certamente trionfante, secondo la divina promessa, confermata dalla Madonna alla Cova da Iria nel 1917.
Che l’Immacolata si degni concedere una perseverante purezza di pensieri e di azioni a tutti coloro che nel calore della lotta difendono con coraggio l’integrità della fede cattolica. 

Io non mi lascerò dominare da nulla .... Lutero, Filippo d'Assia e la bigamia

Pubblico volentieri un interessante saggio di Cristina Siccardi, la quale ricorda come solo la Chiesa, nella storia, si sia mostrata pienamente indipendente rispetto all’autorità civile per quanto concerne anche la materia matrimoniale. La studiosa cattolica esamina, in effetti, un caso poco noto, che mostra come la pretesa superiorità morale del luteranesimo sia davvero infondata.
La dottrina di Lutero, in fondo, snaturava, tra l’altro, la concezione stessa del matrimonio, intesa come unione di un uomo ed una donna, negandone la natura sacramentale e la necessaria unità (v. R. G. de Haro, Matrimonio & famiglia nei documenti del Magistero. Corso di teologia matrimoniale, Milano 20002, p. 58).
Ricorda, a tal riguardo, l’autorevole Dictionnaire de Theologie catholique, che Lutero giunse persino ad ammettere, sulla base delle Scritture, la poligamia (Cfr. G. Le Bras, Mariage (La doctrine au temps chez les Théologiens et les Canonistes depuis l’an mille), in (a cura e sotto la direzione di) A. Vacant-E. Mangenot-E. Amann, Dictionnaire de théologie catholique, contenant l’exposé des doctrines de la théologie catholique, leurs preuves et leur histoire, IX, t. II, Paris 1927, coll. 2123-2317, partic. col. 2226). Egli, in effetti, acconsentì a che il suo protettore, il langravio Filippo I d’Assia, detto il Magnanimo o l’Altezzoso, si sposasse con una seconda moglie (con discrezione, per evitare lo scandalo). Questi, invero, che aveva aderito al luteranesimo dal 1521, era già maritato con Cristina di Sassonia (figlia del Duca di Sassonia) sin dall’11 dicembre 1523 e dalla quale aveva avuto dieci figli, allorché sposò morganaticamente – su permesso dei luterani e della stessa prima moglie! – il 4 marzo 1540 la diciasettenne Margarethe von der Saale, di cui si era invaghito e dalla quale ebbe nove figli, soddisfacendo così – con due mogli contemporaneamente – i propri vizi.

Filippo d'Assia, 1534-39 circa



Matthäus Merian, Filippo d'Assia, XVI sec.

Margarethe von der Saale

Poche settimane più tardi, tuttavia, l’intera vicenda venne resa pubblica dalla sorella di Filippo, Elisabetta, causando un’impressione negativa in tutta l’area tedesca: alcuni alleati del langravio si rifiutarono di continuare a servirlo e lo stesso Lutero, che l’aveva autorizzato a compiere il passo della bigamia, da quel voltagabbana che era, si rifiutò di confermare il proprio coinvolgimento nella questione, con la scusa che il suo era stato un consiglio reso all’interno del confessionale [sic!].

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«Io non mi lascerò dominare da nulla»

di Cristina Siccardi


La coscienza di ogni individuo che segue i principi del Creatore è quella che segue la Verità, portatrice di libertà (Gv 8, 32); la «libertà di coscienza» di ogni individuo che segue i propri voleri e i propri piaceri è quella che rende la vita avviluppata di problemi e di infelicità. Tuttavia l’individuo, anche cristiano, si ribella e vuole imporre la sua volontà, sfidando Dio e corrompendo, di peccato in peccato, la sua splendente innocenza battesimale.
C’è chi, pur conducendo una vita licenziosa, vuole a tutti i costi vedere legittimati i propri atti dissoluti. Esistono casi eclatanti nella storia, come quello di Enrico VIII, la cui scelta di divorziare da Caterina d’Aragona per contrarre nuovo matrimonio con Anna Bolena originò uno scisma all’interno della Chiesa.
Tuttavia un fatto similare avvenne anche nel Protestantesimo stesso; mentre quest’ultimo, però, si piegò alle voglie di Filippo I d’Assia, la Santa Sede di Roma non si piegò a quelle di Enrico VIII. Fu così che il Parlamento inglese approvò gli atti che sancirono la frattura con Roma nella primavera del 1534. In particolare l’Act of Supremacy stabilì che il Re è «l’unico Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra» e il Treasons Act dello stesso anno rese alto tradimento, punibile con la morte, il rifiuto di riconoscere il Sovrano come tale: molti martiri persero la vita sul patibolo per tale ragione, fra questi san Tommaso Moro.
Alcuni anni prima di tali fatti storici, il Langravio Filippo I d’Assia, dopo poche settimane dal suo matrimonio con la malaticcia e poco piacente Cristina di Sassonia, che probabilmente abusava anche di alcool, commise adulterio e nel 1526 iniziò a considerare l’ammissibilità della bigamia. Scrisse quindi a Martin Lutero per chiedergli la sua opinione in merito, portando come precedente la pratica della poligamia tra i patriarchi dell’Antico Testamento.
Lutero rispose che per un cristiano non era sufficiente considerare gli atti dei patriarchi, ma che, come per i patriarchi, era necessaria una speciale sanzione divina.Poiché nel caso specifico tale sanzione non esisteva, l’eresiarca gli raccomandò di non incorrere in un matrimonio poligamo. Ma Filippo non abbandonò il suo progetto, né tantomeno uno stile di vita basato sul libertinaggio che, per anni, gli impedì di accostarsi alla comunione luterana (memoria dell’ultima cena di Cristo), dove non avviene la transustanziazione, poiché Lutero la negò.
Entrò quindi in scena Melantone con il caso di Enrico VIII: il riformatore propose che le “difficoltà” del Re venissero risolte prendendo una seconda moglie, piuttosto che divorziando dalla prima. Proposta che garbò molto al langravio, avvalorata da alcune affermazioni dello stesso Lutero, contenute nei suoi sermoni sulla Genesi. Tale soluzione parve a Filippo I l’unico “medicinale misericordioso” per curare la sua coscienza malata di vizi e di peccati. Egli quindi pensò di sposare la figlia di una dama di compagnia di sua sorella, Margarethe von der Saale, la quale non voleva a lui unirsi se non con l’approvazione dei teologi di Wittenberg, approvazione che arrivò sotto le minacce dello stesso langravio d’Assia a Rotenburg an der Fulda, dove, il 4 marzo 1540, Filippo e Margarethe vennero uniti in matrimonio. La vicenda, comunque, fu di enorme scandalo per tutta la Germania, tanto che alcuni alleati del langravio smisero di servirlo e Lutero si rifiutò di confermare il proprio coinvolgimento nella questione.
Come non ricondurre tali vicende alle proposte avanzate all’interno del Sinodo straordinario sulla famiglia conclusosi da poco? L’uomo contemporaneo, tronfio del suo progresso scientifico, culturale, tecnologico e teologico, ripropone gli stessi temi di mezzo millennio fa per andare incontro alle coscienze esigenti non di Verità, ma di soggettiva libertà delle persone: “diritti” per le proprie incontrollate passioni.
«Chi viene a trovarsi in queste ed in altre situazioni del genere, in cui le norme canoniche chiaramente non coincidono con la realtà umana quale si prospetta ad una coscienza deformata, ha diritto all’aiuto ed alla comprensione fraterna ed intelligente del prossimo. Ciò significa non solo trattarli come dei fuorilegge, ma anche aiutarli a giudicare la loro situazione e l’eventuale dissidio fra la norma, da una parte, e l’imperativo della coscienza, dall’altra. In definitiva, si tratta di prestar loro l’attenzione che meritano, facendo sentire inoltre la propria partecipazione alla loro fiducia nell’amore di Dio, che tutto abbraccia e di tutto finisce per avere ragione. Ciò significa anche non impedir loro senza motivo di accostarsi ai sacramenti. Poiché le attuali norme sembrano non consentirlo e non è possibile trovare una via d’uscita neanche ricorrendo all’epicheia, si dovrebbe cercare di riformare queste prescrizioni».
Questo non è un brano tratto dalle discussioni del Sinodo sulla famiglia; non è neppure il passo di un’intervista rilasciata dal Cardinale Kasper e nemmeno una considerazione di Papa Francesco. Questa è una citazione tratta da un libro di Viktor Steininger pubblicato in Germania nel 1968 e tradotto in Italia, l’anno seguente, con il titolo Divorzio anche per chi accetta il Vangelo? Paradossi dell’indissolubilità matrimoniale (Herder-Morcelliana, pp. 174-175).
Lo stratagemma della Misericordia, privata della Giustizia (Dio è sia Misericordia che Giustizia), muterebbe non solo la pastorale nei confronti dei peccatori adulteri o omosessuali, ma si relazionerebbe a quell’auspicato «sviluppo del dogma» sbandierato dai teologi novatori che aprirono la loro breccia nel Concilio Vaticano II e le cui conseguenze, cariche di zolfo, oggi i cattolici sono costretti a respirare. Sono in molti, nel clero, a scalpitare per “soccorrere” le necessità spirituali dei fedeli.
Ma sono così sicuri di voler soccorrere spingendo le loro anime sempre più nelle sabbie mobili del peccato mortale? E quale misericordia userebbero per Nostro Signore? L’anima, quando riceve la Comunione, diventa Tempio di Dio. Rimembrano ancora i custodi del depositum fidei e coloro che odono più le loro teorie degli imperativi del Signore, ciò che scrive san Paolo nella prima lettera ai Corinzi?
«“Tutto mi è lecito!”. Ma non tutto giova. “Tutto mi è lecito!”. Ma io non mi lascerò dominare da nulla […] il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! […] non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartiene a voi stessi? Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (1 Cor. 6, 12-20).
Se tale insegnamento stride alle coscienze nutrite di libertà soggettive e non oggettive, non è un problema di san Paolo, né di quelli a lui fedeli che continuano tenacemente e con perseveranza a non essere né adulteri, né profanatori del Sacramento della Comunione. La Chiesa si è sempre prodigata con carità verso il peccatore, ma ha sempre combattuto contro il peccato, nemico delle anime. Come né il langravio Filippo I d’Assia, né Enrico VIII potranno mai diventare modelli di vita matrimoniale, così nessun tipo di concessione al peccato potrà mutare la rotta di coloro che sono coscienti di essere stati comprati a caro prezzo.

mercoledì 22 ottobre 2014

Card. Brandmüller: “Il Vangelo non può cambiare a nostro piacimento”

Interessante intervista a La Stampa del card. Brandmüller.

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Brandmüller: “Il Vangelo non può cambiare a nostro piacimento”

Intervista con uno degli autori del volume «Permanere nella verità di Cristo: matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica» insieme a Muller, Burke, De Paolis e Caffarra

di Giacomo Galeazzi

«La verità del Vangelo non può mutare a nostro piacimento, per esigenze cosiddette pastorali», avverte il cardinale tedesco di Curia, Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio comitato di Scienze storiche e canonico del capitolo della basilica di San Pietro. È uno dei cinque porporati autori del volume «Permanere nella verità di Cristo: matrimonio e comunione nella Chiesa cattolica» insieme a Muller, Burke, De Paolis e Caffarra. Un testo, pubblicato alla vigilia del Sinodo sulla famiglia, che è diventato il manifesto del fronte del no alla comunione ai divorziati risposati. 
«Chi vuole ricevere Cristo nella comunione eucaristica deve essere in sintonia con la sua parola», afferma escludendo che la discussione aperta dal Sinodo possa portare alla riammissione ai sacramenti di chi ha contratto seconde nozze.

Si può rimuovere il divieto della comunione ai divorziati risposati?

«Non è una possibilità. L’Eucaristia è il compendio e la somma della nostra fede. Se l’approccio pastorale non combacia con la dottrina non può essere autentico e vero. Prima di ogni altra cosa viene la verità, cioè la parola di Dio. Inoltre quella dei divorziati risposati è una questione assolutamente minoritaria che riguarda appena l’1% dei cattolici praticanti».

Non è possibile la riammissione ai sacramenti?

«L’unico cammino penitenziale consiste nel ritorno alla dottrina del Vangelo. Se io rubo mille euro e vado a confessarmi ma poi non restituisco la cifra non faccio veramente penitenza. L’unico cammino che può riportare i divorziati risposati ai sacramenti è l’abbandono della strada sbagliata e il ritorno alla via giusta».

A cosa si riferisce?

«Alla strada della conversione così come ha indicato il cardinale Angelo Scola, che recentemente ha dato utili consigli a questo proposito. Non ci sono alternative alla conversione, occorre cambiare direzione e orientamento. Chi vuole ricevere Cristo nella comunione eucaristica deve essere in sintonia con la sua parola. È chiaro, se uno è consapevole di aver peccato gravemente non può accostarsi all’Eucaristia».

Non è una soluzione contraria alla misericordia?

«Bisogna intendersi sul significato della parola. La misericordia è il modo con cui incontro una persona, ma non vuol dire che dichiaro invalido il comandamento di Dio. Ci vuole coerenza. La verità del Vangelo non può mutare a nostro piacimento, per esigenze cosiddette pastorali. La verità vi farà liberi, dice il Signore».

Fonte: Vatican insider, 19.10.2014. La stessa è riportata anche in Il Timone