Sante Messe in rito antico in Puglia

domenica 10 febbraio 2019

La vigilia della festa dell'Apparizione della Vergine a Lourdes ....

Il 10 febbraio 1638 Louis XIII dedicò, con un suo editto (c.d. Édit de Saint-Germain) il regno di Francia alla nostra signora in riconoscimento della nascita del futuro Luigi XIV. Fu il c.d. voto di Luigi XIII.
Questa data, che illustra i fondamenti cristiani della monarchia francese, fu commemorata ogni anno da cerimonie religiose  solenni durante tutto l’Ancien Régime.


Guillaume Coustou, Luigi XIII offre la corona alla Pietà - Monumento del Voto di Luigi XIII, 1708 circa, Cattedrale di Notre Dame, Parigi

Carle van Loo, Luigi XIII dedica la chiesa di N.S. delle Vittorie (Notre-Dame-des-Victoires) alla Vergine Maria nel 1629, 1748-53 

La manager convertita al cinema spirituale

Sebbene siamo lontani anni luce dalla linea editoriale della rivista settimanale dei paolini "Credere", nondimeno riproduciamo eccezionalmente, dal n. 2 del 2019 (13.1.2019), la copertina e l'articolo concernente Federica Picchi, la manager della finanza, che, convertita alla fede, ha inteso fondare la società distributrice di pellicole "di sani principi", la Dominus Production. Tra i film distribuiti vi sono tre dei quali il nostro blog si è occupato: Cristiada, God's not dead e God's not dead 2.
Con l'auspicio che possa distribuire altre e nuove bellissime pellicole. 
Buona lettura.




Anniversario del transito a Dio del Sommo Pontefice Pio XI di v.m.

Esattamente ottant'anni, il 10 febbraio 1939, fa rendeva la sua anima a Dio il Sommo Pontefice Pio XI Ratti.
Preghiamo che Dio abbia in gloria quest'anima eletta del Suo Servo fedele.





Cfr. Emanuela Campanile, Pio XI, 80 anni dalla morte, in Vatican News, 10.2.2019

sabato 2 febbraio 2019

Un tropario greco nella liturgia latina del 2 febbraio

Un’annotazione liturgica sulla festa della Candelora.

Un tropario greco nella liturgia latina del 2 febbraio

Il 2 febbraio, le Chiese d’Oriente e d’Occidente celebrano la Purificazione della Beata Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio, 40 giorni dopo la sua Natività. In Oriente, questa festa riceve anche il nome Hypapante o “incontro al Signore” (l’espressione Occursum Domini, che è l’equivalente latino, è stato anche in uso in Occidente), un termine che ricorda il santo incontro tra Gesù bambino ed il santo vegliardo Simeone.
I menelogi greci usano per questa festa il tropario apolytikion che segue:

Χαῖρε κεχαριτωμένη Θεοτόκε Παρθένε· ἐκ σοῦ γὰρ ἀνέτειλεν ὁ Ἥλιος τῆς δικαιοσύνης, Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, φωτίζων τοὺς ἐν σκότει. Εὐφραίνου καὶ σὺ Πρεσβύτα δίκαιε, δεξάμενος ἐν ἀγκάλαις τὸν ἐλευθερωτὴν τῶν ψυχῶν ἡμῶν, χαριζόμενος ἡμῖν καὶ τὴν Ἀνάστασιν.

Ecco una traduzione:

Ti saluto, pieno di grazia, Vergine Madre di Dio: da te infatti è salito il sole di giustizia, Cristo nostro Dio, illuminando coloro che sono nelle tenebre; e tu, giusto vegliardo, rallegrati, perché hai ricevuto tra le tue braccia il liberatore delle nostre anime, colui che ci dona la risurrezione.

Questo tropario è stato tradotto nel Medioevo in latino ed è stato anche cantato in Occidente. Se non appare più negli attuali libri romani, si trova, invece, in quasi tutti i manoscritti medievali, ed è stato conservato in molti libri diocesani francesi ed esiste ancor oggi nel rito domenicano.
Ecco il testo e la musica, tratti da Variæ preces de Solesmes, 1901, p. 103:


Nel rito domenicano, questo tropario è la prima antifona cantata alla prima stazione della processione della Candelora. Eccolo, preso dal processionale del 1913:


È interessante notare che, sia in oriente sia in occidente, l’antifona è ancora cantata nel primo tono. L’inciso Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν non è stato reso nel testo latino, forse perché non nell’originario in greco, la sua aggiunta successiva ha senza dubbio voluto chiarire il significato del testo.
Per la cronaca, ecco il testo slavonico del tropario del Santo Incontro:


L’inganno dei tempi morti – Editoriale di febbraio 2019 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Purificazione della B.V. Maria o Presentazione di N.S.G.C. al Tempio, detta presso i Greci Υπαπαντή του Κυρίου υμών Ιησού Χριστού, rilanciamo questo contributo da Radicati nella fede.



Scuola verezelliana, Madonna della Purificazione, XIX sec., Lauropoli







L’INGANNO DEI TEMPI MORTI


Editoriale di “Radicati nella fede
Anno XII n. 2 - Febbraio 2019

C’è una sensazione strana, ci tocca vivere in un clima strano, quasi sospeso, dove sembra che non accada niente.
Il Limbo è stato frettolosamente accantonato dalla teologia cattolica e, ironia della sorte, sembra quasi di vivere in una sorta di limbo della vita della Chiesa, nel quale tutto è fermo.
Le speranze in un ritorno della Chiesa Cattolica alle sue antiche glorie sono ormai da tempo spente, mentre i fautori della primavera del Concilio, sempre più vecchi di età e forse anche nell’animo, stancamente propinano le lodi di una stagione della Chiesa che sarà registrata negli annali come la più grande catastrofe del cristianesimo mai vista.
È un tempo sospeso quello che si avverte, un tempo sospeso dove però, a forza di inerzia, la rivoluzione distruttrice del Cattolicesimo sta compiendosi nelle nostre terre. Gli ottuagenari figli del Concilio impazziscono nel loro vuoto di fede, ed esprimono la loro follia riformando il nulla che è rimasto: cambiare, cambiare, per convincersi di esserci ancora e per credere di contare ancora qualcosa per questo mondo! Stanno arrivando a cambiare ciò che avevano già cambiato, non per tornare sulla strada giusta, che sarebbe quella della Tradizione, ma per radicalizzare ancora di più le innovazioni nella disperata ricerca di qualcosa di interessante. Però, per questi agnostici tristemente annoiati, senza il senso di Dio, non ci potrà più essere nulla di veramente interessante.
Sono arrivati a stancarsi anche del loro messale e a parrocchie ormai vuote imporranno le loro nuove preghiere, forse pensando che il cristianesimo risorgerà perché Dio non induce più in tentazione e dona la pace non agli uomini di buona volontà, ma a quelli che egli ama! Siamo al ridicolo, che è tragico perché è a guida dei pastori.
Questi vecchi smantellatori non hanno più alcun entusiasmo, lo hanno perso occupando i posti di potere ed esercitando questo potere: quando si sono accorti che la primavera del Concilio non sarebbe mai giunta alla stagione della mietitura, come ipnotizzati nel loro sconcerto, si sono ostinati nell’unica opera loro possibile: impedire con ogni mezzo il ritorno dei fedeli e del clero alla Tradizione, cioè semplicemente al Cattolicesimo da cui provenivano.
Quanto più è stata fallimentare la loro riforma della Chiesa, tanto più è stata violenta la repressione della Tradizione: come in ogni dittatura occorre negare il passato, perché la gente non faccia confronti con il presente.
E soprattutto hanno creato un clima moralistico contro la Tradizione, proprio loro che della morale non importava più nulla: e mentre si preparavano a sdoganare tutto, divorzio – aborto – eutanasia – coppie di fatto e perversioni varie, si sono ostinati contro l’unico peccato rimasto, quello di volere la Chiesa come era prima della loro delinquenziale rivoluzione.
Ora sono stanchi, senza entusiasmo, spenti dentro, ma non cambiano in nulla la loro devastatrice prospettiva: sembra proprio un ottenebramento. Diventano, così, ridicoli e patetici nel gestire le ultime folli riforme nascondendo nervosamente la fine della loro chiesa.
Facendo così hanno bloccato il mondo cattolico al loro anno zero, quello del Vaticano II da loro mitizzato e falsificato; hanno bloccato tutto al loro anno zero e hanno così azzerato tutto.
La fregatura sarebbe entrare e vivere nel clima pestifero che hanno costruito, entrare tutti nel loro limbo, nel limbo dei distruttori del limbo. Molto mondo tradizionale rischia di vivere così e avverte l’attanagliante stretta del tempo morto. Troppo mondo tradizionale si fa definire dal clima fallimentare della neo-chiesa e, dopo aver reagito, sta lasciandosi andare a una stanca ripetizione di gesti e parole che non spera più in una rinascita della fede. Questo è proprio il segno del clima mortale della neo-chiesa agnostica.
Disse Gesù ai suoi discepoli: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze...” (Lc 12,35-36).
Così ci vuole il Signore, expectantibus, gente che aspetta in modo vivo e non rassegnato, è il segno della fede.
L’attesa poi, l’aspettare vivo, è sempre ricca di opere, di zelo buono, di una capacità di vivere l’amore a Cristo dentro ogni circostanza e situazione, desiderando sempre e sempre di più che molti si convertano e diventino cristiani, a partire da casa nostra.
Il tempo morto non esiste, è un inganno... il tempo o è con Cristo per l’edificazione, o è contro Cristo per la distruzione... e il nemico fuori e dentro la Chiesa fa vivere il tempo come morto per distruggere quello che resta.
Beati servi illi, beati quei servi che il Signore quando verrà troverà vigilanti... ma la vigilanza si chiama Tradizione! Il Cristianesimo vissuto secondo la Tradizione bimillenaria della Chiesa è lo strumento formale di questa vigilanza, perché, nell’obbedienza che ti chiede, ti impedisce di distruggere, nell’attesa del suo ritorno, il dono di Dio.
Invece il demonio costruisce i tempi morti, nei quali l’uomo, bambino annoiato, distrugge il dono di Dio come fosse un suo giocattolo: così hanno fatto della Grazia e della Chiesa.
Domandiamo una fedeltà operosa alla Tradizione, facendoci umili costruttori dell’opera di Dio, affinché quest’opera possa raggiungere i più.

domenica 27 gennaio 2019

Commento al cap. IV della Sacrosanctum Concilium

Nella festa liturgica di S. Giovanni Crisostomo, vescovo di Costantinopoli, Confessore e Dottore della Chiesa, concludiamo la lettura della cost. Sacrosanctum Concilium, pubblicando il commento al suo cap. IV del prof. Pierluigi Perrone, che non era disponibile durante le Antifone Maggiori.







Commento al cap. IV della Sacrosanctum Concilium

di Pierluigi Perrone

Dopo essersi occupata della Messa, cuore della vita liturgica della Chiesa, e degli altri Sacramenti, Sacrosanctum Concilium affronta in un capitolo specifico l’Ufficio divino, presentandone nei primi punti il significato teologico e liturgico e indicando in seguito le linee da seguire nella revisione della liturgia delle ore che dal Concilio sarebbe scaturita.
L’ufficio divino è espressione della fedeltà della Sposa alla richiesta dello Sposo divino di «pregare sempre senza stancarsi». Tra le varie attività e necessità, la Chiesa si serve dell’ufficio divino come linguaggio di orante per le varie ore del giorno che si dispiega in sette ore secondo i dettami della Scrittura. In realtà questi momenti vogliono rappresentare, in forma simbolica, la lode ininterrotta che, per la potenza dello Spirito Santo, sale verso Dio dalla Chiesa diffusa in ogni parte della terra.
L’ufficio divino, come ricorda il § 83, esprime, dopo la celebrazione eucaristica, la partecipazione della Chiesa alla missione sacerdotale di Cristo: Egli introduce tra gli uomini quella lode che risuona incessante tra i cori celesti per poi associare a sé l’umanità nel canto di lode e nella preghiera di intercessione. Gesù, in cielo e in terra, è la lode viva del Padre e «intercede sempre per noi» con la Chiesa da cui non è mai diviso. La Lode è eterna, perché Gesù è «Sacerdote in eterno».
L'intercessione durerà finché ci sarà un'anima bisognosa di intercessione. Allo stesso modo anche la Santa Messa è prima di tutto Sacrificio latreutico, e poi impetratorio, perché la lode non avrà mai fine mentre l'intercessione cesserà.
L’ufficio della lode è, al tempo stesso, segno visibile della fedeltà della Sposa al suo Sposo divino, attuazione fedele e perseverante della sua Volontà, esplosione di amore che si esprime compiutamente nel canto, come avviene nel Cantico dei Cantici.
Alla luce di questa rinnovata consapevolezza, il § 84 sottolinea la natura corale dell’ufficio divino, auspicando che ai chierici, che ad esso sono tenuti, si uniscano i fedeli nella «preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre»: questa diviene, pertanto, una manifestazione visibile della partecipazione di tutto il Popolo di Dio al Sacerdozio di Cristo poiché coloro che compiono questa preghiera «stanno davanti al trono di Dio in nome della Madre Chiesa» (§ 85).
Una lode così speciale procura un beneficio immediato per coloro che la praticano: come ricorda lo stesso numero, il divino ufficio è mezzo per la santificazione del tempo attraverso le varie ore del giorno e mediante le preghiere che la tradizione della Chiesa ha formulato con sapienza per ciascuna di esse. Il tempo che scorre nei vari periodi dell’anno liturgico viene così ricompreso in una rete d'amore che non gli consente di defluire inutilmente e lo orienta verso il suo fine.
La Costituzione conciliare dispone a questo punto degli orientamenti che presentano come intento principale quello di rinnovare quel fervore indispensabile affinché l’ufficio della lode conservi e incrementi la sua fecondità spirituale. Il § 86, infatti, rappresenta un monito rivolto nello specifico ai sacerdoti: le ragioni pastorali non possono mai giustificare l’assopirsi di tale fervore, mentre va sempre seguito l’esempio degli apostoli che istituirono i diaconi proprio per riservare a sé gli uffici della lode e della predicazione. Tuttavia, facendo seguito a riforme già avviate dalla Sede Apostolica, il Concilio dispone una revisione dell’ufficio che renda le singole ore effettivamente corrispondenti ai momenti del giorno per i quali sono nate. La Costituzione afferma comunque di voler tenere presenti i mutati ritmi di vita di quanti attendono alle opere di apostolato (§ 88) e si propone comunque un’opera di riduzione e semplificazione dell’ufficio. Con la soppressione dell’Ora di Prima si ritorna così ai sette momenti di preghiera di derivazione biblica (Sal 118, 164) che vengono distribuiti in maniera omogenea in tutto il corso della giornata per scandirne i vari passaggi: le due Ore cardine dell’Ufficio quotidiano diventano le Lodi e i Vespri, mentre l’antico Mattutino conserva il suo carattere di preghiera notturna quando è recitato in coro, ma, nella prassi individuale, può essere recitato in qualsiasi ora del giorno; allo stesso modo, la preghiera corale delle Ore minori di Terza, Sesta e Nona, che santifica il lavoro del giorno, mostra la grande considerazione che la Chiesa riserva al coro, al di fuori del quale, tuttavia, viene concesso di recitare una sola di queste tre Ore in base alle esigenze del momento della giornata che ad essa viene dedicato. Affinché le diverse Ore dell’Ufficio santifichino realmente i vari momenti della giornata, il Concilio ribadisce più volte la necessità che corrispondano all’orario proprio di ciascuna Ora canonica (§ 94). È inoltre fondamentale per tutti coloro che partecipano alla recita dell’Ufficio divino che «la mente corrisponda alla voce» (§ 90): a questo scopo viene auspicata una più efficace istruzione liturgica e biblica e un’opera di riordino del Salterio che distribuisca i Salmi non più in una settimana, ma in uno spazio di tempo più lungo che consenta di assaporarli meglio, preservando comunque il patrimonio del canto sacro della tradizione latina ad essi legato (§ 91). L’opera di revisione dovrà coinvolgere anche il ricco patrimonio degli inni e delle letture delle Scritture e dei Padri: il Concilio indica quale criterio che dovrà orientare questo processo quello della più ampia offerta di brani della parola divina, che arricchiscano i fedeli dei loro tesori, e di un equilibrato sfrondamento di quanto, soprattutto negli inni e nelle passiones, risulti profano e privo di fondamento storico.
La celebrazione corale dell’Ufficio divino, alla quale sono obbligati i Regolari e i canonici, viene calorosamente raccomandata da Sacrosanctum Concilium anche agli altri chierici e deve pertanto mostrare anche esteriormente, mediante l’adeguata compostezza e la cura del canto, lo slancio d’amore di un cuore devoto e raccolto (§ 99): rappresenta infatti una tra le espressioni più perfette del Corpo Mistico che loda pubblicamente Dio e, proprio in virtù di questo valore, se ne raccomanda la recita anche ai fedeli laici e la celebrazione in chiesa nelle feste più solenni. Infine, l’apertura del Concilio a una recita dell’Ufficio nelle lingue volgari, pur conservando la prioritaria considerazione della lingua latina e limitando ciò ai casi e alle versioni approvate, vuole rappresentare l’estremo tentativo di garantire la fecondità di questa preghiera, anche a costo della rinuncia all’afflato universale che solo la lingua latina era in grado di preservare.

domenica 20 gennaio 2019

“Sono caduto Ebreo e mi sono alzato Cristiano”: la conversione di Alfonso Ratisbonne

Questa II Domenica dopo l’Epifania la Chiesa celebra diverse ricorrenze: il miracolo di Gesù alle Nozze di Cana, la festa dei SS. Sebastiano e Fabiano, papa, martiri, nonché la festa della c.d. Madonna del Miracolo, ovverosia l’Apparizione della B.V.M. all’ebreo Alphonse Ratisbonne, nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte, a Roma, verso mezzogiorno del 20 gennaio 1842. A quell’ora si è soliti recitare la Supplica alla c.d. Madonna del Miracolo (cfr. Supplica alla Madonna del miracolo recitata il 20 gennaio, in Chiesa e postconcilio, 20.1.2019). Quest’apparizione, che, da sola, fu sufficiente a convertire l’ebreo Ratisbonne, dimostra come il Signore intenda il suo rapporto con il popolo della sua ex alleanza: come missione e non, come qualche infelice, come “dialogo” sulla comprensione di Gesù di Nazareth. La Vergine non dialogò, non aprì bocca col Ratisbonne, gli indicò con l'indice della mano destra di inginocchiarsi e gli fece vedere come d’un tratto che l’unico popolo dell’Alleanza, oggi, sia la Chiesa cattolica. La Madre di Dio, insomma, evangelizzò quell’ebreo che non conosceva il Dio cristiano, che è Triuno. Gli ebrei non è vero, quindi, che conoscono il “Dio sconosciuto”: ce lo attesta lo stesso Signore nelle parole del Vangelo di Giovanni. Il Divino Redentore, infatti, replicando ai giudei, affermò: «Voi non conoscete né me né il Padre; se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio. […] Se Dio fosse vostro Padre, certo mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato. […] Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!", e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola» (Gv 8, 19.42.54-55).
Queste parole sono la migliore smentita delle affermazioni di qualche infelice e triste personaggio, che, mancando di carità (qual più grande carità è far conoscere il Signore Gesù ed il suo lieto annunzio???), ha affermato che gli ebrei “conoscano” il Padre, il “Dio sconosciuto”. Gesù stesso ha sbugiardato quest’affermazione avventata e perniciosa.
In occasione, per questo, della festa della Madonna del Miracolo, perciò, si rilancia questo contributo.

Augustinus Hipponensis






“Sono caduto Ebreo e mi sono alzato Cristiano”: la conversione di Alfonso Ratisbonne



Alfonso Ratisbonne, laureato in giurisprudenza, ebreo, fidanzato, gaudente ventisettenne, cui tutto promettevano l’amore, le promesse e le risorse di ricchi banchieri suoi parenti, l’irrisore dei dommi e delle pratiche cattoliche, il beffeggiatore della Medaglia Miracolosa, decise un giorno, per distrarsi di mettersi in viaggio e visitare alcune città dell’Occidente e dell’Oriente, escludendo Roma, che odiava, essendo la sede del Papa. A Napoli avvenne qualcosa di misterioso. Una forza irresistibile lo portò a prenotare il posto per il nuovo viaggio, anziché per Palermo, prenotò per Roma. Arrivato nella città eterna, fece visita a tanti suoi amici tra cui a Teodoro De Bussière, fervente cattolico. Questi, sapendolo miscredente, riuscì, nelle varie conversazioni a fargli prendere la medaglia e a promettere di dire la preghiera alla Madonna di S. Bernardo, a cui, però, con sorriso beffardo e sdegno disse: “vuol dire che sarà per me un’occasione, nelle mie conversazioni con gli amici, di mettere in ridicolo le vostre credenze”. Fai come vuoi, gli rispose il De Bussière, e si mise a pregare con tutta la sua famiglia per la sua conversione. Il 20 gennaio uscirono tutti e due. Si fermarono davanti alla Chiesa di S. Andrea delle Fratte. Il cattolico andò in Sacrestia per segnare una Messa per un funerale, mentre l’ebreo preferì visitare il tempio, curioso di trovarvi dell’arte, ma nulla lo attrasse, nonostante i lavori del Bernini, del Borromini, del Vanvitelli, del Maini ed di altri illustri artisti ivi raccolti. Si era nel mezzodì. La Chiesa deserta dava l’immagine di un luogo abbandonato; un cane nero passò saltellante accanto a lui e disparve. D’un tratto…lascio la parola al veggente, secondo come ebbe a deporre con giuramento, durante il processo che ne seguì … “Mentre camminavo per la chiesa ed ero giunto incontro ai preparativi del funerale, all’improvviso mi senti preso da un certo turbamento, e vidi come un velo innanzi a me, mi sembrava la chiesa tutta oscura, eccettuata una cappella, quasi tutta la luce della medesima Chiesa si fosse concentrata in quella. Levai gli occhi verso la cappella raggiante di tanta luce, e vidi sull’Altare della medesima, in piedi, viva, grande, maestosa, bellissima, misericordiosa la SS.ma Vergine Maria simile all’atto e nella struttura all’immagine che si vede nella Medaglia Miracolosa dell’Immacolata. A tal vista io caddi in ginocchio nel luogo dove mi trovavo; procurai, quindi, varie volte di levar gli occhi verso la SS.ma Vergine, ma la riverenza e lo splendore me li feci abbassare, ciò che però non impediva l’evidenza di quell’apparizione. Fissai le di Lei mani, e vidi in esse l’espressione del perdono e della misericordia. Quantunque ella non mi dicesse nulla compresi l’orrore dello stato in cui mi trovavo, la deformità del peccato, la bellezza della religione cattolica, in una parola capì tutto. Sono caduto ebreo e mi sono alzato cristiano”. In seguito il convertito fece un bellissimo cammino che lo portò al sacerdozio e a partire missionario nella sua terra di Palestina, dove morì da santo[1].


NOTE

[1] Fu battezzato (col nome di Alfonso Maria), cresimato e comunicato al Gesù il 31 gennaio 1842 dal Cardinale Patrizi-Naro e il 20 giugno dello stesso anno entrò nella Compagnia di Gesù. Sacerdote il 24 settembre 1848, nel 1852 lasciò i Gesuiti e si unì al fratello Teodoro nella congregazione dei Padri di Nostra Signora di Sion per la conversione dei Giudei. Stabilitosi a Gerusalemme fu apostolo della fede e delle opere di carità e curò anche la riscoperta dei luoghi della Passione. Morì, ottantenne, ad Ain Karem il 6 maggio 1884.

domenica 6 gennaio 2019

Vennero dall’Oriente. Meditazione per l'Epifania

Oggi la Chiesa cattolica latina celebra la festa dell’Epifania del Signore. Nell’Antifona dei secondi vespri di questa giornata, è condensato il senso di questa festa: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia» (v. Il significato e il termine Epifania, in Chiesa e postconcilio, 6.1.2019).
Celebriamo dunque questo triplice mistero e principalmente l’adorazione dei Magi al divino Infante, ricordando con S. Isacco di Ninive o il Siro, che «Il sole ha restituito l’adorazione: mediante i suoi Magi lo ha onorato, mediante i suoi adoratori lo ha adorato» (Inno della Natività. Cfr. Santa Epifania a tutti i nostri lettori, in Riscossa cristiana, 5.1.2019).
Per meditare su questa festa, rilanciamo il seguente contributo. Auguri di Santa Epifania ai nostri lettori.




























 Vennero dall’Oriente

di Paolo Risso

Presso gli orientali era nota l’attesa di un Messia da parte del popolo di Israele, forse perché gli ebrei della prima diaspora, dispersi per la deportazione da parte di assiri e babilonesi, avevano fatto conoscere le loro Scritture. Il compimento di questa attesa desta gioia e sottomissione nei Magi, i quali rappresentano coloro che lasciano le tenebre per giungere all’ammirabile Luce di Cristo.

«Nato Gesù a Betlemme di giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi vennero dall’Oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei giudei che è nato?”» (Mt 2,1-2ss). Così racconta l’evangelista Matteo, scrivendo con assoluta fondatezza storica e biblica. L’adorazione dei Magi a Gesù non è leggenda, non è un “genere letterario”, come si usa dire oggi, non è soltanto “una lettura teologica” della venuta di Gesù. È fatto storico, che con ogni probabilità, direi con certezza, Matteo ha raccolto da Maria Santissima per i suoi due primi capitoli, come Luca farà altrettanto per i suoi primi due capitoli, l’insieme dei “Vangeli dell’infanzia”, dove c’è tutto sul piccolo Gesù, presagio del “grande” Gesù.

Storia non leggenda

«Vennero dall’Oriente». L’Oriente per gli ebrei è la Mesopotamia e, più ancora, la lontana Persia, il cui re Ciro, alcuni secoli prima, aveva permesso agli ebrei deportati a Babilonia, di tornare nella loro terra, la piccola Palestina, crocevia delle genti.
Gli ebrei esuli a Babilonia, avevano diffuso, tra i “gentili” (i pagani), l’idea del loro Dio, purissimo Spirito, uno e unico Creatore e Legislatore dell’umanità, e insieme l’attesa di un suo Inviato, che essi attendevano. Prova ne sia la testimonianza di Tobia, un esule di Israele, molto pio e identitario, che in un suo cantico di lode afferma di far conoscere la gloria del vero Dio in un popolo straniero (cf. Tb 13,2-18). Altro segno è il salmo 136, in cui l’autore narra come nell’esilio a Babilonia, fosse loro chiesto di cantare i cantici di Sion e l’impossibilità di soddisfare la richiesta, poiché le cetre erano state appese, in segno di lutto, alle fronde dei salici!
Presso gli orientali della Mesopotamia e della Persia dunque, era nota l’attesa di un Messia, di un Inviato, di un Re, mai prima visto, da parte di Israele. Attesa nota, perché gli ebrei della prima diaspora, dispersi per la deportazione da parte di assiri e babilonesi, avevano fatto conoscere le loro Scritture, soprattutto tra i dotti, gli studiosi delle “stelle”, del cielo e della terra. Attesa nota, in ogni paese pagano, perché doveva esser pure stata conservata quella “rivelazione primigenia”, che risale a Dio al principio dell’umanità: «Porrò inimicizia tra te [il serpente, il diavolo, la potenza del male], la Donna, tra te e la sua discendenza. Ella ti schiaccerà il capo» (Gen 3,15). Relazione primigenia tradottasi nell’attesa di un Personaggio venuto dal Cielo, da Dio stesso.
«Alcuni Magi vennero dall’Oriente». A Gerusalemme dicono di aver visto il sorgere di una stella, la sua stella, annuncio della venuta di questo Re inedito, Re unico, tutto singolare. Allora sapevano che la sua venuta sarebbe stata preceduta da una stella, che i cieli stessi l’avrebbero fatto sapere, come dice il libro dei Numeri, 24,17. Sicuramente conoscevano qualcosa dell’Atteso da Israele, popolo così piccolo, ma segnato da una letteratura divina, le loro Scritture, con i Patriarchi, i Giudici, i Re, i Profeti, i Sapienti, tutti volti e anelanti a incontrarlo.
Facciamo una lettura fondamentalista della Parola di Dio? Ebbene che sia, sappiamo che quanto stiamo scrivendo, è la lettura che ne fa fondata cultura biblica e soprattutto il Magistero della Chiesa. E pertanto ne abbiamo l’anima in pace.

Cercatori di verità e vita

Alla domanda dei Magi, giunti a Gerusalemme: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?», tutta la città sacra del Tempio di Dio, rimase sgomenta, primo tra tutti il re Erode, una reuccio vassallo di Roma, che temeva sempre di perdere il suo potere sul reame, fino al punto di fare assassinare i suoi figli, timoroso che attentassero al suo trono. Augusto, quando lo seppe, dichiarò che preferiva essere un «porco», che figlio di Erode – sottinteso – perché in Israele non si uccidevano né tanto meno si mangiava la carne di maiale!
Erode, dunque, sgomento, Gerusalemme sgomenta, non per la venuta dell’Atteso delle genti, che pure avrebbe dato lustro al loro popolo, ma sgomenti di stupore, di paura, di collera. «Erode, riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo dove doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta”». E gli citano Michea 5,1.
Notate: si radunano Erode, i sommi sacerdoti (quelli in carica e gli “emeriti”) e gli scribi del popolo. Gli stessi che si raduneranno dopo circa trent’anni, per processare Gesù! Quando Erode ha la risposta, dice ai Magi: «Andate a Betlemme, informatevi accuratamente del bambino e quando l’avrete trovato, fatemi sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Ma la sua “cura” era perfidia e scelleratezza, inizio di una congiura contro Gesù, che si illuderà di aver fine mandando Gesù alla croce, ma che continua ancora oggi, dove Gesù è rifiutato, perseguitato e crocifisso, su tutti i calvari della terra.
Pur conoscendo le Scritture, i vaticini dei profeti, riguardo al Re-Messia, nessuno di quei “signori” di Gerusalemme – neppure i sacerdoti – si mosse per andarlo a cercare a Betlemme. Anzi, dicono i Padri della Chiesa, che pure essi congiurarono con Erode nella strage di bambini dai due anni in giù, per eliminarlo.
Per restare unico re, Erode (e i suoi complici) sogna di spegnere la Luce nel sangue. I testimoni “obbligati” della Luce, i sacerdoti e i principi della nazione, non alzeranno la voce, contro l’iniquità. Il popolo sviato da quelli che avrebbero dovuto guidarlo alla verità, continuerà a ostinarsi nell’incuranza e nell’errore, nel rifiuto del suo Re-Messia. Infelice popolo, qualsiasi popolo, che abbandona il suo Dio. Sarà lui stesso abbandonato.
Sono brevi righe quelle di Matteo, capitolo 2, ma contengono una tragedia.
Ma io vado, noi andiamo a Betlemme, al seguito dei Magi e della stella riapparsa. Da quando sono entrati in Giudea, la folla si arresta ad ammirare la loro lunga carovana, i loro costumi pittoreschi, la stella che brilla alla testa del corteo. Ma nessuno comprende il segno di Dio e tutti se ne tornano dimentichi, incuranti, ai loro affari. Solo i Magi vincono l’indifferenza, l’ostilità e camminano, cercatori di verità e vita, al seguito della stella prodigiosa.
Giunti alla casa dove c’è il piccolo Gesù, non si distraggono neppure un istante, provano una grandissima gioia a vedere il Bambino Gesù con Maria sua Madre, che presenta il Figlio di Dio e suo alla loro adorazione. Sottolinea Matteo evangelista: «Essi, i Magi, prostratisi lo adorarono». Lo hanno riconosciuto non solo Re di Israele, ma Re del mondo, anzi Dio, degno Lui solo di adorazione con la faccia a terra. Altrettanto, si può pensare, fanno i loro servi.
È piccolo, Gesù, ma è il loro Re. È il nostro Re. È Lui, Gesù, il Sovrano, il Signore. “È lui che tiene in mano il Regno, la potenza e l’impero”. Sì, il nostro piccolo Re, ma è il Re cui nessuno potrà mai resistere, al quale è destinata la vittoria sul mondo e nell’eternità. I Magi offrono oro, incenso e mirra, e con loro tutti i secoli cristiani salutano e adorano il Capo, la Guida, la Vita nuova dell’umanità rigenerata da Lui.
Il Dio-bambino sorride e benedice i primi nati della sua Chiesa. Non solo l’Israele più umile, quello dei pastori della collina di Betlemme, ma “la gentilità” (i pagani) che comincia ad adorarlo nei suoi membri più illustri, quali erano i Magi, sapienti, forse sacerdoti e re pure loro, comunque guide, notabili dei loro popoli. Riconosciamolo, oggi si rivela il Salvatore – Epifania significa manifestazione –, oggi si innalza sui nostri orizzonti –  sugli orizzonti dei secoli e della storia – la Luce piena, totale, indefettibile, sovrana del piccolo Re, che è il Re dei re.
Felici noi che camminiamo nella sua luce. Felice il nostro tempo se tornerà a Gesù, diversamente è il tempo più infelice e più cupo della storia. Felici noi che crediamo in Gesù, come il Figlio di Dio fatto uomo. Pastori, Magi, i credenti in Gesù a duemila e due decenni dalla sua venuta, abbiamo superato la “gnosi” di una sapienza soltanto umana, per arrenderci a Gesù, oltre il Quale non è possibile andare, come spiega l’apostolo evangelista san Giovanni (cf. 1 Gv 4,2-3; 2 Gv 4-9), pena l’essere fuori dal progetto di Dio, anzi, diventare anti-cristi. A noi, in compagnia di Gesù e di sua Madre, come per i santi Magi, l’assoluta certezza, il completo possesso, la sicurezza della verità assoluta ed eterna.