sabato 13 ottobre 2018

Il 13 ottobre, e non il 29 giugno, data del martirio del beato Pietro Apostolo?

Negli anni scorsi abbiamo già fatto cenno a quest’ipotesi, tutt’altro che peregrina (v. qui e qui).
E perché no???
Del resto, nella storia della nostra fede, questa data è densa di significati.
Il 13 ottobre 1884 il Sommo Pontefice Leone XIII ebbe la celebre visione dei demoni sulla città di Roma, che lo indusse a scrivere la famosa invocazione a S. Michele, principe delle milizie celesti.
Un altro 13 ottobre, 33 anni dopo, ci fu alla Cova di Iria, presso Fatima, in Portogallo, il celebre miracolo del sole.
Un altro 13 ottobre, all’inizio del centenario di Fatima, nel 2016, poi, la statua di Lutero faceva il suo ingresso solenne nell’Aula Nervi, in Vaticano, entrando nel “recinto di Pietro”!
Il 13 ottobre una data significativa. Dunque. E densa di significati.
Rilanciamo, quindi, questo contributo di un nostro amico ed affezionato lettore su questo tema. 

Sulle orme della Guarducci alla scoperta della data del martirio di san Pietro

di Giuliano Zoroddu


La Chiesa celebra la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo il 29 giugno. Recita il Martirologio Romano: “A Roma il natale dei santi Apostoli Pietro e Paolo, i quali patirono nello stesso anno e nello stesso giorno, sotto Nerone Imperatore. Il primo di questi, nella medesima Città, crocifisso col capo rivolto verso la terra, e sepolto nel Vaticano presso la via Trionfale, è celebrato con venerazione di tutto il mondo; l’altro decapitato e sepolto sulla via Ostiense, è venerato con pari onore”. Se il “medesimo giorno” è il 29 giugno (Tértio Kaléndas Júlii), il “medesimo anno” è un po’ più difficile da individuare perché si va dall’anno 64 all’anno 67. La tradizione ecclesiastica ha fatto suo quest’ultimo: “Simon Pietro … venne a Roma e quivi tenne per venticinque anni la cattedra sacerdotale, fino all’ultimo anno di Nerone, cioè il decimo quarto”[1] precisamente, sempre secondo san Girolamo, due anni dopo la morte di Seneca, occorsa nell’aprile del 65[2]. In base a questi dati, il martirio del Pescatore di Betsaida, costituito da Gesù capo visibile dei suoi discepoli, sarebbe avvenuto fra il 13 ottobre del 67 (inizio del quattordicesimo anno d’impero di Nerone) e il 9 giugno del 68 (giorno della sua morte). E infatti Pio IX e anche Paolo VI hanno celebrato il diciottesimo e il diciannovesimo centenario del martirio dei Principi degli Apostoli rispettivamente nel 1867-1868 e nel 1967-1968. A fronte tuttavia di questa tradizione, che ovviamente non afferisce al dogma della fede, vi è tuttavia dibattito fra gli studiosi, fra i sostenitori del 64, fra quelli del 65, del 67 o del 68, fra coloro che fanno coincidere l’anno del martirio di Pietro e del martirio di Paolo e coloro che invece scindono i due martìri, assegnano ad ognuno varie date. L’unica cosa certe che Pietro (come Paolo) fu ucciso per la fede sotto il regno di Nerone (13 ottobre 54 – 9 giugno 68) Non teniamo in considerazioni i negatori della storicità di questi martìri, perché, prendendo a prestito le parole dell’Harnack e del Cullman (protestanti), trattasi semplicemente di pregiudizi anticattolici.


Però vi è una studiosa che non solo ha la sua opinione sull’anno del martirio, ma che sul mese e sul giorno. La studiosa è la compianta Margherita Guarducci (1902 – 1999), grande epigrafista, indissolubilmente legata alla individuazione della tomba e delle reliquie di san Pietro, autrice, fra le altre eccellenti opere, del saggio “La data del Martirio di San Pietro” del 1968 (La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 81-115)[3]. Vediamo di riassumere esaustivamente la tesi di questa dottissima Maestra.


Noi sappiamo che il massacro che Nerone fece dei Cristiani della Chiesa Romana seguì l’incendio che devastò l’Urbe dal 18 al 27 luglio del 64. Le fonti storiche più antiche a riguardo sono  gli Annali di Tacito e la Lettera di Papa san Clemente Romano ai Corinzi (datata al 95/96), che ci parlano della grande moltitudine di coloro che Nerone fece uccidere durante macabri spettacoli.
Tacito, Annales, XV, 44, 6-9: “Nessuno sforzo umano, nessuna elargizione dell’imperatore o sacrificio degli dei riusciva ad allontanare il sospetto che si ritenesse lui il mandante dell’incendio. Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l’impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d’origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d’atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo. Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole una grande moltitudine di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano. E furono aggiunti anche scherni per coloro che erano destinati a morire, che, con la schiena ricoperta di belve, morissero dilaniati dai cani, o che fossero crocefissi o dati alle fiamme e, tramontato il sole, utilizzati come torce notturne. Per quello spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini ed allestiva uno spettacolo al circo, confuso fra la folla in abito da auriga o salendo su una biga. Quindi, benché le punizioni fossero rivolte contro colpevoli ed uomini che si meritavano l’estremo supplizio, sorgeva una certa compassione nei loro confronti, come se i castighi non fossero stati inflitti per il bene pubblico, ma per la crudeltà di un solo uomo”.
Clemente, I Cor, V-VI: “Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo in considerazione i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’Oriente e nell’Occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. Intorno a questi uomini che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per la gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio. Per gelosia perseguitate, donne Danaidi e Dirci, dopo aver sopportato oltraggi terribili ed empi, si misero sulla sicura via della fede, esse che fisicamente erano deboli”.


Dai questi due tesi, in relazione fra loro,  la Guarducci deduce:
1. che il martirio di Pietro, di Paolo e della gran moltitudine di cristiani e cristiane sia avvenuto nel 64, essendo gli altri anni occupati dalla repressione della Congiura dei Pisoni e di altri (65-estate 66), dalla incoronazione di Tiridate re d’Armenia (settembre 66), dal viaggio in Grecia di Nerone (66-68);
2. che sia avvenuto nei giardini di Nerone e nel Circo lì esistente, a motivo del fatto che questo era l’unico risparmiato dalle fiamme e che il martirio di Pietro è strettamente legato al Vaticano, come dimostra la presenza della sua tomba e del luogo di culto sovrastante.
L’anno quindi è per la Nostra il 64, l’unico in cui Nerone avrebbe potuto partecipare alle corse svoltesi durante i sanguinosi spettacoli. Ma in che mese? Cediamole la parola: “Ci troviamo, in ogni modo, dopo il 28 luglio, giorno in cui l’immane incendio si estinse. Bisognerà anzitutto escludere un paio di mesi dopo il disastro, per dare il tempo necessario alle prime opere di soccorso, alle prime iniziative per il riassetto di Roma, alle suppliche religiose, non che alle mormorazioni contro l’imperatore che il popolo riteneva colpevole del flagello Si giunge così alla fine di settembre o ai primi di ottobre. D’altra parte bisogna escludere anche gli ultimi due mesi dell’anno, non propizi allo svolgimento di spettacoli all’aperto […] il periodo più probabile ci appare la prima metà di ottobre”[4].
E di questa prima metà del mese, imporporata dai Protomartiri Romani caduti vittima delle fantasie sanguinarie di Nerone e Tigellino, la Guarducci individua anche il giorno preciso del martirio di san Pietro: il 13 ottobre. Su cosa basa tanta sicurezza? Su due dati:
1. le profezie post eventum contenute negli apocrifi Ascensione di Isaia e Apocalisse di Pietro (I-II secolo d.C.) che ci forniscono dati cronologici più che esatti;
2. il fatto che il 13 ottobre del 64 fosse il decimo dies imperii di Nerone, il quale era salito al trono dopo l’avvelenamento del padre adottivo Claudio, appunto il 13 ottobre del 54.
I due testi apocrifi citati “profetizzano” al principe matricida, figlio dell’Ade, reo di aver ucciso Pietro e gli altri discepoli del Signore, che, dopo lo spargimento del sangue di Pietro e degli altri discepolo, avrebbe regnato solamente altri “1332 giorni”. E tornando a ritroso dal 9 giugno 68, giorno in cui Nerone finì ingloriosamente i suoi giorni, si arriva alla data del 13 ottobre 64, decimo anniversario della sua ascesa al trono. Un giorno sacratissimo, solennizzato con sacrifici e spettacoli cruenti: il sangue versato, si credeva, avrebbe giovato ai vivi. E nel caso delle feste per il genetliaco (dies natalis) o l’ascesa al trono (dies imperii) il vivo era un vivo particolare: l’Imperatore, il divus princeps. Leggiamo cosa scrive l’Autrice: “I Cristiani sono stati condannati (questo risulta dal famoso passo di Tacito) per il loro odium humani generis, cioè come nemici dell’Impero, e qui si vede ch’essi vengono sacrificati proprio in occasione della festa in cui – nella persona dell’imperatore divinizzato – si esalta la maestà dell’impero romano”[5].  Pertanto conclude: “Tutto induce a ritenere che il problema lungamente dibattuto circa la data del martirio di Pietro possa – lo ripeto – trovare soddisfacente soluzione nella riposta: 13 ottobre 64”[6]. Il fatto poi che la Chiesa celebri uniti i due Principi degli Apostoli al 29 giugno si spiega facendo riferimento alla commemorazione della traslazione dei due Padri di Roma Cristiana nella Basilica Apostolorum in  Catacumbas sull’Appia (l’attuale San Sebastiano): e questa seconda depositio avvenuta nel 258 sotto il consolato di Tusco e Basso, ai tempi  della persecuzione di Valeriano, eseguita per scampare i copri apostolici dal ludibrio pagano, fece dimenticare le date della prima.


Una scelta di date che non sembra invero casuale perché il 29 giugno, mentre i pagani festeggiavano una festa legata a Romolo, fondatore di Roma pagana, i Cristiani celebravano “la festa natalizia dei due Principi degli apostoli, Pietro e Paolo, o per meglio dire, dietro la persona dei due massimi Apostoli era la festa del primato pontificio, la festa del Papa, il Natalis Urbis, cioè della Roma Cristiana, il trionfo della Croce su Giove scagliafolgori e sui suoi vicari, i Pontifices Maximi residenti nella Regia del Foro. Tant’è vero che Roma vi annetteva questo significato simbolico, che i vescovi della provincia metropolitica del Papa erano soliti in tale giorno di recarsi nell’Eterna Città in segno d’ossequiosa sudditanza, per celebrare si grande solennità insieme col Pontefice”[7].

[1] Girolamo, De viribus illustribus, 1. PL 23, 638B.
[2]  Ivi, 12. PL 23 662°.
[3]  Margherita Guarducci espose questa sua tesi in un articolo apparso su 30Giorni (anno XIV, marzo 1996, p. 79-82): La data del martirio di san Pietro.
[4]  M. Guarducci, La data del Martirio di San Pietro, La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 103-104.
[5]  Ivi, p. 110. La storia ci fornisce altri esempi di massacri di “nemici dell’impero” occorsi in altri dies imperii i Giudei di Alessandra sacrificati nel dies imperii di Caligola; gli Ebrei gettati alle fiere sotto Vespasiano e Tito; il martirio di san Policarpo nell’anniversario dell’esaltazione al trono di Antonino Pio; il martirio dei Cristiani di Lione nel dies imperii di Marco Aurelio.
[6] Ivi, p. 111.
[7] A. I. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. VII, Torino-Roma 1930, p. 298.

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

Mons. Nicola Bux rilascia al noto giornalista vaticanista Aldo Maria Valli una bella intervista.
Lo stesso ricorda alcuni profili problematici del “magistero” dell’attuale vescovo di Roma. Se ne potrebbero aggiungere, effettivamente, pure altri. Basti ricordare la famosa lettera al giornalista E. Scalfari (non le interviste, dove, peraltro, vi sono affermazioni assai gravi, ma che non sono entrate nel “magistero” ufficiale del medesimo), che nega l’esistenza di una legge morale naturale oggettiva, al di fuori dell’uomo, cadendo nel soggettivismo, nel relativismo e nella c.d. etica della situazione («… Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. …»). Si tratta della traduzione, in ambito morale, del principio kantiano secondo cui ognuno è legge a se stesso («Il cielo stellato al di sopra di me, la legge dentro di me»: espressione realmente e metafisicamente mostruosa perché Dio, “il cielo stellato”, sarebbe il noumeno, che starebbe oltre l’uomo e quindi non sarebbe realmente conoscibile così come è, ma solo come apparirebbe, mentre la legge morale starebbe dentro l’uomo e quindi sarebbe soggettiva, autonoma e indipendente da Dio, così che l’uomo fosse legge a se stesso). Per approfondimenti sul tema, rinviamo a Dalla Nouvelle Théologie alla Nuova Morale della Situazione, in Sì sì, no no, Anno XXXX, 2014, fasc. 13.
Anche Amoris laetitia, giustamente, osserva Mons. Bux, pone molti problemi. Per di più, proprio in relazione a questo documento ed alla pubblicazione dei Criteri stabiliti dalla regione ecclesiastica di Buenos Aires, plauditi – come noto – dallo stesso Vescovo di Roma, e pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis nell’ottobre scorso (v. il nostro contributo qui) il problema si è aggravato, giacché numerose conferenze episcopali, nazionali e regionali, si sono subito affrettate a sposare in pieno quelle direttive. Pensiamo, ad es., in primis ai vescovi della regione ecclesiastica dell’Emilia Romagna. Ma non solo a loro evidentemente. Parimenti la questione si è aggravata a seguito di una nuova missiva dello stesso vescovo di Roma, questa volta al patriarca di Lisbona, il card. Manuel Clemente, che riprende i criteri degli argentini e che da sempre – è noto – è a favore della comunione ai divorziati c.d. risposati. Anche qui la lettera di Bergoglio del giugno 2018, plaudiva a questo provvedimento, additandolo quasi a mo’ di esempio, riconoscendo nello stesso «lo sforzo di un pastore e di un padre …, consapevole del dovere di accompagnare i suoi fedeli» (cfr. Pope personally thanks Portuguese cardinal for Amoris guidelines, in Catholic Herald, Jul. 13, 2018; trad. it. di S. Paciolla, Papa ringrazia Patriarca Lisbona per Linee Guida su Amoris Laetitia, in Il blog di Sabino Paciolla, 13.7.2018Il cardinal-patriarca di Lisbona dà l’esempio accompagnando le coppie in seconda unione, in Aleteia, 17.7.2018Papa agradece Patriarca de Lisboa por documento sobre aplicação de Amoris Laetitia, in Acidigital, 13 Ju. 2018Per il testo, vPope Francis’ letter of thanks to Patriarch of Lisbon on Amoris Laetitia note, in Actualitade Religiosa, 12 de julho de 2018I criteri del patriarca portoghese, dal titolo Nota para a receção do capítulo VIII da exortação apostólica ‘Amoris Laetitia’, sono qui e sono stati presentati il 13 febbraio scorso, vqui; il testo della missiva del vescovo di Roma è qui). 
E sorvoliamo sul grave vulnus aperto con la nota questione circa la presunta anti-evangelicità della pena capitale, a cui si riferisce Mons. Bux e che noi abbiamo richiamato qui, evidenziando come si tratti di un insegnamento dissonante rispetto al magistero perenne della Chiesa ed alla stessa Rivelazione. Insomma, delle dissonanze su cui la Chiesa, prima o poi, con serena obiettività, dovrà interrogarsi per essere ancora credibile. Auspichiamo che questa intervista possa contribuire ad aprire questo dibattito sereno, che si estenda anche alla valutazione – come indicato dallo stesso Mons. Bux, al quale non sfuggono le problematiche pratiche che un’ipotetica accusa di “eresia” possa porre (sebbene in linea teorica possa sollevarsi nei confronti di un papa) – circa la rinuncia, o pretesa tale, di Benedetto XVI. Anzi, questo sarebbe proprio l’auspicio: che questo profilo sia approfondito nella giusta ottica storico-giuridica valutando la natura giuridica dell’atto e le sue conseguenze.

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

La questione degli abusi sessuali nella Chiesa ha un po’ messo in disparte il dibattito su Amoris laetitia e su tutto ciò che ne era seguito a proposito di aderenza del magistero alla retta dottrina. Ma, com’è ovvio, le questioni sono collegate. Appare dunque il caso di riprendere il filo della discussione e lo facciamo con uno specialista, monsignor Nicola Bux, teologo consultore della Congregazione per le cause dei santi, dopo esserlo stato in quella della dottrina della fede, del culto divino e dell’ufficio delle celebrazioni pontificie.
Autore, fra numerosi altri libri, del saggio Pietro ama e unisce. La responsabilità del papa per la Chiesa universale (Edizioni Studio Domenicano), monsignor Bux è appena rientrato in Italia dall’Argentina, dove, a Buenos Aires, è stato invitato al XXI Encuentro de formacion catolica, sul tema La liturgia, fuente y expresion de la fe.

Don Nicola, eresia e scisma, parole che sembravano sparite dal vocabolario dei cattolici, stanno tornando al centro di numerose analisi e osservazioni sulla situazione attuale della Chiesa. Vogliamo fare un po’ il punto sullo status quaestionis dopo Amoris laetitia e il successivo dibattito?
Mi sembra che dopo la pubblicazione, avvenuta il 24 settembre 2017, della Correctio filialis de haeresibus propagatis (Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie)e la Dichiarazione promulgata a Roma, dalla conferenza del 7 aprile scorso, dove intervennero i cardinali Brandmüller e Burke, l’idea che il papa stesso, mediante il suo magistero, sia incorso in affermazioni eretiche è ormai al centro di un vasto dibattito, che di giorno in giorno si fa sempre più appassionato. All’origine c’è l’esortazione apostolica Amoris laetitia, nella quale, secondo i quaranta firmatari della Correctio (saliti nel frattempo a duecentocinquanta, senza contare le migliaia di adesioni collegate all’iniziativa) sarebbero rintracciabili ben sette proposizioni eretiche riguardanti il matrimonio, la vita morale e la ricezione dei sacramenti.
È appena il caso di notare che i problemi, almeno per quanto riguarda Amoris laetitia, si sono notevolmente aggravati e complicati. Come noto, sono stati pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis la lettera di papa Bergoglio ai vescovi argentini della regione di Buenos Aires ed i criteri indicati da questi ultimi per l’accesso alla comunione da parte dei divorziati passati a nuove nozze, il tutto accompagnato da un rescritto ex audientia SS.mi del cardinale segretario di Stato, che, su approvazione del papa, considera questi due precedenti documenti come espressione del “magistero autentico” dell’attuale papa e, quindi, come magistero a cui prestare devoto ossequio di intelletto e volontà.
Parallelamente, il cardinale Brandmüller, uno dei quattro porporati dei dubia (gli altri sono Burke, Meisner e Caffarra, gli ultimi due nel frattempo scomparsi) in un articolo ha rilanciato l’idea, che anch’io avevo manifestato, di una professione di fede da parte del papa.

A questo proposito, don Nicola, anche alla luce delle dichiarazioni del cardinale Müller sulla necessità di una pubblica disputatio su Amoris laetitia e delle parole del segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Parolin, secondo il quale “all’interno della Chiesa è importante dialogare”, è realistico immaginare che dal papa possa arrivare una risposta e che si possa giungere a una sua professione di fede per dissipare dubbi e ombre?
L’unità autentica della Chiesa si fa nella verità. La Chiesa è stata posta dal Fondatore – Colui che ha detto: “Io sono la verità” – come “la colonna e il fondamento della verità” (1 Tim 3, 15). Senza la verità non sussiste l’unità, e la carità sarebbe una finzione. L’idea che la Chiesa sia una federazione di comunità ecclesiali, un po’ come le comunità protestanti, renderebbe difficile al papa fare una professione di fede cattolica. Infatti, dopo i due ultimi sinodi, si sono fatte strada una fede e una morale che potremmo definire, almeno, a due velocità: prova ne sia che in taluni luoghi non è possibile dare la comunione ai divorziati risposati e in altri sì. Non pochi vescovi e parroci, pertanto, si trovano in grande imbarazzo, a causa di una situazione pastorale instabile e confusa. Stando così le cose, mi sembra realistico pensare a un “tavolo” all’interno della Chiesa, per capire che cosa sia cattolico e cosa non lo sia: un confronto dottrinale, dal quale soltanto dipende la pastorale. Lo sviluppo dottrinale trae sempre giovamento dal dibattito. L’esempio viene da Joseph Ratzinger, che prima da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, poi da papa ha ricevuto vari teologi dissenzienti, confrontandosi con loro.

E se il confronto non ci sarà?
Temo che si approfondirà l’apostasia e si allargherà lo scisma di fatto. Proprio il confronto razionale e caritatevole all’interno della Chiesa renderebbe necessaria la professione di fede del papa, con abiura, evidentemente, degli eventuali errori ed opinioni erronee dichiarate sino a quel momento, per riaffermare la fede cattolica quale termine di paragone, regola della fede di ogni cattolico. Tra l’altro questa situazione è diventata ancor più urgente a seguito delle ultime novità introdotte dal papa, come quella relativa alla definizione di “antievangelicità” della pena capitale: definizione svolta, in maniera discutibile, mutando un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica secondo una visione decisamente storicistica, e che pone una serie di problemi. Pure di coscienza. Tanto più che i precedenti catechismi, penso a quello Romano o Tridentino o a quello cosiddetto Maggiore di San Pio X, insegnavano la legittimità della pena capitale e la sua piena conformità alla Divina Rivelazione. Il catechismo tridentino addirittura definiva la norma, che consentiva all’autorità statale di comminare ad un reo, colpevole di gravi delitti, la giusta pena, non esclusa quella capitale, come “legge divina”. Ed i problemi, dicevo, sono notevoli, perché o si ammette che la Chiesa abbia insegnato la legittimità di qualcosa di anti-evangelico praticamente da duemila anni o si deve ammettere che sia stato papa Bergoglio ad errare, ritenendo anti-evangelico ciò che, al contrario, è conforme almeno astrattamente alla Rivelazione. La questione è molto delicata. Ma prima o poi dovrà porsi. E non solo per la pena capitale.

Molti si chiedono: se il papa si sente libero di cambiare un articolo del Catechismo secondo le mutate esigenze del popolo di Dio o la diversa sensibilità dell’uomo d’oggi, potrà farlo anche in altri punti, ancora più rilevanti?
È un interrogativo davvero inquietante e, del pari, una legittima preoccupazione quella di tenere indenne il depositum fidei dalle sensibilità contingenti della società di oggi o di domani.
Tornando alla domanda iniziale, sarebbe necessaria una professione simile a quella che Paolo VI fece nel 1968, al fine di riaffermare ciò che è cattolico, di fronte agli errori e alle eresie che si erano diffuse subito dopo il concilio Vaticano II, in specie a causa della pubblicazione del Catechismo olandese. Nel nostro caso, però, si tratterebbe di riaffermare alcune verità sui sacramenti, sulla morale e sulla dottrina sociale della Chiesa, e parimenti rigettare quanto di dubbio o erroneo possa essersi diffuso, pure involontariamente, su tali temi.

Qualcuno ha osservato che l’iniziativa della Correctio, per quanto clamorosa, non è una novità, perché già ai tempi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e ancor prima di Paolo VI, vi furono manifesti e petizioni di teologi, chierici e laici, sia a carattere individuale sia organizzati. Si trattò di prese di posizione di studiosi i quali, ritenendo che il Concilio Vaticano II, attraverso l’anti-dogmatismo o lo sviluppo disomogeneo del dogma, avesse introdotto una rottura con la Chiesa precedente, accusavano quei pontefici di centralismo e di non apertura alle istanze della modernità. Lei trova che si tratti davvero di un’analogia con quanto sta avvenendo oggi?
No, perché quello era un attacco non-cattolico al magistero cattolico. In modo speculare, altri teologi e laici, che nutrivano sospetti sul Concilio, manifestavano la contrarietà ad ogni sana innovazione. In entrambi i casi si trattò di proteste e non di correzione. Ora i primi, collocati nei posti chiave dell’establishment ecclesiastico, tacciono o conducono una difesa d’ufficio, senza mai entrare nel merito delle eresie che vengono contestate, in particolare, all’esortazione apostolica Amoris laetitia. Occorre ricordare che San Pio X, nell’enciclica Pascendi, avverte che non confessare mai chiaramente la propria eresia, è il comportamento tipico dei modernisti, perché in tal modo possono occultarsi all’interno della Chiesa.

Ma perché secondo lei sarebbe auspicabile una professione di fede? E se il papa, come tutto lascia pensare, non la farà, che cosa potrebbe succedere?
Nel Decreto di Graziano (pars I, dist. 40, cap.VI) vi è questo canone: “Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede”. L’allontanamento e la deviazione dalla fede si chiama eresia, parola che viene dal greco “airesis” e vuol dire scelta e assolutizzazione di una verità, minimizzando o negando le altre che sono nel novero delle verità cattoliche (ricordo a questo proposito che von Balthasar scrisse un saggio intitolato “La verità è sinfonica”). Ovviamente la deviazione deve essere manifesta e pubblica. E in caso di eresia manifesta, secondo san Roberto Bellarmino, il papa può essere giudicato. Ricordo che Bellarmino fu anche prefetto del Sant’Uffizio, figura che ha proprio la funzione di sorvegliare sul rispetto dell’ortodossia della fede da parte di tutti, compreso il papa, il quale peraltro è il primo a dover svolgere tale funzione di controllo. Il papa è chiamato dal Signore a diffondere la fede cattolica, ma per farlo deve dimostrarsi capace di difenderla. Gli ortodossi – i cristiani d’Oriente separati da Roma – si chiamano così proprio perché hanno sottolineato il primato della vera fede quale condizione della vera Chiesa. Altrimenti la Chiesa cessa di essere colonna e fondamento della verità. Di conseguenza, chi non difende la vera fede decade da ogni incarico ecclesiastico, patriarcale, eparchiale eccetera.

Scusi don Nicola, sta dicendo che in caso di eresia, proprio come un cristiano eretico cessa di essere membro della Chiesa, anche il papa cessa di essere papa e capo del corpo ecclesiale, e perde ogni giurisdizione?
Sì, l’eresia intacca la fede e la condizione di membro della Chiesa, che sono la radice e il fondamento della giurisdizione. Questo è il pensiero dei padri della Chiesa, in specie di Cipriano, che ebbe a che fare con Novaziano, antipapa durante il pontificato di papa Cornelio (cfr Lib. 4, ep. 2). Ogni fedele, compreso il papa, con l’eresia si separa dall’unità della Chiesa. È noto che il papa è nello stesso tempo membro e parte della Chiesa, perché la gerarchia è all’interno e non sopra la Chiesa, come affermato in Lumen gentium (n. 18)Di fronte a questa eventualità, così grave per la fede, alcuni cardinali, o anche il clero romano o il sinodo romano, potrebbero ammonire il papa con la correzione fraterna, potrebbero “resistergli in faccia” come fece Paolo con Pietro ad Antiochia; potrebbero confutarlo e, se necessario, interpellarlo al fine di spingerlo a ravvedersi. In caso di pertinacia del papa nell’errore, bisogna prendere le distanze da lui, in conformità con ciò che dice l’Apostolo (cfr. Tito 3,10-11). Inoltre la sua eresia e la sua contumacia andrebbero dichiarate pubblicamente, perché egli non provochi danno agli altri e tutti possano premunirsi. Nel momento in cui l’eresia fosse notoria e resa pubblica, il papa perderebbe ipso facto il pontificato. Per la teologia e il diritto canonico, pertinace è l’eretico che mette in dubbio una verità di fede coscientemente e volontariamente, cioè con la piena coscienza che tale verità sia un dogma e con la piena adesione della volontà.
Ricordo che si può avere ostinazione o pertinacia in un peccato d’eresia commesso anche solo per debolezza. Inoltre, se il papa non volesse mantenere l’unione e la comunione con l’intero corpo della Chiesa, come quando tentasse di scomunicare tutta la Chiesa o di sovvertire i riti liturgici fondati sulla tradizione apostolica, potrebbe essere scismatico. Se il papa non si comporta da papa e capo della Chiesa, né la Chiesa è in lui né lui è nella Chiesa. Disobbedendo alla legge di Cristo, oppure ordinando ciò che è contrario al diritto naturale o divino, ciò che è stato ordinato universalmente dai concili o dalla Sede apostolica, il papa si separa da Cristo, che è il capo principale della Chiesa e in rapporto al quale si costituisce l’unità ecclesiale. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi così, non è più soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa. Non nascondo, però, che quanto indicato, sebbene sia limpido e liscio nella teoria, nella pratica incontra non poche difficoltà; inconvenienti anche di carattere canonistico».

Ammettiamo, comunque, che si possa arrivare a un tal punto. Quali le conseguenze per la fede e per la Chiesa?
Chi vuol essere papa non può rinnegare la verità cattolica, anzi, deve aderirvi in toto se vuole rivendicare l’autorità magisteriale. Vale infatti ciò che Ratzinger scriveva anni fa, sottolineando che il papa non può “imporre una propria opinione”, ma deve “richiamare proprio il fatto che la Chiesa non può fare ciò che vuole e che anch’egli, anzi proprio lui, non ha facoltà di farlo”, perché “in materia di fede e di sacramenti, come circa i problemi fondamentali della morale”, la Chiesa può solo “acconsentire alla volontà di Cristo”. Nel caso di opposizione tra il testo di un documento pontificio e altre testimonianze della Tradizione, è lecito a un fedele istruito, e che abbia accuratamente studiato la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento stesso. Nel caso di Amoris laetitia c’è chi ha dimostrato che il documento è farraginoso e contraddittorio in non pochi punti, e le citazioni di san Tommaso sono apposte a proposizioni che sostengono cose contrarie al pensiero dell’Angelico. Si comprende, quindi, quanto ebbe a scrivere Joseph Ratzinger: “Al contrario, sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale. Dove non esiste né l’unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti, là non è possibile una decisione impegnante e vincolante; se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità” (Joseph Ratzinger, Fede, ragione, verità e amore, Lindau, 2009, p. 400). In breve, se il papa non custodisce la dottrina, non può esigere la disciplina; se poi perdesse la fede cattolica, decadrebbe dalla Sede apostolica. “Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare ‘non peccato’ quello che è peccato, oppure ‘peccato’ quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male, la qualcosa è, sempre è stata e sarà lontanissima da colui che è il Capo della Chiesa, colonna e fondamento della verità” (cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25). Di conseguenza il papa che, quale persona privata, si identificasse con l’eresia, non sarebbe più Sommo Pontefice o Vicario di Cristo sulla terra.

Lei stesso, però, ha detto che ci sono difficoltà pratiche non di poco conto…
Per un papa, in effetti, vige una sorta di immunità da giurisdizione. Per cui, sebbene in teoria si dica che i cardinali possono accertare la sua eresia, certamente nella pratica la cosa diventerebbe difficoltosa, a causa del fondamentale principio Prima sedes a nemine iudicatur, ripreso dal can. 1404 c.i.c. Nessuna chiesa, in quanto figlia, può giudicare la madre, cioè la Sede apostolica. Ancor meno alcuna pecora del gregge può ergersi a giudicare il proprio pastore. Se guardiamo come è stato applicato questo principio nella storia della Chiesa, e del papato in particolare, notiamo che anche in caso di accusa di eresia, o addirittura vera e propria apostasia del papa, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Faccio un paio di esempi. Il primo che mi viene in mente è quello del papa Marcellino. Questi, secondo le fonti antiche, in special modo il Liber Pontificalis, dinanzi alla grande persecuzione dioclezianea del IV secolo d.C., avrebbe ceduto ed avrebbe offerto incenso agli idoli, avrebbe cioè apostatato, sebbene ciò non sarebbe del tutto storicamente certo (per esempio, alcuni autori e storici della Chiesa antica, come Eusebio di Cesarea e Teodoreto di Ciro, negano questa circostanza, affermando che questo papa rifulse, invece, durante la Grande persecuzione). A seguito di ciò, sarebbe stato convocato un sinodo a Sinuessa, località tra Roma e Capua, nei pressi dell’attuale Mondragone, nel 303 con lo scopo di accertare e dichiarare l’apostasia del papa. Ora, è vero che gli atti di questo sinodo sono considerati apocrifi e risalenti al VI secolo, tuttavia è indubbio che da essi emerge il chiaro rifiuto dei sinodali di accertare e condannare Marcellino per il suo atto di apostasia. Anzi, i sinodali chiedono allo stesso papa di giudicare il suo gesto ed auto-comminarsi la giusta punizione, riconoscendo nei confronti del papa una sorta di immunità da giurisdizione, proprio per quel principio che ho sopra detto e cioè che la Prima Sede non può essere giudicata da nessuno. Per la cronaca, Marcellino, comunque, pare si pentì del gesto, testimoniò la sua fede e morì martire. Per questo è venerato come papa e martire il 26 aprile.



Il secondo caso è quello di papa san Leone III e del suo famoso giuramento, rappresentato da Raffaello in un celebre affresco della Stanza dell’incendio di Borgo nelle celebri Stanze del Palazzo apostolico. Vi compare il papa Leone III in abiti pontificali, che presta il suo giuramento sui Vangeli, dinanzi a Carlo Magno ed ad una folla di dignitari, laici ed ecclesiastici, ed al popolo di Dio, il 23 dicembre dell’anno 800, nella Basilica di San Pietro. Il papa era accusato – sebbene le fonti antiche non siano molto precise al riguardo – di spergiuro ed adulterio (non si sa con chi) da parte dei nipoti del predecessore, papa Adriano I. Venuto a Roma Carlo Magno per mettere ordine tra coloro che appoggiavano il papa e gli oppositori, il papa, liberamente, “senza essere giudicato e corretto da nessuno, spontaneamente e volontariamente”, si purificò dinanzi a Dio delle colpe, dichiarando e professando la sua innocenza dalle accuse mossegli. Il papa concluse: “Questo dichiaro spontaneamente per eliminare ogni sospetto: non già che ciò sia prescritto dai canoni, neppure che così io voglia creare un precedente ed imporre un tale uso nella santa Chiesa ai miei successori ed ai miei confratelli nell’episcopato”.
Nel dipinto di Raffaello compare una scritta: Dei non hominum est episcopos iudicare, cioè: Tocca a Dio, non agli uomini giudicare i vescovi. Si tratta di un’allusione alla conferma, data nel 1516 dal Concilio Lateranense V, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, in cui si sanzionava il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio.

Insomma, tante difficoltà pratiche…
Un’ulteriore difficoltà è, poi, nell’individuazione degli esatti contorni di un’eresia. Guardi, a differenza del passato, la teologia non è più affidabile, ma è diventata una sorta di arena nella quale converge tutto ed il suo contrario. Per cui, affermata una verità, vi sarà sempre qualcuno disposto a difendere l’esatto contrario. Come vede, ci sono non poche difficoltà pratiche, teologiche e giuridiche alla questione del giudizio del papa eretico. Forse – e lo dico proprio da un punto di vista pratico – sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia, giacché l’idea di una sorta di papato collegiale mi sembra decisamente contro il dettato evangelico. Gesù non disse, infatti, “tibi dabo claves …” rivolgendosi a Pietro e ad Andrea, ma lo disse solo a Pietro! Ecco perché dico che, forse, uno studio approfondito sulla rinuncia potrebbe essere più utile e proficuo, nonché aiutare a superare problemi che oggi ci sembrano insormontabili. È stato scritto: “Giungerà anche un tempo delle prove più difficili per la Chiesa. Cardinali si opporranno a cardinali e vescovi a vescovi. Satana si metterà in mezzo a loro. Anche a Roma ci saranno grandi cambiamenti” (Saverio Gaeta, Fatima, tutta la verità, 2017, p. 129). E questo grande cambiamento, con papa Francesco, lo possiamo vedere in maniera palpabile, stante la chiara intenzione di segnare una linea di discontinuità o rottura con i precedenti pontificati. Questa discontinuità – una rivoluzione – genera eresie, scismi e controversie di varia natura. Tutte, però, possono ricondursi al peccato. E questo lo constatava già Origene: “Dove c’è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c’è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un’anima sola” (In Ezechielem homilia, 9,1, in Sources Chrétiennes 352, p. 296).

Anche la liturgia ha risentito di tutto ciò, e lei lo ha scritto più volte nei suoi libri…
Esatto. Si celebra come se Dio non fosse presente, un’animazione mondana. Ma qui ci confortano le parole che sant’Atanasio di Alessandria rivolgeva ai cristiani che soffrivano sotto gli ariani: “Voi rimanete al di fuori dei luoghi di culto, ma la fede abita in voi. Vediamo: che cosa è più importante, il luogo o la fede? La vera fede, ovviamente. Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta, chi mantiene la sede o chi osserva la fede? È vero, gli edifici sono buoni, quando vi è predicata la fede apostolica; essi sono santi, se tutto vi si svolge in modo santo… Voi siete quelli che sono felici, voi che rimanete dentro la Chiesa per la vostra fede, che la mantenete salda nei fondamenti come sono giunti fino a voi dalla tradizione apostolica, e se qualche esecrabile gelosamente cerca di scuoterla in varie occasioni, non ha successo. Essi sono quelli che si sono staccati da essa nella crisi attuale. Nessuno, mai, prevarrà contro la vostra fede, amati fratelli, e noi crediamo che Dio ci farà restituire un giorno le nostre chiese. Quanto più i violenti cercano di occupare i luoghi di culto, tanto più essi si separano dalla Chiesa. Essi sostengono che rappresentano la Chiesa, ma in realtà sono quelli che sono a loro volta espulsi da essa e vanno fuori strada” (Coll. Selecta SS. Eccl. Patrum. Caillu e Guillou, vol. 32, pp. 411-412). Preghiamo, però, che la Divina Provvidenza intervenga a favore della Chiesa, affinché non accada che possiamo trovarci dinanzi all’eventualità che ho descritto; lo auspicava, a meno di un mese dalla rinuncia di Benedetto XVI, anche l’insigne canonista gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, al termine di un importante articolo (La Civiltà Cattolica, 2 marzo 2013).

In conclusione, possiamo dire che l’eresia non consiste solo nel diffondere dottrine false, ma anche nel tacere la verità sulla dottrina e sulla morale?
Certamente sì. Se a qualcuno desse fastidio il termine dottrina, usi il termine insegnamento, perché entrambi sono la traduzione del greco didachè. Dove manca la dottrina, vi sono problemi morali, come stiamo vedendo! Quando il papa e i vescovi fanno questo, utilizzano il loro ufficio per distruggerlo. Dice sant’Agostino: pascono se stessi, cercano i propri interessi, non già gli interessi di Gesù Cristo, proclamano la sua parola ma per diffondere le loro idee. Il nome di Gesù Cristo, diceva il cardinale Biffi, è diventato una scusa per parlare d’altro: migrazioni, ecologia eccetera. Così non siamo più unanimi nel parlare (1 Cor 1,10) e la Chiesa è divisa.
A proposito, si evitino ulteriori modifiche ai testi del messale romano in lingua italiana, in specie al Padre Nostro, perché produrrebbero ulteriori divisioni tra i fedeli.

A cura di Aldo Maria Valli

giovedì 11 ottobre 2018

Tὴν ὄντως Θεοτόκον, σὲ μεγαλύνομεν

Nella festa della Divina Maternità di Maria Santissima, ricordiamo il Sacrosanto Concilio di Efeso, terzo dei Concili Ecumenici, che fissò l’insegnamento dommatico in tale materia, definendo Maria τν ντως Θεοτκον (“veramente la Deipara”).


FORMULA DI UNIONE
del Sacrosanto Concilio di Efeso

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell’incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l’intenzione di fare un’aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall’inizio l’abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell’uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l’umanità, essendo avvenuta l’unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.
Quanto alle affermazioni evangeliche ed apostoliche che riguardano il Signore, sappiamo che i teologi alcune le hanno considerate comuni, e cioè relative alla stessa, unica persona, altre le hanno distinte come appartenenti alle due nature; e cioè: quelle degne di Dio le hanno riferite alla divinità del Cristo, quelle più umili, alla sua umanità.

***

Τν τιμιωτέραν τν Χερουβμ κα νδοξοτέραν συγκρίτως τν Σεραφίμ, τν διαφθόρως Θεν Λόγον τεκοσαν, τν ντως Θεοτόκον Σ μεγαλύνομεν.

Tu che sei più onorevole dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, tu che senza macchia generasti il Dio Verbo, o vera Deipara, noi Ti magnifichiamo

Contro l'errata convinzione di "Maria, ragazza normale" ... due aforismi nella festa della Divina Maternità di Maria

Come giustamente osserva il prof. Massimo Viglione:

".... Maria, una ragazza normale".
Mi sembra ovvio. Normalissima proprio.
Non siamo infatti tutti immacolate concezioni?
Le donne non diventano tutte madri restando vergini?
Soprattutto, non diventano tutte madri di Dio?
Non veniamo tutti assunti in Cielo?
Non siamo tutti Mediatori di tutte le Grazie e corredentori del genere umano?
Oppure forse voleva dire che è peccatrice come tutte?
DUBBIO ATROCE... (ma non troppo...).