mercoledì 25 aprile 2018

Gli sguardi nostri ed il nostro cuore siano verso Dio! Sul senso della celebrazione "coram Deo" o rivolti a Dio

Oggi, festa di S. Marco Evangelista e Rogazioni di S. Marco o Litanie maggiori, nonché Ottava di S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, si è svolto a Bari il tradizionale pellegrinaggio Summorum Pontificum.
Quantomeno opportuno ci sembra quindi il rilancio di quest’articolo … a tema.

Ambito laziale, S. Marco evangelista, XIX sec., Latina

Giuseppe Faccin, Martirio di S. Marco, 1906, Chiesa di S. Maria della Neve e S. Marco, Conco

Guglielmo Ascanio, S. Marco scrive il suo vangelo, 1929, Perugia























Una foto del pellegrinaggio di quest'oggi inviataci da un nostro amico

GLI SGUARDI NOSTRI E IL NOSTRO CUORE SIANO VERSO DIO!


SUL SENSO DELLA CELEBRAZIONE “CORAM DEO” O RIVOLTI A DIO

di Dñ Julianus della Rovere


Nella mentalità popolare siamo abituati a sentire che prima della riforma di Concilio Vaticano II il sacerdote celebrava la Santa Messa rivolgendo le “spalle al popolo”. Questo modo di celebrare, con altri elementi come la balaustra o il fatto che l’aria del presbiterio era riservata al solo clero, sono stati visti come un elemento di distanza tra clero e gente, una assenza di partecipazione e comprensione del mistero liturgico da parte della gente. Con queste righe ci proponiamo di proporre alla riflessione di chi vorrà continuare la lettura alcuni spunti su come questo pensiero sia profondamente erroneo e non corrispondente al vero. L’oggetto di riflessione è questa posizione del sacerdote “spalle al popolo”, che inizieremo a chiamare “coram Deo“.
In contrario a questa posizione del celebrante potremmo iniziare con l’affermare che Cristo stesso non ha dato le “spalle agli apostoli” nell’ultima cena, pertanto anche il sacerdote non deve o dovrebbe dare le “spalle al popolo” durante la Santa Messa. Inoltre si potrebbe dire che non ha senso affermare che il sacerdote, agendo in persona Christi, dia le “spalle al popolo”. Il popolo, infatti, è “assemblea adunata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, I, 16; II, 27) e popolo santo di Dio (cfr. LG). In risposta a questa osservazione possiamo affermare che la posizione del sacerdote “spalle al popolo” o “coram Deo” durante la celebrazione della Messa non vuol essere un atto di scortesia nei confronti della gente adunata, ma vuole indicare il senso della preghiera che si sta vivendo e svolgendo: rivolgersi a Dio e rendere uno spazio sacro l’animo dei fedeli convenuti e anche il mondo e lo spazio. Infatti, la preghiera orientata, ovvero quella preghiera che vedeva tutti i convenuti rivolti verso oriente (o verso la Mecca per i musulmani), era già prassi comune nell’antichità e usata anche dal Giudaismo e all’Islam. Le costituzioni apostoliche già impongono che le chiese siano costruite con il catino absidale rivolto ad oriente per via del fatto che, nella preghiera, era prassi comune rivolgersi verso il punto in cui sorge il sole. Altri Padri come Agostino, Origene e Tertulliano sottolineano come la preghiera cristiana abbia una direzione geografica precisa: l’oriente. Infatti, Cristo è il “sole che sorge” (cfr. Lc 2; Mt 24,27) e che viene a portare la salvezza di Dio. Nel testo del profeta Ezechiele la stessa gloria di Dio entra nel tempio dalla porta orientale (Ez 43,1; 44,1-3; 7,1; Zc 3,8). Con ciò si viene a legare l’oriente alla presenza di Dio nel tempio manifestando che solo Dio nel suo Cristo porta la luce vera all’uomo schiavo del peccato e delle tenebre (il cui simbolismo è l’occidente luogo ove il sole tramonta e vi è l’oscurità). Mediate questa simbologia del “coram Deo” viene posto l’accento non solo sul tempo presente che la liturgia ci invita a vivere come presenza viva ed attuale del mistero della Passione e morte di Nostro Signore che, mediante la sua croce, vivifica ed illumina il mondo, ma anche sul contesto escatologico: il Cristo viene dall’oriente per salvarci e per condurci alla vera luce del Padre, egli è la vera luce che guida i passi dell’umanità verso il paradiso perduto a causa del peccato dei progenitori. Circa l’orientamento della preghiera “coram Deo” scrive san Tommaso d’Aquino:
«È preferibile che noi adoriamo con il viso rivolto ad Oriente: primariamente, per mostrare la maestà di Dio che ci viene manifestata attraverso il movimento del cielo che inizia ad Oriente; secondariamente, perché il Paradiso terrestre si trovava ad Oriente e noi cerchiamo di tornarvi; in terzo luogo, perché Cristo, che è la luce del mondo, è chiamato Oriente dal profeta Zaccaria e perché, secondo Daniele, “è salito al cielo, all’Oriente”; infine, perché è da Oriente che Egli tornerà, come dicono le parole del Vangelo di San Matteo: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”».
Tutto ciò può andare a sostegno di quanto detto sinora, nella celebrazione “coram Deo” non vi è una mancanza di rispetto verso la gente convenuta alla preghiera, ma un profondo senso simbolico che vuol rendere la presenza di Dio, la sua azione nella storia e l’attesa del Padre celeste nel suo giudizio ultimo alla fine dei tempi. Oltre a ciò vi è sotteso anche il senso mistagogico, tanto voluto dai Padri dell’assise del Concilio Vaticano II stesso. Teologi e liturgisti del movimento liturgico, fedeli al grido “ad fontes” sono andati a recuperare forme e modi antichi di celebrazione (non sempre erano antichi, ma creati ex novo): il famoso “archeologismo liturgico” di vecchie prassi ormai in disuso da secoli condannato dalla Chiesa mediante la condanna del Sinodo di Pistoia, ed in seguito condannato da Pio XI nella lettera enciclica “Mediator Dei“. Questo recupero ha un po’ tralasciato quello che è stato lo sviluppo che ha avuto il linguaggio liturgico nel tempo pensando che la riscoperta dell’antico avrebbe creato un clima di maggiore comprensione della celebrazione liturgica, ma purtroppo non è stato così e Pio XII ha avuto, nella sua enciclica, lo sguardo lungimirante di chi prevedeva ciò che sarebbe accaduto nel tempo a lui successivo. Tornando al senso mistagogico è possibile creare il collegamento tra lo stile celebrativo “coram Deo” e la spazialità della chiesa che, nel suo modo di essere costruita ripropone in senso figurato il cammino della vita di ogni fedele. Ogni uomo che abbraccia la via della fede mediante il battesimo compie la sa rinuncia alle tenebre del peccato (che abbiamo ricordato essere figurato nella posizione del fonte ad occidente, all’esterno della chiesa o vicino alla porta di ingresso), in questo modo, fatto nuova creatura l’uomo può accedere dal portale che è Cristo (cfr. Gv 10,7-9) e rivolgere la sua vita a Cristo – Dio che ha la sua presenza simbolica nella luce dell’occidente e in seguito, quando i tabernacoli presero il posto centrale sull’altare nel presbiterio, anche nella presenza reale dell’Eucaristia. Attraverso questo linguaggio mistagogico si viene ad illuminare il senso del popolo che cammina attraverso quella che è la sua vita terrena verso il Regno di Dio, verso il paradiso. La mistagogia del cammino fatto da ogni cristiano mediante il battesimo ed il suo ministero e grado nella chiesa diventa raffigurazione terrena di quella chiesa militante, popolo in cammino che, abbattendo il peccato nella sua esistenza umana si rivolge a Cristo che viene come luce di salvezza dall’oriente.
Riassumendo il senso dell’altare rivolto ad oriente e della celebrazione “coram Deo” vuol essere:
1. cosmico sacrale: cioè la liturgia non è solo qualcosa di limitato ai convenuti al Sacrificio dell’Altare, ma essa racchiude non solo i partecipanti, ma all’umanità tutta che apre il cuore a Dio e, non rifiutandolo, si lascia condurre al cielo; ingloba anche quello che è il mondo naturale che attende la venuta di Cristo che rivelerà in modo definitivo la salvezza che ha operato mediante il sacrificio della croce (cfr. Rm 8, 22-27).
2. escatologico: la celebrazione “coram Deo” esprime al meglio, così come abbiamo potuto leggere anche nel pensiero dell’Aquinate, il senso di attesa che ogni cristiano deve possedere in cuor suo sapendo che Cristo viene come sole che sorge per portarci con Lui nel paradiso.
3. mistagogico: ci fa fare memoria, ogniqualvolta entriamo in chiesa, di quello che è il cammino della nostra salvezza che, attraverso il battesimo, rinunzia al peccato per mettersi alla luce di Dio mediante la figura del popolo in cammino verso il Regno che è anticipato dal banchetto al Corpo e Sangue di Cristo (riti di comunione della Messa) a noi donati dopo il Sacrificio della Croce avvenuto sull’altare (parte sacrificale della Messa).
Alle due obiezioni iniziali si può provare a rispondere, in modo non esaustivo, affermando che l’altare verso il popolo come “innovazione” è tratta dal pensiero di Lutero così come viene spiegato anche nel Cerimoniale di Wüttemberg. L’eretico di Sassonia aveva in odio il pensare la messa come sacrificio e desiderava renderla più conforme alla cena in modo da eliminare il senso di Messa come memoriale vivo ed attuale del sacrificio di Cristo sulla croce. Studi come quelli di Klaus Gamber o Mons. Laise o altri studiosi dimostrano come ai tempi di Cristo non vi era l’uso di cenare intorno alla tavola come lo conosciamo noi oggi, ma era invalso l’uso di essere tutti sullo stesso lato del tavolo lasciando il lato libero da commensali per il servizio del personale di sala o dei servi. Attraverso un ricorso maggiore a quello che è il motivo conviviale dell’Eucaristia e nel caso del protestantesimo, si ha la caduta del senso del sacrificio, o meglio del convito sacrificale ove senza la morte dell’Agnello Pasquale che è il Signore Gesù, non vi può essere nessun banchetto. La Messa non è commemorazione dell’ultima cena, ma è il Calvario ove con la morte di Cristo ci viene donato il suo Corpo e Sangue come nutrimento di immortalità; Cristo stesso nel giovedì santo, all’ultima cena, anticipa in senso mistico il suo venerdì santo e comanda di continuare a fare in questo modo. In questa concezione non c’è bisogno dello scambio di sguardi tra celebrante e popolo, ma vi deve essere un unico punto di convergenza della mente, del cuore e degli occhi: la croce e questa ancora viva e presente sull’altare, così la celebrazione “coram Deo” centrerebbe meglio l’attenzione ed eviterebbe che l’attenzione cada sul celebrante o sul popolo.
Alla seconda obiezione si può rispondere affermando che il senso dell’oriente liturgico manifesta in modo eminente il senso del popolo in cammino tanto desiderato dal Concilio Vaticano II. Infatti, il popolo con il sacerdote sono rivolti verso un unico punto che è Dio, essi camminano verso il Regno promesso nelle loro esistenza temporali ed attendono il compimento definitivo di ogni tempo nel quale Cristo verrà come giudice dei vivi e dei morti. Proprio in questo camminare verso Dio si manifesta il “doppio sacerdozio”: battesimale e ministeriale-gerarchico che differiscono per grado ed essenza mettendo in piena luce il senso del sacerdozio ministeriale cattolico romano apostolico. Il sacerdote agisce in persona di Cristo e, come mediatore, offre a Dio la vittima pura, santa ed immacolata che è lo stesso Cristo, egli così rinnova il sacrificio di Cristo in modo incruento ogni giorno ad ogni Messa, ma sale all’altare per portare le preghiere del popolo a Dio, per offrire il frutto del sacerdozio battesimale che è l’offerta di una vita santa a Dio Padre (cfr. Rm 12,1-2). Appare evidente quella che è l’unità tra il popolo ed il sacerdote: egli è uno del popolo costituito per offrire a Dio la vittima perfetta mediante la partecipazione all’unico vero sacerdozio di Cristo, ma anche per portare al popolo i doni di Dio ed il prezioso Corpo e Sangue di Cristo che sarà nutrimento di salvezza e farmaco di immortalità. Inoltre si palesa anche l’unità del popolo di Dio al sacerdote perché che attraverso i differenti ministeri, questi può presentare la sua lode a Dio onnipotente e offrire la sua esistenza vissuta in coerenza alle leggi divine. Nel sacerdote coesistono queste due tipologie di sacerdozio, egli è ministro ordinato di Dio e partecipa dell’unica vera mediazione di Cristo sacerdote (cfr. 1Tm 2,5), ed al contempo è rappresentante agli occhi del Padre divino di tutto il popolo mediante il suo essere battezzato.
La celebrazione “coram Deo” manifesta non una distanza tra il sacerdote ed il popolo, ma mette in evidenza il fatto che egli è colui che agisce come ministro ed ambasciatore di Dio perché costituito sacerdote mediante il sacramento dell’Ordine Sacro, colui che è datore delle cose sacre. Ancora, per il fatto che egli è in testa al popolo di Dio, ne diviene portavoce ed guida verso il Regno riassumendo mediante la figura celebrativa il senso della mediazione sacerdotale cristiana che per secoli ha fatto fiorire tante vocazioni e messo in chiaro che il sacerdote non è “l’operatore sociale” o l'”animatore” della comunità cristiana. In conclusione non possiamo fare altro che auspicare che ci sia una riscoperta del linguaggio simbolico e mistagogico delle forme liturgiche che la Chiesa ci ha tramandato come monumento di fede e storia e che si sono condensate nel rito Gregoriano della Messa e non tanto una proposta di un linguaggio nuovo che inventa segni e linguaggi liturgici magari ripescandoli dalla storia antica ma che nel tempo sono decaduti perché già all’epoca poco fruttuosi spiritualmente o con il pericolo potessero creare delle deviazioni nella fede pregata e creduta dagli uomini. 

lunedì 23 aprile 2018

Anniversario della solenne Incoronazione della Regina del Rosario della Valle di Pompei

Sicuti per manus nostras coronaris in terris, ita et per Te a Jesu Christo filio Tuo gloria, atque honore coronari mereamur in coelis.


(P.S. ricordiamo che il rito per l'incoronazione delle sacre effigi della B. Vergine Maria sono contenute nel Pontificale Romanum)

sabato 21 aprile 2018

A 25 anni dalla morte di Mons. Antonio Bello. Intervista integrale a Mons. Nicola Bux

Dire qualcosa di mons. Bello? Cosa dire???
Certo, umanamente parlando, era indubbiamente una persona che credeva in quel che faceva e credeva di fare la cosa giusta.
Ma cristianamente è sufficiente???
Abbiamo già detto delle problematicità del suo magistero. Ma pensiamo anche al suo impegno “per la pace”. Egli pensava che la pace dipendesse unicamente dagli uomini, dalla giustizia e che le guerre fossero frutto delle disuguaglianze sociali e dell’iniqua distribuzione dei beni tra paesi ricchi e paesi poveri. Famosa in questo senso fu un suo intervento alla trasmissione RAI Samarcanda, condotta da Michele Santoro, del 21.2.1991, in un dibattito col giornalista Mario Cervi sul tema della Guerra del Golfo (v. qui).
Ma la visione di Mons. Bello era assai parziale e, diremmo, ideologica, pregna com’è di venature marxiste e socialiste. E diremmo anche materialiste. Non sapeva, infatti, che, dal punto di vista cristiano, la pace è prima di tutto e soprattutto un dono di Dio e che, per quante ingiustizie si possano vincere, per quante disuguaglianze si possano eliminare, se non entra Dio, la pace non sarà mai possibile. Evidentemente non aveva compreso, come affermano i Salmi: «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella. Invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica: al suo prediletto egli lo darà nel sonno» (Sal. 127, 1-2).
Don Bello cercava la pace sì, ma non quella che viene da Dio e dal suo Cristo, ma quella che potevano dare gli uomini. «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv. 14, 27).
Appunto: don Bello leggeva in quelle parole evangeliche non una realtà, ma un’immagine, una rappresentazione di ciò che i cristiani avrebbero dovuto fare. Diffondere e far conoscere Cristo???? Nient’affatto. Diffondere la pace nelle relazioni umane. Ovviamente, come si potesse diffondere questa pace senza far conoscere il Principe della pace (secondo l’espressione del celebre vaticinio di Isaia) rimane un …. mistero … .
Come vescovo – sempre nella trasmissione Samarcanda – domandava di cosa si sarebbe dovuto occupare un vescovo: del colore dei paramenti o del numero dei ceri da mettersi sull’altare??? Rispondiamo noi: semplicemente di Cristo. Se si fosse occupato di Cristo, di farlo conoscere, ricordarlo ad un mondo ateo e materialista, sarebbe stato un vero operatore di pace. Se avesse ricordato che le guerre e le disuguaglianze non derivano dall’ingiustizia nella distribuzione dei beni tra ricchi e poveri – come vorrebbero i teorici del materialismo e del marxismo – bensì da un male dell’anima, cioè dal peccato e che dove vi è peccato vi è guerra e disordine; se avesse ammonito il mondo incredulo e gaudente, dimentico di Dio e della sua legge, queste verità e ricordando l’esistenza del peccato e che Dio punisce l’umanità per i peccati, allora sì che sarebbe stato un profeta ed operatore di pace! Infatti, sarebbe andato alla radice del problema, non fermandosi agli effetti epidermici di quel problema. Del resto, non aveva detto la stessa Vergine Maria ai tre pastorelli, a Fatima: «Avete visto dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio desidera stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se ciò che vi chiedo sarà fatto, molte anime saranno salvate e vi sarà pace. … . La guerra sta per finire; ma se la gente non cessa di offendere Dio, una peggiore scoppierà durante il regno di Pio XI». La Madonna disse alla Beata Giacinta: «Le guerre non sono altro che il castigo per i peccati del mondo». Altro che iniqua distribuzione dei beni e delle ricchezze!!! Questa è la vera diagnosi del male, della radice di ogni male e disordine.
Ecco di cosa si sarebbe dovuto occupare un vescovo!
Per cui, anche se umanamente parlando mons. Bello può essere stata anche una brava persona, tuttavia ciò, dal punto di vista cristiano, era da ritenersi insufficiente.
Qual è oggi l’eredità di mons. Bello???
È significativo che taluno, commemorando il 25° anniversario della morte del vescovo, abbia affermato (v. qui), citando il mons. Bello: «“Amiamo il mondo. Vogliamogli bene. Prendiamolo sotto braccio. Usiamogli misericordia. Non opponiamogli sempre di fronte i rigori della legge se non li abbiamo temperati prima con dosi di tenerezza”. Sono parole che rivelano il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, ma per il mondo. Che il Signore ci dia questa grazia: una Chiesa non mondana, al servizio del mondo». Una Chiesa al servizio del mondo??? Se è al servizio del mondo, non può non essere mondana. Ed essere al servizio del mondo, delle sue logiche, in fondo, è essere al servizio, di fatto, di colui che del mondo ne è il principe, il principe di questo mondo, che non è certo il Cristo. Non va dimenticato che il mondo non ha riconosciuto la Luce vera e continua a non riconoscerlo! Si legge nel Prologo di Giovanni: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe» (Gv 1, 9-10).
Dio ha sì amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv. 3, 16), ma quest’espressione (mondo) qui adoperata, nella concezione giovannea, è da intendersi riferita a tutti coloro che, abbracciando la fede, sono destinati alla vita eterna (cfr. At. 13, 48); a coloro che, credendo in Lui, non muoiono, ma vivano in eterno!
L’espressione “mondo”, invece, come è intesa da mons. Bello (ed emerge dalla citazione evocata) e ovviamente durante la commemorazione della sua morte, è da ritenersi riferita, alla sua valenza negativa, cioè a tutto ciò che rifiuta e si oppone, per antonomasia, a Cristo ed alla sua luce. Questo mondo, secondo mons. Bello, bisognerebbe abbracciare, prendere sotto braccio ed usare misericordia. Abbracciare ciò che rifiuta e si oppone a Cristo??? Ecco perché esserne al servizio, significa, in altre parole, essere al servizio di ciò che a Cristo si oppone. Gesù, del resto, nel suo lungo discorso durante l’ultima cena, fu drastico dinanzi al rifiuto del mondo: «Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi» (Gv 17, 9).
È significativo, ma in quest’ottica può segnalarsi l’affermazione di un discepolo e testimone di primo piano di mons. Bello, che deve tutto allo stesso (v. qui) e che non tentò né di convertire né – come dice – di “metterlo in riga” (v. qui), il quale in un’intervista recente (v. qui), ha affermato che anche «la Chiesa si dovrebbe convertire».
Chi dice questo, ignora probabilmente che la Chiesa è il Corpo di Cristo, fatto di membra, che devono essere docili al Suo insegnamento e alla sua grazia. Allora, a chi si dovrebbe convertire la Chiesa? Si può presumere che s'intenda al mondo, cioè a quella realtà che, come detto, pensa al contrario di Dio e che Cristo è venuto a redimere. L’unico servizio al mondo - meglio, per la verità, all’uomo - che il Figlio di Dio ha compiuto, è di salvarlo.
Diversamente, si va dietro a questa o quella lobby o al “potente di turno”, che, p. es., permette di avere un figlio affittando un utero. Chiunque parli di “rivoluzione” da portare nella Chiesa e nel mondo, sovverte la logica delle Beatitudini, che, come è noto, chiamano felici, beati, i discepoli, che, seguendo il Signore Gesù, non sono amati dal mondo, perché, dice il Divino Redentore nel Vangelo di Giovanni, «se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» (Gv. 15, 18-19). Il mondo ama coloro che gli appartengono.
Esorta per questo l’apostolo prediletto: «Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo. E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!» (1 Gv. 2, 15-17).
Il Signore, per questo, afferma: «beati sarete voi, quando vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5, 12).
Non la Chiesa deve convertirsi, dunque, ma gli ecclesiastici ed i fedeli, che seguono i potenti di turno, le logiche del mondo, assecondandolo e conformandosi alla mentalità del secolo presente – come dice l’Apostolo (Rm 12, 2) – ossia il modus hodiernus di vivere (di qui la parola modernismo). La vera “rivoluzione” è solo la conversione, perché, in realtà, come qualcuno ha detto, in ogni rivoluzionario sonnecchia un borghese. San Paolo dice che l’uomo vecchio è sempre in agguato, anche in coloro che, per il battesimo, sono diventati nuovi. Solo la conversione consente quella “rivoluzione permanente” del cuore, da cui dipende la salvezza della nostra anima e del mondo. Per questo il Signore ha istituito i sacramenti. La rivoluzione borghese o socialista o ecologista o pacifista sortisce solo rancori, odi e desideri di vendetta, attuati poi dalla generazione che succede a quella che è stata sconfitta. La storia lo documenta. Chi auspica, perciò, la rivoluzione è un modernista; chi persegue la conversione è cattolico.
In questa festa del santo vescovo e dottore della Chiesa Anselmo d’Aosta o di Canterbury, insigne confessore della fede e della libertà della Chiesa, fuggitivo ed esule, che trovò a Roma, come d’altronde sant’Atanasio, e presso il beato Urbano II, accogliente benevolenza e protezione, e che affermò, scrivendo al re di Gerusalemme, Baldovino: «Dio non ama null’altro in questo mondo che la libertà della sua Chiesa. … Dio vuole che la sua sposa sia libera non già schiava» («Nihill magis diligit Deus in hoc mundo quam libertatem Ecclesiæ suæ. ... Liberam vult esse Deus sponsam suam, non ancillam»Sant’AnselmoEp. Ad Balduinum regem Hierusalem, in Epistolæ, lib. IV, ep. 9, in PL 159, col. 206B), pubblichiamo volentieri l’intervista integrale di don Nicola Bux su Mons. Bello (quella parziale è stata pubblicata qui).

Ambito veneto, Miracolo di S. Anselmo, XVIII sec., Verona


Antonio Vanzo (attrib.), Addolorata tra i SS. Dorotea, Anselmo ed il Alfonso de' Liguori, 1850, Trento

A 25 ANNI DALLA MORTE DI MONS.ANTONIO BELLO. INTERVISTA INTEGRALE A MONS. NICOLA BUX

di Vito Palmiotti

D.: Monsignor Bux, Il cardinale Carlo Caffarra in una intervista dello scorso anno, osservava: «Solo un cieco può negare che nella Chiesa ci sia grande confusione». Cardinali, vescovi e preti si contrappongono tra loro. Al Convegno romano del 7 aprile scorso, il filosofo Marcello Pera si è chiesto in che cosa consiste veramente la confusione oggi, nella Chiesa cattolica, e ha risposto che riguarda la natura del cristianesimo: è ancora una proposta di salvezza eterna o è diventata un’offerta di liberazione terrena? La differenza è che, la prima, riguarda tutti e ciascuno, allo stesso modo, senza distinzione: non c’è giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o donna, e perciò non c’è ricco né povero, perciò non c’è immigrato né residente, e così via. Invece «Il messaggio di liberazione riguarda alcuni, e non tutti allo stesso modo, perché non tutti devono essere o possono essere egualmente liberati. Si libera la donna, non l’uomo. Si libera il debole, non il potente; il povero non il ricco; l’immigrato non il residente. Il linguaggio della liberazione fa una distinzione, e concepisce il destinatario del messaggio di Cristo in maniera diversa». Certo, la incarnazione di Cristo è avvenuta in questo mondo, per dare all’uomo il centuplo quaggiù – cioè la vita di comunione ecclesiale - e l’eternità. Quanto di buono si fa in questo mondo, concorre alla salvezza nell’altro mondo, non in modo automatico, ma se fatto per Cristo. Altrimenti si riduce il cristianesimo ad un umanesimo senza Cristo. Però, il cristiano deve essere consapevole che i poveri li avremo sempre con noi, che la pace non vi sarà mai del tutto, che le frontiere non cadranno, se l’uomo non si converte a Dio. All’origine di tutto c’è l’atto di superbia, il peccato originale che ci fa fare il male che non vorremmo, invece del bene che vorremmo. A questo mondo non ci sarà dunque giustizia, senza la conversione. Per questo Gesù ha posto questo invito all’inizio della sua missione. Senza conversione e senza la grazia divina che riceviamo nei sacramenti, siamo impotenti a cambiare noi stessi e il mondo, beninteso quello che viviamo nel breve spazio della nostra vita, della generazione a cui apparteniamo.
R.: Da alcuni decenni, una ideologia ha colpito la Chiesa, trasformando il cristianesimo in un umanesimo orizzontale o, come si diceva negli anni sessanta del secolo scorso, in una teologia della liberazione, mirante a realizzare alcuni ‘valori’ ritenuti assoluti: la libertà, l’eguaglianza, la fraternità, la pace...Così, si è sostituito l’annuncio di Gesù Cristo con quello dei ‘valori’ come appunto, la fraternità, la pace, la solidarietà, l’accoglienza, l’uguaglianza. All’inizio, questi valori son stati proposti come declinazioni del Vangelo; pian piano, però, si sono staccati da questa radice nonché dalla prospettiva dell’eternità (nonostante i chierici parlassero frequentemente di escatologia) e sono stati proposti in modo assoluto, a se stanti, come modi di realizzare sulla terra il regno di Dio. Si è dimenticato quel che Gesù ha detto a Pilato: «Il mio regno non è da questo mondo». Quando i cristiani, in specie i chierici, cedono a tale impostazione, finiscono per proporre - dice il Catechismo della Chiesa Cattolica - «una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità.» Tutti quei valori, infatti, la Chiesa non ha i mezzi e non è in grado di realizzarli, ad ogni generazione che si succede, perché il regno di Cristo non è, appunto, di questo mondo. Tu Vito, sei di Molfetta, una città che ha conosciuto come Pastore il vescovo Mons. Antonio Bello del quale vi apprestate a commemorare il 25° anniversario della morte. Ecco io partirei proprio di qua in questa mia riflessione, ponendo questa volta io una domanda chiedendomi se in questi 25 anni dalla morte di mons. Antonio Bello, quei valori si siano maggiormente affermati, per capire se egli abbia seguito Gesù Cristo oppure inseguito una utopia o un “sogno” messianico. Il Catechismo a tal proposito chiarisce che: «La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne» (n. 675). Ancora: «Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogni qualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato “intrinsecamente perverso”» (n. 676).

D.: Tra le iniziative proposte dalla Diocesi di Molfetta, c’è stata la settimana Teologica che ha visto la partecipazione in qualità di relatore di Mons. Angiuli, anche in preparazione alla visita di Papa Francesco alla nostra comunità. Una delle frasi che ha suscitato la mia attenzione è stata una menzione dello stesso Papa, che descrive il tempo presente come un «cambiamento d’epoca piuttosto che come un’epoca di cambiamento».
R.: E cosa vuol dire? Se siamo in un cambiamento d’epoca, è lo stesso che dire: siamo in un’epoca di cambiamento, perché le epoche cambiano in quanto si succedono. Fino a prova contraria, tutte le epoche cambiano, altrimenti l’epoca sarebbe sempre la stessa. Se l’epoca è un’epoca di cambiamento, vuol dire che cambia l’epoca … È quasi un sillogismo aristotelico. In realtà, è uno dei tanti slogan usati senza pensarci e ripetuti a cascata; uno slogan che sbalordisce superficialmente, perché, ragionandoci su, non può significare altro. Frasi, a mio avviso ad effetto, che hanno come scopo incantare.

D.: Come i fuochi d’artificio...
Vivendo a Molfetta e avendo vissuto l’epoca di Don Tonino, in età adolescente , nel pieno della mia formazione cristiana cattolica, all’epoca sentivo risuonare slogan come la chiesa del grembiule. Mons. Angiuli ha opportunamente sottolineato che il messaggio di Don Tonino era incentrato sulla Chiesa della stola e del grembiule: la mia impressione con grande rammarico, è che a Molfetta venga solo evidenziato il secondo aspetto, quello cioè della Chiesa del grembiule, inteso come il servizio a chi soffre di povertà materiale, isolandolo dal primo che viene spesso ignorato, fino a desacralizzarlo. Senza pensare che il servizio ai poveri ha senso, a mio avviso, se aiuti i poveri a convertirsi a Cristo.
R.: Gesù Cristo ha detto che bisogna evangelizzare i poveri, nel discorso programmatico della sinagoga di Nazareth. Ora, l’evangelizzazione cosa significa? Far conoscere la notizia nuova che Dio è venuto nel mondo, prendendo la nostra natura umana. Questo è il Vangelo. Altrimenti, perché la Chiesa dovrebbe occuparsi dei poveri, se non avesse a cuore la loro salvezza eterna? La Chiesa non è un’agenzia di beneficenza, una ONG, ma il Corpo di Cristo, un soggetto che è costituito, nelle sue membra, dai poveri, potremmo dire in gran parte - poveri che non sono da intendere solo in senso materiale, ma anche morale e spirituale - e li aiuta a entrare nel mistero di Cristo.

D.: Questa però, ho l’impressione che sia la dimensione meno percepita e praticata.
R.: Ma questa è l’autentica dimensione che ha visto nascere nella Chiesa una miriade di santi della carità, che, nel momento stesso in cui si occupavano dei poveri, li catechizzavano. Molfetta ha già un Servo di Dio, anzi Venerabile, spero, un prossimo santo, che è Ambrogio Grittani, il quale scrive, tra l’altro, che i poveri voleva portarli all’altare. Quindi non si preoccupava soltanto di sfamarli col cibo materiale, ma innanzitutto della loro salvezza eterna, del loro bisogno spirituale, perché, come diceva Madre Teresa di Calcutta, «la vera povertà è la non conoscenza di Dio». Quindi, solo in questo senso la Chiesa evangelizza davvero i poveri. Un vescovo come mons. Bello, o un sacerdote, o un laico cristiano, non dovrebbe avere un’idea diversa. Quindi, perché accusare la Chiesa di disinteresse - come si legge in non poche omelie di Bello - quando da sempre si è occupata dei poveri; e proprio a Molfetta, dove c’era il Boccone del povero, messo su da Don Grittani, l’opera San Giuseppe Labre; proprio lì, nella sua diocesi, insieme ad altre opere caritative e sociali. Quindi, perché prendersela con la Chiesa? Mons. Bello se la doveva prendere col mondo, semmai. Ma, nella misura in cui se la prende col mondo, un vescovo cattolico deve essere consapevole che la Chiesa è stata mandata ad esso per evangelizzarlo e portarlo a Dio, per salvare gli uomini.

D.: Mons. Angiuli ha posto in rilievo l’aspetto dell’enfatizzazione che se ne fa della Chiesa del grembiule, quasi dimenticando la Chiesa della stola, che non può essere staccata dalla prima.
Bisogna tenere conto quando si affronta questo aspetto, che Don Tonino a Molfetta e non solo, non faceva solo discorsi. Lui le viveva queste sue convinzioni. Tra i poveri ci andava veramente, quando non li portava da lui, verrebbe da dire ci viveva. Spesso suscitando polemiche.
Mi chiedo: che cosa è rimasto di quel suo vissuto?
E poi ancora: Ma una volta che abbiamo badato ai poveri, abbiamo messo a posto la nostra coscienza cristiana? Se i poveri li avremo sempre con noi, come ha ammonito Gesù, ma non sempre avremo Lui: che cosa vuol dire interessarsi dei poveri?
R.: Un vescovo, un prete, un cristiano, oltre che aumentare l’azione caritativa - non dimentichiamo che la Chiesa, in Italia e nel mondo, ha promosso le Caritas,- oltre che desiderare il moltiplicarsi delle opere di carità, innanzitutto deve desiderare che l’uomo incontri Gesù Cristo ed entri nella Chiesa, perché Cristo è venuto nel mondo per far conoscere Dio, per rivelare se stesso come la via della salvezza e ha istituito la Chiesa come ambito di salvezza dell’uomo. Il massimo aiuto da dare ai poveri, è portarli a Cristo; ecco il senso dei sacramenti, che fanno entrare l’uomo nella Chiesa, nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Se un vescovo dimenticasse questo, avrebbe una comprensione carente del suo ministero. Infatti, gli Apostoli istituirono i diaconi perché si dedicassero alla carità, mentre riservarono per sé la predicazione e i sacramenti.

D.: Forse si è ridotta la comprensione del termine “carità”.
R.: Credo che si sia ridotto innanzitutto il senso dell’incarnazione, cioè la ragione per cui Dio si è fatto uomo. Di conseguenza, non conoscendo più questo, siamo caduti in una sorta di deismo, per cui basta credere in un Dio qualsiasi … Di conseguenza, non c’è motivo di ripetere l’invito di Cristo a convertirsi e a credere al Vangelo, per cui la parola “conversione”, è assente, nella predicazione, nelle conferenze teologiche, perché questo termine, come dire, andrebbe a toccare quella che è la condizione reale dell’uomo, chiedendogli davvero un mutamento di mentalità. Cristo ha inaugurato la sua missione pubblica invitando a convertirsi e credere al Vangelo: la Chiesa è stata istituita per questo. Se si vuol definire magistero l’insegnamento di un vescovo, mancando quell’invito, non è più magistero, perché non attinge alla parola chiave, ciò per cui il Vangelo è un fatto nuovo, una novità, e si finisce per ridurlo a un discorso moralistico o sociologico. Cristo ha portato ogni novità portando se stesso, come dice Ireneo: che cosa di nuovo avrebbe un povero dall’incontro con Cristo, se non ci fosse la conversione? La realtà è Cristo (Colossesi 3, 17). Tutto va ricapitolato in Lui: in terra, sottoterra e in cielo.

D.: E quindi il termine carità come lo dobbiamo intendere?
R.: Il termine “carità” va inteso, come lo ha sempre inteso la tradizione cattolica, l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo, che sono assolutamente inscindibili. Questa è la carità, che deve essere una virtù, cioè un abito permanente del cristiano. Siccome non sussiste l’amore verso il prossimo, se prima non c’è l’amore verso Dio, bisogna, appunto, amare Dio. L’amore di Dio implica dare del tempo a lui - ecco il senso del culto a Dio, nella preghiera a Dio, nella fede in Dio - e di conseguenza scaturisce l’attitudine, la virtù dell’amore verso il prossimo. E quindi, dal tempo che diamo a Dio, consegue anche la dedizione nostra al prossimo. Altrimenti la nostra attenzione al prossimo, si confonde col volontariato; ma il volontariato non è la carità. Il volontariato è l’azione a cui presiede la volontà; ma direbbe San Paolo: se anche dessi le mie sostanze ai poveri, ma non ho la carità... Quindi l’Apostolo del celebre cap. XIII della lettera ai Corinzi, spiega che la carità è un’altra cosa dal volontariato, perché, lo sperimentiamo spesso, la volontà oggi può esserci, domani diventare più fiacca, e quando non ho la volontà, una cosa non la faccio. Invece la carità è una virtù permanente, cioè un habitus che mi sta addosso anche quando non me la sento, anche quando non voglio. E quindi è molto differente la virtù dal volontariato.

D.: E quindi, dalla conferenza di mons. Angiuli, che idea emerge di d. Tonino Bello?
R.: Egli parla dei lontani da raggiungere, commentando l’azione di mons. Bello. Ora, i lontani, la Chiesa gli ha sempre desiderato portarli vicini a sé, includerli nella Chiesa; altrimenti, oggi, sarebbero quattro gatti. Il punto è che mons. Bello, come i c.d. cristiani del dissenso degli anni ‘70, manifesta spesso una insofferenza per la Chiesa, al punto – mi pare in qualche omelia – di descriverla come matrigna e non madre. Eppure, la Chiesa ha sempre avuto l’anelito missionario di raggiungere tutti i confini della terra, in obbedienza al comando di Gesù, di andare in tutto il mondo e fare discepole tutte le creature e battezzarle. Invece, si accusa la Chiesa di aver colonizzato i popoli, di averli espropriati della loro cultura, e così via. Ma domandiamoci: i lontani, oggi, si sono avvicinati alla Chiesa, con tutte le attività pastorali che si promuovono? Un tempo si usava il termine, molto più appropriato, di apostolato e si operava per riportare l’uomo nella casa, nella casa sua che è la Chiesa del Dio Vivente. Così, era molto minore la lontananza. Invece, con tutti i discorsi e le azioni pastorali, la società si è scristianizzata; all’inizio del secolo scorso il drammaturgo inglese Thomas Eliot diceva: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?». Quindi la Chiesa non può chiamarsi fuori: essa abbandona l’umanità, non quando non compie le opere per i poveri, ma quando non annuncia Dio ai poveri, intendendo per poveri, l’umanità che ha bisogno di Dio, che cerca la Verità e ha bisogno di Dio, perché anche chi chiede il pane, a suo modo cerca Dio; quindi la Chiesa non può dare solo il pane che perisce - ha detto Gesù - ma deve dare il pane di vita eterna; perciò ho fatto l’esempio di don Ambrogio Grittani.
Non è la Chiesa che si deve convertire – come talvolta, con insofferenza ripeteva mons. Bello – no, la Chiesa del Dio vivente non si deve convertire: siamo noi membri della Chiesa che ci dobbiamo convertire; la questione è un po’ diversa. La Chiesa vive in noi che siamo le membra del suo corpo e dobbiamo servirci l’un l’altro. Così, il servizio di cui spesso si parla con l’immagine ad effetto del grembiule, è quello che il sacerdote svolge indossando la stola: il servizio di insegnare, di governare e soprattutto di santificare con i sacramenti; dunque, non c’è dualismo tra stola e grembiule: quest’ultimo è solo la versione secolarizzata della prima. Ricorrere a un emblema diverso, diventa un espediente per colpire l’immaginazione e far pensare quasi che la Chiesa non abbia mai avuto o abbia smesso il desiderio di servire, preferendo esercitare un potere. Sarà pure accaduto a taluni, ma questo appartiene alla miseria degli uomini; gli ecclesiastici di oggi non sono meno miseri di quelli del XV o del XVI sec. Il servizio da richiamare, dev’essere l’appello all’uomo perché si converta a Dio: questo è il vero servizio.
Il vescovo Angiuli fa un’ ottima disamina del fatto che il cristiano deve affidare se stesso a Gesù Cristo, facendosi servo per amore di lui, addirittura schiavo; quindi, giustamente, egli dice che Paolo si riferiva alla identificazione con Cristo nel momento in cui si autodefiniva servo di Gesù, e avvertiva di non appartenere più a se stesso, perché comprato al prezzo del sangue di Cristo; ecco, questa consapevolezza dell’Apostolo, deve essere anche la consapevolezza del sacerdote, la consapevolezza del vescovo, e deve poi trasmettersi, deve diventare la consapevolezza del singolo cristiano, del povero, perché anche il povero è chiamato ad essere cristiano e quindi a sentirsi appartenente a Cristo.

D.: Altrimenti ci si ferma alla superficie, senza andare al cuore, e si cade nell’attivismo.
R.: San Paolo afferma con forza, con una delle frasi più forti del Nuovo Testamento: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2, 20). È la nuova e definitiva identità. Se il battesimo è la nuova esistenza del cristiano, gli conferisce un’identità nuova. Avremo paura dell’identità cristiana? La parola identità viene da idem, e vuol dire “la stessa cosa”; quindi, il cristiano che ci tiene alla sua identità, vuol dire che ci tiene a Gesù Cristo, non è un cristiano che si diluisce nella società; anche la comunità cristiana è fatta di membra del corpo di Cristo, ma ognuno ha la sua dignità singolare, non mutua l’identità dalla comunità; l’identità noi la prendiamo dall’appartenenza a Gesù Cristo, cioè dal fatto che siamo stati innestati in Lui a cominciare dal battesimo, dal momento in cui ci siamo convertiti, abbiamo aderito a Lui con la fede, abbiamo rinunciato al mondo e abbiamo detto: «Io credo in Gesù Cristo»; quindi lì nasce la nostra identità, il fatto che io sono uno con Cristo Gesù.

D.: Quindi, è questa l’identità! Perché allora avere paura dell’identità e sostituirla con la convivialità delle differenze, un’altra delle frasi che spesso risuonano, e che tanto sembrano aprire il cuore della gente, di d. Tonino? Questa espressione lui la usa per sostenere che tra le Persone della Trinità vi sono differenze: ma il prefazio della Trinità non proclama che non v’è differenza tra le Persone divine?
R.: Il termine convivialità, Giovanni Paolo II lo usò per il sinodo del Libano, perché in quel paese, notoriamente, i musulmani e i cristiani da secoli convivono; ma la intendeva come uno scambio di quanto era possibile mettere in comune nella vita di ogni giorno, non una accettazione indifferenziata di quanto era incompatibile con l’identità cristiana; chi conosce i musulmani, sa che questo non l’accettano. Ora, l’espressione «convivialità delle differenze», facilmente viene scambiata per l’indifferentismo: come dire: «non è importante la differenza».
Sono molto scettico su espressioni del genere, non diverse da altre, come “teologia della liberazione”, “teologia della speranza”, “teologia del servizio”...; teologia significa: “parlare di Dio” e, aggiungerei, parlare con Dio; quindi, se si parla di Dio, si deve parlare del suo servizio primigenio che è di aver creato l’uomo, di averlo salvato, e del fatto che, nella misura in cui prendiamo coscienza di questo, dobbiamo compiere il servizio della parola divina, dobbiamo far conoscere la parola che salva l’uomo: questo è il vero servizio, sia attraverso le parole che attraverso i gesti, cioè le opere di carità e di misericordia; sempre con l’obiettivo di portare l’uomo al Signore perché l’uomo ha sete di Dio; finché non arriva a vedere il suo volto, il suo cuore è inquieto, come scrive sant’Agostino, perché l’anima sua non ha raggiunto la patria; ecco in che senso noi possiamo parlare di felicità, altrimenti cadiamo nell’edonismo, nell’epicureismo insomma (godi che tanto poi la vita finisce, devi morire), invece la felicità che noi annunciamo è quella che viene dall’incontro con Cristo che dà il centuplo quaggiù e l’eternità. Comunque l’espressione “convivialità delle differenze”, applicata alla Trinità, è una vera e propria eresia. Probabilmente Mons. Bello, non ne era consapevole. Per lui i misteri della fede erano solo un pretesto per parlare dell’uomo.

D.: Nella relazione di mons. Angiuli, citando un passaggio di una relazione di don Tonino dice: «Attenzione amici, i mali dei giovani vengono sempre da lontano. L’idea del rizoma (pianta senza radici e senza fusto) ci deve preoccupare, perché il rifiuto del passato sul piano religioso, si estende al rifiuto della Tradizione, della chiesa, della morale cristiana, della sua struttura organizzativa, della disciplina, del dogma. Il passato, tutto il passato desta sospetto. La storia viene guardata con riserve, o snobbata o rifiutata. Anche qui da noi ci troviamo di fronte a una gioventù che vuol essere ‘senza padri ne maestri’».
Condivide questa analisi?
E aggiungo: Ma la chiesa non ha l’unico compito di far incontrare in ogni luogo e in ogni tempo Gesù Cristo essendone il Corpo?
R.: L’analisi di mons. Angiuli può anche essere condivisibile. Tuttavia Gesù Cristo non faceva analisi sulla situazione del suo tempo ma proponeva se stesso a chiunque incontrava, quale risposta al bisogno di verità e di Vita che è proprio di ogni uomo in ogni tempo. Per questo, i giovani cercano la tradizione, cercano le radici, come si suol dire. Molti, non cercano la cucina tradizionale, i locali tipici, la casa d’epoca, i mobili antichi, perché aiutano a recuperare il rapporto con la storia? Come si fa a sostenere, quindi, che c’è il rifiuto della tradizione! Ora, la tradizione cattolica, mi riconnette a Cristo, perché, attraverso i due millenni, attraverso tutti i santi, gli uomini e le donne che mi hanno preceduto nella fede, arrivo agli apostoli, arrivo a Cristo. Gli stessi vescovi, senza la tradizione apostolica, non sarebbero vescovi, perché ricevono l’episcopato grazie alla tradizione che viene, appunto, trasmessa, comunicata; lo stesso Vangelo è la trasmissione della tradizione, da Cristo agli Apostoli, alla Chiesa fino ai nostri giorni. San Giovanni ha consacrato il termine tradizione quando dice alla fine del Vangelo: «Ci sono molte altre cose che ha fatto Gesù, le quali, se fossero stare scritte ad una ad una, non so se il mondo stesso potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (21, 25). La costituzione Dei Verbum, ricorda che le fonti della rivelazione sono due: la Sacra Scrittura e la Tradizione. Pertanto, cosa deve fare innanzitutto il vescovo e noi tutti cristiani? Dobbiamo far in modo che l’incarnazione del Verbo, continui attraverso il corpo della Chiesa presente nel mondo; come ha già fatto quando era presente in tanti ambienti: le ferrovie, le fabbriche, gli uffici .... con i cappellani e gli assistenti, ma soprattutto con l’apostolato dei cristiani; oggi la Chiesa deve essere presente in tutti gli ambienti, deve aiutare i giovani cattolici a dare testimonianza a Cristo nell’università se sono universitari, nella scuola se sono studenti, nelle fabbriche se sono lavoratori. In questo, Don Luigi Giussani è stato pioniere esemplare, perché, quando a Milano le parrocchie si erano svuotate dei giovani, promosse la presenza negli ambienti, in università, a scuola, perché è la che si gioca la fede.

D.: Lei ha prima affermato che «Per lui (don Tonino ndr.) i misteri della fede erano solo un pretesto per parlare dell’uomo», mi pare un’affermazione abbastanza forte. Tuttavia mi sembra faccia il pari con quest’altra: «La Chiesa del futuro deve essere “debole”, deve condividere il travaglio della perplessità, deve essere compagna del mondo, deve servire il mondo senza pretendere che il mondo creda in Dio o che vada a Messa la Domenica o che viva maggiormente in linea col Vangelo ...» (Don Tonino Bello, Benedette inquietudini., B., 2001, p. 15).
Inquietudini appunto...
Alla luce di quanto appena sottolineato lo vede d. Tonino Bello, santo?
R.: Nell’opuscolo Tibi Silentium Laus, l’autore, don Bernardino Palmieri, parroco di san Francesco di Paola a Capurso, riporta il colloquio con l’eremita: «Uno degli eremiti si rivolse a me direttamente e senza giri di parole mi disse: Caro padre, nel tornare alla vita sacerdotale non dimentichi che la predicazione cristiana ha dimenticato Gesù. Molti confratelli parlano e parlano di temi e problemi sociali, di quello che è legato a certi bisogni dell’uomo, dell’ecologia e della pace nel mondo, ma al di là di tanta retorica, il grande assente nella predicazione è proprio il Cristo, il Figlio di Dio. Molti che salgono qui all’eremo per ricevere una parola ce lo riferiscono quasi con tono accusatorio ... E la misura della nostra fede che si è affievolita. La nostra, dico, di noi sacerdoti. Ma egli è e rimane. Cristo è la vera realtà di fronte alla quale la realtà del mondo è nulla. Non hanno consistenza, né il mondo, né il tempo ... È l’istante della fede che tocca Dio.- Mamma mia, dissi, dentro di me... Posso solo fare silenzio».
Fin qui, don Palmieri. Del resto, è san Paolo che afferma: «la realtà invece è Cristo» (Col 3, 17). Povera Chiesa se dimenticasse questo! Ma non avverrà del tutto, perché vi sarà sempre un resto, una ‘minoranza creativa’, come disse Benedetto XVI. Ci saranno sempre sacerdoti e vescovi cattolici. Il santo è colui che attira a seguire Gesù Cristo: Mons. Bello ha attirato a Cristo o a se stesso? il santo è colui che attira a seguire Gesù Cristo: Mons. Bello ha attirato a Cristo o a se stesso? La liturgia che egli proponeva era orizzontale, invece che verticale; ma il culto deve essere mistico, per aiutare a entrare nel mistero, a incontrare la Presenza divina. Perché l’essenziale, è invisibile agli occhi! Allora, anche la cultura e la politica verranno orientati verso Dio. Taluni discepoli di Mons. Bello, gli attribuiscono di essere stati confermati nel loro ateismo o nei loro comportamenti piuttosto lontani dalla morale cattolica, attingendo al suo insegnamento. Non ha detto Gesù: dai frutti li riconoscerete?

lunedì 16 aprile 2018

Don Nicola Bux: la povera chiesa di don Tonino

Noi conosciamo solo un don Tonino: una serie televisiva degli anni ’80 ed in onda sulle reti Mediaset. Protagonista era un parroco (interpretato dall’attore Andrea Roncato), che, aiutato dall'amico commissario, si trovava spesso a investigare su casi misteriosi.
Questo prete, sempre in talare, era più vero rispetto ad un altro Tonino, che, si vorrebbe persino “beatificare”, e che oggi è stato assunto, dall’odierno vescovo romano, quale emblema, prototipo della sua povera chiesa.
Eppure proprio quel Tonino, o come si è soliti chiamarlo “don Tonino”, durante tutta la sua missione, con parole suadenti, talora con venature poetiche, con un linguaggio accattivante e ad effetto, ha avuto una principale occupazione: de-sacralizzare il sacro e mondanizzarlo, abbassandolo sino quasi al limite della blasfemia. A tutti sono noti, ad es., i suoi famosi auguri “scomodi” di Natale, in cui il nostro autore s’immaginava un Gesù deposto dalla Vergine, non già in una mangiatoia, luogo caldo ed asciutto, come narrano i Vangeli, bensì sul letame (sì avete letto bene!), sugli escrementi cioè degli animali! Ora, quale madre, anche la più sciagurata tra le donne, avrebbe mai posato suo figlio, appena nato, tra gli escrementi???? Figuriamoci Maria!!! Avrebbe mai potuto posare il Suo e Nostro Signore tra e sugli escrementi di animali???? Una vera e propria offesa blasfema alla Santa Vergine ed al Bambino Gesù! Come poteva la "Benedetta tra tutte le donne" trattare quel Figlio, il Figlio di Dio, in modo tanto irriguardoso e sacrilego, che nessun'altra donna avrebbe fatto???? Anche solo immaginarlo o anche solo dirlo è una pura blasfemia. Probabilmente, il nostro autore non conosceva cosa fosse la mangiatoia, … e forse pensava che, volendo essere benevoli, Maria fosse una madre disattenta e poco amorevole verso Suo Figlio, che era anche Suo Dio, e non si preoccupasse di ripulire quel luogo da tutto ciò che potesse recare offesa al Creatore o che fosse poco accorta per ciò che era contrario alla purezza rituale tanto più alla presenza di Dio, che era Suo Figlio (non dimentichiamo che la Vergine Maria, come anche S. Giuseppe del resto, erano di religione giudaica: a quel tempo, l'unica vera religione!).
A tutti poi sono note le espressioni infelici, vere e proprie offese per noi cattolici, arrecate direttamente alla Vergine. Ci ha sempre fatto sobbalzare quel testo dedicato a Maria, donna feriale, nel quale si descrive la Vergine ora come una ragazzotta molfettese, che si “avvampava” alla vista di qualche giovanotto, ora come una donna, che, ormai in là con gli anni, recandosi al pozzo a raccogliere acqua, si specchiava nell’acqua del pozzo, vedendo la sua bellezza sfiorita ed anzi provando quasi invidia per la bellezza e la freschezza delle ragazze, che andavano pur esse a raccogliere acqua. A parte le blasfemie dell’autore verso la Santa Vergine per simili paragoni, accostamenti ed immagini - ancorché rese con espressioni poetiche e suggestive - e che un cattolico non può accettare, forse sfuggiva che Maria, essendo immacolata e, quindi, preservata dalla colpa originale, non era soggetta alle tentazioni interne come le altre creature umane, ma, come Gesù, solo a quelle esterne, non avendo quella inclinazione al male, quella inclinazione alla concupiscenza (intesa come desiderio sfrenato dei beni sensibili) ed a ciò che offende Dio. Per cui, la Madonna, in quanto immacolata sin dal suo concepimento, non poteva subire le conseguenze legate alla colpa dei progenitori e, dunque, non poteva provare invidia (anche perché era umile) per la bellezza delle fanciulle – più giovani di lei – o perché la sua, per l’avanzare dell’età, si stava sfiorendo. O ancora non poteva “eccitarsi” per i giovanotti, essendo protesa tutta verso Dio, sin dalla più tenera età, allorché, fu portata al Tempio, volendo consacrare la sua esistenza al Suo Creatore (come ci confermano i Padri della Chiesa! v. qui). Sintomatica di tale volontà furono le sue parole proferite all’Angelo, e registrate dall’evangelista Luca: «Come è possibile? Non conosco uomo» (Lc. 1, 34). 
Cfr. su questo ed altri errori, G. Martone, La verità su don  Tonino Bello, in Caserta24ore, 24.4.2016; C. Siccardi, Don Tonino Bello sarà beato?, in Corrispondenza romana, 27.2.2013; A. M. Apollonio, “Don Tonino” santo? Mons. Tonino Bello, la mariologia feriale, e l'ermeneutica della discontinuità, in MiL, 16.1.2010. V. anche il dossier su Bello, in Cooperatores veritatis, 20.4.2013La Madonna secondo Tonino Bello: una “desperate housewife”, ivi, 10.6.2011.
Di che meravigliarsi dunque???
La Catholica di oggi lo vede a giusto titolo come suo emblema.

Bux: la povera Chiesa di don Tonino

di Vito Palmiotti


Nel 25esimo anniversario della morte, papa Francesco renderà omaggio il 20 aprile a monsignor Tonino Bello, il controverso ex vescovo di Molfetta, che aveva una originale visione della Chiesa per i poveri.

«Come diceva Madre Teresa di Calcutta, “la vera povertà è la non conoscenza di Dio”. Solo in questo senso la Chiesa evangelizza davvero i poveri. C’è da chiedersi se sia davvero questa l’eredità che ci ha lasciato monsignor Tonino Bello». Un giudizio severo quello di don Nicola Bux sull’ex vescovo di Molfetta di cui ricorre il 25esimo anniversario della morte. Occasione che il prossimo 20 aprile porterà in pellegrinaggio ad Alessano e Molfetta papa Francesco. Dopo don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, dunque, il Papa rende onore a un’altra figura di prete e di vescovo controverso. Don Nicola Bux, teologo e liturgista, è stato anche consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Benedetto XVI.

Don Bux, uno slogan che andava molto di moda al tempo di monsignor Bello era “la Chiesa del grembiule”, intendendo con questo il servizio ai poveri. Ma c’è chi ha osservato che se non c’è anche la stola, il servizio ai poveri diventa ambiguo.
Gesù Cristo ha detto che bisogna evangelizzare i poveri, nel discorso programmatico della sinagoga di Nazareth. Ora, l’evangelizzazione cosa significa? Far conoscere la notizia nuova che Dio è venuto nel mondo, prendendo la nostra natura umana. Questo è il Vangelo. Altrimenti, perché la Chiesa dovrebbe occuparsi dei poveri, se non avesse a cuore la loro salvezza eterna? La Chiesa non è un’agenzia di beneficenza, una Organizzazione non Governativa (Ong), ma il Corpo di Cristo, un soggetto che è costituito, nelle sue membra, dai poveri, potremmo dire in gran parte - poveri che non sono da intendere solo in senso materiale, ma anche morale e spirituale - e li aiuta a entrare nel mistero di Cristo.

Questa dimensione sembra però meno percepita e ancor meno praticata.
Ma questa è l’autentica dimensione che ha visto nascere nella Chiesa una miriade di santi della carità, che, nel momento stesso in cui si occupavano dei poveri, li catechizzavano. Molfetta ha già un Servo di Dio, anzi Venerabile, spero, un prossimo santo, che è Ambrogio Grittani, il quale scrive, tra l’altro, che i poveri voleva portarli all’altare. Quindi non si preoccupava soltanto di sfamarli col cibo materiale, ma innanzitutto della loro salvezza eterna, del loro bisogno spirituale, perché, come diceva Madre Teresa di Calcutta, «la vera povertà è la non conoscenza di Dio». Quindi, solo in questo senso la Chiesa evangelizza davvero i poveri. Un vescovo come mons. Bello, o un sacerdote, o un laico cristiano, non dovrebbe avere un’idea diversa. Quindi, perché accusare la Chiesa di disinteresse - come si legge in non poche omelie di Bello - quando da sempre si è occupata dei poveri; e proprio a Molfetta, dove c'era il “Boccone del povero”,  messo su da Don Grittani, l'opera San Giuseppe Labre; proprio lì, nella sua diocesi, insieme ad altre opere caritative e sociali. Quindi, perché prendersela con la Chiesa?

Però è indubbio che don Tonino non faceva solo discorsi. Tra i poveri ci andava veramente, quando non li portava da lui, verrebbe da dire ci viveva.
Spesso suscitando polemiche.
Un vescovo, un prete, un cristiano, oltre che aumentare l'azione caritativa - non dimentichiamo che la Chiesa, in Italia e nel mondo, ha promosso le Caritas -  oltre che desiderare il moltiplicarsi delle opere di carità, innanzitutto deve desiderare che l’uomo incontri Gesù Cristo ed entri nella Chiesa, perché Cristo è venuto nel mondo per far conoscere Dio, per rivelare se stesso come la via della salvezza e ha istituito la Chiesa come ambito di salvezza dell’uomo. Il massimo aiuto da dare ai poveri, è portarli a Cristo; ecco il senso dei sacramenti, che fanno entrare l’uomo nella Chiesa, nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Se un vescovo dimenticasse questo, avrebbe una comprensione carente del suo ministero. Infatti, gli Apostoli istituirono i diaconi perché si dedicassero alla carità, mentre riservarono per sé la predicazione e i sacramenti.

Forse si è ridotta la comprensione del termine “carità”.
Credo che si sia ridotto innanzitutto il senso dell’incarnazione, cioè la ragione per cui Dio si è fatto uomo. Di conseguenza, non conoscendo più questo, siamo caduti in una sorta di deismo, per cui basta credere in un Dio qualsiasi… Di conseguenza, non c’è motivo di ripetere l’invito di Cristo a convertirsi e a credere al Vangelo, per cui la parola “conversione”, è assente, nella predicazione, nelle conferenze teologiche, perché questo termine, come dire, andrebbe a toccare quella che è la condizione reale dell’uomo, chiedendogli davvero un mutamento di mentalità. Cristo ha inaugurato la sua missione pubblica invitando a convertirsi e credere al Vangelo: la Chiesa è stata istituita per questo.

E quindi il termine carità come lo dobbiamo intendere?
Il termine “carità” va inteso, come lo ha sempre inteso la tradizione cattolica: l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo, che sono assolutamente inscindibili. Questa è la carità, che deve essere una virtù, cioè un abito permanente del cristiano. Siccome non sussiste l’amore verso il prossimo, se prima non c’è l’amore verso Dio, bisogna, appunto, amare Dio. L’amore di Dio implica dare del tempo a lui - ecco il senso del culto a Dio, nella preghiera a Dio, nella fede in Dio - e di conseguenza scaturisce l’attitudine, la virtù dell’amore verso il prossimo. E quindi, dal tempo che diamo a Dio,  consegue anche la dedizione nostra al prossimo. Altrimenti la nostra attenzione al prossimo, si confonde col volontariato; ma il volontariato non è la carità. Il volontariato è l'azione a cui presiede la volontà, ma direbbe San Paolo: se anche dessi le mie sostanze ai poveri, ma non ho la carità...

Don Tonino Bello parlava molto anche dei lontani da raggiungere…
I lontani, la Chiesa gli ha sempre desiderato portarli vicini a sé, includerli nella Chiesa; altrimenti oggi sarebbero quattro gatti. Il punto è che mons. Bello, come i “cristiani del dissenso” degli anni '70, manifesta spesso una insofferenza per la Chiesa, al punto – mi pare in qualche omelia – di descriverla come matrigna e non madre. Eppure, la Chiesa ha sempre avuto l’anelito missionario di raggiungere tutti i confini della terra, in obbedienza al comando di Gesù, di andare in tutto il mondo e fare discepole tutte le creature e battezzarle. Invece, si accusa la Chiesa di aver colonizzato i popoli, di averli espropriati della loro cultura, e così via. Ma domandiamoci: i lontani, oggi, si sono avvicinati alla Chiesa, con tutte le attività pastorali che si promuovono? Un tempo si usava il termine, molto più appropriato, di apostolato e si operava per riportare l’uomo nella casa, nella casa sua che è la Chiesa del Dio Vivente. Così, era molto minore la lontananza. Invece, con tutti i discorsi e le azioni pastorali, la società si è scristianizzata; all’inizio del secolo scorso il  drammaturgo inglese Thomas Eliot diceva: ”E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità ?”. Quindi la Chiesa non può chiamarsi fuori: essa abbandona l’umanità, non quando non compie le opere per i poveri, ma quando non annuncia Dio ai poveri, intendendo per poveri, l’umanità che ha bisogno di Dio, che cerca la Verità e ha bisogno di Dio, perché anche chi chiede il pane, a suo modo cerca Dio; quindi la Chiesa non può dare solo il pane che perisce - ha detto Gesù - ma deve dare il pane di vita eterna; perciò ho fatto l’esempio di don Ambrogio Grittani.

Monsignor Bello diffidava della parola identità e amava invece parlare di convivialità delle differenze. Lui usa questa espressione anche per sostenere che tra le Persone della Trinità vi sono differenze.
L'espressione “convivialità delle differenze” è molto ambigua, facilmente viene scambiata per l'indifferentismo, come dire “non è importante la differenza”.
Sono molto scettico su espressioni del genere, non diverse da altre, come “teologia della liberazione”,  “teologia della speranza”“teologia del servizio” e così via.Teologia significa: “parlare di Dio” e, aggiungerei, parlare con Dio; quindi, se si parla di Dio, si deve parlare del suo servizio primigenio che è di aver creato l’uomo, di averlo salvato, e del fatto che, nella misura in cui prendiamo coscienza di questo, dobbiamo compiere il servizio della parola divina, dobbiamo far conoscere la parola che salva l’uomo: questo è il vero servizio, sia attraverso le parole che attraverso i gesti, cioè le opere di carità e di misericordia; sempre con l’obiettivo di portare l’uomo al Signore perché l’uomo ha sete di Dio; finché non arriva a vedere il suo volto, il suo cuore è inquieto, come scrive sant'Agostino, perché l’anima sua non ha raggiunto la patria; ecco in che senso noi possiamo parlare di felicità, altrimenti cadiamo nell’edonismo, nell’epicureismo insomma (godi che tanto poi la vita finisce, devi morire), invece la felicità che noi annunciamo è quella che viene dall’incontro con Cristo che dà il centuplo quaggiù e l’eternità. Comunque l'espressione “convivialità delle differenze”, applicata alla Trinità, è una vera e propria eresia. Probabilmente mons. Bello non ne era consapevole. Per lui i misteri della fede erano solo un pretesto per parlare dell'uomo.