giovedì 24 luglio 2014

La leggenda di Santiago Matamoros

Nella Vigilia della festa di San Giacomo il Maggiore, Apostolo, nel commemorare le innumerevoli vittime cristiane delle persecuzioni islamiche del neo-califfato iracheno, è bello e significativo ricordare che l'autentico spirito del Cristianesimo non si nutra di un vacuo pacifismo. 
Al contrario, la fede cristiana, nei secoli passati, a differenza dell'odierno corso impresso ad essa per ragioni alla medesima estranee, era intesa sì come pacifica, amante della Vera Pace (quella cioè che viene dal Divin Redentore, Pax Christi in Regno Christi, e che nell'inno del Christus vincit si implora: Témpora bona véniant, pax Christi véniat, regnum Christi véniat!). Non è pacifista (o "pacifinta"), che è il risvolto ipocrita della neutralità. I cristiani sapevano, in effetti, ad un tempo, anche combattere a difesa dei loro inermi fratelli di fede contro la soverchiante dominazione islamica, senza trincerarsi in vuoti ed estenuanti dialogogismi ad oltranza (anche quando c'è ben poco su cui "dialogare"), che si traducono quasi sempre in cedimenti ed umiliazioni per la fede cristiana e/o la morale.
Simbolo di questa lotta, ma al contempo della Vera Pace, è San Giacomo, che gli iberici chiamavano emblematicamente "matamoros", "uccisore di Mori", elevato ad emblema della Reconquista, che ebbe il suo culmine il 2 gennaio 1492, allorché Ferdinando II d'Aragona ed Isabella di Castiglia, Los Reyes Católicos, con la conquista di Granada, espulsero dalla Penisola iberica l'ultimo dei governanti musulmani, Boabdil di Granada, unendo gran parte di quella che è la Spagna odierna sotto un unico Regno (la Navarra verrà incorporata solo nel 1512).


Francisco Pradilla, La resa di Granada, 1882, Palacio del Senado, Madrid

Secondo la leggenda, San Giacomo sarebbe apparve in sogno al re Ramiro I delle Asturie, assicurandogli il suo aiuto e la vittoria sui musulmani, condotti dall'emiro Abū l-Muṭarraf ʿAbd al-Raḥmān ibn al-Ḥakam, o più semplicementeʿAbd al-Raḥmān II, nella celebre battaglia di Clavijo, che sarebbe stata combattuta l'indomani, il 23 maggio 844. 
Il giorno della battaglia, il Santo Apostolo, in sella al suo bianco destriero, combatté contro le forze nemiche, riuscendole a sconfiggere, assicurando così alle truppe cristiane il trionfo e risparmiando alle famiglie cristiane il pagamento del pesante tributo delle cento giovinette (o "donzelle"), che era stato imposto dall'emirato di Cordova al discusso sovrano Mauregato delle Asturie circa settant'anni prima per garantirgli la corona.



Santiago matamoros, XVIII sec., Basilica di San Giacomo, Santiago de Compostela

Scuola spagnola, Santiago Matamoros, XVII sec., collezione privata

Giovanni Battista Tiepolo, S. Giacomo il Maggiore conquista i Mori, 1749-50, Szépművészeti Múzeum, Budapest

Paolo di San Leocadio, Santiago Matamoros, 1513-19, Chiesa di San Giacomo, Villa Real

Juan Carreño De Miranda, S. Giacomo Maggiore (“matamoros”, cioè “uccisore di mori”) nella battaglia contro i Mori a Clavijo, 1660, Szépművészeti Múzeum, Budapest

Francisco Ribalta, S. Giacomo Maggiore nella battaglia contro i Mori a Clavijo, 1603, Chiesa di San Jaime Apóstol, Algemesí 


José Casado del Alisal, S. Giacomo Maggiore nella battaglia contro i Mori a Clavijo, 1889, Chiesa di San Francisco el Grande, Madrid

martedì 22 luglio 2014

La requisitoria di Spaemann sul matrimonio fra Chiesa e mondo

La requisitoria di Spaemann
sul matrimonio fra chiesa e mondo

Il filosofo tedesco Robert Spaemann, sul mensile americano First Things ha scritto una potente requisitoria delle aperture alla concezione mondana del matrimonio che si stanno facendo largo anche all’interno della chiesa.

di Mattia Ferraresi

“Il matrimonio non è più visto come una realtà indipendente, nuova, che trascende l’individualità degli sposi, una realtà che, come minimo, non può essere sciolta dalla volontà di un solo partner. Ma può essere dissolta dal consenso di entrambe le parti, o dalla volontà di un sinodo o di un Papa? La risposta deve essere no”. Il filosofo tedesco Robert Spaemann, autorità nel mondo cattolico tenuta in altissima considerazione, fra gli altri, dal conterraneo Benedetto XVI, sul mensile americano First Things ha scritto una potente requisitoria delle aperture alla concezione mondana del matrimonio che si stanno facendo largo – e non da oggi – anche all’interno della chiesa, specialmente in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia indetto da Francesco. Seconde nozze, nullità, accesso ai sacramenti per i risposati sono le appendici legali, le incarnazioni storiche del problema matrimoniale in un mondo dove i cattolici divorziano poco meno dei non cattolici, dicono le statistiche.
Il dilemma è se la chiesa debba curvarsi sul paradigma della contemporaneità in fatto di unioni affettive, fino al punto di vidimare religiosamente gli umori prevalenti, magari nel nome della misericordia. Spaemann legge in questo conflitto il riproporsi dell’eterna tensione fra la chiesa e il mondo, iniziata quando gli apostoli rimangono scioccati dalle parole del Maestro: “Non sarebbe meglio, allora, non sposarsi affatto? Il loro stupore sottolinea il contrasto fra il modo di vita cristiano e il modo di vita dominante nel mondo. Che lo voglia o no, la chiesa in occidente sta diventando una controcultura, e il suo futuro dipende eminentemente dalla sua capacità di mantenere il suo ‘sapore’ o di essere sottomessa dagli uomini”.
Si tratta della scelta fra rimanere il sale della terra o trasformarsi in uno zuccheroso stipulatore di compromessi con la logica mondana. Se la chiesa si trova di fronte a questo dilemma e tentata da più parti dall’opzione dell’annacquamento del suo insegnamento è anche colpa della chiesa stessa, dice Spaemann: “Invece di rinforzare la naturale, intuitiva attrattiva della stabilità matrimoniale, molti uomini di chiesa, inclusi vescovi e cardinali, preferiscono raccomandare, o almeno considerare, un’altra opzione, alternativa agli insegnamenti di Gesù, in pratica una capitolazione al mainstream secolarizzato. Il rimedio all’adulterio implicito nel ri-matrimonio, ci dicono, non è più la contrizione, la rinuncia, e il perdono, ma il passare del tempo e l’abitudine, come se l’accettazione sociale e il nostro personale senso di appagatezza con le nostre decisioni avesse un potere soprannaturale. Questa alchimia dovrebbe trasformare un concubinaggio adultero, il secondo matrimonio, in un’unione accettabile da benedire nel nome di Dio. Secondo questa logica, chiaramente, è come minimo giusto da parte della chiesa benedire le unioni omosessuali”.
Questa concezione discende da un errore nella concezione del tempo, scrive Spaemann, che “non è creativo”. Il tempo non aggiusta le cose, “il suo passaggio non restaura uno stato d’innocenza. La tendenza è sempre quella opposta, di accrescere l’entropia. Non dobbiamo confondere la graduale perdita del senso del peccato con la sua scomparsa e dunque sollevarci dalle nostre responsabilità”. Per Spaemann il secondo matrimonio è un tradimento dell’insegnamento cattolico, senza appello, accettato o considerato come ipoteticamente legittimo in nome del cambiamento delle abitudini che ha permeato il mondo e ora bussa con decisione alla porta della chiesa. Il matrimonio indissolubile è ormai percepito come “meta impossibile”, si legge nell’“Instrumentum Laboris” del Sinodo. Secondo Spaemann la chiesa ora è chiamata a decidere se vuole accarezzare o combattere questa percezione.

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DIVORCE AND

REMARRIAGE

by Robert Spaemann


August 2014

The divorce statistics for modern Western societies are catastrophic. They show that marriage is no longer regarded as a new, independent reality transcending the individuality of the spouses, a reality that, at the very least, cannot be dissolved by the will of one partner alone. But can it be dissolved by the consent of both parties, or by the will of a synod or a pope? The answer must be no, for as Jesus himself explicitly declares, man cannot put asunder what God himself has joined together. Such is the teaching of the Catholic Church.
The Christian understanding of the good life claims to be valid for all human beings. Yet even Jesus’s disciples were shocked by their Master’s words: Wouldn’t it be better, then, they replied, not to marry at all? The astonishment of the disciples underscores the contrast between the Christian way of life and the way of life dominant in the world. Whe­ther it wants to or not, the Church in the West is on its way to becoming a counterculture, and its future now depends chiefly on whether it is able, as the salt of the earth, to keep its savor and not be trampled underfoot by men.
The beauty of the Church’s teaching can shine forth only when it’s not watered down. The temptation to dilute doctrine is reinforced nowadays by an unsettling fact: Catholics are divorcing almost as frequently as their secular counterparts. Something has clearly gone wrong. It’s against all reason to think that all civilly divorced and remarried Catholics began their first marriages firmly convinced of its indissolubility and then fundamentally reversed themselves along the way. It’s more reasonable to assume that they entered into matrimony without clearly realizing what they were doing in the first place: burning their bridges behind them for all time (which is to say until death), so that the very idea of a second marriage simply did not exist for them.
Sadly, the Catholic Church is not without blame. Christian marriage preparation very often fails to give engaged couples a clear picture of the implications of a Catholic wedding. Were that so, many couples would very likely decide against being married in the Church. For others, of course, good marriage preparation would provide a helpful impetus to conversion. There is an immense appeal in the idea that the union of a man and a woman is “written in the stars,” that it endures on high, and that nothing can destroy it, both “in good times and in bad.” This conviction is a wonderful and exhilarating source of strength and joy for spouses working through marital crises and seeking to breathe new life into their old love.
Instead of reinforcing the natural, intuitive appeal of marital permanence, many churchmen, including bishops and cardinals, prefer to recommend, or at least to consider, another option, one that is an alternative to Jesus’s teaching and basically a capitulation to the secular mainstream. The remedy for the adultery entailed by remarriage of the divorced, we are told, is no longer to be contrition, renunciation, and forgiveness but the passage of time and habit, as if general social acceptance and our personal comfort with our decisions and lives have an almost supernatural power. This alchemy supposedly transforms an adulterous concubinage that we call a “second marriage” into an acceptable union to be blessed by the Church in God’s name. Given this logic, of course, it is only fair for the Church to bless homosexual partnerships as well.
But this way of thinking is based on a profound error. Time is not creative. Its passage does not restore lost innocence. In fact, its tendency is always just the opposite—namely, to increase entropy. Every instance of order in nature is wrested from the grip of entropy and over time eventually falls under its dominion once again. As Anaximander puts it, “From whence things arise, to that they eventually return, according to the appointed time.” It would be wrong to repackage the principle of decay and death as something good. We should not confuse the gradual deadening of the sense of sin with its disappearance and release from our ongoing responsibility for it.
Aristotle taught that there is a greater evil in habitual sin than in a single lapse accompanied by the sting of remorse. Adultery is a case in point, especially when it leads to new, legally sanctioned arrangements—“remarriage”—that are almost impossible to undo without great pain and effort. Thomas Aquinas uses the term perplexitas to characterize cases like these. They are situations from which there is no escape that does not incur guilt of one sort or another. Even a single act of infidelity entangles the adulterer in perplexity: Should he confess his deed to his spouse or not? If he confesses, he might just save the marriage and, in any case, he avoids a lie that would eventually destroy mutual trust. On the other hand, a confession could pose an even greater threat to the marriage than the sin itself (which is why priests often counsel penitents against revealing infidelity to their spouses). Note, by the way, that St. Thomas teaches that we never stumble into perplexitaswithout some measure of personal guilt and that God allows this as a punishment for the sin that initially set us down the wrong path.
To stand by our fellow Christians in the midst of the perplexitas of remarriage, to show them empathy and assure them of the solidarity of the community, is a work of mercy. But to admit them to communion without contrition and to regularize their situation would be an offense against the Blessed Sacrament—one more among the many that are committed today. Paul’s instruction on the Eucharist in First Corinthians culminates in a warning against unworthy reception of Christ’s body: He who eats and drinks unworthily eats and drinks judgment to himself. Why did the liturgical reformers strike these decisive verses from the second reading for Mass on Holy Thursday and Corpus Christi, of all feasts? When the entire congregation stands up to receive communion Sunday after Sunday, one has to wonder: Do Catholic parishes now consist exclusively of saints?
But there is still one last point, which by all rights ought to be the first. The Church admits that it handled the sexual abuse of minors without sufficient regard for the victims. The same pattern is repeating itself here. Has anyone even mentioned the victims? Is anyone talking about the woman whose husband has abandoned her and their four children? She might be willing to take him back, if only to ensure that the children are provided for, but he has a new family and has no intention of returning.
Meanwhile, time passes. The adulterer would like to receive communion again. He is ready to confess his guilt, but he is not willing to pay the price—namely, a life of continence. The abandoned woman is forced to watch while the Church accepts and blesses the new union. As if to add insult to injury, her abandonment receives an ecclesiastical stamp of approval. It would be more honest to replace “until death do you part” with “until the love of one of you grows cold”—a formula that is already being seriously recommended. To speak here of a “liturgy of blessing” rather than of a remarriage before the altar is a deceptive sleight of hand that merely throws dust in the eyes of the people.

Robert Spaemann is emeritus professor of philosophy at the University of Munich.

Ancora sul tema sinodale dei "divorziati risposati" .....

DIVORZIATI E «TEOREMA KASPER»: QUANDO IL GIOCO SI FA DURO I DOMENICANI INIZIANO A GIOCARE...

Dicevamo giorni fa che aumentano le voci autorevoli o autorevolissime che denunciano l’inaccettabilità del “teorema Kasper”, ossia la possibilità per i divorziati risposati di accedere al sacramento dell’Eucaristia, proposta illustrata dal cardinale Walter Kasper all’ultimo concistoro e che sarà uno dei punti chiave del prossimo Sinodo sulla famiglia. Finora la lista (sommaria) comprendeva:
il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller; l’ex presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, il cardinale Walter Brandmüller; uno dei teologi più impegnati e apprezzati da Giovanni Paolo II negli studi su matrimonio e famiglia, il cardinale Carlo Caffarra; uno dei più stimati canonisti della Curia romana, il cardinale Velasio De Paolis; un astro nascente del collegio cardinalizio, come l’ha definito Sandro Magister, ossia il cardinale Thomas Collins; una delle voci più significative dell’attuale teologia australiana, Adam G. Cooper, membro dell’Associazione internazionale di studi patristici.
A questi nomi va aggiunto un gruppo di otto teologi statunitensi di punta: sette domenicani, di cui sei docenti in quello che oggi è il migliore centro teologico dell’Ordine dei Predicatori negli Usa, la Pontificia Facoltà dell’Immacolata Concezione di Washington (si tratta dei padri John Corbett,  Andrew HoferDominic LangevinDominic LeggeThomas PetriThomas Joseph White) uno, il padre Paul J. Keller, docente all’Ateneo Cattolico dell’Ohio (promosso dalla diocesi di Cincinnati); oltre a loro un laico, Kurt Martens, docente di diritto canonico alla Catholic University of America, sempre di Washington.
Insieme hanno steso un importante testo che verrà pubblicato in agosto su Nova et Vetera, storica rivista teologica fondata nel 1926 e vicina al mondo domenicano. Il documento sarà diffuso in più lingue, versioni che sono però già filtrate su internet. Qui si può scaricare quella in italiano. Una confutazione sintetica e magistrale, dal punto di vista dottrinale e storico, della tesi kasperiana.


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Nova et Vetera Publishes Multilingual Response to Cardinal Kasper
- And an explosive revelation on the upcoming Synod


A reliable source has informed us that a certain bishop in Germany is worried about the direction preparations for the upcoming Extraordinary Synod of Bishops on the Family are taking. The bishop is said to have claimed that supporters of Cardinal Kasper's proposals have taken steps (apparently successfully) to limit the involvement of the Cardinal Prefect of the Congregation for the Doctrine of the Faith. To understand why some have pushed Cardinal Müller aside, remember this.

Meanwhile, the Journal Nova et Vetera has published a response to Cardinal Kasper's proposals by eight American theologians, seven of them Dominicans, and most of them professors at Pontifical faculties of theology. The response, simultaneously published in EnglishGermanSpanishFrench, and Italian, comprehensively refutes the innovations proposed by Cardinal Kasper, showing point for point how they contradict the perennial Tradition of the Church.
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Su una previsione di un giovane teologo Ratzinger ....

Un articolo di straordinaria attualità a distanza di più di un anno ....

La profezia dimenticata di Ratzinger
sul futuro della chiesa

MARCO BARDAZZI

Una Chiesa ridimensionata, con molti meno seguaci, costretta ad abbandonare anche buona parte dei luoghi di culto costruiti nei secoli. Una Chiesa cattolica di minoranza, poco influente nella scelte politiche, socialmente irrilevante, umiliata e costretta a “ripartire dalle origini”.
Ma anche una Chiesa che, attraverso questo “enorme sconvolgimento”, ritroverà se stessa e rinascerà “semplificata e più spirituale”. E’ la profezia sul futuro del cristianesimo pronunciata oltre 40 anni fa da un giovane teologo bavarese, Joseph Ratzinger. Riscoprirla oggi aiuta forse a offrire un’ulteriore chiave di lettura per decifrare la rinuncia di Benedetto XVI, perché riconduce il gesto sorprendente di Ratzinger nell’alveo della sua lettura della storia.
La profezia concluse un ciclo di lezioni radiofoniche che l’allora professore di teologia svolse nel 1969, in un momento decisivo della sua vita e della vita della Chiesa. Sono gli anni turbolenti della contestazione studentesca, dello sbarco sulla Luna, ma anche delle dispute sul Concilio Vaticano II da poco concluso. Ratzinger, uno dei protagonisti del Concilio, aveva lasciato la turbolenta università di Tubinga e si era rifugiato nella più serena Ratisbona.
Come teologo si era trovato isolato, dopo aver rotto con gli amici “progressisti” Küng, Schillebeeckx e Rahner sull’interpretazione del Concilio. E’ in quel periodo che si consolidano per lui nuove amicizie con i teologi Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac, con i quali darà vita a una rivista, “Communio”, che diventa presto la palestra per alcuni giovani sacerdoti “ratzingeriani” oggi cardinali, tutti indicati come possibili successori di Benedetto XVI: Angelo Scola, Christoph Schönborn e Marc Ouellet.


In cinque discorsi radiofonici poco conosciuti – ripubblicati tempo fa dalla Ignatius Press nel volume “Faith and the Future” – il futuro Papa in quel complesso 1969 tracciava la propria visione sul futuro dell’uomo e della Chiesa. E’ soprattutto l’ultima lezione, letta il giorno di Natale ai microfoni della “Hessian Rundfunk”, ad assumere i toni della profezia.
Ratzinger si diceva convinto che la Chiesa stesse vivendo un’epoca analoga a quella successiva all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. “Siamo a un enorme punto di svolta – spiegava – nell’evoluzione del genere umano. Un momento rispetto al quale il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”. Il professor Ratzinger paragonava l’era attuale con quella di Papa Pio VI, rapito dalle truppe della Repubblica francese e morto in prigionia nel 1799. La Chiesa si era trovata allora alle prese con una forza che intendeva estinguerla per sempre, aveva visto i propri beni confiscati e gli ordini religiosi dissolti. 
Una condizione non molto diversa, spiegava, potrebbe attendere la Chiesa odierna, minata secondo Ratzinger dalla tentazione di ridurre i preti ad “assistenti sociali” e la propria opera a mera presenza politica. “Dalla crisi odierna – affermava – emergerà una Chiesa che avrà perso molto.
Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede al centro dell’esperienza. “Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti”. 
Quello che Ratzinger delineava era “un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata”. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di “indescrivibile solitudine” e avendo perso di vista Dio, “avvertiranno l’orrore della loro povertà”. 
Allora, e solo allora, concludeva Ratzinger, vedranno “quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”.

Respirare a pieni polmoni

Respirare a pieni polmoni

di Vito Abbruzzi

Qualche giorno fa un amico mi ha scritto: “Si è pensato, per la Tradizione, di immaginare qualcosa di simile al pellegrinaggio annuale Parigi-Chartres, che si svolge a Pentecoste, e che possa coinvolgere i giovani in un percorso, magari in qualche data significativa tra luglio-agosto. Già un gruppo di scout lo fa ogni 11 luglio per ricordare il Santo di Norcia, ma questa data non sarebbe gradita ad alcuni tradizionalisti (visto che per essi S. Benedetto è solo il 21 marzo). Per cui, bisognerebbe scegliere una data opportuna, che non susciti risentimenti né tra i moderni né tra i ridetti tradizionalisti puristi. Tu che ne pensi?”. Bella domanda!
All’amico ho subito risposto con pochissime battute – secondo lo stile delle E-mail – in questi termini: “Per quanto riguarda i suddetti tradizionalisti: io credo che proprio il Summorum Pontificum abbia il merito di aver riconciliato tutti e dato un’ampia libertà di culto: è bene non stracciarsi le vesti ed approfittarne. D’altronde, lo stesso accade per il festeggiamento degli onomastici”: chi li festeggia col vecchio calendario liturgico e chi con quello nuovo. Prova ne sono le feste in onore dei Santi Patroni, moltissime delle quali – non so se per timore o per rispetto della popolazione – sono rimaste fedeli alla data originale. Un esempio tra tutti: la festa dei Santi Medici ad Alberobello, che cade puntualmente ogni anno il 27 settembre, quando, invece, in altri santuari a loro dedicati – come quello più antico di Conversano, dedicato anche a S. Rita da Cascia – la ricorrenza liturgica la si fa cadere il giorno prima: come stabilito dal calendario  attualmente in vigore.
Quando dico che il Motu Proprio a favore della “Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970” ha il merito di aver riconciliato tutti e dato un’ampia libertà di culto, apro una polemica con chi si ostina ad alzare barricate, dividendo il mondo cattolico in moderni, o modernisti, da una parte e tradizionalisti – per di più puristi – dall’altra: inconciliabilmente distinti e distanti gli uni dagli altri.
Noi – grazie a Dio – ci sentiamo e siamo realmente cattolici! Nel senso più genuino del termine: non chiusi monoliticamente in questo o quello schieramento, bensì aperti alla multiversalità delle espressioni di culto che caratterizzano da sempre proprio il Cattolicesimo; e soltanto esso. E ciò in ossequio a quanto già felicemente esprimeva il santo papa Giovanni XXIII, a proposito dell'allora celebrando Concilio Vaticano II: “Il Concilio è convocato, anzitutto, perché, la Chiesa cattolica, nella fulgida varietà dei riti, nella multiforme azione, nella infrangibile unità, si propone di attingere novello vigore per la sua divina missione. Perennemente fedele ai sacri principii su cui poggia e all’immutabile dottrina affidatele dal Divin Fondatore, la Chiesa, seguendo sempre le orme della tradizione antica, intende, con fervido slancio, rinsaldare la propria vita e coesione, anche di fronte alle tante contingenze e situazioni odierne”.
L’errore che tanto il fronte modernista quanto quello tradizionalista commette è quello “di respirare, per così dire, come un tisico, che con un solo polmone”, secondo la celebre frase del poeta, filosofo e filologo russo Vjaceslav Ivanov (Mosca, 28 febbraio 1866Roma, 16 luglio 1949), ripresa da Giovanni Paolo II nel Discorso ai partecipanti al simposio internazionale su “Ivanov e la cultura del suo tempo”; ma se per l’ortodosso Ivanov si tratta di “un sentimento di malessere, divenuto a poco a poco sofferenza, per essere staccato dall’altra metà di questo tesoro vivo di santità e di grazia”, costituito, appunto, dalla Chiesa di Roma con la ricchezza della sua Liturgia, a molti cattolici, ahimè!, sfugge tutto questo. E pensare che “la Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana”! (Istruzione Universae Ecclesiae, n. 1).
Ho abbondantemente trattato questo argomento, nell’articolo “La ‘ricchezza’ della Liturgia Romana”, e non voglio, perciò, ripetermi; ma mi preme che coloro i quali si considerano come “i buoni cattolici, i bravi figli della Chiesa” (Paolo VI), non si lascino irretire ed etichettare, con argomenti faziosi e capziosi, da chi fomenta lo scandalo della divisione: ad extra, ma soprattutto ad intra della Chiesa di Roma.
Noi, vivaddio!, siamo a pieno titolo buoni cattolici e bravi figli della Chiesa: liberi, veramente liberi, “di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi Pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia però conforme alla dottrina della Chiesa” (CIC, can. 214).
Riflettano, adunque, gli altri e convengano sul fatto che “non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone” (Giovanni Paolo II); e che si deve, necessariamente, respirare – come noi facciamo – a pieni polmoni!

domenica 20 luglio 2014

La festa di sant'Elia ad Haifa


Il Carmelo, il monte del profeta Elia


 
 
 
 

Elia il Tesbita, il profeta ed il difensore del vero ed unico culto di Dio


Pater mi, pater mi, currus Israel et auriga ejus! (2 Reg. 2, 12)

Dopo aver celebrato due giganti della carità, SS. Camillo de' Lellis e Vincenzo de' Paoli, la Chiesa commemora - secondo il calendario tradizionale - la memoria di S. Girolamo Emiliani, fondatore dell'ordine dei Padri Somaschi.
Il 20 luglio, però, ricorre anche la festa della Vergine e Martire S. Margherita di Antiochia di Pisidia, che costituì, nei secoli, un soggetto assai ricorrente nell'arte, nella sua veste soprattutto di vincitrice del drago infernale, che le sarebbe apparso per sbranarla e che avrebbe sconfitto col segno della Croce. Episodio questo dalla forte valenza simbolica: una debole donna riesce a vincere il drago e le forze del Male con il vessillo trionfante di Cristo, ottenendo, per suo mezzo, anch'ella il trionfo sul paganesimo.
Ma non è di questa santa martire che vogliamo occuparci, quanto piuttosto della figura del profeta Elia il Tesbita, della tribù di Beniamino, il quale, sul Monte Carmelo, in questo giorno, salì al Cielo su un carro di fuoco. Sì, vogliamo commemorare, in questa giornata, a distanza di soli quattro giorni dalla memoria liturgica della Beata Vergine del Monte Carmelo, questo santo profeta, che camminò sempre alla presenza del Signore e che combatté, infiammato di santo zelo, per il vero culto dell'unico Dio, del quale rivendicò i diritti nella sfida con i falsi profeti giusto sul Monte Carmelo; che vide salire dal mare una meravigliosa nuvoletta, simbolo della Vergine Maria; che fu mandato da Dio alla povera vedova di Zarepta; che sulla via dell'Oreb fu ristorato da un angelo che gli offrì un pane misterioso, simbolo dell'Eucaristia, che gli diede forza per molti giorni e che godé sull'Oreb di un'intima esperienza di Dio. Una figura, dunque, estremamente attuale anche nell'odierno contesto sociale, politico ed ecclesiale, in cui davvero pochi uomini lottano, e talora soffrono, per l'affermazione di un giusto culto al Signore, degno ed a Lui accetto, e per il riconoscimento della Legge di Dio pure nella società, come si è avuto modo di ricordare alcuni giorni orsono, parlando del significato cristiano della laicità.
L'esperienza del profeta Elia affascinerà molti eremiti, che, nel XII sec., avviarono un'esperienza monastica sul Carmelo, in onore di Maria, guardando a lui come modello ed esempio di vita. Era l'origine dell'Ordine Carmelitano.
La misteriosa fine del profeta, che, similmente ad Enoch, non avrebbe conosciuto la morte, alimenterà la credenza - peraltro riconosciuta da Malachia (Mal. 4, 5) - che egli sarebbe tornato nei tempi messianici, tanto che molti videro in Giovanni Battista un novello Elia. Anche Gesù fu creduto da alcuni come un "Elia redivivo". Nella Trasfigurazione, invece, fu chiamato quale testimone di Cristo - vero Messia atteso - in rappresentanza dell'antico profetismo di Israele, assieme a Mosé (il quale rappresentava l'antica Legge), a significare che in Gesù trovavano compimento e convergevano la Legge ed i Profeti.
Per tale motivo, non potevamo esimerci dal commemorare quest'importantissima figura, divenuta una sorta di prototipo di profeta, che, però, non ci ha lasciato alcuno scritto, e che è tuttora cara anche all'ebraismo ed all'islam, nelle quali antichi racconti si sono intrecciati con leggende e, talvolta, superstizioni. Ad es., in alcune tradizioni ebraiche, si ritiene che Elia, una volta salito al Cielo, abbia assunto la natura angelica, divenendo addirittura un arcangelo (Sandalphon): quello che, posto dietro il Trono di Gloria, incoronerebbe Dio di continuo con un serto intrecciato con le preghiere di Israele.
Una piccola chiosa finale: nella storia dei santi, solo un altro fu visto trasportato da un carro di fuoco. Fu S. Francesco d'Assisi, il  quale, in visione, apparve ai suoi primi compagni, a Rivotorto, presso Assisi, su un carro di fuoco. 












Moretto da Brescia, SS. Enoch ed Elia, Stendardo della Madonna della Misericordia, 1520-22, Tempio Canoviano, Possagno

Jacques Courtois detto il Borgognone, Elia ed il re Acab, 1664 circa, Musée des Beaux-Arts, Tolone

Gaspare Diziani, Elia invoca un fuoco dal Cielo sugli idolatri, XVIII sec.

Frederic Leighton, La perfida regina Jezabele ed Acab incontrano il profeta Elia, 1862 circa, Scarborough Borough Council, North Yorkshire

Albert Joseph Moore, Il sacrificio di Elia, 1863, Bury Art Gallery and Museum, Lancashire

Giovanni Battista Boncori, Il profeta Elia è ristorato dall'Angelo, 1660 circa, collezione privata

Paolo Domenico Finoglia, Elia e l'Angelo, 1615-20

Allston Washington, Elia nel deserto, 1818, Museum of Fine Arts, Boston


Frederick Leighton, Il profeta Elia nel deserto, 1878 circa, Walker Art Gallery, Liverpool

Philippe de Champaigne, Il sogno di Elia, 1660, Musee de Tesse, Le Mans


Guercino, Elia sfamato dai corvi, 1620, National Gallery, Londra

Giovanni Lanfranco, Elia è risvegliato dall'angelo che gli indica il cammino verso l'Oreb, 1624-25, Rijksmuseum, Amsterdam

Giovanni Lanfranco, Elia nutrito dai corvi, 1624-25, Musée des beaux-arts, Marsiglia

Giovanni Lanfranco, Elia incontra la vedova di Zarepta, 1624-25, Musée Sainte-Croix, Poitiers

Giovanni Lanfranco, Il profeta Elia riceve il pane dalla vedova di Zarepta, 1621-24, Getty Museum, Malibù

Ford Madox Brown, Il profeta Elia risuscita il figlio della vedova, 1864 circa, Victoria and Albert Museum, Londra


Giotto, Visione dei frati a Rivorto, 1297-1300, Basilica papale di S. Francesco, Assisi


Anonimo francese, S. Francesco sul carro di fuoco, XVI sec., Museo Francescano dei Frati Minori Cappuccini, Roma

José Benlliure y Gil, Visione dei frati a Rivotorto, XX sec.