sabato 18 febbraio 2017

18 febbraio 1563 - In ricordo del II duca di Guisa, Francesco I di Lorena

Oltre all'eresiarca Lutero, in questo giorno si ricorda il martirio di un autentico difensore della fede cattolica: Francesco I di Lorena, II duca di Guisa, gran Ciambellano di Francia e Gran Cacciatore, insigne condottiero, capo della Lega Cattolica contro gli eretici e vincitore degli Ugonotti protestanti nelle battaglie di Rouen e di Dreux, Morì la sera del 18 febbraio 1563, a causa di un colpo di pistola, per mano di un eretico, Jean de Poltrot de Méré, ad Orleans, che perì, a sua volta, in maniera atroce il 18 marzo successivo. Complice di quest'assassinio fu il re Enrico III, figlio di Caterina de' Medici.
Pure il figlio di Francesco I, Enrico I, duca di Guisa, detto lo Sfregiato, morirà assassinato, sempre per ordine del sovrano di Francia filoprotestante.

François Clouet, Ritratto di Francesco I di Lorena duca di Guisa, 1550-60

Paul Delaroche, L'assassinio del duca di Guisa Enrico, figlio di Francesco, 1834, Musée de Condé, Chantilly


Charles-Barthélémy-Jean Durupt, Il re Enrico III spinge col piede il cadavere del duca di Guisa, Enrico, figlio di Francesco, 1832, Castello, Blois

Prossimamente ..... "L'arte di Dio", ed. Cantagalli



Per riferimenti, informazioni e prenotazioni, v. Arte di Dio

Mons. Schneider: "Lutero non è un testimone del Vangelo" (stralcio dell'intervista per Rorate caeli). In morte dell'eresiarca tedesco

Il 18 febbraio 1546 moriva suicida l’eretico Martin Lutero, dopo una notte di gozzoviglie. Vi sono varie “testimonianze”, protestanti e cattoliche, su questo ultimo gesto disperato di Lutero.
Qui, ci basti ricordare la principale; quella del suo servo personale, Ambrogio Kuntzell (o Kudtfeld) il quale, colpito nell’animo da quel terribile castigo di Dio sul suo padrone, finì col confessare tutte le particolarità! Ecco la sua testimonianza: «Martin Lutero, la sera prima della sua morte, si lasciò vincere dalla sua abituale intemperanza e con tale eccesso che noi fummo obbligati a portarlo via, del tutto ubriaco, e coricarlo nel suo letto. Poi, ci ritirammo nella nostra camera, senza nulla presagire di spiacevole! All’indomani, noi ritornammo presso il nostro padrone per aiutarlo a vestirsi, come d’uso. Allora - oh, quale dolore! - noi vedemmo il nostro padrone Martino appeso al letto e strangolato miseramente! Aveva la bocca contorta, la parte destra del volto nera, il collo rosso e deforme. Di fronte a questo orrendo spettacolo, fummo presi tutti da un grande timore! Non di meno corremmo, senza alcun ritardo, dai Prìncipi, suoi convitati della vigilia, ad annunziare loro quell’esecrabile fine di Lutero! Costoro, colpiti dal terrore come noi, ci impegnarono subito, con mille promesse e coi più solenni giuramenti, ad osservare, su quell’avvenimento, un silenzio eterno, e che nulla di nulla fosse fatto trapelare. Poi, ci ordinarono di staccare dal capestro l’orribile cadavere di Lutero, di metterlo sul suo letto e di divulgare, dopo, in mezzo al popolo, che il “maestro Lutero” aveva improvvisamente abbandonata questa vita»! Questo è il racconto della morte-suicida di Lutero, fatta dal suo domestico Kudtfeld; un “racconto” che fu pubblicato, ad Anversa, nel 1606, dallo scienziato Sédulius. Il dottor de Coster - subito chiamato! - fu lui che constatò che la bocca di Lutero era contorta, che la parte destra del suo viso era nera e che il collo era rosso e deforme, come se fosse stato appunto strangolato. Questa sua diagnosi la si può verificare su una incisione che Lucas Fortnagel fece subito il giorno dopo la morte di Lutero, e che fu pubblicata da Jacques Maritain nella sua opera: Tre riformatori, a pagina 49 (dell’edizione francese). Lutero, quindi, non morì di morte naturale, come si è falsamente scritto su tutti i libri di storia del protestantesimo, ma morì “suicida” nel suo stesso letto, dopo una lautissima cena in cui, come al solito, aveva bevuto smisuratamente e si era rimpinzato di cibo oltre ogni limite! Sopra il suo letto, un giorno, egli vi aveva scritto: «Papa, da vivo ero la tua PESTE; da morto sarò la tua MORTE»! (Pestis eram vivus, moriens ero mors tua).
Del resto, come poteva morire se non in modo così disperato chi aveva in orrore anche solo il leggere il canone della Messa e che il giorno della sua stessa ordinazione sacerdotale, mentre il suo Vescovo gli conferiva la potestà di consacrare (Accipe potestatem sacrificandi pro vivis et mortuis), si augurava che la terra l’inghiottisse (così ricorda Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia, 20018, con Introduzione di Antonio Pavan e Prefazione di Giovanni Battista Montini, pp. 52-53)?
Nonostante la sua morte suicida, non crediate che sia in Paradiso a godere il pegno dei giusti. Egli, infatti, giace all’Inferno, tormentato di continuo dai demoni, dopo aver rifiutato l’ultima ancora di salvezza che Dio gli aveva offerto. Come abbiamo già ricordato in altra occasione (v. qui).
A questo riguardo assai interessante è il dialogo – vero – tra Lutero e la moglie, la ex monaca Katharina von Bora, come ci è riportata da uno storico, al di sopra di ogni sospetto quale fu Jean-Marie-Vincent Audin, nella sua Storia della vita di Martin Lutero. Ecco la traduzione italiana: «Una sera, le stelle scintillavano di straordinario splendore, il cielo sembrava di fuoco … - Osserva come quei punti luminoso risplendono, disse Caterina a Lutero … Lutero alzò gli occhi – Oh! che viva luce! disse, essa non risplende per noi! – E perché? soggiunse Bora, forse che saremmo privati del regno de’ cieli? Lutero sospirò … - Forse, disse, per punirci perché abbiamo abbandonato il nostro stato - Bisognerebbe dunque ritornarvi? suggiunse Caterina. – È troppo tardi, il carro è impantanato, replicò il dottore, e ruppe il colloquio» (Jean-Marie-Vincent Audin, Storia della vita, delle opere e delle dottrine di Martino Lutero, vol. II, Milano 1842, p. 126. Nella versione francese, Id., Histoire de la vie, des écrits e des doctrines de Martin Luther, vol. II, Paris 1841, p. 278). Lutero aveva, dunque, rimorsi di coscienza per aver abbandonato i suoi voti? Dio, dunque, nella sua infinita misericordia, aveva offerto all’eresiarca un’ultima ancora di salvezza, nella speranza che lo spettacolo del cielo lo inducesse a pentimento ed a resipiscenza per il male commesso, per i voti infranti e per essere stato causa, con le sue empie, dottrine, della dannazione di molte genti ed intere generazioni di uomini.
Che sia dannato, poi, non lo diciamo noi. Ce l’attestano i mistici. Una di queste, come ricordavamo in altre occasioni, fu la Beata Maria Serafina Micheli, elevata agli onori degli altari nel maggio 2011 (v. qui e qui). Come ci racconta don Marcello Stanzione (v. Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele, nonché La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012), nel 1883, la mistica si trovava a passare per Eisleben, nella Sassonia, città natale di Lutero. Si festeggiava, in quel giorno, il quarto centenario della nascita del grande eretico (10 novembre 1483), che spaccò l’Europa e la Chiesa in due, perciò le strade erano affollate, i balconi imbandierati. Tra le numerose autorità presenti si aspettava, da un momento all’altro, anche l’arrivo dell’imperatore Guglielmo I, che avrebbe presieduto alle solenni celebrazioni. La futura beata, pur notando il grande trambusto non era interessata a sapere il perché di quell’insolita animazione, l’unico suo desiderio era quello di cercare una chiesa e pregare per poter fare una visita a Gesù Sacramentato. Dopo aver camminato per diverso tempo, finalmente, ne trovò una, ma le porte erano chiuse. Si inginocchiò ugualmente sui gradini ... d’accesso, per fare le sue orazioni. Essendo di sera, non s’era accorta che non era una chiesa cattolica, ma protestante. Mentre pregava le comparve l’angelo custode, che le disse: “Alzati, perché questo è un tempio protestante”. Poi le soggiunse: “Ma io voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio”. Dopo queste parole vide un’orribile voragine di fuoco, in cui venivano crudelmente tormentate un incalcolabile numero di anime. Nel fondo di questa voragine v’era un uomo, Martin Lutero, che si distingueva dagli altri: era circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e tutti, muniti di martelli, si sforzavano, ma invano, di conficcargli nella testa un grosso chiodo. La suora pensava: se il popolo in festa vedesse questa scena drammatica, certamente non tributerebbe onori, ricordi, commemorazioni e festeggiamenti per un tale personaggio. In seguito, quando le si presentava l’occasione ricordava alle sue consorelle di vivere nell’umiltà e nel nascondimento. Era convinta che Martin Lutero fosse punito nell’Inferno soprattutto per il primo peccato capitale, la superbia.
Vanno perciò rigettati, in quanto erronei, contrari alla fede, maleodoranti, perniciosi, storicamente falsi, che portano all’esaltazione di un’anima reproba ed al danno di tante anime, tutti quegli insegnamenti “magisteriali”, che dipingono l’eresiarca come un sincero cercatore di un rinnovamento spirituale della Chiesa, come un una persona profondamente religiosa che ardeva di ansia apostolica per la salvezza delle anime (forse chi lo dice dimentica i Discorsi conviviali dell’eresiarca … o che aveva avallato la bigamia: v. qui) o come personaggio il cui pensiero sarebbe asseritamente cristocentrico, un personaggio che aveva idee cattoliche, ecc. (su queste ed altri insegnamenti “magisteriali” sull’eresiarca, in piena continuità tra loro, cfr. Lutero e la Riforma: Bergoglio in continuità con Wojtyla e Ratzinger, in UCCRline.it, 16.2.2017). Nulla di più fallace ed erroneo. Non foss’altro perché – come ricordato con un aforisma in altra occasione - anche Lucifero aveva buone intenzioni (dal suo punto di vista ovviamente) ed iniziò bene: era un eccelso angelo! Pure Giuda Iscariota iniziò bene: era un discepolo prescelto da Gesù stesso! Pure Ario o Nestorio iniziarono bene (l’uno era prete e l’altro patriarca di Costantinopoli) ed avevano – inizialmente – idee cattoliche … . Chi dice questo non ha inteso che, nella logica del Vangelo, non è detto che chi inizia bene, finisca parimenti bene. Anzi, è vero il contrario. Nella storia della Chiesa, molti Santi hanno iniziato la vita da grandi peccatori, per poi finire bene. È la logica degli operai dell’ultim’ora.
Non a caso, peraltro, la Chiesa ha sempre invitato i fedeli ad invocare da Dio il dono della perseveranza finale, poiché il momento della morte è quello decisivo, più importante persino della nascita: è quello in cui ci si gioca l’eternità. Poco importa – dinanzi a Dio – cosa si sia stati in vita: ciò che conta è come ci si trovi, in rapporto a Dio, al momento della morte. Per questo, invochiamo la Vergine, nell’Ave Maria, di pregare per noi «adesso e nell’ora della nostra morte» (nunc et in hora mortis nostrae), stante la decisività di quell’istante finale nel quale è in gioco l’eternità.
Nel giorno della morte dell’eresiarca, perciò quanto mai appropriato è questo stralcio dell’intervista a Mons. Schneider, nel quale – in maniera chiara – ricorda come Lutero non possa essere definito un testimone del Vangelo. L’intervista è riportata in Rorate caeli, Feb. 16, 2017.

Lucas Cranach il Giovane, Lutero sul letto di morte, 1546, Niedersächsisches Landesmuseum, Hannover.
Il collo di Lutero appare rigonfio e livido: chiaro sintomo della sua morte da soffocamento


Katharina von Bora in abito da lutto, 1546

Martin Luther is Not A Witness to the Gospel Bishop Schneider on Vatican Document 



CFN Intro: On February 16 Rorate Caeli and Adelante la Fe posted a comprehensive video interview with the well-known conservative Bishop Athanasius Schneider of Kazakistan that runs about 48 minutes. The interview covered a myriad of topics, but CFN is spotlighting Bishop Schneider’s magnificent response regarding a recent Vatican document that names the heresiarch Martin Luther as a witness to the Gospel. We know you will benefit from Bishop Schneider’s forthright commentary (JV).

Question: A controversial document from the Pontifical Council for Christian Unity equates Saint Ignatius of Loyola and Saint Francis of Borgia with Martin Luther, calling him a witness to the Gospel. We as Catholics are aware of the serious damage Luther caused to the Church, what should be our position if our ecclesiastical authorities invite us to consider Luther as a witness to the Gospel?

Bishop Schneider. Well, this document is issued by the Pontifical Council for Christian Unity, this Council has no doctrinal authority. We have no need to take seriously this document, which is objectively wrong. It is against the evidence. We cannot put on the same level Luther and Saint Ignatius. This is a contradiction. Luther cannot be a witness to the Gospel, and the Church will not ask us to accept this because it is only a statement from the pontifical Council so it need not be taken seriously.
When we examine in sincerity and honesty Luther and his work, he caused immense damage to the entire Christianity. He divided Christianity. He is not a witness of the Gospel. He denied almost the entire previous tradition from 1500 years. This cannot be a witness to the Gospel who puts himself as the authority to interpret the Word of God. This is against the Faith which Christ gave us and which the apostles transmitted to us in a basic manner – to reject the Holy Tradition as really a fount of revelation and the entire thinking of the Church which the Holy Ghost guided in the dogmatic and doctrinal issues, and this is the case. Luther did not reject [merely] the disciplinary tradition, the pastoral tradition, but he rejected the fundamental doctrinal tradition of the Church. And the doctrinal tradition of the Church is the Gospel. This is Gospel. And when I reject the substance of the entire Apostolic and immutable constant tradition of the Church (in the case of Luther, 1500 years) I am rejecting the Gospel.
For example, in Kazakistan where I am living there was a holy martyr priest who was beatified, Blessed Oleksa Zarytsky whom my parents had known personally, he blessed me when I was a child. This priest was from the Byzantine Rite, but Catholic. And the Communist asked them not to deny Christ, not to deny the sacraments, but only to deny one point of the Gospel: the primacy of Peter, the papacy (which is in the Gospel). Blessed Oleksa told the tribunal, “If I would deny this point on the primacy of Peter, I will deny entire Gospel. I will be the anti-witness of the entire Gospel.” This is in our time, he died in 1963.
So, in the case of Luther, he rejected the heart of the Church, which is the Eucharist. He rejected the sacrificial essence and substance of the Eucharistic celebration, and this is the heart of the Church – the Eucharist. This is just one example. So how could one be a witness to the Gospel when he rejects the heart of the Church, the sacrificial nature of the Mass itself? 
Luther called the Mass an invention of the devil, a blasphemy. He called the papacy an invention of satan. How can we name this person as a witness? When we do this, we don’t believe in the sacrificial character of the Mass, or we don’t believe in the primacy of Peter, or we don’t believe in the Catholic manner of the unchangeable doctrinal tradition of the Church, or we are committing a lie and playing only a game of political correctness. This is very dishonest. Or we have an intellectual position of relativism, that truth and untruth are the same. And so in this case when this document from the Pontifical Council states that Luther is more or less the same level as St. Ignatius, they are putting truth and error at the same level. This is the position of philosophical and theological relativism. And this is very dangerous.
So I think we need not take this document seriously, because it has no doctrinal authority. It is in itself contradictory and completely wrong. This document will not last for many years. Because the Church is more powerful, the unchangeable truth is more powerful than this weak and very wrong document. It will pass away with time.

Fonte: Catholic Family News, Feb. 17, 2017

mercoledì 15 febbraio 2017

"O lingua benedicta" - Antifona nella Traslazione delle reliquie di S. Antonio o Festa della Lingua



A Padova la Traslazione delle sacre reliquie di sant’Antonio di Padova, Prete dell’Ordine dei Minori, Confessore e Dottore della Chiesa. Nell’aprire la cassa di ruvido legno che conteneva le venerande spoglie, san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dei Minori, che presiedeva la sacra funzione si accorse con stupore che la lingua del santo era incorrotta. Mostrando la preziosa reliquia ai fedeli, esclamò: «O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio».







In onore di S. Antonio da Padova (o da Lisbona):



martedì 14 febbraio 2017

Nel 72° anniversario del battesimo di Eugenio Zolli un suo aforisma


Il 13 febbraio 1945 l'ex Rabbino Capo di Roma, Israel Zolli, rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo ricevendo il santo Battesimo. In onore dell'allora regnante Pio XII assume il nome di Eugenio Pio.
La luce di Cristo aveva rischiarato le tenebre di un altro Saulo e da un Giudeo incallito aveva nuovamente tratto un Cattolico integrale (FONTE).
Per questo sarà condannato ad una sorta di damnatio memoriae da parte dei suoi ex correligionari ed anche .... dalla neo-chiesa. 

lunedì 13 febbraio 2017

Gesù risponde ai Dubia; causa finita

Le letture di ieri, VI domenica del tempo ordinario (Anno A) secondo il calendario del Novus Ordo montiniano (nel calendario tradizionale ieri era la Domenica di Settuagesima!) cadevano a pennello sul tema su cui da mesi si dibatte e cioè se sia lecito o no ad un divorziato risposato accedere o meno alla Comunione in ragione della c.d. misericordia.
Le letture di ieri, ebbene, non davano adito a dubbi di sorta né ammettevano eccezioni o un discernimento “caso per caso”.
Non sarà, del resto, un caso se il vescovo di Roma Bergoglio si sia guardato bene dal commentare il passo evangelico matteano «chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio». Egli si è soffermato solo su quello precedente cioè dei pensieri impuri, trovando – evidentemente – sconveniente soffermare l’attenzione sul passo successivo molto esplicito e decisamente in rotta con la sua esortazione Amoris laetitia. Non sarà neppure un caso che anche i predicatori ieri, commentando le letture, o semplicemente abbiano – come il Nostro – “dimenticato” il punto dolente oppure abbiano cercato di dargli un significato diverso da quello del testo stesso.
In verità, quel testo evangelico è la pietra d’inciampo dell’intero apparato dell’Amoris laetitia; pietra d’inciampo che non ammette repliche, visto che si tratta delle parole esplicite di Nostro Signore. Ogni replica equivarrebbe a riscrivere il Vangelo ed a sostituirsi – con superbia – al Signore stesso.


Significativamente un vescovo di Bismarck, negli Stati Uniti, Mons. David Kagan, ha scritto su twitter: “Leggete il Vangelo di oggi. Non c’è da sorprendersi che la Chiesa abbia sempre insegnato che i divorziati e risposati non possono ricevere la Santa Comunione. Sesto comandamento” (cfr. Marco Tosatti, A.L. Un vescovo USA: il Vangelo di ieri spiega perché la Chiesa ha sempre negato la Comunione ai divorziati risposati, in Stilum Curiae, 12.2.2017). Insomma, il fedele comune, sentendo queste parole delle letture, trova difficile fare due più due eguale a cinque. Sarebbe da eretici cercare, nelle parole chiare e definitive di Gesù, delle eccezioni, che Egli non ha ammesso. Cfr. Antonio Socci, Domenica scorsa in tutte le chiese cattoliche è stato letto un formidabile “manifesto” che demolisce tutto il bergoglismo. Era nelle letture della Messa, in blog Lo Straniero, 13.2.2017.





Gesù risponde ai Dubia; causa finita


Nelle letture odierne il vangelo parla molto chiaro. Dal libro del Siracide: “… a nessuno ha dato il permesso di peccare”;
Dal Vangelo: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli…”.


venerdì 10 febbraio 2017

10 febbraio 1880 - pubblicazione dell'enciclica "Arcanum divinae" del Sommo Pontefice Leone XIII

Il 10 febbraio 1880 Sua Santità Leone XIII pubblica l’enciclica “Arcanum divinæ” sul Matrimonio cristiano. Il Sommo Pontefice esalta il valore del Matrimonio, elevato da Gesù alla dignità di Sacramento; ricorda l'origine divina delle istituzioni matrimoniali e famigliari; passa in rassegna alcune devianze diffuse tanto nel popolo ebreo quanto fra i Gentili come la poligamia, l’eccessivo potere del "pater familias", la degradazione della donna, il concubinato, il divorzio; riafferma con chiarezza gli scopi e la disciplina del matrimonio cristiano; condanna il matrimonio civile e il divorzio, affermando che alla sola Chiesa Cattolica spetta la potestà legislativa e giudiziaria sul tema.




Franz Seraph von Lenbach, Ritratto di Leone XIII, 1885, Ambasciata di Germania presso la Santa Sede, Roma

10 febbraio 1928 - Martirio di San José Sánchez del Río






10 febbraio 1939 - Pio trapasso del Sommo Pontefice Pio XI

Come scrive un nostro affezionato lettore, il 10 febbraio 1939 moriva in Vaticano, dopo diciassette anni di Pontificato, Sua Santità Papa Pio XI Ratti. Ricordiamo con preghiere di suffragio questo illustre successore di san Pietro, araldo di Verità e di Pace in un tempo ammorbato da errori pestilenziali e scosso dai venti di sanguinose guerre.




Il Marchese Camillo Serafini, Governatore della Città del Vaticano (1929-52) annuncia la morte del Papa


In ricordo delle vittime delle foibe

"L'insulso baratto" (vignetta di Gigi Vidris, "El Spin" di Pola, 1946)
Muri democratici:

Benedizione alla mamma - Una scena commovente alle porte di Gorizia, la dove passa il confine. Un giovane prete italiano, don Breceli, che al mattino ha celebrato la prima messa, si avvicina al reticolato di frontiera, di là del quale lo aspetta sua madre, residente in territorio jugoslavo e unica superstite della famiglia massacrata nella lotta partigiana. Inginocchiatasi la donna, il figlio, attraverso l’invalicabile barriera, le impartisce la benedizione. (La Domenica del Corriere, 23 aprile 1950).

Preghiera per i martiri delle foibe

composta nel 1959 da Mons. Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste e Capodistria.


O Dio, Signore della vita e della morte, della luce e delle tenebre, dalle profondità di questa terra e di questo nostro dolore noi gridiamo a Te. Ascolta, o Signore, la nostra voce.
De profundis clamo ad Te, Domine. Domine, audi vocem meam.
Oggi tutti i Morti attendono una preghiera, un gesto di pietà, un ricordo di affetto. E anche noi siamo venuti qui per innalzare le nostre povere preghiere e deporre i nostri fiori, ma anche per apprendere l’insegnamento che sale dal sacrificio di questi Morti.
E ci rivolgiamo a Te, perché tu hai raccolto l’ultimo loro grido, l’ultimo loro respiro.
Questo calvario, col vertice sprofondato nelle viscere della terra, costituisce una grande cattedra, che indica nella giustizia e nell’amore le vie della pace.
In trent’anni due guerre, come due bufere di fuoco, sono passate attraverso queste colline carsiche; hanno seminato la morte tra queste rocce e questi cespugli; hanno riempito cimiteri e ospedali; hanno anche scatenato qualche volta l’incontrollata violenza, seminatrice di delitti e di odio.
Ebbene, Signore, Principe della Pace, concedi a noi la Tua Pace, una pace che sia riposo tranquillo per i Morti e sia serenità di lavoro e di fede per i vivi.
Fa che gli uomini, spaventati dalle conseguenze terribili del loro odio e attratti dalla soavità del Tuo Vangelo, ritornino, come il figlio prodigo, nella Tua casa per sentirsi e amarsi tutti come figli dello stesso Padre.
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il Tuo Nome, venga il Tuo regno, sia fatta la Tua volontà.
Dona conforto alle spose, alle madri, alle sorelle, ai figli di coloro che si trovano in tutte le foibe di questa nostra triste terra, e a tutti noi che siamo vivi e sentiamo pesare ogni giorno sul cuore la pena per questi nostri Morti, profonda come le voragini che li accolgono.
Tu sei il Vivente, o Signore, e in Te essi vivono. Che se ancora la loro purificazione non è perfetta, noi Ti offriamo, o Dio Santo e Giusto, la nostra preghiera, la nostra angoscia, i nostri sacrifici, perché giungano presto a gioire dello splendore dei Tuo Volto.
E a noi dona rassegnazione e fortezza, saggezza e bontà.
Tu ci hai detto: Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia, beati i pacificatori perché saranno chiamati figli di Dio, beati coloro che piangono perché saranno consolati, ma anche beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati in Te, o Signore, perché è sempre apparente e transeunte il trionfo dell’iniquità.
O Signore, a questi nostri Morti senza nome ma da Te conosciuti e amati, dona la Tua pace. Risplenda a loro la Luce perpetua e brilli la Tua Luce anche sulla nostra terra e nei nostri cuori. E per il loro sacrificio fa che le speranze dei buoni fioriscano.
Domine, coram te est omne desiderium meum et gemitus meus te non latet.
Così sia.

“Colei che amò di più”. Santa Scolastica

«… plus potuit, quæ amplius amavit» (san Gregorio Magno, Dialogorum Libri IV De Vita et Miraculis Patrum Italicorum, lib. II, cap. XXXIII, in PL 66, col. 196A, ora in Id., Vita di san Benedetto e la Regola7, trad. it. di PP. Benedettini di Subiaco (a cura di), con Introduzione di Attilio Stendardi, Roma 2006, p. 98). Con queste semplici parole, il santo papa Gregorio Magno motivò il miracolo che Santa Scolastica, sorella gemella del Patriarca San Benedetto, ottenne da Dio perché il fratello si trattenesse ancora presso di lei, durante il suo ultimo colloquio.
Nella festa di questa Santa, condividiamo questo contributo.



Ascanio Spineda, S. Benedetto accoglie S. Mauro, con S. Scolastica, 1625-30, Padova

Alessandro Tiarini, S. Scolastica, 1649 circa, Bologna


Ludovico Antonio David, Crocifisso tra i SS. Scolastica, Benedetto, Placido, Gaetano da Thiene, Mauro, Candida e Tecla, 1667, Bergamo

Girolamo Troppa, Madonna del Rosario con i SS. Benedetto e Scolastica, 1692, Chiesa di S. Maria del Popolo, Cittaducale

Ambito dell'Italia centrale, Madonna col Bambino con i SS. Benedetto e Scolastica, XVII-XVIII sec., Gubbio

Ambito veneto, Transito di S. Scolastica, 1710 circa, Adria

Girolamo Pesci, Assunta tra i SS. Silvestro papa, Scolastica, Benedetto e Margherita d'Antiochia, 1753, Chiesa di S. Scolastica, Rieti 

Ambito umbro, Colloquio di S. Benedetto con S. Scolastica, 1740-60, Orvieto

Giuseppe Velasco, S. Scolastica in estasi, 1772-75, Nicosia

Agostino Ugolini, S. Agostino tra i SS. Benedetto, Scolastica, Chiara da Montefalco e Placido, 1783, Duomo di Santa Sofia, Lendinara

Ambito laziale, S. Scolastica, 1790-99, Sabina

Giuseppe Di Giovanni, Conversazione di S. Scolastica con S. Benedetto, XIX sec., collezione privata

“Colei che amò di più”. Santa Scolastica

di Elena Nobis

Santa Scolastica è la sorella gemella del famoso Padre del monachesimo d’Occidente. Del legame naturale dei due Santi, rinsaldatosi mirabilmente nella comune vocazione soprannaturale che li ha resi uno in Cristo per l’eternità, parla san Gregorio con accenti toccanti ed edificanti.

«Poté di più colei che amò di più». Questa frase, tratta dai Dialoghi di san Gregorio Magno (Dialoghi, 11,3), esprime bene la personalità della Santa: forte, volitiva e tutta protesa verso il suo Signore, tanto da piegarlo a compiere i suoi santi desideri.
Scolastica, sorella gemella di Benedetto da Norcia, nacque intorno al 480 da Eutropio Anicio, discendente dall’antica famiglia romana degli Anicii, Capitano Generale romano nella regione di Norcia, e da Claudia Abondantia Reguardati, contessa di Norcia, la quale morì subito dopo aver dato alla luce i due gemelli. 
Contrariamente all’uso del tempo, che prevedeva il Battesimo in età adulta, i due fratelli furono battezzati in tenera età. Il padre, quando Scolastica era bambina, fece voto di destinarla alla vita monastica. Come il fratello si sentì attratta, fin dalla fanciullezza ad una vita interamente consacrata a Dio. È probabile che la risoluta partenza di Benedetto l’abbia indotta a seguirne le orme in una forma di vita consona alla sua indole e al suo ideale cristiano. Il loro legame di sangue divenne ancor più saldo nella comune vocazione che li rendeva uno in Cristo per l’eternità.
Della sua vita si conoscono solo poche vicende agiografiche riportate nel II Libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno, il quale, però, vuole tramandare esempi di santità prevalentemente riguardanti san Benedetto, definito con ragione Padre e icona del monachesimo occidentale. L’esordio della vita e della vocazione di Scolastica lo si può dunque rinvenire seguendo le orme del fratello.
Secondo quanto narrato da san Gregorio Magno, all’età di dodici anni Scolastica fu mandata a Roma assieme al fratello per compiere gli studi classici, ma entrambi restarono profondamente turbati dalla vita dissoluta che vi si menava. Benedetto, per primo, decise di abbandonare gli studi per darsi alla vita eremitica. Scolastica, unica erede del cospicuo patrimonio famigliare, rinunciò ai beni terreni e chiese al padre di entrare in un Monastero vicino a Norcia. Il padre, pur soffrendo molto per la separazione dalla figlia, memore del voto fatto, non vi si oppose.
Qualche anno dopo la Santa raggiunse il fratello a Subiaco e, quando Benedetto fondò l’Abbazia di Montecassino, fondò a circa 7 km il Monastero di Piumarola dove, assieme alle consorelle, seguì la Regola di san Benedetto, dando vita al ramo femminile dell’Ordine Benedettino.
Una delle maggiori preoccupazioni della Santa riguardava l’osservanza del silenzio, che le faceva evitare con ogni cura soprattutto la conversazione con persone estranee al Monastero, anche se devote. E a chi la visitava soleva ripetere: «Tacete, o parlate di Dio, poiché quale cosa in questo mondo è tanto degna da doverne parlare?».
I due fratelli avevano la consuetudine d’incontrarsi una volta all’anno – forse durante il tempo pasquale per la gioia di incontrarsi nella luce di Cristo risorto – in una casa a metà strada tra i due Monasteri, divenuta poi luogo di culto per molto tempo. San Gregorio racconta che l’ultimo di questi incontri avvenne il 6 febbraio 547, pochi giorni prima di morire. In quell’occasione, Scolastica si mostra quanto mai avida di stare con il fratello per parlare delle gioie del Cielo, ma Benedetto, ligio alla norma che prevedeva il rientro in Monastero prima di sera, rifiuta di protrarre il colloquio spirituale fino al mattino, per non infrangere la Regola. Sentendosi ormai prossima alla morte, santa Scolastica altro non desidera che Dio, la comunione con Lui nella luce del suo Regno. È di questo che desidera ardentemente discorrere con il santo fratello. Non sta forse anche scritto nella Regola: «Desiderare con tutto l’ardore dell’animo la vita eterna»? (Regola Benedettina, 4,46). Il forte afflato escatologico che caratterizza la spiritualità della Regola raggiunge in santa Scolastica la massima intensità. Traluce, infatti, da questo episodio la consuetudine che la Santa aveva alle veglie di meditazione e di preghiera. La preghiera, che scaturisce da un cuore puro e ardente, vince l’austerità del fratello. Con la sua ardente preghiera Scolastica realizza quanto Benedetto ha scritto nella Regola: «Non dobbiamo forse elevare con tutta umiltà e sincera devozione la nostra supplica a Dio, Signore dell’universo? E rendiamoci ben consapevoli che non saremo esauditi per le nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e la compunzione fino alle lacrime» (Regola 20,2-3). Con la sua supplica e le sue abbondanti lacrime, la Santa implora il Signore di non lasciar partire il fratello e ottiene un repentino mutamento atmosferico. Immediatamente, infatti, si scatena un violentissimo temporale che costringe Benedetto a restare. La pioggia scrosciante gli impedisce di ripartire concedendo a santa Scolastica la consolazione di rimanere più a lungo con lui per pregustare, nella contemplazione, le gioie celesti. I due rimangono, dunque, in sante conversazioni per tutta la notte. Riportiamo qualche stralcio della mirabile narrazione di san Gregorio Magno:«La sua sorella di nome Scolastica, consacrata al Signore onnipotente fin dalla più tenera età, soleva fargli visita una volta all’anno. L’uomo di Dio scendeva ad incontrarla in una dipendenza del monastero, non molto lontano dalla porta. Un giorno, dunque, come di consueto ella venne, e il suo venerabile fratello, accompagnato da alcuni discepoli, scese da lei. Trascorsero l’intera giornata nella lode divina e in colloqui spirituali, e quando ormai stava per calare l’oscurità della notte, presero cibo insieme. Sedevano ancora a mensa conversando di cose sante, e ormai s’era fatto tardi, quando la monaca sua sorella lo supplicò dicendo: “Ti prego, non lasciarmi questa notte; rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della vita celeste”. Ma egli le rispose: “Che dici mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori dal monastero”. Il cielo era di uno splendido sereno: non vi si scorgeva neppure una nuvola. Udito il rifiuto del fratello, la monaca pose sulla mensa le mani intrecciando le dita e reclinò il capo. Quando rialzò la testa, si scatenarono tuoni e lampi così violenti e vi fu un tale scroscio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i fratelli che erano con lui poterono metter piede fuori della casa in cui si trovavano. La vergine consacrata, reclinando il capo sulle mani, aveva sparso sulla mensa un tale fiume di lacrime da volgere in pioggia, con esse, il sereno del cielo. [...] L’uomo di Dio, vedendo che in mezzo a tali lampi, tuoni e tanta inondazione d’acqua non poteva affatto ritornare al monastero, cominciò a rammaricarsene e, rattristato, le disse: “Dio onnipotente ti perdoni, sorella. Che hai fatto?”. Ma ella rispose: “Vedi, io ti ho pregato, e tu non hai voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero”. Ma egli, non potendo uscire dal coperto, fu costretto a rimanere suo malgrado là dove non aveva voluto fermarsi di sua spontanea volontà. Passarono così tutta la notte vegliando e saziandosi reciprocamente di sante conversazioni concernenti la vita dello spirito. [...] Egli [Benedetto] si trovò davanti a un miracolo operato per la potenza di Dio dal cuore ardente di una donna». San Gregorio conclude l’episodio con la celebre frase: «Poté di più, colei che più amò» (Dialoghi, II, c. 33). Esiste ancora la cosiddetta Cappella del Colloquio, dietro la quale recenti scavi hanno riportato alla luce i resti di una piccola basilica absidata.
Sempre nei Dialoghi si narra che san Benedetto seppe della morte della sorella, avvenuta tre giorni dopo l’incontro, attraverso un segno divino: in direzione di Piumarola, ne vide l’anima penetrare nelle altezze dei Cieli sotto le sembianze di una candida colomba. Il Santo la fece portare a Montecassino e seppellire nella tomba che era stata preparata per lui e dove anch’egli fu sepolto poco tempo dopo. E «come la mente loro sempre era stata unita in Dio – commenta san Gregorio Magno –, nel medesimo modo li corpi furono congiunti in uno stesso sepolcro».
Dalla narrazione dei Dialoghi si possono evincere i tratti del carattere di santa Scolastica: dolcezza, costanza e perfino audacia nel chiedere quanto desidera, prima al fratello e poi a Dio. È dotata anche di una vena di fine umorismo quando, nel costatare l’avvenuto miracolo, gli fa notare che mentre le preghiere rivolte a lui sono cadute nel vuoto, quelle rivolte al suo Dio erano state ascoltate. Si intuisce qui la sua profonda unione con il Signore, che si degna di esaudirne all’istante la preghiera. Evidentemente era stata una sposa fedele di Cristo, che aveva servito generosamente in povertà, umiltà, obbedienza, fede e carità.