domenica 18 febbraio 2018

In morte (eterna) dell'eresiarca Martin Lutero

Il 18 febbraio 1546 moriva a Eisleben, sua città natale, l'eresiarca Martin Lutero. Ricordiamo questo nemico di Dio con un divertente aneddoto riportato dal Bellarmino (anche Dio ed i Santi hanno il senso dell'humor!):

"Super áspidem et basilíscum ambulábis, et conculcábis leónem et dracónem" (Tract., Ps. 90)

Su indicazione di un nostro amico sul Tratto di questa domenica:




Basamento della Cattedra Romana, Basilica di S. Giovanni in Laterano, Roma: il Papa, nella sua funzione catecontica, siede trionfatore sull'aspide, sul leone, sul dragone e sul basilisco del salmo 90 (91), 13

Giuliano Zoroddu, Enigma Katèchon: l’Anticristo, l’Impero Romano, il Papato, in Radiospada, 12.1.2018. Cfr. Il salmo XC nella liturgia della I domenica di Quaresima, in Traditio Marciana, 17.2.2018.

venerdì 16 febbraio 2018

Un antico strumento penitenziale: la "virgula poenitentiaria"

Uno strumento penitenziale molto in auge in passato, specie durante la Quaresima, è la c.d. virgula pœnitentiaria. Con essa il penitenziere (nella Basilica di S. Pietro il Cardinale Penitenziere Maggiore) o i confessori toccavano il capo dei fedeli penitenti, cui conseguiva la concessione di particolari indulgenze. Le sue origini, verosimilmente, sono da ricercarsi nell’antica pratica romana di affrancazione dello schiavo nota come manumissio vindicta, mediante la quale il magistrato, dinanzi alla volontà del padrone di liberare lo schiavo, toccava il capo di quest’ultimo con una verga, rendendolo libero. In seguito, la verga, nell’ambito ecclesiastico, era adoperata, oltre come strumento penitenziale come detto innanzi, anche per tenere ordine e mantenere l’attenzione durante le prediche. Tale mezzo, nell’uno e nell’altro uso, era specialmente in auge nel Meridione e nelle Spagne. L’uso di questa verga durante le prediche è ancora oggi ricordato in Sardegna.
Per ogni colpo di questa canna sul capo dei penitenti, i papi Benedetto XIV (bolla Pastor bonus, 13.4.1744, § 50) e Clemente XIV concessero cento giorni di indulgenze, tanto per il penitenziere quanto per il penitente. Fu abolita il 29 aprile 1967.


Virgula pœnitentiaria della Basilica di S. Maria Maggiore, Roma

Il Cardinale Nicola Canali, Penitenziere Maggiore, adopera la virgula pœnitentiaria durante una cerimonia penitenziale della Quaresima dell'Anno Santo 1950




Sede del Cardinale Penitenziere Maggiore nella Basilica di S. Pietro in Vaticano, Roma. Su questo tronetto sedeva il Cardinale Penitenziere Maggiore e da esso adoperava la virgula.

giovedì 15 febbraio 2018

Il Grande Canone di S. Andrea di Creta

Tradizionalmente, durante la Grande Quaresima, i cristiani dell’Oriente cristiano viene cantato il Grande Canone di S. Andrea di Creta, all’inizio ed alla fine del periodo quaresimale.

Rilanciamo anche noi questo contributo al riguardo.


Il Grande Canone di S. Andrea di Creta


Il Grande Canone di S. Andrea di Creta (in greco μγας Κνων γου Ανδρου Κρτης; in slavo Великий Канон святого Aндрея Критского) è un lungo poema quaresimale (250 tropari contro i 30 di un canone normale), un inno al pentimento e alla contrizione di cuore, composto tra VII e VIII secolo dal santo vescovo cretese, un insieme di riflessioni, ricordi, citazioni di tutto l’Antico Testamento, mozioni di cuore, suppliche a Dio affinché abbia misericordia di noi peccatori, come ben s’intuisce dallo stico con cui il coro intercala ogni tropario: λησν με Θες, λησν με! (slavo: Помилуй мя Боже, помилуй мя), ossia “Abbiate misericordia di me, o Dio, abbiate misericordia di Dio”.
Questo canone, entrato nel cuore di tutti i cristiani bizantini, si canta durante la Grande Quaresima in due momenti: all’inizio, dal lunedì al giovedì della ‘settimana pura’ (ossia, guardando alle rispettive date del rito romano, dal lunedì di Quinquagesima al giovedì dopo le Ceneri), diviso in quattro parti, durante il lungo e suggestivo officio della Grande Compieta (Μέγα πόδειπνο); alla fine, il giovedì della quinta settimana, durante la veglia notturna (nelle parrocchie si anticipa al mercoledì sera), quando lo si canta integralmente, le cui odi sono intercalate per altro da altri tropari di composizione ecclesiastica successiva, e arricchite da tropari in memoria di S. Andrea di Creta e di S. Maria Egiziaca, santa asceta egiziana del IV-V secolo, esempio fulgido di pentimento e conversione, cui è dedicata la quinta settimana di Quaresima nella tradizione orientale. In questo modo, dunque, questo lungo e probante ufficio segna l’inizio e il termine della Quaresima per un cristiano bizantino. Un vescovo di Smirne lo definì come “uno squillo di tromba che cerca di portare l’uomo alla consapevolezza del suo peccato e condurlo al pentimento e alla conversione a Dio”. Prosegue poi: “Il Grande Canone è un inno di profondo scontro e di scioccante pentimento. L’uomo sente il peso del peccato, comprende che la sua amara vita è lontana dal Dio vivente; si comprende la dimensione tragica di alienazione della natura umana nella caduta e la distanza da Dio. Cade a pezzi. Sprofonda, si riduce in cenere. Ma si sta preparando la salvezza, perché apre a sé la via del pentimento. La via che porta all’esistenza umana di Dio, la fonte della vita vera e la pienezza dell’ineffabile carità e della gioia indicibile”.
L’intensità drammatica del poeta è veramente notevole: vengono presentate decine di esempi dalla Scrittura, alcuni dei quali magari citati in un solo versetto del Pentateuco, per cui a noi moderni potrebbero ad un primo sguardo risultare ignoti, esempi positivi e negativi, di virtù e di peccato, nell’arcaica storia della Salvezza. Il Canone presenta le classiche caratteristiche, dunque, della liturgia quaresimale e orientale e occidentale, ossia un continuo riferimento alle vicende d’Israele, alle quali dobbiamo guardare come un antico modello del popolo eletto, il quale ora non sono più i Giudei, ma siamo noi battezzati in Cristo, i quali, nondimeno, come il ‘popolo di dura cervice’, non manchiamo di offendere e allontanarci dal nostro Creatore, al quale dobbiamo ritornare con cuore umiliato e pentito, se vorremo salvarci. Il poema, nel complesso, è caratterizzato da un ricco lirismo e da elementi poetici notevoli: le descrizioni scattanti, con immagini che colpiscono, gli esempi, il simbolismo efficace e vivo, la lingua combinata con il canto triste e solenne, conferisce un fascino unico a questo componimento, veramente una fonte di grazia che colpisce nel cuore chi lo legge o lo ascolta. L’uso di domande retoriche e l’introduzione di dialoghi, spesso usati dal poeta, conferiscono al Canone un grande dramma. I ritratti biblici sono abbozzati con grazia, presentando al contempo la vicenda e le considerazioni morali, in una sintesi chiara ed immediata. Ma dobbiamo ricordarci che l’autore parla anzitutto a se stesso, descrivendo con tinte fosche il suo pensiero, ammettendo i suoi gravi peccati e mancanze, presentando la sua situazione personale come la condizione generale dell’essere umano. Ed effettivamente, il Canone calza all’anima di chiunque, essendo impossibile all’uomo non peccare, dopo la macchia originale. S. Andrea fu in vita sua un eretico: egli cionondimeno si pentì, e dedicò la sua vita al ministero ecclesiastico. Egli sa dunque quale fosse il suo sentimento Ma qualunque uomo ha le sue mancanze, le sue colpe davanti all’Altissimo, e qualunque uomo non può fare a meno che riconoscersi nelle scure parole di questo Canone.
Di seguito riporto una sintesi commentata del contenuto delle singole odi del Canone, scritta da Sua Beatitudine Manuel Nin, attuale Eparca della Chiesa Greco-Cattolica Bizantina, quando ancora era assistente spirituale dei greci cattolici a Roma:
Nella prima ode la vicenda di Adamo ed Eva e di Caino e Abele è intrecciata alle parabole del Figliol prodigo e del Buon Samaritano: “Avendo emulato nella trasgressione Adamo, il primo uomo creato, mi sono riconosciuto spogliato di Dio, del regno e del gaudio eterno, a causa del mio peccato. Ahimé, anima infelice! Perché ti sei fatta simile alla prima Eva? Hai toccato l’albero e hai gustato sconsideratamente il cibo dell’inganno. Cadendo con l’intenzione nella stessa sete di sangue di Caino, sono divenuto l’assassino della mia povera anima. Consumata la ricchezza dell’anima con le dissolutezze, sono privo di pie virtù, e affamato grido: O padre di pietà, vienimi incontro tu con la tua compassione. Sono io colui che era incappato nei ladroni, che sono i miei pensieri, mi hanno riempito di piaghe: vieni dunque tu stesso a curarmi, o Cristo”.
Ancora le figure di Adamo ed Eva sono accostate nella seconda ode a quelle del pubblicano e della prostituta: “Ho oscurato la bellezza dell’anima con le voluttà passionali, e ho ridotto totalmente in polvere il mio intelletto. Ho lacerato la mia prima veste, quella che ha tessuta per me il creatore. Ho indossato una tunica lacerata, quella che mi ha tessuto il serpente col suo consiglio, e sono pieno di vergogna. Anch’io ti presento, o pietoso, le lacrime della meretrice: siimi propizio, o salvatore, nella tua amorosa compassione. Anche le mie lacrime accogli, o salvatore, come unguento. Come il pubblicano a te grido: Siimi propizio!”.
Vengono poi presentate nelle odi successive la fede di Abramo, la scala di Giacobbe, la figura di Giobbe, la croce come luogo dove Cristo rinnova la natura decaduta dell’uomo, l’esperienza del deserto e delle infedeltà del popolo e dei re d’Israele, e Cristo che guarisce e salva: “Crocifisso per tutti, hai offerto il tuo corpo e il tuo sangue, o Verbo: il corpo per riplasmarmi, il sangue per lavarmi; e hai emesso lo spirito, per portarmi, o Cristo, al tuo genitore. Hai operato la salvezza in mezzo alla terra. Per tuo volere sei stato inchiodato sull’albero della croce e l’Eden che era stato chiuso, si è aperto”.
L’ottava ode canta i grandi penitenti dell’Antico e del Nuovo Testamento: “Hai sentito parlare, o anima, dei niniviti, della loro penitenza in sacco e cenere davanti a Dio: tu non li hai imitati, ma sei stata più stolta di tutti coloro che hanno peccato prima e dopo la Legge. Come il ladrone, grido a te: Ricordati! Come Pietro, piango amaramente; perdonami, salvatore, a te io grido come il pubblicano; piango come la meretrice: accogli il mio gemito”.
Infine, nell’ode nona è presentato tutto il mistero salvifico di Cristo che guarisce, chiama l’umanità per seguirlo e salva: “Ti porto gli esempi del Nuovo Testamento, o anima, per indurti a compunzione: Cristo si è fatto uomo per chiamare a penitenza ladroni e prostitute. Cristo si è fatto bambino secondo la carne per conversare con me, e ha compiuto volontariamente tutto ciò che è della natura, eccetto il peccato”.
Il grande canone di Andrea di Creta racconta la storia della salvezza operata da Dio verso ognuno di noi. In un testo che ci mette davanti i diversi aspetti con cui la Chiesa lungo la quaresima ci confronta, cioè la misericordia di Dio e per mezzo di essa il nostro cammino di ritorno a Dio, avendo Cristo stesso come pastore e come guida, che finalmente il giorno di Pasqua prende di nuovo per mano Adamo ed Eva per farli uscire dagli inferi e riportarli nel paradiso.

Per chi fosse interessato, fornisco il pdf del testo greco (forma integrale). Chi volesse cercare le suddivisioni per singoli giorni del canone, le trova in slavo ecclesiastico QUI. Per la traduzione, invece, invito a fare riferimento a questo sito. Faccio presente che tra le tre versioni potrebbero esserci delle minime variazioni testuali (per esempio, nel testo slavo vi sono alcuni tropari che non compaiono nel testo greco perché considerati spurii).
Allego anche due video di celebrazioni del Grande Canone, una in slavo (officiata dal Patriarca di tutte le Russie Kirill) e una in greco (ma senza immagini). Si tenga conto che nelle ferie del tempo quaresimale gli slavi utilizzano i paramenti neri in segno di macerazione della carne, mentre i greci usano il viola per indicare la penitenza come i latini. 



mercoledì 14 febbraio 2018

"Attende Domine, et miserere", un inno che già dice "Quaresima"





Un pensiero ed un proposito quaresimale in un aforisma di S. Agostino


Fonte: Oggi inizia il tempo di Quaresima: una palestra per l'anima e per il corpo, in Chiesa e postconcilio, 14.2.2018

Storia, pratica e decadenza del digiuno quaresimale

Rilanciamo quest’interessante breve saggio.
Ricordiamo e raccomandiamo i precetti di digiuno ed astinenza cui sono tenuti i fedeli (v. qui e qui).



Storia, pratica e decadenza del digiuno quaresimale

Non è qui necessario rimembrare la grandissima utilità spirituale del digiuno come pratica di penitenza e mortificazione, i frutti che esso porta, e la necessità di praticarlo da parte dei Cristiani. Sin dai primi tempi, distaccandosi dagli usi giudaici, fu stabilito che i Cristiani non avessero cibi proibiti di per sé, ma dovessero osservare un rigoroso digiuno due volte alla settimana, il mercoledì (giorno del tradimento) e il venerdì (giorno della Crocifissione); a questi si aggiunse anche il sabato nella tradizione latina. Contemporaneamente, è invalso anche l’uso di osservare dei periodi di digiuno, periodi che servono a preparare spiritualmente e fisicamente il fedele alla celebrazione dei grandi misteri della Religione. Già dal IV secolo, come attesta S. Atanasio, era uso di osservare 40 giorni di digiuno per prepararsi alla Santa Pasqua, donde il nome di Quadragesima o Τεσσερακοστὴ.
I primi cristiani praticavano il digiuno quaresimale per 40 giorni di seguito (anche se sabati e domeniche non erano considerati giorni di digiuno, e per questi i giorni reali erano almeno 46, da cui si dovevano poi sottrarre i sopraddetti giorni liberi), seguendo una dura regola che ci viene descritta per filo e per segno in alcuni documenti del X secolo (riferentesi di per sé al digiuno per chi si preparava a ricevere gli Ordini Sacri), riassumibile in tre punti principali:
- Un pasto solo al giorno, consumato rigorosamente dopo il tramonto;
- Divieto di consumo di qualsiasi prodotto di derivazione animale (carne, uova, latticini, grassi animali etc.);
- Divieto di consumo di alcolici.
Ciò che stupisce, leggendo le cronache antiche, è che chiunque, persino il contadino che lavorava nei campi per ore e ore anche durante la Quaresima, osservava rigorosamente il digiuno. La struttura fisica degli uomini di un tempo era sicuramente molto più robusta di quella dei nostri contemporanei, per permettere loro di compiere duri lavori a stomaco vuoto e senza proteine animali, potremmo dire; resta nondimeno il fatto che in Occidente si è visto un progressivo ammorbidimento delle normative circa il digiuno, alla qual cosa può essere (a mio modesto parere) imputabile anche l’indebolimento generale della nostra struttura fisica, che oggi fatica alquanto a restare senza determinati cibi per giorni e giorni, o senza cibo anche solo per poche ore. La debolezza di fisico è infatti la conseguenza della riduzione del digiuno, non già la causa, che va ricercata nello zelo scemante della società. Il punto di arrivo è l’assurdo digiuno prescritto dalla costituzione apostolica Paenitemini emanata da Papa Montini nel 1966, peraltro ad oggi messa in pratica da ben pochi tra i cattolici moderni, a dispetto dell’estrema rilassatezza del digiuno da essa previsto. Limitandosi ad osservare le norme per la Quaresima, ignorando il resto dell’anno, possiamo notare che per i cattolici conciliari i giorni di digiuno durante la Quaresima si riducono da 40 a 2, più 6 astinenze senza digiuno. Questa aberrazione, per cui possiamo realmente dire che i cattolici moderni non hanno né un vero digiuno né una vera Quaresima, dimostreremo qui come essa da una parte discenda effettivamente da una progressiva rilassatezza nella pratica diffusasi nel mondo occidentale, ma dall’altra rompa completamente con la tradizione, abolendo quasi del tutto le già permissive regole promulgate appena mezzo secolo prima da Papa S. Pio X. Le norme paoline, infatti, altro non sono che l’ufficializzazione delle disposizioni date in tempo di guerra da Pio XII (1941), le quali dovevano però inizialmente avere il carattere della temporaneità, e soprattutto erano riferite a una società attanagliata da un conflitto mondiale, non certo alla società dei consumi di oggi.

Il digiuno nella tradizione bizantina

Per un debito confronto, reputo anzitutto utile presentare le regole tuttora seguite dai cristiani d’Oriente, e cattolici e ortodossi, le quali ricalcano in modo pressoché identico le consuetudini originarie del Cristianesimo primitivo.
Dopo un periodo preparatorio (una settimana senza carne, ma con licenza di uova e latticini anche di mercoledì e venerdì), che termina con la Domenica dei Latticini, s’inizia dal primo giorno della Grande Quaresima a seguire quotidianamente la regola del digiuno stretto, che comporta l’astinenza da carne e derivati, uova, latticini, pesce, vino e olio d’oliva. Il sabato e la domenica non sono giorni di digiuno secondo la tradizione orientale, ma le sue regole sono talmente strette che prevedono in questi giorni solo la licenza di olio e vino (nonché di pesce nella tradizione slava), e continuano a prescrivere l’astinenza dai cibi di derivazione animale. La stessa regola ‘moderata’ si segue anche in alcuni giorni festivi che cadono durante la Quaresima, come l’Annunciazione ο il miracolo di S. Teodoro di Amasea.
Ai fedeli non è richiesto di fare un solo pasto al giorno, cosa che invece è praticata dai religiosi; i più zelanti, e specialmente i monaci, solo durante la I settimana, non toccano cibo dal lunedì mattina fino al mercoledì sera (quando fanno un pasto dopo la Liturgia dei Presantificati), e poi di nuovo fino a venerdì sera (sempre dopo la Liturgia).
Durante la Settimana Santa, invece, alla sera del giovedì, prima dell’Ufficio dei XII Vangeli, si fa idealmente l’ultimo pasto, poiché durante il Venerdì non è concesso nemmeno ai fedeli di prendere alcunché; tutt’al più, per sostenersi, può esser concesso di prendere della frutta e un po’ di vino al sabato mattina, dopo la Divina Liturgia della Prima Risurrezione. Il digiuno cessa dopo gli uffici della notte di Pasqua.

Evoluzione del digiuno nella tradizione occidentale

Per analizzare invece la complessa evoluzione del digiuno in Occidente, che non ha mantenuto la fissità di quello orientale, ci baseremo sui seguenti testi: le Regole dei primi Padri (e.g., S. Cesario, S. Benedetto), la Summa Theologiae di S. Tommaso d’Aquino, i manuali di teologia e penitenza di diverse epoche (P. Scarsella per il ‘500-’600, P. Corella per il ‘600-’700, P. Righetti per l’800), e infine il Codex Juris Canonici del 1917.
Come norma generale, sancita già da S. Tommaso, giova ricordare che l’astinenza in Occidente obbligava dai sette anni in poi, il digiuno dai ventuno ai sessantacinque. Inoltre, differenza fondamentale rispetto alle usanze orientale, in Occidente fu sempre consentito il consumo di pesce e simili animali a sangue freddo (come rane, molluschi, tartarughe, ecc.), poiché le loro non erano usualmente considerate carni. Gli anfibi vengono trattati secondo la categoria alla quale assomigliano di più, in accordo alla classificazione aristotelico-tomistica. Infine, in Occidente solo le domeniche sono giorni liberi dal digiuno, ma in essi non si osserva il ‘digiuno moderato’ di stampo orientale, ma è lecito di mangiare qualsivoglia quantità e qualità di cibo.
I Padri d’Occidente attestano che le regole da osservarsi all’interno dei monasteri (che prevedevano anche diversi giorni della Quaresima durante i quali non si mangiava alcunché), assomigliavano parecchio a quelle dei monaci bizantini; in Settimana Santa, poi, era uso di cibarsi solo di pane ed erbe salate. Simile era anche il digiuno praticato dai fedeli, con l’aggiunta della pratica di consumare quotidianamente un solo pasto, dopo il Vespero. Ancora fino alle riforme del 1955, del resto, forse più per relitto che per pratica vera e propria, le rubriche del Breviario Romano, al Vespero del sabato avanti la I domenica di Quaresima, riportano che hodie et deinceps usque ad Sabbatum sanctum, exceptis diebus dominicis, Vesperae dicuntur ante comestionem, etiam in Festis (oggi e d’ora in avanti fino al Sabato santo, tranne le domeniche, i Vespri si dicono prima di prender pasto, anche nelle Feste)
Proprio su questo aspetto s’iniziò, sin dall’alto Medioevo, a ricamare ‘sofismi’ che avrebbero poi portato all’alleggerimento del digiuno. Per esempio, dal X secolo, nei monasteri iniziarono a cantare Vespro in Quaresima all’ora nona, per poter prendere subito dopo la refezione; nel giro di pochi secoli, l’ufficio vespertino fu anticipato addirittura al mezzogiorno, tanto che S. Tommaso avverte che non è lecito, né ai religiosi né ai fedeli, di consumare il pasto prima di mezzodì. Con l’anticipazione del pasto, non dovette passare molto tempo perché (nel XIV secolo) venisse introdotta la possibilità di compiere una ‘refezioncella’ alla sera, la quale sarà, nei secoli successivi, quantificata dai moralisti in circa 250 grammi (i più severi, come l’Arregui, concedevano solo di mangiar pane in questa refezione; la maggioranza, cionondimeno, ammetteva qualsiasi cibo non proibito dalla legge dell’astinenza). Nel frattempo, s’inizia anche a normare cosa si possa prendere fuori pasto. Già la tradizione antica e bizantina ammetteva che l’assunzione di liquidi durante i giorni di digiuno fosse lecita (escluso ovviamente il latte); i moralisti stabilirono che era lecita qualsiasi bevanda presa per dissetarsi o riscaldarsi, giammai per nutrirsi. Alcuni ammettevano di poter sciogliere dello zucchero o un po’ di confettura all’interno della bevanda (sempre a patto che lo scopo fosse di addolcirla per renderla bevibile, e non di darsi nutrimento); particolarmente noto è l’aneddoto che vuole che Papa S. Pio V abbia fatto rientrare la cioccolata calda tra le bevande lecite, in quanto, essendone restato disgustato, l’aveva sentenziata come una ‘penitenza aggiuntiva’ (si deve tener conto, anche nell’osservanza di questo indulto, che la cioccolata dell’epoca era rigorosamente amara). Iniziano a studiarsi debitamente anche tutti i casi in cui si commetta peccato nel rompere il digiuno (p.e., quanta carne o quanto cibo fuori pasto lo rompa; chi possa esser scusato dal non aver osservato il digiuno, etc.). Compaiono tra il XVI e il XVII secolo le istruzioni circa la concessione delle dispense, concesse ordinariamente dai Parroci o dai Confessori, di poter consumare uova e latticini; rare sono invece quelle che svincolano dall’obbligo di digiunare, o di non consumare carne. Compaiono anche alcune dispense ‘nazionali’: in Spagna fu per esempio fu permesso su tutto il territorio nazionale di consumare uova e latticini in alcuni giorni della Quaresima; ai conquistadores in Messico fu concesso di consumare carne di topo, non essendovi altro mezzo di sostentamento per essi.
Ai primi dell’Ottocento il Righetti attesta due cose: la progressiva diminuzione dello zelo nell’osservare il digiuno (più volte nel suo manuale paragona i rilassati costumi dei suoi contemporanei a quelli molto più osservanti degli Orientali); l’introduzione di una nuova refezione lecita, ossia una piccola colazione al mattino (quantificata in 60 grammi) per darsi le energie necessarie a svolgere il proprio lavoro durante la mattinata. Con quest’ultima concessione, di fatto il ‘digiuno’ non ha più (se non nella sua formulazione teorica sine licentiis) il suo significato originale e antico di un solo pasto durante il giorno, ma indica piuttosto una certa riduzione della quantità di cibo consumate in due dei tre pasti quotidiani, e l’astenersi da prender cibo fuor da tali tre refezioni.
Verso la fine del XIX secolo la pratica appare assai abbandonata: a titolo d’esempio, quasi tutti i paesi godono di una licenza, parziale o totale, dall’astinenza da uova e latticini; gli Stati Uniti ottengono nel 1887 addirittura il permesso di consumare carne nel pasto principale di lunedì, martedì e giovedì, e di usare grassi animali tutti i giorni.
Queste son dunque le premesse che portarono alla nuova normativa del digiuno, stabilita da S. Pio X agl’inizj del XX secolo, e riportata dapprima nel suo Catechismo, e indi nel Codice di Diritto Canonico di cui egli iniziò la redazione, portata a compimento tre anni dopo la sua morte dal successore Benedetto XV. Si trattò infatti, più che di una ‘rivoluzione normativa’, di riscrivere in una forma più semplice la norma già allora osservata, recependo l’effetto di tutti quegl’indulti oramai globalmente diffusi.
Viene dunque sostanzialmente mantenuto l’obbligo del digiuno quotidiano, con annessa possibilità di refezioncella e colazione supplementari, mentre l’astinenza delle carni viene ridotta ai soli mercoledì, venerdì e sabati della Quaresima (mentre negli altri giorno sono lecite solo al pasto principale). Le uova e i latticini, precisa letteralmente, non sono mai proibite dalla nuova legge dell’astinenza. Scompaiono anche le prescrizioni particolari per la Settimana Santa, che a dire il vero erano state ignorate, e probabilmente dunque sostituite dall’estensione delle norme del resto della Quaresima, già da qualche secolo.

In conclusione, ritengo che al momento, viste le mutate condizioni fisiche e le abitudini contratte, sarebbe per gli Occidentali molto difficile ritornare alla purezza e al rigore del digiuno quaresimale della tradizione antica e bizantina; essi però, guardando con sana invidia all’esempio dell’Oriente che continua tutt’oggi ad osservare questa dura regola, dovrebbero applicarsi massimamente nell’osservazione del digiuno almeno secondo le norme promulgate da Papa San Pio X. Escludo a priori che seguire la regole del ‘66, improntate alla nuova mentalità ‘facile’ dei modernisti, possa portare mai un qualche frutto spirituale.
Digiunare non è infatti, come qualcuno vuol far credere, una pratica desueta, consuetudinaria ma sterile, solo esteriore e simbolica, ma è al contrario una delle pratiche ascetiche più efficaci, più probanti, più fruttuose, più vere. E solo un digiuno duro, sincero, magari praticato nel segreto, non senza fatica, unitamente alla preghiera ardente, umile e incessante, e alla carità in nome di Dio, è la chiave infallibile che un Cristiano possiede per poter vincere il demonio e le passioni e giungere purificato all’unione con il Signore nei Suoi misteri di Passione, Morte e Risurrezione.
Buona Santa Quaresima!

All'inizio del cammino quaresimale un aforisma di Pio XII


martedì 13 febbraio 2018

"Magna cum laetitia" ..... per sorridere un po' ....

Finalmente un motu proprio sull’uso conviviale delle chiese ….!
Un nostro amico ed affezionato lettore, preso dallo spirito carnacialesco del martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, ha ludicamente immaginato che l’odierno vescovo di Roma, .. anche lui in vena di far scherzi ai fedeli (e si sa che … a Carnevale, ogni scherzo vale), si fosse deciso finalmente (?) a pubblicare un documento col quale regolamentare l’uso, secolare e mondano, dei pranzi/cene nelle chiese, cattedrali e basiliche.
Per il momento, lo ribadiamo, si tratta di uno scherzo, di un gioco, di una burla, cioè di un componimento in tono scherzoso e faceto, a metà strada tra il latino ed il maccheronico. Lo stesso titolo «Magna cum laetitia» evoca nel gergo romanesco l'azione del “mangiare”.
Un componimento, dunque, scherzoso, ma che, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbe far riflettere sulla presunta serietà delle motivazioni addotte dai sostenitori di quest’uso mondano dei luoghi sacri.
Poi, magari, chissà, il vescovo di Roma potrebbe trovare lo scritto così ben congegnato da trasfonderlo in un vero motu proprio. In quel caso, non ci sarà molto da ridere.
Per ora: buon divertimento … E, ovviamente, buon pranzo!






FRANCISCUS PP.

LITTERAE APOSTOLICAE
MOTU PROPRIO DATAE
MAGNA CUM LAETITIA

Magna cum laetitia in dominica die prima mensis octobris, anno Domini MMXVII, Nos concludi in civitate Bononiarum, Dioecesano Eucharistico Congressu cum prandium in Basilica Sancti Petronii [1]. Quid gaudium videre tot in hoc domus: in medio, et in contione.
Ecclesia omnium est! Domus Populi est!
In hac domo, ubi plerumque celebratur mysterium Eucharistiae, in mensa, in qua ponatur panis et vinum fiunt Corpus et Sanguinem Iesu, contritum et effudit pro multitudine hominum, quod Ipse amat, sit set semper a mensa amoris qui opus!
Ut dictum – cum particularem – Andreas Tornielli, dilectus filius noster, Evangelium est plena scaenae, ut describere Iesus ad mensam [2]: iustus eius sedentes ad mensam cum publicans et peccatores causando scandalum. Eucharistia se erat instituta circa a mensa posita ad prandium. Sanctus Ioannes Chrysostomus, Pater Ecclesiae, veneranda per catholicae et orthodoxae ecclesiae, scripsit: «Vis ad honorem Corporis Christi? Non ignorare eum, cum ipse nudus. Non despicias eum homagium in templo vestiti sericis, nisi tunc ad negligere eum extra, ubi ipse patitur frigore et nuditate. Qui dixit: “Hoc est Corpus meum”, idem est, qui dixit: “vidisti me esurientem et pavimus me”, et “Quid fecisti minimis fratribus meis, mihi fecistis”… Quid boni est, si autem extra mensam eucharisticam cumulatur cum aurea chalices, cum frater tuus est mori fame? Satus per satisfaciunt Eius fame et tunc, si quid est, reliquit ut ornare altare tam».
Haec verba Ioannes Chrysostomus testificantur indissolubilem nexum inter ministerium ad altare, eucharistiae et caritas, amor pro aliis, et pro pauperibus, ut legitur in Communio, theologica acta (certe non subversiva) anni Domini MMIX: «Relationem illustrat, in Scripturis tam argumentum messianici convivium, in quo ultimum saturabuntur».
Prandium in oppido erat communis in prima christianae generationes, et cum communitate conventus cum apostolica temporibus. Narrat Sanctus Ioannes Chrysostomus: «In ecclesiis erat consuetudo, quae fuit admirabile: pro fidelibus, congregati sunt simul, semel, ut audivimus, Verbum Dei, participes in omnibus ritu preces et tunc ad sancta mysteria. In fine conventus, instead of iens recta domum, dives, qui erant de adducere commeatus abunde, invitaverunt pauperes et omnes sedit in eadem mensa, et non praeparavit, in eadem ecclesia, et in omnes, sine distinctione, comedit, et bibit de eadem. Hoc potest intelligi, quomodo communis mensa, sanctitatem loco, fraterna caritas, quae manifestavit se ubique factus est pro unoquoque perennis fons, unde gaudium et virtutem».
Non inopia singula praescripta, dicit Communio, pro his prandia, quae saepe sunt etiam assistat episcopo, ut suadeant imago quaedam a «liturgia amoris». Etiam Gregorius Magnus, Episcopus Romanus ad finem quarto saeculo, aperit fores Ecclesiae, ut pascat pauperem, at difficile tempus in urbe, quo per vim et per condiciones extrema necessitate. Papa Gregorius est “triclinium pauperum”, caupona pro pauperibus, in oratorium Sanctae Barbarae, deinde ad eius commorationis in Celio. In medio parva ecclesia, constructa a magna marmorea tabula, ubi ipse Pontifex, omni die, servit farinam ad duodecim pauperes populi.
Etiam in basilica S. Petri – non cursu, sed vetus constantinianam – vidit prandia, quae sunt similia. S. Paulinus nolanus, qui vixit inter IV et V saeculo, narrat prandium pauperibus obtulit in basilica Sancti Petri in Vaticano a romano Pammachius, senator. Senator, qui est conversus ad christianitatem, obtulit prandium in memoriam eius defuncti uxor. Episcopus Paulinus, cum his verbis, laudat et confirmat opus eius amicus: «Te radunasti in basilica Apostoli [Petri] per multitudinem pauperum, qui sunt in patronos animarum nostrarum, ut tota urbe Roma, mendicans vivere... ut Mihi videtur, ad omnes illas turbas populi, miserem gregem in magna exercitus, imo ingentem basilicam gloriosi Petri... quod pulchra visum fuit ».
Prandium in ecclesia – sicut quod consuete praebet Communitatis de Sancto Aegidio pauperibus in die Natalis domini, in basilica Santctae Mariae in Trastevere – remansit, eximium eventus, ex quo erat loco pro liturgia et in oratione; cum Nos nuper diximus, “cum certitudine et cum magisteriale auctoritate reformatio liturgica letalis esse” [3], Nos decernimus, ut amodo in locis cultus, quos sanctificationem, sunt in ordinaria via sit amet, convivium rerum, ubi nemo est aut sentit excluditur, nec cura, non inmemor, quod sunt tempora, in quibus in ecclesiis, ad esse beatus ante Palio de Senensis, ingressus etiam equos.
Ut Dominus nos benedicat, et nos omnes, et auxilium nobis, ut movere deinceps in itinere vitae. Et bonum appetitus!

Datum Romae, apud Sanctum Petrum, die decimatertia mensis februarii, anno Domini MMXVIII, Pontificatus Nostri quarto.

FRANCISCUS PP.

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LETTERA APOSTOLICA
DI SUA SANTITÀ FRANCESCO
 “MOTU PROPRIO DATA”
MAGNA CUM LAETITIA
SULL’USO CONVIVIALE DEI LUOGHI DI CULTO

Con grande gioia domenica 1 ottobre 2017 abbiamo concluso a Bologna il Congresso Eucaristico Diocesano con un pranzo nella Basilica di San Petronio [1]. Che gioia vederci in tanti in questa casa: al centro e assieme.
La Chiesa è di tutti! È la Casa del Popolo!
In questa casa, dove normalmente si celebra il mistero dell’Eucaristia, la mensa sulla quale è deposto il pane e il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Gesù, spezzato e versato per la moltitudine di uomini che Egli ama, apparecchiamo sempre una mensa di amore per chi ne ha bisogno!
Come ha – con particolare interesse – fatto osservare Andrea Tornelli, nostro diletto figlio, il Vangelo è pieno di scene che descrivono Gesù a tavola [2]: proprio il suo sedersi a mensa con pubblicani e peccatori provoca scandalo. La stessa eucaristia viene istituita attorno a una tavola imbandita per la cena. San Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa venerato dalle chiese cattolica e ortodossa, scriveva: «Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio Corpo”, è il medesimo che ha detto: “Voi mi avete visto affamato e non mi avete nutrito”, e “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a me”... A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando Lui muore di fame? Comincia a saziare Lui affamato, poi con quello che resterà potrai ornare anche l’altare».
Queste parole di Giovanni Crisostomo attestano il legame indissolubile tra il servizio all’altare, l’eucaristia e la carità, l’amore per gli altri e per i poveri, come si legge in un numero del 2009 della rivista teologica (non certamente eversiva) Communio: «Un legame sottolineato nelle Scritture così come il tema del banchetto messianico, in cui gli ultimi saranno saziati».
Il pranzo in comune era frequente nelle prime generazioni cristiane e accompagnava la riunione della comunità fin dai tempi apostolici. Narra San Giovanni Crisostomo: «Nelle chiese c’era un’usanza ammirevole: i fedeli, riunitisi, una volta ascoltata la Parola di Dio, partecipavano tutti alle preghiere di rito e poi ai santi misteri. Alla fine della riunione, invece di tornare subito a casa, i ricchi, che si erano preoccupati di portare provviste in abbondanza, invitavano i poveri e tutti si sedevano a una stessa tavola, apparecchiata nella chiesa stessa e tutti senza distinzione mangiavano e bevevano le stesse cose. Si comprende come la tavola comune, la santità del luogo, la carità fraterna che si manifestava dappertutto diventavano per ognuno fonte inesauribile di gioia e di virtù».
Non mancano, ricostruisce Communio, disposizioni dettagliate per questi pranzi, cui spesso partecipa anche il vescovo, tanto da suggerire l’immagine di una sorta di una «liturgia della carità». Anche Gregorio Magno, Vescovo di Roma alla fine del IV secolo, apre le porte della Chiesa per far mangiare i più poveri, in un momento difficile per la sua città, segnata da violenze e da situazioni di bisogno estremo. Papa Gregorio allestisce il triclinium pauperum, una mensa per i poveri, nell’oratorio di Santa Barbara, accanto alla sua residenza al Celio. Al centro della piccola chiesa venne costruito un grande tavolo di marmo dove lui stesso, il Papa, ogni giorno, serve il pasto a dodici poveri.  
Anche la basilica di San Pietro - non quella attuale, ma quella precedente costantiniana - ha visto pranzi simili. San Paolino da Nola, vissuto tra il IV e il V secolo, racconta un pranzo per i poveri offerto nella basilica di San Pietro in Vaticano dal senatore romano Pammachio. Il senatore, convertitosi al cristianesimo, offrì un pranzo in memoria della moglie scomparsa. Il vescovo Paolino con queste parole loda e sostiene l’opera dell’amico: «Tu radunasti nella basilica dell’Apostolo [Pietro] una moltitudine di poveri, patroni delle anime nostre, che per tutta la città di Roma chiedono l’elemosina per vivere... Mi sembra di vedere tutte quelle moltitudini di gente misera affluire a sciami in grandi schiere, fino in fondo all’immensa basilica del glorioso Pietro... che lieto spettacolo era quello».
Il pranzo in chiesa – come quello che tradizionalmente offre la Comunità di Sant’Egidio ai poveri il giorno di Natale nella basilica di Santa Maria in Trastevere – è rimasto un evento eccezionale, dato che si trattava di un luogo destinato alla liturgia e alla preghiera; avendo Noi recentemente affermato “con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile” [3], decretiamo che d’ora in avanti i luoghi di culto, compresi i santuari, possano in via ordinaria essere usati per eventi conviviali, dove nessuno è o si senta escluso, compresi gli animali di compagnia, non dimenticando che ci sono occasioni particolari in cui nelle chiese, per essere benedetti prima del Palio di Siena, entrano persino i cavalli.
Ci benedica il Signore, tutti noi, e ci aiuti ad andare avanti nel cammino della vita. E buon appetito!
Dato a Roma, presso San Pietro, il 13 febbraio 2018, anno quarto del nostro Pontificato.

FRANCISCUS PP.

[1] Cfr. Parole del Santo Padre, Basilica di San Petronio (Bologna), Domenica, 1° ottobre 2017.
[2] Cfr. Quei poveri che pranzano in chiesa, e l’accusa di “profanazioneˮ, Vatican Insider, 1° ottobre 2017; Communio, 2009, fasc. 3.
[3] Discorso ai Partecipanti alla 68.ma Settimana Liturgica Nazionale, 24 agosto 2017.

domenica 11 febbraio 2018

89 anni fa, 11 febbraio 1929, la ‘Conciliazione’ tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica

Nella festa dell’Apparizione della Santa Vergine Immacolata a Lourdes, rilancio questo contributo del prof. Pasqualucci, in ricordo della Conciliazione tra Stato italiano e Chiesa nel 1929.










Alle spalle del card. Gasparri e di Benito Mussolini si vede l'Avv. Francesco Pacelli, fratello di Eugenio, futuro Pio XII

Storia: 89 anni fa, 11 febbraio 1929, la ‘Conciliazione’ tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica

Oggi, 11 febbraio, pubblichiamo un breve testo di Paolo Pasqualucci, a ricordo della Conciliazione, nota anche come Patti Lateranensi, che dal 1929 sancisce i termini del mutuo riconoscimento tra Regno d'Italia e la Santa Sede e delle regolari relazioni bilaterali tuttora vigenti. Ci sembra doveroso, visto che non ne parla più nessuno.

Fino agli anni Settanta circa del secolo scorso l’11 febbraio era festa nazionale.  Oggi, l’evento non solo non si celebra ma sembra esser caduto del tutto in oblìo.  Si è trattato di un fatto storico assai importante per il nostro Paese e, indirettamente, anche per il resto della cattolicità.  Finiva la grave tensione, che durava dal 1870, tra la Chiesa e lo Stato unitario italiano, dopo che quest’ultimo aveva tolto con la forza alla Chiesa il potere temporale e, pur nel mantenimento della religione cattolica quale unica religione ufficiale dello Stato, aveva introdotto leggi eversive dei beni ecclesiastici e il matrimonio civile (fallì, invece, anche per l’opposizione del Re, il tentativo di introdurre il divorzio).  La Chiesa cessava di rivendicare la restituzione del dominio temporale di un tempo, mettendo una pietra sopra il passato e riconoscendo lo Stato italiano.

I. Per la composizione della “questione romana” e il raggiungimento della desiderata “conciliazione” con la Chiesa, come tutti sanno furono determinanti la volontà e l’impegno personale di Benito Mussolini, l’ex-socialista rivoluzionario in gioventù romagnolo mangiapreti, da quasi sette anni capo del governo, non ancora “duce” stivalato e osannato da oceaniche e imperiali quanto effimere adunate.
[Vedi sul punto l’opera di colui che giustamente è considerato il massimo storico del fascismo: Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L’organizzazione dello Stato fascista. 1925-1929, Einaudi, Torino, 1968, Cap. Quinto: La Conciliazione, pp. 382-436.  “Con i patti del Laterano Mussolini conseguì un successo – forse il più vero e importante di tutta la sua carriera politica – che da un giorno all’altro ne aumentò il prestigio in tutto il mondo…”, op. cit., p. 382. Corsivo mio].

II. Ma in cosa consistono quelli che vengono chiamati i Patti Lateranensi, dal momento che furono firmati, appunto l’11 febbraio del ’29, nel Palazzo del Laterano tra Mussolini e il cardinale Gasparri?  Forse è utile rinfrescare la memoria.
Si tratta di due documenti, espressione di due atti diversi, tra loro collegati e interdipendenti, stipulati tra la S. Sede e lo Stato italiano:  il Trattato e il Concordato.
Col primo si è determinata e stabilita di comune accordo la posizione e il regime giuridico speciale della S. Sede stessa quale ente sovrano della Chiesa cattolica in Italia e nei confronti dell’ordinamento statale e si è composta la cruciale Questione romana vertente fra le due autorità.  Con il secondo si è fissata e disciplinata la posizione e il regime giuridico della religione e della Chiesa cattolica in Italia.
Nel Trattato viene ricostituito il potere temporale del Papa nella forma di un microstato (la Città del Vaticano), con aggiunti vari immobili di proprietà della S. Sede dotati di extra-territorialità e/o di esenzione dall’espropriazione forzata e dai contributi.  Si tratta di uno Stato a tutti gli effetti, in modo da garantire al Pontefice la piena libertà di soggetto giuridico indipendente e sovrano dal punto di vista del diritto internazionale.
Con la  Convenzione finanziaria allegata, lo Stato italiano versava alla S. Sede, allo scambio delle ratifiche del Trattato, la somma di 750 milioni di lire in contanti (al potere d’acquisto del 1929) e di 1 miliardo in consolidato al 5%.  Tale somma la S. Sede, che aveva inizialmente richiesto circa 3 miliardi di lire, ha dichiarato di accettare “a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del 1870”.  Essa accettava il risarcimento con la seguente motivazione: a) per la perdita del Patrimonio di S. Pietro costituito dagli antichi Stati pontifici; b) per la perdita dei beni degli enti ecclesiastici incamerati dallo Stato con le leggi eversive.  Il Papa, Pio XI, si accontentava di una somma forfettaria, tenendo conto della difficile situazione economica mondiale e italiana di quel periodo e mosso da benevolenza nei confronti del popolo italiano.
[I dati esposti nel § 2 li ho ripresi da:  Pietro Agostino D’Avack, Lezioni di diritto ecclesiastico italiano.  Le fonti, Giuffrè editore, Milano, 1962, cap. 6, Le fonti di origine pattizia II. I patti lateranensi, p. 147 ss.]

III.  Giova ricordare, a questo punto, la Premessa ed alcuni articoli del Trattato.

“In nome della Santissima Trinità.
Premesso:
Che la Santa Sede e l’Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di dissidio fra loro esistente con l’addivenire ad una sistemazione definitiva dei reciproci rapporti, che sia conforme a giustizia ed alla dignità delle due Alte Parti e che, assicurando alla Santa Sede in modo stabile una condizione di fatto e di diritto la quale Le garantisca l’assoluta indipendenza per l’adempimento della Sua alta missione nel mondo, consenta alla Santa Sede stessa di riconoscere composta in modo definitivo ed irrevocabile la “questione romana”, sorta nel 1870 con l’annessione di Roma al Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia;
Che dovendosi, per assicurare alla Santa Sede l’assoluta e visibile indipendenza, garantirLe una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale, si è ravvisata la necessità di costituire, con particolari modalità, la Città del Vaticano, riconoscendo sulla medesima alla Santa Sede la piena proprietà e l’esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana;
Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato […] Hanno convenuto negli articoli seguenti:
1. L’Italia riconosce e riafferma il principio consacrato nell’art. 1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1848, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato.
2. L’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede nel campo internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua tradizione ed alle esigenze della sua missione nel mondo.
3. L’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano, com’è attualmente costituito, con tutte le sue pertinenze e dotazioni, creandosi per tal modo la Città del Vaticano per gli speciali fini e con le modalità di cui al presente Trattato […].
4. La sovranità e la giurisdizione esclusiva, che l’Italia riconosce alla Santa Sede sulla Città del Vaticano, importa che nella medesima non possa esplicarsi alcuna ingerenza da parte del Governo italiano e che non vi sia altra autorità che quella della Santa Sede.
[omissis]
8. L’Italia, considerando sacra ed inviolabile la persona del Sommo Pontefice, dichiara punibile l’attentato contro di Essa e la provocazione a commetterlo con le stesse pene stabilite per l’attentato e la provocazione a commetterlo contro la persona del Re del Presidente della Repubblica.
Le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti, sono punite come le offese e le ingiurie alla persona del Re  del Presidente della Repubblica”.
[omissis]

Il Trattato constava di 27 articoli e Quattro Allegati.

IV. Del Concordato voglio solo ricordare una novità importantissima, che metteva fine al regime di solo matrimonio civile riconosciuto dallo Stato, introdotto con il nuovo Codice Civile, a partire dal 1° gennaio 1886, quando governava la c.d. Sinistra storica. Ora lo Stato riconosceva il matrimonio religioso (secondo il diritto canonico), concedendo al sacerdote celebrante anche la mansione di ufficiale dello stato civile, dal momento che poteva egli stesso provvedere al deposito dell’atto di matrimonio (regime di matrimonio concordatario, ritoccato per alcuni aspetti dall’Accordo del 1984, art. 8).

V. L’art. 7.2  della Costituzione della Repubblica Italiana ha confermato i Patti Lateranensi nella loro qualità di strumento che regola i rapporti tra lo Stato e la Chiesa.  Essi possono esser modificati con l’accordo delle due parti senza che si debba ricorrere a revisione della Costituzione. Il 18 febbrario 1984 fu sottoscritto un Accordo in 14 articoli, con Protocollo addizionale di 7 articoli, firmato in Roma (se non erro, dall’on. Bettino Craxi e dal cardinale Casaroli, segretario di Stato) apportante modificazioni al Concordato lateranense del ’29.  Con tale accordo la Chiesa ottenne determinati vantaggi, su questioni che le interessavano.   Però fece alcune importanti e gravi concessioni.
L’art. 1 di detto Accordo recita:
“La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.
Tale articolo è preceduto da un breve preambolo intessuto di citazioni del Concilio Vaticano II (art. 6 della Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, che parla della tutela inviolabile dei diritti dell’uomo; art. 76 della costituzione Gaudium et Spes, nel quale la Chiesa rivendica il suo diritto ad esercitare la sua missione “a servizio delle persone umane” in una “società pluralistica”; e del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, c. 3).  Nel Protocollo Addizionale si dà una sorta di intepretazione autentica di alcuni articoli dell’Accordo.  In relazione all’art. 1 appena citato si afferma:
“si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”.
Nello spirito apertamente richiamato del Vaticano II, la Chiesa affermava ora esser la sua missione quella di collaborare con lo Stato “per il bene del paese e per la promozione dell’uomo”:  con uno Stato laico che promuoveva “il bene dell’uomo” in prospettiva apertamente antropocentrica e totalmente indifferente, quando non ostile, alle finalità proprie della Chiesa cattolica. Coerentemente a questa impostazione suicida, la Chiesa accettava, con piena sua soddisfazione, che nel Protocollo Addizionale si cancellasse ogni riferimento alla religione cattolica quale unica religione dello Stato italiano (come stabilito dallo Statuto Albertino, mantenuto dallo Stato fascista, per il quale le altre religioni erano culti tollerati o ammessi, a seconda della dizione preferita).
Coerentemente con questa impostazione, l’art. 4 dell’Accordo annacqua il carattere sacro della città di Roma, sede del Papato, ampiamente riconosciuto e tutelato dallo Stato fascista.
Recita infatti l’art. 4 dell’Accordo :
“La Repubblica italiana riconosce il particolare significato che Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice, ha per la cattolicità”.
L’art. 1.2 del Concordato lateranense del ’29, diceva invece, in modo molto più forte ed incisivo:
“In considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto col detto carattere”.
E questa “cura”, come sappiamo, fu messa scrupolosamente in atto.  Del resto, sino alla prima metà degli anni sessanta del secolo scorso, nel centro di Roma i night-clubs erano pochissimi e, credo, alquanto castigati, concentrati tutti nella zona di Via Veneto.
[I testi dei Patti Lateranensi e del successivo Accordo con Protocollo Aggiuntivo, li ho citati da:  Giovanni Barberini (a cura di), Raccolta di fonti normative di diritto ecclesiastico, 4a ediz. riveduta e ampliata, G. Giappichelli Editore, Torino, 1997, pp. 31-59].

VI.  Voglio concludere questa breve rievocazione  con alcune citazioni dal menzionato capitolo di Renzo De Felice sulla Conciliazione.
Pio XI si era giustamente opposto alla ventilata revisione della legislazione ecclesiastica esistente da parte del governo italiano, mai accettata dai Papi: si trattava della legislazione detta delle Guarentigie, stabilita dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, a garanzia della libertà e indipendenza economica del Pontefice; però stabilita unilateralmente dallo Stato italiano e senza riconoscere alcun potere temporale al Papa, come se potesse esser concepito quale sovrano senza Stato.
Mussolini prese posizione contro le polemiche che l’atteggiamento del Papa aveva provocato, con una celebre lettera al Guardasigilli Alfredo Rocco, il 4 maggio 1926.  Egli mostrava di  comprendere e giustificare appieno il punto di vista del Pontefice. 
“La Santa Sede, scriveva egli, pur apprezzando il profondo mutamento di indirizzo, che il trionfo del Fascismo ha segnato nella politica religiosa dello Stato italiano, reputa che una sistemazione soddisfacente dei rapporti tra la Chiesa Cattolica e lo Stato in Italia non possa conseguirsi, se non per via di accordo bilaterale, e che un accordo di tal fatta presuppone risoluto, d’intesa tra le due Potestà, il problema della sistemazione giuridica della Santa Sede, come organo centrale, e pertanto, di sua natura supernazionale, della Chiesa, il quale, per decreto della Provvidenza divina ha sede in Italia.
Il regime fascista, superando in questo, come in ogni altro campo, le pregiudiziali del liberalismo, ha ripudiato così il principio dell’agnosticismo religioso dello Stato, come quello di una separazione tra Chiesa e Stato, altrettanto assurda quanto la separazione tra spirito e materia…È logico pertanto che il Governo Fascista giudichi con piena serenità le attuali manifestazioni della Santa Sede, e le reputi degne della più attenta considerazione… Giunte le cose al punto, in cui il tempo e il procedere della storia, e l’evoluzione spirituale e politica del popolo italiano le hanno condotte, reputo non inutile che tu, coi mezzi di informazione di cui disponi, prenda riservatamente notizia del punto di vista odierno della Santa Sede, intorno alle forme che potrebbe assumere una soddisfacente sistemazione giuridica dei suoi rapporti con lo Stato italiano” [De Felice, op. cit., pp. 389-390].
Con questa lettera, che mise immediatamente in moto Alfredo Rocco, si iniziò il processo che quasi tre anni dopo si sarebbe concluso con i Patti Lateranensi.  Nella fase finale, le trattative, sempre riservate, furono condotte personalmente da Mussolini.  
Com’è noto, i Patti furono occasione immediata di accese polemiche, anche nell’ambito della schieramento fascista, nel quale era presente da sempre una robusta componente anticlericale. Ci furono successivamente incomprensioni e conflitti, anche seri, con la Santa Sede a proposito delle organizzazioni giovanili cattoliche. Tra i cattolici, se la maggioranza gioì, ci fu tuttavia chi pensò che la Chiesa avesse concesso troppo al regime o, addirittura, avesse “capitolato” nei suoi confronti. Quest’opinione fu espressa da ambienti del cattolicesimo francese, per i quali la Chiesa, appunto “capitolando” nei confronti del regime, si era messa sotto “la protezione italiana”, come scrisse Maurras su ‘L’Action Française’ del 14 febbraio 1929 [De Felice, op. cit., p. 423, nota n. 1].
Ma si poteva davvero ritenere, aggiungo io, che il mettersi sotto “la protezione” temporale dell’Italia (se si vuole usare quest’immagine) comportasse una diminuzione dell’universalità della Chiesa cattolica e di Roma, in quanto capitale del cattolicesimo? Poteva sembrare, superficialmente, che la Chiesa si fosse messa ora sotto la “protezione” dello Stato italiano.  In realtà, da un punto di vista superiore, era vero il contrario: era lo Stato italiano che ora, riconoscendo e riparando certi suoi errori e venendo perdonato dalla Chiesa per le offese e malefatte risorgimentali e postrisorgimentali, ritornava ad esser spiritualmente “protetto” (se così vogliamo dire) dal caritatevole e materno benvolere della Chiesa.
A proposito di queste polemiche, si veda quest’ultima citazione, sempre dall’opera di De Felice.
“Non meno soddisfatto e conciliante si era mostrato Mussolini quando – il 10 marzo [1929], in occasione della prima ‘assemblea quinquennale del regime’- aveva per la prima volta pubblicamente parlato dei patti.  Questi, aveva detto , erano “equi e precisi” e avevano creato tra l’Italia e la Santa Sede una situazione “di differenziazione e di lealtà”: 
“Io penso, disse, e non sembri assurdo, che solo in regime di concordato si realizza la logica, normale, benefica separazione tra Chiesa e Stato, la distinzione, cioè, tra i compiti, le attribuzioni dell’una e dell’altro.  Ognuno coi suoi diritti, coi suoi doveri, con la sua potestà, coi suoi confini.  Solo con questa premessa si può, in taluni campi, praticare una collaborazione da sovranità a sovranità.
Parlare di vincitori o di vinti è puerile: si parli di assoluta equità dell’accordo che sana reciprocamente de jure un’ormai definitiva, ma sempre pericolosa e comunque penosa situazione di fatto. L’accordo è sempre meglio del dissidio; il buon vicinato è sempre da preferirsi alla guerra”.
E, pur mettendo in chiaro che il riconoscimento alla Chiesa cattolica di “un posto preminente nella vita religiosa del popolo italiano “non significava persecuzione, soppressione o anche solo vessazione degli altri culti, aveva annunciato che lo Stato fascista non era tenuto – “come si pretenderebbe dalle vaghe superstiti cellule demomassoniche”- a conservare tutte le misure di una legislazione “che fu il prodotto di un determinato periodo storico” e che spesso erano col tempo diventate delle semplici finzioni” [De Felice, op. cit., pp. 427-428].  
Il giorno dopo, 11 marzo, ‘L’Osservatore Romano’ definì le parole del “duce” “obbiettive ed esaurienti” [De Felice, op. cit., p. 427, nota n. 2].

La valutazione mussoliniana del significato autentico dei Patti, condivisa dal Vaticano, mostrava che il loro spirito non era affatto quello di fornire alla Chiesa una semplice “protezione” nel temporale, quasi la Chiesa fosse un soggetto inferiore a quello statale e bisognoso pertanto della sua protezione. Anche se, dal punto di vista materiale e organizzativo, lo Stato italiano veniva a “proteggere” la Chiesa in quanto piccolissimo Stato enclave al suo interno (la polizia italiana poteva entrare nella Città del Vaticano ma solo su richiesta della stessa autorità vaticana, art. 3.2 del Trattato), lo spirito e la finalità dei Patti era quello di riconoscere  nella Chiesa, in conformità alla sua natura, la più completa autonomia, libertà e sovranità temporale; cioè la realtà insopprimibile di un’istituzione che, nella sua assoluta indipendenza di compiuto ordinamento giuridico, non aveva bisogno di alcuna “protezione” né da parte dello Stato italiano né di altri.

Paolo Pasqualucci, domenica 11 febbraio 2018