Sante Messe in rito antico in Puglia

mercoledì 12 febbraio 2020

L’esortazione post-sinodale amazzonica? Un docu-mento che presenta delle “fessure”. Parola di don Nicola Bux in una nuova intervista a Vito Palmiotti

Nei giorni scorsi hai presentato le aspettative (vqui). A Esortazione ormai pubblicata, quali scenari pensi che si apriranno?

I vescovi dell'Amazzonia chiederanno all'Autorità competente, il Papa - come previsto dall'Esortazione - in ragione della loro situazione particolare, di poter servirsi del Documento finale del Sinodo, per venire incontro alle esigenze delle comunità, giacché quel che dice su di esso può essere inteso, dal punto di vista canonico, come un'approvazione espressa alla luce della costituzione apostolica del settembre 2018, Episcopalis Communio. Si comprende quali siano quelle esigenze. Del resto, ci sono in questa esortazione delle aperture problematiche forse ben maggiori del tema dello stesso celibato, che ha quasi del tutto assorbito il dibattito, facendo passare in secondo piano le altre criticità concernenti il sinodo amazzonico.

Il libro di Benedetto XVI e Sarah ha esercitato il suo peso?

Sebbene sia stato detto dalle fonti ufficiali che il documento era pronto prima, da dicembre, mi consta che non è così: anzi, che proprio il libro in oggetto ha spinto a rivedere drasticamente la quarta parte dell'Esortazione, la quale comunque presenta fessure nelle quali infilare quanto è rimasto fuori.

Cosa possiamo ricavare dalla vicenda?

Benedetto XVI e il card. Sarah hanno testimoniato l'importanza del pensiero cattolico. Far pensare è il compito della filosofia, diceva Paul Ricoeur. L'attivismo oggi prevalente nella Chiesa e oltre, non aiuta anzi allontana tanti. Chi è cattolico deve, con determinazione, affermare la verità, e attendere con pazienza il tempo della grazia che la Provvidenza prepara. La Chiesa nella sua totalità non può incorrere nell’eresia. Se siamo membra di un corpo: non vi sono leggi sociologiche e politiche ma prevale la realtà della grazia, realtà ontologica e soprannaturale che rende l’uomo santo e gradito a Dio.

Che ne pensa della prossima kermesse dei vescovi a Bari "Il Mediterraneo frontiera di pace. Un laboratorio di sinodalità e di impegno tra le chiese e i popoli.

Molti cattolici e non, si aspettano dalla Chiesa che faccia conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo: per questo è stata costituita dal suo Fondatore. O dobbiamo ricorrere alle deformazioni di Sanremo e Benigni? Il resto è politica e lascia il tempo che trova. Lo Spirito Santo ci dice che il mondo può essere salvato da Cristo, non da altri, e che la Chiesa può essere rinvigorita da se stessa, non da altri.

martedì 11 febbraio 2020

Lourdes: il “monte Sinai di Maria”

Nella festa dell’Apparizione della Beata Vergine Maria a Lourdes a S. Bernadette Soubirous, rilanciamo questo contributo:


























Lourdes: il “monte Sinai di Maria”

di Fra’ Pietro Pio M. Pedalino

Vi è un legame quasi speculare e molto affascinante tra gli eventi biblici del Sinai e l’apparizione alla grotta di Massabielle, dove a presentarsi col suo nome proprio è l’Immacolata, per ricordare agli uomini le “Parole della Salvezza”.

La prima apparizione della Madonna a Lourdes si è verificata l’11 febbraio 1858, quattro anni dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione ad opera del beato Pio IX.
Lourdes è una delle apparizioni mariane più importanti della storia sia per la testimonianza di santità della veggente che per la rinomanza del centro di culto (uno dei maggiori del pianeta) che per l’importanza del messaggio, il quale racchiude una verità dogmatica fondamentale (l’Immacolata Concezione) e un itinerario di perfezione cristiana che si costruisce solidamente sugli appelli alla penitenza, alla preghiera e alla santificazione della sofferenza.
Quello di Lourdes è uno dei santuari più frequentati al mondo: proprio lì si sono verificate e continuano ininterrottamente a verificarsi conversioni e guarigioni straordinarie che anche i più scettici non possono fare a meno di ricondurre ad un intervento quanto meno misterioso, trascendente, al di là del mondo fisico e delle leggi della natura.
Il teologo Donald Anthony Foley è autore di un eccellente libro sulle apparizioni mariane(1). Sua caratteristica principale è la contestualizzazione di ogni evento mariano preso in esame all’interno del relativo quadro storico, collegando ognuno di essi ad un avvenimento o a un personaggio biblico: il fine è quello di dimostrare che le apparizioni mariane sono la continuazione della storia della salvezza, eventi salvifici realizzati dai Protagonisti della Redenzione per la salvezza delle anime.
Riflettiamo brevemente sulle apparizioni di Lourdes. D. Foley evidenzia delle correlazioni tra gli eventi accaduti a Massabielle e quelli che coinvolsero Mosè, il roveto ardente e la promulgazione delle tavole della Legge.
I primi autori cristiani consideravano il roveto ardente un simbolo della Vergine Maria. Il legame fra quanto accadde a Lourdes e l’incontro di Mosè con Dio nel roveto appare chiaro quando si analizzano le caratteristiche di questo incontro. Per prima cosa Mosè vide il roveto ardere ma non consumarsi e gli fu comandato di scalzarsi perché si trovava su un luogo sacro. Poi Dio gli affidò la missione di condurre il popolo di Israele fuori dall’Egitto e gli rivelò il nome divino: “Io Sono colui che sono”. Ebbene, esistono alcuni interessanti punti di contatto tra la vicenda di Mosè e quella di santa Bernadette:
- entrambi erano soli quando ebbero il primo incontro con il soprannaturale, in una zona montuosa;
- all’epoca Bernadette lavorava come pastorella; anche Mosè quando vide il roveto ardere ed udì la voce di Dio era intento a pascolare il gregge di Ietro;
- il roveto visto da Mosè rifulgeva nelle fiamme senza consumarsi; Bernadette vide Maria sopra un roseto avvolta da una luce fulgente;
- a Mosè fu detto di togliersi i sandali in quanto si trovava su un suolo sacro; quando Bernadette vide Maria per la prima volta si era appena tolta una calza e, come lui, fu presa inizialmente da sacro timore;
- Mosè fece ritorno a quella montagna dopo aver condotto il popolo degli Israeliti fuori dall’Egitto, anche se la visione di Dio sulla montagna era stata riservata esclusivamente a lui: il popolo vide il tuono e il fulmine intorno alla vetta ma non udì la voce di Dio; a Lourdes i presenti videro il volto estatico di Bernadette che rifletteva la celestiale bellezza riservata unicamente a lei ma non sentirono parlare la Madonna;
- agli Israeliti fu fatto divieto di avvicinarsi alla montagna; similmente agli spettatori di Lourdes le barricate erette dalle autorità impedirono di avvicinarsi alla grotta;
- Mosè poi colpì la roccia secondo le indicazioni ricevute da Dio e dalla roccia scaturì una fonte d’acqua che diede sollievo agli Israeliti; allo stesso modo la Madonna indicò a Bernadette il punto in cui trovare una fonte d’acqua e divenne anch’essa una fonte di guarigione spirituale e fisica per molte persone;
- nel roveto ardente Dio si presentò a Mosè come Jahvè (“Io Sono colui che sono”) ossia come l’Essere che esiste da sé, eterno e infinito, causa di tutte le cose; anche Maria definì la sua caratteristica più intima quando disse: “Io sono l’Immacolata Concezione”, poiché tale privilegio è la radice del suo stesso essere e della sua missione quale Madre di Dio, Corredentrice e Mediatrice.
Ci sono anche altri episodi e dinamiche della vita di Mosè che sembrano simboleggiare i fatti di Lourdes ma qui, per motivi di spazio, occorre tralasciarli per approfondire il vero punto focale. Vi è un legame davvero affascinante tra Mosè e santa Bernadette. Le “10 Parole” ricevute dal grande legislatore sul Sinai, infatti, troverebbero un parallelo nelle “10 parole” donate dall’Immacolata nel corso delle 18 apparizioni. E così Lourdes può dirsi, senza forzature, un nuovo Sinai, il “Sinai di Maria”, dove Bernadette prende il posto di Mosè per condurre il popolo lontano dalla schiavitù del peccato.
Forse un po’ tutti conoscono il messaggio di Lourdes, essenziale e conciso. Quali sarebbero allora le 10 parole di Maria a cui abbiamo accennato?
Diciamo subito che il messaggio globale delle apparizioni è molto chiaro: è un forte invito alla preghiera e alla penitenza finalizzata alla conversione dei peccatori. Le parole della Madonna durante le 18 apparizioni a Massabielle sono dosate con il contagocce ma ciascuna di esse racchiude un significato profondo e rimanda ad altre parole implicite che costituiscono la trama nascosta del messaggio. Così si può dire che il messaggio totale di Lourdes risulta variegato, composito, costituito da una parte esplicita e una implicita. Il messaggio implicito si compone a sua volta non solo di parole inespresse verbalmente ma anche di elementi espliciti (come per esempio il luogo, i simboli, l’acqua, la grotta, ecc...).
Il più grande studioso di Lourdes, il mariologo francese René Laurentin († 2017), sostiene che il messaggio «va oltre le stesse parole della Madonna». Per giunta le parole chiave del messaggio – nell’interessante lettura dello studioso – non sarebbero solo quelle dette esplicitamente dalla Madonna (cioè preghiera, penitenza, conversione e Immacolata Concezione): «La prima parola del messaggio, anche se non detta esplicitamente dall’apparizione, è la parola povertà. La povertà di Bernadette, prima e durante le apparizioni, con il rifiuto del denaro, e dopo le apparizioni con il voto di povertà che ha pronunziato presso il convento delle suore di Nevers [...]. È una testimonianza centrale di Lourdes, la radice di Lourdes»(2).
Per papa Benedetto XVI, invece – che fu pellegrino a Lourdes in occasione dei festeggiamenti del 150° anniversario delle apparizioni –, insieme alla parola povertà si deve anche valorizzare l’appello alla sofferenza, esplicitato dalla testimonianza della vita della stessa veggente. Ecco allora, in uno schema sintetico, le 10 parole che si evincono dal messaggio di Lourdes.
Le parole esplicite del messaggio sono: conversione – preghiera – penitenza – Immacolata.
Le parole implicite, invece: povertà – sofferenza – croce – vita di grazia – Santo Rosario – Consacrazione mariana.
Alcune di queste sono piuttosto evidenti, come la recita del Santo Rosario, la sofferenza (si ricordi come nella terza apparizione la Madonna disse a Bernadette: «Non ti prometto di farti felice su questa terra ma nell’altra», illuminando la futura vita di immolazione e sofferenza). Altre meno ma non per questo non sono presenti.
Un solo esempio. La connessione Immacolata-consacrazione, per esempio, apparirebbe, a prima vista, gratuita e artificiosa. Invece, se si riflette con attenzione, è genuina. Non sono pochi coloro che hanno riflettuto su come il privilegio dell’Immacolata Concezione di Maria interpelli ogni credente a seguire quella stessa “via di immacolatezza” che, se per la Vergine fu un dono gratuito di Dio, per la Chiesa è frutto di una urgente e preziosa conquista: «Il messaggio della Madonna Immacolata è importantissimo perché Dio – all’umanità che da tempo sembra essersi incamminata sulla strada dell’emancipazione dal Cristianesimo che la conduce inesorabilmente verso la deriva dell’immoralità – offre in dono lo splendore di grazia di Maria come stimolo per la santificazione [...]. Quando la Madonna appare nel suo splendore immacolato, Ella si manifesta proprio in quella santità alla quale noi tutti siamo chiamati. Quella della Vergine è dunque una chiamata alla Chiesa affinché sia davvero la Sposa di Cristo, «tutta gloriosa, senza macchia né ruga» (Ef 5,27)»(3).
Come attuare questo programma? Semplice: si potrebbe dire che il fine deve diventare anche il mezzo e cioè: il Cuore Immacolato di Maria, che guardiamo come fine a cui tendere, deve diventare anche “la via che ci conduce a Dio”, come disse Maria stessa a suor Lucia di Fatima. Diventerà via se ci consacreremo all’Immacolata, perché per la via dell’offerta incondizionata a Lei diventiamo in qualche modo «Ella stessa vivente, parlante e operante in questo mondo»4, secondo la luminosa espressione di san Massimiliano M. Kolbe.

NOTE

1) D. A. Foley, Il libro delle apparizioni mariane. Influenza e significato nella storia degli uomini, Gribaudi, Milano 2004.

2) A. Tornielli, Lourdes. Inchiesta sul mistero a 150 anni dalle apparizioniAndrea Tornielli intervista René Laurentin, Edizioni Art, Roma 2008, pp. 139-140.

3) L. Fanzaga - S. Gaeta, La firma di Maria, Sugarco Edizioni, Milano 2007, p. 48.

4) Scritti di Massimiliano Kolbe, ENMI, Roma 1997, n. 486.

sabato 8 febbraio 2020

Sepoltura dell'Alleluja ed inizio del tempo di Settuagesima


Cfr. Les adieux à l’Alléluia, in Le Blogue duMaître-Chat Lully, 26.1.2013

Il tempo pre-quaresimale nella tradizione cristiana


Tra le argomentazioni indarno usate dai modernisti per giustificare uno dei maggiori scempi del calendario riformato del 1969, ovverosia l’abolizione del tempo di Settuagesima, una colpisce particolarmente per la sua erroneità storica: che tale tempo fosse stato un’invenzione medievale della Chiesa Cattolica volta a sedare gli eccessi del carnevale profano. Ci occuperemo qui anzitutto di dimostrare come le origini di questo tempo siano molto più antiche e comuni a diverse tradizioni; poi, analizzeremo il tempo di Settuagesima confrontando la tradizione romana e bizantina.

Origini storiche del tempo di Settuagesima

Il tempo di Settuagesima non è in realtà un vero e proprio “tempo”, ma piuttosto la collazione di tre domeniche (Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima), caratterizzate da una moderata penitenza in preparazione al grande rigore del digiuno quaresimale, venutesi a formare in modo indipendente in età patristica o poco più tardi. San Massimo di Torino ci informa in un sermone del 465 dell’approvazione dell’anticipazione della Quaresima di una settimana, in modo da portare il numero di giorni di digiuno quanto più vicino possibile a 40, considerando che il sabato e la domenica ne erano esenti: nasce così la cosiddetta Quinquagesima.
Ancora nel VI secolo troviamo pareri discordanti sull’opportunità della cosa: i concili lionesi rigettano la pratica, mentre San Cesario, nella sua Regola per le Vergini, la raccomanda, e anzi consiglia ai monaci di aggiungere un’ulteriore settimana di digiuno: si tratta della Sessagesima. Bisogna dire che questa introduzione era modellata su di un uso che aveva preso piede in Oriente da almeno un paio di secoli, quello di “graduare” l’inizio digiuno, iniziando prima a eliminare la carne, poi le uova e i latticini, venendosi così a creare un periodo prequaresimale di preparazione del corpo all’astinenza, durante il quale non tutti i cibi sono leciti, ma è lungi l’asprezza del digiuno quaresimale. San Gregorio Magno attesta l’esistenza di due settimane di digiuno prequaresimale a Roma, che diventano tre nel giro di un secolo; allo stesso periodo risale più o meno l’introduzione di elementi penitenziali nella liturgia romana di queste tre settimane, con la soppressione del Gloria e dell’Alleluja e l’uso dei paramenti violacei.
Sta di fatto che un tempo prequaresimale è ben presto attestato in tutte le tradizioni: la Settuagesima latina, di cui abbiamo riassunto l’origine, ricalca il Triodion bizantino, così come troviamo due “domeniche prima della Quaresima” nel rito armeno, e periodi simili in altri riti orientali. Persino il calendario luterano e quello anglicano, pur essendo creati in spirito distruttore, non ebbero cancellata quest’antica prassi ascetica: ma ciò che nemmeno Lutero fece, lo fecero i modernisti del secolo scorso...

Confronto puntuale tra prassi romana e bizantina

La Settuagesima latina, come ricorda il Catechismo di San Pio X, ha lo scopo primario di "allontanare con segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare ad essi lo spirito di penitenza": gli uffici di questo periodo raccontano le vicende dei patriarchi d'Israele, portandoci a considerare il castigo divino per il peccato e la giusta ricompensa per l'obbedienza. La tradizione latina perse abbastanza presto (già nel Medioevo appare scomparso) l'uso del digiuno di Settuagesima, e questo permise che nell'Occidente profano, nei secoli del degrado morale, i divertimenti del Carnevale (che più anticamente avevano la loro collocazione subito dopo l'Epifania) venissero ritardati sino a ridosso dell'inizio della Quaresima. Cionondimeno, la Chiesa si adoperò sempre per combattere queste usanze demoniache, mantenendo comunque una rigida prassi per questo periodo: "Per conformarci ai disegni della Chiesa in questo tempo - scrive S. Pio X nel suo Catechismo - bisogna star lontani dagli spettacoli e dai divertimenti pericolosi, e attendere con maggior diligenza all'orazione e alla mortificazione, facendo qualche visita straordinaria al Santissimo Sacramento, massime quando sta esposto alla pubblica adorazione; e ciò per riparare a tanti disordini, coi quali Iddio in questo tempo viene offeso".
Più lungo e decisamente più ricco, sia dal punto di vista dei testi liturgici che della pratica cristiana, avendo conservato l'arcaica graduazione del digiuno, è il tempo prequaresimale del rito bizantino, che viene definito Τριδιον, semplicemente per il fatto che il Canone del Mattutino è in queste settimane particolarmente breve, constando di sole tre odi anziché le nove consuete. In queste settimane, la Chiesa fa meditare ai suoi fedeli il tema del perdono e del giudizio, e li sottopone a un moderato digiuno per abituarli ai rigori futuri, costituendo - secondo i commentatori antichi - un'esercitazione soprattutto della mente (mentre il digiuno quaresimale sarebbe un'esercitazione del corpo, e le liturgie della Settimana Santa un'esercitazione dello spirito).
Di seguito propongo un confronto puntuale e sinottico del calendario romano con quello bizantino. Si tenga presente che la data dipende da quella della Pasqua, che è diversa tra i due calendari.

TEMPO
CALENDARIO ROMANO
CALENDARIO BIZANTINO
PREPARAZIONE REMOTA
In queste settimane la Chiesa Romana fa proseguire le tematiche che hanno caratterizzato la festa dell’Epifania, con il Tempo dopo l’Epifania, incentrato prevalentemente sulle manifestazioni della Divinità di Cristo e sui suoi miracoli (nei Vangeli si leggono gli episodi delle Nozze di Cana, della guarigione del lebbroso, del salvataggio della barca dalla tempesta …), e sull’adorazione della maestà divina (l’introito della prima domenica principia Omnis terra adoret te, quello della seconda Adorate Deum).
Non c’è dunque preparazione remota, e si inizierà a parlare di penitenza solo dalla Settuagesima.
In questo periodo si collocavano i divertimenti del Carnevale in epoca più antica, non ostacolando dunque, ma precedendo, la penitenza settuagesimale.
Con la Domenica di Zaccheo (che nell’uso greco cade tra la Teofania e il Triodion, mentre nell’uso slavo cade sempre la domenica prima del Triodion), la Chiesa eccita gli spiriti dei fedeli a ricercare la penitenza e il pentimento, e ad ardere del desiderio di veder Gesù Cristo.
Con la Domenica del Pubblicano e del Fariseo inizia il Triodion: dalla contrapposizione tra l’atteggiamento di preghiera dei due personaggi del Vangelo, la Chiesa insegna ai fedeli a riconoscere i propri peccati e a pentirsene con contrizione di cuore, piuttosto che esaltare i propri meriti.
Tutti i testi liturgici odierni sono impostati sull’umiltà, sulla frase di Cristo: "Πᾶς ψν αυτν ταπεινωθήσεται, δ ταπεινν αυτν ψωθήσεται".
In questa settimana sono sospesi tutti i digiuni, compreso quello del mercoledì e del venerdì: si esortano i fedeli a celebrare l’ultima festa, prima di iniziare il periodo di conversione e penitenza.



SETTUAGESIMA
Dunque, con la Domenica di Adamo (Circumdederunt, o di Settuagesima) la Chiesa inizia a far meditare ai fedeli i temi penitenziali: al Mattutino si legge la pericope della Genesi che narra della caduta dei progenitori e del loro giusto castigo, e si racconta, attraverso la storia di Abele, il dominio del male sul mondo dopo il peccato originale. L’epistola della Messa ci ricorda che, per conseguenza del peccato originale ereditato, viviamo nella condizione di non poter fare a meno di commettere peccato attuale; il Vangelo, invece, attraverso la parabola degli operai nella vigna, racconta la vocazione delle nazioni a Dio, volgendosi al quale anche gli ultimi a farlo troveranno misericordia.
A partire da questa domenica non si canta il Gloria alla Messa né il Te Deum al Mattutino, l’Alleluja è sostituito da un salmo detto Tractus, e si usano paramenti violacei.
Con la Domenica del Figliuol prodigo i fedeli sono invitati, attraverso la lettura della parabola evangelica, a meditare l'infinita misericordia di Dio, che, in virtù del suo amore infinito, è pronto a perdonare chiunque si rivolga a lui con cuore contrito, con il pentimento delle proprie colpe. La Chiesa invita così a ritornare con umiltà a Dio durante la ventura Quaresima, con la certezza che Dio accoglierà con benevolenza coloro che sono realmente pentiti.
Al termine del Polyeleos, si canta per la prima volta il salmo 136 "
π τν ποταμν Βαβυλνος", che accompagnerà la liturgia di tutto il tempo prequaresimale; gli antichi commentatori legavano la sua presenza in questa domenica al tema dell'esilio richiamato dal racconto evangelico.



SESSAGESIMA
Con la Domenica di Noè (Exsurge, o di Sessagesima) la Chiesa fa considerare il diluvio universale, mandato da Dio per castigo dei peccatori, e come solo il giusto Noè ebbe modo di scamparne; questo episodio domina tutto il Mattutino. L’Epistola e il Vangelo della Messa, invece, ci insegnano con quale atteggiamento dobbiamo accogliere e mettere in pratica il messaggio di Cristo per poter sperare nel perdono divino e nella salvezza.
Con la Domenica di Carnevale (Κ. τοῦ κρεατοφγου, o del Giudizio Finale), la Chiesa ricorda ai fedeli, attraverso l'apocalittica descrizione del Giudizio Finale contenuta in Matteo XXV, che tutti dovranno esser giudicati da Gesù Cristo in base alla fede e alle opere, e che per ottener la salute eterna è necessario, dopo esser tornati a Cristo (come ricordava la domenica precedente), di seguirlo, adorarlo, e obbedire ai suoi comandamenti; e che qualora si mancasse ai precetti di Nostro Signore, a nulla varrebbe confidare nella sua grande misericordia, poiché noi stessi ci siamo consegnati all'eterna dannazione.
Questo è l'ultimo giorno in cui è permesso mangiare carne (donde il nome della domenica): dal lunedì seguente ne sarà vietato il consumo, ancorché sarà permesso quello di uova e latticini, in graduale preparazione alla Quaresima.



QUINQUAGESIMA
Con la Domenica di Abramo (Estomihi, o di Quinquagesima) la Chiesa propone a considerare tre cose: principalmente, attraverso il Mattutino, la vocazione di Abramo, la cui vita è tutta sintetizzata nella fedeltà a Dio, nell'osservanza dei suoi comandamenti e nel sacrificio e nella rinuncia ad ogni cosa in ossequio alla volontà di Dio. Secondariamente, attraverso l’epistola di S. Paolo, la gran virtù della carità, necessaria per imitare il nostro padre nella fede. Nel Vangelo invece ci è proposto l’episodio della guarigione del cieco, simbolo dell’accecamento spirituale dei peccatori, che se però, come lui, vorranno cambiare la loro condizione, saranno accolti ed esauditi dal Signore.
Con la Domenica dei latticini (Κ. τοῦ τυροφγου, o del Perdono) i fedeli sono invitati a meditare la caduta di Adamo ed Eva, il peccato originale e le sue conseguenze (come nella Settuagesima romana). Dal Vangelo invece sono esortati ad accogliere le istruzioni che Cristo stesso fornisce in Matteo VI su come esercitare il perdono, il digiuno, l'elemosina e l'orazione durante il prossimo tempo penitenziale.
Questo è l'ultimo giorno in cui sono permessi le uova e i latticini: dal lunedì seguente, fino a Pasqua, i cristiani osserveranno il grande digiuno, senza consumare alcun alimento di origine animale (eccetto il pesce, ma solo il sabato e la domenica).
Nei tre giorni che precedono l’inizio della Quaresima, almeno dal XVII secolo, è uso di esporre il Santissimo Sacramento alla pubblica adorazione per 40 ore consecutive (donde il nome di Quarantore), per offrir riparazione ai peccati dell’umanità e perché i fedeli, tralasciando le tentazioni della mondanità, possano trovare la pace spirituale in vista della Quaresima adorando Cristo vero e vivo.



INIZIO DELLA QUARESIMA
Con il Mercoledì delle Ceneri iniziano compiutamente il digiuno e la penitenza quaresimale. In questo giorno, i fedeli consumano un solo pasto, privo di carne (prima del XX secolo, anche privo di uova e latticini); nei giorni successivi della Quaresima, tranne le domeniche e le feste di precetto, consumeranno nuovamente un solo pasto, astenendosi dalle carni però solo il mercoledì, il venerdì e il sabato (prima del XX secolo, ci si asteneva quotidianamente dalla carne, e dalle uova e dai latticini in alcuni giorni).
In questo giorno, prima della S. Messa, il sacerdote benedice solennemente le ceneri ricavate dalla bruciatura dei rami della Domenica delle Palme dell'anno precedente, e con esse traccia un segno di croce sulla fronte di ciascun fedele; con tale rito si dà inizio al tempo di penitenza e di conversione, ma si eccita anche il sentimento dell'umiltà di cuore, ricordando la flebile natura umana con l'ammonimento: Memento, homo, quia pulvis es, et in púlverem revertéris.
Il rito quaresimale della S. Messa e dell'Ufficio Divino nel rito romano prevede alcuni cambiamenti rispetto alla prassi ordinaria (assenza del Gloria e dell'Alleluja, salmodia penitenziale, etc.), che erano stati in massima parte già introdotti in tempo di Settuagesima, ma che vengono amplificati in questo più forte tempo penitenziale, durante il quale ogni giorno vi sono letture e Vangeli differenti, che esortano massimamente il cristiano a vivere con intensità questo periodo di preparazione alla Santa Pasqua.
La Divina Liturgia di questa domenica è l’ultimo ufficio prequaresimale: dopo Nona inizia infatti la Grande Quaresima (vide infra).
Dunque, la Quaresima bizantina principia due giorni prima di quella romana.
Il Vespro della domenica dei latticini è il primo servizio quaresimale: dopo il congedo, i fedeli si recano singolarmente dal sacerdote, gli fanno una metania e gli domandano perdono; questi li perdona, poi fa una metania e domanda a sua volta perdono, e lo riceve; poi il sacerdote lo benedice con la croce. Tradizionalmente, anche i fedeli si chiedono e concedono vicendevolmente perdono.
Con il Lunedì puro inizia il digiuno della Grande Quaresima ed iniziano i servizi secondo il rito quaresimale, che sono il Vespro con le prostrazioni e le preghiere penitenziali (tra cui quella di S. Efrem), la Liturgia dei Presantificati che sostituisce il Santo Sacrificio nei giorni feriali (nelle parrocchie si celebra solo il mercoledì e il venerdì, ogni giorno nei monasteri), e il Grande Apòdeipnon che sostituisce il Piccolo (che si canta nel resto dell'anno).
Dal lunedì al giovedì della prima settimana si cantano durante l'Apòdeipnon alcune strofe del Grande Canone di S. Andrea di Creta, meraviglioso poema inneggiante alla penitenza e alla contrizione di cuore, che sarà poi cantato integralmente nella V settimana. Al venerdì invece si canta la prima stasi dell'Akathistos alla Madonna, le cui stasi successive saranno riposte nei venerdì seguenti della Quaresima.

8 febbraio 1587 - Martirio di Maria Stuart, Regina Cattolica

Ricorre oggi l’anniversario della barbara esecuzione, perpetrata per mano della terribile cugina Elisabetta, figlia dell’orrendo Re Enrico VIII d’Inghilterra, della Regina Maria Stuart.
Donna di profondissima fede cattolica, fedelissima al Papa, s’impegnò immensamente per restaurare la vera Fede e la Chiesa Cattolica nell’Inghilterra dilaniata dall’atto scismatico di Enrico.
La sua morte tragica e truce fu il massimo sigillo al martirio di migliaia di uomini e donne, di tutte le condizioni sociali, clero e laici che mai vollero rinnegare la vera ed unica Fede nell’unica Vera Chiesa.
Quando vediamo un Papa benedire (o farsi benedire) assieme ai finti vescovi della cosiddetta Comunione Anglicana, chiediamo per lui perdono a tutti questi martiri che stanno nella gloria di Dio!
Di seguito la cronaca di quel tragico giorno:
"L’8 febbraio 1587, il giorno fissato per l’esecuzione, presso il castello di Fotheringhay, Mary Stuart, italianizzato come Maria Stuarda, riferiscono le fonti, entrò nel salone, in cui doveva svolgersi la sua esecuzione, con aria tranquilla, indossando un abito scuro e un lungo velo bianco, simile a quello di una sposa. Quando il boia le presentò le sue scuse, ella gli disse: «Vi perdono con tutto il mio cuore, perché spero che ora porrete fine a tutte le mie angustie». Sul patibolo le sue dame, Elizabeth Curle e Jane Kennedy, l’aiutarono a spogliarsi, rivelando un sottabito rosso cremisi, il colore della passione dei martiri cattolici, appositamente scelto dalla regina, che davanti ai protestanti inglesi voleva morire da martire cattolica. Una volta bendata e posizionata la testa sul ceppo pronunciò le parole: «In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum», cioè «Signore, nelle tue mani affido il mio spirito».
Il martirio della regina, stando ai testimoni, fu particolarmente brutale: il primo colpo di mannaia fracassò parzialmente la nuca, gli astanti dissero che in quel momento Maria aveva sussurrato le parole: «Dolce Gesù». Il secondo colpo recise completamente il collo, fatta eccezione per un tendine, che fu infine tagliato usando la scure come una sega (cfr. Antonia Fraser, Maria Stuart. La tragedia di una regina, Mondadori, Milano 1998, p. 591). Quando gli esecutori si avvicinarono al corpo senza vita per prendere gli ultimi ornamenti rimasti, prima che venisse imbalsamato, la gonna di Maria iniziò a muoversi e dal di sotto uscì il piccolo cane della regina, che ella era riuscita a nascondere sotto le lunghe vesti. Per quanto si cercasse di allontanarlo, il cagnolino continuava a rimanere vicino al corpo (Stefan Zweig, Maria Stuarda. La rivale di Elisabetta I d’Inghilterra, Bompiani, Milano 2013, p. 366). Le dame della regina, alla fine, riuscirono a farlo desistere e lo lavarono più volte per far andare via il sangue ma, una settimana più tardi, essendosi rifiutato di mangiare, morì d’inedia (Fraser, op. cit., p. 592). Il boia sollevò la testa della regina per mostrarla ai presenti e in quel momento la folla fu sconvolta da un’inaspettata visione: i riccioli castani di Maria si staccarono e la testa rotolò a terra; nessuno avrebbe immaginato che la regina di Scozia indossasse una parrucca. A causa delle sofferenze patite in prigionia, in effetti, Maria era precocemente entrata in menopausa e i suoi capelli si erano incanutiti e diradati; per ovviare a ciò, aveva preso l’abitudine di indossare una parrucca del suo colore naturale (ibidem, p. 591; Zweig, op. loc. cit.). La richiesta di Maria di essere sepolta in Francia venne rifiutata da Elisabetta. Il suo corpo venne imbalsamato e lasciato insepolto in una bara di piombo fino alla sua sepoltura, avvenuta nella Cattedrale di Peterborough alla fine del luglio del 1587. Le sue interiora, rimosse come parte del processo di imbalsamazione, furono sepolte in segreto nel castello di Fotheringhay. Il suo corpo fu riesumato nel 1612 quando suo figlio, il re Giacomo I d’Inghilterra, ordinò che venisse sepolta nell’Abbazia di Westminster, in una cappella di fronte alla tomba di Elisabetta I.
La regina di Scozia, regina consacrata da Dio, moriva all’età di quarantaquattro anni. Il suo dramma ispirerà, nella musica, Donizetti e Mercadante; nella letteratura l’Alfieri e Schiller.
La regina martire poteva vantare inoltre una corrispondenza ed amicizia con San Carlo Borromeo e godeva dell’appoggio di San Pio V.
Elisabetta, sua cugina, morirà nubile, non ebbe figli ed il figlio di Maria, Giacomo Stuart di religione protestante (e che aveva tradito per il trono la fede cattolica della madre), divenne re d’Inghilterra, designato da Elisabetta sul letto di morte.
Dell’empia Elisabetta, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Dottore della Chiesa, ne parla nel suo libro “Apparecchio alla morte”. Di lei scrive che questa, in maniera stolta, arrivò a dire: «Dio, dammi quarant’anni di regno e io rinuncio al paradiso!». Quella «misera», come la chiama il Santo Dottore, ebbe effettivamente un regno di quarant’anni (per l’esattezza 45 anni), ma dopo la morte fu vista di notte sulle sponde del Tamigi, mentre, circondata da fiamme, gridava: «Quarant’anni di regno e un’eternità di dolore!...» (Apparecchio alla morteConsiderazione XXVIII - Rimorsi del dannato, punto III, ora in Opere Ascetiche, Vol. IX, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1965, pp. 274-275).
San Luigi Guanella scriveva: «Nella terra inglese una regina Elisabetta con otto mariti e che poneva a morte chi diceva i figli naturali non esser legittimi eredi del trono, questa si faceva chiamare regina vergine e voleva che alla sua presenza i cortigiani stessero genuflessi. In Iscozia era la cugina Maria Stuarda, santissima donna che, lasciata con immenso cordoglio la Francia, veniva per ricevere la corona di Scozia, ben prevedendo che questa le avrebbe circondato le tempie come una corona di spine. Fu vero perché Elisabetta, la regina vergine di otto mariti, fu altresì agnello mite come una tigre sanguinaria. Il suo diletto era spogliar chiese e abbat[t]er monasteri, non solo, ma tagliar teste di duchi, di principi, di vescovi, di sacerdoti, che si opponevano alle sue scelleratezze. Sancì la pena di morte contro qualsiasi sacerdote o religioso che venisse da fuori; la pena di morte fissò contro un candidato che si fosse osato ordinarlo sacerdote. Allora il coraggioso Allen Guglielmo istituiva seminari allo esterno dello Stato. Filippo II, che avrebbe voluto discendere a punire la sanguinaria, perdette l’armata detta Invincibile, la flotta di mare più poderosa che s’aveva. Intanto Elisabetta ordinava segretamente società perché e nella Inghilterra e nella Scozia chiedessero la morte di Maria Stuarda. Ordì tal trama per cui fosse giudicata rea della morte del proprio marito. Era il giorno 8 febbraio 1587. Le campane da 24 ore suonavano a festa in Inghilterra e nella Scozia. Ad ore otto di quel mattino Maria Stuarda con cuore di una vera martire del Signore sclamò: “Muoio innocente! Perdono a tutti! Godo in spargere il sangue per la fede!” In questo istante la vittima offerta fu sacrificata. Elisabetta in udire finse [di] desolarsene e per coprire la sua ignominia, fece impiccare i principali che avevano cooperato alla morte di lei. Infame Elisabetta! Avevala tenuta in prigione 19 anni e Maria Stuarda, giammai sospettando che Elisabetta fosse una lupa, veniva a lei come agnello a lambirle le mani» (Da Adamo a Pio IX. Quadro delle lotte e dei trionfi della Chiesa Universale distribuito in cento conferenze e dedicato al clero e al popolo, vol. III, cap. LXXXIX, Virtù della Chiesa di Gesù Cristo, Centro Studi Guanelliani, Nuove Frontiere Editrice, Roma 1999, pp. 794-795)


Francesco Hayez, Maria Stuart protesta la sua innocenza alla lettura della sua condanna a morte, 1832, usée des beaux-arts, Lione

Francesco Hayez, Maria Stuarda sale al patibolo, 1827, Collezione Banca Cesare Ponti, Milano


Jean-Baptiste Vermay, Lettura della sentenza di morte di Maria Stuarda, 1809, collezione Arenenberg

Philippe-Jacques van Bree, Maria Stuart nel momento in cui la vengono a cercare per andare all'esecuzione, 1819, Musée du Louvre, Parigi

Laslett John Pott, Maria Stuarda si avvia al patibolo, 1871, Castle Art Museum, Nottingham