lunedì 29 agosto 2016

Non c’è Europa senza Cristo

Nella festa della decollazione del Precursore San Giovanni Battista, rilanciamo questo contributo di Matteo Matzuzzi.



Daniele da Volterra, Decollazione del Battista, XVI sec., Galleria Sabauda, Torino

Ambito romano, Decollazione di S. Giovanni Battista, XVII sec., Rieti

Scuola bolognese, Testa del Battista dopo la decapitazione, affissa ad una picca, XVII sec., collezione privata

Mauro Picenardi (attrib.), Decollazione di S. Giovanni Battista, XVIII sec.

Antonio Pellegrini, S. Marco evangelista con la testa del Battista, XVIII sec., Padova

Giuseppe Menegon, Decapitazione del Battista, XVIII sec., Padova

Francesco Lorenzi, Estasi di S. Giovanni Battista prima del martirio, 1755, Verona 

Agostino Ugolini, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1803

Giuseppe Diotti, Decapitazione del Battista, 1819, Bergamo

Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1844, Viterbo

Eduard Heinrich, S. Giovanni Battista condotto al martirio, 1858, Trieste

Abramo Spinelli, Decapitazione del Battista, 1893, Bergamo

Ponziano Loverini,Decollazione di S. Giovanni Battista, 1897, Basilica di S. Maria Assunta, Gandino  

Ambito romano, Decapitazione del Battista, XIX sec., Civita Castellana

Achille Boschi, Decapitazione del Battista, XIX sec., Bologna

Adolfo Mattielli, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1940-60, Verona


Marco Antonio Poggio, Decollazione del Battista, XVII sec., Oratorio Mortis et Orationis, Sestri Ponente

Bottega italiana, Decollazione di S. Giovanni Battista, XX sec., Fabriano




Anton Maria Maragliano, Martirio di S. Giovanni Battista, detta anche Cassa di S. Giovanni, XVIII sec., Oratorio di S. Giovanni, Ovada

Non c’è Europa senza Cristo

L’anima cristiana del continente nel disegno dei padri fondatori. La profezia di Romano Guardini: “Se perde questa sua essenza, non avrà più nulla da significare”

di Matteo Matzuzzi

La facciata della Cattedrale di Rouen

L’Europa, in fin dei conti, ha iniziato a crollare definitivamente nei primi anni Duemila, quando il presidente della Convenzione europea, l’organismo incaricato di studiare una Costituzione per l’Unione, Valéry Giscard d’Estaing, rifiutò di aprire una lettera che Giovanni Paolo II gli aveva fatto recapitare. Un messaggio in cui il vecchio Papa polacco implorava quantomeno di considerare l’inserimento d’un riferimento alle radici giudaico-cristiane del continente nel testo poi abortito. “E’ bene che la tenga in tasca e non me la consegni”, avrebbe detto Giscard al latore della missiva secondo quando ebbe a dire monsignor Rino Fisichella, citando fonti fidate. Quel gesto dell’ex capo dello stato francese non era un semplice barcamenarsi tra gli opposti interessi e il mantra laicista tanto in voga a Bruxelles, che si cullava nella convinzione che il multiculturalismo e l’applicazione di ricette tutte concordi nel ricacciare la religione a fatto privato – quasi fosse l’iscrizione a un club di caccia – avrebbero portato in terra il regno della pace perpetua. Rifiutare quella lettera significava rimuovere le fondamenta stesse del progetto comunitario, che aveva nel fatto cristiano il suo pilastro fondamentale. Questa, almeno, era l’Europa immaginata da Robert Schuman, uno dei suoi padri fondatori il cui nome tanto campeggia sulle facciate dei palazzi e cui tante vie e piazze sono dedicate nel cuore politico dell’Unione. L’Europa che “o sarà cristiana o non sarà”, frase poi ripresa decenni più tardi proprio da Giovanni Paolo II.
Schuman aveva pensato un’Europa fondata non tanto e solo sul collante economico, bensì sul comune terreno culturale, che a suo giudizio non poteva fare a meno del portato valoriale incarnato dal cristianesimo. “Tutti i paesi europei sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle”, disse, quando ancora le chiese erano popolate e a nessuno veniva in mente di proporre la rimozione della croce dallo stendardo di Tolosa perché offensiva nei confronti dei fedeli di altre religioni (o culti, come più sobriamente si dice oltralpe). L’Europa delle cattedrali (definizione sempre di Schuman) come emblema caratterizzante di quel che avrebbe dovuto essere, insomma. Ma la visione dello statista francese – al pari di quella di Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi – era laica: niente a che vedere con rivendicazioni confessionali o con intenzioni più o meno manifeste di imporre il cristianesimo quale religione comunitaria. Nessuno spirito di revanche crociata né desiderio di brandire vessilli identitari a definire un fortino da purificare e preservare da attacchi e infiltrazioni esterne.
Una visione che sarebbe stata condivisa dal teologo Romano Guardini, che nelle sue dense ma al contempo brevi riflessioni sull’Europa (raccolte qualche anno fa dalla casa editrice Morcelliana) delineava le basi per una costruzione comune che potesse avere successo e respiro. “Se quindi l’Europa deve esistere ancora in avvenire, se il mondo deve ancora aver bisogno dell’Europa”, scriveva Guardini, “essa dovrà rimanere quella entità storica determinata dalla figura di Cristo, anzi, deve diventare, con una nuova serietà, ciò che essa è secondo la propria essenza. Se abbandona questo nucleo, ciò che ancora di esse rimane, non ha molto più da significare”. Silvano Zucal, grande esperto della materia e che di quella raccolta scrisse la premessa, osservò che le meditazioni di Guardini, “frutto di una riflessività e d’una originalità straordinarie, dicono che solo l’Europa poteva diventare non solo un ‘destino’ di ricomposizione per la sua personale identità duale, ma anche un compito etico da consegnare al futuro dei popoli europei fuoriusciti dall’epoca tragica segnata dalle guerre, dai totalitarismi e dalla macchia indelebile della Shoah”.
Già nel 1980, in un’omelia tenuta a Cracovia, l’allora cardinale Joseph Ratzinger (a Guardini assai legato, tanto da citarlo perfino nel suo ultimo discorso prima di lasciare per sempre il Palazzo apostolico, nel 2013) diceva che “ogni popolo europeo può e deve riconoscere che la fede ha creato la propria patria e che perderemmo noi stessi sbarazzandoci della nostra fede”. Si trattava di ribadire il concetto che l’Europa com’è oggi, sopravvissuta a secoli di guerre e disfacimenti di piccoli e grandi principati, è opera della fede cristiana insieme alla filosofia greca e al pensiero romano.
Il problema, mai come ora così attuale e decisivo, è capire cosa è l’Europa. Parlando a Berlino nel 2000, in pieno dibattito sulla necessità (o meno) di riconoscere l’impronta giudaico-cristiana nella Costituzione europea, Ratzinger spiegò che l’Europa è in primo luogo un concetto culturale e storico, e solo in un secondo tempo indica una realtà geografica. Guardini l’aveva anticipato di quasi mezzo secolo. Già settantenne, il teologo e filosofo italo-tedesco, parlando all’Università di Monaco, chiariva che “l’Europa non è un complesso puramente geografico, né soltanto un gruppo di popoli, ma un’entelechia vivente, una figura spirituale operante”.
Un qualcosa in movimento, dunque, che si è sviluppato una storia “che passa per quattromila anni e a cui non si può finora paragonare nessun’altra ricchezza di personalità come di forze, in audacia d’azioni come in profondi movimenti di destini sperimentati, in ricchezza di opere prodotte come in pienezza di significato immessa in ordini di vita creati”. Certo, avvertiva Guardini, “nessuna forma di vita è eterna”. Tuttavia, “la struttura essenziale europea c’è; la vediamo anzi in ogni gesto, la percepiamo in ogni parola, la sentiamo con intensità nuova, dolorosa in noi stessi. Così siamo fiduciosi che continuerà e sarà soggetto di storia”. A patto che esamini “se stessa con la più decisa serietà” e rifletta “sul suo proprio essere”. Si tratta semmai di ridestarla, di considerare le tante cattedrali che pullulano le città non solo come vecchi musei, ma come simbolo di una grande storia comune. Utile sarebbe, forse, “farla finita con la neutralizzazione di ogni religione e di ogni etica sostantiva”, come diceva a questo giornale il cardinale Angelo Scola il 4 agosto. Le religioni, aggiungeva l’arcivescovo di Milano, “non vanno pensate come soggetti che cercano tutele, ma come realtà vitali capaci di sviluppare una soggettività pubblica, liberamente assunta e il più possibile cordialmente dialogata. In quest’età post secolare in cui, con la modernità, è stato abbandonato il riferimento a Cristo come senso di un cammino, bisogna riconoscere che tutti i tentativi fatti per sostituirlo sono falliti. Basti rifarsi al discorso del crollo delle grandi narrazioni”.
Manca, scriveva Guardini nel lontano 1955, “ciò che è più intimamente decisivo: la figura di Cristo. E non nel senso che un determinato gruppo di popoli l’avrebbe accolto come maestro religioso, il loro carattere peculiare però sarebbe stato determinato anche senza questo; ma diventò ciò che è, perché il suo spirito per quasi due millenni fu attivo fin nella loro più intima profondità e nella loro più delicata finezza”. L’essere di Cristo, continuava il teologo, “ha liberato il cuore all’uomo europeo. La sua personalità gli ha dato la capacità straordinaria di vivere la storia e di esperire il destino. La sua serietà, che lo volesse o no, ha sostenuto l’opera dello spirito europeo”. Affermazioni nette che paiono stridere con lo stato dell’Europa odierna, mostro burocratico più che casa dei popoli, incapace di rispondere alle sfide essenziali che le si pongono dinanzi e che giorno dopo giorno è minacciata da venti ostili che ne preconizzano lo sgretolamento finale.
Non è un caso che alla questione sia dedicato l’annuale incontro degli allievi del professor Ratzinger, che si stanno incontrando proprio in questi giorni a Castel Gandolfo per discutere proprio di Europa. Alla fine, come sempre, il tema è stato scelto da Benedetto XVI, benché “con una certa esitazione”, ha rivelato padre Stephan Horn, coordinatore dello Schülerkreis, in un’intervista concessa ad Acistampa. “Quando lo ha scelto, ha posto la domanda: ‘E’ ancora viva l’Europa? C’è ancora una Europa? Esiste veramente l’Europa?’”. Affermazioni che rievocano quelle di Papa Francesco, pronunciate all’atto di ricevere il prestigioso premio Carlo Magno, lo scorso maggio: “Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”.
Non è banale pessimismo, quello di Bergoglio e Ratzinger, bensì la necessità di comprendere fino a che punto il concetto “post europeo” e “anti europeo” di ragione autonoma abbia finito per compromettere non solo le fondamenta dell’ideale comunitario ma anche i pilastri su cui s’erge ogni società umana. Nel celebre discorso tenuto da Ratzinger a Norcia il 1° aprile del 2005, l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede tornò sul dibattito circa la menzione delle radici cristiane nel preambolo della Costituzione europea. “L’affermazione che la menzione delle radici cristiane dell’Europa ferisce i sentimenti dei molti non cristiani che ci sono in Europa, è poco convincente, visto che si tratta prima di tutto di un fatto storico che nessuno può seriamente negare”. Naturalmente, proseguiva Ratzinger, “questo cenno storico contiene anche un riferimento al presente, dal momento che, con la menzione delle radici, si indicano le fonti residue di orientamento morale, e cioè un fattore d’identità di questa formazione che è l’Europa”. Ma la domanda è: “Chi verrebbe offeso? L’identità di chi viene minacciata? I musulmani, che a tale riguardo spesso e volentieri vengono tirati in ballo, non si sentono minacciati dalle nostre basi morali cristiane, ma dal cinismo di una cultura secolarizzata che nega le proprie basi. E anche i nostri concittadini ebrei non vengono offesi dal riferimento alle radici cristiane dell’Europa, in quanto queste radici risalgono fino al monte Sinai: portano l’impronta della voce che si fece sentire sul monte di Dio e ci uniscono nei grandi orientamenti fondamentali che il decalogo ha donato all’umanità. Lo stesso vale per il riferimento a Dio: non è la menzione di Dio che offende gli appartenenti ad altre religioni, ma piuttosto il tentativo di costruire la comunità umana assolutamente senza Dio”. Le motivazioni erano ben altre, “più profonde”, sottolineava: “Presuppongono l’idea che soltanto la cultura illuminista radicale, la quale ha raggiunto il suo pieno sviluppo nel nostro tempo, potrebbe essere costitutiva per l’identità europea”. Una cultura in cui “possono coesistere differenti culture religiose con i loro rispettivi diritti, a condizione che e nella misura in cui rispettino i criteri della cultura illuminista e si subordino a essa”.
Una cultura che “è definita dai diritti di libertà”, che “parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto”, compresa la libertà della scelta religiosa”. Il divieto di discriminazione, sempre incluso in quella cultura, “può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa”. Ma, aggiungeva infine Ratzinger, “la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche a immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce a un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà”.

domenica 28 agosto 2016

I tre mezzi supremi della dissoluzione in corso

Nella festa dell’insigne Dottore della Chiesa e vescovo d’Ippona Agostino, rilanciamo questo contributo.

Ludovico Fiumicelli, Madonna col Bambino in trono e Santi (SS. Agostino, Giacomo minore, Marina-Marino, Filippo apostolo) e doge Andrea Gritti (Vergine della Salute), 1536-37,  chiesa degli Eremitani, Padova

Luca Ferrari (da Reggio), Madonna con Bambino e Santi (SS. Agostino, Antonio da Padova e Giovanni Battista), 1640-54, Parrocchia Villa Estense, Padova

Ambito veneto, S. Agostino scrivente, 1773, Padova

Ambito emiliano, S. Agostino, XVIII sec., Bologna

Ambito veneto, SS. Atanasio ed Agostino, XVIII sec., Padova

Ambito veneto, Madonna della cintola con i SS. Agostino e Monica, XVIII sec., Padova

Ambito lombardo, S. Agostino, XVIII sec., Bergamo

Ambito napoletano, S. Agostino scrive ed abbatte l'errore, XIX sec., Cerignola

Ambito meridionale, S. Agostino, XIX sec., Lucera

I tre mezzi supremi della dissoluzione in corso

«Mentire è un vizio che conduce al male, ma è davvero una gran virtù quando è rivolta al bene. Perciò sii più virtuoso che mai. Si deve mentire come il diavolo, non timidamente, non di tanto in tanto, ma audacemente e sempre». (Voltaire, lettera a Thiriot)

di Massimo Viglione

Le ragioni per le quali il nostro mondo sta andando verso la dissoluzione e il nichilismo assoluto sono molteplici, ma ve ne sono tre fondamentali, su cui si basano tutte le altre.

1. Perché i dissolutori sanno che possono dire qualsiasi folle o ridicola menzogna (che i bambini di un anno hanno bisogno di sesso e quindi la pedofilia pacifica va accettata, o che è giusto cantare a ballare “Gelato al cioccolato” durante la Messa, o che l’Islam è una religione di pace, o che l’Italia è un paese proiettato verso il futuro, o che gli insetti sono buoni, e così via), che prima o poi, a furia di essere detta e ridetta, sarà da alcuni accettata, da molti difesa, da quasi tutti infine inverata;
2. perché i dissolutori sanno che qualsiasi cosa ci facciano (modificarci antropologicamente insegnando l’omosessualismo e il gender perfino nelle scuole ai nostri bambini, ridurci in miseria, toglierci il posto fisso e la pensione, mandare in galera gli innocenti che si difendono e liberare i violenti che assalgono gli innocenti, dare le case degli italiani agli immigrati, distruggere la nostra civiltà e dissolvere il nostro popolo mediante un’invasione generale delle nostre terre, profanare mostruosamente le cose più sacre della nostra religione, e così via)… noi non reagiamo. Basta una partita di calcio, un cellulare, un divertimento, e dimentichiamo tutto. Compresi migliaia di morti ammazzati nelle nostre strade senza difesa alcuna.
Loro sanno che noi non reagiamo. Ci hanno anche messo Facebook come sfogatoio generale… Tanto sanno che facciamo poco o nulla di concreto. Tutte cose per loro perfettamente gestibili.
3. Poi c’è l’adesione – conscia o inconscia che sia – alle mode e al “mainstream”: meglio non apparire scomodi, diversi, ma apparire come ci vogliono. Meglio non pensare e pensare solo a noi stessi.

Ecco le tre armi invincibili della dissoluzione, perché annullano ogni possibile reazione: menzogna, abitudine, moda.
Ci hanno tolto le armi per difenderci, ogni genere di armi. E, ora, di conseguenza, siamo indifesi.
In più, coloro che dovrebbero essere le nostre guide e i nostri difensori, i nostri maestri e punti di riferimento, sono passati nella quasi totalità con i dissolutori e sostengono il loro gioco in ogni modo possibile, ma anzitutto, ancora una volta, con la menzogna eretta a sistema di indottrinamento psicologico “delle masse”. Perché ci hanno trasformato da persone in “massa”.
E chi non si adegua, è intollerante, esagerato, pericoloso, ridicolo, oppure razzista, omofobo, ecc. ecc. E deve essere isolato, licenziato, emarginato, perché non accetta la menzogna, l’abitudine, la moda.
Ecco spiegato in poche righe il meccanismo operativo della dissoluzione.
Poi c’è il meccanismo ideologico a monte. Ma quello è molto più complicato.
Volete sapere qual è la verità? La verità è che oggi mentono tutti, o quasi tutti. Come nessun altra società della storia passata, la nostra è la società della menzogna eretta a sistema di vita pubblica.
Non per niente, come loro stessi dicono, siamo tutti figli di Voltaire.
E i risultati sono dinanzi ai nostri occhi.
Forse, sarebbe giunto il momento non solo di dirci la verità tutta e fino in fondo, ma – cosa enormemente più difficile a farsi – accettarla come essa è. Ammettere di aver sbagliato, magari per anni, magari per una vita intera. Ammettere che i “nostri eroi” mentono, e che sono diventati “eroi”, ovvero hanno raggiunto quella posizione di potere, proprio perché mentono. Dovremmo ammettere a noi stessi che non è difficile capire quando un potente, chiunque sia, mente: è sufficiente utilizzare il proprio cervello ed essere onesti fino in fondo. Costi quello che costi.
È l’unica via di salvezza che abbiamo. Altrimenti, il ghigno sulfureo di colui che è l’incarnazione stessa dell’illuminismo e della modernità ci sommergerà tutti per sempre.
Ricordiamoci di 500.000 cristiani che hanno dato la vita in Francia per non aver ceduto a quel ghigno tra il 1792 e il 1794.
Ecco uno spunto di meditazione in chiusura di questa estate del 2016.

sabato 27 agosto 2016

Terremoto in Umbria e crollo della cultura cattolica in un aforisma di Padre Cassian Folsom O.S.B.


Fonte: Cassian Folsom, Norcia, ferita al cuore spirituale dell'Europa malata Monaci sfollati: "Resteremo per ricostruire", in LNBQ, 27.8.2016

“Quamvis órdini univérso præésset, totísque víribus ad animárum salútem incúmberet, numquam tamen intermísit púeros, præsértim pauperióres, erudíre, quorum scholas vérrere, eósque domum comitári consuévit. In eo summæ patiéntiæ et humilitátis múnere, valetúdine étiam infírma, duos et quinquagínta annos perseverávit; dignus proptérea, quem crebris Deus miráculis coram discípulis illustráret, et cui beatíssima Virgo cum púero Jesu, illis orántibus benedicénte, apparéret. Amplíssimis ínterim dignitátibus repudiátis, prophetía, ábdita córdium et abséntia cognoscéndi donis et miráculis clarus, Deíparæ Vírginis, quam singulári pietáte et ipse ab infántia cóluit et suis máxime commendávit, aliorúmque Cælitum frequénti apparitióne dignátus, cum óbitus sui diem, et órdinis tunc prope evérsi restitutiónem atque increméntum prænuntiásset” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI JOSEPHI CALASANCTII A MATRE DEI, CONFESSORIS, SCOLARUM PIARUM (ORDINIS CLERICORUM REGULARIUM PAUPERUM MATRIS DEI SCHOLARUM PIARUM) FUNDATORIS

Ecco un fedele pellegrino delle tombe dei martiri romani, un visitatore quotidiano delle sette chiese di Roma, questo grande Santo, di cui Dio volle provare la pazienza come quella di un altro Giobbe (fu papa Benedetto XIV Lambertini che, nel 1748, in occasione del processo di beatificazione del Calasanzio, parlò del fondatore delle Scuole Pie come di un novello Giobbe, un nuovo eroe della pazienza religiosamente ispirata. Così Mario Spinelli, Giuseppe Calasanzio: il pioniere della scuola popolare, Roma 2001, p. 209).
Per questo egli ha il pieno diritto di cittadinanza romana, poiché passò sulle rive del Tevere più di mezzo secolo. Dopo che ebbe fondato l’Ordine delle Scuole Pie, dopo che ebbe rinunciato all’onore della porpora cardinalizia, perché nulla mancasse ai suoi meriti, anziano di quasi ottant’anni, già in sospetto per le sue vicinanze con Tommaso Campanella e con Galileo Galilei, fu trascinato come un malfattore dagli sbirri nelle strade di Roma e condotto al Tribunale della Santa Inquisizione, accusato dai religiosi scolopi Mario Sozzi e Stefano Cherubini di ribellione ai legittimi poteri.
Va ricordato che il Cherubini era stato processato dal Calasanzio per alcuni episodi di pedofilia commessi nella casa di Napoli. Ma poi il processo era stato insabbiato (cfr. ibidem, pp. 154-155). Il Sozzi, invece, era persona avida ed egocentrica, portata alla ricerca del potere e dei privilegi (ibidem, pp. 156 ss.). Entrambi conclusero la loro vita colpiti da una strana “lebbra”, verosimilmente sifilide, con gravi sofferenze, segno inequivocabile della collera divina (cfr. ibidem, pp. 190; 214-215).
Il nostro Santo, tuttavia, venne deposto dal suo ufficio di preposito generale del suo Ordine, disprezzato dai suoi stessi discepoli, come se fosse minorato dalla sua età avanzata. Egli sopportò tutto con un’uguale grandezza di animo.
Quando morì, il 25 agosto 1648, anziano di novantadue anni, l’ordine delle Scuole Pie era quasi annientato; ma l’uomo non può distruggere le opere di Dio ed il Santo, al momento di lasciare la terra, predisse la sua rifioritura che sarebbe avvenuta dopo la sua morte. L’avvenimento confermò la profezia.
Due chiese sono state dedicate, a Roma, al nostro Santo e sono state contraddistinte da un medesimo destino, venendo alienate.
La prima è San Giuseppe Calasanzio, nel rione Ludovisi. Essa fu eretta nel 1890 (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vatican, Roma 18912, p. 304; Massimo Alemanno, Le chiese di Roma moderna, vol. II, Quartieri Prati, delle Vittorie, Trionfale, Primavalle, Aurelio, Portuense, Gianicolense, Armando editore, Roma, 2006, p. 50). Oggi la stessa è sconsacrata ed è sede del Comitato Centrale della Croce Rossa.
La seconda è San Giuseppe Calasanzio in Prati eretta nel quartiere Prati e fu eretta nel 1887. A seguito di vari rimaneggiamenti e cessioni la chiesa è di fatto ridotta ad una cappella (ibidem).
Tre altre chiese conservano i ricordi del nostro santo. La prima è San Giacomo degli Spagnoli, nel rione Parione, nel cui vicino ospizio per pellegrini spagnoli dimorarono il nostro Santo e sant’Ignazio di Loyola (cfr. M. Armellini, op. cit., p. 382). L’altra è San Pantaleo de Preta Caroli o a Pasquino sempre nello stesso rione, presso Piazza Navona. In questa chiesa, sotto l'altare maggiore, in una preziosissima urna di porfido, si custodisce il corpo di san Giuseppe Calasanzio. Nell'attiguo convento si venerano le camere abitate dal Calasanzio, ove si conservano parecchi oggetti a lui appartenenti: nella porteria del medesimo vi si trova un pozzo, le cui acque furono benedette colle reliquie di San Pantaleo, onde nel giorno festivo del santo i fedeli bevono per loro devozione di quell'acqua (ibidem, pp. 378-379). L’ultima è Santa Dorotea in Trastevere. Fu presso questo tempio che, nel XVI sec., i santi Gaetano da Thiene e Giuseppe Calasanzio inaugureranno le loro rispettive congregazioni religiose (ibidem, p. 692). Per l’esattezza, il nostro Santo, grazie alla generosità dell’allora parroco di Santa Dorotea, don Antonio Brendani, che gli mise a disposizione, nell’autunno 1597, due povere stanze attigue alla sagrestia, con l’aiuto di alcuni collaboratori, «poté ivi nascere la prima scuola popolare gratuita di Europa» (Ludwing Von Pastor, Storia dei Papi dalla fine del Medioevo, trad. it. a cura di Pio Cenci, vol. XI, Clemente VIII (1592-1605), Desclée & C. ed., Roma, 1929, pp. 439-440, partic. p. 440).
Morto il 25 agosto 1648, canonizzato nel 1767 da papa Clemente XIII, la sua festa fu inserita nel calendario, con rito doppio, nel 1769. Pio XII lo proclamò «Patrono davanti a Dio di tutte le scuole popolari cristiane del mondo» nel 1948.
La messa è in armonia con lo spirito e la vocazione speciale dei membri delle Scuole Pie.
L’introito chiede in prestito la sua antifona al Sal. 34 (33).
Benedire Dio nelle tribolazioni è cosa di un piccolo numero; ma meno numerosi sono ancora quelli che ricevono dalla sua mano pure i favori della vita. Se la prova è pericolosa per una virtù debole, la prosperità è ben vantaggiosa per molti, ma pochissimi sono coloro a cui essa non impedisce di arrivare alla santità. Per questo il sapiente, soddisfatto da una giusta mediocrità, diceva al Signore (Prov. 30, 8): Divitias et paupertatem ne dederis mihi, sed tantum victui meo tribue necessaria.
Gesù ha detto ai suoi apostoli: Euntes docete omnes gentes, baptizantes eos. Prima di amministrare i Sacramenti, la Chiesa ha dunque ricevuto da Dio l’autorità di insegnare, di creare delle scuole, di elevare delle cattedre, per pubblicarvi la parola di verità, senza che alcun’autorità umana possa impedirlo. Fedele a questa missione di cultura, la Chiesa, anche nel Medioevo, eresse, accanto ai presbiterii ed alle cattedrali, delle scuole dove si manteneva accesa la fiamma del sapere classico. E dopo il XVI sec., allorché le nuove condizioni dell’Europa non avevano ancora riconosciuto al popolo un’influenza più larga nella conduzione degli affari pubblici, e la conoscenza delle lettere era ancora appannaggio dei ricchi, fu sempre la Chiesa, che, anticipando l’avvenire, ebbe a cuore, grazie a santi come Giuseppe Calasanzio e Giovanni Battista de La Salle, ed altri, di aprire delle scuole gratuite per i figli del popolo.
La prima lettura è la stessa di ieri, con un’allusione delicata alle persecuzioni sostenute dal Santo ed al suo arresto da parte degli sbirri dell’Inquisizione.
Il responsorio-graduale è lo stesso del 31 gennaio, mentre il versetto alleluiatico, che si adatta così bene al lungo martirio del Calasanzio, è identico a quello della messa di san Raimondo, il 23 gennaio.
La lettura evangelica è comune alla festa di san Giovanni Battista de la Salle, il 15 maggio. I bambini ci sono presentati come il modello della perfezione cristiana, perché quello che essi sono in virtù della loro età, cioè puri, amabili, umili, disinteressati, i fedeli devono divenirlo sotto l’influenza della grazia. Alla base di questa costruzione ascetica molto elevata si trova una virtù che riassume tutte. Il Signore ha detto, in effetti: Quicumque humiliaverit se, sicut parvulus ... . L’umiltà è dunque la condizione essenziale per questo ritorno alla santa infanzia spirituale e questa, lungi dall’essere puerilità, esige al contrario da colui che la pratica un’abnegazione eroica di se stesso.
L’antifona di offertorio proviene dal Sal. 9.
Bisogna distinguere tra povertà e povertà. Quella che è lodata nelle Scritture è soltanto la povertà pratica del cuore e nel cuore stesso, la quale, in seguito, s’identifica con l’umiltà. L’altra povertà, invece, costituisce occasione di male, in quanto conduce al furto, all’adulazione, allo spergiuro, ecc. Per questo, concludeva san Tommaso, la povertà volontaria non si deve abbracciare ma vada evitata perché non abbia a capitare: «non est igitur paupertas voluntate assumenda, sed magis ne adveniat vitanda» (San Tommaso d’Aquino, Summa contro Gentiles, lib. III, cap. 131, § 6).
La colletta sulle oblazioni s’ispira allo stile dei Sacramentari, ma imita pochissimo le formule antiche. Anticamente, il popolo copriva effettivamente l’altare dei suoi doni, ma oggi la frase altare muneribus cumulamus non ha molto senso, perché non corrisponde più alla disciplina liturgica attuale.
L’antifona per la Comunione si rapporta alla scena descritta nella lettura evangelica di questo giorno (Mt 18, 15). Tuttavia essa è tratta dal testo di san Marco (10, 14).
Dopo la Comunione si insiste sull’ottenimento di sentimenti di pietà. La pietà è l’orientamento dell’anima ed il battito del cuore verso Dio. È utile a tutto, come scrive l’Apostolo a Timoteo, perché è una virtù generale, che imprime un ritmo soprannaturale a tutte le nostre azioni.


Anonimo, S. Giuseppe Calasanzio, XVIII sec.

Anonimo sardo, S. Giuseppe Calasanzio, XVII sec., Ozieri


Autore anonimo, S. Giuseppe Calasanzio, XVIII sec., Novara

Felix Ivo Leicher, S. Giuseppe Calasanzio dinanzi alla Vergine, 1767, Kuny Domokos Megyei Múzeum, Budapest

Autore anonimo, S. Giuseppe Calasanzio, XVIII-XIX sec., Iglesias


Sebastiano Conca, S. Giuseppe Calasanzio presenta ed affida alla Vergine Maria i suoi fanciulli, 1763, chiesa di S. Agostino o di S. Giuseppe Calasanzio, Siena 


Giovanni Brini, S. Giuseppe Calasanzio resuscita un fanciullo, 1834, chiesa di S. Agostino o di S. Giuseppe Calasanzio, Siena

Giuseppe Collignon, S. Giuseppe Calasanzio guarisce un fanciullo, 1829, chiesa di S. Agostino o di S. Giuseppe Calasanzio, Siena

Francisco Goya y Lucientes (ex alunno degli Scopoli di Saragozza), Ultima comunione di S. Giuseppe Calasanzio, 1819, Museo de la Residencia Calasanz, Madrid

Alfredo Luxoro, S. Giuseppe Calasanzio in cattedra, 1884, Cappella, Istituto Calasanzio, Genova


Francisco Jover y Casanova, S. Giuseppe Calasanzio, XIX sec., museo del Prado, Madrid


Antonino Calcagnadoro, Madonna con Bambino tra i SS. Giovanni evangelista e Giuseppe Calasanzio, 1903, chiesa di Santa Scolastica, Rieti

Tomba di S. Giuseppe Calasanzio, Chiesa di S. Pantaleo, Roma