venerdì 21 luglio 2017

Apostasia nella Chiesa: da figli di S. Ignazio a .... figliocci di buddha





Cfr. Dialogue with Buddhists, in Jesuit Curia in Rome, 17 Jul. 2017


Cfr. Il Superiore generale dei gesuiti venera Budda..., in Chiesa e postconcilio, 19.7.2017

Steve Skojec, Jesuit Website Refers to Fr. Sosa as the First Superior General to “Baptize Himself a Buddhist”, in One Peter Five, July 20, 2017



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21 Luglio 1773, papa Clemente XIV promulgava la bolla Dominus ac Redemptor, con la quale sopprimeva la Società di Gesù (non avendo tutti i torti)







Cfr. Marco Tosatti, Martini non voleva Bergoglio papa. Un'indiscrezione di Romana Vulneratus Curia. Che di Curia se ne intende, in Stilum Curiae, 21.7.2017

giovedì 20 luglio 2017

Sant’Elia: il Profeta degli ultimi tempi

Nella festa di S. Elia, profeta, rilanciamo questo contributo.



Sant’Elia: il Profeta degli ultimi tempi

di Cristiana de Magistris

Il 20 luglio, festa liturgica – nell’Ordine Carmelitano – del profeta Elia, il sacerdote sale all’altare con i paramenti rossi. Eppure sant’Elia non ha versato il sangue per la fede, anzi – come sappiamo dalla Scrittura – non è ancora morto. Egli tornerà negli ultimi tempi come precursore dell’anticristo a predicare e convertire il popolo ebraico, ed allora, secondo la tradizione, verserà il suo sangue nella città di Gerusalemme. È in vista di questo glorioso martirio che la Liturgia carmelitana adotta – in modo profetico per un profeta – i paramenti rossi. 
Elia è il profeta del Dio vivente. Il suo stesso nome, che significa: “JHWH è Dio”, è il vero programma della sua vita. Si tratta di uno dei più grandi uomini dell’Antico Testamento: è colui che sta alla presenza del suo Dio ed è divorato dallo zelo per la Sua gloria. Le parole che si leggono nel primo libro dei Re “Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum (Sono pieno di zelo per il Signore Dio degli eserciti [1 Re 19,10]) riassumono il tratto essenziale della sua fisionomia – il cui simbolo è il fuoco (Sir 48,1) – che si delinea con straordinaria vivacità nel Testo sacro.
Dopo la morte di Salomone, le dodici tribù di Israele si divisero in due grandi regni: quello di Giuda e quello d’Israele. Il primo formatosi con le due tribù di Giuda e di Beniamino, ebbe per  capitale Gerusalemme; il secondo si compose di dieci tribù con capitale Sichem, poi Samaria. A questo secondo regno appartenne il profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria. Uomo virtuoso e austero, vestiva una tunica di peli di cammello con ai fianchi una cintura di cuoio: “pieno di zelo per ilDio degli eserciti”, uscì tre volte dal deserto per minacciare Achab, settimo re di Israele, e la regina Iezabele, che avevano pervertito il popolo trascinandolo nell’idolatria; per mandare a morte i 450 profeti di Baal che confuse sul Monte Carmelo; e per annunciare al re, impossessatosi della vigna di Naboth, che sarebbe stato ucciso, e, alla regina, che il suo sangue sarebbe scorso ove era scorso il sangue di Naboth e i cani avrebbero divorate le sue carni. Per tutti questi motivi, Elia fu perseguitato dagli Israeliti, da Achab e da Iezabele e dovette fuggire sul monte Horeb per scampare alla morte. Quando più tardi Ochozia, figlio di Achab, divenne re, Elia gli fece dire di non consultare Belzebu, il dio di Accaron, come aveva intenzione di fare, ma il Dio d’Israele. Ochozia allora gli mandò un capitano con cinquanta soldati per indurlo a scendere dalla montagna e rendergli conto delle sue parole. Elia rispose al capitano: “Se io sono un uomo di Dio, scenda dal cielo un fuoco che divori te e i tuoi cinquanta”. E scese il fuoco e divorò lui e i suoi cinquanta uomini.
Più tardi, Elia andò verso il Giordano con Eliseo, e allorché ebbero attraversato il fiume, un carro di fuoco con cavalli di fuoco separò l’uno dall’altro, ed Elia salì al cielo in un turbine. Eliseo allora si rivestì del mantello che Elia aveva lasciato cadere e ricevette doppiamente il suo spirito.
Il doppio spirito che Elia lasciò ad Eliseo si trasmise agli eremiti del monte Carmelo, i quali – con l’avvento dell’atteso Messia – si costituirono gradualmente in Ordine religioso, il cui stemma – in forma di scudo – rivela la sua origine “eliana”. Esso, infatti, è sormontato da un braccio con una spada di fuoco e un nastro con una citazione biblica. Il braccio è quello di Elia, che tiene una spada di fuoco, e il nastro porta l’iscrizione “Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum”. Il braccio e la spada mostrano la passione ardente di Elia per l’assoluto di Dio, la cui “parola bruciava come fiaccola” (Sir 48,1). Per i Carmelitani, Elia è il profeta solitario che coltiva la sete dell’unico Dio e vive alla Sua presenza. Come lui, essi portano “la spada dello spirito, che è la Parola di Dio” (Regola Carmelitana, n. 19) ed è per essi modello di azione, ma soprattutto maestro di orazione e di contemplazione.
L’apostolo san Giacomo, nella sua Epistola, ci propone come modello di preghiera l’orazione fervorosa e potente del santo patriarca Elia, che ottenne da Dio prima la completa siccità sui campi d’Israele per tre anni e sei mesi, e poi l’abbondanza della pioggia. Alla sua preghiera i morti risuscitarono; il fuoco cadde dal cielo per tre volte in punizione degli idolatri; sul monte Oreb, il Signore si manifestò per mezzo del venticello leggero; sul monte Carmelo  apparve la piccola nube, simbolo misterioso della Vergine Maria, Madre di Dio. Sant’Isidoro afferma che tutte le azioni della vita di Elia non furono che un’orazione continua, Elias in sancta meditatione assiduus, da cui nacque la santa Famiglia dei contemplativi del Carmelo. Simeone Metafraste (X sec.) – il grande agiografo bizantino – suggerisce a chiunque voglia comprendere lo spirito di un ordine religioso di studiare lo spirito del fondatore, che è il padre spirituale di tutti quei religiosi. Ma in Elia, aggiunge, il fuoco ardente e lo zelo dell’anima sono così intensi che devono essere studiati da tutti.
Alla fine della sua terrena esistenza, fu il fuoco nella forma di carro e cavalli che rapì il profeta Elia trasportandolo in un luogo ignoto. Suarez afferma esser di fede che Elia, come anche Enoch, non è morto. Sant’Agostino conferma che “né Enoch né Elia hanno subito la corruzione in tutto questo tempo”. “Enoch ed Elia ora hanno gli stessi corpi – sostiene S. Girolamo – che avevano quando furono trasportati” (nel luogo del loro misterioso soggiorno). S. Gregorio specifica che “Sant’Elia non è sfuggito alla morte, ma per lui essa è solo ritardata”.
Circa il luogo del suo soggiorno, alcuni autori ritengono che Elia con Enoch si trovi nel Paradiso terrestre che sarebbe sfuggito all’universale diluvio, altri in un luogo ignoto, ma ameno, conosciuto da Dio solo. Quel che è certo, in entrambi i casi, è che essi posseggono uno straordinario potere di contemplazione e di amore in cui si preparano alla loro venuta finale. Elia, nel luogo dove la divina Provvidenza lo ha posto e sul quale i teologi non ci dicono nulla di certo, prega senza posa per gli uomini, essendo – secondo san Gregorio – in continue estasi, in serafiche contemplazioni e in dolci e soavi colloqui. Nell’esercizio di questa sublime orazione, l’estatico Profeta riceve quella luce abbondante e sovrana con cui dovrà un giorno venire a rischiarare il mondo. Ed è per questo che san Bernardo gli conferisce il nome di luce del mondo: orbis lumen.
“Enoch ed Elia sono felici – afferma ancora san Bernardo – poiché vivono solo per Dio e sono occupati in Lui solo, contemplandolo, amandolo e godendo di Lui”. Suarez sostiene essere del tutto consequenziale al loro stato il fatto che essi siano stati confermati in grazia, benché nel tempo del loro lungo soggiorno non possano più meritare. La loro capacità di meritare, infatti, secondo Suarez, sarebbe sospesa fino al loro ritorno, quando completeranno la loro missione con la predicazione e l’effusione del loro sangue. S. Tommaso afferma che Enoch ed Elia “vivranno insieme fino alla venuta dell’anticristo”. Questa verità, che i Padri riconoscono pressoché unanimemente, Suarez ritiene esser de fide o proxima fidei. La missione di Enoch ed Elia, negli ultimi tempi, sarà quella di predicare in abito di penitenza contro l’anticristo. La missione speciale di Enoch sarà di convertire i Gentili, mentre quella di Elia sarà di convertire i Giudei, i quali, tuttora, nella loro liturgia della Pasqua, gli lasciano un posto vuoto proprio per ricordarne la presenza alla fine dei tempi.
Essi verranno in abito di sacco per richiamare le anime alla penitenza e alla povertà. Ed anche, aggiunge l’Aquinate, per indicare che la Chiesa alla fine dei tempi ritornerà ai tempi della sua giovinezza, quando il Battista predicava vestito con peli di cammello. Essi – come mistici ponti – congiungeranno l’inizio della storia alla sua fine.
Sant’Elia sarà dunque predicatore e apostolo di Gesù Cristo nei tempi futuri, quando l’anticristo perseguiterà la Chiesa di Dio, secondo il capitolo 17° del Vangelo di san Matteo, in cui Nostro Signore Gesù Cristo stesso dice che Elia verrà e ristabilirà ogni cosa: Elias quidem venturus et restituet omnia, perché allora, come ha profetizzato Malachia, egli comparirà come precursore del secondo avvento di Gesù Cristo nel mondo.
Contro l’efficace predicazione di Elia e di Enoch, che conquisterà Giudei e Gentili, si scatenerà la rabbia infernale dell’anticristo il quale tenterà di ucciderli: cosa che Dio permetterà, per aggiungere alla loro corona la palma del martirio. Secondo numerosi Padri ed altri importanti autori, questi due ultimi apostoli saranno messi a morte in Gerusalemme come il nostro divin Redentore, ed i loro corpi, gettati sulla piazza, resteranno senza essere sotterrati per tre giorni e mezzo, secondo la profezia di san Giovanni nell’Apocalisse (cap. 11); ma, trascorsi questi tre giorni e mezzo, i due Santi risusciteranno gloriosi e saliranno al cielo in anima e corpo, in una nube luminosa, sotto gli occhi dell’anticristo e dei suoi sostenitori.
Alla morte di Enoch ed Elia seguirà subito la disfatta dell’anticristo, perché – secondo Tertulliano – questi due apostoli degli ultimi tempi “sono riservati per distruggere l’anticristo con il loro sangue”.
Secondo padre Frederick William Faber, fondatore dell’Oratorio di Londra, Elia ebbe un cuore di guerriero e un intelletto di serafino. Lo dimostra la sua fede così eroica che gli meritò di essere sulla terra il suo primo difensore, come san Michele lo era già stato in Cielo contro gli angeli ribelli. Ciò avvenne in quel pubblico “autodafé”, celebrato sul monte Carmelo, allorché, per ordine del re Acab, si trovarono riuniti ottocentocinquanta falsi profeti che Elia confuse con sagace ironia, e debellò, meritando per questo da san Bernardo il titolo di defensor fidei.
L’ardore di questo santo di fuoco, definito dal Crisostomo “angelo della terra e uomo del Cielo”, che fu portato nel luogo del suo misterioso soggiorno da quel fuoco su cui aveva esercitato uno speciale potere sulla terra, ha fatto di lui una sorta di “uomo eterno” che attende l’ora di Dio per incendiare il cuore degli uomini col fuoco del divino amore. Nel luogo in cui vive con Enoch, Elia si prepara alla sua missione finale. Poiché fu il primo devoto della Vergine Santissima, si crede che egli trascorra questo tempo nell’imitazione di Colei che ebbe lo speciale privilegio di vedere adombrata nella misteriosa nuvoletta e che amò con ammirabile anticipazione. È alla scuola della Madre di Dio che il Profeta degli ultimi tempi si prepara ad affrontare l’anticristo, attendendo due cieli: il cielo della terra, dove verserà il suo sangue, e il Cielo dei cieli, dove godrà, infine, della visione di quel Dio la cui gloria ha zelato con impareggiabile ardore.
I tempi tumultuosi che sta vivendo la Chiesa e il mondo, se non sono i tempi dell’anticristo, ne sono certamente una prefigurazione. Il profeta Elia, che attendiamo secondo le profezie scritturistiche, è fin d’ora un modello di azione e di contemplazione, di fede e di speranza, di amore incandescente all’unico vero Dio e di totale rifiuto del compromesso con l’errore. Infine il santo Profeta e Patriarca invita tutti alla generosità più estrema nel servizio di Dio, quella generosità che lo farà tornare sulla terra a versare il suo sangue per il quale ha anticipatamente meritato il titolo di martire. 
Se la moderna cristianità ha relegato (anche) il grande profeta Elia tra i personaggi leggendari, a noi la saggezza di seguire la fede dei nostri Padri che solo la stolta infatuazione dei loro figli si gloria di ignorare.

domenica 16 luglio 2017

16 luglio 1216 - 2017 - Anniversario del transito del Sommo Pontefice Innocenzo III, gloria del Pontificato romano


Il 16 luglio 1216, nella festa della Vergine del Monte Carmelo, si addormenta nel Signore, andando a ricevere la sua ricompensa, Papa Innocenzo III dei conti di Segni, Sommo Pontefice e gloria del Pontificato romano

La Solennità di Nostra Signora del Monte Carmelo al Santuario Stella Maris sul Monte Carmelo

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Haifa e il Monte Carmelo

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Lo scapolare del Carmine e il messaggio centenario di Fatima

Nella festa della Regina decor Carmeli, rilanciamo questo contributo di don Marcello Stanzione.










Antonio Acero de la Cruz, Madonna del Carmine, 1636, Museo de Arte del Banco de la Republica de Colombia, Bogotà, Colombia

Madonna del Carmine, XVIII-XIX sec., Chiesa del Carmine, Andria

Corrado Giaquinto, La Madonna intercede per le anime del Purgatorio e consegna lo scapolare a S. Simone Stock, XVIII sec.


Lo scapolare del Carmine e il messaggio centenario di Fatima

di Don Marcello Stanzione

Vergine del monte Carmelo e molti cattolici in quel giorno riceveranno lo Scapolare del Carmine o Abitino della Madonna. Alcune persone, purtroppo anche dei sacerdoti, hanno obiettato contro la devozione dello Scapolare della Madonna del Carmine, per il suo carattere “superstizioso” e per il fatto che la salvezza del portatore di quest’abitino atterrebbe ad un’osservanza puramente esteriore, indipendente dalle disposizioni interiori dell’anima (Stato di grazia, virtù, ecc.).
Ad esse rispondiamo con San Luigi Maria Grignion di Monfort: “Le pratiche esteriori ben fatte aiutano le interiori, sia perché esse fanno ricordare all’uomo, che si guida sempre coi sensi, di quello che ha fatto e di quello che deve fare; sia perché esse sono proprie per edificare il prossimo che li vede, cosa che non fanno quelle che sono puramente interiori. Nessun uomo del mondo dunque critichi né metta qui il naso per dire che la vera devozione è nel cuore, che occorre evitare quello che è esteriore, che può esservi della vanità, che occorre nascondere la propria devozione, ecc. … io rispondo loro col mio maestro: “Gli uomini vedano le vostre buone opere, affinché essi glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt. 5, 16), non già, come dice San Gregorio, che si devono fare le proprie azioni e devozioni esteriori per compiacere gli uomini e trarne delle lodi, questo sarebbe vanità; ma le si fanno talvolta davanti agli uomini, nella veduta di compiacere a Dio e di farlo glorificare per questo, senza farsi scrupolo dei disprezzi e delle lodi degli uomini”. Più avanti, lo stesso santo annota: “Una delle ragioni per le quali così pochi cristiani pensano alle loro promesse nel santo battesimo e vivono con tanta superficialità, è che essi non portano nessun segno esteriore che glielo faccia ricordare”.
Ma, si insiste: lo Scapolare (…) è una “assicurazione-salvezza” ben meschina che dispensa dal santificarsi e dall’obbedire ai Comandamenti di Dio. Diversamente detto, il peccatore, dopo aver ricevuto lo Scapolare, potrebbe darsi in perfetta sicurezza a tutti i peccati dicendosi: “Poiché porto lo scapolare, sono certo di non essere dannato”.
Occorre rispondere che colui che abusasse così della devozione alla Santa Vergine, sarebbe indegno dei suoi favori. E’ per questo che sarebbe bene a torto contando sul suo Scapolare per peccare più liberamente, poiché non si prende in giro Iddio (Galati 6, 7).
Lo Scapolare della Madonna del Carmine non è soltanto uno strumento che ci garantisce l’indulgenza divina nell’istante dell’ultimo respiro affinché se andiamo in Purgatorio possiamo al più presto andare in Paradiso. Esso è anche “un sacramentale” che attrae le benedizioni divine, anche materiali, su chi lo usa con pietà sincera e devozione ardente nei riguardi della Madonna. Lungo i secoli innumerevoli miracoli e conversioni hanno dimostrato la sua enorme efficacia spirituale tra i fedeli cattolici. Nelle “Cronache del Carmelo” ne troviamo innumerevoli esempi. Vediamone appena qualcuno:
1- “Nello stesso giorno in cui San Simone Stock, generale dei frati carmelitani, ricevette dalla Madre di Dio lo Scapolare e la promessa, fu chiamato ad assistere un moribondo, che era disperato a causa dei suoi molti e gravi peccati. Quando arrivò, mise sul pover’uomo che era assai tentato dal demonio, lo Scapolare del Carmine che aveva appena ricevuto, chiedendo alla Madonna che mantenesse la promessa che gli aveva appena fatto. Immediatamente l’impenitente si pentì di tutte le sue colpe, si confessò sacramentalmente e morì nella grazia di Dio”.
2- “Sant’Alfonso de’ Liguori, fondatore dei Redentoristi, morì nel 1787 con lo Scapolare del Carmelo addosso. Quando venne avviato il processo di beatificazione del santo vescovo, fondatore dei Redentoristi e patrono dei teologi moralisti, all’aprirsi del suo tumulo, si constatò che il corpo era ridotto in cenere, così come il suo abito: soltanto il suo Scapolare era completamente intatto. Questa preziosa reliquia si conserva nel Monastero di sant’Alfonso a Roma. Lo stesso fenomeno  di conservazione dello scapolare si verificò quando venne aperto il tumulo di San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, quasi un secolo dopo.”.
3- “Nell’ospedale di Belleview, di Nuova York, fu ricoverato un anziano. L’infermeria che lo assistette, vedendo sopra le sue vesti uno Scapolare colore castagno scuro, pensò subito di chiamare un sacerdote cattolico. Mentre questi recitava la preghiera degli agonizzanti, il malato apri gli occhi e disse: “Padre io, non sono cattolico”. “Allora, perché usa questo Scapolare?” “Ho promesso ad un amico che l’avrei usato sempre e di pregare tutti i giorni un’Ave Maria”. “Ma sei in punto di morte. Non vuoi diventare cattolico?”. “Si, Padre, lo voglio. L’ho desiderato tutta la mia vita”. Il sacerdote lo preparò rapidamente, lo battezzò e gli somministrò gli ultimi sacramenti. Poco tempo dopo l’anziano moriva serenamente. La Santissima Vergine aveva preso sotto la sua protezione quella povera anima che indossava il suo scudo” (Lo Scapolare del Monte Carmelo – Edizioni Segno, Udine, 1971).
L’Ordine dei frati della Madonna del Carmelo si installò in Portogallo quando lo spirito cristiano della nazione era ancora difeso anche con la spada da santi ed eroi. Il suo maggior protettore fu il Beato Nun’Alvares Pereira, chiamato Nuno di Santa Maria perché il tenero amore per Maria santissima fu il più elevato e sublime ideale della sua vita. Da giovane, Nuno si era dedicato interamente a Lei e tutto ciò che faceva era in nome e onore di Maria. Dopo essere stato armato cavaliere, incise sulla sua spada il nome di Maria e nel suo stendardo la sua immagine. Nelle sue grandi lotte, riponeva sempre la speranza nella Madre di Dio e da Lei attendeva la vittoria. Come ringraziamento per i grandi benefici ricevuti ordinò di costruire chiese e conventi, come il Monastero della Battaglia e il Convento del Carmelo a Lisbona, dove, a 70 anni, entrò come fratello converso unitamente ad altri compagni d’arme. Si può persino considerare il Beato Nuno come fondatore dell’Ordine in Portogallo, poiché fu grazie a lui, per la sua influenza, che si stabilì in questo paese una Provincia Carmelitana nel 1423. Nel 1250 i Cavalieri di S. Giovanni avevano donato ai carmelitani un convento a Moura, ma fu la fondazione di Lisbona che diede loro slancio. A partire da allora, lo Scapolare fu molto diffuso in Portogallo, come in tutta l’Europa. Ma il tempo e l’incostanza di tanti cattolici lo fece gradualmente relegare nell’oblio.
Nel 1917 a Fatima, a conclusione delle apparizioni, durante le quali la Madonna proclamò la verità della sua sovranità e profetizzò il trionfo del Suo Cuore Immacolato, Ella apparve rivestita dell’abito della sua più antica devozione – quello del Carmelo. E, in questo modo, mostrò come una sintesi tra lo storicamente più remoto (il Monte Carmelo), il più recente (la devozione al Cuore Immacolato di Maria) ed il futuro glorioso, che è il trionfo di questo stesso Cuore (Fatima e la Madonna del Carmelo, P. Higino di santa Teresa , Coimbra, 1951).
Lo Scapolare è un segno inequivocabile che il cattolico zelante nell’adempimento delle richieste della Madre di Dio troverà in questa devozione una fonte abbondante di grazie per la sua conversione personale e per il suo apostolato, specialmente nella nostra società che oggi è estremamente secolarizzata e rozzamente materialista e chiusa ai valori dello spirito. Questo “Vestito di Grazia” fortificherà la sua certezza che, quando per lui arriverà la morte nel chiudere gli occhi a questa vita e all’aprirsi all’al di là , troverà il suo fine ultimo, Gesù Cristo, nella Gloria Eterna insieme alla Beata Vergine Maria.
È importante proprio in questo 2017 in cui ricordiamo il centenario delle apparizioni di Fatima, ribadire l’importanza spirituale dello Scapolare della Madonna del Carmine che un santo come Giovanni Paolo II portava sempre addosso.

sabato 8 luglio 2017

La celebrazione della Messa tradizionale in un aforisma di Benedetto XVI


Il decennale del Summorum Pontificum… nel nascondimento

Sono passati i tempi cupi in cui la Messa Romana era proibita perché, come disse Paolo VI nel Concistoro del 24 maggio 1976 «L’adozione del nuovo “Ordo Missae” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico … . Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino» (FONTE). E la sostituzione equivaleva all’abrogazione (quantomeno tacita) (sul punto, cfr. Ci fu abrogazione?, in Unavox, ott. 2008; Il Novus Ordo è stato imposto illegalmente da Paolo VI?, in Le pagine di don Camillo; Davanti alla storia – La liberalità di san Pio V e l’intransigenza di Paolo VI, in Chiesa e postconcilio, 5.9.2013)!
Oggi tutti sono per la Messa Romana e ne ringraziamo il buon di Dio.
Tuttavia non è tutto oro quello che luccica perché il rito non è per sé stesso garanzia di fede ortodossa. Infatti la Messa Romana rischia sempre più di trasformarsi modernisticamente in un vuoto contenitore ora di questa ora di quella istanza “sentimentale”. Non di rado, in effetti, si son visti e si vedono modernisti sin nel midollo, complici dell’attuale demolizione e protestantizzazione della Chiesa, celebrare l’antico rito con ogni fasto e con ogni plauso, essendo però al contempo totalmente avulsi dalla Verità cattolica che quel rito contiene, esprime e trasmette.
Si tratta in quel caso di vero e proprio paganesimo delle forme!
Possa il felice anniversario aiutare a far comprendere che non la lex orandi esprime sempre la lex credendi e se manca questa, il rispetto della prima si riduce vieppiù a parata storico-nostalgica.
Nel decennale del m.p. pubblichiamo questo contributo di don Giuliano della Rovere (alias don Giuseppe Laterza), con una premessa del prof. Vito Abbruzzi.

Il decennale del Summorum Pontificum… nel nascondimento

di Vito Abbruzzi

Non c’è titolo migliore di questo per celebrare oggi il decennale del Summorum Pontificum, “ma di nascosto per timore” (Gv 19, 38) di critiche feroci e insulse di chi non si è mai sforzato di capirne le ragioni.
Ma pur nel nascondimento, noi celebriamo comunque questo primo decennio di vita del Summorum, che, ad onta delle continue opposizioni, non ha smesso di crescere! E lo facciamo proprio mediante il rendimento di grazie per antonomasia: il Sacrificio Eucaristico secondo la forma extraordinaria del Rito Romano.
Nell’articolo di Don Giuseppe Laterza c’è un richiamo a San Michele Arcangelo: fa bene a farlo perché – non dimentichiamolo, anzi teniamolo ben a mente! – il 7 luglio è oramai anch’essa una data micaelica. Il 7.7.7 (7 luglio 2007) non è affatto casuale: è il numero di Michele! Ed è il numero del Vincente! Lo sanno benissimo i figli spirituali della Serva di Dio Francesca Lancellotti, che oggi festeggiano i cento anni della nascita di lei, e – cosa ancora più importante – l’apparizione di San Michele, avvenuta nella sua casa di Oppido Lucano (PZ) il 7 luglio 1956. L’Arcangelo destinava Francesca a Roma, dove fu avvicinata da importantissime personalità, comprese quelle di Curia. Tra queste il Card. Oddi, suo amico e confidente, non a caso primo presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
E sempre non a caso, il Summorum Pontificum è pubblicato alla pagina 777 degli Acta Apostolicae Sedis: anno 2007, volume 99. Tutto ciò a ribadire che il Summorum non è opera nostra! È opera di Dio! Bando, dunque, agli scoramenti, facendo nostra l’esortazione dell’Apostolo: “Confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti” (1 Ts 5, 14).



La battaglia per la Tradizione liturgica. Uno scritto di don Giuseppe Laterza per il X Anniversario del Summorum Pontificum


di Don Giuliano della Rovere

Per ricordare il decimo anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum pubblichiamo qui di seguito le riflessioni di don Giuseppe Laterza che hanno il merito di individuare, con immediatezza di giudizio, i buoni frutti di un buon albero radicato nella Tradizione della Chiesa e nell’opera della Redenzione, e di indicare ciò che alla sua crescita oggi si oppone. Ben si comprendono le parole del Sacerdote pugliese, se si tiene costantemente presente che il Summorum Pontificum deve essere contemplato non tanto come un’autorizzazione a celebrare a determinate condizioni un Rito “straordinario” (tutto ciò, se negli articoli del documento è rinvenibile, appartiene più al compromesso con Conferenze episcopali e altri potentati ecclesiastici che alla sostanza del pronunciamento), ma come il riconoscimento da parte di un Pontefice, che così si pronunciò autorevolmente sulla Liturgia della Chiesa, della non abrogabilità della “forma antica” della Messa.

07/07/07 - 07/07/17 sono passati 10 anni dal Summorum Pontificum, legge di Benedetto XVI che, istituita non per riavvicinare i preti della Fraternità San Pio X, prevede la ripresa della celebrazione della Messa di San Pio V. Istituita per riprendere l’uso di un messale mai abolito e che ha nutrito per secoli la cattolicità; sdoganare i preti che volessero usare questo messale dalle richieste a vescovi e superiori, che spesso hanno negato nei tempi questi uso. Sono sorte molte messe in Europa e nel Mondo, molti giovani frequentano il rito di San Pio V, pochi anziani... molte vocazioni al sacerdozio. Ringraziamo Dio per quanto opera nella sua Chiesa.
Al contempo vogliamo anche notare gli aspetti negativi di quanto succede: tanti sacerdoti sono perseguitati e messi al margine delle loro realtà perché hanno scelto di usare questo messale e celebrano. Privati di incarichi parrocchiali e della possibilità di sostentarsi sono messi alle strette, obbligati a non seguire il motu proprio che è una legge della Chiesa. Vescovi che parlano di “pastorale” non si curano delle esigenze di una piccola porzione del loro gregge, ma fanno di tutto per estinguere con la forza il nascere e il conoscere questo rito, quasi come Erode si prodigò nel cercare il Fanciullo divino per farlo morire e come il Sinedrio si adoperò per evitare la predicazione Apostolica. Oh! Che temi Erode? Colui che viene non toglie regni umani! Che temete, Eccellenze Serenissime? Forse una Messa non santifica quanto l’altra? Forse una Messa vale più dell’altra? Forse temete venga meno qualcosa?
Ciò che Cristo ha unito nessuno divida: il popolo è di Dio e al sacerdozio ne spetta la guida e l’istruzione con ogni mezzo possibile. Non vorremmo combattere contro Dio nel far guerra alla Messa che per secoli è stata celebrata nelle chiese del mondo! Non vogliamo trovarci ad affrontare Dio e San Michele Arcangelo negando alla gente di nutrirsi intorno all’altare... e ai preti di celebrare! Se si danno le chiese ai musulmani per pregare, se si tollerano spettacolini durante le messe, messe aperitivo, balletti e coreografie varie, perché non permettere anche la Messa in Latino? Perché su questo tasto ci si divide in casa? Non si dialoga e non ci si ama? Non ha forse detto Gesù che l’amore è il principio vitale del Cristianesimo? Forse il Concilio Vaticano II non ha spinto il sacerdozio a guardare le nuove sfide pastorali?
Forse ci preoccupiamo troppo di cose umane, di mantenere un potere inutile e di evitare problemi... ma la vera via per il Regno passa solo attraverso un indicare la croce, un amore per l’altro che, discendendo dal nostro amore per Dio, può aprirsi al fratello. Ed il fratello non è il lontano, ma l’uomo che è affidato alle cure pastorali del sacerdozio. Quando qualcosa viene da Dio, più la si opprime è più cresce, perché lo Spirito che è nel cuore dell’uomo riconosce nella oppressione l’intervento diabolico che vuole ostacolare la Verità, che non vuole anime vicine a Dio. Fu così ai tempi degli Apostoli, più li opprimevano e più erano felici e più crescevano di numero! Sara così anche ai giorni nostri, perché più si vuol eliminare qualcosa e, se viene da Cristo, più si fortifica, perché lui è il vero Sacerdote, noi siamo solo partecipazione al suo Sacerdozio. Lui è lo Sposo, noi gli amici dello Sposo. Nell’oppressione la forza, perché in noi agisca la morte ed in voi la vita!
Riflettiamo, Chiesa e anime sono di Dio e non nostre, la Messa è opera di Dio che rinnova in modo incruento il sacrificio di Cristo e non un palcoscenico per soubrette mal riuscite, non un palco dove una comunità viene privata della trascendenza e del sacro. Dio ce ne chiederà conto... e sarà molto severo perché con Lui non si scherza...

Fonte: Vigiliae Alexandrinae, 7.7.2017

sabato 24 giugno 2017

In pellegrinaggio nei luoghi di San Giovanni Battista (parte 1)

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Siamo in piena crisi di fede: intervista a don Nicola Bux

Nella festa della Natività del Precursore S. Giovanni Battista, rilanciamo volentieri la traduzione italiana della recente intervista di don Nicola Bux rilasciata al vaticanista Edward Pentin e pubblicata in inglese il 21 giugno scorso.


Bottega italiana, Natività del Battista, XVII sec., Viterbo

Bottega italiana, Natività del Battista, XVIII sec., Viterbo

Giuseppe Tori, Natività del Battista, XVIII sec., La Spezia

Giuseppe Varotti, Natività del Battista, 1760 circa, Bologna

Luigi Molineris, Natività del Battista, 1866, Saluzzo

Luigi Fontana, Natività del Battista, 1886-88, Basilica Santuario Maria SS. del Suffragio, Grotte di Castro


Siamo in piena crisi di fede: intervista a don Nicola Bux


Pubblichiamo l’intervista di Edward Pentin a don Nicola Bux apparsa ieri, 21 giugno, sul National Catholic Register (qui l’originale in lingua inglese).

(Edward Pentin) Quali implicazioni ha l’”anarchia dottrinale” sulla Chiesa e, ancora di più, sulle anime dei fedeli e dei sacerdoti? 
La prima implicazione dell’anarchia dottrinale sulla Chiesa, è la divisione, a causa dall’apostasia, che è l’abbandono del pensiero cattolico, così definito da san Vincenzo di Lerins: quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditur (il credo professato sempre, dovunque e da tutti). Sant’Ireneo di Lione, che definisce Gesù Cristo ‘maestro dell’unità’, aveva fatto notare agli eretici, che tutti professano le stesse cose, ma non tutti le intendono alla stessa maniera. Ecco la funzione del Magistero, fondato sulla verità di Cristo: ricondurre tutti all’unità cattolica. San Paolo esortava i cristiani a essere concordi e unanimi nel parlare: che direbbe oggi? 
Quando i Cardinali tacciono o accusano i confratelli; quando i Vescovi che avevano pensato, parlato e scritto – scripta manent! – in modo cattolico, per qualsiasi motivo, dicono il contrario; quando i sacerdoti contestano la tradizione liturgica della Chiesa, si configura l’apostasia, il distacco dal pensiero cattolico. Paolo VI aveva previsto che «questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia» (Conversazione con J. Guitton, 9.IX.1977). 
Quale implicazione, poi, ha l’“anarchia dottrinale” sulle anime dei fedeli e degli ecclesiastici?
L’Apostolo esorta a essere fedeli alla dottrina sicura, sana e pura: quella fondata su Gesù Cristo e non sulle opinioni mondane (cfr Tito 1,7-11; 2,1- 8). La perseveranza nell’insegnare e nell’obbedire alla dottrina, guida le anime alla salvezza eterna. La Chiesa non può cambiare la fede e ad un tempo chiedere ai credenti di rimanere fedeli ad essa. Essa è invece intimamente obbligata verso la parola di Dio e verso la Tradizione.
Dunque, la Chiesa ricordi la sentenza del Signore: «E’ per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi» (Gv 9,40). Non dimentichi che, quando è applaudita dal mondo, vuol dire che gli appartiene. Infatti, il mondo ama ciò che è suo e odia ciò che non gli appartiene (cfr Gv 15,18). La Chiesa cattolica ricordi sempre di essere formata soltanto da quanti si sono convertiti a Cristo, sotto la guida dello Spirito Santo; tutti gli esseri umani le sono ordinati (cfr Lg 13), ma non ne fanno parte finché non si convertono.
Come si può risolvere al meglio il problema?
Il punto è: che idea ha il Papa del ministero petrino, come descritto in Lumen gentium 18 e codificato nel diritto canonico? Di fronte alla confusione e all’apostasia, il Papa dovrebbe operare la distinzione – come fece Benedetto XVI – tra quello che pensa e ha detto come dottore privato, e quello che deve dire come Papa della Chiesa cattolica.
Sia chiaro: il Papa può esprimere sue idee, come dottore privato, sulle materie opinabili e che non sono definite dalla Chiesa, ma, nemmeno come dottore privato, può fare affermazioni eretiche. Altrimenti sarebbe egualmente eretico. Ritengo che il Papa sappia, che ogni fedele – il quale conosca la regula fidei o dogma, che fornisce a ciascuno il criterio per sapere qual è la fede della Chiesa, che cosa ognuno deve credere e a chi deve dare ascolto – può accorgersi se lui parla e opera in modo cattolico, oppure sia andato contro il sensus fidei della Chiesa. Anche un solo fedele potrebbe chiedergliene conto.
Quindi, chi ritiene, che esporre dubbi al Papa non sia segno di obbedienza, non ha compreso, dopo 50 anni dal Vaticano II, il rapporto che intercorre tra lui e tutta la Chiesa. L’obbedienza al Papa, dipende unicamente dal fatto che questi è vincolato alla dottrina cattolica, alla fede che egli continuamente deve professare davanti alla Chiesa. 
Siamo in piena crisi di fede! Pertanto, per fermare la divisione in atto, il Papa – come Paolo VI nel 1967, dinanzi alle teorie erronee che circolavano subito dopo la conclusione del concilio – dovrebbe fare una Dichiarazione o Professione di fede, con la quale affermi ciò che è cattolico e corregga quelle parole e quegli atti, suoi e dei vescovi, ambigui o erronei, che sono interpretati in senso non cattolico.
Sarebbe altrimenti grottesco che, mentre si cerca l’unità con i cristiani non cattolici o addirittura l’intesa con i non cristiani, si favorisse l’apostasia e la divisione all’interno della Chiesa cattolica. Per molti cattolici, è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con quanti la pensano diversamente, ma non voglia confrontarsi innanzitutto con i Cardinali che sono i suoi primi consiglieri.
Se il Papa non custodisce la dottrina, non può imporre la disciplina. Come ricordava Giovanni Paolo II, il Papa deve sempre convertirsi, per poter confermare i suoi fratelli, secondo le parole di Cristo a Pietro: Et tu autem conversus, confirma fratres tuos.