venerdì 15 dicembre 2017

Il pensiero della vera Chiesa sull'eutanasia

DAT, eutanasia attiva e/o passiva: in mancanza di dichiarazioni serie da parte del clero, ascoltiamo - su suggerimento di un caro nostro amico e lettore, il pensiero della (vera) Chiesa per bocca dell'Abate Giuseppe Ricciotti, ma anche di giuristi seri, degni di questo nome, come oggi non ne esistono più, come lo fu Arturo Carlo Jemolo, e veri intellettuali (come Maria Bellonci) e politici (come Umberto Calosso):


lunedì 11 dicembre 2017

Nella festa del grande epigrafista e poeta San Damaso, papa e confessore, di cui fu segretario l’altrettanto grande S. Girolamo al quale commissionò la traduzione latina – ufficiale – della Bibbia, rilanciamo questo contributo.


Carlo Maderno, S. Damaso, 1612 circa, portico della Basilica di S. Pietro, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma

Altare con urne dei santi Damaso ed Eutichio, Basilica di San Lorenzo in Damaso, Roma

Francesco Botticini, S. Girolamo tra i SS. Damaso, Eusebio, Paola ed Eustochio, con i donatori (card. Pietro Rucellai e suo figlio), 1490, National gallery, Londra

Pedro Augusto Gugliemi, Litografia di S. Damaso papa, 1840, Biblioteca Nacional de Portugal, Lisbona

La questione della lingua nella liturgia

Ricorre oggi la festa di Papa San Damaso I (+384), che tra le molte sue opere vien ricordato per aver commissionato a S. Girolamo una nuova traduzione ufficiale della Bibbia, e aver disposto che la liturgia romana venisse officiata in latino, e non in greco come avveniva in precedenza.



Si è recentemente svolto a Venezia un convegno sulla questione della lingua nella liturgia, analizzata a partire dalla cosiddetta disputa trilinguista, accaduta nel IX secolo proprio nella città lagunare, ove alcuni ecclesiastici rimproverarono i Santi Cirillo e Metodio di aver tradotto i testi liturgici in slavo, quando le uniche lingue ammesse nelle cose sacre sarebbero state le tre del Titulus Crucis, ovverosia l’ebraico, il greco e il latino. Tra gl’interventi, molto interessante è stato quello di un sacerdote greco-ortodosso e professore, da cui traggo lo spunto per la stesura di questo breve articolo.
Posto che Nostro Signore Domineiddio comprende tutte le lingue, ci fu un motivo se per le cose sacre ogni popolo scelse lingue che non erano di uso comune, varianti arcaiche e non più comprese dal popolo. L’elenco seguente vuole presentare soltanto alcuni esempi: il greco koinè per la Chiesa costantinopolitana, il paleoslavo ecclesiastico per quella slava, il ge’ez per quella etiope, l’armeno classico per quella armena, l’aramaico per la quella siriaca, il latino per la Chiesa occidentale... persino le confessioni protestanti che mantengono in sé l’idea di una “high church” (e cioè il luteranesimo classico e l’anglicanesimo ufficiale, non influenzati dalle istanze riformate e di stampo carlostadiano) usano una versione poetica e medievale della loro lingua per la liturgia. Ma addirittura i pagani facevano uso di lingue antiche e incomprese dal popolo: Quintiliano ci riferisce che nel I secolo d.C. i sacerdoti salii, durante le processioni in onore di Marte e Quirino, cantavano degli stichi sacri, i cosiddetti carmina saliaria, in un linguaggio talmente arcaico che nemmeno loro stessi sapevano cosa stessero dicendo.
Molti Papi del XX secolo si sono adoperati per difendere la purezza della lingua latina nella liturgia: memorabile fu l’intervento di Pio XII durante un convegno, avendo ei detto che “sarebbe tuttavia superfluo il ricordare ancora una volta che la Chiesa ha serie ragioni per conservare fermamente nel rito latino”. Pio XI invece, nell’epistola apostolica Officiorum omnium, scriveva che: “infatti la Chiesa, poiché tiene unite nel suo amplesso tutte le genti e durerà fino alla consumazione dei secoli, richiede per sua natura un linguaggio universale, immutabile, non volgare”. Persino Giovanni XXIII con la costituzione Veterum sapientia ribadì vieppiù l’indispensabilità del latino, la cui conservazione “non è solo una questione di cultura o di lettere, ma propriamente una questione di Religione”. Uno dei motivi più additati dai Pontefici, fu l’espressione dell’unione di tutta la Chiesa latina alla sua origine romana, come testimoniarono S. Pio X e Leone XIII, così come lo slavo ecclesiastico unisce tutte le chiese slave e quella greca tutte le chiese che si riferiscono alla tradizione costantinopolitana.
In questa analisi bisogna stare molto attenti, per non sfociare in un assurdo e antistorico romanocentrismo tipico di una certa parte tradizionalista, a non considerare tutto in prospettiva romana. La prima lingua usata nella liturgia fu il greco, anche a Roma. Dunque è inutile invocare una predilezione divina per la lingua latina o cose del genere che non farebbero che rendere antistorica e risibile una tesi del genere, senza contare l’annoso problema d’incoerenza con il fatto che la Chiesa Cattolica sempre ammise che le Chiese Orientali in comunione con essa (e financo le compagini balcaniche di rito latino) utilizzassero la loro propria lingua liturgica. L’analisi è invece molto semplice e definitiva: in qualsiasi religione (meno che nell’irreligione, quella a cui cerca di avvicinarsi il modernismo) esistono uno spazio sacro inviolabile, degli oggetti sacri intoccabili. Così, esiste giocoforza una lingua sacra immutabile, che dovrà conservarsi sempre tale, poiché espressione dell’immutabilità della Chiesa e della liturgia; proprio come l’oggetto liturgico, che in sé non ha nessuna elezione ab origine, ma viene costruito con una forma dignitosa e immutabile per uno scopo alto e immutabile qual’è la Sacra Liturgia. I caratteri di una lingua sacra vengono dunque ad essere: l’immutabilità (perché sia espressione della continuità perenne della Chiesa e del rito), l’arcaicità (perché sia distaccata dall’uso quotidiano), l’elevatezza (perché si adatti all’azione più sacra di tutte, la liturgia).
Avendo già parlato dell’immutabilità, vengo all’arcaicità. Ciò che rende gravemente errata l’analisi del Gueranger è sostenere che le Chiese Orientali avessero preferito introdurre la lingua del popolo, la quale poi si fossilizzò nella forma dell’epoca, “venendo a contatto coi misteri dell’altare”. La cosa è necessariamente antistorica: anzitutto, la prima lingua liturgica fu proprio orientale, ossia il greco; non già il greco del I secolo d.C., però, ma una sua forma più pura, risalente al IV secolo a.C., ricca peraltro di composti tipici della poesia epica, di certo non parlata dalla gente comune a quel tempo. Il latino fu un’introduzione successiva, ma comunque fu introdotto in una forma “classica” di quattro secoli anteriore rispetto a quella in uso al tempo, una forma lontanissima dall’uso parlato persino degli abitanti dell’Urbe. Stesso discorso può farsi per le altre lingue liturgiche succitate, compreso lo slavo ecclesiastico, che ad oggi i linguisti studiano accuratamente, dacché è formato un corpus di fonemi, lessemi e strutture che si rifanno a una lingua “panslava” ben anteriore al IX secolo, quasi sicuramente non più in uso tra il popolo in quegli anni.
Ma perché si rende necessario l’uso di una lingua arcaica, incompresa? Lo si è già accennato, per mantenere il necessario distacco tra il quotidiano e l’eterno, tra il contingente e il trascendente, tra il profano e il sacro; la stessa separazione fisica che la balaustra e l’iconostasi trasmettono, la trasmette l’uso della lingua antica. L’istanza che il popolo capisca la liturgia, infatti, può essere eretica in due modi:
- gnostica, poiché ammette che l’esperienza religiosa avviene solo attraverso la comprensione totale di essa, e dunque l’uomo, insuperbito nelle sue potenzialità, diventa il vero attore della Religione
- protestante, poiché ammette che lo scopo principale della liturgia sia la catechesi del popolo, quando sappiamo che nella religione cattolica la Divina Liturgia è essenzialmente il Sacrificio di Nostro Signore sul Calvario, e solo secondariamente si esercita il munus docendi, la predicazione, che deve certo avvenire in lingua volgare, ma è in sé nettamente separata e inferiore rispetto all’officio dei Sacri Misteri.
Ciò non significa che chiunque voglia comprendere qualcosa della liturgia rischi di sfociare in una delle summenzionate eresie: come noi possiamo sapere cosa fa il sacerdote dietro l’iconostasi, così noi possiamo leggere dai messalini la traduzione della liturgia. Ma, pur sapendo cosa stia facendo, noi non vediamo il sacerdote dietro l’iconostasi, così come, pur sapendo cosa stia dicendo, non capiamo le sue parole. In ciò si verifica mirabilmente e sensibilmente la distinzione invalicabile tra sacro e profano.
Contraria a questo principio è anche la lettura in lingua volgare di Epistola e Vangelo durante la Messa tradizionale (anche dopo che siano stati cantati in latino), così come purtroppo sulla scorta del Movimento Liturgico molti “tradizionalisti” oggi fanno. La Chiesa Cattolica ha sempre riprovato e condannato come eretiche le proposizioni per cui fosse doveroso da parte dei Cattolici il leggere le Sacre Scritture, l’averle accessibili in lingua volgare, etc. Ciò non significa assoluta impossibilità di leggere le Scritture, né di averle tradotte in lingua volgare, ma ne esclude assolutamente l’uso durante la Sacra Liturgia, poiché sarebbe un accordo alle tesi gianseniste, per le stesse questioni succitate. E a volte, in ciò, il popolo, nato nella religione, risulta spontaneamente più fedele rispetto all’irreligione modernista della gerarchia (che vorrebbe invece attribuire le sue riforme a delle non meglio precisate istanze popolari): mi raccontarono che in una chiesa ortodossa, dopo che il Vangelo fu letto in greco classico, il celebrante prese a rileggerlo in greco moderno. Il popolo si sedette e i concelebranti indossarono il copricapo, poiché spontaneamente essi non lo avvertivano come Vangelo, dal momento che non veniva cantato nella lingua sacra.
Nonostante le molte cose che dovrebbero essere dette a riguardo del punto superiore, non voglio allungare eccessivamente quella che si propone di essere un’analisi sintetica, e passo immediatamente a concludere col secondo punto: l’elevatezza. Si è detto che a scopo altissimo deve corrispondere un linguaggio elevatissimo; e qui si viene a un comportamento antitradizionale tipico di alcuni esponenti cattolici degli anni ‘50, quello della “ritraduzione” in un latino più “classico e polito” (come la Nova Vulgata di Bea). Essi non comprendevano la grande differenza tra l’elevatezza dello stile tipica degli autori profani e pagani, ricercata attraverso strutture sintattiche complesse e raffinate figure retoriche, e quella tipica della Sacra Scrittura e dei testi liturgici, che invece è data dall’incommensurabilità medesima dei misteri che da essi vengono trasmessi.
Non voglio nemmeno riflettere su quale enorme tesoro è stato perduto dalla Chiesa Cattolica quando essa, nella sua parte ufficiale, abbandonò de facto la lingua latina (pur conservandola de jure), né su cosa sta rischiando l’Ortodossia greca scadendo negli stessi errori modernisti e filogiansenisti. Voglio chiudere citando due testi liturgici, in latino e greco, e lasciando che, assaporandone l’elevatezza inarrivabile trasmessa dai mirabili misteri della fede che vengono trattati, possiamo godere di quell’inestimabile patrimonio sacro trasmessoci dai Padri e conservato purtroppo ormai solo da poche persone rimaste fedeli alla Tradizione.

Deus, qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti, et mirabílius reformásti: da nobis per hujus aquae et vini mystérium, eius divinitátis esse consórtes, qui humanitátis nostrae fieri dignátus est párticeps, Jesus Christus Fílius tuus Dóminus noster: Qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia saécula saeculórum. Amen.
(rito romano, formula di benedizione dell’acqua da infondere nel vino)

Οἱ τὰ Χερουβεὶμ μυστικῶς εἰκονίζοντες, καὶ τῇ ζωοποιῷ Τριάδι τὸν τρισάγιον ὕμνον προσᾴδοντες, πᾶσαν τὴν βιωτικὴν ἀποθώμεθα μέριμναν, ὡς τὸν Βασιλέα τῶν ὅλων ὑποδεξόμενοι, ταῖς ἀγγελικαῖς ἀοράτως δορυφορούμενον τάξεσιν. Ἀλληλούϊα.
(rito greco, inno cherubico)

sabato 9 dicembre 2017

Padre Pio e la devozione all’Immacolata nell’Ordine Cappuccino

Nel II giorno dell’Ottava della festa dell’Immacolata Concezione, rilanciamo quest’interessante e breve contributo.

Enrico Reffo, Vergine Immacolata con i SS. Bonaventura, Bernardino da Siena, Lucia, Agnese, Chiara d'Assisi, Francesco, Antonio e Margherita da Cortona, XIX sec., Altare dell'Immacolata, Chiesa di S. Tommaso, Torino

Giuseppe Nuvolone, Immacolata tra i SS. Francesco e Antonio da Padova, XVII sec., Chiesa parrocchiale dei SS. Pietro apostolo e Marco evangelista, Pieve a Nievole (Potenza)

Andrea Vaccaro, Immacolata tra i SS. Francesco d'Assisi e Francesco Saverio, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Andrea Vaccaro, Immacolata tra i SS. Francesco d'Assisi e Francesco Saverio, 1656, Chiesa di S. Antonio da Padova, Pisticci

Padre Pio e la devozione all’Immacolata nell’Ordine Cappuccino

di Suor M. Immacolata Savanelli, FI

Corrispondendo alla vocazione religiosa, il giovane Fra Pio si ritrovò all’ombra del chiostro tra i figli del Serafico Padre san Francesco e al contempo sotto il candido manto dell’Immacolata, venerata da sempre con particolare amore dall’Ordine Serafico.

La Chiesa ha proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione della Vergine Maria l’8 dicembre 1854 e quattro anni dopo, l’11 febbraio 1858, quasi a conferma di tale solenne proclamazione, la Madonna apparve a santa Bernardetta Soubirous a Lourdes, in Francia, e si presentò come l’Immacolata Concezione. Padre Pio nacque nel 1887 dopo circa 30 anni da questi eventi, a Pietrelcina, piccolo paese del Sannio, dove per antica tradizione è fortemente sentita la devozione alla Madonna. Non ci è dato sapere se durante la sua infanzia o adolescenza il piccolo Francesco Forgione (tale era il suo nome prima di entrare tra i Frati Cappuccini) avesse venerato la Madonna come Immacolata, è sicuro, però, che ciò avvenne nel 1903 quando il nostro Santo entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini poiché il noviziato era consacrato all’Immacolata, affidato alla sua materna assistenza. Era a Lei, all’Immacolata, che si chiedeva di assistere e proteggere i giovani novizi, di contribuire in modo tutto speciale alla santificazione di coloro che erano stati chiamati da Dio a seguire Cristo sui passi eroici del Serafico Padre san Francesco. Ecco il testo della preghiera di affidamento del noviziato all’Immacolata: «O Vergine immacolata io mi affido e mi consacro a voi in quest’anno del santo noviziato. Riconosco che per la vostra predilezione materna ho ricevuto da Dio la grazia singolare della vocazione religiosa e a voi chiedo di potervi corrispondere con fedeltà. Concedetemi un amore grande alla purezza, custoditela e rendetela sempre più luminosa in me così da renderla quasi un riflesso della vostra purezza immacolata. Fatemi conoscere la bellezza della povertà perché io la possa abbracciare con amore. Che io trovi la mia gioia nell’ubbidienza per potermi donare a Dio nel giorno della mia professione per sempre. Aiutatemi nella pratica delle altre virtù, ornamento indispensabile della vita religiosa: umiltà vera, distacco totale, sacrificio gioioso, carità illuminata, rispetto sacro e amore verso i confratelli, santa letizia, semplicità di fanciullo, preghiera continua e unione con Dio modellata sulla vostra. Siatemi maestra e guida nella pratica di queste virtù, onde poter vivere il mio ideale della vita religiosa: cioè rivivere la vita di Gesù sulla terra per quanto è possibile alla mia pochezza dietro l’esempio del Serafico Padre san Francesco. Nell’ora della prova siatemi sostegno, nelle tenebre luce, in ogni mia necessità fatemi sentire la vostra assistenza materna. Questo vi chiedo sperando tutto nella vostra bontà di Madre e nei meriti infiniti del vostro divin Figlio Gesù, al quale per vostro mezzo mi consacro per sempre. Così sia» (1).
È risaputo, infatti, che i Francescani hanno una particolare venerazione per la Vergine Immacolata. Sono essi che, a partire dal beato Giovanni Duns Scoto, per secoli hanno portato avanti la possibilità e la convenienza di questo particolare privilegio mariano. Ebbene, oltre al grande numero di Cappuccini, tra cui anche santi, beati, venerabili e servi di Dio che hanno onorato e glorificato l’Immacolata, e alla preghiera di affidamento del noviziato all’Immacolata, la devozione mariana di quest’Ordine è testimoniata anche da alcuni atti capitolari. Già prima della proclamazione del dogma, per la grande devozione verso la Vergine Immacolata, il Capitolo generale, nel 1712, venne ad esprimere il pio desiderio di considerare l’Immacolata come particolare Patrona dell’Ordine. Questi pii voti dei Padri capitolari, presentati alla Sacra Congregazione dei Riti, vennero assecondati il 10 marzo 1714. Esortazioni particolari si trovano, poi, con la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. Al punto 17 della lettera del reverendissimo ministro generale Padre Bernardo da Andermatt, che accompagna le ordinazioni e i decreti del Capitolo generale, tenutosi a Roma nel collegio di San Fedele il 9 maggio 1884, è possibile leggere: «Missa Conventualis Officio diei conveniens quotidie celebretur. Et quia merito gloriamur de devotione Ordinis nostri erga Beatam Virginem Mariam sine labe originali conceptam, deque celeberrimo Seraphici Patris Nostri Francisci decreto, celebrandi scilicet singulis Sabbatis Missam de Immaculata Conceptione: hortamur sacerdotes, ut ad normam Indulti Sacrae Rituum Congregationis sub die 14 Iunii 1866 nobis concessi, privilegio celebrandi Missam votivam de Immaculata Conceptione Beatae Virginis Mariae in Sabbato pro viribus utantur» (Ogni giorno si celebri la Messa Conventuale secondo l’Ufficio corrente. E poiché noi giustamente ci gloriamo della devozione che l’Ordine nostro professa alla Beata Vergine Maria Immacolata, nonché dell’insigne decreto del nostro Serafico Padre san Francesco, ossia che si celebri ogni sabato la Messa dell’Immacolata Concezione: esortiamo i Sacerdoti a valersi quando possono del privilegio a noi concesso, a norma dell’indulto della Sacra Congregazione dei Riti in data del 14 giugno 1866, di celebrare in giorno di sabato la Messa votiva dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria) (2).
Tale ordinanza è stata poi inserita nell’Appendice I delle Costituzioni del 1909. E Padre Pio ha osservato questa disposizione con particolare attenzione, tanto che, come ci attesta l’Epistolario, ad appena una settimana dalla sua ordinazione sacerdotale, chiese a Padre Benedetto: «Avrei bisogno di un calendario e ciò solamente per vedere in quali giorni non si può dire la Messa votiva dell’Immacolata nel sabato e quali commemorazioni debbono dirsi in detta Messa» (Epistolario I, p. 197).
Nella prima edizione del IV volume dell’Epistolario di Padre Pio è presente anche una meditazione sull’Immacolata attribuita, per diverso tempo, al Santo del Gargano (3). In seguito, essendoci nell’archivio della Postulazione dei Padri Cappuccini di San Giovanni Rotondo il testo della meditazione nella stesura scritta da una figlia spirituale del Santo, Antonietta Vona, si attribuì a lei tale meditazione e, pertanto, non fu più riportata nella successiva edizione dell’Epistolario. Questa meditazione, però, ha comunque la sua importanza, perché sul manoscritto di Antonietta Vona ci sono alcune annotazioni autografe personali, con «brevi correzioni» (4) del Santo, per cui si può con tutta sicurezza e ragionevolezza cogliere, in essa, i diversi punti e spunti dottrinali sul mistero ineffabile dell’Immacolata Concezione corrispondenti alla mente del nostro Santo, che è una mente formatasi interamente alla Scuola filosofico-teologica francescana.
Sulla devozione di Padre Pio verso l’Immacolata è stato scritto, infatti, che «non perdeva occasione per lodare e benedire l’Immacolata con la passione propria del francescano innamorato di Maria, alla scuola dei santi francescani di ogni tempo» (5). 

NOTE

1) Provincia dei Padri Cappuccini di Foggia, Preghiere del santo noviziato, Foggia 1959, pp. 44-45. Nonostante questo testo sia stato edito nel 1959, è da supporre che tale preghiera di affidamento fosse recitata anche nel 1903 in quanto le tradizioni della provincia rimasero pressoché invariate dagli ultimi anni dell’Ottocento fino al Concilio Vaticano II.

2) Cf. Analecta Ordinis Minorum Capuccinorum, vol. II, Roma 1886, p. 231, n. 17.

3) Cf. Epistolario IV, pp. 857-861, I edizione del 1984. [Il testo della meditazione è riportato di seguito, n.d.r.].

4) N. Castello - S. M. Manelli, La «dolce Signora» di Padre Pio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1999, p. 107, n. 23.

5) Ivi, p. 106.

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Meditazione sull’Immacolata

Amore increato, Spirito di luce e verità fatti strada nella mia povera mente e fammi penetrare, per quanto è possibile a povera creatura come me, in quell’abisso di grazia, di purezza e di santità, per attingere sempre nuovo amore verso quel Dio che ab aeterno concepiva nella sua Mente divina questo capolavoro insuperabile da qualsiasi altra opera creata che uscita fosse dalle sue mani: l’Immacolata! [...].
Prevenuta dalla grazia per Colui che sarà il Salvatore dell’umanità caduta nella colpa, alcun neo di colpa la toccherà mai. Esce dalla mente di Dio pura e brillerà quale stella mattutina sull’umanità che affissa in Lei lo sguardo, per esserci di guida sicura a drizzare i nostri passi verso il sole divino Gesù, che irradiandola con il suo splendore divino, ce l’addita quale modello di purezza e di santità. Nulla è ad Essa superiore nel creato, ma tutto ad Essa è sottoposto per grazia di Colui che la creò immacolata [...]. Precede, nell’ordine di natura, il sole divino Gesù; nell’ordine di grazia, il sole Gesù precede essa, la purissima che dal sole divino riceve ogni purezza, ogni luce, ogni beltà.
Tutto è tenebre e oscurità di fronte a questa luce purissima che rinnovella il creato per Colui che porterà nel suo seno, come rugiada nella rosa. Tutto fa capo al suo concepimento immacolato: per questo dono unico e singolare riceve a profusione la grazia divina; e per la sua corrispondenza se ne rende degna di sempre riceverne delle maggiori.
Madre mia purissima, l’anima mia poverissima tutta ricolma di miserie e peccati, fa appello al tuo Cuore materno, affinché nella tua bontà ti degni di riversare su di me un poco almeno di quella grazia che si profuse in te, senza restrizione, ma abbondante, piena, dal Cuore di Dio. E da questa tua grazia accompagnato, mi riesca servire ed amare meno imperfettamente quel Dio che occupò pienamente il tuo cuore e del tuo corpo ne fece il suo tempio, fin dal primo istante del tuo immacolato concepimento.
Le tre divine Persone concorrono a profondere tutte le prerogative, tutti i favori, tutte le grazie, tutta la santità su questa sublime creatura.
L’eterno Padre la crea pura e immacolata e si compiace in Essa quale degno abitacolo del suo Figlio unigenito; per la generazione del Figlio nel suo seno sin dall’eternità, previene la generazione del Figlio nel seno purissimo di questa Madre e la riveste sin dal principio della sua concezione del lucente niveo abito della grazia e della santità più perfetta, la rende partecipe delle sue perfezioni.
Il Figlio, che la elegge per sua Madre, profonde in Essa la sua sapienza e sin dall’inizio, per scienza infusa conobbe il suo Dio e lo amò e servì nel modo più perfetto che sino allora mai lo era stato sulla terra. 
Lo Spirito Santo profuse in Essa il suo amore, la sola capace e degna riceverne in una misura direi sconfinata, perché la sola che con la purezza della colomba, poteva avvicinarsi a Dio e così da vicino sempre più conoscerlo ed amarlo. La sola capace a contenere in sé l’influsso d’un amore che la riempiva dall’Alto, e sol degna di ritornare a Colui che ne la riempiva; e quest’Amore, prevenendola, la preparava a quel fiat che salvò il mondo dalla tirannia del nemico infernale, e che la doveva adombrare e renderla purissima colomba feconda d’un Figlio di Dio.
Madre mia, come mi sento confuso sì carico di colpe di fronte a te, purissima Immacolata fin dal primo istante del tuo concepimento [...]. Abbi pietà di me; uno sguardo tuo materno mi rialzi, mi purifichi, mi elevi a Dio, elevandomi sul fango della terra, per assurgere a Colui che mi creò, mi generò nel santo Battesimo, ridonandomi quella bianca purissima stola dell’innocenza che il peccato d’origine aveva deturpato. Che io lo ami, o Madre mia! Profondi in me quell’amore che ardeva nel tuo Cuore per Lui, in me che, ricoperto di miserie, ammiro in te il mistero del tuo Immacolato Concepimento, e che ardentemente bramo che per esso tu mi renda puro il cuore per amare il mio e tuo Dio, pura la mente per assurgere a Lui e contemplarlo, adorarlo e servirlo in spirito e verità, puro il corpo affinché sia un suo tabernacolo meno indegno di possederlo, quando si degnerà venire in me nella santa Comunione. Così sia.

dall’Epistolario, vol. IV (edizione del 1984),  pp. 857-861

venerdì 8 dicembre 2017

Un aforisma di S. Massimiliano Kolbe sull'Immacolata Concezione


Un piccolo aneddoto del prof. Massimo Viglione per la festa dell’Immacolata



Francesco Podesti, Proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione, 1859-61, Sala dell'Immacolata, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

Virginio Monti, Cacciata dal Paradiso terrestre di Adamo ed Eva e preannuncio dell'Immacolata, XIX sec., Basilica di S. Andrea della Valle, Roma


Valentino Pupin, Proclamazione del dogma dell'Immacolata, 1874, Vicenza

Ambito friulano, Immacolata con S. Giuseppe ed il beato Pio IX, 1890 circa, Udine

Felice Atzori, Proclamazione del dogma dell'Immacolata, 1935, Senigallia

Un piccolo aneddoto per questa festa

Quando Pio IX, tornato a Roma dopo l’esilio di Gaeta (a causa della rivoluzione massonica del ‘48 e dell’arrivo di Mazzini & C.), volle sciogliere il voto fatto appunto a Gaeta e dichiarò a tutti i vescovi del mondo la sua volontà di proclamare il dogma dell’Immacolata Concezione, questi risposero in 3 differenti maniere:
- una “pars minor” disse chiaramente che l’Immacolata Concezione di Maria è una sciocchezza dei secoli bui (la “sinistra” progressista, già bella che esistente: motivo di riflessione...);
- la “part maior” rispose affermativamente;
- un'altra “pars minor”, ma piuttosto consistente, disse chiaramente che l’Immacolata Concezione di Maria è verissima, ma non era “prudente” provocare la società contemporanea: liberalismo, risorgimento in Italia, socialismo, positivismo... la società non è pronta a riceverlo. “Aspettiamo tempi migliori...”. Inutile dare un’etichetta a costoro: è lampante a tutti: i democristiani dell’Ottocento.
Perché dico questo? Perché Pio IX neanche considerò i primi, mentre ugualmente fece con le “moderate” considerazioni dei terzi: e proclamò il dogma, l’8 dicembre 1854. Il dogma più antimoderno (e quindi cattolico) che possa immaginarsi, perché presuppone il peccato originale e tutto quello che ne deriva.
Perché lo fece?
Perché era un Papa. E santo. E pure Re. Perché credeva in Dio. E amava la Chiesa. E la Vergine Immacolata. 
Quattro anni dopo, in una grotta sperduta sotto i Pirenei, “Qualcuno” gli diede ragione, presentandosi a una fanciulla, anticamera del paradiso. Oggi è la festa per eccellenza di chi crede alla finale vittoria del Bene sul male, perché esiste il male, non solo nella vita privata, ma anche e forse anzitutto nella storia. Sembra scontato, ma molti - moltissimi - non vogliono capirlo.
Chi lo capisce, invece, capisce la storia e quindi il presente.
Auguri a tutti

La colonna romana per il trionfo dell’Immacolata

Nella festa dell’Immacolato Concepimento di Maria rilanciamo questo contributo.























 







  

 








  






La colonna romana per il trionfo dell’Immacolata

dal Numero 47 del 3 dicembre 2017

di Carlo Codega

L’Immacolata più famosa di Roma svetta sopra i palazzi di piazza di Spagna e domina il cielo della Città Eterna dall’alto di una colonna bimillenaria; è la testimonianza pubblica e civile data dalla cristianità a quello straordinario trionfo di Maria che fu la proclamazione del dogma dell’Immacolata.

Ogni passeggiata romana, dalla più compitamente devota alla più sfacciatamente mondana, non può non solcare il selciato della celebre piazza di Spagna. La monumentale e ingegnosa scalinata tardo-barocca su cui svetta la Chiesa di Trinità dei Monti è uno dei più amati scorci della Roma papalina, la cui magnificenza riesce persino ad oscurare altre preziosità monumentali barocche. 
Questo luogo ormai dominato dal turismo carnale racchiude però un tesoro della vita devozionale romana: ogni anno, l’8 dicembre, il popolo romano si riunisce lì non per eventi di moda o per il bighellonaggio perditempo, bensì per prestare il suo ossequio, nella piccola e contigua piazza Mignatelli, all’Immacolata Madre di Dio. Parliamo infatti della celebre Colonna dell’Immacolata a cui ogni anno i pompieri di Roma, secondo una tradizione poco meno che secolare, offrono un serto di fiori con una spettacolare e acrobatica manovra, alla presenza dello stesso Vicario di Cristo. La Colonna dell’Immacolata è però al contempo una catechesi visiva sul dogma dell’Immacolata Concezione e sulle altre prerogative della Santissima Madre di Dio, oltre che un compendio della storia di questo dogma, storia tanto più gloriosa quanto più contrastata.

Una colonna romana illibata

L’8 dicembre 1854, nel solenne contesto cerimoniale della basilica di San Pietro, il beato pontefice Pio IX dichiarava, dopo secoli di battaglia e di discussione, che «la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento» (Ineffabilis Deus). Proprio nel momento in cui, rivestito della pienezza del ministero petrino, il Beato definiva tale dogma, una luce – evidentemente inspiegabile e soprannaturale – lo colpiva da una finestra della basilica, dando agli astanti un attestato della benevolenza divina all’opera del “dolce Cristo in terra”. Immediatamente la città di Roma – che ancora era veramente la città del Papa – si industriò per dare una testimonianza pubblica e civile a questo straordinario trionfo dell’Immacolata, trionfo del soprannaturale in un secolo troppo sfrontatamente “naturale” e trionfo della grazia davanti all’insolenza del peccato.
All’architetto modenese Luigi Poletti sorse subito un’idea brillante. Da ormai 80 anni una grande colonna romana giaceva abbandonata nel cortile della Curia Innocenziana, l’attuale palazzo del Parlamento a Montecitorio, allora sede degli uffici economici della Santa Sede. Questa colonna lunga ben 12 metri di prezioso marmo cipollino era venuta alla luce nel 1777 durante gli scavi presso il monastero delle benedettine a Campo Marzio: questo gigante accasciato balzò subito all’occhio dei cultori delle antichità romane – particolarmente numerosi nel XVIII secolo – i quali proposero varie soluzioni per riutilizzarla. Tutte le proposte presto caddero nel vuoto per due motivi: la pesantezza di questa colonna, che richiese ben 10 argani e cento persone per spostarla, e soprattutto un difetto strutturale alla base che la rendeva inutilizzabile. Pertanto non si poté fare meglio che spostarla di qualche centinaio di metri nel cortile di Palazzo Montecitorio, dove attraversò incolume il periodo rivoluzionario come un ingombrante ma innocuo relitto del passato. Ai cultori e agli architetti una cosa era però chiara: questa colonna di prezioso marmo non solo era al presente inutilizzabile ma non era mai stata utilizzata, nemmeno dagli stessi Romani, in quanto era fragile alla base, con evidente tendenza a sfaldarsi... la colonna insomma giaceva lì inutilizzata da qualcosa come due millenni! 
Una colonna mai utilizzata che all’architetto Poletti – nel momento in cui pensava come onorare pubblicamente il nuovo dogma – venne immediatamente in mente: cosa meglio di una colonna illibata e rimasta nascosta da quasi due millenni, per fare da base e da trono all’Immacolata, venuta al mondo proprio quasi due millenni prima? Una colonna che giaceva lì così come era uscita dalle mani dello scultore e mai contaminata dall’utilizzo in costruzioni pagane, proprio in attesa del dogma che definisse la Madre di Dio come Immacolata, uscita completamente pura dalle mani del Creatore e rimasta tale. Ecco che quindi con tre anelli di ferro, mascherati da un fregio bronzeo, si ovviò al problema strutturale, permettendo a quella colonna provvidenzialmente sfuggita dall’uso pagano e profano, di far svettare su Roma la più sacra delle creature: l’Immacolata Concezione.

L’Immacolata tra Spagna e piazza di Spagna

Piazza di Spagna è certamente uno dei luoghi più belli di Roma ma domandarsi perché proprio lì sia stata posta la Colonna dell’Immacolata non è una questione senza valore. Numerose altre piazze avrebbero potuto ben ospitare tale commemorazione monumentale del glorioso dogma e l’accostamento a qualche basilica avrebbe potuto sembrare più idoneo; peraltro la Colonna non domina nemmeno la piazza di Spagna ma è quasi rinchiusa in un suo cantuccio, chiamato piazza Mignatelli. Il motivo in realtà è semplice: l’architetto Poletti, le autorità papali e i benefattori che permisero la realizzazione dell’opera, vollero con ciò avvicinare il più possibile la Colonna al palazzo dell’ambasciata di Spagna, per tributare un ringraziamento alla nazione che più di tutte le altre si era spesa nel corso dei secoli per l’affermazione del dogma dell’Immacolata Concezione.
La posizione “immacolista” – cioè di coloro che nella discussione con i “macolisti” sostennero fortemente l’esenzione della Madonna da ogni peccato sin dal concepimento – vanta infatti una lunga tradizione nella penisola iberica, fino almeno dalla grande opera del terziario francescano, il beato Raimondo Lullo († 1316). Nel corso dei secoli la quasi unanimità delle università e dei teologi spagnoli – soprattutto francescani – sostennero l’Immacolata Concezione, tanto che l’università di Salamanca nel 1618 si vincolò con voto solenne a difendere il privilegio di Maria Santissima. Anzi dalla Sicilia il cosiddetto “voto sanguinario” – con cui si prometteva di difendere l’Immacolata Concezione fino all’effusione del sangue – si diffuse soprattutto in Spagna: singoli uomini e intere città suggellarono firmando con una goccia del loro sangue questa promessa, che avrebbe fatto molto discutere gli illuministi e i cattolici tiepidi. Non di meno gli stessi re s’impegnarono per diffondere tale privilegio: sotto Filippo III (1578-1621) la Spagna fu consacrata all’Immacolata e sotto Carlo III (1716-1788) – sovrano pur profondamente influenzato dall’Illuminismo – l’Immacolata fu dichiarata “Patrona della Spagna”. Più volte i re spagnoli si trovarono a vietare pubblicamente la diffusione di opinioni contrarie all’Immacolata, fino a decretare talora delle espulsioni, e, soprattutto, numerose volte si fecero promotori presso la Santa Sede della dichiarazione ufficiale di tale dogma.
Tutto ciò basta a spiegare come il Papa stesso, una volta riconosciuta la verità indiscutibile di tale privilegio, abbia voluto tributare alla nazione spagnola l’onore di veder sorgere di fronte alla propria rappresentanza diplomatica la magnifica Colonna commemorativa. 

Dal feudalesimo alla missione

La monarchia spagnola, all’epoca della promulgazione del dogma, spettava alla famiglia dei Borbone, la quale aveva ramificazioni in molti paesi d’Europa. Risulta quindi interessante che proprio il re delle due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, nipote di Carlo IV di Spagna, abbia fornito i mezzi finanziari per concludere la costruzione della monumentale Colonna dell’Immacolata. Il principale motivo della sua munificenza fu che l’8 dicembre 1856, alla fine della Santa Messa per l’Immacolata, il sovrano era stato ferito dalla baionetta del soldato mazziniano Agesilao Milano, che lo considerava un tiranno. Ritenne la sua sopravvivenza una grazia dell’Immacolata, il che lo spinse a costruire una chiesa all’Immacolata a Napoli e a contribuire alla costruzione del monumento a Roma, risolvendo al contempo una vertenza che da quasi un secolo opponeva il regno al Papa: il tradizionale tributo della “chinea”, con la quale il re di Napoli, ammetteva la sua sottomissione feudale al Sommo Pontefice, nonostante ormai non più rispettato dai sovrani delle due Sicilie, fu ufficialmente e definitivamente abrogato dal Santo Padre in cambio del devoto gesto di Ferdinando II. In tal modo lo stesso Papa che difendeva a spada tratta i domini temporali della Chiesa dalle pretese dei cosiddetti “patrioti” italiani, rinunciava alla sottomissione feudale del re delle due Sicilie (erede del regno di Napoli), dimostrando la profonda concretezza di chi sa a che cosa il Sommo Pontefice possa rinunciare e a che cosa no. Il governo temporale della Chiesa – a differenza di un diritto feudale – non è un mero dominio politico, che così come si è realizzato nella storia può cessare, bensì un’esigenza teologica che assicura alla Chiesa la libertà necessaria a svolgere il suo ministero spirituale di maestra e guida di tutte le genti verso la Verità e la salvezza. L’ubicazione della colonna tuttavia sembra ricordarci questa profonda verità: se la Colonna sta dirimpetto all’ambasciata spagnola, tuttavia sulla medesima appendice della piazza di Spagna, si apre anche la severa facciata del palazzo di Propaganda Fide, la congregazione vaticana che da secoli si occupa dell’evangelizzazione dei popoli e dell’espansione della Fede cattolica nel mondo.
L’Immacolata Concezione, proclamata con un atto del supremo Magistero del Papa, diviene così la stella a cui deve guardare la Chiesa per condurre la sua missione spirituale nel mondo, ovvero l’evangelizzazione dei popoli.

Ai piedi dell’Immacolata Madre Semprevergine: Mosè e Davide...

L’architetto Poletti progettò d’innalzare verticalmente la colonna marmorea come imponente basamento per il trionfo dell’Immacolata Concezione, svettante sopra i palazzi circostanti, e come solido piedistallo al suo benedetto piede, con cui schiaccia e schiaccerà la testa del serpente infernale fino alla fine dei tempi. La colonna poggia a sua volta però su un massiccio piedistallo marmoreo a più livelli, in cui l’autore ha concentrato l’aspetto catechetico del monumento. Sullo sfondo dell’armonico piedistallo di candido marmo, spiccano ai quattro angoli le voluminose statue di altrettanti personaggi veterotestamentari: Mosè, il re Davide e i profeti Isaia ed Ezechiele. L’inserzione così evidente di quattro personaggi dell’Antico Testamento ha una notevole funzione pedagogica: quel dogma così tanto contrastato e frutto di discussioni plurisecolari, in realtà, a chi avesse ben inteso lo spirito delle Scritture e non si fosse irrigidito sulle sue limitate visioni, doveva essere già palese nell’Antico Testamento, perché così come tutte le Scritture parlano di Cristo, al contempo e inseparabilmente, parlano di Maria. 
Parlando di Maria, l’Antico Testamento, sin dal Pentateuco e poi via via nei Salmi e nei Profeti, enuncia anche i suoi privilegi tra cui il principale e, in un certo senso, il più grande: l’Immacolata Concezione. Già la bolla Ineffabilis Deus fondava teologicamente il dogma – la cui proclamazione è immortalata anche in un bassorilievo sottostante – innanzitutto sul celebre Protovangelo – il primo annuncio del futuro Redentore – ovvero su Genesi 3,15, il cui autore, come per tutto il Pentateuco, fu sostanzialmente il grande Mosè. «Io porrò inimicizia tra te e la donna» (Gen 3,15): rivolgendosi al serpente maligno, il Signore gli profetizzò che nell’immensa lotta tra il bene e il male, il suo acerrimo nemico sarebbe stata la Donna. La Donna avrebbe vinto il serpente proprio perché in questa grande lotta Ella non sarebbe mai stata sottomessa allo spirito maligno, ma sempre lo avrebbe tenuto sotto i suoi piedi. Questa Donna non è certo Eva – che anzi fu “madre della disgrazia” – bensì Maria Santissima, Madre della grazia, che, a differenza del resto del genere umano, sfuggì da ogni sottomissione alla morte e al peccato, ed è così veramente e senza dubbio Immacolata sin dal suo concepimento.
Perché mai però, tra tutto il genere umano, una donna è stata scelta per godere di questo esimio privilegio di essere priva del peccato originale, di ogni altro peccato e della stessa concupiscenza che ci spinge al peccato? È la seconda statua a spiegarcelo al tocco della sua cetra: «L’Altissimo ha santificato la sua dimora», canta il re Davide, il salmista per eccellenza, nel Salmo 46. Il motivo che giustifica il privilegio unico di cui fu adornata la Vergine Maria è proprio la sua Maternità divina, il suo legame singolarissimo con il Verbo di Dio: non a caso il bassorilievo appena a sinistra nel livello inferiore illustra appunto l’Annunciazione. In quanto destinata a divenire Madre di Dio, ad ospitare nel suo grembo l’Immenso e a divenire il suo tempio per nove mesi, Maria Santissima fu “santificata” nel modo più alto e completo: proprio perché la sua carne doveva divenire la carne di Cristo, doveva essere, insieme a tutta la sua persona, completamente santa, ovvero priva di peccato e piena di grazia, piena di benedizioni celesti. Come un tempio viene separato e consacrato per divenire luogo della presenza di Dio, così Maria, vero Tempio di Dio, doveva essere separata dal resto dell’umanità peccatrice e consacrata, ovvero riempita di grazia divina, per ospitare degnamente il Verbo Incarnato. 

...e i santi profeti Isaia ed Ezechiele

Se il dogma dell’Immacolata – il terzo dogma mariano della storia – poggia su quello della Maternità divina, proclamato ad Efeso nel 431, esso ha collegamenti evidenti con l’altro dogma allora promulgato, quello della Verginità perpetua, dato che l’Assunzione lo sarà solo nel 1950. Sono i due profeti a rivelarci questa armonia nascosta tra i due dogmi: Colei che, in quanto pensata dall’eternità come Madre di Dio, era stata preservata dal peccato originale e, così, da ogni altro peccato – mantenendo la purezza integra dell’anima – doveva, divenendo effettivamente Madre di Dio, mantenere anche la purezza completa e integra del corpo, che aveva già volontariamente votata a Dio. La maternità annunciatale dall’Angelo non doveva essere in contraddizione con la verginità che aveva promesso a Dio, come esigenza della sensibilità e purezza spirituale di Colei che, piena di grazia, non poteva che rendere a Dio tutto ciò che Le aveva dato. Ecco allora che il passo di Isaia 7,14, la profezia data all’empio re Acab, risuona con tutto il vigore del carisma profetico a cantare il miracolo per cui Maria divenne vera madre senza perdere la sua verginità, né nel concepire (virginitas ante partum) e né nel partorire Gesù (virginitas in partu): «Ecco la Vergine concepirà e partorirà un figlio». E poi, per aggiungere il terzo giglio allo stelo verginale di Maria e completare questo coro veterotestamentario, ecco la figura imponente e la parola infuocata del profeta Ezechiele: «Questa porta rimarrà chiusa» (Ez 44,2). In questo modo l’Immacolata Madre di Dio completa la perfezione integra della sua anima, priva di peccato, con l’integrità del suo corpo, celebrata anche dalla verginità dopo il parto: la Verginità perpetua nelle parole di Ezechiele è infatti come la porta “bella” del Tempio (o porta della misericordia), destinata a rimanere chiusa al passaggio di qualsiasi uomo, perché riservata al passaggio di Dio. Nessuna immagine potrebbe essere più adatta a compendiare i tre dogmi mariani. La “porta bella” è la porta inviolata del Tempio, porta non utilizzabile dagli uomini ma destinata solo a Dio, anzi è la porta che ne conserva la presenza, così come la Semprevergine Maria custodì nel suo grembo inviolato il Redentore in quanto Madre di Dio. La “porta bella” o “speciosa” è pero anche detta porta della misericordia – “hesed” in ebraico – ma “hesed” si traduce anche come grazia: la porta chiusa è la porta della grazia, niente di più adatto per Colei che in quanto Immacolata – priva di qualsiasi tipo di peccato – era anche “piena di grazia”, come la chiamò l’Angelo Gabriele.

Un colosso di bronzo... e di grazia

Se finora, tra colonne romane e ambasciate spagnole, tra profeti di marmo e re in carne ed ossa, abbiamo girato in lungo e in largo attorno a questo benedetto monumento, non resta che arrampicarci su di esso o prender posto sulle vertiginose scale dei devoti pompieri per arrivare su su, verso ciò che ci interessa veramente: l’Immacolata. La cima della colonna romana, tramite un capitello di fattura moderna, ci introduce alla statua della Madre di Dio: un colosso di bronzo altro 4 metri e pesante 20.000 libbre (circa 9 tonnellate) uscito dalle forge di Giuseppe Obici di Spilamberto. Potremmo pensare che il dogma dell’Immacolata meritasse una statua di candido marmo, intagliata fino a renderla un’esile figura manierista, così da comunicarci perfettamente il carattere celestiale della Santissima Madre di Dio, che calcò sì la terra peccatrice ma rimanendone estranea, nella sua purezza angelica e nella sua impeccabilità “divina”. Invece l’Immacolata più famosa di Roma è un pesante colosso di scuro bronzo, innalzato a fatica verso il cielo nel 1857 da una squadra di pompieri, che trasmette un senso di gloriosa e inarrestabile forza, svettando sopra i palazzi circostanti e imponendosi agli sguardi degli astanti più distratti. 
La testa del serpente, che muove il suo corpo sinuoso sulla superficie del globo, non risulta solo schiacciata dalla pesante massa bronzea, ma persino oppressa, annientata, scomparendo quasi sotto il calcagno poderoso della Vergine. È il trionfo di Maria, il trionfo dell’Immacolata: il dogma del 1854 non sancì solo la fine di una disputa teologica e non rappresentò un mero contentino dato ai devoti di Maria, ma iniziò una nuova fase nella storia della lotta tra il bene e il male, tra la grazia e il peccato. Il riconoscimento ufficiale del privilegio di Maria Santissima segna una nuova epoca, l’epoca di Maria, in cui lo scontro tra l’Immacolata Madre di Dio e l’iniquo serpente dovrà giungere alle sue estreme conseguenze. Ma la Colonna dell’Immacolata sta lì proprio a dirci chi vincerà: è Maria, la Sempre Vittoriosa, che ora domina il cielo della Città Eterna dall’alto di una colonna bimillenaria a cospetto di tutta la storia dell’umanità – quella pagana e quella cristiana – e che tornerà a vincere anche sopra questa inquieta modernità segnata da satana. Un colosso sì ma un colosso di grazia, in cui le libbre di bronzo non possono eguagliare il grado di carità e in cui la pesante mole non può impedirci di guardare in viso la Santissima Madre di Dio, per scoprirvi due occhi distolti dalla terra e pieni di Cielo. È questo il senso dell’Immacolata Concezione: occhi volti al Cielo, a contemplare quel Dio che regna sovrano nel suo Cuore, e piedi ben fissati a terra, per continuare a tenere sotto il benedetto piede l’iniquo serpente che minaccia la vita dei tanti figli.


8 settembre 1857, il Beato Pio IX benedice la nuova colonna dell'Immacolata a p.za di Spagna, dono del Re Ferdinando II delle Due Sicilie