mercoledì 10 febbraio 2016

10 febbraio: anniversario del pio transito (1939) di Papa Pio XI Ratti, Sommo Pontefice






Tomba di Pio XI, Grotte Vaticane, Città del Vaticano, Roma

Barca di Pietro, promessa del Salvatore, salvezza di chi vi viaggia in un aforisma del Beato Pio IX


Un chiarimento sulla posizione cattolica sul d.d.l. Cirinnà. Dopo il Family Day. Cirinnà, “battaglie” cattoliche e democristianismo.

E così siamo giunti alla vigilia del voto in Senato del c.d. d.d.l. Cirinnà, che prevede, da un lato, il riconoscimento – con annessa equiparazione al matrimonio – delle c.d. unioni civili tra persone dello stesso sesso (con gli annessi logici e consequenziali che tale riconoscimento comporta) e, dall’altro, il riconoscimento delle c.d. convivenze di fatto (che, evidentemente, col riconoscimento, cesserebbero di essere … di fatto …).
Orbene, come cattolici, non si può non ribadire che tutta la Rivelazione, intendendo per tale sia la Scrittura sia la Tradizione della Chiesa, stigmatizzano il peccato contro natura. Dargli riconoscimento giuridico suona come un’aperta sfida a Dio stesso, visto che si tratta di uno dei quei peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio” ed attirano il giusto sdegno del Signore su coloro che lo praticano e lo riconoscono.
Per questo i cattolici sono chiamati, in questo frangente, oltre a non prestare alcun voto a tale normativa iniqua, anche – qualora sventuratamente la stessa diventasse legge – a non prestare alcuna collaborazione, attiva o passiva, all’attuazione di questa legislazione. I cattolici sono chiamati all’obiezione di coscienza.
I politici di fede sinceramente cattolica, e non “cattolici à la page”, sono chiamati a votare decisamente in senso negativo questo d.d.l., senza se e senza ma, non essendoci spazio alcuno per compromessi di sorta (ad es., affermando “sì al riconoscimento, no alle adozioni” o “no alle adozioni, sì ad un affido rafforzato”). Il politico di fede cattolica deve saper trarre da ciò le debite conseguenze, non esclusa, in extrema ratio, la rinuncia al seggio, memore delle parole del Signore: «Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde l'anima sua?» (Mt 16, 26). Del resto non fece altrettanto S. Tommaso Moro, celeste patrono dei politici cattolici? Non abbiamo in lui un esempio da imitare? Piuttosto che votare, ed essere compartecipe di una legge contraria a quella di Dio, preferì dapprima dimettersi dalla carica di Lord Cancelliere, e poi accettare il martirio per decapitazione il mattino del 6 luglio dell’anno del Signore 1535. Così facendo salvò la sua anima. Il Santo patrono dei politici ha insegnato il primato della coscienza sulla legge e sullo Stato e di cui questo non ha in alcun modo il monopolio. Lasciò scritto: «Ho cercato di conciliare il servizio pubblico e la mia vita interiore con la volontà di Dio e per questo non mi si può considerare un uomo di Stato, un politico autentico, poiché costui deve accettare e difendere anche ciò che va contro la sua stessa essenza, la sua coscienza e io non sono mai riuscito a farlo». Affermò poi, con una convinzione che ci stupisce ancora oggi, «l’uomo è la sua coscienza e non altro».
Ahhh …. se questi nostri parlamentari comprendessero il valore del voto: si giocano tutto. Bene dell’anima compresa.
Un parlamentare che votasse a favore di tale disciplina, ancorché frutto di compromessi, certamente esporrebbe ad un grave pericolo la sua stessa anima.
Né vale obiettare che Gesù non abbia mai detto nulla contro la sodomia (in questo senso, ad es., si è espresso tempo fa il c.d. “priore” di Bose, v. qui) e che le parole più dure si troverebbero nelle Epistole paoline e Paolo sarebbe solo un’interprete del pensiero cristiano e nulla più. No. Tale affermazione è senza ombra di dubbio eretica, e chi la fa può definirsi, senza tema di smentita, come non cattolico ed addirittura non cristiano, in quanto le Lettere dell’Apostolo delle Genti costituiscono, al pari del Vangelo, la Rivelazione, essendo state pure le sue parole ispirate da Dio. Del resto, chi afferma il contrario mostra, per un verso, di non aver penetrato sino in fondo il cuore di Paolo, che, come ci conferma il Crisostomo, è il cuore stesso di Cristo (cfr. In Epistolam ad Romanos); per altro verso, dimenticano quanto lo stesso beato Pietro diceva riguardo all’Apostolo delle Genti ed alle sue epistole: «La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza, come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data; così egli fa in tutte le lettere, in cui tratta di queste cose. In esse ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per loro propria rovina» (2 Pt. 3, 15-16). S. Pietro equipara le lettere di Paolo «al pari delle altre Scritture» ed afferma che «gli ignoranti e gli instabili» le travisano «per loro propria rovina».
Un ammonimento quantomeno appropriato anche oggi.
Per cui, non è possibile separare Paolo da Cristo e viceversa, quasi facendo una cernita tra il Vangelo e le Lettere.
Gesù stesso, l’Alfa e l’Omega, d’altro canto, nell’Apocalisse di S. Giovanni ordinò all’Apostolo di scrivere: «per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte»  (Ap. 21, 8). Il termine “immorali” qui traduce l’espressione latina “fornicatoribus”, che indica tutti coloro, uomini o donne, che ardono di passione sregolata verso altri individui (non interessa se altri uomini o donne).
Il Signore, dunque, in maniera chiara ha inteso riferirsi, con un termine generale, ad ogni forma di immoralità sessuale, avulsa dalla finalità procreativa ed al di fuori dell’istituzione nuziale legittima e secondo natura.
S. Paolo è ancora più esplicito. Scrive letteralmente: «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni degradanti; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s'addiceva al loro traviamento» (Rm. 1, 26-27). Questi due versetti rappresentano l'unico punto in tutta la Bibbia in cui gli atti omosessuali sono presi in considerazione nella loro duplice sfumatura: atti di uomini con uomini e atti di donne con donne. Se è vero che Paolo ha appena stigmatizzato la stoltezza dell'uomo che, aderendo all'idolatria, ha scambiato «la verità di Dio con la menzogna, adorando e prestando un culto alle creature invece che al Creatore» (1, 25), è anche vero che obiettivo dei vv. 26-27 è quello di mostrare a quali distorsioni può essere esposto l'ordine della creazione, quando l'uomo perde la verità ontologica di sé stesso e della realtà creata.
Ancora (1 Cor. 6, 9-11): «O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati (lett. malakoi), né sodomiti (lett. arsenokoitai), né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!». Quest’elenco si distingue per la minaccia («non erediteranno il regno di Dio») e per l'amplificazione della devianza nell'ambito sessuale e relazionale.
Ancora (1 Tim. 1, 9-10): «sono convinto che la legge non è fatta per il giusto, ma per gli iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e i profanatori, per i parricidi e i matricidi, per gli assassini, i fornicatori, i pervertiti (lett. arsenokoitais), i trafficanti di uomini, i falsi, gli spergiuri e per ogni altra cosa che è contraria alla sana dottrina, secondo il vangelo della gloria del beato Dio che mi è stato affidato».
S. Paolo ricorda a Timoteo che queste pratiche sono contrarie «alla sana dottrina».
I passi di riferimento si potrebbero moltiplicare.
Per cui, chiara è la condanna di Dio. Unanime, nella condanna, la Tradizione della Chiesa.
Ecco cosa ne pensavano i Santi, altro che interpretazioni personalistiche, come vorrebbe taluno. Sant'Agostino (dottore e padre della Chiesa) scriveva: «I delitti che vanno contro natura, ad esempio quelli compiuti dai sodomiti, devono essere condannati e puniti ovunque e sempre. Quand'anche tutti gli uomini li commettessero, verrebbero tutti coinvolti nella stessa condanna divina: Dio infatti non ha creato gli uomini perché commettessero un tale abuso di se stessi. Quando, mossi da una perversa passione, si profana la natura stessa che Dio ha creato, è la stessa unione che deve esistere fra Dio e noi a venir violata» (Sant'Agostino, Confessioni, c. III, p.8).
E San Gregorio Magno, nel suo grandioso apostolato, non si dimenticò di asserire: «Che lo zolfo evochi i fetori della carne, lo conferma la storia stessa della Sacra Scrittura, quando parla della pioggia di fuoco e zolfo versata su Sodomia dal Signore. Egli aveva deciso di punire in essa i crimini della carne, e il tipo stesso del suo castigo metteva in risalto l'onta di quel crimine. Perché lo zolfo emana fetore, il fuoco arde. Era quindi giusto che i sodomiti, ardendo di desideri perversi originati dal fetore della carne, perissero ad un tempo per mezzo del fuoco e dello zolfo, affinché dal giusto castigo si rendessero conto del male compiuto sotto la spinta di un desiderio perverso» (San Gregorio Magno, Commento morale a Giobbe, XIV, 23, vol. II, p. 371).
San Pier Damiani, dato che si erano accese delle questioni in merito, ribadì, senza se e senza ma: «Questo vizio non va affatto considerato come un vizio ordinario, perché supera per gravità tutti gli altri vizi. Esso infatti, uccide il corpo, rovina l'anima, contamina la carne, estingue la luce dell'intelletto, caccia lo Spirito Santo dal tempio dell'anima» (San Pier Damiani - dottore della chiesa e grande riformatore dell'Ordine Benedettino, Liber Gomorrhanus, in P.L., vol. 145, coll. 159-190).
San Tommaso D'Aquino, dal canto suo, volle ribadire il concetto che l'omosessualità è una gravissima offesa a Dio: «Nei peccati contro natura in cui viene violato l'ordine naturale, viene offeso Dio stesso in qualità di ordinatore della natura» (S. Tommaso d'Aquino, Summa Teologica, II-II, q. 154, a. 12).
Santa Caterina da Siena e San Bernardino da Siena, addirittura affermano che la sodomia è il peccato più grave, dopo quello contro lo Spirito Santo e, comunque, se la sodomia è praticata con persistenza, in violazione dei dettami di Dio, anch'esso diventa peccato a cui non c'è perdono: «…Commettendo il maledetto peccato contro natura, quali ciechi e stolti, essendo offuscato il lume del loro intelletto, non conoscono il fetore e la miseria in cui sono …» (S. Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, cap. 124).
«Più pena sente uno che sia vissuto con questo vizio de la sodomia che un altro, perocchè questo è maggior peccato che sia» (San Bernardino da Siena, Predica XXXIX, in Id., Prediche volgari, p. 915).
San Pietro Canisio (dottore della Chiesa) non ebbe paura di dire che l'omosessualità viola sia le leggi divine che quelle naturali: «… Di questa turpitudine mai abbastanza esecrata sono schiavi coloro che non si vergognano di violare la legge divina e naturale» (San Pietro Canisio, dottore della Chiesa, Summa Doctrina Christianae, III a/b, p. 455).
Per cui non può esservi dubbio alcuno che la Rivelazione, ovverosia ciò che Dio ha voluto farci conoscere di sé e del Suo Mistero, sia nel senso di condannare gli atti omosessuali. A maggior ragione, degno di maggior condanna, è l’approvazione di una legislazione che legittimasse questi atti, equiparando ciò che è frutto di una passione sregolata e disordinata al matrimonio. Si tratta di una violazione palese della Legge divina, che espone gravemente il politico che l’approva ed il pubblico ufficiale, che dovesse attuare, mediante la sua cooperazione materiale, tale legge ingiusta, alla riprovazione di Dio ed alla condanna eterna. Parimenti, il cittadino cattolico, onde non rendersi pur egli complice, non potrà votare o dare la sua preferenza a quei politici o partiti o movimenti, che dovessero essere favorevoli o che avessero in qualche modo approvato o patrocinato questa legge. Commetterebbe, infatti, qualora li votasse parimenti peccato grave.
Tutto ciò trova conferma nelle parole del Santo Teoforo Ignazio di Antiochia, martire, il quale, scrivendo agli Efesini, ammoniva: «Non ingannatevi, fratelli miei. Quelli che corrompono la famiglia “non erediteranno il regno di Dio”. Se quelli che fanno ciò secondo la carne muoiono, tanto più che con una dottrina perversa corrompe la fede di Dio per la quale Cristo fu crocifisso! Egli, divenuto impuro, finirà nel fuoco eterno e insieme a lui anche chi lo ascolta» (Lett. agli Efesini, cap. XVI).
Nella festa di S. Scolastica, Vergine, sorella di S. Benedetto, rilancio questo contributo tratto da Riscossa Cristiana e rilanciato da Chiesa e postconcilio.

Ambito umbro, Estasi di S. Scolastica, XVII sec., museo diocesano, Terni



Fabrizio Boschi, S. Benedetto in gloria con le SS. Scolastica e Francesca Romana genuflesse, Basilica di Santa Trinità, Cappella Strozzi, Firenze


Acquaforte da un'opera del Mignard, S. Scolastica sorella di S. Benedetto e Religiosa del Suo Ordine, XVII sec., collezione privata


Ramón Bayeu, S. Scolastica in gloria, 1787, monasterio de San Joaquín y Santa Ana, Valladolid

Dopo il Family Day. Cirinnà, “battaglie” cattoliche e democristianismo. Alessandro Gnocchi intervista Elisabetta Frezza

Ineludibile e da incorniciare. Riprendo da Riscossa Cristiana [qui].
Ha preso il nome della senatrice Monica Cirinnà perché è stata lei a presentare il disegno di legge sulle unioni civili che porta dritto dritto al riconoscimento delle convivenze omosessuali con tutto quel che ne consegue. Ma, in realtà, quello delle unioni omosessuali è un calderone messo da tempo sul fuoco e dentro ci bolle di tutto, dalle astuzie vere e presunte della politica politicante ai cosiddetti temi civili che sarebbe meglio chiamare incivili, fino al triste spettacolo offerto da ciò che resta della Chiesa cattolica ai tempi del Papa venuto dalla fine del mondo. Intanto, nel pignattone incandescente ognuno ci butta quello che crede con l’idea di cavarne quello che spera, con il solo risultatozzzzfrzz che chi va nella pignatta si imbroda. Così, nei vapori irrespirabili che ne scaturiscono, in cui tutto ha lo stesso sapore, risultano appiccicose e limacciose anche le ragioni di quelli che dovrebbero avere ragione. Nel gioco un po’ ingenuo di smuovere le masse per smuovere le élite, proprio loro, quelli che dovrebbero aver ragione, finiscono per pretendere di avere ragione oscurando o ignorando quelle che dovrebbero essere le loro vere ragioni: riducono tutto a un argomento umano, ne fanno una gara all’ “io sono più umano di te” quando, invece, bisognerebbe dire “io sono cristiano perciò ho più ragione di te”. Ma questi non sono argomenti buoni per la piazza, che di solito i cristiani li dà in pasto ai leoni.
Dentro il Circo Massimo un tempo i martiri vincevano versando il sangue ed è difficile che oggi ci riescano urlando nei megafoni. Ammesso che si possa archiviare questa Cirinnà, ce ne sarà un’altra. Ma qui si potrebbe obiettare che è meglio poco piuttosto che niente, però si potrebbe replicare che è  meglio niente piuttosto che poco di buono. Ma è materia complessa, per cui è bene chiedere lume a chi ne sa. Per questo sono andato a parlare con Elisabetta Frezza, che ha il difetto di essere una mia amica, ma ha il pregio di essere un avvocato con le idee chiare e il coraggio di esporle in pubblico. Molti l’avranno già sentita parlare o avranno letto i suoi articoli sulle questioni dell’omosessualismo, sul gender e su tutto ciò che ne discende, nella società, nella scuola, nella famiglia. Quanto segue è quello che è uscito dalla nostra chiacchierata.

Alessandro Gnocchi

* * *

Elisabetta, partiamo dalla fine. Magari si riesce a pescare un filo che ci fa risalire fino ai veri termini della questione. C’è stato il Family Day, due milioni di persone sono andate in piazza a dire che vogliono difendere la famiglia e tante altre belle cose. Ma come andrà a finire con la legge Cirinnà?

È tutto già scritto. Le unioni civili si faranno, magari senza utero in affitto (tramite stepchild adoption) in prima battuta, ma si faranno. Hanno già deciso. Cioè, ha già deciso, lui.

Lui chi? Lui Renzi, lui Bergoglio?

Lui Ruini. Su Riscossa Cristiana lo ha spiegato bene Patrizia Fermani. Ruini lo ha fatto sapere tramite Corriere della Sera, su sollecitazione di un compiaciutissimo Aldo Cazzullo. Dietro a tutto c’è ancora il grande vecchio, è proprio il caso di dire così. Non dimentichiamolo, Ruini è quello del “non chiediamo l’abolizione della 194”, quello che con Carlo Casini stabilì per tabulas i 140.000 embrioni morti ogni anno della legge 40 e fece digerire al mondo cattolico il rospo della fabbricazione degli esseri umani in provetta. Grazie a lui, capace di mettere in circolo la vulgata del “porre fine al far west procreativo”, si inaugurò il mercimonio umano legalizzato, eugenismo incorporato, con imprimatur episcopale. La stessa cosa accade ora, e il programma è stato presentato con estrema chiarezza: di questo bisogna dare atto agli strateghi della nuova manovra suicida, ovvero della consacrazione a tutto tondo dei rapporti contro natura.

Però, nelle ultime ore, si parla di una marcia indietro sulla legge, pare che l’ingranaggio si sia inceppato: Grillo dà ai suoi libertà di coscienza, Alfano punta i piedini e fa il permaloso…

Certo, la dialettica politica dove tutte le idee sono sullo stesso piano e tutto è negoziabile, fa il suo corso. I politici praticano il loro mestiere e cercano di intercettare il massimo di consenso compatibile col mantenimento della poltrona, che è sempre il loro obiettivo supremo. Alla fine, magari, ci presenteranno come un trionfo una battuta d’arresto, una pausa di riflessione, sulla sorte dei bambini. In realtà la bomba ad orologeria è innescata, lo sanno tutti, stanno solo baruffando col timer. Una pena. In questo scenario desolante, non si deve guardare alle marionette, ma al puparo.

Per tornare alla questione Ruini, non è così malizioso chi pensa che il problema vero stia dentro al mondo cattolico e che il Family Day sia la gioiosa maschera mortuaria di un cattolicesimo votato a gestire la disfatta invece che a organizzare la riscossa.

Partito l’ordine, si finisce per serrare i ranghi. Tutti, o quasi, ai loro posti in modo più o meno strisciante. Tra gli organizzatori della manifestazione, dietro l’apparente compattezza, regna la confusione più totale, ben espressa nella persona del portavoce Massimo Gandolfini che un giorno chiede di scorporare la sola questione dei figli, un altro parla di diritti individuali degli omosessuali, un altro ancora di diritti civili della coppia, magari “attenuati”, in un virtuosismo ormai incontrollato di variazioni sul tema.

Quindi, il concetto “No Cirinnà” è forte e chiaro come sembra o no?

Bisogna tenere presente quanto dicevamo prima: il grido di battaglia “No Cirinnà” può benissimo voler significare – e infatti significa – “Ok a una Cirinnà bis”, con qualche ritocco cosmetico a scadenza. Tanto, a completare il lavoro ci sta comunque la Corte Costituzionale in servizio permanente effettivo. Basti vedere cosa dichiara per esempio l’avvocato Simone Pillon, anche lui come Gandolfini di area neocatecumenale, formazione protagonista assoluta della piazza: “Il problema del ddl è la prima parte, ovvero tutti quegli articoli che sostanzialmente equiparano le unioni civili al matrimonio. La seconda parte, dove pure ci sono punti che non ci trovano d’accordo, potrebbe rappresentare una base di trattativa e comunque fa riferimento ad un elenco di diritti individuali: questo potrebbe vederci d’accordo. Il problema è l’equiparazione”. Come da comandamento ruiniano. (vedi su ZENIT cliccando qui).

Ma, alla fine, questa resistenza c’è o non c’è?

C’è una finta resistenza che ha fissato il limite della ritirata strategica sulla linea dell’utero in affitto. Una retroguardia condivisibile persino da alcune femministe. Come sempre, la tattica è quella disastrosa di cercare ciò che unisce al di là di ciò che divide. La grande ammucchiata rimane sempre la grande tentazione. Ringhiano, ringhiano tutti, ma non mordono, anzi alla fine leccano la mano di chi li nutre. È un dogma del democristianismo: can che abbaia, lecca. In tal senso il più onesto è il presidente del Movimento per la Vita, presente massicciamente in piazza. Gianluigi Gigli, in un articolo su Avvenire, cala paternalisticamente dall’alto perle di autentica saggezza democristiana. Un conto – dice – è la piazza, utile per “consolare un sentimento identitario” (sic), altro conto il parlamento degli ottimati, dove è assurdo fare barricate velleitarie contro la Cirinnà perché una legge sulle unioni civili “è ormai imposta dalla Consulta e dalla UE”. Del resto, il legame di sangue tra Movimento per la Vita e vertici episcopali, cementato dall’otto per mille, è inossidabile (vedi su Scienza e Vita cliccando qui).

E allora, in Italia, è rimasto qualcuno che non vuole questa legge neanche emendata?

Nella vetrina ufficiale no. Il dissenso integrale pare evaporato. Resta, penso, nel sentire di molti in cui alberga ancora il buon senso comune e il senso di realtà, della gente sana distante dalle alchimie della politica dei palazzi sacri e profani. Quella che crede ancora che ci siano dei principi veritativi da difendere a qualunque costo. Purtroppo, spesso, crede anche che siano rimasti uomini capaci di rappresentarla. Ma questi uomini non ci sono, o meglio, quelli che hanno il coraggio, nonostante tutto, di andare al cuore della questione – in questo caso, cioè, di dire che i rapporti sodomitici sono di per sé un male perché offendono la legge naturale e divina – vengono lasciati esibire ai margini, in omaggio al pluralismo di facciata.

Mi stai dicendo che i due milioni del Circo Massimo sono da soli oppure che sono da soli e neanche tanto ben attrezzati?

Probabilmente la parte della folla non eterodiretta – in virtù di quel fenomeno di “gestione di cervelli in conto terzi” che connota i movimenti ecclesiali, secondo una folgorante definizione di Mario Palmaro – è ben orientata, anche se magari il magma incandescente che le ribolle in corpo avrebbe bisogno di essere razionalizzato e ricondotto a poche idee ben formulate, anziché condensato in slogan senza senso e a doppio taglio perché assemblati con le stesse suggestive parole passe-partout (i diritti, l’amore) a servizio della causa avversaria. La realtà è che nessuno, da una postazione titolata, attacca il problema alla radice. Nessuno osa più ricordare che un ordinamento (nella sua funzione, appunto, “ordinatrice”) deve tutelare solo interessi che coincidano con l’interesse generale, in vista della conservazione e della crescita retta e armonica della società. Che la famiglia non è un fatto convenzionale, ma una realtà naturale che precede il diritto, perché è il luogo dove si genera e si cresce la vita. Che Sodoma fu incenerita da Dio per quelle stesse condotte che la Cirinnà e la sua corte vogliono definitivamente legalizzare. Nessuno parla più di sodomia, inclusa la maggioranza dei preti, vescovi, cardinali.

Questa parte sana di cattolicesimo contro chi sta combattendo? Contro il mondo laico e omosessualista, certo, ma anche contro chi dovrebbe guidarla?

A rigore, e magari senza saperlo, sì. Combatte da sola. E deve continuare a farlo, beninteso, senza scoraggiarsi e senza farsi intimidire. Meglio però se ha la percezione disincantata della realtà, per quanto sconvolgente e dolorosa possa essere, proprio per non venire deviata su lidi normalisti, per una idea distorta di obbedienza alla autorità. Ormai sappiamo che le famiglie e le persone di buona volontà in rivolta contro il disegno della creazione di Dio e contro gli attentatori dei bambini debbono lottare oggi contro due eserciti riuniti sotto una unica bandiera: l’esercito dei laici del nichilismo onusiano e quello degli ecclesiastici che hanno tradito la Chiesa di Cristo con i loro emissari in borghese.

E quale è il nemico che ti fa più paura?

Il vero nemico non è il radicale, il satanista, l’abortomane, ma il democristiano che ne permette l’operato aprendogli la strada tramite la contorsione logica e morale del “male minore”. Se su tutto questo ci metti che il Papa del “chi sono io per giudicare” ha nuovamente tessuto l’elogio di Emma Bonino, mi pare che il quadro sia completo. Tanti fedeli disorientati cercano disperatamente di aggrapparsi all’uscita “cattolica” di questo o quel prelato, e si è giunti al paradosso che pare una grazia sentir dire pubblicamente qualcosa di aderente al magistero di sempre. Di fatto, la sodomia è sdoganata dai vescovi e il gioco dialettico, anche aspro, tra Galantino, Mogavero e compagni da un lato (apertamente contro il family day), e Bagnasco e Ruini dall’altro (a favore della manifestazione), è solo quello tra il poliziotto buono e il poliziotto cattivo, per pigliare nel sacco il malcapitato popolo di Dio.

Il mestiere mi imporrebbe di farti questa domanda in forma asettica, quasi ingenua, ma l’amicizia me lo impedisce. Allora ti chiedo brutalmente cosa pensi dell’Appello che ha raccolto molti insigni giuristi intorno a una protesta contro il disegno di legge.

Questo Appello, promosso dal “Centro Studi Livatino”, ha raccolto le firme di moltissimi giuristi: docenti universitari, avvocati, magistrati, presidenti emeriti di Corti. Si intitola Rilancio della famiglia come riconosciuta dalla Costituzione, no a improprie equiparazioni. Ora, a chi abbia in testa il codice di decrittazione della realtà capovolta in cui siamo calati non può sfuggire già dal titolo come questa iniziativa si immetta nella scia del moderatismo di regime. Il testo del documento lo conferma in pieno. Ha avuto particolare risalto proprio perché è stata presentata come presa di posizione elitaria, di categoria. In un tempo in cui vanno tanto di moda gli “esperti” e tanto si parla di “competenze”, una sfilza di nomi di legulei fa la sua matta figura. Ma non è altro che l’ennesimo avallo alla linea “maleminorista”, con l’aggravante che è un avallo titolato perché proveniente dalla crème dei giuristi di area sedicente cattolica o giù di lì.

E che cosa rappresenta o che cosa vuole questa crème?

A ben vedere, se appena appena si conoscono nomi e fatti della storia recente snodatasi intorno a questo tema, si scopre che gli autori dell’appello sono gli stessi del Testo Unico sulle convivenze – già ampiamente commentato su queste colonne – che costituisce lo schema tecnico-giuridico principe della “nuova famiglia cristiana” aggiornata secondo copione. I due testi – Appello e Testo unico – si compenetrano perfettamente e vanno letti in combinato disposto. Tutto torna. Anche l’Appello dunque concorre all’obiettivo comune. In fin dei conti, infatti, le posizioni di Gandolfini e compagnia ricalcano l’impianto del Testo Unico, che altro non è se non la trappola per attirare, tramite Alleanza Cattolica, la parte più a destra del dissenso simil-cattolico. Sono i normalizzatori per mandato episcopale.

Direi che si sta creando una struttura di tipo politico pronta a tutto, nel senso di pronta a trattare su tutto. Mi sbaglio?

Non ti sbagli. Vedo i Family Day come lo strumento mediatico per accreditare nuove candidature in quota “cattolica”. Manifestazioni per designare, tramite acclamazione popolare, le pedine del potere episcopale in parlamento, preselezionate in base alla disponibilità al compromesso che è la cifra di tale potere. Una sorta di vidimazione pubblica, quando serva un aggiornamento dell’interfaccia. Nel 2007 è stata lanciata Eugenia Roccella, con ottime referenze di militanza radicale, che da quel primo Family Day rappresenta la cinghia di trasmissione tra vescovi e stanze della politica e infatti per nove anni ha piantato “paletti”, postumi o preventivi. Dalla passerella sul palco del 30 gennaio uscirà qualcun altro, scelto in base ad analoghe credenziali. Il test di voto l’hanno già fatto, le carte sono in regola.

Stai girando parecchio con le tue conferenze. Che tipo di platea trovi?

Varia. Ho visto di tutto. Dalla mamma allarmata alle persone in apprensione per figli di tutte le età, fino a sacerdoti e politici. Non sono mancate le contestazioni, provenienti da tipi umani ricorrenti: omosessuali, sindacalisti, studentesse rampanti in psico-pedagogia, professoresse lettrici di Repubblica. Dopo la nota del responsabile scuola della curia di Padova, che ha avuto un insperato successo planetario specie in ambienti gay, il pubblico è un po’ diminuito, perché molti genitori – che, comprensibilmente, non aspettavano altro – si sono messi il cuore in pace: il ministro Giannini è donna di sani e robusti principi e lavora per il bene dei nostri figli, li ha rassicurati il delegato diocesano. Tuttavia, devo riconoscere che l’ultimo incontro, successivo al Family Day, ha avuto un esito inatteso: la gente ha preso coraggio, ha toccato con mano che nonostante tutto c’è ancora un idem sentire forte e diffuso, ed è arrivata a contestare apertamente un prete che era relatore insieme a me e asseriva che non bisogna essere troppo allarmisti, che è tutto sotto controllo, l’importante è prendere atto delle novità, saper distinguere gli eccessi dalle cose buone ed essere sempre disponibili al dialogo e al confronto.

C’è una parte di gente che già sa come stanno davvero le cose o che almeno lo intuisce?

Sì. Tutti lo intuiscono, nel profondo. La legge naturale non si gabba in così poco tempo. Per qualche motivo ora il nemico sta vistosamente accelerando. E questo per noi, tutto sommato, è un vantaggio: la propaganda invertita, propinata tutta in un colpo, desta sospetto.

Nonostante questo, continuo a chiedermi se la retorica sull’Italia sana, sul popolo della famiglia, sia basata su numeri reali o su più o meno pie illusioni.

In effetti, noi siamo davanti a un Italia che ormai si beve come acqua limpida divorzio, aborto, fecondazione artificiale e orrori ulteriori, e che alla fine è tentata dal mainstream di dire come una cantilena che i diritti delle persone non si possono toccare e che non si deve essere omofobi.

Credo che questo, anche sottovalutato, sia il punto. La vera guerra si vince sul terreno delle parole. Quando, anche alla migliore petizione di principio, si premette di “non essere omofobi” la resa senza condizioni è già stata firmata.

Infatti. Questa è innanzitutto una guerra delle parole, che vengono coniate o ri-connotate a servizio della campagna di conquista. L’omofobia è un’invenzione onomastica che ha creato un fenomeno virtuale. Un esempio mirabile di neolingua orwelliana. Si tratta della terza fase della finestra di Overton, il processo di ingegneria sociale applicata con cui si rende l’assurdo normalità. Il regista russo Mikhalkov la spiegava così: al primo livello, chi mangia gli essere umani è chiamato “cannibale”. Al livello successivo si parla di “antropofagia” e, con la parola di matrice classica e di sapore scientifico, il fenomeno, per quanto negativo, viene considerato degno di attenzione accademica e in qualche modo nobilitato. Al passaggio ulteriore gli antropofagi divengono “antropofili”, si addolcisce il senso di negatività del comportamento anomalo. Nell’ultima fase, si afferma la bontà del fenomeno inizialmente percepito come deplorevole e si realizza il capovolgimento finale: sorge la categoria degli “antropofobi”, coloro che pervicacemente ancora vi si oppongono, nonostante la sua avvenuta normalizzazione. Somministrato con gradualità e maniere dolci, il paradosso è accettato senza crisi di rigetto. Ecco, sostituendo “cannibale” con “invertito”, si capisce come siamo finiti a parlare di “omosessuali” e “omofobi”. L’omofobia, dunque, è un’arma strategica decisiva per il raggiungimento, da parte dei movimenti omosessualisti, di una folle supremazia culturale e politica, secondo il disegno di una potente regia: attraverso le formule, si crea il soggetto socialmente pericoloso, colui che si pone al di fuori della nuova morale codificata mediaticamente e pilotata politicamente. Secondo i dettami di ogni totalitarismo, per legittimare la repressione è necessario precostituirsi una minaccia interna al sistema, il nemico oggettivo, appunto l’omofobo, cioè tu, io e tutti coloro che la pensano come noi e osano dirlo o anche solo pensarlo (è stigmatizzato anche l’atteggiamento interiore, andiamo verso lo psicoreato). Ecco perché con quella premessa “precauzionale” – con cui ci si illude di apparire sufficientemente ragionevoli, tolleranti e responsabili agli occhi della massa addomesticata – si entra nel territorio del nemico e, assumendo le sue categorie, lo si legittima. Una mossa suicida.

A maggio è in programma la sesta Marcia per la Vita. Tu che fai parte del comitato promotore, puoi dirmi se c’è qualcosa che la accomuna al Family Day?

Sono due cose molto diverse. La Marcia per la Vita è un evento annuale, è come una goccia che, martellante, deve continuare a scalfire la roccia della indifferenza verso gli insulti alla vita. Non è una iniziativa estemporanea e mirata, come il Family Day. Certo, con esso condivide una funzione importante, a mio parere: quella di mantenere una visibilità nello spazio pubblico a quella componente sana del corpo sociale che non vuole rassegnarsi allo sfacelo etico che macina corpi e cervelli. Se molliamo anche quel piccolo pezzo di palcoscenico e ci ritiriamo solo nel nostro privato, togliamo a noi e agli altri un appiglio cui guardare, e magari aggrapparsi. Scendendo per le strade dietro una bandiera chiara e vera, mostriamo a chi ha occhi e cuore per vedere che l’opera di assuefazione delle coscienze non è completata e non si completerà mai e regaliamo forse a qualcuno un po’ di coraggio. L’essenziale è che queste iniziative lancino un messaggio univoco e nitido. Siano capaci di far brillare sotto il cielo di Roma, caput mundi, l’anacronismo della verità.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 10.2.2016

Giorno delle Ceneri e principio del digiuno della sacratissima Quaresima.


In onore di San José Luis Sánchez del Río, martire



martedì 9 febbraio 2016

Indicazioni per una Quaresima vissuta secondo lo spirito della Tradizione della Chiesa: le regole per il digiuno e l’astinenza

Come si faceva la Quaresima prima del Concilio? Quali erano le istruzioni per digiuno e astinenza? In quali altri giorni dell’anno si applicavano questi precetti?


– LA LEGGE DEL DIGIUNO obbliga tutti i fedeli che hanno compiuto i 21 anni e non hanno ancora iniziato il 60° anno.

– LA LEGGE DELL’ASTINENZA dalla carne obbliga tutti i fedeli a partire dai 7 anni compiuti.

IL DIGIUNO consiste nel fare un solo pasto al giorno e due piccole refezioni nel corso della giornata (i moralisti quantificano in 60 grammi al mattino e 250 grammi alla sera).

L’ASTINENZA vieta l’uso della carne, di estratto o brodo di carne, ma non quello delle uova, dei latticini e di qualsiasi condimento di grasso animale.

GIORNI DI ASTINENZA DALLA CARNI: – tutti i Venerdì dell’anno (tranne se vi cade una festa di precetto).

GIORNI DI ASTINENZA E DI DIGIUNO: – Mercoledì delle Ceneri; – ogni Venerdì e Sabato di Quaresima; – il Mercoledì, il Venerdì e il Sabato delle Quattro Tempora; – le Vigilie di Natale (24 Dicembre), di Pentecoste, dell’Immacolata (7 dicembre), d’Ognissanti (31 Ottobre).

GIORNI DI SOLO DIGIUNO SENZA ASTINENZA: tutti gli altri giorni feriali di Quaresima (le Domeniche non c’è digiuno).

POSSONO NON PRATICARE L’ASTINENZA:
– i poveri che ricevono carne in elemosina e non hanno altro da mangiare;
– gli infermi, i convalescenti, i deboli di stomaco, le donne che allattano, le donne incinte se deboli; – gli operai che fanno lavori più pesanti quotidianamente;
– mogli, figli, servi, tutti coloro che esercitano un servizio essendovi costretti, e che non possono avere altro cibo sufficientemente nutriente.

POSSONO NON PRATICARE IL DIGIUNO:
– coloro che digiunerebbero con grave incomodo: ammalati, convalescenti, deboli di nervi, donne che allattano o incinte;
– poveri che hanno già poco cibo a disposizione;
– coloro che esercitano un lavoro che è moralmente e ordinariamente incompatibile con il digiuno (es: lavori pesanti);
– coloro che fanno un lavoro intellettuale molto faticoso (es. studenti sotto esami);
– chi deve fare un lungo e faticoso viaggio, per un maggiore bene o per un’opera di pietà più grande se questa è moralmente incompatibile con il digiuno (es: assistenza ai malati).

Fonte: Radiospada, 2.3.2014


“Apollónia virgo Alexandrína, sub Décio imperatóre, cum ingravescénte jam ætáte ad idóla sisterétur, ut eis veneratiónem adhíberet; illis contémptis, Jesum Christum verum Deum coléndum esse prædicábat. Quam ob rem omnes ei contúsi sunt et evúlsi dentes; ac, nisi Christum detestáta deos cóleret, accénso rogo combustúros vivam mináti sunt ímpii carnífices” (Lect. IX – III Noct.) - SANCTÆ APOLLONIÆ VIRGINIS ET MARTYRIS

Fu lo stesso san Dionigi il Grande che, in una lettera a Fabio d’Antiochia, tramandataci da Eusebio nella sua Historia ecclesiastica, ci descrive il martirio di questa coraggiosa vergine di Alessandria, che era παρθένος πρεσβτιν, cioè una vergine di età avanzata, come ci riporta il frammento di Eusebio: «λλ κα τν θαυμασιωττην ττε παρθνον πρεσβτιν πολλωναν διαλαβντες, τος μν δντας παντας κπτοντες τς σιαγνας ξλασαν, πυρν δ νσαντες πρ τς πλεως ζσαν πελουν κατακασειν, ε μ συνε κφωνσειεν ατος τ τς σεβεας κηργματα. δ ποπαραιτησαμνη βραχ κα νεθεσα, συντνως πδησεν ες τ πρ, κα καταπφλεκται»; «Presero anche Apollonia, un’anziana vergine di esemplari qualità; dopo averle fatto saltare tutti i denti colpendola alle mascelle, eressero un rogo davanti alla città e minacciarono di bruciarla viva se non avesse pronunciato con loro le formule di empietà. Ma la donna, dopo essersi scusata brevemente, si gettò prontamente nel fuoco e morì bruciata» (Eusebio, Historia ecclesiastica, lib. VI, cap. 41, § 5, in PG 20, col. 607A-608A, ora trad. it. e note di Franzo Migliore e Giovanni Lo Castro (a cura di), Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, Libri VI-X, , vol. II, Roma 20052, p. 65).
La sua memoria è entrata nel Messale romano verso la fine del Medioevo, ed il fatto che nel suo martirio il boia le strappasse i denti, contribuì molto alla diffusione del suo culto, a titolo di protettrice contro i mali dei denti.
A Roma, presso la basilica di Santa Maria in Trastevere, si elevava un’antica chiesa dedicata a sant’Apollonia, con un piccolo cimitero, che vi era annesso (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 690-691); essa è stata oggi distrutta e non ne resta che il suo nome, dato alla piazza di questo quartiere (ibidem, p. 690). Grazie precisamente a questo tempio, sant’Apollonia ha acquistato diritto di cittadinanza nel calendario romano.
La messa è quella del Comune delle vergini martiri, Loquébar, come il 30 gennaio per la festa di santa Martina.


Guido Reni, S. Apollonia in preghiera prima del martirio, 1600-03, Museo del Prado, Madrid

Guido Reni, Martirio di S. Apollonia, 1600-03, Museo del Prado, Madrid


Guido Reni, Martirio di S. Apollonia, XVII sec., Richard L. Feigen, New York

Orsola M. Caccia, Sant’Agata tra le SS. Caterina d’Alessandria e Apollonia, 1625  circa, Lu Monferrato Museo S. Giacomo, Casale



Francisco de Zurbarán, S. Apollonia, 1636-40, Musée du Louvre, Parigi

Lorenzo Cre Pasinelli, S. Apollonia, 1670 circa, Hunterian Museum and Art Gallery, University of Glasgow, Glasgow



Carlo Dolci, S. Apollonia, 1670 circa, collezione privata

Ambito di Carlo Dolci, S. Apollonia, XVII sec., collezione privata

Giovanni Battista Salvi detto Il Sassoferrato, S. Apollonia, XVII sec., Musée Fabre, Montpellier

Jacob Jordaens, Martirio di S. Apollonia, XVII sec., Wellcome Library, Londra