lunedì 12 novembre 2018

Don Nicola Bux interviene sulle prossime modifiche della traduzione italiana del Messale romano

Volentieri diamo risalto ad un Comunicato di don Nicola Bux concernente i lavori dell'Assemblea Straordinaria della CEI in corso sino al prossimo 15 novembre, presso l’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, in cui, "all’ordine del giorno – come riferisce una nota dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – innanzitutto (è) il tema della liturgia: la votazione della nuova traduzione italiana del Messale Romano".

All’affievolimento della capacità di comprensione della natura immutabile della sacra liturgia (cfr. Sacrosanctum Concilium, cap. 1) hanno contribuito non solo l’ignoranza diffusa di essa nel clero e, di conseguenza, nei fedeli; ma vi ha contributo ancor più la sperimentazione, spasmodica e continua, delle c.d. emozioni-shock, come le definisce Michel Lacroix (Il culto dell’emozione, ed. Vita e pensiero, Milano, 2002), cioè le emozioni particolarmente intense e potenti (v., p. es., la liturgia dei gruppi carismatici), che, a lungo andare, anestetizzano la nostra capacità di partecipare in maniera oggettiva, esaltando il soggettivismo e le emozioni dell’individuo.
Per partecipare, e potremmo dire per comprendere ancor prima, in effetti, la Sacra Liturgia – dove l’attributo “sacra” indica la presenza divina – è necessario aver chiaro che il culto reso a Dio mette a tacere l’ego, al fine di raggiungere la Verità in esso racchiusa. Gli orientali tale aspetto lo comprendono assai bene. Per questo sono stati attenti a non cadere nella tentazione di cambiare continuamente i libri liturgici.
Nikita Pustosviat, Disputa sulla concessione della fede tra
un prete Vecchio Credente
con il Patriarca Ioakhin
, 1881, Mosca
Si ricordi in proposito lo scisma, raskol, scaturito in Russia a metà del ‘600. La riforma dei libri liturgici introdotta dal patriarca di Mosca, Nikon, il quale voleva ristabilire l’uniformità tra le pratiche liturgiche della chiesa greco-ortodossa e di quella russa, portò alla divisione della chiesa russa in chiesa ortodossa ufficiale e movimento dei Vecchi Credenti. In quella occasione, le innovazioni incontrarono una forte resistenza sia tra il popolo sia tra il clero, che discusse a lungo sulla legittimità e correttezza di tali riforme, che non rispecchiavano le tradizioni dell’ortodossia nelle terre russe. Per imporre poi queste riforme, appoggiate dallo zar Alessio della stirpe dei Romanov, ci furono persecuzioni e soprusi (famoso p. es. rimase il rogo del vescovo Pavel di Kolomna, nel 1656, fermo oppositore di questa riforma).
Guardando a noi, ci si domanda se sia necessario apportare ulteriori cambiamenti ai testi del Messale romano nella prossima edizione italiana. Da quello che si sa, è stata adottata la politica dei “due pesi due misure”: cambiamento della prima frase del Gloria, per essere fedeli al testo lucano, e non cambiamento del celebre pro multis (che si dovrebbe rendere “per molti”) della formula consacratoria, che, invece, rimarrà “per tutti” in omaggio all’ideologia inclusivista; per non parlare dell’annunciata variazione della petizione del Pater noster “non ci indurre in tentazione”, dove, appunto, non si rimarrà fedeli al testo originale greco e latino.
Ci si domanda, inoltre, in un momento così basso di affluenza dei fedeli alla santa Messa e di frequenza ai sacramenti, se fosse proprio necessario apportare variazioni simili, invece di promuovere semmai – come sarebbe stato auspicabile – una diffusa missione popolare vista l’ignoranza catechistica e l’immoralità diffuse. Non sarebbe il caso di investire qui gli sforzi apostolici, o pastorali che dir si voglia, nonché economici?
Constatando l’abuso diffuso tra i sacerdoti di cambiare a proprio piacimento i testi liturgici, non ci si dovrà meravigliare se taluni volessero rimanere fedeli all’edizione attuale del messale in lingua italiana, invocando una sorta di obiezione di coscienza. Chi potrebbe a questo punto parlare di abuso?
Ricordiamo l’esperienza in Argentina, ove ciò è già avvenuto. La nuova traduzione del messale in lingua castigliana (III Editio Typica) fu introdotta nel 2009-2010 (decreto del 13-15 agosto 2009) (cfr. M. Caponnetto, La traducción de los textos litúrgicos: una experiencia personal, in Adelante de la Fe, 17.10.2018). Essa era stata affidata dalla Conferenza episcopale argentina, all’epoca presieduta dall’allora card. Bergoglio, ad una commissione il cui esponente più noto era il discusso Christian Gramlich, ridotto poi allo stato laicale.
Per quanto si sa, la Congregazione per il Culto divino scrisse all’allora arcivescovo di Buenos Aires, in qualità di presidente della Conferenza episcopale di quella nazione, di non imporre la nuova traduzione, ma di lasciare a chi ritenesse l’uso della precedente.
Un ultimo aspetto non va trascurato: caratteristica fondamentale della liturgia è, infatti, la sua memorabilità. Tale indole dei libri liturgici ha favorito, nei secoli, la memorizzazione, da parte dei fedeli, delle preghiere ivi contenute, consentendo agli stessi di trasmetterle e tramandarle per generazioni, pure in frangenti e contesti di oppressione durante i quali i persecutori procedevano spesso alla requisizione e distruzione dei libri liturgici (si pensi, p. es., al primo editto di persecuzione di Diocleziano del 303 d.C.). Se molte antiche preghiere ci sono state perpetuate, lo dobbiamo proprio a questo fondamentale carattere dei testi della liturgia.
Per cui, è deleteria e deplorevole questa smania di cambiamento continuo, che appare sempre più essere un omaggio all’ideologia del provvisorio, della continua evoluzione, dell’usa e getta, ma anche, non lo si esclude, un modo per giustificare la ragion d’essere della creazione di commissioni.
La liturgia, quindi, non diventi e non sia un terreno di scontro ideologico, al fine di imporre ai fedeli i propri punti di vista ed i convincimenti dominanti in un certo momento storico!
Ci sentiamo di rivolgere ai vescovi, quindi, l’invito a considerare tutto questo al fine di non causare ulteriori tensioni e divisioni tra i fedeli.


Don Nicola Bux

venerdì 2 novembre 2018

Assoluzione al tumulo eretto sopra il catafalco

Riprendiamo da un nostro amico e lettore:

Il Messale di san Pio V, nella Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti e durante le cerimonie funebri, prevede l’assoluzione al tumulo eretto sopra un catafalco.
Ma cos'è il catafalco e perché viene utilizzato?
L’Etimologia del termine "Catafalco" è alquanto incerta: gli esperti propendono che derivi dal latino “captare” (catturare lo sguardo) e da “palco” (luogo elevato e visibile). In sostanza il Catafalco è una “costruzione in legno” formata da una base a “tronco di piramide” rivestita solitamente di tessuto nero damascato con ricamo a rilievo di “teschi con tibie incrociate” e “clessidre alate”, simbolo per i cristiani dell’inesorabile trascorrere del tempo della dissoluzione del corpo dopo la morte. Questa base poi, di solito, è sormontata da una bara (logicamente senza salma) sul cui coperchio viene ulteriormente innestata una sfera dorata (sempre di legno) sulla cui sommità svetta una scultura lignea a forma di “colomba con le ali aperte”. Il tutto può misurare in altezza mediamente sui 5 o 6 metri e in larghezza 3 o 4 metri. Quello che deve colpire il fedele è la "verticalità" che ha il compito di dare il senso di ascesa al cielo del defunto. Ai lati del Catafalco, come buona regola, vengono posti vari candelabri d’argento o d’ottone, ed a seconda della solennità, possono variare da 8 a 12, intervallati da uno spazio sufficiente ad ospitare un vaso solitamente adornato di crisantemi. Viene disposto davanti all'altare o nella navata principale della chiesa; talvolta è sostituito da un semplice drappo nero, detto coltre funebre. Questo completo addobbo funerario viene allestito principalmente durante l’Ottavario dei Defunti dal 2 al 9 novembre o in occasioni particolari come la morte di un Pontefice o del Patriarca.
Accanto al Catafalco, durante l’Ottavario dei Morti, viene posto anche un “mastodontico leggio” elevato da una pedana, affiancato da un gigantesco candelabro a più braccia sul quale ardono perennemente dei ceri. Ogni sera alla funzione, un “cantore” proclama in lingua latina la “salmodia funebre” con melodia gregoriana e al termine di ogni salmo viene spento un cero dal candelabro. Nei funerali invece, l’apparato viene ridotto alla sola base troncoconica dove viene adagiata la bara con il defunto, rimangono però i candelieri, le aste e il Crocifisso che fanno parte dell’addobbo detto "ordinario". In più vengono “listate a lutto” le colonne della chiesa e drappeggiate con damaschi neri.
Il catafalco non toglie nulla alla verità della Resurrezione, anzi, ci presenta un'altra verità che è quella della morte e del suffragio come necessario per la liberazione delle Anime dei defunti dal Purgatorio.
I parametri funebri, di color nero, sono sempre ricamati o intessuti di argento o d'oro. Proprio per motivi simbolici! Stanno a dire, con il linguaggio del colore che si usa solo per le occasioni funebri: tutto sembra nero, come la morte, la fine, la mancanza di vita, ma - invece - si intravvede sul nero la luce (oro e argento) che viene dalla speranza, anzi dalla certezza della fede nel Signore Risorto. È Lui la luce che illumina e anzi risalta meglio sullo sfondo oscuro della presente situazione di morte, lutto e distacco.
Cfr. Absolutio super tumulum, in Traditio Marciana, 2.11.2017, nonché in Tradidi quod et accepi, 2.11.2018










Il suffragio dei fedeli defunti: un'edificante conforto e verità di fede























giovedì 1 novembre 2018

La vanità della ricca esequia ..... in un aforisma di Euripide


José Moreno Carbonero, La conversione del Duca di Gandía (futuro S. Francesco Borgia), 1884, Museo del Prado, Madrid

Δοκῶ δὲ τοῖς θανοῦσι διαφέρειν βραχύ, 
εἰ πλουσίων τις τεύξεται κτερισμάτων:
 
κενὸν δὲ γαύρωμ᾽ ἐστὶ τῶν ζώντων τόδε.

Ed agli estinti poco importa, immagino,
che ricca esequia in loro onor si celebri:
di chi vive son queste inani pompe.
(Euripide, Troiane, vv. 1248-1250)

Il significato dei numeri per la Festa di Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween

Nella festa di Tutti i Santi, rilanciamo questo contributo di Chiesa e postconcilio, pubblicato due anni fa.
Un testo, che ci aiuta a meditare sul significato di questa festa e di come Halloween, sia nata come ricorrenza essenzialmente cristiana, e che sia stata via via paganizzata e trasformata in un’occasione di idolatria e di esaltazione dell’Avversario e dei suoi sodali.
Al di là dei vaghi (e storicamente discutibili) legami con il Samhain celtico (che segnava presso i Celti pagani la “fine dell’estate”), in effetti, Halloween nasce in realtà come festa integralmente cristiano-cattolica nel Medioevo, come vigilia della festa di Tutti i Santi; e come momento in cui si recano doni spirituali (aiuti) alle anime ancora prigioniere nel mondo intermedio (Purgatorio) in cui si purificano dalle colpe veniali e soddisfano e riparano, con la loro espiazione, la Giustizia Divina.
Con l’affermazione, in vaste aree dell’Europa, inizia la sua “criminalizzazione”. Saranno, in effetti, proprio i Protestanti, ed in particolare quelli puritani americani, scandalizzati dalla festa cattolica, importata dall’Irlanda, che ne demonizzeranno la pratica ... creando paradossalmente un’assimilazione Halloween-satanismo, che ha finito per essere presa sul serio da gruppi neopagani come Wicca o altri.
È significativo, a questo riguardo, peraltro, che in alcune parti dell’Europa continentale, dove è ancora forte la presenza cattolica e dove le mode ed il protestantesimo hanno scarsamente attecchito, si cerchi, oggi, di recuperare l’antico significato della ricorrenza: in Polonia, per es., ancora oggi, la sera del 31 ottobre, i bambini si vestono tuttora da santi, girando così in processione per le strade.
Rinviamo sul punto ad uno dei più approfonditi articoli sull’origine di Halloween, che sfata una serie di luoghi comuni (alcuni dei quali, ben radicati persino in ambienti cattolici): Sara Pillitteri, Halloween: la fede, le usanze e i luoghi comuni, in Storia delle idee, 29.10.2018.


Il significato dei numeri per la Festa di Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween

di Fr. Cassian Folsom, O.S.B.

Ap 7,2-12; Mt 5,1-12

Sant’Agostino, durante il tempo Pasquale, predicava ogni anno sul significato dei 153 grossi pesci presi nella miracolosa pesca fatta dagli apostoli sul lago di Galilea dopo la Risurrezione del Signore. L’assemblea d’Ippona conosceva bene questo brano evangelico, ma ogni anno aspettava con piacere da Sant’Agostino la spiegazione della numerologia. Similmente, la ricorrenza annuale della festa di Tutti i Santi ci fornisce l’occasione di parlare della numerologia della liturgia. Per coloro che hanno già sentito questa spiegazione, sarà una ripetizione; per coloro invece che non l’hanno mai sentito, sarà una scoperta del significato profondo dei numeri nella Bibbia e nella liturgia.
Quanti santi ci sono? La prima lettura che abbiamo appena ascoltato, dal libro dell’Apocalisse, parla di 144,000. Soltanto? Sembra troppo poco! Il testo, poi, spiega come si è arrivato a questa cifra. Ci sono 12,000 persone da ciascuna delle dodici tribù d’Israele. Il simbolismo è chiaro. Dodici è un numero mistico che significa totalità, completezza. Se volessimo indicare una completezza molto grande diremmo “12” due volte. Anche in Italiano facciamo così, ripetiamo le parole per sottolineare la loro importanza: “pian, piano” vuol dire “veramente piano”. “Or ora” vuol dire “proprio in questo momento”. Quindi, “dodici per dodici” vuol dire un numero veramente grande. E se volessimo andare oltre e indicare un numero superlativo, stravagante, proprio grandissimo? Gli antichi indicavano questo concetto aggiungendo il numero 1.000. Quindi, “12” è già grande. “12 per 12” o 144 vuol dire super-grande. 144.000, invece, è un numero così grande che è quasi impossibile a contare.
Il testo biblico, però, dà questo numero ai Giudei. I Gentili, invece? Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza popolo e lingua (Ap 7,9). Il concetto è uguale. Una moltitudine immensa di Giudei, e una moltitudine immensa di Gentili.

La Liturgia

Il canone romano adopera la stessa numerologia. Ci sono due elenchi di santi nel canone romano. Contate con me i quelli elencati nel gruppo prima della consacrazione. Innanzitutto, ci sono gli apostoli:

Pietro e Paolo,
Andrea, Giacomo,
Giovanni, Tommaso,
Giacomo, Filippo,
Bartolomeo, Matteo,
Simone e Taddeo (12)

Ci sono dodici santi. Poi, i martiri:

Lino, Cleto
Clemente, Sisto
Cornelio e Cipriano,
Lorenzo, Crisogono,
Giovanni e Paolo,
Cosma e Damiano (12).

Quanti santi sono elencati? 12 per 12 – che fa 144. Completezza, totalità, tutti i santi.
Contiamo, poi, i nominativi nel secondo elenco, dopo la consacrazione. Giovanni Battista viene nominato per primo, perché il suo culto era molto sentito dalla Chiesa romana. Infatti, la cattedrale di Roma (che è il Laterano, non San Pietro) è intitolata San Giovanni in Laterano. Dopo San Giovanni Battista, il capo del coro dei santi, seguono due gruppi, un elenco di maschi e un elenco di femmine. Contiamo i nominativi:

Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro (7)

Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia (7).

Sette maschi e sette femmine. Il numero sette, come il numero 12, significa la perfezione, la pienezza. Quindi il secondo elenco, come il primo, vuol dire “Tutti i Santi”, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare… la comunione dei santi. Molti santi hanno una celebrazione nel calendario liturgico, altri invece hanno il loro nome iscritto nel martirologio, ma non hanno un culto liturgico particolare. Inoltre, ci sono santi sconosciuti – o meglio, conosciuti solo a Dio. Oggi, celebriamo la loro festa: la solennità di tutti i santi.
Nella liturgia, siamo circondati dagli angeli e dai santi. Come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, “coloro che celebrano la liturgia qui, al di là dei segni, sono già nella Liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa” (CCC 1136). Forse siamo abituati a pensare che noi stessi siamo i soggetti principali della liturgia – ma sarebbe un’idea erronea. Nella liturgia, l’angelo santo porta la nostra offerta sull’altare del cielo davanti alla Maestà Divina, veniamo trasporti fuori di noi stessi, siamo condotti al palazzo del Re, entriamo in un’altra realtà. Il Catechismo descrive elegantemente chi sono i celebranti della liturgia celeste:
Apocalisse di san Giovanni…ci rivela prima di tutto ‘un trono nel cielo, e sul trono Uno… seduto (Ap 4,2): il Signore. Poi l’Agnello, immolato e ritto (Ap 5,6): il Cristo crocifisso e risorto, l’unico Sommo Sacerdote del vero santuario, lo stesso ‘che offre e che viene offerto, che dona ed è donato’. Infine, il ‘fiume di acqua viva’ che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello (Ap 22,1): uno dei simboli più belli dello Spirito Santo.
Ricapitolati in Cristo, partecipano al servizio della lode di Dio e al compimento del suo disegno: le Potenze celesti, tutta la creazione (i quattro esseri Viventi), i servitori dell’Antica e della Nuova Alleanza (i ventiquattro Vegliardi), il nuovo Popolo di Dio (i 144.000), in particolare i martiri ‘immolati a causa della Parola di Dio’ (Ap 6,9-11), e la santissima Madre di Dio, infine una moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (Ap 7,9).
È a questa Liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero della salvezza” (CCC 1137-1139).
La solennità di Tutti i Santi ci offre questa visione gloriosa del nostro destino: la comunione dei santi nella liturgia celeste. Preghiamo il Signore di poter pregustare oggi in questa Messa, la gioia che sperimentano i commensali alla cena delle nozze del Signore (cf. Ap 19,9).

Fr. Cassian Folsom, O.S.B. - 15 nov. 2015

* * *

Un accenno all’odierna scristianizzazione

Halloween, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La chiesa cattolica l’1 novembre fa memoria di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?
La festa celtica di Samhain ”era un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era l’ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l’anno, potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente”.
L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.
Tuttavia, nella corrente letteratura esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della festa di celtica Samhain che sono poi quelle che fanno da riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che hanno creato agli occhi di molte persone l’immagine inquietante di Halloween, ma che nella maggior parte dei casi ormai acquista un aspetto satanico. Ciò avviene attribuendo a Samhain il nome di una oscura divinità, ‘Il Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della sua celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all’altro. Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna. E così la ‘festa dei morti’ di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformò in una specie di celebrazione dell’oscurità, della magia, con contorno di streghe e demoni. La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte. Ed è così che Halloween costituisce uno dei tanti processi di ‘de-cattolicizzazione’, “spazzata via dalla nuova visione orrifica, estremamente moderna nel suo essere allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall’elemento magico-occultistico”.
Utile ricordare a tutti cosa ne pensa don Gabriele Amorth, uno dei più grandi esorcisti: 
“Halloween non è una festa, ma un evento inquietante che ha lo scopo di ironizzare, con l’uso delle maschere, su ciò che è male per farlo passare come un divertimento innocente. È il capodanno dei satanisti, la notte per eccellenza dell’occulto, di chi lo pratica perché si festeggia il dio dell’occulto, Satana. E poco importa saperlo o non saperlo perché i suoi effetti malefici e devastanti nel tempo, raggiungono anche le persone che, inconsapevolmente, vi partecipano… Fuggite da tutti i simboli di Halloween, sono “porte” sataniche che portano i demoni nelle vostre case, portano la divisone, invidie e malefici…”
Preghiamo e adoperiamoci perché, a partire dalle Parrocchie e anche nella scuola, si diano insegnamenti corretti e edificanti, altrimenti, purtroppo, è serio il rischio di sfociare nel satanismo, inconsapevole nei bambini e nei giovani che abbracciano le mode del tempo e irresponsabilmente ignorato da chi dovrebbe vigilare ma soprattutto insegnare altro. 

La Comunione dei Santi: un insegnamento dogmatico






sabato 27 ottobre 2018

Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re del Sommo Pontefice Leone XIII

Nella festa di Cristo, Re dell’Universo, rilanciamo questo Atto di consacrazione del genere umano a Cristo Re, dettato dal Sommo Pontefice Leone XIII.




Leone XIII
Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

Nell'Anno Liturgico dell'Ordo Antiquior, e a coronamento di esso, la festa di Cristo Re è assegnata all'ultima domenica di ottobre, ultima Domenica prima della Festa di Tutti i Santi, che tali sono in virtù di Lui, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all'ultima domenica dell'anno liturgico. Dunque comunemente la si celebra oggi. 
Vi invito a leggere un articolo collocato tra le 'pagine fisse' del blog : La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia [qui] che ricostruisce la genesi storica della festa di Cristo Re, delineandone la portata teologica, e dimostrando perché lo spostamento in questione è tutt'altro che irrilevante.
Colgo l'occasione per proporre l'Atto di Consacrazione del genere umano all'universorum Rex. Re di tutti e di tutte le cose e non soltanto genericamente Re dell'universo, come l'ha declassato la Festa di Cristo Re del nuovo Ordinamento liturgico, che indebolisce la dimensione storica, immanente del Regno... 
Inserisco, di seguito, l'Inno Te sæculórum Príncipem, preceduto dall'indicazione delle strofe inopinatamente soppresse (nel Mattutino e nelle Lodi) e quindi non più né pregate né meditate sui nuovi breviari... Poi dicono che non è cambiato nulla? 

Leone XIII - Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

«O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, guarda a noi umilmente prostrati innanzi a te. Noi siamo tuoi, e tuoi vogliamo essere; e per vivere a te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi, oggi spontaneamente si consacra al tuo sacratissimo Cuore.

«Molti, purtroppo, non ti conobbero mai; molti, disprezzando i tuoi comandamenti, ti ripudiarono. O benignissimo Ge­sù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo sacratissimo Cuore.

«O Signore, sii il Re non solo dei fe­deli, che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodighi che ti abbandonarono; fa' che questi, quanto prima, ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Sii il Re di coloro, che vivono nell'inganno e nell'errore, o per discordia da te separati: ri­chiamali al porto della verità, all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.

«Largisci, o Signore, incolumità e liber­tà sicura alla tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fa' che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen».

* * *

Inno Te sæculórum Príncipem

Nel Breviario non riformato, l'inno dei Vespri afferma: "Te nationum praesides / Honore tollant publico, / Colant magistri, iudices, / Leges et artes exprimant. // Submissa regum fulgeant / Tibi dicata insignia: / Mitique sceptro patriam / Domosque subde civium". "Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini").
Nell'inno del Mattutino si legge: "Cui iure sceptrum gentium / Pater supremum credidit" ("A te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli"). E ancora "Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas" ("A te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo").
Stessi concetti ribaditi dall'inno delle Lodi: "O ter beata civitas / Cui rite Christus imperat, / Quae iussa pergit exsequi / Edicta mundo caelitus!" ("O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!").
La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Se la festa è di nuova istituzione non è per nulla nuova l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. L'istituzione di una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero risulta chiara dal testo dell'enciclica:
[...] "Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società". Papa Pio IX si riferisce al laicismo (non alla laicità): "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti, si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste [...]


Te sæculórum Príncipem,
Te, Christe, Regem Géntium,
Te méntium te córdium
Unum fatémur árbitrum.

Scelésta turba clámitat :
Regnáre Christum nólumus :
Te nos ovántes ómnium
Regem suprémum dícimus.(soppressa!)

O Christe, Princeps Pácifer,
Mentes rebélles súbjice:
Tuóque amóre dévios,
Ovíle in unum cóngrega. (soppressa!)

Ad hoc cruénta ab árbore
Pendes apértis bráchiis,
Diráque fossum cúspide
Cor igne flagrans éxhibes.


Ad hoc in aris ábderis
Vini dapísque imágine,
Fundens salútem fíliis
Transverberáto péctore.


Te natiónum Præsides
Honóre tollant público,
Colant magístri, júdices,
Leges et artes éxprimant. (soppressa!)

Submíssa regum fúlgeant
ibi dicáta insígnia:
Mitíque sceptro pátriam
Domósque subde cívium.(soppressa!)

Jesu tibi sit glória,
Qui sceptra mundi témperas,
Cum Patre, et almo Spíritu,
In sempitérna sæcula. Amen.
Te, Principe dei secoli
Te, Cristo, Re delle genti
Te, delle menti, Te dei cuori,
confessiamo unico Sovrano.

La turba scellerata urla:
«Non vogliamo che Cristo regni»
Ma noi, acclamando, di ogni cosa
Ti dichiariamo Re supremo.


Cristo, Principe Portatore di pace,
assoggetta le anime ribelli;
e, con il tuo amore, gli erranti
raduna in un solo ovile.

Per questo dall'albero sanguinante
pendi con le braccia stese,
e, dalla crudele punta perforato,
il cuore, di fuoco flagrante, manifesti.


Per questo sugli altari ti tieni nascosto
di vino e di cibo nell'immagine
effondendo la salvezza sui figli
dal petto transverberato.

Te delle nazioni i principi
manifestino [Re] con pubblico onore
[Te] adorino i maestri, i giudici
[Te] le leggi e le arti esprimano.


Le sottomesse insegne dei re
[a Te] dedicate vi rifulgano:
e con mite scettro la Patria
e le case dei cittadini assoggetta.


Gesù, a Te sia gloria,
che reggi gli scettri del mondo,
con il Padre, e l'almo Spirito
per i secoli sempiterni. Amen.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 20.11.2016