Sante Messe in rito antico in Puglia

sabato 23 maggio 2020

Una nuova interessante pubblicazione "Chiara da Montefalco" di Marino Pagano, con prefazione di don Nicola Bux

È da inizio aprile nelle librerie italiane il volume “Santa Chiara da Montefalco. Una monaca medievale con il cuore aperto al mondo”, a firma di Marino Pagano, giornalista e saggista su temi storiografici, libro edito da Fede e Cultura. Ecco qualche notizia sul libro.

BREVE SINOSSI DEL LIBRO
Chiara da Montefalco (1268-1308), monaca agostiniana, è una mistica venerata in Umbria e nel Centro Italia. La sua esperienza biografica e storica si inserisce nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, quello delle recluse innamorate di Cristo. Questo il senso del libro: iscrivere la sua biografia all’interno di questa tradizione spirituale e storiografica. La sua vita è stata improntata all’ascetismo, all’adorazione del Signore e alla fuga da ogni possibile peccato, e contiene perciò i caratteri del modello di perfezione degli exempla medievali: umile e solidale con chiunque si avvicinasse al suo monastero, lottò contro l’eresia e ogni individualismo slegato da Roma. Tuttavia è possibile leggere Chiara anche in una dimensione sociale, vista la sua anticipazione del declino del proprio tempo e delle sue strutture di appartenenza. Da qui l’interesse del volume. Chiara e la cultura del suo tempo. Chiara e la società. Senza dimenticare i punti di contatto con le donne mistiche e filosofe del Novecento, che legano la santa ai più grandi ambienti culturali e teologici di ogni epoca.


Chiara da Montefalco. Una monaca medievale con il cuore aperto al mondo
Edizioni Fede e Cultura 
Aprile 2020

DALL’INTRODUZIONE AL TESTO 
di Marino Pagano 
Questa pubblicazione delinea un profilo di Chiara da Montefalco, mistica nata nel 1268 e morta nel 1308, venerata soprattutto nella sua cittadina natale e in Umbria, una monaca agostiniana vissuta in gran parte nel XIII secolo, la cui esperienza biografica e storica si inserisce nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, munito del peculiare portato culturale offerto dalle cosiddette “Mulieres in Ecclesia”. 
Perché un nuovo volume su una santa su cui molto (tutto?) è ormai stato detto? L’obiettivo è fornire un agile tracciato dell’esperienza spirituale dell’agostiniana, tra ricerche indubbiamente debitrici della ricca bibliografia inerente la sua figura e qualche nuova suggestione. 
Il tema delle “visioni” di Chiara, dunque del suo lato eminentemente mistico, ci è apparso assai rilevante. 
Il tutto in una prospettiva divulgativa (pur nel rigore storiografico e filologico seguito senza indugi), utile sia all’appassionato di storia medievale, specie di storia del monachesimo femminile, sia al devoto clariano desideroso di conoscere con più specificità gli aspetti legati a questa grande santa. Una santa popolare in Umbria e in ambienti agostiniani ma non ancora, forse, nel più vasto “popolo di Dio”. 

GIUDIZI CRITICI 
Un’eccellente opera dal valore storico, legata al metodo di ricerca, quello concepito dal giornalista pugliese Marino Pagano su santa Chiara da Montefalco (1268-1308) che riesce ad appagare la sensibilità degli esperti e nello stesso tempo di coloro che desiderano conoscere la figura di questa meravigliosa donna, monaca agostiniana e mistica.
Una spiritualità che comprende i segni dell’esempio di perfezione medievali basata sull’ascetismo, sulla preghiera e sulla fuga dal peccato, ben sottolineato dall’Autore, che tratteggia il suo profilo portando l’attenzione del lettore  su questa Santa nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, quello delle recluse innamorate di Cristo. Santa Chiara da Montefalco, come donna del suo tempo, occupa un suo interesse culturale, avendo il dono della scienza infusa, era competente nel colloquiare con importanti uomini di Chiesa e teologi che si recavano da lei in virtù della sua fama di santità. Non ha lasciato nulla di scritto, fatta eccezione per i così chiamati “dicti” clariani, per lo più ordinati dalle sue consorelle dopo la sua morte. 
ANTONIO CALISI, storico e teologo

Uno stile assolutamente accorto e senza fronzoli domina nelle pagine del volume, come del resto nello stile di Pagano anche come cronista di cultura oppure come narratore e viaggiatore tra i borghi del nostro Mezzogiorno. La capacità di offrire un dato preciso, sconosciuto ai più, con poi la spiegazione di quel particolare. L’illustrazione, si potrebbe dire. Ed in effetti non molto nota la santa, forse, eccezion fatta per esperti e studiosi specialistici oppure per i fedeli umbri o di spiritualità agostiniana. Ecco il merito allora del nostro giornalista studioso di storia, ossia quello di consegnarci il valore di una figura che resta pur sempre letta nel suo stretto ambito storiografico e non certo nel mero senso teologico-agiografico. Chiara diventa così nota anche in altre zone italiane e non certo solo umbre.
LILIANA TANGORRA, storica dell’arte

Una santa umbra sconosciuta ai più ma dal grande carisma, interamente devota alla Croce di Cristo, cui uniformò la sua vita sin dalla più tenera età. Una storia che meritava di essere approfondita e divulgata, per aggiungere un tassello prezioso al variegato, seppur a tratti ancora incompleto, mosaico del monachesimo medievale. Ci ha pensato, con la viva passione storiografica e il metodo analitico che gli sono propri, Marino Pagano, giornalista e ricercatore storico. 
DOMENICO SCHIRALDI, docente e storico

L’AUTORE
MARINO PAGANO
Giornalista, classe 1980, scrive su testate di viaggi, ricerca storica e cultura. Collabora con Cultura e Identità, Borghi Magazine, e-Borghi Travel e Puglia Amazing. Segue la cronaca culturale pugliese sulle pagine del settimanale Epolis Bari In Week e su altre testate locali. Ha fondato, con Edoardo Spagnuolo, la pubblicazione di divulgazione storica Lo Scudo e La Spada e collabora alla redazione della rivista di storia e arte Neda. Saggista a tema storiografico (sulla storia della spiritualità medievale o sulle dinamiche del Risorgimento e del Brigantaggio postunitario al Sud) è direttore responsabile del semestrale Studi Bitontini.

venerdì 1 maggio 2020

Una bella storia per l'inizio del Mese Mariano: la Madonna entra in reparto e i contagi si fermano

In quest’inizio del mese mariano, non possiamo non affidarci alla Vergine, la quale, anche in questo frangente di pandemia, non ha mancato di dimostrare la sua materna protezione verso i suoi figli e per coloro che la invocano con fiducia.
Per questo non possiamo non condividere questa bella storia che ci giunge da Crotone, che è stato rilanciato anche sul blog MiL, Messa in Latino e su Chiesa e postconcilio.
Buon mese mariano a tutti.




























La Madonna entra in reparto e i contagi si fermano

di Andrea Zambrano




«Io di miracoli non parlo. Ma metti mai che…». Il cappellano ospedaliero don Claudio Pirillo mette le mani avanti, ma sa che qualche cosa deve essere andato per il verso giusto. Ad accorgersi che potrebbe essere un miracolo invece è stata un’infermiera dell’ospedale di Crotone San Giovanni di Dio. Dal 26 di marzo i contagi Covid si sono arrestati. E da quel giorno hanno iniziato a guarire i primi malati di Coronavirus fino a che da una settimana Crotone è una provincia Covid free dato che al momento non figurano nuovi contagi.

Ebbene. Il 26 marzo è anche la data in cui in ospedale ha fatto il suo ingresso anche una signora speciale. Si chiama Madonna di Capocolonna ed è la patrona della diocesi calabrese. L’effige della Madonna nera, che viene portata i processione tutti gli anni dai crotonesi fino al promontorio (Capocolonna) in cui oggi sorge il suo santuario, era stata prestata temporaneamente dall’arcivescovo Angelo Raffaele Panzetta con questa singolare motivazione: «Nei prossimi giorni il Quadricello della Madonna di Capocolonna, lo manderò per qualche giorno presso l’ospedale di Crotone come segno della vicinanza della nostra chiesa a questo luogo nel quale si sta combattendo una battaglia importante per la salute è il benessere di tutti noi».

Ebbene: da quel giorno i contagi si sono arrestati e le guarigioni hanno iniziato a contarsi copiose.
«È andata proprio così – spiega al Timone il cappellano don Claudio –. A Crotone abbiamo tre immagini: quella originale, grande, viene esposta ogni sette anni, mentre in processione una volta all’anno esce un “quadricello” che viene scortato da oltre 120mila crotonesi. Bene, il vescovo ha nella sua cappella privata una copia del quadricello della Madonna nera e dal 26 marzo me lo ha consegnato direttamente perché lo potessi custodire in ospedale».

Il quadro però non è rimasto solo nella cappella. «No, durante la preghiera e la Messa con il personale medico lo espongo – prosegue il sacerdote – e poi lo porto in processione per farlo vedere ai malati». E loro? «Pregano e si affidano», aggiunge. Quindi, pare di capire che la donazione del vescovo non sia stato un semplice gesto devozionale, ma qualche cosa di concreto deve averlo operato.

«Sì, ho letto l’articolo su quanto dice l’infermiera… che cosa vuole che le dica? Bè… diciamo che le vie del Signore sono davvero misteriose, ma in un’ottica di fede dobbiamo dire che se non ci avessimo creduto non l’avremmo esposta e non ci saremmo affidati a Lei».

Storia ricca di significati quella della Madonna di Capocolonna, che affonda le sue radici – come tante devozioni italiane – ai tempi in cui i Saraceni nel 1519 compivano le loro consuete scorribande da Sibari al basso Ionio. A Capocolonna, appena a sud di Crotone, i Mori devastarono il promontorio su cui sorgeva una chiesetta che ospitava il quadro di origine bizantina. Antica devozione, arrivata a sostituire il tempietto pagano di Hera Lacinia che della città fondata dagli Achei era il cuore religioso. Ed è li, nella città di Kroton, fratello di Alcinoo, Re dei Feaci, che diede ospitalità ad Odisseo, che i musulmani devastarono tutto, portandosi via anche quel quadro come bottino di guerra. Solo che la nave pronta a salpare per la Turchia, non voleva saperne di mollare gli ormeggi. Così, gli islamici decisero di gettare in mare quell’immagine quasi a volersi liberare di una zavorra. Recuperata da un pescatore, l’icona fu portata “trionfalmente” in città e da lì iniziò la sua nuova vita di Protettrice dei crotonesi.

Oggi, mutatis mutandis, la Madonna nera è ancora lì, pronta a difendere i suoi cittadini.
Miracolo? Rispondere non è facile, ma anche in questo caso è sempre meglio crederci. Anche perché non sappiamo che cosa sarebbe accaduto, e soprattutto quanti morti ci sarebbero stati, se la Madonna non fosse entrata in reparto dove è stata accolta con la stessa devozione dei crotonesi che nel ‘500 la salvarono dalle acque. Nel dubbio, sempre meglio optare per la scommessa di Pascal.

Messe VO e NO in diretta streaming: a chi la corona senza virus?

Abbiamo ricevuto un interessante contributo del nostro amico Franco Parresio, il quale ha modo di interrogarsi sull’intervento della CEI riguardo alla riammissione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche dello scorso 26 aprile. Si è trattato, però, di un breve sussulto di orgoglio, perché non più di un paio di giorni dopo, la stessa CEI ha chiesto, con un parere, all’autorità governativa se potesse svolgere «i riti dell’ultima commendatio e della valedictio al defunto» relativamente ai funerali. Giustamente l’autorità governativa ha subito precisato, nel suo parere, che tali riti sono rimessi all’autorità ecclesiastica, esulando dalla competenza di un’autorità laica. Precisazione superflua. Ma forse non c’era neppure bisogno di richiedere un parere su questi aspetti, giacché la CEI ben doveva sapere che lo svolgimento di questi riti competeva all’autorità della Chiesa (v. sul punto, L. Scrosati, Termometro e incenso: Cei sottomessa anche sulla liturgia, in LNBQ, 1.5.2020).
Buona lettura.


Messe VO e NO in diretta streaming: a chi la corona senza virus?

di Franco Parresio

E sì!, Chi l’avrebbe mai detto!?
I Vescovi italiani hanno – con sorpresa di tutti – protestato formalmente contro l’ultimo DPCM, che «esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo» (vqui).
La CEI ha rivendicato in questo modo la «pienezza della propria autonomia» e «l’esercizio della libertà di culto», ricordando «a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale».
Ma ch’è successo?!
Fino al giorno prima piena sintonia col braccio secolare, al punto da mettere alla gogna quell’anziano sacerdote, colpevole di aver celebrato Messa con pochi fedeli; e ora!?
Dopo aver quasi canonizzato Martin Lutero, riabilitandolo e mettendolo alla stregua dei Dottori della Chiesa, adesso ci si ricorda che la nostra è «una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale»!?
È un po’ tardi! Ma… meglio tardi che mai!
Il fondato sospetto, però, è un altro: che le pecore non facciano più ritorno all’ovile!
Un problema da non sottovalutare non soltanto in termini economici, viste le richieste di aiuto postate sui social, come quella del Santuario Beata Vergine Addolorata di Campocavallo (vqui), ma anche e soprattutto psicologici. Mi riferisco a quei sacerdoti che stanno rivelando nelle loro messe in diretta streaming tutta la propria meschinità, con siparietti patetici e squallidi. E questo perché, come ha giustamente detto lo psichiatra Raffaele Morelli: «Non sappiamo stare con noi stessi, in questi giorni lo stiamo imparando. Non bisogna buttarsi a capofitto nell’incontro con gli altri, smetterla di correre e fare mille cose» (vqui).
Questo significa che i Vescovi non possono e non devono sottovalutare soltanto la pericolosità del coronavirus, ma temere seriamente – ora più che mai – gli effetti negativi generati dalla entusiastica neoteologia liturgica, esasperatamente antropocentrica e poco o nulla cristocentrica, e dalla autolesionistica propaganda della fin troppo decantata (sino alla nausea) bergogliana “Chiesa in uscita”. E considerare che, se da una parte c’è una Chiesa in uscita… di scena (nonché di senno), dall’altra c’è una sempre più crescente Chiesa in entrata: quella che si identifica, sebbene non interamente, con il Vetus Ordo, le cui funzioni religiose – specie quelle di quest’ultimo Triduo Pasquale trasmesse in diretta streaming sui vari canali social come youtube e facebook – sono state all’insegna della solennità, dell’ordine e del decoro: esattamente come raccomanda l’Abate Caronti; ma anche l’Abate Schuster, sottolineando il fatto che l’azione liturgica è “a gloria di Dio e ad edificazione dei presenti”: «Spesso, infatti, nelle chiese delle abbazie benedettine assistono dei protestanti, degli ebrei, delle persone senza alcuna religione. L’esperienza dimostra che un coro ben eseguito, delle funzioni celebrate con ordine, con maestà, con devota pompa possono fare su quelle anime una profonda impressione».
Imparino i modernisti e fautori della teologia della chiesa in uscita … e smettano di tacitare chi non la pensa come loro infamandoli come tradizionalisti.

giovedì 23 aprile 2020

Utensili eucaristici in tempi di covid-19

Leggevamo quest’oggi del blog di Aldo Maria Valli, della proposta della diocesi di Milano, in vista della cd. Fase 2, di distribuire la Comunione con pinzette: «Distribuire la comunione con una pinzetta; esonerare gli anziani al di sopra dei sessantacinque anni dall’obbligo della Messa; introdurre un numero chiuso; prevedere un incaricato che, munito di guanti monouso, si occupi del microfono all’ambone; consentire solo celebrazioni all’aperto; mettere a disposizione liquidi igienizzanti all’ingresso delle chiese; sanificare tutti gli oggetti sacri prima e dopo le celebrazioni».
Non ci debba sorprendere l’uso di pinzette, giacché la Chiesa, da sempre, in tempi di pestilenza si è avvalsa di strumenti similari.
Ce lo confermava ai primi di marzo, in una sua intervista, Mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini, già custode di Terra Santa. Egli rispondendo ad apposita domanda («Cosa direbbe alle persone che dicono che cambiare la pratica liturgica di ricevere la Comunione sulla lingua, anche se è permessa in certe condizioni, come lo scoppio di un virus, è un segno di mancanza di fede?») ricordava: «Nel museo della Custodia di Terra Santa sono ancora visibili le pinze usate dal sacerdote durante le pestilenze per dare la comunione agli appestati. Questo costituisce una mancanza di fede? Certo che no. Si è trattato di prudenza, un mezzo per non contaminare gli altri» (v. qui).
Rilanciamo quindi quest’articolo, che riteniamo assai utile e che possa, chissà, costituire un punto sul quale riflettere in vista del pacchetto di proposte per la prossima riapertura delle chiese al culto partecipato da parte dei fedeli.

Utensili eucaristici

Dal sito liturgicalartsjournal.com riprendiamo, in tradizione nostra, un’interessantissimo articolo su dei particolari oggetti liturgici destinati all’amministrazione della Comunione.


Pietro Paolo Caruana, Amministrazione della Comunione ad un'appestata durante la pestilenza del 1813, National Museum of Fine Arts, La Valletta.


Il quadro rappresenta una scena della peste bubbonica che ha devastato le isole maltesi dall'aprile 1813 al gennaio 1814, uccidendo oltre 4.500 persone su una popolazione di 100.000. Nella scena centrale, un prete amministra la Santa Comunione ad una ragazza morente usando un paio di tenaglie o tenaglie a pelo lungo, un ricordo tangibile della peste.

Amministrazione del Viatico ad un appestato con la fistola, Catechismo di Heidelberg, 1455. Universitätsbibliothek, Heidelberg


Mentre viviamo questa pestilenza del XXI secolo con crescenti preoccupazioni riguardo alla trasmissione di malattie attraverso le specie della Santa Comunione, è interessante esaminare le diverse forme di ricezione della santa comunione con gli utensili che la Chiesa latina ha impiegato nel corso dei secoli. Mentre il loro aspetto era dovuto agli scrupoli durante la manipolazione del Santissimo Sacramento e acquisivano un carattere cerimoniale, dimostrarono praticità per l’amministrazione della Santa Comunione ai fedeli durante i periodi di pestilenza o quando questi non erano in grado di consumare l’ostia.

La Fistula

La cannuccia liturgica, variamente chiamata calamo, cannula, arundo, calamus, pipa, pugillaris, sipho o sumptorium è l’unico utensile sopravvissuto nell’uso cerimoniale fino al XX secolo. L’uso della fistola sembra aver avuto origine nella tarda antichità nella corte papale, dove era in uso almeno dal tempo di Papa San Gregorio Magno. È esplicitamente menzionato nelle rubriche dell’Ordo Romanus del VII secolo, dove il vescovo comunica con esso il Sacro Sangue. L’uso di questo strumento si estese durante il periodo carolingio in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Polonia, nonché per gli ordini cistercense e certosino. Divenne il metodo prevalente per amministrare il Sangue del Signore ai fedeli fino al XIII secolo, quando l’usanza che le persone che ricevessero entrambe le specie fu interrotta.
È interessante notare che è anche menzionata nell’edizione del 1970 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano nello stabilire che il Sangue Prezioso possa essere sorbito direttamente dal calice oppure usando un cucchiaio o un tubetto.
La Fistula potrebbe anche essere usata come una pipetta in modo che, anziché aspirare il Sangue del Signore, esso possa essere lasciato cadere nella bocca del comunicante nei casi in cui questi non potesse essere in grado di deglutire altro che liquidi.


Paolo VI si comunica mediante la fistula. V. qui

Fistula dal monastero di S. Trudpert, in Münstertal, Germania, 1230, The Metropolitan Museum of Art, New York

Cucchiaio

Il cucchiaio eucaristico fa la sua apparizione probabilmente un po’ più tardi rispetto alla fistula, intorno all’VIII secolo. I riferimenti storici al suo uso sono più scarsi, ma è stato chiaramente impiegato, come lo è oggi nei riti orientali, per la Comunione per ‘intenzione. Il cocleare non deve essere confuso con il cucchiaino, che serve per aggiungere l’acqua al vino all’Offertorio.
Mentre il suo uso durante la Messa è sbiadito contemporaneamente alla pratica della comunione sotto entrambe le specie, è stato conservato per l’amministrazione del Viatico, comunemente sotto forma di un Ostia o di una particella disciolta nell’acqua. Mentre la maggior parte delle volte il prete potrebbe usare un cucchiaio della casa, alcuni esempi di cucchiai realizzati per questo scopo specifico sono sopravvissuti. Erano, come gli altri vasi, fatti di argento e la tazza del cucchiaio era dorata.

Cucchiaio eucaristico. XVII sec., Diocesi di Padova.

Bottega di Giovanni e Bonaventura Gambari, Cucchiaio eucaristico e relativa custodia, XVIII sec., Diocesi di Bologna



Pinze

Probabilmente il più oscuro di questi utensili, le pinze eucaristiche sono state inizialmente utilizzate per immergere particelle di Ostia nel calice. Mentre la loro origine è probabilmente antica, vediamo che diventa comune nella corte papale di Avignone durante il XIV secolo, probabilmente limitato alle celebrazioni più solenni. Fonti contemporanee, tra cui il Liber de Cæremoniis, le chiamano anche tenacula o furcheta e dichiarano chiaramente il loro uso eucaristico.
L’uso liturgico delle pinze non sembra essere passato a Roma dopo lo scisma d’Occidente, ma erano ancora usati per dare la Santa Comunione ai lebbrosi od appestati.
Allo stesso modo, altri strumenti sono stati creati per i periodi di pestilenza. Un utensile comune era il cucchiaio da ostia (manche à HostieHostienloffel) costituito da una lunga asta con un piccolo disco piatto all’estremità. François Ranchin, un prestigioso medico francese del XVII secolo, specifica che avrebbe dovuto essere una bacchetta di metallo lunga almeno 20 pollici, con una lunetta alla fine, dove sarebbe stata collocata l’ostia.


Charles Rohault de Fleury, Pinze liturgiche nel XIII sec., 1884

Pinze eucaristiche, Terra Santa Musuem, Gerusalemme

Pinze liturgiche dorate, Granada

domenica 19 aprile 2020

L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più che la fede degli altri (S. Gregorio Magno)

Una riflessione sul Vangelo della Domenica in Albis (S. Giovanni XX, 19-31) tratta dalle Omelie sui Vangeli di San Gregorio Magno.


«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravvedete in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto»? Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.
Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

(S. Gregorio Magno, Om, 26, 7-9; PL 76, 1201-1202. da dontresal.altervista.org)

venerdì 17 aprile 2020

Passata la festa, gabbato lo santo… con buona pace di tutti

Ad una settimana dal Venerdì Santo, volentieri ospitiamo un contributo del nostro Franco Parresio, che giunge "a fagiolo", alla luce anche di un recente articolo de La Gazzetta del Mezzogiorno.

Passata la festa, gabbato lo santo…
con buona pace di tutti

di Franco Parresio

E sì!, si è chiuso da una settimana questo lungo e penoso Venerdì Santo senza le tipiche «espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale» (secondo il diktat vaticano)! E con buona pace di tutti. Delle autorità religiose, in primis.
Un Venerdì Santo da dimenticare!
Si fa per dire.
Un Venerdi Santo, invece, che passerà alla storia, come il Venerdì Nero… che più nero non si può!
Altro che il colore rosso, voluto e imposto dalla riforma della Settimana Santa, in segno di gloria rappresentato dal martirio e dalla regalità di Cristo sulla croce!
Ma quale gloria?!
Questo scorso Venerdì Santo ha dimostrato, invece, in toto, la giustezza del colore nero, così come indicato nelle rubriche preriformate della Settimana Santa, poiché giorno di lutto... e non solo perchè «aliturgico, cioè senza celebrazione del santo sacrificio» (Caronti), ma proprio per non aver potuto vivere «le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale»: una decisione sì giunta dall’alto, ma accolta arrendevolmente dal basso… pro bono pacis.
Dico “arrendevolmente” non perché si voglia sminuire la pericolosità del coronavirus – tutt’altro! –, ma perché non si è voluto – no potuto! – cercare il giusto compromesso con le autorità: e civili e religiose. E il giusto compromesso è, appunto, riuscire ad esprimere comunque la pietà popolare legata ai riti del Triduo Pasquale, ricorrendo a forme minimali, che mettessero d’accordo tutti. Proprio perchè trattasi di pietà; non già di mero folclore! Pietà che, per sua natura, non può essere espressa in un altro periodo dell’anno liturgico, «ad esempio il 14 e 15 settembre», così come proposto dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (qui). E ciò in linea con il popolare detto, che mai come ora ci appare in tutta la sua veridicità: «Passata la festa, gabbato lo santo». Laddove, infatti, il compromesso, pur a fatica, si è raggiunto, non solo si è salvata la pietà del popolo, ma, addirittura questa ne è uscita rafforzata. Valga tra tutti e per tutti il magistrale esempio dato dai Barlettani al mondo intero dacché, proprio grazie alla non rassegnazione dell’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, la plurisecolare processione eucaristico-penitenziale non solo si è potuta svolgere nella forma che ci si auspicava, cioè semplice (un solo sacerdote in strada con la pisside), ma addirittura il primo cittadino stesso, che vi è andato dietro con una candela in mano, ed accompagnato dall’arcivescovo di Trani, ha rinnovato con atto formale il «Voto della città di Barletta ai suoi Patroni» proprio nella notte dello scorso Venerdì Santo (v. qui). E non a caso il Comune di Barletta è nella denominazione “Città della Disfida”: disfida tante volte necessaria, per giungere a un ragionevole accordo. Ragion per cui il gettare la spugna equivale non tanto a darla vinta al proprio avversario quanto nel palesare la debolezza propria e delle proprie idee. E, perciò stesso, non avere – nel presente, ma anche e soprattutto in avvenire – alcun potere contrattuale.
Chi, come l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento di Barletta, è riuscito a spuntarla, ha dimostrato all’universo mondo che la sua è vera pietà. E di esempi oltre quello di Barletta ce ne sono e, per fortuna, pure tanti. Ma chi non ci ha provato nemmeno, ha creato per sé e per quelli dopo di sé un grave precedente, lasciando chiaramente intendere ai profani che la natura di quei riti, pur tanto amati da generazioni e generazioni, e quindi costituenti la tradizione di un paese, è fondamentalmente folclorica più che pietistica. Il messaggio che è passato è che se ne può fare tranquillamente a meno: “Ma sì! Che fa!?” Esattamente come ha ammesso un presidente di una confraternita, dicendosi dispiaciuto tanto di non poter organizzare le processioni quest’anno, ma di essere al contempo ugualmente contento di vedere concretizzata la loro passione e il loro sacrificio, avendo la splendida idea di riunire (virtualmente, si intende) tutti i protagonisti e gli attori, per coinvolgerli in una grande raccolta fondi. L’obiettivo? Acquistare dei ventilatori polmonari, necessari come il pane in questo periodo di emergenza sanitaria. Che dire? Bell’iniziativa, e persino lodevole, ma del tutto fuori luogo per una confraternita, che, in quanto associazione di fedeli, è vero che tra le finalità ha proprio le «opere di pietà o di carità» (can. 298, § 1), ma la carità discreta, non sbandierata – «non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» (Mt 6,3) –; ché, altrimenti, è filantropia pura e semplice. Non a caso, sin dai tempi antichi, i confratelli si incappucciavano: non solo per andare in processione scalzi o flagellarsi, ma anche per svolgere gli atti di misericordia corporale, tra cui quello di soccorrere i malati e seppellire i poveri morti.
Il mio è tutt’altro che un rimprovero: è piuttosto un dispiacere. Perché così intravedo la fine delle tradizioni: una fine lenta ma inesorabile, perché portate avanti da persone le quali, pur brave e degne di stima, non sfuggono all’impietoso giudizio di essere tacciate di fanaticheria da una parte e di pusillanimità dall’altra. E l’augurio: che tutto questo possa essere di sprone in avvenire, per non finire con l’essere assimilati alla dantesca «setta d’i cattivi, a Dio spiacenti e a’ nemici sui».

lunedì 13 aprile 2020

Una Pasqua che rimarrà nella storia

Questa Pasqua è davvero storica. Per varie ragioni.
La prima è perché, forse per la prima volta nella storia, la partecipazione del popolo di Dio alla celebrazione dei riti pasquali è stata limitata, a causa della pandemia in corso (v. Congregazione per il culto divino, decr. 25.3.2020). Non interessa a noi indagare se, a torto o a ragione, le autorità abbiano limitato i fedeli alla partecipazione ai riti. Non compete al cristiano tale giudizio, giacché – come ci raccomanda S. Paolo nella sua Epistola ai Romani – esso deve essere «sottomesso alle autorità costituite; poiché non c'è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all'autorità, si oppone all'ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna» (Rm. 13, 1-2). Se questo restringimento sia giusto, o no, lo potrà dire solo la storia. Quel che deve confortare il fedele è che la S. Messa, come anche i sacramenti, sono meri strumenti nella vita del cristiano, non costituiscono il fine della stessa. Per cui, va ricordato con S. Tommaso d’Aquino, che gratia non alligatur sacramentis: i sacramenti e la S. Messa sono strumenti ordinari attraverso cui la grazia ci viene comunicata. Ma a Dio non è impedito di comunicarla per mezzi straordinari, come nelle attuali circostanze davvero eccezionali, attraverso la preghiera e la penitenza, che ci deriva da questo “digiuno eucaristico”.
La seconda ragione della straordinarietà di questa Pasqua è che, non molti giorni fa, è stato pubblicato l’Annuario Pontificio dell’anno 2020, in cui il titolo di “Vicario di Cristo” e “Successore dell’Apostolo Pietro”, attribuiti a Jorge Mario Bergoglio, sono confinati tra i meri “titoli storici”, quasi che essi non abbiano, invece, una valenza profondamente teologica e siano connotanti l’ufficio di colui che siede sul Seggio di Pietro. Su questo tema, ci riserviamo nei prossimi giorni di proporre una nostra riflessione. In ogni caso, perché, dunque, questo confinamento di tali attributi all’ambito dei titoli storici? Ci stiamo avvicinando alla costituzione di un Nuovo Ordine Mondiale, come del resto auspicato da Henry Kissinger in un recente articolo sul Wall Street Journal (vqui e qui) e da Avvenire in un articolo del 10.4.2020? Sì, è pur vero che, in diverse occasioni, sia Giovanni Paolo II (ad es., nel 1986, in occasione della visita al memoriale indiano di Gandhi, Raj Ghat: «Il Mahatma Gandhi insegnava che se tutti gli uomini e le donne, quali che siano le differenze tra loro, aderiranno alla verità, nel rispetto della peculiare dignità di ogni essere umano, sarà possibile realizzare un nuovo ordine del mondo, una civiltà fondata sull’amore. … Voglia Iddio guidarci e benedirci mentre ci sforziamo di camminare insieme, la mano nella mano, e costruire insieme un mondo di pace!») sia Benedetto XVI (ad es., in occasione del messaggio Urbi et orbi del Natale 2005: «Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale, fondato su giusti rapporti etici ed economici») ne hanno parlato, auspicando la costituzione di questo Nuovo Ordine Mondiale. Persino Pio XII nei radiomessaggi natalizi tra il 1940 ed il 1943 ne aveva parlato, sebbene il papa preferisse l’espressione «nuovo ordine internazionale», in cui gli Stati non fossero “assorbiti” e “risucchiati” dal “nuovo ordine”, ma mantenessero le proprie individualità, soggettività e specificità. In ogni caso, papa Pacelli dava all’espressione una connotazione ben diversa, in quanto per quel Venerabile Pontefice tale nuovo ordine avrebbe dovuto fondarsi «sul diritto naturale e sulla rivelazione divina» (v. P. Brezzi, Pio XII papa, in Enciclopedia italianaII Appendice, 1949), ovvero essere  «radicato in un ordine naturale ed oggettivo di giustizia voluto da Dio, che non avrebbe potuto ricalcare quello prebellico»: tale opera sarebbe toccata «agli "uomini animati dalla fede in un Dio personale" nella costruzione della società futura» (F. Traniello, Pio XII, in Enciclopedia dei papi, 2000). Insomma, in Pio XII tale “nuovo ordine” avrebbe dovuto trovare la sua anima, in ultima analisi, in Dio e nella sua Legge e non già essere indipendente da Lui.
La connotazione, in altre parole, data all’espressione nei tempi moderni prescinde da questa tensione trascendentale e metagiuridica come auspicata da papa Pacelli, trovando – al contrario – fondamento unicamente nell’uomo e nella sua autocapacità di regolare tutti i suoi rapporti di ordine politico, sociale ed economico: Dio non avrebbe spazio alcuno in questo “nuovo ordine”. L’altra caratteristica è che in questo “ordine” le individualità dei singoli Stati sarebbero “assorbite” da una superiore autorità, perdendo, dunque, la loro soggettività e specificità. Insomma, l’idea di fondo è la creazione di quel “Padrone del mondo”, vaticinato da Benson. È singolare, ma il confinamento dei titoli di “Vicario di Cristo” e “Successore di Pietro” nell’ambito di quelli meramente storici sembrano trovare ispirazione in quel testo, tanto amato da Jorge Mario Bergoglio. Uno dei protagonisti, Julian Felsenburgh, in effetti, considera appunto la (sua) persona superiore all'ufficio che ricopre, mettendo in primo piano se stesso e relegando i titoli a mere espressioni storiche: del resto, le cariche, per lui, sono strumentali al disegno di diventare il “padrone del mondo”. Si legge nel romanzo: «Felsemburgh era semplice e complesso come la vita: semplice nell'essenza, complesso nella creatività. Ma la prova suprema della sua straordinaria missione si era rivelata in quel messaggio immortale. Non si poteva aggiungere una sola parola a ciò che lui aveva generalo: le linee direttive più divergenti, infatti, convergevano in lui, punto di partenza e punto d'arrivo. Nessuno ancora pensava se egli avrebbe dato o no prova della sua immortalità; sarebbe stato certamente positivo se la vita avesse rivelato in lui il suo sommo segreto: ma non era poi così necessario. Il suo spirito, infatti, riempiva il mondo: l'individuo non era più distinto dai suoi simili e la morte era da ritenersi come un increspamento che si produce qua e là sul placido mare. Dopo tanto tempo l'uomo era giunto a sapere che l'individuo non è nulla e la razza è tutto. La cellula riconosceva la propria totalità al corpo e i più grandi pensatori avevano persino dichiarato che la coscienza individuale doveva cedere il titolo di personalità alla massa degli uomini. Era infatti per questo intenso desiderio d'unità che gli uomini s'erano decisi a riappacificarsi nell'umanità totale. Diversamente, come sarebbe stato possibile spiegare la fine dei conflitti di parte e le rivalità nazionali?» (cap. I, parte III).
Con ciò non vogliamo dire che Jorge Mario Bergoglio voglia diventare “padrone del mondo”. Ci mancherebbe. Anzi, ci sentiamo di escluderlo radicalmente. 
È innegabile, tuttavia, che le sue azioni trovino in quel romanzo la loro precipua ispirazione.
Forse, quella modifica dell’Annuario Pontificio 2020 – senz’altro voluta ed approvata da Francesco - sia un messaggio che si è voluto lanciare perché sia letto ed inteso da chi di dovere, cioè dal futuro Padrone del mondo (cfr. E. Yore, Francis Footnote Follies: Why Francis Dropped the Title of Vicar of Christ…, in Remnant Newspaper, April 5, 2020, in trad. it. Perché Francesco ha rinunciato al titolo di Vicario di Cristo, in Unavox, aprile 2020).
Non sappiamo la risposta. Solo la storia ed il susseguirsi degli eventi, che stiamo vivendo, potranno rivelarcelo.
L’altra ragione di singolarità di questa Pasqua è che, proprio in prossimità di essa, il Vescovo di Roma, approfittando delle dirette streaming delle messe mattutine nella cappella dell’hotel Santa Marta, ha voluto, come dire, riesumare alcuni suoi ever green, come la discussa teoria circa la salvezza di Giuda e l’esclusione del titolo di corredentrice per la Vergine Maria (che sarebbe una tonterías). Ora, riservando anche sul tema dell’asserita salvezza del Traditore di dire la nostra, e appuntando l’attenzione sulla seconda tematica, non possiamo non rilevare come esso trovi, al contrario, il suo pieno fondamento tanto nella Scrittura quanto nella Tradizione della Chiesa (cfr. M. Guarini, Bergoglio: un guazzabuglio su Maria semplice discepola, per di più meticcia e giammai ‘Corredentrice’, in Libertà e persona, 14.12.2019; R. De Mattei, La teologia “meticcia” di papa Francesco, in Corrispondenza romana, 18.12.2019; S. Brachetta, Il valore corredentivo della “compassio” di Maria, in blog Aldo Maria Valli, Duc in altum, 20.12.2019; L. Siniscalchi, L’Addolorata Regina dei martiri, in Settimanale di Padre Piofasc. 36, 14.9.2014; C. Codega, Sulla via della Croce con Mariaivifasc. 44, 12.11.2017; C. Gnerre, Nella commozione … la Corredenzione di Mariaivifasc. 35, 9.9.2018; S. M. Manelli, L’anima trapassata dalla spada. I 7 Dolori della Madreivifasc. 9, 3.3.2019; A. M. Apollonio, I “punti fermi” della Corredenzione marianaivifasc. 5, 2.2.2020).  E proprio su questa problematica della corredenzione mariana, rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

Una Pasqua che rimarrà nella storia

di Roberto de Mattei


La settimana di Pasqua del 2020 è destinata ad entrare nella storia, per la sua eccezionalità, come quel giorno di febbraio del 2013 in cui Benedetto XVI annunziò la sua rinunzia al pontificato. Un misterioso filo conduttore sembra legare questi due eventi. Un medesimo senso di vuoto li collega.
Benedetto XVI ha rinunziato al mandato petrino, senza spiegare i legittimi motivi morali che potessero spiegare quel suo gesto estremo. Papa Francesco, da parte sua, conserva giuridicamente questo mandato, ma non lo esercita e sembra addirittura volersi spogliare del più alto titolo che gli compete, quello di Vicario di Cristo, trascritto, nell’ultima edizione dell’Annuario Pontificio, come un appellativo storico, e non costitutivo. Se Benedetto XVI ha rinunciato all’esercizio giuridico del Vicariato di Cristo, sembra quasi che papa Francesco abbia rinunciato all’esercizio morale della sua missione. La sospensione delle cerimonie religiose in tutto il mondo, afflitto dal Coronavirus, sembra essere un’espressione simbolica, ma reale, di un’inedita situazione, in cui la Divina Provvidenza sottrae ai Pastori il popolo che essi hanno abbandonato.
Non sappiamo quali saranno le conseguenze politiche, economiche e sociali del Coronavirus, ma ne misuriamo in questi giorni le sue conseguenze sulla Chiesa. Un velo sembra essersi sollevato: è l’ora del vuoto, del gregge privo dei suoi Pastori. Piazza San Pietro, vuota nella Domenica delle Palme, sarà vuota anche la domenica di Pasqua. «Il Santo Padre – ha comunicato il Vaticano – celebrerà i riti della Settimana Santa all’altare della cattedra, nella basilica di San Pietro, senza concorso di popolo, in seguito alla straordinaria situazione che si è venuta a determinare, a causa della diffusione della pandemia da Covid-19».
Secondo la philosophia perennis, la natura ripudia il vuoto (natura abhorret a vacuo). Nell’ora del vuoto spirituale, l’anima di chi ha la fede si rivolge istintivamente a Colei che non è mai vuota, perché ripiena di tutte le grazie: la Beatissima Vergine Maria. Solo in Lei l’anima può trovare quella pienezza spirituale e morale che la piazza di San Pietro e le innumerevoli chiese chiuse in tutto il mondo non offrono più. E una Messa in streaming può soddisfare gli occhi, ma non riempie l’anima. Ma papa Francesco, invece di alimentare la devozione e il culto a Maria, vuole spogliare anche Lei dai titoli che Le spettano. Il 12 dicembre 2019 il Papa aveva liquidato la possibilità di nuovi dogmi mariani, come quello su Maria corredentrice, affermando: «quando arrivano storie per cui si dovrebbe dichiarare questo, o fare quest’altro dogma o questo, non perdiamoci nelle sciocchezze». E il 3 aprile 2020 ha ribadito che la Madonna «non ha chiesto di essere una quasi redentrice, o una corredentrice. No. Il redentore è uno solo. Soltanto discepola e madre». 
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Queste parole sono state espresse alla vigilia della Settimana Santa, che è quella in cui la Madonna completa sul Calvario la sua missione di corredentrice e mediatrice di tutte le grazie. Papa Benedetto XV ne enuncia così la ragione: «Come ella soffrì e quasi morì con il Figlio suo sofferente e morente, così rinunciò per la salvezza degli uomini ai suoi diritti di madre su questo Figlio e lo immolò per placare la divina giustizia, sicché si può dire, a ragione, che ella abbia redento con Cristo il genere umano. Evidentemente per questa ragione tutte le diverse grazie del tesoro della redenzione vengono anche distribuite attraverso le mani dell’Addolorata» (Lettera Apostolica Inter sodalicia, 22 marzo 1918).
Secondo alcuni teologi, la parola corredentrice assorbe quella di mediatrice; secondo altri, come don Manfred Hauke, la parola mediazione universale di Maria si presta a un significato più ampio di quello di corredenzione, includendone il contenuto (Introduzione alla Mariologia, Eupress FTL, Lugano 2008, pp. 275-277). Essa integra l’aspetto “discendente”, per cui le grazie arrivano agli uomini, con quello “ascendente” espresso dalla corredenzione, attraverso cui la Madonna si unisce al sacrificio di Cristo. I due titoli sono in ogni modo complementari, come insegna mons. Brunero Gherardini nel suo saggio La corredentrice nel mistero di Cristo e della Chiesa (Viverein, Roma 1998), e si collegano a quello di Regina del Cielo e della terra.
Ma è necessario continuare? San Bernardo dice: «De Maria numquam satis» (Sermo de Nativitate Mariae, Patrologia Latina, vol. 183, col. 437D) e sant’Alfonso Maria de’ Liguori afferma: «Quando un’opinione onora in qualche modo la santa Vergine, ha un certo fondamento e non ha nulla di contrario né alla fede né ai decreti della Chiesa, né alla verità, il non accettarla e il contraddirla perché anche l’opinione opposta potrebbe essere vera, denota poca devozione verso la Madre di Dio. Io non voglio essere annoverato fra questi spiriti poco devoti, né vorrei che lo fosse il mio lettore, ma piuttosto vorrei essere annoverato fra coloro che credono pienamente e fermamente tutto ciò che senza errore si può credere delle grandezze di Maria» (Le glorie di Maria, Cap. V, § 1).
I devoti di Maria sono una famiglia spirituale che ha il suo prototipo e patrono in san Giovanni Evangelista, l’apostolo prediletto, che ricevette da Gesù, sul Calvario, una immensa eredità. Tutto è riassunto nelle parole di Gesù, quando sulla Croce, «vedendo sua madre e il discepolo che Egli amava, disse a sua madre: ‘Donna, ecco, il figlio tuo’ e rivolgendosi a san Giovanni: ‘Ecco la madre tua’» (Gv. 19, 26-27). Con queste parole Gesù stabilì un legame divino e indissolubile non solo tra Maria SS.ma e san Giovanni, rappresentante del genere umano, ma tra Lei e tutte le anime che di san Giovanni avessero seguito l’esempio di fede e di fedeltà. San Giovanni è il modello di coloro che nell’ora del tradimento e della rinuncia, rimangono fedeli a Gesù, attraverso Maria. «Dio-Spirito Santo vuol formarsi degli eletti in Lei e per mezzo di Lei e Le dice: ‘in electis meis mitte radices’ (Siracide 24, 12)», scrive san Luigi Grignion di Montfort (Trattato della Vera devozione alla Santa Vergine, n. 34), assicurandoci che i suoi devoti riceveranno una fede ferma e incrollabile che li farà rimanere saldi e costanti in mezzo a tutte le tempeste (ivi, n. 214). Plinio Corrêa de Oliveira ha dimostrato come la devozione mariana, non esteriore e non incostante, ma ferma e perseverante, sia un fattore decisivo, nello scontro tra la Rivoluzione e la Contro-Rivoluzione che si acuirà sempre di più nei tempi oscuri che ci attendono. Maria, mediatrice universale, è infatti il canale attraverso il quale passano tutte le grazie e le grazie pioveranno in abbondanza per chi la prega e lotta per Lei (Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, ed. it. Sugarco, Milano 2009, pp. 319-332).
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Il grande arcidiacono d’Évreux, Henri-Marie Boudon, alla cui spiritualità si formò san Luigi Maria Grignion di Montfort, scriveva che nelle calamità pubbliche, come le guerre o le epidemie, noi ce la prendiamo con gli altri, mentre bisognerebbe prendersela con noi stessi e con i nostri peccati: «Dio ci colpisce per essere contemplato e noi invece non solleviamo gli occhi dalle creature» (La dévotion aux saints anges, Clovis, Condé-su-Noireau 1998, p. 265). In questi giorni inquietanti, non affatichiamoci a cercare quale sia la mano degli uomini dietro la pandemia. Accontentiamoci di scorgervi la mano di Dio. E poiché la Madonna, oltre che corredentrice e mediatrice, è anche regina dell’universo, non dimentichiamo che Dio ha assegnato a Lei il compito di intervenire nella storia, opponendosi all’azione che vi esercita il demonio. Per questo quando il Signore flagella l’umanità l’unico rifugio è Maria. Da Lei attinge la forza chi non abbandona il suo posto, ma resta in campo per combattere l’ultima battaglia: quella per il trionfo del suo Cuore Immacolato.