mercoledì 24 agosto 2016

Ricevuto dai Monaci di Norcia

Volentieri facciamo girare.

Cari amici,

Avete tutti ormai sentito del terremoto che ci ha colpiti la notte scorsa. Le forti scosse erano di magnitudo 6.2. Abbiamo passato le ultime ore ad osservare la situazione.

Primo: Stiamo tutti bene. Siamo vivi, e non abbiamo feriti da segnalare. Purtroppo però ci sono molti feriti nella regione, soprattutto tra gli abitanti dei paesini di montagna. Vi domandiamo di pregare per loro. Noi monaci faremo tutto il possibile per dare il nostro contributo sul territorio, ma avremo un gran bisogno del vostro sostegno spirituale.

Secondo: Come molti a Norcia e nelle aree circostanti, abbiamo subito ingenti danni agli edifici, specialmente alla nostra basilica. Ci vorrà del tempo per valutarne l’entità, ma è già molto triste vedere tutti i meravigliosi restauri fatti alla casa natale di San Benedetto trasformarsi in pochi secondi in rovine.

Terzo: Cosa fare? Vi domandiamo di pregare per noi, per chi ha perso la vita, per chi ha perso i propri cari, per chi ha perso la casa o i beni. Avremo bisogno del vostro aiuto come sempre, ma ora più che mai, per iniziare il progetto di ricostruzione. Per favore valutate la possibilità di fare un’offerta che ci aiuti ad iniziare.

I Monaci di Norcia

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Dear Friends,

Many of you have by now heard of the earthquake that struck us during the night. The quake was a powerful one with a magnitude of 6.2. We’ve taken the past few hours to assess the situation.

First: We are OK. We are alive, and the monks were not seriously injured. Sadly, there are many injuries to report among the people of the region, especially those in small mountain villages. Please pray for them. We monks will do what we can to contribute here on the ground, but we’ll need your spiritual support in a special way during this period.

Second: We, as many others in Norcia and surrounding areas, suffered a lot of damage to our buildings and especially to our basilica. It will take some time to assess the extent of the damage, but it is very sad to see the many beautiful restorations we’ve made to St. Benedict’s birthplace reduced, in a moment, to disrepair.

Third: What can you do? Please, pray for us, for those who have lost their lives, who have lost someone they love, who have lost their homes and livelihoods. We will need your help, as always but now in a special way, to start the project of rebuilding. Please consider making a gift to help us get started.

The Monks of Norcia



Islamici di qualsiasi denominazione contro i cristiani in un aforisma di P. Rebwar Basa, sacerdote di Mosul


A flagello taerremotus, libera nos Domine




Pietro Ferrari, Da S. Emidio a Crollalanza: l’uomo e le catastrofi naturali, in Radiospada, 14.7.2015

martedì 23 agosto 2016

Sunniti e sciiti hanno un comune obiettivo: i cristiani. Parola di P. Basa

Sunniti e sciiti, seppur di diversa denominazione islamica, hanno un obiettivo comune: i cristiani. Questa è la testimonianza di P. Rebwar Basa di Erbil, che smentisce – da testimone oculare e di prima linea – la vulgata dell’islam come religione di pace …. (cfr. anche Paolo Facciotto, «Solo riconoscere che è in atto un genocidio potrà aiutare i cristiani a restare in Iraq e in Siria», in LNBQ, 22.8.2016). Il fatto che sia stato contestato al Meeting CL di Rimini la dice lunga di quanto sia diffusa quest'erronea convinzione in Occidente e nella Chiesa, tanto da far credere che il Dio Triuno cristiano sia Allah, come nota il giornalista Antonio Socci in un recente suo contributo (Ma il "Dio" di Avvenire e ciellini è oggi Allah?, in Lo straniero, 20.8.2016, tradotto in inglese da Rorate caeli).


Nella vigilia di S. Bartolomeo e nella festa di S. Filippo Benizi, confessore, rilanciamo il seguente articolo, pubblicato anche da Chiesa e post-concilio.

Giovanni Battista Barca o Barchi, S. Bartolomeo tra i SS. Francesco d'Assisi, Antonio da Padova e Carlo Borromeo, 1620-50, Verona

Ambito campano, S. Bartolomeo, XVIII sec., Ariano Irpino

Francesco Vanni (attrib.), Madonna con Bambino tra i SS. Filippo Neri e Filippo Benizi, 1590-1610, Lucca


Anonimo veneto, S. Filippo Benizi, 1650-60, Padova

Francesco Curradi, Visione di S. Filippo Benizi, 1625-49, Basilica di S. Maria dei servi, Siena

Giovanni Bonazza, S. Filippo Benizi, 1713, Chiesa di S. Maria dei servi, Padova

IL PRETE IRAQENO CHE TURBA IL MEETING: «SCIITI E SUNNITI SI SCANNANO, MA IL LORO VERO OBIETTIVO SONO I CRISTIANI»


Padre Rebwar Basa è un iracheno di 38 anni, nato ad Erbil e ordinato sacerdote nel monastero di San Giorgio a Mosul. Un religioso nella polveriera di questi anni, che ha vissuto in un Iraq dovei cristiani sono sempre più minoranza, perseguitata da tutti i gruppi islamici del paese e con una vita resa difficile anche dal potere ufficiale. Al Meeting di Rimini per tre giorni è venuto a raccontare la sua storia a chi visita la mostra sui martiri cristiani organizzata dalla onlus Aiuto alla Chiesa che soffre. 
L’ho visto venerdì protagonista di un episodio che mai si era verificato al Meeting di Rimini: un testimone oculare di stragi, che racconta la propria storia e che viene messo in discussione, ritenuto inattendibile dal pubblico che ascolta. L’ho filmato durante quel braccio di ferro con il pubblico, e lui ha tenuto botta: «Io ho vissuto in Iraq, sono un testimone di quello che racconto. Lì siamo 300mila cristiani ancora. Qui si racconta una cosa vera, che i sunniti ammazzano gli sciiti e gli sciiti uccidono i sunniti. È vero, e ci sono motivi religiosi, politici ed economici in quelle stragi. Ma per gli uni e gli altri noi cristiani siamo il vero obiettivo. Questo bisogna dirlo. Ogni tanto leggo che i cristiani sarebbero vittime collaterali di un conflitto. No, non è così: sono l’obiettivo principale. C’è una persecuzione che è anche un genocidio, e di questo dobbiamo parlare». 
Il pubblico rumoreggiava, contestava apertamente. Padre Rebwar con calma ha replicato: «Non vi fidate di me? Non ci credete? Potete anche approfondire: ci sono mass media, ci sono libri, ci sono altri testimoni. Potete informarvi. Però qui spesso si ha paura di parlare per non toccare la sensibilità di altre religioni, di non dire questo, non dire quello. E state vedendo grazie a questo atteggiamento come è diventata la situazione dell’Europa, dove siete la maggioranza come cristiani e vivete in allerta. Immaginate cosa si vive da noi in Iraq, dove siamo lo 0,5% della popolazione. Qui da voi ci sono ragazzi dell’islam che partono per andare a combattere in Iraq e in Siria, pronti a morire. E i vostri giovani non sono pronti nemmeno più a partecipare a una Santa Messa».
Ieri sono andato a trovarlo e gli ho chiesto se era stupito di questa incredulità. Mi ha fatto capire di no, che non è la prima volta. Ho sentito le sue parole vibranti sugli errori dell’Occidente, ma lui ora quasi se ne ritrae: «Voi in Occidente siete molto più sviluppati che da noi, non posso dirvi cosa dovete fare. Secondo me c’è un solo criterio per giudicare quel che sta avvenendo: la libertà. Dove la libertà è assicurata, non c’è conflitto, non c’è ingiustizia. Ma per esserci libertà bisogna che una minoranza possa vivere in pace, e da noi questo non accade. L’islam è una religione, che però spesso viene catturata dalla ideologia che lo rende radicale. I giovani che corrono a combattere con l’Isis sono vittime di questi islamici che gli insegnano l’odio, dicono loro di non accettare le diversità, di considerare gli altri infedeli. E quell’odio diventa persecuzione nei nostri confronti. Questo bisogna saperlo...».

sabato 20 agosto 2016

Esiste Colui che chiederà conto di tutto? Un aforisma di Solženicyn


Così crolla una civiltà

Nella festa di S. Bernardo di Chiaravalle, dottore della Chiesa e confessore, rilanciamo quest’interessante contributo, pubblicato anche da Corrispondenza romana.




Autore sconosciuto, Pala di S. Bernardo con scene della sua vita, 1285-90, Museu de Mallorca, Palma, Majorca

Juan Correa de Vivar, Morte di S. Bernardo con La Vergine ed i SS. Lorenzo e Benedetto, 1566, museo del Prado, Madrid

Anonimo, Madonna con Bambino con i SS. Vincenzo, Bernardo e Defendente, XVI sec., chiesa di S. Bernardo di Cerete Basso, Cerete

Autore ignoto, S. Bernardo, XVII-XVIII sec., Abbazia di Nostra Signora del Sacro Cuore, Westmalle, Malle

Alejandro de Loarte, Miracolo di S. Bernardo, 1620, museo del Prado, Madrid


Wouter Crabeth II, S. Bernardo converte il duca Guglielmo d'Aquitania, 1641


Gaspar de Crayer, S. Stefano Harding ammette Bernardo nell’Ordine cistercense, 1660 circa, Art Gallery of Ontario, Toronto

Ambito veneto, Madonna in gloria con S. Bernardo, XVIII sec., Verona

Giovanni Odazzi, Miracolo della Lattazione di S. Bernardo alla presenza di S. Agostino, 1720-31, Palazzo ducale, Gubbio

Jacques Joachim de Soignies, Visione di S. Bernardo, 1757, chiesa di Santa Valdetrude, Mons

Francisco Muntaner Moner, stampa della Lattazione di S. Bernardo da un'opera del Murillo, 1791-1800, museo del Prado, Madrid

Autore ignoto, Il Crocifisso abbraccia S. Bernardo, 1906, Chiesa di San Bernardo, Bornem

Così crolla una civiltà

Denatalità, aborto, celibato, divorzio, malthusianesimo: ecco perché è finito l’Impero romano Lo storico francese De Jaeghere racconta l’epoca del disincanto che tiene di mira l’occidente

di Giulio Meotti


Thomas Cole, “La distruzione dell'Impero romano” (particolare), 1836 (New York, Historical Society). Il dipinto, allegorico, è ispirato al sacco di Roma del 455 a opera dei Vandali

Prima fu Montaigne, che nel freddo inverno del 1580 a Roma si guarda intorno e riflette sulla “grandezza infinita” soffocata sotto quei ruderi. Poi Piranesi e Goethe, che si soffermano davanti alle rovine del Foro romano, alle occhiaie vuote del Colosseo, all’immensità delle Terme di Caracalla. Due secoli dopo, davanti a quella stessa maestà indistruttibile, fu Edward Gibbon a interrogarsi sui motivi che portarono alla fine del maggior impero della storia, a descriverne il rapido declino e l’agonia. Passano altri due secoli e uno storico inglese, Michael Grant, individua le somiglianze fra Roma e l’occidente: i ricchi, come allora, enormemente ricchi, che si distaccano dal tessuto sociale; la borghesia che perde ogni capacità di resistenza; la burocrazia che si estende in modo incontrollabile; la classe politica che vive isolata dai sentimenti delle masse. Le orde dei barbari, i fantasmi delle province periferiche, le ville dei senatori egoisti, i fragori degli scontri religiosi e razziali passano ammonitori, costantemente tenendo di mira il presente.
L’idea del declino occidentale spiegato attraverso la storia di Roma non è affatto nuova. Dopo la Prima guerra mondiale, un insegnante tedesco prematuramente in pensione di nome Oswald Spengler aveva pubblicato il primo volume di uno dei libri più influenti del secolo, “Der Untergang des Abendlandes”, tradotto come “Il tramonto dell’occidente”. Un testo accantonato nella seconda metà del secolo, troppo turgida la sua prosa, troppo acceso il suo debito nei confronti di Nietzsche, troppo evidente la sua influenza sui nazisti. Poi, fino al crollo dell’Unione sovietica, gli storici si sono concentrati su quello che lo storico britannico J. M. Roberts ha chiamato “Il trionfo dell’occidente”, in un libro pubblicato nel 1985. Vi è stata poi la consolidata tradizione liberal espressa da Gore Vidal nel suo “Declino e caduta dell’impero americano”, il rischio che gli Stati Uniti potessero fare la fine di Roma, la paura che le istituzioni repubblicane potessero essere danneggiate da una presidenza imperiale.
Adesso Roger-Pol Droit, classe 1949, accademico francese e filosofo di fama internazionale, affronta l’argomento in uno strepitoso saggio di copertina della rivista Le Point, dove campeggia l’immagine di Roma in rovina. “Francia, Belgio, Germania, si moltiplicano gli attacchi terroristici”, scrive Roger-Pol Droit. “Mentre aumenta il numero delle vittime, l’impotenza e la fragilità della nostra civiltà, la sua usura e il suo declino, hanno cominciato a perseguitarci”. Ovunque ci sono segni di frattura: “I jihadisti hanno condotto l’assalto contro le libertà delle democrazie laiche. Le nostre paure sono innumerevoli: pandemie, invasioni, cambiamenti climatici, veleni alimentari, estinzione delle specie… Il caos e le lacrime occupano l’immaginario collettivo, ormai saturo di confronti simbolici. Forse un giorno parleranno di noi come si parla dei dinosauri: un universo strano, andato, inghiottito. Non appena ci guardiamo indietro, che spettacolo! Civiltà scomparse hanno lasciato dietro di sé macerie, capolavori e domande per lo più senza risposta”.
Roger-Pol Droit fa l’esempio di otto civiltà perdute, oltre a Roma. Come la Mesopotamia, il territorio dell’Iraq moderno, dove più di tremila anni prima di Cristo la civiltà sumera aveva inventato la scrittura, i contratti commerciali, e altri fattori chiave del progresso. “Rivolte e rovesci militari possono essere la causa della sua morte”. C’è la storia di Creta, l’isola del re Minosse, che “ha visto una fiorente civiltà i cui palazzi, scritture, metallurgia, ceramica e terracotta, affreschi e raffinatezza non hanno smesso affascinare Arthur John Evans. Le ragioni della sua scomparsa sono controverse e i terremoti non sono più considerati una spiegazione sufficiente”. Ci sono gli Olmechi del Messico: “Le cause della loro scomparsa rimangono sconosciute”. Si passa dagli Etruschi ai Nabatei di Petra, la capitale scavata nella roccia. Per arrivare al regno Khmer: “Questo vasto impero sembra essere crollato sotto una combinazione di eccessiva burocrazia, immigrazione e impoverimento del suolo”. E per concludere con gli Anasazi in America (“sappiamo solo che i loro villaggi furono abbandonati molto tempo prima dell’arrivo degli europei) e l’Isola di Pasqua nel Pacifico: “Abitata, fiorente, poi abbandonata per ragioni che sono ancora oggetto di discussione”.
Le civiltà muoiono dall’esterno o dall’interno? Questo è il quesito più affascinante e riguarda anche l’occidente contemporaneo. “La loro scomparsa è il frutto di aggressioni esterne (guerre, disastri naturali, epidemie) o la conseguenza di una erosione interna (decadimento, incompetenza, scelta disastrosa)?”, si chiede Roger-Pol Droit. Arnold Toynbee, nel secolo scorso, è stato irremovibile: “Le civiltà muoiono per suicidio, non per omicidio”. Questa formula dello storico britannico, autore di uno studio monumentale di storia in dodici volumi, pubblicati dal 1934 al 1961, è diventata celeberrima. Lo studioso francese René Grousset ha sviluppato la stessa idea: una civiltà è distrutta dalle proprie mani. “Nessuna civiltà viene distrutta dall’esterno senza essersi innanzi tutto essa stessa deteriorata, nessun impero viene conquistato dall’esterno senza essersi precedentemente autodistrutto”, scriveva Grousset. “E una società, una civiltà non si distruggono con le proprie mani che quando hanno cessato di capire la loro ragione d’essere, quando l’idea dominante intorno alla quale si erano dianzi organizzate ridiventa loro estranea”.
Nel 2005, Jared Diamond, professore di geografia presso l’Università della California, nel suo libro “Collapse” indica cinque fattori principali di mortalità delle civiltà, in testa il cambiamento climatico. E’ il caso dei vichinghi, che in Groenlandia prosperarono per quattro secoli, prima di degenerare rapidamente, fra violenze e carestie, rimanendo infine vittime della loro insipienza. C’è invece chi, come l’americano Joseph Tainter, autore del celebrato saggio “The Collapse of Complex Societies”, sostiene che a causare il crollo delle civiltà, come Roma, siano sistemi istituzionali sempre più costosi, la svalutazione monetaria, il debito pubblico, la tassazione e l’eccessiva regolamentazione. “Ogni civiltà ha la tendenza a credersi eterna”, scrive Roger-Pol Droit. “Non prevede la fine, tranne la nostra”. Roma, per esempio, non ha mai pensato che il suo regno si sarebbe estinto. Le generazioni hanno visto un mondo che si stava disintegrando, ma per secoli, nonostante lo scricchiolio, l’edificio sembrava immortale. “Ci sono solo tre possibili ipotesi”, conclude il filosofo francese. “Il più ottimista in cui ci si illude che la nostra sopravvivenza sia altamente probabile. Il più pessimista: la nostra terra un giorno non lontano sarà fredda come la luna. L’ipotesi più plausibile è che i nostri attuali stili di vita periranno, ma tutto il resto vivrà. Come al solito”.
Un altro storico francese, Michel De Jaeghere, direttore del Figaro Histoire, nel suo libro di seicento pagine “Les derniers jours”, gli ultimi giorni, spiega che la vera grande causa della caduta dell’impero fu l’implosione demografica. Il volume è stato appena tradotto in italiano dalla casa editrice Leg, nella bella traduzione di Angelo Molica Franco. De Jaeghere spiega che “a partire dal Terzo secolo il declino demografico divenne evidente”. Non ci fu soltanto la “peste antonina”, che imperversò sotto Marco Aurelio e Commodo. La crisi economica, l’insicurezza, il brigantaggio, scoraggiarono la natalità, che smise di garantire anche il semplice rimpiazzo delle generazioni. In Gallia la popolazione era regredita del venti per cento. “Le famiglie erano fragili e poco feconde. Il concubinato rimaneva la norma, il divorzio era frequente, la mortalità elevata. Le province di frontiera del Reno e del Danubio (Rezia, Norica, Pannonia, Mesia) avevano una densità di popolazione bassissima; per questo avrebbero esercitato sui barbari che vivono dall’altro lato del confine un’attrazione irresistibile. La perdita della pietas si tradusse, da dopo l’apogeo dell’Alto Impero, in uno spopolamento che avrebbe avuto un grande peso sui destini del mondo romano. Se si arrivò a reclutare i barbari nell’esercito, a donare loro delle terre, se si cercò di imprigionare i popoli sotto un giogo fiscale, amministrativo e finanziario, fu in gran parte perché il censo ogni cinque anni costringeva le autorità a constatare che la popolazione romana diminuiva di continuo, persino nelle provincie non esposte all’invasione e alla guerra”. L’archeologia porterà alla luce cimiteri in luoghi dove due secoli prima esistevano alcuni dei più prestigiosi edifici della vita urbana. “L’impero d’occidente non aveva più una popolazione sufficiente e quindi meno ricchezze per affrontare lo sforzo sovrumano che richiedeva, in termini di uomini e di denaro, la difesa del suo vasto territorio e delle sue lunghissime frontiere”. Augusto aveva promulgato delle leggi contro i celibi (riguardavano solo i cittadini romani, quindi in sostanza solo la popolazione italiana). Lucano aveva descritto, sotto Nerone, la desolazione di un’Italia in cui “pochi abitanti vagano per le strade deserte di antiche città”. 
La crisi demografica accasciò l’impero nei primi due secoli della nostra èra: “Nell’età dell’oro dell’Alto Impero, all’apogeo della civiltà. Il divorzio era diventato una pratica comune tra le élites alla fine della Repubblica, sotto l’influsso dei costumi ellenistici”. La contraccezione era praticata in tutta la scala sociale: “Galla – scriveva Marziale in uno dei suoi Epigrammi – vuole essere soddisfatta ma non vuole figli”. “Qui – dichiarava un contadino di Crotone nel ‘Satyricon’ di Petronio – nessuno cresce bambini perché se si hanno degli eredi naturali non si viene invitati ai banchetti, né agli spettacoli, si è esclusi da ogni piacere e si vive in tristezza tra la feccia”. Le fonti letterarie ci informano della varietà dei metodi utilizzati: amuleti e pozioni magiche, periodi di astinenza, impacchi o beveroni a base di noce di galla, di ferola erubescente, di artemisia, di scorza di melograno, di polpa di fico secco. “Nel II secolo l’aborto, che fino ad allora veniva praticato per far sparire bambini nati da amori clandestini, si estese a grande scala tra le coppie dell’alta società. L’infanticidio di una creatura non riconosciuta dal padre non veniva punito dalla legge. L’omosessualità era diffusa”. Se lo spopolamento venne aggravato dalle epidemie di peste scoppiate ai tempi di Marco Aurelio e di Claudio II, oltre che dai cinquant’anni di guerra e di distruzioni del III secolo, questo tuttavia non fu solo la conseguenza della crisi dell’impero, “ma anche lo specchio di un disincanto, il frutto di un materialismo che portava a ritenere la famiglia una forma di schiavitù, il bene comune una chimera e la felicità di vivere senza obblighi, invece, come il fine supremo dell’esistenza”. Per dirla con Papa Benedetto XVI, “il disfacimento degli ordinamenti portanti del diritto e degli atteggiamenti morali di fondo che ad essi davano forza, causavano la rottura degli argini che fino a quel momento avevano protetto la convivenza pacifica tra gli uomini. Un mondo stava tramontando”.  Michel De Jaeghere spiega ancora che “i privilegiati praticavano un malthusianesimo che garantiva loro di soddisfare la propria arte di vivere, i contadini evitavano gravidanze che li avrebbero fatti vivere nell’imbarazzo, le masse urbane li imitavano per preservare il livello di vita che veniva loro assicurato, senza eccessivo sforzo, dagli aiuti e dalle distribuzioni statali”. Una serie di leggi d’ispirazione cristiana tentò, nel IV secolo, di rilanciare la demografia: con impedimenti al divorzio, multe per la rottura dei fidanzamenti, repressione degli stupri, dei rapimenti, dell’omosessualità, dell’adulterio, senza che in apparenza si ottenesse alcun risultato. “Si stima che il tasso di fecondità delle famiglie aristocratiche non fosse superiore a 1,8 figli per donna, nel IV secolo”. Appena un po’ meglio di quello dell’Europa di oggi (1,5).
Michel De Jaeghere conclude indicandoci Roma come un monito: “Possiamo stare tranquilli davanti allo spettacolo della nostra prosperità senza precedenti, delle nostre tecnologie sempre più sofisticate, di un mondo le cui connessioni virtuali danno l’illusione dell’onnipotenza. Possiamo persuaderci del fatto che i sintomi che annunciavano la caduta dell’Impero romano di occidente si erano manifestati in modo chiaro ai loro contemporanei. Che le élites del V secolo (la generazione degli ultimi Romani che fu testimone del sacco di Roma e della perdita della sua potenza) avevano presagito che avrebbero vissuto grandi avvenimenti, che il destino li aveva scelti per assistere all’affondare del più grande impero mai esistito sotto il cielo. Che non soffriremo alcun male finché non noteremo nessuno dei segnali che avevano fatto intuire loro il disastro. Non è così, però. I contemporanei della fine dell’impero romano, infatti, rifiutarono di crederci per tutto il tempo in cui riuscirono ad afferrarsi alle loro chimere. Roma ci serve da avvertimento”.
Edward Gibbon nel suo capolavoro sul crollo dell’Impero romano indica il ruolo decisivo giocato dall’islam, che prima diede un colpo mortale al ramo d’occidente avanzando in Francia fino a Poitiers (732), e che poi fece crollare quello d’oriente con la presa di Costantinopoli (1453). Siamo al terzo capitolo di questa saga?

Vero cavaliere, armatura della fede in un aforisma di S. Bernardo di Chiaravalle


venerdì 19 agosto 2016

I legami tra San Francesco di Paola e Cristoforo Colombo: il comune obiettivo della Crociata contro i Turchi

Lo scorso 27 marzo ricorreva il VI centenario della nascita di San Francesco di Paola. Egli nasceva, infatti, nella cittadina calabrese, in provincia di Cosenza, il 27 marzo 1416, da Giacomo d’Alessio, detto Martolilla, e Vienna da Fuscaldo; la sua stessa nascita fu un evento eccezionale, in quanto fu ottenuta da Dio per intercessione di San Francesco d’Assisi, essendo i genitori in età avanzata.
Il nostro Santo, patrono del Regno delle Due Sicilie (dal 1738), della Calabria, dei naviganti e dei pescatori, è ricordato oltre che per essere stato potente taumaturgo, anche per essere stato profeta, eremita e fondatore dell’ordine dei Minimi. Non solo. Presso la Corte di Francia, dove si trovò ad operare dal re Luigi XI, mostrò tutta la sua attitudine diplomatica, spinto da due obiettivi: la pace e il contrasto alla minaccia musulmana e turca. Per questo, egli sostenne l’ideale di re Carlo VIII della Crociata contro i turchi e di un Regno di Napoli testa di ponte contro l’Infedele (cfr. Amedeo Feniello, Eremita a corte, l’altro San Francesco, in Corriere della sera, 27.3.2016).
Famosa è la profezia di San Francesco Paola sulla sorte di Otranto (di cui è oggi compatrono): “Otranto, città infelice, di quanti cadaveri vedo ricoperte le tue vie, di quanto sangue cristiano ti vedo inondata”. Tali parole, esclamate dall'eremo di Paternò, indirizzate al re Alfonso d’Aragona per avvertirlo di ciò che stava accadendo ad Otranto e per incitarlo alla difesa contro il pericolo islamico rappresentato all’epoca dall’impero turco rimasero inascoltate.
Sempre in quest’ottica, recenti studi hanno messo in luce persino i non inverosimili legami del Santo con Cristoforo Colombo …. .
Anche il nostro blog vuole ricordare questo centenario, stante lo scarso, o nullo interesse,  dell’attuale establishment vaticano, atteso che la figura del santo calabrese contrasta non poco con l’attuale orientamento dello stesso, prono com’è, in un’ottica politicamente corretta, verso l’Islam e verso il “sociale”.  L’ultimo ricordo significativo da parte vaticana del Santo calabrese – che Pio XII nel 1943 aveva eletto a celeste patrono della gente di mare – risale al 2007 in occasione del V Centenario della morte dello stesso (v. Benedetto XVI, Messaggio all’Ordine dei Minimi in occasione del V Centenario della morte di San Francesco di Paola, 27.3.2007; Id., Epist. al Card. Renato Raffaele Martino, Inviato Speciale alle celebrazioni in occasione del V centenario della morte di San Francesco di Paola, 2.4.2007).

Sebastiano Zamboni, S. Francesco di Paola attraversa lo stretto di Messina sul suo mantello, 1750-74, collezione privata

Pietro Novelli - Pellegrino Del Colle, Miracolo di S. Francesco di Paola che attraversa lo stretto di Messina sul suo mantello, 1810 circa, Piacenza

E. G. May, S. Francesco di Paola con scene della sua vita, 1888, collezione privata

I legami tra San Francesco di Paola e Cristoforo Colombo: il comune obiettivo della Crociata contro i Turchi

di Giuseppe Pisano

Sono passate anche le celebrazioni del Cinquecentesimo anno dalla morte di San Francesco di Paola e bisogna registrare un vero e proprio vuoto relativamente agli studi sui possibili collegamenti tra il Santo di Paola (1416-1507) e Cristoforo Colombo (1451-1506). I vari convegni storici internazionali che si sono succeduti, compreso l’ultimo tenutosi nel settembre 2007, hanno affrontato gli argomenti più disparati riguardo alla figura e all’opera di San Francesco di Paola senza però trattare tale tematica. Eppure alla luce degli ultimi studi sul “navigatore dei due mondi” e sulla scoperta dell’America, effettuati in particolare dal colombista Ruggero Marino, emergono alcuni elementi da non sottovalutare che, se approfonditi, potrebbero rivelarsi utili per una ricostruzione più completa e veritiera sulla figura del Santo calabrese e sulla storia del continente americano.
Marino nei suoi libri, pubblicati a partire dal 1991(1), sulla base di una nuova interpretazione di antiche carte e documenti, rivisita le vicende dell’”Ammiraglio del Mare Oceano” e della scoperta del Nuovo Mondo facendo emergere innanzitutto la figura di un Papa ignorato dalla ricerca storica: Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo, 1484-1492) che fu, a suo dire, il vero artefice (sponsor) del viaggio di Colombo.
Un altro eminente colombista, il professor Gaetano Ferro (2) parla invece di commistioni tra l’impresa di Colombo ed il pontefice Sisto IV (Francesco della Rovere, 1471-1484)(3).
Si conoscono i legami molto stretti tra questi due papi provenienti dalla Liguria (a differenza del Papa spagnolo che succederà, nell’agosto 1492, a Innocenzo VIII: il famoso Alessandro VI detto il Borgia) ma i colombisti non hanno mai fatto caso agli straordinari legami che il Santo di Paola (così come il suo braccio destro p. Baldassarre De Gutrossis da Spigno(4)) aveva con i predetti pontefici liguri, e soprattutto non hanno mai effettuato alcun accostamento – ad eccezione, anche se solo marginalmente, di Marino (5) – tra il religiosissimo Colombo (defensor fidei) e il suo contemporaneo San Francesco di Paola.
Per fare qualche esempio, ricordiamo i colloqui segreti tra San Francesco e papa Sisto IV(6) avvenuti nel 1483 prima della sua partenza per Tours, in Francia presso la corte di Luigi XI, il re più potente d’Europa(7). Da sottolineare che in quel periodo era presente a Roma anche Lorenzo il Magnifico assieme al suo figlioletto Giovanni, di appena tre anni, al quale il Paolano predisse che sarebbe diventato papa. Difatti, Giovanni de’ Medici, che Innocenzo VIII aveva creato cardinale a soli diciotto anni (sulla base di tale precedente Colombo pretenderà la porpora per il figlio minorenne Diego e lo farà attraverso una lettera, scoperta di recente, inviata al papa nel 1493 ), morto Giulio II, fu eletto papa nel 1513, col nome di Leone X(8). Lorenzo era peraltro consuocero di Innocenzo VIII in quanto Franceschetto, figlio legittimo del pontefice(9), aveva sposato la figlia del Magnifico, Maddalena dei Medici(10). Sisto IV nel 1474, con la Bolla Sedes Apostolica, diede il primo vero riconoscimento alla congregazione eremitica e papa Innocenzo VIII, con la Bolla Pastor Officium, confermò i privilegi concessi dal suo predecessore all’Ordine di San Francesco di Paola.
Gli studiosi di Colombo parlano di due avvenimenti storici che si rivelarono determinanti per la successiva partenza dell’Ammiraglio genovese, avvenuta il 3 agosto 1492: la battaglia di Otranto (1480) e la resa di Granada (2 gennaio 1492)(11). Due episodi, questi, che vedono il santo di Paola assumere un ruolo di primo piano (12). Difatti Francesco preannunciò con largo anticipo l’attacco dei turchi a Otranto, avvenimento questo che la letteratura ha etichettato, forse troppo sbrigativamente, come “miracolo”; e riguardo a Granada i fatti ci descrivono che re Ferdinando V, scoraggiato, stava per abbandonare l’assedio della città di Malaga (facente parte del reame moresco di Granada) quando grazie all’intervento dei due inviati di Francesco, i padri Bernardino Otranto e Jacques l’Espèrvier, il re spagnolo decise improvvisamente di non desistere e i mori furono costretti a firmare la resa. Da allora in terra di Spagna i seguaci dell’Ordine di San Francesco di Paola furono chiamati Frates de Victoria(13) ed in varie località andaluse (tra cui Siviglia, Cadice e Andujar) vennero fondati istituti e conventi dell’Ordine per concessione di Ferdinando il Cattolico(14). Negli stessi scritti di Colombo ricorrono spesso questi due episodi.
Si parla sempre più fortemente di una regia del Vaticano e di una copertura politica della Spagna (la “cattolicissima nazione”) riguardo alla spedizione di Colombo e si comincia a mettere da parte la “storiella”, durata oltre cinquecento anni, dei finanziamenti concessi dai regnanti spagnoli, Isabella di Castiglia (cui si dice avesse impegnato addirittura i propri gioielli per aiutare Colombo) e Ferdinando d’Aragona mentre, al contrario, prende piede con sempre maggiori certezze la teoria secondo cui a finanziare il viaggio dell’”Eroe dei due mondi” furono banchieri fiorentini (Giannotto Berardi, banchiere legato a Lorenzo il Magnifico) e genovesi (Francesco Pinelli, pronipote di papa Innocenzo VIII) con il loro socio Santàngel (15), lo stesso Colombo e altri (16). Francesco Pinelli a quel tempo viveva in Andalusia ed era”in stretto contatto con Battista Pinelli che fu accolto da Innocenzo VIII tra i notai apostolici e qualificato dallo stesso come cives ianuenses (17). Battista, anch’esso pronipote di Giovan Battista Cybo, tra il 1491 e il 1495 rivestì l’incarico di arcivescovo di Cosenza(18) e, quasi certamente, ebbe un ruolo riguardo ai primi finanziamenti ricevuti da Colombo in Spagna, nazione dove l’arcivescovo cosentino ricevette da Innocenzo VIII e dal suo successore Alessandro VI numerosi benefici (19).
Dopo il primo viaggio di scoperta dell’Almirante, che aveva visto tra l’equipaggio - composto da appena novanta membri e senza la presenza di uomini di chiesa - il marinaio calabrese Anton Calabrés(20) proveniente quasi certamente da Amantea(21)(paese vicino Paola), la scelta dei religiosi da inviare nel Nuovo Mondo era di esclusiva pertinenza del re, e Ferdinando favorì la partenza, guarda caso, di Bernardo Boyl (22), già suo consigliere e segretario il quale poco tempo prima aveva deciso di entrare nell’Ordine dei Frati Minimi Eremiti dopo avere conosciuto personalmente a Tours, nel 1486, il suo fondatore San Francesco di Paola. Boyl, un anno prima della partenza per il nuovo continente al seguito di Cristoforo Colombo, come primo missionario e con compiti di delegato apostolico concessi con bolla pontificia (Piis fidelium del 25 giugno 1493), era stato nominato dal Paolano Vicario Generale per la Spagna.
Ci risulta difficile, a questo punto, pensare che il Santo calabrese - dichiarato da Pio XII “Patrono della gente di mare italiana”(23) - non abbia mai avuto rapporti con Colombo, soprattutto quando si è certi che lo stesso Boyl (compagno spirituale dell’Ammiraglio genovese) incontrò nuovamente il Paolano a Tours di ritorno dal Nuovo Mondo (1494) prima di recarsi a Roma dal Papa per incarico dello stesso Francesco al fine di intercedere in favore dell’Ordine dei Minimi(24). Così come non è improbabile che ci sia stato un incontro tra Colombo e i citati inviati di San Francesco nel periodo della presa di Granada visto che a quel tempo era presente anche l’Ammiraglio genovese in quella città. E poi i rapporti di Colombo con la Francia furono non pochi e forse più di quanto si è detto finora(25). Degno di nota, ma poco conosciuto e approfondito, è il fatto che, riguardo al primo viaggio di scoperta, sulle caravelle di Colombo dovevano salire due francescani della provincia di Francia, che l’Ammiraglio aspettò fino all’ultimo, e fu poi costretto a partire dal porto di Palos senza religiosi(26). I frati francesi, che parteciparono al viaggio successivo di Colombo, erano mandati dal generale dell’Ordine, Francesco Samson il quale, per il ruolo che rivestiva, non poteva non avere rapporti con la corte di Francia e con Francesco di Paola, consigliere spirituale della famiglia reale e figura che crebbe ”nel segno e nel nome di Francesco d’Assisi”(27).
Si è sempre ampiamente parlato invece del grande impegno di San Francesco di Paola presso la corte francese(28) e non solo, per il ristabilimento delle relazioni tra Francia e S. Sede; per il superamento dei contrasti tra Francia e Spagna e tra Francia e Regno di Napoli al fine di evitare lo scoppio di nuovi conflitti armati tra potenze cristiane. Ma, oltre tale scopo, potrebbe esserci qualcos’altro di molto importante nelle intenzioni di Francesco. Infatti, nell’Europa cristiana di quel periodo, in cui regnava un clima di massimo disordine, è più che probabile che quel tanto prodigarsi del Santo calabrese in favore dell’unione dei potentati cristiani italiani ed europei avesse un fine ben preciso e cioè la realizzazione di una crociata comune, alle soglie del ‘500, contro i musulmani. Sono d’altronde diversi i documenti e le testimonianze che portano in questa direzione.
Inequivocabili appaiono le due lettere, da sempre sottovalutate dai biografi del Santo, inviate da Francesco tra il 1482 e il 1496 a Simone di Alimena(29), duca di Montalto(30) in Calabria e Vicerè delle Puglie, suo amico e benefattore appartenente a una famiglia di origine greca. Il Paolano nella missiva del 5 febbraio 1482 - esattamente due anni dopo Otranto e un anno prima dei suoi incontri con i più grandi regnanti del tempo - mette pesantemente sotto accusa l’atteggiamento dei prìncipi secolari che definisce “peggiori degli infedeli” e “tiranni del popolo di Dio”. Parla di un uomo “del sangue di Costantino imperatore figliolo di Sant’Elena e del seme di Pepino...” che “per virtù dell’Altissimo confonderà i tiranni, gli eretici ed infedeli...” e “farà un grandissimo esercito...”. Dice che sarà fondato per volere di Dio un nuovo Ordine (“una nuova religione e sarà l’ultima. Procederà con le armi, con le orazioni e con la santa ospitalità...”). E sempre rivolgendosi al suo amico montaltese scrive: “da V.s. ha da nascere lo Gran Duca della milizia, ha da vincere il mondo ed insignorirsi dello temporale e spirituale e non potrà più essere al mondo niuno signore che non sia dell’Ordine della sancta milizia dello Spiritu Sanctu. Porteranno il segno di Dio [la croce] vivo in petto...”. E aggiunge: “Il Capo e fondatore di tal gente sarà uno della vostra stirpe e questo sarà il grande riformatore della Chiesa di Dio...sarà gran capitano e principe di gente santa, nominati li ‘Santi Crociferi di Gesù Cristo’, con li quali consumerà la setta maomettana con il resto degl’infedeli”. Infine, nella lettera del 13 agosto 1496 San Francesco, riguardo al nuovo Ordine, dirà che esso si mostrerà “con crocifisso alzato e sollevato sopra gonfalone in luogo eminente” e “Vincitore si chiamerà il loro fondatore, e vincerà il mondo, la carne ed il demonio”(31).
Un’altra testimonianza importante in tal senso viene da padre Giovanni Fiore da Cropani, il massimo storico della Calabria seicentesca, il quale scrive che il Paolano “profetizzò nella Calabria una religione di cavalieri per mettere a fondo l’Ottomano Imperio...”(!)(32). E persino nella Bolla di Leone X per la canonizzazione di S. Francesco di Paola si parla di “Sancte Cruciate et expeditionis in Turcos ...(33)”.
L’eremita paolano, forse è bene evidenziarlo, “era buono e caritatevole, ma non era contrario alla guerra, alle pene corporali, al carcere, alla pena di morte e alla vendetta divina”(34). Lo stesso abito adottato dall’Ordine, con “il cappuccio che copre le spalle e il petto fin sotto le ginocchia, ha la forma dell’elmo e della corazza del cavaliere medievale, a simboleggiare l’eroicità dello spirito (35)”.
Secondo la tradizione “ mentre Francesco attende alla preghiera in luogo appartato, gli appare l’Arcangelo San Michele (36) che gli reca un cappuccio e uno stemma a forma di sole sfolgorante con la scritta Charitas (37) al centro, su tre righe quasi ad indicare che la venerazione instancabile di Francesco per l’Amore di Dio si fonda sul mistero profondo della Santissima Trinità”(38).
Anche i papi di allora erano molto preoccupati della minaccia islamica. Costantinopoli cadrà il 29 maggio 1453 per opera dei turchi e si può dire che da quel momento la crociata sarà il comune denominatore della politica vaticana: da papa Niccolò V, che con una bolla del 30 settembre dello stesso anno si rivolse a tutti i principi per spingerli ad affrontare la “santa crociata”(39), a Innocenzo VIII, il pontefice che, una volta conclusa la crociata in terra di Spagna, darà la spinta finale per la partenza di Colombo nella sua crociata d’oltremare per il definitivo riscatto di Gerusalemme che doveva passare attraverso la circumnavigazione del globo. Non a caso sulle vele delle caravelle dell’Ammiraglio del Mare Oceano erano ben presenti le croci crociate o templari. A tal proposito pare che già due secoli prima della spedizione di Colombo in America i Templari, che furono l’istituzione europea più grande e ricca dopo la Chiesa, dal loro porto di La Rochelle (Port des minimi) in Francia solcarono le acque dell’Atlantico e raggiunsero il nuovo continente.
Colombo fu sicuramente influenzato dalle informazioni contenute nell’opera “Il Milione” di Marco Polo, difatti nella sua biblioteca fu trovato un esemplare riccamente annotato(40). Il navigatore genovese (41) era convinto che si potessero raggiungere le coste orientali dell’Asia viaggiando verso occidente e quindi che il “Catai” e il “Cipango” ( una delle “settemila isole indiane” indipendenti - secondo Polo - distanti “1400 miglia marine dalla terraferma”) si trovassero a poche settimane di viaggio dalla costa iberica. Gli scopi iniziali di Colombo erano la scoperta e la presa di possesso attraverso un atto giuridico, non la conquista con la forza militare: con tre navi e circa novanta uomini sarebbe stato impossibile. Giuridicamente la presa di possesso di isole era giustificata dalla presunta Donazione di Costantino che attribuiva al Papa l’autorità su tutte le isole del mondo così come da scritti giuridici, risalenti al secolo precedente la scoperta (Tractatus de Insulis di Bartolo da Sassoferrato), si era stabilito che le isole lontane dalla terraferma più di cento miglia non erano più sotto la sovranità del sovrano che governava sulla terraferma e potevano essere occupate come terra di nessuno (terra nullius) nel caso fossero abitate da pagani e non venisse opposta una effettiva resistenza all’occupazione(42). La Donazione di Costantino è un documento apocrifo risalente agli anni dell’incoronazione di Pipino il Breve a re dei Franchi da parte del papa(43), in un periodo in cui si dava inizio allo Stato della Chiesa proprio grazie all’intervento dello stesso imperatore contro le truppe di Astolfo re dei Longobardi, avvenuto tra il 754 e il 756. A tal proposito anche il nipote di Pipino, figlio di Carlo Magno - che fu battezzato il giorno di Pasqua da papa Adriano I che gli cambiò il nome di Carlomanno in quello di Pepino e il giorno seguente lo consacrò re d’Italia in età di soli 3 anni - sconfisse gli Avari che volevano invadere l’Italia e nell’801 scacciò i Saraceni dalla Corsica.
La vera conquista doveva quindi avvenire successivamente al viaggio di scoperta.
Sono tante le testimonianze che attestano il fatto che il tema della Crociata, della liberazione del Santo Sepolcro, della lotta contro i Musulmani era un’idea fissa che dominava il pensiero di Colombo. Il 4 marzo del 1493 l’Ammiraglio scriveva ai reali di Spagna affermando che nel giro di sette anni avrebbe pagato ai Re di Spagna 5.000 cavalieri e 50.000 fanti per la conquista di Gerusalemme “per effettuare la quale si decise questa impresa”, e dopo altri cinque anni “altri 5.000 cavalieri e 50.000 fanti, che farebbero 10.000 cavalieri e 100.000 fanti...”(44). Nel 1501 in un’altra lettera indirizzata ai sovrani spagnoli citava Gioacchino a Fiore (l’Abate Joahachin Calabrés) il quale aveva scritto “che sarebbe venuto dalla Spagna chi doveva riedificare la casa del monte Sion”(45). A tale riguardo Paolo Emilio Taviani, uno dei massimi studiosi a livello mondiale di Colombo, disse che forse il vero movente che spinse Colombo ad affrontare questo difficilissimo viaggio “fu la prospettiva mistica di essere protagonista d’una missione provvidenziale, e tutto ciò s’inquadra nella concezione del mondo derivata dall’abate calabrese, dalla quale Colombo, come tanti francescani del suo tempo, era più o meno consapevolmente influenzato e condizionato”(46). Il disegno di Colombo era quello dell’evangelizzazione delle genti amerinde; era quello della conquista dell’oro per la crociata in Terra Santa: “raccomandai alle Vostre Altezze, che tutto il ricavato di questa mia impresa si impiegasse per la conquista di Gerusalemme...” (Giornale di bordo, 26 dicembre 1492)(47).”L’oro era per lui non soltanto strumento di ricchezza, di progresso economico, ma anche e soprattutto, strumento di potenza per la Cristianità, nonché mezzo per una guerra vittoriosa contro i turchi per la riconquista del Santo Sepolcro; infine, perchè no? mezzo necessario a procurare l’avvento della terza era gioachimita, l’età del generale benessere e della perfezione” (48).
Appare chiaro, dunque, che la crociata fosse un’idea fissa, un obiettivo concreto, sia nel pensiero di Cristoforo Colombo sia in quello di San Francesco di Paola. D’altronde l’Islam minacciava fortemente la cristianità: la caduta di Costantinopoli, il sangue cristiano versato nell’attacco degli infedeli a Otranto erano i segnali che non si poteva attendere oltre. E una volta conclusa la crociata contro i Mori in terra di Spagna - con il contributo importante dei Frates de Victoria - si poteva intraprendere finalmente la definitiva crociata di Colombo (49).
San Francesco e i papi si affrettarono ad unire i potentati europei. Colombo da parte sua non lasciò inadempiuto nessun tentativo pur di raggiungere lo scopo bussando a tutte le corti d’Europa. Ed è probabile che la convinzione dell’Ammiraglio a voler partire dalla Spagna fosse dettata proprio dalla volontà di tener fede alla profezia dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore il quale, tra l’altro, viene menzionato -oltre che, come prima detto, nelle lettere ai reali spagnoli e sul Giornale di bordo- ripetute volte anche nel suo Libro de las profecias: “...fiorì in Calabria e scrisse vari libri di grande utilità. Inoltre, nella spedizione dei re e dei principi alla Terra Santa [la Quarta Crociata, 1203-04], ed a loro domanda, egli predisse che avrebbero ottenuto poco profitto poiché non era ancora arrivato il momento per intraprendere [la spedizione]”(49).
Infine, in una missiva indirizzata al papa del 1502 Colombo dirà che “Satana ha impedito tutto questo e con violenza ha fatto in modo che nulla si realizzasse...e perchè non venga alla luce un così santo proposito”(51).
Detto ciò, se la storia fa ancora credere che tra Cristoforo Colombo e San Francesco di Paola non esista alcuna connessione noi diciamo con convinzione che bisogna approfondire gli studi in questa direzione per amore di giustizia e verità storica.

NOTE

1)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito: un giallo storico lungo cinque secoli, Newton Compton, Roma, 1991.
2)Professore emerito, fu anche membro della Giunta del Comitato Nazionale per le celebrazioni del V Centenario della Scoperta dell’America e, per dieci anni, presidente della Società Geografica Italiana.
3)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito, IV edizione ampliata, RTM, Roma, 1997, p.127. Cfr. anche Ferro G., I luoghi di Colombo nel vecchio mondo, ECIG, 1988; Ferro G. e Pampaloni C., I Colombo e il Ponente Ligure, Civico Istituto Colombiano, 1990.
4)Confessore e consigliere stimato dei papi Sisto IV e Innocenzo VIII. Giurista di fama lasciò la sua carriera intorno al 1470 per seguire il frate Paolano e fu un validissimo sostegno a Francesco per la nascita e la crescita dell’Ordine. Cfr. Galuzzi A., Origini dell’Ordine dei Minimi, Roma, 1967.
5)Finora possiamo dire quindi che tra i colombisti solo Marino nei suoi studi sulla vita e sui viaggi di Colombo si accorge che in qualche modo la figura di San Francesco di Paola esiste e ne fa menzione tre volte in un suo libro(Cristoforo Colombo. L’ultimo dei templari, Milano, S&K, 2005): in merito alla battaglia di Otranto (p.19); al Santuario di Genova a lui dedicato edificato dai Doria (per tale motivo i genovesi usavano chiamare i frati minimi “i religiosi del principe di Oria”) e dai Centurione, due famiglie legate a Colombo (p.30) e, infine, alla profezia del Paolano riguardante l’imminente sconfitta della ”setta maomettana” grazie ad una nuova religione, “l’ultima religione” (p.278) di cui si parlerà più avanti .
6)Francesco della Rovere (1414-1484), francescano divenuto generale del suo Ordine prima di ascendere al papato. Nel 1473 nominerà cardinale Giovanni Battista Cybo che gli successe mentre era vescovo di Molfetta.
7)Il Paolano, con la benedizione di papa Sisto IV, salirà su una nave e approderà sul suolo francese presso la baia di Bormes al Capo del Colombo e, dopo avere visitato alcune località, si presenterà presso la corte del re Luigi XI ove rimarrà per tutto il resto della sua vita.
8)Francesco fu canonizzato il 1° maggio 1519 (a soli dodici anni dalla morte) da Papa Leone X e fu l’ultimo eremita occidentale ad essere stato iscritto nel catalogo dei santi. Evento rilevantissimo per i suoi tempi basti pensare che da quasi trentacinque anni (1485) non si teneva una canonizzazione in S. Pietro .
9)Concepito alla corte di Napoli dove il padre era cresciuto prima di intraprendere la carriera ecclesiastica. Giovanni Battista era figlio di Aronne Cybo, che fu viceré di Napoli con gli aragonesi. Franceschetto ebbe diversi figli, fra i quali il Cardinale Innocenzo Cybo che fu arcivescovo di Messina dal 1538 al 1547.
10)Altomonte A., Lorenzo il Magnifico, suppl. a Famiglia Cristiana n.32, Milano, RCS, 2003, p.223.
11)Granzotto G., Cristoforo Colombo, Mondadori, 1984. Cfr. anche Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito, IV edizione ampliata, RTM, Roma, 1997.
12) Cfr. per tutti Francesco di Paola il Santo della Carità, a cura di Marcello Donini, C.B.C. , Catanzaro, 1996.
13)Cfr. Pisano G., San Francesco di Paola e Cristoforo Colombo. Il sogno della Crociata, in Calabria Letteraria, Soveria Mannelli, n.1-2-3, 2011, pp.29-32.
14)A quel tempo la diffusione dell’Ordine raggiunse livelli altissimi. Per fare un esempio, i Minori (conventuali) accudivano a 117 conventi mentre i Minimi raggiunsero quota 123. Da aggiungere che il tedesco Hieronymus Munzer attribuì al marito di Isabella il titolo di “nuovo Carlomagno” (Cfr. Dumont J., Il Vangelo nelle Americhe: dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe,1992, p.125).
15)Ministro delle finanze d’Aragona.
16)Robertson G., The History of America, Londra, 1788. Cfr anche Taviani P.A., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, il Mulino, 2003, p.87.
17)De Anna L.G., I Pinello, da Genova alla Finlandia, in La Rondine, 30/8/2009, p.3.
18)Giovanni Fiore da Cropani, Della Calabria illustrata, tomo II, Rubbettino, Soveria Manelli, 2000, p.528.”Il Pinelli fu uomo di virtù e di grande carità... L’Ughelli ricorda l’elogio che ne fa Umberto Folieta, nel libro dei Panegirici, notando tra l’altro che egli, contrariamente a quel che avevano fatto i suoi predecessori, dimorò in diocesi, la visitò tutta...” (Cfr Russo F., Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza, Napoli, Rinascita artistica editrice, 1958, pp.454-455). Folieta (o Foglietta), storico genovese, era nipote di Agostino Foglietta, vescovo di Mazzara “vissuto alla corte pontificia e molto legato a Leone X … passato successivamente al servizio di Carlo V che lo ebbe suo legato a Roma” (Di Pierro G., Umberto Folieta e la sua storia dei tumulti napoletani sotto il viceregno di Pietro de Toledo, 1971 ?).
19)Russo F., Regesto Vaticano per la Calabria, Roma: G. Gesualdi, 1974-1993, nn.13427, 13442, 13453, 13492, 1517. Vd. anche Russo F., Storia dell’Arcidiocesi di Cosenza... cit., p.454. L’arcivescovo di Cosenza ebbe numerosi benefici anche in Francia, in località dove il movimento di San Francesco di Paola era fortemente presente.
20)Taviani P.A., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, il Mulino, 2003, p. 93. Vedi anche Pisano G., “E Calabrès gridò...terra!”, in Mediterraneo e Dintorni, S.A.CAL. Lamezia Airport Magazine, n.3 luglio/agosto, 1999.
21)Pisano G., E’ anche un po’ calabrese la scoperta dell’America, in I Calabresi nel Mondo, Regione Calabria, 2000, n.8. Sempre ad Amantea si trova uno stemma marmoreo dei Pinelli, presso i marchesi De Luca di Lizzano (Cfr. Turchi G., Storia di Belmonte, Cosenza, Eredi Serafino, 1963, p.79).
22)Con lettera del 29 maggio 1493 il re spagnolo disporrà all’Ammiraglio genovese l’imbarco del padre Boyl e di altri frati dell’Ordine dei Minimi.
23)San Francesco di Paola il 27 marzo 1943, con il Breve Quod Sanctorum Patronatus, fu proclamato “Celeste Patrono della Gente di Mare della Nazione Italiana”.
24)Andrebbe approfondito, a nostro avviso, lo studio sul personaggio Boyl il quale desta una certa impressione di non essere un uomo pienamente al servizio di Dio e di Francesco quanto piuttosto una persona di fiducia del re Cattolico e del pontefice spagnolo Alessandro VI (il famoso Rodrigo Borgia) il Papa che, dopo avere probabilmente fatto morire con il veleno il Santo Padre genovese Giovan Battista Cybo (Innocenzo VIII) appena otto giorni prima della partenza di Colombo, dall’Agosto del 1492 salirà sulla cattedra di S. Pietro. Questa strana coincidenza secondo alcuni studiosi dimostrerebbe che “il Papa Cybo morire prima della partenza delle caravelle, per evitare che i regni europei sapessero che il Nuovo Mondo era stato scoperto per la Chiesa e non per la Spagna” (Cfr. per tutti Ginciuglio V., Un ebreo chiamato Cristoforo Colombo, KC, Genova, 2004, p.52). Appaiono alquanto strani alcuni aspetti della vita del catalano Boyl, amico d’infanzia e segretario del re Ferdinando fino al 1479. Sul sito ufficiale dell’Ordine dei Minimi infatti si rileva che “gli furono affidate dal re importanti e delicate missioni diplomatiche. Nel 1479, per esempio, fu inviato dal sovrano in qualità di Commissario regio della spedizione armata contro il ribelle marchese di Oristano in Sardegna, con la flotta comandata dall’Ammiraglio Vilamari. Benché all’apice del successo personale, nell’anno successivo, nel 1480 abbandonò tutto per ritirarsi a vita eremitica nel romitorio della SS. Trinità della montagna di Montserrat. Fu ordinato sacerdote nel 1481, quindi Superiore degli eremiti di Montserrat. Anche da eremita il sovrano di Spagna ricorse a lui [!] per risolvere una controversia politica con il Re di Francia, Carlo VIII, con l’intento di recuperare alla corona spagnola, le Contee di Rossillon e Cerdagna. E fu proprio in questa occasione che ebbe modo di conoscere Francesco di Paola. Era a Tour nel 1486 e incontrò certamente Francesco che, peraltro, si era già interessato alla spinosa questione facendo promettere al re Luigi XII nel testamento la ricomposizione di quella vicenda [!].Incaricato dallo stesso papa Alessandro VI, che a sua volta era stato sollecitato dai reali di Spagna [!], Boyl partì per le nuove terre al seguito di Cristoforo Colombo”. Com’è risaputo i contrasti, subito manifestatisi, tra Colombo e il nunzio catalano arrivarono al punto tale che nel 1494 Boyl, dopo avere contribuito a fare arrestare l’Ammiraglio genovese a Santo Domingo, fece ritorno in Spagna. Chiese al sovrano spagnolo di non essere rimandato in America e “per obbedienza al re, accettò di succedere al tristemente celebre Cesare Borgia nella carica di Abate Commendatario dell’Abazia di S. Michele di Cuxà, nel Rossiglione.” (www.francescodipaola.net/ordine-minimi.php). Ma c’è di più. L’Abazia di S. Michele di Cuxà dipendeva dal monastero benedettino di Montserrat e infatti Boyl - che probabilmente si era affiliato strumentalmente all’Ordine dei Minimi, per il tempo necessario ad effettuare le citate missioni per conto del re spagnolo, considerata la figura fortemente influente di San Francesco di Paola, in particolare presso le corti francese e pontificia - rientrò definitivamente, nel 1498, nell’Ordine benedettino. D’altronde “I monasteri benedettini di Spagna non presero parte in maniera significativa alla grande impresa dell’evangelizzazione del Nuovo Mondo” in quanto “i re di Spagna...non favorirono che l’insediamento di quegli ordini religiosi (come i francescani) direttamente finalizzati all’evangelizzazione degli Indiani.” (http://www.benedettini-subiaco.org/benedettini-nel-mondo).
25)Per fare un esempio riportiamo quanto scritto in merito dallo studioso Giancarlo Nacher Malvaioli : “quando Colombo era tornato dal suo primo viaggio, il duca di Mediaceli informava suo zio, il cardinale di Spagna don Pedro de Mendoza, consigliere dei Re, che aveva ospitato e raccomandato Colombo. La lettera comincia così: ”. E non si dimentichi che presso la corte francese ci fu anche Bartolomeo Colombo, fratello dell’Ammiraglio.
26)Giunciuglio V., Un ebreo chiamato Cristoforo Colombo, Genova, KC, 2004, p.45.
27)Francesco di Paola il Santo della Carità, a cura di Marcello Donini, C.B.C. , Catanzaro, 1996, p. 15. Per quanto riguarda Colombo, lo storico e sacerdote spagnolo Ardres Bernaldez riferì che l’Ammiraglio, di ritorno dal suo secondo viaggio, si presentò “davanti ai re in abito francescano col cordone alla cintura.”(Cfr. De Lollis C., Cristoforo Colombo nella leggenda e nella storia, Fratelli Treves, 1923, p.223). Pare anche che sia morto indossando il saio francescano e, secondo alcuni studiosi, per il fatto che Colombo abbia rifiutato il vestito da nobile, ciò costituisce un’ulteriore prova che l’America fu scoperta per la Chiesa e non per la Spagna”(Cfr. Giunciuglio V., Un ebreo..,.op. cit., p.97).
28)E’ forse il caso di evidenziare che alla corte di Tours si rifugiò, tra il 1501 e il 1504, il re di Napoli (dal 1496 al 1503) Federico d’Aragona (figlio di Ferrante che regnò dal 1458 al 1494) il quale nel febbraio del 1483, nelle vesti di Principe Ereditario, ricevette nella capitale del regno San Francesco di Paola. Federico, cugino di Ferdinando il Cattolico, fu accompagnato alla corte francese da Jacopo Sannazaro, l’autore dell’Arcadia(romanzo pastorale iniziato nel 1480 e pubblicato nel 1504), che non fece ritorno in Italia prima della morte del re avvenuta a Tours nel 1504. Risulta da un documento che il re (l’ultimo aragonese) in punto di morte chiese di essere tumulato nella chiesa dei Minimi.
29)Gli Alimena tra l’altro erano una famiglia che godette nobiltà in Cosenza e Amantea (Cfr. Von Lobstein F., Nobiltà e città calabresi infeudate, Catanzaro, Ursini, 1982, p.135); fu ricevuta nell’Ordine di Malta nel 1589 e numerosi suoi membri furono cavalieri gerosolimitani nel XVI e nel XVII secolo (Cfr. Valente G., Il Sovrano Militare Ordine di Malta e la Calabria, Reggio Calabria, Laruffa, 1996).
30)Di Montalto era anche Paolo Antonio Foscarini, lo scienziato e religioso che “difese la teoria eliocentrica e Galileo (e fu fra i primi), pagando di persona con lo scritto (1615). ll Foscarini, oltre a rivendicare ai Pitagorici la dottrina eliocentrica, fu il primo a tentare, con metodo sistematico, di dimostrare la non contraddittorietà dei luoghi della Bibbia alla dottrina pitagorico-copernicana” (Cfr. Rotundo D., Scoperte e invenzioni di calabresi e in Calabria, Catanzaro, Ursini, 2002, p.17). Su tale argomento vd. anche Pisano G., Le rivelazioni su Colombo e sul Nuovo Mondo del cosmografo e teologo calabrese del XVI secolo, Giovan Lorenzo Anania, in Vivarium Scyllacense, n.1, 2012.
31)Miceli di Serradileo A., Vicende di una lettera inedita di S.Francesco di Paola diretta a Simone D’Alimena, in Bollettno Ufficiale dell’Ordine dei Minimi A.XLII, n.3-4 Luglio-Dicembre 1996.
32)Giovanni Fiore da Cropani, Della Calabria illustrata, tomo II, Soveria Manelli, Rubbettino, 2000, p.115.
33)Sposato P., A proposito di una bolla inedita di Leone Decimo per la canonizzazione di S. Francesco di Paola, in Calabria Nobilissima, anno VII, n.21, 1953, p.162.
34)Sole G., Francesco di Paola: il santo terribile come un leone, Rubbettino, 2007, p.5.
35)Salatino F., Il sole della Calabria. Storia di san Francesco di Paola, in Radici Cristiane, 2007, n.24. Cfr anche Francesco di Paola: Umiltà Penitenza Carità. Il Cristianesimo Vissuto soggioga i Grandi d’Europa, in Corriere del Sud n.4-9, 2002.
36)San Michele Arcangelo è il Protettore dell’Ordine dei Minimi.
37)Tale parola divenne il motto dei Minimi di San Francesco di Paola.
38)Francesco di Paola: Umiltà Penitenza Carità... cit.
39)Si consideri anche “il fatto che il segretario di Niccolò V, traduttore e redattore per quel papa di lettere al Gran Turco, era il calabrese Gregorio Trionfante” e che “fra i primi a rispondere all’appello di Niccolò V fu il beato Matteo di Reggio che raccolse due navi con le quali partì per l’Asia riuscendo a riscattare molti schiavi cristiani” (Cfr. Rotundo D., Scoperte e invenzioni di calabresi e in Calabria, cit., p.66).
40)Tradotto in latino dal frate domenicano Francesco Pipino (1270 circa-1328 circa), archivista e autore di opere a carattere storico, geografico e giuridico. Pipino conobbe personalmente Marco Polo e intorno al 1320 si recò in pellegrinaggio in Terrasanta ed a Costantinopoli.
41)Secondo alcuni studiosi di origini spagnole, portoghesi, ebree, corse, greche...
42)Con Papa Borgia (Alessandro VI, 1492-1503) si passerà, guarda caso, alla concessione ai sovrani del diritto di patronato sulle nuove terre in cambio di determinati doveri di evangelizzazione.
43)Stefano IV “indicato come reggino dalla storiografia erudita locale.... Incline più all’alleanza tra il papato e i Franchi piuttosto che con i Longobardi, come aveva fatto papa Zaccaria (anch’esso calabrese -Cfr. Annuario Pontificio del 1861-), legittimando la nuova dinastia carolingia in Francia, che sostituiva la decadente stirpe merovingia, nella persona del suo ultimo rappresentante Childerico III: per questo consacrò nella basilica di Saint-Denis re dei Franchi Pipino il Breve, futuro padre di Carlo Magno. Era la prima investitura di un sovrano da parte di un pontefice”(Cfr. De Leo P., I pontefici calabresi nell’alto medioevo, in Gazzetta del Sud, 22 Settembre 2011, p.32) .
44)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito: un giallo storico lungo cinque secoli, Newton Compton, Roma, 1991, p.154.
45)Cristoforo Colombo, Lettere ai reali di Spagna, a cura di V. Martinetto, Palermo, Sellerio,1992, p.73.Gli storici non hanno finora fermato la loro attenzione sui legami del Santo di Paola con Gioacchino da Fiore così come con San Nilo e San Bruno, peraltro tutti e quattro accomunati dalla scelta della vita anacoretica dopo una prima fase cenobitica .
46)Taviani P.A., Cristoforo Colombo, suppl. a Famiglia Cristiana n.31, il Mulino, 2003, p.133. Cfr. anche Todorov T., La conquista dell’America. Il problema dell’altro, Einaudi, 1993, p.13.
47)Cfr Cristoforo Colombo, Giornale di bordo del primo viaggio e della scoperta delle Indie, Rizzoli, 1992, p.174.
48)Taviani P.A., Cristoforo Colombo... cit., p.133.
49)Come afferma lo studioso Francesco Pappalardo (La scoperta dell’America) “nell’Ammiraglio genovese e in coloro che lo seguono non sono da trascurare le motivazioni economiche e la ricerca di orizzonti più ampi, anche in relazione al serrarsi del Mediterraneo Orientale per l’avanzata dei turchi ottomani, ma un peso notevole hanno pure le aspirazioni religiose, cioè il desiderio di convertire gli indigeni e di reperire fondi per la riconquista di Gerusalemme. Se il progetto crociato del grande navigatore non viene realizzato, non si può dimenticare che l’oro del Nuovo Mondo servirà a finanziare la resistenza contro i turchi”.
50)Colombo C., Libro delle profezie, a cura di Wiliam Melczer, Novecento, Palermo, 1992, p.73 . Vedi anche Cristoforo Colombo, Libro de las profecias, in Nuova raccolta colombiana, III/1, Roma 1993 (Comitato nazionale per le celebrazioni del V Centenario della scoperta dell’America).
51)Marino R., Cristoforo Colombo e il Papa tradito, IV edizione ampliata, RTM, Roma, 1997, p.146.