lunedì 20 novembre 2017

sabato 18 novembre 2017

Raymond Leo card. Burke: Amoris Laetitia, fare chiarezza per salvare la fede

Ad un anno dalla pubblicazione dei Dubia, il card. Burke ha rilasciato un’intervista, che ha tutto l’aspetto di una sorta di comunicato stampa, e che è stato pubblicato all’unisono da LNBQ, Settimo Cielo ed, in lingua inglese, da National Catholic Register, ripresi anche da MiL, Messa in latino.
L’illustre prelato invita il Vescovo di Roma nuovamente a fare chiarezza.
Cfr. su questa intervista anche, in commento, Dubia ultima chiamata. Burke rincara la dose “Un anno di confusione”, in Campari & de Maistre, 14.11.2017.
Vale per noi ricordare un appunto di Magister:
"Le novità le introduce sempre a piccole dosi, seminascoste, magari in un'allusiva nota a piè di pagina, come ha fatto con l'ormai famosa nota 351 dell'esortazione postsinodale "Amoris laetitia", salvo poi dire con candore, interpellato in una delle sue altrettanto famose conferenze stampa in aereo, che quella nota nemmeno se la ricorda" (La rivoluzione di Bergoglio. A piccole dosi ma irreversibile, in Settimo Cielo, 12.11.2017).
Ed ancora:
"Ma questo è appunto ciò che fa oggi il primo papa gesuita della storia: mette in moto “processi” dentro i quali semina le novità che vuole prima o poi vittoriose, nei campi più diversi, come ad esempio nel giudizio sul protestantesimo. […] Lascia che corrano le interpretazioni più disparate, sia conservatrici che di progressismo estremo, senza mai condannarne esplicitamente nessuna. L’importante per lui è “gettare il seme perché la forza si scateni”, è “mescolare il lievito perché la forza faccia crescere”, sono parole di una sua omelia di pochi giorni fa a Santa Marta" (ivi).
Cfr. Francesco Lamendola, La strategia dei piccoli passi, in Nuova Italia - Accademia Adriatica di Filosofia, 13.11.2017.

Raymond Leo card. Burke: Amoris Laetitia, fare chiarezza per salvare la fede

A un anno dalla pubblicazione dei Dubia sull’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”, viene diffusa la seguente intervista al cardinale Raymond Leo Burke, che fa il punto su quanto accaduto da allora. Così come i “Dubia” questa intervista esce contemporaneamente su La Nuova Bussola QuotidianaSettimo Cielo e il National Catholic Register. E noi contestualmente la riprendiamo. 
La ritengo importante sia perché avalla pubblicamente la Correctio filialis che perché attendibilmente prelude, nel caso di mancata risposta a questo che viene chiamato ‘ultimo appello’, alla correctio canonica.

Eminenza, è passato un anno da quando lei, il cardinale Walter Brandmüller e i due cardinali recentemente scomparsi, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, avete pubblicato i “dubia”. A che punto siamo?
A un anno dalla pubblicazione dei “dubia” su “Amoris laetitia”, che non hanno ottenuto alcuna risposta dal Santo Padre, constatiamo che la confusione sull’interpretazione dell’esortazione apostolica è sempre maggiore. Per questo motivo si fa ancora più urgente la nostra preoccupazione per la situazione della Chiesa e per la sua missione nel mondo. Io, naturalmente, continuo ad essere in regolare contatto con il cardinale Walter Brandmüller per quanto riguarda questi gravissimi problemi. E tutti e due rimaniamo in profonda unione con i due cardinali defunti Joachim Meisner e Carlo Caffarra, che ci hanno lasciati nel corso degli ultimi mesi. Così, ancora una volta faccio presente la gravità della situazione, che continua a peggiorare.

Si è molto parlato dei pericoli della natura ambigua del capitolo 8 di “Amoris laetitia”, sottolineando che è aperto a molte interpretazioni. Perché fare chiarezza è così importante?
La chiarezza nell’insegnamento non implica alcuna rigidità che impedisca al popolo di camminare sulla via del Vangelo, ma, al contrario, la chiarezza dona la luce necessaria ad accompagnare le famiglie sulla via della sequela di Cristo. È l’oscurità che ci impedisce di vedere il cammino e ostacola l’azione evangelizzatrice della Chiesa, come dice Gesù: “Arriva la notte, in cui nessuno può lavorare” (Gv 9, 4).

Può spiegare di più la situazione attuale alla luce dei “dubia”?
La presente situazione, lungi dal diminuire l’importanza dei “dubia”, li rende ancora più pressanti. Non si tratta affatto, come qualcuno ha detto, di una “ignorantia affectata”, che solleva dubbi solo perché non vuole accettare un determinato insegnamento. Piuttosto, la preoccupazione è stata ed è di determinare con precisione ciò che il papa ha voluto insegnare come successore di Pietro. Le domande nascono, quindi, proprio dal riconoscimento dell’ufficio petrino che papa Francesco ha ricevuto dal Signore al fine di confermare i suoi fratelli nella fede. Il magistero è un dono di Dio alla Chiesa per fare chiarezza sui punti che riguardano il deposito della fede. Affermazioni alle quali mancasse questa chiarezza non potrebbero essere, per loro stessa natura, espressioni qualificate del magistero.

Perché è così pericoloso, secondo lei, che ci siano interpretazioni diverse di Amoris laetitia”, in particolare sull’approccio pastorale di chi vive in unioni irregolari e specificamente sui divorziati risposati civilmente che non vivono in continenza e ricevono la santa comunione?
È palese che alcune indicazioni di “Amoris laetitia” riguardanti aspetti essenziali della fede e della pratica della vita cristiana hanno ricevuto varie interpretazioni, che sono divergenti e a volte incompatibili tra loro. Questo fatto incontestabile conferma che quelle indicazioni sono ambivalenti e permettono un varietà di letture, molte delle quali sono in contrasto con la dottrina cattolica. Perciò le questioni sollevate da noi cardinali riguardano che cosa abbia insegnato esattamente il Santo Padre e come il suo insegnamento si armonizzi con il deposito della fede, dato che il magistero “non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio” (Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, n. 10).

Non ha chiarito il papa su quale posizione egli si pone, tramite la sua lettera ai vescovi argentini, nella quale egli ha affermato che “non vi è altra interpretazione” se non le linee guida che questi vescovi hanno indicato, linee guida che hanno lasciata aperta per delle coppie non sposate ma in intimità sessuale la possibilità di ricevere la santa eucaristia?
Al contrario di quanto alcuni hanno detto, non possiamo considerare una risposta adeguata alle domande da noi poste la lettera del papa ai vescovi della regione di Buenos Aires [qui], scritta poco prima che egli ricevesse i “dubia” e contenente commenti alle linee guida pastorali dei vescovi. Da una parte, queste linee guida possono essere interpretate in modi differenti; dall’altra, non è chiaro che questa lettera sia un testo magisteriale, nel quale il papa abbia voluto parlare alla Chiesa universale come successore di Pietro. Già il fatto che si sia conosciuta quella lettera perché fatta filtrare alla stampa – e solo dopo sia stata resa nota dalla Santa Sede – solleva un ragionevole dubbio sull’intenzione del Santo Padre di rivolgerla alla Chiesa universale. Inoltre, risulterebbe un po’ strano – e contrario al desiderio esplicitamente formulato da papa Francesco di lasciare la concreta applicazione di “Amoris laetitia” ai vescovi di ogni paese (cfr. AL 3) – che ora egli imponga alla Chiesa universale quelle che sono soltanto le concrete direttive di una particolare regione. E non dovrebbero allora essere considerate tutte invalide le differenti disposizioni promulgate da vari vescovi nelle rispettive diocesi, da Philadelphia a Malta? Un insegnamento che non è sufficientemente determinato, tanto nella sua autorità quanto nel suo contenuto effettivo, non può mettere in dubbio la chiarezza del costante insegnamento della Chiesa, che, in ogni caso, rimane sempre normativo.

La preoccupa anche il permesso dato da alcune conferenze episcopali a dei divorziati risposati che vivono “more uxorio” (cioè avendo relazioni sessuali) di ricevere la santa comunione senza un fermo proposito di cambiar vita, contraddicendo così l’insegnamento pontificio precedente, in particolare l’esortazione apostolica di san Giovanni Paolo II “Familiaris consortio”?
Sì, i “dubia” e le domande restano aperti. Quelli che sostengono che la disciplina insegnata da “Familiaris consortio” 84 è cambiata si contraddicono l’un l’altro quando arrivano a spiegarne le ragioni e le conseguenze. Alcuni arrivano fino al punto di sostenere che i divorziati in nuova unione che continuano a vivere “more uxorio”, non si troverebbero in uno stato oggettivo di peccato mortale (citando in appoggio AL 303); mentre altri negano questa interpretazione (citando in appoggio AL 305), ma lasciano completamente al giudizio della coscienza di determinare i criteri di accesso ai sacramenti. Sembra che l’obiettivo di tanti interpreti sia di arrivare, in un modo o nell’altro, a un cambiamento di disciplina, mentre le ragioni che essi adducono a questo fine non hanno importanza. Né essi mostrano alcuna preoccupazione su quanto mettono in pericolo materie essenziali del deposito della fede.

Qual è l’effetto tangibile che questa miscela di interpretazioni ha avuto?
Questa confusione ermeneutica ha già prodotto un triste risultato. Infatti, l’ambiguità riguardo a un punto concreto della cura pastorale della famiglia ha portato alcuni a proporre un cambiamento di paradigma dell’intera pratica morale della Chiesa, le cui fondamenta sono state autoritativamente insegnate da san Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Veritatis splendor ”.
In effetti è stato messo in moto un processo che è eversivo di parti essenziali della tradizione. Per quanto riguarda la morale cristiana, alcuni sostengono che le norme morali assolute devono essere relativizzate e che una coscienza soggettiva e autoreferenziale debba avere un primato – in definitiva equivoco – in materie che toccano la morale. Quello che è in gioco, dunque, non è in alcun modo secondario rispetto al “kerygma”, cioè al messaggio fondamentale del Vangelo. Stiamo parlando della possibilità o no che l’incontro con Cristo, per grazia di Dio, dia forma al cammino della vita cristiana, in modo che possa essere in armonia con il disegno sapiente del Creatore. Per comprendere la portata di tali cambiamenti, basta pensare a cosa succederebbe se questo ragionamento fosse applicato ad altri casi, come quello di un medico che effettua aborti, di un politico che fa parte di un reticolo di corruzione, di una persona sofferente che decide di fare una richiesta di suicidio assistito...

Alcuni hanno detto che l’effetto più rovinoso di tutto ciò è che configura un attacco ai sacramenti, oltre che all’insegnamento morale della Chiesa. È così?
Al di là del dibattito morale, il senso della pratica sacramentale va degradandosi sempre di più nella Chiesa, specialmente quando si tratta dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia. Il criterio decisivo per l’ammissione ai sacramenti è sempre stato la coerenza del modo di vivere di una persona con gli insegnamenti di Gesù. Se invece il criterio decisivo diventasse l’assenza della colpevolezza soggettiva della persona – come hanno suggerito alcuni interpreti di “Amoris laetitia” – ciò non cambierebbe la natura stessa dei sacramenti? Infatti, i sacramenti non sono incontri privati ​​con Dio, né sono mezzi di integrazione sociale in una comunità. Piuttosto, sono segni visibili ed efficaci della nostra incorporazione in Cristo e nella sua Chiesa, in cui e per mezzo di cui la Chiesa pubblicamente professa e mette in pratica la sua fede. Quindi trasformare la diminuita colpevolezza soggettiva o la mancanza di colpevolezza di una persona nel criterio decisivo per l’ammissione ai sacramenti metterebbe a rischio la stessa “regula fidei”, la regola della fede, che i sacramenti proclamano e attuano non solo con parole ma anche con gesti visibili. Come potrebbe la Chiesa continuare ad essere sacramento universale di salvezza se il significato dei sacramenti fosse svuotato del suo contenuto?

Nonostante il fatto che lei e tanti altri, tra cui oltre 250 accademici e preti che hanno pubblicato una “correzione filiale” [qui], abbiate già espresso seri dubbi circa gli effetti di questi passaggi di “Amoris laetitia”, e poiché finora non avete ricevuto nessuna risposta da parte del Santo Padre, lei intende qui rivolgergli un ultimo appello?
Sì, per queste gravi ragioni, un anno dopo aver resi pubblici i “dubia”, mi rivolgo di nuovo al Santo Padre e a tutta la Chiesa, sottolineando quanto sia urgente che, nell’esercitare il ministero che ha ricevuto dal Signore, il papa confermi i suoi fratelli nella fede con una chiara manifestazione dell’insegnamento riguardante sia la morale cristiana che il significato della pratica sacramentale della Chiesa.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 14.11.2017

sabato 4 novembre 2017

Lutero nel pensiero dei SS. Giovanni Bosco e Pietro Canisio

Autoritaria è sempre la rivoluzione, mai la tradizione – Editoriale di novembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Carlo Borromeo, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio, che ricorda come tutte le rivoluzioni siano state sempre connotate da autoritarismo, limitazioni delle libertà e violenze. Così fu per la rivoluzione francese, così è per quelle religiose, come per quella odierna innescata dall’attuale vescovo di Roma ed ancor prima dal Concilio Vaticano II, che vide l’allontanamento, ad es., dall’Università lateranense, nel 1969, di docenti “non allineati” al nuovo corso, come, p. es., Mons. Antonio Piolanti, valente tomista ed insigne teologo.

Carlo Dolci, S. Carlo Borromeo, 1659

Giulio Cesare Procaccini, S. Carlo in gloria con S. Michele arcangelo, XVII sec.

Luca Giordano, Elemosina di S. Carlo Borromeo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Carlo in preghiera, XVII sec., Verona

Ludovico Carracci, S. Carlo battezza un bambino durante la peste di Milano, XVII sec., Museo dell'Abbazia, Nonantola

Anonimo, Gloria di S. Bartolomeo con S. Carlo, XIX sec., Alba

Tito Aguiari, S. Carlo tra i SS. Antonio da Padova e Francesco di Paola, 1857, chiesa arcipretale, Papozze

Tito Aguiari, S. Carlo in adorazione della Croce, 1869, Trieste

Anonimo, S. Carlo intercede presso la Madonna contro la peste, 1882, Alba

Anonimo, S. Carlo in gloria, XX sec., Asti

Giovanni Gasparro, I SS. Pio V e Carlo Borromeo difendono il Cattolicesimo dall'islam e dall'eresia protestante di Lutero, il Porcus Saxoniae, 2017, collezione privata

AUTORITARIA È SEMPRE LA RIVOLUZIONE, MAI LA TRADIZIONE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 11 - Novembre 2017

Solitamente, nell’immaginario collettivo anche cattolico, la Tradizione viene affiancata a una visione autoritaria della Chiesa, verticistica e accentrata, mentre la modernità con tutto il suo carico rivoluzionario, viene affiancata ad una chiesa semplice e libera, popolare e democratica: niente di più falso! È proprio vero il contrario!
La Tradizione, quella vera, che non è conservatorismo, proprio perché pone l’accento sull’autorità dell’insegnamento perenne di duemila anni di cristianesimo; proprio perché parla di un contenuto di verità, di un deposito della fede da custodire vivere e tramandare intatto; proprio perché a questo contenuto intangibile ricevuto da Dio, tutti devono obbedire e sottostare, dal Papa al più piccolo bimbo del catechismo: proprio per questo la Tradizione non è fatta di un autoritarismo tutto umano, dove il “capo” impone in nome di se stesso la linea da seguire.
È la Rivoluzione che invece è autoritaria: in ogni rivoluzione, per imporre il “mondo nuovo” che a turno dovrebbe migliorare l’esistenza umana, è necessario che chi è a capo imponga con violenza, fisica o morale, la svolta da compiere.
Il problema è che questa visione autoritaria distrugge la vera autorità che è quella della verità.
La Tradizione della Chiesa è fatta per custodire e trasmettere la verità; e difendendola, contro tutti i falsi cristiani che vogliono modificarla e cambiarla, rende possibile la libertà dei giusti: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
L’autoritarismo moderno è pestifero, entra dappertutto, e se entra nella Chiesa di Dio la corrompe.
Per questo dobbiamo vigilare e coltivare un amore sconfinato alla Tradizione e guardarci bene dall’autoritarismo. Dobbiamo coltivare un amore sconfinato alla Tradizione perché è la forma con cui Cristo ci raggiunge. Dobbiamo guardarci dall’autoritarismo perché è la violenza dell’uomo che vuole sostituirsi alla verità di Dio.
Solo che per guardarsi da questa moderna malattia occorre vivere di autorità e non di autoritarismo.
Cioè, non bisogna aspettare dall’alto, dai “capi”, le indicazioni per vivere pienamente il cristianesimo come Dio comanda. Non bisogna aspettare, ma prendere in mano la propria obbedienza a Dio per compiere l’opera che chiede.
Nella Chiesa è sempre avvenuto così.
Ve lo immaginate un San Francesco che si lamenta del Papa perché non riforma la Chiesa? No, San Francesco non ha atteso dal Papa, è andato dopo dal Papa per sapere se si ingannava; ma prima di andare dal Papa ha fatto ciò che Dio gli indicava.
Ve lo immaginate san Paolo che aspetta da Pietro l’indicazione su cosa deve fare? Assurdo sarebbe: certo che Paolo andò da Pietro, ma carico già del compito affidatogli da Cristo del predicare alle genti, compito accettato e abbracciato.
Tutto nella Chiesa, tutte le vere riforme, tutte le vere opere, sono nate dall’ “alto” della grazia di Dio, ma questa grazia è germogliata nel “basso” della vita di anime cristiane che non hanno atteso una “patente” dall’autorità. L’autorità, il Papa e i Vescovi, sono intervenuti dopo, spesso molto dopo, per giudicare la bontà dell’opera. Ma per essere giudicata dall’autorità, l’opera deve esserci già, questo è ovvio!
Ma non lo è ovvio per tutti i malati di autoritarismo, che hanno trasformato la Chiesa in una società di impiegati che fanno corte all’autorità.
Sono malati della stessa malattia tutti quei cristiani che dicono di amare la Tradizione, ma non si muovono nel costruire alcunché.
Attendono Papa dopo Papa, Vescovo dopo Vescovo, parroco dopo parroco, pretendendo da essi un certificato di fiducia in anticipo, prima di aver costruito qualcosa.
Il concilio di Trento, così amato dai tradizionali, è stato preparato e reso possibile da tutti i Santi della riforma cattolica, che è nata ben prima del concilio!
Il concilio di Nicea che salvò la fede in Cristo fu possibile per tutti i santi che, nella solitudine dell’incomprensione, rimasero attaccati alla Tradizione e fecero l’opera di Dio.
Nessuno di essi ebbe un certificato anticipato di fiducia dall’autorità.
Il pericolo dell’autoritarismo è serio: è lo strumento che ogni dittatura culturale ha per fermare la vita, che non corrisponde mai allo schema che l’uomo ha in testa.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo, la vera riforma della Chiesa, ahimè, sarà da rimandare... chissà per quanto tempo.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo non costruirà l’opera che Dio gli ha dato da compiere e molte anime non avranno il riparo sicuro nella tempesta.
Se cadremo nell’inganno dell’autoritarismo, quello di chi aspetta dal “capo” la riforma della propria vita, non potremo poi lamentarci se a sera saremo a mani vuote, l’abbiamo voluto noi.

mercoledì 1 novembre 2017

L'Apostasia dilaga .... Cosa ha da spartire la Vergine di Aparecida con Buddha????

Il "cardinal" (si fa per dire) brasiliano Odilio Pedro Scherer, per non essere da meno a Ravasi (ricordate? v. qui) e a tanti altri, ha reso culto, lo scorso 28 ottobre, a Buddha ed ha collocato, in maniera blasfema, la statua della Vergine Maria di Aparecida sotto l'effigie dell'idolo Buddha, con tanto di offerte alle due "divinità". Per non offenderne alcuna ovviamente ..... Ed i buddisti, ovviamente, hanno sottoposto la Vergine al loro rito ..., che, secondo la Scrittura, è rito satanico (i riti dei pagani sono rivolti al Demonio!).

"... i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni" (1 Cor. 10, 20-21)

Dio non gradisce riti pagani! Egli vuole essere adorato solo come vuole Lui e non con riti pagani, rivolti a divinità pagane e, quindi, demoniache!
L'apostasia e l'idolatria sono ormai un fiume melmoso e limaccioso che ha invaso la Chiesa!















Fonte: Templo Zu Lai Recebe, Pela Primeira Vez, Imagem De Nossa Senhora Aparecida Em Evento Gratuito, in Jornal Notícias, 25 Out. 2017

Compromisso de respeito e tolerância em dedicação à paz mundial, in Neo-Mondo, 29 Out. 2017

Aos pés de Buda, in Fratres in unum, 29 Out. 2017

El cardenal Scherer asiste a una ceremonia para venerar a la vez a la Virgen y a Buda, in Infocatolica, 31.10.2017

martedì 31 ottobre 2017

Il nostro modo di "celebrare" il V centenario della c.d. riforma con aforismi cattolici ed uno sguardo alla contemporaneità







Fonte: Marco Tosatti, Quanto è protestante il papa?Un'intervista del teologo tedesco suo amico a Die Zeit, in Stilum Curiae, 31.10.2017 

Bergoglio e Lutero - Quanto è protestante il Papa? intervista a teologo evangelico, in Chiesa e postconcilio, 1.11.2017

Francobollo celebrativo dell'attuale Stato della Città del Vaticano del centenario della c.d. riforma protestante

La notizia circa questa scandalosa emissione filatelica è possibile leggerla in:
Jacopo Scaramuzzi, Vaticano e Luterani: “Una benedizione la commemorazione della Riforma”, in La Stampa, 31.10.2017
Gian Guido Vecchi, Riforma protestante, emesso il francobollo «dedica» del Vaticano, in Corriere della sera, 31.10.2017
Paolo Rodari, Vaticano, cattolici e luterani uniti per la prima volta nella visione ecumenica della Riforma, in La Repubblica, 31.10.2017
Francobollo vaticano: Lutero e Melantone ai piedi della Croce. Anziché la Madonna e S. Giovanni. Lavoro straordinario per i turiferai, in blog MiL - Messa in latino, 1.11.2017

L'ironia di S. Roberto Bellarmino in un aforisma su Lutero ed il demonio: un degno modo per i cattolici di ricordare l'eresiarca


domenica 29 ottobre 2017

La festa di Cristo re come festa antiluterana per antonomasia


Fonte: 500 years of Protestant Revolution: CHRIST THE KING is the Anti-Luther, in Rorate coeli, Oct. 29, 2017

Dall'inno vesperale "Te sæculórum Príncipem" dell'odierna festa

Te natiónum Prǽsides
Honóre tollant público, 
Colant magístri, júdices, 
Leges et artes éxprimant.




La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán. In onore della festa di Cristo re dell'universo

Nella festa di Cristo Re dell’Universo e della sua regalità sociale – verità queste sempre riconosciute dalla Cristianità e negate, tuttavia, a partire da Montini in poi, per il quale si è rinnovato l’antica, blasfema esclamazione dei giudei dinanzi a Pilato “Nolumus hunc regnare super nos” (Lc 19, 14), riconoscendosi a Cristo solo una regalità … escatologica … – ricordiamo di rinnovare le prescrizioni di Sua Santità Pio XI di v.m. circa la consacrazione del genere umano: in tutte le chiese parrocchiali, davanti al Santissimo Sacramento esposto alla pubblica adorazione si reciti, infatti, la formula (riformata nel 1925) di consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù, alla quale si devono aggiungere le Litanie del Sacro Cuore (S. R. C. 28 aprile 1926).
In questa festa, pertanto, rilanciamo questo bel contributo di Cristina Siccardi sulla lotta contro le eresie intrapresa da san Domenico di Guzmán; lotta volta, appunto, all’affermazione del regno sociale di Cristo. Si tratta di un contributo quantomeno opportuno stante la lotta senza quartiere ai giorni d’oggi intrapresa contro la Verità di Cristo dai suoi nemici, che non cessano, di giorno in giorno, che diffondere e lodare nuove – ma in verità sempre antiche – eresie.






George Zinoviev, Icona di Cristo re con Sergio di Radonez e Eutimio di Suzdal, 1681, State Vladimir-Suzdal Historical, Architectural and Art Museum-Reserve, Suzdal 

Icona di Cristo sommo sacerdote, XVII sec.

El Greco, Cristo in Croce, 1577-1579, collezione privata, Milano. Regnavit a ligno Deus: già la Lettera di Barnaba insegnava che «il regno di Gesù è sul legno» (VIII, 5, in I Padri Apostolici, Roma 1984, p. 198) ed il martire san Giustino, citando quasi integralmente un noto Salmo (Sal. 96 (95)) nella sua Prima Apologia, concludeva invitando tutti i popoli a gioire perché «il Signore regnò dal legno» della Croce (Gli apologeti greci, Roma 1986, p. 121).








La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán

di Cristina Siccardi

Giovanni Antonio Sogliani, S. Domenico fa servire i suoi frati dagli angeli, 1536, Convento di S. Marco, Firenze

Ottocento anni fa avvenne un fatto fondamentale per la vita della Chiesa, che andò a sommarsi all’operato dei Frati minori di san Francesco di Assisi: era il 1217 quando san Domenico di Guzmán (Caleruega 1170/1175-Bologna 6 agosto 1221) inviò nelle città europee, dove si trovavano le principali sedi universitarie (Bologna, Parigi, Madrid…), i membri dell’Ordine dei Predicatori da lui fondato al fine di renderli dotti per risanare il tessuto cattolico.
I due ordini mendicanti, mendichi per volontà di san Francesco e di san Domenico della sola Provvidenza, risollevarono le sorti di una Chiesa piena di boria, moralmente corrotta, avente parroci spesso ignoranti e fedeli imbevuti di errori diffusi da movimenti pauperisti.
La vita di san Domenico di Guzmán è meno nota rispetto a quella del suo contemporaneo san Francesco di Assisi (1181/1182-1226), in quanto il fondatore dei Predicatori si identifica per lo più con la sua opera, a differenza di san Francesco, il cui percorso terreno fu caratterizzato dalla sua stessa originale personalità. Proprio per tale ragione la figura di san Domenico ha subito meno stravolgimenti e profanazioni rispetto a quella del poverello di Assisi, in quanto l’icona del santo spagnolo è stata associata più che altro alla sua fondazione.
Ma c’è anche un altro dato che non può essere sottovalutato: Francesco era l’uomo di Dio che apriva il suo santo animo alla singola creatura, dunque la devozione che scaturì fu di carattere personale, un po’ come accadrà per san Pio da Pietrelcina: ognuno, anche il laico, sente un richiamo magnetico per san Francesco (da qui la più agevole strumentalizzazione da parte delle diverse ideologie: gnostica, comunista, relativista…); mentre la devozione per san Domenico non assume questo carattere di empatia personale, bensì si confonde nella sfera del suo Istituto, creato ad hoc contro le eresie, utilizzando un metodo preciso: formare predicatori di elevata qualità per essere in grado di confutare gli errori.
L’azione catechetica e di evangelizzazione che adottò san Domenico era per l’appunto focalizzata sulla predicazione con lo scopo precipuo di debellare le eresie, in particolare puntò la sua attenzione sui càtari, che si consideravano puri, detti anche albigesi, dal nome della cittadina francese di Albi, altresì dalla locuzione latina in albis (in [vesti] bianche), come ha ricordato il professor Dario Pasero, filologo, linguista e glottologo che negli scorsi giorni ha tenuto una splendida lezione, all’interno di un incontro organizzato dall’Associazione John Henry Newman di Rivarolo Canavese, sulla figura di san Domenico tratteggiata da Dante nel XII canto del Paradiso, dove la terzina 72 così lo dipinge: «Domenico fu detto; e io ne parlo/sì come de l’agricola che Cristo/elesse a l’orto suo per aiutarlo».
I càtari si diffusero nella Linguadoca, nella Provenza, nella Lombardia, in Bosnia, in Bulgaria, nell’Impero bizantino. La tolleranza praticata dai signori di Provenza, come il conte di Tolosa, da alcuni ecclesiastici, come i vescovi di Tolosa e Carcassonne, e dall’Arcivescovo di Narbonne, nei confronti dei predicatori eretici, permise che quest’ultimi non solo circolassero indisturbati nei villaggi e ricevessero lasciti cospicui, ma venissero posti a capo di istituti religiosi.
I sacerdoti locali si disinteressavano degli eretici proprio perché, essendo intellettualmente impreparati, non avevano mezzi per controbatterli. Fu così che i Domenicani, formati nei migliori atenei, acquisirono gli strumenti adeguati per compiere la loro missione in funzione della ragione e della Fede contro menzogne ed inganni.
Domenico apparteneva alla nobile famiglia dei Guzmán della Castiglia e sostenuto da uno zio sacerdote aveva studiato in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse alla Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, tanto da vendere i suoi libri manoscritti di grande valore (all’epoca non esisteva ancora la stampa) per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.
Nel 1196 fu eletto canonico del capitolo cattedrale di Osma. Il Vescovo del luogo, Diego de Acevedo, lo chiamò al suo fianco e nel 1203, divenuto sottopriore dello stesso capitolo, lo accompagnò in una missione diplomatica, per conto del Re di Castiglia, da espletare nella Germania del Nord. Giunti a destinazione constatarono le devastazioni morali prodotte in Turingia da una popolazione pagana dell’Europa centrale, i Cumani. Da questo istante fino al termine della sua vita Domenico sarà animato dal desiderio di convertire.
Sulla strada per la Germania, il Vescovo e il suo collaboratore avevano soggiornato nella contea di Tolosa, prendendo così coscienza del successo che qui aveva riscosso il catarismo. Tale termine deriva dal latino medievale catharus (a sua volta dal greco καϑαρός «puro»), con il quale si autodefinirono per primi i seguaci del Vescovo Novaziano elettosi antipapa dal 251 al 258; per questa ragione il termine katharoi fu citato per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa nei canoni del Concilio di Nicea del 325. Con la definizione di càtari sono indicati gli eretici dualisti medievali (albigesi, manichei, publicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili… e in Italia patarini), che ebbero terreno fertile dal IV fino al XIV secolo.
Fu proprio per contenere l’estendersi dei càtari che, dopo infruttuosi tentativi da parte di alcuni legati papali, Padre Domenico concepì un nuovo metodo di predicazione: per combatterli bisognava usare i loro stessi mezzi, vale a dire operare in povertà, umiltà e carità. Credendo nella deviazione dalla vera fede della Chiesa di Roma, i càtari crearono una propria istituzione ecclesiastica, parallela a quella ufficiale presente sul territorio.
Per loro Cristo aveva avuto solo in apparenza un corpo mortale (docetismo) e la dottrina si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo fra materia e spirito di derivazione gnostica e manichea. Le opposizioni erano irriducibili (Spirito-Materia, Luce-Tenebre, Bene-Male), all’interno delle quali tutto il creato era una sorta di grande tranello di Satana (Anti-Dio), il quale irretiva lo spirito umano contro le sue rette inclinazioni.
Lo stesso Dio dell’Antico Testamento corrispondeva ad un dio malefico. Basandosi su questi principi divennero vegani ante litteram, rifiutando il consumo di carne, latte, uova e dei loro derivati (ad eccezione del pesce, di cui in epoca medievale non era ancora conosciuta la riproduzione sessuale). Consideravano peccaminoso persino il matrimonio, poiché serviva ad accrescere il numero degli schiavi di Satana. La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del male comportava il rifiuto dei sacramenti. La perfezione per il càtaro si raggiungeva quando non si possedevano beni materiali e, attraverso un percorso “ascetico”, ci si lasciava morire di fame e di sete (pratica dell’endura).
Nel terzo Concilio Lateranense, convocato da papa Alessandro III a Roma nel marzo 1179, il catarismo venne condannato. Dopo l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo III, nel 1198, la Chiesa reagì con decisione all’eresia con l’indizione nel 1208 della Crociata albigese (1209-1229), mentre papa Gregorio IX istituirà il Tribunale dell’Inquisizione, che impiegherà settant’anni per estirpare la malapianta dal Sud della Francia.
In questa drammatica situazione per la Chiesa, La Divina Provvidenza chiama Domenico di Guzmán, con la povertà, lo studio approfondito, la predicazione, e san Francesco di Assisi, con la povertà, l’immolazione, l’esempio di vita per ristabilire la verità e l’ordine.
Il primo successore nella guida dei Domenicani, il beato Giordano di Sassonia (1190-1237), autore del Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum, un testo che propone la prima biografia di san Domenico (canonizzato nel 1234) e la storia degli anni iniziali dell’Ordine, scrive: «Durante il giorno, nessuno più di lui si mostrava socievole… Viceversa di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera. Il giorno lo dedicava al prossimo, ma la notte la dava a Dio» (in P. Lippini OP, San Domenico visto dai suoi contemporaneiI più antichi documenti relativi al Santo e alle origini dell’Ordine Domenicano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1982, p. 133). I testimoni affermano che «egli parlava sempre con Dio o di Dio». Non ha lasciato scritti sulla preghiera, ma la tradizione domenicana continua a tramandare un’opera dal titolo Le nove maniere di pregare di San Domenico, che venne redatta fra il 1260 e il 1288 da un frate domenicano.
Ogni preghiera viene sempre svolta da Padre Domenico di fronte a Gesù Crocifisso. I primi sette modi seguono una linea ascendente, come i passi di un cammino, verso la comunione con la Trinità: Domenico prega in piedi inchinato per esprimere l’umiltà; steso a terra per chiedere perdono dei peccati; in ginocchio facendo penitenza per partecipare alle sofferenze di Cristo; con le braccia aperte fissando il Crocifisso per contemplare il Sommo Amore; con lo sguardo verso il cielo sentendosi attirato verso il Regno di Dio.
L’ottava pratica consiste nella meditazione personale, quella che conduce alla dimensione intima, fervorosa, rasserenante. Al termine della Liturgia delle Ore e dopo la celebrazione della Santa Messa, egli prolunga il colloquio con Dio, senza porsi limiti di tempo: tranquillamente seduto, si raccoglie in sé e in ascolto, leggendo un libro o fissando il Crocifisso. I testimoni raccontano che, a volte, entrava in estasi con il volto trasfigurato, e dopo riprendeva le sue attività come niente fosse, corroborato dalla forza acquisita dalla preghiera.
Infine c’è l’orazione che svolge durante i viaggi da un convento all’altro: recita le Lodi, l’Ora Media, il Vespro con i confratelli e, percorrendo valli e colline, contempla la bellezza della creazione, mentre dal cuore gli sgorga sovente un canto di lode e di ringraziamento a Dio per tutti i doni, soprattutto per il più grande: la Redenzione operata da Cristo.
Nel 1212, durante la sua permanenza a Tolosa, narra il beato Alano della Rupe, ebbe una visione della Vergine Maria, che gli consegnò il Rosario, come richiesta a una sua preghiera per combattere l’eresia albigese. Secondo il racconto del beato, nel 1213-1214 san Domenico, mentre predicava in Spagna con il confratello Fra’ Bernardo, venne rapito dai pirati.
La notte dell’Annunciazione di Maria (25 marzo) una tempesta stava facendo naufragare la nave su cui si trovavano, quando la Madonna disse a Domenico che l’unica salvezza dalla morte per l’equipaggio era dire sì alla sua Confraternita del Rosario: furono dunque i pirati con i Domenicani a bordo ad esserne i primi membri. Da allora il Rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e, con il passare dei decenni, una delle più tradizionali preghiere cattoliche.
In occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215, per accompagnare il Vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposta a Innocenzo III di un nuovo ordine monastico e mendicante dedicato alla predicazione. Il Papa l’approvò verbalmente, così come aveva fatto con san Francesco nel 1209.
Ma seguendo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati (Conc. Laterano IV can. 13), propose di non fare una nuova regola, bensì prenderne una già approvata poiché i tempi erano troppo travagliati per la Chiesa. Seguendo il consiglio, san Domenico con i suoi sedici seguaci, scelse la Regola di Sant’Agostino, corredata da Costituzioni idonee alla loro missione. «San Domenico fu un uomo di preghiera. Innamorato di Dio, non ebbe altra aspirazione che la salvezza delle anime, in particolare di quelle cadute nelle reti delle eresie del suo tempo; imitatore di Cristo […] sotto la guida dello Spirito Santo, progredì sulla via della perfezione cristiana. In ogni momento, la preghiera fu la forza che rinnovò e rese più feconde le sue opere apostoliche», così affermò Benedetto XVI nell’Udienza generale di cinque anni fa, tenuta a Castel Gandolfo (8 agosto 2012).
Chi, oggi, si preoccupa con umiltà, serenità, santità delle anime «cadute nelle reti delle eresie» del nostro tempo? Anche noi, vittime di una funesta carestia di vita interiore e oranti con il Santo Rosario – insistentemente raccomandato cento anni fa da Nostra Signora di Fatima – siamo mendichi, sull’esempio di san Domenico e di san Francesco, della Divina Provvidenza.