domenica 23 luglio 2017

L’Abate Caronti, testimone della Grande Guerra

Il 22 luglio del 1966 si spegneva nell’abbazia di Noci l’abate Emanuele Caronti.
Per ricordare l’evento rilanciamo volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi.








L’Abate Caronti, testimone della Grande Guerra

di Vito Abbruzzi

Il 22 luglio di cinquantuno anni fa moriva l’Abate Emanuele Caronti. Per una misteriosa coincidenza, un amico – ignaro della cosa – mi ha telefonato chiedendomi dove e come poter acquistare il Diario di Guerra (1917 – 1918) che il nostro Abate redasse da cappellano dei bersaglieri in quella che il Papa di allora, Benedetto XV, non esitò a stigmatizzare come “inutile strage”.
Quel Diario (amabilmente curato da Padre Lunardi), purtroppo non è più in commercio; la stessa abbazia della Scala di Noci ha esaurito tutte le copie in vendita e non credo abbia l’intenzione di ristamparlo.
Peccato!
Peccato, perché, pur trattandosi di “semplici appunti”, esso è altamente interessante per “l’immediatezza del linguaggio che ci immerge nella drammaticità delle sofferenze, nella monotonia delle interminabili giornate in una baracca del Campo e infine nella gioia della liberazione. Ne scaturisce un Caronti ‘inedito’, probabilmente diverso da quella immagine che ne avevamo. Qui ci troviamo di fronte a un uomo che si commuove quando ripensa alla Mamma o al monastero lontani, che gode della amicizia dei suoi colleghi, ma specialmente, che sa affrontare sofferenze inattese e atroci, perché dietro ad esse il suo sguardo di fede scorge sempre la mano di un Dio che è Amore”.
È quanto scrive nella premessa al Diario di Guerra il buon Don Giovanni Lunardi, che dell’Abate Caronti è il depositario delle memorie scritte e non scritte. Un personaggio, quello dell’Abate Caronti, che va assolutamente riscoperto, rivalutato e, soprattutto, riattualizzato… perché di attuale è attuale; anzi, è attualissimo!
C’è una frase del Diario che mi commuove assai assai, scritta il 14 dicembre del 1917 da un Caronti sofferente, duramente provato dalla spietata prigionia nella lontana e freddissima Ungheria:
« Sono vari giorni che nel mio cuore sento un abbandono completo nelle mani di Dio ».
Due giorni prima egli, a causa del freddo intenso, aveva accusato “dolori acuti di palpitazione del cuore”, appuntando nel taccuino: « Erano già vari anni che non sentivo questo disturbo. L’attacco odierno mi impressiona ».
L’“abbandono completo nelle mani di Dio” altro non è che un momento di profondissima estasi: la stessa, certamente, provata dall’altro importante testimone della Grande Guerra: Giuseppe Ungaretti, che – guarda caso – nello stesso anno (il 26 gennaio 1917) scrive: « M’illumino d’immenso ». Struggimento totale.
Ma se Ungaretti si limita a testimoniarci l’orrore della Prima Guerra Mondiale attraverso i suoi sublimi versi divenuti celeberrimi nella loro scarna bellezza, Caronti fa lo stesso nel suo Diario, raccontando in poche ma lapidarie battute la quotidianità da combattente prima e da prigioniero dopo.
Un interessante documento da leggere!


Le immagini dell'articolo sono state scannerizzate dal prof. Vito Abbruzzi

sabato 22 luglio 2017

“Maria Magdalene, quæ fúerat in civitáte peccatrix, amando veritátem, lavit lácrimis maculas críminis: et vox Veritátis implétur, qua dícitur: Dimissa sunt ei peccáta multa, quia diléxit multum” (Sermo sancti Gregórii Papæ, Homilía 25. in Evangelia – Lect. IV – II Noct.) - Stæ MARIÆ MAGDALENÆ PŒNITENTIS

I Latini, a cominciare da Tertulliano, hanno generalmente identificato, Maria di Magdala con la sorella di Marta e Lazzaro (cfr. tra i tanti San Gregorio Magno, Homilia in Feria quinta Paschae, in Id., XL Homiliarum in Evangelia libri duo, lib. II, Hom. XXV, in PL 76, col. 1188D ss.; Rabano Mauro, De vita Beatae Mariae Magdalenae et sororis ejus Sanctae Marthae, ivi, 112, col. 1431 ss., partic. col. 1433A-B) e con la peccatrice che unse i piedi di Gesù (Lc. 7, 37); i greci, al contrario, distinguono tre Marie.
Nei calendari copti, siriani e greci, la festa di Maria di Magdala, τς γας μυροφρου κα σαποστλου Μαρας τς Μαγδαληνς Festa della santa mirrofora ed uguale agli Apostoli Maria di Magdala») o semplicemente Μαρία ἡ Μαγδαληνή, è il 22 luglio, data che le è stata assegnata molto più tardi nei libri liturgici latini. Gli orientali, inoltre, onorano la Maddalena, insieme con le altre pie donne, nella Domenica delle Mirrofore, cioè la III Domenica dopo Pasqua.
Nel 2009, va segnalato, è stata scoperta, in prossimità del mar di Galilea, presso quei resti identificati con la cittadina di Magdala, quel che rimane di un’antica sinagoga del I sec. d.C., cioè dell’epoca di Gesù, che tanto il Divin Maestro quanto la Maddalena, che era originaria di questo paese, devono aver conosciuto, sebbene il nome della cittadina non compaia nei Vangeli né in Flavio Giuseppe, ma solo nel Talmud e nella Mishnà. Significativo è notare che l’appellativo di “Maddalena”, per Rabano Mauro, non indichi un nome proprio, ma sarebbe tratto dal nome di Magdala, di cui ella era originaria; indichi insomma la sua provenienza (cfr. Rabano Mauro, op. cit., col. 1436A-B).  
Secondo le tradizioni orientali, Lazzaro sarebbe morto nell’isola di Cipro, da dove l’imperatore Leone IV, nell’899, fece trasportare le sue reliquie nel Lazarion di Costantinopoli; Maria, sua sorella, che dal VI sec., passava per essere stata sepolta, come ricorda Gregorio di Tours, ad Efeso (San Gregorio di Tour, De Gloria Beatorum Martyrium, lib. I, c. XXX, De Joanne apostolo et evangelista, in PL 71, col. 731A), andò rapidamente a raggiungerlo nella pace della nuova basilica sepolcrale di Bisanzio. È probabile che nel IX sec. alcune reliquie dei due santi passarono in Alsazia, nel monastero di Andlau, da dove, poco a poco, il culto di santa Maddalena e di Lazzaro si sparse in tutta la Francia.
Altra tradizione vorrebbe che la Maddalena, assieme a Marta, Lazzaro, la serva Sara la nera, Massimino ed altri seguaci di Gesù, in fuga dalla Palestina, sarebbero approdati nel Sud della Francia, intorno al 48 d.C., dove avrebbero portato il Vangelo. Il luogo di approdo sarebbe l’attuale città di Saintes-Maries-de-la-Mer. Da qui, Lazzaro si sarebbe diretto a Marsiglia, Marta a Tarascona, mentre la Maddalena si sarebbe ritirata in una grotta presso l’attuale Saint-Maximin-la-Sainte-Baume, dove avrebbe condotto, per circa trent’anni, vita di penitenza. Questa santa grotta fu oggetto di pellegrinaggio sin dal Medioevo. Quando fu prossima alla morte, la Maddalena sarebbe stata portata in volo dagli angeli sino all’oratorio del vescovo san Massimino d’Aix, dalle cui mani avrebbe ricevuto il viatico e che, una volta morta, l’avrebbe deposta in un oratorio a Villa Lata, cittadina che sarebbe stata poi chiamata, appunto Saint-Maximin-la-Sainte-Baume.
Roma cristiana ha dedicato alla nostra Santa diverse chiese.
Una prima chiesa, oggi scomparsa, Santa Maria Maddalena in Borgo, si elevava nel quartiere di Borgo, presso il Portico di San Pietro. Del monastero annesso verosimilmente a questa, farebbe menzione una bolla di papa Martino V del 1° ottobre 1421 (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 787-788; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 378). Poi null’altro si sa. Un’altra, anch’essa scomparsa, era nel rione Trevi, Santa Maria Maddalena al Quirinale (cfr. Mariano Armellini, op. cit., p. 290; Ch. Huelsen, op. cit., pp. 378-379). Questa chiesa non sarebbe però da confondere con un’altra, denominata sempre Santa Maria Maddalena al Quirinale o delle Sacramentate (ibidem, p. 379), costruita nel 1581 nel rione Monti da Maddalena Orsini per le monache domenicane le quali vi rimasero fino al 1839, in cui vi subentrarono le religiose dette sacramentate dall'adorazione perpetua del santissimo Sacramento. Essa fu demolita nel 1888 in occasione del soggiorno del kaiser tedesco Guglielmo II al Quirinale onde trasformarne l’area in giardino (così ricorda Mariano Armellini, op. cit., p. 183).
Ancora una chiesa dedicata alla Santa sorge nel rione Colonna (Santa Maria Maddalena in Campo Marzio). Essa già esisteva nel 1403. Un secolo dopo, però, era in rovina (cfr. ibidem, p. 318; Ch. Huelsen, op. cit., p. 379). Fu affidata nel 1586 a san Camillo de Lellis che ne fece la sede centrale dell'ordine dei Camilliani. All'ordine e al suo convento fu assegnato l'intero isolato circostante. Per oltre centocinquant’anni vi furono lavori di rifacimento ed ampliamento. La Chiesa fu riconsacrata nel 1727. In questa chiesa si conservano, oltre a varie reliquie e cimeli di san Camillo, anche il corpo del Santo. Essa è la chiesa regionale degli abruzzesi residenti in Roma.
Ancora una chiesa, o piccolo oratorio, sorgeva ai piedi del Monte Mario, appena fuori dell’Urbe. Oggi esso è scomparso (cfr. Mariano Armellini, op. cit., p. 842; Ch. Huelsen, op. cit., p. 379-380).
Un’altra chiesa era dedicata alla Maddalena ed è oggi, invece, dedicata a San Lazzaro dei Lebbrosi, pur essa ai piedi di Monte Mario. Come ricorda l’Armellini, «Paolo V nel 1621 restaurò l'ospedale [annesso alla chiesa, ndr.] ove nella domenica di Passione i Romani solevano recarvisi non solo a vedere le miserie umane dei poveri Lebbrosi ma a sovvenirle e servirle» (Mariano Armellini, op. cit., p. 842).
Senz’altro, però, oggi, il maggior santuario dedicato alla nostra Santa in Roma è la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini. Essa è significativa per quanto concerne la Maddalena, perché in apposita cappella ed, in uno splendido reliquiario argenteo, oro e bronzo della bottega di Benvenuto Cellini, vi si conserva la reliquia di un piede (essendo esso il primo piede ad essere entrato nel sepolcro di Cristo Risorto) un tempo posta in una cappella, dedicata alla Santa, fatta innalzare da papa Niccolò V e demolita sotto Clemente VII, posta all'ingresso di Ponte Sant'Angelo (ibidem, p. 351), dove costituiva l’ultima delle reliquie maggiori prima di giungere sulla tomba di San Pietro.
L’introito è tratto dal Sal. 119 (118). I peccatori attesero per perdermi; dapprima vollero perdere la mia anima, e poi il mio corpo. Io tuttavia mi ricordai dei Tuoi precetti e non cedetti. La via per la quale mi condussero poteva sembrare stretta. Tuttavia è bordata dai Tuoi comandi, e per me è diventata una regione spaziosa, quella della gloriosa eternità.
La prima lettura è tratta dal Cantico (Ct 3, 2-5; 8, 6-7). L’eletta dal casto imene cerca ansiosamente lo sposo che, a causa del suo ritardo ad aprirgli, è passato oltre. Lo trova finalmente, a fatica, e l’introduce nella sua casa. – È oggi la festa dell’ospite di Gesù Cristo – Dopo una giornata di così grande lavoro, la sposa è presa infine dal sonno mistico del perfetto abbandono dell’anima in Dio. Dorme dunque, ma il suo cuore veglia, perché l’amore non lascia dormire e brucia come l’inferno. E tuttavia, benché questa fiamma distrugga e purifichi, l’anima sente che l’amore è una grazia così grande che, anche a voler acquietarla al prezzo del totale sacrificio di sè e di tutto ciò che si ha, l’amore supera tutte queste cose.
L’intercessione di Maria, la mirrofora ed uguale degli Apostoli, come la chiamano i greci, è molto potente sul Cuore di Gesù, perché, dopo l’intimità della sua tranquilla casa di Nazareth, il Salvatore non si sentì tanto bene in nessun altro posto che in quello di Betania. San Giovanni, infatti, attesta: Diligebat autem Jesus Martham et sororem ejus Mariam et LazarumGesù amava Marta, Maria sua sorella, e Lazzaro» - Gv 11, 5).
È lì, sotto questo tetto amico che Gesù, durante la sua ultima settimana quaggiù, bandito già da Israele per la vita e per la morte, si ritirava per passare la notte. Dormì anche il mercoledì 12 Nisan, o piuttosto 13, poiché dagli ebrei il giorno cominciava al tramonto e fu l’ultimo riposo che si accordò sulla terra prima della sua Passione.
Il responsorio ed il versetto sono tratti dal Sal. 45 (44). Si descrivono i meriti e la bellezza della mistica sposa dell’Agnello.
La lettura evangelica di questo giorno (Lc 7, 36-50) appare nel Messale due altre volte: il giovedì della settimana della Passione, ed il venerdì dei Quattro Tempi di settembre. In quest’ultima circostanza, san Gregorio la commentò con una speciale cura al popolo riunito nella basilica di San Clemente. Come osserva il santo Pontefice, quando si considera la tenerezza di Gesù per questa povera peccatrice, si ha piuttosto voglia di piangere piuttosto che discorrere. La scena della conversione della peccatrice di Magdala è forse uno dei brani evangelici che rivelano meglio la soavità del Cuore del Redentore. A Maria si perdona molto perché amò molto! Ecco il rimedio per i peccatori, ecco lo spirito che vivifica la Chiesa militante, poiché se la fragilità umana fa commettere numerosi peccati, vi si trova anche molto amore che li fa perdonare.
Opera sublime della divina potenza! Lo Spirito Santo, a dire di san Giovanni Crisostomo, prende le peccatrici, le purifica, le infiamma, e l’eleva a tal punto che le eguaglia alle stesse caste vergini. Vides hanc mulierem! Il Signore le propone a tutti i fedeli come un modello da contemplare, per poi imitarle. Ha voluto anche che la conversione della Maddalena e l’amore che, in seguito, ella portò a Gesù, facessero in qualche modo parte del santo Vangelo, affinché il ricordo ne sopravvivesse attraverso tutte le generazioni: Ubicumque predicatum fuerit hoc Evangelium in toto mundo, dicetur et quod hæc fecit, IN MEMORIAM EJUS Dovunque sarà predicato questo vangelo, nel mondo intero, sarà detto anche ciò che essa ha fatto, in ricordo di lei» - Mt 26, 13).
L’antifona per l’offertorio è comune alla festa di santa Scolastica, il 10 febbraio.
L’offerta di nardo prezioso che Maria sparse sulla testa e sui piedi del Salvatore simboleggia la nostra devozione verso la divina Eucarestia, dove, attraverso i veli luminosi del mistero di fede, ci è dato anche di avvicinare e di baciare questa santa umanità che il Verbo prese per la nostra salvezza.
L’antifona per la Comunione dei fedeli è la stessa per santa Bibiana il 2 dicembre.
I Greci danno a Maria di Magdala il titolo glorioso di isoapostola, σαπστολος, cioè uguale agli Apostoli, perché fu la prima ad annunciare al mondo ed agli Apostoli stessi la resurrezione del Salvatore. È per questo che nella messa di questo giorno si recitava, sino al 1960, allorché fu soppresso, il Credo.
Sublime ricompensa accordata alla penitenza cristiana ed all’amore!



Giovanni Lanfranco, Maria Maddalena portata in cielo dagli angeli, 1616-18 circa, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli

Giovanni Lanfranco, Maddalena in gloria con angeli, 1616-17 circa

Giovanni Lanfranco, La Maddalena in gloria, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Ambito di Claudio Coello, Maria Maddalena penitente, 1670-80 circa, Hermitage, san Pietroburgo

José Antolínez, Assunzione della Maddalena, 1670-75, Museo del Prado, Madrid

Anonimo, Transito della Maddalena, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Mateo Cerezo, Maddalena penitente, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Pompeo Batoni, Maddalena penitente, 1742 circa, Gemäldegalerie, Dresda


Corrado Giaquinto, Maria Maddalena penitente, 1750 circa, Metropolitan Art Museum, New York

John Rogers Herbert, Maria Maddalena, 1859, collezione privata


Hugues Merle, Maria Maddalena nella grotta, 1868, collezione privata

Plácido Francés y Pascual, Maddalena penitente, 1886, Museo del Prado, Madrid

venerdì 21 luglio 2017

Apostasia nella Chiesa: da figli di S. Ignazio a .... figliocci di buddha





Cfr. Dialogue with Buddhists, in Jesuit Curia in Rome, 17 Jul. 2017


Cfr. Il Superiore generale dei gesuiti venera Budda..., in Chiesa e postconcilio, 19.7.2017

Steve Skojec, Jesuit Website Refers to Fr. Sosa as the First Superior General to “Baptize Himself a Buddhist”, in One Peter Five, July 20, 2017




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21 Luglio 1773, papa Clemente XIV promulgava la bolla Dominus ac Redemptor, con la quale sopprimeva la Società di Gesù (non avendo tutti i torti)







Cfr. Marco Tosatti, Martini non voleva Bergoglio papa. Un'indiscrezione di Romana Vulneratus Curia. Che di Curia se ne intende, in Stilum Curiae, 21.7.2017

giovedì 20 luglio 2017

Sant’Elia: il Profeta degli ultimi tempi

Nella festa di S. Elia, profeta, rilanciamo questo contributo.



Sant’Elia: il Profeta degli ultimi tempi

di Cristiana de Magistris

Il 20 luglio, festa liturgica – nell’Ordine Carmelitano – del profeta Elia, il sacerdote sale all’altare con i paramenti rossi. Eppure sant’Elia non ha versato il sangue per la fede, anzi – come sappiamo dalla Scrittura – non è ancora morto. Egli tornerà negli ultimi tempi come precursore dell’anticristo a predicare e convertire il popolo ebraico, ed allora, secondo la tradizione, verserà il suo sangue nella città di Gerusalemme. È in vista di questo glorioso martirio che la Liturgia carmelitana adotta – in modo profetico per un profeta – i paramenti rossi. 
Elia è il profeta del Dio vivente. Il suo stesso nome, che significa: “JHWH è Dio”, è il vero programma della sua vita. Si tratta di uno dei più grandi uomini dell’Antico Testamento: è colui che sta alla presenza del suo Dio ed è divorato dallo zelo per la Sua gloria. Le parole che si leggono nel primo libro dei Re “Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum (Sono pieno di zelo per il Signore Dio degli eserciti [1 Re 19,10]) riassumono il tratto essenziale della sua fisionomia – il cui simbolo è il fuoco (Sir 48,1) – che si delinea con straordinaria vivacità nel Testo sacro.
Dopo la morte di Salomone, le dodici tribù di Israele si divisero in due grandi regni: quello di Giuda e quello d’Israele. Il primo formatosi con le due tribù di Giuda e di Beniamino, ebbe per  capitale Gerusalemme; il secondo si compose di dieci tribù con capitale Sichem, poi Samaria. A questo secondo regno appartenne il profeta Elia, che abitava il deserto di Galaad in Samaria. Uomo virtuoso e austero, vestiva una tunica di peli di cammello con ai fianchi una cintura di cuoio: “pieno di zelo per ilDio degli eserciti”, uscì tre volte dal deserto per minacciare Achab, settimo re di Israele, e la regina Iezabele, che avevano pervertito il popolo trascinandolo nell’idolatria; per mandare a morte i 450 profeti di Baal che confuse sul Monte Carmelo; e per annunciare al re, impossessatosi della vigna di Naboth, che sarebbe stato ucciso, e, alla regina, che il suo sangue sarebbe scorso ove era scorso il sangue di Naboth e i cani avrebbero divorate le sue carni. Per tutti questi motivi, Elia fu perseguitato dagli Israeliti, da Achab e da Iezabele e dovette fuggire sul monte Horeb per scampare alla morte. Quando più tardi Ochozia, figlio di Achab, divenne re, Elia gli fece dire di non consultare Belzebu, il dio di Accaron, come aveva intenzione di fare, ma il Dio d’Israele. Ochozia allora gli mandò un capitano con cinquanta soldati per indurlo a scendere dalla montagna e rendergli conto delle sue parole. Elia rispose al capitano: “Se io sono un uomo di Dio, scenda dal cielo un fuoco che divori te e i tuoi cinquanta”. E scese il fuoco e divorò lui e i suoi cinquanta uomini.
Più tardi, Elia andò verso il Giordano con Eliseo, e allorché ebbero attraversato il fiume, un carro di fuoco con cavalli di fuoco separò l’uno dall’altro, ed Elia salì al cielo in un turbine. Eliseo allora si rivestì del mantello che Elia aveva lasciato cadere e ricevette doppiamente il suo spirito.
Il doppio spirito che Elia lasciò ad Eliseo si trasmise agli eremiti del monte Carmelo, i quali – con l’avvento dell’atteso Messia – si costituirono gradualmente in Ordine religioso, il cui stemma – in forma di scudo – rivela la sua origine “eliana”. Esso, infatti, è sormontato da un braccio con una spada di fuoco e un nastro con una citazione biblica. Il braccio è quello di Elia, che tiene una spada di fuoco, e il nastro porta l’iscrizione “Zelo zelatus sum pro Domino Deo exercituum”. Il braccio e la spada mostrano la passione ardente di Elia per l’assoluto di Dio, la cui “parola bruciava come fiaccola” (Sir 48,1). Per i Carmelitani, Elia è il profeta solitario che coltiva la sete dell’unico Dio e vive alla Sua presenza. Come lui, essi portano “la spada dello spirito, che è la Parola di Dio” (Regola Carmelitana, n. 19) ed è per essi modello di azione, ma soprattutto maestro di orazione e di contemplazione.
L’apostolo san Giacomo, nella sua Epistola, ci propone come modello di preghiera l’orazione fervorosa e potente del santo patriarca Elia, che ottenne da Dio prima la completa siccità sui campi d’Israele per tre anni e sei mesi, e poi l’abbondanza della pioggia. Alla sua preghiera i morti risuscitarono; il fuoco cadde dal cielo per tre volte in punizione degli idolatri; sul monte Oreb, il Signore si manifestò per mezzo del venticello leggero; sul monte Carmelo  apparve la piccola nube, simbolo misterioso della Vergine Maria, Madre di Dio. Sant’Isidoro afferma che tutte le azioni della vita di Elia non furono che un’orazione continua, Elias in sancta meditatione assiduus, da cui nacque la santa Famiglia dei contemplativi del Carmelo. Simeone Metafraste (X sec.) – il grande agiografo bizantino – suggerisce a chiunque voglia comprendere lo spirito di un ordine religioso di studiare lo spirito del fondatore, che è il padre spirituale di tutti quei religiosi. Ma in Elia, aggiunge, il fuoco ardente e lo zelo dell’anima sono così intensi che devono essere studiati da tutti.
Alla fine della sua terrena esistenza, fu il fuoco nella forma di carro e cavalli che rapì il profeta Elia trasportandolo in un luogo ignoto. Suarez afferma esser di fede che Elia, come anche Enoch, non è morto. Sant’Agostino conferma che “né Enoch né Elia hanno subito la corruzione in tutto questo tempo”. “Enoch ed Elia ora hanno gli stessi corpi – sostiene S. Girolamo – che avevano quando furono trasportati” (nel luogo del loro misterioso soggiorno). S. Gregorio specifica che “Sant’Elia non è sfuggito alla morte, ma per lui essa è solo ritardata”.
Circa il luogo del suo soggiorno, alcuni autori ritengono che Elia con Enoch si trovi nel Paradiso terrestre che sarebbe sfuggito all’universale diluvio, altri in un luogo ignoto, ma ameno, conosciuto da Dio solo. Quel che è certo, in entrambi i casi, è che essi posseggono uno straordinario potere di contemplazione e di amore in cui si preparano alla loro venuta finale. Elia, nel luogo dove la divina Provvidenza lo ha posto e sul quale i teologi non ci dicono nulla di certo, prega senza posa per gli uomini, essendo – secondo san Gregorio – in continue estasi, in serafiche contemplazioni e in dolci e soavi colloqui. Nell’esercizio di questa sublime orazione, l’estatico Profeta riceve quella luce abbondante e sovrana con cui dovrà un giorno venire a rischiarare il mondo. Ed è per questo che san Bernardo gli conferisce il nome di luce del mondo: orbis lumen.
“Enoch ed Elia sono felici – afferma ancora san Bernardo – poiché vivono solo per Dio e sono occupati in Lui solo, contemplandolo, amandolo e godendo di Lui”. Suarez sostiene essere del tutto consequenziale al loro stato il fatto che essi siano stati confermati in grazia, benché nel tempo del loro lungo soggiorno non possano più meritare. La loro capacità di meritare, infatti, secondo Suarez, sarebbe sospesa fino al loro ritorno, quando completeranno la loro missione con la predicazione e l’effusione del loro sangue. S. Tommaso afferma che Enoch ed Elia “vivranno insieme fino alla venuta dell’anticristo”. Questa verità, che i Padri riconoscono pressoché unanimemente, Suarez ritiene esser de fide o proxima fidei. La missione di Enoch ed Elia, negli ultimi tempi, sarà quella di predicare in abito di penitenza contro l’anticristo. La missione speciale di Enoch sarà di convertire i Gentili, mentre quella di Elia sarà di convertire i Giudei, i quali, tuttora, nella loro liturgia della Pasqua, gli lasciano un posto vuoto proprio per ricordarne la presenza alla fine dei tempi.
Essi verranno in abito di sacco per richiamare le anime alla penitenza e alla povertà. Ed anche, aggiunge l’Aquinate, per indicare che la Chiesa alla fine dei tempi ritornerà ai tempi della sua giovinezza, quando il Battista predicava vestito con peli di cammello. Essi – come mistici ponti – congiungeranno l’inizio della storia alla sua fine.
Sant’Elia sarà dunque predicatore e apostolo di Gesù Cristo nei tempi futuri, quando l’anticristo perseguiterà la Chiesa di Dio, secondo il capitolo 17° del Vangelo di san Matteo, in cui Nostro Signore Gesù Cristo stesso dice che Elia verrà e ristabilirà ogni cosa: Elias quidem venturus et restituet omnia, perché allora, come ha profetizzato Malachia, egli comparirà come precursore del secondo avvento di Gesù Cristo nel mondo.
Contro l’efficace predicazione di Elia e di Enoch, che conquisterà Giudei e Gentili, si scatenerà la rabbia infernale dell’anticristo il quale tenterà di ucciderli: cosa che Dio permetterà, per aggiungere alla loro corona la palma del martirio. Secondo numerosi Padri ed altri importanti autori, questi due ultimi apostoli saranno messi a morte in Gerusalemme come il nostro divin Redentore, ed i loro corpi, gettati sulla piazza, resteranno senza essere sotterrati per tre giorni e mezzo, secondo la profezia di san Giovanni nell’Apocalisse (cap. 11); ma, trascorsi questi tre giorni e mezzo, i due Santi risusciteranno gloriosi e saliranno al cielo in anima e corpo, in una nube luminosa, sotto gli occhi dell’anticristo e dei suoi sostenitori.
Alla morte di Enoch ed Elia seguirà subito la disfatta dell’anticristo, perché – secondo Tertulliano – questi due apostoli degli ultimi tempi “sono riservati per distruggere l’anticristo con il loro sangue”.
Secondo padre Frederick William Faber, fondatore dell’Oratorio di Londra, Elia ebbe un cuore di guerriero e un intelletto di serafino. Lo dimostra la sua fede così eroica che gli meritò di essere sulla terra il suo primo difensore, come san Michele lo era già stato in Cielo contro gli angeli ribelli. Ciò avvenne in quel pubblico “autodafé”, celebrato sul monte Carmelo, allorché, per ordine del re Acab, si trovarono riuniti ottocentocinquanta falsi profeti che Elia confuse con sagace ironia, e debellò, meritando per questo da san Bernardo il titolo di defensor fidei.
L’ardore di questo santo di fuoco, definito dal Crisostomo “angelo della terra e uomo del Cielo”, che fu portato nel luogo del suo misterioso soggiorno da quel fuoco su cui aveva esercitato uno speciale potere sulla terra, ha fatto di lui una sorta di “uomo eterno” che attende l’ora di Dio per incendiare il cuore degli uomini col fuoco del divino amore. Nel luogo in cui vive con Enoch, Elia si prepara alla sua missione finale. Poiché fu il primo devoto della Vergine Santissima, si crede che egli trascorra questo tempo nell’imitazione di Colei che ebbe lo speciale privilegio di vedere adombrata nella misteriosa nuvoletta e che amò con ammirabile anticipazione. È alla scuola della Madre di Dio che il Profeta degli ultimi tempi si prepara ad affrontare l’anticristo, attendendo due cieli: il cielo della terra, dove verserà il suo sangue, e il Cielo dei cieli, dove godrà, infine, della visione di quel Dio la cui gloria ha zelato con impareggiabile ardore.
I tempi tumultuosi che sta vivendo la Chiesa e il mondo, se non sono i tempi dell’anticristo, ne sono certamente una prefigurazione. Il profeta Elia, che attendiamo secondo le profezie scritturistiche, è fin d’ora un modello di azione e di contemplazione, di fede e di speranza, di amore incandescente all’unico vero Dio e di totale rifiuto del compromesso con l’errore. Infine il santo Profeta e Patriarca invita tutti alla generosità più estrema nel servizio di Dio, quella generosità che lo farà tornare sulla terra a versare il suo sangue per il quale ha anticipatamente meritato il titolo di martire. 
Se la moderna cristianità ha relegato (anche) il grande profeta Elia tra i personaggi leggendari, a noi la saggezza di seguire la fede dei nostri Padri che solo la stolta infatuazione dei loro figli si gloria di ignorare.

domenica 16 luglio 2017

16 luglio 1216 - 2017 - Anniversario del transito del Sommo Pontefice Innocenzo III, gloria del Pontificato romano


Il 16 luglio 1216, nella festa della Vergine del Monte Carmelo, si addormenta nel Signore, andando a ricevere la sua ricompensa, Papa Innocenzo III dei conti di Segni, Sommo Pontefice e gloria del Pontificato romano

La Solennità di Nostra Signora del Monte Carmelo al Santuario Stella Maris sul Monte Carmelo

(Cliccare sull'immagine per il video)



Haifa e il Monte Carmelo

(Cliccare sull'immagine per il video)

Lo scapolare del Carmine e il messaggio centenario di Fatima

Nella festa della Regina decor Carmeli, rilanciamo questo contributo di don Marcello Stanzione.










Francesco e Giuseppe Verzella (attr.), Madonna del Carmine, Chiesa di S. Michele, Procida

Antonio Acero de la Cruz, Madonna del Carmine, 1636, Museo de Arte del Banco de la Republica de Colombia, Bogotà, Colombia

Madonna del Carmine, XVIII-XIX sec., Chiesa del Carmine, Andria

Corrado Giaquinto, La Madonna intercede per le anime del Purgatorio e consegna lo scapolare a S. Simone Stock, XVIII sec.



Lo scapolare del Carmine e il messaggio centenario di Fatima

di Don Marcello Stanzione

Vergine del monte Carmelo e molti cattolici in quel giorno riceveranno lo Scapolare del Carmine o Abitino della Madonna. Alcune persone, purtroppo anche dei sacerdoti, hanno obiettato contro la devozione dello Scapolare della Madonna del Carmine, per il suo carattere “superstizioso” e per il fatto che la salvezza del portatore di quest’abitino atterrebbe ad un’osservanza puramente esteriore, indipendente dalle disposizioni interiori dell’anima (Stato di grazia, virtù, ecc.).
Ad esse rispondiamo con San Luigi Maria Grignion di Monfort: “Le pratiche esteriori ben fatte aiutano le interiori, sia perché esse fanno ricordare all’uomo, che si guida sempre coi sensi, di quello che ha fatto e di quello che deve fare; sia perché esse sono proprie per edificare il prossimo che li vede, cosa che non fanno quelle che sono puramente interiori. Nessun uomo del mondo dunque critichi né metta qui il naso per dire che la vera devozione è nel cuore, che occorre evitare quello che è esteriore, che può esservi della vanità, che occorre nascondere la propria devozione, ecc. … io rispondo loro col mio maestro: “Gli uomini vedano le vostre buone opere, affinché essi glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” (Mt. 5, 16), non già, come dice San Gregorio, che si devono fare le proprie azioni e devozioni esteriori per compiacere gli uomini e trarne delle lodi, questo sarebbe vanità; ma le si fanno talvolta davanti agli uomini, nella veduta di compiacere a Dio e di farlo glorificare per questo, senza farsi scrupolo dei disprezzi e delle lodi degli uomini”. Più avanti, lo stesso santo annota: “Una delle ragioni per le quali così pochi cristiani pensano alle loro promesse nel santo battesimo e vivono con tanta superficialità, è che essi non portano nessun segno esteriore che glielo faccia ricordare”.
Ma, si insiste: lo Scapolare (…) è una “assicurazione-salvezza” ben meschina che dispensa dal santificarsi e dall’obbedire ai Comandamenti di Dio. Diversamente detto, il peccatore, dopo aver ricevuto lo Scapolare, potrebbe darsi in perfetta sicurezza a tutti i peccati dicendosi: “Poiché porto lo scapolare, sono certo di non essere dannato”.
Occorre rispondere che colui che abusasse così della devozione alla Santa Vergine, sarebbe indegno dei suoi favori. E’ per questo che sarebbe bene a torto contando sul suo Scapolare per peccare più liberamente, poiché non si prende in giro Iddio (Galati 6, 7).
Lo Scapolare della Madonna del Carmine non è soltanto uno strumento che ci garantisce l’indulgenza divina nell’istante dell’ultimo respiro affinché se andiamo in Purgatorio possiamo al più presto andare in Paradiso. Esso è anche “un sacramentale” che attrae le benedizioni divine, anche materiali, su chi lo usa con pietà sincera e devozione ardente nei riguardi della Madonna. Lungo i secoli innumerevoli miracoli e conversioni hanno dimostrato la sua enorme efficacia spirituale tra i fedeli cattolici. Nelle “Cronache del Carmelo” ne troviamo innumerevoli esempi. Vediamone appena qualcuno:
1- “Nello stesso giorno in cui San Simone Stock, generale dei frati carmelitani, ricevette dalla Madre di Dio lo Scapolare e la promessa, fu chiamato ad assistere un moribondo, che era disperato a causa dei suoi molti e gravi peccati. Quando arrivò, mise sul pover’uomo che era assai tentato dal demonio, lo Scapolare del Carmine che aveva appena ricevuto, chiedendo alla Madonna che mantenesse la promessa che gli aveva appena fatto. Immediatamente l’impenitente si pentì di tutte le sue colpe, si confessò sacramentalmente e morì nella grazia di Dio”.
2- “Sant’Alfonso de’ Liguori, fondatore dei Redentoristi, morì nel 1787 con lo Scapolare del Carmelo addosso. Quando venne avviato il processo di beatificazione del santo vescovo, fondatore dei Redentoristi e patrono dei teologi moralisti, all’aprirsi del suo tumulo, si constatò che il corpo era ridotto in cenere, così come il suo abito: soltanto il suo Scapolare era completamente intatto. Questa preziosa reliquia si conserva nel Monastero di sant’Alfonso a Roma. Lo stesso fenomeno  di conservazione dello scapolare si verificò quando venne aperto il tumulo di San Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, quasi un secolo dopo.”.
3- “Nell’ospedale di Belleview, di Nuova York, fu ricoverato un anziano. L’infermeria che lo assistette, vedendo sopra le sue vesti uno Scapolare colore castagno scuro, pensò subito di chiamare un sacerdote cattolico. Mentre questi recitava la preghiera degli agonizzanti, il malato apri gli occhi e disse: “Padre io, non sono cattolico”. “Allora, perché usa questo Scapolare?” “Ho promesso ad un amico che l’avrei usato sempre e di pregare tutti i giorni un’Ave Maria”. “Ma sei in punto di morte. Non vuoi diventare cattolico?”. “Si, Padre, lo voglio. L’ho desiderato tutta la mia vita”. Il sacerdote lo preparò rapidamente, lo battezzò e gli somministrò gli ultimi sacramenti. Poco tempo dopo l’anziano moriva serenamente. La Santissima Vergine aveva preso sotto la sua protezione quella povera anima che indossava il suo scudo” (Lo Scapolare del Monte Carmelo – Edizioni Segno, Udine, 1971).
L’Ordine dei frati della Madonna del Carmelo si installò in Portogallo quando lo spirito cristiano della nazione era ancora difeso anche con la spada da santi ed eroi. Il suo maggior protettore fu il Beato Nun’Alvares Pereira, chiamato Nuno di Santa Maria perché il tenero amore per Maria santissima fu il più elevato e sublime ideale della sua vita. Da giovane, Nuno si era dedicato interamente a Lei e tutto ciò che faceva era in nome e onore di Maria. Dopo essere stato armato cavaliere, incise sulla sua spada il nome di Maria e nel suo stendardo la sua immagine. Nelle sue grandi lotte, riponeva sempre la speranza nella Madre di Dio e da Lei attendeva la vittoria. Come ringraziamento per i grandi benefici ricevuti ordinò di costruire chiese e conventi, come il Monastero della Battaglia e il Convento del Carmelo a Lisbona, dove, a 70 anni, entrò come fratello converso unitamente ad altri compagni d’arme. Si può persino considerare il Beato Nuno come fondatore dell’Ordine in Portogallo, poiché fu grazie a lui, per la sua influenza, che si stabilì in questo paese una Provincia Carmelitana nel 1423. Nel 1250 i Cavalieri di S. Giovanni avevano donato ai carmelitani un convento a Moura, ma fu la fondazione di Lisbona che diede loro slancio. A partire da allora, lo Scapolare fu molto diffuso in Portogallo, come in tutta l’Europa. Ma il tempo e l’incostanza di tanti cattolici lo fece gradualmente relegare nell’oblio.
Nel 1917 a Fatima, a conclusione delle apparizioni, durante le quali la Madonna proclamò la verità della sua sovranità e profetizzò il trionfo del Suo Cuore Immacolato, Ella apparve rivestita dell’abito della sua più antica devozione – quello del Carmelo. E, in questo modo, mostrò come una sintesi tra lo storicamente più remoto (il Monte Carmelo), il più recente (la devozione al Cuore Immacolato di Maria) ed il futuro glorioso, che è il trionfo di questo stesso Cuore (Fatima e la Madonna del Carmelo, P. Higino di santa Teresa , Coimbra, 1951).
Lo Scapolare è un segno inequivocabile che il cattolico zelante nell’adempimento delle richieste della Madre di Dio troverà in questa devozione una fonte abbondante di grazie per la sua conversione personale e per il suo apostolato, specialmente nella nostra società che oggi è estremamente secolarizzata e rozzamente materialista e chiusa ai valori dello spirito. Questo “Vestito di Grazia” fortificherà la sua certezza che, quando per lui arriverà la morte nel chiudere gli occhi a questa vita e all’aprirsi all’al di là , troverà il suo fine ultimo, Gesù Cristo, nella Gloria Eterna insieme alla Beata Vergine Maria.
È importante proprio in questo 2017 in cui ricordiamo il centenario delle apparizioni di Fatima, ribadire l’importanza spirituale dello Scapolare della Madonna del Carmine che un santo come Giovanni Paolo II portava sempre addosso.