giovedì 21 agosto 2014

"... qui amat filium aut filiam super me, non est me dignus ..." (Matth. 10, 37) - Ci può essere un amore più grande?

La vita di santa Giovanna Francesca de Chantal ha offerto una risposta in senso affermativo alla domanda del Signore.
Ieri, commemorando il centenario del pio transito di san Pio X, proponevano all’attenzione un film – l’unico per la verità – dedicato alla vita del santo pontefice, “Gli uomini non guardano il cielo”. Ad un tratto, si racconta un episodio reale della biografia del papa, allorché era Patriarca a Venezia. Recatosi presso la ricca dimora di una nobildonna della città lagunare, in procinto di divorziare dal marito, in Ungheria (all’epoca in Italia non esisteva il divorzio!), questa lamentava come la sua esistenza fosse stata infelice e la Provvidenza parecchio ingiusta con lei e che, perciò, aveva “diritto ad un’altra storia”, a rifarsi una vita. Il santo Patriarca replicava che “di fronte a Dio non si hanno diritti, ma solo doveri” e che col divorzio in procinto di ottenerlo grazie alla sua ricchezza, in verità, non si accomodava nulla soprattutto “quando si decide di vivere in peccato mortale”. La donna, quindi, obiettava che aveva diritto di rifarsi una vita e che non poteva sacrificare tutta la sua vita ad un manigoldo, che l’aveva quasi impoverita: aveva, dunque, diritto all’amore. Il Patriarca, quindi, indicando il Cielo, ricordava alla donna che “c’è un solo amore che non può essere sacrificato ed è l’amore di Dio. Certo è un amore difficile, perché tutto dà e niente chiede, quell’amore è abnegazione, è carità”. Per questo, la donna non poteva disertare il campo di battaglia che Dio le aveva assegnato, perché, così facendo, avrebbe perso un’anima (quella del marito peccatore) ed avrebbe perso certamente se stessa.
Come ieri, dunque, questo film ci ha ricordato che c’è un Amore superiore, che non può essere sacrificato, così oggi l’odierna memoria di santa Giovanna Francesca.
Ella, discepola di san Francesco di Sales, fece onore al suo maestro e gli dimostrò che, senza ricorrere necessariamente a quelle forme speciali e trascendenti di santità che troviamo presso i Padri del deserto, si poteva giungere al sommo della perfezione cristiana amando Dio appassionatamente e compiendo i doveri del proprio stato, nella quadruplice situazione di sposa, di madre, di vedova e di religiosa, volta a volta vissuta dalla nostra santa.
Alla scuola del santo Vescovo di Ginevra, la santità di Giovanna Francesca diventò amabile, gentile e non diede più quell’impressione di malinconia che una virtù esordiente poteva causare a coloro che ne furono testimoni.
Madame de Chantal aveva affidato la direzione della sua anima a san Francesco di Sales, tanto che i suoi domestici dicevano a questo riguardo: «Il primo confessore di Madame la faceva pregare tre volte al giorno e, per questo, ci annoiavamo molto. Il Monsignore di Ginevra, al contrario, la fa pregare ora continuamente e questo non importuna più nessuno» («Le premier conducteur de Madame ne la faisait prier que trois fois, et nous en étions tous ennuyés; mais Mgr de Genève la fait prier à toutes les heures, et cela n’incommode personne») (Françoise M. De Chaugy, Giovanna Francesca di Chantal. Memoria della vita edelle virtù, Roma 2010, p. 72. Cfr. Id., Mémoires sur la vie et les vertus de Sainte-Jeanne Françoise Frémyot de Chantal. Sainte Jeanne-Françoise Frémyot de Chantal, sa vie et ses œuvres, t. 1, Paris 1874, p. 73).
Uno dei momenti più penosi della sua vita fu quello in cui dovette separarsi dai suoi.
In quell’istante, la nostra Santa dové sperimentare le parole del Redentore e cioè che l’Amore a Lui, per essere fatti degni di Lui, deve superare persino quello derivante dai vincoli di sangue, perché è davvero un amore che non può essere sacrificato!
Eccone il racconto: «Il 19 [recte: 29, ndr.] marzo 1610, giorno fissato per gli addii, i genitori e gli amici della santa si riunirono da M. Frémiot. L’assemblea era numerosa. Tutti si scioglievano in lacrime. M.me de Chantal, sola, conservava una calma apparente; ma i suoi occhi erano umidi di pianto e testimoniavano la violenza che era obbligata ad adoperare su se stessa per dominarsi. Andava da uno all’altro, baciando i suoi genitori, chiedendo loro perdono, li scongiurava di pregare per lei, provando a non piangere, e piangendo più forte. Quando arrivò ai suoi quattro bambini, non poté contenersi. Suo figlio, Celso Benigno, che aveva circa quindici anni, si appese al suo collo e provò con mille carezze a distoglierla dal suo progetto. M.me de Chantal, prona su di lui, lo copriva di baci e rispondeva a tutte le sue ragioni con una forza ammirevole. Nessun cuore insensibile che fosse, era capace di trattenere i singhiozzi sentendo “quelle parole filiali e materne così dolorosamente piene d’amore”. Dopo che i cuori ebbero esaurito la tenerezza, M.me de Chantal, per mettere fine ad una scena che la prostrava, si liberò vivamente dalle braccia di suo figlio e volle passare oltre. Questo fu allorché Celso Benigno, disperato di non potere trattenere sua madre, si coricò di traverso sulla porta dicendo: “Ebbene, Madre mia, se non posso trattenervi, almeno passerete sul corpo di vostro figlio”. A queste parole, M.me de Chantal sentì il suo cuore spezzarsi e, non potendo sostenere il più peso del suo dolore, si fermò e lasciò cadere liberamente le sue lacrime. Il buon Monsignor Robert, precettore dei figli, che assisteva a questa scena straziante, temendo che M.me de Chantal si indebolisse nel momento supremo: “Eh che cosa! Madame, le disse, le lacrime di un bambino vi potranno scuotere?” – “No!, riprese la santa che sorrideva attraverso le sue lacrime, ma che vuole, sono una madre!” – E, gli occhi al cielo, novello Abramo, ella passò sul corpo di suo figlio» (Mons. Emile Bougaud, Histoire de Sainte Chantal et des origines de la Visitation9, t. 1, Paris 1879, pp. 411-413 (traduzione mia). V. anche André Ravier, Jeanne-Françoise Frémyot, Baronne de Chantal, Paris 1983, trad. it. Giovanna di Chantal. Fascino femminile e santità3, Roma 2000, pp. 66-67; Giovanna di Chantal, Volerci come Dio ci vuole. Scritti spirituali3, Roma 2000, pp. 33-34; Françoise M. De Chaugy, Giovanna Francesca di Chantal cit., pp. 111-112).

Noël Hallé, S. Francesco di Sales consegna a S. Giovanna Francesca la regola della Congregazione della Visitazione, XVIII sec., Chiesa di Saint-Louis-en-L’Ile, Parigi

Valentin Metzinger, S. Francesco di Sales riceve i voti di S. Giovanna Francesca di Chantal, 1753-55, Narodna Galerija, Lubiana

Ritratto originale di S. Giovanna Francesca de Chantal



mercoledì 20 agosto 2014

L'ombra di S. Pio X: il card. Casimiro Gennari

Per commemorare il centenario della morte di Papa Sarto, che ricordiamo quest'oggi (v. anche qui), ci è stato inviato un interessante scritto, che volentieri pubblichiamo, che traccia il profilo di uno dei più fedeli collaboratori del Pontefice veneto.
Il suo nome era Casimiro Gennari
Si tratta – come ricorda Gianpaolo Romanato – di una «figura finora trascurata dalla storiografia, … già fondatore del "Monitore Ecclesiastico", la rivista che prima della nascita degli "Acta Apostolicae Sedis" fu l'organo semiufficiale della Santa Sede» (Gianpaolo Romanato, La rivoluzione del papa modernizzatore).
Grande affinità, teologica, spirituale e morale, con papa Sarto caratterizzarono il pensiero e l'opera del card. Gennari. Egli era legato, in effetti, al Pontefice da sinceri sentimenti di amicizia e di concordia. A riprova può ricordarsi che, nel conclave, che era seguito alla morte di Leone XIII, nel 1903, secondo molti, il card. Gennari senz'altro dové essere tra i grandi elettori, appunto, del Patriarca di Venezia, card. Sarto.
In una nota confidenziale del 1913, redatta in previsione del futuro conclave, che sarebbe seguito alla morte dello stesso santo Pontefice (e che si tenne poi nell’estate del 1914), inoltre, significativamente mons. Umberto Benigni (1862-1934), fondatore ed organizzatore dello strumento formidabile di lotta al modernismo quale fu il Sodalitium Pianum, indicava i nomi dei cardinali, che riteneva più vicini all’azione anti-modernista del Papa di Riese. Fra questi vi erano tre cardinali, che avevano ricevuto il galero da Leone XIII e che rappresentavano quindi la continuità tra i due pontificati: il cappuccino José Vives y Tuto (1854-1913), il ravennate Francesco Salesio Della Volpe (1844-1916) ed, appunto, Casimiro Gennari (1839-1914) originario di Maratea, il quale era stato scelto cardinale nel concistoro del 15 aprile 1901 da papa Pecci e, nel 1908, designato da san Pio X quale Prefetto della S. C. del Concilio.
Alla morte, dunque, di papa Sarto, dunque, il card. Gennari era ritenuto come un “papabile”, che, se eletto al Supremo Pontificato, avrebbe degnamente continuato l’azione avviata dal suo predecessore, soprattutto con riguardo alla lotta alle eresie scaturenti dal modernismo. Ciò significava chiaramente come l’opera di quel porporato avesse genuinamente compreso l’azione riformatrice e restauratrice intrapresa dal papa Giuseppe Sarto, cogliendone lo spirito, le finalità ed il significato. 
Non ci sembra modo più degno di ricordare il centenario del beato transito di S. Pio X, perciò, che rammentarne uno dei più fedeli interpreti.



San Pio X e la sua ombra: il Card. Casimiro Gènnari

di Vito Abbruzzi

Cento anni fa, esattamente il 20 agosto del 1914, moriva San Pio X. Gli storici della Chiesa – e non solo – hanno versato fiumi di inchiostro sul suo pontificato, dividendosi in giudizi opposti tra di loro; ma tutti d’accordo sulla sua indiscussa santità.
Il pontificato di Giuseppe Melchiorre Sarto (nato a Riese, nel Trevigiano, il 2 giugno 1835) è stato certamente uno dei più fecondi nella storia della Chiesa, attuando con coraggio e fermezza il motto paolino “Instaurare omnia in Christo” (Ef 1, 10). Una volta eletto papa, infatti, rendendosi conto di non avere doti diplomatiche né una vera e propria formazione universitaria, San Pio X sentì il dovere di farsi affiancare da collaboratori preziosi e competenti, quali i cardinali Rafael Merry del Val e Casimiro Gènnari: entrambi morti in concetto di santità. Ma mentre del primo sappiamo abbastanza, del secondo, praticamente, poco o nulla. E per questo, proprio perché anche di lui quest’anno ricorre il centenario della morte, avvenuta a Roma il 31 gennaio del 1914, voglio spendere qualche parola, per ricordarne l’alta statura di uomo colto e pio.
Il Cardinal Gènnari nacque a Maratea (diocesi di Lagonegro, in Lucania) il 27 dicembre 1839 e a soli 24 anni, il 21 marzo 1863, fu ordinato sacerdote. Pur se i suoi studi teologici ebbero un ottimo esito sotto la direzione dei Gesuiti di Napoli, egli non conseguì alcuna laurea né in Teologia né in Diritto Canonico; materia quest’ultima in cui sarebbe diventato maestro insigne, fondando nel 1876 Il Monitore ecclesiastico (dal 1949 Monitor Ecclesiasticus): una rivista destinata alla formazione permanente del clero – agli inizi prettamente italiano – sul piano culturale, morale e ascetico. Elogiato come “pubblicazione opportunissima e di grande utilità”, a motivo delle sue rubriche, che “offrono veramente a tutti gli ecclesiastici la conoscenza dei documenti più necessari e l’offrono con egregio metodo, con degna dottrina, con giudiziosa disposizione, con opportunità manifesta”, Il Monitore Ecclesiastico sarà di fondamentale importanza in campo canonistico: dalla preparazione della codificazione del primo Codex Iuris Canonici (il cosiddetto Pio-Benedettino, promulgato nel 1917) alla sua chiara e sapiente interpretazione. Ed è proprio grazie a questa preziosa rivista che il Gènnari si farà particolarmente apprezzare da Leone XIII, che nel 1881 lo nominerà vescovo di Conversano (diocesi che reggerà molto solertemente e amorevolmente sino al 1897) e nel 1895 assessore del Sant’Uffizio, creandolo, infine, cardinale nel 1901. Una carriera brillante, dunque, ma ben lontana, anzi diametralmente opposta alle logiche delle biasimevoli cordate curiali.
Il 20 luglio 1903 veniva meno il grande vegliardo Leone XIII e il 31 luglio, con 63 cardinali su 65, si apriva il conclave che doveva portare alla cattedra di S. Pietro un santo: Pio X. Sono note le vicende di quel conclave, che sbarrò prima la via al pontificato del Card. Mariano Rampolla, già segretario di Stato, per il deprecato veto dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe e la aprì, quindi, all’umile Patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto. Per quanto tutelato da strettissimo segreto lo svolgersi del conclave, gli orientamenti dell’animo del Card. Gènnari, quali risultano dalle notizie dell’epoca, ci portano a pensare che, anch’egli, dopo aver favorito all’inizio la candidatura del Card. Rampolla, ripiegasse poi, con la maggioranza, sulla mite figura del Card. Sarto, a cui lo legavano tante identità di carattere e di vita e del quale doveva divenire così intimo collaboratore nei più gravi negozi della Chiesa.
Pio X, fin da quando era Patriarca di Venezia, aveva, infatti, in grande stima il Card. Gènnari, e, in una lettera, che tuttora esiste, lo ringraziava del nuovo trattato di “cortesia e gentilezza” per averlo onorato col prezioso regalo della sua bellissima opera Consultazioni morali; si congratulava con lui “per il diritto che si è acquistato alla gratitudine dei Vescovi e del Clero in cura d’anime” e gli augurava dal cielo “la retribuzione per tanti bei meriti”.
Tra i Canonici del Capitolo Cattedrale di Conversano – rimasto molto affezionato alla memoria del suo illustre pastore divenuto cardinale – si diceva che anche Mons. Gènnari, durante quello storico conclave, avesse ricevuto qualche preferenza: una proprio dal Card. Sarto; e questa voce – mai smentita – è giunta sino ai giorni nostri, ripetuta con convinzione da un capitolare anziano ancora vivente, mio amico.
Ma, al di là delle voci di popolo, resta il fatto che il pontificato di San Pio X fu fecondo di riforme e di innovazioni grazie alla sensibilità e alla lungimiranza di Casimiro Gènnari; nonché alla innata longanimità di lui. Tra tutti valga di esempio la codificazione del Diritto Canonico, fortemente caldeggiata dal nostro Gènnari, che, su espresso volere del papa San Pio X, preparò il Motu Proprio Arduum sane munus, che usciva il 19 marzo 1904, e che aprì ufficialmente la via all’opera della codificazione.
La sensibilità si vede nel sostenere con forza la necessità di ammettere alla Prima Comunione i fanciulli, raccomandando la Comunione frequente: “Il privar le anime anche di poche Comunioni, quando non ci sia una giusta causa, è un grande danno e una condannevole ingiustizia”.
La lungimiranza è nel far dire a Leone XIII, mediante la Bolla Apostolicae curae (da lui preparata), “che le ordinazioni compiute con il rito anglicano sono state del tutto invalide e sono assolutamente nulle”. Parliamo di lungimiranza, perché, proprio grazie a questa ferma presa di posizione, l’anglicanesimo è entrato in crisi con se stesso, spingendo in tempi recenti una parte considerevole di esso a chiedere di rientrare nella comunione con la Chiesa di Roma. Un rientro disciplinato dalla Anglicanorum coetibus: la “Costituzione Apostolica circa l'istituzione di Ordinariati Personali per Anglicani che entrano nella piena comunione con la chiesa cattolica”, firmata il 4 novembre 2009 da Benedetto XVI, nella quale, confermando quanto dichiarato e proclamato da Leone XIII nella Apostolicae curae, si stabilisce che “coloro che hanno esercitato il ministero di diaconi, presbiteri o vescovi anglicani, che rispondono ai requisiti stabiliti dal diritto canonico e non sono impediti da irregolarità o altri impedimenti, possono essere accettati dall’Ordinario come candidati ai Sacri Ordini nella Chiesa Cattolica”. Una logica, questa, sacrosanta, ribadita – ma così disattesa! – dal Vaticano II, che insegna: “Bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina. Niente è più alieno dall'ecumenismo che quel falso irenismo, che altera la purezza della dottrina cattolica e ne oscura il senso genuino e preciso” (Unitatis redintegratio, n. 11).
In ultimo, la longanimità. È grazie a questa virtù che Il Card. Gènnari, da vescovo di Conversano, prese a cuore la causa di canonizzazione della beata Rita da Cascia (proclamata tale da papa Urbano VIII nel 1627, centottanta anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1447), istruendo nel 1887 l’apposito processo grazie al miracolo da questa compiuto nel 1877 verso un tale Cosimo Pellegrini, sarto conversanese, risvegliatosi dal coma in cui era sprofondato, poiché colpito da “parossismo celebrale da ideotifo”. Un processo felicemente conclusosi con l’elevazione agli onori degli altari della “Santa degli impossibili e dei casi disperati”: cerimonia avvenuta in San Pietro il 21 maggio del 1900. Mi piace ricordare questo avvenimento non solo perché conversanese, ma perché – per merito di Gènnari – la popolarità di Santa Rita è divenuta di fama mondiale: seconda solo a quella della Madonna.
E a proposito di santità, voglio concludere citando quanto il Card. Pietro Palazzini disse nel suo discorso commemorativo su Gènnari, tenuto nella Cattedrale di Conversano il 20 giugno del 1965:
“Emulo del Santo Papa che si trovò a servire e ad imitare da vicino negli ultimi suoi anni, San Pio X, fu un grande Cardinale per la sua scienza e per la sua santità. Era nota la sua immensa carità, per cui si privava di tutto quanto guadagnava a beneficio dei poveri. Una povertà, la sua, che rasentava la miseria: accompagnata, com’era, da uno spirito di mortificazione che aveva dell’eroico. La sua stessa morte veniva spiegata con le privazioni, gli stenti e il freddo sofferto, avendo voluto egli restare senza riscaldamento in quel rigido gennaio del 1914, nonostante l’età e gli acciacchi, per spirito di mortificazione”.

Memoria centenaria del pio transito di san Pio X, Papa riformatore e restauratore

Chiesa cattolica: Memoria di san Pio X, Papa riformatore e restauratore

di Cristina Siccardi

Le ragioni della profonda crisi della Fede e della Chiesa, che con costernazione molti cattolici osservano e vivono oggi, sono quelle individuate con logica e realismo da san Pio X, il grande Pontefice riformatore e restauratore che guidò la Chiesa nel primo Novecento fino allo scoppio della prima Guerra mondiale. Il centenario del suo dies natalis, 20 agosto 1914 – 20 agosto 2014, viene così a cadere in un tempo in cui l’obiettivo del suo Magistero, Instaurare omnia in Christo, diventa di sorprendente attualità: come allora Papa Sarto, di fronte agli assalti secolarizzanti del liberalismo e del modernismo, vide come unico rimedio la necessità di ricapitolare ogni cosa in Cristo, così oggi le parole di San Paolo diventano insegnamento di urgente attuazione per difendere la Chiesa da quei mali fotografati, esaminati e analizzati nell’enciclica Pascendi Dominici Gregis che San Pio X scrisse nel 1907 e che resta, nel Magistero petrino, uno dei documenti più importanti e più celebri di tutti i tempi.
San Pio X avviò un piano santamente ambizioso e di riforma generale poiché non solo le forze nemiche, liberali e massoniche, minacciavano la Chiesa, e i semi avvelenati del liberalismo e del modernismo (termine presente per la prima volta nella Pascendi) avevano ormai attecchito con successo in alcuni ambienti “cattolici”, sia nel clero, sia fra i laici; ma si era andato formando, in particolare sotto il Pontificato di Leone XIII, un clima di stanchezza e di apatia nei Seminari, nelle parrocchie e persino nelle celebrazioni delle Santa Messe, dove erano entrati addirittura canti profani, bande musicali, arie di opere liriche… fra le azioni di Papa Sarto ci fu anche la Riforma della musica sacra: avvalendosi della consulenza di un eccellente esperto e compositore come Lorenzo Perosi (1872-1956), diede al canto gregoriano la preminenza assoluta nella Liturgia.
Il Modernismo, definito nella Pascendi, «sintesi di tutte le eresie», tentava di coniugare Vangelo e positivismo, Chiesa e mondo, filosofia moderna e teologia cattolica; esso aveva visto i suoi albori in Francia, dove si era consumata la Rivoluzione che aveva abolito il diritto divino, incoronando la «dea ragione». Il motto «liberté, egalité, fraternité», che aveva prodotto il testo giuridico della Déclaration des Droits de l’Homme et du Citoyen (26 agosto 1789), divenne, lungo i decenni, il lite motive di molti pensatori cristiani che decisero di inchinarsi al mondo, senza più condannare gli errori e senza più preservare l’integrità della dottrina della Fede. Fu proprio contro questa mentalità che San Pio X decise di combattere al fine di tutelare gli interessi di Dio e della Sposa di Cristo.
Profonda Fede, amore immenso per la Chiesa, grande umiltà e grande sensibilità. Uomo dalle poche parole e dai molti fatti, era sempre teso a compiere la volontà di Dio, anche quando, chiamato ad alte mansioni, sentiva tutto il peso gravoso delle responsabilità; ma una volta accolto l’impegno, la sua preoccupazione era quella di rispettare e far rispettare leggi e principi divini, senza distrazioni verso il rispetto umano e il consenso delle opinioni del mondo. Non cercò mai i riflettori, ma soltanto la difesa dei diritti del Creatore e la salvezza delle anime.
Dal campanile di Riese, dove nacque il 2 giugno 1935, passò a quelli di Salzano e di Treviso per poi arrivare a quello di San Marco a Venezia e approdare a quello di San Pietro a Roma, tuttavia rimase sempre identico a se stesso: libero da ogni passione terrena, continuò a voler vivere in povertà, come lasciò scritto nel suo Testamento: «Nato povero, vissuto povero e sicuro di morir poverissimo». Povertà per sé, ma non per Dio: non lesinava mai corredi e paramenti nella Sacra Liturgia.
San Pio X si caratterizza per la sua formazione tomista, per il suo sano e disincantato realismo, per la sua tangibile pastoralità (vicina ai reali e non demagogici problemi), per il suo attaccamento alla Fede e non all’ideologia, per il suo tenere le distanze dalla politica; ma proprio per questo suo atteggiamento di pastore-missionario fu sempre stimato e rispettato in vita. Questo Pontefice, seppure con discrezione ed umiltà, come era di sua natura, è diventato interprete determinato e determinate della Chiesa militante e continua, senza rumore, ma nel proficuo e fertile silenzio di Dio, a fare scuola.
Diede vita ad un’immensa opera di restaurazione con l’obiettivo di Instaurare omnia in Christo, come ebbe a scrivere nella sua enciclica programmatica E Supremi Apostolatus del 4 ottobre 1903:
«Le ragioni di Dio sono le ragioni Nostre; è stabilito che ad esse saranno votate tutte le Nostre forze e la vita stessa. Perciò se qualcuno chiederà quale motto sia l’espressione della Nostra volontà, risponderemo che esso sarà sempre uno solo: “Rinnovare tutte le cose in Cristo».
Agì su due fronti: da un lato riformò e dall’altro condannò.
Riformare per restaurare. Dirà lo spagnolo Cardinale Rafael Merry del Val, non solo Segretario di Stato di San Pio X, ma suo braccio destro, suo confidente, suo amico d’anima:
«La riforma della curia romana, la fondazione dell’istituto Biblico, l’erezione dei seminari centrali e la legislazione per una migliore formazione del clero, la nuova disciplina per la prima – per la frequente – comunione, la restaurazione della musica sacra, il suo poderoso atteggiamento contro i fatali errori del cosiddetto modernismo e la sua energica difesa della libertà della Chiesa in Francia, in Germania, in Portogallo, in Russia e altrove – per non parlare di molti atri atti di governo – basterebbero indubbiamente per additare Pio X come un grande pontefice e un eccezionale condottiero di uomini. Posso attestare che tutto questo enorme lavoro fu dovuto principalmente, e spesso elusivamente, al suo progetto e alla sua iniziativa personale. La storia non si limiterà a proclamarlo semplicemente un papa la cui “bontà” nessuno sarebbe capace di mettere in questione».
Quel suo passato da cappellano a Tombolo (1858-1867); da parroco a Salzano (1867-1875); da canonico, da Direttore di Seminario, da cancelliere, da Vicario capitolare a Treviso (1875-1884); da Vescovo di Mantova (1884-1893); da Cardinale e Patriarca di Venezia (1893-1903), fu basilare per il gigantesco piano riformatore che mise in moto durante il suo Pontificato, che durò 11 anni, dal 1903 al 1914.
Quando Giuseppe Sarto divenne sacerdote (18 settembre 1858), si dedicò subito e con particolare attenzione all’istruzione catechistica, considerando l’ignoranza religiosa il primo grave problema che un ministro di Dio deve affrontare. «Frequentare la Messa», diceva, «e ignorare le verità della fede sono cose che si elidono a vicenda, perché non è possibile accettare verità che non si conoscono». Diede così vita al Catechismo Maggiore (1905) e alCatechismo della dottrina cristiana (1912), maggiormente divulgato.
Diede anche avvio alla formulazione di un Codice di Diritto canonico, il Codex iuris canonici, mai esistito nella Chiesa. Era un’esigenza viva e sentita da Vescovi e canonisti. E finalmente volle dare rimedio al caos delle norme, alla poca chiarezza di molte di esse, alla contraddittorietà delle une e delle altre che andavano spesso a elidersi a vicenda e alla difficoltà del reperimento di fonti certe, tanto che molte erano persino sconosciute a chi avrebbe dovuto servirsene.
Il Codex, dove sono presenti spirito di Fede, intransigenza sui principi e profonda pietà, è risultato essere un grande strumento di utilità pastorale, sovvenendo così alle nuove ed inedite necessità organizzative e funzionali che si sono presentate alla Chiesa del XX secolo e, allo stesso tempo, si inserisce a pieno titolo nel programma di restaurazione cattolica che caratterizza il Pontificato di San Pio X.
L’Eucaristia fu un asse portante della dottrina pastorale di Giuseppe Sarto. Già Patriarca egli raccomandava vivamente la Santa Messa quotidiana. Il decreto Sacra Tridentina Synodus (1905) verte sulla comunione frequente, mentre il decreto Quam singulari (1910) sull’anticipazione «all’età dell’uso della ragione» (7 anni) della prima comunione. Atti molto innovativi, che mettevano al centro della vita di ogni fedele, come della stessa Chiesa, Gesù Eucaristico. La ragione per cui volle anticipare la prima comunione era per rispondere all’esigenza di preservare il più possibile l’innocenza nei bambini, quell’innocenza che oggi la civiltà laica e senza Cristo fa di tutto per violare ed infrangere.
Né si può tralasciare la sua ampia azione di denuncia contro le leggi anticristiane della Francia. Ricordiamo, in particolare, la Lettera all’episcopato francese Notre charge apostolique (1910), contro la concezione secolarizzata della democrazia.
Uomo di profonda e riflessiva intelligenza, non aveva difficoltà alcuna a parlare con tutti, ad ascoltare tutti, ad avere un atteggiamento di carità concreta (i suoi agiografi ne hanno registrato l’immensa portata, oltre che descrivere grazie e miracoli ottenuti per sua intercessione e ancora in vita) e intellettuale con ogni individuo: traboccante di umiltà, non fu mai né altero, né superbo, neppure quando venne avviato il piano repressivo nei confronti dei modernisti; il suo cuore rimase sempre generosamente evangelico, seppure fieramente dalla parte di Cristo. Spirito né settario, né fanatico, egli fu realmente cattolico e la sua intransigenza in materia di Fede non si trasformò mai in zelo amaro. Rimase sempre padre misericordioso e curato d’anime.
Sapienza e fecondità sono presenti nelle sue sedici encicliche, documenti sentiti, partecipati, vissuti e supportati da una Fede adamantina che esige di essere applicata. In esse si coglie la gioia della Buona Novella dell’uomo di Dio che dai tetti annuncia la rivelazione del Salvatore a tutte le genti e trasmette un unico insegnamento, quello di Gesù Cristo, a dispetto di chi vorrebbe silenziarlo, oppure profanarlo, oppure cambiarne il significato a proprio piacimento.

Centenario della morte di S. Pio X

Esattamente 100 anni fa, nella memoria liturgica di San Bernardo, Abate e Dottore della Chiesa, alle prime ore di questo giorno (1:30 am circa), si addormentava nel Signore il grande San Pio X, venendo chiamato alla gloria del Paradiso.
Poche ore prima di lui moriva anche il Generali dei Gesuiti, P. Franz Xaver Wernz, insigne canonista, fedele collaboratore del Pontefice e degnissimo figlio di S. Ignazio di Loyola.
San Pio X, del resto, già l'anno precedente, il 1913, aveva subito un attacco cardiaco. Da allora era vissuto sempre in precarie condizioni di salute. Il giorno della festa dell'Assunzione di Maria del 1914, il papa si ammalò. Da allora le sue condizioni di salute peggiorarono sempre più, non riuscendo più a riprendersi. Peraltro lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914-1918), non avevano fatto altro che aggravare quelle condizioni dell'anziano papa, gettandolo in uno stato di grave malinconia. Ripeteva: "verrà il guerrone". Il 20 agosto 1914, un ennesimo attacco cardiaco gli fu fatale. Proprio in quel giorno le forze armate tedesche marciarono su Bruxelles.
Numerosi sono i meriti del grande Papa sia in campo liturgico, musicale, canonico, pastorale e teologico.
Fu canonizzato nel 1954 dal successore il venerabile Pio XII, il quale ebbe modo di conoscerlo personalmente ed apprezzarne le doti umane e cristiane. La sua festa liturgica tradizionale è il 3 settembre.
Afferma il card. Burke nella prefazione al recente libro di Cristina Siccardi, San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, ed. Paoline, 2014, che sarà presentato dall'autrice in anteprima il 22 agosto [sottolineatura ed evidenziazione nostre, ndr.]:
Se la vita di San Pio X merita in se stessa una nuova presentazione in occasione del centenario della sua morte, tale studio è anche molto vantaggioso per la migliore comprensione dell’insostituibile servizio del Successore di San Pietro nel mondo di oggi.Purtroppo la figura di San Pio X è attualmente poco conosciuta o talvolta, per dire la verità, è vista in un modo gravemente incompleto. Con questa nuova biografia Cristina Siccardi ha saputo dare una visione completa della figura del santo, presentando Papa Sarto come il Papa “riformatore”. Il suo lavoro, dal sapore squisitamente storico e spirituale, restituisce in completezza il ritratto di Pio X, offrendo spunti non soltanto interessanti, ma inediti. […] Instaurare omnia in Christo è veramente la cifra del Pontificato di San Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore. Questa “scienza” antropocentrica faceva in modo che clero e laici rimanessero sempre più imprigionati nell’ignoranza religiosa. […] La straordinaria figura di San Pio X emerge qui di forza propria: egli fu essenzialmente sacerdote e come tale, per tutta la sua vita, portò al mondo il bene che un sacerdote può e deve portare: la Grazia di Dio attraverso i Sacramenti e la Verità di Dio attraverso l’insegnamento, soprattutto la predicazione.  […] spero che lo studio della vita di San Pio X che Cristina Siccardi ci offre ci ispiri e rafforzi nell’affrontare oggi la paurosa confusione e il diffuso errore sulle questioni più fondamentali della fede e della morale, come ha fatto Papa Sarto al suo tempo, cosicché i fedeli di oggi sappiano articolare la sana dottrina e la giusta morale per il bene di tutti e per la loro eterna salvezza.
Possa essere questa biografia, della quale invito caldamente alla lettura, occasione per conoscere realmente la figura di San Pio X, per tramandarne la giusta memoria e per imitare la sua vita eroica in Cristo.


Per celebrane il centenario, da parte nostra, non possiamo fare a meno che ricordare il Santo Pontefice mediante l'unico film, sinora esistente, sulla sua figura: "Gli uomini non guardano il cielo", del 1952, diretto da Umberto Scarpelli.
Il papa fu interpretato da un magistrale attore, l'inglese Henri Vidon (1887-1970), che, tra l'altro, somigliava tantissimo al vero san Pio X.



Una scena del Film: l'elevazione al Supremo Pontificato

Altra scena del film: il Papa congeda l'ambasciatore dell'Impero austriaco rifiutando di benedirne le armate

Scena finale del film: l'ultima messa del Papa

* * * * * * * *

S. Pio X, appena spirato e ricomposto sul letto di morte, il 20 agosto 1914

S. Pio X sul catafalco nel Palazzo Apostolico prima della traslazione della salma nella Cappella Sistina per la venerazione dei fedeli

Traslazione del corpo del santo Pontefice. Queste ultime due fotografie sono tratte dal lavoro del dott. Antonio Margheriti Mastino, La morte del Papa - Riti, cerimonie e tradizioni dal Medioevo all'età contemporanea, il quale non manca di approfondire la tematica anche dal punto di vista medico-legale

Esposizione del corpo di S. Pio X nella Cappella Sistina, 21-22 agosto 1914





Antoon van Welie, Ritratto di Pio X, 1905, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma

S. Pio X nel suo studio mentre posa per il pittore Antoon van Welie, dicembre 1904

A. Patinucci, Ritratto di S. Pio X, XX sec., Museo diocesano, Trento

Ritratto di S. Pio X, 1935, museo diocesano, Treviso

Anonimo, S. Pio X, XX sec., Museo diocesano, Novara


Nino e Silvio Gregori, S. Pio X, XX sec.

martedì 19 agosto 2014

Il valore della Santa Comunione - recensione al libro di Mons. Schneider, "Corpus Christi. La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa"

Qualche tempo fa davamo conto della pubblicazione di un recente testo dell'ottimo Mons. Schneider in edizione francese. Si pubblica oggi la recensione, all'edizione italiana dello stesso libro, di Cristina Siccardi.


* * * * * * * * * *

Il valore della Comunione 

di Cristina Siccardi

Nostro Signore, come dimostrato nei Vangeli, insegna, ammonisce, rimprovera, consiglia, promette. E mette in guardia: la prudenza deve sempre guidare i passi di colui che vive nella Fede. Mai, per esempio, offrire la santità a chi la rigetta, come riporta San Matteo: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci» (Mt 7,6).
La pratica delle Comunioni indegnamente ricevute rappresenta ai nostri giorni «la piaga più profonda nel Corpo Mistico di Cristo», afferma Monsignor Athanasius Schneider nel saggio Corpus Christi. La Santa Comunione e il rinnovamento della Chiesa (Libreria Editrice Vaticana, pp. 97, € 9.00). «Tale indegnità è in primo luogo interiore: vale a dire nei casi in cui si riceve la Santa Comunione in stato attuale di peccato mortale, in stato abituale di peccato mortale, quando la si riceve senza avere piena fede nella Presenza Reale e nella Transustanziazione, quando non pentiti dei peccati veniali commessi. Tale indegnità può anche essere determinata da atteggiamenti esteriori: vale a dire nel caso di furto sacrilego delle ostie consacrate, quando l’Ostia Santa è ricevuta senza alcun segno esteriore d’adorazione, quando la si riceve non curanti della dispersione dei frammenti, quando la si amministra frettolosamente, quasi come se si trattasse della distribuzione di biscotti in una scuola oppure in una caffetteria» (pp. 41-42).
I grandi periodi di fioritura spirituale della Chiesa sono sempre coincisi con i tempi di penitenza e di forte venerazione del Sacramento dei sacramenti, la Sacra Eucaristia. L’uso della pastorale moderna di prendere la Comunione con le mani non è mai esistita nella Chiesa, ed è chiaramente un segno che minimalizza, intimamente e pubblicamente, la Fede, affievolendola. Nel 1970 l’Arcidiocesi di Vienna legittimava questa barbara pratica nel seguente modo: «Il fatto che i fedeli possano prendere l’ostia con la loro propria mano, così come prendono il pane comune, sarà inteso da parte di molte persone come un gesto semplice e naturale che corrisponde a questo segno». Il considerare la Comunione come un fatto «semplice e naturale», quindi umano, avvicina il sentire moderno della pastorale alle direttive dei protestanti che non credono nella Presenza reale del Corpo di Cristo nell’Ostia Santa. Scrive Monsignor Schneider: «Una tale situazione oggettiva richiede almeno una graduale revoca della pratica della Comunione in mano. Per di più, si richiedono espiazione e riparazione al Signore Eucaristico, che è già stato troppo offeso nel sacramento del suo amore» (p. 48). Tale esigenza venne anche proclamata a Fatima. In una delle sue visite, l’Angelo del Portogallo, che anticipò le apparizioni della Madonna ai tre pastorelli, portò loro la Comunione e fu lui a comunicarli in bocca: «Mangiate e bevete il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, orribilmente oltraggiato dagli uomini ingrati. Riparate i loro crimini e consolate il vostro Dio».
L’eliminazione di gesti espliciti di adorazione nei confronti della Santa Eucaristia, come il non mettersi in ginocchio davanti all’Altissimo o il non prendere direttamente in bocca l’Ostia Santa – gesto biblicamente motivato e atteggiamento tipico dell’infante – non va certamente a vantaggio né di un nuovo e vigoroso germogliare della Fede, né della Chiesa stessa, che sussiste ogni giorno perché ogni giorno sui suoi altari si compie il Santo Sacrificio.
«Il sacerdote continuamente tocca Dio con le sue mani. Quale purezza, quale pietà si esige da lui! Rifletti adesso un po’, come debbano essere quelle mani che toccano cose così sante!», così scrive San Giovanni Crisostomo in De sacerdotio (VI, 4) e le sue parole sono ricordate ancora da Monsignor Schneider in un altro suo saggio: Dominus est. Riflessioni di un vescovo dell’Asia Centrale sulla sacra Comunione (Libreria Editice Vaticana, pp. 66, € 8.00). Durante il rito dell’Ordinazione sacerdotale l’unzione esprime la conformità a Cristo: come Egli è stato unto dal Padre (Cristo=Unto del Signore) con lo Spirito Santo (At 10,38) ed è stato consacrato Sommo Sacerdote, così i sacerdoti, che nell’imposizione delle mani sono resi simili a Lui, ricevono anche materialmente l’unzione: il Vescovo unge con il sacro Crisma le palme delle mani di ciascun ordinato, inginocchiato davanti a lui.
Nell’antica Chiesa siriaca il rito della distribuzione della Comunione era paragonato con la scena della purificazione del profeta Isaia da parte di uno dei serafini. In uno dei suoi sermoni sant’Efrem fa parlare Cristo con queste parole:
«Il carbone portato santificò le labbra di Isaia. Sono IO, che, portato adesso a voi per mezzo del pane, vi ho santificato. Le molle che ha visto il profeta e con quali fu preso il carbone dall’altare, erano la figura di Me nel grande sacramento. Isaia ha visto Me, così come voi vedete Me adesso stendendo la Mia mano destra e portando alle vostre bocche il pane vivo. Le molle sono la Mia mano destra. Io faccio le veci del serafino. Il carbone è il Mio corpo. Tutti voi siete Isaia» (p. 45). Oggi, nella maggior parte delle chiese del mondo non si ascende più alla grandezza del miracolo della Transustanziazione, esso viene banalizzato, fino a renderlo un fatto ordinario. I Padri della Chiesa, i cui insegnamenti il Vescovo Schneider ci fa sapientemente riascoltare, sono una voce imprescindibile dell’ossatura della Chiesa stessa; essi non hanno fatto “tendenza”, hanno consolidato e ordinato regole e precetti, veri e propri pilastri della Fede, senza i quali ci si smarrisce e si profana ciò in cui si vorrebbe credere. San Giovanni Crisostomo, molto amato dal Cardinale John Henry Newman, rimproverava sacerdoti e diaconi che distribuivano la Sacra Comunione con rispetto umano e senza la debita adorazione alla Divinità ad essa intrinseca:
«Anche se qualcuno, per ignoranza, si accosta alla Comunione, impediscilo, non temere. Temi Dio, non l’uomo. Se infatti temi l’uomo, costui ti schernirà; se invece temi Dio, sarai rispettato anche dagli uomini. Sarò disposto a morire, piuttosto che dare il sangue del Signore ad una persona indegna; verserò il mio sangue, piuttosto che dare il venerato sangue del Signore in modo inadeguato» (p. 51). La santità sacerdotale è chiamata ad utilizzare proprio tali parametri e propositi, e fra tutti ricordiamo il culto che Padre Pio da Pietrelcina aveva per Gesù Eucaristia.
Al cospetto di Dio le ginocchia si piegano da sole. Di fronte al Sommo Bene e all’Onnipotente il riconoscimento della propria pochezza, per chi si nutre di Fede, è automatico. Il nutrimento maggiore è proprio la Santa Comunione che deve essere presa non con le proprie mani impure, ma dalle mani del ministro di Cristo, chiamato ad imboccare sia il tronfio e saccente “adulto cattolico”, sia l’umile “anima bambina” di Dio.

Una nuova lettura per i giovani ed i ragazzi .....

LA MESSE – DES RITES SACRÉS À LA DÉCOUVERTE DU MYSTÈRE : UNE LECTURE D'ÉTÉ POUR VOS ENFANTS... ET POUR VOUS !

Le livre que nous vous proposons d'offrir et de faire lire à vos enfants ou bien de (re)lire vous-même en ce mois d'août n'est pas nouveau. Il fête ses 60 ans dans son édition originale américaine et date de 2009 dans son édition française, due à une collaboration efficace entre les éditions Reynald Secher et Nuntiavit (FSSP). 

Indémodable par son sujet – la messe –, il demeure surtout d'une grande efficacité pédagogique et spirituelle et d'une lecture facile puisqu'il s'agit... d'une bande dessinée ! C'est le cardinal Spellman, archevêque de New-York de 1939 à 1967, qui avait donné son imprimatur à cette BD due au père capucin Demetrius Manousos

Nous vous reproposons cette semaine la préface de l'édition française, signée de l'abbé Jacques Olivier. 

QU'EST-CE-QUE LA MESSE ? 
par l'Abbé Jacques Olivier, FSSP 

Le Saint-Sacrifice de la Messe est quelque chose de si grand qu'il faudrait trois éternités pour l'offrir dignement : la première pour s’y préparer, la seconde pour le célébrer, la troisième pour rendre de justes actions de grâces. (Saint Jean Eudes) 

Il y a deux mille ans, à trois heures de l'après-midi, cloué sur une croix au sommet du Golgotha, Jésus mourait pour le salut des hommes. En offrant sa vie en sacrifice à son Père du ciel, il rachetait le monde et réalisait la grande, l'incomparable, la seule et unique messe. La messe de la Croix, anticipée la veille au Cénacle avec les apôtres lors de la Sainte Cène et perpétuée dans chacune des messes célébrées depuis lors. 

Il y a deux mille ans, le Christ a voulu donner sa vie en sacrifice à son Père par amour pour nous, et se donner à nous en nourriture pour nous faire devenir enfants de Dieu et temples du Saint-Esprit.

Depuis deux mille ans, à l'image du Christ-prêtre, les prêtres répètent et actualisent les gestes du Christ : ils renouvellent de manière non-sanglante le sacrifice du Christ et font communier les fidèles au Pain de Vie. « Faites ceci en mémoire de moi... » leur a ordonné Jésus. En langage courant, on dit qu'ils disent la messe, sans se douter de la puissance de ces simples mots... 

Aucun chrétien ne doit ignorer que l'autel d'une église – de la plus majestueuse cathédrale à la plus humble chapelle – est toujours un autre calvaire, sur lequel est rendu présent à chaque messe l'acte d'amour infini de Dieu pour les hommes, source de toutes grâces. En y assistant avec piété, nous y recevons plus que par l'accomplissement de toutes nos bonnes œuvres réunies : c'est Dieu lui-même qui vient agir en nous. Nous sommes alors unis au Christ qui augmente en nous la vie surnaturelle et nous donne des gages pour la vie éternelle et pour notre propre résurrection. 

Le sacrement de l'eucharistie est ainsi une nourriture pour notre âme : « Jésus-Christ est présent dans l'Eucharistie d'une façon unique et incomparable. Il est présent en effet d'une manière vraie, réelle, substantielle : avec son Corps et son Sang, avec son Âme et sa Divinité. Il est présent de manière sacramentelle, c'est-à-dire sous les espèces du pain et du vin, le Christ tout entier, Dieu et homme ». Nous sommes bel et bien « conviés au festin des noces de l'Agneau ». 

Mais cette invitation passe par la croix : il n'y a pas de Vie, de Présence, d'Amour, sans Sacrifice... « Il n'y a pas de plus grand amour que de donner sa vie pour ceux qu'on aime » nous enseigne Jésus, avant de nous en donner l'exemple par sa mort sur la Croix : son Corps est livré et son Sang répandu. 

Au moment de la consécration, se réalise à nouveau l'offrande faite à Dieu du Sacrifice Parfait. Ce sacrifice adore Dieu, sauve le monde, répare les péchés, obtient toute grâce... Aujourd'hui encore, chaque messe réalise quatre effets : 
– la louange : elle est l'adoration, la reconnaissance de l'empire de Dieu sur toute la création,
– l'action de grâces : elle remercie infiniment Dieu pour ses bienfaits, en lui rappelant ce qu'il a fait de meilleur pour nous,
– la propitiation : elle obtient la rémission (le pardon) pour nos péchés, et nous sauve des peines de l'enfer ou du purgatoire,
– l'impétration : elle nous obtient de Dieu les dons naturels et surnaturels dont nous avons besoin dans notre vie. 

Nous pouvons ainsi comprendre pourquoi il est important d'assister à la messe au moins chaque dimanche et grande fête : nous avons tant à y recevoir. C'est la meilleure occasion de présenter nos intentions de prière à Dieu, pour nous-mêmes, pour nos amis, pour nos malades ou pour nos défunts, et d'obtenir son aide miséricordieuse. 

***

POUR VOUS PROCURER CE LIVRE

La Messe – Des rites sacrés à la découverte du mystère 
Grand format, 24 euros ; petit format, 16 euros.
Si vous n'avez pas encore la BD dans votre bibliothèque, sachez que vous pouvez encore l'acquérir en ligne via le site des éditions Reynald Secher ou directement auprès de Petrus Diffusion, la boutique des Amis de la Fraternité Saint-Pierre (tél : 03 86 66 17 50).


lunedì 18 agosto 2014

Santa eguale agli Apostoli Elena, augusta imperatrice

Il 18 agosto ricorre la memoria di S. Elena, imperatrice, madre dell'imperatore Costantino, veneratissima presso le chiese orientali ed alla quale spettò l'onore di riportare alla luce, nei luoghi santi, il Santo Sepolcro e la Grotta della Natività, nonché scoprire il legno della vera Croce di Cristo.
Per commemorarla, rinvio al testo della voce relativa dell'Enciclopedia Costantiniana del 2013 edita dalla Treccani: Elena: De Stercore Ad Regnum, in “Enciclopedia Costantiniana” – Treccani















SS. Costantino ed Elena, Cattedrale di S. Isacco, San Pietroburgo

Jean Bourdichon, S. Elena e la vera Croce, libro delle Ore di Anna di Bretagna, XVI sec.

Lucas Cranach il Vecchio, S. Elena, 1525, Cincinnati Art Museum, Cincinnati


Cima da Conegliano, S. Elena, 1495, National Gallery, New York

Cima da Conegliano, S. Elena e Costantino ai lati della Croce, 1501-03, chiesa di S. Giovanni in Bragora, Venezia

Cima da Conegliano, Adorazione dei Pastori con Sacra Famiglia e con Santi (SS. Caterina d'Alessandria, Elena e Tobiolo e Raffaele), 1509, Chiesa dei Carmini, Venezia

Santi di Tito, Maria de' Medici (?) in abiti di S. Elena, 1590 circa

Francesco Morandini, S. Elena, 1575

Autore anonimo, S. Elena, 1636 circa, chiesa parrocchiale di Santa Maria Annunciata, Serina

Paolo Veronese, Visione di S. Elena, 1580 circa, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma



Paolo Veronese, Visione di S. Elena, 1570 circa, National Gallery, Londra

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Vergine adorante l'Eucaristia con i SS. Elena e Luigi IX, 1852, Metropolitan Museum, New York