domenica 27 maggio 2018

Contro il neo-arianesimo, la Festa della SS. Trinità

Nei periodi di crisi della Chiesa, l'antica eresia di Ario, negatrice della Divinità del Verbo, riemerge. Tutte le eresie, del resto, convergono sempre verso la II Persona della SS. Trinità. Per questo, oggi assistiamo ad un risorgente neo-arianesimo, che presenta sottilmente Cristo come uomo di Nazareth, per quanto eccelso, ma solo uomo, che, per i meriti acquisiti, è stato "divinizzato" dal Padre. Non deve meravigliare, dunque, se, in questo contesto, si tenda a rivalutare la persona di Ario (e di altri eresiarchi) e le sue tesi blasfeme.
Tanto per intenderci, tra i "guru" della neo-chiesa, che ispira molti suoi "pastori", possiamo senz'altro annoverare il sig. Enzo Bianchi, che, alcuni anni fa, ebbe modo di sostenere: "Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità" (Avvenire, 4.3.2012. V. qui).
Bianchi ammette che, per lui (ma certamente non per la Chiesa, né per Dio stesso ovviamente), il Cristo non sarebbe il Figlio di Dio, Coeterno e Consustanziale al Padre ed allo Spirito Santo, e, quindi, la II Persona della Santissima Trinità; no, asserisce direttamente che si tratterebbe proprio di una creatura. Certo, una creatura grandissima, un maestro superiore agli angeli, però una creatura, ridotto a simbolo dell'etica sociale politically correct (cfr. Antonio Livi, Falsi profeti, in Libertà e persona, 17.3.2012; Ecco "la chiesa  del futuro" che vogliamo, in Cultura cattolica, 11.9.2015; Luigi Amicone, Perdoni il disturbo Santità, ma Enzo Bianchi è cattolico?, in Tempi, 12.9.2015Falsi monaci e falsi storici: le origini del pensiero bianchiano, in Almeno il Cielo si sta aprendo, 20.9.2015).
Anche si recente, il ragionier Bianchi ha sostenuto tali tesi fondate sul neo-arianesimo, parlando - a quanto risulta - al clero di Palermo, invitato dall'arcivescovo Lorefice (cfr. Leonardo Ricotta, Il menù della neo-chiesa: da Lutero ad Ario, in Centro culturale cattolico "Il faro", 22.3.2017), riscuotendo ampi consensi nel clero ignorante. 
Nell'odierna festa della SS. Trinità, perciò, non possiamo che ribadire con forza con Gesù Cristo è la II Persona della SS. Trinità, Coeterno e Consustanziale al Padre, Dio pur'egli, e non semplicemente divinizzato.






sabato 26 maggio 2018

“Vanità di vanità”. Un componimento poetico di san Filippo Neri

San Filippo Neri (Firenze, 21 luglio 1515 – Roma, 26 maggio 1595), rutilante stella della Restaurazione Cattolica del secolo XVI, era “aspro e penitentissimo con se stesso … mite cogli altri, ed al bisogno, faceto” (Schuster, Liber Sacramentorum, Vol. VII, Marietti, 1930, p. 198). Con sapienza spiccatamente cattolica, il Neri, mentre l’arida tristezza protestante faceva strage d’anime e di corpi nel Settentrione, seppe congiungere gioia e penitenza nella formazione dei giovani romani, alimentata dalla frequenza dei Sacramenti e dalle pratiche devote e penitenziali, illuminata dall’esposizione della Scrittura e della Storia Ecclesiastica, confortata da allegre ricreazioni con intrattenimenti poetici che accompagnavano le visite alle chiese dell’Urbe. Lo stesso san Filippo fu autore di alcuni componimenti poetici, uno dei quali – riportato sotto – fu reso noto al grande pubblico da Angelo Branduardi che lo rielaborò nel 1983 per il film di Luigi Magni “State buoni se potete” sulla figura del Santo.


Vanità di vanità.
Ogni cosa è vanità.
Tutto il Mondo, e ciò che ha
Ogni cosa è vanità.
Se del mondo i favor suoi
T’alzeran fin dove vuoi.
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se regnassi ben mill’anni
Sano, lieto, senz’affanni.
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se tu avessi d’ogn’intorno
Mille servi, notte e giorno,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se tu avessi più soldati
Che non ebbe Serse armati,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se tu avessi ogni linguaggio,
E tenuto fossi saggio,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se starai con tutti gli agi,
Nelle Ville, e ne’ Palagi,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
E se in feste, giuochi e canti
Passi i giorni tutti quanti,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Sazia pur tutte tue voglie
Sano, allegro e senza doglie,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Dunque a Dio rivolgi il cuore,
Dona a lui tutto il tuo amore,
Questo mai non mancherà,
Tutto il resto è vanità.
Se godessi a tuo volere
Ogni brama, ogni piacere,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se tu avessi ogni tesoro
Di ricchezze, argento ed oro.
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se vivessi in questo mondo
Sempre lieto, ognor giocondo,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se lontan da pene e doglie
Sfogherai tutte tue voglie,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Se qua giù starà il tuo cuore
Giubilando a tutte l’ore,
Alla morte, che sarà?
Ogni cosa è vanità.
Dunque frena le tue voglie,
Corri a Dio, che ognor t’accoglie,
Questo mai non mancherà.
Tutto il resto è vanità.”

(San Filippo Neri. Da Giuseppe De Libero, Vita di S. Filippo Neri, Apostolo di Roma, Ed. Oratorio di Roma, 1960, pp. 191 s.)

Fonte: Radiospada, 26.5.2018



I Salmi di Pentecoste

Oggi, dopo l’ora Nona è terminato ufficialmente il Tempo pasquale. Ancora per oggi si poteva recitare a Mezzogiorno il Regina Coeli ancora stando in piedi (Sacra Congregazione dell’Indice per peculiare dichiarazione di Leone XIII, 20.5.1896). Oggi è il sabato delle Quattro Tempora di Pentecoste e, quindi, questo breve contributo – in lingua inglese – conserva sempre la sua attualità.


GREGORY DIPIPPO


In the traditional Roman Divine Office, the only Hours which change their Psalms according to the specific feast day are Matins and Vespers. [1] On the majority of feasts, the first four Psalms of Vespers (109-112) are taken from Sunday, but Psalm 113, the fifth and longest of Sunday, is substituted by another; on the feasts of martyrs, by Psalm 115, on those of bishops by 131, etc. There are, however, four occasions on which Psalm 113 is not replaced, three of which are very ancient indeed, and the fourth relatively recent in origin.The latecomer is the feast of the Holy Trinity, which was first instituted at Liège in the 10th century, and spread from there very slowly. Pope John XXII (1316-34) ordered that it be celebrated throughout the Western Church on the Sunday after Pentecost, a custom which became universal after Trent; however, even as late as the mid-16th century, the Low Countries and several major German dioceses kept that day as the Octave of Pentecost, and put Trinity on the following Monday. The use of Psalm 113 at Second Vespers is a reminder of the day’s previous status as either the octave of Pentecost, or the first of the ordinary Sundays after it.

A page from a Breviary according to the Use of Augsburg, Germany, ca. 1493. In the right column, the first rubric reads “And so on Monday after the octave of Pentecost will the feast of the Trinity be celebrated.”

The three ancient feasts are Easter, Pentecost and Epiphany, on which it is said on the day itself and through the octave. (Some medieval Uses, however, vary this.) This custom reflects the traditional baptismal character of these celebrations, which go back to the very earliest days of the Church.
The Psalm numbered 113 in the Septuagint and Vulgate is really two Psalms joined together, those numbered 114 and 115 in the Hebrew. [2] It is the first of these which speaks of the passage of the Jews out of Egypt, and then of the Crossing of the Jordan into the Holy Land.
“When Israel went out of Egypt, the house of Jacob from a barbarous people: Judea became his sanctuary, Israel his dominion. The sea saw and fled (i.e. the Red Sea): the Jordan was turned back. … What ailed thee, O sea, that thou didst flee: and thou, O Jordan, that thou wast turned back? … At the presence of the Lord the earth was moved, at the presence of the God of Jacob, who turned the rock into pools of water, and the stony hill into fountains of waters.”
The Church has always understood the story of the Exodus as a prefiguration of salvation in Christ, and specifically, the Crossing of the Red as a prefiguration of the Sacrament of Baptism. The reading of the relevant passage from Exodus is attested in the very oldest surviving homily on the subject of Easter, the Paschal homily of St Melito of Sardis, from the mid-2nd century; it begins with the words “The Scripture about the Hebrew Exodus has been read”, and this custom continues into every historical Christian liturgy. Following the lead of St Paul, who says that the rock which provided water to the children of Israel in the desert was Christ (1 Cor. 10, 4), St Melito attributes all of the events of the Exodus directly to Him.
“This was the one who guided you into Egypt, and guarded you, and himself kept you well supplied there. This was the one who lighted your route with a column of fire, and provided shade for you by means of a cloud, the one who divided the Red Sea, and led you across it, and scattered your enemy abroad. This is the one who provided you with manna from heaven, the one who gave you water to drink from a rock, the one who established your laws in Horeb, the one who gave you an inheritance in the land, the one who sent out his prophets to you, the one who raised up your kings. This is the one who came to you, the one who healed your suffering ones and who resurrected your dead.”
Psalm 113, therefore, which speaks of the Red Sea fleeing to make passage for the children of Israel as they go out of Egypt, and the rock that becomes a pool of water, is perfectly suitable to the two most ancient feasts on which the Church celebrates the Sacrament of Baptism, Easter and Pentecost. Likewise, on Epiphany, the Church commemorates the Baptism of Christ in the waters of the Jordan, to which the Psalm also refers.

The Crossing of the Red Sea, by Agnolo di Cosimo, known as Bronzino, 1540; from the Chapel of Eleonora of Toledo in the Palazzo Vecchio, Florence.

Matins of Pentecost, like those of Easter, has only three Psalms; these are 47, 67 and 103 according to the Vulgate numbering. The antiphon sung with Psalm 47 is not taken from it, but from the Acts of the Apostles (2, 2): “There suddenly came a sound from heaven, as of a mighty wind coming, alleluia, alleluia.” The psalm seems to have been chosen because of the words of its first verse, “Great is the Lord, and exceedingly to be praised in the city of our God, in his holy mountain.”, the city of our God being Jerusalem, where the first Pentecost took place. And likewise, the second verse, “With the joy of the whole earth is mount Sion founded”, may be referred to the preaching of the Gospel to all nations, which begins on Pentecost.
The third Psalm, 103, describes the glory of God throughout His creation, drawing us back to the very beginning of the Bible, when God created the heaven and the earth. “Who stretchest out the heaven like a pavilion … Who hast founded the earth upon its own bases.” It is sung with an antiphon from verse 30 which makes it obvious why it was chosen, “Send forth thy spirit, and they shall be created: and thou shalt renew the face of the earth, alleluia, alleluia.”, for the renewal of creation at the coming of the Holy Spirit is also celebrated at Pentecost. The Byzantine Rite expresses this idea of renewal very beautifully in the traditional icon for the feast. At the bottom is placed the figure of an aged king, who represents the world grown old in sin and idolatry, and living in darkness. In the cloth in his hands are scrolls, which represent the teaching of the Apostles, by which he will receive the Gospel and the renewal of the Holy Spirit.

All four of the Evangelists are included among the Apostles, as is St Paul, even though Mark, Luke and Paul were not present at Pentecost. (They are the five shown holding books.) This demonstrates that the Holy Spirit continues His mission in the Church even after the day of Pentecost itself. The other Apostles are holding scrolls, representing their role as the Church’s teachers.

It is also a common custom to fill the church with greenery for the feast day, and although there is no absolutely formalized liturgical color scheme, among the Slavs, it has become standard to use green vestments. In Ukrainian, this has given rise to a nickname for the feast, “Зелені свята – green holiday.”

St Peter’s Eastern Catholic Church in Ukiah, California, decorated for Pentecost this year.

The choice of the middle psalm, 67, is also explained in part by its antiphon, which is taken from verses 29 and 30, “Confirm, O God, what thou hast wrought in us, from Thy holy temple in Jerusalem, alleluia, alleluia.” This refers to the place of the first Pentecost, and the last words of the Gospel of St Luke, who says that after the Ascension, the Apostles “were always in the temple, praising and blessing God.”
This is famously one of the most difficult texts in the entire Psalter. There are a number of lines which are very hard to understand, and endless emendations have been proposed for the Hebrew. These difficult readings carry over into its first translation, the Septuagint, and thus to the Vulgate, which derives from it; a good example is verse 14, “If you sleep among the midst of lots, you shall be as the wings of a dove covered with silver,” But even where the individual lines are perfectly clear, the psalm as a whole is not; indeed, the thought of it is so disjointed that some Biblical scholars have proposed that it was not originally written as a psalm at all, but rather as a list of titles of psalms which are now lost, or a collection of their first lines, or a collection of fragments.
It is precisely this disjointed quality that makes it a perfectly appropriate choice for Pentecost. When the people in Jerusalem first heard the Apostles speaking in a variety of languages, “they were all astonished, and wondered, saying one to another: What meaneth this? But others mocking, said, ‘These men are full of new wine.’ ” This confusion is reflected by the confusion of thoughts in the psalm. But St Peter explains to them that “these men are not drunk, as you suppose, … but this is that which was spoken of by the prophet Joel, ‘And it shall come to pass, in the last days, (saith the Lord,) I will pour out of my Spirit upon all flesh.’ ” (Acts 2, 12-17, citing Joel 2, 28) The Apostolic preaching takes away their confusion, as it reveals to them the true meaning of the Old Testament. We may therefore conclude by noting that St Augustine explains the “lots” in the verse given above as symbols of the two Testaments, and that “sleeping” between them signifies the Church’s peaceful acceptance of the harmony between them. (Enarratio in Psalmum LXVII)

St Peter Preaching in Jerusalem, by Charles Poërson, 1645. (The twisted columns in the background will be familiar to anyone who has visited St Peter’s in Rome, and the many Baroque churches throughout Europe that imitated the Vatican Basilica. They are also known as “Solomonic” columns, from the legend that the Emperor Constantine recovered them from the ruins of Solomon’s Temple, and brought them to Rome to decorate the original church. On the basis of this wholly mistaken but widely accepted belief, artists often included them when representing the Jerusalem Temple.)

[1] The regular psalms of Sunday Lauds (92, 99, 62-66, the Benedicite, and 148-149-150) were traditionally said on all feast days in the Roman Rite. In the reform of St Pius X, psalms 66, 149 and 150 were, lamentably, removed, but the group thus reduced continued to be used on all major feasts, including Pentecost. The psalms of the day hours were likewise traditionally invariable for all feasts (53 and the eleven parts of 118), and those of Compline always invariable; this was also changed in the reform of St Pius X, but not in a way that applied to major feasts like Pentecost.

[2] There are four places where the Psalms are joined or divided one way in the Hebrew and another in the Greek. There are also psalms which both traditions have as a single text, but are generally believed to be two joined together, (e.g. 26), and others which both traditions have as two (41 and 42), which are generally believed to have originally been one, later divided. It is quite possible that these variations come from ancient liturgical usages of which all knowledge has long since been lost. Likewise, the meaning of many words and phrases in the titles of the Psalms had already been lost when the Septuagint translation was made in the 3rd century B.C.

Il Concilio Vaticano II nuova Pentecoste???? Non diciamo eresie!!! La sola e unica Pentecoste: contro l'eresia neo-gioachimita

Nella festa di S. Filippo Neri e nel sabato delle Quattro Tempora di Pentecoste, rilanciamo la traduzione italiana di questo contributo, pubblicata anche da Riscossa cristiana, ed il cui originale inglese è comparso su New Liturgical Movement.

Autore ignoto, S. Filippo Neri appare ad un confratello, XVIII sec., Chiesa dei SS. Prospero e Filippo, Pistoia

Ambito di Carlo Maratti, Un angelo mostra a S. Filippo Neri un quadro della Vergine con Bambino e S. Giovannino, XVII sec., collezione privata

Sebastiano Conca, Madonna con Bambino tra i SS. Filippo Neri e Nicola di Bari, XVIII sec., collezione privata

Pompeo Batoni, Vergine con il Bambino e i SS. Girolamo, Giacomo maggiore e Filippo Neri, 1780, parrocchiale dei santi Faustino e Giovita, Chiari

Angelo Mozzillo, S. Anna con Maria Bambina tra i SS. Gennaro e Filippo Neri, 1805, Napoli

Clemente Alberi (attrib.), S. Filippo Neri, 1835, Pesaro

Riccardo Nobili, Miracolo di S. Filippo Neri, 1889, Rimini

Ambito veronese, SS. Filippo Neri, Luigi Gonzaga ed Elisabetta d'Ungheria, XIX sec., Verona

La sola e unica Pentecoste: contro l'eresia neo-gioachimita

di Peter Kwasniewski

Traduzione di Traditio Marciana

Il Concilio Vaticano II è stato bollato come una "nuova Pentecoste". Ma una nuova o una seconda Pentecoste è impossibile. La Pentecoste è il mistero dell'identità e della vitalità della Chiesa attraverso tutti i secoli fino al ritorno di Cristo nella gloria; la Pentecoste non è un semplice evento, come lo spettacolo pirotecnico del 4 luglio (festa dell'indipendenza statunitense, ndt), ma è un dinamismo che permane, espresso dalla perenne freschezza della liturgia, che "lo Spirito Santo ... copre nel suo dolce seno e con ali splendenti (1), cosa caldamente ricordata in tutte le Domeniche dopo Pentecoste, che riempiono di un verde brillante l'autentico calendario Romano.
Potrebbe esserci una nuova Pentecoste solo se la vecchia avesse fallito; e in modo simile, potrebbe esserci una nuova Messa solo se la vecchia avesse fallito (2). Se ci fosse una nuova Pentecoste, questa darebbe origine a un nuovo tipo di Cattolicesimo, con nuove dottrine, una nuova moralità, una nuova liturgia, una nuova umanità in una nuova creazione, tutte cose che potrebbero essere in aperto conflitto con le loro controparti della "vecchia Pentecoste".
Martin Mosebach analizza eloquentemente il problema: "Lo 'spirito del Concilio' iniziò a esser tirato in ballo contro il senso letterale dei testi conciliari. In modo disastroso, dell'attuazione dei decreti conciliari s'impossessò la rivoluzione culturale del 1968, che scoppiò in tutto il mondo. Questo fu certamente il lavoro di uno spirito, di uno spirito assai impuro. La sovversione politica di ogni forma di autorità, la volgarità dell'estetica, la demolizione filosofica della tradizione non solo devastò le università e le scuole e avvelenò l'atmosfera pubblica, ma al contempo s'impossessò delle alte sfere della Chiesa. Iniziò a diffondersi la sfiducia nella tradizione, l'eliminazione della tradizione, in ogni cosa, in un entità la cui essenza consiste completamente nella tradizione, tanto che qualcuno ebbe a dire che la Chiesa sarebbe nulla senza la tradizione. In tal modo, la battaglia postconciliare che portò la distruzione della tradizione in moltissimi posti non fu altro che il tentato suicidio della Chiesa, un processo nichilistico, letteralmente assurdo. Noi tutti ricordiamo come i vescovi e i professori di teologia, i pastori e i funzionari delle organizzazione cattoliche abbiano proclamato con un tono fiducioso e vittorioso che con il Concilio Vaticano II una nuova Pentecoste si sia realizzata nella Chiesa, cosa che nessuno dei famosi Concili della storia, che hanno in modo così decisivo costituito lo sviluppo della Fede, ha mai preteso d'essere. Una "nuova Pentecoste" non significa altro che una nuova illuminazione, possibilmente una che possa sorpassare quella che fu ricevuta duemila anni fa; perché non passare direttamente al "Terzo Testamento" dell'Educazione della Razza Umana di Gotthold Ephraim Lessing? Nella visione di queste persone, il Vaticano II significò una rottura con la Tradizione così com'era esistita fino ad allora, e questa rottura sarebbe secondo loro stata salutare. Chiunque abbia ascoltato ciò potrebbe aver creduto che la Religione Cattolica abbia trovato realmente se stessa solo dopo il Vaticano II. Si suppone dunque che tutte le generazioni precedenti - alle quali noi qui presenti dobbiamo la nostra fede - siano rimaste nelle tenebre dell'immaturità" (3).
Quello che abbiamo visto negli ultimi cinquant'anni è un maldestro tentativo di riesumare l'eresia gioachimita secondo la quale la Chiesa sarebbe entrata nella terza e finale età, la nuova età dello Spirito, che avrebbe lasciato alle spalle il Vecchio Testamento del Padre, rappresentato dalle tavole del decalogo e dai sacrifici animali, e il Nuovo Testamento del Figlio, rappresentato dall'unione costantiniana di Chiesa e Stato e dal santo sacrificio della Messa. La nuova età, in modo ecumenico e interreligioso, "va al di là" dei comandamenti, della Cristianità, e del culto divino tradizionale. Con la riforma liturgica di Paolo VI noi andiamo al di là della tradizione liturgica ereditata; con gl'incontri d'Assisi di Giovanni Paolo II noi andiamo al di là della differenza sostanziale tra la Vera Religione e le false religioni; con l'Amoris Laetitia di Papa Francesco noi andiamo al di là dei rigidi confini del Decalogo e dei Vangeli.
Ora, ovviamente, tutte queste novità non costituirebbero altro che una nuova religione, e una nuova religione è una falsa religione.  In tal guisa, la caratteristica maggiormente distintiva della cosiddetta "nuova Pentecoste" o "nuova primavera" è la manifestazione di un'eresia neo-gioachimita, che è incompatibile con il Cattolicesimo ortodosso. La crisi della Chiesa ai nostri giorni è stato il segno divino della disapprovazione del deliberato allontanamento e del lento abbandono della Scrittura, della Tradizione e (sic) del Magistero, in questi decenni, in cui l'amnesia rimpiazza l'anamnesi, e il sacrilegio soppianta la sacralità. Come nota un autore di Rorate Caeli il 2 maggio 2014: "E' la generale inaffidabilità della maggior parte dei mezzi di comunicazione ufficiali della Chiesa e delle case editrici che ha reso i blog così popolari. Questo è specialmente vero quando si considera l'ovvio discordanza che ogni Cattolico avverte tra la morbidezza e la gaiezza dei mezzi di comunicazione ufficiali e la realtà vista terra a terra, dagli abusi sui bambini agli abusi nei sacramenti, dagli abusi nella liturgia agli abusi di confidenza, dalla promozione dei dissidenti al nascondere le statistiche della crisi generale della demografia Cattolica e della pratica religiosa nella maggior parte del mondo, da quando sono iniziati i geli della primavera".
La Chiesa oggi soffre perché malata nel suo cuore: è letargica nel suo tessuto e intasata nelle sue arterie. Ha bisogno di un trapianto cardiaco, ma piuttosto che darle un cuore differente, ella ha bisogno di liberarsi di quel cuore artificiale e meccanico che le è stato installato da dottori poco competenti, e riacquistare il cuore di carne che la tradizione aveva fatto crescere in lei. Quando questo accadrà, noi saremo testimoni non già di una nuova Pentecoste, ma del rinnovarsi dell'adorazione di Dio in spirito e verità, come Nostro Signore ha profetizzato e ha già stabilito per noi. Dom Paul Delatte (abate di Solesmes dal 1890 al 1921) scrisse, riguardo la sacra liturgia tradizionale: "Nello Spirito Santo  si concentrano, si eternano, si diffondono in tutto l'intero Corpo di Cristo l'immutabile pienezza dell'atto della Redenzione, tutte le ricchezze della Chiesa del passato, del presente e dell'eternità (4).
Non ci meraviglia che Dom Guéranger, in un passo che io amo molto citare, disse: "Lo Spirito Santo ha fatto della liturgia il centro della sua attività nelle anime umane". Questo è ciò in cui dobbiamo trovare la nostra Pentecoste; questo è ciò in cui la Chiesa si rinnova perennemente nella sua giovinezza, trovando a portata di mano l'unico comune linguaggio con cui lodare, benedire, glorificare ed adorare il Re celeste, sinché Egli ritorni dall'Oriente nella gloria: "Ascenderò all'altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza".

NOTE dell'autore

(1) Gerard Manley Hopkins, La grandezza di Dio.
(2) Una nuova Messa è una contraddizione in termini; la Chiesa non ha l'autorità per fare una cosa del genere.
(3) In occasione del XC genetliaco di Benedetto XVI, Prefazione a P. Kwasniewski, Nobile bellezza, Santità trascendente: perché l'età moderna ha bisogno della Messa di sempre, xii-xiii.
(4) Commentario della Regola di S. Benedetto, 133.

venerdì 25 maggio 2018

25 maggio 1899 - 2018 - Anniversario della consacrazione dell’umanità al sacro Cuore di Gesù da parte di Sua Santità Leone XIII


Cfr. Leone XIII, Lett. enc. Annum sacrum, 25 maggio 1899. In italiano, v. qui.

AD SACRATISSIMUM COR IESU FORMULA CONSECRATIONIS RECITANDA

Iesu dulcissime, Redemptor humani generis, respice nos ad altare tuum humillime provolutos. Tui sumus, tui esse volumus; quo autem Tibi coniuncti firmius esse possimus, en hodie Sacratissimo Cordi tuo se quisque nostrum sponte dedicat. — Te quidem multi novere numquam: Te, spretis mandatis tuis, multi repudiarunt. Miserere utrorumque, benignissime Iesu: atque ad sanctum Cor tuum rape universos. Rex esto, Domine, nec fidelium tantum qui nullo tempore discessere a te, sed etiam prodigorum filiorum qui Te reliquerunt: fac hos, ut domum paternam cito repetant, ne miseria et fame pereant. Rex esto eorum, quos aut opinionum error deceptos habet, aut discordia separatos, eosque ad portum veritatis atque ad unitatem fidei revoca, ut brevi fiat unum ovile et unus pastor. Rex esto denique eorum omnium, qui in vetere gentium superstitione versantur, eosque e tenebris vindicare ne renuas in Dei lumen et regnum. Largire, Domine, Ecclesiae tuae securam cum incolumitate libertatem; largire cunctis gentibus tranquillitatem ordinis: perfice, ut ab utroque terrae vertice una resonet vox: Sit laus divino Cordi, per quod nobis parta salus: ipsi gloria et honor in saecula: amen.

[Formula di consacrazione da recitarsi al sacratissimo Cuore di Gesù

O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Siate il re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio. Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine: fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.]

Aforisma di S. Gregorio VII, papa e confessore, nel giorno della sua festa




giovedì 24 maggio 2018

L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

È stato pubblicato nei giorni scorsi il libro di P. Sapienza dedicato a papa Montini. In esso si riporta, integralmente, il verbale del colloquio tra Paolo VI e Mons. Marcel Lefebvre; un verbale scritto dall’allora mons. Benelli, futuro arcivescovo di Firenze.
Nel rileggere oggi quelle pagine emerge tutta la miopia di Montini ed al contempo la lungimiranza profetica addirittura di Mons. Lefebvre. Montini vedeva già all’epoca, addirittura, con grande immaginazione (o forse illusione, che spacciava per realtà) secondo noi, una ripresa della fede (sic!!!); Mons. Lefebvre la sua demolizione. Chi aveva ragione???
Beh …. è singolare che Paolo VI si fosse dimenticato che, giusto quattro anni prima, aveva, in un suo celebre discorso, affermato che il fumo di Satana era entrato da qualche fessura nella casa del Signore (Omelia, 29.6.1972). Non ci soffermiamo a verificare a chi fosse spettato suturare le fessure per evitare che il fumo penetrasse. Prendiamo, invece, solo atto che lo stesso Montini lamentasse il diffondersi del dubbio, dell’incertezza, dell’inquietudine, dell’insoddisfazione, della sfiducia nei confronti della Chiesa. E sol quattro anni dopo, Montini parlava di una ripresa … . Stava mentendo???
Ancora qualche annetto prima, nel 1969, sempre Paolo VI aveva parlato in termini altrettanto drammatici: «La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava a una fioritura, a un’espansione serena dei concetti maturati nella grande assise conciliare» (Discorso ai membri del Seminario lombardo7.12.1968). Sembrava una fioritura, ma poi si è rivelato ben altro: fumo di Satana, come ammetterà candidamente Montini appena quattro anni dopo!
Dopo Montini, pure papa Wojtyla ebbe modo di dire la sua, esprimendosi in termini altrettanto allarmati. Quel Pontefice, in effetti, affermò: «Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva» (Giovanni Paolo II, Allocuzione al Convegno Nazionale “Missioni al popolo per gli anni ‘80”, 6.2.1981, § 2): in altre parole l’apostasia dalla fede nella stessa Chiesa, visto, che interessa i cristiani! E già negli anni ‘80 del secolo scorso, dunque, Giovanni Paolo II parlava di confusione, smarrimento e delusione dei cristiani! Dov’era dunque la ripresa vista da Montini nel settembre 1976?
Chi si rivelò, dunque, autenticamente profetico? Montini o Lefebvre??? Chi dei due si rivelò lungimirante??? Lasciamo ai lettori il retto e scontato giudizio, essendo indiscussa la miopia di Paolo VI.
Noi rinviamo al libro di Quirino Maestrello, L’autodemolizione della Chiesa Cattolica, pubblicato a puntate, in esclusiva, su Radiospada (v5.9.201312.9.201318.9.201326.9.20133.10.201310.10.201317.10.201324.10.201331.10.20137.11.201314.11.201321.11.20138.11.2014). Nella festa di Maria SS., Aiuto dei cristiani, rilanciamo questo contributo sul soprariferito episodio tra Montini e Mons. Lefebvre.





L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

di Andrea Maccabiani



È da pochi giorni rimbalzata sui blog la notizia lanciata da Vatican Insider sull’uscita del libro di padre Leonardo Sapienza “La barca di Paolo”, in cui viene riportato integralmente il verbale del colloquio avvenuto tra Paolo VI e mons. Marcel Lefebvre. L’incontro avvenne a Castel Gandolfo, la residenza estiva dei pontefici, l’11 settembre del 1976, presenti anche don Pasquale Macchi, segretario particolare di papa Montini e don Giovanni Benelli, sostituto della Segreteria di Stato e futuro arcivescovo di Firenze. È proprio quest’ultimo il redattore delle otto cartelle che ora vengono a galla grazie alla pubblicazione di padre Sapienza. L’incontro durò dalle 10.27 alle 11.05 ma in quei pochi minuti è condensato un universo di problemi e argomenti che tengono banco ancora oggi, a distanza di 42 anni. I temi trattati non sono certo una sorpresa: ciò che fa effetto è sentire le voci di questi protagonisti riecheggiare dal freddo verbale stilato da un funzionario di curia. Diciamocela tutta: ciò che dice mons. Lefebrve è ciò che vorremmo dire anche noi se solo avessimo possibilità di poter esprimerci con il Potere. Lui ha però avuto l’occasione di farlo veramente, con coraggio e coerenza. A noi resta la soddisfazione di vedere, dopo 42 anni, cosa nel frattempo è successo e – perché no – chi dei due ha visto più lungo e forse aveva davvero ragione.
Ad oggi l’unico testo su cui confrontarsi è quello che Andrea Tornielli riporta sul suo blog, con alcuni stralci parafrasati. Resta il “beneficio del dubbio” sull’aderenza della sua versione in prosa con il documento vero e proprio. Intanto analizziamone alcuni punti:
Mons. Lefebvre introduce subito un passaggio fondamentale di tutto questo colloquio, ovvero il rapporto tra fede e obbedienza:
«La situazione nella Chiesa dopo il Concilio» è «tale che noi non sappiamo più che cosa fare. Con tutti questi cambiamenti o noi rischiamo di perdere la fede o noi diamo l’impressione di disobbedire. Io vorrei mettermi in ginocchio e accettare tutto; ma non posso andare contro la mia coscienza. Non sono io che ho creato un movimento» sono i fedeli «che non accettano questa situazione. Io non sono il capo dei tradizionalisti… Io mi comporto esattamente come facevo prima del Concilio. Io non posso comprendere come tutto d’un tratto mi si condanni perché formo preti nell’obbedienza della santa tradizione della santa Chiesa»
Paolo VI a tal proposito aveva così esordito:
«Lei ha giudicato il Papa come infedele alla Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile. Ma Lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità…»
L’attenzione pare rivolta sul problema dell’autorità messa in discussione. È vero che viene nominata la fede ma essa pare più funzionale al ruolo dell’autorità: in pratica mettendo in discussione l’ortodossia del Pontefice viene minata la sua potestà nella Chiesa. Questa sembrerebbe la prima preoccupazione: non la questione in sé stessa ma in quanto funzionale al ruolo.
Lefebvre non manca di sottolineare la già grave situazione del clero e della vita religiosa:
«Cerco di formare preti secondo la fede e nella fede. Quando guardo gli altri Seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati o disprezzati dai Vescovi: quelli invece che sono apprezzati, sono quelli che vivono una vita secolarizzata, che si comportano come la gente del mondo»
Allorché Montini replica:
«Ma Noi non approviamo affatto questi comportamenti. Tutti i giorni ci adoperiamo con grande fatica e con uguale tenacia ad eliminare certi abusi, non conformi alla legge vigente della Chiesa, che è quella del Concilio e della Tradizione. Se Lei avesse fatto lo sforzo di vedere, di comprendere quello che fo e dico tutti i giorni, per assicurare alla Chiesa la fedeltà all’ieri e la rispondenza all’oggi e sì domani, non sarebbe arrivato al punto doloroso in cui si trova. Siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa. Gliel’ho scritto ripetutamente. Lei non ha tenuto conto delle mie parole»
A noi posteri viene già da sorridere. Non siamo più nel ‘76, periodo certamente caldo, ma nel 2018: quali rimedi si sono cercati o trovati? Dove sono finiti i presunti sforzi di conservare la fedeltà all’ieri? Dove la tenacia ad eliminare gli abusi? Mistero. Il bestiario clericale non ha fatto altro che ingrossarsi di esempi e aneddoti che non riusciremmo nemmeno a catalogare data la mole. Quando si pensa di aver toccato il fondo, ancora oggi si resta sorpresi di quanto spazio ci sia ancora più giù. Si può anche toccare con mano che non c’è mai stata alcuna repressione verso abusi o bizzarrie più o meno gravi: quanti parroci sono rimossi dai loro incarichi per aver ballato in chiesa durante la S. Messa oppure per aver benedetto coppie omosessuali? Quanti privati del sostentamento dell’8 per 1000 per aver negato la Resurrezione di Gesù Cristo oppure trasportare l’Eucarestia con un drone in chiesa? Quanti hanno subito persecuzioni per aver negato i dogmi mariani o per essere stati beccati con amanti di ambo i sessi? Quasi nessuno. Addirittura alcuni hanno meritato per questo delle promozioni. Il lettore si chieda ora: quanti sacerdoti sono stati allontanati dai loro incarichi per la veste talare, la messa antica, l’altare ad orientem, la predicazione della dottrina di sempre? Il rapporto è agghiacciante. Infatti ad essere accusato davanti al pontefice che pur si gloriava di “lavorare con tenacia ad eliminare certi abusi” era mons. Lefebvre, che in fondo si limitava a fare ciò che avrebbe fatto un decennio prima e non i vescovi e sacerdoti sessantottini. Viene il dubbio che i “certi abusi” che si voleva “eliminare” fossero davvero quelli della chiesa fuori moda e non altri. Quei grandi impicci alla modernità che rimanevano, come mons. Lefebvre, quali massi erratici di un cammino che si voleva spianare alla svelta.

Evidentemente gli eccessi non sono stati efficacemente deplorati

La risposta di papa Montini rimarca il solito punto: l’autorità. Elenca rimedi e metodi (?) ma non intende includere tra questi l’attacco all’autorità. Il connubio tra coscienza/fede e potere/autorità è assolutamente sterile: non porta rimedio. Questo lo possiamo affermare con cognizione di causa a distanza di decenni.
Proseguiamo.
Lefebvre rivolge al Papa «una preghiera. Non sarebbe possibile prescrivere che i Vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?». Risponde Paolo VI: «Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti».Lefebvre riprende: «Il Concilio ammette il pluralismo. Chiediamo che tale principio si applichi anche a noi. Se Vostra Santità lo facesse, tutto sarebbe risolto. Ci sarebbe aumento di vocazioni. Gli aspiranti al sacerdozio vogliono essere formati nella pietà vera. Vostra Santità ha nelle mani la soluzione del problema…»
Questo è un altro passaggio sconcertante. È possibile ammettere la buona fede di Paolo VI quando dice “non possiamo permettere autonomie di comportamento”? Non sapeva forse –lui così bene informato, come ci ricorda anche lo zelante Tornielli – che già nel ‘76 ciascuna conferenza episcopale faceva di testa propria? Il catechismo olandese? Le traduzioni arbitrarie del già problematico novus ordo? Le preghiere eucaristiche che nascevano come funghi? Se si pensa che solo attendendosi fedelmente al nuovo rito è possibile, seguendo le varie piste proposte, celebrare decine di messe differenti l’una dall’altra, in centinaia di lingue nazionali, dove si troverebbe la coesione e l’unità del comportamento? Facile: come dice Lefebvre e conferma Montini, si può fare tutto tranne giocare a fare la vecchia chiesa fuori moda col suo rito vetusto e polveroso. Col senno di poi non paiono così lontane le lacrime versate da tanti vescovi all’uscita del Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, alla notizia della liberalizzazione dell’antico messale. Non pervenute invece le lacrime dei pur numerosi vescovi pro-vita quando papa Bergoglio ha dimostrato in svariate occasioni apprezzamenti verso la pluri-omicida Emma Bonino. Ortopedici e fisioterapisti tastano il paziente cercando di toccare vari punti alla ricerca di quello che fa più male. Qui non è difficile capire quale sia il punto che genera dolore e quelli che invece non sono un problema. Infatti mons. Lefebvre conclude sottolineando che papa Montini ha la possibilità di chiudere la questione. Ma non lo fece. Continua anzi a difendere i lupi dicendo:
«È doveroso, in pari tempo, riconoscere che ci sono segni, grazie al Concilio, di vigorosa ripresa spirituale fra i giovani, un aumento di senso di responsabilità fra i fedeli, i sacerdoti, i vescovi».

Tipico esempio di “ripresa”

Comecomecome? Non solo vede la ripresa (pare di sentire Mario Monti o Matteo Renzi) ma addirittura la scorge vigorosa. La vedeva davvero? Non lo sappiamo. Possiamo solo dire che non c’era allora e non si intravede nemmeno adesso dopo 42 anni da quel giorno. Una cosa la vedeva bene perché c’era davvero: l’attacco all’autorità. Così Paolo VI conclude il colloquio:
«Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male.»

Sarebbe stato bello sentire rivolta questa frase a qualche vescovo tedesco, a qualche vescovo teologo della liberazione, a qualche generico professore di teologia. Invece niente. È stata proprio rivolta a mons. Lefebvre. D’altronde poco prima Paolo VI aveva avuto modo di dire che della crisi della Chiesa: «Ne soffriamo profondamente. Lei ha contribuito ad aggravarla, con la sua solenne disubbidienza, colla sua sfida aperta contro il Papa». Riecco il problema dell’autorità. L’obbedienza cieca e assoluta messa in crisi. Se non fanno breccia le idee -che non avrebbero potuto essere forti nemmeno se avessero voluto – deve convincere il pugno di ferro. Lo vediamo anche oggi, dove si assiste ad un quotidiano surreale silenzio su tutto ciò che si dice o si scrive Oltretevere. Si aspetta sempre che la situazione precipiti. Se precipita si aspetta che peggiori. Se peggiora si aspetta che si schianti. Si aspetterà forse la canonizzazione di Paperino o Paperoga o l’elezione del primo cardinale donna-islamica-lesbica? Anche fosse ci sarebbe silenzio, ne sono certo. Mons. Lefebvre ha parlato e subito. Ha detto 42 anni fa le cose che vorremmo dire noi. Avrà sofferto, ma questa soddisfazione l’ha avuta. 

Fonte: Riscossa cristiana, 21.5.2018