giovedì 7 settembre 2017

Un testamento e due ultimi aforismi del card. Caffarra



Fonte per questo aforisma: Eminenza, ora ci aiuti dal Cielo, in blog MiL, 6.9.2017, nonché Un sacerdote rivela le ultime drammatiche parole del card. Caffarra, in blog Lo straniero, 7.9.2017

Ci sarà padre per sempre. In ricordo del compianto card. Caffarra

Ieri abbiamo appreso la triste notizia della dipartita improvvisa del compianto card. Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna.
Certo, era malato da tempo, ma nulla lasciava presagire una dipartita imminente o prossima, sebbene ad un auspicio sui suoi ottanta anni, che avrebbe celebrato l’anno prossimo, aveva chiosato – a mo’ di battuta – «Spero poterli festeggiare in Paradiso».
L’avevamo incontrato non molti giorni fa e, sebbene un po’ provato, aveva uno spirito vivace ed attivo. Ed era soprattutto un uomo di preghiera. L’abbiamo visto, infatti, di primo mattino, quasi all’alba, immerso nell’orazione silenziosa del Breviario, cui dedicava – lo possiamo dire per averlo visto con i nostri occhi – non meno di un paio d’ore, cui seguiva la S. Messa, celebrata con grande trasporto e convinzione.
Della sua Messa, cui abbiamo avuto la grazia di assistere, ci ha colpito il momento della consacrazione, allorché elevava l’Ostia ed il Calice a tal punto da alzarsi quasi sulle punte dei piedi; elevava l’Ostia ed Calice finché poteva, il più possibile per lui, stendendo al massimo le braccia. Questo ci ha impressionato non poco. Il Cardinale sembrava quasi voler offrire, dopo le parole consacratorie, la massima visibilità alle Sacre Specie perché fossero adorate e con lui, anche i fedeli, si stupissero delle meraviglie del Signore per il Miracolo della Transustanziazione compiutosi sull’Altare.
Un uomo di preghiera, dunque.  Del resto, solo vivendo in una profonda dimensione spirituale poteva elargire un sì saggio, illuminato e cattolico insegnamento; solo vivendo un’intima unione con Dio poteva attingere la forza di difendere le grandi verità morali sul matrimonio, sulla famiglia e sulla vita dinanzi ad un mondo incredulo, ateo ed edonista; solo vivendo in Dio poteva trovare il coraggio per contestare gli errori insinuatisi nella Chiesa, pur in alto loco, riuscendo a vedere gli attacchi del grande nemico di Dio contro la sua santa Legge (v. Luigi Amicone, È morto il cardinale Caffarra: «Bisogna che il popolo combatta per la legge come per le mura della città», in Tempi, 19.6.2015; «Nello scontro tra Dio e Satana, siamo chiamati a testimoniare pubblicamente, Non a scappare come disertori», in Il Timone, 7.9.2017. Cfr. Carlo Caffarra, «Aborto e omosessualità, così Satana sfida Dio», in LNBQ, 21.5.2017; I Dossier di BQ sul card. Caffarra, ivi; Francesco Agnoli, Quel conforto che Caffarra riceveva da Benedetto XVI, ivi, 9.9.2017; Diane Montangna, Intervista esclusiva al Cardinale Caffarra: “Quanto mi ha scritto Suor Lucia si sta adempiendo oggi”, in Aleteia, 22.5.2017; Fabio Belli, Il Cardinal Caffarra e Fatima: e profezie di Suor Lucia si stanno avverando?, in Il sussidiario, 24.5.2017; Dorothy Cummings McLean - Pete Baklinski, Abortion, homosexuality show ‘final battle’ between God and Satan has come: Cardinal, in Lifesitenews, May 19th, 2017).




Nel ricordo imperituro dell’insigne prelato, affidando la sua anima alla misericordia di Dio, affinché lo accolga nella grande Liturgia Celeste come servo buono e fedele, rilanciamo questo contributo del prof. Livio Melina.


Augustinus


Ci sarà padre per sempre

di Livio Melina

Man mano che le emozioni si placano nella preghiera, il primo momento di smarrimento per l’irreparabile perdita di un Maestro e di un Padre si trasforma nella coscienza grata di un dono ricevuto, così prezioso e unico, che, essendo radicato in Dio, neppure la morte può togliere. Chi ci è stato Padre nella verità, resta padre per sempre.
E, in effetti, come ogni autentico Maestro, il cardinale Carlo Caffarra, non legava a sé o a proprie idee, ma aiutava a guardare insieme ad una Verità più grande, da amare, ricercare e onorare senza calcoli umani e riserve. Una Verità che per lui era una Persona. Chi ha avuto il dono di essergli discepolo non può dimenticare l’esperienza affascinante di chiarezza, cui introducevano le sue lezioni, mentre offrivano una visione nuova della teologia morale. 
Superando gli schematismi dell’impostazione casuistica, che contrappone la norma alla coscienza e resta invischiata nel dibattitto sterile tra rigorismo e lassismo, egli ci ha indicato che l’origine della dinamica morale consiste nell’incontro con Cristo e ci ha mostrato come la verità sul bene apre un cammino di pienezza di vita, in armonia col disegno che Dio Creatore ha scritto nel cuore di ogni uomo. 
La chiarezza cristallina dell’insegnamento non era quindi in nessun modo rigidità ignara della complessità della vita concreta, ma piuttosto luce che mobilita per un cammino di conversione e di crescita verso il compimento della propria umanità, nella fiducia che la Grazia di Dio sempre rende possibile ciò che comanda. Radicando nel dono dell’Alleanza tra Cristo e la Chiesa la sua comprensione del sacramento del matrimonio, egli ne ha delineato i tratti di una dimora di edificazione umana ed ecclesiale e di una vera e propria via alla santità.
Come la sapienza orientale riconosce, i veri maestri sono i “genitori del cuore”, e quindi anche i padri del nostro spirito. Essi continuano a vivere e ad operare in noi, chiedendo ascolto ed ospitalità alla nostra libertà e fruttificando nelle nostre opere. 
Come sacerdote appassionato di Cristo e della Chiesa, il card. Carlo Caffarra ha esercitato una paternità nutrita di semplice e concreta sollecitudine per le persone, con una spiccata capacità di creare attorno a sé comunione di vita e spirito di fraternità, entusiasmando al lavoro comune. La grande stima e amicizia, di cui lo aveva privilegiato san Giovanni Paolo II, si concretizzò in maniera unica nell’opera di costruzione del Pontificio Istituto per Studi su Matrimonio e Famiglia, per il quale egli donò le sue energie, il suo amore, la sua creatività. Egli poi la sviluppò secondo nuove dimensioni e traiettorie come Arcivescovo di Ferrara e poi di Bologna, senza mai dimenticare la centralità del matrimonio e della famiglia nella nuova evangelizzazione.
L’amore senza riserve a Cristo, alla Chiesa e al Papa ha sempre avuto per lui la forma di una testimonianza limpida e franca per la Verità, priva di compromessi e infingimenti, per vantaggi personali o per amore del comodo. Per questo, fino all’ultimo ha saputo spendersi ed esporsi, affrontando incomprensioni, ostilità e perfino umiliazioni e derisioni, convinto che la forma più vera di amore e il miglior servizio che avrebbe potuto dare alla Chiesa e al Papa era la fedeltà alla propria coscienza e alla voce di Dio, che in essa risuona. 
È morto nell’anno centenario dei messaggi di Fatima e la misteriosa lettera scrittagli da suor Lucia in riferimento alla sua missione fondativa dell’Istituto gli permetteva di comprendere il momento presente come parte dello scontro definitivo di Cristo col Nemico, che sarebbe avvenuto proprio sul terreno del matrimonio e della famiglia cristiana, secondo le parole della veggente. Egli ha offerto la sua vita per questo, con generosa e limpida testimonianza. Che il Signore renda fruttuoso per noi questo sacrificio, in un momento così drammatico della vita della Chiesa e del mondo!
Per lui dunque sono particolarmente appropriate le parole dell’Apostolo: «Ho combattuto  la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (II Tim 4, 8).

lunedì 4 settembre 2017

Padre Nichols ha ragione quanto alla crisi dottrinale. Ma c’è una risposta migliore

Nella festa di S. Rosalia di Palermo rilanciamo volentieri questo contributo suggeritoci dal nostro amico Epifanio.

Piero Novelli detto il Monrealese, S. Rosalia, XVII sec., collezione privata

Andrea Vaccaro, S. Rosalia di Palermo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Andrea Sacchi, S. Rosalia di Palermo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Heinrich Schwemminger, Morte di S. Rosalia di Palermo, 1836, collezione privata





Gregorio Tedeschi, Trapasso di S. Rosalia, 1630 circa, Santuario di S. Rosalia, Monte Pellegrino, Palermo










Ignoto napoletano, Statua di S. Rosalia, XVIII-XIX sec., Chiesa madre, Lentiscosa

Nel post di sabato 2 settembre avevamo riportato la Proposta del P. Nichols, pubblicata il 18 agosto scorso, circa le possibilità giuridiche di una correzione formale di un Papa che fosse caduto in eresia e si fosse rivelato pervicace nel sostenerla. The Catholic Herald, il più storico e significativo periodico cattolico britannico, proponeva quello stesso giorno un altro intervento per mezzo di un articolo ragionato, il cui autore è P. Brian Harrison, O.S., teologo australiano, docente emerito di teologia alla Pontifical Catholic University of Puerto Rico, dal momento che parla fluentemente lo spagnolo.

Epifanio

Padre Nichols ha ragione quanto alla crisi dottrinale. Ma c’è una risposta migliore


Di P. Brian Harrison, traduzione di F. S.

La riforma proposta sarebbe difficile da attuare. Ecco un altro modo per cambiare la norma canonica.

Come molti fedeli cattolici, P. Aidan Nichols è preoccupato per l’inasprirsi della crisi dottrinale e pastorale derivante dall’esortazione apostolica di Papa Francesco Amoris Laetitia. Questo documento magistrale è senza precedenti, in quanto sembra essere in conflitto con diversi insegnamenti tradizionali della Chiesa: quelli che, per esempio, vietano la comunione per i cattolici divorziati risposati e quelli che affermano l’esistenza di atti intrinsecamente cattivi, che non possono mai essere giustificati in nessuna circostanza. Alcuni di questi insegnamenti certamente soddisfano le condizioni circa l’infallibilità stabilite dal Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium, n. 25.
Tuttavia, ho alcune riserve attorno alla soluzione proposta da P. Nichols: una nuova procedura canonica «per richiamare all’ordine un Papa che insegni un errore dottrinale».
Come riconosce P. Nichols, l’antico canone, che afferma che «la Prima Sede non è giudicata da nessuno» (c. 1404 nel Codice attuale), non preclude la correzione di un Papa che sbaglia. È presente nella sezione su «I Processi» e significa semplicemente che la Chiesa non riconosce alcun tribunale, laico o religioso, che sia competente a convocare e giudicare il Romano Pontefice. L’autorevole New Commentary on the Code of Canon Law, nello spiegare questo canone, chiarisce che «non è una dichiarazione circa l’impeccabilità personale o l’inerranza del Santo Padre. Se il Papa dovesse cadere in eresia, è chiaro che perderebbe il suo ufficio. Decadere dalla fede di Pietro significa decadere dalla sua sede». La maggior parte dei grandi canonisti, così come i teologi classici come, per es., Suárez, Cajetano, Bellarmino e Giovanni di San Tommaso, hanno sostenuto questa visione, intendendo qui con ‘eresia’ l’eresia formale, che include l’elemento della pertinacia (ostinazione). Essa occorre quando ci si rifiuta di accettare la correzione anche dopo che si sia dimostrato che una certa opinione è in contraddizione con una dottrina che la Chiesa ha proposto come verità rivelata, cioè da credere «per fede divina e cattolica» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2089).

Una prima soluzione poco adatta ai tempi – il concilio imperfetto


Ma il su citato Commentary aggiunge immediatamente una riserva importante: «Tuttavia, la questione di chi o quale ente … debba determinare se il Papa sia effettivamente caduto in eresia non è storicamente chiara e, ovviamente, non è stabilita da questo canone» (pag. 1618). La maggior parte dei canonisti e dei grandi teologi sopra menzionati sosteneva che solo un Concilio generale imperfetto (composto dall’intero collegio episcopale eccetto il Papa) avrebbe giurisdizione su questa questione. Questo ente, però, se necessario, non deporrebbe il Papa dall’ufficio – qualcosa che va oltre la competenza di una qualsiasi autorità terrena – ma semplicemente dichiarerebbe, come fatto evidente, che il Papa è caduto in eresia formale, col che egli decadrebbe ipso facto dall’ufficio. I Cardinali allora si riunirebbero in conclave per eleggere un nuovo Papa.
Tuttavia, nella procedura di cui sopra, si evidenzierebbe immediatamente una debolezza fatale qualora cercassimo di attuarla nel XXI secolo. E temo che questa debolezza si determinerebbe probabilmente anche al tipo più semplice di procedimento canonico suggerito da P. Nichols – che cercherà non di sostituire il Pontefice regnante, ma solo di correggerlo formalmente. Quei grandi studiosi dei secoli scorsi davano per scontata una cultura ecclesiale in cui il Collegio Episcopale manteneva una profonda e sana avversione verso l’eresia. Essi hanno quindi presupposto che, se un Papa dovesse cadere in eresia (non voglia il Cielo!), egli si sarebbe ritrovato dinnanzi a un solido muro di resistenza da parte dei rimanenti Vescovi e dal Collegio dei Cardinali, fino al punto che, chiunque venisse eletto come nuovo Papa, avrebbe apprezzato l’unanime consenso morale in materia di fede. Problema risolto.
Ma oggi, ogni tentativo di dichiarare un Papa come eretico, comporterebbe semplicemente uno scisma, con un episcopato diviso ed amareggiato e alla guida di due fazioni di fedeli sotto due Papi rivali.

La soluzione proposta da Nichols e le sue criticità


Anche la proposta di P. Nichols, anche se meno drastica, non riuscirà affatto a raggiungere l’effetto desiderato. Il problema fondamentale è che nella Chiesa del dopo-Vaticano II, secolarizzata, ecumenica, dialogica e mediatica, la salvaguardia rigorosa della verità rivelata da Cristo non è più una priorità viscerale per la maggior parte dei cattolici. E questo vale per molti Vescovi e Cardinali (come i due recenti Sinodi Romani hanno dolorosamente reso chiaro). La gerarchia non fa più uno sforzo risoluto per eliminare l’eresia. Infatti, il quadro della situazione è stato ribaltato – e ancor più sotto Papa Francesco – in modo che siano proprio quelli che detestano e si oppongono all’eterodossia che si trovano cacciati, emarginati e rimproverati per il loro «fariseismo», «rigidità», «intolleranza», «legalismo» e «mancanza di misericordia».
All’interno di questa cultura, anche supponendo che il Papa potesse venir persuaso ad approvare una emendamento alla legge canonica con cui egli stesso potesse essere corretto formalmente per un errore di insegnamento, come verrebbe formulato tale emendamento? E come funzionerebbe? Chi avrebbe autorità canonica per decidere se il Santo Padre abbia bisogno di una tale correzione, e poi di portarla avanti? Un vasto consenso di Cardinali e/o di Vescovi? Spiacenti, ma non ci sarà alcun consenso del genere. Una maggioranza semplice o di due terzi? Ancora molto improbabile che sia raggiunto e in ogni caso i Papi possono ignorare le maggioranze. Il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede? Il Papa lo potrebbe allontanare e sostituire con la forza di un dito – come abbiamo visto recentemente per quanto è accaduto con il degno e coraggioso Cardinale Müller.

Forse…


Tuttavia, seguendo la traccia di P. Nichols, ho un suggerimento per un emendamento canonico. Il canone 212, §3 già riconosce per tutti i fedeli «in modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono … il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori», anche pubblicamente, la loro opinione su questioni che interessano il bene della Chiesa. Devono però farlo, «salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità delle persone». Suggerisco di aggiungere la seguente frase conclusiva al c. 212 §3: «Questo diritto e dovere può estendersi anche a rimostranze pubbliche rivolte al Romano Pontefice, se, in interventi che non si avvalgano della sua prerogativa dell’infallibilità, parrebbe insegnare una dottrina incompatibile con quella dei suoi predecessori alla Cattedra di Pietro».
Si tratterebbe di una modifica modesta, ovviamente non vincolante e con poche o nessuna conseguenza giuridica. Ma darebbe un bello slancio alla triste realtà della fallibilità papale e, come si suol dire, tutto giova.

domenica 3 settembre 2017

Il vero volto di S. Pio X

È poco noto, ma Giovanni XXIII, il “papa buono”, non nutriva molte simpatie per S. Pio X così come per Pio XII e per S. Pio da Pietrelcina, provando invece grande venerazione per don Primo Mazzolari.
Indro Montanelli, infatti, raccontando della sua intervista a papa Roncalli, nel marzo 1959, per conto del Corriere della sera, così rammentava: «Allora, quando lui mi disse “in quell’occasione venni a Roma e fui ricevuto da papa Sarto”, io feci quasi automaticamente: “È un santo…”, e lui, mi ricordo, replicò e di scatto dette un colpo sul bracciolo della sua sedia: “Ma quale santo!”» (Giovanni Cubeddu, La Chiesa che ho conosciuto, Intervista a Indro Montanelli, in 30Giorni, 2000, fasc. n. 7-8).
Eppure dopo pochi giorni dall’intervista, nella primavera di quell’anno, Giovanni XXIII permise di soddisfare la promessa dell’allora papa Sarto, che cioè, vivo o morto, sarebbe tornato a Venezia. Il video (v. qui), che mostra la partenza in treno per Venezia dell’urna col corpo di S. Pio X, ci consegnano le immagini di un Giovanni XXIII dal volto insolitamente tirato, quasi forzato; un atteggiamento insolito per il “papa buono” così come ce l’ha consegnato la vulgata popolare.
Ma c’è un motivo di quest’antipatia di papa Giovanni verso S. Pio X. Papa Sarto ingaggiò, come noto, una lotta senza quartiere nei confronti del modernismo, del quale un esponente significativo in Italia fu Ernesto Buonaiuti, del quale il Roncalli fu grande ed intimo amico. In effetti, don Angelo insegnava all’Apollinare utilizzando le dispense dell’amico già in odore di eresia (cfr. Gianni Gennari, Quel modernista amico di papa Giovanni, in Vatican Insider, 4.10.2013). Del resto, il Buonaiuti (v. foto a sinistra in abiti sacerdotali) fu assistente del giovane don Angelo nella sua prima messa celebrata, nell’estate del 1904, a Roma, nella Basilica di Santa Maria in Montesanto (10 agosto 1904).
È poco noto, ma proprio di questa amicizia tra Giovanni XXIII e l’eretico Bonaiuti ne parlava Giulio Andretti, nel famoso libro I quattro del Gesù (Rizzoli, Milano 1999), raccontando come un gruppetto di quattro seminaristi irrequieti (don Giulio Belvederi – zio della moglie di Andreotti -, don Ernesto Buonaiuti, don Alfonso Manaresi – che abbandonò lo stato clericale – e don Angelo Roncalli), che, agli inizi del ‘900, si incontravano, presso la chiesa romana del Gesù, con puntualità maniacale “tale da poterci regolare gli orologi” (come ricordava Andreotti riportando la testimonianza di un custode della chiesa del Gesù) per discorrere tra loro con una certa animazione di quelle che sarebbero poi divenute le novità del futuro Concilio Vaticano II. Andreotti riferiva poi, che, ricevuto dall’allora papa Roncalli, questi gli previde che molte di quei progetti degli allora quattro giovani seminaristi sarebbero stati poi “costituzionalizzati” dall’assise conciliare: Concilio che, di lì a tre giorni, il papa avrebbe annunciato nella Basilica di S. Paolo fuori le mura (ivi, pp. 103 ss.). Qualche anno prima, sempre Andreotti, avendo incontrato l’allora Patriarca di Venezia Roncalli, gli chiese della santità di papa Sarto. Il patriarca Roncalli diede una risposta … diplomatica: «Giuseppe Sarto, indipendentemente dal riconoscimento solenne sopravvenuto, era un santo integrale. Fare il Papa non è mai facile, ma Pio X si trovò a guidare la Chiesa in una congiuntura tra le più difficili; e fu obbligato, tenendo fermo il timone, anche a infliggere qualche punizione oggettivamente non del tutto meritata» (ivi, pp. 122 ss.). Insomma, per Giovanni XXIII, S. Pio X era santo … con alcune riserve … . Il Santo papa Sarto era stato, dopotutto, il martello dei modernisti e tra quelli che cominciarono ad essere colpiti vi era l’amico di papa Roncalli.
Per questo motivo sono facilmente intuibili le ragioni di stizza manifestate ad Indro Montanelli nel marzo 1959 … .
Riproponiamo, quindi, un contributo del prof. De Mattei.

Cartolina di S. Pio X in occasione del Congresso eucaristico di Madrid del 1911





IN MEMORIAM: il vero volto di san Pio X

di Roberto de Mattei


Cento anni dopo la sua morte la figura di san Pio X si erge dolente e maestosa, nel firmamento della Chiesa. La tristezza che vela lo sguardo di Papa Sarto nelle ultime fotografie, non lascia solo intravedere le catastrofiche conseguenze della guerra mondiale, iniziata tre settimane prima della sua morte. Ciò che la sua anima sembra presagire è una tragedia di portata ancora maggiore delle guerre e delle rivoluzioni del Novecento: l’apostasia delle nazioni e degli stessi uomini di Chiesa, nel secolo che sarebbe seguito.
Il principale nemico che san Pio X dovette affrontare aveva un nome, con cui lo stesso Pontefice lo designò: modernismo. La lotta implacabile al modernismo caratterizzò indelebilmente il suo pontificato e costituisce un elemento di fondo della sua santità. «La lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli errori del modernismo – affermò Pio XII nel discorso di canonizzazione di Papa Sarto – attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo (…)».
Al modernismo, che si proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa», san Pio X opponeva un’autentica riforma che aveva il suo punto principale nella custodia e nella trasmissione della verità cattolica. L’enciclica Pascendi (1907),con cui fulminò gli errori del modernismo, è il documento teologico e filosofico più importante prodotto dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Ma san Pio X non si limitò a combattere il male nelle idee, come se esse fossero disincarnate dalla storia. Egli volle colpire i portatori storici degli errori, comminando censure ecclesiastiche, vigilando nei seminari e nelle università pontificie, imponendo a tutti i sacerdoti il giuramento antimodernista.
Questa coerenza tra la dottrina e la prassi pontificia suscitò violenti attacchi da parte degli ambienti cripto-modernisti. Quando Pio XII ne promosse la beatificazione (1951) e la canonizzazione (1954), Papa Sarto fu definito dagli oppositori estraneo ai fermenti rinnovatori del suo tempo, colpevole di aver represso il modernismo con metodi brutali e polizieschi. Pio XII affidò a mons. Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, la redazione di una Disquisitio storica dedicata a smontare le accuse rivolte al suo predecessore sulla base di testimonianze e di documenti,. Ma oggi queste accuse riaffiorano perfino nella “celebrazione” che l’“Osservatore Romano” ha dedicato a san Pio X, per la penna di Carlo Fantappié, proprio il 20 agosto, anniversario della sua morte.
Il prof. Fantappié recensendo sul quotidiano della Santa Sede, il volume di Gianpaolo Romanato Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, Torino 2014), nella sua preoccupazione di prendere le distanze dalle «strumentalizzazioni dei lefebvriani», come scrive in maniera infelice, utilizzando un termine privo di qualsiasi significato teologico, arriva ad identificarsi con le posizioni degli storici modernisti. Egli attribuisce infatti a Pio X, «un modo autocratico di concepire il governo della Chiesa», accompagnato «da un atteggiamento tendenzialmente difensivo nei confronti dell’establishment e diffidente nei riguardi degli stessi collaboratori, della cui fedeltà e obbedienza non di rado dubitava»Ciò«fa comprendere anche come sia stato possibile che il Papa abbia sconfinato in pratiche dissimulatorie o esercitato una particolare sospettosità e durezza nei confronti di taluni cardinali, vescovi e chierici. Avvalendosi delle indagini recenti sulle carte vaticane, Romanato elimina definitivamente quelle ipotesi apologetiche che cercavano di addebitare le responsabilità delle misure poliziesche agli stretti collaboratori anziché direttamente al Papa». Si tratta delle medesime critiche riproposte qualche anno fa, in un articolo dedicato a Pio X flagello dei modernisti, da Alberto Melloni, secondo cui «le carte ci consentono di documentare l’anno con cui Pio IX era stato parte cosciente ed attiva della violenza istituzionale attuata dagli antimodernisti» (“Corriere della Sera”, 23 agosto 2006).
Il problema di fondo, non sarebbe «quello del metodo con cui fu represso il modernismo, bensì quello della opportunità e validità della sua condanna». La visione di san Pio X era “superata” dalla storia, perché egli non comprese gli sviluppi della teologia e dell’ecclesiologia del Novecento. La sua figura in fondo ha il ruolo dialettico di un’antitesi rispetto alla tesi della “modernità teologica”. Perciò Fantappié conclude che il ruolo di Pio X sarebbe stato quello di «traghettare il cattolicesimo dalle strutture e dalla mentalità della Restaurazione alla modernità istituzionale, giuridica e pastorale».
Per cercare di uscire da questa confusione possiamo ricorrere ad un altro volume, quello di Cristina Siccardi, appena pubblicato dalle edizioni San Paolo, con il titolo San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, e con una preziosa prefazione di Sua Eminenza il cardinale Raymond Burke, prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica.
Il cardinale ricorda come fin dalla sua prima Lettera enciclica E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903, san Pio X annunciava il programma del suo pontificato che affrontava una situazione nel mondo di confusione e di errori sulla fede e, nella Chiesa, di perdita della fede da parte di molti. A questa apostasia egli contrapponeva le parole di san Paolo: Instaurare omnia in Christo, ricondurre a Cristo tutte le cose. «Instaurare omnia in Christo – scrive il cardinale Burke – è veramente la cifra del pontificato di san Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore» (p. 9).
E’ in questa prospettiva che si situa l’opera riformatrice di san Pio X, che è innanzitutto un’opera catechetica, perché egli comprese che agli errori dilaganti occorreva contrapporre una conoscenza sempre più profonda della fede, diffusa ai più semplici, a cominciare dai bambini. Verso la fine del 1912, il suo desiderio si realizzò con la pubblicazione del Catechismo che da lui prende il nome, destinato in origine alla Diocesi di Roma, ma poi diffuso in tutte le diocesi di Italia e del mondo.
La gigantesca opera riformatrice e restauratrice di san Pio X si svolse nella incomprensione degli stessi ambienti ecclesiastici. «San Pio X – scrive Cristina Siccardi – non cercò il consenso della Curia romana, dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, dei fedeli, e soprattutto non cercò il consenso del mondo, ma sempre e solo il consenso di Dio, anche a danno della propria immagine pubblica e, così facendo, è indubbio, si fece molti nemici in vita e ancor più in morte» (p. 25).
Oggi possiamo dire che i peggiori nemici non sono coloro che lo attaccano frontalmente, ma quelli che cercano di svuotare il significato della sua opera, facendone un precursore delle riforme conciliari e postconciliari. Il quotidiano “La Tribuna di Treviso”, ci informa che in occasione del centenario della morte di san Pio X, la diocesi di Treviso ha «aperto le porte a divorziati e coppie di fatto», invitandole, in cinque chiese, tra cui la chiesa di Riese, paese natale di Papa Giuseppe Sarto, al fine di pregare per la buona riuscita del Sinodo di Ottobre sulla famiglia, di cui il cardinale Kasper ha dettato la linea, nella sua relazione al Concistoro del 20 febbraio. Fare di san Pio X il precursore del cardinale Kasper è un’offesa di fronte a cui la sprezzante definizione melloniana di «flagello dei modernisti» diviene un complimento.

Nella festa della B.V.M. Madre del Buon Pastore o Divina Pastora un aforisma di S. Alfonso M. de' Liguori


Miguel Cabrera, La Divina Pastora. XVIII sec., Museo Nacional de Arte, MUNAL. Città del Messico

Miguel Cabrera, La Divina Pastora de las Almas, 1760 circa, Los Angeles County Museum of Art, Los Angeles