Sante Messe in rito antico in Puglia

martedì 20 settembre 2022

Il "Calvario" della chiesa della Passione di Conversano esempio di Crocifisso tipo giansenista

 A cura di Deodata Cofano 

Commento del pittore prof Giorgio Esposito, con il prof Vito Abbruzzi e studi del Card Costantini 

Vito A.-I crocifissi giansenisti,  non attirano nell'amplesso ideale il fedele, come nei crocifissi in cui le braccia e le mani sono aperte in gesto di accoglienza, ma hanno le braccia tese verso l'alto con le mani chiuse e lo sguardo verso l'alto. Il Card Costantini  nel suo saggio "Il crocifisso nell'arte" li definisce "un errore storico". C'é da tener presente che sul patibolo della croce, il condannato assumeva varie posizioni per respirare e non morire subito di asfissia...seguite la lettura fino in fondo(ndr) 

 Il cosiddetto "Calvario" presente nella chiesa della Passione di Conversano databile tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, ne è un esempio

Consummatum est!

Il cosiddetto "Calvario" presente nella chiesa della Passione di Conversano è databile tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800

Giorgio E. - Molto bello

Vito A.- Rispecchia moltissimo l'Uomo della Sindone.

Giorgio E.- Il punto è che i critici d'arte, oggi, studiano solo storia dell'arte, però non hanno studiato l'anatomia, né la geometria del corpo umano, né la prospettiva e purtroppo neanche la tecnica della pittura antica, specialmente quella fatta a strati. Queste materie le può studiare solo qualcuno che ama l'arte e si dedica anima e corpo alla pittura. Questo spiega perché l'arte attualmente langue. Se avviene questo è perché chi la dirige è una persona poco competente

Un vero critico e storico dell'arte era il Vasari, dato che era anche un ottimo pittore, per cui conoscendo l'arte dal di dentro era in grado di esprimere giudizi molto competenti.

Interessante notare come  questo crocifisso mostri il muscolo coracobrachiale,  il quale si mette in evidenza esclusivamente quando si solleva il braccio e si trova fra il bicipite e il tricipite. Anche l'infossatura dello sterno è ben descritta con i vari fasci del grande pettorale che si dirigono verso il capo mediale del deltoide. Chi lo ha scolpito sicuramente ha passato almeno 20 anni della sua vita  nello studio dell'anatomia.  Studio ovviamente scientifico.

Gli occhi invece sono tipici del morente. Infatti quando si dorme le palpebre si chiudono verso il basso a causa del rilasciamento del muscolo elevatore della palpebra  superiore, per cui la palpebra inferiore si nota appena, nella morte invece le palpebre sono chiuse meno fortemente e per l'avvicinamento dell'una all'altra,  non più in basso, come nel sonno, ma in modo da mostrare anche la palpebra inferiore.

Questi particolari mostrano egregiamente l'alta qualità della scultura, che ovviamente non può cogliere un critico d'arte,  ma uno studioso profondo dell'anatomia come lo erano i nostri grandi maestri del passato. A volte si tende a credere che fossero abili artigiani e spesso si parla anche di "bottega",  ma  anzitutto erano intellettuali di prim'ordine.

 Vito A-  ed io che pensavo non fosse così perfetto anatomicamente... Grazie per queste magistrali delucidazioni.


 Vito A. ll giansenismo, col suo rigorismo, fondamentalmente nasce in opposizione al molinismo, giudicato lassista. A un Dio misericordioso, che alla fine perdona tutto e tutti, i giansenisti contrappongono un Dio che giudica severamente i peccatori.

Di questi Crocifissi ci offrono molti esempi il Girardon (1628-1715), Jordaens (1593-1678), Duquesnoy (1597-1674) e Giulio Carpioni (1613-1679).

                                                  

Crocifisso, avorio,                                     George Petel Crocifisso, avorio             Arte povera altezza cm. 43 circa,                                1628 circa, Copenaghen,                       anni 1930 circa                              XVIII secolo, collezione privata.               Castello Frederiksburg                            Puglia

 Nota 1  (ndr )In un vecchio testo scritto dal cardinale Celso Costantini intitolato Il Crocifisso nell’arte (Libreria Salesiana, Firenze 1911)  si definiscono giansenisti i Crocifissi in cui le braccia non sono allargate sul legno traverso della Croce, ma sono riunite discendendo pressoché parallele fino all’attacco delle spalle. Accompagnati da questa definizione appaiono frequentemente sul mercato dei Crocifissi in avorio o altri materiali che presentano la caratteristica descritte. La maggior parte è di artefice anonimo e di epoca non sempre facilmente precisabile.

 Ma, lo stesso Card Costantini li definisce un “errore storico”  così come Biavati e Marchetti, in Antiche sculture lignee a Bologna,  non fanno alcun riferimento al Giansenismo e così spiegano: “Le braccia alzate, notevolmente ravvicinate, sono proprie di un corpo in trazione e ne accentuano l’espressione di sofferenza”.

Eppure, la dizione “giansenista” non è un vezzo del mercato antiquario, bensì trova credito anche presso le istituzioni museali e lo stesso mons. Costantini ne offre testimonianza citando un Crocifisso conservato presso il museo di Troyes (alludendo probabilmente al Museo Saint-Loup) e ivi catalogato come “Cristo giansenista”.
Uno dei fondamenti del Giansenismo, sviluppatosi all’interno della dottrina cattolica, ma successivamente condannato a partire dal 1641, è credere che Cristo non sia morto per tutti, ma per un ristretto numero di eletti. Quindi le braccia raccolte indicano questo concetto di esclusività – “molti i chiamati, pochi gli eletti” (Mt 22,14) – tanto quanto le braccia distese recano un invito di accoglienza rivolto a tutta la comunità.

Possiamo quindi ritenere che gli artisti che desideravano associarsi alle tesi gianseniste ne offrissero una dimostrazione iconografica attraverso il Crocifisso?
Il Giansenismo si sviluppa maggiormente proprio nell’epoca a cui i Crocifissi si riferiscono, ossia Seicento e il Settecento, ma anche tra i numerosi esemplari usciti dalle botteghe francesi nel corso dell’Ottocento potremmo trovare oggetti con la caratteristica evidenziata. Si ricordi che, in pieno Ottocento, venivano attribuire simpatie gianseniste anche ad Alessandro Manzoni.
Tuttavia, il Costantini è il primo a dubitare di una relazione tra Giansenismo e questi Crocifissi e reca in merito una duplice considerazione.
La prima è che al “museo di Londra” (quasi certamente il British) si conserva un’incisione di Michelangelo con le braccia stirate come i cosiddetti Crocifissi giansenisti e al tempo di Michelangelo il giansenismo non esisteva ancora, così come dimostrano altri due celebri disegni attribuiti a Michelangelo dove non sembra si possa evidenziare la caratteristica delle “braccia stirate”.

Sembra probabile, altresì, che la nuova figurazione, laddove non vi sia intenzionalmente la rappresentazione giansenista, sia piuttosto figlia delle stravaganze barocche come ad esempio quella di voler scolpire il Crocifisso in un solo pezzo di legno o avorio. Inoltre «A. Grazier cita vari Crocifissi stampati su libri di carattere assolutamente giansenista, i quali però hanno le braccia allargate secondo la forma ordinaria».

                                      Disegno attribuito a Michelangelo, Cristo Crocifisso con le mani alzate

Ttratto da https://www.antiquanuovaserie.it/crocifisso-giansenista/

Biavati e Marchetti,  Antiche sculture lignee a Bologna, Off. Graf. Bolognesi, Bologna 1974,

P.  COSTANTINIIl crocifisso nell’arte, p. 145. llezza.

lunedì 19 settembre 2022

Conversano, Parrocchia Maria SS del Carmine, restaurato l'altare di San Giorgio

L’ALTARE DI SAN GIORGIO

E’ TORNATO AD ESSERE VOTATO ALLA GLORIA DI DIO.





Nella serata di Domenica 11 settembre 2022, in una chiesa gremita di fedeli, l’altare di San Giorgio è finalmente tornato ad essere dedicato alla maggior gloria di Dio.
Come è noto, questo seicentesco altare versava in condizioni di estremo degrado e soprattutto di grave pericolo, a motivo delle sue condizioni statiche.
Infatti gli ancoraggi lignei che lo tenevano fissato alla muratura si erano completamente disintegrati, a motivo della nefasta azione dei tarli. Inoltre le continue e pesanti sollecitazioni e vibrazioni, ad opera del traffico automobilistico di piazza Carmine, avevano contribuito a rendere tutta la struttura ancora più debole e pericolante. Infine delle vistose e profonde lesioni verticali erano comparse sulle colonne di sostegno, facendo temere un improvviso cedimento.
Ottenuti i permessi della Sovrintendenza, i lavori di recupero e di restauro sono iniziati nel 2021 e terminati la scorsa settimana.
Tutta la struttura è stata anzitutto messa in sicurezza mediante dei nuovi ancoraggi alla muratura e con la riparazione di tutte le parti interessate a lesioni e debolezze.
Il restauro ha anche riportato alla luce il seicentesco colore originario dell’altare, che è quello di un particolare e intenso azzurro mare.
Per poter finanziare le gravose spese di restauro si era pensato di lanciare una iniziativa, rivolta a tutti i ragazzi e i giovani che un tempo frequentavano la Parrocchia del Carmine al tempo del parroco don Giovanni Martellotta, recentemente scomparso.
Come è noto don Giovanni amava appellare i ragazzi e i giovani con il termine di “giorgino/a”. Trattandosi dell’altare dedicato a S. Giorgio e a seguito della recente morte di don Giovanni, il passaggio è stato spontaneo, naturale e immediato: si è chiesto agli allora “giorgini” di aiutare la Parrocchia a sostenere le spese del restauro, in memoria dell’indimenticato e amato parroco.
Molti “giorgini” hanno accettato la proposta e hanno collaborato, coprendo la metà delle ingenti spese che la Parrocchia ha dovuto sostenere.
A tutti loro va quindi la nostra riconoscenza e gratitudine per questo gesto di generosità fatta nella memoria di don Giovanni.
Accanto all’altare restaurato è stata anche collocata una targa con i loro nomi e, soprattutto, con un ritratto dell’amato parroco, eseguito e donato dal maestro Leonardo Salvemini, al quale va tutta la nostra gratitudine per la generosa disponibilità mostrata.





Questo il testo della targa:
“QUESTO SEICENTESCO ALTARE
DEDICATO AL MARTIRE SAN GIORGIO,
GRAVEMENTE COMPROMESSO DALL’USURA DEL TEMPO,
VENIVA RESTAURATO A CURA DEI “GIORGINI”
E DI ALTRI FEDELI
DURANTE L’ANNO DEL SIGNORE 2022
NELLA RICONOSCENTE MEMORIA
DI DON GIOVANNI B. MARTELLOTTA
ZELANTE PASTORE DI QUESTA COMUNITA’ DAL 1979 AL 1989
IL SUO RITRATTO, GENEROSAMENTE DONATO
DAL MAESTRO LEONARDO SALVEMINI,
VIENE LASCIATO COME IMPEGNO E STIMOLO
PER UNA COSTANTE CRESCITA
NELLA FEDE E NELLA VITA COMUNITARIA”.
Domenica 11 settembre, alla presenza della comunità parrocchiale, del maestro Salvemini, del Presidente della B.C.C. (Istituto che ha generosamente donato un contributo per il completamento del restauro) e soprattutto dei familiari di don Giovanni, giunti numerosi dalla città di Monopoli, si è proceduto alla benedizione dell’altare e allo svelamento della targa e del ritratto.
La celebrazione è stata presieduta da S. Ecc.za Rev.ma Mons. Gianfranco Gallone, Arcivescovo Titolare di Mottola e Nunzio Apostolico in Zambia e Malawi, che nella sua omelia ha sottolineato l’importanza del ritorno all’essenzialità tramite la condivisione della sua esperienza con i popoli africani, presso i quali opera in nome del Santo Padre.
Al termine della Messa i familiari di don Giovanni Martellotta, visibilmente commossi, hanno scoperto la targa commemorativa e il ritratto del loro congiunto, del quale è sempre viva la memoria.
A conclusione del tutto c’è stato l’intervento della dott. Rosanna Guglielmo, curatrice del lavoro di restauro dell’altare, che ha voluto brevemente presentare tutte le delicate fasi delle operazioni che si sono realizzate per restituire, non solo alla nostra chiesa ma a tutta la città di Conversano, una pregevole reliquia della nostra storia e della nostra fede.

lunedì 5 settembre 2022

La grotta di San Gregorio Magno, ovvero di San Michele in Monte Laureto

 

La grotta di San Gregorio Magno

ovvero di San Michele in Monte Laureto a Putignano (BA)

Di Vito Abbruzzi

A cura di Deodata Cofano

 

Il 3 settembre la chiesa fa memoria di San Gregorio Magno, nato verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici e Papa dal 03 settembre del 590 al 12 marzo del 604. E’ uno dei più grandi Papi della storia, dottore della Chiesa, iniziatore del potere temporale della Chiesa e, in particolare, fu lui che riformò la liturgia della Chiesa Romana  e raccolse e ordinò i canti sacri che presero il nome di Canti gregoriani.



 

La sua appartenenza ad una delle famiglie senatoriali più importanti di Roma, lo lega alla grotta di San Michele in Monte Laureto a Putignano (BA).

Infatti, la grotta (e il territorio circostante ad essa) sarebbe appartenuta alla famiglia Anicia e fatta consacrare da San Gregorio Magno all'indomani della sua salita al soglio pontificio, esattamente nel 591.

(In questo bellissimo video troverete presentazione e visita del Santuario rupestre dedicato al culto di San Michele Arcangelo in Monte Laureto, a Putignano. Situato su una collina distante circa 3 chilometri dall'abitato. Dal 912 al 1045, ha ospitato inizialmente i monaci Cluniacensi e in seguito i Benedettini. Oggi, grazie alla passione di volontari laici, la grotta è aperta alle visite e alla preghiera)

https://youtu.be/rAe2VsnITbs



Sappiamo benissimo la devozione del santo Papa all'Arcangelo Michele, al quale fece dedicare l'anno stesso della sua elezione il mausoleo di Adriano, famoso, appunto, come "Castel Sant'Angelo".

E sappiamo pure quanto egli tenesse molto a cristianizzare nella penisola italica quei luoghi ancora interessati dai culti pagani.

Si dice che proprio la nostra grotta di Putignano fosse dedicata al dio Apollo, motivo per cui San Gregorio si preoccupò sin da subito del suo pontificato di farla consacrare a San Michele. E a questo scopo avrebbe incaricato il generale Tulliano, di stanza a Siponto con le sue truppe.

A conferma di questo lo stesso nome del comune di Putignano, tra le cui diverse etimologie ci sarebbe anche quella di "puteum Tullianum", a ricordo del "gran pozzo, che vi scavò Tulliano, [...] essendo quà venuto [...] colle armi di Siponto a costruire Barsento e S. Michele; avesse voluto donare di una vasta cisterna la buona gente che l'accolse e prestossi devota ai lavori delle badie, imponendo e alla cisterna ed ad al paese il suo nome". A dircelo è Pietro Gioja, nelle sue "Conferenze istoriche sulla origine e su i progressi del comune di Noci in Terra di Bari" (Napoli 1842, pag. 149), avvalorando la tesi del Sarnelli, "dotto in archeologia" (ivi).

Ma anche anche l'origine del nome Putignano "da Apollo Pithunis (uccisore del serpente Pitone) da cui deriverebbe Pethunianum. Ciò per via della presunta presenza di un santuario di Apollo all'interno di una grotta presso Monte Laureto, un alto colle nell'agro putignanese". Dato confermato dalla splendida scultura lapidea di San Michele, firmata dall'eccezionale Stefano da Putignano, posta all'interno della omonima grotta di Monte Laureto.


Il San Michele ivi raffigurato ha tutti gli stilemi del dio Apollo. E sarebbe - a giudizio degli esperti - la sua opera più bella.

 


Quindi parliamo di una grotta-santuario davvero importante, sebbene meno conosciuta rispetto ad altri luoghi analoghi dedicati a San Michele; l'unica, a mio modesto parere, che può vantare l'ex aequo con quella più famosa di Monte Sant'Angelo.

Non poche analogie tra le due. Per storia, arte, fede. Addirittura la grotta di Monte Laureto è, pur di poco, più ampia e più spaziosa di quella del Gargano. E ha un'acustica perfetta.

Inoltre è in una posizione baricentrica da un punto di vista geografico: un passaggio ineludibile per gli spostamenti dalla sponda adriatica a quella jonica, e viceversa, attraversando la Murgia barese-tarantina. E, dunque, non solo una tappa quasi obbligata, ma un punto di convergenza provenendo dalle varie località della Puglia centro-meridionale. Lo capiamo grazie agli innumerevoli toponimi, cappelle, edicole dedicati a San Michele.

Perciò, non resta che andare a visitare e, soprattutto, a pregare il  "gloriosissimo Principe delle celesti milizie, Arcangelo San Michele" nella grotta-santuario a Lui dedicata in Monte Laureto a Putignano: un effetto davvero sorprendente e un senso di meraviglia ogni volta che ci si va

 

mercoledì 17 agosto 2022

Pittori religiosi tra realtà e spiritualità

Conversazione tra il pittore barese  prof Giorgio Esposito  e il prof Vito Abbruzzi

A cura di Deodata Cofano

Pio XII "l’arte religiosa non deve essere né molto realistica, né troppo simbolica".

È appena trascorsa la Festa dell’Assunzione di Maria Vergine in Cielo, per molti il 15 agosto è solo ferragosto,  mentre per la Chiesa è una delle feste mariane più importanti che grandi artisti del passato hanno rappresentato.

Riportiamo due esempi celebri: l'Assunta di Tiziano Vecellio  conservata nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia, e L'Assunzione della Vergine di Peter Paul Rubens che si trova nella cattedrale di Anversa. 



Giorgio Esposito: Per pervenire al suo stile grandioso, Rubens unì il disegno di Michelangelo e il colore del Tiziano che lui ammirava molto, tanto che ne copiò molte opere (probabilmente una ventina).

 In quei tempi per pervenire al cosiddetto "nuovo"  si procedeva molto umilmente facendo tesoro dell'operato dei predecessori, copiando le loro opere e nel contempo studiandole. Contrariamente a quello che succede oggi, laddove l'artista deve essere originale a tutti i costi non deve guardare al passato, ma essere proiettato in avanti senza volgersi minimamente indietro o soffermarsi a studiare gli antichi maestri.

Questo ha provocato due grossi inconvenienti: l'interruzione della tradizione pittorica e l'esaltazione della personalità degli artisti moderni che, spesso senza rendersene conto, cadono nel narcisismo, in un'alta stima di sé  e non di rado anche nella superbia.

Ricordiamo che Rubens ebbe molti allievi, credo che il preferito fosse il giovane ma grande Van Dick, che fece tesoro della lezione del  maestro, anche se le sue opere risultano meno solari e più melanconiche.

Vito Abbruzzi: Rubens e Van Dick sono famosi per i loro crocifissi giansenisti (1), avevano aderito alle idee di Giansenio o, più semplicemente, avevano eseguito quei dipinti dietro indicazione dei committenti? l fatto di essere figlio di un calvinista spiega molte cose di Rubens, dal momento che il giansenismo altro non è che il calvinismo di matrice cattolica.

Rubens                                                   Van Dick

 

Giorgio Esposito: Posso dire che Rubens era figlio di un calvinista, costretto a fuggire a  Roma a causa delle persecuzioni religiose del duca d'Alba, Fernando Alvarez De Toledo. Alla morte del padre, avvenuta quando il nostro pittore aveva solo 10 anni, la madre tornò ad Anversa dove il figlio ricevette una formazione cattolica umanista. Da allora Rubens rimase sempre profondamente devoto alla Chiesa Cattolica. Comunque più che l'aspetto religioso, ciò che mi ha interessato  molto di Rubens è stata la sua incredibile e insuperata tecnica  pittorica, in cui unì il procedimento degli antichi fiamminghi con il metodo di Giotto descritto da Cennino Cennini nel suo noto trattato 

 Molti quadri di Rubens furono dipinti dai suoi ottimi allievi, fra cui è bene ricordare il virtuoso Jacob Jordaens. 

Il maestro eseguiva spesso solo dei piccoli bozzetti e qualche disegno, che poi gli alunni ingrandivano su tele enormi e su cui Rubens, alla fine, correggeva qualche errore e armonizzava meglio il tutto.

 

Jacob Jordaens  I quattro evangelisti

Vito Abbruzzi: questo dipinto di Jacob Jordaens è  molto caravaggesco. Ricorda l'incredulità di San Tommaso.

Giorgio EspositoA dir il vero  Rubens, e probabilmente anche i suoi allievi, non apprezzavano molto la pittura di Caravaggio a differenza della pittura di Tiziano. Infatti in una lettera indirizzata a un amico scrisse che quella del Caravaggio era una pittura " troppo lenta" e, copiandone " La deposizione", apportò non poche modifiche stravolgendone l'intera composizione. 

Credo che Caravaggio non avesse un talento sul tipo dei grandi pittori della tradizione. Di lui  non esiste alcun disegno, dato che i suoi quadri sono copiati direttamente dal vero. Faceva posare qualche personaggio opportuno  e poi, forse anche tramite la camera oscura o camera ottica (una specie di proiettore antico), ricalcava  il disegno sulla tela. Dopo di che cominciava subito a dipingere per non stancare il modello, ma i suoi quadri difettano un po' nella   composizione, proprio perché  non usava fare anticipatamente  dei disegni preliminari dell'opera. 

Purtroppo era costretto a fare questo, non certo per mancanza di talento, ma perché  non aveva una tranquillità economica, dato che non aveva un mecenate, per cui non aveva l'opportunità di approfondire lo studio del disegno e specialmente della  geometria come fecero i suoi predecessori.(2)

Copiare dal vero come faceva Caravaggio risulta comunque più facile che inventare dal nulla come facevano Raffaello, Correggio, Tiepolo, ecc. Il risultato poi è anche molto realistico e questo non è sempre la cosa migliore specialmente per quel che riguarda la pittura sacra che deve mantenere un certo distacco dalla realtà a favore di una visione più spirituale. Molto opportunamente il Papa Pio XII affermava che l'arte sacra non deve essere né troppo realistica, né troppo simbolica. 

Addirittura il pittore e critico d'arte Roger De Piles nel 1600 (allora i critici d'arte erano molto seri) compila una specie di pagella con i voti in cui fa un confronto fra i grandi pittori e, nelle voci" disegno" e " "composizione", Caravaggio risulta fra gli ultimi rispetto agli altri grandi pittori del passato. 

Oggi  purtroppo si cerca di stupire l'osservatore abbondando nel realismo e con l'aiuto della macchina fotografica si studia poco, e  spesso non si copia neanche dal vero, dato che la fotografia fornisce già l'immagine precisa di ciò che si intende dipingere.

 


(1) si definiscono giansenisti i crocifissi di stampo protestante, in cui le braccia non sono aperte completamente sulla croce, ad indicare la dimensione cosmica della morte di Cristo, ma più ravvicinate, talvolta quasi parallele al corpo, creando tra loro uno spazio molto ristretto. Per il calvinismo ciò indica che la predestinazione, la salvezza, quindi, è per alcuni, non è per tutti. 

(2) Caravaggio è stato annoverato tra i grandi artisti solo di recente, e non è un caso. Viviamo quest’epoca buia, incattivìta e disordinata, in cui si rifiuta l'armonia, l'ordine, la bellezza, la profondità e l'accuratezza, preferendo la disarmonia, la sregolatezza, la velocità e quindi la superficialità, cancellando la storia e la Cultura. In quest'epoca quindi,  Caravaggio, pittore delle ombre e dell’oscurità, irrequieto e dalla vita disordinata, è un artista che esprime il mondo inquieto della modernità.


Deodata Cofano


lunedì 15 agosto 2022

Elementi corredenzionisti nelle Messe e negli Uffici in onore dell'Assunta

 

La Cappella Papale dell’Assunta

 Rilanciamo questo contributo del dott. Giuliano Zoroddu:

La Cappella Papale dell’Assunta



di Giuliano Zoroddu


La festa dell’Assunzione di Maria Santissima fu fin da antico solennissima in Roma. L’introdusse Sergio I (687-701) e Leone IV (847-855) la dotò di ottava. Il Pontefice celebrava la messa in Santa Maria Maggiore, dopo aver preso parte alla fastosissima processione della notte precedente.

I rituali avevano inizio la mattina del 14 agosto, quando il Papa si recava nell’oratorio di san Lorenzo nel Patriarchio, ove fatte sette genuflessioni all’immagine acheropita del Salvatore, ne baciava i piedi e scopriva il volto al canto del Te Deum.

Portata dai Cardinali Diaconi e scortata da dodici ostiari coi ceri accesi, seguiti dal suddiacono regionario colla croce stazionale, dal clero palatino, dal primicerio con la schola cantorum, dal Praefectus Urbi con dodici romani (sei con la barba e sei sbarbati) in rappresentanza del Senato, e dal popolo tutto, l’icona attraversava la Via Sacra fino alla chiesa di Santa Maria Nuova, sotto il cui portico in atto di adorazione i piedi del Salvatore venivano lavati con aromi, e di qui a Sant’Adriano, dove riceveva un’ulteriore lavanda.

Tappa finale era la Basilica Liberiana per la celebrazione della messa stazionale da parte del Pontefice.

Queste cerimonie, sentitissime dal popolo romano, subirono nel corso del Medioevo, vari arricchimenti da un lato, ma non mancarono gli abusi, soprattutto a motivo delle turbolenze che scossero Roma segnatamente durante la permanenza della Santa Sede ad Avignone. Così san Pio V pensò bene di abolire la processione.

Rimase solamente la solenne messa in Santa Maria Maggiore, poi sanzionata da Sisto V nella sua costituzioni sulle riorganizzazione delle stazioni.

La celebrazione della messa spettava al Cardinale Arciprete.

Il Sommo Pontefice vi assisteva al trono in manto bianco, contornato dal Sacro Collegio.

La predica fino al 1828 era tenuta dal Procurato dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, come stabilito da Clemente XI nel 1718. Leone XII però trasferì questo onore ad un convittore del Collegio dei Nobili (istituito dai Padri Gesuiti sotto il suo pontificato), il quale teneva il sermone in berretta e cappa con fodera di seta cremisi.

Alla fine della messa, che non prevedeva particolarità, il Pontefice e i Cardinali versavano rispettivamente cinquanta e uno scudo d’oro alla Confraternita del Gonfalone per il riscatto degli schiavi.

Questa Cappella Papale, per volontà di Benedetto XIV, era seguita dalla benedizione del popolo dalla loggia della Basilica, che era stata fatta costruire dal medesimo Pontefice nel 1741.

I diari dei cerimonieri ci tramandano alcune date: Giulio II tenne Cappella Papale alla Liberiana il 15 agosto 1509; così pure Paolo III nel 1538 e Gregorio XIII nel 1572 e nel 1573. Benedetto XIII nel 1724 celebrò messa egli stesso nella Cappella Borghesiana. Clemente XII, nel 1732, ordinò che vi si cantasse il Te Deum a motivo della presa di Orano in Algeria operata da Filippo V di Spagna. Leone XII stabilì che la cerimonia dovesse svolgersi nuovamente all’altare papale.

L’ultimo Pontefice a tenere la Cappella Papale dell’Assunzione in Santa Maria Maggiore fu Pio IX nel 1869.

L’ingresso delle truppe italiane in Roma il 20 settembre dell’anno seguente, segnarono la fine del secolare rito, il cui svolgimento si spostò nella Cappella Palatina.


Riferimenti bibliografici: G. MORONI, Le cappelle pontificie, cardinalizie e prelatizie, Venezia, 1841; A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VIII. I Santi nel Mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dall’Ottava dei Principi degli Apostoli alla Dedicazione di S. Michele), Torino-Roma, 1932.


Immagine: Proclamazione del dogma dell’Assunzione in Piazza San Pietro il 1° novembre 1950 

[fonte: caeremonialeromanum.com].


Fonte: Radiospada, 14.8.2021

Catechesi tenute dal cardinal Comastri a La Verna in preparazione alla festa dell'Assunzione di Maria nell'agosto 2022

 Santa festa dell'Assunzione di Maria!







venerdì 15 luglio 2022

Chiesa di Sant'Anna, Lecce. Programma dei festeggiamenti solenni in onore di Sant'Anna

dal 17 luglio nella Chiesa di Sant'Anna  a Lecce iniziano i solenni festeggiamenti in onore di Sant'Anna. In allegato il programma delle celebrazioni, tutte in rito antico 

 

lunedì 11 luglio 2022

AVVISO Noci, Chiesa del Carmine, spostato al 13 luglio


Noci, Chiesa del Carmine, causa maltempo, spostato al 13 luglio ore 20 la presentazione del libro di Eleonora Casulli "Senza la bellezza non possiamo vivere" prefazione di  Don Nicola Bux



 

mercoledì 6 luglio 2022

NOCI. RESTAURATO L'ANTICO ORGANO DELLA CHIESA DEL CARMINE! eventi in programma

NOCI, Confraternita Madonna Addolorata

IN OCCASIONE DEL RESTAURO DELL'ANTICO ORGANO DELLA CHIESA DEL CARMINE!

Dopo circa due anni di attesa saranno restituiti all'antico splendore l'organo restaurato da @nicolacanosa e la cantoria ottocentesca restaurata dalla ditta @felicialavilola.

Gli appuntamenti da non perdere sono due:

👉🏻Venerdì 8 luglio ore 20:00- presentazione del libro della prof.ssa Eleonora Casulli intitolato "Senza la Bellezza non possiamo vivere"

👉🏻Lunedì 11 luglio ore 20:00 𝘾𝙤𝙣𝙘𝙚𝙧𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙞𝙣𝙖𝙪𝙜𝙪𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 con Gaetano Magarelli (organista) e Annamaria Bellocchio (soprano)


FONTE



giovedi 7 luglio a Trani la presentazione del libro di Don Nicola Bux "Salute o Salvezza"