venerdì 31 ottobre 2014

La Chiesa cattolica in Germania: ovvero il dilemma tra Dio e mammona!

L'avreste mai detto che, dietro le recenti prese di posizione “di apertura” – in sede sinodale – da parte di illustri prelati tedeschi, si nascondano motivazioni economiche?
Come notato, in effetti, anche da Sandro Magister nel suo blog “Settimo Cielo”, in un puntuale recente articolo, nell’epoca della Chiesa “della misericordia”, le alte gerarchie ecclesiastiche si mostrano poco …. misericordiose …. . Paradossi di questi nostri tempi “misericordiosi”!!!
Ricorda Magister che il sistema di finanziamento delle Chiese in Germania è talmente spietato che spinge la Chiesa cattolica a scomunicare – di fatto è così – chiunque, cattolico, si rifiuti di versare il cospicuo obolo alla Chiesa “misericordiosa” germanica. In effetti, un decreto della Conferenza episcopale tedesca del 2012 priva dei sacramenti e di ogni ufficio, e persino delle esequie ecclesiastiche, chiunque non versi il suddetto obolo, a prescindere dalle motivazioni per le quali ciò sia fatto. Non solo. Ma addirittura, prima delle sanzioni, per ricondurre il reprobo a più miti consigli, è previsto un colloquio col parroco del posto: se questo dovesse fallire, ecco che la Chiesa considererà scismatico, eretico ed apostata, chiunque non voglia pagare il suddetto obolo. Insomma, si fa dipendere l’appartenenza alla Chiesa ed il diritto di ricevere dalla stessa i sacramenti, a prescindere dalle motivazioni, da … mere ragioni economiche-simoniache, … cioè dal versamento dell’obolo! La misericordia lo impone!
Comprensibili sono dunque le “aperture” sinodali della maggioranza dei prelati della Chiesa germanica: esse sono dettate da motivazioni, diciamo, di … marketing … ovverosia dal fatto di favorire il più possibile i cattolici tedeschi …, che abbiano situazioni familiari irregolari, … nel versamento dell’obolo … . Un “irrigidimento” sarebbe visto da questi cattolici come un motivo in più per non versare l’obolo ed uno sprono a corrisponderlo nelle casse di confessioni religiose acattoliche.
Se, dunque, essi non versassero più, la Chiesa tedesca vedrebbe ridotte le proprie entrate. Un danno da evitare nella maniera più assoluta! L'importante è corrispondere la Kirchensteuer. Le questioni dogmatiche o la pratica religiosa in questo contesto sono secondarie o marginali.
Forse è bene rammentare a tal riguardo ciò che diceva l'ottimo Padre domenicano Garrigou-Lagrange riguardo ai misericordiosi e tolleranti, oggi molto in auge, riprendendo le parole di san Luigi Maria Grignion de Montfort: «Miséricorde et fermeté doctrinale ne peuvent subsister qu'en s'unissant; séparées l'une de l'autre elles meurent et ne laissent plus que deux cadavres: le libéralisme humanitaire avec sa fausse sérénité et le fanatisme avec son faux zèle. On a dit: "L'Eglise est intransigeante en principe parce qu'elle croit, elle est tolérante en pratique parce qu'elle aime". Les ennemis de l'Eglise sont tolérants en principe parce qu'ils ne croient pas, et intransigeants en pratique parce qu'ils n'aiment pas» (Padre R. Garrigou-Lagrange, Dieu, son existence et sa nature, Paris 1923, p. 725). Onde offrire utili spunti di riflessione sul tema, oltre a rinviare al già citato contributo di Magister, pubblico un articolo di Simone Varisco, rilanciato in inglese dall'immancabile ed ottimo Rorate caeli.


La Chiesa ricca, la chiesa vuota


di Simone Varisco

Protagonista del recente Sinodo, il confronto fra i principali esponenti della Chiesa cattolica tedesca, da Müller a Kasper, da Brandmüller a Marx, si è misurato anche su diverse visioni della crisi della Chiesa in Germania e delle sue possibili soluzioni.
Stando agli ultimi dati resi noti dalla Conferenza episcopale tedesca, nel 2013 si contavano in Germania 24,2 milioni di cattolici (per questi e i successivi dati statistici: Katholische Kirche in Deutschland. Zahlen und Fakten. 2013/14, Segreteria della Conferenza episcopale tedesca, Bonn), in calo rispetto all’anno precedente (erano 24,3 milioni), attestandosi al 29,9% della popolazione (erano il 42,7% prima della riunificazione della Germania, nel 1990), ancora distribuiti in percentuali maggiori nei Länder meridionali, come il Saarland (dove i cattolici toccano il 62%) e la Baviera (54%).
Significativo altresì come fra coloro che si dichiarano cattolici la percentuale dei fedeli che frequentano regolarmente almeno la messa domenicale si diriga da anni verso numeri a cifra singola. Non è quindi un caso che rispetto all’anno precedente parrocchie ed altri luoghi di cura pastorale siano diminuiti di 137 unità (11.085 nel 2013, per una popolazione totale di oltre 83 milioni di tedeschi. In Italia le sole parrocchie sono 25.677 (Archivio dell’Istituto Centrale per il sostentamento clero), per una popolazione di circa 60 milioni di abitanti). Sempre meno sono anche i battesimi, i bambini nati in famiglie in cui sia presente almeno un genitore cattolico e i matrimoni celebrati con rito cattolico.
Anche i sacerdoti diocesani e religiosi registrano nel 2013 un ulteriore calo rispetto al già difficile 2012. Migliori, ma in via di peggioramento, i dati riferiti al diaconato permanente che, pur registrando un aumento numerico su base nazionale (+66 diaconi rispetto all’anno precedente), si sta avviando da anni verso una progressiva stagnazione, specialmente fra coloro che assumono l’incarico come occupazione esclusiva (+15 diaconi rispetto al 2012).
All’interno di un quadro piuttosto sconfortante, si distingue invece la fortuna degli indicatori economici. Con 5,5 miliardi di euro di entrate nette nel 2013, in continua crescita dal 2005, la Chiesa cattolica in Germania è fra le più ricche al mondo (al secondo posto nel Paese la Chiesa evangelica, con 4,8 milioni di introito netto nel 2013).
Vale la pena ricordare che in base alla tassa sulle religioni (Kirchensteuer) attualmente vigente in Germania, lo Stato non si rende diretto protagonista del finanziamento delle comunità religiose (e filosofiche) esistenti sul proprio territorio, ma si fa tramite tra esse e i rispettivi fedeli per la raccolta dell’imposta fra gli iscritti agli elenchi delle rispettive comunità, in possesso dello Stato. Pagando la Kirchensteuer, i fedeli acquisiscono il diritto ad una serie di “servizi religiosi”, alcuni dei quali altrimenti noti come Sacramenti.
La cancellazione dall’elenco implica per il cittadino l’esonero dal pagamento della tassa, ma anche la cessazione dell’ottenimento dei “servizi religiosi”(salvo in caso di immediato pericolo di morte) e l’impossibilità a ricoprire determinati ruoli, come l’essere padrino o madrina o il venire impiegati in uffici ecclesiastici. Con tali implicazioni, quello che potrebbe apparire soltanto come un atto amministrativo nei rapporti fra cittadino, Stato e sistema contributivo, assume a tutti gli effetti i connotati di una defezione dalla Chiesa, con la dura presa di posizione della Conferenza episcopale tedesca, nell’ottica di «preservare la fede e l’educazione cattolica dei bambini» (Allgemeines Dekret der Deutschen Bischofskonferenz zum Kirchenaustritt, II, 2).
La prosperità economica che alimenta il Paese e la grande macchina della Chiesa cattolica tedesca è la stessa prosperità materiale che ne svuota le chiese, al punto che molte delle grandi cattedrali del Paese sono oggi più visitate dai turisti che dai fedeli.
Ancora sostenuta dal successo economico che distingue vaste aree della Germania dalla maggior parte delle economie dell’Europa occidentale, il sempre più fragile equilibrio fra l’aumento della ricchezza pro-capite dei cittadini tedeschi e il calo dei fedeli ha finora retto. Non è però difficile prevedere che se l’emorragia di fedeli proseguirà come negli ultimi anni, nel prossimo futuro della Chiesa cattolica tedesca si profilerà anche l’ombra del dissesto finanziario.
Tenere conto di questo fattore è imprescindibile nella considerazione del confronto mostrato recentemente al Sinodo, non fosse altro che per l’ingenerato senso di urgenza nell’inversione di tendenza. Al Sinodo la Chiesa cattolica tedesca si è confermata fra le più inclini alle richieste del mondo contemporaneo, una Chiesa che i media non hanno esitato a definire «aperta»; eppure una Chiesa «malata», secondo una terminologia cara all’attuale Pontefice, «chiusa» in una società prospera sempre più tentata dall’inutilità della fede ed erosa da alcune di quelle stesse forze che spingono in direzione del cambiamento.
C’è da scommettere che nel dibattito, in corso da tempo tanto all’interno alla Chiesa tedesca quanto in quella universale, i principali protagonisti del Sinodo appena concluso siano ben intenzionati a non ritagliarsi ruoli di semplici spettatori. Tanto nell’una quanto nell’altra partita.

III PELLEGRINAGGIO INTERNAZIONALE DEL POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM: le riflessioni del CNSP

Ad una settimana dalla conclusione del III Pellegrinaggio “Summorum Pontificum”, ecco le riflessioni del CNSP:

III PELLEGRINAGGIO INTERNAZIONALE DEL POPULUS SUMMORUM PONTIFICUM: le riflessioni del CNSP


Tentare il bilancio di un’esperienza spirituale così intensa come il Pellegrinaggio del Populus Summorum Pontificum è un’impresa ardita. Le grazie e le benedizioni che il Signore ci elargisce per l’intercessione di Maria Santissima e dei suoi Santi, come San Filippo Neri (patrono del pellegrinaggio), non si misurano in termini numerici, in base ai fedeli presenti, alla lunghezza delle processioni, alla potenza dei canti. Ma quando un pellegrinaggio è segnato da una partecipazione così viva ed attiva di pellegrini provenienti davvero da tutta la cattolicità, è difficile sottrarsi alla tentazione di far leva anche sul successo esteriore; e se poi si è avuta la ventura di concorrere all’organizzazione, come ha potuto fare il CNSP, si rischia di compiacersi con se stessi di un risultato che è solo un dono della Provvidenza.
In rete sono già apparsi diversi commenti, e i vari eventi sono stati illustrati, spesso in tempo reale, con l’ausilio delle immagini, da chi ha avuto la grazia di parteciparvi: per cui è forse superfluo ripetere che tutti gli appuntamenti, a Roma e a Norcia, hanno visto una corale e massiccia presenza dei fedeli. Non basta mai, invece, ricordare con commozione la sincera pietà, il fervore e il profondo coinvolgimento spirituale con cui tutti hanno partecipato, davvero attivamente, alle celebrazioni liturgiche. Lo ha notato anche padre Cassian Folsom al termine della S. Messa di domenica a Norcia: non è frequente sentire la chiesa vibrare dei canti e delle risposte dei fedeli, e percepire così quasi concretamente l’intensità della loro preghiera, come è accaduto in occasione della festa di Cristo Re.
Poiché la cronaca vera e propria del Pellegrinaggio 2014 è già comparsa in rete in questi giorni, vorremmo ora concentrarci solo su alcuni aspetti che ci sembrano particolarmente significativi.
La prima considerazione da fare è che con questo suo terzo Pellegrinaggio internazionale il Populus Summorum Pontificum, una vera famiglia di “normali” sacerdoti e di “normali” laici, ha dimostrato di essere una realtà ormai più che consolidata, diffusa ovunque, che sa attraversare senza scoraggiarsi le difficoltà dei tempi correnti, ben risoluta ad affrontare ogni avversità e ogni turbamento: è consolante osservare quale forza spirituale riesca a dare la S. Messa tradizionale, e come davvero essa rappresenti il principale baluardo dell’intangibilità della dottrina. È questa la vera pace in cui vive la liturgia tradizionale: una pace che non riesce ad essere scalfita da nessuna contrarietà e da nessuna opposizione, per quanto efficaci esse possano apparire.
Un altro aspetto che ha colpito, nel pellegrinaggio di quest’anno, è stata la massiccia, probabilmente maggioritaria presenza di giovani. Anche il particolare coinvolgimento della Federazione Juventutem, che ha celebrato proprio al pellegrinaggio il suo decennale, ha confermato con particolare evidenza che la liturgia “antica” è cosa per giovani. Giovani assolutamente normali, semplici, vorremmo dire ordinari: vedendo i quali proprio non si può pensare che si siano sobbarcati il disagio – e il costo – di un viaggio talora addirittura transoceanico solo per inseguire una moda passeggera.
Accanto ai giovani c’erano le famiglie: anch’esse famiglie normali, semplici, ordinarie. Quelle di cui forse non si è occupato il recente sinodo, la cui bellezza è trascurata e che non fanno notizia, ma sulle quali poggia ancora la trasmissione della fede, e che – come ha dichiarato recentemente il Card. Burke – trovano nella liturgia tradizionale un insostituibile alimento spirituale per affrontare e superare le difficoltà e i problemi della vita famigliare.
Questa terza edizione del Pellegrinaggio, poi, è stata connotata più delle precedenti dalla massiccia partecipazione di fedeli provenienti da tutto il mondo: si è trattato davvero di un pellegrinaggio internazionale, animato in primo luogo dai fedeli nordamericani, che si sono stretti con grande affetto attorno al Cardinal Raymond Leo Burke; ma anche da tanti fedeli sudamericani, specialmente brasiliani, e, fra gli europei, da nutriti gruppi di ungheresi, polacchi, francesi, tedeschi.
Questa concreta ed esemplare manifestazione di vera universalità, che è così connaturata alla perenne liturgia tradizionale, è un prezioso dono anche per i fedeli italiani, che potranno e dovranno derivarne un rinnovato incitamento alla presenza attiva e visibile nelle loro realtà parrocchiali e diocesane, e ne saranno certo stimolati a partecipare ancor più numerosi al prossimo pellegrinaggio (già fissato dal 22 al 25 ottobre 2015), specie come Coetus Fidelium, e non solo come singoli fedeli. In questa prospettiva, si sono segnalati, quest’anno, soprattutto i Coetus della Puglia, che si sono riuniti per raggiungere tutti insieme Roma e Norcia con una rappresentanza di decine di fedeli. Sempre fattivamente presente il Coetus di Castel San Giovanni (diocesi di Piacenza), uno dei pochi Coetus italiani che è sorto e vive interamente in ambito parrocchiale, dimostrando, così, che è possibile, nonostante tutto, realizzare uno degli obiettivi del Motu Proprio: portare la S. Messa tradizionale in ogni parrocchia.
Rispetto all’anno scorso, era sensibilmente accresciuta pure la presenza dei sacerdoti e dei religiosi, anch’essi provenienti da diverse parti del mondo. Se ci ha dato gioia incontrare alcune Suore Francescane dell’Immacolata, ci ha però addolorato non poter vedere nemmeno quest’anno fra il clero i Frati Francescani dell’Immacolata, ai quali tutti i pellegrini si sentono particolarmente vicini.
Il CNSP ha avuto anche quest’anno il privilegio di collaborare con il CISP nell’organizzazione del pellegrinaggio, assumendo la cura dell’Adorazione Eucaristica, presieduta da don Marino Neri, che ha preceduto la processione e il Pontificale di sabato 25 ottobre: ci sia permesso, quindi, ringraziare di cuore i tanti ministranti che, aderendo al nostro invito, e provenendo da varie parti d’Italia, hanno offerto il loro prezioso servizio nella basilica di S. Lorenzo in Damaso e per le vie di Roma. Tutti i pellegrini, poi, devono indirizzare un ringraziamento particolarmente vivo, fra tutti gli organizzatori, a Guillaume Ferluc, infaticabile Segretario Generale del CISP, senza il cui costante impegno né questa, né le precedenti edizioni del pellegrinaggio avrebbero potuto tenersi.
Non si possono chiudere queste note senza ricordare le parole di fede indirizzate ai pellegrini da Mons. Pozzo, dal Card. Pell (purtroppo colpito da un attacco influenzale, sicché la sua omelia è stata letta da don Mark Whitoos, che ha celebrato in sua sostituzione la S. Messa), dal Card. Burke e, a Norcia, dal Card. Brandmüller, che ha anche impartito la benedizione papale. Soprattutto, non si può non ricordare la commozione con cui è stata accolta la lettura della lettera indirizzata al Delegato Generale del CISP, Giuseppe Capoccia, da Benedetto XVI, per dire la Sua vicinanza spirituale ai pellegrini ed ai “grandi cardinali” che appoggiano e celebrano il rito antico. Ed è ancora con le parole che Benedetto XVI, il Papa del Motu Proprio, ebbe a dire proprio in occasione della Sua elezione, che il CNSP vuole suggellare le sue riflessioni sul Pellegrinaggio 2014 del Populus Summorum Pontificum: “nella gioia del Signore risorto, fiduciosi nel suo aiuto permanente, andiamo avanti. Il Signore ci aiuterà e Maria sua Santissima Madre starà dalla nostra parte”.

giovedì 30 ottobre 2014

L’ecumenismo secondo il Cardinale Martini

Rilancio un interessante contributo del domenicano P. Cavalcoli sull’ideologia ecumenista del defunto card. Martini.

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L’ecumenismo secondo il Cardinale Martini

di Giovanni Cavalcoli

Uno degli equivoci più gravi e diffusi che oggi affliggono la Chiesa è un certo concetto dell’ecumenismo, che si vorrebbe far risalire al Concilio Vaticano II, ma che in realtà ne è una falsificazione relativista e indifferentista.
Esso suppone la negazione del primato del cattolicesimo sulle altre confessioni cristiane, secondo quanto era già stato definito dal Concilio di Firenze del 1442 (Denz. 1351), per cui l’ecumenismo si esaurirebbe in un’amichevole reciprocità tra le varie confessioni cristiane su di un piede di parità, senz’alcun obbligo dei
non cattolici di entrare nella Chiesa cattolica ai fini della salvezza.
Dunque, quel cattolico che volesse persuadere un protestante o un ortodosso a farsi cattolico, assomiglierebbe a un francescano che volesse persuadere tutti i domenicani a farsi francescani. Un francescano del genere sarebbe come chi pensasse che essere francescano o domenicano non fossero semplicemente due modi diversi ugualmente legittimi di essere cattolico, ma come se il cattolico veramente completo e totalmente genuino fosse solo il francescano, mentre il domenicano fosse un cattolico incompleto o fuori strada, bisognoso di correzione o d’integrazione.
Ma una siffatta idea del rapporto tra i cattolici e i non-cattolici, almeno per quanto riguarda il protestantesimo, e si può immaginare che valga anche per l’ortodossia e per ogni altra formazione non-cattolica, è già stata esclusa dal Beato Pio IX nel Sillabo, quando il Pontefice condanna la seguente proposizione: “Il protestantesimo non è altro che una diversa forma della medesima vera religione cristiana, nella quale forma è dato di piacere a Dio come nella Chiesa cattolica” (D. 2918). Così pure Pio IX condanna sempre nel Sillabo sia il liberalismo che l’indifferentismo. Per quanto riguarda il primo:“C’è libertà per ognuno di abbracciare e professare quella religione, che egli, condotto dal lume della ragione, giudica essere vera” (D. 2915) e il secondo: “Gli uomini possono trovare la via dell’eterna salvezza e la stessa eterna salvezza nel culto di qualunque religione” (D.  2916).
In nome della diversità e del pluralismo, ogni confessione cristiana, compresa la cattolica, avrebbe un valore relativo all’insieme del cristianesimo, ossia alla collezione di tutte le confessioni cristiane (relativismo) e quindi un valore solo particolare all’interno della più ampia Chiesa di Cristo, la quale comprenderebbe parimenti non solo i cattolici, ma anche le altre confessioni non cattoliche. 
Per salvarsi, quindi, non farebbe alcuna differenza (indifferentismo) appartenere a questa o a quella confessione, perché tutte, benché diverse tra di loro, hanno lo stesso valore e tutte sono vie sufficienti di salvezza: basta che uno faccia liberamente e con convinzione la propria scelta e vi resti  fedele (liberalismo). Non c’è nessun obbligo di scegliere il cattolicesimo, ma ognuno è libero di scegliere la religione che preferisce, come in un supermercato ognuno può scegliere i prodotti che preferisce. È quella che oggi alcuni chiamano la “religione-fai-da-te”.
L’individuo, da solo o in gruppo (sètta) mette assieme, magari in seguito ad esperienze di autoesaltazione (carismatismo) elementi di varie religioni a suo arbitrio e si costruisce una religione per conto proprio (sincretismo). Da qui sorge la molteplicità delle sètte, che in fin dei conti nascono proprio dalle formazioni classiche uscite dalla Chiesa cattolica come loro atteggiamenti estremistici facilmente squilibrati anche dal punto di vista psicologico.
Detto tra parentesi, ci sarebbe qui anche la cosiddetta “libertà religiosa”, concetto anche questo sostenuto dal Concilio nella Dichiarazione Dignitatis humanae, ma anche in questo caso si ha uno stravolgimento di quanto il Concilio intende dire. In realtà l’idea liberale, che qui è in gioco, di libertà religiosa, è ben diversa dall’idea cattolica sostenuta dal Concilio, anche se l’espressione verbale è la stessa. 
Infatti, mentre nel caso del liberalismo, già condannato a suo tempo dal Beato Pio IX, non si ammette, in materia religiosa, una verità universale e oggettiva e quindi vincolante per tutti (soggettivismo), questa invece è affermata dalla fede cattolica e ancor prima dalla sana ragione naturale (oggettivismo), per cui la coscienza soggettiva è legittima regola di condotta solo nel caso dell’errore in buona fede e non come regola assoluta della verità.
Ciò vuol dire, in altre parole, che per la sana ragione e quindi per la fede la coscienza del soggetto deve regolarsi sulla verità oggettiva, ma capita che se senza volere non ci riesca, in tal caso ma solo in tal caso la coscienza soggettiva, benché errata, può essere regola per l’agire morale del soggetto e quindi per la scelta di una religione, anche se non è quella cattolica.
Occorre d’altra parte osservare che il modo stesso col quale si sono formate le Chiese e le comunità dei fratelli separati è ben diverso dal modo col quale sono nate nel corso di secoli all’interno della Chiesa le diverse famiglie religiose, come per esempio quelle dei domenicani e dei francescani. Mentre infatti le prime, come nota il documento conciliare, “si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa cattolica” (n.3), gli istituti religiosi cattolici sorgono sì a volte da un’ansia riformatrice e da una certa critica alla Chiesa ufficiale, ma sempre dal seno della Chiesa, restando nel seno della Chiesa, alla quale vogliono servire, consapevoli che Cristo ci è dato dalla Chiesa cattolica e senza pretese arroganti di costruire una Chiesa migliore più conforme alla volontà di Cristo, ma anzi con la volontà di realizzare con lei una comunione più profonda.
Mentre infatti il Concilio a proposito dell’origine storica delle formazioni non-cattoliche (non degli attuali fratelli separati) parla di “peccato della separazione”, è chiaro che il sorgere di nuove famiglie religiose all’interno della Chiesa è sempre stato da lei approvato e lodato e se un istituto si allontana dalla sua originaria ispirazione cattolica, la Chiesa si sforza di ricondurlo con opportune riforme alla sua natura originaria. E se sul momento non vi riesce, non si rassegna a tale situazione anomala e neppure la legalizza, magari con la scusa dell’ecumenismo, ma va in cerca della pecorella smarrita, e si adopera maternamente per ricondurla a sé come sta avvenendo per esempio con la Fraternità S. Pio X di Mons. Lefèbvre.
C’è da notare inoltre che il documento conciliare presenta la divisione tra i cristiani non come se la Chiesa, al sorgere di quelle formazioni scismatiche o ereticali, si sia per così dire disintegrata e abbia perduto la sua unità come un vaso che va in frantumi. Chi intendesse le cose in questo senso, sarebbe completante fuori strada. Un conto sono infatti i contrasti fra i singoli cristiani, dove può esserci torto e peccato contro l’unità da ambo le parti e un conto è il rapporto fra Chiesa cattolica a e formazioni cristiane anticattoliche. Chi infrange la carità o spezza l’unità dei cristiani sono quei contrasti, mentre la Chiesa cattolica mantiene la propria unità. Il Concilio in un’infinità di luoghi ribadisce la tradizionale dottrina secondo la quale il sorgere delle eresie e degli scismi non ha affatto compromesso la sostanziale ed indefettibile unità della Chiesa, che, come sappiamo bene, è una delle sue note essenziali.
D’altra parte bisogna distinguere l’unità della carità dall’unità della fede. Nella Chiesa può a volte mancare la carità reciproca, ma questo non implica necessariamente la corruzione della fede. Il guaio serio è invece quando vien meno l’unità della fede attorno al Vicario di Cristo. È a questo punto che il singolo o il gruppo eretico si separa dalla Chiesa, anche se magari continua a restarci solo esteriormente, ma la Chiesa in se stessa conserva sempre l’unità della fede. 
Per questo l’ecumenismo non chiede affatto di ricomporre l’unità della Chiesa, perché essa esiste già infallibilmente garantita dallo Spirito Santo, e quindi non verrà mai meno; e neppure si tratta di legittimare le divisioni scambiandole per “diversità”, come fossero quasi un valore, secondo la mentalità liberale, relativistica e indifferentistica, che abbiamo visto e secondo una falsa concezione della diversità nel modo di essere cristiani. 
L’ecumenismo non è la riconciliazione tra le dottrine, ossia tra il dogma e l’eresia, ché questo non ha senso, ma, fra i cristiani; e questa è ben altra cosa e preziosissima, un affare di grande carità, giustizia e reciproca comprensione. Qui sta il gran pregio, la provvidenziale novità, l’invitta speranza, la benedizione celeste dell’ecumenismo, del vero ecumenismo, non della sua contraffazione modernista: ritrovare i valori comuni che sono rimasti dopo i drammi delle divisioni e su quella base deve attuarsi l’opera dei cattolici per condurre i fratelli alla piena comunione con Roma. L’ecumenismo, dice sempre il documento, tende appunto al “superamento” di questi “impedimenti che si oppongono alla piena comunione ecclesiastica” (ibid.).
Dovere quindi dei fratelli separati non è quello di ostinarsi orgogliosamente nei loro errori, quasi fossero l’ultimo ritrovato della scienza biblica o teologica più avanzata, ma di porsi in umile atteggiamento di ascolto e di accoglienza della pienezza della verità. Un ecumenismo dove i fratelli separati, gonfi di se stessi, fanno da padroni e da maestri e i cattolici raccolgono le briciole che cadono dal tavolo dei padroni, soffrendo di un complesso di inferiorità e crogiolandosi in esso col credere di essere “progressisti”, è una tragica buffonata escogitata dal demonio.
Si noti bene il linguaggio del Concilio: esso non parla di frantumazione della Chiesa, ma di formazioni che si sono staccate dalla Chiesa. L’immagine dunque non è quella di un organismo che si decompone o entri conflitto con se stesso, ma è l’immagine evangelica della vite, dalla quale si staccano dei tralci. Qual è quel vignaiolo, il quale, per rispettare un tralcio o un ramo semistaccato nella sua diversità dalla vite, invece di sforzarsi di reinserirlo, se gli è possibile, nella vite, lo lascia per conto suo come segno del pluralismo delle forme vitali della sua vigna?
Ora, proprio il Decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio del Concilio Vaticano II, nella linea dei suddetti insegnamenti di Pio IX e del Concilio di Firenze, ricorda che “le comunità separate hanno delle carenze” (n.3) e che “la pienezza della grazia e della verità è stata affidata alla Chiesa cattolica” (ibid.). “I fratelli da noi separati … non godono di quella unità, che Gesù Cristo ha voluto elargire a tutti quelli che ha rigenerato e vivificato… Infatti, solo per mezzo della Chiesa cattolica di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della nuova Alleanza, per costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio” (ibid.).
Se dunque le cose stanno così, appare evidente la conseguenza pratica che il cattolico deve trarre, per quanto sta in lui e con l’aiuto dello Spirito Santo: adoperarsi continuamente e in ogni occasione favorevole, opportune et importune, con ogni diligenza, costanza e prudenza a che i fratelli separati, la cui Chiesa o comunità non possiede la pienezza della verità e della grazia, ma al contrario, è soggetta a carenze, possa eliminare queste carenze, aggiungere ciò che manca, togliere ciò che è spurio, correggere ciò che è errato, per poter giungere a quella pienezza di grazia e di verità che solo la Chiesa cattolica possiede. 
Con ciò il Concilio non fa che ricongiungersi con la tradizionale opera che tanti Santi cattolici, pensiamo per i secoli passati come un S. Domenico, un S. Ignazio di Loyola, un S. Pietro Canisio, un S. Giovanni di Colonia, un S. Francesco di Sales, un S. Giosafat o un Beato Marco d’Aviano, si sono adoperati, con grande zelo e coraggio, alcuni sino al martirio, per condurre o ricondurre a Roma i fratelli dissidenti o anche gli stessi eretici.
Ora, se tutto ciò è il vero ecumenismo, così come risulta dal documento del Concilio appena esaminato, si rimane amareggiati nel constatare come purtroppo questi saggi insegnamenti siano spesso disattesi. Si è passati da un atteggiamento di esagerata e sbrigativa condanna, precedente al Concilio, all’attuale clima di equivoci, cedimenti e inganni, nel quale gli errori dei non-cattolici sono taciuti; e magari ci si fermasse anche solo a ciò. Il fatto è che tali errori a volte sono esaltati quasi fossero le ultime conquiste della teologia e dell’esegesi biblica, con la conseguenza che invece di essere gli acattolici ad avvicinarsi a Roma, sono i cattolici che cadono nella rete, perdono la fede cattolica, pur mantenendo l’etichetta di cattolici e conservando posti d’insegnamento anche accademico
E purtroppo questa falsa visione dell’ecumenismo si incontra a volte anche in certi prelati, come per esempio fu nel Card. Carlo Maria Martini, il quale sostiene  che la nuova evangelizzazione promossa dal Beato Giovanni Paolo II “non è una ricattolicizzazione, nel senso temuto da protestanti e ortodossi in Europa. Recentemente ho partecipato all’assemblea degli ortodossi e dei protestanti europei, che si è tenuta a Praga, e ho sentito espresso fortemente il timore che la chiesa cattolica voglia una ricattolicizzazione, oscurando e quindi in qualche modo contrastando la loro opera e la loro presenza in Europa” (Intervento alla tavola rotonda del XIV convegno europeo promosso a Varese nel 1992 dalla Fondazione Paolo VI, in Sogno un’Europa dello Spirito, Ed. Piemme 1999, p.235).
Possiamo osservare che effettivamente la nuova evangelizzazione può e deve essere intesa, per certi aspetti, opera comune con i fratelli separati; ma se il Concilio insegna a chiare lettere che essi mancano di alcuni aspetti essenziali alla verità cristiana – per esempio il primato del Sommo Pontefice o il concetto di Chiesa o i dogmi mariani o l’indissolubilità del matrimonio –, come la nuova evangelizzazione non dovrà anche trovare il modo di condurre quei fratelli ad una piena accettazione del Vangelo e quindi ad una piena comunione con la Chiesa cattolica?
Se questi fratelli temono che noi cattolici ci proponiamo di convincerli ad accogliere i dogmi che in loro sono assenti o negati, con la conseguente piena obbedienza a Roma, quale dovrà essere l’atteggiamento giusto di noi cattolici? Dobbiamo rassegnarci supinamente e per rispetto umano e forse anche una punta di relativismo o scetticismo a questo loro vano timore o non sarà meglio forse far loro capire, con ogni mezzo e non senza pregare il Signore, che quel timore è assolutamente irragionevole e che non hanno nulla da perdere ma tutto da guadagnare a entrare in comunione con Roma?
Il fatto che si tratti di formazioni cristiane ormai con secoli di storia alle spalle, con loro tradizioni e istituzioni, magari solide e venerande, una loro teologia, a volte eccellente, una loro vita morale elevata, un’organizzazione ecclesiale o comunitaria magari sapiente ed efficace e una ricca e svariata spiritualità, non ci deve intimidire al punto da provocare in noi una specie di blocco psicologico o un inopportuno senso reverenziale, che paralizzi ogni iniziativa tesa a portare loro ulteriori luce, iniziativa, incitamento, sostegno, forza e conforto nell’acquisizione e nell’esperienza del Vangelo. 
È ovvio che è nostro sacro dovere, come dice il Concilio, riconoscere tutti gli elementi di verità e di santificazione che sono in essi presenti, ma ciò non impedisce, anzi implica la ferma volontà, con l’aiuto del Signore di adoperarci con generosità, carità, fermezza e prudenza, affinché quando Dio vorrà, essi gradualmente, fiduciosamente, liberamente e gioiosamente vogliano lasciarsi accogliere dall’abbraccio materno e universale della Chiesa cattolica, dove soltanto c’è la pienezza della verità e della grazia, nonché  la via completa della salvezza.

mercoledì 29 ottobre 2014

Surprise! No Vatican III!

Surprise! No Vatican III!


The recent session of the Synod on the Family has been likened not a few times by commentators as an attempt at a mini-Vatican III.  And this appellation has some validity, for the past year or more has seen the re-appearance of such personages as Hans Küng (albeit not in vigorous form),  Gustavo Gutierrez, and, at least in spirit, Karl Rahner, and, in the flesh,  the indefagitable Cardinal Kasper, all examples of those who seemed to be disappointed that Vatican III did not follow closely after Vatican II to accomplish unfinished business: to get the Church firmly on the same tracks as the choo-choo train of post-Enlightenment, modern, and post-modern secularism, whose fuel is anti-dogmatism and radical individualism.
It would seem that Kasper and his cohorts—and Kasper certainly believed that the Pope supported them—thought that while there might have been some bumps in the road, what they wanted in terms of changing pastoral practice with respect to divorced and remarried Catholics and with respect to civil unions and gay unions would in the end win over the day.  On what did they base their optimism?  Perhaps their cockeyed optimism was based to some extent on their belief that they had Pope Francis behind them. But even if this were not true, they were banking on the tactics used at the Second Vatican Council where the major fruits of that Council were brought about by the cleverness of the “stage-managers”, those in charge of procedural matters, who gleefully spoke about their accomplishments after the Council.  And once those fruits had been incorporated into official documents with built-in ambiguity, they were disseminated through a press that at that time—like the press of every time—rejoices in the thought that the Catholic Church has seen the light of the modern liberal world.  Those of us who are of a certain age remember the series of articles in the New Yorker during Vatican II that were written by a priest who signed himself as Xavier Rynne, a classy pseudonym for a Redemptorist priest who carefully filtered what was going on at the Council through his own lens, a lens that would refract the facts in a way he knew would please the readership of that sophisticated and worldly periodical.  He is credited with first using the terms “conservative” and ”liberal” to define those opposing forces in the Church that were evident in the debates.  That is not a good legacy to leave behind.
So it seemed evident to Kasper et al. that they could do the same sort of thing with the Synod.  They had the stage-managers, but they turned out not to be as zealous and crafty as those at what Cardinal Marx called “the Council”.  But there are three important differences between the Church and the world of 1968 and that of 2014, that they did not take into account, and they did not do so because of their severe myopia that shuts out reality, even within the Church.
The first differentiating factor is that most of the bishops and Cardinals present at the Synod  were the offspring of St. John Paul II.  They were molded in the image of the Polish Pope who was determined to return, after the post-conciliar confusion, to doctrinal continuity and to clear teaching, at least on the part of the Papacy, within the Church, a task that was co-shouldered by his Prefect for the Congregation for the Doctrine of Faith, Joseph Ratzinger.  The stage-managers and Kasper himself, through their peculiar vision of reality, assumed that the bishops were all chafing under the stern hands of John Paul II and Benedict XVI and were just waiting for an opportunity to show their true Council Colors and finish what Vatican II had started. But in many cases, perhaps even most cases, that was obviously not true. Many of these men really believe in the teaching of the Church as embodied in her Tradition. And they pushed back, and hard. But, as has been correctly pointed out by a number of commentators on the Synod, there remains the depressing fact that over 50 percent of the bishops did not stand up to the attempt to change Church teaching by the pastoral back door.
The second factor that the managers failed to take account of is the ubiquitous presence today of the Internet. Gone are the days when secrecy could be strictly imposed by edict, when information could be meted out in carefully controlled dribbles, when one had to wait for days or even weeks to find out what is going on.  We certainly know that the Internet is used all too often negatively for reprehensible purposes.  But it is also the source of instantaneous information and seemingly endless debate about every issue under the sun.  We did not have to wait for the next issue of the New Yorker to let sophisticated men and women know, even Catholics, what is really going on at Councils and Synods.  The Internet is also making the Vatican Press Office more and more irrelevant except as where one hears the particular spin that those in charge want to put on a piece of information.
The other differentiating factor is less obvious to many Catholics, for most Catholics live in a post-conciliar world that assumes that whatever happened in the years after “the Council”, including and especially the liturgical life of the Church, must be the will of God, an attitude engendered by the ever-encroaching growth of hyper-papalism that exceeds even the Ultramontanist dreams of Cardinal Manning in the 19th century, and by the long standing tradition of a non-thinking laity.  This second factor is that most young priests and most young men who are in seminary today, and most young women and men who are in the Religious Orders that are growing, want to know and love the Tradition ever more deeply.  They are quite different from the priests who were ready to adopt every (non-Council-mandated) liturgical change of the post-conciliar era.  They would never tear down reredoses and high altars. They would never rip out communion rails.  They long for something to sing at Mass that is not some sappy retread of 1970s sacro-pop.  And—this is the heart of the matter—so many of them have discovered the Traditional Roman Rite of Mass, a.k.a. the Extraordinary Form.  Bugnini says somewhere that to complete the liturgical revolution the Traditional Mass had to be blotted out for two whole generations.  That did not happen, thanks to Benedict XVI.
The rediscovery of Catholic Tradition by young priests and by young men and women as a whole especially by means of the Traditional Mass and by the beauty in art, architecture and music that it gave birth to has gone nearly unnoticed by not only those of Kasper’s generation and their contemporary stage-managers but also by the great majority of ordinary Catholics, who have been kept in a time bubble for the past fifty years.   But it is real, and it is there, and this despite opposition from bishops who are willfully blind to the power of the Traditional Mass and its necessary role in the New Evangelization of the Church and of the world.  This is not, as detractors would have us believe, mere aestheticism or romanticism or conservatism.  For a love for the Tradition always gets down to the bed-rock of doctrine, praxis and faith, gets down to a real love for the person of Jesus Christ that then enables the person, priest or lay, to practice his faith with love and mercy towards his neighbor.
Cardinal Burke celebrated a Pontifical Solemn Mass in the Traditional Latin Rite in St. Peter’s just last week on October 25 as part of the Summorum Pontificum Pilgrimage.  There are photos of the Mass on many sites on the Internet.  I suggest that everyone look at those photos.  You will see so many young priests and seminarians present, some serving the Mass.  The choir that sang the chant for the Mass was made up of seminarians from the North American College, which is quasi-amazing.  These priests and seminarians have found a pearl of great price and, with the help of God, they will give all that they have to make that pearl their own in their ministry in the Catholic Church.

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The Traditional Mass cannot be stage-managed.  This is the heart of the opposition to it among bishops, especially in Europe.  It is Tradition itself that manages the Mass of the Ages, and whoever celebrates this Mass, Cardinal, bishop or priest, must submit himself to the Mass, must submit himself to the Sacrifice that he is offering, and in that submission realizes his ministry as a priest of God.

Fr. Richard G. Cipolla, DPhil

martedì 28 ottobre 2014

Il 3° Pellegrinaggio "Summorum Pontificum" nel racconto dettagliato di chi vi ha partecipato

Abbiamo già pubblicato - in inglese - ieri le impressioni di un partecipante al III Pellegrinaggio "Summorum Pontificum" pubblicandone alcune significative fotografie ed appuntando una serie di links sull'evento del 23-26 ottobre scorsi.
Ora, su segnalazione, volentieri pubblico - in lingua italiana - un resoconto dello stesso evento da parte di un altro pellegrino.

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Summorum Pontificum, un pellegrino racconta

di Daniele Nigro

Anche quest’anno si è svolto, nei giorni dal 23 al 26 ottobre, il pellegrinaggio del popolo “Summorum Pontificum” sulla tomba del Principe degli Apostoli, giunto ormai alla sua terza edizione.
Come di consueto, la celebrazione dei vespri solenni, presieduti da Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, presso la parrocchia personale della SS.ma Trinità dei Pellegrini in Roma, ha aperto il pellegrinaggio. Dopo l’indirizzo di saluto del presule, letto in varie lingue, e la comunicazione della concessione dell’indulgenza plenaria, per i partecipanti al pellegrinaggio, alle consuete condizioni, ha avuto inizio il sacro rito. I fedeli, accorsi numerosi, si sono alternati con il coro dei seminaristi dell’Istituto del Buon Pastore, nel canto dei salmi, dando vita ad uno spettacolo inusuale per le ordinarie realtà parrocchiali non più abituate alla recita comunitaria e solenne dell’ufficio divino. Il primo giorno si è concluso con un momento di convivialità presso i locali della parrocchia.
La mattina del giorno successivo, molti pellegrini si sono ritrovati presso la Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio, davanti all’effige della Madonna del Parto, tanto cara ai romani, per la recita di un santo rosario per i nascituri. In particolare hanno affidato alla Madre di Dio e nostra, tutte quelle situazioni di difficoltà e sofferenza che le famiglie cristiane devono affrontare ai giorni d’oggi ed hanno raccomandato, alla celeste Avvocata, i bambini che non hanno avuto la gioia di nascere a causa dell’aborto. Mentre, nel pomeriggio, oltre cento persone, hanno seguito le orme del Signore sofferente, sull’esempio ed in compagnia di san Leonardo da Porto Maurizio, nella via crucis sul colle Palatino, terminata con il bacio della reliquia della Santa Croce nella chiesa di San Bonaventura.
La ricca e densa giornata ha avuto termine con la Santa Messa celebrata nella parrocchia della SS.ma Trinità dei Pellegrini, per 10° anniversario della federazione “Juventutem”. Il programma prevedeva la Messa pontificale del Cardinal George Pell, Prefetto della Segreteria per l’Economia della Santa Sede, da sempre vicino all’associazione di giovani; ma, il porporato, non potendo assolvere personalmente l’impegno preso, a causa di un improvviso malore, ha inviato il suo segretario particolare, don Mark Withoos, il quale ha celebrato una Santa Messa solenne. Alla presenza di una moltitudine di fedeli che, non trovando più posto a sedere, ha seguito l’intera funzione in piedi e di un gran numero di sacerdoti che assistevano in coro, don Mark ha letto l’omelia preparata dal Cardinal Pell ed incentrata sulla figura del Papa, rimarcando così lo spirito del pellegrinaggio “ad Petri sedem” e svoltosi sempre “cum Petro et sub Petro”. Egli ha ripercorso le varie fasi storiche ed a volte difficili del papato, raccomandando in conclusione di pregare molto per il Pontefice regnante, affinché possa assolvere degnamente il supremo ufficio affidatogli dal Signore, e, parafrasando una celebre ed antica preghiera, affinché il Supremo Datore di ogni bene “non tradat eum in animam inimicorum eius”. La partecipazione al sacro rito si è svolta in una atmosfera di grande silenzio e profonda orazione, intervallata sia dal corale canto dell’ordinario della Messa (Missa de Angelis) che dalle risposte alle monizioni del celebrante, ed è culminata nell’esplosione, ad una sola voce, del canto dell’antifona mariana Salve Regina che ha fatto vibrare i cuori dei presenti e, possiamo dirlo senza paura di esagerazioni, le fondamenta del sacro tempio. Alta è stata la presenza dei giovani alla celebrazione, arrivati per l’occasione da svariate parti del mondo. Al termine della Liturgia, i giovani di “Juventutem”, hanno offerto un piccolo rinfresco nel salone parrocchiale, per festeggiare l’anniversario del loro sodalizio.
La giornata di sabato ha rappresentato senza dubbio il momento più alto di tutto il pellegrinaggio. Al mattino, i fedeli sono accorsi numerosi presso la basilica di San Lorenzo in Damaso per l’adorazione eucaristica presieduta da don Marino Neri, Segretario della “Amicizia sacerdotale Summorum Pontificum” , con il servizio musicale curato dal coro dei fedeli della Basilique Notre-Dame di Friburgo. Dopo la benedizione eucaristica, pecore e pastori, per utilizzare una espressione molto in voga di questi tempi, si sono messi in cammino alla volta della Basilica di San Pietro, al seguito dell’effige di Cristo crocifisso, cantando l’inno Vexilla Regis. La lunga processione ha percorso alcune strade del centro storico della capitale della cristianità al canto delle litanie dei santi e di altri inni e canti della tradizione, poi ha imboccato ponte Sant’Angelo e attraverso via della Conciliazione è giunta in piazza San Pietro, per entrare in fine nella Basilica papale tra ali di gente che si faceva il segno della croce e si univa alla preghiera; altri invece guardavano con stupore, o con curiosità, oppure ancora con disprezzo.
Alle ore 12, dopo aver assunto i sacri paramenti in sagrestia, i ministri in processione si sono diretti verso l’altare della cattedra: dando così inizio alla Messa Pontificale celebrata da Sua Em.za Rev.ma il Signor Cardinale Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica. Alla presenza di oltre 1500 fedeli e 250 tra sacerdoti e religiosi, e del Cardinal William Levada, Prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Cardinale ha celebrato la Messa votiva della Madonna (Missa Sancta Maria in Sabbato, n.d.r.), sottolineando, nella splendida omelia, come la Vergine Maria sia un modello per tutti noi pellegrini sulla terra e raccomandando di unire aspirazioni, affetti e sofferenze, attraverso il cuore immacolato di Maria, al cuore sacratissimo di Gesù. La folla di pellegrini, formata da famiglie numerose con bambini, giovani, uomini e donne di tutte le età, ha devotamente e profondamente partecipato alla celebrazione cantando e pregando. Il servizio liturgico è stato curato dalla Fraternità Sacerdotale San Pietro, dall’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote e dai giovani della parrocchia della SS.ma Trinità dei Pellegrini; mentre il servizio musicale è stato curato da oltre venti seminaristi del North American College sotto la guida del maestro Leon Griesbach, accompagnati all’organo dal maestro Garret Ahlers.
Mons. Pozzo ha dato lettura, prima dell’omelia, del messaggio del Papa emerito Benedetto XVI al delegato del Coetus Internationalis Summorum Pontificum, che ha organizzato il pellegrinaggio, dott. Giuseppe Capoccia, nel quale lo stesso si dichiarava «molto felice che l’Usus antiquus vive adesso in una piena pace della Chiesa, anche presso i giovani, appoggiato e celebrato da grandi cardinali», assicurando sempre la sua vicinanza spirituale; ed il messaggio del Segretario di Stato di Sua Santità Cardinal Pietro Parolin, il quale in nome del Sommo Pontefice, auspicava il conseguimento di abbondanti frutti spirituali e impartiva la benedizione.
Dopo la Messa, all’uscita della Basilica, il Cardinal Burke è stato accolto da un caloroso e spontaneo applauso di molti giovani e famiglie che lo hanno immediatamente circondato per salutarlo e dimostargli la loro vicinanza ed il loro affetto. Egli ha salutato e benedetto tutti amabilmente, accarezzando i bambini e scambiando qualche parola con i pellegrini, e solo a fatica è riuscito a riprendere il suo cammino, accompagnato dal segretario.
Il pellegrinaggio si è concluso domenica 26, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re, con due appuntamenti carichi di significato: una Messa solenne celebrata dal Padre priore Cassian Folsom O.S.B. presso il monastero benedettino di Norcia, e con una Messa Pontificale celebrata da Sua Ecc.za Rev.ma Mons. François Bacqué, nunzio apostolico, presso la parrocchia della Santissima Trinità dei Pellegrini.
I pellegrini che si sono recati a Norcia hanno potuto assaporare la profonda spiritualità monastica, assistendo ad una celebrazione austera e lasciandosi trasportare dalla potenza mistica del canto gregoriano, che eleva il cuore e la mente a Dio; ed hanno potuto ascoltare, inoltre, l’omelia del Cardinal Walter Brandmuller che ha spiegato il vero significato della regalità di Cristo e del suo Regno, soffermandosi soprattutto sulle parole del præfatio «regno di verità e di vita; regno di santità e di grazia; regno di giustizia, amore e pace».

Tante sono state le sensazioni e le emozioni vissute in questi giorni di grazia, raccoglimento e fraternità, ma penso che l’immagine che possa racchiuderli tutti sia quella del piccolo e biondo chierichetto in talare rossa che, con sguardo limpido e trasognato, incedeva gioioso nell’immensa e maestosa Basilica di San Pietro, davanti alla solenne processione del clero, perché fa ritornare alla mente le parole di ammonimento che Gesù rivolse ai suoi discepoli: «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 3-4). Esse richiamano inoltre l’atteggiamento da tenere davanti al grande mistero che si fa presente nella Sacra Liturgia: quello dello stupore, nei confronti di quanto l’Onnipotente opera attraverso delle misere creature, la transustanziazione; della purezza, che sola permette l’intima unione con Colui che è l’Agnello senza macchia; dell’umiltà, che, allontanando la tentazione sempre viva di disobbedire alla Parola del Creatore, ci permette di raggiungere e farci possedere dalla Verità. Allora, e solo allora, saremo veramente capaci di far agire in noi la potenza della grazia di Dio, che sola ci può infondere la forza per affrontare le fatiche e le sofferenze di ogni giorno e ci può far giungere, dopo la strada stretta, a cantare le lodi del Salvatore nella Liturgia del Cielo.

"In omnem terram exívit sonus eórum: et in fines orbis terræ verba eórum" (Ps. 18, 5) - SS. SIMONIS ET JUDÆ APOSTOLORUM

Secondo un’antica tradizione registrata nello pseudo-Abdia, questi due Apostoli, dopo d’aver insieme evangelizzato per tredici anni l’Armenia e la Persia, avrebbero incontrato il martirio il 1° luglio 47 nella città di Suanir (per la verità, non si sa bene a quale località oggi corrisponda la città di Suanir. C’è chi ipotizza che si tratti della città a nord de Il Cairo chiamata Sannur. Cfr. W. Milton Timmons, Everything about the Bible that you never had time to look up. A Condensed Guide to Biblical Literature, Xlibris Corporation, s.l., 2003, p. 497).
Alcuni martirologi occidentali celebrano infatti la loro festa in quel giorno.
Le Chiese d’Oriente festeggiano, invece, separatamente gli apostoli Simone e Giuda: commemorano, infatti, Simone lo Zelota il 10 maggio e Giuda Taddeo il 19 giugno.
Questi due Santi esulano un po’ dalle antiche recensioni dei Sacramentari Romani; se ne ritrova però la solennità nelle edizioni meno antiche, probabilmente dal X sec.. Due secoli dopo, cioè nel XII sec. la devozione verso questi gloriosi Apostoli doveva essere alquanto diffusa nella Città Eterna, dal momento che, come riferisce Benedetto Canonico, si riteneva che i loro corpi riposassero nella basilica Vaticana sotto due speciali altari, che perciò nelle solenni vigilie notturne ricevevano l’onore della turificazione: duo altaria in mediana ad Crucifixos, ubi ab antiquis patribus audivimus requiescere apostolos Simonem et Judam (Benedetto canonico, Ordo Romanus XI, in PL 78, col. 1029B). Secondo Pietro di Mallio, nella basilica vaticana vi si dedicava ai due Santi particolare cura ut a nostris maioribus accepimus, eorum corpora pretiosa requiescunt (Pietro di Mallio, Descriptio basilicæ vaticanæ, 10, pubblicato a cura di R. Valentini - G. Zucchetti, Codice Topografico della Città di Roma, Coll. Fonti per la Storia d’Italia, vol. 3, Roma 1946, p. 413).
Quando venne riedificata la basilica vaticana, le Reliquie dei due Apostoli il 27 dicembre 1605 furono trasferite sotto un nuovo altare eretto in loro onore, e Paolo V concesse agli intervenuti l’indulgenza plenaria. Quell’altare, sul quale oggi si ammira una tela raffigurante la crocifissione di san Pietro, è importantissimo, perché corrisponde all’incirca al punto indicato dalla tradizione – inter duas metas – come quello dove fu eretta la croce del Principe degli Apostoli.
In Roma, v’era anche un’altra chiesuola, oggi sconsacrata sin dai primi del ‘900 ed adibita ad usi civili dopo aver demolito la parte superiore della facciata (oggi è un teatro), intitolata ai santi Simone e Giuda (un tempo denominata Santa Maria in Monticellis), e si trovava presso il monte Giordano, vicino al palazzo degli Orsini, nel rione Ponte, in fondo a vicolo San Simone (Cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 404-407; C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 349-350).
Esiste poi oggi la piccola chiesa di san Giuda Taddeo nel quartiere Trieste, in via Rovereto, con annesso istituto delle suore carmelitane di Santa Teresa di Firenze. Questo tempio fu inaugurato il 2 agosto 1931. Sempre allo stesso Apostolo è dedicata una parrocchia moderna nel quartiere Appio Latino, denominata San Giuda ai Cessati Spiriti, eretta nel maggio 1960. San Giuda Taddeo è, poi, particolarmente venerato nel Santuario di San Salvatore in Lauro, che è il Santuario della Madonna di Loreto a Roma, a pochi passi da Piazza Navona, dove vi si conserva un’insigne reliquia del corpo del Santo.
Una parrocchia è dedicata ai due Santi oggi venerati nel quartiere di Torre Angela (Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela).
Oltre la gloria ed il merito dell’apostolato, comune a tutti e dodici i primi discepoli del Salvatore sui quali, come osserva san Tommaso, Dio riversò le primizie dello Spirito, Giuda, di cui oggi si celebra la festa, vanta ancora una prerogativa affatto particolare. Egli dalle Sacre Scritture è detto fratello di Giacomo primo vescovo di Gerusalemme, e cugino, secondo la carne, dunque, dello stesso Divin Salvatore.
Questi vincoli strettissimi di sangue con Cristo, gli valsero da lui un amore più intenso, quale è dovuto fra congiunti, e quindi dei carismi speciali; in grazia dei quali, nella primitiva chiesa Gerosolimitana i fratres Domini godevano un credito particolare; tanto che anche Paolo nella prima Epistola ai Corinti si appella alla loro autorità (1 Cor. 9, 5). Per l’onorabilità del Salvatore innanzi agli Ebrei, era del tutto conveniente che la sua immediata parentela fosse superiore ad ogni elogio.
Di san Giuda, che il canone Romano della Messa commemora giornalmente sotto il nome di Taddeo, noi abbiamo una breve lettera canonica contro la falsa gnosi allora incipiente. Essa, a cui sembra ispirarsi anche i capp. II e III della Secunda Petri, rappresenta un modello della predicazione Evangelica del Frater Domini, e la si legge perciò, oltre che nei Divini Uffici, anche nella messa di san Silverio papa il 20 giugno.
Si rileva dalla vita di san Bernardo, che avendo egli nell’anno stesso in cui morì ricevuto da Gerusalemme alcune Reliquie dell’apostolo san Giuda, ordinò che queste venissero deposte sul suo cadavere, perché con questo prezioso tesoro sul petto fosse rinchiuso nel sepolcro. Sappiamo da Gaufrido, biografo del Santo, che il voto fu esaudito: «Sed et pectori ejus ipso tumulo capsula superposita est, in qua beati Thaddæi apostoli reliquiæ continentur, quas eodem anno ab Jerosolyma sibi missas, suo jusserat corpori superponi: eo utique fidei et devotionis intuitu, ut eidem apostolo in die communis resurrectionis adhæreat» (Gaufrido di Chiaravalle (Gaufridus Clarævallensis), Sancti Bernardi vita et res gestæ, lib. 5, cap. 2, 15, in PL 185, 360D. Cfr. anche Alano di Auxerre, Vita secunda Sancti Bernardi Abbatis, cap. 31, 88, ivi, col. 524A). La notizia della sepoltura con la reliquia di san Giuda Taddeo era riportata anche nella cronaca del monastero in occasione della morte di san Bernardo nel 1153: «… Sepultus est ante altare beatissimæ Virginis matris; ipsoque in tumulo, pectori ejus superposita est capsula reliquias continens beati Thaddæi apostoli, quas eodem anno ab Jerosolyma sibi missas, suo jusserat corpori superponi» (Autori Vari, Diatriba De Illustri Genere S. Bernardi abbatis clarevallensis, Appendix, cap. XX, ivi, col. 1538B-C. Si parla ancora di ciò pure nella lunga lettera-trattato dell’archivista-bibliotecario di Dijon, corrispondente del ministero dell’istruzione pubblica, per conto dell’Académie Française, Ph. Guignard, Lettre à M. le Comte de Montalembert, Sur les reliques de S. Bernard et de S. Malachie, et sur le premier emplacement de Clairvaux, 5 mars 1855, cap. II, ivi, col. 1674A-B, in cui si riferisce che il santo abate fu interrato «devant l’autel de la bienheureuse Vierge Marie, dont il avait été le prêtre très-dévot. Suivant sa volonté, on plaça sur sa poitrine un petit reliquaire contenant quelques os de saint Thaddée; sa foi et sa dévotion lui faisant désirer d’être uni à cet apôtre au jour de la résurrection générale».
Più ignoto di san Giuda è invece l’apostolo Simone, che san Matteo chiama Cananeo, mentre san Luca senz’altro aggiunge: qui vocatur Zelotes (Lc 6, 15).
Egli quindi, prima d’esser chiamato da Cristo all’apostolato, era entrato nel partito nazionalista degli zeloti o zelanti, di quelli cioè che, intolleranti del giogo straniero, sognavano comunque una guerra d’indipendenza. Questa circostanza della precedente carriera di Simone non venne più dimenticata; così che, anche dopo gli rimase attaccato il nomignolo derivatogli dal suo antico partito degli Zeloti.
Oltre ai due Santi oggi ricordati dal Calendario romano, i cristiani rammentano anche l'evento, forse decisivo, che mutò la storia del decadente impero romano: vale a dire il celebre sogno di Costantino e vittoria del grande imperatore, contro le truppe di Massenzio, a Ponte Milvio-Saxa Rubra, avvenuta il 28 ottobre 312 (corrispondente, nel calendario gregoriano, al 10 novembre di quell'anno).



Giovanni Maria Butteri, Vergine in trono col Bambino e angeli con i SS. Giovannino, Giuda e Simone, 1586, Norton Museum, Pasadena




Antoon van Dyck, S. Giuda Taddeo, 1618-20, Kunsthistorisches Museum Gemäldegalerie, Vienna

Jusepe de Ribera, S. Giuda Taddeo, 1630-35, Museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Giuda Taddeo, 1635-65, museo del Prado, Madrid


Lorenzo Ottoni, S. Giuda Taddeo, Basilica di S. Giovanni in Laterano, Roma


Pieter Pauwel Rubens, S. Simone, 1611, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Simone, 1630-35, Museo del Prado, Madrid

Jusepe de Ribera, S. Simone, 1630-35 circa, Museo del Prado, Madrid

Francesco Moratti, S. Simone, 1708-09, Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma