Sante Messe in rito antico in Puglia

mercoledì 6 maggio 2015

La devastazione morale si allarga con il divorzio breve

Già il mancato riconoscimento, nella Carta costituzionale, del matrimonio quale vincolo “indissolubile” costituì una delle più gravi colpe del partito, asseritamente “cattolico”, qual era la Democrazia cristiana.
Se si leggono gli Atti dell’Assemblea costituente, quando si doveva votare in maniera decisiva su quest’aggettivo, molte furono le defezioni, non tanto negli schieramenti avversi, comunista e “liberale”, quanto proprio tra le fila della D.C.
In effetti, il c.d. emendamento Grilli, che escludeva dalla formulazione dell’elaborando futuro art. 29 Cost. l’aggettivo – al matrimonio – “indissolubile” passò nell’Aula per appena tre voti! Nella notte del 23 aprile 1947, il suddetto emendamento fui approvato con 194 voti contro 191, a scrutinio segreto. Per questo, il termine indissolubile non fu inserito nella Costituzione.
Ciò fu possibile perché tradirono ben trentasei deputati “democristiani”, che risultarono assenti. Anzi, addirittura molti di questi uscirono dall’Aula al momento del voto e vi rientrarono subito dopo, a votazione conclusa.
Anni dopo, nel 1969, il 16 ottobre, un deputato MSI, on.le Giuseppe (Beppe) Niccolai, riportò, durante la discussione della legge sul divorzio, uno dei classici aneddoti di Giulio Andreotti: «Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole sottosegretario, l'onorevole Andreotti su Concretezza, in un articolo dal titolo: “Per tre voti”, scrive che “la sconfitta sulla parola indissolubile il 23 aprile 1947, fu una sconfitta occasionale, perché banale fu la causa di molte assenze nelle file della democrazia cristiana”. “Un collega era” - scrive l'onorevole Andreotti – “in un'aula del palazzo con il mal di pancia, una collega a fare da relatrice in un congresso eucaristico. Quattro democristiani in più presenti a Montecitorio in quel momento avrebbero evitato che si dovesse parlare oggi dell'argomento”. “Per questo” - conclude Andreotti – “noi possiamo affermare che anche storicamente è più che legittimo l'opporsi alla dissolubilità del matrimonio”. Dunque, è una battaglia storica questa della democrazia cristiana, battaglia sui punti fermi, sui principi irrevocabili, irrinunciabili» (Atti parlamentari, Camera dei deputati, V Legislatura, Discussioni, Seduta antimeridiana del 16 ottobre 1969, p. 11095).







L’on.le Niccolai, dunque, ricordò come nel ’47, i democristiani erano col mal di pancia o dovevano relazionare ad un congresso eucaristico e non si accorsero che si doveva votare sull’indissolubilità ….
Nel ’47, però, le forze della Chiesa erano ancora sane: poche ore dopo la vergognosa votazione nella quale erano risultati assenti innumerevoli democristiani, il card. Adeodato Giovanni Piazza, insigne Patriarca di Venezia, e presidente, all’epoca, della Commissione Episcopale Italiana (l’antesignana della CEI), che presiedeva anche l'Azione Cattolica Italiana, scrisse una dura lettera di riprovazione ad Alcide De Gasperi (presidente della DC) ed all'on.le Attilio Piccioni (segretario della DC), nella quale il prelato concludeva: «gli assenti considerino se non abbiamo insieme tradito la causa della religione e della famiglia cristiana e la fiducia dei loro elettori» (la lettera è riprodotta in Giovanni Sale, Il Vaticano e la Costituzione, con Prefazione di Francesco Paolo Casavola, Jaca Book, Milano, 2008, p. 276).


E De Gasperi, che si vorrebbe ahinoi santificare, non ebbe problemi morali di sorta … . Evidentemente.
Tra gli assenti - e lo si vede dagli Atti dell'Assemblea Costituente (Atti dell'Assemblea Costituente, Seduta di Mercoledì 23 aprile 1947, pp. 3286-3287) - vi era il c.d. "Sindaco santo", cioè Giorgio La Pira, che anch'egli si vorrebbe canonizzare, ma che ritenne evidentemente, alquanto incoerentemente con la fede che diceva di professare, poca cosa votare a favore dell'indissolubilità del matrimonio e della causa della religione, come lamentò il card. Piazza. Un cripto-divorzista allora? Non lo possiamo affermare, ma anche non lo possiamo assolutamente negare: certa è la sua assenza ingiustificata in un momento cruciale dell'Assemblea costituente, proprio quando doveva definirsi l'indissolubilità del vincolo nuziale.
Si asserì che l’aggettivo “indissolubile” sarebbe stato superfluo, visto che l’art. 7 Cost., recependo il Concordato lateranense nel quale il matrimonio era considerato indissolubile, di fatto rendeva il matrimonio – da un punto di vista costituzionale – indissolubile. Per cui sarebbe stata – sostenne anche l’on.le Grilli promotore dell’emendamento segnalato – un’inutile ripetizione.
In realtà, non fu così visto che quando si discussero alla Camera le pregiudizialità costituzionali e poi quando affrontò la questione la Corte costituzionale, si argomentò che il mancato inserimento dell’aggettivo «indissolubile» legittimava l’introduzione del divorzio e che non era sufficiente a rendere tale il matrimonio il recepimento del Concordato lateranense.
La Consulta, infatti, ritenne la questione di costituzionalità infondata, giacché il legislatore italiano non aveva assunto l’obbligo – col Concordato – di non introdurre il divorzio, rilevando che, in sede di trattative tra lo Stato italiano e la Santa Sede, fu proposto di impegnare il primo per l’indissolubilità del matrimonio, ma che poi tale idea fu abbandonata (Corte cost. 8.7.1971 n. 169).
Sempre l’on.le Niccolai, nella stessa seduta che abbiamo ricordato, stigmatizzando le colpe della D.C., aggiungeva: «Stanno così le cose? Me lo chiedo perché, quando ho letto l'articolo: “Per tre voti”, per cui gli assenti scriverebbero storia, altre assenze e altre latitanze, molto più vicine nel tempo, si sono affollate alla mia mente. Voto della Commissione giustizia della Camera: la proposta di legge unificata Fortuna-Baslini passa con 18 voti contro 5; democristiani presenti al voto: su 20, 5. Tutti colpiti da mal di pancia? Ho fatto ricerche: quel giorno non si celebrava alcun congresso eucaristico, né l'ambulatorio di palazzo Montecitorio registrava mali di pancia. E dove erano quei 15 democristiani? Come si spiega un così massiccio assenteismo su un problema che meno degli altri divide la democrazia cristiana? Voto tecnico, si dirà; ma il chiasso che da quel voto della Commissione giustizia venne fuori non convalida certo questa tesi» (Atti parlamentari, cit., p. 11096).
Certamente il divorzio fu voluto dalle forze anticristiane, ma sicuramente non sarebbe passato senza la complicità dei politici fantomaticamente “cristiani”, nascosti dietro lo “scudo crociato” e del clero che lo sosteneva.
La legge divorzile in Italia fu approvata il 28 nov. 1969 alla Camera, con 325 voti a favore e 283 contrari.
Il 1° dicembre 1970, il Senato approvò la legge. E c’erano sedicenti cattolici al governo, i quali non sbarrarono mai la strada alla legge divorzile!
Papa Montini che fece? Paolo VI era ... in Australia e non pare che disse qualcosa. Il segretario di Stato, l’equivoco card. Jean Marie Villot, chiosò che il divorzio era vigente in Francia da tantissimi anni e, quindi, non era il caso di farsi troppi problemi.
Oggi, senza alcuna opposizione della Chiesa “francescana” e solo con blande ed innocue prese di posizione, è stata approvata una legge, che accorcia ancor più i tempi per ottenere il divorzio …. .
Nella memoria liturgica di S. Giovanni, apostolo ed evangelista, davanti a Porta Latina, posto questo contributo di Cristina Siccardi.


La devastazione morale si allarga con il divorzio breve

di Cristina Siccardi

Ancora un colpo di machete sulla famiglia, l’ennesimo. «Un altro impegno mantenuto. Avanti, è la #volta buona» ha twittato tutto soddisfatto il premier Matteo Renzi, quando il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva (con 398 sì, 28 no e 6 astenuti) la riforma delle norme sul divorzio, che stabilisce che una famiglia si può cancellare in soli sei mesi.
Non ci sono soltanto gli attentati terroristici islamici a colpire l’Occidente, ma gli stessi legislatori occidentali innestano suicidi a catena, con scelte politiche i cui danni sono incalcolabili. Da oggi in Italia basteranno sei mesi per rompere il legame matrimoniale ed essere divorziati; al massimo un anno, se si decide di ricorrere al giudice, contro i tre anni che servivano fino a oggi. E se ci sono bambini? E se ci sono disabili? Che importa allo Stato? Si saranno creati individui sempre più deboli, sempre più fragili, sempre più in pericolo e in balia del totalitarismo delle libertà di questa breve vita, quelle che ti fanno scivolare, dritte, dritte, veloci, veloci nellaGeenna.
Da oggi nella “cattolica” Italia ogni cittadino coniugato avrà la possibilità di accedere al divorzio, tramite una negoziazione tra i coniugi, assistiti da avvocati, senza passaggio in Tribunale, anche nel caso in cui ci siano figli minori o disabili non autosufficienti. La procedura lampo è scaricata sulle Procure della Repubblica: il pubblico ministero incaricato avrà tempo solo cinque giorni per valutare che i diritti dei figli siano garantiti e, in caso di parere negativo, per rivolgersi al giudice. Nessuna pietà per nessuno: né per moglie e marito, che potrebbero avere un ripensamento sulla loro situazione, né per i figli.
A biasimare una simile legge non sono soltanto i soliti reazionari. Si legge, infatti, nell’articolo di Luciano Moia, apparso su “Avvenire” il 23 aprile scorso, dal titolo La devastante china anti-familiare. Divorzio breve, un incivile traguardo: «Servono leggi e provvedimenti che sostengano l’impegno della famiglia e che contribuiscano alla crescita di consapevolezza della coppia. E ci ritroviamo, invece, con norme che, favorendo e incentivando il già drammatico senso di precarietà delle relazioni, finiscono per sancire il malcostume dell’instabilità affettiva e del disimpegno familiare. Questo sì abbiamo il dovere di gridarlo dai tetti autentico traguardo di inciviltà”».
Ha dichiarato, il Direttore di “Famiglia Cristiana”, don Antonio Sciortino: «(…) non riusciamo proprio a condividere il clima di festosa celebrazione che ha accolto, in Parlamento e su quasi tutti i mass media, l’approvazione della legge sul cosiddetto “divorzio breve”, che ha ridotto da tre anni a sei o dodici mesi il tempo che può passare dalla separazione al divorzio vero e proprio. (…) È come se la società dicesse agli sposi: “Se volete separarvi, fate più in fretta che potete, ma da noi non aspettatevi nulla” (…) non possiamo considerare l’approvazione della legge sul divorzio breve come una conquista di civiltà: oggi, sia i coniugi, sia i figli, sia la società… tutti sono più poveri e più soli, in una falsa libertà, che diventa una solitudine sempre più abbandonata. Abbiamo smarrito la serietà del matrimonio. Abbiamo banalizzato l’amore e gli impegni duraturi, soccombendo alla prima difficoltà». Monsignor Nunzio Galantino, Segretario generale della Cei, è intervenuto in questi termini: «Una accelerazione per quel che riguarda il divorzio non fa che consentire una deriva culturale. Togliere spazio alla riflessione non risolverà. Il matrimonio e la famiglia restano il fondamento della nostra società» (http://www.famigliacristiana.it/articolo/mons-galantino-una-fretta-che-peggiora-le-cose.aspx).
La deriva culturale è comunque dovuta ad una deriva religiosa: la Chiesa, da diversi anni, ha rinunciato a denunciare i peccati e segue l’andamento del mondo, ogni giorno più lontano da Dio.
Possibile, però, che i commenti critici arrivino sempre il giorno dopo, a fatto compiuto? Si sa che prevenire è meglio che curare, e non solo a livello sanitario. Una battaglia non soltanto culturale, ma anche ecclesiastica era possibile, era doverosa: era l’occasione giusta per ritornare a difendere l’istituto sacramentale del matrimonio! «La sua fede cristiana quanto conta, se conta, nel suo fare politica?», chiese a Matteo Renzi, nel 2013, il giornalista Antonio Sanfrancesco di “Famiglia Cristiana” (http://www.partitodemocratico.it/doc/257939/renzi-sono-un-cattolico-ma.htm) e così il “cattolico” fiorentino rispose: «La mia fede arricchisce tutto quello che faccio perché credo nella risurrezione. Da cattolico impegnato in politica non mi vergogno della mia appartenenza religiosa. Al contempo, non rispondo al mio vescovo o alla gerarchia religiosa ma ai cittadini che mi hanno eletto. Per me questa è la laicità. Sui temi etici e morali io sono per un confronto, purché si abbia l’onestà intellettuale di non scivolare in un moralismo senza morale».
La peste nera, abbattutasi sulla famiglia italiana con il femminismo prima, il divorzio poi, per arrivare alla 194 e oggi con il “matrimonio usa e getta”, è il risultato di quella Democrazia che osava definirsi Cristiana. La stessa domanda posta a Renzi, sarebbe stata da porre a molti membri dello scudo crociato il 12 maggio 1974: 59,1 % la percentuale di voti contrari, nel Referendum, all’abrogazione della legge sul divorzio. Giulio Andreotti, fino all’ultimo, provò a percorrere la via del “doppio binario”: matrimonio religioso indissolubile e matrimonio civile con la possibilità del divorzio… l’importante era evitare lo scontro con il Pci e i radicali. Aldo Moro, quando la campagna elettorale entrò nel vivo, rimase in disparte. Allora, ci chiediamo, quale differenza passa fra i cattolici di allora e i cattolici di oggi? Probabilmente, nella sostanza, nessuna. Oggi, si potrebbe dire, sono più disinibiti e sono più lesti nel seminare gli errori.
Quando Enrico Berlinguer incontrò lo storico Pietro Scoppola, punto di riferimento di molti di quei cattolici per il “No” referendario, gli confessò: «Abbiamo vinto troppo». Berlinguer era un politico intelligente, aveva compreso che non aveva vinto la struttura del Pci, la sua capacità di mobilitazione, bensì aveva vinto il pensiero laico e radicale.
Per la prima volta vinse un voto slegato dalle organizzazioni di massa; scelte individuali, non voto d’appartenenza. Molti cattolici votarono a favore del divorzio perché volevano emanciparsi dalla legge divina e guardare all’uomo moderno che sogna un mondo privo di doveri e di regole. Ma la natura, in tutte le sue multiformi manifestazioni, è libera soltanto in virtù del suo seguire le norme del Creatore. Altrimenti è la rovina.
Il piano di Dio è che il matrimonio sia un impegno per tutta la vita terrena: «quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi» (Mt 19, 6). Con il divorzio breve è logico che le convivenze aumenteranno ancora di più, così come i divorzi civili e, come già rilevano le statistiche, verranno sempre meno le domande alla Rota romana di richiesta per le cause di nullità matrimoniali… La lussuria, in definitiva, è la grande protagonista di questi tempi: «Quando giungon davanti a la ruina, / quivi le strida, il compianto, il lamento; / bestemmian quivi la virtù divina. / Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali, /che la ragion sommettono al talento» (Dante, Inferno, Canto V, vv. 34-39).
Soltanto la Chiesa bimillenaria ha argomenti idonei per porre finalmente freno al neopaganesimo: il Sinodo sulla famiglia sarà in grado di esporli e Papa Francesco avrà misericordia delle anime?

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