Sante Messe in rito antico in Puglia

giovedì 9 luglio 2015

Pietro Abelardo, precursore dell’irrazionalismo modernista

Nella memoria di Santa Veronica Giuliani e dei Santi martiri di Gorcum, rilancio questo contributo di Carlo Manetti, ideale continuazione del saggio postato ieri.



Michele Zammattei, S. Veronica Giuliani, 1851, Museo diocesano, Rovigo




Jean-Baptiste Nolin ispirato da un dipinto di Johan Zierneels, Apoteosi dei martiri di Gorcum, 1675, Rijksmuseum Amsterdam 

Premessa: questo breve saggio di Carlo Manetti è il necessario sviluppo della nota n. 2 all’articolo “Realismo e volontarismo. Cosa c’è alla base di una sentenza assurda", dello stesso Autore.

Pietro Abelardo, precursore dell’irrazionalismo modernista

di Carlo Manetti

Pietro Abelardo (1079-1142), anche detto Pietro Palatino, monaco, filosofo, teologo e compositore, divenne famoso per la storia d’amore con Eloisa (1099-1164), più che per il suo genio filosofico; si può, però, pensare che le due cose non siano del tutto scollegate e, anzi, possano essere entrambe conseguenza della sua debolezza etica, come egli stesso scrive nella «Historia calamitatum mearum», vale a dire nella sua autobiografia: «la ricchezza insuperbisce sempre gli stolti, le sicurezze terrene indeboliscono il vigore dell’animo, che si fa poi facilmente adescare dalle lusinghe dei sensi … la pietà divina mi richiamò a sé, umiliandomi perché ero superbissimo e avevo dimenticato che tutte le qualità di cui mi vantavo non mi appartenevano, ma erano doni divini».
Abelardo fu certamente dotato di genio filosofico non comune, di una capacità argomentativa e logico-razionale d’eccezione, di un eloquio fluente e di un fascino personale enorme… Ciò che gli è sempre mancato è stata la capacità di concentrarsi sull’oggetto, invece che sulla propria persona: il passo della sua autobiografia citato non è solo e tanto il riconoscimento dei suoi peccati contro il sesto comandamento, ma l’analisi, finalmente lucida, del suo approccio all’intera esistenza.
L’importanza di Abelardo non risiede tanto nelle conclusioni filosofiche e teologiche a cui giunse, nella loro stragrande maggioranza dubbie, quando non palesemente erronee, ma nella modalità argomentativa, totalmente razionale e scevra da ogni principio di autorità. Secondo alcuni, egli anticipa, così, la Scolastica, proprio per la centralità della ragione umana come strumento cognitivo. Ci permettiamo, però, di osservare che questo approccio, non mitigato, come invece sarà nella Scolastica, dalla sottomissione aristotelica del soggetto all’oggetto da indagare e da conoscere, aprirà, piuttosto, la strada al soggettivismo moderno e contemporaneo. L’assolutizzazione della ragione umana, in Abelardo, come in tutto il pensiero moderno, si traduce, di fatto, in una assolutizzazione del pensiero del soggetto e, quindi, del proprio pensiero: la ragione cessa di essere lo strumento attraverso il quale si raggiunge la verità, per divenire il mezzo di affermazione dell’esaltazione del soggetto, quasi indipendentemente dai contenuti delle proprie affermazioni.
Quanto il soggettivismo di Abelardo sia precursore del pensiero contemporaneo lo dimostra la sua posizione circa il rapporto tra ragione e Rivelazione. Tutta l’accettazione della filosofia e, conseguentemente, della ragione, come strumento conoscitivo, dopo le resistenze e l’ostilità presente nei primi secoli del cristianesimo ed anche in alcuni Padri della Chiesa, è basata sul duplice principio secondo il quale la ragione aiuta la Fede, rendendo più facile credere, e la Fede aiuta la ragione, illuminandola e, quindi, rendendo l’uomo più ragionevole e, addirittura, più razionale, perché lo avvicina alla completezza della Verità. Come si vede, in quest’ottica, la verità è concepita come oggettivamente esistente, indipendentemente dalla sua conoscenza da parte del soggetto; è l’uomo (ogni singolo uomo) che, essendo un essere razionale, ha il dovere di conoscerla. In quest’ordine di idee, ciascuna persona umana ha il dovere di credere tutto ciò che sente come vero, indipendentemente dalla sua capacità di comprenderlo, poiché, come si diceva, la verità è oggettiva e non dipende in alcun modo dal soggetto pensante.
Per Abelardo, invece, «nulla deve essere creduto, se non è stato prima capito», come egli stesso soleva affermare. Questo approccio, prima ancora di escludere tutta la parte sovrarazionale della Fede, sposta il focus della conoscenza dall’oggetto al soggetto: tutto ciò che non è capito dal soggetto e, quindi, da lui posseduto deve essere rifiutato; e la comprensione del soggetto che crea in lui l’obbligo di adesione, non l’oggettiva veridicità. Questo modo di ragionare antepone il dominio del soggetto sull’oggetto alla effettiva esistenza di questo.
Fondamentale ed emblematica, al tempo stesso, dell’approccio abelardiano è la sua posizione sugli universali. La questione era se i termini universali, che sono riferibili ad una pluralità di enti particolari e, quindi, distinguono ciascuno di essi da tutti gli enti che di tale pluralità non fanno parte, indichino una realtà oppure no; e, se non indicano nessuna realtà esistente, che cosa sono. Da un lato, si collocano i realisti, che affermano esistere una realtà oggettiva (natura) sottostante agli universali; mentre, dall’altro, si pongono i nominalisti, i quali sostengono essere gli universali unicamente flatus vocis, vale a dire il nome che viene dato collettivamente ad un insieme di enti arbitrariamente accorpati.
Abelardo ritiene di poter risolvere la questione con un colpo di genio, vale a dire trovando una soluzione intermedia rispetto a quelle proposte e, allo stesso tempo, accomunare entrambi i contendenti nel medesimo errore. Sia i realisti, concependolo come entità metafisica, sia i nominalisti, intendendolo come puro flatus vocis, danno all’universale lo status di cosa; Abelardo, invece, ritiene che gli universali non siano cose reali, ma unicamente concetti, discorsi.
La tesi concettualista, di fatto, altro non è che una forma di nominalismo: se gli universali non sono altro che l’illustrazione delle caratteristiche comuni agli enti di un determinato gruppo, caratteristiche che li distinguono da quelli che di tale gruppo non fanno parte, significa che gli universali non hanno una loro esistenza reale e che gli unici ad esistere sono i singoli enti. Definire gli universali semplici nomi o, in maniera più complessa ed articolata, concetti o, addirittura, discorsi (insieme di concetti concatenati) è, di fatto, la medesima cosa.
La posizione abelardiana sugli universali è emblematica di tutto il suo approccio alla filosofia: centrale non è la tesi sostenuta, ma la genialità del filosofo che la esprime e del modo in cui la esprime. Questo ha, come conseguenza, l’immaginaria creazione di una terza via tra le tesi contrapposte, quando, invece, se ne sposa appieno una, sia pur esprimendola con diverso argomentare. A ciò consegue, ulteriormente, il fatto che le tesi abelardiane appaiano come posizioni più moderate e, quindi, più facilmente accettabili, anche quando sposano, come nel caso di specie, totalmente una dottrina erronea.
Per rafforzare quest’idea di distinzione dalla tesi erronea, de facto, sostenuta, Abelardo, come poi faranno i modernisti otto e novecenteschi, attacca le idee da cui vuole marcare la distanza. Egli, ad esempio, accusa i nominalisti di «triteismo», poiché, se gli universali non fossero altro che nomi, Dio, in quanto Trinità, cioè universale delle singole Persone Divine, non esisterebbe e, quindi, ciascuna delle singole Persone Divine sarebbe un dio a sé stante. È palese che la medesima accusa può essere rivolta alla dottrina concettualista, ma questo attacco serve ad Abelardo ed alla sua tesi per presentarsi come qualche cosa di conforme alla dottrina cattolica.
Anche in campo etico, il suo soggettivismo si manifesta come anticipatore delle correnti moderniste. Sottolineando, correttamente, come non possa esserci peccato senza il consenso della persona agente, svaluta l’oggettiva bontà o malvagità delle azioni. Di qui, una svalutazione del ruolo della Grazia: se l’importante è la buona intenzione, questa è possibile all’uomo anche naturalmente, senza necessità di un intervento soprannaturale di Dio. Tutta la teologia della Grazia, come necessaria per compiere le azioni buone e per resistere alle tentazioni, viene, così, distrutta dalla svalutazione del ruolo delle azioni, in definitiva non decisive per la salvezza. Qui l’anticipazione della deriva morale seguita alla Nouvelle Théologie ed al Concilio Vaticano II è impressionante; si pensi alle aperture del sinodo sulla famiglia, basate sul principio che l’amore (Abelardo avrebbe parlato, più profondamente e più intelligentemente, di retta intenzione) rende buona ogni azione.
Possiamo certamente affermare che Abelardo sia stato uno dei più importanti esponenti del pensiero occidentale, soprattutto per la sua sorprendente anticipazione della modernità e della contemporaneità, intese non in senso cronologico, quanto in senso contenutistico. Il grandioso castello filosofico costruito dalla Scolastica e, in modo particolare, da San Tommaso d’Aquino ha, per secoli, arginato l’influsso di Abelardo, che, però, ha dispiegato tutta la sua potenza quando il pensiero occidentale ha abbandonato la razionalità aristotelico-tomista.

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