Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta diritti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta diritti. Mostra tutti i post

sabato 11 febbraio 2023

La Madonna di Lourdes ed il diritto. Il legame antico della Vergine con la regione della Bigorre

Oggi, 11 febbraio, è una delle feste mariane, che ricorda una mariofania, assieme a quella del 13 maggio, più care alla devozione popolare.

Mi son sempre chiesto perché la Vergine scegliesse queste località, sovente in luoghi montuosi, spesso inaccessibili o comunque non facilmente raggiungibili. Certo non lo sapremo mai. Né mai potremmo sperare di comprendere i disegni imperscrutabili di Dio.

Ma forse per Lourdes c’è qualche antico legame – e per la verità anche per Fatima – che può essere investigato. Un legame che è giuridico, fondato sul diritto. Sì, avete capito bene, col diritto e con la legge. Col diritto feudale, in particolare.
Le scelte di Dio non sono frutto del caso fortuito.
Per Lourdes, c'è un legame, che risalirebbe a Carlo Magno e sicuramente ad oltre un millennio fa.


Anni fa, Vittorio Messori riferiva – per la prima volta in Italia – nel suo bestseller “Ipotesi su Maria”, oggi riedito nel 2020 dalla casa editrice Ares,  di un testo di tale Émile Brejon, un avvocato di Bordeaux fattosi storico anche per un debito di riconoscenza alla Vergine: la madre, infatti, era stata guarita miracolosamente alla Grotta.

Questo bâtonnier (presidente) dell’Ordine degli avvocati della sua città – dove, tra l’altro, fece tappa per alcune ore Bernadette nell’unico viaggio della sua vita, recandosi al convento di Nevers – raccolse il frutto delle sue ricerche in questo libriccino, che ho a casa, stampato da un editore ad Avignone nel 1926. Il titolo è significativo: Notre-Dame de Lourdes avant les apparitions de 1858 («Nostra Signora di Lourdes prima delle apparizioni del 1858»). Il sottotitolo: Un chapitre d’histoire tombé en oubli («Un capitolo di storia dimenticato»). Il testo può leggersi online qui. Nel 1983 il libretto era ripubblicato in reprint da una piccola editrice di provincia, ma ha continuato a circolare in modo ridotto, tanto che non se ne trova traccia neppure in molte delle bibliografie specializzate.
Il punto centrale del libro era la risposta alla domanda: «Pourquoi Lourdes en France?». Ma perché, rispondeva, qui la Vergine è «chez Elle», è «a casa sua» e «in nessun altro luogo al mondo sarebbe forse stata così a casa sua come lo è qui».

Come ci racconta il Messori nel suo libro Ipotesi su Maria, alle pagg. 159 ss. della nuova edizione ed in alcune inchieste giornalistiche (v. qui) e conferenze (v. qui), in effetti, stando a una tradizione antichissima (e confermata da consuetudini altrettanto antiche, suffragate da documenti coevi), il castello e la città di Lourdes furono dati in feudo, ai tempi di Carlo Magno, alla Vergine venerata nel grande e celebre santuario di Le Puy-en-Velay, il luogo mariano che per secoli fu il più prestigioso di tutta la Francia. Dunque, la Madonna del Puy («poggio», in francese antico) era stata dichiarata «Signora e sovrana» di Lourdes, con il diritto a un omaggio annuale – che ne riconosceva l’autorità, secondo le consuetudini feudali – che, in questo caso, consisteva in erba e in zolle di terra tratte dal prato davanti al castello.

Come Brejon dimostrava, ancora per la festa dell’Assunta del 1829 (dunque solo 29 anni prima delle apparizioni a Bernadette), una rappresentanza delle ragazze di Lourdes affrontò per l’ultima volta, dopo oltre un millennio di tradizione, il lungo viaggio fino a Le Puy, nel Massiccio Centrale, circa cento chilometri a ovest di Lione, per portare a Maria, «Signora e contessa della città», l’antico omaggio. Qui, tra l’altro, sembra sfuggire a Brejon, nota sempre il Messori, un particolare che dà a pensare: l’erba e le zolle portate a Maria, a segno della sua autorità su Lourdes, dovevano essere prese, come comandava la consuetudine, dal «prato del Conte» che si stende ai piedi del castello. Ebbene, questo è il luogo che ai tempi di Bernadette era indicato come domaine de Savy, la «tenuta di Savy», ed è l’attuale esplanade davanti alle basiliche, dove si svolge ogni sera la processione eucaristica. Non basta, perché questo luogo, che da tempo immemorabile simboleggiava con la sua terra stessa la signoria di Maria sulla città, scomparsa la contea di Bigorre, passò in proprietà – sin dal secolo XVI – alla «Confraternita del Santissimo Sacramento». Ab immemorabili, dunque, ci riferisce il Messori, questo luogo è «terra della Vergine» e anche «terra dell’Eucaristia».

Lourdes ed il suo castello sarebbero, dunque, un «feudo di Maria» e la costituzione di questo titolo feudale sarebbe avvenuta in modo al contempo poetico e drammatico. Carlo Magno, di ritorno dalla Spagna, avrebbe invano assediato la fortezza che da sempre stava e tuttora sta, anche se trasformata in museo, sulla roccia, e che era tenuta allora dai musulmani. Poiché i difensori non si arrendevano, e Carlo già pensava di levare l’assedio, il vescovo di Le Puy, che faceva parte del suo seguito, si recò a parlamentare con il capo saraceno dicendogli: «Poiché non vuoi cedere ad alcun uomo, cedi a una Signora: la Madre di Dio venerata a Le Puy». Toccato dalla grazia, il musulmano accettò il patto e, seguito dai suoi, cavalcò sino a quel già celebre luogo di culto: tutti i capi saraceni portavano legati alle lance dei fascetti di erba e di fiori falciati nel prato sotto la roccia dove sorgeva la fortezza. Posero quei fascetti – in segno di sudditanza – sull’altare di Maria. Il capo già musulmano chiese il battesimo e, da «Mirat» come si chiamava, assunse il nome di «Lordus»: Lourdes da lì avrebbe poi preso la denominazione, mentre prima era chiamata «Mirambel».

A conferma dell’antichissimo diritto feudale di Notre-Dame du Puy su Lourdes sta anche il fatto che lo stemma di entrambe le città è costituito da un’aquila. Quella di Lourdes ha le ali spiegate e porta nel becco un pesce: forse a simboleggiare che viene dai monti del Centro della Francia a portare il Cristo, il cui simbolo antichissimo è appunto un pesce?

Brejon sintetizzava così: «Nostra Signora di Le Puy, dopo essere stata riconosciuta “Signora e Contessa” di Lourdes e della sua cittadella sin dai tempi di Carlo Magno, è divenuta “Signora e Contessa” dell’intera Contea di Bigorre, per l’atto di sottomissione spontaneo e volontario che il conte Bernardo I concesse al Capitolo di Le Puy, per se stesso e per tutti i suoi successori, nell’anno 1062».
È infatti il 1062 l’anno in cui, recatosi appositamente con la moglie sino al lontano santuario della Gallia centrale, venendo dalla sua Bigorre, il conte Bernardo decideva di far depositare ogni anno sessanta scudi sull’altare della Vergine «a titolo di censo». E, cioè, secondo il diritto feudale, come segno di vassallaggio a Maria; che, così, da «Signora» di Lourdes lo diventava di tutta la regione, la Bigorre appunto. Al contempo, Bernardo lanciava l’anatema contro i suoi discendenti che non avessero riconosciuto il vassallaggio, pagandone la relativa rendita. Il documento è giunto integralmente sino a noi ed è tuttora conservato all’archivio dell’antica Bigorre, a Pau.
Nel santuario di Le Puy, Maria era venerata sotto il titolo di «Annunciata» da tutti i popoli d’Europa. I quali vi accorrevano in enormi masse soprattutto quando il 25 marzo coincideva con il Venerdì santo, ed era allora possibile godere del Grande Perdono, cioè dell’indulgenza plenaria concessa dai papi.

Il prestigio del luogo era tale che, stando alla tradizione – alla quale aderiva lo stesso san Bernardo –, qui sarebbe nata la Salve Regina, la preghiera più recitata dopo l’Ave Maria e che il Medioevo chiamò «l’antifona di Le Puy». Qui, nel 1449, si stabilì l’usanza, presto diffusasi in tutta la cristianità, di recitare l’Angelus non solo all’alba e al tramonto, ma anche a mezzogiorno. Non vi era lì, dunque, un culto locale, bensì universale, al punto che la Vergine nera sull’altare (bruciata poi, nel 1794, dal vandalismo rivoluzionario su un falò formato dalle carte dell’archivio, dopo essere stata portata dove si impiccavano i malfattori sulla carretta dell’addetto alle fogne), al punto che questa Vergine fu chiamata, da santi e papi, Mater omnium, Madre di tutti.

Il tributo dovuto alla «Contessa e Signora» fu versato ogni anno sull’altare di Le Puy fino a quando durò la contea della Bigorre. Anzi, nel 1303, per una disputa tra il re d’Inghilterra e i canonici del santuario di Le Puy, il Parlamento di Parigi, dopo avere riesaminato i titoli legali, ribadì solennemente che Lourdes e la Bigorre erano «dominio di Maria». Nel 1307, Le Puy concedeva la sua contea pirenaica al re di Francia (era Filippo il Bello, quello della soppressione dei Templari), ma anche il nuovo sovrano doveva riconoscere, secondo il trattato che fu steso, di non essere che «vassallo», che «amministratore» di quella Terra Virginis, che era la Bigorre. A prova di quella sudditanza, il re impegnava se stesso e i suoi successori a versare al santuario di Le Puy il censo – assai elevato – di 300 lire tornesi all’anno. Da allora, tutti quelli che si alternarono sul trono di Francia mantennero l’obbligo dell’omaggio, pagando il diritto di amministrare ciò che apparteneva alla Madonna stessa. Fu solo la fine sanguinosa della monarchia, con la decapitazione del re e della regina, la proclamazione della repubblica, la persecuzione del clero, l’abolizione della diocesi di Le Puy, lo spogliamento del santuario, il rogo della veneratissima immagine stessa; fu solo, insomma, il dramma della Grande Révolution che sembrò porre fine per sempre ai diritti della Vergine su Lourdes e la sua intera regione, la Bigorre.

Sembrò, diciamo, perché una ripresa, per quanto breve, vi fu con la Restaurazione. Infatti, nel 1827 Carlo X, successore di Luigi XVIII, ristabilì la diocesi di Le Puy e ricominciò a versare il tributo dovuto.

E le giovani di Lourdes si recarono al lontano santuario a portarvi l’omaggio dei sudditi, le erbe e i fiori colti davanti al castello. Ma durò pochissimo: pare che il 15 di agosto del 1829 sia stata l’ultima volta in cui l’antica Bigorre si presentò sul monte Anis a riannodare ufficialmente i legami con Le Puy.

L’anno seguente, un’altra rivoluzione portava sul trono Luigi Filippo, il «re borghese» del quale abbiamo già parlato e che, in gioventù, aveva parteggiato per quei giacobini che avevano bruciato la Vergine nera, trasportandola al rogo sul carretto delle immondizie. Un personaggio che, di certo, non intendeva rispettare gli obblighi assunti dai sovrani precedenti. Così, in quel 1830, le autorità cessavano per la prima volta (a parte, ovviamente, gli anni della tormenta rivoluzionaria) di riconoscere l’autorità mariana su Lourdes e sulla Bigorre, autorità riconosciuta forse dall’epoca carolingia, certamente dal 1062, dal diploma di Bernardo I.

Osservava Brejon, uomo di legge, che i diritti di un feudatario su una terra si estinguevano dopo trent’anni dai mancati adempimenti degli obblighi «censuari» (il pagamento, cioè, delle rendite) e degli onori dovuti al signore stesso. I termini della prescrizione, nel nostro caso, iniziavano in quel 1829 in cui per l’ultima volta la Bigorre si era presentata a Le Puy con i suoi rappresentanti a portare l’omaggio dovuto. Dunque, nel 1859 i diritti di Maria sulla sua terra di Lourdes sarebbero caduti in prescrizione. Nel 1858, ecco la «Signora» (questo il nome con cui, significativamente, la chiamava Bernadette) apparire in una cavità della collina davanti al castello dove per secoli la sua bandiera aveva diritto di sventolare.

Annotava Brejon (ripreso dal Messori): «Senza dubbio, le prescrizioni della terra sono vane in Cielo e la Vergine Maria non aveva bisogno di difendere dei diritti riconosciutile dagli uomini per essere la più nobile delle Dame e per essere ovunque a casa sua. Certo: la corona di Contessa della Bigorre sulla fronte non le aggiungeva alcuna grandezza. Eppure, è caro ai nostri cuori pensare che la Vergine abbia amato questo legame terrestre che dovette forse alla pietà di Carlo Magno, di certo a quella del principe Bernardo. È all’ultima ora (un anno prima soltanto della prescrizione, che iniziava nel 1859, ma in tempo comunque utile) che Ella stessa è apparsa nella Bigorre per chiedervi, con l’omaggio dei suoi cari e antichi vassalli, quello di tutto il mondo. L’omaggio del mondo? Ebbene, sì: non era questo che avveniva a Le Puy nei secoli cristiani, dove era invocata come “Madre di tutti”?».




Antonio Ciseri, Apparizione della Vergine a Lourdes, 1879, Chiesa del Sacro Cuore, Firenze




mercoledì 25 maggio 2016

Elogio di S. Gregorio VII e delle prerogative del sacerdozio cattolico

Rilanciamo, con lievi modifiche ed integrazioni, un bell'elogio di San Gregorio VII, che abbiamo reperito sul profilo Facebook di Radiospada e che tesse le lodi delle prerogative del sacerdozio cattolico e della potestà papale per divina disposizione.




Matteo Rosselli, Matilde di Canossa riaccompagna il Papa a Roma, 1618 circa, Sala delle udienze di Maria Maddalena d'Austria,  Villa Medicea del Poggio Imperiale

Gianlorenzo Bernini, Enrico IV si umilia dinanzi a S. Gregorio VII a Canossa, Tomba di Matilde di Canossa detta Onore e Gloria d'Italia, 1645 circa, Basilica di san Pietro, Città del Vaticano, Roma

È sacrosanto ricordare San Gregorio VII, papa, acerrimo difensore delle prerogative e della libertà della Santa Sede nei confronti delle ingerenze degli imperatori di Germania.
Fu collaboratore dello sfortunato Gregorio VI e dei grandi papi “riformatori” di quel periodo, San Leone IX, Vittore II, Stefano IX dei Conti di Lorena, Niccolò II, Alessandro II.
contro le gravi ingerenze dell’incostante e feroce Enrico IV nelle investiture ecclesiastiche, fu costretto ad usare la pienezza del potere papale deponendolo dalla carica imperiale.
Ritornato imperatore dopo la penitenza di Canossa, Enrico continuò a perseguitare il Santo Papa, costringendolo infine a Salerno dove morì nel 1085.
Se Innocenzo III, Innocenzo IV e Bonifacio VIII sono la triplice cuspide del Pontificato medievale, San Gregorio è l’aureo basamento di questa cuspide.
La sua deposizione dell’imperatore non è un fatto meramente politico e storicizzabile, ma è una prerogativa intrinseca e permanente del papato (anche se non esercitata).
Come l’ottimo padre Vincent Davin scriveva nella sua Vita di San Gregorio VII nel 1863: “Forse l’indipendenza della regalità accanto all’indipendenza del Sacerdozio ? Ma ciò è il manicheismo sociale, è una duplice divinità che porta un caos peggiore che se non ve n’avesse alcuna. Datemi dei preti senza corpo, dei re senz’anima e bisognerà trovare dei sudditi così partiti: in tal caso io m’acquieterò” (Vincent Davin, San Gregorio Settimo, trad. it. (a cura di) Michele Bongini – Emilio Babbini, Federico Bencini Ed., Firenze, 1863, p. 251)
Quando in Messico si immolavano agli inizi del cinquecento più di ventimila vittime umane all’anno, il papato non poteva che rimettere nelle mani di Fernand Cortes la bandiera della croce e dirgli: “piantala nel mezzo di quell’inferno, a qualunque costo [quei regni hanno perso il diritto di governarsi]” (ibidem, p. 248). Quel che Gregorio VII fece in Germania per mezzo delle leggi divine ed umane, lo poteva fare anche altrove per mezzo delle sole leggi divine. San Pio V lo potrà fare contro la scismatica Elisabetta d’Inghilterra ed il beato Pio IX lo poté in Francia come in Messico, nella Svezia protestante come nella Cina barbara (ibidem, pp. 258-259). Sono i diritti eterni del sacerdozio, le prerogative costituzionali ed inalienabili della Chiesa (ibidem, p. 259)!
A tutti coloro che non lo amano e non l’amarono, a causa di ciò che egli ricorda, a tutti coloro che lo criticano, a tutti i suoi detrattori, ai cattolici ghibellini o guelfi timidi, dal suo gloriosissimo trono in paradiso san Gregorio VII può lecitamente dire “ci rivedremo a Canossa!”.
Sarà la “Canossa celeste” del giudizio finale od una più terrena?
Solo Dio lo sa.

venerdì 29 gennaio 2016

Chiarimento cattolico sul Family Day ed opposizione senza se e senza ma alle unioni civili

Come noto, domani 30 gennaio, si svolgerà a Roma la manifestazione delle famiglie contrarie al d.d.l. Cirinnà bis, noto come Family Day.
A questa manifestazione parteciperanno diverse sigle cattoliche, tra le quali anche il popolo del Summorum Pontificum e la stessa Fraternità San Pio X. Tuttavia sebbene sia giusto per un cattolico opporsi all’innovazione legislativa che si vorrebbe introdurre, è forse bene ricordare che quest’opposizione non è soltanto contraria all’introduzione, nell’ordinamento italiano, della c.d. stepchild adoption, bensì è più ampia ed estesa. Bisogna chiarire la questione.
In effetti, per un cattolico, non si tratta di scegliere tra un male maggiore (l’introduzione dell’adozione anche per le coppie omosessuali) ed uno minore (il riconoscimento civile delle unioni civili). Entrambe le ipotesi sono inaccettabili e, come mali, sono da porsi sullo stesso piano. In altre parole, non vi è scelta tra diverse gradazioni di male, bensì di opporsi al male tout court.
Perché? Per il semplice motivo che chi sostiene questo, e cioè “riconoscimento sì, adozione no”, semplicemente ignora o non conosce l’ordinamento italiano. In verità, quella che con termine anglosassone si chiama stepchild adoption (oggi va molto di moda usare termini anglosassoni!), ma che potremmo definire come “adozione del figliastro” o adozione in casi particolari, è già nota dal 1983. La l. 4.5.1983 n. 184 – che regola in Italia l’istituto dell’adozione del minore - permette l'adozione del figlio del coniuge, purché vi sia il consenso del genitore biologico ed a condizione che l'adozione corrisponda all'interesse del figlio (cfr. artt. 44 ss.). È previsto anche il consenso di quest’ultimo qualora abbia già compiuto i 14 anni. Nel caso sia tra i 12 e i 14 anni d'età, il Giudice è tenuto ad ascoltare il minore e tener conto dei suoi desideri ed aspirazioni (art. 45). Dunque, quest’istituto già esiste nel nostro ordinamento. Non è una novità e vale per le coppie coniugate e, dunque, eterosessuali. La proposta Cirinnà, sebbene non etichetti le unioni come “matrimoni” (ma è solo una questione di etichetta!!!), in realtà estende i diritti derivanti dal matrimonio, o almeno molti di questi, anche alle semplici unioni civili, comprese quelle tra persone dello stesso sesso. Pertanto, con la novella che si vorrebbe introdurre de facto i partner sarebbe assimilabili ai coniugi e, dunque, ben potrebbero a loro applicarsi le norme previste dalla legge sull’adozione. La limitazione che si vorrebbe imporre, e cioè quella che solo le unioni eterosessuali possano ricorrere alla stepchild, potrebbe presentare problemi di costituzionalità, in quanto le coppie omosessuali si troverebbero discriminate e, dunque, penalizzate. Il ricorso alla Consulta sarebbe inevitabile, la quale – vista anche la sua attuale composizione a preponderante maggioranza laicista – senz’altro dichiarerebbe l’incostituzionalità della norma nella parte in cui non permettesse anche alle coppie omosessuali il ricorso all’adozione ex artt. 44 ss. l. 184/1983. Dunque, quest’istituto, escluso dal legislatore, vi rientrerebbe per via giurisprudenziale …. Un po’ come successo per la legge sulla fecondazione artificiale, la l. n. 40/2004, che oggi è stata praticamente scardinata per via di picconate assestate dal Giudice delle leggi e dalla giurisprudenza. Perciò, il problema sarebbe – nel caso dell’esclusione dello stepchild – semplicemente rimandato nel tempo, giammai risolto, e per giunta affidato alla mano dei giudici – costituzionali in primis. Ecco perché non è condivisibile la soluzione “riconoscimento sì, adozione no”, atteso che è sostanzialmente un boomerang, che rischia di far rientrare nel breve-medio periodo ciò che si vorrebbe escludere. Insomma, un’illusione o, se preferiamo, una falsa opposizione.
Un cattolico, perciò, non potrà che esprimere la propria radicale e totale opposizione a questo progetto, ivi incluso, soprattutto, il riconoscimento delle unioni civili (l’adozione ne è una diretta conseguenza!). Peraltro tale riconoscimento “dei diritti” è solo una questione ideologica e formale, visto che la giurisprudenza ha riconosciuto alle unioni civili, c.d. unioni di fatto o more uxorio oggi esistenti, pressoché gli stessi diritti che il d.d.l. Cirinnà bis - nel tempo ci sono state circa cinquanta proposte di legge in tal senso (v. qui) - vorrebbe attribuire o riattribuire (v. qui, qui e qui. Cfr. anche qui e qui, ove si ricorda come taluni diritti dei conviventi semplicemente devono passare attraverso la formalizzazione di appositi contratti o clausole negoziali, il che coerentemente con la natura di fatto dell’unione). A che pro dunque una legge? Al solo scopo di equiparare al matrimonio (che per un cattolico è anche un sacramento) le unioni civili. Una volta riconosciuti i medesimi diritti, verrà meno anche l’etichetta. Questa sarebbe la strada, che si vorrebbe far percorrere all’Italia. Per rendersene conto, basta guardare all’esperienza francese dove, introdotto il PACS nel 1999, dopo una decina d’anni, nel 2013, non si sono avute remore a passare al matrimonio vero e proprio essendosi i francesi abituati all’idea che i pattisti fossero dei veri e propri coniugi con i medesimi diritti derivanti dal matrimonio e che quindi fosse inutile mantenere una distinzione tra etichette. La stessa cosa avverrà in Italia: si inizia con le unioni civili e si finirà ineluttabilmente tra una decina d’anni ad un vero e proprio matrimonio.  Un motivo in più per un cattolico di opporvisi senza compromessi di sorta sulla legge morale, senza se e senza ma, non potendosi accettare alcun accomodamento, che peraltro suonerebbe da presa in giro, come cercato sinteticamente di illustrare.
Ecco perché un cattolico dovrebbe partecipare al Family Day con la puntualizzazione che egli deve dissociarsi anticipatamente da qualsiasi lettura “compromissoria” o “del male minore”, che dovesse darsi dagli organizzatori o dai vescovi (v. qui), e che fosse in contrasto con la legge morale non solo riguardo ai minori, ma anche e soprattutto riguardo al riconoscimento legislativo di siffatte unioni parafamiliari.

Mons. Galantino col ministro Boschi

FAMILY DAY: il “non possumus” del popolo cattolico

di Lupo Glori

Il Family Dayche si terrà a Roma il prossimo sabato 30 gennaio, per protestare contro il ddl Cirinnà, che giovedì 28 gennaio approderà in Aula al Senato per la decisiva discussione generale, sta raccogliendo un numero di adesioni superiore alle aspettative da parte di tutto il mondo, non solo cattolico, schierato a difesa della famiglia.
Nella grande area del Circo Massimo si raduneranno migliaia di associazioni, di gruppi e di famiglie, provenienti da tutta Italia per manifestare la propria ferma opposizione alle unioni civili e all’istituto della cosiddetta stepchild adoption, previsti dal disegno di legge n. 2081, Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze. La straordinaria mobilitazione nazionale di questi giorni contro il ddl Cirinnà ha fatto sorgere spontaneo l’inevitabile paragone con il Family Day del 2007, indetto per affossare i cosiddetti DICO e dare una spallata decisiva all’allora governo Prodi.
Tuttavia, le differenze tra ieri ed oggi sono profonde e la manifestazione del prossimo 30 gennaio non sarà una fotocopia di quella del 12 maggio 2007. A distanza di quasi dieci anni i rapporti di forza in campo sembrano infatti essersi clamorosamente capovolti, così che, se nel 2007 era stata la Chiesa, attraverso le sue più autorevoli istituzioni, a chiamare a raccolta il popolo cattolico per scendere in piazza contro un disegno di legge inaccettabile, oggi, i ruoli si sono paradossalmente rovesciati e, dopo le prove generali di piazza San Giovanni del 20 giugno, è lo stesso popolo cattolico a rivolgere un accorato “non possumus” alle gerarchie ecclesiastiche, invitandole a scendere in piazza a loro fianco.
Un evidente e brusco cambio di rotta messo in evidenza da Agostino Giovagnoli suLa Repubblica, il quale ha sottolineato tale inedito movimento dal basso, scrivendo: «Nel 2007, mentre era papa Benedetto XVI, la regia del Family day fu di Camillo Ruini, Presidente della Cei; alle associazioni del laicato cattolico fu imposto di partecipare; oratore di quella giornata fu Savino Pezzotta che era stato relatore ufficiale al Convegno nazionale della Chiesa italiana l’anno prima; l’obiettivo era affossare i Dico. La Chiesa italiana, insomma, scese in campo, serrando le fila, in nome di valori morali non negoziabili ma combattendo una battaglia politica. La manifestazione del prossimo 30 gennaio, invece, non è voluta dalla Cei e su di essa i vescovi hanno espresso opinioni diverse. Le associazioni cattoliche non sono obbligate a partecipare e infatti solo alcune saranno presenti. Realtà ecclesiali come il Movimento dei Focolari hanno espresso perplessità e Comunione e Liberazione non ha preso posizione. L’Associazione Scienza e Vita non aderisce ma alcuni suoi rappresentanti saranno presenti».
Per una giornata, che si preannuncia storica, diverse associazioni metteranno da parte le loro discordanti visioni “strategiche”, circa la linea d’azione da seguire per contrastare l’apparentemente inarrestabile processo rivoluzionario, e scenderanno unite in piazza per far sentire forte la propria voce e affermare il valore fondamentale dell’istituto famigliare naturale fondato sul matrimonio indissolubile tra un uomo ed una donna, nucleo primario di formazione dell’uomo e cellula vitale di ogni società.
Tra coloro che hanno espresso la loro adesione critica al Family Day, segnaliamo alcune associazioni che da sempre si contraddistinguono, nella battaglia culturale in atto, per una difesa ferma ed integrale della verità: l’Associazione Famiglia Domani,Il Cammino dei Tre Sentieri, il Comitato Verità e Vita.
L’ Associazione Famiglia Domani, nel suo comunicato stampa, ha dichiarato la sua adesione al Family Day del 30 gennaio, specificando però come essa non possa prescindere da un NO totale al ddl Cirinnà: «in primo luogo NO alle unioni civili di qualsiasi forma e in secondo luogo NO alla “stepchild adoption”». L’associazione, che ha il suo storico fondatore nel marchese Luigi Coda Nunziante (1930-2015), ha inoltre espresso le proprie perplessità riguardo l’eccessiva concentrazione del dibattito sul ddl Cirinnà attorno al «pur giusto diritto del bambino ad aver una madre ed un padre, oggi minacciato dall’adozione dei minori all’interno delle coppie dello stesso sesso e da istituti differenti quali la stepchild adoption, l’affido “rafforzato” e l’utero in affitto». Una posizione di lotta alquanto discutibile, che «rischia di tacere sull’inaccettabile approvazione delle unioni civili, in qualsiasi modo esse vengano declinate, sia appellandosi ai presunti diritti delle persone omosessuali in quanto tali, sia al falso principio della non-discriminazione». Per queste ragioni, Famiglia Domani «rifiuta in toto il disegno di legge Cirinnà ed afferma con forza come la salvaguardia della famiglia sia inscindibile da una difesa totale ed integrale della verità e dell’ordine naturale e cristiano».
Anche il Cammino dei Tre Sentieri, diretto dal prof. Corrado Gnerre, fornisce alcune doverose indicazioni ai propri amici che si apprestano a recarsi a Roma, precisando come «alcuni noti esponenti del Family Day (tra cui lo stesso portavoce, Massimo Gandolfini) si sono espressi come non contrari ad un disegno di legge che riconosca legalmente le unioni omosessuali, purché non presentino alcuna equiparazione al matrimonio». Una posizione prosegue il testo, «ovviamente non condivisibile né sul piano morale né su quello più specificamente “strategico” ˗ dal momento che ˗riconosciute le cosiddette “unioni civili”, il passo verso il diritto alla filiazione da parte delle coppie omosessuali sarà quanto mai breve e del tutto consequenziale». Tuttavia, tale dissenso “strategico” non compromette l’adesione dell’associazione alla manifestazione in quanto scopo principale del Family Day, secondo le dichiarazioni degli organizzatori, è il rifiuto totale del “ddl “Cirinnà” ed inoltre esso rappresenta «l’unica possibilità concreta per esprimere in maniera chiara e con adeguata risonanza mediatica il proprio dissenso nei confronti del DDL».
Un’altra valorosa associazione, il Comitato Verità e Vita, fondato dal compianto Mario Palmaro (1968-2014) ed oggi diretto dal dott. Angelo Francesco Filardo, aderisce al Family Day, ribadendo il «valore fondamentale della famiglia nata dal matrimonio di un uomo e di una donna». Il Comitato lancia un vero e proprio appello al mondo politico affinché ogni singolo senatore e deputato «respinga in toto il ddl Cirinnà con ogni sua probabile eventuale modifica ed ogni ddl sulle unioni civili che anche implicitamente (con velato rimando a norme che regolano il matrimonio) possa equiparare od offrire ai giudici creativi la possibilità di equiparare le unioni civili al matrimonio, votando NO anche ad un eventuale voto di fiducia posto dal Governo».
Rivolgendosi a tutti i parlamentari cattolici, Verità e Vita, sottolinea come sia preferibile una crisi di governo all’introduzione nel nostro ordinamento di una legge che porterebbe alla distruzione della famiglia, cellula primaria della società: «Riteniamo, meno disastroso per l’Italia, per l’Europa e per tutto il genere umano far cadere il Governo che contribuire con il proprio voto o con la propria non partecipazione al voto alla distruzione della famiglia, cellula fondamentale ed insostituibile di ogni società in ogni tempo e luogo!».
Il filo conduttore che accomuna le posizioni espresse nei tre comunicati è il netto rifiuto di qualsiasi compromesso con i nemici dell’ordine naturale e cristiano. Una visione per la quale, un’efficace opposizione alla deriva nichilista contemporanea non può, in alcun modo, prescindere da una difesa della verità che sia totale ed integrale. Per questa ragione, le tre associazioni invitano tutti i propri amici e sostenitori a recarsi a Roma il prossimo 30 gennaio per affermare, senza cedimenti e senza compromessi, il proprio NO assoluto all’iniquo disegno di legge Cirinnà.