Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 6 gennaio 2025

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2025

Adorazione dei magi, disegno dall'altorilievo della Porta Nord (detta Porta della Croce, a Nord), Battistero, di Lorenzo Ghiberti


Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini Nostri Jesu Christi gravísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die décima sexta Februárii erit Domínica in Septuagésima.

Quinta Mártii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.

Vigésima Aprílis sanctum Pascha Dómini nostri Jesu Christi cum gáudio celebríbitis.

Vigésima nona Máii erit Ascénsio Dómini nostri Jesu Christi.

Octáva Júnii Festum Pentecóstes.

Décima nona ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.

Trigésima Novémbris Domínica prima Advéntus Dómini nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sæcula sæculórum. Amen.


Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

Fonte: blog Schola Sainte Cécile, 1 jan. 2025

sabato 6 gennaio 2024

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2024

Adorazione dei magi, disegno da una scultura di Nicola Pisano

Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini nostri Jesu Christi gavísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die vigésima octáva Januárii erit Domínica in Septuagésima.

Décima quarta Februárii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.

Trigésima prima Mártii sanctum Pascha Dómini Nostri Jesu Christi cum gáudio celebrábitis.

Nona Maji erit Ascénsio Dómini Nostri Jesu Christi.

Décima nona ejúsdem erit Festum Pentecóstes.

Trigésima ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.

Prima Decémbris Domínica prima Advéntus Dómini Nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sǽcula sæculórum. Amen.

Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano



venerdì 7 luglio 2023

7 Luglio 2007 SUMMORUM PONTIFICUM


"I Sommi Pontefici fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” ed “ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa”. Inizia così  la  lettera apostolica di Papa Benedetto XVI, pubblicata in forma di motu proprio il 7 luglio 2007 denominata  Summorum Pontificum

https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/motu_proprio/documents/hf_ben-xvi_motu-proprio_20070707_summorum-pontificum.html


E’ costituito da dodici articoli nei quali si offre una serie di norme circa la possibilità di celebrazione dell’Eucaristia con il rito precedente alla riforma del Vaticano II, cioè il Messale di Pio V nell’edizione pubblicata da Giovanni XXIII nel 1962. Summorum Pontificum afferma che il Messale di Paolo VI «è l’espressione ordinaria della lex orandi », mentre il Messale di Pio V ed. 1962 «deve venir considerato come espressione extraordinaria della stessa lex orandi. Secondo SP Il Messale di Pio V e quello di Paolo VI sono quindi «due usi del medesimo rito»

Papa Francesco  il 16 luglio 2021 pubblica la "Traditionis Custodes"  lettera apostolica  sotto forma di motu proprio  per «ristabilire in tutta la Chiesa di Rito romano una sola e identica preghiera che esprima la sua unità, secondo i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II e in linea con la tradizione della Chiesa» di fatto, però, apportando restrizioni alle norme del Summorum Pontificum, ma, sia chiaro a tutti, a noi principalmente che, nonostante le limitazioni IL SUMMORUM NON È MAI STATO ABROGATO! Né può esserlo, essendo un atto magistrale! Ed è proprio la Traditionis Custodes, che dichiarando di  voler «abrogare tutte le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti al presente Motu Proprio, e di ritenere i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, come l'unica espressione della lex orandi del Rito romano» di  fatto non smentisce, semmai  avalla quanto affermato nel Summorum Pontificum: che il Messale del 1962 mai venne abrogato.


Oggi è anche una data micaelica, ricorre infatti anche l'apparizione dell'Arcangelo Michele alla Serva di Dio Francesca Lancellotti, amica e confidente del Card. Oddi, primo Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei. Se volete sapere qualcosa di più su Francesca Lancellotti potete collegarvi al sito 

http://www.francescalancellotti.it/

Deodata Cofano

domenica 5 febbraio 2023

Soppressione dell'Alleluia

Il calendario sta per commemorare i dolori di Cristo e le gioie della Risurrezione. Nove settimane ci separano da queste grandi solennità. È tempo che il cristiano disponga la sua anima alla nuova visita del Signore, che sarà più santa e decisiva di quella che si degna di farci con la sua Natività.

Intanto la santa Chiesa sente il bisogno di scuoterci dal nostro assopimento e vuole dare ai nostri cuori un potente impulso alle cose celesti. Perciò sopprime l'Alleluia, il canto celeste che ci associava ai cori degli Angeli. Siamo degli uomini fragili, peccatori sempre rivolti alla terra: come abbiamo potuto con la nostra bocca pronunciare quella parola di cielo? Fu l'Emmanuele, il divino conciliatore fra Dio e gli uomini, che ce la portò da lassù fra le gioie della sua nascita; e noi osammo ripeterla. La ripeteremo ancora con rinnovato entusiasmo fra le allegrezze della sua Risurrezione; ma per cantarla degnamente dobbiamo aspirare al soggiorno donde essa discese la prima volta. Alleluia non è una parola vuota di significato, o una profana melodia: è il ricordo della patria nell'esilio e lo slancio verso il ritorno.


Significato della parola Alleluia.


La parola significa Lodate Iddio. Ma il suo accento è tale, che la Chiesa, per non potersi sottrarre al compito di lodare il Signore per ben nove settimane, la sostituirà con un'altra espressione: Laus tibi Domine, Rex aeternae gloriae! Lode a Te, Re dell'eterna gloria! Ma questa è una lode che nasce dalla terra, mentre l'altra discese dal cielo.

"La parola Alleluia, dice il pio Ruperto, è una goccia di quella gioia suprema di cui trasalì la Gerusalemme celeste. I Patriarchi e i Profeti la custodirono in fondo al cuore, finché non la emise lo Spirito Santo con maggiore pienezza sulle labbra degli Apostoli. Significa l'eterno festino degli Angeli e delle anime beate che lodano Dio, contemplano senza fine la sua faccia e cantano senza mai stancarsi le sempre nuove infinite meraviglie. La nostra limitatezza di viatori non arriva a gustare tale festino; solo possiamo partecipare alle gioie dell'attesa e sentirne la fame e la sete. Forse per questo la misteriosa parola Alleluia non fu mai tradotta dall'originale ebraico, quasi a significare, nell'insufficienza di riprodurla, ch'è un'allegrezza molto estranea alla nostra vita presente" (Des divins offices L. I, c. 35).


Austerità della Settuagesima.


Durante i giorni che dobbiamo sentire l'asprezza dell'esilio, se non vogliamo essere abbandonati come disertori in seno a Babilonia, è necessario essere premuniti contro gli allettamenti del pericoloso soggiorno nella terra della cattività. Ecco perché la Chiesa, preoccupata delle illusioni e pericoli che corriamo, ci viene incontro con un provvedimento così solenne. Togliendoci il grido della gioia, ci esorta a purificare le nostre labbra; se vogliamo un giorno tornare a ripetere la parola degli Angeli e dei Santi, dobbiamo purificare col pentimento i nostri cuori, contaminati dal peccato e dall'affetto ai beni terreni. Quindi svolge sotto ai nostri occhi il triste spettacolo della caduta originale, da cui scaturirono tutte le disgrazie, e ci fa rilevare la necessità d'una redenzione. Piange per noi e vuole che anche noi piangiamo insieme a lei.

Accettiamo dunque la legge che ci viene imposta. Sospese per breve tempo le sante gioie, comprendiamo ch'è ora di smetterla con le frivolezze del mondo. Soprattutto liberiamoci dal peccato, che ha regnato tanto tempo in noi. Cristo s'avvicina con la sua Croce e viene a riparare ogni nostro danno col frutto sovrabbondante del suo Sacrificio. Non permetteremo, no, che il suo sangue, a guisa di rugiada mattutina che piove sulla calda sabbia del deserto, cada invano sulle nostre anime. Confessiamo umilmente la nostra condizione di peccatori, e come il pubblicano del Vangelo che non osava alzar lo sguardo, riconosciamo che è giusto, almeno per poche settimane, non accennare a quei canti che furono troppo familiari alla nostra lingua di peccato, né presumere eccessivamente di quella fiducia che molte volte distrusse in noi il santo timor di Dio.

Purtroppo, la negligenza delle norme liturgiche è l'indice manifesto dell'affievolimento nella fede, in una cristianità. Eppure ce n'è tanta intorno a noi, che anche molti dei cristiani abituati a frequentare la chiesa ed i Sacramenti, si accorgono ben poco e con molta indifferenza della sospensione dell'Alleluia. A stento parecchi di loro vi prestano una leggera attenzione, imbevuti come sono d'una pietà affatto privata, e forse estranea al pensiero della Chiesa. Se cadranno queste righe sotto ai loro occhi, ci auguriamo che servano a farli riflettere sulla sovrana autorità e saggezza della Chiesa, Madre comune, la quale effettivamente considera la sospensione dell'Alleluia come uno dei fatti più gravi e solenni dell'Anno Liturgico.

A tale proposito presentiamo due belle Antifone, che pare siano di origine romana, e che noi attingiamo nell'antifonario di san Cornelio di Compiègne, pubblicato da Dom Dionigi di S. Marta:


Ant.
- Il buon Angelo del Signore t'accompagni, Alleluia.

E ti faccia fare un prospero viaggio, affinché ritorni con noi nella gioia, Alleluia, Alleluia.


Ant.
- Alleluia. Resta con noi anche oggi; domani partirai, Alleluia.

Quando si farà giorno ti metterai in cammino, Alleluia, Alleluia, Alleluia.


Le Chiese di Francia, nel XIII secolo e oltre, ai Vespri del sabato di Settuagesima cantavano quest'Inno commovente, conservato in un manoscritto del X secolo:

INNO

Alleluia è un canto di dolcezza, una voce d'eterna gioia.

Alleluia è il canto melodioso che i celesti cori non cessano di far risuonare nella casa di Dio.

Alleluia! celeste Gerusalemme, madre beata, patria alla quale abbiamo diritto di cittadinanza.

Alleluia! è il grido dei tuoi abitatori fortunati; ma noi esiliati sulle rive dei fiumi di Babilonia, non abbiamo altro che lacrime.

Alleluia! non siamo sempre degni di cantarlo. Alleluia! i nostri peccati ci obbligano a sospenderlo, perché è l'ora di piangere le nostre colpe.

Accogliete dunque, o Beata Trinità, questo canto per il quale vi supplichiamo di farci assistere un giorno alla Pasqua celeste, dove a gloria vostra, in seno alla felicità, canteremo l'eterno Alleluia. Amen.

Nell'attuale Liturgia l'addio all'Alleluia che fa la Chiesa è più semplice, e consiste nel farci ripetere quattro volte la misteriosa parola alla fine dei Vespri del Sabato:

Benediciamo il Signore, Alleluia, Alleluia.

Rendiamo grazie a Dio, Alleluia, Alleluia.

D'ora in poi, a partire dalla seguente Compieta, non sarà più udito quel canto celeste fino a quando esploderà sulla terra il grido della Risurrezione.

Fonte: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 424-426.



I monaci di Norcia seppelliscono l'Alleluia prima della Settuagesima del 2023.
Fonte Facebook

Il Tempo di Settuagesima

Le tre domeniche precedenti la Quaresima sono la Settuagesima, la Sessagesima e la Quinquagesima e formano il tempo liturgico di tre settimane della Settuagesima. È come un prolungamento o preparazione della Quaresima, poiché ne assume quasi tutti i caratteri: il colore viola dei paramenti, la soppressione del Gloria, dell'Ite Missa est e dell'Alleluja e l'introduzione del Tratto e del motto Laus tibi, Domine. La Chiesa Romana, adottando questo tempo, che veniva dall'oriente, non impose mai l'obbligo del digiuno. La Settuagesima con le sue 7 settimane starebbe a significare i 70 anni di schiavitù che precedettero la liberazione dall'Egitto per gli ebrei e per i cristiani il lungo periodo di schiavitù che precedé il riscatto prima della Redenzione operata da Cristo nella Pasqua. Gli estremi della Settuagesima vanno dal 18 gennaio al 22 febbraio e vengono chiamati chiavi dell'Alleluja.

venerdì 6 gennaio 2023

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2023

 

Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini Nostri Jesu Christi gravísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die quinta Februárii erit Domínica in Septuagésima. 

Vigésima secúnda ejúsdem dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ. 

Nona Aprílis sanctum Pascha Dómini nostri Jesu Christi cum gáudio celebríbitis. 

Décima octáva Máii erit Ascénsio Dómini nostri Jesu Christi. 

Vigésima octáva ejúsdem Festum Pentecóstes. 

Octáva Júnii Festum sacratíssimi Córporis Christi. 

Tértia Décembris Domínica prima Advéntus Dómini nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sæcula sæculórum. Amen.

Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

Fonte: blog Schola Sainte Cécile, 6 jan. 2023

lunedì 15 agosto 2022

Elementi corredenzionisti nelle Messe e negli Uffici in onore dell'Assunta

 

La Cappella Papale dell’Assunta

 Rilanciamo questo contributo del dott. Giuliano Zoroddu:

La Cappella Papale dell’Assunta



di Giuliano Zoroddu


La festa dell’Assunzione di Maria Santissima fu fin da antico solennissima in Roma. L’introdusse Sergio I (687-701) e Leone IV (847-855) la dotò di ottava. Il Pontefice celebrava la messa in Santa Maria Maggiore, dopo aver preso parte alla fastosissima processione della notte precedente.

I rituali avevano inizio la mattina del 14 agosto, quando il Papa si recava nell’oratorio di san Lorenzo nel Patriarchio, ove fatte sette genuflessioni all’immagine acheropita del Salvatore, ne baciava i piedi e scopriva il volto al canto del Te Deum.

Portata dai Cardinali Diaconi e scortata da dodici ostiari coi ceri accesi, seguiti dal suddiacono regionario colla croce stazionale, dal clero palatino, dal primicerio con la schola cantorum, dal Praefectus Urbi con dodici romani (sei con la barba e sei sbarbati) in rappresentanza del Senato, e dal popolo tutto, l’icona attraversava la Via Sacra fino alla chiesa di Santa Maria Nuova, sotto il cui portico in atto di adorazione i piedi del Salvatore venivano lavati con aromi, e di qui a Sant’Adriano, dove riceveva un’ulteriore lavanda.

Tappa finale era la Basilica Liberiana per la celebrazione della messa stazionale da parte del Pontefice.

Queste cerimonie, sentitissime dal popolo romano, subirono nel corso del Medioevo, vari arricchimenti da un lato, ma non mancarono gli abusi, soprattutto a motivo delle turbolenze che scossero Roma segnatamente durante la permanenza della Santa Sede ad Avignone. Così san Pio V pensò bene di abolire la processione.

Rimase solamente la solenne messa in Santa Maria Maggiore, poi sanzionata da Sisto V nella sua costituzioni sulle riorganizzazione delle stazioni.

La celebrazione della messa spettava al Cardinale Arciprete.

Il Sommo Pontefice vi assisteva al trono in manto bianco, contornato dal Sacro Collegio.

La predica fino al 1828 era tenuta dal Procurato dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, come stabilito da Clemente XI nel 1718. Leone XII però trasferì questo onore ad un convittore del Collegio dei Nobili (istituito dai Padri Gesuiti sotto il suo pontificato), il quale teneva il sermone in berretta e cappa con fodera di seta cremisi.

Alla fine della messa, che non prevedeva particolarità, il Pontefice e i Cardinali versavano rispettivamente cinquanta e uno scudo d’oro alla Confraternita del Gonfalone per il riscatto degli schiavi.

Questa Cappella Papale, per volontà di Benedetto XIV, era seguita dalla benedizione del popolo dalla loggia della Basilica, che era stata fatta costruire dal medesimo Pontefice nel 1741.

I diari dei cerimonieri ci tramandano alcune date: Giulio II tenne Cappella Papale alla Liberiana il 15 agosto 1509; così pure Paolo III nel 1538 e Gregorio XIII nel 1572 e nel 1573. Benedetto XIII nel 1724 celebrò messa egli stesso nella Cappella Borghesiana. Clemente XII, nel 1732, ordinò che vi si cantasse il Te Deum a motivo della presa di Orano in Algeria operata da Filippo V di Spagna. Leone XII stabilì che la cerimonia dovesse svolgersi nuovamente all’altare papale.

L’ultimo Pontefice a tenere la Cappella Papale dell’Assunzione in Santa Maria Maggiore fu Pio IX nel 1869.

L’ingresso delle truppe italiane in Roma il 20 settembre dell’anno seguente, segnarono la fine del secolare rito, il cui svolgimento si spostò nella Cappella Palatina.


Riferimenti bibliografici: G. MORONI, Le cappelle pontificie, cardinalizie e prelatizie, Venezia, 1841; A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VIII. I Santi nel Mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dall’Ottava dei Principi degli Apostoli alla Dedicazione di S. Michele), Torino-Roma, 1932.


Immagine: Proclamazione del dogma dell’Assunzione in Piazza San Pietro il 1° novembre 1950 

[fonte: caeremonialeromanum.com].


Fonte: Radiospada, 14.8.2021

giovedì 12 agosto 2021

Il dogma dell’Assunzione, espressione della Tradizione della Chiesa

«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte. Era necessario che colei, che aveva portato nel suo seno il Creatore fatto bambino, abitasse nei tabernacoli divini. Era necessario che la sposa del Padre abitasse nei talami celesti. Era necessario che colei che aveva visto il suo Figlio sulla croce, ricevendo nel cuore quella spada di dolore dalla quale era stata immune nel darlo alla luce, lo contemplasse sedente alla destra del Padre. Era necessario che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio e da tutte le creature fosse onorata come Madre e Ancella di Dio», così dichiara il padre della Chiesa san Giovanni Damasceno (dopo il 650-750). Era necessario… la Fede cattolica è sempre una religione di logica, una religione di ragione, non di sentimentalismi. Tuttavia, l’uomo credente, in terra, non giungerà mai alla “perfetta scientificità” della Fede, essendo solo il Creatore Onnisciente e rimarrà sempre, per lui, una porzione di Mistero. Altrimenti che Fede sarebbe?

Gesù disse all’incredulo san Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 29). Il Giudice misericordioso premierà chi è rimasto fiducioso e fedele agli insegnamenti del Verbo incarnato senza aver toccato con mano. Infatti, nell’altra vita, Fede e Speranza spariranno in quanto non saranno più necessarie queste virtù teologali, essendo state risolte nella perfetta compiutezza di sé in Cristo. Rimarrà solo più la Carità. Ecco che credere nella Tradizione della Chiesa è un fatto sia logico che indispensabile, altrimenti non è autentica Fede cattolica.

Papa Pio XII, nella sua Costituzione apostolica Muneficentissimus Deus, del 1° novembre dell’Anno Santo 1950, dove egli porta a dogma di Fede la glorificazione di Maria Santissima con la sua Assunzione al Cielo in anima e corpo, s’incunea perfettamente nella linea aurea della Tradizione della Chiesa, quella in grado di resistere ai marosi della storia umana. La storia della Salvezza conduce un percorso molto diverso dalle correnti umane, il più delle volte pronte ad agire contro la volontà di Dio; ma l’intervento della Provvidenza divina irrompe, nonostante tutto, nella stessa storia umana, essendo più forte delle tenebre demoniache, che costantemente insidiano, come leoni ruggenti e lupi che si travestono da pecore, il corso della vita individuale e collettiva. Lo stesso Pontefice apre in questi termini la Costituzione mariana: «Il munificentissimo Dio, che tutto può e le cui disposizioni di provvidenza sono fatte di sapienza e d’amore, nei suoi imperscrutabili disegni contempera nella vita dei popoli e in quella dei singoli uomini dolori e gioie, affinché per vie diverse e in diverse maniere tutto cooperi in bene per coloro che lo amano (cf. Rm 8, 28)».

Con parole che rimandano a considerazioni perfettamente allineate con i nostri tempi presenti, dove si manifestano «gravissime calamità e l’aberrazione di molti dalla verità e dalla virtù», il Papa stabilisce una perfetta connessione fra il dogma dell’Immacolata Concezione e quello della sua Assunzione: Cristo con la sua morte ha vinto il peccato e la morte, e sull’uno e sull’altra ha trionfato vittoriosamente e riporta vittoria anche chi, in virtù di Cristo, è stato rigenerato soprannaturalmente con il battesimo. «Ma per legge generale Dio non vuole concedere ai giusti il pieno effetto di questa vittoria sulla morte se non quando sarà giunta la fine dei tempi. Perciò anche i corpi dei giusti dopo la morte si dissolvono, e soltanto nell’ultimo giorno si ricongiungeranno ciascuno con la propria anima gloriosa. Ma da questa legge generale Dio volle esente la beata vergine Maria. Ella per privilegio del tutto singolare ha vinto il peccato con la sua concezione immacolata; perciò, non fu soggetta alla legge di restare nella corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo solo alla fine del mondo».

 

Oltre ai Padri e Dottori della Chiesa, papa Pacelli include anche, come fondamento del dogma dell’Assunzione, la Liturgia. Tema decisamente scottante nei nostri giorni, in cui la rivoluzione in tal senso ha compiuto un’opera drammatica nel contribuire a scardinare la dottrina. Pio XII cita (non bisogna dimenticare che egli scrive nel 1950) come fonte, per avvalorare il credo dell’Assunzione, sia la Liturgia d’oriente che quella d’occidente e mentre la prima continua a non subire variazioni, quella d’occidente è stata rivoltata e avvelenata al termine degli anni Sessanta del Novecento.

Attingere alla fonte della Sacra Liturgia è vitalità irresistibile della veridicità della dottrina creduta e praticata, «essendo anche una professione delle celesti verità, sottoposta al supremo magistero della chiesa, può offrire argomenti e testimonianze di non piccolo rilievo, per determinare qualche punto particolare della dottrina cristiana» (Mediator Dei: AAS 39 (1947), p. 541; EE 6/475).

Nella Liturgia bizantina viene ripetutamente collegata l’assunzione corporea di Maria Santissima non solo con la sua dignità di Madre di Dio, ma anche con altri suoi privilegi, specialmente con la sua maternità verginale, prestabilita da un disegno celeste: «A te Dio, re dell’universo, concesse cose che sono al disopra della natura; poiché come nel parto ti conservò vergine, così nel sepolcro conservò incorrotto il tuo corpo, e con la divina traslazione lo conglorificò» (Menaei totius anni).

 

A differenza di molteplici e prolissi documenti della Chiesa contemporanea, che affermano, attraverso meccanismi dialettici, talvolta ambigui e talaltra di manifesto errore, e con opinioni evidentemente slegate dalla sua Tradizione, il magistero preconciliare ha sempre utilizzato, sull’esempio della docenza di Gesù e dei Vangeli, un linguaggio snello, aderente alla logicità, alla chiarezza e alla nettezza. Anche in questo caso, nella Muneficentissimus Deus, l’autore sostiene con determinazione che «la liturgia della Chiesa non crea la fede cattolica, ma la suppone, e da questa derivano, come frutti dall’albero, le pratiche del culto, i santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi rivolti al popolo in occasione di questa festa non vi attinsero come da prima sorgente la dottrina; ma parlarono di questa come di cosa nota e ammessa dai fedeli; la chiarirono meglio; ne precisarono e approfondirono il senso e l’oggetto, dichiarando specialmente ciò che spesso i libri liturgici avevano soltanto fugacemente accennato: cioè che oggetto della festa non era soltanto l’incorruzione del corpo esanime della beata vergine Maria, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste “glorificazione”, a somiglianza del suo unigenito Gesù Cristo».

La meraviglia dell’unica religione vera al mondo – Extra Ecclesiam nulla salus, espressione che rimanda a ciò che disse Cristo stesso: Chi non è con me è contro di me (Mt 12, 30), Chi non è contro di noi è per noi (Mc 9, 40) e a ciò che affermò il primo Papa: «Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (Atti 4, 11-12) – sta proprio nella chiarezza dei suoi principi, ma anche alla sua Tradizione, senza la quale è inquietudine, infelicità e distruzione.

In questa Tradizione s’incastona perfettamente il dogma dell’Assunzione, a cui venne data risposta teologica dai Dottori della Chiesa, come sant’Alberto Magno, maestro di san Tommaso d’Aquino, il quale, dopo aver raccolti, per provare questa verità, vari argomenti, fondati sulla Sacra Scrittura, sui Padri della Chiesa e sulla Sacra Liturgia, conclude: «Da queste ragioni e autorità e da molte altre è chiaro che la beatissima Madre di Dio è stata assunta in corpo ed anima al disopra dei cori degli angeli. E ciò crediamo assolutamente vero» (Mariale sive quaestiones super Evang. “Missus est“, q. 132.); inoltre, in un discorso tenuto il giorno dell’Annunciazione di Maria, spiegando il saluto dell’angelo Gabriele: «Ave, o piena di grazia …», il dottore universale mette a confronto la Santissima Vergine con Eva, che fu immune dalla quadruplice maledizione alla quale Eva fu soggetta.

Il grande gesuita e cardinale san Roberto Bellarmino esclama: «E chi, prego, potrebbe credere che l’arca della santità, il domicilio del Verbo il tempio dello Spirito Santo sia caduto? Aborrisce il mio animo dal solo pensare che quella carne verginale che generò Dio, lo partorì, l’alimentò, lo portò, o sia stata ridotta in cenere o sia stata data in pasto ai vermi» (Conciones habitae Lovanii, concio 40De Assumptione B. Mariae Virginis).
Sulla stessa linea san Francesco di Sales, che con il suo dolce modo domanda: «Chi è quel figlio che, se potesse, non richiamerebbe alla vita la propria madre e non la porterebbe dopo morte con sé in Paradiso?» (Oeuvres de St François de Sales, Sermon autographe pour la fete de l’Assomption).

Con lo stesso rigore logico, il vescovo sant’Alfonso Maria de’ Liguori scrive: «Gesù preservò il corpo di Maria dalla corruzione, perché ridondava in suo disonore che fosse guasta dalla putredine quella carne verginale, di cui egli si era già vestito» (Le glorie di Maria, parte II, disc. 1. 28).

Mentre san Pietro Canisio non usa mezzi termini e va dritto nel contrastare il fallace pensiero di coloro che non credono nella glorificazione non solo dell’anima, ma anche del corpo della Madre di Dio: «Questa sentenza […] è issata talmente nell’anima dei pii fedeli e così accetta a tutta la chiesa, che coloro che negano che il corpo di Maria sia stato assunto in cielo, non vanno neppure ascoltati con pazienza, ma fischiati come troppo pertinaci, o del tutto temerari e animati da spirito non già cattolico, ma eretico» (De Maria Virgine), come dimostrano i protestanti, i quali non credono né all’Immacolata Concezione, né alla sua perenne verginità, né alla sua Assunzione in Paradiso. Ma defraudare la Iánua cáeli di tali divini doni significa precludersi la sua materna, regale e potente intercessione, che non ha pari nel Cuore di Gesù. (Cristina Siccardi)

giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.