Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 19 aprile 2020

L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più che la fede degli altri (S. Gregorio Magno)

Una riflessione sul Vangelo della Domenica in Albis (S. Giovanni XX, 19-31) tratta dalle Omelie sui Vangeli di San Gregorio Magno.


«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravvedete in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto»? Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.
Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

(S. Gregorio Magno, Om, 26, 7-9; PL 76, 1201-1202. da dontresal.altervista.org)

sabato 21 luglio 2018

La vita consacrata sottostimata: autolesionismo dello stesso cattolicesimo

Pubblichiamo volentieri questo simpatico contributo del nostro amico Franco Parresio; articolo quanto mai attuale anche a seguito della recente polemica sollevata dall’Istruzione vaticana Ecclesiae Sponsae Imago, in special modo dal § 88, che renderebbe, secondo fondate voci critiche, la verginità … non più necessaria, o meglio non più requisito necessario per accedere all’Ordo virginum (cfr. M. Gatti, "La verginità non è necessaria". E le Spose di Cristo insorgono, in Il Giornale, 17.7.2018, nonché in Corrispondenza romana, 20.7.2018; O. Rudgard, Consecrated virgins need not be virgins, says Vatican, in The Telegraph, July 16th, 2018; V. Ecclesiae Sponsae Imago, in Consecrated Virginity). 
Buona lettura, dunque.

Edmund Blair Leighton, Maternity, 1917, collezione privata

La vita consacrata sottostimata: autolesionismo dello stesso cattolicesimo

di Franco Parresio

Da quando Bergoglio, incontrando più di un anno fa (sabato 28 gennaio 2017 nella Sala Clementina) i rappresentanti degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni (vqui), ha parlato di vera e propria «“emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa», si è visto un fiorire di articoli su questo scottante tema; uno è quello del teologo Giulio Meiattini, benedettino della Scala di Noci, dal titolo C’è posto per la vita consacrata? La debolezza dell’ecclesiologia recente, pubblicato su Apulia Teologica. Rivista della Facoltà Teologica Pugliese (anno 2, luglio-dicembre 2017, pp. 435-464). 
Luise Max-Ehrler,
The Latest Trends, 1920
È proprio il Meiattini ad usare le due espressioni forti che fanno da titolo a questo articolo, incolpando «la teologia corrente (che si insegna e che si studia)», che, con la «svolta antropologica» e la «conversione pastorale», ha finito per sottostimare «uno stile di vita che “rinuncia” in vista di un trascendente non verificabile» (ivi, p. 436).
«Ora, se è vero che “l’attacco specifico ai religiosi”, manifestatosi dalla rivoluzione francese fino alle leggi di secolarizzazione dell’Ottocento e alle persecuzioni comuniste nel secolo scorso, “manifesta che la loro vita è una caratteristica vitale del cattolicesimo”, che appunto si voleva colpire in loro, e se è vero che “l’ecologia cattolica subisce una vera crisi per il disboscamento della foresta, rappresentata dalle comunità religiose”, allora c’è da domandarsi se il silenzio, la sottovalutazione o il raro e modesto apprezzamento che la vita religiosa ha ricevuto nella più qualificata riflessione ecclesiologica post-conciliare non manifestino, in modo sotterraneo, una forma di autolesionismo dello stesso cattolicesimo. […] Tacere sulla vita consacrata o presentarla in modo insufficiente e marginale è un vulnus per l’intera Chiesa. Direi perciò, e ancora di più, che non si tratta neppure semplicemente di una debolezza dell’ecclesiologia attuale, ma di un segno di debolezza dell’ecclesiologia in quanto tale» (ivi, pp. 460-461).

Alla luce di quest’ultima battuta mi è sorto un simpatico sospetto: che il buon Don Giulio abbia letto il mio articolo (pubblicato qualche mese prima del suo) su questo blog dal titolo La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi (vqui), nel quale – guarda caso – lo cito. Ma il sospetto diventa meno simpatico giacché anche la sua analisi appare come il goffo tentativo autoassolutorio, rifuggendo la scomoda autocritica e puntando il dito contro la «neo-manualistica ecclesiologica post-conciliare, dalla quale risulta un prevalente oblio della vita religiosa e/o consacrata» (Meiattini, op. cit., p. 437). Mi verrebbe da chiedergli: quanto gli stessi ordini religiosi sono stati e sono capaci di autopromuoversi? Poco o nulla, e per giunta male… molto male! E questo dal momento che i religiosi si comportano da secolari, anzi di più, con una mentalità tutta mondana (vedi l’abbigliamento firmato indossato da molti di loro). Un amico mi riferiva scandalizzato di un giovanissimo frate con i sopraccigli depilati secondo la moda corrente. Io stesso ho visto un padre cappuccino (non più giovane), come questo frate, in più vestito con jeans un po’ laceri, ma nuovi e, per giunta, costosi, perché così si usa oggi. Alla faccia della povertà vera e anche di quella evangelica!

Pietro Aldi,
Fra Filippo Lippi corteggia la sua modella Lucrezia Buti,
1879, Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow
Questi religiosi si salvano solo perché appaiano simpatici agli occhi di quelli che affollano (oramai pochi) le sagrestie. Ma non incantano nessuno!

Ma il problema, che sembrerebbe riguardare più gli ordini di vita attiva, riguarda pure quelli di vita contemplativa, anch’essi oramai seriamente in crisi di identità, tutt’una con la crisi di vocazioni: tanto in entrata, tanto in uscita. Soprattutto quest’ultima, significata dalla sopradetta emorragia di religiosi, che ogni anno, in modo impressionante, abbandonano la vita consacrata.

Che cosa li induce all’abbandono? La durezza della vita religiosa? O non piuttosto la mollezza e la rilassatezza con la quale molti conventi e monasteri vivono la propria regola?

Qui non voglio cavalcare la polemica sollevata circa una ventina di anni fa in Via col vento in Vaticano – libro scandalo pubblicato da un gruppo di ex officiali di Curia con lo pseudonimo de “I Millenari” (vqui) –, in cui un capitolo (il diciannovesimo) mette sullo stesso piano «potere, vegetanza e celibato», ma far riflettere sul fatto che c’è poco da scherzare… quantunque si cerchi di mascherare il tutto col prenderci per mano, abbracciarci e baciarci come vecchi amici (pur conoscendoci molto superficialmente!), e – perché no!? – banchettando ad ogni occasione, nel rispetto della regola oramai consolidata che tutto debba finire a tarallucci e vino. Tanto alla fine ciò che conta è: vogliamoci bene!

Concordo con Meiattini quando scrive: «Il capitolo VI della Lumen gentium e il decreto Perfectae caritatis è come se non fossero mai stati scritti» (Meiattini, op. cit., p. 438); ma mi chiedo, e gli chiedo: solo colpa del post Concilio con «opere di ecclesiologia che tacciono del tutto sull’argomento» (ivi, p. 437)? O non già del Concilio stesso, a più di cinquant’anni dalla sua conclusione ricordato ancora con l’incipit della Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo»? Una frase, questa, ripetuta non molti giorni fa dall’arcivescovo di Taranto, intervenuto a Il libro possibile di Polignano a Mare (BA). Quella frase – per come è da sempre enfatizzata – costituisce, secondo me, il vero “vulnus per l’intera Chiesa”! E ciò già all’indomani della conclusione del Concilio. Una prova? L’inchiesta, prima e dopo il Concilio, di Sergio Zavoli sulla vita claustrale femminile. In particolare ricordo l’intervista a una giovanissima monaca carmelitana, che, da dietro la grata, parlava di piena realizzazione di sé, nonostante le signorili provocazioni di Zavoli; la stessa, qualche anno dopo la conclusione del Concilio, contattò il nostro giornalista, per metterlo al corrente della sua nuova scelta di vita: la ex monaca, non più giovanissima, appariva a colori e vestita con abiti secolari, più disinvolta e sicura di sé. Aveva lasciato il carmelo insieme ad una consorella, per condurre con questa, da consacrata laica, una vita nel mondo. Oggi, con ogni probabilità, sarebbe rimasta monaca, dal momento che non è più il mondo a cercare i conventi, bensì il contrario. La dimostrazione qualche giorno fa di una carmelitana, autorizzata dalla sua superiora a uscire dalla rigida clausura per… portate il proprio cane di razza ad un concorso di bellezza. Ci mancava la suora cinofila! Forse per dirci ancora una volta che suora o frate è bello? Certo, se si è nel mondo e del mondo! Un mondo che applaude, rimanendo indifferente al messaggio cristiano della salvezza.

Allora come adesso è quell’incipit dianzi ricordato della Gaudium et spes a dover essere seriamente interrogato. Perché da esso dipende tutto il resto, in primis l’interpretazione in chiave mondanistica delle stesse costituzioni conciliari, tra cui spicca la Sacrosanctum Concilium, dove la troppa comprensibilità della Liturgia ha portato questa a svuotarsi della cosa più seria e più importante per l’uomo: il Sacro. E questo Don Giulio dovrebbe capirlo, insegnando al Sant’Anselmo, dove – ho motivi di credere – sia stato confezionata proprio la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia. La riforma liturgica parla benedettino! Lo sosteneva nelle sue lezioni un noto professore di Teologia liturgica, formatosi al Sant’Anselmo negli anni immediatamente dopo il Concilio, non perdendo occasione di esaltare quello ritenuto il padre della riforma liturgica: Odo Casel. Ma, allora, perché oggi tra i più agonizzanti ci sono proprio i monasteri benedettini che hanno propugnato la riforma liturgica, a differenza di quelli che, invece, non vi hanno aderito e che sono addirittura in crescita? Perchè la loro è innanzitutto una crisi di identità! Lo dimostrano le sperimentazioni sincretistiche col buddismo tibetano iniziate dal trappista Thomas Merton cinquant’anni fa e portate avanti sino ai giorni nostri (si sente sovente parlare di monasteri benedettini che proprongono corsi di esercizi spirituali con tecniche yoga). Senza tener minimamente conto che il buddismo è religiosamente ateo. È chiaro che un giovane, seriamente intenzionato ma scarsamente motivato dai diretti superiori e confratelli, resiste poco in monastero. Tanto vale essere un buon laico piuttosto che un cattivo religioso… sebbene anche da buon laico non è affatto semplice vivere oggigiorno il proprio cristianesimo. Ma è importante che l’inclito Ordine Benedettino (come è chiamato nell’incipit della Mediator Dei) torni a risplendere dell’originaria bellezza, amando la liturgia gregoriana, che trova la sua più alta espressione nell’usus antiquior del Rito Romano, sull’esempio di quei pochi monasteri in decisa crescita perché lo hanno abbracciato… a differenza di tutti gli altri che, invece, pur storicamente importanti e prestigiosi, rischiano di chiudere, rimanendo tuttavia irremovibili sulla assoluta bontà della riforma liturgica, dichiarata dal magistero bergogliano “irreversibile”… esattamente come il coma.

Intanto stiamo a vedere. Chi vivrà vedrà.

giovedì 24 maggio 2018

L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

È stato pubblicato nei giorni scorsi il libro di P. Sapienza dedicato a papa Montini. In esso si riporta, integralmente, il verbale del colloquio tra Paolo VI e Mons. Marcel Lefebvre; un verbale scritto dall’allora mons. Benelli, futuro arcivescovo di Firenze.
Nel rileggere oggi quelle pagine emerge tutta la miopia di Montini ed al contempo la lungimiranza profetica addirittura di Mons. Lefebvre. Montini vedeva già all’epoca, addirittura, con grande immaginazione (o forse illusione, che spacciava per realtà) secondo noi, una ripresa della fede (sic!!!); Mons. Lefebvre la sua demolizione. Chi aveva ragione???
Beh …. è singolare che Paolo VI si fosse dimenticato che, giusto quattro anni prima, aveva, in un suo celebre discorso, affermato che il fumo di Satana era entrato da qualche fessura nella casa del Signore (Omelia, 29.6.1972). Non ci soffermiamo a verificare a chi fosse spettato suturare le fessure per evitare che il fumo penetrasse. Prendiamo, invece, solo atto che lo stesso Montini lamentasse il diffondersi del dubbio, dell’incertezza, dell’inquietudine, dell’insoddisfazione, della sfiducia nei confronti della Chiesa. E sol quattro anni dopo, Montini parlava di una ripresa … . Stava mentendo???
Ancora qualche annetto prima, nel 1969, sempre Paolo VI aveva parlato in termini altrettanto drammatici: «La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava a una fioritura, a un’espansione serena dei concetti maturati nella grande assise conciliare» (Discorso ai membri del Seminario lombardo7.12.1968). Sembrava una fioritura, ma poi si è rivelato ben altro: fumo di Satana, come ammetterà candidamente Montini appena quattro anni dopo!
Dopo Montini, pure papa Wojtyla ebbe modo di dire la sua, esprimendosi in termini altrettanto allarmati. Quel Pontefice, in effetti, affermò: «Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva» (Giovanni Paolo II, Allocuzione al Convegno Nazionale “Missioni al popolo per gli anni ‘80”, 6.2.1981, § 2): in altre parole l’apostasia dalla fede nella stessa Chiesa, visto, che interessa i cristiani! E già negli anni ‘80 del secolo scorso, dunque, Giovanni Paolo II parlava di confusione, smarrimento e delusione dei cristiani! Dov’era dunque la ripresa vista da Montini nel settembre 1976?
Chi si rivelò, dunque, autenticamente profetico? Montini o Lefebvre??? Chi dei due si rivelò lungimirante??? Lasciamo ai lettori il retto e scontato giudizio, essendo indiscussa la miopia di Paolo VI.
Noi rinviamo al libro di Quirino Maestrello, L’autodemolizione della Chiesa Cattolica, pubblicato a puntate, in esclusiva, su Radiospada (v5.9.201312.9.201318.9.201326.9.20133.10.201310.10.201317.10.201324.10.201331.10.20137.11.201314.11.201321.11.20138.11.2014). Nella festa di Maria SS., Aiuto dei cristiani, rilanciamo questo contributo sul soprariferito episodio tra Montini e Mons. Lefebvre.





L’incontro tra Paolo VI e mons. Lefebvre: a noi posteri la facile sentenza

di Andrea Maccabiani



È da pochi giorni rimbalzata sui blog la notizia lanciata da Vatican Insider sull’uscita del libro di padre Leonardo Sapienza “La barca di Paolo”, in cui viene riportato integralmente il verbale del colloquio avvenuto tra Paolo VI e mons. Marcel Lefebvre. L’incontro avvenne a Castel Gandolfo, la residenza estiva dei pontefici, l’11 settembre del 1976, presenti anche don Pasquale Macchi, segretario particolare di papa Montini e don Giovanni Benelli, sostituto della Segreteria di Stato e futuro arcivescovo di Firenze. È proprio quest’ultimo il redattore delle otto cartelle che ora vengono a galla grazie alla pubblicazione di padre Sapienza. L’incontro durò dalle 10.27 alle 11.05 ma in quei pochi minuti è condensato un universo di problemi e argomenti che tengono banco ancora oggi, a distanza di 42 anni. I temi trattati non sono certo una sorpresa: ciò che fa effetto è sentire le voci di questi protagonisti riecheggiare dal freddo verbale stilato da un funzionario di curia. Diciamocela tutta: ciò che dice mons. Lefebrve è ciò che vorremmo dire anche noi se solo avessimo possibilità di poter esprimerci con il Potere. Lui ha però avuto l’occasione di farlo veramente, con coraggio e coerenza. A noi resta la soddisfazione di vedere, dopo 42 anni, cosa nel frattempo è successo e – perché no – chi dei due ha visto più lungo e forse aveva davvero ragione.
Ad oggi l’unico testo su cui confrontarsi è quello che Andrea Tornielli riporta sul suo blog, con alcuni stralci parafrasati. Resta il “beneficio del dubbio” sull’aderenza della sua versione in prosa con il documento vero e proprio. Intanto analizziamone alcuni punti:
Mons. Lefebvre introduce subito un passaggio fondamentale di tutto questo colloquio, ovvero il rapporto tra fede e obbedienza:
«La situazione nella Chiesa dopo il Concilio» è «tale che noi non sappiamo più che cosa fare. Con tutti questi cambiamenti o noi rischiamo di perdere la fede o noi diamo l’impressione di disobbedire. Io vorrei mettermi in ginocchio e accettare tutto; ma non posso andare contro la mia coscienza. Non sono io che ho creato un movimento» sono i fedeli «che non accettano questa situazione. Io non sono il capo dei tradizionalisti… Io mi comporto esattamente come facevo prima del Concilio. Io non posso comprendere come tutto d’un tratto mi si condanni perché formo preti nell’obbedienza della santa tradizione della santa Chiesa»
Paolo VI a tal proposito aveva così esordito:
«Lei ha giudicato il Papa come infedele alla Fede di cui è supremo garante. Forse è questa la prima volta nella storia che ciò accade. Lei ha detto al mondo intero che il Papa non ha la fede, che non crede, che è modernista, e così via. Debbo, sì, essere umile. Ma Lei si trova in una posizione terribile. Compie atti, davanti al mondo, di un’estrema gravità…»
L’attenzione pare rivolta sul problema dell’autorità messa in discussione. È vero che viene nominata la fede ma essa pare più funzionale al ruolo dell’autorità: in pratica mettendo in discussione l’ortodossia del Pontefice viene minata la sua potestà nella Chiesa. Questa sembrerebbe la prima preoccupazione: non la questione in sé stessa ma in quanto funzionale al ruolo.
Lefebvre non manca di sottolineare la già grave situazione del clero e della vita religiosa:
«Cerco di formare preti secondo la fede e nella fede. Quando guardo gli altri Seminari, soffro terribilmente: situazioni inimmaginabili. E poi: i religiosi che portano l’abito sono condannati o disprezzati dai Vescovi: quelli invece che sono apprezzati, sono quelli che vivono una vita secolarizzata, che si comportano come la gente del mondo»
Allorché Montini replica:
«Ma Noi non approviamo affatto questi comportamenti. Tutti i giorni ci adoperiamo con grande fatica e con uguale tenacia ad eliminare certi abusi, non conformi alla legge vigente della Chiesa, che è quella del Concilio e della Tradizione. Se Lei avesse fatto lo sforzo di vedere, di comprendere quello che fo e dico tutti i giorni, per assicurare alla Chiesa la fedeltà all’ieri e la rispondenza all’oggi e sì domani, non sarebbe arrivato al punto doloroso in cui si trova. Siamo i primi a deplorare gli eccessi. Siamo i primi ed i più solleciti a cercare un rimedio. Ma questo rimedio non può essere trovato in una sfida all’autorità della Chiesa. Gliel’ho scritto ripetutamente. Lei non ha tenuto conto delle mie parole»
A noi posteri viene già da sorridere. Non siamo più nel ‘76, periodo certamente caldo, ma nel 2018: quali rimedi si sono cercati o trovati? Dove sono finiti i presunti sforzi di conservare la fedeltà all’ieri? Dove la tenacia ad eliminare gli abusi? Mistero. Il bestiario clericale non ha fatto altro che ingrossarsi di esempi e aneddoti che non riusciremmo nemmeno a catalogare data la mole. Quando si pensa di aver toccato il fondo, ancora oggi si resta sorpresi di quanto spazio ci sia ancora più giù. Si può anche toccare con mano che non c’è mai stata alcuna repressione verso abusi o bizzarrie più o meno gravi: quanti parroci sono rimossi dai loro incarichi per aver ballato in chiesa durante la S. Messa oppure per aver benedetto coppie omosessuali? Quanti privati del sostentamento dell’8 per 1000 per aver negato la Resurrezione di Gesù Cristo oppure trasportare l’Eucarestia con un drone in chiesa? Quanti hanno subito persecuzioni per aver negato i dogmi mariani o per essere stati beccati con amanti di ambo i sessi? Quasi nessuno. Addirittura alcuni hanno meritato per questo delle promozioni. Il lettore si chieda ora: quanti sacerdoti sono stati allontanati dai loro incarichi per la veste talare, la messa antica, l’altare ad orientem, la predicazione della dottrina di sempre? Il rapporto è agghiacciante. Infatti ad essere accusato davanti al pontefice che pur si gloriava di “lavorare con tenacia ad eliminare certi abusi” era mons. Lefebvre, che in fondo si limitava a fare ciò che avrebbe fatto un decennio prima e non i vescovi e sacerdoti sessantottini. Viene il dubbio che i “certi abusi” che si voleva “eliminare” fossero davvero quelli della chiesa fuori moda e non altri. Quei grandi impicci alla modernità che rimanevano, come mons. Lefebvre, quali massi erratici di un cammino che si voleva spianare alla svelta.

Evidentemente gli eccessi non sono stati efficacemente deplorati

La risposta di papa Montini rimarca il solito punto: l’autorità. Elenca rimedi e metodi (?) ma non intende includere tra questi l’attacco all’autorità. Il connubio tra coscienza/fede e potere/autorità è assolutamente sterile: non porta rimedio. Questo lo possiamo affermare con cognizione di causa a distanza di decenni.
Proseguiamo.
Lefebvre rivolge al Papa «una preghiera. Non sarebbe possibile prescrivere che i Vescovi accordino, nelle chiese, una cappella in cui la gente possa pregare come prima del Concilio? Oggi si permette tutto a tutti: perché non permettere qualcosa anche a noi?». Risponde Paolo VI: «Siamo una comunità. Non possiamo permettere autonomie di comportamento alle varie parti».Lefebvre riprende: «Il Concilio ammette il pluralismo. Chiediamo che tale principio si applichi anche a noi. Se Vostra Santità lo facesse, tutto sarebbe risolto. Ci sarebbe aumento di vocazioni. Gli aspiranti al sacerdozio vogliono essere formati nella pietà vera. Vostra Santità ha nelle mani la soluzione del problema…»
Questo è un altro passaggio sconcertante. È possibile ammettere la buona fede di Paolo VI quando dice “non possiamo permettere autonomie di comportamento”? Non sapeva forse –lui così bene informato, come ci ricorda anche lo zelante Tornielli – che già nel ‘76 ciascuna conferenza episcopale faceva di testa propria? Il catechismo olandese? Le traduzioni arbitrarie del già problematico novus ordo? Le preghiere eucaristiche che nascevano come funghi? Se si pensa che solo attendendosi fedelmente al nuovo rito è possibile, seguendo le varie piste proposte, celebrare decine di messe differenti l’una dall’altra, in centinaia di lingue nazionali, dove si troverebbe la coesione e l’unità del comportamento? Facile: come dice Lefebvre e conferma Montini, si può fare tutto tranne giocare a fare la vecchia chiesa fuori moda col suo rito vetusto e polveroso. Col senno di poi non paiono così lontane le lacrime versate da tanti vescovi all’uscita del Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, alla notizia della liberalizzazione dell’antico messale. Non pervenute invece le lacrime dei pur numerosi vescovi pro-vita quando papa Bergoglio ha dimostrato in svariate occasioni apprezzamenti verso la pluri-omicida Emma Bonino. Ortopedici e fisioterapisti tastano il paziente cercando di toccare vari punti alla ricerca di quello che fa più male. Qui non è difficile capire quale sia il punto che genera dolore e quelli che invece non sono un problema. Infatti mons. Lefebvre conclude sottolineando che papa Montini ha la possibilità di chiudere la questione. Ma non lo fece. Continua anzi a difendere i lupi dicendo:
«È doveroso, in pari tempo, riconoscere che ci sono segni, grazie al Concilio, di vigorosa ripresa spirituale fra i giovani, un aumento di senso di responsabilità fra i fedeli, i sacerdoti, i vescovi».

Tipico esempio di “ripresa”

Comecomecome? Non solo vede la ripresa (pare di sentire Mario Monti o Matteo Renzi) ma addirittura la scorge vigorosa. La vedeva davvero? Non lo sappiamo. Possiamo solo dire che non c’era allora e non si intravede nemmeno adesso dopo 42 anni da quel giorno. Una cosa la vedeva bene perché c’era davvero: l’attacco all’autorità. Così Paolo VI conclude il colloquio:
«Faccia una dichiarazione pubblica, con cui siano ritrattate le sue recenti dichiarazioni e i suoi recenti comportamenti, di cui tutti hanno preso notizia come atti posti non per edificare la Chiesa, ma per dividerla e farle del male.»

Sarebbe stato bello sentire rivolta questa frase a qualche vescovo tedesco, a qualche vescovo teologo della liberazione, a qualche generico professore di teologia. Invece niente. È stata proprio rivolta a mons. Lefebvre. D’altronde poco prima Paolo VI aveva avuto modo di dire che della crisi della Chiesa: «Ne soffriamo profondamente. Lei ha contribuito ad aggravarla, con la sua solenne disubbidienza, colla sua sfida aperta contro il Papa». Riecco il problema dell’autorità. L’obbedienza cieca e assoluta messa in crisi. Se non fanno breccia le idee -che non avrebbero potuto essere forti nemmeno se avessero voluto – deve convincere il pugno di ferro. Lo vediamo anche oggi, dove si assiste ad un quotidiano surreale silenzio su tutto ciò che si dice o si scrive Oltretevere. Si aspetta sempre che la situazione precipiti. Se precipita si aspetta che peggiori. Se peggiora si aspetta che si schianti. Si aspetterà forse la canonizzazione di Paperino o Paperoga o l’elezione del primo cardinale donna-islamica-lesbica? Anche fosse ci sarebbe silenzio, ne sono certo. Mons. Lefebvre ha parlato e subito. Ha detto 42 anni fa le cose che vorremmo dire noi. Avrà sofferto, ma questa soddisfazione l’ha avuta. 

Fonte: Riscossa cristiana, 21.5.2018

martedì 1 novembre 2016

Litanie dei Santi

In questo momento di gravissima crisi della Chiesa e della fede, nel quale coloro che difesero indefessamente la fede cattolica sono additati, addirittura, come esempi negativi, invochiamo l'intercessione della Chiesa celeste, dei Santi e segnatamente di quelli che hanno combattuto le eresie di ogni risma, particolarmente il veleno di Lutero e degli altri c.d. riformatori. 




domenica 28 agosto 2016

I tre mezzi supremi della dissoluzione in corso

Nella festa dell’insigne Dottore della Chiesa e vescovo d’Ippona Agostino, rilanciamo questo contributo.

Ludovico Fiumicelli, Madonna col Bambino in trono e Santi (SS. Agostino, Giacomo minore, Marina-Marino, Filippo apostolo) e doge Andrea Gritti (Vergine della Salute), 1536-37,  chiesa degli Eremitani, Padova

Luca Ferrari (da Reggio), Madonna con Bambino e Santi (SS. Agostino, Antonio da Padova e Giovanni Battista), 1640-54, Parrocchia Villa Estense, Padova

Ambito veneto, S. Agostino scrivente, 1773, Padova

Ambito emiliano, S. Agostino, XVIII sec., Bologna

Ambito veneto, SS. Atanasio ed Agostino, XVIII sec., Padova

Ambito veneto, Madonna della cintola con i SS. Agostino e Monica, XVIII sec., Padova

Ambito lombardo, S. Agostino, XVIII sec., Bergamo

Ambito napoletano, S. Agostino scrive ed abbatte l'errore, XIX sec., Cerignola

Ambito meridionale, S. Agostino, XIX sec., Lucera

I tre mezzi supremi della dissoluzione in corso

«Mentire è un vizio che conduce al male, ma è davvero una gran virtù quando è rivolta al bene. Perciò sii più virtuoso che mai. Si deve mentire come il diavolo, non timidamente, non di tanto in tanto, ma audacemente e sempre». (Voltaire, lettera a Thiriot)

di Massimo Viglione

Le ragioni per le quali il nostro mondo sta andando verso la dissoluzione e il nichilismo assoluto sono molteplici, ma ve ne sono tre fondamentali, su cui si basano tutte le altre.

1. Perché i dissolutori sanno che possono dire qualsiasi folle o ridicola menzogna (che i bambini di un anno hanno bisogno di sesso e quindi la pedofilia pacifica va accettata, o che è giusto cantare a ballare “Gelato al cioccolato” durante la Messa, o che l’Islam è una religione di pace, o che l’Italia è un paese proiettato verso il futuro, o che gli insetti sono buoni, e così via), che prima o poi, a furia di essere detta e ridetta, sarà da alcuni accettata, da molti difesa, da quasi tutti infine inverata;
2. perché i dissolutori sanno che qualsiasi cosa ci facciano (modificarci antropologicamente insegnando l’omosessualismo e il gender perfino nelle scuole ai nostri bambini, ridurci in miseria, toglierci il posto fisso e la pensione, mandare in galera gli innocenti che si difendono e liberare i violenti che assalgono gli innocenti, dare le case degli italiani agli immigrati, distruggere la nostra civiltà e dissolvere il nostro popolo mediante un’invasione generale delle nostre terre, profanare mostruosamente le cose più sacre della nostra religione, e così via)… noi non reagiamo. Basta una partita di calcio, un cellulare, un divertimento, e dimentichiamo tutto. Compresi migliaia di morti ammazzati nelle nostre strade senza difesa alcuna.
Loro sanno che noi non reagiamo. Ci hanno anche messo Facebook come sfogatoio generale… Tanto sanno che facciamo poco o nulla di concreto. Tutte cose per loro perfettamente gestibili.
3. Poi c’è l’adesione – conscia o inconscia che sia – alle mode e al “mainstream”: meglio non apparire scomodi, diversi, ma apparire come ci vogliono. Meglio non pensare e pensare solo a noi stessi.

Ecco le tre armi invincibili della dissoluzione, perché annullano ogni possibile reazione: menzogna, abitudine, moda.
Ci hanno tolto le armi per difenderci, ogni genere di armi. E, ora, di conseguenza, siamo indifesi.
In più, coloro che dovrebbero essere le nostre guide e i nostri difensori, i nostri maestri e punti di riferimento, sono passati nella quasi totalità con i dissolutori e sostengono il loro gioco in ogni modo possibile, ma anzitutto, ancora una volta, con la menzogna eretta a sistema di indottrinamento psicologico “delle masse”. Perché ci hanno trasformato da persone in “massa”.
E chi non si adegua, è intollerante, esagerato, pericoloso, ridicolo, oppure razzista, omofobo, ecc. ecc. E deve essere isolato, licenziato, emarginato, perché non accetta la menzogna, l’abitudine, la moda.
Ecco spiegato in poche righe il meccanismo operativo della dissoluzione.
Poi c’è il meccanismo ideologico a monte. Ma quello è molto più complicato.
Volete sapere qual è la verità? La verità è che oggi mentono tutti, o quasi tutti. Come nessun altra società della storia passata, la nostra è la società della menzogna eretta a sistema di vita pubblica.
Non per niente, come loro stessi dicono, siamo tutti figli di Voltaire.
E i risultati sono dinanzi ai nostri occhi.
Forse, sarebbe giunto il momento non solo di dirci la verità tutta e fino in fondo, ma – cosa enormemente più difficile a farsi – accettarla come essa è. Ammettere di aver sbagliato, magari per anni, magari per una vita intera. Ammettere che i “nostri eroi” mentono, e che sono diventati “eroi”, ovvero hanno raggiunto quella posizione di potere, proprio perché mentono. Dovremmo ammettere a noi stessi che non è difficile capire quando un potente, chiunque sia, mente: è sufficiente utilizzare il proprio cervello ed essere onesti fino in fondo. Costi quello che costi.
È l’unica via di salvezza che abbiamo. Altrimenti, il ghigno sulfureo di colui che è l’incarnazione stessa dell’illuminismo e della modernità ci sommergerà tutti per sempre.
Ricordiamoci di 500.000 cristiani che hanno dato la vita in Francia per non aver ceduto a quel ghigno tra il 1792 e il 1794.
Ecco uno spunto di meditazione in chiusura di questa estate del 2016.

mercoledì 30 marzo 2016

Anima immortale o resurrezione dei morti? Et-et, cioè tutte e due

Rilanciamo volentieri, in questo mercoledì di Pasqua nel quale tradizionalmente erano benedetti gli Agnus Dei (nel primo anno di pontificato e successivamente ogni sette anni), quest’interessante contributo tratto da Riscossa cristiana.


Anima immortale o resurrezione dei morti? Et-et, cioè tutte e due

“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna” (Mt 10, 28).

di Carla D’Agostino Ungaretti

L’esortazione rivoltaci da Gesù, nel Discorso Apostolico secondo Matteo, è piena di significati e di conseguenze sui quali l’umanità dovrebbe seriamente tornare a riflettere, soprattutto in questa travagliata epoca che ha determinato il trionfo del materialismo e l’affievolimento (per non dire la totale scomparsa) del senso del peccato[1]. Due sono i punti salienti di quell’esortazione: da un lato, l’immortalità dell’anima e da un altro, l’esistenza del demonio e dell’inferno. In questa mia riflessione, non certo da teologa o da esegeta ma da cattolica “bambina”, mi soffermerò sul primo dei due problemi, rimandando il secondo a un’occasione futura, sempre Deo favente.
Con il termine “anima” si intende comunemente l’elemento spirituale dell’uomo che, a differenza di quello corporeo, non conoscerebbe l’esperienza della morte. È un tema particolarmente coinvolgente, oltre che affascinante, perché è strettamente connesso con quello che ciascuno di noi immagina sia il nostro destino escatologico.  Che cosa ci aspetta dopo la morte fisica? L’annientamento eterno, indistinto e inconsapevole, un sonno profondo dal quale non ci sarà risveglio, come sostengono i materialisti e i laicisti più sfegatati (e in questo caso non dobbiamo aspettarci nulla, perché saremo completamente incoscienti), ovvero la sopravvivenza di quella componente totalmente immateriale del nostro essere che i credenti chiamano “anima” e i non credenti “mente”, anche se i due termini non sono esattamente sinonimi? E se c’è una sopravvivenza, ci aspetta il premio per la nostra vita virtuosa e la nostra fedeltà a Dio o il castigo eterno per i nostri peccati? Il problema è enorme e non può essere liquidato tanto facilmente non pensandoci mai come fanno molti, perché allora ci accomuneremmo agli animali[2].
Lo studio dell’anima è affascinante, come dicevo poc’anzi, non solo per l’ “homo religiosus”, ma anche per l’antropologo, perché gli consente di studiare le modalità con le quali l’essere umano di tutti i tempi e di tutte le latitudini ha immaginato il suo destino dopo la morte, segno che l’aspirazione a una qualche forma di immortalità è sempre stata presente nel cuore e nella mente degli uomini. Infatti tutte le civiltà e tutte le religioni ritengono che “qualche cosa” dell’essere umano sopravviva dopo la morte fisica.
Le neuroscienze moderne però creano alcuni problemi al riguardo e pretendono, senza peraltro riuscirci, di trovare soluzioni totalmente materialistiche. Secondo Edoardo Boncinelli, un primo e più naturale significato del termine “anima” sarebbe “una sorta di energia vitale e di principio organizzatore che permea gli esseri viventi,  ne sostiene l’attività e ne coordina le funzioni”[3] . Inoltre egli riporta, condividendola, l’opinione di F. Crick, secondo il quale la parte più immateriale e, innegabilmente, spirituale dell’uomo sarebbe da identificare con la capacità di tradurre un impulso elettrico nel suo significato. La mente – termine che molti preferiscono usare invece di “anima” – trasformerebbe qualcosa di implicito (neurostato) in qualcosa di esplicito(psicostato). Il passaggio da uno stato all’altro è detto “binding”, ma Boncinelli riconosce onestamente che gli scienziati non sanno che cosa sia esattamente, né come avvenga quel passaggio. Se esso si identifica con una presa di coscienza collettiva e può essere interpretato come capacità di dare un significato, allora si può pensare che esso abbia a che fare con la capacità linguistica dell’uomo. Boncinelli distingue l’autocoscienza, cioè la capacità dell’uomo di raccontare in parole quello che sta vivendo, dalla coscienza fenomenica, di carattere cognitivo – affettivo che si fa fatica a comunicare adeguatamente. Poiché il potersi esprimere implica capacità di progettazione e azione, tale capacità secondo lui sarebbe la caratteristica dell’autocoscienza[4].
“Sarà … !” commenta, certamente non persuasa, la vostra amica cattolica “bambina”. Ma piuttosto si domanda: “Chi ha “progettato e instillato” nel cervello umano quell’ “energia vitale, o principio organizzatore” che gli scienziati non sono neppure riusciti a capire come funzioni  e, tanto meno, riuscirebbero a fabbricare  in laboratorio, se non Qualcuno la cui intelligenza trascende enormemente le capacità umane?”  A questa domanda gli scienziati non rispondono.
Ma come è stato trattato nei secoli il problema dell’anima e dello spirito – termini che io, invece, preferisco usare – di quelle parti, cioè,  impalpabili della persona umana che non si vedono ma che è impossibile negare, perché sono sempre stati capaci di produrre effetti straordinari e, loro sì, ben visibili?[5] Al tempo, ormai purtroppo lontano, del mio liceo classico – frequentato come usava una volta, ossia sul serio, e non secondo la deleteria moda post sessantottina – la filosofia greca mi aveva particolarmente appassionato. Infatti, avendo io ricevuto una rigorosa educazione cattolica basata sul Catechismo di S. Pio X – fatto come tutti sanno di domande e risposte, facilissime da memorizzare, che mi aveva insegnato come, dopo la morte, l’anima non muore col corpo, ma va in Paradiso o all’inferno –   inizialmente avevo trovato nei grandi filosofi greci, e soprattutto in Platone, una straordinaria assonanza con il messaggio cristiano, come se Dio avesse instillato in quella grande mente, una sorta di anteprima di quella Parola che sarebbe stata pronunciata secoli dopo.
E infatti un po’ è avvenuto davvero così, anche se soltanto un po’: infatti già Platone, nel Fedone, aveva intuito che l’anima è razionale, spirituale e immortale, tanto che la filosofia patristica aveva trovato nella sua dottrina una straordinaria armonia con la frase di Gesù che ho citato in epigrafe. Ma più tardi, progredendo negli studi e nel cammino di fede, ho capito che le cose non stanno esattamente in questi termini, o meglio l’anima è, sì, immortale, ma è tale perché così Dio, creandola, l’ha voluta e non già perché essa vive, eterna ed increata, nel Mondo delle Idee ed esce dalla sostanza di Dio per entrare in un corpo, come credeva Platone. Secondo lui, filosofo per molti versi affascinante a causa delle poetiche immagini mitologiche di cui si serve per illustrare il suo pensiero, essendo l’anima totalmente distinta dal corpo, l’uomo non può essere costituito da corpo e anima insieme, ma “è” l’anima, e solo quando morendo si sbarazza del corpo, egli può godere del suo destino immortale.
Invece, a differenza di Platone, secondo il pensiero ebraico dell’Antico Testamento Dio crea l’anima dal nulla, ed essa forma un tutt’uno con il corpo. Nell’Antico Testamento non esiste alcuna forma di dualismo tra anima e corpo, infatti sappiamo che per gli antichi Patriarchi l’idea di immortalità e di premio dopo la morte coincideva con la speranza di avere una lunga discendenza. Disse il Signore ad Abramo: “Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande … Guarda il cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”. E soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia”  (Gen 15, 1 ss). Perciò  in Abramo, nei Patriarchi  e nei libri successivi alla Genesi non si rintraccia una chiara visione della sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Anzi: “Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità … tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere” , afferma il Qoèlet (Eccle 3, 20)[6] , ma ciò non significa che esso riveli una sorta di antropologia materialistica, perché l’uomo è anche spirito (in ebraico “ruah”). Dio solo è la fonte della vita e l’uomo vive perché ha ricevuto da Lui il soffio vitale, grazie al quale è capace di entrare in relazione con Lui. Ma il termine più usato nella Scrittura è il “cuore”, sede dei sentimenti e dei pensieri, sede della vita, parte del cervello, fattore di unità dell’uomo .“Allevia le angosce del mio cuore / liberami dagli affanni”  implora il Salmo 25, 17 .
Ricordo che al liceo il mio professore di filosofia faceva notare ai suoi allievi il diverso atteggiamento di Socrate e di Gesù di fronte alla morte. Socrate, secondo  Platone, bevve la cicuta deliberatamente e serenamente perché per lui la morte significava liberazione dalla prigionia del corpo; invece Gesù, vero uomo oltre che vero Dio, ebbe paura  della morte, come ce l’hanno tutti gli uomini di questo mondo. Giunto al Getsemani, “cominciò a sentire paura e angoscia … e diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. (Mc 14, 34). “Egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte … ” (Eb 5, 7). Infatti la morte è un evento orribile perché è la conseguenza del peccato, cioè della disobbedienza volontaria a Dio, pericolo dal quale Dio stesso aveva chiaramente messo in guardia Adamo ed Eva (Gen 2, 17). Il peccato, perciò, ha provocato la morte, cioè la  separazione eterna dal Padre che invece è il Dio della Vita. Gesù accetta la morte solo perché in essa riconosce la volontà del Padre per la redenzione dell’uomo[7]; perciò i cristiani tengono ben distinto il concetto dell’immortalità dell’anima, tipico della filosofia greca, da quello  della resurrezione dei morti che, rispetto al primo,  per opera di S. Paolo, rappresenta un notevole passo avanti.
Anche Paolo, nelle lettere, rivela una visione unitaria dell’uomo che sarebbe composto addirittura da tre elementi: spirito, anima, corpo (1Ts 5, 23). L’unica opposizione che egli esprime è tra quella tra “sarx” (carne), con significato negativo indicante la parte istintuale e passionale dell’uomo, e “soma” (corpo), indicante l’uomo tutto intero, luogo in cui interagiscono la parte materiale e quella spirituale. Nella visione paolina l’uomo è un corpo animato o un’anima in quanto corpo: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente , santo e gradito a Dio” (Rm 12, 1). Ma il corpo, che è composto di carne e anima insieme, vive in conflitto con lo spirito. Lo spirito spinge l’uomo verso Dio, ma il corpo sente la tentazione della carne: “Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste” (Gal 5, 16, 17). Ma come mai avviene tutto questo, dato che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio? Perché la vita  dell’uomo è stata contagiata per sempre dal peccato originale e può guarire e tornare all’originaria comunione con Lui non liberandosi del corpo (come diceva Platone), né con l’osservanza della legge (come nell’Antico Testamento) e tanto meno con le sue sole forze – come sostenevano la gnosi e l’eretico Pelagio, la cui dottrina fu dimostrata totalmente errata sia teologicamente che filosoficamente  da S. Agostino – ma solo per i meriti dell’incarnazione, morte e resurrezione di Gesù Cristo.
Ciò nonostante, l’uomo rimane libero di peccare perché in lui rimane sempre la tendenza a soddisfare la carne; perciò la vera liberazione, secondo Paolo, non avverrà dal corpo (come diceva Platone) ma sarà la liberazione del corpo, tutto intero, da ciò che gli impedisce di diventare spirituale, e dalla morte, che è la più temibile conseguenza del peccato. Infatti l’aspetto qualificante del Nuovo Testamento non è l’immortalità dell’anima – sulla quale non si discute perché, come ha detto Gesù,  non può essere uccisa – ma la resurrezione dei corpi.
La visione biblica e patristica dell’uomo presenta di lui una visione unitaria: l’anima conferisce una dimensione all’uomo tutto intero ed è l’uomo tutto intero ad essere redento e salvato nella vita nuova donatagli da Dio attraverso Cristo. Paolo stesso constatò di persona la differenza culturale con l’ellenismo quando si presentò davanti ai colti e smaliziati Ateniesi dell’Areopago per parlare loro della Resurrezione di Cristo: “Ti sentiremo su questo un’altra volta” gli risposero i più educati, mentre altri lo derisero, “ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti fra questi anche Dionigi  membro dell’Areopago e una donna di nome Damaris” (At 17, 34). Le donne, a cominciare da Maria di Nazareth e da sua cugina Elisabetta, sono sempre state più ricettive degli uomini alla Parola di Dio.
Il Simbolo Apostolico, professione di fede dell’inizio del III secolo, parla di “resurrezione della carne”, mentre il Simbolo Niceno – Costantinopolitano – che recitiamo ogni domenica durante la S. Messa ed è una rielaborazione del primo per opera del Concilio di Costantinopoli del 381- preferisce l’espressione, più completa, “resurrezione dei morti” a significare, cioè, l’uomo tutto intero, composto di anima e di corpo. Infatti nella resurrezione la creazione intera viene ricondotta, per intervento divino, a un nuovo progetto cosmico, nel senso etimologico greco di “ordine”, “armonia”.  “La creazione stessa … nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio … tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto … anche noi, che possediamo le primizie dello spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. (Rm 8, 22 ss)[8] .
Allora crolleranno le limitazioni dello spazio e del tempo nelle quali ora viviamo immersi, saremo come apparve Gesù ai discepoli lo stesso giorno  della Resurrezione “mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano”, come fu visto da Tommaso otto giorni dopo, sempre “a porte chiuse”(Gv 20, 19- 26) e vedremo Dio faccia a faccia.
E che ne è dell’anima dopo la nostra morte e finché il resto dell’umanità è ancora immersa nelle dimensioni dello spazio e del tempo? Se l’anima è immortale, come ha detto Gesù, non possiamo credere che muoia anch’essa, così come muore fisicamente il corpo, in attesa di risorgere con esso alla fine dei tempi. La Chiesa ha sempre impegnato la sua autorità di “Mater et Magistra” nell’insegnarci che le anime dei grandi Santi, che in duemila anni di storia hanno vissuto e operato nel solco tracciato dalla Parola di Dio osservandola in grado eroico, ora sono presso di Lui, vedono Lui faccia a faccia e vedono e assistono noi con le loro preghiere. Ma non solo loro, anche se solo a loro è riservato il culto pubblico: il grande mistero della Comunione dei Santi – cioè di tutti coloro, anche i più ignoti, le cui anime si sono salvate – ci insegna che possiamo e dobbiamo pregare per loro, nella certezza che anche loro continuano ad amarci e a proteggerci, come le persone che abbiamo amato e che ci hanno preceduto nell’incontro con Dio.
Ho condotto questa mia umile e necessariamente incompleta riflessione da cattolica “bambina” sull’anima e sulla Resurrezione promessaci da Cristo, Bibbia alla mano e davanti agli occhi, non certo elaborati trattati filosofici e teologici, ma il testo di filosofia del mio antico liceo classico, come si conviene appunto a una cattolica “bambina”. Perciò non pretendo di aver detto nulla di eccezionale ma, mentre ringrazio il Signore per avermi fatto il dono della fede, spero che Egli  si serva delle mie povere parole per instillare nel cuore e nella mente di chi prova la terribile tentazione del dubbio, qualche piccolo seme di speranza, perché “nella speranza siamo stati salvati … e se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza” (Rm 8, 24 – 25).

[1] Con grande soddisfazione di Eugenio Scalfari che, come grande risultato delle sue frequentazioni personali con Papa Francesco, ha messo più volte in risalto questo affievolimento.

[2] Aldo Grasso riferisce che nell’Enciclopedia Einaudi 1977 – 1982,  monumento allo scientismo novecentesco politicamente corretto, compare la voce “corpo” ma non la voce “anima”, perché (secondo l’editore) compito dell’Enciclopedia è “rischiarare la mente degli uomini per liberarli dalle tenebre dell’ignoranza e della superstizione attraverso conoscenza e scienza” Cfr. IL CORRIERE DELLA SERA, La Lettura, 7.2.2016, pag. 4. Il Prof. Grasso aggiunge di aver letto la voce “corpo” e di averci capito poco, segno (aggiungo io) che neppure il compilatore di quella voce ha le idee chiare in proposito.

[3] Cfr. E. Boncinelli, I segreti della mente? Molecole, cellule e circuiti nervosi”, IL CORRIERE DELLA SERA, La Lettura, 7.2.2016, pag. 4.

[4] Cfr. E. Boncinelli, Quel che resta dell’anima, Milano, Rizzoli, 2015, pag. 29 e seguenti.

[5] Basti pensare a quello che sono stati capaci di fare in ogni tempo i  grandi Santi della Chiesa, lasciando che lo Spirito Santo guidasse le loro anime sulla strada tracciata da Dio.

[6] Mentre rifletto su questo versetto del Qoèlet, mi viene in mente che esso dovrebbe piacere agli animalisti che, come è noto, negano la superiorità dell’uomo rispetto agli animali. Chissà che, leggendolo, non arrivino pian piano ad apprezzare la Sacra Scrittura approdando prima o poi al Cristianesimo? Le vie del Signore sono infinite e forse questo potrebbe essere un “preambulum fidei”, come dice S. Tommaso d’Aquino. Ma forse lavoro di fantasia e mi do troppe arie da filosofa consumata …

[7] Anche l’Apocalisse presenta la morte come l’ultima nemica che sarà sconfitta (20, 14).

[8] Questa notissima frase della Lettera ai Romani mi offre lo spunto per un’ulteriore riflessione, forse poco ortodossa, ma allora mi aspetto di essere corretta da chi ne sa più di me. E’ noto che le piante e gli animali non hanno un’anima immortale quindi sarebbero fatti di pura materia, ma se è vero che anche la materia spera di essere redenta alla fine dei tempi, non possiamo sperare che anche per loro, sue creature, Dio abbia progettato una sorta di resurrezione finale, senza ritenere necessario rivelarlo all’uomo? Sono stata molto criticata per questa mia ipotesi, ma io penso che se Dio ha creato il mondo per amore, non può abbandonare nel nulla eterno quelle altre sue creature, ontologicamente  inferiori all’uomo e del tutto incolpevoli del peccato da lui commesso.