Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 25 febbraio 2023

25 febbraio 1570 - S. Pio V scomunicava la regina Elisabetta I e la deponeva


Il 25 febbraio 1570 il Papa san Pio V pubblicava la bolla Regnans in excelsis:

“... Sorretti dunque da quella Autorità che volle collocarci, sebbene impari rispetto a tanto onere, su questo supremo trono di giustizia, nella pienezza della potestà apostolica, dichiariamo la predetta Elisabetta eretica e fautrice di eretici, e dichiariamo che, assieme ai suoi seguaci, è incorsa nella sentenza di scomunica e che così sono distaccati dall’unità del corpo di Cristo. In aggiunta, dichiariamo la medesima Elisabetta privata del preteso regno, così come di ogni dominio, dignità e privilegio; nonché sciogliamo da ogni giuramento i nobili, i sudditi ed i popoli di questo regno ..."

sabato 24 marzo 2018

Anniversario della morte dell'infame e sanguinaria Elisabetta I Tudor, illegittima figlia dell'empio Enrico VIII

Come ci ricorda un nostro amico, il 24 marzo 1603, vigilia della festa dell'Annunciazione e dell'Incarnazione del Verbo (che quest'anno a causa della settimana santa è tuttavia spostata al 9 aprile), di Colei cioè che da sola sconfisse tutte le eresie, moriva Elisabetta I Tudor, figlia illegittima dell'empio Enrico VIII e di Anna Bolena, eretica, fautrice di eretici, nemica di Dio e della sua Chiesa, sanguinaria massacratrice di Cattolici, scomunicata e deposta da papa S. Pio V.
Così a lei si rivolgeva sant’Edmund Campion, gesuita martirizzato il 1º dicembre 1581:




Fonte: Luca Fumagalli, Edmund Campion: gesuita e martire, in Radiospada, 29.6.2016

Anni dopo, questa profezia di questo martire troverà la sua piena realizzazione.
Ella, dopo aver regnato 40 e passa anni, avendo per questo fatto anche un patto col Diavolo (è ciò è plausibilissimo stante le sue frequentazioni con l'esoterista John Dee, che stregone, teurgo, astrologo e negromante alla corte di Elisabetta, noto per evocare spiriti maligni con l'ausilio della cabala ebraica ai quali chiedeva consiglio in materia politica e bellica per conto della regina stessa), giace ora - secondo l'autorevole voce di S. Alfonso Maria de' Liguori - all'Inferno, rimpiangendo quello scellerato patto ed aver buttato la sua vita per l'eternità in cambio della vanità del regno: 

"Il terzo rimorso del dannato sarà il vedere il gran bene, che ha perduto. Dice S. Giovanni Grisostomo che i presciti saranno più tormentati dalla perdita fatta del paradiso, che dalle stesse pene dell'inferno: «Plus coelo torquentur, quam gehenna». Disse l'infelice principessa Elisabetta regina d'Inghilterra: Diami Dio quarant'anni di regno, ed io gli rinunzio il paradiso. Ebbe la misera questi quarant'anni di regno, ma ora che l'anima sua ha lasciato questo mondo, che dice? certamente che non la sente così; oh come ora se ne troverà afflitta e disperata, pensando che per quarant'anni di regno terreno, posseduto fra timori ed angustie, ha perduto eternamente il regno del cielo." (Apparecchio alla morte, Cons. XXVIII, Punto III).


Autore sconosciuto, Ritratto di Elisabetta con serpente, 1580-90, National Gallery, Londra. V. QUI


Paul Delaroche, Morte di Elisabetta I, regina d'Inghilterra, 1828, Museé du Louvre, Parigi

sabato 3 febbraio 2018

Il compito che ci attende – Editoriale di febbraio 2018 di “Radicati nella fede”

Nella festa del Santo vescovo e martire Biagio, rilanciamo quest’editoriale di Radicati nella fede, pubblicato anche da Riscossa cristiana.

Antonio Ugolini, Martirio di S. Biagio, 1821, Verona

Verezio (?), SS. Biagio ed Antonio abate, 1841, Pavia

Domenico Tojetti, Vergine assunta con i SS. Giovanni Battista e Biagio, 1842, Macerata

Francesco Pescatori, Miracolo di S. Biagio, 1847, Parma


Brunetto Aloi, Miracolo di S. Biagio, 1849, Palmi

Antonio Guadagnini, Miracolo di S. Biagio, 1851, Bergamo

Elisabeth Modell, Miracolo di S. Biagio, 1860, Trento

Paolo Bozzini, S. Biagio tra le SS. Franca ed Apollonia, 1864, Piacenza

Egisto Sarri (attrib.), S. Biagio, 1875 circa, Fiesole

Giuseppe Rollini, Sacra Famiglia con i SS. Lucia, Biagio e Nazario, 1878, Asti

Luciano Nezzo, S. Biagio intercede per una donna col bambino presso la Vergine Maria, 1884, Verona

Giovanni Bevilacqua, Madonna col Bambino in gloria tra i SS. Fermo, Rustico e Biagio, 1899, Verona

Bottega italiana, S. Biagio guarisce un bambino, XIX sec., Lucca

Ambito marchigiano, S. Biagio guarisce un bambino, XIX sec., Jesi

Scuola ferrarese, S. Biagio, XIX sec., Ferrara


IL COMPITO CHE CI ATTENDE


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 2 - Febbraio 2018

La protestantizzazione del Cattolicesimo è veramente il disastro più grande che poteva capitare, è opera del maligno che vuole annullare l'azione di Cristo nella vita degli uomini.
Se è tristissimo vedere come da più parti, troppe parti, non si perda occasione per inneggiare a Lutero anche in casa cattolica; se è penoso dover constatare che, con una superbia pari solo all'ignoranza, troppi pastori con le loro diocesi si affrettano a riabilitare Lutero, quasi che per quattro secoli nessuno avesse colto il nocciolo della questione; se è vergognoso vedere come, con un colpo di spugna, si possa cancellare il lavoro dei santi della riforma cattolica, che hanno smascherato gli inganni dell'eresia di Martin Lutero e dei suoi seguaci, è ancora più triste vedere come questo modo falso di vivere il cristianesimo si diffonda popolarmente, pressoché universalmente.
La protestantizzazione prende tante facce e coinvolge tanti aspetti, ma uno di quelli più rilevanti è la riduzione di tutto il Cristianesimo ad una fede astratta.
È la pratica realizzazione del Sola Fide di Martin Lutero.
Qual è la questione?
La questione è che la fede è diventata tutto! come se fosse la cosa più difficile e quindi l'unico dono da dare a Dio. Circola un'idea di fede come completamente staccata dalla ragione: una specie di “salto nel buio” che l'uomo compie spinto da una ispirazione interiore; una sorta di sentimento spiritualizzato.
Insomma, la fede viene travisata e giudicata un atto così straordinario, che quando un uomo rischia nell'atto di fede finisce per pensare di aver praticamente compiuto già il proprio “sacrificio” innanzi a Dio.
È come se si finisse col dire: “io credo, e quindi il Signore deve già essere contento di me”.
Sola Fide, solo la fede salva... si è così trasformato il cattolicesimo, anche popolare. Il mondo cristiano è per lo più fatto oggi di vaghi credenti, che si ritengono giusti perché fanno lo sforzo di non negare l'esistenza di Dio... e tutto resta qui. Un cattolicesimo così tristemente ridotto non produce più niente, anzi si piega alla completa adesione al mondo e al suo modo di vivere. È sotto gli occhi di tutti che questa protestantizzazione della Chiesa è stato il miglior veicolo per la completa laicizzazione della società.
Invece la fede è ragionevole, segue la ragione; credere in Gesù Cristo e nella Rivelazione è il modo più normale di ragionare: da indizi chiari risali alla conoscenza certa di Dio Trinità. I discepoli hanno fatto così, hanno visto l'eccezionalità della personalità di Cristo, lo hanno sentito parlare come nessun'altro; hanno visto i miracoli, che sono i segni della divinità di Gesù, hanno visto e toccato il suo corpo risorto e... hanno pagato con il sangue la loro testimonianza. È ragionevole allora fidarsi della loro testimonianza e quindi credere fermamente in Gesù Cristo.
In questo senso la fede non è proprio un “salto nel buio”, ma è semplicemente un tipo di conoscenza. È conoscenza indiretta, tramite testimone; è un cosa normale per l'uomo, normalissima. La maggioranza delle cose che conosciamo, le sappiamo perché qualcuno ce le ha testimoniate, non perché le abbiamo viste direttamente.
È per questo che la fede è obbligante, perché corrisponde ad un modo normale di ragionare. Ti fidi perchè hai le ragioni per fidarti: tutto questo non può essere l'eccezionalità, è la normalità.
La normalità è credere in Cristo, l'anormalità è non credergli, questo non solo dal punto di vista religioso, ma semplicemente umano.
Il Credo che cantiamo ogni Domenica a Messa non è fatto per dire a Dio che crediamo in lui, sarebbe troppo poco. È fatto invece per ribadire i contenuti della Rivelazione che crediamo, per ricordare tutte le principali verità di fede che Dio ci ha detto; e noi le crediamo fermamente perchè è ragionevole credere nell'autorità di Cristo che le ha rivelate, visto che ha dato segni innumerevoli e inequivocabili della sua divinità.
Per questo il problema non è credere, ma vivere di fede... cioè fare fino in fondo la volontà di Dio.
La vera questione è decidere di seguire ciò che Cristo ha detto e la Chiesa, nella sua Tradizione, ci indica: cioè vivere una vita totalmente diversa da quella che il mondo di oggi ci propone. Così hanno fatto i primi cristiani, che non andavano al circo dove ci si divertiva della violenza; così han fatto i martiri, così gli eremiti che per non peccare andavano in solitudine.
La lettera a Diogneto così descrive questa scelta decisa per la volontà di Dio:
«I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio. A dirla in breve, come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani» (Lettera a Diogneto, V,1-VI,1).
È questa la volontà di Dio, vivere secondo la fede. Invece il Protestantesimo ha fatto credere che l'opera è credere e solo per questo Dio dovrebbe ringraziarci. Il Protestantesimo è semplicemente un cristianesimo che non cambia il mondo, ma che è cambiato dal mondo.
Anche per noi, che vogliamo vivere secondo la grande Tradizione Cattolica, si pone la stessa urgente scelta: vivere secondo la fede o accontentarsi di credere?
È il bivio drammatico: da una parte c'è il cristianesimo che cambia il mondo e salva le anime, dall'altra parte un Protestantesimo che distrugge la presenza cristiana nel mondo.
E se vogliamo tradurre in modo più esplicito per noi, questo bivio drammatico diventa: fare la tradizione in tutto, a partire dalla messa, lasciando che essa coinvolga tutti gli aspetti della vita? oppure accontentarsi di disquisire solamente per una chiesa più tradizionale?
La fede senza le opere è morta, quindi non solo credere ma vivere di fede. E più nel piccolo vuol dire per noi fare una vita veramente tradizionale, e non solo pensarla per la chiesa e per il mondo.
Quanto lavoro ci attende in questo anno! Quanto lavoro per vincere il nostro imborghesimento, che è sempre il frutto di una terribile protestantizzazione.

giovedì 4 maggio 2017

Quanto siete disposti a rischiare per la vostra fede? Una serata evento a Molfetta con don Nicola Bux a commento del film “God’s not dead 2”, 14 maggio 2017, ore 20,00

Dopo il successo del primo film, torna a Molfetta, presso l’UCI Cinema, il film God’s not dead 2, in un evento con la presentazione di don Nicola Bux e Federica Picchi della Dominus Production (la società distributrice del film), domenica 14 maggio 2017, ore 20,00.
Nel film, uno dei testi chiamati dalla difesa, il detective James "Jim" Warner Wallace interpreta se stesso. Egli è autore del libro del 2013 Cold-Case Christianity: A Homicide Detective Investigates the Claims of the Gospels, con cui, sottoponendo ad analisi investigative e forensi i quattro Vangeli, guardando ciò che i testimoni hanno scelto di riportare, minimizzare od omettere del tutto, come dilatano il tempo o lo restringono, giunge alla conclusione che gli stessi riportano, pur da prospettive diverse, contengono testimonianze oculari riguardanti vita, parole, morte, mistero e resurrezione di Gesù di Nazaret. E questo in barba a coloro che vorrebbero che di Gesù non si conoscerebbero le effettive parole, poiché al suo tempo, non esistevano i registratori .... (cfr. Matteo Matzuzzi, Il capo dei gesuiti relativizza Gesù: "Non sappiamo quello che ha detto veramente", in Il Foglio, 22.2.2017; Sandro Magister, Ecco qua il vero "gesuita moderno". Al cui discernimento non scampa neppure Gesù, in Settimo Cielo, 23.2.2017, nonché in Chiesa e postconcilio, 23.2.2017; Paolo Deotto, Mons. Vincenzo Paglia e P. Arturo Sosa Abascal. Roba da pazzi? Valutate voi, in Riscossa cristiana, 23.2.2017; Antonio Livi, Gesù (non) dixit. Il gesuita che offende Cristo, in LNBQ, 24.2.2017, nonché in Chiesa e postconcilio, 24.2.2017; Aldo Maria Valli, Ma Gesù ha detto quel che ha detto? I “dubia” del generale dei gesuiti, in Cristianesimo cattolico, 24.2.2017).





God's not dead 2: rendere ragione della
Speranza che è in noi

«È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una sola volta»: questa frase riassume perfettamente il pensiero e l’atteggiamento di Paolo Borsellino nella sua lotta ardua contro la mafia ma anche il senso di ogni battaglia combattuta per un’ideale più grande, anzi, talmente grande, da rendere sensato anche il sacrificio della propria vita, per raggiungerlo.
Come nel caso del bellissimo e curatissimo film God’s not dead 2, basato su una storia vera in cui la protagonista, un’insegnante di scuola superiore (Melissa Joan Hart) rischia la propria carriera per aver risposto alla domanda di una studentessa a proposito di una frase evangelica pronunciata da Gesù. L’insegnante si trova così a lottare strenuamente, insieme al suo avvocato, per difendere il suo sacrosanto diritto alla libertà di pensiero e di parola.
Molto interessante è la maniera in cui, nel film, si evidenzia la trasmissione manipolata delle informazioni che subiscono un vero e proprio “inquinamento ideologico” da parte dell’accusa che, sulla base di elementi frammentari e adeguatamente decontestualizzati, riesce a mettere su un caso giudiziario, montato a regola d’arte che funga da monito per tutti e finalizzato alla rimozione di ogni argomentazione di fede dai luoghi pubblici.
La difesa, affidata al giovane avvocato di ufficio (Jesse Metcalfe) dimostrerà attraverso, una serie di prove schiaccianti, i contenuti affatto ideologici delle risposte fornite dalla professoressa alla sua alunna, in quanto basate su fatti storici, realmente accaduti e non su convinzioni personali. Il film si avvale di una trama avvincente e di un susseguirsi di avvenimenti ad un ritmo incalzante e ricco di colpi di scena.






venerdì 10 marzo 2017

“In eo supplício mórtui sunt omnes, præter Melithónem natu mínimum. Quem cum præsens mater ejus, fractis crúribus, adhuc vivéntem vidísset, sic cohortáta est: Fili, paulísper sústine; ecce Christus ad jánuam stat ádjuvans te. Cum vero reliquórum córpora plaustris impóni cérneret, ut in rogum inferréntur, ac fílium suum relínqui, quod speráret ímpia turba púerum, si vixísset, ad idolórum cultum revocári posse; ipso in húmeros subláto, sancta mater vehícula Mártyrum corpóribus onústa strénue prosequebátur. In cujus ampléxu Mélithon spíritum Deo réddidit, ejúsque corpus in eúmdem illum ceterórum Mártyrum rogum pia mater injécit; ut qui fide et virtúte conjunctíssimi fúerant, fúneris étiam societáte copuláti, una in cælum pervenírent” (Lect. VI – II Noct.) - Ss. XL (QUADRAGINTA) MARTYRUM

Questi soldati di Sebaste, nell’antica Armenia, martirizzati un 9 o 10 marzo verso il 320, ebbero un culto celebrato in tutto l’Oriente, in special modo in Cappadocia ed in Siria, dalla fine dello stesso secolo, come ci testimonia anche Sozomeno (cfr. Sozomeno, Historia Ecclesiastica, lib. IX, cap. 2, De inventione reliquiarum sanctorum quadraginta martyrum, in PG 67, col. 1597B-1602B). Furono cantati dai grandi dottori san Basilio (San Basilio Magno, Homilia XIX, In sanctos Quaradraginta martyres, a. 372, in PG 31, col. 507B-526A), san Gregorio di Nissa (San Gregorio di Nissa, Oratio I in Laudem SS. Quadraginta Martyrum, in PG 46, col. 749A-756C; Oratio II, ivi, col. 757A-772B; Oratio Laudatoria In Quadraginta Martyres dicta in eorum martyrio, ivi, col. 773A-788B), sant’Efrem Siro (Sant’Efrem il Siro, Hymni in SS. 40 martyres), ma anche san Guadenzio di Brescia (San Gaudenzio di Brescia, Sermo XVII, De diversis capitulis septimus, in PL 20, col. 959B-971B), i quali pronunciarono delle omelie in loro onore.
Di essi si fa menzione, poi, nel lezionario di Gerusalemme del 415-417 e poi nel Geronimiano.
La Chiesa di Armenia celebra la loro festa il sabato della IV settimana di Quaresima; il rito siriano il sabato tra il 7 ed il 14 marzo; il rito bizantino il 9 marzo, che è il giorno dato dalla loro Passio.
Ottennero, sin dall’Alto Medioevo, una grande celebrità anche in Occidente.
Il loro culto apparve a Roma nell’XI sec.: il sacramentario di San Lorenzo in Damaso ed il calendario dell’Aventino, ma anche il martirologio di San Pietro e di San Ciriaco, il lezionario di San Gregorio ed il passionario dei Santi Giovanni e Paolo menzionano questi martiri. Questo culto si è mantenuto da allora. Non sembra che esso fosse introdotto nella liturgia romana sotto l’influenza germanica, poiché all’infuori dell’Inghilterra, i calendari nordici non accordano grande interesse ai Martiri armeni. Poiché sono iscritti nel calendario di Napoli, bisognerebbe pensare piuttosto ad un’influenza orientale.
In ogni caso, la loro memoria penetrò nel Messale romano nell’XI sec. grazie alle diverse chiese medievali, che furono a loro dedicate nella Città eterna e dove assunse una forma decisamente popolare.
Il più antico luogo di culto nell’Urbe dedicato agli odierni Martiri fu un oratorio, eretto nel Foro romano, a sud dell’antica Fonte di Giuturna, nei pressi della Chiesa di Santa Maria Antiqua, verso l’VIII sec. Tale oratorio conserva ancor oggi – sebbene non più dedicato al culto – sulla parete di fondo un affresco della metà dell’VIII sec. raffigurante i Santi Martiri a cui era dedicato (cfr. Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 426). Nascosto da molto tempo, l’oratorio riapparve alla luce se non soltanto nel 1900.
Nel XII sec., Callisto II eresse loro un piccolo oratorio ai piedi del Gianicolo, non lontano dal titolo trasteverino di Callisto, ed è denominato oggi Chiesa dei Santi Quaranta Martiri e san Pasquale Baylon (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 663; Ch. Huelsen, op. cit., p. 427). Un’altra chiesa sotto il loro nome (Sanctorum Quadraginta in Vivariolo), e di cui si sa poco essendo oggi scomparsa, si elevava presso l’antico Campo Pretoriano: è menzionata all’epoca di Celestino III e poi ancora in quella di Innocenzo IV (Armellini, op. cit., p. 824; Huelsen, op. cit., p. 427). Più vicino al centro di Roma, sulla via papale, si elevava il tempio Sanctorum Quadraginta de calcarariis, consacrato oggi alle stigmate di san Francesco (Sacre Stimmate) (Armellini, op. cit., p. 492; Huelsen, op. cit., pp. 425-426) ed, infine, in prossimità dell’anfiteatro Flavio, si trovava il tempio Sanctorum Quadraginta, titolo cardinalizio oggi distrutto (Armellini, op. cit., pp. 139-140; Huelsen, op. cit., p. 426).
Un altare era loro dedicato nella basilica del Laterano (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 227), vicino alla tomba di papa Silvestro II, non lontano dall’entrata nella navata meridionale, ed opposto a quello sant’Antonino di Apamea nella parte settentrionale che l’Ordo lateranensis chiama in porticu maioris ecclesiae, benché sia già all’interno dell’edificio (ibidem, p. 374). I Quaranta soldati di Sebaste (Armenia) e sant’Antonino di Apamea, perciò, rappresentano i martiri d’Oriente al Laterano.
La messa ha un sapore assai antico, ma non presenta nulla di originale, poiché essa è composta di diverse parti di altre feste anteriori. Nel messale tradizionale la messa è con Rito semidoppio.
L’introito è tratto dal Sal. 34 (33). La natura dei santi martiri, esattamente come la nostra, inorridiva all’idea di soffrire: per questo, in presenza della prova, alzavano verso il Cielo le loro grida. Dio li ascoltò, non sottraendoli a questa prova, ma rendendoli superiori alla tentazione.
La preghiera-colletta è oggi molto bella, ma è tratta dalla messa dei sette Figli di santa Felicita.
La lettura è identica a quella dei santi martiri Fabiano e Sebastiano, il 20 gennaio.
Il Graduale, tratto dal Sal. 133 (132), esalta la costante concordia dei Martiri che sopportano insieme i tormenti, animati da una stessa fede e da un’identica unzione interiore dello Spirito Santo.
Il tratto e la lettura del Vangelo sono dal Comune dei Martiri, come il 20 gennaio.
L’offertorio è tratto dal Sal. 32 (31) e descrive la gioia celeste che succede al duro martirio.
Il versetto evangelico (Mt 12,50), cantato durante la Comunione, si rivela fuori dal suo posto primitivo, per il solo fatto che non corrisponde alla lettura del Vangelo del giorno. Appartiene difatti alla festa dei sette Fratelli martiri, figli di santa Felicita; e poiché questa festa era anche, a Roma, quella della loro madre, l’antifona della Comunione fa graziosamente allusione al senso più elevato che Gesù attribuisce al titolo di fratello, di sorella e di madre, dati a coloro compiono la volontà del suo Padre celeste.
Nella preghiera finale si afferma che, in presenza degli insondabili disegni di Dio, l’unico atteggiamento che convenga all’uomo è l’adorazione nel silenzio e nell’umiltà. Nessuno è necessario a Dio, e la sua gloria non soffre alcun detrimento anche se rifiutassimo di cooperarvi. Dio può trarre figli di Abramo anche dalle pietre; se siamo indocili, il danno è tutto nostro, perché Dio compirà per mezzo di un altro ciò che si sarebbe degnato di fare per nostra opera. Così fu per i quaranta Martiri di Sebaste. In cielo, gli angeli avevano preparato quaranta corone; uno dei confessori della fede svenne nei tormenti ed apostatò; ma fu sostituito immediatamente da uno dei boia che meritò la quarantesima corona.
Il culto verso i quaranta Martiri di Sebaste era anticamente molto diffuso in Oriente. Noi possediamo ancora il testo del loro testamento, che ormai la maggior parte dei critici ritiene autentico e che merita, di conseguenza, di essere considerato come vero gioiello dell’antica letteratura cristiana.





I quaranta martiri di Sebaste, X sec. d.C., Museum für Byzantinische Kunst, Bode-Museum, Berlino


Autore greco sconosciuto, I Santi 40 Martiri di sebaste, 1000 circa, Hermitage, San Pietroburgo

Santi Quaranta Martiri di Sebaste, XVI sec., Monastero Dionysiou, Monte Athos

Alessandro Turchi detto l'Orbetto, Martirio dei 40 martir di Sebaste, 1619-20, chiesa di S. Stefano, Verona

lunedì 26 dicembre 2016

La tenacia cristiana nonostante la tempesta persecutoria degli islamici, amici dell'Occidente ateo e laicista: è Natale, nonostante tutto










Divina Liturgia di Natale nella Chiesa maronita di S. Elia, nel centro storico di Aleppo, in Siria! 
Un popolo cristiano che, nonostante il freddo e la cessazione della persecuzione, non si arrende e rinasce sempre!




Pulizie ed allestimento del presepe da parte di giovani cristiani nella distrutta Cattedrale di S. Elia, in Aleppo




Presepe allestito dai giovani cristiani di Aleppo nella chiesa di Nostra Signora, dopo la liberazione di Aleppo

La gioia cristiana trionfa nonostante l'Occidente, ateo e laicista, pianga i terroristi ed i sedicenti profughi (in verità famiglie di terroristi e di collaborazionisti con i tagliagole islamici), facendo credere che i carnefici fossero le vittime e che i liberatori, invece, fossero carnefici (cfr. Giorgio Bernardelli, Natale ad Aleppo gioia nel quartiere cristiano, in LNBQ, 25.12.2016).
In Francia, ad es., la tour Eiffel si spegne e si riveste di nero, in segno di solidarietà per i militanti islamici e terroristici di Aleppo Est: