Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 1 maggio 2018

La Messa contemplativa – Editoriale di maggio 2018 di “Radicati nella fede”

Nella festa dei SS. Filippo e Giacomo, apostoli e martiri, nonché di S. Giuseppe artigiano, rilancio questo Editoriale di Radicati nella fede.

Jacopo Alessandro Calvi detto Il Sordino, SS. Filippo e Giacomo minore, 1811, Bologna

Vitale Sala, SS. Filippo e Giacomo, 1830, Vigevano

Tommaso Rasmo (attrib.), SS. Filippo e Giacomo minore, 1854-63, Trento

Ambito meridionale, SS. Filippo e Giacomo minore, XIX sec., Altamura




Modesto Faustini, S. Giuseppe con la Vergine Gesù fanciullo nella bottega di Nazaret, 1886-90, Cappella spagnola, Santuario della Santa Casa, Loreto

Giuseppe Stuflesser, S. Giuseppe lavoratore, 1940-60, Sulmona-Valva

LA MESSA CONTEMPLATIVA


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 5 - Maggio 2018

La cosa più insopportabile a un cuore cristiano è vedere attentare alla vita contemplativa, che è l'anima della vita cristiana.
“Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: L'anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?».
Usiamo le parole stesse di San Bruno, fondatore dell'ordine più contemplativo che la Chiesa conosca, i Certosini, per sintetizzare nel concreto la vita contemplativa. Di questa vita contemplativa la chiesa di oggi ha urgentemente bisogno. È la vocazione più elevata che possa esistere nel popolo cristiano, e il popolo cristiano ne ha assolutamente bisogno. Se scomparisse la vita contemplativa, il mondo cristiano perderebbe la sua anima.
Abbiamo deciso la pubblicazione in italiano de “La vie contemplative, son rôle apostolique” per una felice intuizione, quasi per un istinto interiore. Man mano che sono passati i giorni, sappiamo sempre di più il perché: occorre reagire alla confusione mortale che alberga nel popolo cristiano, avvelenato da un falso cristianesimo naturalista, che utilizzando ancora le parole cattoliche le svuota di vero significato. È una confusione a tutti i livelli, a tutti i livelli della gerarchia e del popolo. È un avvelenamento che sparge morte, la morte del cristianesimo integralmente vissuto.
L'avvelenamento del naturalismo toglie a Dio il primato; fa parlare ancora di Dio, ma Dio non è più tutto, e il primo. Dio è ridotto ad un interlocutore dell'uomo, che all'occorrenza l'uomo interpella o cita, ma da Dio non parte tutto e tutto non torna più a lui: è l'uomo che è al centro. E quando l'uomo è al centro, l'uomo si smarrisce, perché Dio è tutto, è il suo tutto. “Deus meus et omnia, mio Dio, mio tutto”, è l'espressione sintetica della vera religione sulle labbra di San Francesco.
La vita contemplativa pone il primato di Dio: essa in sé è giusta, perché pone l'uomo nella giusta posizione.
La Chiesa senza vita contemplativa muore nel naturalismo cristiano, che usa ancora i vocaboli della Tradizione riferendoli innanzitutto a un progetto umano. Si tratta del colpo maestro del demonio, l'ultimo inganno per distruggere ciò che ancora resta del cattolicesimo nel nostro tessuto sociale.
Chi se ne avvede appieno? Chi urla al pericolo? Continuiamo a sentire un silenzio assordante e complice dell'opera di Satana.
E Satana è il menzognero: anche lui dice che Dio è tutto, ma poi ti dice che Dio passa nel fratello, nel povero, nella comunità, nel pellegrino... ma non perché tu lo riconosca e lo servi in essi, bensì perché tu lo relativizzi: ti fa dire “Dio è tutto, ma siccome è dappertutto e in tutti, continuo a vivere la mia vita umana così com'è, con un po' di benevolenza in più...” e così compie la desacralizzazione della vita cristiana.
Il primato di Dio è un primato: è vero che passa anche attraverso i fratelli, attraverso il povero e l'afflitto, attraverso chi il Signore ti mette accanto, ma è Dio appunto che si rende presente! E lui è tutto!
Ebbene, per questo primato di Dio, da sempre la Chiesa ha riconosciuto che alcuni sono chiamati da lui a stargli difronte primariamente, e questo stargli difronte diventa il compito della vita. La Chiesa da sempre ha riconosciuto i contemplativi, eremiti o in comunità, li ha riconosciuti e difesi dal mondo con una legislazione precisa. Ha difeso gli “inutili” secondo il mondo, perché così necessari al mondo stesso. Sono gli uomini e le donne chiamati a fare costantemente memoria di Cristo, di Dio; e riconoscere che questa memoria è il contenuto di sé: “Mi fu detto: tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora mi accorsi che forse tutta la mia esistenza sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto. E il tuo ricordo mi riempie di silenzio” (Laurentius, monaco eremita).
La Chiesa di sempre li ha difesi, oggi invece tende a confondere per loro le carte e li mette in pericolo; li espone ad un pericolo ingiusto e mortale, con la scusa che Dio passa attraverso i fratelli.
Ma questo Contemplativo sarà sempre il definitivo, perché nella vita eterna, quando Dio sarà tutto in tutti, il contenuto della vita tutta dell'uomo sarà l'unione con Dio, carità infinita: “I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8).
Il contemplativo è perciò profetico: dice a tutti i cristiani, che vivono ancora nel mondo e dentro le occupazioni della vita, che alla fine resterà la contemplazione che è il vertice dell'attività, perché è Dio che opera. Cosa faremo nella vita eterna se non godere dell'unione perfetta con Dio? E come può un popolo senza contemplativi capire ancora la vita eterna?
Il popolo cristiano aveva nel passato, nel rito della messa, il profetico e definitivo del contemplativo: la messa della tradizione ti blocca difronte a Dio e alla sua azione, ti chiede un grado di contemplazione; la messa della tradizione ti chiede la contemplazione ponendoti il primato di Dio: il silenzio, le genuflessioni, il protendersi verso la sua venuta, lo spirito di adorazione... tutto e richiamo alla contemplazione.
Era così per tutto il popolo... poi hanno iniziato a dire che Dio passava attraverso i fratelli... e hanno infarcito la messa di parole e dialoghi, acclamazioni e gesti dentro un vortice sempre più banalizzante e disumanizzante, perché l'umano è fatto per la contemplazione, è fatto per Dio.
E il primato di Dio è scomparso dalla vita del popolo. E i fedeli non hanno più visto Dio nella Messa.
Ora, dopo la distruzione delle parrocchie, è il turno degli ultimi conventi rimasti, quelli contemplativi, perché gli altri conventi già non ci sono più. E tutto questo perché Dio passa per i fratelli.
Il cristianesimo c'è dove c'è la messa contemplativa.
Anche il monachesimo si salverà solo con la messa contemplativa, la messa della tradizione.
Ecco perché ci è parso importante parlare degli “inutili” in questo bollettino. Gli inutili per il mondo, i contemplativi quelli veri salveranno il cristianesimo ponendo di nuovo il primato di Dio.
Ma attenti, gli inutili saranno salvati dalla messa cattolica, la messa di sempre, la messa della contemplazione. Saranno salvati da essa, o non saranno più.

domenica 1 maggio 2016

Immagini per meditare nella festa di S. Giuseppe lavoratore



Ludwig Seitz, La Grazia divina ed il lavoro umano, XIX sec., Galleria dei Candelabri, Musei Vaticani, Città del Vaticano.
L’affresco allegorico, voluto dal papa della Rerum Novarum, Leone XIII, dimostra che, come il sole è necessario al vecchio lavoratore per far germogliare i suoi campi, così la Grazia divina dà vita e sviluppa la spiritualità.
Nel cartiglio al di sopra dei personaggi si legge il motto: Gratia Dei et contentione voluntatis excellentiam virtutis adipiscimur, cioè con la Grazia di Dio e lo sforzo di volontà si raggiunge l’eccellenza della virtù.

Attingiamo questo salutare pensiero sul lavoro da un nostro amico ed affezionato giovane lettore:

Il lavoro umano è necessità ed è una conseguenza del peccato originale. Dio infatti pronunziando la sentenza contro Adamo disse: « [...] maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. [...] Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra [...]» (Gen. III, 17). Lo stesso Gesù Cristo volle lavorare nella bottega di San Giuseppe, suo padre putativo, e fu non disdegnò affatto di essere chiamato «figlio del carpentiere» (Matth. XIII, 55): il Verbo infatti «annichilò se stesso, assumendo la condizione di schiavo divenendo simile agli uomini» (Phil. II, 7), «in ogni cosa, escluso il peccato» (Heb. IV, 15). Pure Nostra Signora lavorava (in casa, s’intende!) e così gli Apostoli e i discepoli vivevano del loro lavoro. Questo perché pur essendo una punizione il lavoro può essere, fonte di nobilitazione e soprattutto di santificazione se esso vien fatto in Cristo e per Cristo, come raccomanda l’Apostolo nell’Epistola della odierna festa: «Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini» (Col. III, 23).

La voce del Vicario di Cristo per l'odierna festa:

Poniamo la grande azione della Chiesa Cattolica contro il comunismo ateo mondiale sotto l’egida del potente Protettore della Chiesa, San Giuseppe. Egli appartiene alla classe operaia ed ha sperimentato il peso della povertà, per sé e per la Sacra Famiglia, di cui era il capo vigile ed affettuoso; a lui fu affidato il Fanciullo divino, quando Erode sguinzagliò contro di Lui i suoi sicari. Con una vita di fedelissimo adempimento del dovere quotidiano, ha lasciato un esempio a tutti quelli che devono guadagnarsi il pane col lavoro delle loro mani e meritò di essere chiamato il Giusto, esempio vivente di quella giustizia cristiana, che deve dominare nella vita sociale.

(Pio XI, enc. “Divini Redemptoris”, 19 marzo 1937)

sabato 19 marzo 2016

Speciale San Giuseppe - Guardiano della Sacra Famiglia

(Cliccare sull'immagine per il video)

San Giuseppe nella liturgia

Nella festa di S. Giuseppe, che, secondo gli apocrifi, sarebbe morto alla veneranda età di 111 anni in una data equivalente – secondo il nostro calendario – al 2 agosto (Biagio Gamba, Le età di San Giuseppe, blog Biagiogamba, 14.3.2016), rilancio questo studio su S. Giuseppe nella liturgia.



FESTE E RICONOSCIMENTI LITURGICI

In Oriente


Francesco Polazzo, Morte di S. Giuseppe,
1738, Collegiata dei Santi Nazaro e Celso, Brescia
Dobbiamo ancora incominciare dall’Oriente. Il tenore liturgico dell’apocrifa Storia di Giuseppe il Falegname e la sua diffusione, dimostrata dalle varie traduzioni, ci inducono ad ammettere un culto molto antico, che risale alla Chiesa giudeo-cristiana, dalla quale si è diffuso nelle zone di influenza di detta “Storia”, con la istituzione di una festa presso i Copti monofisiti egiziani, che di fatto commemorano la morte (Transito) del Santo precisamente al 26 Abîb (= 20 luglio, equivalente oggi, nel calendario gregoriano iniziato nel 1582, al 2 agosto). La “Storia” contiene tratti che indicano la sincera stima dei suoi propagatori verso il Santo.
Nel Sinassario Mediceo della Chiesa copta di Alessandria, scritto verso il 1425, al giorno 26 del mese di Abîb si legge: “Requies (= morte) sancti senis iusti Josephi fabri lignarii, Deiparae Virginis Mariae sponsi, qui pater Christi vocari promeruit”. I calendari che menzionano la festa di san Giuseppe in Oriente sono del secolo X, compilati nel monastero palestinese di San Saba. Di tale epoca è appunto il Menologio di Basilio II, considerato come il primo testimonio certo del culto di san Giuseppe in Oriente. Esso fissa la commemorazione di san Giuseppe nello stesso giorno di Natale (i re Magi e San Giuseppe, sposo e protettore della Santa Vergine) e il ricordo della fuga in Egitto il giorno seguente. Altri Sinassari collocano al 26 dicembre una festa di Maria e di Giuseppe suo sposo; essi celebrano, inoltre, nella domenica precedente il Natale, la festa degli antenati di Gesù, “da Abramo a Giuseppe, sposo della Beatissima Madre di Dio” e nella domenica posta nell’ottava di Natale la festa di san Giuseppe assieme al re Davide e a Giacomo il Minore.
Benedetto Luti, Morte di S. Giuseppe,
XVIII sec., Parrocchia dei SS. Stefano e Giacomo,
Potenza Picena
Nella poesia religiosa bizantina è illustre il siciliano san Giuseppe l’Innografo († 883), il cui nome è legato al Canone delle lodi di quest’ultima festa (PG 105, 1273-4).
I libri liturgici dei Siri alludono a san Giuseppe a partire dal secolo XIII (Add. mss. 14698, conservato al British Museum).
Come appare dall’insieme, non si tratta sempre di feste esclusive di san Giuseppe; esse, tuttavia, si collocano tutte nella prossimità del Natale con l’intento di includerlo nel mistero al quale egli intimamente appartiene.
Anche gli Ucraini cattolici, volendo introdurre una nuova festa di san Giuseppe in ossequio all’enciclica Quamquam pluries, scelsero il giorno dopo Natale, onorando così san Giuseppe in “Sinassi” con la S.ma Theotócos. Più recentemente, in occasione della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, la gerarchia Caldea ha voluto parimenti considerare la domenica precedente il Natale come la domenica di san Giuseppe.

In Occidente

Sebastián Martínez, S. Giuseppe con Gesù Bambino,
1650, museo del Prado, Madrid
I documenti occidentali sono anteriori di almeno un secolo a quelli orientali. Il culto di san Giuseppe è attestato per la prima volta nel manoscritto Rh 30, 3 (sec. VIII), conservato nella Biblioteca cantonale di Zurigo: “XIII kal. Aprilis Joseph sponsus Mariae”. La commemorazione di san Giuseppe al 20 marzo, che incontriamo nel Calendario-martirologio di questo codice, è la più antica menzione esplicita del Santo vicina al 19 marzo; esso proviene (1862) dalla abbazia benedettina di Rheinau, antica cittadina del Canton Zurigo, ma se ne ignora il luogo primitivo di origine, da ricercarsi nella Francia settentrionale o nel Belgio, e il posto esatto nella tradizione martirologica.
Nei martirologi e calendari che vanno dal secolo IX (Fulda [Vat. Lat. 3809], Oengus, Reichenau) in poi (sec. X ovvero IX: (Irlanda) Tallaght, Reichenau, San Gallo, Fulda, Ratisbona – oggi a Verona, Biblioteca Capitolare, cod. 87 -, Messale di Robert de Jumièges; sec. XI: Winchester, Sherborne, Evesham, Wescester, Stavelot; sec. XII: Werden, Abbadia di Sta Maria e San Werburgh, martirologio metrico di O. Gorman, ecc.), la menzione di san Giuseppe compare al 19 marzo: “In Bethleem, sancti Ioseph” con la seguente apposizione: “nutritoris Domini”; permane, tuttavia, una certa confusione di date tra il 19 e il 20 marzo (per esempio, nei martirologi di San Remigio di Reims e di San Massimino di Treviri, dove si legge: Antiochia S. Ioseph Sponsi S. Mariae). Le spiegazioni che vengono date circa la scelta e lo scambio delle due date si fondano sopra supposizioni di omonimia relativa a due martiri, Giuseppe di Antiochia e Joserus, che sarebbero commemorati in tali giorni da antiche recensioni del “Martirologio Ieronimiano”.
Aggiungiamo, a titolo di informazione, che c’è chi collega la data del 1° marzo con l’antica festa di Minerva, dea degli operai e degli artigiani, e con quella di Giove e Giunone, divinità protettrici dello Stato, ugualmente al 1° marzo. G. Lefebvre riferisce che nella liturgia gallicana la festa di san Giuseppe si celebrava il 3 gennaio (Liturgia, a cura di R. Aigrain, Paris 1947, p. 637); l’Ordine di Cluny la celebrava il giovedì della terza settimana di Avvento (Breviarum Cluniacense, 1686 e 1779). A questo punto, poiché la missione eccezionale di san Giuseppe si trova meglio inquadrata nel periodo natalizio, come nelle liturgie più antiche, piuttosto che nella Quaresima, dove incontra ostacoli e subisce spostamenti, si affaccia la domanda circa l’opportunità o no di conservare ancora la data attuale, probabilmente solo casuale.
La prima menzione del nome di san Giuseppe si trova in un Messale del sec. XII (Biblioteca Vaticana, n. 4770); è collocato in uno schema di Litanie, da cantare durante la funzione del Sabato Santo, tra il nome di Simeone e quello dei SS. Innocenti.
Il primo Ufficio canonico completo, con note musicali, in onore di san Giuseppe, è del secolo XIII e proviene ancora da una abbazia benedettina, San Lorenzo, di Liegi; si ricorre, per la prima volta, al suo “patrocinium”. Nel monastero austriaco di San Floriano un messale della fine del secolo XIV elenca una messa votiva al padre nutrizio del Signore.
Nel secolo XIII il culto privato del Santo è attestato dal mistico Hermann di Steinfeld (+1241), monaco premonstratense, che ricevette il nome di Giuseppe in una visione della Madonna; è stato attestato, inoltre, da Margherita da Cortona († 1297) e da santa Gertrude († 1302).
Alla presenza dei Francescani, Domenicani e Carmelitani ad Agrigento è dovuta l’accettazione colà di un ufficio in onore di san Giuseppe, del secolo XIV, conservato nell’Archivio Capitolare del Duomo: “Officium Sanctissimi Joseph nutricii et patris adoptivi Domini nostri Jesu Christi”; esso dipende dalla Legenda aurea di Giacomo da Varazze († 1298). Si tratta, fino al presente per l’Italia, della più antica testimonianza liturgica sul culto di san Giuseppe. Questo ufficio contiene una chiara allusione alla santificazione di san Giuseppe, chiamato sanctorum sanctus; nell’antifona del Magnificat si legge: “O proles almifica / de Bethleem electa, / gemma nimis ardua / ab omni labe erepta”.
Il culto di san Giuseppe nell’Ordine Carmelitano era già introdotto nella seconda metà del secolo XV, come è comprovato da due breviari (Bruxelles 1480; Venezia 1490), che contengono un ufficio proprio di san Giuseppe. Appartiene al loro Ordine un ufficio del 1434 circa.
All’inizio del 1400 il nome di san Giuseppe viene elencato tra i santi del 19 marzo al primo posto.

La festa di San Giuseppe

L’abbazia benedettina di Winchester rivendica l’onore di essere stata la prima a celebrare la festa di san Giuseppe verso il 1030.
I Servi di Maria, come risulta dagli Atti del Capitolo tenuto a Orvieto nel 1324, furono i primi a celebrare solennemente la festa di san Giuseppe.
I francescani adottarono la festa nel Capitolo generale di Assisi nel 1399, usando come testo liturgico della Messa il “Commune Confessorum”. Tuttavia, Franc. Florentinus testimonierebbe una festa di san Giuseppe in vigore nell’Ordine fin dal secolo XIII (Vetustius occidentalis Ecclesiae Martyrologium D. Hieronymo tributum, Lucca 1668).
Gregorio XI (1371-78), avendo eretto la cappella in onore di san Giuseppe nella chiesa di Sant’Agricola ad Avignone, vi avrebbe stabilito anche la festa del 19 marzo.
A Milano la festa di san Giuseppe fu stabilita nel 1467 e si celebrava il 20 marzo, giorno dell’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza; dal 1509 fu fissata al 19 marzo; san Carlo Borromeo (card. e arciv. dal 1560 al 1584) la trasferì al 12 dicembre, giorno adottato anche dalla diocesi di Sens (Missale Senon., 1715); nel 1897 ritornò al 19 marzo.
Il francescano Sisto IV concesse nel 1480 ai Frati Minori di celebrare con rito doppio maggiore la festa del 19 marzo, già presente nel calendario dei messali (1472) e dei breviari (1476) romani da loro usati.
Diffusasi la festa nelle diocesi e negli Ordini religiosi, Pio V la inserì con rito doppio nella riforma del breviario (1568) e del messale (1570). La festa fu istituita dai Domenicani nel Capitolo generale del 1508; fu elevata a più alto grado e fissata al 19 marzo nel 1513.
L’8 maggio 1621 Gregorio XV rese obbligatoria per tutta la Chiesa la festa di san Giuseppe; tale decreto, tuttavia, non trovò esecuzione ovunque e Urbano VIII il 13 settembre 1642 rinnovò l’ordine con la bolla “Universa per orbem”.
Su richiesta di Luigi XIV, l’assemblea del clero di Francia, nel 1661, istituisce la festa di san Giuseppe come festa di precetto.
Clemente X (6 dicembre 1670) elevò la festa al rito doppio di seconda classe, introducendo nel breviario (1671) i tre inni in onore di san Giuseppe (Te, Ioseph, celebrent – Caelitum, Ioseph, decus – Iste, quem laeti); autore di questi inni sarebbe il cistercense fogliante card. Giovanni Bona († 1674); altri indicano Johannes von der Empfängnis (+1700). Clemente XI il 4 febbraio 1714 concesse a san Giuseppe per il 19 marzo messa e ufficio propri. Pio IX l’8 dicembre 1870 eleva la festa del 19 marzo a rito doppio di prima classe.
Pio X (24 luglio 1911) conferma, designando la festa col titolo: Commemoratio Sollemnis S Joseph, Sponsi B.M.V., Confessoris, ma il 28 ottobre 1913 essa ritorna al rito doppio di seconda classe.
Benedetto XV il 12 dicembre 1917 la eleva nuovamente al rito doppio di prima classe.
Il Codice di Diritto Canonico (1917) la include tra le feste di precetto per tutta la Chiesa (can. 1247; cf. CJC 1983, can. 1246).
In Italia la festa di san Giuseppe non è più di precetto dal 1977, quando cessò di essere considerata festiva agli effetti civili (Comunicato C.E.I., 8 marzo 1977).

La festa dello Sposalizio

Mateo Gilarte, Sposalizio della Vergine con S. Giuseppe,
1651, museo del Prado, Madrid
È a Giovanni Gersone (+1429) che si deve la promozione della festa dello Sposalizio di Maria SS. con S. Giuseppe, sotto l’influsso di Henri Chicot (†1413), suo collega di canonicato a Chartres, dove da un État des offices fondés (1779) si ricava che Philippe le Bègue († 1450ca.), consigliere del parlamento di Parigi, vi aveva fondato la festa De Desponsatione, mentre quella De coniugio era stata fondata da H. Chicot e da un certo Jean de Harleville. Già presente nel 1517 tra le Suore dell’Annunciazione (Annunziate) di Giovanna di Valois (figlia del re Luigi XI), la festa dello Sposalizio fu adottata nel 1537 dai Francescani in onore della Madonna, seguiti dai Servi di Maria e da altri Ordini religiosi, ad esempio, i Cistercensi nel 1567. La data prescelta è il 23 gennaio.
Innocenzo XI concesse di celebrarla nei domíni dell’Imperatore Leopoldo I (1684), in riconoscenza della liberazione di Vienna, e ne estese il privilegio anche alla Spagna, che ottenne il permesso di trasferirla al 26 novembre. Altri scelgono una data diversa: i Minori il 7 marzo; i Servi di Maria l’8 marzo; i Domenicani il 6 marzo; in Francia il 22 gennaio, il 23 dicembre, il 18 luglio… Benedetto XIII nel 1725 introdusse la festa nello Stato Pontificio.
A Verona, san Gaspare Bertoni dedica l’altare maggiore della chiesa delle Stimmate ai SS. Sposi Maria e Giuseppe e vi celebra con solennità, dal 1823, la festa dello Sposalizio, tradizione sempre conservata dagli Stimmatini.
Sotto Giovanni XXIII, con l’Istruzione della Congregazione dei Riti del 14 febbraio 1961, tale festa fu soppressa, eccetto per i luoghi che hanno speciale motivo di celebrarla. Oggi questo “speciale motivo” non ce l’avrebbero tutti?

Proposte pastorali

Poiché il matrimonio è fondamentale rispetto alla “famiglia”, perché è da esso che questa scaturisce, ecco alcune “proposte pastorali” concrete:
I – La prima proposta più ovvia è che questo tema incominci finalmente a interessare la “scuola”. Esso deve essere inserito nella teologia del matrimonio, in modo che i futuri “maestri in Israele” si rendano conto che non si tratta di un semplice episodio devozionale, utile solo per illustrare la … vita di di Maria. Poiché siamo davanti ad un mistero salvifico, poco conosciuto perché ignorato dai “programmi scolastici”, è necessario che ne diventi oggetto come loro naturale complemento. Di proposito abbiamo inserito nel Sito, al numero 15, il tema: IL MATRIMONIO DI MARIA E GIUSEPPE.
II – Data la grande importanza pastorale della Liturgia, non deve mancare nei formulari della “Messa degli sposi” almeno un accenno al matrimonio di Maria e Giuseppe. Perché non inserirlo, allora, per esempio, nel “Prefazio”, là dove è detto: “Nell’alleanza tra l’uomo e la donna, rinnovata nell’unione sponsale e santa di Maria e Giuseppe, ci hai dato l’immagine viva dell’amore di Cristo per la sua Chiesa…”? È teologicamente facile rendersi conto che l’immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa è piuttosto “sbiadita” “nell’alleanza tra l’uomo e la donna”, mentre è, invece, indubbiamente “viva e splendente” nell’amore sponsale e santa di Maria e Giuseppe. Perché, allora non proclamare chiaramente questo mistero salvifico?
III – Riconosciuta l’essenzialità del “dono” nel matrimonio, sarebbe logico, oltre che opportuno, che esso venisse maggiormente evidenziato non solo nella catechesi dei fidanzati, ma anche nel rito stesso del matrimonio. La recente sostituzione di “Io prendo te” con “Io accolgo te” è certamente un passo avanti, ma non esce dal “possesso”. Poiché si tratta di esprimere un “consenso”, che riguarda il dono reciproco, segno o sacramento dell’amore, “Io mi dono a te” rimane la formula più esplicita, che racchiude il rispetto per la dignità dell’altro ed evidenzia che i contraenti possono “appartenersi” solo “donandosi”.
IV – Ugualmente utile alla pastorale familiare sarebbe l’introduzione nelle “Litanie lauretane” di un’invocazione che lodi Maria come “sposa”, onorando “insieme” san Giuseppe, che Dio stesso le ha dato come vero e purissimo sposo, ad esempio: “Dilecta (vel Laeta) iusti Ioseph Sponsa”. Non si dimentichi che agli occhi del mondo è stato san Giuseppe come “sposo” ad onorare la divina maternità di Maria. L’invocazione andrebbe inserita prima di “Mater Christi”, per il semplice motivo che il titolo di “Cristo” deriva a Gesù proprio in forza del matrimonio di Maria e Giuseppe. Anche nelle “Litanie dei Santi” l’invocazione di san Giuseppe dovrebbe seguire immediatamente quella di Maria SS. sia per non separare ciò che Dio ha congiunto sia per la particolare santità di san Giuseppe.

La festa del Patrocinio

Il Diario Romano di Gaspare Pontani segnala una festa di san Giuseppe il 13 maggio 1478, che allora corrispondeva alla quarta domenica dopo Pasqua, nella piazza di San Celso, al centro del rione Ponte Sant’Angelo.
Ad Avignone, dal 1500 la Confraternita degli agonizzanti celebrava, la terza domenica dopo Pasqua, la festa del Patrocinio si san Giuseppe, presto diffusa in tutta la città con solenne processione.
Pio IX il 10 settembre 1847 estese alla Chiesa intera l’ufficio proprio e la messa del Patrocinio di San Giuseppe, fissando la festa alla terza domenica dopo Pasqua con il rito doppio di seconda classe.
Tale festa era già stata ottenuta da molti Ordini: i Carmelitani nel 1680, gli Agostiniani nel 1700, i Mercedari Scalzi nel 1702, i Caracciolini nel 1723, i Domenicani, i Barnabiti e i Servi di Maria nel 1725, i Frati Minori Conventuali nel 1727, i Camilliani nel 1728, i Minimi nel 1729, gli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona nel 1730, tutto l’Ordine dei Frati Minori e i Teatini nel 1733, tutto il Terz’Ordine di San Francesco e tutto l’Ordine dei Canonici Regolari del SS. Salvatore Lateranense nel 1735, gli Scolopi nel 1736.
Tra le diocesi che ottennero la concessione ricordiamo, in ordine di tempo, quella di Messico (1703), di Puebla de los Angeles (1704), la prelatura nullius di Altamura (Bari, 1713), Palermo (1719), La Plata (Argentina), Lipari, Messina e Catania (1721), Siracusa (1723), Monreale e Malaga (1725), Cartagena (1726), Cadice, Pavia e Siviglia (1727), Badajoz, Santiago di Cuba, Bari, Orihuela e Brescia (1728), Michoacan e Mazara del Vallo (1729), Lima e Malta (1731), Avellino e Frigento (1732), Vittorio Veneto (1733), Piacenza, San Severino, Freising, Ratisbona, Ascoli Satriano, Colonia, Münster, Paderborn, Hildesheim, Telese e Salerno (1734), Napoli, Orvieto e Narni (1735), Asti (1741), Acqui (1785); il clero secolare e i religiosi di Roma l’ottennero nel 1809.
Se consideriamo i territori, l’Etruria l’ottenne nel 1723; le Puglie, il regno di Valenza, gli stati e i domíni del re di Spagna nel 1729; la repubblica di Venezia nel 1730; il ducato di Modena nel 1733; il regno di Polonia e province nel 1735; lo stato del principe dell’Umbria nel 1736; lo stato di Urbino nel 1743; il regno e domíni del Portogallo nel 1744; i domíni del Palatinato nel 1753; il principato di Colonia nel 1783.
Il 28 ottobre 1913 Pio X stabilì che la festa del Patrocinio, divenuta dal 24 luglio la ”Solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria, Confessore e Patrono della Chiesa universale”, con rito doppio di prima classe o ottava, fosse celebrata nel terzo mercoledì dopo Pasqua. Il 24 aprile 1956 un decreto della Congregazione dei Riti aboliva la solennità di San Giuseppe, sostituendola con quella di San Giuseppe artigiano, con rito doppio di prima classe. Il titolo di San Giuseppe come Patrono della Chiesa universale fu aggiunto alla sua “festa principale” del 19 marzo. Solo i Carmelitani Scalzi hanno ottenuto nel 1957 l’indulto di recitare, con rito doppio di prima classe, l’ufficio speciale da essi introdotto nella Chiesa latina del 1680.
Nel Calendario promulgato da Paolo VI (1969) la festa del 19 marzo ha la massima categoria liturgica: S. Ioseph Sponsi B.M.V., Sollemnitas (I Cl.); il 1° maggio, invece, viene ridotto a “memoria ad libitum. La festa del 1° maggio: Sancti Ioseph opificis, Sponsi B.M.V., confessoris, era stata istituita il 1° maggio 1955 da Pio XII, il quale l’11 marzo 1958 compose anche una preghiera in onore di san Giuseppe lavoratore.

La festa della Santa Famiglia

Bartolomé González y Serrano, Riposo durante la fuga in Egitto,
1627, museo del Prado, Madrid
Il beato Francesco Laval, primo vescovo di Québec, il 4 novembre 1664 introduce la festa della Sacra Famiglia nella sua vasta diocesi, che allora si estendeva dal Canada al Golfo del Messico. I testi per l’Ufficio e la Messa, fatti da lui comporre, furono confermati, il 23 marzo 1865, da Pio IX, che aveva già approvato la festa, nel 1863, per l’Associazione di Lieja. Leone XIII, il 14 giugno 1893, stabilisce la festa dell Sacra Famiglia “pro aliquibus locis”; la celebrazione, con nuovi testi per l’Ufficio e la Messa, è assegnata alla terza domenica dopo Pasqua. Benedetto XV trasferisce la fesa al 19 febbraio e, in seguito, assecondando la petizione del superiore generale dei Figli della Sacra Famiglia, appoggiata da numerosi Vescovi, alla prima domenica dopo l’Epifania, iscrivendola nel calendario universale della Chiesa.
Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica “Redemptoris Custos” (1989) afferma chiaramente il fondamento teologico della festa della Santa Famiglia, la quale fa parte dei “Misteri della vita di Cristo”: “Inserita direttamente nel mistero dell’Incarnazione, la Famiglia di Nazaret costituisce essa stessa uno speciale mistero. È contenuta in ciò una conseguenza dell’unione ipostatica: umanità assunta nell’unità della Persona divina del Verbo-Figlio, Gesù Cristo. Insieme con l’assunzione dell’umanità, in Cristo è anche ‘assunto’ tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra” (n. 21).

Altre feste

Secondo l’antico Messale Romano, in alcuni luoghi era celebrata il 17 febbraio la commemorazione della Fuga in Egitto; nello stesso Messale l’episodio della fuga in Egitto veniva assegnato alla vigilia dell’Epifania. Evidentemente il senso della fede vi scorgeva un mistero della vita di Cristo. I Copti ne fanno memoria in liturgia il 24 bashans, corrispondente al 19 maggio del calendario giuliano e al 1° giugno di quello gregoriano. Nel loro Sinassario dichiarano che ”questa è festa propria degli Egiziani”, segno della predilezione di Dio per la loro terra.
Nel Messico, il Servo di Dio P. José Maria Vilaseca aveva istituito la festa di San Giuseppe del Buon Consiglio (25 gennaio): i Misioneros Josefinos, da lui fondati, avevano ottenuto la festa di San Giuseppe della Missione (19 settembre), per invocare san Giuseppe come protettore dell’opera di evangelizzazione.

Prerogative di san Giuseppe

Queste continue oscillazioni liturgiche evidentemente non sono di aiuto alla teologia Giuseppina nella determinazione del fondamento della dignità e dei privilegi di san Giuseppe, indicato da alcuni nel matrimonio con Maria SS. e da altri nella paternità verso Gesù.
Le formule usate nei calendari e martirologi hanno sia Sposo della B.V.M., sia Padre Nutrizio di Gesù, sia solo Confessore.
Da uno studio di M. Garrido Bonaño risulta che fino al secolo XII incluso la denominazione di san Giuseppe “Sposo della Vergine Maria” è più accettata nel Nord- Est della Francia e in Inghilterra, mentre quella di “Padre nutrizio di Cristo” è preferita nel centro Europa; che la denominazione di “Confessore” comincia nel secolo XIV; che nel secolo XV i libri liturgici dei Carmelitani menzionano quasi sempre san Giuseppe col titolo di “Nutrizio del Signore”. Lo stesso Autore conclude che dalla enumerazione dei calendari e dei martirologi si può dedurre molto poco circa la preminenza di una delle prerogative di san Giuseppe. È certo che la qualità di Sposo di Maria appare per prima in un calendario occidentale ed è più ripetuta; è tuttavia antico anche il suo appellativo di “Nutrizio del Signore”, né sono pochi i manoscritti che lo riportano. È ancora certo che nella Chiesa occidentale ha prevalso la sua qualità di Sposo della Vergine Maria. Così è entrato nel Martirologio Romano e così ha continuato fino ai nostri giorni.
Se consideriamo la presenza di san Giuseppe nel Messale Romano, promulgato da Paolo VI, esso contiene tre Messe in onore di san Giuseppe, ossia la solennità del 19 marzo, la memoria del 1° maggio e la Messa votiva; a queste va aggiunta la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Domenica fra l’ottava di Natale).
Poiché anche la collocazione ha la sua importanza, perché rivela la considerazione nella quale il Santo è tenuto, notiamo che tanto la Messa votiva come anche il Prefazio proprio sono posti tra gli Angeli e gli Apostoli; anche nel Canone Romano il nome di san Giuseppe segue immediatamente quello della Vergine Maria (non così ancora nelle Litanie dei Santi).
Quanto alle preghiere, esse esaltano la dignità e la santità di san Giuseppe, riconoscendo in modo esplicito il ruolo da lui avuto nella storia della salvezza: nella pienezza dei tempi cooperò al grande mistero della redenzione; hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia premurosa di san Giuseppe.
San Giuseppe è collocato coerentemente nel mistero di Cristo e della Chiesa:
 a) nei misteri di Cristo: servì Gesù con fedeltà e purezza di cuore; nel tuo disegno di salvezza hai scelto san Giuseppe come sposo di Maria, madre del tuo Figlio; lo hai posto a capo della tua famiglia per custodire come padre il tuo unico Figlio;
 b) nel mistero della Chiesa, della quale è considerato patrono: continui dal cielo la sua premurosa custodia per la santa Chiesa che lo venera come protettore, e alla quale viene proposto come modello di fedeltà e purezza di cuore, di fedeltà alle responsabilità che Dio ci affida, di testimonianza all’amore di Dio, per camminare nelle vie della santità e della giustizia e cooperare fedelmente al compimento dell’opera di salvezza. San Giuseppe, uomo giusto e fedele, è il tipo evangelico del servo saggio e fedele, che il Signore pone a capo della santa Famiglia.
Fra le Messe della Beata Vergine Maria (ed. 1987), nel Prefazio della Messa Santa Maria di Nazaret, Maria è celebrata “unita a Giuseppe, uomo giusto, da un vincolo sponsale e verginale”.

Altri interventi

Completiamo il quadro dei riconoscimenti liturgici con altri interventi che non potevano essere collegati con quelli già esposti.
Il 19 dicembre 1726 Benedetto XIII inserì il nome di san Giuseppe nella Litania dei Santi di tutti i libri liturgici, dopo quello di san Giovanni Battista.
Pio VII incluse il nome di san Giuseppe nella preghiera A cunctis, subito dopo quello della Vergine (1815).
Pio IX moltiplicò le prove della sua devozione verso san Giuseppe, accordando indulgenze a pie pratiche. Ricordiamo la preghiera “Vi ricordi, o purissimo sposo di M.V.” (1863), e le preghiere “O felicem virum” e “Virginum custos et pater”, da recitare prima e dopo la Santa Messa (1877).
Leone XIII approvò la recita dell’Ufficio votivo di san Giuseppe al mercoledì (1883); incluse l’invocazione di san Giuseppe nelle preghiere da recitarsi dopo la Messa (1884) e prescrisse una preghiera speciale a san Giuseppe (“A te, o beato Giuseppe”) da recitarsi durante il mese di ottobre dopo il santo Rosario: ”Pensiamo essere sommamente convenevole che il popolo cristiano si abitui a pregare con singolare devozione e animo fiducioso, ‘insieme alla Vergine Madre di Dio’, il suo castissimo sposo san Giuseppe; il che debba alla stessa Vergine tornare accetto e caro” (Enc. Quamquam pluries, 1889).
Pio X promulgò e indulgenziò le Litanie del Santo per l’uso pubblico (1909); tra i promotori si distinsero Dom Marie- Sébastien Wyart († 1904), abate generale dei Cistercensi Riformati, e il Card. Vives y Tutó; la formulazione è del Wyart.
Benedetto XV, il 9 aprile 1919, fece inserire nel Messale un prefazio proprio di san Giuseppe; suo autore è il passionista P. Luigi di S. Francesco di Paola (Luigi Besi). Lo stesso Pontefice, il 23 febbraio 1921, ne fece aggiungere l’invocazione nel “Dio sia benedetto”, a ricordo del 50° anniversario della sua proclamazione a patrono della Chiesa universale. Il 10 maggio 1921 concesse speciali indulgenze per la recita del Piccolo Ufficio di san Giuseppe.
Pio IX, il 9 agosto 1922, fece inserire nelle preghiere per i moribondi del Rituale Romano gli opportuni riferimenti a san Giuseppe.
Giovanni XXIII ordinò, il 13 novembre 1962, di inserire il nome di san Giuseppe nel Canone della Messa, al “Communicantes”; Giovanni Paolo II lo ricorda ben due volte nell’Esortazione apostolica Redemptoris custos (nn . 6 e 16), adducendone il motivo. Il 1° maggio 2o13, un decreto della Congregazione per il culto divino estende la menzione del nome di san Giuseppe anche alle preghiere eucaristiche II, III e IV del Messale Romano.
Tra le preghiere attualmente indulgenziate, l’Enchiridion Indulgentiarum (3ª ed., 1986) ne annovera alcune in onore di san Giuseppe, ossia: A te, o beato Giuseppe, Litanie di san Giuseppe, Piccolo Ufficio di san Giuseppe; e le tre invocazioni: Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l’anima mia, ecc. Queste invocazioni erano già state indulgenziate da Pio VII il 22 maggio 1823.
Sugli Inni dedicati a san Giuseppe, cfr. T. STRAMARE, San Giuseppe negli Inni della Liturgia. Testo latino, traduzione e commento, in Omelie. Temi di predicazione, 98, Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2006.

martedì 1 marzo 2016

Il particolare non cattolico - Editoriale di marzo 2016 di “Radicati nella fede”

All’inizio di questo mese di marzo, particolarmente consacrato al Santo Patriarca San Giuseppe, Padre putativo di Gesù, rilanciamo, come di consueto, l’editoriale di Radicati nella fede.

José de Alcíbar, La tavola benedetta ovvero la benedizione della mensa, XVIII sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico

José de Alcíbar, Il ministero di S. Giuseppe, 1771 circa, Museo Nacional de Arte, Città del Messico

Anonimo, I dolori di S. Giuseppe, XVIII sec., Museo del Carmen, Città del Messico

Giandomenico Vinaccia, Busto reliquiario in argento di S. Giuseppe, compatrono di Napoli, 1690, Real Cappella del Tesoro di S. Gennaro, Cattedrale, Napoli

IL PARTICOLARE NON CATTOLICO

Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 3 - Marzo 2016


C’è un’attitudine del cattolicesimo modernizzato che non è cattolica e che porta, se praticata, ad uno snaturamento del cattolicesimo stesso. Si tratta della valorizzazione del particolare. Si prende un aspetto del Vangelo, un aspetto del cristianesimo, quello che piace, e lo si fa diventare la chiave di interpretazione di tutto.
Così ha fatto anche il demonio nel deserto, quando ha tentato Nostro Signore utilizzando le Scritture in un particolare (Mt 4,1-11):
«Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane».
«Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede».
Il demonio fa così anche con gli uomini, fa così anche con te, ti dice una parte e con quella parte ti spinge a non servire Dio.
È questa la forma più subdola della tentazione, ed è la modalità più ricorrente oggi.
Molti ci sono cascati e ci cascano nella Chiesa.
E ciò che è ancora più grave è che fanno diventare il particolare, valorizzato e sottolineato, chiave interpretativa di tutta la vita cristiana.
Tentiamo alcuni semplici esempi: difronte ai credenti di altre religioni si dice “anche loro credono in Dio”, ma si dimentica di ricordare che devono accogliere il Dio rivelatosi in Gesù Cristo e che non possono fermarsi ad una falsa rivelazione. Così, difronte ai cosiddetti “fratelli separati”, ai protestanti di tutte le diverse confessioni, si dice “anche loro credono in Cristo e hanno il battesimo”, ma si tace sul fatto che, avendo menomato brutalmente il Vangelo e la dottrina sulla grazia e i sacramenti, questi hanno perso l’unione di santità al Signore che salva, e che l’affermare a parole Gesù Cristo non basta per la salvezza, se poi rifiutano il modo con cui Cristo ha scelto di salvarli. Con gli agnostici poi, con i mezzi-atei, si arriva fino al patetico: “abbiamo in comune il rispetto per l’uomo e il desiderio per una società più giusta”, arrivando fino a rinnegare tutto il Vangelo, dimenticando quelle lapidarie parole di Nostro Signore “Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15,5).
È una falsa pedagogia quella che si produce con la valorizzazione del particolare; possiamo dirlo, è demoniaca, e il demonio è padre della menzogna.
Una falsa pedagogia, per di più illusoria, quella di chi pensa che, valorizzando il briciolo di verità presente in chi non dimora nella piena verità della rivelazione, si favorisca il ritorno o il giungere alla piena verità di tutti.
Avviene invece esattamente il contrario: a furia di valorizzare elegantemente il particolare di chi è ancora nell’errore, si finisce per trasformarsi in chi si voleva riavvicinare: è il dramma della chiesa degli anni conciliari.
Abbiamo così oggi i cattolici protestantizzati o tendenti al protestantesimo; abbiamo poi i cattolici tendenti alla religione naturale; e abbiamo, e quanti sono!, i cattolici orizzontali, impegnati nella promozione sociale vista come l’unico messianismo possibile. Abbiamo queste tre categorie, a seconda del dialogo intrapreso: con i fratelli separati, con i credenti di altre religioni, o con gli agnostici alla moda.
È l’effetto boomerang del dialogo eretto a sistema! Non sei tu che riavvicini al cattolicesimo, sei tu invece, cattolico dialogante, che ti trasformi nel tuo interlocutore.
Ma Gesù nel deserto non ci ha insegnato il dialogo, afferma la verità tutta intera rifiutando il particolare:
«Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»;
e ancora: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo».
«Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto».
L’attitudine cattolica, la sola, non è la valorizzazione del particolare, ma il dire sempre tutta la verità rivelata, senza lasciarne fuori nemmeno un pezzetto, perché è il tutto che dice la verità del particolare e la dice nelle sue proporzioni.
Cattolico vuol dire universale, e l’universale domanda il tutto! tutta la verità!
La messa cattolica e la sua sciagurata riforma è stata il terreno di scontro di queste due attitudini presenti nel cattolicesimo. Si è pensato, da parte dei riformatori, di insistere su particolari della messa, per riavvicinare soprattutto il mondo protestante. Risultato: una dilagante perdita del senso cattolico della messa e conseguentemente della vita.
La Messa e la sua riforma è diventato il terreno di coltura di questi accenti particolari che allontanano dall’unità cattolica.
Cosa ne è conseguito? Un vero disastro! La diminuzione se non la perdita del senso del sacerdozio cattolico – lo svuotamento di senso della vita consacrata – la più grande crisi della famiglia mai conosciuta.
Occorre tornare al tutto, unica chiave ermeneutica adeguata: nel tutto il particolare è vero, il particolare non dice il vero da solo.
Tra l’altro il magistero del Papa e dei Vescovi c’è per questo, per ricordare il tutto, perché per il particolare, per cadere nel particolare, siamo ahimè buoni tutti!
Ogni affermazione nella Chiesa ha valore se riafferma il tutto, se non lascia nulla fuori della Rivelazione; altrimenti è moda del momento. Se affermazioni dei Pastori della Chiesa lasciano fuori qualcosa, non sono Magistero e non vanno ascoltate, perché prive di autorità.
È così semplice, ma occorre essere semplici per capirlo. Per questo Gesù dice: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te» (Mt 11,25-26).