Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 15 agosto 2023

EXALTATA SUPER COROS ANGELORUM - Assunzione della Beata Vergine Maria in anima e corpo


Un interrogativo che sorge, in questo giorno dell’Assunzione di Maria, è: abbiamo conferme celesti di questo dogma proclamato dal Venerabile Pio XII durante l’anno santo del 1950?

La domanda sorge spontanea se pensiamo che tutti i dogmi proclamati dalla Chiesa han trovato conferma e ratifica, diciamo così, in Cielo. Segnatamente i dogmi mariani.

Così, per es., il dogma della Theotokos, della divina maternità di Maria, proclamato dal Concilio di Efeso nel 431 d.C., da parte la circostanza che il titolo lo si trovava già nel Vangelo di Luca (S. Elisabetta, rispondendo al saluto di Maria, le disse: «a che devo che la madre del mio Signore venga a me?»: Lc 1, 43), ebbe conferma dalla viva voce della Vergine apparendo alle soglie dell’anno mille (1001 per l’esattezza) ad un conte di Ariano e ad un contadino, nel bosco del Cervaro, a sud di Foggia, in quello che è oggi è il Borgo Incoronata, una frazione della città di Foggia. Qui la Vergine Maria si presentò esplicitamente con le parole al conte: «Non temere, io sono la Gran Madre di Dio, voglio che mi sia eretta qui una cappella per essere venerata dai fedeli […]» (v. qui).

In modo non dissimile, fu confermato – sempre riguardo a Maria – il dogma del suo immacolato concepimento proclamato dal beato papa Pio IX nel 1854. Addirittura, qui il dogma fu proclamato dalla stessa Vergine prima della proclamazione formale della Chiesa. A Rue du Bac, a Parigi, nel novembre 1830 (quattordici anni prima del dogma), infatti, nell’apparizione della Medaglia miracolosa a S. Caterina Labouré, poteva leggersi nell’ovale della medaglia vista dalla santa «O Maria concepita senza peccato, prega per noi che a Te ricorriamo». Non solo. Ma a Lourdes, nel 1858, la Vergine, apparendo all’ignorante pastorella S. Bernadette, ebbe modo di presentarsi con l’appellativo – incomprensibile per la ragazza - «Io sono l’Immacolata Concezione». Come a voler dire alla Chiesa: già ve l’ho detto, ma se non lo comprendete, ve lo ribadisco e confermo!

Bene. E riguardo all’Assunzione cosa possiamo dire?


Innanzitutto, abbiamo delle prove materiali di quest’evento. Sì, non abbiamo testimonianze evangeliche, ma prove materiali che ci riportano direttamente a quell’evento e la cui attendibilità è fondata su testimonianze storiche e sulla traditio plurisecolare, per non dire bimillenaria, dei fedeli. Ci riferiamo innanzitutto alla c.d. tomba della Vergine, a Gerusalemme, presso il torrente Cedron; luogo veneratissimo sin dall’antichità più remota dalla comunità cristiana gerosolomitana. Nessuno si sognerebbe mai di costruire una chiesa su un wadi (letto di un corso d’acqua) del torrente Cedron, se non ci fosse stata una tradizione assai risalente circa l’esistenza di tale tomba.

Abbiamo la testimonianza, anche questa assai risalente, intorno alla reliquia della c.d. Sacra Cintola, conservata nel duomo di Prato. Si tratta di una striscia in lana di capra, broccata in filo d’oro. Secondo la Tradizione, questa cintola sarebbe stata consegnata dalla Vergine, a prova della sua Assunzione, a S. Tommaso apostolo, il quale prima di partire per le Indie l’avrebbe affidata ad un sacerdote cristiano, e, quindi, di mano in mano, sarebbe giunta nelle mani del mercante pratese Michele da Prato, il quale, trovandosi a Gerusalemme nel 1141, la ebbe in dote per il matrimonio della figlia Maria dalla famiglia del sacerdote che la ebbe, per secoli, in custodia e che era stata consegnata da S. Tommaso. E dalle mani di questo mercante, alla fine, sarebbe giunta a Prato.

Ludovico Buti,
Madonna dà la Cintola a san Tommaso,
1588-90, Museo di Palazzo Pretorio, Prato
Ma abbiamo conferme del dogma da parte di Maria?

La risposta è affermativa. Anzi, qui la conferma precedette la proclamazione del dogma e rafforzò l’intento del pontefice del tempio, il venerabile Pio XII, nell’affermazione solenne di questa verità.

Ci riferiamo alle apparizioni – sebbene non formalmente riconosciute dalla Chiesa – della Madonna all’ex evangelico Bruno Cornacchiola, insieme ai suoi tre figlioli, alle Tre Fontane, a Roma. Nella prima apparizione, quella del 12 aprile 1947, la Madonna, presentandosi a Bruno come la “Vergine della Rivelazione”, gli attestò «[…] Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso […]». In un interrogatorio da parte del tribunale ecclesiastico del Vicariato, il piccolo Gianfranco, uno dei figli del Cornacchiola, – all’epoca di appena quattro anni – così si esprimeva, come ricorda un giudice di quel collegio: «“Di’ un po’: ma com’era quella statua là?”. Dice: “Ma, no, macché! Era de ciccia!”. Un’ espressione così meravigliosa per dire: “Ma che statua! Era proprio di carne ed ossa!”. Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione» (v. qui). In un certo qual modo, con quelle parole Pio XII vide confermata dal Cielo la sua richiesta, rivolta all’intero episcopato, del maggio 1946, con la lettera enciclica Deiparae Virginis Mariae, di sapere cosa ne pensasse della proclamazione del IV dogma mariano (per l’esattezza se ritenessero tale verità definibile e se, col loro clero e popolo, ne desideravano la definizione), che comunque ebbe risposta positiva dal 98% dell’episcopato mondiale (soltanto 22 vescovi espressero perplessità sull’opportunità di siffatta definizione e solo 6 vescovi manifestarono dubbi circa la possibilità della definizione come verità rivelata).

Come se non bastasse, papa Pacelli, alla vigilia della proclamazione dogmatica, fu confortato dal c.d. miracolo del sole, del quale già abbiamo parlato in anni precedenti (v. qui).

Per cui, anche per il dogma dell’Assunzione abbiamo la conferma dal Cielo, così com’è stato per le altre verità mariane.


Augustinus


Risplende la Regina in ori di Ofir ....
Madonna Assunta, Vorno, Capannori (LU)

domenica 19 aprile 2020

L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più che la fede degli altri (S. Gregorio Magno)

Una riflessione sul Vangelo della Domenica in Albis (S. Giovanni XX, 19-31) tratta dalle Omelie sui Vangeli di San Gregorio Magno.


«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravvedete in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto»? Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.
Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

(S. Gregorio Magno, Om, 26, 7-9; PL 76, 1201-1202. da dontresal.altervista.org)

mercoledì 7 marzo 2018


Nella festa di S. Tommaso d’Aquino, confessore e dottore della Chiesa, rilanciamo questo contributo.

San Tommaso d’Aquino nel magistero di Leone XIII

San Tommaso d’Aquino, nato a Roccasecca verso il 1225, a cinque anni fu inviato come oblato presso l’Abazia di Montecassino. A Napoli, dove studiava, entrò nell’Ordine di san Domenico nel 1244. Iniziò subito la sua carriera universitaria come discepolo di Alberto Magno e poi come professore egli stesso in Francia, in Germania e in Italia. Congiungendo in Cristo la sapienza cristiana con quella pagana, diede alla Cristianità validi strumenti per la comprensione filosofica e teologica delle verità della fede. Morì a Fossanova il 7 marzo 1274 mentre si recava al Concilio Lugdunense Secondo. Canonizzato il 18 luglio 1323 da Giovanni XXII, fu proclamato Dottore della Chiesa da san Pio V l’11 aprile 1567 col titolo di Angelico. Leone XIII aggiunse il titolo di Dottore Comune, il Teologo “ufficiale” della Chiesa Latina; e Pio XI il titolo di Dottore Eucaristico, per l’ardente suo amore per Gesù Sacramentato, che si può vedere nell’ufficio del Corpus Domini che ebbe proprio l’Aquinate come autore.
Papa Pecci, che restaurò il Tomismo, così insegnava dell’Angelico Tommaso nella sua Enciclica “Æterni Patris” del 4 agosto 1879.


I Dottori del medio evo, che vanno sotto il nome di Scolastici, intrapresero un’opera di grande rilievo, vale a dire raccogliere con diligenza la feconda ed ubertosa messe di dottrina sparsa nei moltissimi volumi dei Santi Padri e, dopo averla raccolta, riporla come in un sol luogo, ad uso e vantaggio dei posteri. Ma quali siano l’origine, l’indole e l’eccellenza della Scolastica, vogliamo, Venerabili Fratelli, qui dichiararlo più diffusamente con le parole del sapientissimo Nostro Predecessore Sisto V: “Per dono divino di Colui il quale, solo, dà lo spirito della scienza e della sapienza, e il quale nel corso dei secoli ricolma di nuovi benefici la sua Chiesa secondo il bisogno, e la munisce di nuovi presidi, fu trovata dai nostri maggiori, savissimi uomini, la Teologia scolastica, che in modo particolare i due gloriosi Dottori l’angelico San Tommaso ed il serafico San Bonaventura, professori chiarissimi di questa facoltà... coltivarono ed illustrarono con eccellente ingegno, con assiduo studio, con grandi fatiche e con lunghe veglie e la lasciarono ai posteri ottimamente ordinata ed in molti e chiarissimi modi esplicata. Per certo la cognizione e l’esercizio di una scienza così salutare, che deriva dalle abbondantissime fonti delle divine Lettere, dei Sommi Pontefici, dei Santi Padri e dei Concili, poterono senza dubbio apportare sempre alla Chiesa grandissimo aiuto, sia per intendere ed interpretare, secondo il loro vero e schietto senso, le stesse Scritture, sia per leggere e spiegare con maggiore sicurezza e con maggiore utilità i Padri; sia per scoprire e confutare i vari errori e le eresie. In questi ultimi tempi, in cui sono giunti quei giorni pericolosi descritti dall’Apostolo, ed uomini blasfemi, superbi e seduttori procedono di male in peggio, errando essi stessi e traendo gli altri nell’errore, essa certamente è oltremodo necessaria per confermare i dogmi della fede cattolica e per ribattere le eresie” . Tali parole, benché sembrino riferirsi soltanto alla Teologia scolastica, nondimeno vanno chiaramente intese come dette anche per la Filosofia e per le sue doti. Giacché quelle chiare doti che rendono la Teologia scolastica tanto terribile per i nemici della verità “vale a dire, come aggiunge lo stesso Pontefice, quella concatenazione delle cose e delle loro cause tra sé, quell’ordine e quella disposizione come di soldati schierati a battaglia, quelle limpide definizioni e distinzioni, quella sodezza di argomenti e quelle sottilissime dispute per le quali la luce è separata dalle tenebre e il vero dal falso, e le menzogne degli eretici, avviluppate da molti inganni ed intrighi, come se fosse loro strappata di dosso la veste, sono rese manifeste e messe a nudo” , codeste preclare e mirabili doti, diciamo, si debbono attribuire al retto uso di quella filosofia, della quale i maestri scolastici si avvalsero assai frequentemente di proposito e con savio intendimento anche nelle dispute di Teologia. Oltre a ciò, essendo una singolarità tutta propria dei Teologi scolastici l’avere congiunto tra loro con strettissimo nodo la scienza umana e la divina, di certo la Teologia, in cui essi furono eccellenti, non si sarebbe acquistata nell’opinione degli uomini tanto onore e tanta lode, se avessero usato una filosofia monca, imperfetta o leggera. Per la verità, sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino, il quale, come avverte il cardinale Gaetano, “perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, per questo ebbe in sorte, in certo qual modo, l’intelligenza di tutti” . Le loro dottrine, come membra dello stesso corpo sparse qua e là, raccolse Tommaso e ne compose un tutto; le dispose con ordine meraviglioso, e le accrebbe con grandi aggiunte, così da meritare di essere stimato singolare presidio ed onore della Chiesa Cattolica. Egli, d’ingegno docile ed acuto, di memoria facile e tenace, di vita integerrima, amante unicamente della verità, ricchissimo della divina e della umana scienza a guisa di sole riscaldò il mondo con il calore delle sue virtù, e lo riempì dello splendore della sua dottrina. Non esiste settore della filosofia che egli non abbia acutamente e solidamente trattato, perché egli disputò delle leggi della dialettica, di Dio e delle sostanze incorporee, dell’uomo e delle altre cose sensibili, degli atti umani e dei loro principi, in modo che in lui non rimane da desiderare né una copiosa messe di questioni, né un conveniente ordinamento di parti, né un metodo eccellente di procedere, né una fermezza di principi o una forza di argomenti, né una limpidezza o proprietà del dire, né facilità di spiegare qualunque più astrusa materia. A questo si aggiunge ancora che l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso. Per queste ragioni, specialmente nelle passate età, uomini dottissimi e celebratissimi per dottrina teologica e filosofica, ricercati con somma cura gl’immortali volumi di Tommaso, si diedero tutti all’angelica sapienza di lui, non tanto per averne ornamento e cultura, quanto per esserne sostanzialmente nutriti. È cosa nota che quasi tutti i fondatori e i legislatori degli Ordini religiosi hanno ingiunto ai loro seguaci di studiare le dottrine di San Tommaso, e di attenersi ad esse con la maggiore fedeltà, provvedendo che a nessuno sia lecito impunemente dipartirsi anche di poco dalle orme di tanto Dottore. Per non dire dell’Ordine domenicano, il quale come per suo proprio diritto si onora di questo sommo maestro, sono tenuti da tale legge anche i Benedettini, i Carmelitani, gli Agostiniani, la Compagnia di Gesù e parecchi altri, come attestano i loro specifici statuti. E qui con grande diletto il pensiero corre a quelle celebratissime Accademie e Scuole che un tempo fiorirono in Europa, quelle, cioè, di Parigi, di Salamanca, di Alcalà, di Douai, di Tolosa, di Lovanio, di Padova, di Bologna, di Napoli, di Coimbra, e moltissime altre. Nessuno ignora che il nome di tali Accademie è venuto crescendo in qualche modo con il tempo, e che negli affari di maggior momento i loro responsi ebbero presso tutti grandissimo peso. Ora non è men certo che in quelle grandi sedi dell’umano sapere, Tommaso aveva un posto come il principe nel proprio regno, e che gli animi di tutti, vuoi maestri, vuoi discepoli, si ritrovavano pienamente, con meraviglioso accordo, nel magistero e nell’autorità del solo Aquinate. Ma, quel che più conta, i Romani Pontefici Nostri Predecessori esaltarono con singolari manifestazioni di lodi e con amplissime testimonianze la sapienza di Tommaso d’Aquino. Infatti Clemente VI , Nicolò V , Benedetto XIII ed altri attestano che tutta la Chiesa viene illustrata dalle sue meravigliose dottrine; San Pio V poi confessa che mercé la stessa dottrina le eresie, vinte e confuse, si disperdono come nebbia, e che tutto il mondo si salva ogni giorno per merito suo dalla peste degli errori. Altri, con Clemente XII , affermano che dagli scritti di lui sono pervenuti a tutta la Chiesa copiosissimi beni, e che a lui è dovuto quello stesso onore che si rende ai sommi Dottori della Chiesa Gregorio, Ambrogio, Agostino e Girolamo. Altri, infine, non dubitarono di proporlo alle Accademie e ai grandi Licei quale esempio e maestro da seguire a piè sicuro. A conferma di questo Ci sembrano degnissime di essere ricordate le seguenti parole del Beato Urbano V all’Accademia di Tolosa: “Vogliamo, e in forza delle presenti vi imponiamo, che seguiate la dottrina del Beato Tommaso come veridica e cattolica, e che vi studiate con tutte le forze di ampliarla” . Successivamente Innocenzo XII , nella Università di Lovanio, e Benedetto XIV , nel Collegio Dionisiano presso Granata, rinnovarono l’esempio di Urbano. Ma a questi giudizi dei Sommi Pontefici su Tommaso d’Aquino mette come una corona la testimonianza d’Innocenzo VI: “La dottrina di questo (di Tommaso) possiede sopra tutte le altre, eccettuata la canonica, la proprietà delle parole, la forma del dire, la verità delle sentenze; così che non è mai capitato che abbiano deviato dalla verità quelli che l’hanno professata, e sempre sono stati sospetti circa la verità quelli che l’hanno impugnata” . Gli stessi Concili Ecumenici, nei quali risplende il fiore della sapienza raccoltovi da tutto l’universo, si adoperarono per onorare in modo singolare Tommaso d’Aquino. Nei Concili di Lione, di Vienna, di Firenze e del Vaticano si direbbe che Tommaso abbia assistito e quasi presieduto alle deliberazioni ed ai decreti dei Padri, combattendo con invincibile valore e con lietissimo successo contro gli errori dei Greci, degli eretici e dei razionalisti. Ma somma lode e tutta propria di Tommaso, concessa a nessun altro dottore cattolico, è che i Padri del Concilio Tridentino hanno voluto che nel mezzo dell’aula delle adunanze, insieme con i codici della Sacra Scrittura e con i decreti dei Romani Pontefici, stesse aperta, sull’altare, anche la Somma di Tommaso d’Aquino per derivarne consigli, ragioni e sentenze. Infine parve riservata ad un uomo così incomparabile anche la palma di strappare di bocca agli stessi nemici del nome cattolico ossequi, elogi ed ammirazione. Infatti, è cosa nota che fra i capi delle fazioni eretiche non mancarono coloro che confessarono pubblicamente che, tolta una volta di mezzo la dottrina di Tommaso d’Aquino, “essi potrebbero facilmente affrontare tutti i dottori cattolici, vincerli, ed annientare la Chiesa”. Vana speranza senza dubbio; ma non vana testimonianza.


giovedì 2 febbraio 2017

La reazione e la recriminazione – Editoriale di febbraio 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Purificazione della B.V.M. ovvero di quella che viene detta Ypapante del Signore, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.


Mateo Gilarte, Presentazione di Gesù al Tempio, 1651, museo del Prado, Madrid

Guercino, Purificazione della Vergine, 1654-55, chiesa di Santa Maria della Pietà dei Teatini, Ferrara

Francisco Rizi, Presentazione di Gesù al Tempio, 1663, Museo del Prado, Madrid

Enrico Albrici, Presentazione di Gesù al Tempio, 1754, Bergamo

Ambito astigiano, Presentazione di Gesù al tempio, XVIII sec., Asti

Ambito astigiano, Presentazione di Gesù al Tempio, 1720 circa, Asti

Ambito francese, Presentazione di Gesù al Tempio e II Dolore della B.V.M. (profezia di Simeone), XIX sec., Bergamo

Raffaele Postiglione, Presentazione di Gesù al Tempio, XIX sec., Napoli

Paolina e Lisabetta Pagnoncelli, Presentazione al Tempio di Gesù, 1836, chiesa parrocchiale, Bottanuco

Pietro Paoletti, Presentazione di Gesù al tempio, XIX sec., Venezia

Ambito italiano, Presentazione di Gesù al tempio, 1890-1910, Trento

LA REAZIONE E LA RECRIMINAZIONE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 2 - Febbraio 2017

Gli anni passano, e passano veloci e chi vive di recriminazioni resta senza nulla in mano.
Questo è vero per ogni cosa della nostra vita umana, ma è vero e forse ancora di più per la vita di fede, per la vita soprannaturale, la vita di grazia.
Non è vero per un motivo moralistico, perché recriminare non è bene, non è bello; ma è vero per un motivo strutturale, cioè morale: la vita di grazia non può stare con la recriminazione, con il continuo lamento.
Con questo non vogliamo dire che non si debba reagire al male e alla crisi: questo foglio di collegamento è nato come reazione anche; per essere uomini di Dio occorre essere anche uomini di reazione, occorre reagire; ma la reazione, quella vera, è di natura diversa dalla recriminazione.
La reazione parte dal positivo di una vita che si pone; la reazione difende un positivo che c’è già.
La recriminazione, che non è reazione, parte dalla rabbia di chi aspetta da altri la soluzione dei propri problemi. La recriminazione parte da un vuoto terribile.
Anche tra noi, nel mondo della Tradizione per intenderci, passa questa linea di demarcazione tra reazione e recriminazione.
Chi, in questi anni, ha fatto la Tradizione, vive in pace e continua a fare un gran bene alla propria anima e alla Chiesa tutta.
Chi, invece, in questo lavoro non è mai partito, per timidità, per prudenza umana o peggio per calcolo meschinamente umano, oggi vive di rabbia, colpevolizzando il sistema per i propri passi non fatti.
Invece occorre avere una posizione morale veramente equilibrata, cioè cattolica.
Ed è equilibrata, cioè vera, la posizione morale che non dimentica nessuno dei fattori in gioco nell’azione umana. Se dimentichi un fattore, diventi di fatto eretico, perché l’eresia è di per sé uno squilibrio, una sottolineatura indebita.
La vita cristiana è vita soprannaturale, è vita di grazia, ma la grazia non annulla la tua libertà, anzi chiede che la tua libertà si metta in gioco: tu devi corrispondere alla grazia di Dio dentro un’azione reale, e non solo cerebrale. In una parola semplice, la grazia di Dio ti dà la capacità di operare il bene, tu poi devi operare il bene che Dio ti dà la possibilità di riconoscere e operare.
Negare uno dei due fattori sarebbe squilibrare il disegno di Dio, sarebbe uscire dalla realtà.
Non siamo Protestanti, sottolineando la grazia di Dio e basta: fanno così quei tradizionali che guardano al valore della Tradizione, e questo è giusto, ma che poi, fermandosi alla pura contemplazione, non agiscono di conseguenza. Non operano scelte concrete, che sono costose, perché la Tradizione diventi una vita reale per loro.
Eh sì! perché se è vero che nella vita personale non si può sottolineare unicamente la Grazia di Dio che salva, dimenticando che da parte nostra deve corrispondere alla Grazia un’azione positiva reale – non ci si salva senza le opere, come ci ricorda san Giacomo nella sua lettera e come ribadisce tutta la Rivelazione e la Tradizione della Chiesa contro la pretesa protestante del sola gratia - se è vero questo per la vita personale, lo è altrettanto per la vita della Chiesa tutta, nel suo aspetto pubblico e sociale; e questo è vero anche per il ritorno della Chiesa alla sua salvifica Tradizione: che senso avrebbe essere giustamente anti-protestanti e poi attendere che la riforma anti-modernista della Chiesa piova dal cielo senza che tu abbia fatto nulla? E il fare non consiste in un recriminare o in un parlare della Tradizione, ma consiste nel porre opere concrete perché la Tradizione viva: prima tra tutte nel celebrare nel vetus ordo e nell’assistere alla Messa di sempre.
Non siamo nemmeno Liberali, pensando che la grazia possa agire in noi senza limitare le nostre libertà personali (nei liberali le libertà personali prevalgono sempre sulle scelte definitive): che senso avrebbe, anche qui, volere la Tradizione nella Chiesa e non decidersi nell’operare concretamente a favore di essa al fine di restare liberi nei movimenti personali? Quanti “tradizionalisti” rischiano di fare così!
Siamo cattolici: ci salviamo se corrispondiamo alla grazia, concretamente, se facciamo il bene, non se lo guardiamo da lontano.
Così siamo Tradizionali, cioè Cattolici secondo l’assioma di Pio X, se facciamo la Tradizione concretamente, fino in fondo, espletando tutte le possibilità concrete che ci sono date, fino al sacrificio di noi stessi; non lo siamo, invece, se ci limitiamo a commentare da lontano la situazione disastrosa della Chiesa, anche se lo facciamo secondo idee tradizionali.
La fede senza le opere è morta, sempre, anche nella Tradizione... sia questo il richiamo che segni il nostro passo.

Fonte: Radicati nella fede, 31.1.2017

domenica 17 luglio 2016

Il trionfo delle Beate Carmelitane di Compiègne, vergini e martiri

"Avete udito che ci condannano per l’affetto che portiamo alla nostra santa Religione. Siano rese grazie a Colui che ci ha precedute sulla via della Croce! Che felicità e che consolazione poter morire per il nostro Dio!”.
Erano le sei di sera, quando, condannate a morte, con le mani legate dietro la schiena, salirono su due carrette per essere condotte alla ghigliottina. In mezzo alla folla che si assiepava ai margini delle vie, lungo il loro ultimo viaggio, cantarono Compieta, come in monastero al tramonto di ogni giornata.
Tra lo stupore e il silenzio, la gente allibita e muta, sentì innalzarsi con voce dolcissima l’inno Te lucis ante terminum, quindi il salmo Miserere, il Te Deum, la Salve Regina, come se quelle andassero a una festa lungamente attesa. Ai piedi del palco, la Priora chiese di morire per ultima, per assistere le sue “figlie” come una vera madre, come in un “atto di comunità”.
Nelle sue mani, le monache, una per una, rinnovarono i voti e baciarono una immagine della Madonna che erano riuscite a portare fin là. A quel punto, Madre Teresa intonò il Veni Creator, mentre la più giovane, che aveva avuto tanta paura, saliva per prima al patibolo. Mentre continuava a cantare l’inno allo Spirito di Cristo e il canto si faceva sempre più flebile, le loro teste cadevano una per una sotto la lama. Ultima salì la Priora… Sulla piazza, nel caldo sole di luglio, tra l’odore del sangue, era sceso un silenzio solenne mai visto, come se il Cielo davvero visibilmente si fosse squarciato. Uno dei commissari di polizia, vedendole morire, disse loro: “II popolo non ha bisogno di serve!”. La monaca più fiera, rispose: "Ma ha bisogno di martiri, e questo è un servizio che noi ci possiamo assumere”. E un’altra tra le più giovani: “Noi cadiamo soltanto in Dio”.






Targa in ricordo delle martiri all’ingresso dell’area delle due fosse comuni nelle quali furono sepolte le Martiri ghigliottinate il 17 luglio 1794, Cimitero di Picpus, Parigi