Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 15 agosto 2023

EXALTATA SUPER COROS ANGELORUM - Assunzione della Beata Vergine Maria in anima e corpo


Un interrogativo che sorge, in questo giorno dell’Assunzione di Maria, è: abbiamo conferme celesti di questo dogma proclamato dal Venerabile Pio XII durante l’anno santo del 1950?

La domanda sorge spontanea se pensiamo che tutti i dogmi proclamati dalla Chiesa han trovato conferma e ratifica, diciamo così, in Cielo. Segnatamente i dogmi mariani.

Così, per es., il dogma della Theotokos, della divina maternità di Maria, proclamato dal Concilio di Efeso nel 431 d.C., da parte la circostanza che il titolo lo si trovava già nel Vangelo di Luca (S. Elisabetta, rispondendo al saluto di Maria, le disse: «a che devo che la madre del mio Signore venga a me?»: Lc 1, 43), ebbe conferma dalla viva voce della Vergine apparendo alle soglie dell’anno mille (1001 per l’esattezza) ad un conte di Ariano e ad un contadino, nel bosco del Cervaro, a sud di Foggia, in quello che è oggi è il Borgo Incoronata, una frazione della città di Foggia. Qui la Vergine Maria si presentò esplicitamente con le parole al conte: «Non temere, io sono la Gran Madre di Dio, voglio che mi sia eretta qui una cappella per essere venerata dai fedeli […]» (v. qui).

In modo non dissimile, fu confermato – sempre riguardo a Maria – il dogma del suo immacolato concepimento proclamato dal beato papa Pio IX nel 1854. Addirittura, qui il dogma fu proclamato dalla stessa Vergine prima della proclamazione formale della Chiesa. A Rue du Bac, a Parigi, nel novembre 1830 (quattordici anni prima del dogma), infatti, nell’apparizione della Medaglia miracolosa a S. Caterina Labouré, poteva leggersi nell’ovale della medaglia vista dalla santa «O Maria concepita senza peccato, prega per noi che a Te ricorriamo». Non solo. Ma a Lourdes, nel 1858, la Vergine, apparendo all’ignorante pastorella S. Bernadette, ebbe modo di presentarsi con l’appellativo – incomprensibile per la ragazza - «Io sono l’Immacolata Concezione». Come a voler dire alla Chiesa: già ve l’ho detto, ma se non lo comprendete, ve lo ribadisco e confermo!

Bene. E riguardo all’Assunzione cosa possiamo dire?


Innanzitutto, abbiamo delle prove materiali di quest’evento. Sì, non abbiamo testimonianze evangeliche, ma prove materiali che ci riportano direttamente a quell’evento e la cui attendibilità è fondata su testimonianze storiche e sulla traditio plurisecolare, per non dire bimillenaria, dei fedeli. Ci riferiamo innanzitutto alla c.d. tomba della Vergine, a Gerusalemme, presso il torrente Cedron; luogo veneratissimo sin dall’antichità più remota dalla comunità cristiana gerosolomitana. Nessuno si sognerebbe mai di costruire una chiesa su un wadi (letto di un corso d’acqua) del torrente Cedron, se non ci fosse stata una tradizione assai risalente circa l’esistenza di tale tomba.

Abbiamo la testimonianza, anche questa assai risalente, intorno alla reliquia della c.d. Sacra Cintola, conservata nel duomo di Prato. Si tratta di una striscia in lana di capra, broccata in filo d’oro. Secondo la Tradizione, questa cintola sarebbe stata consegnata dalla Vergine, a prova della sua Assunzione, a S. Tommaso apostolo, il quale prima di partire per le Indie l’avrebbe affidata ad un sacerdote cristiano, e, quindi, di mano in mano, sarebbe giunta nelle mani del mercante pratese Michele da Prato, il quale, trovandosi a Gerusalemme nel 1141, la ebbe in dote per il matrimonio della figlia Maria dalla famiglia del sacerdote che la ebbe, per secoli, in custodia e che era stata consegnata da S. Tommaso. E dalle mani di questo mercante, alla fine, sarebbe giunta a Prato.

Ludovico Buti,
Madonna dà la Cintola a san Tommaso,
1588-90, Museo di Palazzo Pretorio, Prato
Ma abbiamo conferme del dogma da parte di Maria?

La risposta è affermativa. Anzi, qui la conferma precedette la proclamazione del dogma e rafforzò l’intento del pontefice del tempio, il venerabile Pio XII, nell’affermazione solenne di questa verità.

Ci riferiamo alle apparizioni – sebbene non formalmente riconosciute dalla Chiesa – della Madonna all’ex evangelico Bruno Cornacchiola, insieme ai suoi tre figlioli, alle Tre Fontane, a Roma. Nella prima apparizione, quella del 12 aprile 1947, la Madonna, presentandosi a Bruno come la “Vergine della Rivelazione”, gli attestò «[…] Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso […]». In un interrogatorio da parte del tribunale ecclesiastico del Vicariato, il piccolo Gianfranco, uno dei figli del Cornacchiola, – all’epoca di appena quattro anni – così si esprimeva, come ricorda un giudice di quel collegio: «“Di’ un po’: ma com’era quella statua là?”. Dice: “Ma, no, macché! Era de ciccia!”. Un’ espressione così meravigliosa per dire: “Ma che statua! Era proprio di carne ed ossa!”. Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione» (v. qui). In un certo qual modo, con quelle parole Pio XII vide confermata dal Cielo la sua richiesta, rivolta all’intero episcopato, del maggio 1946, con la lettera enciclica Deiparae Virginis Mariae, di sapere cosa ne pensasse della proclamazione del IV dogma mariano (per l’esattezza se ritenessero tale verità definibile e se, col loro clero e popolo, ne desideravano la definizione), che comunque ebbe risposta positiva dal 98% dell’episcopato mondiale (soltanto 22 vescovi espressero perplessità sull’opportunità di siffatta definizione e solo 6 vescovi manifestarono dubbi circa la possibilità della definizione come verità rivelata).

Come se non bastasse, papa Pacelli, alla vigilia della proclamazione dogmatica, fu confortato dal c.d. miracolo del sole, del quale già abbiamo parlato in anni precedenti (v. qui).

Per cui, anche per il dogma dell’Assunzione abbiamo la conferma dal Cielo, così com’è stato per le altre verità mariane.


Augustinus


Risplende la Regina in ori di Ofir ....
Madonna Assunta, Vorno, Capannori (LU)

sabato 2 febbraio 2019

L’inganno dei tempi morti – Editoriale di febbraio 2019 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Purificazione della B.V. Maria o Presentazione di N.S.G.C. al Tempio, detta presso i Greci Υπαπαντή του Κυρίου υμών Ιησού Χριστού, rilanciamo questo contributo da Radicati nella fede.



Scuola verezelliana, Madonna della Purificazione, XIX sec., Lauropoli







L’INGANNO DEI TEMPI MORTI


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno XII n. 2 - Febbraio 2019

C’è una sensazione strana, ci tocca vivere in un clima strano, quasi sospeso, dove sembra che non accada niente.
Il Limbo è stato frettolosamente accantonato dalla teologia cattolica e, ironia della sorte, sembra quasi di vivere in una sorta di limbo della vita della Chiesa, nel quale tutto è fermo.
Le speranze in un ritorno della Chiesa Cattolica alle sue antiche glorie sono ormai da tempo spente, mentre i fautori della primavera del Concilio, sempre più vecchi di età e forse anche nell’animo, stancamente propinano le lodi di una stagione della Chiesa che sarà registrata negli annali come la più grande catastrofe del cristianesimo mai vista.
È un tempo sospeso quello che si avverte, un tempo sospeso dove però, a forza di inerzia, la rivoluzione distruttrice del Cattolicesimo sta compiendosi nelle nostre terre. Gli ottuagenari figli del Concilio impazziscono nel loro vuoto di fede, ed esprimono la loro follia riformando il nulla che è rimasto: cambiare, cambiare, per convincersi di esserci ancora e per credere di contare ancora qualcosa per questo mondo! Stanno arrivando a cambiare ciò che avevano già cambiato, non per tornare sulla strada giusta, che sarebbe quella della Tradizione, ma per radicalizzare ancora di più le innovazioni nella disperata ricerca di qualcosa di interessante. Però, per questi agnostici tristemente annoiati, senza il senso di Dio, non ci potrà più essere nulla di veramente interessante.
Sono arrivati a stancarsi anche del loro messale e a parrocchie ormai vuote imporranno le loro nuove preghiere, forse pensando che il cristianesimo risorgerà perché Dio non induce più in tentazione e dona la pace non agli uomini di buona volontà, ma a quelli che egli ama! Siamo al ridicolo, che è tragico perché è a guida dei pastori.
Questi vecchi smantellatori non hanno più alcun entusiasmo, lo hanno perso occupando i posti di potere ed esercitando questo potere: quando si sono accorti che la primavera del Concilio non sarebbe mai giunta alla stagione della mietitura, come ipnotizzati nel loro sconcerto, si sono ostinati nell’unica opera loro possibile: impedire con ogni mezzo il ritorno dei fedeli e del clero alla Tradizione, cioè semplicemente al Cattolicesimo da cui provenivano.
Quanto più è stata fallimentare la loro riforma della Chiesa, tanto più è stata violenta la repressione della Tradizione: come in ogni dittatura occorre negare il passato, perché la gente non faccia confronti con il presente.
E soprattutto hanno creato un clima moralistico contro la Tradizione, proprio loro che della morale non importava più nulla: e mentre si preparavano a sdoganare tutto, divorzio – aborto – eutanasia – coppie di fatto e perversioni varie, si sono ostinati contro l’unico peccato rimasto, quello di volere la Chiesa come era prima della loro delinquenziale rivoluzione.
Ora sono stanchi, senza entusiasmo, spenti dentro, ma non cambiano in nulla la loro devastatrice prospettiva: sembra proprio un ottenebramento. Diventano, così, ridicoli e patetici nel gestire le ultime folli riforme nascondendo nervosamente la fine della loro chiesa.
Facendo così hanno bloccato il mondo cattolico al loro anno zero, quello del Vaticano II da loro mitizzato e falsificato; hanno bloccato tutto al loro anno zero e hanno così azzerato tutto.
La fregatura sarebbe entrare e vivere nel clima pestifero che hanno costruito, entrare tutti nel loro limbo, nel limbo dei distruttori del limbo. Molto mondo tradizionale rischia di vivere così e avverte l’attanagliante stretta del tempo morto. Troppo mondo tradizionale si fa definire dal clima fallimentare della neo-chiesa e, dopo aver reagito, sta lasciandosi andare a una stanca ripetizione di gesti e parole che non spera più in una rinascita della fede. Questo è proprio il segno del clima mortale della neo-chiesa agnostica.
Disse Gesù ai suoi discepoli: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze...” (Lc 12,35-36).
Così ci vuole il Signore, expectantibus, gente che aspetta in modo vivo e non rassegnato, è il segno della fede.
L’attesa poi, l’aspettare vivo, è sempre ricca di opere, di zelo buono, di una capacità di vivere l’amore a Cristo dentro ogni circostanza e situazione, desiderando sempre e sempre di più che molti si convertano e diventino cristiani, a partire da casa nostra.
Il tempo morto non esiste, è un inganno... il tempo o è con Cristo per l’edificazione, o è contro Cristo per la distruzione... e il nemico fuori e dentro la Chiesa fa vivere il tempo come morto per distruggere quello che resta.
Beati servi illi, beati quei servi che il Signore quando verrà troverà vigilanti... ma la vigilanza si chiama Tradizione! Il Cristianesimo vissuto secondo la Tradizione bimillenaria della Chiesa è lo strumento formale di questa vigilanza, perché, nell’obbedienza che ti chiede, ti impedisce di distruggere, nell’attesa del suo ritorno, il dono di Dio.
Invece il demonio costruisce i tempi morti, nei quali l’uomo, bambino annoiato, distrugge il dono di Dio come fosse un suo giocattolo: così hanno fatto della Grazia e della Chiesa.
Domandiamo una fedeltà operosa alla Tradizione, facendoci umili costruttori dell’opera di Dio, affinché quest’opera possa raggiungere i più.

lunedì 30 aprile 2018

Santa Caterina da Siena: la donna che salvò il cattolicesimo

Nella festa di S. Caterina proponiamo quest’articolo sulla Santa Patrona d’Italia.

Domenico Cresti Passignano, S. Caterina riceve le stigmate, 1620 circa, Pisa

Giulio Musso, Madonna del Rosario con i SS. Domenico e Caterina, 1896, Asti

Santa Caterina da Siena: la donna che salvò il cattolicesimo

di Lorenzo Roselli


È uso comune anche nelle analisi storiche più accurate, considerare la Chiesa Cattolica Romana come un’entità ai vertici del mondo medievale, sovrana indiscussa di tutto il mondo conosciuto, inoppugnabile autorità in grado di sovrastare anche il volere di imperi.
Se da un lato effettivamente il Cristianesimo giocava un ruolo fondamentale nel quadro culturale dell’Europa medievale, dall’altro doveva molto spesso subordinarsi alla realtà politica, soprattutto se a dettarla era una superpotenza.
In questo quadro vanno inserite le infinite lotte tra Chiesa Romana e Sacro Romano Impero, lo Scisma d’Oriente e ovviamente il trasferimento del Papato ad Avignone da parte del re di Francia, nel 1309.
Se la Chiesa sopravvisse a quel settantennio di vero e proprio vassallaggio nei confronti della corona francese, lo si deve principalmente ad un eccellente operato diplomatico, di cui il più grande fautore è stata una donna. Una giovane suora domenicana, per l’esattezza: Caterina Benincasa.
Mistica e teologa (nonostante fosse semi-analfabeta), Caterina è “Dottore della Chiesa” per nomina di Paolo VI, nonché patrona d’Italia e di tutta l’Europa. 
Nata nel rione di Fontebranda a Siena il 25 marzo 1347 da una famiglia molto numerosa, a soli 6 anni ha una visione di Gesù Cristo vestito con le insegne papali ed accompagnato da San Paolo e San Giovanni. 
Animata fin da subito da profondo zelo, si ritiene che già a 7 anni Caterina faccia voto di castità, tanto da portarla a scontrarsi con i genitori verso i 12 anni, età in cui era maritabile.
La ragazza si taglia completamente i capelli in atto di protesta, coprendosi il capo con un velo e intensificando la condotta di vita para-monacale che già conduceva.
Avendola trovata a pregare con una colomba sulla testa, i genitori si rendono conto di quanto sia accesa la sua spiritualità e finalmente le consentono di entrare nelle “Mantellate”, terz’ordine laicale legato ai Domenicani.
Racconta poi di essersi approcciata direttamente alle Sacre Scritture, imparando miracolosamente a leggere in breve tempo.
Inoltre descrive un’altra visione, avuta al termine del Carnevale 1367, in cui Cristo, donandole un anello di rubini, la sposa a sé nella Fede.
Animata da un fervore ancora più intenso, Caterina non sopporta la situazione circostante e si attiva in prima persona per il soccorso degli infermi, dei poveri e persino dei carcerati.
Attacca poi le istituzioni e i governi, colpevoli di aver resto «l’Italia corsa dalle compagnie di ventura e dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna».
Nel corso della “guerra fredda” tra Papato e fiorentini, viene ricevuta da Gregorio XI ad Avignone che, seppur affascinato dalla sua integrità e forza d’animo, non si fa convincere ad accettare la pace.
Caterina però non demorde e continua ad inviare lettere al papa invitandolo a liberarsi dal giogo francese e tornare a Roma.
Gli sforzi diplomatici di Caterina si concretizzano il 17 gennaio 1377 quando Gregorio XI, per la prima volta dopo 68 anni, rimette piede nella Città Eterna.
Trascorre i suoi ultimi anni cercando di pacificare i rapporti tra Firenze e Roma, e contrastando l’anti-papato di Fondi istituito dai francesi.
Caterina esala l’ultimo respiro nella sua Siena, il 29 aprile 1380 a 33 anni, stando alle fonti agiografiche dopo un’astinenza forzata dal bere dell’incredibile durata di un mese.
Papa Pio II la eleverà all’onore degli altari nel 1467.

sabato 12 agosto 2017

Maria I Tudor. La strenua difesa della Santa Messa

Nell’odierna festa di S. Chiara, vergine assisana, e del beato Innocenzo XI, papa, rilanciamo questo contributo di Piero Vassallo.

Claudio Ridolfi, Madonna con Bambino e S. Francesco con i SS. Ubaldo, Caterina d'Alessandria e Chiara, 1620 circa, Senigallia

Giovanni Claret, Madonna con Bambino e angeli tra i SS. Francesco e Chiara, 1647, Alba

Felice Torelli, Madonna con S. Francesco e S. Chiara con Gesù Bambino, XVII sec., Faenza

Bottega abruzzese, Incoronazione della Vergine con i SS. Carlo Borromeo, Antonio da Padova, Chiara e Francesco, XVII sec., Chieti

Raffaello Tancredi, SS. Francesco e Chiara, 1904, Pitignano


Ambito bergamasco, Beato Innocenzo XI, 1676, Bergamo


Ambito italiano, Beato Innocenzo XI benedicente, XVIII sec., Bergamo


Ambito romano, Ritratto del Beato Innocenzo XI, XVIII sec., Ascoli Piceno

Ambito italiano, Beato Innocenzo XI, XIX sec., Bologna

Maria I Tudor. La strenua difesa della Santa Messa

“Il giudizio del mondo è un giudizio privo di misericordia. Perché allora il mondo non dovrebbe essere giudicato nello stesso modo nel quale esso giudica?” (Paolo Pasqualucci)

di Piero Vassallo

La regina Maria I Tudor (1516-1558) restituì, per la durata  del suo breve regno (1553-1558) l’Inghilterra a Cristo. Amata dal suo popolo fu odiata dalle canaglie, gaudenti una ricchezza turpe, ottenuta grazie al furto dei beni ecclesiastici commesso da Enrico VIII, il re posseduto dal delirio teologico discendente da una implacabile infezione libertina.
La intrepida regina restaurò la Santa Messa e ripristinò l’ordine turbato e devastato dall’odio viscerale nutrito da Enrico VIII contro i cattolici, ai suoi occhi colpevoli di fedeltà a Clemente VII (1478-1534), il papa che aveva negato la consacrazione dell’amorazzo adulterino del re con la cortigiana Anna Bolena, rapporto da cui era nata la futura regina Elisabetta.
L’orgoglio smisurato e il rovente fanatismo del re scismatico, autore dell’empio Act of Supremacy, che dichiarava il re capo supremo della chiesa d’Inghilterra, avevano diviso la nazione e incrementato quella devastante miseria, che è narrata negli scritti di San Tommaso Moro (1478-1535) il sapiente refrattario all’ideologia divorzista, che fu fatto decapitare dal folle re.
Il divieto del padre Enrico VIII aveva impedito a Maria, cattolica irriducibile, di apprendere la scienza politica. La madre, la devota e irriducibile Caterina d’Aragona, le insegnò a giudicare la salvezza delle anime superiore ad ogni altro bene. La dottrina cattolica le fu insegnata dalla Beata Margaret Pole, che sarà martirizzata dagli eretici nel 1541.
Hilaire Belloc ha dimostrato che Maria Tudor “possedeva una solida virtù e una chiara impostazione morale, mentre Elisabetta possedeva una certa tenacia senza scopo e combinata con il suo capriccio“.
Maria, salita al trono dopo la morte di Enrico VIII e del successore, il suo fratellastro, il cagionevole Edoardo VI, fu amata dal suo popolo perché riabilitò la Messa cattolica, fece rimpatriare il cardinale Reginald Pole (1500-1558) e i sacerdoti fedeli al papa e restituì ai conventi la proprietà delle terre destinate all’uso dei contadini poveri.
Fu odiata dall’oligarchia scismatica, da lei privata del bottino, detestata dal clero eretico e corrotto e finalmente calunniata da una storiografia asservita ai perpetui e oscuri poteri della menzogna e del disordine.
Sposa del grande Filippo II di Spagna, Maria Tudor desiderò ardentemente un figlio cui affidare il compito di proseguire la missione finalizzata alla restaurazione cattolica.
Delusa la sua attesa, morì rassegnata al volere di Dio e lasciò l’eredità del regno alla sorellastra, la miscredente e ipocrita Elisabetta, che, fingendo, professava la fede cattolica.
In quanto figlia illegittima di Enrico VIII e di Anna Bolena, Elisabetta non aveva diritto alla successione, vero è che il papa non riconobbe il suo regno. E con piena ragione poiché il primo atto del regno elisabettiano fu la profanazione della Messa cattolica. Elisabetta, preso atto dell’ostilità del papato (sarà scomunicata da San Pio V nel 1570) gettò la pia maschera: sostenne apertamente la fazione anglicana, promosse la persecuzione dei cattolici e avviò una politica intesa a rovesciare l’alleanza con la Spagna. La fortuna della regina impropriamente detta vergine, si deve in larga misura al grave errore di Filippo II, che ostacolò l’ascesa al trono d’Inghilterra di Maria Stuarda, perché la regina di Scozia era favorevole a un accordo con il regno di Francia piuttosto che con la monarchia ispanica. In tal modo iniziò quella trionfale marcia dell’impero britannico, che fu macchiata dalla ferocia e dall’untuosa empietà, prima di scivolare nell’impero delle banche d’America e di raggiungere il suo squillante/imbalsamante epilogo nei torridi fumetti della birichina principessa Diana e nelle alte ombre della pedofilia intorno alla regia corte.
Per fare luce sulla vera storia di Maria Tudor il grande scrittore e sacerdote cattolico Robert Hugh Benson (1871-1914) scrisse, nel 1907, una magnifica storia romanzata, La Tragedia della Regina. Maria Tudor, sovrana incompresa, che è riproposta da Fede e Cultura, casa editrice in Verona (il volume di pagine 365 è in vendita nelle librerie cattoliche a euro 15 – per acquisti on line cliccare sul titolo).
Geniale e instancabile scrittore, Benson fu uno dei protagonisti della insorgenza spirituale e culturale, che, all’inizio del ventesimo secolo, destò la speranza di una rinascita cattolica in Inghilterra.
Protagonisti del romanzo sono personaggi storici e personaggi inventati da una fantasia che mai sconfina nell’inverosimile.
Il profilo della regina è disegnato con un’arte che mai si discosta dalla verità storica: Benson, pur non nascondendo le debolezze di Maria Tudor riconobbe e apprezzò la sincerità della fede da lei professata  e le attribuì il merito di aver sconfitto i promotori dello scisma “che avevano strappato il Corpo di Cristo dalle loro chiese”.
Il celebre romanziere rammentò inoltre che la regina cattolica difese e protesse i poveri “i teneri agnelli che avevano pianto così pietosamente da villaggi e strade, vagando senza un pastore, soffrendo la fame per mancanza di cibo salutare“.
D’altra parte Benson affermò e dimostrò la doppiezza e l’arroganza di Elisabetta: nel romanzo il minaccioso discorso, con cui la futura regina vergine tenta di indurre al tradimento uno studioso fedele a Maria, è un capolavoro di letteratura al servizio della verità storica.
Il romanzo di Benson, libro che non può mancare in una biblioteca seria, si raccomanda quale efficace antidoto all’anglofilia squillante  nei pensieri della più retriva e sciocca borghesia italiana. E come lettura disintossicante, necessaria agli irriducibili, che intendono interrompere e spezzare il vizioso circolo ecumenico avviato dagli ammiratori degli avvoltoi in volo modernizzante sopra l’infelice Concilio Vaticano II. 

domenica 12 giugno 2016

Sant’Antonio da Padova campione della fede

Nella vigilia della festa del grande Santo Dottore di Padova, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi, pubblicato alcuni giorni fa su Corrispondenza romana.

Antonio d'Enrico detto Tanzio da Varallo, S. Antonio da Padova con aspetto adolescente, 1616-18 circa, Pinacoteca civica, Varallo Sesia


Sant’Antonio da Padova campione della fede

di Cristina Siccardi

Fra alcuni giorni, il 13 giugno, sarà la festa di sant’Antonio da Padova, francescano e Dottore della Chiesa: memoria e devozione utili in questi nostri tempi di remissività ecclesiastica all’errore. Ma se la Chiesa annovera un campione della fede come sant’Antonio (Lisbona, 15 agosto 1195 – Padova, 13 giugno 1231) lo si deve proprio alla volontà di san Francesco di convertire le genti e non lasciarle nella menzogna.
Era il 1219 quando il Santo di Assisi organizzò una spedizione missionaria fra i musulmani. Per portare la Buona Novella furono scelti Berardo, Ottone, Pietro, Accursio, Adiuto, i primi tre erano sacerdoti, gli altri erano due fratelli laici. Originari delle terre ternane, furono fra i primi ad abbracciare la vita minoritica, ma furono anche i protomartiri dell’Ordine francescano.
La loro opera di predicazione si svolse nelle moschee di Siviglia, in Spagna. Vennero però catturati, malmenati e condotti davanti al sultano Almohade Muhammad al-Nasir, detto Miramolino; in seguito furono trasferiti in Marocco con l’ordine di non predicare più in nome di Cristo. Nonostante questo divieto i cinque francescani continuarono a diffondere la Verità portata da Gesù Cristo e per tale ragione furono nuovamente imprigionati. Dopo essere stati sottoposti più volte alla fustigazione, furono decapitati il 16 gennaio 1220.
Le loro salme vennero trasferite a Coimbra. Fu allora che Fernando Martins de Bulhões, che aveva precedentemente conosciuto i martiri durante il loro passaggio in Portogallo per essere diretti in Marocco, prese la decisione di entrare tra i Francescani. E divenne Fra’ Antonio, guida mirabile, potente predicatore, convertitore di un numero incalcolabile di anime. Ma il suo segreto era ciò che egli stesso consigliava: «Assai più vi piaccia essere amati che temuti. L’amore rende dolci le cose aspre e leggere le cose pesanti; il timore, invece, rende insopportabili anche le cose più lievi.».
Senza sosta e forte nel Vangelo, esortava alla pace, alla mitezza, all’umiltà, trattando con particolare severità coloro che chiamava «cani muti», ovvero i detentori del potere e i notabili, che avrebbero dovuto guidare e proteggere le popolazioni, ma presi dai loro interessi economici e mondani non se curavano. Nei Sermoni Fra’ Antonio scriverà: «La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell’odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell’odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo».
Questo egli insegnava, ma ciò, oggi, scandalizza anche molti pastori della Chiesa, spesso proni e succubi delle follie e dei malesseri del mondo, causati da ideologie materialistiche, contrarie non solo a Dio, ma alla natura del creato e dell’uomo stesso.
Il Santo moralizzò la società, ma fondamentale fu anche la sua predicazione contro i cristiani eterodossi. A quel tempo i movimenti ereticali più importanti erano i Catari (che significa «i puri»), detti anche Albigesi (dal nome della città di Albi, nella Francia meridionale) e i Patarini, diffusi in Lombardia. Essi si caratterizzavano per un profondo desiderio di rinnovamento spirituale, ma la direzione intrapresa era erronea: avevano una visione del Messia come creatura più divina che umana, inoltre erano ostili alle cose terrene, compreso il potere temporale del papato. Non sapevano perciò armonizzare spiritualità e materia, come è proprio del Cattolicesimo.
Di rinnovamento spirituale, nella Chiesa di quel tempo, ce n’era un gran bisogno, ma se da una parte erano emerse le esasperazioni degli eretici che combattevano contro quella Chiesa, posizionandosi dunque al di fuori di essa con ira e livore, dall’altro il Francescanesimo riuscì a rinnovare positivamente e con metodi cattolici quella stessa Chiesa che si era macchiata di errori umani, e lo fece modificandola dall’interno. È proprio nei momenti in cui la Chiesa è in crisi e ha bisogno di essere rivitalizzata che arrivano i rivoluzionari che vogliono smantellare il passato per fare tutto nuovo. Ma il sano rinnovamento poggia il suo stabile perno sulla rocca della Tradizione, unico riferimento, come afferma San Paolo, per trasmettere ciò che i primi Apostoli ricevettero dal fondatore della Chiesa.
Sant’Antonio era molto abile nello smontare le eresie anticattoliche: oltre ad una valente dialettica, possedeva intelligenza, acume e lungimiranza, dimostrando come la riflessione teologica e antieretica era impossibile senza solide basi dottrinali; proprio per tale motivo insistette per ottenere la fondazione, nel 1223, del primo studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola. San Francesco, che pure aveva sperato che la preghiera e la dedizione potessero essere sufficienti per la rigenerazione benefica della Chiesa, si trovò ad approvare l’iniziativa del confratello, che diede un volto dotto all’Ordine: «A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com’è prescritto nella regola».
Terra di predicazione antieretica per Sant’Antonio fu anche la Francia, dove egli giunse nel tardo autunno del 1224, e qui rimase un paio di anni: Provenza, Linguadoca, Guascogna le regioni principali della sua seminagione miracolosa. Mentre gli intellettuali ammiravano in lui l’acutezza dell’ingegno e la bella eloquenza, la sua genuina amabilità recuperava gli erranti, portandoli al pentimento.
Nel novembre del 1225 Fra’ Antonio partecipò al Sinodo di Bourges, convocato dal primate d’Aquitania per valutare la situazione della Chiesa oltralpe e per pacificare le regioni meridionali. All’arcivescovo Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, il Santo, invitato quel giorno a predicare, dichiarò: «Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale… L’esempio della vita dev’essere l’arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna». Quell’Arcivescovo, riportano le cronache, chiese ad Antonio di confessarlo.
Il Provinciale della Provenza, Giovanni Bonelli da Firenze, lo nominò prima Guardiano del convento di Le Puy-en-Velay e poi Custode (Superiore) di un nucleo di conventi intorno a Limoges. Un anno dopo la morte di San Francesco raggiunse Assisi: era il 30 maggio 1227, festa di Pentecoste e giorno d’apertura del Capitolo Generale dell’Ordine, nel quale si doveva eleggere il successore del Santo stigmatizzato. Molti prevedevano l’elezione di frate Elia, Vicario generale di Francesco e missionario in Oriente. Ma il suo temperamento era troppo focoso e così venne preferito il più prudente frate Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e Provinciale della Spagna. Quest’ultimo aveva accolto Fra’ Antonio nell’Ordine, stimandolo molto decise di nominarlo Ministro provinciale per l’Italia settentrionale, la seconda carica per importanza dopo la sua. Fu così che Sant’Antonio prese dimora a Padova, dove il suo culto è rimasto vivissimo.
La Basilica di Padova, dove tutto parla di Sant’Antonio e dove vi si recano ogni anno 6 milioni di pellegrini, è maestosa per bellezza e dimensioni, per ricchezze d’arte e per patrimonio catechetico. Così, anche quando narrazioni e spiegazioni non vengono fatte a causa di un dirottamento ideologico acattolico a vantaggio del rispetto umano, architetture, marmi e dipinti sostituiscono le manchevolezze dei responsabili dell’ignoranza religiosa odierna.
Nessuno può restare indifferente di fronte ad opere sublimi come l’Altare maggiore e il presbiterio, dominati dai capolavori di Donatello o come la Cappella dell’Arca, dove vi hanno lavorato i maggiori scultori veneti del Rinascimento (lungo le pareti sono disposti nove rilievi marmorei, con scene della vita e miracoli di Sant’Antonio, mentre al centro sorge l’altare-sepolcro del Santo), oppure come la Cappella del Beato Luca (che si apre nella parete nord della Cappella della Madonna: il Beato Luca da Padova fu discepolo e compagno di Sant’Antonio e probabilmente fu promotore della costruzione della Basilica), o ancora come la Cappella delle reliquie o del tesoro, eretta nel XVII secolo in stile barocco su progetto dell’architetto scultore Filippo Parodi: nelle tre nicchie sono esposti reliquiari, calici, ex voto, autografi di Santi…nella nicchia centrale, in uno spettacolare reliquiario dell’orefice Giuliano da Firenze (1436) è conservata la lingua incorrotta di Sant’Antonio e sotto di esso si trova il reliquiario di Balljana (1981), che custodisce l’apparato vocale del Santo, ritrovato nell’ultima ricognizione.
Le parole che uscivano dalla sua bocca erano richiamo prodigioso per le folle che riempivano le chiese e le piazze. Tra predicazioni ad libitum e molteplici ore nel confessionale, il frate taumaturgo compiva lunghi digiuni e lunghe adorazioni. La sua umiltà e il suo reale amore per Cristo, così come era accaduto per San Francesco, portarono ordine nella Chiesa, che riprese ad essere faro sicuro anche per molte anime che erano entrate in dolorosa e talvolta esacerbata o cinica confusione.