Sante Messe in rito antico in Puglia

giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.

mercoledì 8 aprile 2020

L’onanismo liturgico ai tempi del coronavirus

Rilanciamo volentieri questo contributo del nostro amico Franco Parresio.

L’onanismo liturgico ai tempi del coronavirus

di Franco Parresio

È proprio vero: al cattivo gusto non c’è mai fine!
È davvero disgustoso quanto pochi giorni fa, in un tweet – ormai cancellato – del 31 marzo, un solone insolente della nuova supposta teologia liturgica ha sostenuto, affermando che la Messa senza congregazione sarebbe una forma di «onanismo liturgico».
Mio Dio!, come siamo caduti in basso!
Nell’articolo, che riporta questa notizia (v. qui), si legge che il solone in questione (per sua disgrazia e di coloro che lo seguono ordinario di Teologia in una università statunitense) «appartiene al partito di Francesco».
E si vede!
Francesco per primo non si atterrebbe a quanto da lui stesso stabilito attraverso la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che, contro la diffusione del covid-19, vuole si celebri «senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace» (v. qui). E ciò a prescindere che si tratti o meno dei riti della Settimana Santa. Lo vediamo nelle liturgie mattutine in Santa Marta: puntualmente concelebrate con lo scambio della pace tra i concelebranti; concelebranti che, se da una parte stanno molto attenti a non infettarsi mantenendo le debite distanze, dall’altra non si fanno minimamente scrupolo a comunicarsi bevendo allo stesso calice.
Di qui un sospetto del tutto legittimo: se la messa privata è onanistica, quella congregata – stando alla terminologia del solone – non può che apparire orgiastica e, per sua stessa natura, fittizia… esattamente come molti riti delle tribù primitive (parola di Fromm).
Il solone trascura che la natura della messa è anzitutto e soprattutto sacrificale… e, poi, comunionale. Peccato che non arrivino a capirlo i non pochi santi sacerdoti, che se ne stanno chiusi in casa (per modo di dire) a non dire messa: tanto a che serve se non c’è il popolo? Questo pensano e dicono, trascurando che la messa, pur sine populo, è comunque e sempre pro populo! E mai come in questo momento c’è forte bisogno di messe! C’è bisogno che offrano il loro sacrificio eucaristico dai comodi luoghi delle proprie residenze. Glielo ha ricordato – se lo hanno letto e bene – San Giovanni Fisher alla seconda lettura dell’Ufficio delle Letture del lunedì della V settimana di Quaresima:
«Questo sacrificio è così gradito e accetto a Dio, che egli non può fare a meno – non appena lo guarda – di avere pietà di noi e di donare la sua misericordia a tutti quelli che veramente si pentono. 
Inoltre è un sacrificio eterno. Esso viene offerto non soltanto ogni anno, come avveniva per i Giudei, ma ogni giorno per nostra consolazione, anzi, in ogni ora e momento, perché ne abbiamo un fortissimo aiuto».
Ma glielo ricorda pure il Codice di Diritto Canonico:
«Sempre memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda vivamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è un atto di Cristo e della Chiesa, nella cui celebrazione i sacerdoti adempiono il loro principale compito» (can. 904).
E, infine, la pontificia Congregatio pro Clericis, con la Nota circa La celebrazione quotidiana della Santa Messa anche in assenza di fedeli (v. qui), in cui si bacchetta quella categoria di preti che pratica «il cosiddetto ‘digiuno celebrativo’ consistente nella pratica di astenersi […] dal celebrare la Santa Messa, privandone così anche i fedeli. In altri casi, il sacerdote che non svolge cura pastorale diretta ritiene non essere necessario celebrare ogni giorno, se egli non ha possibilità di farlo per una comunità. Infine, alcuni ritengono che, nel meritato periodo di riposo delle proprie vacanze, abbiano il diritto di ‘non lavorare’, e pertanto sospendono anche la Celebrazione eucaristica quotidiana. Cosa dire di tutto ciò?».
Più chiaro di così si muore!
Rinunciare per questi sacerdoti a ciò di più prezioso sono stati ordinati equivale, dunque, a doverli tristemente considerare quali “impiegati del sacro”, come ironicamente li ha definiti un mio amico. E il fatto di giustificarsi dicendo che «comunque preghiamo, recitando l’Ufficio», non è una bella scusa, anzi… giacché non c’è bisogno di essere preti per poter recitare il Breviario: per loro è e resta fondamentalmente un dovere, al quale non possono sottrarsi… come invece per la messa.
Poveri a loro!

domenica 5 aprile 2020

La “Missa sicca” della Domenica delle Palme

In occasione della Domenica delle Palme, in cui si celebra l’ingresso solenne di Gesù nella Città Santa, Gerusalemme, riprendiamo, rilanciandolo, questo contributo, già pubblicato nel 2018, ma assai utile in questi tempi.


La “Missa sicca” della Domenica delle Palme

A testimonianza della veneranda antichità dei riti della Settimana Santa, rimontanti ai primi secoli della storia della Chiesa, la Domenica delle Palme continua a officiarsi una cerimonia assai diffusa nel Medioevo e scomparsa dopo il Concilio Tridentino, detta Missa sicca, ossia una celebrazione che ricalca il modello della Messa, ma è priva della parte sacrificale. Essa veniva officiata in occasione di benedizioni, o per i matrimoni in alcune particolari circostanze; rimane oggi unicamente per il rito di benedizione dei rami d’ulivo con cui i Cristiani inneggeranno a Cristo entrante in Gerusalemme, siccome inneggiarono i fanciulli giudei a quel suo solenne ingresso duemila anni fa.
Dopo Terza, avuta luogo more solito l’aspersione domenicale, il Sacerdote rivestito di stola e piviale violacei accede all’altare, lo venera col bacio, e va al lato dell’epistola, mentre il coro canta la solenne antifona Hosanna filio David. ‘Hosanna’, come ben spiega il Card. Schuster, indica un uso rituale tipicamente ebraico, svolto in occasione delle grandi feste come la dedicazione del tempio, ovverosia il portare rami d’alberi qua e là in occasione d’onori. Il fatto che a Nostro Signore sia stato tribuito un siffatto ingresso nella Città Santa, infatti, prefigura direttamente la sua divina regalità, poiché tale onore spettava generalmente alle feste in onore di Dio, e non a uomini, per quanto importanti.
Il Sacerdote intanto prosegue le cerimonie come alla Messa: canta l’orazione, con cui apre il cammino della Settimana Santa, richiedendo a Dio di moltiplicare le grazie pel suo popolo e di farlo giungere alfine alla gloriosa Risurrezione.
Dipoi, il suddiacono canta la Lezione, che è tratta dai capitoli XV e XVI dell’Esodo: in tale brano, infatti, oltre a mentovarsi settanta palme all’inizio del brano, viene preannunciata la missione salvifica del Cristo, poiché Iddio, sotto figura di manna, promise di dare il suo Divin Figliuolo. Soggiungesi poi un responsorio, a mo’ di graduale, che può scegliersi tra un brano di San Giovanni e uno di San Matteo, ambedue riferentesi alla condanna a morte del Redentore, dacché è attraverso di essa che a noi è elargito dal cielo ogni beneficio.
Intanto, viene benedetto l’incenso e il diacono domanda al Sacerdote la benedizione, apprestandosi a cantare il Vangelo, con le consuete cerimonie della Messa solenne.
La pericope evangelica è proprio l’Ingresso in Gerusalemme, secondo San Matteo (capitolo XXI).
Tra i rituali della Messa secca s’inseriscono ora le preci di benedizione dei rami. La Chiesa benedice
e distribuisce i rami perché già vede perfetto il trionfo di Cristo. Inoltre, essendo Egli il trionfatore e dovendo per Lui trionfare gli eletti in Cielo, convenientemente la benedizione e distribuzione vien fatta dal Sacerdote, che rappresenta Cristo.
Dopo aver cantato una orazione, il Sacerdote intona un prefazio in cui si esalta la regalità suprema di Nostro Signore, al termine del quale viene cantato il Sanctus, dimodoché insieme procedano la lode delle schiere celesti e quella delle turbe terrene. Si noti ancora una volta la perfetta identità di questo rituale con le cerimonie della Messa; soltanto, ora, anziché procedere alla Consacrazione, seguirà piuttosto la già preannunziata benedizione dei rami.
E dunque ciò avviene con cinque solenni orazioni, le quali mostrano quale sia il mistero ed il significato dei rami di olivo e di palma, e come gli uomini, in virtù della ricezione di tali sacramentali, vengano da essi aiutati per mezzo della divina grazia. La benedizione viene conclusa dall’aspersione e dall’incensazione dei rami.
Cantata un’ulteriore orazione in cui si chiede a Iddio di accoglierci, mondati dal peccato, nel numero di quanti lo esaltano festanti coi rami di palma, il Sacerdote distribuisce gli stessi al clero e poi al popolo, mentre il coro canta il responsorio Púeri Hebræórum. Lavatosi le mani ai piedi dell’altare e cantata un’altra orazione dal lato dell’epistola, ha inizio la solenne processione, coll’invito del diacono: Procedamus in pace, cui il coro risponde: In nomine Christi. Amen.
Avanti a tutti va il turibolo fumigante, segue la croce processionale, velata e con un ramo di palma legato ad essa da un nastro violaceo, portata dal suddiacono e accompagnata dagli accoliti coi ceri accesi, indi il clero, e per ultimo il Sacerdote accompagnato dal diacono e dal cerimoniere, tutti reggenti in mano i rami d’ulivo. Durante il tragitto, il coro canta numerose antifone, ora tratte da brani evangelici, ora di composizione ecclesiastica, che richiamano l’esultanza dei fanciulli ebrei in onore di Gesù Cristo.
Quando la processione ha termine, tutti si fermano anzi alla porta della chiesa: quattro cantori entrano nel tempio e chiudono le porte, indi iniziano il canto del poema di Teodolfo d’Orleans, rimontante al IX secolo, che inizia Gloria, laus et honor tibi sit. Esso viene cantato da quelli dentro la chiesa, ai quali rispondono tutti coloro che stanno fuori con il ritornello. Il fatto che alcuni stiano dentro la chiesa cantando ed altri fuori rispondendo, significa che gli Angeli, prima della Risurrezione e il trionfo di Cristo, stavano nel Cielo chiuso agli uomini e, lodando Dio, lo pregavano di restaurare il genere umano. A questi, i buoni mortali affidati alla speranza divina, rispondevano cantando e pregando per esser a quelli congiunti.
Quinci, il suddiacono percuote tre volte la porta con la Croce astile, sinché questa non viene aperta, e la processione rientra solennemente in chiesa cantandosi il responsorio Ingrediente Domino. Ora quelli di fuori si uniscono con quelli di dentro fino a formare un corpo solo, per significare che l’ingresso fatto oggi da Cristo in Gerusalemme prefigurava la sua entrata nella città del Paradiso dove i giusti dovevano unirsi con gli Angeli ed avere, trionfanti, i segni e le palme della vittoria gloriosa. E, siccome tale ingresso avvenne mediante la morte espiatoria di Cristo, e la sua Croce aprì dunque ai giusti le porte del Paradiso, così è la Croce che simbolicamente apre le porte della chiesa per farvi entrare i fedeli.
Con questa commovente cerimonia ricca di significato, si chiude l’ufficiatura della “Missa sicca” e della relativa processione, e il Sacerdote, svestito il piviale e indossati pianeta e manipolo di colore violaceo, inizia la vera e propria Messa con le preghiere ai piedi dell’altare.

Omnípotens sempitérne Deus, qui Dóminum nostrum Iesum Christum super pullum ásinæ sedére fecísti, et turbas populórum vestiménta vel ramos arbórum in via stérnere et Hosánna decantáre in laudem ipsíus docuísti: da, quæsumus; ut illórum innocéntiam imitári possímus, et eórum méritum cónsequi mereámur. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum.

Onnipotente sempiterno Iddio, che faceste sedere nostro Signore Gesù Cristo su di un asinello, e ordinaste alle turbe dei popoli di stendere per la via le vesti e i rami degli alberi, e a cantare “Osanna” in di Lui onore: concedete, ve ne preghiamo, che noi possiamo imitare l’innocenza di quei fanciulli, e meritiamo di conseguire al fine il loro merito. Per lo stesso Cristo Signor nostro.

Fonte: Traditio marciana, 4.4.2020

I riti popolari della Settimana Santa al tempo del coronavirus

Rilanciamo volentieri questo contributo del nostro amico prof. Vito Abbruzzi sui riti popolari della Settimana Santa in tempo di Covid-19.

I riti popolari della Settimana Santa al tempo del coronavirus

di Vito Abbruzzi

Quest’anno l’emergenza coronavirus non risparmia nessuno… persino i sacrosanti riti della Settimana Santa, che, proprio a motivo della loro popolarità, metterebbero a rischio l’incolumità pubblica. E, allora, si preferisce soprassedere e accontentarsi di seguire i riti religiosi in diretta streaming, celebrati a porte chiuse e senza concorso di fedeli. E ciò in ottemperanza all’ultimo Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: In tempo di Covid-19 (II), emanato il 25 marzo scorso (v. qui), sostitutivo del precedente del 19 marzo (neppure più riprodotto nel sito vaticano), che stabilisce da una parte che «i Vescovi e i Presbiteri celebrino i riti della Settimana Santa senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace», dall’altra che «i fedeli siano avvisati dell’ora d’inizio delle celebrazioni in modo che possano unirsi in preghiera nelle proprie abitazioni. Potranno essere di aiuto i mezzi di comunicazione telematica in diretta, non registrata»; per quanto riguarda, poi, «le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale, a giudizio del Vescovo diocesano, potranno essere trasferite in altri giorni convenienti, ad esempio il 14 e 15 settembre».
Nel timore, però, che “passato il santo passata la festa”, in molti ci si sta ponendo il problema di come non far passare del tutto inosservate proprio “le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale”, e che caratterizzano tanto i nostri paesi. E, per non far sentire del tutto la loro assenza, si vorrebbe proporre alle autorità ecclesiastiche e civili di celebrarle comunque, sebbene in maniera minimale. Mi riferisco a quei paesi dove i riti popolari della Settimana Santa sono molto sentiti, e – guarda caso – sono strettamente legati al ricordo delle pestilenze, che li hanno maggiormente afflitti. Penso a Noicattaro, dei cui riti mi sono occupato negli anni passati (qui; qui e qui): comunità cittadina che evoca non poco, attraverso quei riti, il dramma da essa vissuto, poco più di due secoli fa, con l’ultimo caso di peste in Europa (v. qui). L’allora Noja pagò un prezzo altissimo in termini di vite umane: quasi un quinto della popolazione morì, seguendo la spietata legge della discutibilissima immunità di gregge. Sì, perché le autorità borboniche, per far rispettare le regole della quarantena imposte all’intera comunità nojana, non si limitarono alla sola istituzione del cosiddetto “cordone sanitario”, ma dovettero ricorrere alla legge marziale, applicando indistintamente la pena di morte. Persino un prete, accusato di aver passato un mazzo di carte ad un gruppo di soldati, venne giustiziato. E a Noicattaro i giustiziati, passati per la forca, vengono tristemente evocati dal rullante la sera del Giovedì Santo, nella piazza principale del paese, sotto la torre dell’orologio, dove certamente era posto il patibolo, suonando di continuo, sino alla mezzanotte, una melodia inquietante e sinistra, che mette i brividi, perché accompagna la esecuzione capitale: la condanna a morte di un intero paese, che appieno si identifica, attraverso quei riti profondamente e intimamente sentiti, col suo Signore, il quale, “maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte?” (Isaia 53, 7-8). Quei riti, per i Nojani tutti, sono più di una semplice espressione della propria pietà popolare: sono un vero e proprio memoriale. E il non poter in alcun modo esprimere quella loro struggente pietà, è per essi mortificante.
Lo stesso dicasi dei bravi Barlettani, mestamente rassegnati al fatto che, per l’emergenza covid-19, non vedranno questa volta sfilare la lunghissima processione eucaristico-penitenziale del Venerdì Santo (v. qui), tanto sentita dall’intera popolazione, che con essa fa memoria della terribile pestilenza del 1504. Forse non se ne dorranno quanti la trovano antiliturgica o, come qualcuno molto impropriamente l’ha definita, “illiturgica”. E, invece, essa è a pieno titolo liturgica, perché prolungamento, extra mœnia, della solenne processione eucaristica del Giovedì Santo sera, a conclusione della Messa in Cœna Domini. Infatti, come mi testimoniava un amico di Barletta, conoscitore da vicino di quella suggestiva processione, nonché memoria storica delle tradizioni barlettane, essa in origine si svolgeva la tarda serata del Giovedì Santo; solo dalla metà del ’600, per ordine pubblico – a motivo della mariuoleria, che si muoveva indisturbata, approfittando del buio e delle case lasciate incustodite –, essa fu spostata al primo pomeriggio del Venerdì Santo, esattamente in coincidenza con la pia pratica delle «Tre ore di Agonia di N.S.G.C.». Ma, non per questo, perdendo il carattere liturgico. Per essa, addirittura, l’allora arcivescovo titolare di Nazareth, Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, compose il lungo e struggente canto dell’Ante oculos, ancora oggi cantato dal clero, supportato dal popolo, che, in forma litanica, risponde: «Miserere nostri, Domine; miserere nostri». Questo mio amico, parlandomi del dolore suo e dei suoi concittadini della non effettuazione della processione il Venerdì Santo, si augurava che almeno un sacerdote, da solo, in quel giorno portasse processionalmente la pisside col Santissimo Sacramento, nascosto sotto il velo omerale. Sarebbe un segno forte della presenza in corpo, sangue, anima e divinità di Nostro Signore, il quale non abbandona il popolo dei suoi fedeli.
Ci sono dei particolari di quella plurisecolare processione che mi hanno da subito impressionato: innanzitutto i quattro giovani sacerdoti che portano a mano l’Urna contenente il Santissimo Sacramento: indossano delle dalmatiche settecentesche, davvero uniche nel loro genere: sono bicolore: rosso e nero: quasi un presagio dell’ultima riforma della Settimana Santa (anno 1969), che per il Venerdì Santo ha stabilito la mutazione dei colori liturgici: dal nero al rosso. Ma quel che colpisce di più è che questi quattro sacerdoti svolgono la loro funzione di urniferari, camminando per tutto il tragitto scalzi; e con essi i crociferi delle numerose arciconfraternite e confraternite di Barletta e i turiferari. È un segno forte della profonda devozione che tutti – ma proprio tutti – sentono… non solo il popolino. E questo dice perché mai Barletta abbia dato alla Chiesa tantissime vocazioni sacerdotali e religiose: tanto maschili, tanto femminili. Lo dico con cognizione di causa: sin da bambino ho frequentato a Conversano la chiesa e il monastero di San Cosma: una vera e propria enclave barlettana, le cui suore sono tutte figlie spirituali di Don Ruggero M. Caputo, vissuto e morto a Barletta in concetto di santità nel giugno 1980.






Fotografie tratte dalla processione del Venerdì santo del 2013. FONTE

Quello di vedere in processione anche il clero scalzo è un fatto a cui non si dà sufficiente risalto; quando, invece, andrebbe sottolineato. Esattamente come si fa per il Venerabile Mons. Giuseppe Di Donna (1901-1952), vescovo di Andria, il cui gesto di voler andare scalzo un anno alla processione del Venerdì Santo, in segno di riparazione a un grave delitto commesso proprio nella sua città episcopale, è rimasto famoso.
Il mio augurio è che tutte “le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale”, giustamente proibite in questo momento drammatico di pandemia, non solo non subiscano una diminuzione d’affetto, ma che ne escano ancor più rafforzate.
Con questo spirito, dunque, viviamo la Settimana di Passione e la Settimana Santa.
Buona Pasqua.

venerdì 3 aprile 2020

Il martirio di Maria secondo san Bernardo

Nella ricorrenza dei Sette Dolori della B. V. Maria, rilanciamo questo contributo tratto dal Sermone di S. Bernardo di Chiaravalle, Abate, sulle dodici stelle.


Il martirio di Maria secondo san Bernardo


Il martirio della Vergine ci è rivelato tanto dalla profezia di Simeone quanto dalla storia medesima della passione del Signore. «Egli è posto disse il santo vegliardo del bambino Gesù) per segno di contraddizione; e anche a tè (rivolto poi a Maria) trapasserà l’anima una spada». Sì, o Madre beata, essa ha veramente trapassato l’anima tua. Perché non passando che per questa, ha potuto penetrare la carne del tuo Figlio. E certo dopo che quel tuo Gesù ebbe reso lo spirito, la lancia crudele, aprendogli il costato, non giunse già all’anima di lui, sibbene trapassò l’anima tua. Infatti l’anima di lui non c’era più là, ma la tua non se ne poteva distaccare.
La violenza del dolore ha dunque trapassata la tua anima, così che non immeritatamente noi ti proclamiamo più che Martire, avendo il sentimento della compassione sorpassato in te tutte le sofferenze che può sostenere il corpo. E non ti fu forse più che una spada quella parola che trapassò realmente la tua anima «e giunse fino alla divisione dell’anima e dello spirito»: «Donna, ecco il tuo figlio?». Quale scambio! Ti si dà Giovanni invece di Gesù, il servo invece del Signore, il discepolo invece del Maestro, il figlio di Zebedeo per il figlio di Dio, un semplice uomo per il vero Dio! Come non avrebbe trapassata la tua sensibilissima anima questa parola, quando il solo ricordo spezza i nostri cuori, sebbene di sasso e d’acciaio?
Non vi meravigliate, o fratelli, nel sentir dire che Maria fu Martire nell’anima. Si meravigli chi non ricorda d’aver udito Paolo annoverare fra i più grandi delitti dei Gentili d’essere stati «senza affezione». Ciò fu lungi dal cuore di Maria, e sia pure lungi dai suoi servi. Ma forse qualcuno dirà: Non sapeva ella che sarebbe morto? Senza dubbio. Non sperava forse che sarebbe risuscitato? Con tutta la fede. E nonpertanto fu afflitta nel vederlo crocifisso? E profondamente. Ma chi sei tu, o fratello, e donde viene la tua saggezza, per meravigliarti più di veder Maria compatire che di vedere il Figlio di Maria patire? Egli poté morire nel corpo; e questa non poteva morire con lui nel cuore? Egli morì per una carità che nessuno sorpasserà mai; ed anche il martirio di lei ebbe principio da una carità che dopo quella, non ce ne fu mai l’uguale.

venerdì 27 marzo 2020

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

Con due decreti la Congregazione per la dottrina della fede (organo che ha assorbito le competenze della Commissione Ecclesia Dei), pubblicati entrambi in data 25.3.2020, sono stati approvati, con uno, sette nuovi prefazi nel rito Vetus Ordo e, con l’altro, si annuncia l’ingresso, sempre nel calendario Vetus, di nuovi santi, canonizzati dopo il 1960, e si indicano circa settanta santi di maggiore importanza del calendario del 1962, che avranno diritto di precedenza sui “nuovi” (che dovessero cadere nello stesso giorno).
Che dire di questi due provvedimenti?
Con riguardo al primo, ci informa il blog Messa in Latino «(ci risultano quelli per: il SS. Sacramento, Ognissanti (si usa anche per il S. Patrono), la Dedicazione della chiesa - che già erano inseriti nell'appendice del Messale Romano del 1962, edizione francese -, i Martiri, gli Angeli, S. Giovanni Battista, e le Nozze) di cui per ora non è ancora stato pubblicato il testo». Sempre lo stesso blog esprime comunque un apprezzamento per «il prefazio De Nuptiis, tratto dalle stesse antiche fonti della tradizionale benedizione nuziale degli sposi».
Con riferimento al secondo decreto, che per la verità lo stesso blog aveva anticipato sin dal dicembre scorso (vqui), ancora Messa in latino, ci precisa che «[l]a memoria dei Santi “nuovi” è facoltativa e qualora cadesse nello stesso giorno di un altro santo del 1962 senza precedenza, si  farà doppia commemorazione nel caso che si festeggi il nuovo santo».
Due considerazioni ci viene di porgere al di là dei concreti contenuti dei due decreti. La prima considerazione è che la c.d. riforma della riforma, o forse sarebbe più corretto dire riforma della riforma della riforma, viene a toccare, inspiegabilmente, solo e soltanto il messale del 1962 e non quello del 1969-70. Che fretta c’era di toccare solo quel messale e non prima l’altro? Gli abusi, forse, non si son verificati principalmente con il secondo anziché col primo? E quindi era quello del ’69-’70 da correggere per primo per evitare o limitare gli abusi, non quello del ’62. Quindi, se fosse stato sincero l’intendimento dei riformatori della riforma, avrebbero pensato prima a “raddrizzare” il rito ordinario e poi, eventualmente, pensare alla forma straordinaria. C'è dietro dell'altro?
La seconda considerazione concerne propriamente l’inserzione dei nuovi santi. Non sappiamo chi verrà inserito. Per molte canonizzazioni post 1960 non ci sono problemi di sorta (si pensi, per es., a S. Pio da Pietrelcina o a S. Massimiliano M. Kolbe) di cui il popolo cristiano non dubita. Invece, per altre, qualche problema potrà esservi, sussistendo molti dubbi su quelle canonizzazioni (v. per es. lo studio di Mons. Gherardini, qui).
Pubblichiamo volentieri, comunque, riguardo a questi due provvedimenti il commento del nostro amico Franco Parresio.

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

di Franco Parresio

Sono di ieri i due decreti della Congregazione per la Dottrina della Fede, che lasciano molto il tempo che trovano: il Quo (re) magis (qui) e il Cum (mamma) sanctissima (qui): due provvedimenti atti a riformare il Messale del 1962 con l’introduzione di nuovi sette prefazi e dei «santi canonizzati dopo il 26 luglio 1960 (data dell’ultimo aggiornamento del Martirologio della forma extraordinaria)», come si legge nella Nota della medesima Congregazione «circa la celebrazione liturgica in onore dei santi nella forma extraordinaria del Rito Romano» (qui).
Peccato che manchi un terzo decreto: Cui prodest.
A chi giova, infatti, tutto questo? A nessuno!
Eppoi, a che pro? A confondere soltanto le idee e gli animi, innanzitutto e soprattutto degli stessi seguaci dell’Usus Antiquior: già numericamente esigui e divisi, nonché contrapposti tra di loro; ma accomunati tutti dalla diffamante definizione di “tradizionalisti”.
Infatti, sibillina è la frase che leggiamo nella Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede circa «i sette nuovi prefazi eucaristici per la forma extraordinaria del Rito Romano» (qui): «L’uso o meno, nelle relative circostanze, dei prefazi nuovamente approvati rimane una facoltà ad libitum. Ovviamente, si fa appello, al riguardo, al buon senso pastorale del celebrante».
Sembra di leggere i prenotanda del Messale di Paolo VI.
E così la “riforma della riforma” da riguardare quest’ultimo (oramai in caduta libera), va ad interessarsi – guarda caso – del solo Messale del ’62!
Forse per «affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile», secondo il diktat bergogliano del 2017 (vqui)?
Ma anche secondo quello benedettiano, che – suadentemente – per dimostrare che «non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum», stabilisce che «nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi» (qui).
E, invece, la contraddizione c’è ed è sotto gli occhi di tutti!
Falso, infatti, appare il principio secondo cui «le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda» – semmai il contrario! –, dal momento che l’influenza è a senso unico.
Il sospetto fondato è che si voglia, con fare «insensibile, sottile, leggermente, dolcemente» (per dirla con un’aria molto famosa del Barbiere di Siviglia), aggiustare, corrompendola, «l’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio”, adeguandola vieppiù al “Messale, pubblicato in duplice edizione da Paolo VI e poi riedito una terza volta con l'approvazione di Giovanni Paolo II». E questo partendo proprio dall’uniformare, in tutto e per tutto, il «Martirologio della forma extraordinaria» a quello della forma ordinaria; facendo poi il resto. I nuovi prefazi non sono, per caso, un preludio ad un successivo recepimento delle altre preghiere eucaristiche diverse dal Canone Romano? Staremo a vedere. Ma una cosa è certa: i tradizionalisti non in comunione con Roma (lefebvriani e sedevacantisti) rafforzeranno il loro aperto scetticismo verso il Summorum Pontificum, tenendosi alla larga da un eventuale pieno rientro nell’ovile romano; e quelli già nell’ovile – mai del tutto persuasi dalle rassicurazioni curiali – pronti a scappare. Mi auguro di sbagliarmi.

giovedì 19 marzo 2020

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

L’8 dicembre 1870, con il decreto Quemadmodum Deus, il prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, cardinal Patrizi, a nome del beato papa Pio IX, proclamava S. Giuseppe patrono della Chiesa: «[…] Ora, poiché in questi tempi tristissimi la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici, è talmente oppressa dai mali più gravi, che uomini empi hanno pensato che infine le porte dell’inferno abbiano prevalso contro di lei, i Venerabili Eccellentissimi Vescovi dell’universo Orbe Cattolico hanno inoltrato al Sommo Pontefice le loro suppliche e quelle dei fedeli affidati alla loro cura chiedendo che si degnasse di costituire San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica. Avendo poi essi rinnovato nel Sacro Ecumenico Concilio Vaticano [I] più insistentemente le loro domande e i loro desideri, il Santissimo Signor Nostro Pio Papa IX, costernato per la recentissima e luttuosa condizione di cose, per affidare Sé stesso e i fedeli tutti al potentissimo patrocinio del Santo Patriarca Giuseppe, volle soddisfare i voti degli Eccellentissimi Vescovi e solennemente lo dichiarò Patrono della Chiesa Cattolica [...]. Egli stesso inoltre ha disposto che tale dichiarazione, per mezzo del presente Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, fosse pubblicata in questo giorno sacro all’Immacolata Vergine Madre di Dio e Sposa del castissimo Giuseppe» (vqui il testo. V. anche qui).
Quest’anno 2020, quindi, ricorre il 150° anniversario di quella proclamazione.
Dopo Pio IX, a mostrare particolare attaccamento al Santo Patriarca fu il papa Leone XIII. Egli, eletto papa il 20 febbraio 1878, un mese dopo, come ebbe a dire ai cardinali, in una allocuzione del 28 marzo 1878, affermò di aver messo il suo pontificato sotto la protezione di San Giuseppe. Poi, in calce alla lettera enciclica Quamquam pluries del 15 agosto 1889 pose la preghiera «A te, o beato Giuseppe», che sarebbe diventata popolarissima tra i cattolici.
Dopo Leone XIII fu la volta di S. Pio X, al quale spettò approvare le litanie del Padre putativo di Gesù. Per la verità, le prime litanie in onore di San Giuseppe che conosciamo sono riportate nel testo Sommario delle eccellenze del glorioso San Giuseppe, del 1597, del carmelitano P. Girolamo Graziano della Madre di Dio. Ma fu solo con decreto di approvazione della Congregazione dei Riti, del 18 marzo 1909, che il papa San Pio X approvò e fissò le litanie di San Giuseppe. Commenta il padre Gaithier: “Grazie a questo decreto, Maria e Giuseppe erano i due soli santi che godevano di litanie autorizzate per il culto pubblico”. Pio XI, con decreto del 21 marzo 1935, applicò alla loro recita cinque anni di indulgenza ogni volta ed un’indulgenza plenaria se la recita delle Litanie, dei versicoli e dell’orazione è ripetuta ogni giorno per un mese intero. Per il testo delle litanie, cfr. Radiospada, 19.3.2020.
Benedetto XV, ricorrendo il 50° anniversario della proclamazione del Santo a Patrono della Chiesa Universale, con il Motu proprio Bonum Sane del 25 luglio 1920, esortava l’Episcopato dell’orbe cattolico a promuovere il culto nei confronti di S. Giuseppe.


In onore di S. Giuseppe, quindi, rilanciamo questo contributo:

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

di P. Serafino M. Lanzetta

Il mese di marzo è dedicato alla grande figura di san Giuseppe. In questa riflessione vorrei mettere in rilievo il mistero dell’unione di san Giuseppe con la Beata Vergine Maria. In ciò vi è la sorgente di tutte le grazie di cui è ricco il mistero giuseppino, oltre che al modo in cui il Santo di Nazareth viene introdotto dal Nuovo Testamento ed è conosciuto nella Chiesa. Se guardiamo attentamente alla sua vita, tutto accade per mezzo di Maria. Giuseppe comincia ad essere conosciuto come lo sposo di Maria (vedi Mt 1, 16) e proprio in ragione di questa relazione sponsale – da essere approfondita nella sua profondità spirituale – è introdotto nel mistero di Cristo divenendo suo padre putativo. Tutto per Maria.
Concentriamoci per un momento sul Vangelo di Matteo (1, 18-19) dove Giuseppe di Nazareth viene presentato prima di tutto quale sposo di Maria e quindi come “uomo giusto”: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto». Con ciò comprendiamo che Maria e Giuseppe erano già sposati quando la Vergine si trovò incinta miracolosamente del suo Figlio Gesù. Dicendo «promessa sposa», il Vangelo mette in evidenza il costume ebraico di celebrare le nozze in due momenti: l’unione legale, quale vero matrimonio con tutti gli effetti civili e religiosi e la coabitazione che poteva avvenire anche un anno dopo la promessa di matrimonio. Anche il Vangelo di Luca riferisce che Giuseppe era già unito a Maria da un patto matrimoniale. Infatti l’angelo fu mandato «a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe» (1, 27). Da questa unione sponsale benedetta con Maria prende forma anche la relazione di san Giuseppe con Gesù. Il Santo falegname entra in contatto personale con Gesù mediante la Madonna quando è lui a dare il nome “Gesù” al figlio di Maria (cf. Mt 1, 21). Anche al momento dell’adorazione dei pastori, che arrivarono in fretta per vedere il segno di Dio, Giuseppe si trova tra Maria e Gesù: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» ci dice il Vangelo (Lc 2, 16); come per dire che il cammino cristiano che conduce a scoprire pienamente chi è quel Bambino è da Maria a Gesù. Attraverso lo sposalizio con Maria, Giuseppe stringe Gesù e lo tiene tra le sue braccia. Egli pertanto è l’icona più perfetta della consacrazione a Maria, dell’adagio classico a Gesù per Maria.
Riflettiamo più a fondo sullo sposalizio unico e verginale di san Giuseppe con la Madonna, vera chiave per capire la figura del Falegname di Nazareth come primo tipo o modello esemplare della consacrazione mariana. Questo matrimonio santo fu senza dubbio straordinario. Nel considerare questo mistero dobbiamo trascendere il suo significato naturale e puntare subito alla profondità dell’aspetto spirituale. Tutto infatti depone a favore di un’unione speciale e interamente spirituale. Nel racconto di san Matteo (1, 18-19) appena citato, circa il fatto che Giuseppe fosse già sposato con Maria pur non coabitando ancora, possiamo scoprire qualcosa in più in virtù di una lettura anagogica del testo. E cioè, mentre Giuseppe era già unito in matrimonio a Maria – inizialmente e legalmente – non era però ancora pienamente unito a lei; ciò potremmo leggerlo nel senso di non essere ancora consacrato a lei, dal momento che la coabitazione sarebbe stata, di comune accordo, verginale e casta. Le ragioni di ciò le vedremo tra breve. Il matrimonio giuseppino dovrebbe essere considerato sotto un’altra luce in riferimento a due momenti superiori: l’unione maritale iniziale e la sua consumazione, da essere letta come consacrazione a Maria: una piena donazione di se stesso alla Vergine. La consumazione del matrimonio allora acquisterebbe un significato spirituale nuovo, preannunciando ciò che Gesù sceglierà nel suo matrimonio mistico con la Chiesa sulla Croce. Come per Gesù Crocifisso il dono di sé alla Sposa è “consumato” nel suo amore «fino alla fine» (Gv 13,1), amore totale fino alla morte, così sarà per san Giuseppe. Il suo totale amore a Maria sarà consumato nel sacrificio di se stesso fino alla morte per essere uno con Maria e ciò al fine di partecipare alla Redenzione di Cristo. Questa consacrazione a Maria accade dopo la rivelazione dell’Angelo, quando Giuseppe ha la piena conoscenza di chi è Maria e chi è quel Figlio che Lei portava in grembo. Ora Giuseppe è pronto per prendere Maria nella sua vita e per mezzo di Lei di prendersi cura di Gesù. Possiamo contemplare tutto ciò alla luce del racconto del Vangelo di Matteo (1, 20-24), in cui leggiamo: «Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ”Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa».
Qui dovremmo concentrarci soprattutto sull’ultima frase di questa pericope, che nell’originale greco recita così: «kaiparélabentèngunaîkaautou» («prese con sé la sua sposa»). Il verbo para-lambano, “prendere”, ha generalmente due significati: 1) prendere con sé, unire a sé o 2) ricevere ciò che è trasmesso. Questo verbo è lo stesso che troviamo nel Vangelo di Giovanni (19, 27) per descrivere l’atto del prendere/ricevere Maria nella propria vita da parte del discepolo prediletto: «E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (l’originale dice: «élaben o mathetèsautèneistaídia», “la prese tra le sue cose più care”). Quindi, possiamo facilmente concludere che anche Giuseppe, prima di ogni altro, da quell’ora, l’ora in cui fu istruito dall’Angelo per mezzo dello Spirito Santo circa il mistero di Maria e del Bambino nel suo grembo (echeggianti le parole di Nostro Signore sulla Croce al discepolo prediletto in riferimento alla sua Madre), prese Maria con sé. Da quel momento dell’unione piena e perfetta con Maria, Giuseppe consegnò se stesso interamente a Lei, così che attraverso di Lei potesse entrare nel mistero di Cristo e partecipare attivamente all’opera della Redenzione.
Bisogna chiarire un ultimo punto al fine di presentare un quadro completo del matrimonio di San Giuseppe con Maria quale consacrazione a Lei. Il fatto che il matrimonio fu verginale è di grande importanza. Questo prova che la consegna completa che Giuseppe fece di se stesso a Maria durante la seconda fase delle nozze deve essere intesa piuttosto come consumazione spirituale di quella unione. Il Vangelo, sottolineando il modo in cui Giuseppe accoglie Maria nella sua vita, dice anche che «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1, 25). Questa è certamente la traduzione corretta del testo originale che però presenta la particella “fino a” (éos). Con una traduzione più letterale, si dovrebbe rendere il testo così: Giuseppe «non la conobbe fino a quando ella partorì il suo figlio ed egli lo chiamò Gesù». La preposizione “fino a”, comunque, non sta a significare che dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe ebbero una normale relazione maritale. Infatti, ci sono diversi esempi biblici in cui “fino a” non implica mai un cambiamento successivo. Possiamo richiamare tra i tanti, ad esempio, le parole del Salmo messianico (109 [110],1): «Oracolo del Signore al mio signore: siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi». Ovviamente Cristo non regna alla destra del Padre solo fino a quando i suoi nemici saranno sconfitti. Anche quando Gesù promise ai suoi Apostoli di rimanere con loro «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), non volle lasciar intendere che sarebbe stato con loro solo fino alla Parusia. Al contrario, con la preposizione temporale “fino a”, l’Evangelista desidera dire che Giuseppe e Maria, diversamente da una coppia giudaica ordinaria, non consumarono il loro matrimonio durante la prima notte di nozze. Questo perché Maria aveva fatto voto di verginità, come chiaramente appare dalla sua risposta all’Angelo: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34). Ciò non era sconosciuto alla tradizione giudaica, ma fu un voto di astinenza secondo il libro dei Numeri (cap. 30) che Giuseppe aveva accettato e quindi avallato.
Proviamo ora a trarre qualche conclusione da tutto ciò. Immagiamo ciò che poté significare a livello pratico per san Giuseppe ricevere Maria nella sua vita, cosicché ognuno possa avere nel grande Patriarca un modello di consacrazione a Maria. Fu anzitutto per san Giuseppe condividere tutta la sua vita: pensieri, volontà, beni, con Maria per poter piacere a Gesù e per fare la volontà di Dio; fu ancora essere verginalmente obbediente a Maria per poter essere conformato all’obbedienza di Gesù al Padre; fu amare Maria con tutto il suo cuore casto così da rimanere sempre vigilante nel suo ministero di custode di Cristo e di servo della Redenzione; fu infine rimanere devotamente alla presenza di Maria così da essere sempre alla presenza di Gesù. Conoscere chi è Maria fu per Giuseppe conoscere chi è Dio, dove Egli abita.
La consacrazione a Maria, che san Giuseppe fece prima di tutti e in modo più perfetto, dovrebbe allora mirare ad ottenere in primis quella casta disposizione giuseppina del cuore. Nella misura in cui amiamo la Madonna con un cuore puro, con il cuore puro di san Giuseppe, in risposta, Lei ci accoglie sotto il suo manto di purità e ci rende suoi sposi d’amore, così da essere al sicuro da tutte le insidie di impurità e di empietà presenti nel mondo. Che san Giuseppe sia ancora più conosciuto quale Patriarca di amore a Gesù attraverso Maria e nel suo ruolo di sposo mistico della Santa Vergine.

martedì 17 marzo 2020

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

Rilanciamo una nuova riflessione del nostro amico Franco Parresio. Buona lettura.

J. S. Klauber - J. B. Klauber, Sacrificio di Isacco, XVIII sec., museo diocesano, Trento

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

di Franco Parresio

Riprendo e rilancio volentieri quanto dichiarato da don Nicola Bux in un’intervista rilasciata pochi giorni fa e pubblicata su La Fede Quotidiana – dal titolo molto ad effetto Coronavirus, don Bux: “Pandemia? Fa quasi rima con pandemonio” (vqui) – a proposito della infelicissima nuova traduzione del Padre nostro, che da novembre prossimo sarà imposto a tutti, da recitarsi dentro e fuori la messa.
Alla domanda Che tempo stiamo vivendo?”il noto teologo barese rispondendo afferma: “Quello assai delicato della prova. Io consiglio di meditare su questo. Il Signore ci mette alla prova, ci misura, ecco quella famigerata tentazione che con una maldestra traduzione si vuole eliminare dal Padre Nostro. Una cattiva ed inopinata nuova traduzione. Nel Padre Nostro, versione tradizionale noi chiediamo che Dio non ci introduca nella prova, questo è il significato di indurre, significa introdurre. La tentazione, dunque, è la prova di Dio che opera nella storia per valutare le nostra fede. […] Se uno conosce bene la rivelazione, sa che a volte Dio distoglie lo sguardo da noi, si nasconde, e permette, lo permette lui, a Satana di agire, gli lascia spazio per provare la nostra fede anche con eventi negativi e dannosi come questo. Un male a fin di bene, una sorta di ammonimento. In sintesi, Dio consente, non manda, il male, l’opera di Satana, per capire che esito ha questo combattimento. Ha due esiti, chi si converte o chi si danna eternamente. Ricordate che al mondo non si muove foglia che Dio non voglia e che Lui scrive dritto su righe storte”.
In questo momento di crisi globale – in tutti i sensi – ed esistenziale, appare davvero “cattiva ed inopinata” la nuova traduzione del Padre Nostro!
Perché?
Perché – come ebbi già a dire in un precedente articolo su questo tema (vqui) – imputa a Dio la colpa dei nostri fallimenti.
La “angoscia provocata dal coronavirus ha portato molte persone che non si ponevano il problema della fragilità della vita umana e del senso stesso della vita, a considerarlo seriamente”, scrive Gotti Tedeschi, riportando un colloquio avuto proprio con Don Bux (vqui), “tanto da trarne una lezione. […] La nostra supposta autosufficienza, il sentimento di immortalità, spesso avvalorata dal successo professionale (quasi sempre insostenibile) o dalla salute inattaccabile (su cui confidavamo, scoprendo che è impossibile), si rivela tutt’un tratto essere una illusione che ci apre gli occhi sui nostri limiti ineliminabili. Limiti che pretendono soprattutto l’aiuto di Dio, […] in un momento come questo di angoscia per questo virus di cui non capiamo molto”.
Attenti, dunque, a non pretendere l’aiuto di Dio, accusandolo di averci abbandonato alla tentazione! Ci faremmo ridere dietro – ma anche in faccia – da chi non si fa scrupoli a giudicare la nostra fede “infantile”, secondo il severo giudizio dell’autorevole Erich Fromm, dichiaratamente agnostico, che, ne L’arte di amare, afferma: “Il Dio di Abramo può essere amato, o temuto come un padre, essendo la sua ira e la sua intransigenza l’aspetto dominante. Poiché Dio è il padre, io sono il figlio. Non sono emerso completamente dall’originario desiderio di onniscienza e onnipotenza. Non ho ancora acquisito l’obiettività di accorgermi dei miei limiti di essere umano, della mia ignoranza, della mia debolezza.
Pretendo ancora, come un bambino, che ci sia un padre che mi perdoni, che mi custodisca, che mi punisca, un padre che mi lodi quando sono obbediente, che si compiaccia dei miei meriti e si adiri per la mia disobbedienza. Ovviamente, la maggior parte della gente non ha superato nel suo sviluppo mentale questo stadio infantile, e di conseguenza la fede in Dio, per molti, è la fede in un padre valido, illusione infantile”.
Meditate, gente! Meditate!