Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 29 marzo 2024

Immagini per meditare il Venerdì santo






Bernardo López Piquer, Jesús de Medinacelli, 1874, collezione privata


Belmiro Barbosa de Almeida, Flagellazione di Cristo, 1887

Domenico Fiasella, Derisione del Cristo, XVII sec., collezione privata



Corrado Mezzana, Cristo in croce e S. Longino, 1935-37, chiesa di S. Eustachio, Roma








James Tissot, Consummatum est, 1886-1894, Brooklyn Museum, Brooklyn, New York 

venerdì 7 aprile 2023

Una data di Pasqua in coincidenza con la data storica della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù?

Quest'anno la data di Pasqua viene il 9 aprile e la morte di Gesù - il Venerdì santo - il 7 aprile.
Secondo gli esegeti, Gesù sarebbe morto il 7 aprile dell'anno 30 d.C., sebbene non tutti condividano questa opinione (cfr. Ruggiero Sangalli, La morte di Cristo, minuto per minuto, in LNBQ, 26.3.2011; Id., E il sole si oscurò, l'ultima ora di Gesù, ivi, 19.3.2011; Id., I vangeli e l'ultima cena, ivi, 5.3.2011).
Tuttavia, la maggior parte degli studiosi è assestata sulla data del 7 aprile del 30 della nostra era.
Tuttavia vi sono dei dati estrinseci ai Vangeli che confermerebbero questa datazione. Qualche anno fa ricordammo che il Talmud riportava la notizia che quarant'anni prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme (avvenuta nel 70 d.C.) il miracolo della c.d. striscia rossa ovvero il panno rosso apposto sulla porta del Tempio, che sarebbe dovuto diventare bianco a significare che l’espiazione del Yom Kippur era stata accetta al Signore, rimaneva color cremisi (cfr. Quando lo stesso Talmud conferma che solo con Cristo ed il suo Sacrificio venne la Redenzione … ovvero le prove talmudiche relative al Messia, qui, 24.2.2018). Orbene, se è nota la data della distruzione del Tempio è facile dire da quarant'anni prima si scenda sino al 30 d.C. Per cui quella data appare altamente verosimile.
Ecco quanto riporta John P. Meier, nel suo libro Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, pubblicato per i tipi della Queriniana, vol. 1:

«Ammettendo che la cronologia della passione di Giovanni sia verosimilmente più accurata dal punto di vista storico, questo ci fornisce qualche indicazione circa l'anno esatto in cui Gesù morì? È possibile, entro un certo raggio di probabilità. Da una parte abbiamo già visto che nell'arco dei dieci anni di governo di Pilato come prefetto (26-36 d.C.), il ministero di Gesù può aver avuto inizio nell'anno 28 d.C., ma pure il 27 e il 29 sono valide date. Questo significa che possiamo tranquillamente ignorare tutti gli anni fino al 28 come possibili date della morte di Gesù. Inoltre, ammettendo una data intorno al 28 d.C. come inizio del ministero di Gesù, anche la sua esecuzione proprio negli ultimi anni dell'amministrazione di Pilato sembra inverosimile, poiché un ministero con una durata tra i cinque e gli otto anni sarebbe in evidente disaccordo sia con la cronologia sinottica che con quella giovannea. Né, in pratica, un ministero tanto lungo è normalmente sostenuto da esegeti o storici.

In breve, dunque, l'anno della morte di Gesù, secondo l'opinione della maggioranza dei commentatori, va collocato tra il 29 e il 34 d.C., questo lasciando spazio alle ampie possibilità. [...] Per ridurre ulteriormente le possibilità, alcuni esegeti ricorrono all'astronomia, per calcolare in quali anni - tra il 29 e il 34 d.C. - il quattordici di nisan cadde di venerdì. A prima vista, l'uso della scienza per risolvere questo problema di cronologia biblica sembra molto promettente, ma c'è più di un ostacolo a una chiara soluzione scientifica.

(1) Nel calendario lunare ufficiale, il nuovo mese (per es., nisan) era proclamato la sera del ventinovesimo giorno del mese precedente, se due testimoni attendibili erano in grado di attestare, alla commissione per il calendario in Gerusalemme, di aver visto la nuova luce della nuova luna dopo il tramonto. La dichiarazione, dunque, dipendeva non dal fatto che effettivamente ci fosse la nuova luce, ma dalla circostanza che esseri umani l'avessero vista. Nuvole, pioggia, polvere e altri ostacoli atmosferici, di cui non possiamo ora essere certi, avrebbero potuto differire la visione della nuova luce. La difficoltà era, in qualche modo, mitigata dalla regola che mesi non potevano essere né più brevi di ventinove giorni né più lunghi di trenta. Conseguentemente, la dilazione poteva essere al massimo di un solo giorno.

(2) Per adattare il calendario lunare all'effettivo anno solare, di quando in quando si doveva aggiungere al calendario giudaico un anno intercalare. Probabilmente non c'era un ciclo regolare di anni intercalari agli inizi del I secolo d.C.; gli anni venivano aggiunti quando le autorità decidevano che fosse necessario, sulla base dell'osservazione concreta (specialmente dell'agricoltura). Non possiamo sapere con certezza se ci fu un anno intercalare tra il 29 e il 34 d.C.

Ogni calcolo deve, dunque, rimanere incerto. [...] Le nostre conclusioni principali possono sussistere anche senza fare appello a calcoli astronomici e agli speciali problemi che comportano. In ogni caso, secondo le tavole redatte da Jeremias, nell'arco che abbiamo scelto tra il 29 e il 34 d.C., gli unici anni in cui il quattordici di nisan, probabilmente, cadde di giovedì sono il 30 d.C. (venerdì, 7 aprile) e il 33 d.C. (venerdì, 3 aprile). Negativamente, il 29 e il 32 d.C. sembrano da escludere, prescindendo dal fatto che si scelga la cronologia sinottica o quella giovannea e il 31 d.C. non è una data possibile se optiamo per la cronologia giovannea. A ogni fine pratico, dunque, ci resta da scegliere tra il 30 e il 33 d.C.

A mio parere, il 30 d.C. è la data più verosimile. Far iniziare il ministero di Gesù nel 28 d.C. (che mi sembra l'anno più probabile) e differire la sua morte fino al 33 d.C. comporterebbe un ministero durato dai quattro ai cinque anni. Anche se questo non è impossibile, va oltre ciò che indicano sia i sinottici sia Giovanni. Come soluzione provvisoria, dunque, suggerisco che Gesù iniziò il suo ministero subito dopo la morte di Giovanni Battista, nel 28 d.C., e che fu giustiziato sulla croce il 7 aprile dell'anno 30».


Immagini per meditare nel Venerdì Santo

Antoon van Welie, I tre fedeli (Vergine Maria, S. Giovanni e S. Maria Maddalena), con Cristo portacroce sullo sfondo, 1933-38, collezione privata





Giovanni Gasparro, Redentore e Corredentrice, 2022, collezione privata, Reggio Emilia

venerdì 30 marzo 2018

L’Uomo della Sindone ricostruito in 3D e in Vangeli che raccontano la verità

In questo Venerdì Santo in Parasceve, nulla può farci riflettere sulla passione subita da Nostro Signore che il telo sindonico, il quale, in base a recenti studi ed alla realizzazione e ricostruzione di un Uomo sindonico in 3D, conferma a pieno il racconto evangelico.
Meditiamo dunque su questo mistero contemplando il volto del Signore, straziato dalla Passione.


L'articolo comparso sul quotidiano La Verità, 26.3.2018




L’Uomo della Sindone ricostruito in 3D e in Vangeli che raccontano la verità

di Lucandrea Massaro


La ricostruzione dei Vangeli sembra collimare con le scoperte del professor Giulio Fanti dell'Università di Padova

«Questa statua è la rappresentazione tridimensionale a grandezza naturale dell’Uomo della Sindone, realizzata sulle misure millimetriche ricavate dal lenzuolo in cui fu avvolto il corpo di Cristo dopo la crocifissione» spiega Giulio Fanti, docente di Misure meccaniche e termiche all’Università di Padova e studioso della reliquia. Il professore sulla base delle sue misurazioni ha fatto realizzare un “calco” in 3D che – a suo dire – gli permette di affermare che queste sono le reali fattezze del Cristo crocifisso.
«Riteniamo perciò di avere finalmente l’immagine precisa di come era Gesù su questa terra. D’ora in poi non si potrà più raffigurarlo senza tenere conto di quest’opera». Il professore ha affidato al settimanale Chi l’esclusiva di questo suo lavoro, a cui ha rivelato: «Secondo i nostri studi Gesù era un uomo di bellezza straordinaria. Longilineo, ma molto robusto, era alto un metro e ottanta centimetri, mentre la statura media dell’epoca era di circa 1 metro e 65. E aveva un’espressione regale e maestosa» (Vatican Insider).


Tramite lo studio e la proiezione tridimensionale della figura, Fanti ha potuto anche fare un computo delle numerosissime ferite sul corpo dell’uomo della Sindone:
«Sulla Sindone – riprende il docente – ho contato 370 ferite da flagello, senza prendere in considerazione quelle laterali, che il lenzuolo non riporta perché avvolgeva solo la parte anteriore e posteriore del corpo. Possiamo perciò ipotizzare un totale di almeno 600 colpi. Inoltre la ricostruzione tridimensionale ha permesso di ricostruire che al momento della morte l’uomo della Sindone si è accasciato verso destra perché la spalla destra era lussata in modo tanto grave da ledere i nervi» (Il Mattino di Padova).


Le domande che avvolgono il mistero della Sindone appaiono ancora intatte, di certo in quell’uomo martoriato vediamo il segno della sofferenza e in essa troviamo un pezzo di ciascuno di noi, ma anche – negli occhi della fede – la speranza che quell’uomo non sia uno qualunque, ma l’Uomo per eccellenza, quel Ecce Homo che si presentò docile di fronte a Pilato e che dopo la tremenda flagellazione fu messo in croce da innocente, anzi caricandosi le colpe di tutti, e sebbene credere nella Sindone non sia obbligatorio neppure per il cristiano, l’eccezionalità di quel lino rimane lì a sfidare la nostra comprensione e le nostre certezze, quasi come fece un certo Gesù di Nazareth che sfidò le nostre certezze amando i suoi persecutori, perdonandoli dalla croce e sconfiggendo la morte ormai due millenni fa…


Fonte: Aleteia, 27.3.2018. Cfr. anche Claire Chretien, Professor creates 3D ‘carbon copy’ of Jesus and His wounds using Shroud of Turin, in Lifesitenews, Mar. 29, 2018

giovedì 29 marzo 2018

Come vivere la Settimana Santa

In questo inizio del Triduo pasquale, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.





Ulisse Sartini, Ultima cena, 2015




Come vivere la Settimana Santa

(di Cristina Siccardi)


Se i Santi sono i testimoni del Vangelo vissuto, ognuno con la propria inconfondibile impronta, i Santi Padri della Chiesa sono coloro che hanno anche donato insegnamenti la cui profondità dottrinale e spirituale è inesauribile. I Padri della Chiesa, a differenza di tanti teologi del Novecento e del Duemila, non volevano essere originali e/o alternativi, loro obiettivo era esclusivamente di porsi al servizio di Cristo, della Chiesa e, dunque, della Verità rivelata, ed è per questo che il loro dire rimane autorevole e non conosce vecchiaia.
È per tale ragione che desideriamo riprendere alcuni loro pensieri e proporli per la Settimana Santa, la Settimana del Crocifisso, dove al centro sta appunto Cristo prima (Passione), durante (Crocifissione), dopo (Deposizione e Santo Sepolcro) la Santa Croce, della quale nessun credente può vergognarsene, perché segno di amore indefettibile, di vittoria contro il peccato e la morte, e segno della più grande libertà. «Nessuno, dunque, si vergogni dei segni sacri e venerabili della nostra salvezza, della croce che è la somma e il vertice dei nostri beni, per la quale noi viviamo e siamo ciò che siamo. Portiamo ovunque la croce di Cristo, come una corona. Tutto ciò che ci riguarda si compie e si consuma attraverso di essa. Quando noi dobbiamo essere rigenerati dal battesimo, la croce è presente; se ci alimentiamo di quel mistico cibo che è il corpo di Cristo, se ci vengono imposte le mani per essere consacrati ministri del Signore, e qualsiasi altra cosa facciamo, sempre e ovunque ci sta accanto e ci assiste questo simbolo di vittoria. Di qui il fervore con cui noi lo conserviamo nelle nostre case, lo dipingiamo sulle nostre pareti, lo incidiamo sulle porte, lo imprimiamo sulla nostra fronte e nella nostra mente, lo portiamo sempre nel cuore. La croce è infatti il segno della nostra salvezza e della comune libertà del genere umano, è il segno della misericordia del Signore che per amor nostro si è lasciato condurre come pecora al macello (Is. 53,7; cf. Atti, 8, 32)» (San Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di san Matteo, 54, 4-5).
Il Crocifisso è degno di adorazione. Gesù stesso, istruì in tal modo i suoi discepoli: «Apparirà allora nel cielo il segno del Figlio dell’uomo» (Mt 24, 30), ovvero la Croce; anche l’angelo che annunciò alle donne la risurrezione di Cristo disse: «Voi cercate Gesù di Nazaret, il crocifisso» (Mc 16, 6) e San Paolo da parte sua afferma: «Noi predichiamo il Cristo crocifisso» (1 Cor 1, 23). Ogni atto compiuto da Cristo è una gloria di Santa Romana Chiesa, ma la gloria delle glorie è proprio la Croce.
Infatti, ancora san Paolo dichiara: «A me non avvenga mai di menar vanto, se non nella croce di Cristo» (Gal 6,14). San Leone Magno esorta: «Non ci si deve mostrare sciocchi tra le vanità, né timorosi tra le avversità. Ivi ci allettano le lusinghe, qui ci aggravano le fatiche Ma poiché la terra è piena della misericordia del Signore (Sal. 32, 5), ovunque ci sostiene la vittoria di Cristo, affinché si adempia la sua parola: Non temete, perché io ho vinto il mondo (Gv. 16, 33). Quando dunque combattiamo, sia contro l’ambizione del mondo, sia contro le brame della carne, sia contro gli strali degli eretici, siamo armati sempre della croce del Signore. E mai ci allontaneremo da questa festa pasquale, se – nella verità sincera – ci asterremo dal fermento dell’antica malizia. Tra tutti i trambusti di questa vita, oppressa da molte passioni, dobbiamo ricordare sempre l’esortazione dell’Apostolo che ci istruisce dicendoci: Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Sermoni, 74,4-5).
Mentre sant’Atanasio, colui che pagò di persona e salvò, con pochi altri, la Chiesa dall’eresia ariana che attanagliò il mondo cattolico per lungo e doloroso tempo, esalta così la Croce di Cristo: «I pagani ci calunniano e ci scherniscono, ridendo sguaiatamente di noi, senza aver nient’altro da rimproverarci che la croce del Cristo. Ed è soprattutto questa loro incoscienza che suscita pietà: essi calunniano la croce, senza rendersi conto che la sua potenza ha riempito la terra intera e che, grazie ad essa, si son resi manifesti a chiunque i frutti della conoscenza di Dio» (Contro i pagani, 1).
Il Salvatore si è lasciato crocifiggere, allo stesso modo siamo chiamati noi a crocifiggere i nostri peccati, causa delle prigioni che costruiamo con le nostre mani. Meno vizi e più virtù per vergognarsi delle proprie mancanze e per gloriarsi della Crux cordis. Provare a vivere la Settimana Santa sentendo addosso lo sguardo del Crocifisso dovrebbe liberarci un po’ dalle zavorre terrene, migliorare qualcosa nel nostro essere… altrimenti avremmo vissuto invano una nuova Santa Pasqua.

lunedì 9 ottobre 2017

Il Crocifisso di Pio XII. In ricordo del pio transito del Grande Pontefice

Per ricordare il pio transito del Venerabile Pio XII, avvenuto nella notte del 9 ottobre 1958, rilanciamo questo contributo tratto dal sito ufficiale della causa di canonizzazione del Venerabile, che spiega l’origine di una celebre immagine del Santo Padre.
Preghiamo Dio affinché voglia accordare alla sua Chiesa il riconoscimento, in terra, dei meriti di questo suo degno Pastore e Vicario di Cristo, mediante la corona della santificazione.






Il Crocifisso del Papa

Il 21 gennaio 1957, Papa Pio XII visita – inaugurandone i nuovi ambienti dopo la ristrutturazione – l’Almo Collegio Capranica, a Roma, nella festa di Sant’Agnese, dal 1457 Patrona dell’istituto romano. Pacelli aveva vissuto lì alcuni mesi, durante gli anni della sua formazione sacerdotale, e a quegli anni risale una particolare devozione del Papa ad un antico crocifisso ligneo, legato alla vita quotidiana degli alunni capranicensi. Pubblichiamo di seguito un articolo già comparso su questo sito web, riguardo proprio a questo crocifisso, ancora conservato presso l’Almo Collegio.

Il culto al Sacratissimo Cuore di Gesù è intimamente connesso al culto della Croce. Sin dalle sue prime apparizioni a Santa Margherita, Gesù mostra il cuore che tanto amò il mondo portando la croce sulle spalle. Proprio Pio XII, nella grande enciclica su questa devozione, osserva: «Una fervida devozione verso il Cuore di Gesù alimenterà e promuoverà specialmente il culto alla sacratissima Croce, come pure l’amore verso l’augustissimo Sacramento dell’altare» (Haurietis aquas, 1956).
Eugenio Pacelli dovette cominciare ad amare Gesù crocifisso sin dalla più tenera età. Non vi sono testimonianza in proposito, ma è facile immaginare che – nelle sue documentate visite alla Madonna della Strada con la mamma, presso la Chiesa del Gesù – diverse volte la donna e il bambino si saranno fermati anche innanzi all’antico Crocifisso Maggiore venerato in quella chiesa della Compagnia di Gesù.
Certamente, invece, il giovane seminarista Pacelli imparò a nutrire una particolare devozione per il crocifisso all’ingresso dell’Almo Collegio Capranica, dove per circa un anno soggiornò insieme ad altri candidati al sacerdozio. Una pia tradizione del Collegio, infatti, vuole che ciascun seminarista entrando ed uscendo dal seminario baci quel crocifisso in legno, posto tra le due rampe di scale che portano al primo piano – ove una volta avevano sede le stanze dei ragazzi.
Doveva esserci un legame particolare tra quel crocifisso e il giovane Eugenio Pacelli, se è vero – come non c’è ragione di dubitare – quello che racconta Suor Pascalina nelle sue memorie, ricordando la visita del Papa all’Almo Collegio, il 21 gennaio 1957, in occasione della riapertura dopo una importate opera di ristrutturazione: «L’ascensore (che prima non esisteva) era già pronto, perché il Santo Padre non dovesse scendere a piedi le scale, quando il suo sguardo cadde sul grande Crocifisso che, al tempo dei suoi studi, ogni alunno, all’entrata e all’uscita, soleva baciare con grande rispetto e venerazione. Si diresse subito verso la scala, la discese e baciò il “suo” Crocefisso, come aveva fatto quando era giovane».
Ancora oggi, il Crocifisso del Collegio Capranica è lì a raccogliere il saluto degli alunni. Il piede è stato recentemente rivestito di metallo prezioso, per nascondere il legno che i baci, nelle diverse generazioni, hanno consumato. Un rescritto del Sommo Pontefice, lì affisso, ricorda il dono dell’indulgenza plenaria, in alcune feste dell’anno, per chi devotamente baci quell’immagine – alla quale, si legge in latino, «hanno spesso volto gli occhi gli alunni che si preparavano al sacerdozio, implorando la grazia della fedeltà al futuro ministero, e ancora oggi guardano gli alunni».
Sull’immagine, è ben visibile il segno della ferita al costato, con la scia di sangue, copioso, che dal quel Cuore aperto uscì, misto ad acqua. Se davvero – come ebbe a scrivere Pio XII nel 1956 – «nessuno capirà davvero il Crocifisso, se non penetra nel suo Cuore», c’è da credere che il giovane Pacelli tante volte avrà guardato quel Cuore trovando rifugio ed intelletto in esso.


LEGGI QUI LA PREGHIERA DI PIO XII AL CROCIFISSO

Fonte: Papa Pio XII, 14.9.2017