Cfr. La pena di morte - Romano Amerio, in Chiesa e postconcilio, 8.8.2018
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mercoledì 8 agosto 2018
giovedì 10 agosto 2017
Il divorzio fu l’occasione perduta – Editoriale di agosto 2017 di “Radicati nella fede”
Nella festa dello Stauroforo S.
Lorenzo, protodiacono e martire, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede,
ripreso da Riscossa
cristiana.
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| Valerio Castello, Martirio di S. Lorenzo, XVII sec., Palazzo Bianco, Genova |
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| José Juárez, Martirio di S. Lorenzo, 1655 circa |
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| Jean-Baptiste de Champaigne, Martirio di S. Lorenzo, 1660 circa, National Gallery of Art, Washington D.C. |
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| Giambettino Cignaroli, Martirio di S. Lorenzo, 1755 circa, chiesa di S. Lorenzo, Brescia |
IL
DIVORZIO FU L’OCCASIONE PERDUTA
Editoriale di
"Radicati nella fede"
Anno X n. 8 - Agosto 2017
Non c’è niente da fare, nessuno
ci toglierà dalla testa che il cambiamento della Messa, operato dalla Chiesa
con un autoritarismo senza precedenti a fine anni ‘60, fu il “cavallo di Troia”
con il quale entrarono tutte le più devastanti derive nel mondo cattolico.
Il Concilio Vaticano II,
pastorale per espressa volontà dei Papi Giovanni XXIII prima e Paolo VI poi, si
era ormai concluso. I testi, nella loro prolissità e stile discorsivo, avevano
confermato tutti nella propria opinione: i Conservatori erano convinti che
nulla fosse cambiato nella sostanza della Tradizione Cattolica; i Progressisti
invece, rumorosi ma in fondo minoranza all’epoca, avevano salutato l’avvento di
un’era totalmente nuova. Ognuno cercava nei testi la conferma delle proprie
opinioni e attitudini. Chi è vissuto in quegli anni può confermare tutto
questo, testimoniando della storia della propria parrocchia.
Intervenne, a quattro anni dalla
chiusura del Concilio, la nuova messa e tutto poteva diventare chiaro.
Con la nuova messa, valida in sé
ma non buona come tentiamo di dire da sempre (cfr. editoriale “Radicati nella
fede”, anno V, marzo 2012, n. 3), non sarebbe stato possibile interpretare il
Concilio in continuità con il passato della Chiesa Cattolica. La nuova messa
diede la chiave ermeneutica secondo cui il Concilio Vaticano II è una “nuova
Pentecoste”, il punto sorgivo di un Cristianesimo liberatosi dalla zavorra del
suo passato, capace di scelte più pure che il mondo moderno avrebbe presto
accolto con commovente entusiasmo.
I cosiddetti Conservatori, a volte molto moderati, si illusero ancora che la rivoluzione progressista si sarebbe presto spenta, come ogni giovanile entusiasmo. Quante volte sentimmo, e sentiamo ancora, che basterebbe celebrare con rispetto e devozione la nuova messa per arginare il disastro. A questa corrisponde un’altra illusione, che sia possibile intendere i documenti del Concilio in senso moderato-conservatore, in totale continuità con la Tradizione della Chiesa Cattolica Romana.
Lasciamo ad altri le analisi dettagliate al riguardo, non farebbero il caso in un semplice editoriale di due pagine. A noi tocca ricordare che basterebbero i fatti susseguitisi nella società italiana, oltre che nella Chiesa, per dar prova che la nuova Messa innescò la rivoluzione con la sua ermeneutica di rottura.
I cosiddetti Conservatori, a volte molto moderati, si illusero ancora che la rivoluzione progressista si sarebbe presto spenta, come ogni giovanile entusiasmo. Quante volte sentimmo, e sentiamo ancora, che basterebbe celebrare con rispetto e devozione la nuova messa per arginare il disastro. A questa corrisponde un’altra illusione, che sia possibile intendere i documenti del Concilio in senso moderato-conservatore, in totale continuità con la Tradizione della Chiesa Cattolica Romana.
Lasciamo ad altri le analisi dettagliate al riguardo, non farebbero il caso in un semplice editoriale di due pagine. A noi tocca ricordare che basterebbero i fatti susseguitisi nella società italiana, oltre che nella Chiesa, per dar prova che la nuova Messa innescò la rivoluzione con la sua ermeneutica di rottura.
E i fatti che accadono, anche
quelli di portata cattiva, se guardati con intelligenza di fede, sono sempre
provvidenziali, perché sono avvisi di Dio.
La nuova messa del popolo e per
il popolo era stata da poco introdotta a forza, che la stessa Chiesa italiana
si trovò difronte ai drammatici giorni del Referendum sul Divorzio, era il
1974. La campagna referendaria fu il terreno di scontro tra le due anime,
conservatrice e progressista, della chiesa italiana. La campagna referendaria
fu il terreno di scontro delle due ermeneutiche del Concilio: una si illudeva
di poter riaffermare il valore di un cattolicesimo anche di Stato, l’altra
abbandonata al più puro laicismo affermava che ogni individuo deve essere
tutelato, nella propria libertà assoluta, dallo Stato agnostico.
Lunedì 14 Maggio i risultati
referendari furono di una tristezza agghiacciante per i buoni parroci del
tempo: nell’Italia, che si pensava ancora cattolica, aveva vinto il divorzio
con il 59,26%. E quel 59% a favore del mantenimento del divorzio era
tristemente in gran parte voto di cattolici.
Sarebbe bastato questo per far
aprire gli occhi a tutti, pastori e fedeli. Sarebbe bastato quel 59% per
reagire alla deriva modernista e rivoluzionaria della Chiesa.
Ma così non fu... i buoni, preti
e fedeli, si dissero ancora che la nuova messa non centrava, che era il
problema dei tempi e della politica.
Arrivò poi il 1981 e fu il tempo
dell’aborto, del terribile aborto, e fu l’ecatombe dei numeri: l’aborto vinse
con l’88,42%: si era ormai consumata la scristianizzazione dell’Italia.
Ma ancora una volta non si andò a
vedere dove tutto si era innescato: la nuova messa aveva liberalizzato, nella
sua ambiguità e fluidità, tutte le peggiori interpretazioni per un nuovo
cristianesimo senza dogmi e obblighi morali. I cristiani cosiddetti “adulti”
avrebbero ormai seguito la loro coscienza reinterpretando di volta in volta il
vangelo secondo i propri gusti, puntualmente obbedienti peraltro al potere
omicida di questo mondo.
E la storia potrebbe continuare
fino ai nostri tristissimi giorni. C’è qualcosa di immorale che non trovi
cattolici benedicenti? Abbiamo ammesso tutto, tutto e di più, “asfaltando” in
nome della libertà individuale tutta la Sacra Scrittura e duemila anni di
Cristianesimo. Abbiamo ammesso tutto, benedetto tutto, fingendo di non parlarne
troppo.
E se fosse vero che tutto è
potentemente iniziato con lo smantellamento della Messa di sempre? E se la
questione del rito non fosse solo un problema secondario? O continueremo ad
illuderci che questo non centra come i buoni preti e fedeli degli anni ‘60 e ‘70?
Speriamo che qualche intelligente
dal cuore semplice si desti dal sonno.
venerdì 19 agosto 2016
Lutero, un Machiavelli della fede
Da più parti si sentono rumours
circa una possibile riabilitazione di Lutero (cfr. Danilo Castellano, Riabilitare Lutero?, in Radiospada, 14.7.2016). Non è una novità. Forse si dimentica che lo stesso Benedetto XVI era
sostanzialmente favorevole a questo, sostenendo che l’eresiarca «aveva molte
idee cattoliche»; che sarebbe stato un riformatore e non un eretico
(cfr. Giacomo Galeazzi, Ratzinger
riforma Lutero “Aveva molte idee cattoliche”, in La Stampa, 5.3.2008).
Molti vorrebbero celebrare il
500° anniversario della disobbedienza dell’eresiarca Lutero, cioè di quella che
fu una vera sciagura, insieme a quella dei suoi complici come Calvino, della
religione cristiana e che causerà gravi danni sono venuti all’Europa dalla
diffusione di quel veleno. Già, del resto, qualificarlo “riformatore” e non per
quello che è, cioè eretico, così come affermare che egli avesse “molte idee
cattoliche”, costituisce un chiaro ed inequivocabile indice della volontà
riabilitativa del personaggio, contraria al Magistero della Chiesa ed all’insegnamento
dei Santi. Forse a costoro sfugge il magistero di Leone X, che condannò tutte,
o quasi, le idee luterane. In Lutero, già a partire dalle sue 99 tesi, il
cattolicesimo si era affievolito, sino a scomparire del tutto negli ultimi suoi
libelli. Leone X, vero Papa degno di questo nome, stigmatizzò le idee luterane
respingendole, rigettandole totalmente come eretiche, scandalose, false,
offensive per le orecchie pie o in quanto capaci di sedurre le menti degli
uomini semplici e in contraddizione con la fede cattolica (Bolla Exsurge
Domine). E come cattolici si deve prestare fede a quanto stabilito da un Papa
come Leone X, attento al bene della Chiesa, piuttosto che ai fallaci tentativi
riabilitativi posti in essere da altri. Come cattolici non possiamo non
condividere il giudizio caustico di vero docente cattolico, che si esprimeva in
questi termini sul nostro eresiarca:
«“Porci, asini, canaglie”
erano gli epiteti che Lutero riservava ai suoi avversari. Egli stesso
riconosceva di non saper dominare il suo carattere violento. Sui contadini, da
lui aizzati alla guerra contro i signori e poi abbandonati, scrisse. “Era
tempo ormai di sgozzare i contadini come cani rognosi”. Nei suoi discorsi a
tavola così parlava delle tentazioni della carne: “In realtà a questa
tentazione il rimedio è facile: vi sono ancora donne e giovanette”. Per
edificarsi si leggano negli stessi “Discorsi conviviali” le delicate
parole sulle più basse funzioni del corpo. Avendo giurato davanti al cielo e
alla terra di restare in perpetua castità, si rese spergiuro e sacrilego,
passando poi anche a indegne nozze con una ex monaca, anch’essa
spergiura e sacrilega, Caterina Bora. Si decise al matrimonio non solo per
soddisfare le sue passioni, ma anche “per far tacere le insinuazioni delle
male lingue” che sparlavano delle sue frequenti relazioni con Caterina e
con altre ex monache sue compagne. Dopo il suo matrimonio, per non scontentare
il suo potente protettore Filippo d’Assia, lo autorizzò a prendersi una seconda
moglie, oltre la legittima ancora vivente: e questo - scrisse - “per la sua
pace e la salute dell’anima sua”! Risaputa la cosa, non ebbe scrupolo a
smentirla con una potente bugia. Riassumendo: omicida e suicida (secondo don
Villa), eretico insensato, bestemmiatore accanito, bevitore impenitente,
gozzovigliatore formidabile (fu definito per questo il “doctor plenus”),
spergiuro e sacrilego, apostata, impuro (veniva chiamato “saxonicus porcus”),
di facile scurrilità e trivialità, violento nelle passioni, egocentrico e
megalomane, verbalmente aggressivo, nemico mortale del Papa e della Messa. A
lui si deve la perdurante apostasia di mezza Europa, ossia (salvo imperscrutabili
disegni dell’Onnipotente) la dannazione eterna di intere popolazioni» (v.
qui. Sulla
poligamia autorizzata da Lutero per il langravio (conte) Filippo I d’Assia (Hessen)
detto il Magnanimo, v. Matilda Joslyn
Gage, Woman, Church and State: a historical account of the status of
woman through the Christian ages: with reminiscences of the matriarchate, N.Y.,
1893, 2° ed., pp. 398-431. Sulla figura di
Filippo d’Assia e sulla sua poligamia, v. qui).
Ecco quanto scriveva S. Giovanni Bosco sul personaggio: «... Se volessi, o figli, continuare a raccontarvi le innumerevoli contraddizioni di Lutero, non che le brutte e vili espressioni che dava alle cose più sante, i titoli i più villani dati ai più distinti personaggi, ed ai più grandi dottori della Chiesa, ve lo dico schiettamente, non la finirei più. Vi basti il sapere ch’egli stesso asseriva di essere stato mandato dal demonio a riformare la Chiesa, e vantavasi di averlo avuto per suo maestro. Così nel suo libro da lui intitolato: De abroganda Affissa privata, nel quale narra un suo colloquio avuto col demonio, e come ad istigazione di lui egli si movesse a togliere la Messa ...» (san Giovanni Bosco, Il cattolico istruito nella sua religione, Trattenimento XX). Per questo, si può ritenere veritiero quanto affermava la beata Serafina Micheli che vide misticamente Lutero all’inferno (v. don Marcello Stanzione, Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele Arcangelo, 2011; La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012).
Ecco quanto scriveva S. Giovanni Bosco sul personaggio: «... Se volessi, o figli, continuare a raccontarvi le innumerevoli contraddizioni di Lutero, non che le brutte e vili espressioni che dava alle cose più sante, i titoli i più villani dati ai più distinti personaggi, ed ai più grandi dottori della Chiesa, ve lo dico schiettamente, non la finirei più. Vi basti il sapere ch’egli stesso asseriva di essere stato mandato dal demonio a riformare la Chiesa, e vantavasi di averlo avuto per suo maestro. Così nel suo libro da lui intitolato: De abroganda Affissa privata, nel quale narra un suo colloquio avuto col demonio, e come ad istigazione di lui egli si movesse a togliere la Messa ...» (san Giovanni Bosco, Il cattolico istruito nella sua religione, Trattenimento XX). Per questo, si può ritenere veritiero quanto affermava la beata Serafina Micheli che vide misticamente Lutero all’inferno (v. don Marcello Stanzione, Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele Arcangelo, 2011; La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012).
Lutero, un
Machiavelli della fede
di Francesco Agnoli
In occasione del cinquecentesimo
anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra
cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e
Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall’altra
i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco
del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l’uomo che deformò il
Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l’Europa.
Non si tratta, però, solo di un
dibattito teologico “alto”; vi sono
implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il
matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l’abdicazione
di Benedetto, di limitare la condanna dell’adulterio e di legittimare, più o
meno apertamente, le seconde nozze, con aperture graduali anche al matrimonio
gay. Cosa c’entra in tutto ciò Lutero?
Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli
nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla
giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa
concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale
significato soprannaturale.
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| Tomba di Katharina von Bora, chiesa di St. Marien, Torgau |
Sul piano dei fatti, la prima
cosa da ricordare è il matrimonio
di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui
avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell’ex convento agostiniano di
Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua
volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni
della Chiesa cattolica nelle sue terre). Lutero e Caterina divengono
così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati “si adoperarono
parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro
chiostri, per farne le loro spose”.
Dopo un ratto di religiose che ha luogo
la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l’organizzatore dell’impresa
“felice ladro” e si congratula con lui per aver “liberato queste povere
anime dalla prigionia” (vedi Jacques Maritain, I tre
riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990,
p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a
lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure
a sposarsi.
Il secondo fatto da ricordare è
il seguente: Lutero, per non perdere l’appoggio
del langravio Filippo d’Assia, “uno dei due pilastri politici sui quali si
reggeva il luteranesimo”, gli concede di sposare in seconde nozze la damigella
diciassettenne Margarete von Saale. Filippo ha già una moglie, Cristina di
Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel
1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare
pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo,
libertino incallito, malato di sifilide, ma “necessario per conservare integra
la forza militare della riforma”.
Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica
segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato
da una “necessità di coscienza”. In altre parole: la bigamia va bene, ma basta
che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: “Se dunque
vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il
nostro parere è che ciò deve rimanere segreto”. A nozze avvenute, Filippo
invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, “una
botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia
era trapelato ad opera della sorella del langravio”.
Sentendosi nei guai, Lutero,
che meriterà da Tommaso Campanella il
titolo di “Machiavelli della fede”, consiglia a Filippo di dichiarare
pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, “sostituendo l’atto
di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo
la sua concubina”. Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di
confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa.
Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni
fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio
era segreto, “e ora diventava nullo perché era stato reso pubblico” (Federico
A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora,
Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero,
Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113).
Pochi anni prima di questi fatti,
nel 1531, Lutero, in una delle sue
tante lettere alla ricerca del favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re
d’Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però... con il permesso
della regina si può sposare una seconda moglie, come nell’Antico Testamento. Come
sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma
non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e
alla fine, di ripudio in ripudio, “in coscienza”, arriverà alla ragguardevole
cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).
Se l’effetto evidente della
rivoluzione di Lutero riguardo
al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e
il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime
consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è
destinato gradualmente a cambiare. Bisogna sempre tener conto di un
fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo
principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con
Roma. E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con
la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina
del matrimonio: spesso i nobili non accettano l’indissolubilità, né i vincoli
al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra
consanguinei...).
Inoltre, per motivi legati alle
loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di
concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al
contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il
diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa
rispondono Lutero e i riformati a queste “esigenze” nobiliari, e non
solo. Anzitutto criticando l’indissolubilità assoluta.
Lutero riconosce così almeno
4 cause per il divorzio: l’adulterio,
l’impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è
causa di nullità, come per la Chiesa), la “diserzione maliziosa” e l’ostinazione
tenace del coniuge nel rifiutare l’amplesso maritale (riguardo a quest’ultima
causa, arriva a scrivere: “Se la moglie trascura il suo dovere, l’autorità
temporale la deve costringere, oppure metterla a morte”).
Inevitabile che le aperture
di Lutero ne generino di ulteriori,
come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo
discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e
spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni,
riguardo al divorzio. Inoltre Lutero e i riformati insistono,
con accenti diversi, sull’opportunità del consenso dei genitori, rimproverando
la Chiesa di ridurne l’importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di
consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei,
Torino, 1996, p. 207-2012).
La Chiesa cattolica, dal canto
suo, con il Concilio di
Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta
per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità,
negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni
della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è
vincolante e condannando l’assunto luterano secondo cui vivere in castità è
impossibile. La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita
dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.
Fonte: La nuova bussola quotidiana, 18.8.2016
Fonte: La nuova bussola quotidiana, 18.8.2016
venerdì 12 agosto 2016
«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra»
Il 12 agosto è anche la festa del Beato Innocenzo XI,
il papa della battaglia di Vienna.
In suo onore, postiamo questo contributo.
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| Beato Innocenzo XI, stampa, 1790 circa |
![]() |
| Galeazzo Gualdo Priorato, Innocenzo XI, in Historia di Leopoldo Cesare, 1670-74, Universitätsbibliothek, Salisburgo |
![]() |
| Anonimo, Beato Innocenzo XI, XVII sec., cappella della Sacra Famiglia, Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso, Roma |
«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle
della terra»
di Lorenzo
Benedetti
Idealizzare gli uomini è sicuramente pericoloso; ma leggere la vita e le
gesta di Innocenzo XI può fungere da insegnamento per tutti i Cattolici. La sua
esistenza è un exemplum per ogni autentico fedele che si professi tale, uno
specchio in cui riflettere le nostre stesse vite tanto nell’errore, poiché
nessun uomo è esente dal peccato, quanto maggiormente nelle virtù. Modello di
rigore e pietà, animato da vera Fede, questo beato pontefice non ha mai smesso
di ricercare, e seguire, la Verità.
Venuto alla luce in una ricca famiglia comasca nel 1611, Benedetto
Odescalchi fu un ragazzo di ingegno vivace ed animo irrequieto: intrapresi gli
studi umanistici, li interruppe per lavorare nella società di cambiavalute di
famiglia, mestiere che presto abbandonò per poi peregrinare tra Milano e Como,
ricoprendo incarichi militari ed vagheggiando un nuovo trasferimento a Napoli.
Già in gioventù, dovette affrontare difficili prove, come la perdita del padre
a soli undici anni, la morte di due fratelli e quella della madre, a causa
della peste del 1630, la stessa descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi.
Energico ed inquieto, nel 1636 decise ancora una volta di cambiare vita e si
trasferì a Roma; lì venne introdotto presso il cardinale Alfonso de la
Cueva-Benavides, e fu un incontro decisivo per la sua vita: notate le capacità
non comuni del giovane, il prelato lo convinse infine a riprendere in mano i
libri e laurearsi in utroque iure a Napoli. Così avvenne nel 1639, ed al
brillante Odescalchi si aprì la carriera curiale: finalmente, Benedetto aveva
placato il suo animo grazie alla chiamata al servizio di Dio, che sentì nascere
dentro di sé come “la volontà di una vita celibe, segregata dal mondo e volta
alle opere di beneficenza”, e ricevette la tonsura.
Se gli incarichi ufficiali – fu da subito Presidente della Camera
apostolica e poi governatore di Macerata – gli impedirono il primo scopo, di
certo lo favorirono nel secondo: da subito ridusse all’essenziale la sua
servitù, visse in modo austero, applicò la legge in maniera rigorosa ed
imparziale, rifiutando regali e favori e senza distinzioni di classe sociale.
Alle sue profonde e preziose competenze economiche, che mise sempre al servizio
della Chiesa e mai del proprio portafogli, univa l’incrollabile zelo: per
questo nel 1645 fu creato cardinale, e nel 1648 inviato come legato a Ferrara
per sanare l’avvilente carestia. Distribuì viveri e denaro ai poveri, punì gli
speculatori, fissò un prezzo per il grano e ne ordinò la libera distribuzione a
tutti i cittadini: il suo animo ferreo lo portò a insistere nel pacificare i
nobili locali, invitandoli a rotazione alla sua mensa per obbligarli a
dialogare. Inviato come pater pauperum, “padre dei poveri”, fu riconosciuto tale
anche dal popolo che inneggiò al suo nome.
Eletto vescovo di Novara nel 1650, rinunciò alla diocesi quando fu chiamato
come consigliere privato da Alessandro VII: in contrasto con la splendida vita
romana, il cardinal Odescalchi visse con parsimonia, versando i suoi denari a
ospedali, ospizi, pellegrini ed indigenti; all’indole caritatevole affiancò una
sincera devozione, frequentando quotidianamente le chiese.
Così trascorse diversi anni, fino al conclave nell’anno 1676, allorché
venne eletto Sommo Pontefice: umile e pio, declinò la tiara e vennero ripetute
le votazioni, che lo videro nuovamente prescelto. Prima di accettare, presentò
ai cardinali elettori una capitolazione da sottoscrivere, pena un suo nuovo
rifiuto: il documento descriveva la linea di azione del pontefice, che essi non
avrebbero dovuto ostacolare, e che prevedeva la difesa e propagazione della
Fede cattolica, la diminuzione del lusso del clero ed il controllo sui costumi,
la limitazione delle spese curiali e un’azione pastorale rivolta alla cura
delle persone. Sorpresi, i porporati accettarono e Benedetto Odescalchi fu
incoronato come Innocenzo XI il 4 ottobre con una semplice cerimonia: già si
vedeva la ventata di novità portata dal papa, il quale devolse il denaro risparmiato
ai poveri.
In ambito spirituale, l’11 settembre 1681 indisse un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto di Dio contro le difficoltà della Chiesa: l’Europa ed il mondo cristiano stavano infatti vivendo con crescente preoccupazione l’avanzata dei Turchi verso Vienna, che nel 1683 fu cinta d’assedio da Maometto IV. Innocenzo XI si fece promotore dell’ultima grande crociata contro l’Islam: donò oltre un milione e mezzo di fiorini al re di Polonia e all’Imperatore d’Austria, che vinsero gli Infedeli e salvarono l’Occidente. Per celebrare l’evento di enorme portata storica, il Papa indisse la festa del SS. Nome di Maria, che con la sua intercessione aveva evitato la catastrofe.
In ambito spirituale, l’11 settembre 1681 indisse un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto di Dio contro le difficoltà della Chiesa: l’Europa ed il mondo cristiano stavano infatti vivendo con crescente preoccupazione l’avanzata dei Turchi verso Vienna, che nel 1683 fu cinta d’assedio da Maometto IV. Innocenzo XI si fece promotore dell’ultima grande crociata contro l’Islam: donò oltre un milione e mezzo di fiorini al re di Polonia e all’Imperatore d’Austria, che vinsero gli Infedeli e salvarono l’Occidente. Per celebrare l’evento di enorme portata storica, il Papa indisse la festa del SS. Nome di Maria, che con la sua intercessione aveva evitato la catastrofe.
Nel 1687 istituì la Taxa Innocentiana, che proibiva ai vescovi di
riscuotere un pagamento per le dispense matrimoniali. Avversò il nepotismo, e
decise di non assegnare alcuna carica ai parenti, che non si stabilirono
nemmeno a Roma. Promosse gli ordini monastici, e spesso riceveva personalmente
i missionari per avere informazioni sull’evangelizzazione nel mondo: saputo
della schiavitù cui erano costrette molte popolazioni indigene, si adoperò per
l’abolizione della tratta degli schiavi. Limitò il gioco del lotto, vietò
sovente il carnevale, abolì la regata sul Tevere, tradizione romana nel giorno
di San Rocco, e versò la cifra che per essa si spendeva ad un orfanotrofio.
Tutto questo, senza però mai cedere nell’ortodossia: nel 1687, con la bolla
Coelestis Pastor, condannò come eretica la dottrina del quietismo, che
escludeva il desiderio e la volontà umana come mezzi per raggiungere la
beatitudine, abbandonandosi passivamente all’azione divina, un movimento che
egli stesso, anni addietro, aveva in buonafede protetto. Con la bolla
Sanctissimus Dominus stigmatizzò gli insegnamenti del lassismo, che predicava
una morale molto rilassata – e c’è da chiedersi quanto oggi questa dottrina, sebbene
in forme diverse, serpeggi tra i credenti, per cui l’osservanza ai comandamenti
divini è divenuta un optional per un cattolicesimo fai-da-te.
Colpito da malattia, Innocenzo XI morì nel 1689, distaccato dai beni
terreni e con il corpo provato dai molti sacrifici. Anche il suo ultimo afflato
fu una parola di carità, nel donare ai poveri di Novara diecimila scudi, e di
fede, raccomandandosi al Signore celeste per cui aveva vissuto ed operato sulla
terra.
giovedì 11 agosto 2016
La "pornoteologia", mondo, morale in un aforisma di Cornelio Fabro
Fonte: Cornelio Fabro: siamo di fronte all'irrompere di una «pornoteologia» che si abbevera al mondo, in Il Timone, 10.8.2016
sabato 9 luglio 2016
Il "misericordismo" è moralismo – Editoriale di luglio 2016 di “Radicati nella fede”
Con un lieve
ritardo di alcuni giorni, rilanciamo l’editoriale di luglio di Radicati
nella fede nella festa di S. Veronica Giuliani, vergine. Lo stesso
Editoriale è stato pubblicato anche su Chiesa e postconcilio e su Riscossa cristiana.
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| Anonimo, Incisione su S. Veronica Giuliani, 1804, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello |
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| Carlo Gregori, S. Veronica Giuliani, 1806, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello |
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| Tommaso Conca, Stigmatizzazione di S. Veronica Giuliani, 1795-97, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello |
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| Pietro Tedeschi, S. Veronica Giuliani incoronata da Cristo con la corona di spine, 1804, museo diocesano, Volterra |
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| Anonimo, S. Veronica Giuliani, museo dell'Abate, San Martino al Cimino |
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| Anonimo, S. Veronica Giuliani, 1840-60, museo diocesano, Città di Castello |
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| Michele Fanoli, S. Veronica riceve le stigmate, 1832 circa, duomo, Cittadella |
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| S. Veronica Giuliani, 1940 circa, museo diocesano, Città di Castello |
| Urna con le reliquie di S. Giuliana, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello |
IL “MISERICORDISMO” È MORALISMO
Editoriale
di “Radicati nella fede”
Anno
IX n. 7 - Luglio 2016
Il “Misericordismo”
tanto in voga è pur sempre moralismo.
Lo vedete tutti, va di moda
presentare la Chiesa Cattolica come colei che perdona sempre, che accoglie
senza giudicare. Chi vuol star dentro al nuovo corso della chiesa ammodernata
ormai deve presentarsi così. Sono tanti i pastori nella Chiesa che non osano
pronunciare nemmeno più una condanna riguardo al peccato – a meno che questa
condanna non segua i dettami della cultura laicista dominante – e che si
riprogrammano come silenti misericordisti; e sotto questo misericordismo
sembrano benedire i peccati più orrendi che diventano libertà civili.
Questo misericordismo è un
triste moralismo; fa parte di quella “sbandata cattolica” che porta la Chiesa
ad interessarsi solo della morale, dimenticando quasi del tutto le verità di
fede.
Certo che la morale è
importante, ci mancherebbe altro!, ma se la morale non parte dal dogma, da Dio
insomma, finisce per trasformarsi in una triste “istruzione per l’uso”.
Sul subito una Chiesa così,
che invece di parlare di Dio si dilunga in estenuanti pronunciamenti riguardo
alla società e alle sue regole, sembra piacere agli uomini del tempo; sembra
piacere a quelli - e sono tanti - che, non interessati alle cose di Dio per
loro troppo lontane, hanno bisogno di una chiesa “utile” nell’immediato agli
uomini e alle loro faccende.
E sul subito una chiesa
così sembra far comodo anche agli uomini di Chiesa che, gettandosi a capofitto
nei dibattiti sui “valori”, sperano di rioccupare quel posto perso nella
società moderna, agnostica e atea. Così troppi Pastori si sono trasformati in
moderni agenti di morale; e, con il corollario del “misericordismo”, tentano
disperatamente di essere simpatici nella loro ritrovata utilità sociale.
Che inganno pensare che la
morale interessi più di Dio! Che inganno pensare che una morale umana abbia
qualche attrattiva, se non è legata a Dio!
Si tratta di una situazione
penosissima, che crea un clima asfissiante: una chiesa apparentemente più “pratica”
perché immersa nell’attualità, che si rivela subito ripetitiva e inutile,
perché abbandona l’uomo nella solitudine senza Dio.
Questo “misericordismo”,
tutto interno al moralismo, è uno dei frutti più oscuri del Naturalismo: la
Chiesa, non parlando più di Dio, della Rivelazione, della vita soprannaturale,
della grazia santificante, si attarda appunto in una morale che pare fatta di “istruzioni
per l’uso”.
Ma cosa deve fare allora la
Chiesa?
Deve indicare Dio.
Deve indicare Dio agli
uomini, deve indicare il miracolo della grazia che viene da Cristo, che, unica,
può cambiare i cuori e rendere forti le volontà nell’obbedire a tutta la legge
di Dio.
La grande pedagogia
cristiana, quella dei santi di 2000 anni di cristianesimo, quella della grande
Tradizione cattolica, ha sempre fatto così: ha insegnato Dio e poi ha chiesto
una morale corrispondente alla santità di Dio.
Invece una chiesa ammodernata,
tutta incentrata sull’uomo, non può più fare questo. È una chiesa che ha perso
il suo centro divino e che deve riempire il suo terribile vuoto attardandosi
nella morale; e questa morale senza Dio, questa chiesa moderna, la deve
abbassare sempre di più, perché sia praticabile con i soli mezzi umani.
Il “misericordismo” ha
proprio questo scopo: dare al nuovo cristianesimo naturalizzato una morale
abbordabile, cioè umana.
I santi invece, vivendo in
Dio, indicavano Dio e la sua Santità, chiedendo a se stessi e a tutti di
santificarsi della santità stessa di Dio: questa è la morale cristiana!
E indicavano il miracolo
della grazia, della forza stessa di Dio, che quando entra in noi rende
possibile l’altrettanto grande miracolo del nostro cambiamento.
Per queste ragioni non ci
interessa il “misericordismo”, come non ci è interessato il “rigorismo”, perché
sono entrambi falsi e ingannevoli: dimenticano Dio, e l’uomo ha solo bisogno di
Dio.
La vigilanza contro il
moralismo, in tutti i suoi corollari, è essenziale, se vogliamo veder fiorire
la nostra vita e restare cattolici.
Ecco perché ci siamo sempre
più preoccupati di salvare la Messa cattolica, quella della Tradizione, e non
siamo partiti dai dibattiti morali. Lo abbiamo fatto perché la Messa di sempre
indica Dio e la vita soprannaturale con una decisione chiara, assente invece in
tutta la riforma abborracciata di questi ultimi decenni. La Messa cattolica di
sempre è il primo e più grande antidoto contro l’eresia naturalista, che sfocia
nell’eresia moralista.
Vorremmo dirlo a tutti! sia
ai fanatici della chiesa sempre accogliente che tace la gravità del peccato;
sia ai neo-rigoristi conservatori che, giustamente spaventati della deriva
immorale dentro e fuori la Chiesa, ingaggiano una battaglia che sembra fermarsi
alle regole: cari amici, preoccupiamoci di tenere lo sguardo fisso in Dio,
preoccupiamoci per questo dell’integrità del rito della Messa, allora anche l’insegnamento
morale guarirà.
Non illudiamoci, non
avverrà l’inverso, che dalla battaglia morale si risalga a Dio. La battaglia
morale, se non parte da Dio, è destinata a impantanarsi nella palude del
moralismo, che uccide l’uomo fermandolo in se stesso.
martedì 17 maggio 2016
17 maggio. Giornata mondiale "contro l’omofobia". Il nostro contributo cattolico.
Il 17
maggio ricorre la giornata mondiale contro la c.d. omofobia. Ebbene, anche noi
non possiamo esimerci di dare il nostro contributo, facendo nostro quello di Riscossa
cristiana, invocando il patrocinio, tra i Santi, in special modo di S. Pier
Damiani.
17
maggio. Giornata mondiale contro l’omofobia. Il contributo di Riscossa
Cristiana
di Paolo Deotto – direttore di Riscossa Cristiana
Vivamente partecipi di questa giornata mondiale contro l’omofobia,
vogliamo anche noi dare il nostro contributo a questa importante iniziativa,
con la pubblicazione di due interessanti documenti, scelti tra i molti in cui
la Chiesa, un tempo, parlava di peccato. Ne parlava perché, essendo misericordiosa
sul serio, voleva salvare le anime.
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| John Martin, La distruzione di Sodoma, 1852, Laing Art Gallery, Newcastle upon Tyne |
Il Concilio Ecumenico Lateranense III,
tenutosi nel 1179, al canone 11 stabilì che: “chiunque venga sorpreso a
commettere quel peccato che è contro natura e a causa del quale “la collera di
Dio piombò sui figli della disobbedienza (Ef. 5,6), se è chierico, venga
decaduto dal suo stato e venga rinchiuso in un monastero a far penitenza; se è
laico, venga scomunicato e rigorosamente tenuto lontano dalla comunità dei
fedeli” (Conciliorum oecumenicorum
collectio, vol. XXII, coll. 224 ss.).
San Pio V, il grande Papa domenicano, in due Costituzioni condannò
solennemente e proibì severamente il peccato contro natura ovvero
l’omosessualità. “Avendo noi rivolto il nostro animo a rimuovere tutto quanto può
offendere in qualche modo la divina maestà, abbiamo stabilito di punire
innanzitutto e senza indugi quelle cose che, sia con l’autorità delle Sacre
Scritture che con gravissimi esempi, risultano essere spiacenti a Dio più di
ogni altro e che lo spingono all’ira: ossia la trascuratezza del culto divino,
la rovinosa simonia, il crimine della bestemmia e l’esecrabile vizio
libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono
flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze. (…)
Sappiano i magistrati che, se anche dopo questa nostra Costituzione saranno negligenti
nel punire questi delitti, ne saranno colpevoli al cospetto del giudizio
divino, e incorreranno anche nella nostra indignazione. (…) Se qualcuno compirà
quel nefando crimine contro natura, per colpa del quale l’ira
divina piombò sui figli dell’iniquità, verrà consegnato per punizione al
braccio secolare, e se chierico, verrà sottoposto ad analoga pena dopo essere
stato privato di ogni grado”. (San
Pio V, Costituzione Cum primum, del 1° aprile 1566, in Bullarium
Romanum, t. IV, c. II, pp. 284-286).
E ancora: “Quell’orrendo crimine, per colpa del quale le
città corrotte e oscene [di Sodoma e Gomorra] vennero
bruciate dalla divina condanna, marchia di acerbissimo dolore e scuote
fortemente il nostro animo, spingendoci a reprimere tale crimine col massimo
zelo possibile. A buon diritto il Concilio Lateranense V (1512-1517) stabilisce
che qualunque membro del clero, che sia stato sorpreso in quel vizio contro
natura per via del quale l’ira divina cadde sui figli dell’empietà venga
allontanato dall’ordine clericale, oppure venga costretto a far penitenza in un
monastero (c. 4, X, V, 31). Affinché il contagio di un così grave flagello non
progredisca con maggior audacia approfittandosi di quell’impunità che è il
massimo incitamento al peccato e, per castigare più severamente i chierici
colpevoli di questo nefasto crimine che non sono atterriti dallamorte
dell’anima, abbiamo deciso che vengano atterriti dall’autorità secolare,
vindice della legge civile. Pertanto, volendo proseguire con maggior vigore
quanto abbiamo decretato fin dal principio del Nostro Pontificato (Costituzione
Cum primum, cit.) stabiliamo che qualunque sacerdote o membro del clero
sia secolare che regolare, di qualunque grado e dignità, che pratichi un così
orribile crimine, in forza della presente legge venga privato di ogni
privilegio clericale, di ogni incarico, dignità e beneficio ecclesiastico, e
poi, una volta degradato dal Giudice ecclesiastico, venga subito consegnato
all’autorità secolare, affinché lo destini a quel supplizio, previsto
dalla legge come opportuna punizione, che colpisce i laici scivolati in questo
abisso” (San Pio V,
Costituzione Horrendum illud scelus, del 30 agosto 1568, in Bullarium
Romanum, t. IV, c. III, p. 33).
Ciò detto, auguriamo agli omosessuali di liberarsi al più presto dal laccio
del loro orrendo vizio.
Come utile pro-memoria, riportiamo questa frase di Tuco (il “brutto” nel
film “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone). Si parla, appunto, di
lacci. E quale laccio è più stretto di quello del vizio?
“Quando si mette a stringere, tu senti già il diavolo che ti morde
le chiappe”.
Memento mori. Poi è troppo tardi per ripensarci.
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