Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 10 agosto 2017

Il divorzio fu l’occasione perduta – Editoriale di agosto 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa dello Stauroforo S. Lorenzo, protodiacono e martire, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Riscossa cristiana.

Valerio Castello, Martirio di S. Lorenzo, XVII sec., Palazzo Bianco, Genova

José Juárez, Martirio di S. Lorenzo, 1655 circa

Jean-Baptiste de Champaigne, Martirio di S. Lorenzo, 1660 circa, National Gallery of Art, Washington D.C.




Giambettino Cignaroli, Martirio di S. Lorenzo, 1755 circa, chiesa di S. Lorenzo, Brescia



IL DIVORZIO FU L’OCCASIONE PERDUTA


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno X n. 8 - Agosto 2017

Non c’è niente da fare, nessuno ci toglierà dalla testa che il cambiamento della Messa, operato dalla Chiesa con un autoritarismo senza precedenti a fine anni ‘60, fu il “cavallo di Troia” con il quale entrarono tutte le più devastanti derive nel mondo cattolico.
Il Concilio Vaticano II, pastorale per espressa volontà dei Papi Giovanni XXIII prima e Paolo VI poi, si era ormai concluso. I testi, nella loro prolissità e stile discorsivo, avevano confermato tutti nella propria opinione: i Conservatori erano convinti che nulla fosse cambiato nella sostanza della Tradizione Cattolica; i Progressisti invece, rumorosi ma in fondo minoranza all’epoca, avevano salutato l’avvento di un’era totalmente nuova. Ognuno cercava nei testi la conferma delle proprie opinioni e attitudini. Chi è vissuto in quegli anni può confermare tutto questo, testimoniando della storia della propria parrocchia.
Intervenne, a quattro anni dalla chiusura del Concilio, la nuova messa e tutto poteva diventare chiaro.
Con la nuova messa, valida in sé ma non buona come tentiamo di dire da sempre (cfr. editoriale “Radicati nella fede”, anno V, marzo 2012, n. 3), non sarebbe stato possibile interpretare il Concilio in continuità con il passato della Chiesa Cattolica. La nuova messa diede la chiave ermeneutica secondo cui il Concilio Vaticano II è una “nuova Pentecoste”, il punto sorgivo di un Cristianesimo liberatosi dalla zavorra del suo passato, capace di scelte più pure che il mondo moderno avrebbe presto accolto con commovente entusiasmo.
I cosiddetti Conservatori, a volte molto moderati, si illusero ancora che la rivoluzione progressista si sarebbe presto spenta, come ogni giovanile entusiasmo. Quante volte sentimmo, e sentiamo ancora, che basterebbe celebrare con rispetto e devozione la nuova messa per arginare il disastro. A questa corrisponde un’altra illusione, che sia possibile intendere i documenti del Concilio in senso moderato-conservatore, in totale continuità con la Tradizione della Chiesa Cattolica Romana.
Lasciamo ad altri le analisi dettagliate al riguardo, non farebbero il caso in un semplice editoriale di due pagine. A noi tocca ricordare che basterebbero i fatti susseguitisi nella società italiana, oltre che nella Chiesa, per dar prova che la nuova Messa innescò la rivoluzione con la sua ermeneutica di rottura.
E i fatti che accadono, anche quelli di portata cattiva, se guardati con intelligenza di fede, sono sempre provvidenziali, perché sono avvisi di Dio.
La nuova messa del popolo e per il popolo era stata da poco introdotta a forza, che la stessa Chiesa italiana si trovò difronte ai drammatici giorni del Referendum sul Divorzio, era il 1974. La campagna referendaria fu il terreno di scontro tra le due anime, conservatrice e progressista, della chiesa italiana. La campagna referendaria fu il terreno di scontro delle due ermeneutiche del Concilio: una si illudeva di poter riaffermare il valore di un cattolicesimo anche di Stato, l’altra abbandonata al più puro laicismo affermava che ogni individuo deve essere tutelato, nella propria libertà assoluta, dallo Stato agnostico.
Lunedì 14 Maggio i risultati referendari furono di una tristezza agghiacciante per i buoni parroci del tempo: nell’Italia, che si pensava ancora cattolica, aveva vinto il divorzio con il 59,26%. E quel 59% a favore del mantenimento del divorzio era tristemente in gran parte voto di cattolici.
Sarebbe bastato questo per far aprire gli occhi a tutti, pastori e fedeli. Sarebbe bastato quel 59% per reagire alla deriva modernista e rivoluzionaria della Chiesa.
Ma così non fu... i buoni, preti e fedeli, si dissero ancora che la nuova messa non centrava, che era il problema dei tempi e della politica.
Arrivò poi il 1981 e fu il tempo dell’aborto, del terribile aborto, e fu l’ecatombe dei numeri: l’aborto vinse con l’88,42%: si era ormai consumata la scristianizzazione dell’Italia.
Ma ancora una volta non si andò a vedere dove tutto si era innescato: la nuova messa aveva liberalizzato, nella sua ambiguità e fluidità, tutte le peggiori interpretazioni per un nuovo cristianesimo senza dogmi e obblighi morali. I cristiani cosiddetti “adulti” avrebbero ormai seguito la loro coscienza reinterpretando di volta in volta il vangelo secondo i propri gusti, puntualmente obbedienti peraltro al potere omicida di questo mondo.
E la storia potrebbe continuare fino ai nostri tristissimi giorni. C’è qualcosa di immorale che non trovi cattolici benedicenti? Abbiamo ammesso tutto, tutto e di più, “asfaltando” in nome della libertà individuale tutta la Sacra Scrittura e duemila anni di Cristianesimo. Abbiamo ammesso tutto, benedetto tutto, fingendo di non parlarne troppo.
E se fosse vero che tutto è potentemente iniziato con lo smantellamento della Messa di sempre? E se la questione del rito non fosse solo un problema secondario? O continueremo ad illuderci che questo non centra come i buoni preti e fedeli degli anni ‘60 e ‘70?
Speriamo che qualche intelligente dal cuore semplice si desti dal sonno.

venerdì 19 agosto 2016

Lutero, un Machiavelli della fede

Da più parti si sentono rumours circa una possibile riabilitazione di Lutero (cfr. Danilo Castellano, Riabilitare Lutero?, in Radiospada, 14.7.2016). Non è una novità. Forse si dimentica che lo stesso Benedetto XVI era sostanzialmente favorevole a questo, sostenendo che l’eresiarca «aveva molte idee cattoliche»; che sarebbe stato un riformatore e non un eretico (cfr. Giacomo Galeazzi, Ratzinger riforma Lutero “Aveva molte idee cattoliche”, in La Stampa, 5.3.2008).
Molti vorrebbero celebrare il 500° anniversario della disobbedienza dell’eresiarca Lutero, cioè di quella che fu una vera sciagura, insieme a quella dei suoi complici come Calvino, della religione cristiana e che causerà gravi danni sono venuti all’Europa dalla diffusione di quel veleno. Già, del resto, qualificarlo “riformatore” e non per quello che è, cioè eretico, così come affermare che egli avesse “molte idee cattoliche”, costituisce un chiaro ed inequivocabile indice della volontà riabilitativa del personaggio, contraria al Magistero della Chiesa ed all’insegnamento dei Santi. Forse a costoro sfugge il magistero di Leone X, che condannò tutte, o quasi, le idee luterane. In Lutero, già a partire dalle sue 99 tesi, il cattolicesimo si era affievolito, sino a scomparire del tutto negli ultimi suoi libelli. Leone X, vero Papa degno di questo nome, stigmatizzò le idee luterane respingendole, rigettandole totalmente come eretiche, scandalose, false, offensive per le orecchie pie o in quanto capaci di sedurre le menti degli uomini semplici e in contraddizione con la fede cattolica (Bolla Exsurge Domine). E come cattolici si deve prestare fede a quanto stabilito da un Papa come Leone X, attento al bene della Chiesa, piuttosto che ai fallaci tentativi riabilitativi posti in essere da altri. Come cattolici non possiamo non condividere il giudizio caustico di vero docente cattolico, che si esprimeva in questi termini sul nostro eresiarca:
«“Porci, asini, canaglie” erano gli epiteti che Lutero riservava ai suoi avversari. Egli stesso riconosceva di non saper dominare il suo carattere violento. Sui contadini, da lui aizzati alla guerra contro i signori e poi abbandonati, scrisse. “Era tempo ormai di sgozzare i contadini come cani rognosi”. Nei suoi discorsi a tavola così parlava delle tentazioni della carne: “In realtà a questa tentazione il rimedio è facile: vi sono ancora donne e giovanette”. Per edificarsi si leggano negli stessi “Discorsi conviviali” le delicate parole sulle più basse funzioni del corpo. Avendo giurato davanti al cielo e alla terra di restare in perpetua castità, si rese spergiuro e sacrilego, passando poi anche a indegne nozze con una ex monaca, anch’essa spergiura e sacrilega, Caterina Bora. Si decise al matrimonio non solo per soddisfare le sue passioni, ma anche “per far tacere le insinuazioni delle male lingue” che sparlavano delle sue frequenti relazioni con Caterina e con altre ex monache sue compagne. Dopo il suo matrimonio, per non scontentare il suo potente protettore Filippo d’Assia, lo autorizzò a prendersi una seconda moglie, oltre la legittima ancora vivente: e questo - scrisse - “per la sua pace e la salute dell’anima sua”! Risaputa la cosa, non ebbe scrupolo a smentirla con una potente bugia. Riassumendo: omicida e suicida (secondo don Villa), eretico insensato, bestemmiatore accanito, bevitore impenitente, gozzovigliatore formidabile (fu definito per questo il “doctor plenus”), spergiuro e sacrilego, apostata, impuro (veniva chiamato “saxonicus porcus”), di facile scurrilità e trivialità, violento nelle passioni, egocentrico e megalomane, verbalmente aggressivo, nemico mortale del Papa e della Messa. A lui si deve la perdurante apostasia di mezza Europa, ossia (salvo imperscrutabili disegni dell’Onnipotente) la dannazione eterna di intere popolazioni» (v. qui. Sulla poligamia autorizzata da Lutero per il langravio (conte) Filippo I d’Assia (Hessen) detto il Magnanimo, v. Matilda Joslyn Gage, Woman, Church and State: a historical account of the status of woman through the Christian ages: with reminiscences of the matriarchate, N.Y., 1893, 2° ed., pp. 398-431. Sulla figura di Filippo d’Assia e sulla sua poligamia, v. qui).
Ecco quanto scriveva S. Giovanni Bosco sul personaggio: «... Se volessi, o figli, continuare a raccontarvi le innumerevoli contraddizioni di Lutero, non che le brutte e vili espressioni che dava alle cose più sante, i titoli i più villani dati ai più distinti personaggi, ed ai più grandi dottori della Chiesa, ve lo dico schiettamente, non la finirei più. Vi basti il sapere ch’egli stesso asseriva di essere stato mandato dal demonio a riformare la Chiesa, e vantavasi di averlo avuto per suo maestro. Così nel suo libro da lui intitolato: De abroganda Affissa privata, nel quale narra un suo colloquio avuto col demonio, e come ad istigazione di lui egli si movesse a togliere la Messa ...» (san Giovanni Bosco, Il cattolico istruito nella sua religione, Trattenimento XX). Per questo, si può ritenere veritiero quanto affermava la beata Serafina Micheli che vide misticamente Lutero all’inferno (v. don Marcello Stanzione, Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele Arcangelo, 2011; La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012).

Lutero, un Machiavelli della fede

di Francesco Agnoli

In occasione del cinquecentesimo anniversario della rivoluzione di Martin Lutero lo scontro tra cardinali tedeschi è già da tempo in atto: da una parte i cardinali Kasper e Marx, che di Lutero si dichiarano apertamente ammiratori, dall’altra i porporati Mueller, Brandmuller e Cordes, che si collocano invece nel solco del pensiero cattolico, vedendo in Lutero l’uomo che deformò il Vangelo e spezzò la Chiesa, dividendo così la Cristianità e l’Europa.

Non si tratta, però, solo di un dibattito teologico “alto”; vi sono implicazioni anche riguardo al diritto naturale ed al modo di concepire il matrimonio cristiano. Kasper e Marx stanno cercando da alcuni anni, dopo l’abdicazione di Benedetto, di limitare la condanna dell’adulterio e di legittimare, più o meno apertamente, le seconde nozze, con aperture graduali anche al matrimonio gay. Cosa c’entra in tutto ciò Lutero?

Forse ben più di quanto si creda. Anzitutto, riguardo alla dottrina, perchè egli nega il carattere di sacramento al matrimonio, e lo sottopone alla giurisdizione secolare, cioè al potere dei sovrani, degli Stati. Questa concezione desacralizza il matrimonio e lo priva del suo tradizionale significato soprannaturale. 

Tomba di Katharina von Bora,
chiesa di St. Marien, Torgau
Sul piano dei fatti, la prima cosa da ricordare è il matrimonio di Lutero con una ex suora cistercense, Caterina von Bora, da cui avrà 6 figli. I due vanno ad abitare nell’ex convento agostiniano di Wittenberg, donato loro dal principe elettore di Sassonia (il quale deve a sua volta a Lutero il fatto di essere diventato proprietario dei beni della Chiesa cattolica nelle sue terre). Lutero e Caterina divengono così un modello tanto che, sul loro esempio, i riformati “si adoperarono parecchie volte, spesso in intere comitive, per strappare le religiose dai loro chiostri, per farne le loro spose”. 
Dopo un ratto di religiose che ha luogo la notte del sabato santo 1523, Lutero definisce l’organizzatore dell’impresa “felice ladro” e si congratula con lui per aver “liberato queste povere anime dalla prigionia” (vedi Jacques Maritain, I tre riformatori. Lutero. Cartesio. Rousseau, Morcelliana, Brescia, 1990, p. 215). Sono gli anni in cui molte religiose tedesche vengono costrette a lasciare i monasteri, spesso controvoglia, e a tornare alle proprie case, oppure a sposarsi.

Il secondo fatto da ricordare è il seguente: Lutero, per non perdere l’appoggio del langravio Filippo d’Assia, “uno dei due pilastri politici sui quali si reggeva il luteranesimo”, gli concede di sposare in seconde nozze la damigella diciassettenne Margarete von Saale. Filippo ha già una moglie, Cristina di Sassonia, dalla quale ha avuto sette figli. Siamo nel 1539. Lutero non vuole scandali rumorosi, non vuole giustificare pubblicamente una bigamia, ma deve acconsentire alle richieste di Filippo, libertino incallito, malato di sifilide, ma “necessario per conservare integra la forza militare della riforma”.

Per questo decide di agire con furbizia: sperando che nessuno lo venga a sapere, comunica segretamente a Filippo che il matrimonio supplementare può essere determinato da una “necessità di coscienza”. In altre parole: la bigamia va bene, ma basta che non diventi pubblica. Scrivono Lutero e Melantone: “Se dunque vostra Altezza è definitivamente decisa a prendere una seconda moglie, il nostro parere è che ciò deve rimanere segreto”. A nozze avvenute, Filippo invia a Lutero, ormai da tempo dedito a mangiate e bevute imponenti, “una botte di vino, che giunse a Wittenberg quando ormai il segreto della bigamia era trapelato ad opera della sorella del langravio”. 

Sentendosi nei guai, Lutero, che meriterà da Tommaso Campanella il titolo di “Machiavelli della fede”, consiglia a Filippo di dichiarare pubblicamente che Margarete non è la sua moglie legittima, “sostituendo l’atto di matrimonio con un altro atto notarile che dichiarasse che Margarete era solo la sua concubina”. Filippo rifiuta, ed anzi chiede a Lutero di confermare pubblicamente di aver concesso lui stesso la dispensa. Ma Lutero, che in altre occasioni non esiterà a proporre traduzioni fasulle di passi biblici, pur di avere ragione, risponde che il suo consiglio era segreto, “e ora diventava nullo perché era stato reso pubblico” (Federico A. Rossi di Marignano, Martin Lutero e Caterina von Bora, Ancora, Milano, 2013, p. 343-347; Angela Pellicciari, Martin Lutero, Cantagalli, Siena, 2013, p. 109-113). 

Pochi anni prima di questi fatti, nel 1531, Lutero, in una delle sue tante lettere alla ricerca del favore dei potenti, ha scritto ad Enrico VIII re d’Inghilterra che sì, il matrimonio è indissolubile, però... con il permesso della regina si può sposare una seconda moglie, come nell’Antico Testamento. Come sappiamo, Enrico chiederà la dispensa non a Lutero, ma al papa di Roma, ma non ottenendola, coglierà la palla al balzo: proclamerà la scisma con Roma, e alla fine, di ripudio in ripudio, “in coscienza”, arriverà alla ragguardevole cifra di 6 mogli (alcune delle quali fatte uccidere senza scrupoli).

Se l’effetto evidente della rivoluzione di Lutero riguardo al matrimonio, è dunque il pretesto fornito a se stesso per gettare la tonaca e il pretesto fornito ai principi per permettere loro di ripudiare le legittime consorti e vivere in poligamia, anche sul piano della dottrina tutto è destinato gradualmente a cambiare. Bisogna sempre tener conto di un fatto: Lutero guarda costantemente alla nobiltà germanica come al suo principale interlocutore, di cui ha bisogno per vincere la sua lotta con Roma. E la nobiltà germanica, come quella di altri paesi, è in lotta con la Chiesa non solo per questioni politiche e di potere, ma anche sulla dottrina del matrimonio: spesso i nobili non accettano l’indissolubilità, né i vincoli al matrimonio imposti da Roma (divieto di matrimoni combinati, di matrimoni tra consanguinei...).

Inoltre, per motivi legati alle loro condizioni sociali o ereditarie i nobili reclamano più degli altri il diritto dei genitori di concedere o negare il consenso ai nubendi, mentre la Chiesa romana, al contrario, riconosce solo ai nubendi, in quanto unici ministri dello stesso, il diritto di decidere del loro matrimonio. Cosa rispondono Lutero e i riformati a queste “esigenze” nobiliari, e non solo. Anzitutto criticando l’indissolubilità assoluta. 

Lutero riconosce così almeno 4 cause per il divorzio: l’adulterio, l’impotenza sopraggiunta durante il matrimonio (mentre quella antecedente è causa di nullità, come per la Chiesa), la “diserzione maliziosa” e l’ostinazione tenace del coniuge nel rifiutare l’amplesso maritale (riguardo a quest’ultima causa, arriva a scrivere: “Se la moglie trascura il suo dovere, l’autorità temporale la deve costringere, oppure metterla a morte”).

Inevitabile che le aperture di Lutero ne generino di ulteriori, come quelle degli anabattisti, favorevoli alla poligamia, o quelle del suo discepolo M. Butzer, per il quale Cristo non avrebbe mai abolito il ripudio, e spetterebbe alle autorità politiche legiferare, senza limiti nè condizioni, riguardo al divorzio. Inoltre Lutero e i riformati insistono, con accenti diversi, sull’opportunità del consenso dei genitori, rimproverando la Chiesa di ridurne l’importanza, e si battono per ridurre gli impedimenti di consanguineità (Jean Gaudemet, Il matrimonio in Occidente, Sei, Torino, 1996, p. 207-2012).

La Chiesa cattolica, dal canto suo, con il Concilio di Trento, prenderà in esame la posizione di Lutero, ribadendo una volta per sempre il carattere sacramentale del matrimonio e la sua indissolubilità, negando la liceità del divorzio luterano, ribadendo, nonostante le pressioni della nobiltà francese, che il consenso dei genitori, pur opportuno, non è vincolante e condannando l’assunto luterano secondo cui vivere in castità è impossibile. La posizione espressa dal Concilio di Trento verrà ribadita dalla Chiesa e dai pontefici per 500 anni, senza mutamenti.

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 18.8.2016

venerdì 12 agosto 2016

«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra»

Il 12 agosto è anche la festa del Beato Innocenzo XI, il papa della battaglia di Vienna.
In suo onore, postiamo questo contributo.

Beato Innocenzo XI, stampa, 1790 circa


Nicolas de Larmessin, Innocenzo XI, in Les augustes représentations de tous les rois de France, depuis Pharamond jusqu'à Louis XIV,... avec un abrégé historique sous chacun, contenant leurs naissances, inclinations et actions plus remarquables pendant leurs règnes, 1690

Galeazzo Gualdo Priorato, Innocenzo XI, in Historia di Leopoldo Cesare, 1670-74, Universitätsbibliothek, Salisburgo


Anonimo, Beato Innocenzo XI, XVII sec., cappella della Sacra Famiglia, Basilica dei SS. Ambrogio e Carlo al Corso, Roma

«Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra»

di Lorenzo Benedetti

Idealizzare gli uomini è sicuramente pericoloso; ma leggere la vita e le gesta di Innocenzo XI può fungere da insegnamento per tutti i Cattolici. La sua esistenza è un exemplum per ogni autentico fedele che si professi tale, uno specchio in cui riflettere le nostre stesse vite tanto nell’errore, poiché nessun uomo è esente dal peccato, quanto maggiormente nelle virtù. Modello di rigore e pietà, animato da vera Fede, questo beato pontefice non ha mai smesso di ricercare, e seguire, la Verità.
Venuto alla luce in una ricca famiglia comasca nel 1611, Benedetto Odescalchi fu un ragazzo di ingegno vivace ed animo irrequieto: intrapresi gli studi umanistici, li interruppe per lavorare nella società di cambiavalute di famiglia, mestiere che presto abbandonò per poi peregrinare tra Milano e Como, ricoprendo incarichi militari ed vagheggiando un nuovo trasferimento a Napoli. Già in gioventù, dovette affrontare difficili prove, come la perdita del padre a soli undici anni, la morte di due fratelli e quella della madre, a causa della peste del 1630, la stessa descritta dal Manzoni ne I Promessi Sposi. Energico ed inquieto, nel 1636 decise ancora una volta di cambiare vita e si trasferì a Roma; lì venne introdotto presso il cardinale Alfonso de la Cueva-Benavides, e fu un incontro decisivo per la sua vita: notate le capacità non comuni del giovane, il prelato lo convinse infine a riprendere in mano i libri e laurearsi in utroque iure a Napoli. Così avvenne nel 1639, ed al brillante Odescalchi si aprì la carriera curiale: finalmente, Benedetto aveva placato il suo animo grazie alla chiamata al servizio di Dio, che sentì nascere dentro di sé come “la volontà di una vita celibe, segregata dal mondo e volta alle opere di beneficenza”, e ricevette la tonsura.
Se gli incarichi ufficiali – fu da subito Presidente della Camera apostolica e poi governatore di Macerata – gli impedirono il primo scopo, di certo lo favorirono nel secondo: da subito ridusse all’essenziale la sua servitù, visse in modo austero, applicò la legge in maniera rigorosa ed imparziale, rifiutando regali e favori e senza distinzioni di classe sociale. Alle sue profonde e preziose competenze economiche, che mise sempre al servizio della Chiesa e mai del proprio portafogli, univa l’incrollabile zelo: per questo nel 1645 fu creato cardinale, e nel 1648 inviato come legato a Ferrara per sanare l’avvilente carestia. Distribuì viveri e denaro ai poveri, punì gli speculatori, fissò un prezzo per il grano e ne ordinò la libera distribuzione a tutti i cittadini: il suo animo ferreo lo portò a insistere nel pacificare i nobili locali, invitandoli a rotazione alla sua mensa per obbligarli a dialogare. Inviato come pater pauperum, “padre dei poveri”, fu riconosciuto tale anche dal popolo che inneggiò al suo nome.
Eletto vescovo di Novara nel 1650, rinunciò alla diocesi quando fu chiamato come consigliere privato da Alessandro VII: in contrasto con la splendida vita romana, il cardinal Odescalchi visse con parsimonia, versando i suoi denari a ospedali, ospizi, pellegrini ed indigenti; all’indole caritatevole affiancò una sincera devozione, frequentando quotidianamente le chiese.
Così trascorse diversi anni, fino al conclave nell’anno 1676, allorché venne eletto Sommo Pontefice: umile e pio, declinò la tiara e vennero ripetute le votazioni, che lo videro nuovamente prescelto. Prima di accettare, presentò ai cardinali elettori una capitolazione da sottoscrivere, pena un suo nuovo rifiuto: il documento descriveva la linea di azione del pontefice, che essi non avrebbero dovuto ostacolare, e che prevedeva la difesa e propagazione della Fede cattolica, la diminuzione del lusso del clero ed il controllo sui costumi, la limitazione delle spese curiali e un’azione pastorale rivolta alla cura delle persone. Sorpresi, i porporati accettarono e Benedetto Odescalchi fu incoronato come Innocenzo XI il 4 ottobre con una semplice cerimonia: già si vedeva la ventata di novità portata dal papa, il quale devolse il denaro risparmiato ai poveri.
In ambito spirituale, l’11 settembre 1681 indisse un Giubileo straordinario per invocare l’aiuto di Dio contro le difficoltà della Chiesa: l’Europa ed il mondo cristiano stavano infatti vivendo con crescente preoccupazione l’avanzata dei Turchi verso Vienna, che nel 1683 fu cinta d’assedio da Maometto IV. Innocenzo XI si fece promotore dell’ultima grande crociata contro l’Islam: donò oltre un milione e mezzo di fiorini al re di Polonia e all’Imperatore d’Austria, che vinsero gli Infedeli e salvarono l’Occidente. Per celebrare l’evento di enorme portata storica, il Papa indisse la festa del SS. Nome di Maria, che con la sua intercessione aveva evitato la catastrofe.
Nel 1687 istituì la Taxa Innocentiana, che proibiva ai vescovi di riscuotere un pagamento per le dispense matrimoniali. Avversò il nepotismo, e decise di non assegnare alcuna carica ai parenti, che non si stabilirono nemmeno a Roma. Promosse gli ordini monastici, e spesso riceveva personalmente i missionari per avere informazioni sull’evangelizzazione nel mondo: saputo della schiavitù cui erano costrette molte popolazioni indigene, si adoperò per l’abolizione della tratta degli schiavi. Limitò il gioco del lotto, vietò sovente il carnevale, abolì la regata sul Tevere, tradizione romana nel giorno di San Rocco, e versò la cifra che per essa si spendeva ad un orfanotrofio.
Tutto questo, senza però mai cedere nell’ortodossia: nel 1687, con la bolla Coelestis Pastor, condannò come eretica la dottrina del quietismo, che escludeva il desiderio e la volontà umana come mezzi per raggiungere la beatitudine, abbandonandosi passivamente all’azione divina, un movimento che egli stesso, anni addietro, aveva in buonafede protetto. Con la bolla Sanctissimus Dominus stigmatizzò gli insegnamenti del lassismo, che predicava una morale molto rilassata – e c’è da chiedersi quanto oggi questa dottrina, sebbene in forme diverse, serpeggi tra i credenti, per cui l’osservanza ai comandamenti divini è divenuta un optional per un cattolicesimo fai-da-te.
Colpito da malattia, Innocenzo XI morì nel 1689, distaccato dai beni terreni e con il corpo provato dai molti sacrifici. Anche il suo ultimo afflato fu una parola di carità, nel donare ai poveri di Novara diecimila scudi, e di fede, raccomandandosi al Signore celeste per cui aveva vissuto ed operato sulla terra.

sabato 9 luglio 2016

Il "misericordismo" è moralismo – Editoriale di luglio 2016 di “Radicati nella fede”

Con un lieve ritardo di alcuni giorni, rilanciamo l’editoriale di luglio di Radicati nella fede nella festa di S. Veronica Giuliani, vergine. Lo stesso Editoriale è stato pubblicato anche su Chiesa e postconcilio e su Riscossa cristiana.


Anonimo, Incisione su S. Veronica Giuliani, 1804, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello

Carlo Gregori, S. Veronica Giuliani, 1806, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello

Tommaso Conca, Stigmatizzazione di S. Veronica Giuliani, 1795-97, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello 

Pietro Tedeschi, S. Veronica Giuliani incoronata da Cristo con la corona di spine, 1804, museo diocesano, Volterra


Anonimo, S. Veronica Giuliani, museo dell'Abate, San Martino al Cimino

Anonimo, S. Veronica Giuliani, 1840-60, museo diocesano, Città di Castello


Michele Fanoli, S. Veronica riceve le stigmate, 1832 circa, duomo, Cittadella

S. Veronica Giuliani, 1940 circa, museo diocesano, Città di Castello



Urna con le reliquie di S. Giuliana, Monastero di S. Veronica Giuliani, Città di Castello

IL “MISERICORDISMO” È MORALISMO


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 7 - Luglio 2016

Il “Misericordismo” tanto in voga è pur sempre moralismo.
Lo vedete tutti, va di moda presentare la Chiesa Cattolica come colei che perdona sempre, che accoglie senza giudicare. Chi vuol star dentro al nuovo corso della chiesa ammodernata ormai deve presentarsi così. Sono tanti i pastori nella Chiesa che non osano pronunciare nemmeno più una condanna riguardo al peccato – a meno che questa condanna non segua i dettami della cultura laicista dominante – e che si riprogrammano come silenti misericordisti; e sotto questo misericordismo sembrano benedire i peccati più orrendi che diventano libertà civili.
Questo misericordismo è un triste moralismo; fa parte di quella “sbandata cattolica” che porta la Chiesa ad interessarsi solo della morale, dimenticando quasi del tutto le verità di fede.
Certo che la morale è importante, ci mancherebbe altro!, ma se la morale non parte dal dogma, da Dio insomma, finisce per trasformarsi in una triste “istruzione per l’uso”.
Sul subito una Chiesa così, che invece di parlare di Dio si dilunga in estenuanti pronunciamenti riguardo alla società e alle sue regole, sembra piacere agli uomini del tempo; sembra piacere a quelli - e sono tanti - che, non interessati alle cose di Dio per loro troppo lontane, hanno bisogno di una chiesa “utile” nell’immediato agli uomini e alle loro faccende.
E sul subito una chiesa così sembra far comodo anche agli uomini di Chiesa che, gettandosi a capofitto nei dibattiti sui “valori”, sperano di rioccupare quel posto perso nella società moderna, agnostica e atea. Così troppi Pastori si sono trasformati in moderni agenti di morale; e, con il corollario del “misericordismo”, tentano disperatamente di essere simpatici nella loro ritrovata utilità sociale.
Che inganno pensare che la morale interessi più di Dio! Che inganno pensare che una morale umana abbia qualche attrattiva, se non è legata a Dio!
Si tratta di una situazione penosissima, che crea un clima asfissiante: una chiesa apparentemente più “pratica” perché immersa nell’attualità, che si rivela subito ripetitiva e inutile, perché abbandona l’uomo nella solitudine senza Dio.
Questo “misericordismo”, tutto interno al moralismo, è uno dei frutti più oscuri del Naturalismo: la Chiesa, non parlando più di Dio, della Rivelazione, della vita soprannaturale, della grazia santificante, si attarda appunto in una morale che pare fatta di “istruzioni per l’uso”.
Ma cosa deve fare allora la Chiesa?
Deve indicare Dio.
Deve indicare Dio agli uomini, deve indicare il miracolo della grazia che viene da Cristo, che, unica, può cambiare i cuori e rendere forti le volontà nell’obbedire a tutta la legge di Dio.
La grande pedagogia cristiana, quella dei santi di 2000 anni di cristianesimo, quella della grande Tradizione cattolica, ha sempre fatto così: ha insegnato Dio e poi ha chiesto una morale corrispondente alla santità di Dio.
Invece una chiesa ammodernata, tutta incentrata sull’uomo, non può più fare questo. È una chiesa che ha perso il suo centro divino e che deve riempire il suo terribile vuoto attardandosi nella morale; e questa morale senza Dio, questa chiesa moderna, la deve abbassare sempre di più, perché sia praticabile con i soli mezzi umani.
Il “misericordismo” ha proprio questo scopo: dare al nuovo cristianesimo naturalizzato una morale abbordabile, cioè umana.
I santi invece, vivendo in Dio, indicavano Dio e la sua Santità, chiedendo a se stessi e a tutti di santificarsi della santità stessa di Dio: questa è la morale cristiana!
E indicavano il miracolo della grazia, della forza stessa di Dio, che quando entra in noi rende possibile l’altrettanto grande miracolo del nostro cambiamento.
Per queste ragioni non ci interessa il “misericordismo”, come non ci è interessato il “rigorismo”, perché sono entrambi falsi e ingannevoli: dimenticano Dio, e l’uomo ha solo bisogno di Dio.
La vigilanza contro il moralismo, in tutti i suoi corollari, è essenziale, se vogliamo veder fiorire la nostra vita e restare cattolici.
Ecco perché ci siamo sempre più preoccupati di salvare la Messa cattolica, quella della Tradizione, e non siamo partiti dai dibattiti morali. Lo abbiamo fatto perché la Messa di sempre indica Dio e la vita soprannaturale con una decisione chiara, assente invece in tutta la riforma abborracciata di questi ultimi decenni. La Messa cattolica di sempre è il primo e più grande antidoto contro l’eresia naturalista, che sfocia nell’eresia moralista.
Vorremmo dirlo a tutti! sia ai fanatici della chiesa sempre accogliente che tace la gravità del peccato; sia ai neo-rigoristi conservatori che, giustamente spaventati della deriva immorale dentro e fuori la Chiesa, ingaggiano una battaglia che sembra fermarsi alle regole: cari amici, preoccupiamoci di tenere lo sguardo fisso in Dio, preoccupiamoci per questo dell’integrità del rito della Messa, allora anche l’insegnamento morale guarirà.
Non illudiamoci, non avverrà l’inverso, che dalla battaglia morale si risalga a Dio. La battaglia morale, se non parte da Dio, è destinata a impantanarsi nella palude del moralismo, che uccide l’uomo fermandolo in se stesso.

martedì 17 maggio 2016

17 maggio. Giornata mondiale "contro l’omofobia". Il nostro contributo cattolico.

Il 17 maggio ricorre la giornata mondiale contro la c.d. omofobia. Ebbene, anche noi non possiamo esimerci di dare il nostro contributo, facendo nostro quello di Riscossa cristiana, invocando il patrocinio, tra i Santi, in special modo di S. Pier Damiani.

17 maggio. Giornata mondiale contro l’omofobia. Il contributo di Riscossa Cristiana

di Paolo Deotto – direttore di Riscossa Cristiana

Vivamente partecipi di questa giornata mondiale contro l’omofobia, vogliamo anche noi dare il nostro contributo a questa importante iniziativa, con la pubblicazione di due interessanti documenti, scelti tra i molti in cui la Chiesa, un tempo, parlava di peccato. Ne parlava perché, essendo misericordiosa sul serio, voleva salvare le anime.

John Martin, La distruzione di Sodoma, 1852, Laing Art Gallery, Newcastle upon Tyne

Il Concilio Ecumenico Lateranense III, tenutosi nel 1179, al canone 11 stabilì che: “chiunque venga sorpreso a commettere quel peccato che è contro natura e a causa del quale “la collera di Dio piombò sui figli della disobbedienza (Ef. 5,6), se è chierico, venga decaduto dal suo stato e venga rinchiuso in un monastero a far penitenza; se è laico, venga scomunicato e rigorosamente tenuto lontano dalla comunità dei fedeli (Conciliorum oecumenicorum collectio, vol. XXII, coll. 224 ss.).

San Pio V, il grande Papa domenicano, in due Costituzioni condannò solennemente e proibì severamente il peccato contro natura ovvero l’omosessualità. “Avendo noi rivolto il nostro animo a rimuovere tutto quanto può offendere in qualche modo la divina maestà, abbiamo stabilito di punire innanzitutto e senza indugi quelle cose che, sia con l’autorità delle Sacre Scritture che con gravissimi esempi, risultano essere spiacenti a Dio più di ogni altro e che lo spingono all’ira: ossia la trascuratezza del culto divino, la rovinosa simonia, il crimine della bestemmia e l’esecrabile vizio libidinoso contro natura; colpe per le quali i popoli e le nazioni vengono flagellati da Dio, a giusta condanna, con sciagure, guerre, fame e pestilenze. (…) Sappiano i magistrati che, se anche dopo questa nostra Costituzione saranno negligenti nel punire questi delitti, ne saranno colpevoli al cospetto del giudizio divino, e incorreranno anche nella nostra indignazione. (…) Se qualcuno compirà quel nefando crimine contro natura, per colpa del quale l’ira divina piombò sui figli dell’iniquità, verrà consegnato per punizione al braccio secolare, e se chierico, verrà sottoposto ad analoga pena dopo essere stato privato di ogni grado”. (San Pio V, Costituzione Cum primum, del 1° aprile 1566, in Bullarium Romanum, t. IV, c. II, pp. 284-286).
E ancora: “Quell’orrendo crimine, per colpa del quale le città corrotte e oscene [di Sodoma e Gomorra] vennero bruciate dalla divina condanna, marchia di acerbissimo dolore e scuote fortemente il nostro animo, spingendoci a reprimere tale crimine col massimo zelo possibile. A buon diritto il Concilio Lateranense V (1512-1517) stabilisce che qualunque membro del clero, che sia stato sorpreso in quel vizio contro natura per via del quale l’ira divina cadde sui figli dell’empietà venga allontanato dall’ordine clericale, oppure venga costretto a far penitenza in un monastero (c. 4, X, V, 31). Affinché il contagio di un così grave flagello non progredisca con maggior audacia approfittandosi di quell’impunità che è il massimo incitamento al peccato e, per castigare più severamente i chierici colpevoli di questo nefasto crimine che non sono atterriti dallamorte dell’anima, abbiamo deciso che vengano atterriti dall’autorità secolare, vindice della legge civile. Pertanto, volendo proseguire con maggior vigore quanto abbiamo decretato fin dal principio del Nostro Pontificato (Costituzione Cum primum, cit.) stabiliamo che qualunque sacerdote o membro del clero sia secolare che regolare, di qualunque grado e dignità, che pratichi un così orribile crimine, in forza della presente legge venga privato di ogni privilegio clericale, di ogni incarico, dignità e beneficio ecclesiastico, e poi, una volta degradato dal Giudice ecclesiastico, venga subito consegnato all’autorità secolare, affinché lo destini a quel supplizio, previsto dalla legge come opportuna punizione, che colpisce i laici scivolati in questo abisso (San Pio V, Costituzione Horrendum illud scelus, del 30 agosto 1568, in Bullarium Romanum, t. IV, c. III, p. 33).

Ciò detto, auguriamo agli omosessuali di liberarsi al più presto dal laccio del loro orrendo vizio.
Come utile pro-memoria, riportiamo questa frase di Tuco (il “brutto” nel film “Il buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone). Si parla, appunto, di lacci. E quale laccio è più stretto di quello del vizio?
Quando si mette a stringere, tu senti già il diavolo che ti morde le chiappe”.
Memento mori. Poi è troppo tardi per ripensarci.