Cfr. Les adieux à l’Alléluia, in Le Blogue duMaître-Chat Lully, 26.1.2013
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sabato 8 febbraio 2020
lunedì 8 luglio 2019
Finché è giorno… I dodici anni del Summorum
Rilanciamo un interessante, breve contributo del prof. Abbruzzi
nel XII anniversario del m.p. Summorum Pontificum del papa Benedetto XVI.
![]() |
| Max Scholz, Concerto di un coro (Chorkonzert), 1906 |
Finché è giorno… I dodici anni del Summorum
del prof. Vito Abbruzzi
Ieri il Summorum ha compiuto dodici anni…
proprio nel giorno del Signore.
Un caso?
Direi proprio di no!
Una cosa che, mi rendo conto, sfugge ai più – non solo
agli avversatori del motu proprio in questione, ma anche ai suoi stessi propugnatori
– è non riuscire a cogliere il fatto che il Summorum non è opera
dell’uomo, ma, a mio sommesso giudizio, di Dio stesso.
Non smetterò di ripetere – senza tema di essere
tacciato di pedanteria – che siamo di fronte a numeri che parlano chiaro: 777.
Il Summorum ha visto la luce il 7 luglio 2007 , ed
è stato pubblicato alla pagina 777 degli Acta Apostolicae Sedis (vol.
99).
Sono più che convinto che il legislatore non pensava affatto
a tutte queste misteriose coincidenze!
Il 777 è chiaramente un numero che rimanda all’ordine
angelico; in particolar modo a San Michele, che il 7 luglio 1956 apparve ad
Oppido Lucano (PZ) alla Serva di Dio Francesca Lancellotti, in seguito amica
fraterna del cardinale Oddi, primo presidente della fu Pontificia Commissione Ecclesia
Dei.
E, dunque, il 7 luglio è una data micaelica!
Non solo: il 7 luglio è notoriamente primo giorno
della novena alla Madonna del Carmine. Un fatto che non può passare
inosservato.
Ricordo che a Putignano, in Terra di Bari, c’è una
grotta-santuario dedicata proprio a San Michele (in Monte Laureto), il cui
altare è speculare a quello dedicato a “S. Maria de lo Carmino” (1538). Idem a
Conversano, sempre in Terra di Bari, nella chiesa parrocchiale di Maria SS. del
Carmine.
Ci sono ovunque timori – non privi di fondamento – che
il Summorum possa essere revocato. L’augurio è che ciò non
accada. Ma se anche dovesse accadere, il Summorum resta una pietra
miliare; un fatto acquisito; una conquista non facilmente raggiunta, a cui altrettanto
non facilmente si rinuncerà.
Il Summorum, in questi dodici anni di vita, ha
visto spegnersi tanti facili entusiasmi (per sua fortuna, poiché erano fuochi
di paglia); ma altresì ha visto crescere, giorno dopo giorno, una nuova
consapevolezza da parte di gente che, grazie al vetus ordo, ha riscoperto
il sacro, vivendo con più raccoglimento il novus.
A chi si è preso il delicato compito di far conoscere
e amare l’usus antiquior del Messale Romano, il monito di Gesù ad
operare senza scoramenti: «Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha
mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare» (Gv 9,4).
sabato 2 febbraio 2019
Un tropario greco nella liturgia latina del 2 febbraio
Un’annotazione liturgica sulla festa della Candelora.
Un
tropario greco nella liturgia latina del 2 febbraio
Il
2 febbraio, le Chiese d’Oriente e d’Occidente celebrano la Purificazione della
Beata Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio, 40 giorni dopo la sua
Natività. In Oriente, questa festa riceve anche il nome Hypapante o “incontro al Signore” (l’espressione Occursum Domini, che è l’equivalente
latino, è stato anche in uso in Occidente), un termine che ricorda il santo
incontro tra Gesù bambino ed il santo vegliardo Simeone.
I
menelogi greci usano per questa festa il tropario apolytikion che segue:
Χαῖρε κεχαριτωμένη Θεοτόκε
Παρθένε· ἐκ σοῦ γὰρ ἀνέτειλεν ὁ Ἥλιος τῆς δικαιοσύνης, Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν, φωτίζων τοὺς ἐν σκότει. Εὐφραίνου καὶ σὺ Πρεσβύτα δίκαιε,
δεξάμενος ἐν ἀγκάλαις τὸν ἐλευθερωτὴν τῶν ψυχῶν ἡμῶν, χαριζόμενος ἡμῖν καὶ τὴν Ἀνάστασιν.
Ecco
una traduzione:
Ti
saluto, pieno di grazia, Vergine Madre di Dio: da te infatti è salito il sole di
giustizia, Cristo nostro Dio, illuminando coloro che sono nelle tenebre; e tu, giusto
vegliardo, rallegrati, perché hai ricevuto tra le tue braccia il liberatore
delle nostre anime, colui che ci dona la risurrezione.
Questo
tropario è stato tradotto nel Medioevo in latino ed è stato anche cantato in
Occidente. Se non appare più negli attuali libri romani, si trova, invece, in
quasi tutti i manoscritti medievali, ed è stato conservato in molti libri
diocesani francesi ed esiste ancor oggi nel rito domenicano.
Ecco
il testo e la musica, tratti da Variæ
preces de Solesmes, 1901, p. 103:
Nel
rito domenicano, questo tropario è la prima antifona cantata alla prima stazione
della processione della Candelora. Eccolo, preso dal processionale del 1913:
È
interessante notare che, sia in oriente sia in occidente, l’antifona è ancora
cantata nel primo tono. L’inciso Χριστὸς ὁ Θεὸς ἡμῶν non è stato reso nel
testo latino, forse perché non nell’originario in greco, la sua aggiunta
successiva ha senza dubbio voluto chiarire il significato del testo.
Per
la cronaca, ecco il testo slavonico del tropario del Santo Incontro:
venerdì 2 novembre 2018
Assoluzione al tumulo eretto sopra il catafalco
Riprendiamo da un nostro amico e lettore:
Il Messale di san Pio V, nella Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti e durante le cerimonie funebri, prevede l’assoluzione al tumulo eretto sopra un catafalco.
Ma cos'è il catafalco e perché viene utilizzato?
L’Etimologia del termine "Catafalco" è alquanto incerta: gli esperti propendono che derivi dal latino “captare” (catturare lo sguardo) e da “palco” (luogo elevato e visibile). In sostanza il Catafalco è una “costruzione in legno” formata da una base a “tronco di piramide” rivestita solitamente di tessuto nero damascato con ricamo a rilievo di “teschi con tibie incrociate” e “clessidre alate”, simbolo per i cristiani dell’inesorabile trascorrere del tempo della dissoluzione del corpo dopo la morte. Questa base poi, di solito, è sormontata da una bara (logicamente senza salma) sul cui coperchio viene ulteriormente innestata una sfera dorata (sempre di legno) sulla cui sommità svetta una scultura lignea a forma di “colomba con le ali aperte”. Il tutto può misurare in altezza mediamente sui 5 o 6 metri e in larghezza 3 o 4 metri. Quello che deve colpire il fedele è la "verticalità" che ha il compito di dare il senso di ascesa al cielo del defunto. Ai lati del Catafalco, come buona regola, vengono posti vari candelabri d’argento o d’ottone, ed a seconda della solennità, possono variare da 8 a 12, intervallati da uno spazio sufficiente ad ospitare un vaso solitamente adornato di crisantemi. Viene disposto davanti all'altare o nella navata principale della chiesa; talvolta è sostituito da un semplice drappo nero, detto coltre funebre. Questo completo addobbo funerario viene allestito principalmente durante l’Ottavario dei Defunti dal 2 al 9 novembre o in occasioni particolari come la morte di un Pontefice o del Patriarca.
Accanto al Catafalco, durante l’Ottavario dei Morti, viene posto anche un “mastodontico leggio” elevato da una pedana, affiancato da un gigantesco candelabro a più braccia sul quale ardono perennemente dei ceri. Ogni sera alla funzione, un “cantore” proclama in lingua latina la “salmodia funebre” con melodia gregoriana e al termine di ogni salmo viene spento un cero dal candelabro. Nei funerali invece, l’apparato viene ridotto alla sola base troncoconica dove viene adagiata la bara con il defunto, rimangono però i candelieri, le aste e il Crocifisso che fanno parte dell’addobbo detto "ordinario". In più vengono “listate a lutto” le colonne della chiesa e drappeggiate con damaschi neri.
Il catafalco non toglie nulla alla verità della Resurrezione, anzi, ci presenta un'altra verità che è quella della morte e del suffragio come necessario per la liberazione delle Anime dei defunti dal Purgatorio.
I parametri funebri, di color nero, sono sempre ricamati o intessuti di argento o d'oro. Proprio per motivi simbolici! Stanno a dire, con il linguaggio del colore che si usa solo per le occasioni funebri: tutto sembra nero, come la morte, la fine, la mancanza di vita, ma - invece - si intravvede sul nero la luce (oro e argento) che viene dalla speranza, anzi dalla certezza della fede nel Signore Risorto. È Lui la luce che illumina e anzi risalta meglio sullo sfondo oscuro della presente situazione di morte, lutto e distacco.
Cfr. Absolutio super tumulum, in Traditio Marciana, 2.11.2017, nonché in Tradidi quod et accepi, 2.11.2018.
Cfr. Absolutio super tumulum, in Traditio Marciana, 2.11.2017, nonché in Tradidi quod et accepi, 2.11.2018.
lunedì 20 novembre 2017
20 novembre 1947 - 2017 - 70° anniversario della "Mediator Dei" di S.S. Pio XII
Settant'anni fa, il 20 novembre 1947 Pio XII pubblicava l'Enciclica "Mediator Dei", monumento del magistero papale sulla Sacra Liturgia, condanna delle aberrazioni liturgiche oggi trionfanti.
Fonte: Pio XII, enc. Mediator Dei, 20.11.1947
mercoledì 1 novembre 2017
L'Apostasia dilaga .... Cosa ha da spartire la Vergine di Aparecida con Buddha????
Il "cardinal" (si fa per dire) brasiliano Odilio Pedro Scherer, per non essere da meno a Ravasi (ricordate? v. qui) e a tanti altri, ha reso culto, lo scorso 28 ottobre, a Buddha ed ha collocato, in maniera blasfema, la statua della Vergine Maria di Aparecida sotto l'effigie dell'idolo Buddha, con tanto di offerte alle due "divinità". Per non offenderne alcuna ovviamente ..... Ed i buddisti, ovviamente, hanno sottoposto la Vergine al loro rito ..., che, secondo la Scrittura, è rito satanico (i riti dei pagani sono rivolti al Demonio!).
"... i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni" (1 Cor. 10, 20-21)
Dio non gradisce riti pagani! Egli vuole essere adorato solo come vuole Lui e non con riti pagani, rivolti a divinità pagane e, quindi, demoniache!
L'apostasia e l'idolatria sono ormai un fiume melmoso e limaccioso che ha invaso la Chiesa!
L'apostasia e l'idolatria sono ormai un fiume melmoso e limaccioso che ha invaso la Chiesa!
Fonte: Templo Zu Lai Recebe, Pela Primeira Vez, Imagem De Nossa Senhora Aparecida Em Evento Gratuito, in Jornal Notícias, 25 Out. 2017
Compromisso de respeito e tolerância em dedicação à paz mundial, in Neo-Mondo, 29 Out. 2017
Aos pés de Buda, in Fratres in unum, 29 Out. 2017
El cardenal Scherer asiste a una ceremonia para venerar a la vez a la Virgen y a Buda, in Infocatolica, 31.10.2017
Aos pés de Buda, in Fratres in unum, 29 Out. 2017
El cardenal Scherer asiste a una ceremonia para venerar a la vez a la Virgen y a Buda, in Infocatolica, 31.10.2017
giovedì 3 novembre 2016
Rito pagano e panteista per un battesimo .... celebrato da un "prete"
Su segnalazione di un nostro amico, riportiamo la seguente vicenda.
Il noto Antonio Mazzi, di professione "prete", ma verosimilmente ateo o agnostico egli stesso, sull'ultimo numero della rivista Vita Pastorale (n. 10/2016), p. 74, racconta - compiacendosene - di aver scimmiottato per una donna atea il sacramento del battesimo, sottoponendo la bambina, per far contenta la madre senza Dio, ad un rito pagano e panteista.
Ormai la maggior parte del clero ha perso ogni ritegno. E di ciò se ne vanta pure. Pure la rivista ha avuto il coraggio di pubblicare questa discutibile esperienza!
Il clero perso inesorabilmente la fede, immerso com'è nel suo sentimentalismo religioso e nel suo buonismo, da cui è assente Dio. Siamo sicuri che la neo-Roma, però, approverebbe una tale condotta .... .
Un clero senza fede come potrà guidare il gregge loro affidato? Saranno ciechi che guidano altri ciechi, secondo la nota immagine evangelica (cfr. Matth. 15, 14).
![]() |
| Pieter Bruegel, La parabola dei ciechi, 1568, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli |
sabato 21 marzo 2015
Un testo su cui riflettere all'approssimarsi della Settimana più Santa dell'Anno liturgico
Il testo che pubblichiamo non è di un sacerdote che ha fama di “tradizionalista”. Si tratta di uno scritto risalente al 2002, ben cinque anni prima, dunque, del m.p. di Benedetto XVI Summorum pontificum. L'autore, Domenico Pezzini, è un personaggio, anche alquanto discusso, à la
page e, se vogliamo, gradito e vicino all'ambiente radical-chic o, meglio, potremmo dire affine, con una terminologia molto di moda oggigiorno, all'ambiente "esistenzialmente periferico". Noto per le sue traduzioni di sant'Aelredo di Riveaux e per essere un
esperto di letteratura inglese, con collaborazioni con Oxford nonché, secondo la
vulgata della stampa, per essere stato docente alla Cattolica. A lui farebbe capo
il gruppo di omo-credenti denominato “La fonte”. Scrisse persino su “Il Regno”
per difendere l’opera di p. Nuget e di una suora a favore degli omosessuali
quando questi ultimi due furono condannati dalla Congregazione per la dottrina
della fede, presieduta, all’epoca, dal card. Ratzinger. Proprio per questo appare più credibile ai nostri occhi, non potendo essere tacciato di "conservatorismo" o di vicinanza alla Tradizione.
Si tratta di uno scritto da cui traspare una certa nostalgia, un certo inappagamento per i riti liturgici della Settimana Santa così come generati dalla c.d. riforma liturgica; riti nei quali vi è stata un’«alluvione di parole» ed un «prosciugamento dei segni», con inevitabile perdita di sentimenti, emozioni, gioie e paure, che il rito tradizionale, al contrario, comportava nei fedeli. Per questo, tale testo – assai lontano dalla nostra sensibilità, che è sensibilità genuinamente cattolica – ci porta a soffermarci su ciò che rappresentavano i riti della Settimana Santa, che la c.d. riforma liturgica ha impoverito, inaridito e svuotato della sua ricchezza significativa.
Si tratta di uno scritto da cui traspare una certa nostalgia, un certo inappagamento per i riti liturgici della Settimana Santa così come generati dalla c.d. riforma liturgica; riti nei quali vi è stata un’«alluvione di parole» ed un «prosciugamento dei segni», con inevitabile perdita di sentimenti, emozioni, gioie e paure, che il rito tradizionale, al contrario, comportava nei fedeli. Per questo, tale testo – assai lontano dalla nostra sensibilità, che è sensibilità genuinamente cattolica – ci porta a soffermarci su ciò che rappresentavano i riti della Settimana Santa, che la c.d. riforma liturgica ha impoverito, inaridito e svuotato della sua ricchezza significativa.
Tra l’angoscia del Getsemani e la gloria della risurrezione
Equilibri difficili: teologia e sentimenti
Una delle conquiste più evidenti della riforma liturgica avviata dal concilio Vaticano II è stata il ricupero della centralità della Pasqua nella vita di fede. Ricordo che il problema era, al tempo, quello di equilibrare una liturgia che sembrava troppo focalizzata sul dolore e sulla passione, ridando peso alla gloria della risurrezione e alla gioia conseguente. La spiritualità chiamata «affettiva», che era andata formandosi a partire dai secoli XII-XIII soprattutto in ambito cistercense prima e francescano poi, aveva portato un forte accento sull’umanità di Gesù, mettendo al centro della devozione i due momenti emotivamente più intensi della sua vita: la nascita e la morte in croce, questa ancora più di quella, con Maria protagonista, accanto a Gesù, in ambedue. Da lì si sviluppò una spiritualità della passione che caratterizzò il medioevo, e lasciò la sua impronta anche nelle epoche successive fino ai giorni nostri, se è vero che il Natale e il Venerdì santo sono ancora le due ricorrenze liturgiche più sentite. Da questa spiritualità, abbondantemente presente anche nella letteratura mistica, soprattutto femminile, sono nate tradizioni e riti popolari come il presepio, la Via Crucis e la processione con il Cristo morto, devozioni come quella alle Cinque Piaghe, al Sacro Cuore e alla Madonna Addolorata. L’accento posto sul dolore ha peraltro contribuito a costruire una spiritualità della compassione, la stessa che stava al centro di tante adorazioni al Santissimo Sacramento, con riferimento privilegiato e costante all’icona di Gesù agonizzante nell’orto degli Ulivi.
Tutto questo è sembrato a un certo punto una degenerazione eccessiva, che fomentava una devozione unilaterale e squilibrata. È dal Concilio in poi che la frase «mistero pasquale» è diventata corrente, con l’intento esplicito di non separare il Venerdì santo dalla Pasqua, è da lì che si è inventata la quindicesima stazione della Via Crucis con la risurrezione messa come traguardo, e che si è cominciato a rappresentare crocifissi che sembrano balzare dalla croce verso l’alto con l’energia e la vitalità del risorto. Era, ed è, un problema di equilibrio, ma il problema non è nato ieri e neanche l’abbiamo risolto noi. Basterebbe seguire l’evoluzione dell’iconografia del crocifisso per vedere come la percezione del senso di quella morte sia un continuo mutare: dal Cristo regale dell’alto medioevo si passa al Cristo che riposa nella morte con ai lati Maria e Giovanni dei secoli XII e XIII, poi a quello, dominante nell’ultimo medioevo, che si contorce nel dolore attorniato da una folla indifferente, e ancora al Cristo che, isolato in una solitudine totale, lancia verso il cielo uno sguardo angosciato tipico del tempo della Controriforma, e altro ancora.
Il ricupero di un equilibrio è certo cosa buona, ma come per le persone, così anche per la teologia, e la liturgia che la esprime, tal equilibrio è sempre a rischio: non è mai perfettamente raggiunto e, in certo senso, è continuamente da rifare. Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà.
Davvero? Per vedere come niente è mai solo positivo o solo negativo facciamo un passo indietro. Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, l’elevazione dell’ostia e del calice dopo la consacrazione per suscitare un atto di fede nella presenza divina, la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni.
Parole e segni
La liturgia è da sempre una sintesi non scontata di parole e di segni. Venendo noi da una cultura che privilegia la parola, nell’illuministica convinzione che essa sia il migliore (a volte sembra di capire l’unico) strumento di comunicazione, si è arrivati a pensare che l’ostacolo maggiore alla comprensione del linguaggio liturgico fosse il latino. Così, con la traduzione della liturgia in italiano, che pure è stata una grandissima conquista su cui non si ritorna, si è forse stati indotti a ritenere che il problema della partecipazione attiva dei fedeli era, se non del tutto, almeno in gran parte, risolto. Sullo sfondo, l’illusione che la parola spiegasse a sufficienza, e che una chiarezza di parole provocasse automaticamente quella celebrazione cosciente e intelligente senza la quale non si dà liturgia, se non come inerte e passiva esecuzione del copione.
Getsemani: nel fondo della solitudine
Della Settimana santa io ho ricordi molto vivi di quando ero piccolo e non conoscevo il latino. Andando con tanta altra gente la sera del Mercoledì, Giovedì e Venerdì santo a quello che era allora chiamato il «mattutino delle tenebre», si assisteva a un rito affascinante che mi è rimasto impresso. Sull’altare stava un triangolo con dodici candele, sei per sei, sui due lati, e un cero più grande in cima: corrispondevano, ci veniva detto, ai dodici apostoli e a Gesù. I preti cantavano i Salmi in latino, nascosti nel buio del coro. A ogni fine di Salmo si spegneva una candela, a segnalare il progressivo abbandono degli apostoli; alla fine, l’ultima candela rimasta accesa, quella che rappresentava Gesù, era tolta e portata dietro l’altare, a significare l’arresto del Signore e la sua temporanea scomparsa. Non capivamo il latino dei Salmi, ma il segno era trasparente nel suo significato, e il messaggio aveva una rilevanza estrema. Forse c’era qualche risonanza nel mio temperamento, ma è da allora, credo, che l’aspetto che mi colpisce di più del Triduo pasquale è questa esperienza tragica di un Gesù solo e abbandonato, l’uomo che dice nel cuore della notte: «Restate qui con me a vegliare» a quegli stessi che al declinare del giorno gli diranno, per bocca dei due di Emmaus: «Rimani con noi, Signore, perché si fa sera».
Tra il Gesù del Getsemani, che ha un disperato bisogno di compagnia, e il Gesù della strada per Emmaus che, risorto, si offre come compagno di cammino, si svolge la storia della Passione e della Pasqua. Si faccia pure tutta la «teologia del mistero pasquale» che si vuole, ma si ricordi che alla fine la fede si gioca sui sentimenti e sulle emozioni, sulle paure e sulle gioie, e che, tra queste, la paura della solitudine e la gioia della compagnia sono forse le più forti.
Fonte: D. PEZZINI, Il tempo redento. Incursioni nell’anno liturgico, ed. Àncora, Milano 2002, pp. 29-33
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