Sante Messe in rito antico in Puglia

sabato 25 novembre 2017

“Interim Catharína edúcitur e custódia; et rota expedítur, crebris et acútis præfíxa gládiis, ut Vírginis corpus crudelíssime dilacerarétur. Quæ máchina, brevi Catharínæ oratióne, confrácta est; eóque miráculo multi Christi fidem suscepérunt. Ipse Maximínus, in impietáte et crudelitáte obstinátior, Catharínam secúri pércuti ímperat. Quæ, fórtiter dato cápite, ad duplicátum virginitátis et martyrii præmium evolávit séptimo Kaléndas Decémbris; cujus corpus ab Angelis in Sina, Arábiæ monte, mirabíliter collocátum est” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTÆ CATHARINÆ ALEXANDRINÆ VIRGINIS ET MARTYRIS

Sfortunatamente, la leggenda di santa Caterina è priva di ogni autorità: gli antichi calendari orientali ed egiziani, addirittura, non la nominano mai.
In Occidente, il culto di santa Caterina non apparve che verso l’XI sec.
La sua leggenda, per la verità, era già conosciuta da un certo tempo, fino a quando, nel 1948, si scoprì nella chiesa romana di San Lorenzo fuori le mura un affresco rappresentante la vergine di Alessandria che risaliva all’VIII-IX sec. Ma l’esistenza di un affresco di una tal epoca non rientrerebbe che nella “preistoria” di un culto. Questo culto, infatti, era nato precisamente nel IX sec. nel Sinai, dove si cominciava a venerare la tomba di santa Caterina nel monastero eretto dall’imperatore Giustiniano (527-565) nel luogo della Teofania del Roveto ardente. Due secoli più tardi, l’abbazia della Trinità al Monte di Rouen pretenderà di possedere, essa stessa, qualche reliquia della santa e la venerazione per il suo nome si diffuse in Francia. Furono, tuttavia, i Crociati che la resero così popolare che Caterina divenne una delle sante più onorate alla fine del Medioevo in Occidente.
Nel giorno ottavo della Dedicazione di san Pietro, la nostra Santa non poteva essere l’oggetto che di una mera commemorazione a San Pietro. La presenza del suo nome nel calendario del Vaticano e della sua Passio nel Passionario del Laterano testimonia del radicamento del culto di santa Caterina a Roma nel XII sec.
Solo in quest’epoca vediamo apparire la festa del 25 novembre nei sacramentari di Francia e d’Italia e nei sinassari bizantini, mentre il calendario copto, erede della tradizione alessandrina, doveva sempre ignorarla. Si è rilevata l’importanza delle Crociate nello sviluppo che prese allora il culto di santa Caterina, chiamata a divenire, dal XIII al XV sec., sempre più popolare, ma questa espansione fu prima di tutto tributaria della diffusione della sua Passione, che conobbe molteplici sviluppi (Sulla Passione di santa Caterina e sullo sviluppo del suo culto, v. J. Baudot – L. Chaussin (a cura di), Vies des Saints et des Bienheureux selon l’ordre du calendrier avec l’historique des fêtes par les RR. PP. Bénédictins de Paris, tomo 11, Paris 1954, pp. 854-872. Ma questo studio non fa menzione dell’affresco scoperto nel 1948 a san Lorenzo. Questo si trova in una cappella decorata di affreschi che rappresentano, su un muro, la Vergine Maria assisa con il Bambino Gesù, circondata da angeli alati e, su un altro muro, i santi Lorenzo, Andrea, Giovanni evangelista e santa Caterina. In ragione della loro tecnica, del loro stile e della paleografia delle iscrizioni che accompagnano ogni santo, questi affreschi non possono essere posteriori al IX sec. Se ne trova una riproduzione in R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romae, tomo 2, Città del Vaticano 1962, p. 88) (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 315-316).
Un gran numero di chiese, di altari e d’immagini furono eretti nel Medioevo in onore di questa martire, che fu anche scelta come protettrice dei filosofi. La critica non ha ancora detto la sua ultima parola sulla personalità di santa Caterina; tuttavia, sebbene ignoriamo i dettagli della sua biografia, Dio ha voluto glorificare la sua Santa sul monte Sinai, dove i pellegrini, ancora oggi, venerano la sua tomba.
Santa Gertrude, che, fin dalla sua infanzia, ebbe una grande devozione a santa Caterina, domandò un giorno al Signore di mostrarle la gloria celeste della sua Patrona. Fu esaudita e vide la vergine d’Alessandria su un trono d’oro, circondata dai saggi che ella aveva attirato alla verità della fede e che formavano nel cielo la sua corona più brillante.
Roma medievale elevò in onore di santa Caterina μεγαλομάρτυρος κα πανσόφου almeno sei chiese. Queste sono: Santa Caterina de Cavallerottis, presso San Pietro (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 782-783; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 235-236); Santa Caterina della Rota o de’ Sabellis (Armellini, op. cit., p. 412; Huelsen, op. cit., pp. 325-326); Santa Caterina ai Cenci (Armellini, op. cit., pp. 574-575; Huelsen, op. cit., p. 530); Santa Caterina de cryptis Agonis poi chiamata San Niccolò in Agone (Armellini, op. cit., pp. 388-389; Huelsen, op. cit., p. 389); Santa Caterina in Pallacinis o de’ Funari o della Rosa (Armellini, op. cit., p. 567. Cfr. Huelsen, op. cit., p. 331); Santa Caterina sub Tarpeio o de’ Porta Leone (Armellini, op. cit., p. 615; Huelsen, op. cit., pp. 236-237).
La messa è dal Comune, Loquebar, salvo la colletta che è propria. Festa già al rango doppio prima della riforma di san Pio V. Di III classe dal 1960.
Il Cristo è una montagna, perché Egli solo, come Dio ed uomo insieme, si eleva ad un’altezza infinita al di sopra di tutte le cose create. È una montagna affinché tutti i popoli possano vederlo ed orientarsi verso lui. È infine una montagna, perché il Signore è in circuila populi sui, come una corona di colline che cingono e proteggono Gerusalemme.


Juan Correa, S. Caterina d'Alessandria, XVII sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico


Guido Reni, Martirio di S. Caterina, 1607, Museo diocesano, Albenga

Guido Reni, S. Caterina, XVII sec., Hunterian Art Gallery, University of Glasgow, Glasgow

Guido Reni, Vergine in trono col Bambino tra i SS. Francesco e Caterina d'Alessandria, XVII sec., collezione privata

Francisco de Zurbarán, Matrimonio mistico di S. Caterina, 1660-62, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Ambito romano, Matrimonio mistico di S. Caterina d'Alessandria alla presenza dei SS. Giuseppe, Cecilia e  Beata Angelina da Montegiove, XVIII sec., Terni

Antonio Balestra, Gloria di S. Caterina d'Alessandria, 1734, Verona

Pietro Costa, S. Caterina rompe le ruote dentate e viene condotta al luogo della decapitazione, 1795, La Spezia

Scuola lombarda, Trasporto miracoloso del corpo di S. Caterina sul Sinai, 1799, La Spezia

Ambito veneto, Martirio di S. Caterina, XIX sec., Verona

Giovan Battista Garberini, Martirio di S. Caterina, XIX sec., Vigevano

Antonio Zona, S. Caterina in trono, XIX sec., Vicenza

Henri Lehmann, Trasporto miracoloso del corpo di S. Caterina, 1839, Musée Fabre, Montpellier,

Karl von Blaas, Miracolosa traslazione del corpo di S. Caterina ad opera degli angeli sul Sinai, 1860, Harvard Art Museums/Fogg Museum, Harvard University, Harvard

Ponziano Loverini, S. Giuseppe col Bambino in trono tra i SS. Francesco di Sales e Caterina d'Alessandria, 1894, Basilica di Sant'Alessandro in Colonna, Bergamo

Ambito vicentino, Matrimonio mistico di S. Caterina d'Alessandria, 1890 circa, Vicenza

Biagio Canevari, Le SS. Lucia e Caterina d'Alessandria intercedono per le anime purganti, 1890 circa, Vigevano




Luisa Roldán, detta La Roldána, Matrimonio mistico di S. Caterina d'Alessandria, 1690 circa

lunedì 20 novembre 2017

sabato 18 novembre 2017

Raymond Leo card. Burke: Amoris Laetitia, fare chiarezza per salvare la fede

Ad un anno dalla pubblicazione dei Dubia, il card. Burke ha rilasciato un’intervista, che ha tutto l’aspetto di una sorta di comunicato stampa, e che è stato pubblicato all’unisono da LNBQ, Settimo Cielo ed, in lingua inglese, da National Catholic Register, ripresi anche da MiL, Messa in latino.
L’illustre prelato invita il Vescovo di Roma nuovamente a fare chiarezza.
Cfr. su questa intervista anche, in commento, Dubia ultima chiamata. Burke rincara la dose “Un anno di confusione”, in Campari & de Maistre, 14.11.2017.
Vale per noi ricordare un appunto di Magister:
"Le novità le introduce sempre a piccole dosi, seminascoste, magari in un'allusiva nota a piè di pagina, come ha fatto con l'ormai famosa nota 351 dell'esortazione postsinodale "Amoris laetitia", salvo poi dire con candore, interpellato in una delle sue altrettanto famose conferenze stampa in aereo, che quella nota nemmeno se la ricorda" (La rivoluzione di Bergoglio. A piccole dosi ma irreversibile, in Settimo Cielo, 12.11.2017).
Ed ancora:
"Ma questo è appunto ciò che fa oggi il primo papa gesuita della storia: mette in moto “processi” dentro i quali semina le novità che vuole prima o poi vittoriose, nei campi più diversi, come ad esempio nel giudizio sul protestantesimo. […] Lascia che corrano le interpretazioni più disparate, sia conservatrici che di progressismo estremo, senza mai condannarne esplicitamente nessuna. L’importante per lui è “gettare il seme perché la forza si scateni”, è “mescolare il lievito perché la forza faccia crescere”, sono parole di una sua omelia di pochi giorni fa a Santa Marta" (ivi).
Cfr. Francesco Lamendola, La strategia dei piccoli passi, in Nuova Italia - Accademia Adriatica di Filosofia, 13.11.2017.

Raymond Leo card. Burke: Amoris Laetitia, fare chiarezza per salvare la fede

A un anno dalla pubblicazione dei Dubia sull’esortazione apostolica “Amoris Laetitia”, viene diffusa la seguente intervista al cardinale Raymond Leo Burke, che fa il punto su quanto accaduto da allora. Così come i “Dubia” questa intervista esce contemporaneamente su La Nuova Bussola QuotidianaSettimo Cielo e il National Catholic Register. E noi contestualmente la riprendiamo. 
La ritengo importante sia perché avalla pubblicamente la Correctio filialis che perché attendibilmente prelude, nel caso di mancata risposta a questo che viene chiamato ‘ultimo appello’, alla correctio canonica.

Eminenza, è passato un anno da quando lei, il cardinale Walter Brandmüller e i due cardinali recentemente scomparsi, Carlo Caffarra e Joachim Meisner, avete pubblicato i “dubia”. A che punto siamo?
A un anno dalla pubblicazione dei “dubia” su “Amoris laetitia”, che non hanno ottenuto alcuna risposta dal Santo Padre, constatiamo che la confusione sull’interpretazione dell’esortazione apostolica è sempre maggiore. Per questo motivo si fa ancora più urgente la nostra preoccupazione per la situazione della Chiesa e per la sua missione nel mondo. Io, naturalmente, continuo ad essere in regolare contatto con il cardinale Walter Brandmüller per quanto riguarda questi gravissimi problemi. E tutti e due rimaniamo in profonda unione con i due cardinali defunti Joachim Meisner e Carlo Caffarra, che ci hanno lasciati nel corso degli ultimi mesi. Così, ancora una volta faccio presente la gravità della situazione, che continua a peggiorare.

Si è molto parlato dei pericoli della natura ambigua del capitolo 8 di “Amoris laetitia”, sottolineando che è aperto a molte interpretazioni. Perché fare chiarezza è così importante?
La chiarezza nell’insegnamento non implica alcuna rigidità che impedisca al popolo di camminare sulla via del Vangelo, ma, al contrario, la chiarezza dona la luce necessaria ad accompagnare le famiglie sulla via della sequela di Cristo. È l’oscurità che ci impedisce di vedere il cammino e ostacola l’azione evangelizzatrice della Chiesa, come dice Gesù: “Arriva la notte, in cui nessuno può lavorare” (Gv 9, 4).

Può spiegare di più la situazione attuale alla luce dei “dubia”?
La presente situazione, lungi dal diminuire l’importanza dei “dubia”, li rende ancora più pressanti. Non si tratta affatto, come qualcuno ha detto, di una “ignorantia affectata”, che solleva dubbi solo perché non vuole accettare un determinato insegnamento. Piuttosto, la preoccupazione è stata ed è di determinare con precisione ciò che il papa ha voluto insegnare come successore di Pietro. Le domande nascono, quindi, proprio dal riconoscimento dell’ufficio petrino che papa Francesco ha ricevuto dal Signore al fine di confermare i suoi fratelli nella fede. Il magistero è un dono di Dio alla Chiesa per fare chiarezza sui punti che riguardano il deposito della fede. Affermazioni alle quali mancasse questa chiarezza non potrebbero essere, per loro stessa natura, espressioni qualificate del magistero.

Perché è così pericoloso, secondo lei, che ci siano interpretazioni diverse di Amoris laetitia”, in particolare sull’approccio pastorale di chi vive in unioni irregolari e specificamente sui divorziati risposati civilmente che non vivono in continenza e ricevono la santa comunione?
È palese che alcune indicazioni di “Amoris laetitia” riguardanti aspetti essenziali della fede e della pratica della vita cristiana hanno ricevuto varie interpretazioni, che sono divergenti e a volte incompatibili tra loro. Questo fatto incontestabile conferma che quelle indicazioni sono ambivalenti e permettono un varietà di letture, molte delle quali sono in contrasto con la dottrina cattolica. Perciò le questioni sollevate da noi cardinali riguardano che cosa abbia insegnato esattamente il Santo Padre e come il suo insegnamento si armonizzi con il deposito della fede, dato che il magistero “non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e da questo unico deposito della fede attinge tutto ciò che propone a credere come rivelato da Dio” (Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, n. 10).

Non ha chiarito il papa su quale posizione egli si pone, tramite la sua lettera ai vescovi argentini, nella quale egli ha affermato che “non vi è altra interpretazione” se non le linee guida che questi vescovi hanno indicato, linee guida che hanno lasciata aperta per delle coppie non sposate ma in intimità sessuale la possibilità di ricevere la santa eucaristia?
Al contrario di quanto alcuni hanno detto, non possiamo considerare una risposta adeguata alle domande da noi poste la lettera del papa ai vescovi della regione di Buenos Aires [qui], scritta poco prima che egli ricevesse i “dubia” e contenente commenti alle linee guida pastorali dei vescovi. Da una parte, queste linee guida possono essere interpretate in modi differenti; dall’altra, non è chiaro che questa lettera sia un testo magisteriale, nel quale il papa abbia voluto parlare alla Chiesa universale come successore di Pietro. Già il fatto che si sia conosciuta quella lettera perché fatta filtrare alla stampa – e solo dopo sia stata resa nota dalla Santa Sede – solleva un ragionevole dubbio sull’intenzione del Santo Padre di rivolgerla alla Chiesa universale. Inoltre, risulterebbe un po’ strano – e contrario al desiderio esplicitamente formulato da papa Francesco di lasciare la concreta applicazione di “Amoris laetitia” ai vescovi di ogni paese (cfr. AL 3) – che ora egli imponga alla Chiesa universale quelle che sono soltanto le concrete direttive di una particolare regione. E non dovrebbero allora essere considerate tutte invalide le differenti disposizioni promulgate da vari vescovi nelle rispettive diocesi, da Philadelphia a Malta? Un insegnamento che non è sufficientemente determinato, tanto nella sua autorità quanto nel suo contenuto effettivo, non può mettere in dubbio la chiarezza del costante insegnamento della Chiesa, che, in ogni caso, rimane sempre normativo.

La preoccupa anche il permesso dato da alcune conferenze episcopali a dei divorziati risposati che vivono “more uxorio” (cioè avendo relazioni sessuali) di ricevere la santa comunione senza un fermo proposito di cambiar vita, contraddicendo così l’insegnamento pontificio precedente, in particolare l’esortazione apostolica di san Giovanni Paolo II “Familiaris consortio”?
Sì, i “dubia” e le domande restano aperti. Quelli che sostengono che la disciplina insegnata da “Familiaris consortio” 84 è cambiata si contraddicono l’un l’altro quando arrivano a spiegarne le ragioni e le conseguenze. Alcuni arrivano fino al punto di sostenere che i divorziati in nuova unione che continuano a vivere “more uxorio”, non si troverebbero in uno stato oggettivo di peccato mortale (citando in appoggio AL 303); mentre altri negano questa interpretazione (citando in appoggio AL 305), ma lasciano completamente al giudizio della coscienza di determinare i criteri di accesso ai sacramenti. Sembra che l’obiettivo di tanti interpreti sia di arrivare, in un modo o nell’altro, a un cambiamento di disciplina, mentre le ragioni che essi adducono a questo fine non hanno importanza. Né essi mostrano alcuna preoccupazione su quanto mettono in pericolo materie essenziali del deposito della fede.

Qual è l’effetto tangibile che questa miscela di interpretazioni ha avuto?
Questa confusione ermeneutica ha già prodotto un triste risultato. Infatti, l’ambiguità riguardo a un punto concreto della cura pastorale della famiglia ha portato alcuni a proporre un cambiamento di paradigma dell’intera pratica morale della Chiesa, le cui fondamenta sono state autoritativamente insegnate da san Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Veritatis splendor ”.
In effetti è stato messo in moto un processo che è eversivo di parti essenziali della tradizione. Per quanto riguarda la morale cristiana, alcuni sostengono che le norme morali assolute devono essere relativizzate e che una coscienza soggettiva e autoreferenziale debba avere un primato – in definitiva equivoco – in materie che toccano la morale. Quello che è in gioco, dunque, non è in alcun modo secondario rispetto al “kerygma”, cioè al messaggio fondamentale del Vangelo. Stiamo parlando della possibilità o no che l’incontro con Cristo, per grazia di Dio, dia forma al cammino della vita cristiana, in modo che possa essere in armonia con il disegno sapiente del Creatore. Per comprendere la portata di tali cambiamenti, basta pensare a cosa succederebbe se questo ragionamento fosse applicato ad altri casi, come quello di un medico che effettua aborti, di un politico che fa parte di un reticolo di corruzione, di una persona sofferente che decide di fare una richiesta di suicidio assistito...

Alcuni hanno detto che l’effetto più rovinoso di tutto ciò è che configura un attacco ai sacramenti, oltre che all’insegnamento morale della Chiesa. È così?
Al di là del dibattito morale, il senso della pratica sacramentale va degradandosi sempre di più nella Chiesa, specialmente quando si tratta dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia. Il criterio decisivo per l’ammissione ai sacramenti è sempre stato la coerenza del modo di vivere di una persona con gli insegnamenti di Gesù. Se invece il criterio decisivo diventasse l’assenza della colpevolezza soggettiva della persona – come hanno suggerito alcuni interpreti di “Amoris laetitia” – ciò non cambierebbe la natura stessa dei sacramenti? Infatti, i sacramenti non sono incontri privati ​​con Dio, né sono mezzi di integrazione sociale in una comunità. Piuttosto, sono segni visibili ed efficaci della nostra incorporazione in Cristo e nella sua Chiesa, in cui e per mezzo di cui la Chiesa pubblicamente professa e mette in pratica la sua fede. Quindi trasformare la diminuita colpevolezza soggettiva o la mancanza di colpevolezza di una persona nel criterio decisivo per l’ammissione ai sacramenti metterebbe a rischio la stessa “regula fidei”, la regola della fede, che i sacramenti proclamano e attuano non solo con parole ma anche con gesti visibili. Come potrebbe la Chiesa continuare ad essere sacramento universale di salvezza se il significato dei sacramenti fosse svuotato del suo contenuto?

Nonostante il fatto che lei e tanti altri, tra cui oltre 250 accademici e preti che hanno pubblicato una “correzione filiale” [qui], abbiate già espresso seri dubbi circa gli effetti di questi passaggi di “Amoris laetitia”, e poiché finora non avete ricevuto nessuna risposta da parte del Santo Padre, lei intende qui rivolgergli un ultimo appello?
Sì, per queste gravi ragioni, un anno dopo aver resi pubblici i “dubia”, mi rivolgo di nuovo al Santo Padre e a tutta la Chiesa, sottolineando quanto sia urgente che, nell’esercitare il ministero che ha ricevuto dal Signore, il papa confermi i suoi fratelli nella fede con una chiara manifestazione dell’insegnamento riguardante sia la morale cristiana che il significato della pratica sacramentale della Chiesa.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 14.11.2017

sabato 4 novembre 2017

Lutero nel pensiero dei SS. Giovanni Bosco e Pietro Canisio

Autoritaria è sempre la rivoluzione, mai la tradizione – Editoriale di novembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Carlo Borromeo, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio, che ricorda come tutte le rivoluzioni siano state sempre connotate da autoritarismo, limitazioni delle libertà e violenze. Così fu per la rivoluzione francese, così è per quelle religiose, come per quella odierna innescata dall’attuale vescovo di Roma ed ancor prima dal Concilio Vaticano II, che vide l’allontanamento, ad es., dall’Università lateranense, nel 1969, di docenti “non allineati” al nuovo corso, come, p. es., Mons. Antonio Piolanti, valente tomista ed insigne teologo.

Carlo Dolci, S. Carlo Borromeo, 1659

Giulio Cesare Procaccini, S. Carlo in gloria con S. Michele arcangelo, XVII sec.

Luca Giordano, Elemosina di S. Carlo Borromeo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Carlo in preghiera, XVII sec., Verona

Ludovico Carracci, S. Carlo battezza un bambino durante la peste di Milano, XVII sec., Museo dell'Abbazia, Nonantola

Anonimo, Gloria di S. Bartolomeo con S. Carlo, XIX sec., Alba

Tito Aguiari, S. Carlo tra i SS. Antonio da Padova e Francesco di Paola, 1857, chiesa arcipretale, Papozze

Tito Aguiari, S. Carlo in adorazione della Croce, 1869, Trieste

Anonimo, S. Carlo intercede presso la Madonna contro la peste, 1882, Alba

Anonimo, S. Carlo in gloria, XX sec., Asti

Giovanni Gasparro, I SS. Pio V e Carlo Borromeo difendono il Cattolicesimo dall'islam e dall'eresia protestante di Lutero, il Porcus Saxoniae, 2017, collezione privata

AUTORITARIA È SEMPRE LA RIVOLUZIONE, MAI LA TRADIZIONE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 11 - Novembre 2017

Solitamente, nell’immaginario collettivo anche cattolico, la Tradizione viene affiancata a una visione autoritaria della Chiesa, verticistica e accentrata, mentre la modernità con tutto il suo carico rivoluzionario, viene affiancata ad una chiesa semplice e libera, popolare e democratica: niente di più falso! È proprio vero il contrario!
La Tradizione, quella vera, che non è conservatorismo, proprio perché pone l’accento sull’autorità dell’insegnamento perenne di duemila anni di cristianesimo; proprio perché parla di un contenuto di verità, di un deposito della fede da custodire vivere e tramandare intatto; proprio perché a questo contenuto intangibile ricevuto da Dio, tutti devono obbedire e sottostare, dal Papa al più piccolo bimbo del catechismo: proprio per questo la Tradizione non è fatta di un autoritarismo tutto umano, dove il “capo” impone in nome di se stesso la linea da seguire.
È la Rivoluzione che invece è autoritaria: in ogni rivoluzione, per imporre il “mondo nuovo” che a turno dovrebbe migliorare l’esistenza umana, è necessario che chi è a capo imponga con violenza, fisica o morale, la svolta da compiere.
Il problema è che questa visione autoritaria distrugge la vera autorità che è quella della verità.
La Tradizione della Chiesa è fatta per custodire e trasmettere la verità; e difendendola, contro tutti i falsi cristiani che vogliono modificarla e cambiarla, rende possibile la libertà dei giusti: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
L’autoritarismo moderno è pestifero, entra dappertutto, e se entra nella Chiesa di Dio la corrompe.
Per questo dobbiamo vigilare e coltivare un amore sconfinato alla Tradizione e guardarci bene dall’autoritarismo. Dobbiamo coltivare un amore sconfinato alla Tradizione perché è la forma con cui Cristo ci raggiunge. Dobbiamo guardarci dall’autoritarismo perché è la violenza dell’uomo che vuole sostituirsi alla verità di Dio.
Solo che per guardarsi da questa moderna malattia occorre vivere di autorità e non di autoritarismo.
Cioè, non bisogna aspettare dall’alto, dai “capi”, le indicazioni per vivere pienamente il cristianesimo come Dio comanda. Non bisogna aspettare, ma prendere in mano la propria obbedienza a Dio per compiere l’opera che chiede.
Nella Chiesa è sempre avvenuto così.
Ve lo immaginate un San Francesco che si lamenta del Papa perché non riforma la Chiesa? No, San Francesco non ha atteso dal Papa, è andato dopo dal Papa per sapere se si ingannava; ma prima di andare dal Papa ha fatto ciò che Dio gli indicava.
Ve lo immaginate san Paolo che aspetta da Pietro l’indicazione su cosa deve fare? Assurdo sarebbe: certo che Paolo andò da Pietro, ma carico già del compito affidatogli da Cristo del predicare alle genti, compito accettato e abbracciato.
Tutto nella Chiesa, tutte le vere riforme, tutte le vere opere, sono nate dall’ “alto” della grazia di Dio, ma questa grazia è germogliata nel “basso” della vita di anime cristiane che non hanno atteso una “patente” dall’autorità. L’autorità, il Papa e i Vescovi, sono intervenuti dopo, spesso molto dopo, per giudicare la bontà dell’opera. Ma per essere giudicata dall’autorità, l’opera deve esserci già, questo è ovvio!
Ma non lo è ovvio per tutti i malati di autoritarismo, che hanno trasformato la Chiesa in una società di impiegati che fanno corte all’autorità.
Sono malati della stessa malattia tutti quei cristiani che dicono di amare la Tradizione, ma non si muovono nel costruire alcunché.
Attendono Papa dopo Papa, Vescovo dopo Vescovo, parroco dopo parroco, pretendendo da essi un certificato di fiducia in anticipo, prima di aver costruito qualcosa.
Il concilio di Trento, così amato dai tradizionali, è stato preparato e reso possibile da tutti i Santi della riforma cattolica, che è nata ben prima del concilio!
Il concilio di Nicea che salvò la fede in Cristo fu possibile per tutti i santi che, nella solitudine dell’incomprensione, rimasero attaccati alla Tradizione e fecero l’opera di Dio.
Nessuno di essi ebbe un certificato anticipato di fiducia dall’autorità.
Il pericolo dell’autoritarismo è serio: è lo strumento che ogni dittatura culturale ha per fermare la vita, che non corrisponde mai allo schema che l’uomo ha in testa.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo, la vera riforma della Chiesa, ahimè, sarà da rimandare... chissà per quanto tempo.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo non costruirà l’opera che Dio gli ha dato da compiere e molte anime non avranno il riparo sicuro nella tempesta.
Se cadremo nell’inganno dell’autoritarismo, quello di chi aspetta dal “capo” la riforma della propria vita, non potremo poi lamentarci se a sera saremo a mani vuote, l’abbiamo voluto noi.