Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 23 maggio 2020

Una nuova interessante pubblicazione "Chiara da Montefalco" di Marino Pagano, con prefazione di don Nicola Bux

È da inizio aprile nelle librerie italiane il volume “Santa Chiara da Montefalco. Una monaca medievale con il cuore aperto al mondo”, a firma di Marino Pagano, giornalista e saggista su temi storiografici, libro edito da Fede e Cultura. Ecco qualche notizia sul libro.

BREVE SINOSSI DEL LIBRO
Chiara da Montefalco (1268-1308), monaca agostiniana, è una mistica venerata in Umbria e nel Centro Italia. La sua esperienza biografica e storica si inserisce nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, quello delle recluse innamorate di Cristo. Questo il senso del libro: iscrivere la sua biografia all’interno di questa tradizione spirituale e storiografica. La sua vita è stata improntata all’ascetismo, all’adorazione del Signore e alla fuga da ogni possibile peccato, e contiene perciò i caratteri del modello di perfezione degli exempla medievali: umile e solidale con chiunque si avvicinasse al suo monastero, lottò contro l’eresia e ogni individualismo slegato da Roma. Tuttavia è possibile leggere Chiara anche in una dimensione sociale, vista la sua anticipazione del declino del proprio tempo e delle sue strutture di appartenenza. Da qui l’interesse del volume. Chiara e la cultura del suo tempo. Chiara e la società. Senza dimenticare i punti di contatto con le donne mistiche e filosofe del Novecento, che legano la santa ai più grandi ambienti culturali e teologici di ogni epoca.


Chiara da Montefalco. Una monaca medievale con il cuore aperto al mondo
Edizioni Fede e Cultura 
Aprile 2020

DALL’INTRODUZIONE AL TESTO 
di Marino Pagano 
Questa pubblicazione delinea un profilo di Chiara da Montefalco, mistica nata nel 1268 e morta nel 1308, venerata soprattutto nella sua cittadina natale e in Umbria, una monaca agostiniana vissuta in gran parte nel XIII secolo, la cui esperienza biografica e storica si inserisce nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, munito del peculiare portato culturale offerto dalle cosiddette “Mulieres in Ecclesia”. 
Perché un nuovo volume su una santa su cui molto (tutto?) è ormai stato detto? L’obiettivo è fornire un agile tracciato dell’esperienza spirituale dell’agostiniana, tra ricerche indubbiamente debitrici della ricca bibliografia inerente la sua figura e qualche nuova suggestione. 
Il tema delle “visioni” di Chiara, dunque del suo lato eminentemente mistico, ci è apparso assai rilevante. 
Il tutto in una prospettiva divulgativa (pur nel rigore storiografico e filologico seguito senza indugi), utile sia all’appassionato di storia medievale, specie di storia del monachesimo femminile, sia al devoto clariano desideroso di conoscere con più specificità gli aspetti legati a questa grande santa. Una santa popolare in Umbria e in ambienti agostiniani ma non ancora, forse, nel più vasto “popolo di Dio”. 

GIUDIZI CRITICI 
Un’eccellente opera dal valore storico, legata al metodo di ricerca, quello concepito dal giornalista pugliese Marino Pagano su santa Chiara da Montefalco (1268-1308) che riesce ad appagare la sensibilità degli esperti e nello stesso tempo di coloro che desiderano conoscere la figura di questa meravigliosa donna, monaca agostiniana e mistica.
Una spiritualità che comprende i segni dell’esempio di perfezione medievali basata sull’ascetismo, sulla preghiera e sulla fuga dal peccato, ben sottolineato dall’Autore, che tratteggia il suo profilo portando l’attenzione del lettore  su questa Santa nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, quello delle recluse innamorate di Cristo. Santa Chiara da Montefalco, come donna del suo tempo, occupa un suo interesse culturale, avendo il dono della scienza infusa, era competente nel colloquiare con importanti uomini di Chiesa e teologi che si recavano da lei in virtù della sua fama di santità. Non ha lasciato nulla di scritto, fatta eccezione per i così chiamati “dicti” clariani, per lo più ordinati dalle sue consorelle dopo la sua morte. 
ANTONIO CALISI, storico e teologo

Uno stile assolutamente accorto e senza fronzoli domina nelle pagine del volume, come del resto nello stile di Pagano anche come cronista di cultura oppure come narratore e viaggiatore tra i borghi del nostro Mezzogiorno. La capacità di offrire un dato preciso, sconosciuto ai più, con poi la spiegazione di quel particolare. L’illustrazione, si potrebbe dire. Ed in effetti non molto nota la santa, forse, eccezion fatta per esperti e studiosi specialistici oppure per i fedeli umbri o di spiritualità agostiniana. Ecco il merito allora del nostro giornalista studioso di storia, ossia quello di consegnarci il valore di una figura che resta pur sempre letta nel suo stretto ambito storiografico e non certo nel mero senso teologico-agiografico. Chiara diventa così nota anche in altre zone italiane e non certo solo umbre.
LILIANA TANGORRA, storica dell’arte

Una santa umbra sconosciuta ai più ma dal grande carisma, interamente devota alla Croce di Cristo, cui uniformò la sua vita sin dalla più tenera età. Una storia che meritava di essere approfondita e divulgata, per aggiungere un tassello prezioso al variegato, seppur a tratti ancora incompleto, mosaico del monachesimo medievale. Ci ha pensato, con la viva passione storiografica e il metodo analitico che gli sono propri, Marino Pagano, giornalista e ricercatore storico. 
DOMENICO SCHIRALDI, docente e storico

L’AUTORE
MARINO PAGANO
Giornalista, classe 1980, scrive su testate di viaggi, ricerca storica e cultura. Collabora con Cultura e Identità, Borghi Magazine, e-Borghi Travel e Puglia Amazing. Segue la cronaca culturale pugliese sulle pagine del settimanale Epolis Bari In Week e su altre testate locali. Ha fondato, con Edoardo Spagnuolo, la pubblicazione di divulgazione storica Lo Scudo e La Spada e collabora alla redazione della rivista di storia e arte Neda. Saggista a tema storiografico (sulla storia della spiritualità medievale o sulle dinamiche del Risorgimento e del Brigantaggio postunitario al Sud) è direttore responsabile del semestrale Studi Bitontini.

domenica 21 aprile 2019

La Resurrezione di Cristo (leone Aslan) ne "Le cronache di Narnia" di C. S. Lewis

Oh, Aslan! – esclamarono entrambe fissandolo impaurite e contente al tempo stesso. – Non eri morto, allora, caro Aslan? – chiese Lucy. 
– Non lo sono più – rispose il leone.
– Non sei… non sei un… – domandò Susan con voce tremante. Non sapeva decidersi a dire la parola “fantasma”. Aslan si avvicinò, piegò un poco la testa e le diede una leccatina sulla fronte. Susan sentì il calore del suo fiato e quella specie di profumo che sembrava diffuso intorno a lui.
– Ti sembro un fantasma? – chiese Aslan.
– Oh, no! Sei vivo, sei vivo! – gridò Lucy, e tutt’e due si lanciarono verso di lui, ripresero ad abbracciarlo e accarezzarlo e coprirlo di baci.
– Ma cosa significa tutto questo? – chiese Susan quando si furono un po’ calmate.
Aslan rispose: – Significa che la Strega Bianca conosce la Grande Magia, ma ce n’è un’altra, più grande ancora, che lei non conosce. Le sue nozioni risalgono all’alba dei tempi: ma se lei potesse penetrare nelle tenebre profonde e nell’assoluta immobilità che erano prima dell’alba dei tempi, vedrebbe che c’è una magia più grande, un incantesimo diverso. E saprebbe così che, quando al posto di un traditore viene immolata una vittima innocente e volontaria, la Tavola di Pietra si spezza e al sorgere del sole la morte stessa torna indietro!
– Oh, è meraviglioso! – esclamò Lucy battendo le mani e saltando dalla gioia.
– E ora, come ti senti, Aslan?
– Sento che mi ritornano le forze e, bambine mie, prendetemi se vi riesce!




sabato 3 dicembre 2016

Un gran numero di anime va all’inferno a causa della mancanza di missionari. Parola di S. Francesco Saverio

Ecco quando i santi e la Chiesa parlavano chiaro, tenendo a cuore la salvezza delle anime e non il compiacimento del mondo ...

Un gran numero di anime va all’inferno a causa della mancanza di missionari

Dalle «Lettere» di San Francesco Saverio (eroico missionario in Asia) a Sant’Ignazio di Loyola

Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. Non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave ed i Comandamenti della legge divina.
Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali, come si dice, non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano né dire l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il regno dei cieli.
Perciò, non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono molto intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani.
Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti!
In verità moltissimi di costoro, turbati da questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore: «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?» (At 9, 6 volg.). Mandami dove vuoi, magari anche in India.

[Lett. 20 ott. 1542, 15 gennaio 1544; Epist. S. Francisci Xaverii aliaque eius scripta, ed. G. Schurhammer I Wicki, t. I, Mon. Hist. Soc. Iesu, vol. 67, Romae, 1944, pp. 147-148; 166-167 - Traduzione tratta da: “Liturgia delle Ore” - Libreria Poliglotta Vaticana - Edizioni Conferenza Episcopale Italiana].

sabato 22 ottobre 2016

Card. Raymond L. Burke: “Homilia In Festo Sanctæ Theresiæ a Jesu, Virginis”, Abb. Strahov, 15 oct. 2016

Rilanciamo volentieri l’Omelia – in inglese – tenuta dal card. Burke nella festa di S. Teresa d’Avila, presso l’abbazia premostratense di Strahov, in Praga, dove sono conservate le spoglie di San Norberto, fondatore dell’ordine.

FEAST OF SAINT TERESA OF AVILA, VIRGIN

BASILICA OF THE ASSUMPTION OF THE BLESSED VIRGIN MARY

PREMONSTRATENSIAN ABBEY OF STRAHOV

PRAGUE

15 OCTOBER 2016

2 Cor 10, 17-18; 11, 1-2
Mt 25, 1-13

HOMILY

Praised be Jesus Christ! 
Now and for ever.

It brings me profound joy to offer the Pontifical Mass in this most beautiful church dedicated to Our Savior and to His Immaculate Mother under her title of the Assumption. I am grateful to almighty God Who has granted me to make pilgrimage to the historic Premonstratensian Abbey of Strahov and to pray at the tomb of Saint Norbert. I thank Father Abbot and all of the canons of the Abbey for their most warm hospitality, and I thank all who have prepared so well the celebration of the Pontifical Mass. In a particular way, I thank the Institute of Christ the King Sovereign Priest for providing the assistance for the Pontifical Mass, even as I am deeply grateful for the presence of Monsignor Gilles Wach, the Founder of the Institute. With deepest esteem and gratitude, I acknowledge the presence of Knights and Dames of the Grand Priory of Bohemia of the Sovereign Military Order of Malta, of which I am privileged to be the Cardinal Patron. I take the occasion to express once again my gratitude to Lucie Cekotova and to all who have worked with her to organize my visit to your beloved homeland, the Czech Republic. In deepest gratitude, I offer the Holy Mass for the intentions of the Church in the Czech Republic and the intentions of Strahov Abbey.
Today, we celebrate the feast of Saint Teresa of Avila, Virgin and Doctor of the Church. We recall the heroic sanctity of her life and its many fruits, including the reform of the Carmelite Order, which she carried out together with Saint John of the Cross, and her spiritual writings which continue to inspire and strengthen many souls to seek more perfect union with God. The life and death of Saint Teresa open our eyes to contemplate the mystery of Christ’s love, which is daily at work in our souls. Dom Prosper Guéranger, commenting on today’s feast, extolled the great gift of her spiritual writings:
Having arrived at the mountain of God, she described the road by which she had come, without any pretension but to obey him who commanded her in the name of the Lord. With exquisite simplicity and unconsciousness of self, she related the works accomplished for her Spouse; made over to her daughters the lessons of her own experience; and described the many mansions of that castle of the human soul, in the centre of which, he that can reach it will find the holy Trinity residing as in an anticipated heaven. No more was needed: withdrawn from speculative abstractions and restored to its sublime simplicity, Christian mysticism again attracted every mind; light reawakened love; the virtues flourished in the Church; and the baneful effects of heresy and its pretended reform were counteracted.[1]

Christ called Saint Teresa to give herself totally – in every fiber of her being – to Him, in order that she might bring His light and love to her brothers and sisters. From His glorious pierced Heart, Christ poured forth the sevenfold gift of the Holy Spirit into the heart of Saint Teresa, so that, she, as His bride through religious profession, could be the effective sign and instrument of His pure and selfless love.
Reflecting upon her life in Christ, we come to understand the words of Saint Paul in his Second Letter to the Corinthians. Addressing the members of the Church at Corinth, who had come to life in Christ through Saint Paul’s sacred ministry, Saint Paul declares: “[F]or I am jealous of you with the jealousy of God. For I have espoused you to one husband, that I may present you as a chaste virgin to Christ” (2 Cor 11, 2). The grace of the Holy Spirit, which came into the life of Saint Teresa of Avila and comes into our lives through the Apostolic ministry, espouses the Church as His Bride to Christ, her one and only Bridegroom. The jealousy of Saint Paul for the members of the Church is the jealousy of Christ Who does not want anyone who has become one with Him through faith and baptism to stray from Him and, thus, lose the gift of eternal salvation in Him.
The Parable of the Ten Virgins helps us to understand the mystery of Christ’s life at work in the life of Saint Teresa and in each of our lives, producing a rich harvest of holiness of life (cf Mt 15, 1-13). At the same time, it makes clear that Christ’s life in us depends upon our free response, our response of love to His immeasurable and ceaseless love of us in the Church. The wise virgins treasure, most of all, their consecration to the bridegroom and, therefore, they take care that their lamps always burn brightly to receive the bridegroom at his coming. So, too, we who belong totally to Christ, by the works of His love, keep ourselves ready to meet Christ at His Coming, both in the circumstances of our daily Christian life but also on the Last Day, when He will return in glory to restore all creation to the Father. Like the wise virgins, we know that there is nothing more important than to be vigilant, at all times, in waiting for Christ and in welcoming Him into our lives. Our Lord speaks to us at the conclusion of the Parable of the Virgins: “Watch therefore, for you know neither the day nor the hour” (Mt 25, 13).
The foolish virgins grow careless about the gift of their bond with the bridegroom. His coming, therefore, takes them by surprise, and they are not ready to welcome him. So, too, we are tempted to lose the sense of wonder at the great mystery of God’s love which rescues us from the snares of Satan and fills us with divine love. In little and big ways, we are tempted to be inattentive to daily communion with Christ through prayer, devotion, participation in the Holy Eucharist, the daily examination of conscience and act of contrition, and the regular meeting with Christ in the Sacrament of Penance. Instead of giving our hearts totally to Christ, as we are called to do, we begin to live more and more for ourselves and for certain earthly goods and pleasures which, at any given moment, can distract us from the true source of our freedom and joy, Christ, our one and only Bridegroom.
Saint Teresa is a powerful example of the heroic virginal love of Christ, to which we are all called. From her first intimation of Christ’s call to the religious life, she responded with all her heart. No matter how much resistance she encountered on the way of following Christ in the religious life, especially in the reform of the Carmelite Order, whether it came from her family, from her fellow religious in the Order, or from the society in which she was living, Christ was always first in her life. In a most wonderful way, her joy in spending hours in prayer, especially before the Most Blessed Sacrament, was a sign of her wisdom and fidelity as a bride of her Eucharistic Lord. As a wise virgin, she, through prayer and the life of the Sacraments, kept an abundance of oil for the lamp of her daily Christian living, so that she was always ready to meet our Lord, at His coming.
May Saint Teresa of Jesus teach us to persevere in trust, as she did in the face of much opposition and many trials. May she assist us in accepting with joy our suffering with Christ, so that we may enjoy with Him the unending joy of His Resurrection. Referring to Saint Teresa’s motto, “To suffer or to die,”[2] Dom Prosper Guéranger, citing the great preacher Jacques-Bénigne Bossuet, reminds us of the timeliness of the spiritual doctrine of Saint Teresa, embodied in her life and death:
If we are true Christians, we must desire to be ever with Jesus Christ. Now, where are we to find this loving Saviour of our souls? In what place may we embrace Him? He is found in two places: in His glory and in His sufferings; on His throne and on His cross. We must, then, in order to be with Him, either embrace Him on His throne, which death enables us to do; or else share in His cross, and this we do by suffering; hence we must either suffer or die, if we would never be separated from our Lord. Let us suffer then, O Christians; let us suffer what it pleases God to send us: afflictions, sicknesses, the miseries of poverty, injuries, calumnies; let us try to carry, with steadfast courage, that portion of His cross, with which He is pleased to honour us.[3]

With Saint Teresa, we are certain that, if only we give our hearts to Christ, our one and only Bridegroom, the evils we encounter in our personal lives and in society will be overcome by the immeasurable and enduring truth, goodness and beauty of Christ, which is made visible to us in the Sacred Liturgy, above all, in the offering of the Holy Sacrifice of the Mass. May Saint Teresa teach us to imitate her in fidelity to prayer and devotion, and to the life of the Sacraments, above all the Holy Eucharist and Penance, so that Christ may transform us and our world, in accord with His unceasing desire that all men be one with Him, that all men be saved for eternal life.
Let us now lift up our hearts, one with the Immaculate Heart of Mary, to the glorious pierced Heart of Jesus through His Eucharistic Sacrifice. Resting our hearts in His Most Sacred Heart, we will find the healing of our sins and the strength of divine love, in order to do God’s will in all things. Let us, with Mary Immaculate and Saint Teresa of Jesus, be confident that, from His Sacred Heart, there flows unceasingly and without measure the grace of the Holy Spirit, which overcomes sin in our lives and in the world, and prepares us and the world to welcome our Lord, at all times and at His Final Coming, with our lamps burning brightly.
Heart of Jesus, King and center of all hearts, have mercy on us.
O Blessed Virgin Mary, Queen assumed into heaven, pray for us.
Saint Joseph, Foster-Father of Jesus and true Husband of the Virgin Mary, pray for us.
Saint Norbert, pray for us.
Saint Teresa of Jesus, pray for us.
In the name of the Father, and of the Son, and of the Holy Spirit.

+ Raymond Leo Cardinal BURKE

NOTES

[1] “Arrivée donc à la montagne de Dieu, elle fit le relevé des étapes de la route qu’elle avait parcourue, sans autre prétention que d’obéir à qui lui commandait au nom du Seigneur ; d’une plume exquise de limpidité, d’abandon, elle raconta les œuvres accomplies pour l’Époux ; avec non moins de charmes, elle consigna pour ses filles les leçons de son expérience, décrivit les multiples demeures de ce château de l’âme humaine au centre duquel, pour qui sait l’y trouver, réside en un ciel anticipé la Trinité sainte. Il n’en fallait pas plus ; soustraite aux abstractions spéculatives, rendue à sa sublime simplicité, la Mystique chrétienne attirait de nouveau toute intelligence ; la lumière réveillait l’amour ; et les plus suaves parfums s’exhalaient de toutes parts au jardin de la sainte Église, assainissant la terre, refoulant les miasmes souls lesquels l’hérésie d’alors et sa réforme prétendue menaçaient d’étouffer le monde.” Prosper Guéranger, L’année liturgique, Le temps après la Pentecôte, Tome V, 12ème éd.
(Tours: Maison Alfred Mame et Fils, 1925), p. 457. [Guéranger]. English translation: Prosper Guéranger, The Liturgical Year, Time after Pentecost, Book V (Fitzwilliam, NH: Loreto Publications, 2000), pp. 396-397. [GuérangerEng].

[2] “Souffrir ou mourir!” Guéranger, p. 462. English translation : GuérangerEng, p. 401.

[3] “Si nous sommes de vrais chrétiens, nous devons désirer d’être toujours avec Jésus-Christ. Or, où le trouve-t-on, cet aimable Sauveur de nos âmes ? En quel lieu peut-on l’embrasser ? On ne le trouve qu’en ces deux lieux : dans sa gloire ou dans ses supplices, sur son trône ou bien sur sa croix. Nous devons donc, pour être avec lui, ou bien l’embrasser dans son trône, et c’est ce que nous donne la mort, ou bien nous unir à sa croix, et c’est ce que nous avons par les souffrances ; tellement qu’il faut souffrir ou mourir, afin de ne quitter jamais le Sauveur. Souffrons donc, souffrons, chrétiens, ce qu’il plaît à Dieu de nous envoyer : les afflictions et les maladies, les misères et la pauvreté, les injures et les calomnies ; tâchons de porter d’un courage ferme telle partie de sa croix dont il lui plaira de nous honorer.” Guéranger, pp. 468-469; GuérangerEng, pp. 406-407.














venerdì 6 febbraio 2015

Dogmatica, ma non sul dogma - Editoriale di febbraio di "Radicati nella fede"

Nella memoria liturgica di S. Tito, vescovo e confessore, e di S. Dorotea di Cesarea di Cappadocia, vergine e martire, rilancio il consueto editoriale di Radicati nella fede.


Franz Ittenbach, S. Dorotea, 1850-53

Francisco Zurbarán, S. Dorotea, 1648 circa, collezione privata

DOGMATICA, MA NON SUL DOGMA.

Editoriale “Radicati nella fede” - Anno VIII n. 2 - Febbraio 2015


Dogmatica su ciò che non è dogma, sembra proprio questa la situazione della Chiesa degli ultimi decenni. Mentre si lasciano i teologi e i vari pastoralisti scorrazzare in piena libertà dentro la dottrina cristiana, riformulando pericolosamente le verità di fede fino a trasformarle e sconvolgerle in qualcosa d’altro; mentre si lascia libero corso ad un fiume di predicazione che rischia di non salvaguardare l’interezza del Credo cattolico, si diventa dogmatici, fissisti, autoritari su ciò che invece non è essenziale nella Chiesa, ad esempio sull’organizzazione della pastorale nelle diocesi e nelle parrocchie.
Un tempo, invece, nella Chiesa ci si preoccupava di salvare i dogmi, la verità e le verità contenute nel Vangelo. Un tempo, invece, si era preoccupati di custodire e trasmettere l’integrità della morale cattolica, ripetendo i comandamenti e declinandoli ai fedeli perché si esercitassero ad applicarli alla concretezza della loro vita.
Anche nella disciplina, un tempo severa nella Chiesa, si era tali solo per salvaguardare la sana trasmissione della Grazia di Dio nell’impianto sacramentale. Si era severi nel garantire le condizioni per ricevere con frutto i sacramenti, ma, ci sembra proprio così, non si dogmatizzava sul resto. La storia della Chiesa è storia di libertà, di una grande libertà nel rispondere alla volontà di Dio. Se pensiamo ai santi, ci accorgiamo che non ce n’è uno uguale all’altro; nelle loro vite appare la grande fantasia di Dio e la grande libertà dell’uomo nel compiere il bene. Nello stesso tempo vediamo, nelle diversissime vite dei santi, una uniformità impressionante per quanto riguarda i dogmi, cioè ciò che hanno creduto, l’importanza data ai sacramenti, la centralità della Messa, la vita concepita come partecipazione alla sofferenza redentiva del Signore, l’amore alla Chiesa, la scrupolosità nelle opere di misericordia, le fede nella vita eterna, la decisività della preghiera per i vivi e per i morti, etc. Erano insomma un catechismo vivente: potremmo con frutto fare dottrina partendo dalla vita dei santi di tutte le epoche della cristianità, e giungeremmo a riscrivere sempre lo stesso catechismo. 
I santi, la Chiesa, erano uniformi, meglio uniti, nella fede e nella disciplina che ragionevolmente ne discende, e non su tutto il resto.
Oggi, e veniamo al dunque, non è proprio più così: sei controllato su tutto il resto, devi uniformarti ad uno “stile”, quello naturalmente della “Chiesa moderna”. Se non ti uniformi, non appartieni più a questa Chiesa; e se non ti buttano fuori, vivi come nell’ombra: sanno che ci sei, ma fanno di tutto perché tu sia invisibile. Non interessa che tu sia fervente cattolico, che tu custodisca tutta la dottrina della Chiesa di tutti i tempi. No, ai burocrati del clericalismo moderno preoccupa che tu non sia allineato al nuovo stile, allo stile moderno, alla Chiesa rinnovata!
Questo è il nuovo dogma, è il super-dogma intoccabile, che avvolgendo tutti i dogmi di sempre, li neutralizza e li avvelena nella nuova ideologia.
I dogmi, quelli veri, sono le verità rivelate da Dio, che siamo tenuti a credere per l’autorità di Dio che li rivela. La Chiesa ne è la custode, la responsabilità grave dei pastori è trasmetterli perché salvino le anime.
Il super-dogma della modernità invece non viene da Dio, l’hanno inventato gli uomini. E pretendono di reinterpretare tutto secondo questa lapidaria affermazione: “La Chiesa deve mettersi al passo coi tempi, se non vuole restare fuori della storia”.
È una falsità che viene da lontano; la Massoneria ne è diventata la più funesta propagatrice negli ultimi secoli; questa menzogna è entrata pian piano nella Chiesa, oggi sembra aver vinto. All’interno di questo bollettino troverete un bello scritto del P. Emmanuel, dove, parlando del mistero d’iniquità, definisce la Massoneria “la cloaca di tutte le corruzioni dell’umanità”. E cuore dell’opera massonica è questa reinterpretazione globale del cattolicesimo in chiave moderna, per trasformarlo in una inutile religione naturale, fatta di vuote parole di solidarietà umana.
“La Chiesa deve mettersi al passo coi tempi, se non vuole restare fuori della storia”: è una menzogna, per questo non ve la spiegheranno mai, ma ve la imporranno con violenza. Non ve la spiegheranno, perché se lo facessero dimostrerebbero la loro eresia, dimostrerebbero di non venire da Dio.
Da sempre, dagli inizi, la modernità non fu mai la preoccupazione della Chiesa. La sua preoccupazione fu sempre quella di essere fedele al Signore Gesù, alla divina Rivelazione. Pensate ciò che scrive san Paolo nella lettera ai Galati:
Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema! L’abbiamo gia detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!” (Gal 1,8-9).
Impressionante! “Se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso”... San Paolo mette in guardia i fedeli... non solo un angelo dal cielo, ma nemmeno lui, il grande apostolo, può cambiare una virgola alla fede, una virgola a quel vangelo che aveva già loro predicato. E chi sono questi teologi- pastoralisti moderni, chi credono di essere, per chiederci di modificare la fede reinterpretandola secondo il super-dogma della modernità... la Chiesa deve adattarsi al mondo di oggi, non può più fare oggi ciò che faceva un tempo?
Eh sì, ti dicono così, non potete fare più ciò che la Chiesa faceva un tempo... dovete adattarvi al mondo moderno. Anche qui però non ti dicono il perché, non ti spiegano.
Perché mai non potremmo vivere la messa come un tempo? Perché mai non potremmo ricevere i sacramenti come un tempo? Perché mai dovremmo stravolgere una prassi consolidata nella Chiesa da secoli per applicare le dubbie ricette ecclesiastiche di oggi? Perché il catechismo chiaro e semplice della tradizione non dovrebbe andare più bene? Perché mai nelle chiese gli uomini di oggi non potrebbero vivere la preghiera come i cristiani di duemila anni? Perché mai dovremmo cambiare le regole per accedere ai sacramenti, se queste nascono dalla verità del Vangelo, se queste custodiscono il dogma?
Loro, i clericali moderni, dicono che dobbiamo cambiare perché gli uomini di oggi non capirebbero. Ma anche questo non te lo spiegano, ti dicono che è così e che non si discute.
A noi sembra invece che sono loro, i clericali ammodernati, a non sopportare la Chiesa, la Chiesa e la sua gloriosa storia di grazia e di santità. Non l’hanno più sopportata, la Chiesa di sempre, perché ne avevano smarrito le ragioni, e per non uscirne hanno lavorato per cambiarla con il dogma della modernità. L’hanno cambiata davvero dove hanno potuto, fino a sfigurarla, provocando la più grande crisi della storia cristiana.
Ma la Chiesa è di Dio, per questo restiamo sereni nella Tradizione, attendendo l’ora della liberazione.

giovedì 8 gennaio 2015

Il silenzio del Canone è più eloquente di mille parole

Pubblico ben volentieri questo saggio in materia liturgica riguardante il silenzio del canone, che è più eloquente di mille parole. A questo tema avevamo, tempo fa, dato rilievo con un contributo di don Alfredo Morselli, che aveva parlato del divino eloquentissimo silenzio del canone.
Il saggio di Kwasniewski è stato tradotto in italiano dall’ottimo blog Chiesa e post concilio, cui si rinvia per i lettori italiani.

The Silence of the Canon Speaks More Loudly Than Words

PETER KWASNIEWSKI
Dum medium silentium tenerent omnia, et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens Sermo tuus, Domine, de caelis a regalibus sedibus venit.“While all things were in quiet silence, and the night was in the midst of her course, Thine almighty Word, O Lord, leapt down from heaven from Thy royal throne.” (Introit, Sunday within the Octave of Christmas, MR 1962)

In last week’s article I spoke of why it makes more sense to follow the ancient custom of dividing the Mass into the “Mass of Catechumens” and the “Mass of the Faithful” instead of the modern nomenclature “Liturgy of the Word” and “Liturgy of the Eucharist.” This week I wish to reflect on the peculiar beauty of the very ancient custom of the silent canon[1] and how it confirms the intuition that the Word comes to us in the liturgy in a personal mode that transcends the notional presence of the Word obtained by reading individual words from a book. The Introit quoted above strikingly brings together both of these points: the coming of the Word Himself in the midst of total silence.
As I staunchly maintained in my lectio divina series last Lent,[2] the Lord unquestionably speaks to us in and through Sacred Scripture, and we must constantly go to this source to hear Him; but He comes to us more intimately still in Holy Communion. The traditional practice of the priest praying the Canon silently emphasizes that Christ does not come to us in words, but in the one unique Word which HE IS, and which—immanent, transcendent, and infinite as it is—no human tongue can ever express. Once we have absorbed this fact in our life of prayer, the words of Sacred Scripture can, paradoxically, penetrate our hearts more effectively and have a more-than-Protestant effect on our minds.
What I mean by a “Protestant effect” is the way that Protestants can listen to or look at Scripture again and again—e.g., John 6 or Matthew 16 or 1 Corinthians on the Eucharist—and yet their minds remain closed to its obvious Catholic significance. They are like the disciples on the way to Emmaus, who are thoroughly steeped in Scripture but have failed to grasp the central point, viz., the victory of the Messiah over sin and death. Jesus in person has to explain to them what they already “know” but have never internalized—and Jesus comes to us in person in the Real Presence and is internalized in the most radical way when we are permitted a share in His Body, Blood, Soul, and Divinity.
When the “Liturgy of the Word” is vouchsafed a distinct existence as one of the two parts of the Mass, and particularly when this distinctiveness is enhanced by a gargantuan lectionary with often lengthy readings frequently detached from the other prayers and antiphons of the Mass, there arises the impression of a text that is free-floating and self-justifying, the reading and preaching of which can become the pastorally central arena, throwing the sacramental essence of the Mass into shadow. How often have we experienced the Liturgy of the Word ballooning to an overwhelming size, losing all proportion with the pulsing heart of the liturgy, the offering of the sacrifice and the ensuing communion? In many Masses I’ve attended over the years, the time used by the opening greeting, the readings, and the homily was some 45 minutes, while somehow everything from the presentation of the gifts onwards was crammed into 15 minutes. In the rush to be done (now that the gregarious and intellectually engaging business of readings and preaching is over), either Eucharistic Prayer II or III is chosen—prayers that are utterly dwarfed by the preceding textual cornucopia, seeming like a pious afterthought. The anaphora and its still point, the consecration, shrink and lose their centrality.
How different is the motion of the traditional liturgy! It is a gradual escalation leading logically, one could even say ecstatically, to the Offertory, the Preface, the Sanctus, the Canon, the prayers after the Canon, and the Communion. Everything prior to this—the prayers at the foot of the altar, the confession of sin, the “Aufer a nobis,” the collects, epistle and Gospel, the Credo—is, and is experienced as, preparatory to something far greater, driving forward with eager longing to reach the fulfillment, the realization, of the word of God in the one Word which is God. The Creed stands as a textual centerpoint, which indeed it ought to be, since it is a divinely-authorized summary of the whole of revelation.
Accordingly, it makes sense that everything up to and especially the Creed should be sung or spoken out loud, whereas once we reach the Offertory and the Canon, a decisive shift is made to silence, to the loving contemplation of the voiceless and eternal source of meaning behind the words of Scripture and the Creed. Yet with wonderful clarity, the Holy Spirit led the Church to introduce the elevation of the Host and Chalice, which wordlessly captures all that words could never say about the offering of Christ on the cross out of love for sinners. This host is elevatedfor us, for us men and for our salvation, for us to see and worship: “When the Son of man is lifted up, He will draw all things to Himself…” In the midst of the silence of the Canon, suddenly the bells are rung and the priest elevates the High Priest into the sight of all, the Eucharistic God-Man suspended between man and God, the victim whose death reconciles man and God (the significance of a crucifix over the center of the altar takes on its meaning here: the symbol of the death of Christ is “confronted” with its living Reality, the visible image is mystically confronted by its hidden Exemplar). This elevation speaks with a fullness that the silence of the Canon accentuates in the most dramatic manner possible.
This profound silence at the very center of the Mass is just one among a thousand reasons why Christians hungry for the meat and drink of God find the appetite of their souls at once satisfied and provoked by the traditional Latin Mass. It has a word to speak to each of us in its magnificently arranged antiphons, lessons, and prayers, redolent of the weight of ages but fresh in the vigor of their human realism and supernatural savor; more than that, it has the Word without a word to overcome us and comfort us. It touches and stirs obscure depths in us where the Gospel has yet to be preached, transforming us with a gentle and terrible earnestness. Thanks be to God that this silence is increasingly speaking to more and more souls—souls fed up with the stream of verbiage and noise so characteristic of modernity and, sadly, of many liturgies that echo it.

NOTES

[1] See my earlier article 
"The Silent Canon: Is Worship Supposed to be Aweful?" for a discussion of how far back this practice really goes—one more sign that the liturgical reformers of the 1960s were not really in the business of restoring ancient practice but more intent on introducing novelty.

[2] See my article "Lectio Divina: Liturgical Proclamation and Personal Reading" as well as the links to other parts of the series listed there.

venerdì 2 gennaio 2015

La dottrina non è mai barattabile - Editoriale di gennaio di "Radicati nella fede"

Nell'Ottava - esistente sino al 1955 - di S. Stefano protomartire, rilancio il consueto editoriale di "Radicati nella fede", tradotto in inglese dall'immancabile Rorate caeli.




LA DOTTRINA NON È MAI BARATTABILE

Editoriale “Radicati nella fede” - Anno VIII n. 1 - Gennaio 2015

Finalmente è arrivata. È arrivata come dono natalizio quasi inatteso, tanto la si è aspettata. È arrivata come benefico dono per chi ne vuole approfittare. Che cosa è arrivata, direte voi? ma l’edizione in lingua italiana de “La Riforma Liturgica Anglicana” di Michael Davies!
In questi anni ne abbiamo dato ampi stralci su questo bollettino e sul nostro blog, ma mancava la pubblicazione completa della traduzione italiana. Ora, grazie a Dio, c’è.
Questo primo editoriale dell’anno vuole essere semplicemente un sentito invito, perché molti prendano in mano questa bella opera e si immergano nella sua lettura. Lo facciamo con calda decisione, perché per noi fu fondamentale l’incontro con le pagine di Davies. Non possiamo dire che costituirono l’unica motivazione del nostro passaggio al rito antico, ma certamente contribuirono a rischiararne definitivamente le ragioni.
Sì, perché di ragione si tratta. Nel Cattolicesimo ci si muove per delle ragioni, si decide, si sceglie e si opera in un senso o in un altro per delle ragioni, che l’intelligenza illuminata dalla Grazia riconosce. Non è il sentimento o il gusto personale che determinano l’agire, ma la ragione. Ecco perché nella Chiesa non si sacrifica mai la Dottrina. Non c’è divario tra Dottrina e Santità, tra Dottrina e Carità, tra Dottrina e Preghiera, tra Dottrina e Fede! Il neo- modernismo popolare di oggi, di bassissimo livello, ha introdotto di fatto questo divario, per cui molti dicono che importante è vivere bene; non importa come e cosa credi, non è importante la dottrina. C’è, nel vissuto della Chiesa di oggi, una disistima della Dottrina, a favore del fare esperienza di fede: ma come si può fare esperienza vera di Dio se, disistimando la Dottrina, ci si riduce a vivere “cose religiose” disancorate dalla Rivelazione di Dio?
Perdonate la digressione, ma è solo per ribadire che nel testo di Davies vi sono offerte, in modo chiaro e sintetico, le ragioni per compiere passi decisivi verso la Tradizione. Lo diciamo ancora una volta, dopo averlo ripetutamente scritto su queste pagine: l’abbandono della retta fede, l’abbandono dell’unità cattolica, la perdita del sacerdozio e dei sacramenti, non sempre avviene in modo immediato ed esplicito, può avvenire subdolamente e gradatamente, a causa di graduali riforme del rito della Messa e degli altri sacramenti; e queste graduali e subdole riforme non dichiareranno mai qualcosa di esplicitamente eretico, ma taceranno sempre più aspetti fondamentali del dogma cattolico. E cosa capiterà ai cristiani, che per amore di tranquillità non rifiuteranno in modo chiaro questo processo di decadenza? Capiterà una graduale trasformazione della loro fede, così graduale da non avvedersene. Non se ne accorgeranno! Sicuri della loro volontà di restare cattolici, ma non mossi dalle ragioni, cioè non vigilando intellettualmente, con la ragione, sulla Dottrina, non si accorgeranno nel tempo di essersi trasformati, fino a diventare un’ombra di quello che erano. Prima erano semplicemente cattolici, poi diventeranno vagamente religiosi, regredendo fino ad una religione naturale, al naturalismo; sperando che non perdano del tutto la fede in Dio.
Se non ci sono le ragioni, questo e altro può capitare!
Fu il caso dell’Inghilterra dopo lo scisma, lo sapete bene... e se non lo sapete ancora, leggete Davies. Fu il caso dell’Inghilterra, ma sarà solo il suo caso? Questo lo si deve capire con la ragione fortificata dalla grazia.
Per questo vi invitiamo a leggere “La Riforma Liturgica Anglicana”. Ma, leggendo, cerchiamo di cogliere la logica di questo grande lavoro di Davies. Non cerchiamo solo qualche notizia che solletichi la nostra passione per la Tradizione o il nostro scandalo per le innovazioni.
No, cerchiamo la logica che guida questa illuminante indagine: la Dottrina comanda nella Fede. Non si può sperare di restare cattolici, di permanere nella grazia, senza mantenere la retta Dottrina. Per questo la Chiesa con il suo Magistero, nei secoli, ha difeso e diffuso la retta Dottrina; per questo ha fatto i catechismi; per questo ha tanto lavorato perché il popolo non rimanesse nell’ignoranza, ma conoscesse la Rivelazione di Dio. Ma, ancora prima, per questo, rivelandosi, Dio ha parlato alla ragione degli uomini!
La Dottrina prevale sempre, non è mai sostituibile, non è barattabile con altro, neanche con ciò che sembra santo e spirituale, ma che, se non è dottrinalmente sano, santo non è in verità. Non ci può essere preghiera gradita a Dio che non rispetti la Dottrina cattolica, che scaturisce dalla Rivelazione di Dio. Non ci può essere nessuna azione santa, gradita a Dio, nessuna opera santa nella Chiesa, che taccia o ometta qualche aspetto della Dottrina cattolica! E questo è vero anche nell’azione per eccellenza, nell’opera per eccellenza, che è la Santa Messa.
Questo è vero per tutti.
Per quelli che si modernizzano facilmente, sempre preoccupati di non restare indietro con i tempi, per i cattolici che amano il moderno, per intenderci.
Ma è vero, verissimo, anche per i conservatori, che brontolano sulle novità che li turbano, ma che, non andando a cercare le ragioni del loro turbamento, non facendo un lavoro serio sulla Dottrina, restano deboli. E siccome non si può vivere tutta la vita brontolando, presto o tardi si adattano alle riforme ambigue, illudendo se stessi che non cambieranno mai la loro fede. E mentre si illudono, si sono già adattati a molte ambiguità.
Allora, buona lettura dell’opera di Davies; buon lavoro per scoprire le ragioni dell’amore alla Tradizione.
E ricordiamo sempre che la Dottrina non è mai barattabile.