Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 20 febbraio 2023

Tempo quaresimale e pasquale, tempo di Quarantore e di adorazioni eucaristiche


Le adorazioni eucaristiche come anche le Quarantore si svolgevano nella Cappella Paolina, in Vaticano. Qui Pio VI in adorazione dinanzi all'Eucaristia solennemente esposta nella ridetta Cappella

 

domenica 6 gennaio 2019

Vennero dall’Oriente. Meditazione per l'Epifania

Oggi la Chiesa cattolica latina celebra la festa dell’Epifania del Signore. Nell’Antifona dei secondi vespri di questa giornata, è condensato il senso di questa festa: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia» (v. Il significato e il termine Epifania, in Chiesa e postconcilio, 6.1.2019).
Celebriamo dunque questo triplice mistero e principalmente l’adorazione dei Magi al divino Infante, ricordando con S. Isacco di Ninive o il Siro, che «Il sole ha restituito l’adorazione: mediante i suoi Magi lo ha onorato, mediante i suoi adoratori lo ha adorato» (Inno della Natività. Cfr. Santa Epifania a tutti i nostri lettori, in Riscossa cristiana, 5.1.2019).
Per meditare su questa festa, rilanciamo il seguente contributo. Auguri di Santa Epifania ai nostri lettori.





























 Vennero dall’Oriente

di Paolo Risso

Presso gli orientali era nota l’attesa di un Messia da parte del popolo di Israele, forse perché gli ebrei della prima diaspora, dispersi per la deportazione da parte di assiri e babilonesi, avevano fatto conoscere le loro Scritture. Il compimento di questa attesa desta gioia e sottomissione nei Magi, i quali rappresentano coloro che lasciano le tenebre per giungere all’ammirabile Luce di Cristo.

«Nato Gesù a Betlemme di giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi vennero dall’Oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei giudei che è nato?”» (Mt 2,1-2ss). Così racconta l’evangelista Matteo, scrivendo con assoluta fondatezza storica e biblica. L’adorazione dei Magi a Gesù non è leggenda, non è un “genere letterario”, come si usa dire oggi, non è soltanto “una lettura teologica” della venuta di Gesù. È fatto storico, che con ogni probabilità, direi con certezza, Matteo ha raccolto da Maria Santissima per i suoi due primi capitoli, come Luca farà altrettanto per i suoi primi due capitoli, l’insieme dei “Vangeli dell’infanzia”, dove c’è tutto sul piccolo Gesù, presagio del “grande” Gesù.

Storia non leggenda

«Vennero dall’Oriente». L’Oriente per gli ebrei è la Mesopotamia e, più ancora, la lontana Persia, il cui re Ciro, alcuni secoli prima, aveva permesso agli ebrei deportati a Babilonia, di tornare nella loro terra, la piccola Palestina, crocevia delle genti.
Gli ebrei esuli a Babilonia, avevano diffuso, tra i “gentili” (i pagani), l’idea del loro Dio, purissimo Spirito, uno e unico Creatore e Legislatore dell’umanità, e insieme l’attesa di un suo Inviato, che essi attendevano. Prova ne sia la testimonianza di Tobia, un esule di Israele, molto pio e identitario, che in un suo cantico di lode afferma di far conoscere la gloria del vero Dio in un popolo straniero (cf. Tb 13,2-18). Altro segno è il salmo 136, in cui l’autore narra come nell’esilio a Babilonia, fosse loro chiesto di cantare i cantici di Sion e l’impossibilità di soddisfare la richiesta, poiché le cetre erano state appese, in segno di lutto, alle fronde dei salici!
Presso gli orientali della Mesopotamia e della Persia dunque, era nota l’attesa di un Messia, di un Inviato, di un Re, mai prima visto, da parte di Israele. Attesa nota, perché gli ebrei della prima diaspora, dispersi per la deportazione da parte di assiri e babilonesi, avevano fatto conoscere le loro Scritture, soprattutto tra i dotti, gli studiosi delle “stelle”, del cielo e della terra. Attesa nota, in ogni paese pagano, perché doveva esser pure stata conservata quella “rivelazione primigenia”, che risale a Dio al principio dell’umanità: «Porrò inimicizia tra te [il serpente, il diavolo, la potenza del male], la Donna, tra te e la sua discendenza. Ella ti schiaccerà il capo» (Gen 3,15). Relazione primigenia tradottasi nell’attesa di un Personaggio venuto dal Cielo, da Dio stesso.
«Alcuni Magi vennero dall’Oriente». A Gerusalemme dicono di aver visto il sorgere di una stella, la sua stella, annuncio della venuta di questo Re inedito, Re unico, tutto singolare. Allora sapevano che la sua venuta sarebbe stata preceduta da una stella, che i cieli stessi l’avrebbero fatto sapere, come dice il libro dei Numeri, 24,17. Sicuramente conoscevano qualcosa dell’Atteso da Israele, popolo così piccolo, ma segnato da una letteratura divina, le loro Scritture, con i Patriarchi, i Giudici, i Re, i Profeti, i Sapienti, tutti volti e anelanti a incontrarlo.
Facciamo una lettura fondamentalista della Parola di Dio? Ebbene che sia, sappiamo che quanto stiamo scrivendo, è la lettura che ne fa fondata cultura biblica e soprattutto il Magistero della Chiesa. E pertanto ne abbiamo l’anima in pace.

Cercatori di verità e vita

Alla domanda dei Magi, giunti a Gerusalemme: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?», tutta la città sacra del Tempio di Dio, rimase sgomenta, primo tra tutti il re Erode, una reuccio vassallo di Roma, che temeva sempre di perdere il suo potere sul reame, fino al punto di fare assassinare i suoi figli, timoroso che attentassero al suo trono. Augusto, quando lo seppe, dichiarò che preferiva essere un «porco», che figlio di Erode – sottinteso – perché in Israele non si uccidevano né tanto meno si mangiava la carne di maiale!
Erode, dunque, sgomento, Gerusalemme sgomenta, non per la venuta dell’Atteso delle genti, che pure avrebbe dato lustro al loro popolo, ma sgomenti di stupore, di paura, di collera. «Erode, riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo dove doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta”». E gli citano Michea 5,1.
Notate: si radunano Erode, i sommi sacerdoti (quelli in carica e gli “emeriti”) e gli scribi del popolo. Gli stessi che si raduneranno dopo circa trent’anni, per processare Gesù! Quando Erode ha la risposta, dice ai Magi: «Andate a Betlemme, informatevi accuratamente del bambino e quando l’avrete trovato, fatemi sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Ma la sua “cura” era perfidia e scelleratezza, inizio di una congiura contro Gesù, che si illuderà di aver fine mandando Gesù alla croce, ma che continua ancora oggi, dove Gesù è rifiutato, perseguitato e crocifisso, su tutti i calvari della terra.
Pur conoscendo le Scritture, i vaticini dei profeti, riguardo al Re-Messia, nessuno di quei “signori” di Gerusalemme – neppure i sacerdoti – si mosse per andarlo a cercare a Betlemme. Anzi, dicono i Padri della Chiesa, che pure essi congiurarono con Erode nella strage di bambini dai due anni in giù, per eliminarlo.
Per restare unico re, Erode (e i suoi complici) sogna di spegnere la Luce nel sangue. I testimoni “obbligati” della Luce, i sacerdoti e i principi della nazione, non alzeranno la voce, contro l’iniquità. Il popolo sviato da quelli che avrebbero dovuto guidarlo alla verità, continuerà a ostinarsi nell’incuranza e nell’errore, nel rifiuto del suo Re-Messia. Infelice popolo, qualsiasi popolo, che abbandona il suo Dio. Sarà lui stesso abbandonato.
Sono brevi righe quelle di Matteo, capitolo 2, ma contengono una tragedia.
Ma io vado, noi andiamo a Betlemme, al seguito dei Magi e della stella riapparsa. Da quando sono entrati in Giudea, la folla si arresta ad ammirare la loro lunga carovana, i loro costumi pittoreschi, la stella che brilla alla testa del corteo. Ma nessuno comprende il segno di Dio e tutti se ne tornano dimentichi, incuranti, ai loro affari. Solo i Magi vincono l’indifferenza, l’ostilità e camminano, cercatori di verità e vita, al seguito della stella prodigiosa.
Giunti alla casa dove c’è il piccolo Gesù, non si distraggono neppure un istante, provano una grandissima gioia a vedere il Bambino Gesù con Maria sua Madre, che presenta il Figlio di Dio e suo alla loro adorazione. Sottolinea Matteo evangelista: «Essi, i Magi, prostratisi lo adorarono». Lo hanno riconosciuto non solo Re di Israele, ma Re del mondo, anzi Dio, degno Lui solo di adorazione con la faccia a terra. Altrettanto, si può pensare, fanno i loro servi.
È piccolo, Gesù, ma è il loro Re. È il nostro Re. È Lui, Gesù, il Sovrano, il Signore. “È lui che tiene in mano il Regno, la potenza e l’impero”. Sì, il nostro piccolo Re, ma è il Re cui nessuno potrà mai resistere, al quale è destinata la vittoria sul mondo e nell’eternità. I Magi offrono oro, incenso e mirra, e con loro tutti i secoli cristiani salutano e adorano il Capo, la Guida, la Vita nuova dell’umanità rigenerata da Lui.
Il Dio-bambino sorride e benedice i primi nati della sua Chiesa. Non solo l’Israele più umile, quello dei pastori della collina di Betlemme, ma “la gentilità” (i pagani) che comincia ad adorarlo nei suoi membri più illustri, quali erano i Magi, sapienti, forse sacerdoti e re pure loro, comunque guide, notabili dei loro popoli. Riconosciamolo, oggi si rivela il Salvatore – Epifania significa manifestazione –, oggi si innalza sui nostri orizzonti –  sugli orizzonti dei secoli e della storia – la Luce piena, totale, indefettibile, sovrana del piccolo Re, che è il Re dei re.
Felici noi che camminiamo nella sua luce. Felice il nostro tempo se tornerà a Gesù, diversamente è il tempo più infelice e più cupo della storia. Felici noi che crediamo in Gesù, come il Figlio di Dio fatto uomo. Pastori, Magi, i credenti in Gesù a duemila e due decenni dalla sua venuta, abbiamo superato la “gnosi” di una sapienza soltanto umana, per arrenderci a Gesù, oltre il Quale non è possibile andare, come spiega l’apostolo evangelista san Giovanni (cf. 1 Gv 4,2-3; 2 Gv 4-9), pena l’essere fuori dal progetto di Dio, anzi, diventare anti-cristi. A noi, in compagnia di Gesù e di sua Madre, come per i santi Magi, l’assoluta certezza, il completo possesso, la sicurezza della verità assoluta ed eterna.

lunedì 24 dicembre 2018

“Chi impara a credere impara a inginocchiarsi” – letterina di Mons. Nicola Bux a Gesù Bambino

Il giornalista Aldo Maria Valli ha pubblicato nel suo blog una serie di “letterine” a Gesù Bambino di alcune personalità e persone impegnate nella difesa della fede (ad es., Ettore Gotti Tedeschi, don Alfredo M. Morselli, Giuseppe Rusconi, Marco Tosatti, Alessandro Gnocchi, v. QUI).
Noi rilanciamo quella di Mons. Nicola Bux.

“Chi impara a credere impara a inginocchiarsi”

È arrivata anche la letterina di monsignor Nicola Bux. Eccola!
Di nuovo buon Natale a tutti!

***

Caro Gesù Bambino, o Gesù, tu sei il Verbo, tu sei la Sapienza, perché per tuo mezzo tuo Padre ha creato tutte le cose, perciò tu sei il Pensiero che abbraccia ogni cosa, sei cattolico. Solo tuo Padre ti conosceva e vedeva, ma nella Notte Santa ti ha rivelato come suo Figlio, cioè ti ha reso visibile al mondo perché il mondo ti vedesse e potesse essere salvato da quel peccato nel quale era caduto a causa del primo uomo.  Nessuno ti aveva mai visto, perché nessuno aveva mai visto Dio, ma tu uscendo dal seno del Padre e venendo nel mondo, proprio tu ce ne hai fatto l’esegesi. Senza di te, nulla è stato fatto, eppure il mondo non ti ha conosciuto. Sei venuto tra i tuoi fratelli ebrei ma non tutti ti hanno accolto. Anche nella Chiesa da te voluta, c’è chi non vuole nominarti per non dividere. Perciò, ispira al papa e ai vescovi di parlare al mondo della fede in te, della vita in te – la vita morale – e della vita eterna con te, non delle migrazioni, della ecologia e degli altri problemi di questa terra, su cui non hai dato loro alcuna competenza e alcun mandato. Spiega ai teologi che tutto ciò che scrivono, le loro esegesi, servono alla Chiesa se la mettono di fronte alla tua Presenza, quella che tanti cercano e vorrebbero incontrare nella bellezza della liturgia quando è rivolta a te e non all’uomo. Così, quelli che non credono, saranno colpiti e si convertiranno alla verità, che sei tu. Per questo sei nato e sei venuto nel mondo, lo hai detto al culmine della tua passione. Ora, amato Gesù, ti chiedo di aiutarci a capire che non v’è altro Nome – il tuo – nel quale possiamo essere salvati, e per questo – ha detto il tuo Apostolo – ogni ginocchio deve piegarsi in terra, così come si piega in Cielo e persino sottoterra. Ma nella Chiesa, in ossequio al pensiero di moda che si è allontanato dalla fede, c’è chi vuole imporre di non inginocchiarsi perché non saremmo schiavi. Ahi, quanti padroni – dice sant’Ambrogio – finiscono per avere coloro che rifiutano l’unico Signore! Allora ti chiedo che la Madonna e san Giuseppe, i pastori e i Magi, tutti i personaggi del presepio, particolarmente il bue e l’asino, che non solo si inginocchiarono ma si prostrarono profondamente davanti a te, ricordino a quei tuoi ministri che hanno tolto gli inginocchiatoi dalle chiese, che solo il diavolo non si inginocchia perché, come ha detto un padre del deserto, non ha le ginocchia. Chi impara a credere impara a inginocchiarsi, una fede o una liturgia che non conoscano più l’atto di inginocchiarsi, sono ammalate in un punto centrale. Per questo il divieto di inginocchiarsi appare come l’essenza stessa del diabolico. O Gesù, come non inginocchiarsi davanti alla tua umiltà, giunta fino alla morte di croce? E pensare che nella liturgia celeste descritta dall’Apocalisse, l’inginocchiarsi – proskynein – ricorre 24 volte. Per questo il piegare le ginocchia alla tua presenza, di te Dio vivente, è irrinunciabile. Dunque, ti prego di far tornare l’inginocchiatoio nelle chiese, per aiutare l’uomo moderno a capire che per amore sei venuto a salvarci dal peccato, a convertirsi e ad adorarti.
Monsignor Nicola Bux

domenica 5 luglio 2015

“In sacram Eucharístiam singulári caritáte ferebátur; cujus et frequénter percipiéndæ consuetúdinem instaurávit, et morem e sublími throno públice in tríduum adorándæ invexísse perhibétur. Pudicítiam ádeo cóluit, ut étiam in exsángui córpore, revivíscere visus, ejus amórem testarétur. Accéssere cæléstia dona éxtasis, lacrimárum, futurórum evéntuum cognitiónis, scrutatiónis córdium, virtútis in humáni géneris hostem” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI ANTONII MARIÆ ZACCARIA, CONFESSORIS

Oggi, il Martirologio romano festeggia la martire Zoe, arrestata dai pagani, perché nel natalis degli Apostoli, ella si era recata al Vaticano per pregare. Il suo corpo fu deposto da Pasquale I nella basilica di Santa Prassede.
Sembra che, attorno alla solennità degli Apostoli, la liturgia vi abbia raggruppato le feste più legate a questa. Difatti, essa celebra oggi un altro grande devoto ed emulo dell’apostolo Paolo: sant’Antonio Maria Zaccaria, canonizzato da Leone XIII il 27 maggio 1897, che estese il suo ufficio a tutta la Chiesa con rito doppio.
Questo celebre predicatore lombardo fa parte del gruppo dei santi mandati da Dio nel XVI sec. per effettuare in Italia quella riforma ecclesiastica, che era stata troppo desiderata da molto tempo, ma che non potevano ottenere i soli canoni del Concilio di Trento. Occorrevano degli uomini che li applicassero eroicamente, e per far ciò occorrevano dei santi.
Antonio morì a trentasei anni, il 5 luglio 1539, ma nel rapido corso della sua vita elevò un edificio spirituale che sfida i secoli. La Congregazione religiosa fondata da lui sotto il patronato dell’apostolo dei Gentili ha il merito di aver aiutato efficacemente san Carlo Borromeo nella sua opera riformatrice ed oggi ancora essa porta dei frutti abbondanti e magnifici.
Roma cristiana ha dedicato al nostro Santo una chiesa nel rione Trastevere, costruita nel 1933.
Tutta la messa – che rivela subito lo stile di un redattore moderno – tende a presentarci sant’Antonio Maria Zaccaria come un discepolo zelante ed un imitatore dell’apostolo san Paolo.
Il redattore, avendo voluto inserire una sintesi della vita del Santo nella colletta, questa risulta satura di pensieri ed il cursus le fa difetto. Il segreto di tutta la sorprendente attività del Santo ci è manifestato da queste parole: alla scuola di Paolo, aveva imparato a conoscere Gesù. Tutta la saggezza soprannaturale è lì, perché Gesù è difatti Dei virtus e Dei sapientia.
La lettura evangelica (Mc 10, 15-21), che vuole fare allusione alla gioventù del santo Fondatore della Congregazione di San Paolo apostolo, riporta la chiamata allo stato religioso del giovane che aveva consultato Gesù sul modo di salvare la sua anima. Non si saprebbe come insistere su questa pagina dei Vangeli, che, dall’età apostolica, ha riempito il mondo di monasteri e di case religiose. Ai secolari, sebbene pratichino la virtù, manca sempre qualche cosa: Unum tibi deest, cioè la sicurezza di poter perseverare al riparo dal peccato, esposti come si è a mille pericoli ed occasioni, con l’uso indipendente della propria volontà. Coloro, dunque, a cui Dio ha donato la grazia di comprendere i vantaggi della vita religiosa – Jesus intuitus eum dilexit eum – sono i suoi preferiti, perché hanno in mano i mezzi più efficaci per salvare se stessi e gli altri.
Bisogna meditare queste parole di san Gregorio Magno, inviate all’imperatore Maurizio, che voleva impedire, con un editto, ai soldati ed ai decurioni di farsi monaci: « Multi enim sunt qui possunt religiosam vitam etiam cum sæculari habitu ducere. Et plerique sunt, qui nisi omnia reliquerint, salvari apud Deum nullatenus possunt» (San Gregorio Magno, Ad Mauricium Augustum, in Epistolarum, lib. III, Epist. LXV, in PL 77, col. 663B). Per comprendere ciò va ricordato che i decurioni, per sfuggire alle responsabilità pubbliche – assai onerose – tentassero di abbandonare le curie cittadine. Uno dei modi per far ciò era entrare nella vita religiosa. Di fronte alle sempre più frequenti vocazioni religiose dei decurioni, nel 592 l’imperatore Maurizio si vide costretto ad emanare una legge, in forza della quale chi fosse coinvolto in publicis administrationibus non era permesso intraprendere la vita ecclesiastica. Nell’agosto del 593, papa Gregorio gli manifestò il suo apprezzamento per tale provvedimento, ma disapprovò il fatto che avesse proibito pure l’entrata in monastero, visto che precedenti disposizioni di legge avevano già stabilito che le congregazioni dovessero presentare i rendiconti dei decurioni accolti al loro interno e, se necessario, pagarne i debiti (cfr. Roberta Rizzo, Papa Gregorio Magno e la nobiltà in Sicilia, Officina di Studi Medievali, Palermo, 2008, p. 122. Su questa fuga di decurioni, cfr. L. De Salvo, I munera curialia nel IV secolo. Considerazioni su alcuni aspetti sociali, in Atti del X Convegno Internazionale dell’Accademia romanistica costantiniana (in onore di Arnaldo Biscardi; Spello-Perugia-Gubbio, 7-10 ottobre 1991), ESI, Napoli, 1995, pp. 291 ss., partic. pp. 301 ss.). Anzi, una legge di Valentiniano III aveva statuito che i curiales, che avessero voluto abbracciare lo status di religioso, per dimostrare la sincerità della loro vocazione, erano tenuti a cedere tutti i loro beni alla congregazione in cui entravano (così ricorda Roberta Rizzo, op. cit., pp. 122-123, nt. 22). Nel novembre 597, il papa trasmise il testo di legge dell’imperatore Maurizio ai vescovi delle diocesi sicule ed ai metropoliti delle città più importanti dell’impero, stabilendo che quanti sono sottoposti agli obblighi del servizio militare o dell’erario (militiæ vel rationibus publicis) non potessero accedere alla vita ecclesiastica né entrare in monastero: forte era, in effetti, la preoccupazione del pontefice – a differenza di quelle politiche dell’imperatore – che le conversioni e le vocazioni non fossero genuine, in quanto motivate dalla volontà di eludere i doveri nei confronti dello Stato (San Gregorio Magno, Ad Plurimos Metropolitas et Episcopos, in Epistolarum, cit., lib. VIII, Epist. V, in PL 77, col. 909B-910B). Per questo, prima di entrare in monastero, dovevano esseri liberati a rationibus publicis (così ricorda Roberta Rizzo, op. cit., p. 123). Come rammenta la Rizzo (Roberta Rizzo, op. cit., p. 123, nt. 24), già all’indomani della promulgazione della legge dell’imperatore Maurizio, san Gregorio, nel luglio 592, aveva raccomandato al vescovo di Squillace di non ordinare nessun sacerdote che fosse curiæ obnoxius (San Gregorio Magno, Ad Joannem Episcopum Squillacinum, in Epistolarum, cit., lib. II, Epist. XXXVII, in PL 77, col. 575A-576A). Nel maggio del 594 aveva chiesto al vescovo Gennaro di Cagliari di indagare quanti volevano entrare negli Ordini sacri per scoprire se vi fosse qualcuno curiæ obnoxius (Id., Ad Januarium Episcopum, in Epistolarum, cit., lib. IV, Epist. XXVI, ivi, col. 694B-696B).
L’antifona per l’offertorio è tratta dal Sal. 138 (137) e fa allusione alla visione dei santi Angeli di cui fu favorito sant’Antonio Maria Zaccaria durante la celebrazione della sua prima messa.
Perché il Salmista parla qui dei riguardi dovuti agli angeli nel momento stesso in cui adoriamo Dio, loro Signore? I santi Padri rispondono: perché gli angeli sono stabiliti da Dio ministri della sua giustizia e della sua misericordia nel governo del mondo. Non saprebbero tollerare nessuna offesa alla divina Maestà, né nessuna agitazione nell’ordine stabilito da Lui. Essi non saprebbero tollerare alcun’offesa alla divina Maestà, né alcuno scuotimento nell’ordine da lui stabilito. È per questa ragione che l’Apostolo vuole che nelle chiese le donne, in segno di soggezione all’uomo, portino un velo sulla testa propter Angelos, cioè per non offendere con un disordine le angeli preposti all’osservanza delle regole stabilite.
Per celebrare correttamente i divini misteri, bisogna salire al santo Altare con quegli stessi sentimenti di adorazione e di amore che aveva Gesù quando li istituì il giovedì santo nel cenacolo e li rinnovò di un modo cruento l’indomani sulla Croce. Hoc enim sentite in vobis quod et in Christo Jesu; «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che aveva Gesù Cristo» (Fil. 2, 5).
Nella colletta di azione di grazie si fa allusione all’opera del santo Zaccaria nell’istituzione e nella diffusione della pia devozione delle Quarantore. L’adorazione del Santissimo Sacramento per quaranta ore consecutive fu inaugurata a Milano nel 1547 su iniziativa di una confraternita, ma trovò in sant’Antonio M. Zaccaria il suo propagatore più zelante. Pietro e Paolo sono due figure trascendenti, che riempiono per tutti i secoli la storia della Chiesa. Tutto il potere gerarchico, che regge fino agli estremi confini del mondo la famiglia cristiana, emana da Pietro come da una sorgente; la più maggior parte della rivelazione dogmatica del Nuovo Testamento viene da Paolo, da cui pure dipendono, come il Dottore delle Genti, tutti i Padri ed i Predicatori. Così, mentre Pietro governa e regge il gregge di Cristo, Paolo insegna, e qual scuola è quella di Paolo! Quali uomini apostolici non ha formato? Uomini che rispondono ai grandi nomi di Timoteo, Tito, Ignazio, Policarpo, Giovanni Crisostomo, e, dopo una lunga serie mai interrotta di apostoli e di giganti del cristianesimo, sant’Antonio Maria Zaccaria e san Paolo della Croce.









Giovanni Gualassini, S. Antonio Maria Zaccaria, XX sec., museo diocesano, Modena-Nonantola

E. Pierini, S. Antonio M. Zaccaria, 1898, museo diocesano, Perugia-Città della Pieve



Mattia Traverso, S. Antonio M. Zaccaria, XX sec., Parrocchia S. Sebastiano, Livorno