Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 9 ottobre 2023

9 ottobre 1958 - 2023 - Anniversario del beato transito del Venerabile Pontefice Pio XII



Rare fotografie del corpo del papa Pio XII, rivestito dell'abito corale, con mozzetta e camauro, avvolto in più strati di cellophane, dopo l’immersione del cadavere in un misterioso miscuglio di erbe aromatiche, secondo le prescrizioni del medico personale del Papa (che era un semplice oculista), Riccardo Galeazzi Lisi, che, a suo dire, aveva inventato un innovativo metodo di imbalsamazione. L’averlo avvolto nel cellophane, tuttavia, innalzò la temperatura corporea a livelli tali che la salma, nel tragitto tra Castel Gandolfo a Roma, esplose sulla Via Appia, all’altezza della Basilica di San Giovanni in Laterano. Fu necessaria una tappa non prevista, durante la quale il cadavere del Sommo Pontefice fu sottoposto ad una nuova procedura d’imbalsamazione. Il danno però era ormai fatto: durante i tre giorni di esposizione nella Basilica Vaticana, accadde il peggio: il volto del grande padre della cattolicità cominciò a smembrarsi e gli cadde addirittura il setto nasale. Tremendo fu lo spettacolo a cui assistettero migliaia di pellegrini in fila per rendergli omaggio e diverse guardie nobili svennero a causa dei miasmi esalati dalla salma. Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre fu necessario chiudere la Basilica di San Pietro per apportare ulteriori interventi alla salma, apponendo una maschera di cera sul volto del venerato pontefice. Galeazzi Lisi, che aveva già diffuso vendendole a caro prezzo le immagini del papa morente scattate di nascosto con una piccola macchina fotografica tenuta nascosta in tasca, fu licenziato in tronco dal collegio cardinalizio e successivamente radiato dall’ordine nazionale dei medici (tratto da Francesco Capozza, Pio XII, quando il Papa fu imbalsamato ma si decompose in pubblico, in Libero, 11.10.2022)

Salma del papa, rivestita degli abiti liturgici papali, esposta a Castelgandolfo

La salma del papa in San Pietro

65° anniversario del beato transito del Papa Pio XII, morto dopo una lunga agonia il 9 ottobre 1958, alle ore 3,52, nella Villa Papale di Castelgandolfo, all'età di 82 anni (le ultime ore del Sommo Pontefice sono descritte in Le ultime ore di Pio XII, in Radiospada, 9.10.2022).

Regnò per quasi vent'anni, essendo il suo pontificato iniziato nei momenti più difficili del XX secolo. Due anni prima della morte vergò il suo brevissimo testamento, in cui lasciava scritto «[…] i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali» (Il testamento del Santo Padre Pio XII, ivi, 9.10.2020).

La sua morte è stata compianta in tutto il mondo.

Tra i messaggi di cordoglio c'erano quelli del presidente americano Eisenhower e di molti leader ebrei come il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir e il rabbino italiano Elio Toaff. Il direttore d'orchestra ebreo-americano Leonard Bernstein chiese un minuto di silenzio prima di un concerto della New York Philarmonic Orchestra nell'ottobre 1958.

Il Pastor Angelicus e Defensor Civitatis (i suoi acclamati titoli) è attualmente considerato Venerabile dalla Chiesa cattolica romana nonostante la famigerata campagna di odio (avviata nel 1963 in seguito alla rappresentazione del dramma di Rolf Hochhuth “Il Vicario” sul palco di Berlino) per denigrare la sua santa memoria.

I documenti dimostrano che, lungi dall’aver abbandonato al loro destino gli ebrei perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale, il presunto “silenzio” (= diplomazia professionale) di Pio XII contribuì in maniera decisiva –direttamente o indirettamente– alla salvezza di circa 850.000 ebrei europei (cfr. Pio XII e gli ebrei: online la “lista Pacelli”, in ivi, 5.7.2022).

A questo proposito, riguardo a recenti documenti ritrovati nell’archivio Vaticano, pubblicati dal settimanale culturale del Corriere della Sera, La Lettura (fasc. n. 616 del 17.9.2023, pp. 2-5, di cui riproduciamo qui di seguito le immagini dell'articolo), e che hanno suscitato ampio scalpore sui mass-media (cfr. Antonio Carioti, Pio XII sapeva della Shoah: la prova in una lettera scritta nel 1942 da un gesuita tedesco, in Corriere della sera, 16.9.2023; Matteo Luigi Napolitano, Pio XII, il Papa che “sapeva”, in L’Osservatore romano, 19.9.2023; Giovanni Maria Vian, Quello che i titoli sul silenzio di papa Pio XII hanno trascurato, in Domani, 7.10.2023), rilancio un’analisi precisa e puntuale su questi documenti:





«1. La Lettura, il settimanale culturale del Corriere della Sera, pubblica un’intervista a Giovanni Coco, archivista di Santa Madre Chiesa, esattamente in forze all’Archivio Apostolico Vaticano, presentando un documento inedito sui campi di sterminio all’est. Si tratta di una lettera drammatica inviata dal gesuita Lothar König al confratello Robert Leiber, segretario di Pio XII.

Il Corriere della Sera, nella pagina culturale di ieri, aveva anticipato la notizia sull’inedito. Oggi Coco ne riferisce al “domenicale” del Corriere.

“Questa è una lettera inedita, scritta da un gesuita tedesco antinazista, Lothar König. Contiene un allegato con una statistica di sacerdoti detenuti nei campi di concentramento fatti costruire da Adolf Hitler. Ma soprattutto parla di Auschwitz e di Dachau. E riporta da fonti credibili notizie secondo le quali ogni giorno circa seimila tra ebrei e polacchi venivano uccisi “negli altiforni” del Lager di Belzec, vicino al confine ucraino. È datata 14 dicembre 1942...”.

2. Quale il valore di questa lettera di König a Leiber? “Enorme, credo - osserva Coco - È un caso unico, perché rappresenta la sola testimonianza di una corrispondenza che doveva essere nutrita e prolungata nel tempo. Si capisce dalla familiarità con la quale Lothar König si rivolge in tedesco a padre Robert Leiber, segretario di Pio XII”, chiamandolo “caro amico”.

Va tenuto presente che König era un grande antinazista. Ma i documenti da noi consultati ci svelano che lo era anche il padre Leiber. Era dunque una corrispondenza tra due antinazisti che si fidavano l’uno dell’altro. Il che significa che padre Leiber e Pio XII sapevano benissimo del Kreisau Kreis, il circolo di cui König faceva parte: “Una rete della resistenza tedesca composta da cattolici e protestanti, la cui intelligence era in grado di fare arrivare a Roma le notizie più riservate sui crimini hitleriani”.

3. Queste notizie ricevute dal Papa andavano diffuse al mondo? Andava aperta la loggia su piazza San Pietro per denunciare, in piena Shoah (nel 1942 con mezza Europa sotto il tallone hitleriano), i crimini di Hitler che nel frattempo teneva in ostaggio così tanti innocenti. No.
Il padre König, infatti, sconsigliava fortemente un tale passo, raccomandando al confratello Leiber (citiamo Coco) “di usare quelle informazioni con la massima cautela, senza dire una sola parola che potesse tradire le fonti. König temeva una fuga di notizie dal Vaticano, oppure che la lettera potesse essere scoperta in caso di un’irruzione nazista”.

Cautela, dunque, prudenza, non chiasso, non denuncia plateale. Erano questi anche gli ingredienti del Circolo di Kreisau, poi accusato per il fallito attentato a Hitler. König, che faceva parte di quel circolo, dovette fuggire perché ricercato. Ecco perché la raccomandazione del gesuita al segretario di Pio XII “era un invito al silenzio per non bruciare la rete della resistenza tedesca al nazismo”.
Ecco le parole dello stesso padre König: “I numeri sono ufficiali...C’è anche un rapporto di vari testimoni […]. Entrambi gli allegati sono stati ottenuti con il massimo rischio. Non solo è a rischio la mia testa, ma anche la testa degli altri se non vengono usati con la massima prudenza e cura...”.

4. Grazie al documento da lui scoperto, dice Coco, “stavolta si ha la certezza che dalla chiesa cattolica tedesca arrivavano a Pio XII notizie esatte e dettagliate sui crimini che si stavano perpetrando contro gli ebrei. Si parla del Lager di Belzec, non lontano dalla cittadina ucraina di Rava-Rus’ka dove tra il 5 e l’11 dicembre 1942 erano stati fucilati più di cinquemila ebrei. «Le ultime informazioni su Rava-Rus'ka con il suo altoforno delle SS, dove ogni giorno muoiono fino a 6000 uomini, soprattutto polacchi e ebrei, le ho trovate confermate da altre fonti...», scrive König. Ma nella lettera si accenna anche a un altro rapporto che non conosciamo ancora, riferito ad Auschwitz”.

Coco sa benissimo (e lo ammette onestamente) che la sua scoperta non rappresenta proprio una novità. Per Coco la vera novità sta nel fatto che, in quel dicembre 1942, in Vaticano giunsero notizie “esatte e dettagliate” sui crimini nazisti. Ora, quest’affermazione sull’esattezza delle notizie va temperata con quello che pensavano le organizzazioni ebraiche e gli alleati.

5. Accertare le fonti era il cruccio di tutte le organizzazioni antinaziste. Il giurista Paul Guggenheim, che dirigeva la sede ginevrina del Congresso Mondiale Ebraico, bloccò le notizie sui campi di sterminio che il suo subordinato Gerhart Riegner stava per diffondere al mondo. Gli chiese infatti dapprima di cancellare la menzione dei grandi forni crematori, e poi di aggiungere (in quella che è la seconda parte del dispaccio, come noi oggi la conosciamo) una nota di cautela circa la non verificabilità delle fonti.

Gli archivi inglesi ci informano che a fine ottobre 1942 Guggenheim si recò al consolato americano a Ginevra per riferire le notizie che aveva ricevuto.

Lasciamo parlare il console americano: “L’informatore del Professor Guggenheim conferma che per tutte le cattive notizie recate dal Dott. Gerhart Riegner, Segretario del Congresso Ebraico Mondiale a Ginevra, e dal signor Lichtheim, dell’Agenzia ebraica per la Palestina di Ginevra, concernenti la situazione ebraica in Lettonia, salvo che per quelle riguardanti i dettagli dell’assassinio degli ebrei e il numero degli uccisi, ci sono numerose divergenze in vari rapporti. È solo nell’essenziale che questi rapporti sono unanimi”. Ovviamente, nessuna menzione dei forni crematori.

6. La documentazione esistente ci informa del fatto che la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942 contro i crimini nazisti fu fatta solo dietro forte insistenza dei circoli ebraici internazionali presso Roosevelt, cui era stato rilasciato, l’8 dicembre 1942, un importante memorandum sulla tragedia ebraica. Notiamo la contemporaneità fra questi eventi e la data del documento illustrato da Coco.
Alla dichiarazione interalleata seguirono fatti concreti? No, dato che la priorità non era bombardare le linee ferroviarie che portavano ad Auschwitz, ma sconfiggere la Germania sul campo. Ma con tutto ciò, gli alleati ritenevano ritenevano affidabili le notizie provenienti dai Lager?

Ce lo dice un altro sconcertante episodio.

7. Nel 1943 Stati Uniti e Gran Bretagna volevano pubblicare una nuova dichiarazione sui crimini di guerra tedeschi in Polonia. Essa fu diramata il 30 agosto 1943 e pubblicata nella raccolta ufficiale del Dipartimento di Stato americano. Ebbene: un paragrafo di quella dichiarazione avrebbe dovuto menzionare i forni crematori, ma poi fu eliminato.

Perché? Lasciamo parlare le carte americane.

“Su suggerimento del Governo britannico, che afferma non esserci prove sufficienti per giustificare una dichiarazione circa l’esecuzione nelle camere a gas, è stato concordato di eliminare l’ultima frase del paragrafo secondo della Dichiarazione sui crimini tedeschi in Polonia da “dove” a “camere a gas”, così lasciando terminare il secondo paragrafo con “campi di concentramento”.
Quando si dice “il silenzio sulle camere a gas”…

8. Bene, dunque, la massima “democrazia archivistica” su Pio XII, ma attenzione a non lasciarsi prendere dalla “sindrome delle novità”. Per esempio, le tragiche notizie provenienti da Rava-Rus'ka non erano una novità. Ne parlava in prima pagina il Jewish Post già il 1° febbraio 1943; e non è il solo esempio.

9. A mo’ di post-scriptum. Notiamo del veleno in coda all’articolo della Lettura.

In merito al ritardo con cui certe carte vengono alla luce, Coco osserva: “Probabilmente chi ha maneggiato quei documenti prima di noi non ha capito l’importanza del contenuto. Sa, nel passato non sempre gli archivi venivano visti come una priorità in alcuni uffici del Vaticano. E non sempre nel passato — fuori da qui — gli archivisti sono stati selezionati con occhio per la loro professionalità”.
«Fuori da qui» è un inciso che fa capire che secondo Coco la perfetta professionalità archivistica alberga solo presso l’Archivio Apostolico Vaticano?

Che ci sia altissima professionalità in questo archivio, è fuor di dubbio. È dunque negli altri archivi vaticani che Coco lamenta mancanza di professionalità? E, per esperienza diretta anche degli altri archivi, su quali basi lo afferma?» (Fonte).

sabato 31 marzo 2018

Preghiera di S. Bonaventura alla Vergine SS. Addolorata

Dies amara valde! Giorno di infinita tristezza.
La notte del venerdì santo e del sabato seguente tutto è compiuto. Il buio ha avvolto la terra. Il Padre non ha risposto all’invocazione del Crocifisso: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni!».
Dinanzi alla tragedia della Croce le nostre labbra appaiono chiuse come da enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso sepolcro del Cristo quel pomeriggio del Venerdì, che era già Sabato. Sono chiuse sì. Ma nutrono la speranza, o forse dovremmo dire la certezza, dell'imminente Resurrezione, di una Vita nuova, che è quella vera, allorquando quell'enorme masso sarà rimosso per la potenza di Dio. Allora ci sarà la risposta a quell'invocazione!
In questo giorno, contempliamo l’attesa della Vergine Maria, invocandola come Addolorata e Desolata, con questa bellissima preghiera di S. Bonaventura da Bagnoregio.



PREGHIERA DI SAN BONAVENTURA
ALLA BEATA VERGINE
MARIA SANTISSIMA ADDOLORATA

Per quei singulti e sospiri e indicibili lamenti, indizi dell'afflizione in cui era il vostro interno, o Vergine gloriosissima, quando vedeste tolto dal vostro seno e chiuso nel sepolcro il Vostro Unigenito, delizia del vostro cuore, rivolgente, ve ne preghiamo, quei vostri occhi pietosissimi a noi miseri figli di Eva, che nel nostro esilio, e in questo misera valle di pianto a Voi innalziamo calde suppliche e sospiri. Voi dopo questo lagrimevole esilio fateci vedere Gesù, frutto benedetto delle vostre caste viscere. Voi con gli eccelsi vostri meriti impetrateci di potere in punto di nostra morte esser muniti dei Santi Sacramenti della Chiesa, per terminare i nostri giorni con una morte felice, ed essere finalmente presentati al divin Giudice, sicuri di essere misericordiosamente assoluti. Per grazia dello stesso Signor nostro Gesù Cristo, Vostro Figliuolo, il quale Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Così sia.

giovedì 7 settembre 2017

sabato 4 marzo 2017

Nel "Deserto della Quaresima"


Deserto della Giudea: il luogo in cui Gesù vinse le tentazioni

(Cliccare sull'immagine per il video)




Monastero ortodosso del Monte della Quarantena, luogo delle Tentazioni di Gesù, non lontano da Gerico

In salita verso il Monastero .... dalla funivia

Epigrafe greca posta sulla massiccia porta di ferro del Monastero





Interno della c.d. Grottd i Gesù, all'interno del Monastero. Sotto l'altare vi è la roccia, che, secondo la Tradizione, fu utilizzata da Gesù per riposarsi durante i 40 giorni nel deserto e su cui ricevette la prima Tentazione

lunedì 15 febbraio 2016

Card. Sarah: "Il silenzio nella liturgia. Per dire sì al Signore"

Nella festa dei SS. Faustino e Giovita, martiri, rilancio quest’interessante contributo del card. Sarah sul valore del silenzio in liturgia. Un tema quantomeno opportuno ed indicato in questo tempo quaresimale.


Il silenzio nella liturgia

Per dire sì al Signore

Nel seguente articolo, che riprendiamo da L’Osservatore Romano del 30 gennaio scorso, il cardinal Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti affronta il senso del silenzio nella liturgia romana. Il suo discorso si articola intorno a quattro assi portanti: il silenzio come valore ascetico cristiano, il silenzio come condizione della preghiera contemplativa, il silenzio previsto dalle norme liturgiche, l’importanza del silenzio per la qualità della liturgia.

Molti fedeli si lamentano giustamente per l’assenza di silenzio in alcune forme di celebrazione della nostra liturgia.
È quindi importante ricordare il significato del silenzio come valore ascetico cristiano e come condizione necessaria per una preghiera profonda e contemplativa, senza dimenticare che nella celebrazione della santa Eucaristia sono ufficialmente previsti tempi di silenzio, al fine di mettere in evidenza la sua importanza per un rinnovamento liturgico autentico.
In senso negativo, il silenzio è l’assenza di rumore. Il silenzio virtuoso — o meglio mistico — deve essere ovviamente distinto dal silenzio riprovevole, dal rifiuto di rivolgere la parola, dal silenzio di omissione per codardia, egoismo o durezza di cuore. Beninteso, il silenzio esteriore è un esercizio ascetico di padronanza nell’uso della parola. L’ascesi è un mezzo indispensabile che ci aiuta a togliere dalla nostra esistenza tutto ciò che l’appesantisce, vale a dire ciò che ostacola la nostra vita spirituale o interiore e che dunque costituisce un ostacolo per la preghiera. Sì, è proprio nella preghiera che Dio ci comunica la sua vita, ossia manifesta la sua presenza nella nostra anima irrigandola con i flutti del suo amore trinitario, il Padre attraverso il Figlio nello Spirito santo. E la preghiera è essenzialmente silenzio.
I libri sapienziali dell’Antico Testamento traboccano di esortazioni volte a evitare i peccati della lingua (soprattutto la maldicenza e la calunnia).
I libri profetici, da parte loro, evocano il silenzio come espressione del timore reverenziale verso Dio; si tratta allora di una preparazione alla teofania di Dio, vale a dire alla rivelazione della sua presenza nel nostro mondo. Il Nuovo Testamento non è da meno. Di fatto contiene la lettera di Giacomo che è ancora indubbiamente il testo chiave riguardo al controllo della lingua (cfr. Giacomo 3, 1-10). Gesù stesso ci ha messo in guardia contro le parole malvagie, che sono l’espressione di un cuore depravato (cfr. Matteo 15, 19) e anche contro le parole oziose, di cui dovremo rendere conto (cfr. Matteo 12, 36).
In realtà, il vero e buon silenzio appartiene sempre a chi vuole lasciare il proprio posto agli altri, e soprattutto al totalmente altro, a Dio.
Il rumore esteriore invece caratterizza l’individuo che vuole occupare un posto troppo importante, che vuole pavoneggiarsi o mettersi in mostra, o che vuole colmare il suo vuoto interiore.
Nel vangelo si dice che il Salvatore stesso pregava nel silenzio, soprattutto di notte (cfr. Luca 6, 12), o si ritirava in luoghi deserti (cfr. Luca 5, 16; Marco 1, 35). Il silenzio è tipico della meditazione della Parola di Dio; lo si ritrova soprattutto nell’atteggiamento di Maria dinanzi al mistero di suo Figlio (cfr. Luca 2, 19-51).
Il silenzio è soprattutto l’atteggiamento positivo di chi si prepara ad accogliere Dio attraverso l’ascolto.
Sì, Dio agisce nel silenzio. Da qui l’importante osservazione di san Giovanni della Croce: «Il Padre dice una sola Parola: è il suo Verbo, il Figlio suo. La pronunzia in un eterno silenzio ed è solo nel silenzio che l’anima può intenderla» (Massime, 147). Bisogna quindi fare silenzio: e si tratta di una attività, non di una oziosità. Se il nostro “cellulare interiore “ risulta sempre occupato, perché stiamo “conversando” con altre creature, come può il Creatore avere accesso a noi, come può “chiamarci”?
Dobbiamo dunque purificare la nostra intelligenza dalle sue curiosità, la nostra volontà dai suoi progetti, per aprirci completamente alle grazie di luce e di forza che Dio vuole donarci in abbondanza: «Padre non sia fatta la mia, ma la tua volontà». “L’indifferenza” ignaziana è dunque anch’essa una forma di silenzio.
La preghiera è una conversazione, un dialogo con Dio uno e trino: se, in certi momenti, ci si rivolge a Dio, in altri si fa silenzio per ascoltarlo.
Non sorprende quindi che si debba considerare il silenzio come una componente importante della liturgia.
Certo, i riti orientali — che non sono di competenza della mia Congregazione — non prevedono tempi di silenzio durante la divina liturgia.
In Occidente, invece, in tutti i riti (romano, romano-lionese, certosino, domenicano, ambrosiano, e così via) la preghiera silenziosa del prete non viene sempre affiancata dai canti del coro o dei fedeli. La messa latina quindi include da sempre tempi di assoluto silenzio. Il concilio Vaticano II ha mantenuto un tempo di silenzio durante il sacrificio eucaristico. Così la costituzione sulla liturgia Sacrosanctum concilium, al numero 30 ha decretato che «per promuovere la partecipazione attiva si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio».
L’Ordinamento generale del messale romano di Paolo VI, ripubblicato nel 2002 da Giovanni Paolo II, ha precisato i numerosi momenti della messa in cui bisogna osservare il silenzio: «La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l’atto penitenziale e dopo l’invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l’omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica. Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia e nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione» (n. 45).
Il silenzio dunque non è affatto assente dalla forma ordinaria del rito romano, quantomeno se si seguono le sue prescrizioni e ci si ispira alle sue raccomandazioni. Inoltre, al di fuori dell’omelia, occorre bandire qualsiasi discorso o presentazione di persone durante la celebrazione della santa messa. Di fatto bisogna evitare di trasformare la chiesa, che è la casa di Dio destinata all’adorazione, in una sala da spettacolo in cui si va ad applaudire attori più o meno bravi in base alla loro capacità più o meno grande di comunicare, secondo un’espressione che si sente spesso nei media.
Bisogna sforzarsi di capire le motivazioni di questa disciplina liturgica sul silenzio e impregnarsene. Alcuni autori particolarmente qualificati possono aiutarci in questo ambito e riuscire a convincerci della necessità del silenzio nella liturgia. In primo luogo monsignor Guido Marini, maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, che esprime il principio generale in questi termini: una liturgia «ben celebrata, con il linguaggio che le è proprio, in diverse sue parti, deve prevedere una felice alternanza di silenzio e parola, dove il silenzio anima la parola, permette alla voce di risuonare con straordinaria profondità, mantiene ogni espressione vocale nel giusto clima del raccoglimento. Il silenzio richiesto, pertanto, non è da considerarsi alla stregua di una pausa tra un momento celebrativo e il successivo. È da considerarsi piuttosto come un vero e proprio momento rituale, complementare alla parola, alla preghiera vocale, al canto, al gesto».
Il cardinale Joseph Ratzinger, nella sua celebre opera Lo spirito della liturgia, osservava già che «il grande mistero che supera ogni parola c’invita al silenzio. E il silenzio, è evidente, appartiene anche alla liturgia. Occorre che questo silenzio sia pieno, che non sia semplicemente assenza di discorso o di azione. Ciò che ci aspettiamo dalla liturgia è che ci offra questo silenzio sostanziale, positivo, in cui possiamo ritrovare noi stessi. Un silenzio che non è una pausa in cui mille pensieri e desideri ci assalgono, ma un raccoglimento che ci porta pace interiore, che ci lascia respirare e scoprire l’essenziale».
Si tratta dunque di un silenzio in cui guardiamo semplicemente Dio, in cui lasciamo che Dio ci guardi e ci avvolga nel mistero della sua maestà e del suo amore.
Sempre il cardinale Ratzinger menzionava alcuni momenti di silenzio particolari. Ecco un esempio: «Anche il momento dell’offertorio si può svolgere in silenzio. Questa pratica in effetti si confà alla preparazione dei doni e non può che essere feconda, purché la preparazione sia concepita non solo come un’azione esteriore, necessaria allo svolgimento della liturgia, ma anche come un percorso essenzialmente interiore; si tratta di unirci al sacrificio che Gesù Cristo offre al Padre» (ivi). Vanno biasimate in tal senso le processioni di offerte, lunghe e rumorose, che includono danze interminabili, in alcuni Paesi africani. Si ha l’impressione di assistere a esibizioni folcloristiche, che snaturano il sacrificio cruento di Cristo sulla croce e ci allontanano dal mistero eucaristico.
Occorre pertanto insistere sul silenzio dei laici durante la preghiera eucaristica, come precisa monsignor Guido Marini: «Quel silenzio non significa inoperosità o mancanza di partecipazione. Quel silenzio tende a far sì che tutti entrino nell’atto di amore con il quale Gesù si offre al Padre sulla croce per la salvezza del mondo. Quel silenzio, davvero sacro, è lo spazio liturgico nel quale dire sì, con tutta la forza del nostro essere, all’agire di Cristo, così che diventi anche il nostro agire nella quotidianità della vita».

Card. Robert Sarah

L’Osservatore Romano, 30 gennaio 2016

Fonte: Chiesa e postconcilio, 13.2.2016

venerdì 27 novembre 2015

Il silenzio del Carmelo, pegno di vittoria

In un momento di forte crisi e scandali, che hanno attinto pure l’ordine del Carmelo nell’Urbe, va ribadita quella che è la spiritualità carmelitana, fatta di silenzio, di preghiera e di clausura, tanto da far chiamare i carmelitani, che non hanno ceduto alle lusinghe della modernità e son rimasti fedeli alla regola originaria della riforma dei SS. Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, “alunni della morte” (cfr. qui).
Nella festa della Manifestazione della Beata Vergine Maria Immacolata della Medaglia Miracolosa, rilancio questo contributo tratto da Chiesa e postconcilio.












Il silenzio del Carmelo, pegno di vittoria

Tu che conosci colui che in questo istante sta peccando, colpisci me per lui, e così forte che possa pentirsi”. (Una monaca carmelitana, tratto dal radio-documentario Clausura di Sergio Zavoli, 1958)

Chi non crede alla preghiera non può considerarci che impostori o parassiti della società. Se lo dicessimo più francamente al mondo ci faremmo capire meglio”.
(I dialoghi delle carmelitane, George Bernanos)

In questi giorni di fragore e desolazione, le nostre anime non possono che essere intorbidite e soffocate dal livore mediatico e dalle propaggini di odio indiretto verso la Chiesa e la Fede cattolica. Dedurne i motivi è piuttosto facile: dove non abbiamo letto le accuse sommarie, le presunte condanne infallibili verso le crociate e verso il passato militante della cristianità? 
Dove non abbiamo letto, con sguardo perplesso, considerazioni storiche sull’evoluzione del ‘sentimento della violenza’ nel mondo cristiano, il quale con l’avvento dei Lumi – dal chiarore opaco – è stato ricondotto nei ranghi di una giusta morale? Abbiamo esitato, abbiamo provato vergogna, spesso per viltà non ci siamo saputi difendere. Molto più spesso, e cosa ancor più grave, non abbiamo avuto prìncipi e generali degni per poterci difendere. Esiste, tuttavia, nel cuore della Chiesa, anche durante questa tempesta devastatrice, un luogo di speranza, un esercito orante di intrepide anime senza paura. La sua storia ha origini lontane, così lontane da indurre a pensare che esso sia sempre esistito. È l’ordine dei fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo; l’intera famiglia carmelitana che con la grande riforma teresiana del 1500 si è imposto come uno dei pilastri portanti della Santa Chiesa.
Sul modello del profeta Elia – considerato dai suoi figli padre dell’ordine – ben presto i monaci eremiti si ritirarono nei primi secoli della cristianità sul monte Carmelo, in Palestina, per onorare in modo tutto particolare la Beata Vergine Maria. Nel 1251, il 16 luglio, la Regina degli Angeli concesse a coloro che già si degnavano dell’onore dell’appellativo di ‘fratelli della Beata Vergine’, un pegno di amore : lo scapolare, conosciuto anche come ‘abitino della Madonna’. Esso è costituito da due rettangoli in lana bruna uniti da due cordicelle; il suo nome che deriva dal latino scapula (“spalla”) ne indica le modalità di vestizione – sulle spalle appunto. Si tratta in effetti di una riduzione del grande scapolare portato dagli stessi frati. A questo semplice oggetto, la Santa Vergine ha annesso la promessa della salvezza eterna per coloro che ne saranno rivestiti al momento della morte. Da sempre per secoli e secoli la Cristianità, nell’espressione autorevole dei Sommi Pontefici, si è affidata a quest’arma potente al pari del Santo Rosario offerto dalla Madre del Cielo all’ordine domenicano[1].
Nonostante la fiorente diffusione e solidità dell’ordine, che nello scapolare aveva trovato un segno di protezione celeste e di elezione mariana, dopo lunghi secoli i frati eremiti furono costretti a spostarsi in Europa. Essi dovettero abbandonare la vita solitaria e la meditazione costante della legge divina a causa dell’invasione maomettana in Oriente. Giunsero, così, in Europa dove col passare del tempo e in seguito ai grandi sconvolgimenti storici che colpirono la Cristianità tra il Basso Medioevo e l’inizio dell’età moderna, i religiosi invocarono la necessità di mitigare la regola dell’ordine al fine di consacrarsi più efficacemente alla vita apostolica. Nel 1431, SS. papa Eugenio IV accordò all’ordine una revisione degli statuti (detta anche “regola mitigata”).
Quando nel 1535 Térésa de Ahumada (la futura santa Teresa D’Avila) entra nel monastero della sua città, obbedisce, appunto, a questa regola. Dopo venti anni di vita monastica, sollecitata da grazie mistiche e vinta in una lunga battaglia interiore dalla volontà del Signore, la grande mistica spagnola, sostenuta da San Giovanni della Croce, opera finalmente l’imponente opera di riforma dell’ordine che ci donerà il Carmelo tale quale noi lo conosciamo oggi. Da allora, l’ordine non ha conosciuto crisi (se si eccettuano alcune deviazioni degli ultimi cinquant’anni), ma ha anzi moltiplicato il numero di anime sante offerte alla Chiesa: Teresa di Lisieux, le martiri carmelitane di Compiègne, Elisabetta della Trinità, Maria di Gesù Crocifisso, Edith Stein per citare solo alcuni nomi.
Al di là delle ricostruzioni storiche, sarà forse di più utile sostegno spirituale definire le finalità proprie del Carmelo. La gravità del momento storico sembra imporcelo e – quasi – suggerircelo, persi come siamo nel chiasso del mondo secolare e della tragicità degli eventi.
Il Carmelo (il cui significato in ebraico è ‘giardino di Dio’) è sostanzialmente l’ordine di Maria. Esso non potrebbe esistere senza la Sua materna protezione e possiamo dire – non senza audacia – che l’ordine trovi anzitutto in Lei la Sua fondatrice. Questa consustanzialità nella vita religiosa non si manifesta nella pratica devozionale (che di per sé è molto semplice e spoglia, piuttosto dissimile dall’amore liturgico tipico dell’ordine benedettino ad esempio), ma in un’attitudine diffusa e aleggiante nella vita di ogni membro dell’ordine. Maria è la più grande orante, la più coraggiosa penitente, la più profonda contemplativa, la più fine teologa: queste quattro finalità sono racchiuse nella vita del Carmelo. Esse devono essere perseguite e offerte per la Chiesa. I sacrifici e le orazioni dell’ordine trovano, infatti, nei sacerdoti e nel corpo apostolico (teologi, predicatori, pontefici) il proprio fine ultimo. I figli del Carmelo non fanno altro che perpetuare la Passione di Maria ai piedi della Croce : come la Santa Madre vide nel sangue e nell’acqua sgorgati dal costato di Nostro Signore Gesù Cristo, il senso e l’oggetto della Sua missione – ovvero la Chiesa, sposa mistica di Suo Figlio – accettandone la proposta di maternità divina, così ogni figlio e figlia del Carmelo rivive nella propria anima questa particolare forma di oblazione e donazione di tutte le facoltà personali.
La vita del Carmelo è semplice quale lo scapolare che ne contraddistingue i membri. La grande austerità richiesta dalla regola (il silenzio è obbligatorio ad eccezione di due ricreazioni quotidiane in cui è concesso parlare, il digiuno monastico – che prevede l’astinenza perpetua dalle carni – si protrae per otto mesi l’anno, le doppie grate e il velo nero – che simboleggiano la clausura nel ramo femminile – impongono il distacco dal mondo esterno) è vissuta nella gioia e nella semplicità di giornate sempre uguali che prefigurano l’ineffabile Eternità. Nel ramo femminile dell’ordine questo aspetto è sensibilmente evidente, pur nei limiti di ciò che è concesso di vedere al mondo al di qua delle grate. Nel grande giardino degli ordini religiosi, la fisionomia del Carmelo si staglia proprio per la sua semplicità, che è una caratteristica da sempre attribuitagli: esso richiama l’infinita e imperscrutabile semplicità di Dio nella Santissima Trinità.
L’unicità della vita al Carmelo risiede particolarmente nell’orazione. Le costituzioni prescrivono due ore al giorno di orazione silenziosa. Si tratta di un pio esercizio o, per usare le parole di Santa Teresa d’Avila, di un “dolce commercio dell’anima, con Colui dal quale si sa di essere amati” : l’orazione è, in effetti, una meditazione prolungata in cui l’anima si rivolge con la libertà propria dei cristiani al suo Creatore. Essa con la mortificazione dello spirito e con una pratica eroica dell’obbedienza (definita da San Giovanni della Croce “la penitenza della ragione”) definisce i tratti essenziali della vita carmelitana. Il suo scopo è non solo la santificazione personale, ma, soprattutto, la salvezza delle anime e la libertà della Chiesa. Per un solo dialogo d’amore, per il sospiro di una singola monaca, per la consolazione di un solo istante, il Divin Prigioniero trova riposo e pace nelle anime rinchiuse nel sacro giardino.
Nel 1958, il giornalista Sergio Zavoli con il suo radio-documentario Clausura dà voce al Carmelo nei mezzi di comunicazione dell’epoca [2] (o è piuttosto il Carmelo a raggiungere, attraverso i misteri della Provvidenza divina, il mondo moderno). Per la prima volta gli ingombranti macchinari radiofonici valicano le mura di un monastero di clausura attraverso grate e ruote, mentre le religiose si occupano della registrazione e del commento delle consuetudini della vita monastica. Anche i frutti delle orazioni sono catturati dalla ripresa audio. La citazione in esergo a questo scritto ne è una prova. Essa riassume tutto lo spirito del Carmelo. Tra le chiacchiere mondane, tra il fracasso mediatico, tra l’inutilità degli sproloqui di politici e uomini dotti, il silenzio delle monache carmelitane brilla per eloquenza e nobiltà. Non vi è altra aspirazione per una monaca carmelitana se non di offrire se stessa a Dio per la salvezza del genere umano, sul modello di Cristo e della Sua Madre. Una preghiera silenziosa, che sboccia come un fiore all’interno di una vita tutta interiore, il vero giardino di Dio nelle nostre anime. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente (Lc, I, 49): nessuno potrà mai sondare in modo perfetto e profondo cosa ha operato il Creatore nell’anima della più amata fra tutte le creature, la Vergine Maria. Ciononostante, la Vergine ci indica una via regale di santità che sta nel nascondimento e nella lode costante del creatore. Per una carmelitana conformarsi a questa verità rivelataci dalle Scritture è la più santa e ammirabile delle ambizioni, poiché ha come modello la vita della Madre di Dio. Ciò ci permette altresì di capire quanto Dio si compiaccia, in ragione della Sua somma bontà, della preghiera silenziosa, della dichiarazione di amore spontanea, semplice e sincera di ciascuno di noi. La vita interiore intesa come unione perfetta nell’orazione costituisce la bellezza e la forza stessa del Carmelo. Nel racconto della sua vita, Santa Teresa D’Avila riporta che durante un dialogo col Signore, Egli disgustato dai disordini della società, dall’eresia e dalla tiepidezza degli uomini di Chiesa abbia detto: “Avrei distrutto il mondo, se non fosse per otto tue consorelle che sono sante”. A quali vette di carità e fede fossero arrivate queste otto prigioniere di Dio (spesso anche chiamate, a causa della reclusione, alunne della morte) non ci è dato sapere. Tuttavia, possiamo trarre da quest’episodio un grande insegnamento: Dio elargisce grazie con infinita generosità a coloro che – anche se pochi in numero – si affidano a lui con fiducia. Sostenuto dall’amore di Maria, il Carmelo e i suoi figli continuano la loro silenziosa battaglia e la loro esistenza è per noi pegno e sicurezza di vittoria in questa epoca infame, giacché Dio mai rifiuterà la preghiera di coloro che hanno compreso in profondità che tra le Sue più grandi consolazioni vi è quella di vedere la Sua Santa Madre amata, onorata e servita come fece Suo Figlio su questa terra.
Zelo zelatus sum pro Domino, Deo exercituum, quia dereliquerunt pactum tuum filii Israel, altaria tua destruxerunt et prophetas tuos occiderunt gladio; et derelictus sum ego solus, et quaerunt animam meam, ut auferant eam. (Liber Regum I, 19, 10-11)
“Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita” (motto dell’Ordine dei fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo)
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[1] Congiuntamente al ‘privilegio sabatino’ (la promessa della Vergine di liberare il sabato successivo alla morte chiunque portasse lo scapolare – le cui condizioni furono stabilite dai pontefici), lo scapolare è stato da sempre largamente consigliato dai papi. Lo scapolare e il privilegio sabatino non sono una prerogativa dei religiosi carmelitani. La Vergine stessa a Fatima ha suggerito e fortemente esortato i fedeli a questa particolare devozione, tra i cui frutti vi è quello di beneficare delle preghiere e dei sacrifici dell’intera famiglia carmelitana. Esiste inoltre un terz’ordine secolare carmelitano, in cui i laici si impegnano in una più intensa vita di orazione e di preghiera (che prevede ad esempio la recitazione del Piccolo Ufficio della Vergine). Per maggiori informazioni http://www.unavox.it/ScapolareDelCarmelo.htm.

[2] Due versioni del radio-documentario (del 1958 e del 1988) sono reperibili su Youtube : https://www.youtube.com/watch?v=jJSNp4Ax26Y, https://www.youtube.com/watch?v=_CWn05mQR8o.