Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 24 marzo 2018

Anniversario della morte dell'infame e sanguinaria Elisabetta I Tudor, illegittima figlia dell'empio Enrico VIII

Come ci ricorda un nostro amico, il 24 marzo 1603, vigilia della festa dell'Annunciazione e dell'Incarnazione del Verbo (che quest'anno a causa della settimana santa è tuttavia spostata al 9 aprile), di Colei cioè che da sola sconfisse tutte le eresie, moriva Elisabetta I Tudor, figlia illegittima dell'empio Enrico VIII e di Anna Bolena, eretica, fautrice di eretici, nemica di Dio e della sua Chiesa, sanguinaria massacratrice di Cattolici, scomunicata e deposta da papa S. Pio V.
Così a lei si rivolgeva sant’Edmund Campion, gesuita martirizzato il 1º dicembre 1581:




Fonte: Luca Fumagalli, Edmund Campion: gesuita e martire, in Radiospada, 29.6.2016

Anni dopo, questa profezia di questo martire troverà la sua piena realizzazione.
Ella, dopo aver regnato 40 e passa anni, avendo per questo fatto anche un patto col Diavolo (è ciò è plausibilissimo stante le sue frequentazioni con l'esoterista John Dee, che stregone, teurgo, astrologo e negromante alla corte di Elisabetta, noto per evocare spiriti maligni con l'ausilio della cabala ebraica ai quali chiedeva consiglio in materia politica e bellica per conto della regina stessa), giace ora - secondo l'autorevole voce di S. Alfonso Maria de' Liguori - all'Inferno, rimpiangendo quello scellerato patto ed aver buttato la sua vita per l'eternità in cambio della vanità del regno: 

"Il terzo rimorso del dannato sarà il vedere il gran bene, che ha perduto. Dice S. Giovanni Grisostomo che i presciti saranno più tormentati dalla perdita fatta del paradiso, che dalle stesse pene dell'inferno: «Plus coelo torquentur, quam gehenna». Disse l'infelice principessa Elisabetta regina d'Inghilterra: Diami Dio quarant'anni di regno, ed io gli rinunzio il paradiso. Ebbe la misera questi quarant'anni di regno, ma ora che l'anima sua ha lasciato questo mondo, che dice? certamente che non la sente così; oh come ora se ne troverà afflitta e disperata, pensando che per quarant'anni di regno terreno, posseduto fra timori ed angustie, ha perduto eternamente il regno del cielo." (Apparecchio alla morte, Cons. XXVIII, Punto III).


Autore sconosciuto, Ritratto di Elisabetta con serpente, 1580-90, National Gallery, Londra. V. QUI


Paul Delaroche, Morte di Elisabetta I, regina d'Inghilterra, 1828, Museé du Louvre, Parigi

domenica 18 febbraio 2018

In morte (eterna) dell'eresiarca Martin Lutero

Il 18 febbraio 1546 moriva a Eisleben, sua città natale, l'eresiarca Martin Lutero. Ricordiamo questo nemico di Dio con un divertente aneddoto riportato dal Bellarmino (anche Dio ed i Santi hanno il senso dell'humor!):

sabato 18 febbraio 2017

Mons. Schneider: "Lutero non è un testimone del Vangelo" (stralcio dell'intervista per Rorate caeli). In morte dell'eresiarca tedesco

Il 18 febbraio 1546 moriva suicida l’eretico Martin Lutero, dopo una notte di gozzoviglie. Vi sono varie “testimonianze”, protestanti e cattoliche, su questo ultimo gesto disperato di Lutero.
Qui, ci basti ricordare la principale; quella del suo servo personale, Ambrogio Kuntzell (o Kudtfeld) il quale, colpito nell’animo da quel terribile castigo di Dio sul suo padrone, finì col confessare tutte le particolarità! Ecco la sua testimonianza: «Martin Lutero, la sera prima della sua morte, si lasciò vincere dalla sua abituale intemperanza e con tale eccesso che noi fummo obbligati a portarlo via, del tutto ubriaco, e coricarlo nel suo letto. Poi, ci ritirammo nella nostra camera, senza nulla presagire di spiacevole! All’indomani, noi ritornammo presso il nostro padrone per aiutarlo a vestirsi, come d’uso. Allora - oh, quale dolore! - noi vedemmo il nostro padrone Martino appeso al letto e strangolato miseramente! Aveva la bocca contorta, la parte destra del volto nera, il collo rosso e deforme. Di fronte a questo orrendo spettacolo, fummo presi tutti da un grande timore! Non di meno corremmo, senza alcun ritardo, dai Prìncipi, suoi convitati della vigilia, ad annunziare loro quell’esecrabile fine di Lutero! Costoro, colpiti dal terrore come noi, ci impegnarono subito, con mille promesse e coi più solenni giuramenti, ad osservare, su quell’avvenimento, un silenzio eterno, e che nulla di nulla fosse fatto trapelare. Poi, ci ordinarono di staccare dal capestro l’orribile cadavere di Lutero, di metterlo sul suo letto e di divulgare, dopo, in mezzo al popolo, che il “maestro Lutero” aveva improvvisamente abbandonata questa vita»! Questo è il racconto della morte-suicida di Lutero, fatta dal suo domestico Kudtfeld; un “racconto” che fu pubblicato, ad Anversa, nel 1606, dallo scienziato Sédulius. Il dottor de Coster - subito chiamato! - fu lui che constatò che la bocca di Lutero era contorta, che la parte destra del suo viso era nera e che il collo era rosso e deforme, come se fosse stato appunto strangolato. Questa sua diagnosi la si può verificare su una incisione che Lucas Fortnagel fece subito il giorno dopo la morte di Lutero, e che fu pubblicata da Jacques Maritain nella sua opera: Tre riformatori, a pagina 49 (dell’edizione francese). Lutero, quindi, non morì di morte naturale, come si è falsamente scritto su tutti i libri di storia del protestantesimo, ma morì “suicida” nel suo stesso letto, dopo una lautissima cena in cui, come al solito, aveva bevuto smisuratamente e si era rimpinzato di cibo oltre ogni limite! Sopra il suo letto, un giorno, egli vi aveva scritto: «Papa, da vivo ero la tua PESTE; da morto sarò la tua MORTE»! (Pestis eram vivus, moriens ero mors tua).
Del resto, come poteva morire se non in modo così disperato chi aveva in orrore anche solo il leggere il canone della Messa e che il giorno della sua stessa ordinazione sacerdotale, mentre il suo Vescovo gli conferiva la potestà di consacrare (Accipe potestatem sacrificandi pro vivis et mortuis), si augurava che la terra l’inghiottisse (così ricorda Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia, 20018, con Introduzione di Antonio Pavan e Prefazione di Giovanni Battista Montini, pp. 52-53)?
Nonostante la sua morte suicida, non crediate che sia in Paradiso a godere il pegno dei giusti. Egli, infatti, giace all’Inferno, tormentato di continuo dai demoni, dopo aver rifiutato l’ultima ancora di salvezza che Dio gli aveva offerto. Come abbiamo già ricordato in altra occasione (v. qui).
A questo riguardo assai interessante è il dialogo – vero – tra Lutero e la moglie, la ex monaca Katharina von Bora, come ci è riportata da uno storico, al di sopra di ogni sospetto quale fu Jean-Marie-Vincent Audin, nella sua Storia della vita di Martin Lutero. Ecco la traduzione italiana: «Una sera, le stelle scintillavano di straordinario splendore, il cielo sembrava di fuoco … - Osserva come quei punti luminoso risplendono, disse Caterina a Lutero … Lutero alzò gli occhi – Oh! che viva luce! disse, essa non risplende per noi! – E perché? soggiunse Bora, forse che saremmo privati del regno de’ cieli? Lutero sospirò … - Forse, disse, per punirci perché abbiamo abbandonato il nostro stato - Bisognerebbe dunque ritornarvi? suggiunse Caterina. – È troppo tardi, il carro è impantanato, replicò il dottore, e ruppe il colloquio» (Jean-Marie-Vincent Audin, Storia della vita, delle opere e delle dottrine di Martino Lutero, vol. II, Milano 1842, p. 126. Nella versione francese, Id., Histoire de la vie, des écrits e des doctrines de Martin Luther, vol. II, Paris 1841, p. 278). Lutero aveva, dunque, rimorsi di coscienza per aver abbandonato i suoi voti? Dio, dunque, nella sua infinita misericordia, aveva offerto all’eresiarca un’ultima ancora di salvezza, nella speranza che lo spettacolo del cielo lo inducesse a pentimento ed a resipiscenza per il male commesso, per i voti infranti e per essere stato causa, con le sue empie, dottrine, della dannazione di molte genti ed intere generazioni di uomini.
Che sia dannato, poi, non lo diciamo noi. Ce l’attestano i mistici. Una di queste, come ricordavamo in altre occasioni, fu la Beata Maria Serafina Micheli, elevata agli onori degli altari nel maggio 2011 (v. qui e qui). Come ci racconta don Marcello Stanzione (v. Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele, nonché La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012), nel 1883, la mistica si trovava a passare per Eisleben, nella Sassonia, città natale di Lutero. Si festeggiava, in quel giorno, il quarto centenario della nascita del grande eretico (10 novembre 1483), che spaccò l’Europa e la Chiesa in due, perciò le strade erano affollate, i balconi imbandierati. Tra le numerose autorità presenti si aspettava, da un momento all’altro, anche l’arrivo dell’imperatore Guglielmo I, che avrebbe presieduto alle solenni celebrazioni. La futura beata, pur notando il grande trambusto non era interessata a sapere il perché di quell’insolita animazione, l’unico suo desiderio era quello di cercare una chiesa e pregare per poter fare una visita a Gesù Sacramentato. Dopo aver camminato per diverso tempo, finalmente, ne trovò una, ma le porte erano chiuse. Si inginocchiò ugualmente sui gradini ... d’accesso, per fare le sue orazioni. Essendo di sera, non s’era accorta che non era una chiesa cattolica, ma protestante. Mentre pregava le comparve l’angelo custode, che le disse: “Alzati, perché questo è un tempio protestante”. Poi le soggiunse: “Ma io voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio”. Dopo queste parole vide un’orribile voragine di fuoco, in cui venivano crudelmente tormentate un incalcolabile numero di anime. Nel fondo di questa voragine v’era un uomo, Martin Lutero, che si distingueva dagli altri: era circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e tutti, muniti di martelli, si sforzavano, ma invano, di conficcargli nella testa un grosso chiodo. La suora pensava: se il popolo in festa vedesse questa scena drammatica, certamente non tributerebbe onori, ricordi, commemorazioni e festeggiamenti per un tale personaggio. In seguito, quando le si presentava l’occasione ricordava alle sue consorelle di vivere nell’umiltà e nel nascondimento. Era convinta che Martin Lutero fosse punito nell’Inferno soprattutto per il primo peccato capitale, la superbia.
Vanno perciò rigettati, in quanto erronei, contrari alla fede, maleodoranti, perniciosi, storicamente falsi, che portano all’esaltazione di un’anima reproba ed al danno di tante anime, tutti quegli insegnamenti “magisteriali”, che dipingono l’eresiarca come un sincero cercatore di un rinnovamento spirituale della Chiesa, come un una persona profondamente religiosa che ardeva di ansia apostolica per la salvezza delle anime (forse chi lo dice dimentica i Discorsi conviviali dell’eresiarca … o che aveva avallato la bigamia: v. qui) o come personaggio il cui pensiero sarebbe asseritamente cristocentrico, un personaggio che aveva idee cattoliche, ecc. (su queste ed altri insegnamenti “magisteriali” sull’eresiarca, in piena continuità tra loro, cfr. Lutero e la Riforma: Bergoglio in continuità con Wojtyla e Ratzinger, in UCCRline.it, 16.2.2017). Nulla di più fallace ed erroneo. Non foss’altro perché – come ricordato con un aforisma in altra occasione - anche Lucifero aveva buone intenzioni (dal suo punto di vista ovviamente) ed iniziò bene: era un eccelso angelo! Pure Giuda Iscariota iniziò bene: era un discepolo prescelto da Gesù stesso! Pure Ario o Nestorio iniziarono bene (l’uno era prete e l’altro patriarca di Costantinopoli) ed avevano – inizialmente – idee cattoliche … . Chi dice questo non ha inteso che, nella logica del Vangelo, non è detto che chi inizia bene, finisca parimenti bene. Anzi, è vero il contrario. Nella storia della Chiesa, molti Santi hanno iniziato la vita da grandi peccatori, per poi finire bene. È la logica degli operai dell’ultim’ora.
Non a caso, peraltro, la Chiesa ha sempre invitato i fedeli ad invocare da Dio il dono della perseveranza finale, poiché il momento della morte è quello decisivo, più importante persino della nascita: è quello in cui ci si gioca l’eternità. Poco importa – dinanzi a Dio – cosa si sia stati in vita: ciò che conta è come ci si trovi, in rapporto a Dio, al momento della morte. Per questo, invochiamo la Vergine, nell’Ave Maria, di pregare per noi «adesso e nell’ora della nostra morte» (nunc et in hora mortis nostrae), stante la decisività di quell’istante finale nel quale è in gioco l’eternità.
Nel giorno della morte dell’eresiarca, perciò quanto mai appropriato è questo stralcio dell’intervista a Mons. Schneider, nel quale – in maniera chiara – ricorda come Lutero non possa essere definito un testimone del Vangelo. L’intervista è riportata in Rorate caeli, Feb. 16, 2017.

Lucas Cranach il Giovane, Lutero sul letto di morte, 1546, Niedersächsisches Landesmuseum, Hannover.
Il collo di Lutero appare rigonfio e livido: chiaro sintomo della sua morte da soffocamento


Katharina von Bora in abito da lutto, 1546

Martin Luther is Not A Witness to the Gospel Bishop Schneider on Vatican Document 



CFN Intro: On February 16 Rorate Caeli and Adelante la Fe posted a comprehensive video interview with the well-known conservative Bishop Athanasius Schneider of Kazakistan that runs about 48 minutes. The interview covered a myriad of topics, but CFN is spotlighting Bishop Schneider’s magnificent response regarding a recent Vatican document that names the heresiarch Martin Luther as a witness to the Gospel. We know you will benefit from Bishop Schneider’s forthright commentary (JV).

Question: A controversial document from the Pontifical Council for Christian Unity equates Saint Ignatius of Loyola and Saint Francis of Borgia with Martin Luther, calling him a witness to the Gospel. We as Catholics are aware of the serious damage Luther caused to the Church, what should be our position if our ecclesiastical authorities invite us to consider Luther as a witness to the Gospel?

Bishop Schneider. Well, this document is issued by the Pontifical Council for Christian Unity, this Council has no doctrinal authority. We have no need to take seriously this document, which is objectively wrong. It is against the evidence. We cannot put on the same level Luther and Saint Ignatius. This is a contradiction. Luther cannot be a witness to the Gospel, and the Church will not ask us to accept this because it is only a statement from the pontifical Council so it need not be taken seriously.
When we examine in sincerity and honesty Luther and his work, he caused immense damage to the entire Christianity. He divided Christianity. He is not a witness of the Gospel. He denied almost the entire previous tradition from 1500 years. This cannot be a witness to the Gospel who puts himself as the authority to interpret the Word of God. This is against the Faith which Christ gave us and which the apostles transmitted to us in a basic manner – to reject the Holy Tradition as really a fount of revelation and the entire thinking of the Church which the Holy Ghost guided in the dogmatic and doctrinal issues, and this is the case. Luther did not reject [merely] the disciplinary tradition, the pastoral tradition, but he rejected the fundamental doctrinal tradition of the Church. And the doctrinal tradition of the Church is the Gospel. This is Gospel. And when I reject the substance of the entire Apostolic and immutable constant tradition of the Church (in the case of Luther, 1500 years) I am rejecting the Gospel.
For example, in Kazakistan where I am living there was a holy martyr priest who was beatified, Blessed Oleksa Zarytsky whom my parents had known personally, he blessed me when I was a child. This priest was from the Byzantine Rite, but Catholic. And the Communist asked them not to deny Christ, not to deny the sacraments, but only to deny one point of the Gospel: the primacy of Peter, the papacy (which is in the Gospel). Blessed Oleksa told the tribunal, “If I would deny this point on the primacy of Peter, I will deny entire Gospel. I will be the anti-witness of the entire Gospel.” This is in our time, he died in 1963.
So, in the case of Luther, he rejected the heart of the Church, which is the Eucharist. He rejected the sacrificial essence and substance of the Eucharistic celebration, and this is the heart of the Church – the Eucharist. This is just one example. So how could one be a witness to the Gospel when he rejects the heart of the Church, the sacrificial nature of the Mass itself? 
Luther called the Mass an invention of the devil, a blasphemy. He called the papacy an invention of satan. How can we name this person as a witness? When we do this, we don’t believe in the sacrificial character of the Mass, or we don’t believe in the primacy of Peter, or we don’t believe in the Catholic manner of the unchangeable doctrinal tradition of the Church, or we are committing a lie and playing only a game of political correctness. This is very dishonest. Or we have an intellectual position of relativism, that truth and untruth are the same. And so in this case when this document from the Pontifical Council states that Luther is more or less the same level as St. Ignatius, they are putting truth and error at the same level. This is the position of philosophical and theological relativism. And this is very dangerous.
So I think we need not take this document seriously, because it has no doctrinal authority. It is in itself contradictory and completely wrong. This document will not last for many years. Because the Church is more powerful, the unchangeable truth is more powerful than this weak and very wrong document. It will pass away with time.

Fonte: Catholic Family News, Feb. 17, 2017

sabato 3 dicembre 2016

Un gran numero di anime va all’inferno a causa della mancanza di missionari. Parola di S. Francesco Saverio

Ecco quando i santi e la Chiesa parlavano chiaro, tenendo a cuore la salvezza delle anime e non il compiacimento del mondo ...

Un gran numero di anime va all’inferno a causa della mancanza di missionari

Dalle «Lettere» di San Francesco Saverio (eroico missionario in Asia) a Sant’Ignazio di Loyola

Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. Non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave ed i Comandamenti della legge divina.
Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali, come si dice, non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano né dire l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il regno dei cieli.
Perciò, non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono molto intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani.
Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti!
In verità moltissimi di costoro, turbati da questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore: «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?» (At 9, 6 volg.). Mandami dove vuoi, magari anche in India.

[Lett. 20 ott. 1542, 15 gennaio 1544; Epist. S. Francisci Xaverii aliaque eius scripta, ed. G. Schurhammer I Wicki, t. I, Mon. Hist. Soc. Iesu, vol. 67, Romae, 1944, pp. 147-148; 166-167 - Traduzione tratta da: “Liturgia delle Ore” - Libreria Poliglotta Vaticana - Edizioni Conferenza Episcopale Italiana].

sabato 15 ottobre 2016

Cosa pensa S. Teresa dei Luterani e di Lutero?


Fonte: Teresa d'Avila su Lutero: «Avrei dato mille volte la vita per salvare una fra le anime che là si perdevano», in Il Timone, 16.3.2016

Cfr. Lutero ‘commemorato’ come merita nelle parole di S. Teresa d’Avila, in Radiospada, 30.1.2016

Anonimo, Ritratto di S. Teresa maestra, Convento dei Carmelitani Scalzi, Treviso

domenica 15 novembre 2015

Dio è misericordioso ma è anche giusto. Ce lo ricorda S. Alfonso M. de' Liguori

Qualche giorno fa riportavamo un aforisma di S. Alfonso. Ora ne riproduciamo per intero il testo da cui era tratto:


Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (cap. 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: “Vis, imus, et colligimus ea?” Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: “In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum”. Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co’ peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: “Desperando, et sperando”. Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: “Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam”. Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?
Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. “Bonus est Deus, faciam quod mihi placet”, ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino (Tract. 33. in Io.). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.
Non dire, dice il Signore: Sono grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. “Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur” (Eccli. 5. 6). Nol dire, dice Dio; e perché? “Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius” (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che sono le miserazioni) sono finiti. Dio è misericordioso ma è anche giusto. “Ego sum iustus, et misericors”, disse il Signore un giorno a S. Brigida; “peccatores tantum misericordem me existimant”. I peccatori, scrive S. Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: “Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare”. Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P.M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. “Et misericordia eius timentibus eum”, come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: “Qui verus est in promittendo, verus est in minando”.
Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; “Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur” (Hom. 50. ad Pop. Antioch.). Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: “Sperat, ut peccet; vae a perversa spe” (In Ps. 144). Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. “Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit”. Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo!
Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesu-Cristo: “Fidit in lenitate magistri”. In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de’ cristiani (parlando degli adulti) si danna: “Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam” (Matth. 7. 13).
Chi offende Dio colla speranza del perdono, “irrisor est non poenitens”, dice S. Agostino. Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: “Deus non irridetur” (Galat. 6. 7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. “Quae enim seminaverit homo, haec et metet” (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. “Maledictus homo qui peccat in spe”. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: “Et spes illorum abominatio” (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono. (cfr. op. cit., Considerazione XVII – Abuso della divina misericordia, Punto I).

Fonte: S. Alfonso M. de’ Liguori, Apparecchio alla Morte cioè Considerazioni sulle Massime Eterne Utili a tutti per meditare, ed a’ sacerdoti per predicare, in “OPERE ASCETICHE” Vol. IX, CSSR, Roma 1965