Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 19 aprile 2020

L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più che la fede degli altri (S. Gregorio Magno)

Una riflessione sul Vangelo della Domenica in Albis (S. Giovanni XX, 19-31) tratta dalle Omelie sui Vangeli di San Gregorio Magno.


«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità.
Che cosa, fratelli, intravvedete in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto?
No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione.
Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!».
Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, hai creduto»? Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere.
Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

(S. Gregorio Magno, Om, 26, 7-9; PL 76, 1201-1202. da dontresal.altervista.org)

sabato 13 gennaio 2018

Card. Raymond L. Burke, “Omelia - Missa In Epiphania Domini”, 6 gennaio 2018

In questa Ottava dell’Epifania, Commemorazione del Battesimo di Nostro Signore, pubblichiamo l’omelia dettata dal card. Burke il 6 gennaio scorso, durante la solenne Messa Pontificale, presso la Chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini in Roma.



Costantino Sereno, Battesimo di Gesù, 1871, Casale Monferrato

Luigi Morgari, Battesimo di Gesù, 1878-87, Vigevano

Antonio Brilla - Carlo Costa, Battesimo di Gesù con Adamo, Eva e Battistero, 1888-89, Casale Monferrato

   



CARD. RAYMOND L. BURKE

OMELIA

MISSA IN EPIPHANIA DOMINI

CHIESA DELLA SS. TRINITÀ DEI PELLEGRINI
ROMA, 6 GENNAIO 2018

Is 60, 1-6
Mt 2, 1-12

Sia lodato Gesù Cristo!
La festa della Natività del Signore è inseparabilmente unita alla festa della Sua Epifania. Dio Figlio è nato dalla Vergine Maria per la salvezza del mondo e, perciò, tutto il mondo è attratto dalla luce che promana dal Suo Volto dal momento della Nascita. La stella che i Re Magi seguono simboleggia quella luce che attrae ogni uomo di buona volontà alla fonte di vera luce, alla fonte della verità e dell’amore divino: Dio Figlio Incarnato, il Bambino Gesù Nostro Salvatore.
Questa luce non ci attrae ad un qualcosa di passeggero, che può interessarci per qualche tempo, ma che poi svanisce. Questa luce ci attrae verso Dio stesso che è disceso dal cielo per abitare in mezzo a noi, per abitare nella Sua santa Chiesa per la nostra salvezza. Non possiamo mai esaurire la fonte di verità e d’amore alla quale la stella di Betlemme ci attrae. Conoscere, amare e servire il Signore abbraccia l’intero arco della nostra vita ed anticipa, già qui in terra, la vita eterna. Per questa ragione, seguendo la stella, portiamo con noi le nostre offerte da donare al Re dell’Universo.
Essenzialmente, portiamo i nostri cuori per donarli, per farli riposare per sempre, nel Suo Cuore Divino. Il Bambino Gesù si manifesta non come uno spettacolo passeggero, ma come la presenza fedele e duratura di Dio in mezzo a noi, della quale ogni uomo, nel suo intimo, ha fame e sete.
Il profeta Isaia ci illustra il profondo senso della festività odierna. Veramente, nella Natività, “la gloria del Signore brilla sopra” Gerusalemme, ma è una luce che illumina non soltanto i figli e le figlie di Gerusalemme, ma tutte le genti. Ecco le parole ispirate di Isaia: “Cammineranno le genti alla tua luce; i re allo splendore del tuo sorgere”. È la luce che conduce tutti gli uomini alla Chiesa, la vera Gerusalemme, dove Cristo continua sempre la Sua opera salvifica fino all’Ultimo Giorno.
Dom Prosper Guéranger medita la profezia di Isaia con queste parole:
O gloria infinita di questo gran giorno, nel quale comincia il movimento delle genti verso la Chiesa, la vera Gerusalemme! O misericordia del Padre celeste che si è ricordato di tutti i popoli sepolti nelle ombre della morte e del peccato! Ecco che la gloria del Signore si è levata sulla Città santa; e i Re si mettono in cammino per andarlo a contemplare. L’angusta Gerusalemme non può più contenere la calca di gente; è inaugurata un’altra città santa, e verso di essa si dirigerà la moltitudine dei gentili di Madian e d’Efa. Apri il seno nella tua materna gioia, O Roma! ... [L]’umanità intera viene a prendere nel tuo seno una nuova nascita. Apri le tue braccia materne, e accogli noi tutti che veniamo dal Mezzogiorno e dall’Aquilone portando l’incenso e l’oro a Colui che è il Re tuo e nostro.
La festa della manifestazione del Signore alle Nazioni ispira la perenne attività missionaria della Chiesa e l’unione di ogni cristiano a quest’opera missionaria. La Chiesa, quale Corpo Mistico di Cristo, non può cessare mai di andare incontro a tutte le Nazioni annunciando la verità e l’amore di Dio Incarnato, manifestando il Volto di Cristo visto per la prima volta dai Rei Magi a Betlemme.
Possiamo allora rivedere i nostri fratelli e le nostre sorelle del mondo nei Re Magi del Vangelo. Nonostante la loro distanza da Cristo o il loro ostinarsi a non volerLo raggiungere, il Signore li chiama a Sé e vuole l’offerta dei loro cuori. Essi debbono trovare in noi la testimonianza che la verità e l’amore si trovano già in questo mondo, in Cristo che è vivo e presente nella Chiesa per la salvezza di tutto il mondo. Offriamo questa testimonianza soprattutto ogni volta che ci avviciniamo all’altare del Sacrificio di Cristo per unire i nostri cuori al Suo glorioso Cuore trafitto.
Dom Prosper Guéranger coglie il senso del nostro pellegrinaggio terreno, riflettendo sulla manifestazione di Cristo, Re di tutti i cuori, quando i Rei Magi si avvicinarono alla mangiatoia di Betlemme:
I Magi, primizie della Gentilità, sono stati introdotti presso il gran Re che cercavano, e noi tutti li abbiamo seguiti... Tutte le fatiche di quel lungo viaggio che porta a Dio sono dimenticate; l’Emmanuele rimane con noi, e noi con lui. Betlemme, che ci ha ricevuti, ci custodisce per sempre, perché a Betlemme possediamo il Bambino, e Maria Madre sua... Supplichiamo questa Madre incomparabile di presentarci essa stessa il Figlio che è la nostra luce, il nostro amore, il nostro Pane di vita nel momento in cui ci avvicineremo all’altare verso il quale ci conduce la Stella della fede. Fin da questo momento apriamo i nostri tesori; teniamo in mano il nostro oro, il nostro incenso e la nostra mirra, per il Neonato. Egli gradirà questi doni con bontà, e non sarà in ritardo con noi. Quando ci ritireremo come i Magi, lasceremo come loro i nostri cuori sotto il dominio del divino Re, e anche noi per un’altra strada, per una via del tutto nuova, rientreremo in quella patria mortale che deve ancora trattenerci, fino al giorno in cui la vita e la luce eterna verranno a far sparire in noi tutto ciò che vi è di ombra e di tempo.
Dopo la Santa Messa di questa mattina, utilizzando i gessetti benedetti, segneremo le porte delle nostre abitazioni con la Croce di Cristo e le prime lettere dei nomi dei Rei Magi per significare che veramente le nostre case ed i nostri cuori appartengono a Cristo Re, che la nostra vita terrena è realmente un pellegrinaggio che conduce alla vita eterna e che attendiamo la consumazione del nostro pellegrinaggio terreno, al ritorno di Cristo Re nella gloria.
Oggi, nelle cattedrali del mondo, dopo il canto del Vangelo, si annuncia ai fedeli “il giorno della prossima festa di Pasqua”. Questo annuncio ci ricorda la finalità della Nascita e dell’Epifania del Signore: l’offerta della Sua vita sulla Croce per la salvezza del mondo. Questo annuncio ci ricorda che il Cuore di Cristo Re è stato trafitto dalla lancia del soldato Romano, dopo la Sua morte sulla Croce, per rimanere sempre aperto nella gloria al fine di ricevere il dono dei nostri cuori.
Condotti dalla stella della Fede all’altare sul quale Cristo Re non cessa mai di rendere sacramentalmente presente il Suo Sacrificio sul Calvario, eleviamo i nostri cuori, uniti al Cuore Immacolato di Maria, al Suo glorioso Cuore trapassato. Offrendo il tesoro dei nostri cuori al Cuore Eucaristico di Cristo, questi saranno purificati da tutto ciò che non è di Dio e saranno fortificati per perseverare nel seguire la stella della Fede che ci porta sempre a Dio Padre, nel Suo Figlio Unigenito Incarnato, per opera dello Spirito Santo. Così, nel pellegrinaggio della nostra vita terrena, rimarremo con Cristo, vivo nella Chiesa, sulla via che ci conduce alla mèta del nostro pellegrinaggio: la vita eterna alla presenza di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – insieme con gli angeli e tutti i santi. Allora, con i Rei Magi, proveremo “una gioia grandissima”, una gioia che è eterna; mentre adesso, sempre insieme ai Rei Magi, prostriamoci e adoriamo il Signore. 

Cuore di Gesù, Re e centro di tutti i cuori, abbi pietà di noi.
O Maria, Regina concepita senza peccato originale, prega per noi.
San Giuseppe, Sposo della Madre di Dio, prega per noi.
O Santi Re Magi, pregate per noi.
San Filippo Neri, prega per noi.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Così sia. 

venerdì 28 aprile 2017

Omelia di Sua Ecc.za Mons. Pozzo a Bari in occasione del V Pellegrinaggio Regionale Pugliese "Summorum Pontificum", Bari, 24 aprile 2017

Pubblichiamo in anteprima assoluta l’omelia dettata da Sua Ecc.za Mons. Guido Pozzo in occasione del V Pellegrinaggio Regionale Pugliese Summorum Pontificum, svoltosi a Bari, presso la Basilica di S. Nicola, lo scorso 24 aprile.








SUA ECC.ZA REV.MA MONS. GUIDO POZZO

ARCIVESCOVO TITOLARE DI BAGNOREGIO,
SEGRETARIO DELLA PONTIFICIA COMMISSIONE
“ECCLESIA DEI”

BASILICA PONTIFICIA DI S. NICOLA
Bari, 24 aprile 2017

OMELIA

Cari fratelli e sorelle,

siamo qui riuniti per celebrare la Santa Messa nell’anno del decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio di Benedetto XVI Summorum Pontifìcum, con il quale il Papa ha ridonato alla Chiesa la forma antica e plurisecolare del Rito Romano. Il nostro tempo è segnato da un’inaudita e quasi generale crisi liturgica ed eucaristica, a causa della negligenza pratica della verità che l’Eucaristia è il tesoro dell’altare della Croce e della maestà ineffabile di Dio. Nessun’altra azione compiuta dai fedeli cristiani è così santa ed è così divina come questo tremendo mistero. Nella Santa Messa ogni giorno l’ostia vivificante viene dai sacerdoti immolata a Dio sull’altare e appare chiaro che si deve usare ogni impegno e diligenza perché esso possa essere celebrato con la maggior purezza e trasparenza interiore e con atteggiamento esteriore di devozione e di pietà. Queste parole del Concilio di Trento rimangono attuali oggi più che mai.

Senza mettere in competizione i due usi dello stesso Rito Romano, la celebrazione della Messa nel Vetus Ordo, attraverso il silenzio, la riverenza e la partecipazione contemplativa, attraverso le sue ripetute genuflessioni, ci ricorda che il nostro orizzonte non è quello terreno, ma quello celeste; ci ricorda che nulla è possibile senza il sacrificio di Cristo e che la via soprannaturale della grazia è essenzialmente “mistero”.

Benedetto XVI ha dato alla Chiesa una possibilità, un tesoro, una ricchezza in più da riscoprire; questa legge universale della Chiesa, promulgata dal Motu Proprio, entra così di diritto nella vita normale della Chiesa, perché forma extraordinaria non vuol dire eccezionale o rara, ma speciale, che va conservata con il debito onore per il suo uso universale e antico.

Celebrare questa ricorrenza vuol dire anche riflettere sulla realtà dei nostri tempi. Nella coscienza degli uomini di oggi la liturgia e in genere le cose di Dio non sono avvertite come urgenti. Negli anni successivi al Concilio Vaticano II il malinteso della riforma liturgica portò sempre più a mettere l’accento sull’attività della comunità cristiana e sulla creatività nella liturgia. La cosa più importante è diventata il fare degli uomini, oscurando il primato della grazia e della presenza di Dio.

In realtà la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e nella vita della Chiesa. La causa più profonda della crisi che la Chiesa vive oggi risiede innanzitutto nell’oscuramento del primato di Dio nella liturgia. La riscoperta del Rito Romano nell’uso antico, così come la liturgia celebrata nell’Oriente cristiano - sia cattolico sia ortodosso- sono di grande aiuto a mettere in risalto la centralità del mistero di Dio e di Cristo salvatore nella sacra liturgia e così anche nella vita dei cristiani.

Ed è fortemente provvidenziale che il decimo anniversario della promulgazione del M.P. Summorum Pontificum cada nella ricorrenza del centenario delle apparizioni della Madonna di Fatima. I messaggi di Fatima sono sempre attuali perché ci parlano della salvezza, della conversione e della fiducia nella potenza misericordiosa di Dio. Il mondo in cui viviamo è apparentemente allegro, ma in realtà infinitamente triste, colpito dal relativismo, dall’edonismo e dal secolarismo che è penetrato persino nella stessa comunità cristiana, in un mondo ferito dalla violenza e contaminato dal peccato. Il messaggio di Fatima risponde a questo mondo con la forza della preghiera, e in particolare col Santo Rosario, con la devozione al Cuore Immacolato di Maria, con la penitenza e l’offerta di se stessi per la redenzione dei peccatori.

Queste parole non si sentono più tanto spesso nella predicazione, nella catechesi e nel linguaggio comune dei cristiani e degli stessi sacerdoti. Ma queste parole sono invece essenziali, fondamentali e incancellabili per un vero cattolico.

E non possiamo trascurare che la nostra Madre celeste ha voluto apparire, a Fatima come a Lourdes, a dei bambini e a dei bambini poveri. Qual’ è il significato di questo fatto ? La risposta è che la Madonna ha voluto rivelarci il segreto del suo Cuore immacolato. E il segreto è nient’altro che il Vangelo, ma quale Vangelo? Il Vangelo senza compromessi, senza accomodamenti con lo spirito del mondo. Il Vangelo di Gesù Cristo non è aperto ai venti e alle opinioni o correnti di pensiero che ritengono che tutte le religioni si equivalgono e che non accettano norme morali assolute. Il Vangelo è la Buona Notizia che la salvezza è giunta in Gesù, vero Dio e vero uomo. E il Vangelo porta con sé la vera dottrina e la vera morale, che è sapienza e santità di vita. E a questo annuncio l’uomo deve rispondere con la conversione del cuore e della vita per ottenere la salvezza.

Noi sappiamo che i beati Francesco e Giacinta di Fatima hanno preso talmente sul serio l’annuncio del Vangelo, che ogni giorno offrivano sacrifici per la conversione dei peccatori. Il pressante invito oggi, mentre rendiamo grazie per la Liturgia antica restituita alla Chiesa e per l’avvenimento mariano di Fatima, è di accogliere con gioia il mistero del sacro e le realtà spirituali della conversione e della penitenza, nella nostra vita e nel nostro apostolato cristiano, perché esse sono presenti nella croce di nostro Signore Gesù Cristo, che professiamo come unico Signore e Salvatore del mondo. Sia lodato Gesù Cristo.

sabato 22 ottobre 2016

Card. Raymond L. Burke: “Homilia In Festo Sanctæ Theresiæ a Jesu, Virginis”, Abb. Strahov, 15 oct. 2016

Rilanciamo volentieri l’Omelia – in inglese – tenuta dal card. Burke nella festa di S. Teresa d’Avila, presso l’abbazia premostratense di Strahov, in Praga, dove sono conservate le spoglie di San Norberto, fondatore dell’ordine.

FEAST OF SAINT TERESA OF AVILA, VIRGIN

BASILICA OF THE ASSUMPTION OF THE BLESSED VIRGIN MARY

PREMONSTRATENSIAN ABBEY OF STRAHOV

PRAGUE

15 OCTOBER 2016

2 Cor 10, 17-18; 11, 1-2
Mt 25, 1-13

HOMILY

Praised be Jesus Christ! 
Now and for ever.

It brings me profound joy to offer the Pontifical Mass in this most beautiful church dedicated to Our Savior and to His Immaculate Mother under her title of the Assumption. I am grateful to almighty God Who has granted me to make pilgrimage to the historic Premonstratensian Abbey of Strahov and to pray at the tomb of Saint Norbert. I thank Father Abbot and all of the canons of the Abbey for their most warm hospitality, and I thank all who have prepared so well the celebration of the Pontifical Mass. In a particular way, I thank the Institute of Christ the King Sovereign Priest for providing the assistance for the Pontifical Mass, even as I am deeply grateful for the presence of Monsignor Gilles Wach, the Founder of the Institute. With deepest esteem and gratitude, I acknowledge the presence of Knights and Dames of the Grand Priory of Bohemia of the Sovereign Military Order of Malta, of which I am privileged to be the Cardinal Patron. I take the occasion to express once again my gratitude to Lucie Cekotova and to all who have worked with her to organize my visit to your beloved homeland, the Czech Republic. In deepest gratitude, I offer the Holy Mass for the intentions of the Church in the Czech Republic and the intentions of Strahov Abbey.
Today, we celebrate the feast of Saint Teresa of Avila, Virgin and Doctor of the Church. We recall the heroic sanctity of her life and its many fruits, including the reform of the Carmelite Order, which she carried out together with Saint John of the Cross, and her spiritual writings which continue to inspire and strengthen many souls to seek more perfect union with God. The life and death of Saint Teresa open our eyes to contemplate the mystery of Christ’s love, which is daily at work in our souls. Dom Prosper Guéranger, commenting on today’s feast, extolled the great gift of her spiritual writings:
Having arrived at the mountain of God, she described the road by which she had come, without any pretension but to obey him who commanded her in the name of the Lord. With exquisite simplicity and unconsciousness of self, she related the works accomplished for her Spouse; made over to her daughters the lessons of her own experience; and described the many mansions of that castle of the human soul, in the centre of which, he that can reach it will find the holy Trinity residing as in an anticipated heaven. No more was needed: withdrawn from speculative abstractions and restored to its sublime simplicity, Christian mysticism again attracted every mind; light reawakened love; the virtues flourished in the Church; and the baneful effects of heresy and its pretended reform were counteracted.[1]

Christ called Saint Teresa to give herself totally – in every fiber of her being – to Him, in order that she might bring His light and love to her brothers and sisters. From His glorious pierced Heart, Christ poured forth the sevenfold gift of the Holy Spirit into the heart of Saint Teresa, so that, she, as His bride through religious profession, could be the effective sign and instrument of His pure and selfless love.
Reflecting upon her life in Christ, we come to understand the words of Saint Paul in his Second Letter to the Corinthians. Addressing the members of the Church at Corinth, who had come to life in Christ through Saint Paul’s sacred ministry, Saint Paul declares: “[F]or I am jealous of you with the jealousy of God. For I have espoused you to one husband, that I may present you as a chaste virgin to Christ” (2 Cor 11, 2). The grace of the Holy Spirit, which came into the life of Saint Teresa of Avila and comes into our lives through the Apostolic ministry, espouses the Church as His Bride to Christ, her one and only Bridegroom. The jealousy of Saint Paul for the members of the Church is the jealousy of Christ Who does not want anyone who has become one with Him through faith and baptism to stray from Him and, thus, lose the gift of eternal salvation in Him.
The Parable of the Ten Virgins helps us to understand the mystery of Christ’s life at work in the life of Saint Teresa and in each of our lives, producing a rich harvest of holiness of life (cf Mt 15, 1-13). At the same time, it makes clear that Christ’s life in us depends upon our free response, our response of love to His immeasurable and ceaseless love of us in the Church. The wise virgins treasure, most of all, their consecration to the bridegroom and, therefore, they take care that their lamps always burn brightly to receive the bridegroom at his coming. So, too, we who belong totally to Christ, by the works of His love, keep ourselves ready to meet Christ at His Coming, both in the circumstances of our daily Christian life but also on the Last Day, when He will return in glory to restore all creation to the Father. Like the wise virgins, we know that there is nothing more important than to be vigilant, at all times, in waiting for Christ and in welcoming Him into our lives. Our Lord speaks to us at the conclusion of the Parable of the Virgins: “Watch therefore, for you know neither the day nor the hour” (Mt 25, 13).
The foolish virgins grow careless about the gift of their bond with the bridegroom. His coming, therefore, takes them by surprise, and they are not ready to welcome him. So, too, we are tempted to lose the sense of wonder at the great mystery of God’s love which rescues us from the snares of Satan and fills us with divine love. In little and big ways, we are tempted to be inattentive to daily communion with Christ through prayer, devotion, participation in the Holy Eucharist, the daily examination of conscience and act of contrition, and the regular meeting with Christ in the Sacrament of Penance. Instead of giving our hearts totally to Christ, as we are called to do, we begin to live more and more for ourselves and for certain earthly goods and pleasures which, at any given moment, can distract us from the true source of our freedom and joy, Christ, our one and only Bridegroom.
Saint Teresa is a powerful example of the heroic virginal love of Christ, to which we are all called. From her first intimation of Christ’s call to the religious life, she responded with all her heart. No matter how much resistance she encountered on the way of following Christ in the religious life, especially in the reform of the Carmelite Order, whether it came from her family, from her fellow religious in the Order, or from the society in which she was living, Christ was always first in her life. In a most wonderful way, her joy in spending hours in prayer, especially before the Most Blessed Sacrament, was a sign of her wisdom and fidelity as a bride of her Eucharistic Lord. As a wise virgin, she, through prayer and the life of the Sacraments, kept an abundance of oil for the lamp of her daily Christian living, so that she was always ready to meet our Lord, at His coming.
May Saint Teresa of Jesus teach us to persevere in trust, as she did in the face of much opposition and many trials. May she assist us in accepting with joy our suffering with Christ, so that we may enjoy with Him the unending joy of His Resurrection. Referring to Saint Teresa’s motto, “To suffer or to die,”[2] Dom Prosper Guéranger, citing the great preacher Jacques-Bénigne Bossuet, reminds us of the timeliness of the spiritual doctrine of Saint Teresa, embodied in her life and death:
If we are true Christians, we must desire to be ever with Jesus Christ. Now, where are we to find this loving Saviour of our souls? In what place may we embrace Him? He is found in two places: in His glory and in His sufferings; on His throne and on His cross. We must, then, in order to be with Him, either embrace Him on His throne, which death enables us to do; or else share in His cross, and this we do by suffering; hence we must either suffer or die, if we would never be separated from our Lord. Let us suffer then, O Christians; let us suffer what it pleases God to send us: afflictions, sicknesses, the miseries of poverty, injuries, calumnies; let us try to carry, with steadfast courage, that portion of His cross, with which He is pleased to honour us.[3]

With Saint Teresa, we are certain that, if only we give our hearts to Christ, our one and only Bridegroom, the evils we encounter in our personal lives and in society will be overcome by the immeasurable and enduring truth, goodness and beauty of Christ, which is made visible to us in the Sacred Liturgy, above all, in the offering of the Holy Sacrifice of the Mass. May Saint Teresa teach us to imitate her in fidelity to prayer and devotion, and to the life of the Sacraments, above all the Holy Eucharist and Penance, so that Christ may transform us and our world, in accord with His unceasing desire that all men be one with Him, that all men be saved for eternal life.
Let us now lift up our hearts, one with the Immaculate Heart of Mary, to the glorious pierced Heart of Jesus through His Eucharistic Sacrifice. Resting our hearts in His Most Sacred Heart, we will find the healing of our sins and the strength of divine love, in order to do God’s will in all things. Let us, with Mary Immaculate and Saint Teresa of Jesus, be confident that, from His Sacred Heart, there flows unceasingly and without measure the grace of the Holy Spirit, which overcomes sin in our lives and in the world, and prepares us and the world to welcome our Lord, at all times and at His Final Coming, with our lamps burning brightly.
Heart of Jesus, King and center of all hearts, have mercy on us.
O Blessed Virgin Mary, Queen assumed into heaven, pray for us.
Saint Joseph, Foster-Father of Jesus and true Husband of the Virgin Mary, pray for us.
Saint Norbert, pray for us.
Saint Teresa of Jesus, pray for us.
In the name of the Father, and of the Son, and of the Holy Spirit.

+ Raymond Leo Cardinal BURKE

NOTES

[1] “Arrivée donc à la montagne de Dieu, elle fit le relevé des étapes de la route qu’elle avait parcourue, sans autre prétention que d’obéir à qui lui commandait au nom du Seigneur ; d’une plume exquise de limpidité, d’abandon, elle raconta les œuvres accomplies pour l’Époux ; avec non moins de charmes, elle consigna pour ses filles les leçons de son expérience, décrivit les multiples demeures de ce château de l’âme humaine au centre duquel, pour qui sait l’y trouver, réside en un ciel anticipé la Trinité sainte. Il n’en fallait pas plus ; soustraite aux abstractions spéculatives, rendue à sa sublime simplicité, la Mystique chrétienne attirait de nouveau toute intelligence ; la lumière réveillait l’amour ; et les plus suaves parfums s’exhalaient de toutes parts au jardin de la sainte Église, assainissant la terre, refoulant les miasmes souls lesquels l’hérésie d’alors et sa réforme prétendue menaçaient d’étouffer le monde.” Prosper Guéranger, L’année liturgique, Le temps après la Pentecôte, Tome V, 12ème éd.
(Tours: Maison Alfred Mame et Fils, 1925), p. 457. [Guéranger]. English translation: Prosper Guéranger, The Liturgical Year, Time after Pentecost, Book V (Fitzwilliam, NH: Loreto Publications, 2000), pp. 396-397. [GuérangerEng].

[2] “Souffrir ou mourir!” Guéranger, p. 462. English translation : GuérangerEng, p. 401.

[3] “Si nous sommes de vrais chrétiens, nous devons désirer d’être toujours avec Jésus-Christ. Or, où le trouve-t-on, cet aimable Sauveur de nos âmes ? En quel lieu peut-on l’embrasser ? On ne le trouve qu’en ces deux lieux : dans sa gloire ou dans ses supplices, sur son trône ou bien sur sa croix. Nous devons donc, pour être avec lui, ou bien l’embrasser dans son trône, et c’est ce que nous donne la mort, ou bien nous unir à sa croix, et c’est ce que nous avons par les souffrances ; tellement qu’il faut souffrir ou mourir, afin de ne quitter jamais le Sauveur. Souffrons donc, souffrons, chrétiens, ce qu’il plaît à Dieu de nous envoyer : les afflictions et les maladies, les misères et la pauvreté, les injures et les calomnies ; tâchons de porter d’un courage ferme telle partie de sa croix dont il lui plaira de nous honorer.” Guéranger, pp. 468-469; GuérangerEng, pp. 406-407.














giovedì 11 agosto 2016

Omelia in occasione dell'inaugurazione del coro ligneo della Chiesa di San Francesco d'Assisi in Trani

Su segnalazione, volentieri rilanciamo, nell’odierna festa delle Sante vergini e martiri Susanna di Roma e Filomena, la bella omelia di Mons. Saverio Pellegrino della chiesa romanica di San Francesco d’Assisi in Trani, in occasione dell’inaugurazione del coro ligneo della chiesa, che lo stesso presbitero ha fatto ricostruire ex novo ... una rarità di questi tempi … . Appena disponibili sarà nostra cura pubblicare in questo blog alcune foto del coro.

Anonimo lombardo, S. Susanna, 1600-10, museo d'arte sacra, Scaria

Ambito pesarese, Madonna col Bambino in gloria tra i SS. Cristoforo e Susanna, 1735-40, Pesaro

S. Susanna, 1845 circa, museo diocesano, Trento

Ambito emiliano, S. Filomena, XVIII sec., Bologna


Ambito ferrarese, S. Filomena, XIX sec., Ferrara

Ambito veneto, SS. Filomena e Giovanni Battista, XIX sec., Venezia

Ambito veneto, S. Filomena giacente, XIX sec., Verona

Giuseppe Bertini, Madonna con Bambino appaiono a S. Filomena in carcere, 1835, Chiesa di Santa Maria Forisportam, Lucca

Eugenio Guglielmi (attrib.), S. Filomena, 1840-45, chiesa di S. Luca, Padova

Ambito di Gerolamo Bellani, Martirio di S. Filomena, 1846, Bologna

Filippo Agricola, S. Filomena, 1850 circa, Tivoli

Filippo Giuseppini, Martirio di S. Filomena, 1840-60, chiesa parrocchiale, Tricesimo

Stefano Lembi, S. Filomena, 1867, Chiesa di S. Michele in Foro, Lucca

Raffaele Aloisio o Alojsio, Martirio di S. Filomena, 1872, chiesa della Natività della Vergine, Rotonda


Ambito dell'Italia meridionale, S. Filomena flagellata, XIX sec., Campobasso


Antonio Papa, S. Filomena, 2007, Isernia

INAUGURAZIONE CORO LIGNEO
CHIESA DI SAN FRANCESCO
TRANI

19 Giugno 2016

Forse vi è capitato, qualche volta, davanti ad una scultura o a un quadro o a un manufatto di pregio …. di provare un’ intima emozione, un senso di gioia, di percepire – più chiaramente – che di fronte a voi non c’è soltanto un pezzo di pietra, di legno, di bronzo, una tela dipinta …, ma qualcosa che parla, capace di toccare il cuore, di comunicare un messaggio, di elevare l’anima (cfr. Benedetto XVI).
E così l’arte cerca, attraverso le forme, di comunicare il senso profondo del mondo e delle cose.
L’arte esprime e rende visibile il bisogno dell’uomo di andare “oltre ciò che si vede”; e manifesta la sete e la ricerca di infinito …
L’arte è come una porta aperta verso l’infinito, verso una bellezza e una verità che vanno al di là del quotidiano.
Certe espressioni artistiche sono vere e proprie strade verso Dio, sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui. Si tratta di opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede.
Un esempio lo è proprio questa antichissima Chiesa romanica – oggi detta di San Francesco – risalente al sec. XI e già Chiesa Abbaziale benedettina, filiazione del prestigioso monastero di Cava dei Tirreni, e intitolata alla SS Trinità.
Ci incanta la possanza della sua struttura e – al tempo stesso – la sua agilità, la successione tripartita degli archi, delle navate, particolarmente delle tre cupole in asse a tamburo che fanno di questa chiesa un monumento di raro pregio.
Ci incanta ciò che rimane dell’antico e ricco apparato scultoreo, particolarmente dei due portali; così come il lacerto di affresco raffigurante l’Arcangelo Gabriele, residua testimonianza che questa Chiesa era interamente affrescata. Possiamo così immaginare la nitidezza delle immagini, la vividezza dei colori, e la moltiplicazione delle scene bibliche rappresentate, che ne ricoprivano per intero il paramento murario.
E che dire del coro ligneo, scomparso da tempo immemorabile? Quel coro in cui generazioni e generazioni di monaci, per secoli e secoli, notte e giorno, hanno elevato a Dio le loro struggenti preghiere? L’amore di Dio li convocava, e quello stesso amore trasformava i loro canti rendendoli austeri come il granito e dolci come il vino.
Quell’antico coro, oggi è rimpiazzato dall’attuale, ridando così alla Chiesa ciò che era già suo. L’attuale intervento costituisce pertanto una parziale riparazione della spogliazione delle opere d’arte e di fede che questa chiesa ha subito nel tempo.
Guardando questa monumentale Chiesa di San Francesco, non si può non pensare alla fede degli antenati che l’hanno pensata, voluta, edificata. Con l’odierna mentalità molti si chiederebbero:
“Perché costruirla? Non si poteva risparmiare quel danaro? Non sarebbe bastato un semplice capannone o stanzone per pregare?”
 I nostri avi non costruivano le chiese per spendere o risparmiare danaro, né per ficcarci dentro la gente, così, alla buona.
Edificando le chiese, essi cercavano Dio e lo cercavano in modo così puro, così integrale che tutto quello che toccavano e facevano doveva parlare di Lui, della Sua onnipotenza, della Sua maestà, del Suo amore, della Sua bellezza.
Pensiamo alla nostra cattedrale così bella, così grande, così ammirata e invidiata dal mondo intero … chi avrebbe il coraggio di dire che si sia trattato di uno spreco di denaro?
I Santi che sono la maggioranza qualificata della Chiesa (e non certo le maggioranze dei tanti organismi collegiali) insegnano esattamente il contrario dell’attuale pensiero dominante.
A preti, a frati raccomandano la povertà della loro cella e – ai fedeli cristiani – la sobrietà del loro tenore di vita, mentre non lesinavano sulla bellezza del luogo di culto.
S. Gaetano da Thiene così esortava: “sia povera la cella, sobrio il vitto, ma ricca la Chiesa”.
Così pure S. Francesco d’Assisi che – a dispetto di tanta odierna, adulterata e falsa spiritualità francescana – raccomandava lo splendore della chiesa e la vita povera per i frati: “la povertà – Egli soleva dire – deve fermarsi ai piedi dell’altare”.
E che dire di S. Giovanni Maria Vianney (il curato di Ars) parroco dalle più austere penitenze e privazioni, ma ricercatore di paramenti e di vasi sacri tra i più belli e i più preziosi. Così egli soleva dire: “niente è troppo bello per Dio!” e tanti altri Santi ancora.
E perché? Perché i Santi hanno compreso che la chiesa non è solo il popolo dei pellegrini; Essa è anche la città della gloria, abitata dallo Spirito del suo Signore, perciò non può appagarsi dell’ordinario, dell’usuale, del solo utile.
Non si tratta di trionfalismo. Attraverso la bellezza dell’arte e del culto, la Chiesa esprime la bellezza di Dio, la gioia della fede, la vittoria della verità sull’errore, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte.
La bellezza nei luoghi di culto non è appannaggio di una casta sacerdotale; è ricchezza di tutti! Anche dei poveri che la desiderano e non se ne scandalizzano affatto, come invece oggi fanno non pochi benpensanti.
La storia ci insegna che i più poveri sono sempre stati spontaneamente generosi, disposti anche a privarsi del necessario, pur di rendere onore al loro Dio e Signore, senza tirchieria o spilorceria alcuna.
Alcuni benpensanti – al contrario di quanto insegnano i Santi - credono che l’arte e la bellezza nei luoghi di culto sia uno spreco, quasi un insulto ai poveri. Costoro hanno come protettore Giuda Iscariota, il traditore di Gesù.
Anche Giuda lamentò lo spreco del prezioso unguento con cui la donna peccatrice cosparse i piedi di Gesù: “ che spreco!”, disse, “Si poteva vendere questo profumo e il ricavato darlo ai poveri!”. In realtà, a Giuda non importava dei poveri. Egli prendeva liberamente dalla cassa quello che altri vi mettevano. Pensava solo a se stesso. Era un egoista.
Sono convinto che forse sia emersa tra alcuni la stessa domanda: “perché questo coro? Si poteva spendere questo danaro per i poveri!”.
È lodevole che ci si preoccupi dei poveri. Il fatto è che costoro vogliono fare la beneficenza ai poveri con i soldi degli altri, con i soldi della parrocchia, non certo con i propri.
Costoro sono una smentita di quanto insegnano i Santi che vogliono la Chiesa bella e sobrio il tenore di vita di preti e di cristiani. Oggi, al contrario, una strana filosofia vuole povero il luogo di culto e agiato e ricco il proprio tenore di vita grazie al quale- preti e cristiani- non si fanno mancare pressoché nulla.
Non ci si accorge che con questo riduttivo modo di pensare e di agire, il mondo sta precipitando sempre più nella bruttezza, nella insensatezza, nell’orrore …, un mondo privo di armonia,di gioia, di speranza, di bellezza.
Ogni giorno – attraverso i mass media – il male fisico, il male morale, il male estetico viene raccontato, ripetuto abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e – in qualche maniera – intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito, e giorno per giorno si accumula: i cuori si induriscono, i pensieri diventano cupi (cfr. Benedetto XVI)
I mass media tentano di farci sentire sempre spettatori, come se il male riguardasse sempre gli altri. E invece siamo tutti attori. Nel bene e nel male, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri.
Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento dell’aria, della sporcizia delle nostre strade. Ci vuole l’impegno di tutti per rendere più pulita la città.
E tuttavia, c’è un altro inquinamento, un’altra sporcizia meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericolosa: è l’inquinamento dello spirito.
La spazzatura non è solo nelle nostre strade, è anche nelle coscienze. La sporcizia, il disordine, la non curanza della nostra città sono rivelativi della sporcizia interiore. Questa città è diventata l’immagine di ciò che parte dei suoi abitanti ha fatto della propria anima.
Per questo è sommamente necessaria e urgente un’ecologia dello spirito e della bellezza.
Erich Fromm si poneva questo drammatico quesito: “può un’intera società ammalarsi?”. È possibile! E ciò proprio in virtù di una riduzione antropologica, di una concezione miserrima dell’uomo.
Cos’è diventato l’uomo oggi?
L’uomo oggi – per i più – è solo un fascio di bisogni che devono essere acquietati e soddisfatti: mangiare, bere, vestirsi, fare sesso, divertirsi, stordirsi… È questo l’uomo? Un essere intrappolato in questo circolo insensato? Dov’è finita la sua dimensione morale, la sua dimensione intellettuale, la sua dimensione spirituale?
Già Socrate scriveva: “ non faccio nient’altro che andare in giro a persuadere voi, ateniesi, giovani e vecchi, a capire che la vostra prima preoccupazione non deve riguardare il vostro corpo o le vostre ricchezze ma la vostra anima in modo che sia la più eccellente possibile”.
Anche Gesù ci ha avvertiti: “Non di solo pane vive l’uomo!”. Non di solo pane! Questa affermazione è vera! Rimane vera anche quando si fa fatica a mettere il pane sulla tavola. Rimane vera anche quando il pane manca.
O si è nella abbondanza, o si è nella indigenza, l’uomo non vive solo di pane! È questo il messaggio di verità che tutti i grandi inconquistabili maestri dell’umanità ci hanno lasciato.
Già, ma i poveri?
A questa domanda offro due risposte concrete:
1. La parrocchia continuamente pensa e provvede ai nostri fratelli bisognosi. La nostra caritas parrocchiale sostiene ordinariamente ben 50 famiglie, oltre a situazioni impreviste e imprevedibili. E come? Con aiuti economici, con derrate alimentari, con farmaci, visite mediche, pagamento di bollette, libri scolastici, e altro.
2. Con la realizzazione del coro ligneo la parrocchia ha dato lavoro a un architetto, alla ditta fornitrice del legno, a tre falegnami, a due ebanisti, a due muratori, a un elettricista, a tre restauratori.
Ben nove famiglie hanno potuto portare il pane a casa! La parrocchia ha dato lavoro, ha fatto girare il danaro contribuendo al circolo virtuoso dell’economia.
E dare lavoro alle persone è molto più dignitoso che fare la carità. Dare il lavoro, questa è la vera carità che nobilita l’uomo e non lo umilia.
Ringrazio i piccoli e i grandi oblatori, persone sensibili al senso di Dio e della bellezza, che hanno notevolmente contribuito a questa significativa realizzazione.
Ringrazio gli artefici di quest’opera, così valenti, così entusiasti e così pazienti:
- L’architetto Giorgio Gramegna;
- Il maestro falegname Signor Giuseppe di Tondo, e i suoi collaboratori Signor Gianluca Amoruso e Signor Vincenzo Paduos.
- I maestri ebanisti: Signor Giuseppe Cusmai e Signor Luca Musci
- Il professor Cosimo Cilli, direttore del Laboratorio Diocesano di Restauro di Trani.
- Il maestro elettricista Signor Rino d’Amato e i suoi collaboratori
- I maestri muratori Signori Francesco e Nicola Valenziano.
A tutti loro va il mio sincero apprezzamento.
Rendo noto, altresì, che questi lavori sono stati autorizzati dalla Soprintendenza ai beni artistici e monumentali di Bari con approvazione del 31 gennaio 2016.
Lode, onore, e gloria alla Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.