Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 17 marzo 2020

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

Rilanciamo una nuova riflessione del nostro amico Franco Parresio. Buona lettura.

J. S. Klauber - J. B. Klauber, Sacrificio di Isacco, XVIII sec., museo diocesano, Trento

E non abbandonarci alla tentazione… di pensar male di Te

di Franco Parresio

Riprendo e rilancio volentieri quanto dichiarato da don Nicola Bux in un’intervista rilasciata pochi giorni fa e pubblicata su La Fede Quotidiana – dal titolo molto ad effetto Coronavirus, don Bux: “Pandemia? Fa quasi rima con pandemonio” (vqui) – a proposito della infelicissima nuova traduzione del Padre nostro, che da novembre prossimo sarà imposto a tutti, da recitarsi dentro e fuori la messa.
Alla domanda Che tempo stiamo vivendo?”il noto teologo barese rispondendo afferma: “Quello assai delicato della prova. Io consiglio di meditare su questo. Il Signore ci mette alla prova, ci misura, ecco quella famigerata tentazione che con una maldestra traduzione si vuole eliminare dal Padre Nostro. Una cattiva ed inopinata nuova traduzione. Nel Padre Nostro, versione tradizionale noi chiediamo che Dio non ci introduca nella prova, questo è il significato di indurre, significa introdurre. La tentazione, dunque, è la prova di Dio che opera nella storia per valutare le nostra fede. […] Se uno conosce bene la rivelazione, sa che a volte Dio distoglie lo sguardo da noi, si nasconde, e permette, lo permette lui, a Satana di agire, gli lascia spazio per provare la nostra fede anche con eventi negativi e dannosi come questo. Un male a fin di bene, una sorta di ammonimento. In sintesi, Dio consente, non manda, il male, l’opera di Satana, per capire che esito ha questo combattimento. Ha due esiti, chi si converte o chi si danna eternamente. Ricordate che al mondo non si muove foglia che Dio non voglia e che Lui scrive dritto su righe storte”.
In questo momento di crisi globale – in tutti i sensi – ed esistenziale, appare davvero “cattiva ed inopinata” la nuova traduzione del Padre Nostro!
Perché?
Perché – come ebbi già a dire in un precedente articolo su questo tema (vqui) – imputa a Dio la colpa dei nostri fallimenti.
La “angoscia provocata dal coronavirus ha portato molte persone che non si ponevano il problema della fragilità della vita umana e del senso stesso della vita, a considerarlo seriamente”, scrive Gotti Tedeschi, riportando un colloquio avuto proprio con Don Bux (vqui), “tanto da trarne una lezione. […] La nostra supposta autosufficienza, il sentimento di immortalità, spesso avvalorata dal successo professionale (quasi sempre insostenibile) o dalla salute inattaccabile (su cui confidavamo, scoprendo che è impossibile), si rivela tutt’un tratto essere una illusione che ci apre gli occhi sui nostri limiti ineliminabili. Limiti che pretendono soprattutto l’aiuto di Dio, […] in un momento come questo di angoscia per questo virus di cui non capiamo molto”.
Attenti, dunque, a non pretendere l’aiuto di Dio, accusandolo di averci abbandonato alla tentazione! Ci faremmo ridere dietro – ma anche in faccia – da chi non si fa scrupoli a giudicare la nostra fede “infantile”, secondo il severo giudizio dell’autorevole Erich Fromm, dichiaratamente agnostico, che, ne L’arte di amare, afferma: “Il Dio di Abramo può essere amato, o temuto come un padre, essendo la sua ira e la sua intransigenza l’aspetto dominante. Poiché Dio è il padre, io sono il figlio. Non sono emerso completamente dall’originario desiderio di onniscienza e onnipotenza. Non ho ancora acquisito l’obiettività di accorgermi dei miei limiti di essere umano, della mia ignoranza, della mia debolezza.
Pretendo ancora, come un bambino, che ci sia un padre che mi perdoni, che mi custodisca, che mi punisca, un padre che mi lodi quando sono obbediente, che si compiaccia dei miei meriti e si adiri per la mia disobbedienza. Ovviamente, la maggior parte della gente non ha superato nel suo sviluppo mentale questo stadio infantile, e di conseguenza la fede in Dio, per molti, è la fede in un padre valido, illusione infantile”.
Meditate, gente! Meditate!

lunedì 12 novembre 2018

Don Nicola Bux interviene sulle prossime modifiche della traduzione italiana del Messale romano

Volentieri diamo risalto ad un Comunicato di don Nicola Bux concernente i lavori dell'Assemblea Straordinaria della CEI in corso sino al prossimo 15 novembre, presso l’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, in cui, "all’ordine del giorno – come riferisce una nota dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – innanzitutto (è) il tema della liturgia: la votazione della nuova traduzione italiana del Messale Romano".

All’affievolimento della capacità di comprensione della natura immutabile della sacra liturgia (cfr. Sacrosanctum Concilium, cap. 1) hanno contribuito non solo l’ignoranza diffusa di essa nel clero e, di conseguenza, nei fedeli; ma vi ha contributo ancor più la sperimentazione, spasmodica e continua, delle c.d. emozioni-shock, come le definisce Michel Lacroix (Il culto dell’emozione, ed. Vita e pensiero, Milano, 2002), cioè le emozioni particolarmente intense e potenti (v., p. es., la liturgia dei gruppi carismatici), che, a lungo andare, anestetizzano la nostra capacità di partecipare in maniera oggettiva, esaltando il soggettivismo e le emozioni dell’individuo.
Per partecipare, e potremmo dire per comprendere ancor prima, in effetti, la Sacra Liturgia – dove l’attributo “sacra” indica la presenza divina – è necessario aver chiaro che il culto reso a Dio mette a tacere l’ego, al fine di raggiungere la Verità in esso racchiusa. Gli orientali tale aspetto lo comprendono assai bene. Per questo sono stati attenti a non cadere nella tentazione di cambiare continuamente i libri liturgici.
Nikita Pustosviat, Disputa sulla concessione della fede tra
un prete Vecchio Credente
con il Patriarca Ioakhin
, 1881, Mosca
Si ricordi in proposito lo scisma, raskol, scaturito in Russia a metà del ‘600. La riforma dei libri liturgici introdotta dal patriarca di Mosca, Nikon, il quale voleva ristabilire l’uniformità tra le pratiche liturgiche della chiesa greco-ortodossa e di quella russa, portò alla divisione della chiesa russa in chiesa ortodossa ufficiale e movimento dei Vecchi Credenti. In quella occasione, le innovazioni incontrarono una forte resistenza sia tra il popolo sia tra il clero, che discusse a lungo sulla legittimità e correttezza di tali riforme, che non rispecchiavano le tradizioni dell’ortodossia nelle terre russe. Per imporre poi queste riforme, appoggiate dallo zar Alessio della stirpe dei Romanov, ci furono persecuzioni e soprusi (famoso p. es. rimase il rogo del vescovo Pavel di Kolomna, nel 1656, fermo oppositore di questa riforma).
Guardando a noi, ci si domanda se sia necessario apportare ulteriori cambiamenti ai testi del Messale romano nella prossima edizione italiana. Da quello che si sa, è stata adottata la politica dei “due pesi due misure”: cambiamento della prima frase del Gloria, per essere fedeli al testo lucano, e non cambiamento del celebre pro multis (che si dovrebbe rendere “per molti”) della formula consacratoria, che, invece, rimarrà “per tutti” in omaggio all’ideologia inclusivista; per non parlare dell’annunciata variazione della petizione del Pater noster “non ci indurre in tentazione”, dove, appunto, non si rimarrà fedeli al testo originale greco e latino.
Ci si domanda, inoltre, in un momento così basso di affluenza dei fedeli alla santa Messa e di frequenza ai sacramenti, se fosse proprio necessario apportare variazioni simili, invece di promuovere semmai – come sarebbe stato auspicabile – una diffusa missione popolare vista l’ignoranza catechistica e l’immoralità diffuse. Non sarebbe il caso di investire qui gli sforzi apostolici, o pastorali che dir si voglia, nonché economici?
Constatando l’abuso diffuso tra i sacerdoti di cambiare a proprio piacimento i testi liturgici, non ci si dovrà meravigliare se taluni volessero rimanere fedeli all’edizione attuale del messale in lingua italiana, invocando una sorta di obiezione di coscienza. Chi potrebbe a questo punto parlare di abuso?
Ricordiamo l’esperienza in Argentina, ove ciò è già avvenuto. La nuova traduzione del messale in lingua castigliana (III Editio Typica) fu introdotta nel 2009-2010 (decreto del 13-15 agosto 2009) (cfr. M. Caponnetto, La traducción de los textos litúrgicos: una experiencia personal, in Adelante de la Fe, 17.10.2018). Essa era stata affidata dalla Conferenza episcopale argentina, all’epoca presieduta dall’allora card. Bergoglio, ad una commissione il cui esponente più noto era il discusso Christian Gramlich, ridotto poi allo stato laicale.
Per quanto si sa, la Congregazione per il Culto divino scrisse all’allora arcivescovo di Buenos Aires, in qualità di presidente della Conferenza episcopale di quella nazione, di non imporre la nuova traduzione, ma di lasciare a chi ritenesse l’uso della precedente.
Un ultimo aspetto non va trascurato: caratteristica fondamentale della liturgia è, infatti, la sua memorabilità. Tale indole dei libri liturgici ha favorito, nei secoli, la memorizzazione, da parte dei fedeli, delle preghiere ivi contenute, consentendo agli stessi di trasmetterle e tramandarle per generazioni, pure in frangenti e contesti di oppressione durante i quali i persecutori procedevano spesso alla requisizione e distruzione dei libri liturgici (si pensi, p. es., al primo editto di persecuzione di Diocleziano del 303 d.C.). Se molte antiche preghiere ci sono state perpetuate, lo dobbiamo proprio a questo fondamentale carattere dei testi della liturgia.
Per cui, è deleteria e deplorevole questa smania di cambiamento continuo, che appare sempre più essere un omaggio all’ideologia del provvisorio, della continua evoluzione, dell’usa e getta, ma anche, non lo si esclude, un modo per giustificare la ragion d’essere della creazione di commissioni.
La liturgia, quindi, non diventi e non sia un terreno di scontro ideologico, al fine di imporre ai fedeli i propri punti di vista ed i convincimenti dominanti in un certo momento storico!
Ci sentiamo di rivolgere ai vescovi, quindi, l’invito a considerare tutto questo al fine di non causare ulteriori tensioni e divisioni tra i fedeli.


Don Nicola Bux

mercoledì 8 agosto 2018

Pubblicato in inglese il testo di don Nicola Bux, "Con i Sacramenti non si scherza"

Pubblicato per i tipi dell’Angelico Press il testo inglese di don Nicola Bux, “Con i sacramenti non si scherza”. Un bel successo!
Ne rilanciamo la Prefazione, in inglese, pubblicata dal sito New Liturgical Movement.

New English Translation of Msgr. Nicola Bux’s Introduction to the Sacraments

PETER KWASNIEWSKI

Angelico Press, which has earned a reputation as one of the finest Catholic publishers today for its wide selection of books on traditional Catholic doctrine and worship, has just released two books that will be of great interest to NLM readers: a revised and expanded edition of the (hitherto out of print) classic by Martin Mosebach, The Heresy of Formlessness, and the English translation of a fine “primer” on the sacraments, No Trifling Matter: Taking the Sacraments Seriously Again (Italian original: Con i sacramenti non si scherza) by Msgr. Nicola Bux, a professor of sacramental theology and a close collaborator of Joseph Ratzinger/Pope Benedict XVI.
English readers looking for a description of the content and endorsements of Bux and Mosebach will find them at the links above. Here, with the permission of the author and publisher, we reproduce the Foreword by Christopher J. Malloy of the University of Dallas, who blogs at theologicalflint.com.


FOREWORD

Dr. Christopher J. Malloy

An Italian priest and liturgical theologian, Msgr. Nicola Bux, has written a book on the sacraments quite popular in Italy, now available in English translation. This remarkable book is chock full of pithy insights, noble exhortations, and keen criticisms. Its unifying theme, the perennial sacramentality of the Church in the context of contemporary obstacles and difficulties, allows its scope to be quite vast and sprawling. No Trifling Matter is not intended as a textbook. Rather, its sundry edifying observations and notes of wisdom make for good reading in small portions. There is much food for thought here. The anonymous translator offers notes with helpful theological clarifications and background insight on Italian culture.
Fr. Bux presents a thoroughly Catholic view, touching on East and West, the spiritual and the physical, the Ancient and the New, the natural and the supernatural, sin and grace, predestination and free will, Church and world. Among the dominant sub-themes is the sacred and the profane. “Sacred” means holy, dedicated to God. “Profane” has several meanings. It first signifies what lies “before” or “outside” the temple. It also signifies what is natural, not yet consecrated. Finally, it can signify what is crass, tasteless, or even opposed to God. As Bux reminds the reader, what is earthly and ordinary, but not crass, is called to be taken up and ordered to God. The Church is called to consecrate the world to God.
This beautiful vision has been effaced from the Catholic imagination in the wake of an errant theology that obscures the distinction between sacred and profane. Under a semblance of mysticism, some (e.g., Karl Rahner, Vorgrimler, Martos) claim in various ways that the world is already sacred from the beginning. They mock a caricature of the Tradition, as though the Tradition denied that any grace exists outside of church buildings. The Tradition, including official Church doctrine, never made such a ridiculous claim. The Church teaches (a) that there are graces outside of her visible boundaries and action, (b) that such grace objectively leads back to the Catholic Church, (c) that there is no salvation outside the Catholic Church, and (d) that only those who are invincibly ignorant of this truth are not condemned for not entering the Church (while even these are deprived of many helps). In short, the Tradition has by no means a simpleton’s position.
Having dismissed the Tradition, the revolutionaries substitute errors in its stead. Claiming that grace is already in the world, they hold that the sacraments only express this fact with correct words and gestures. Understandably, some faithful Catholics too quickly critique this notion as reducing sacraments to merely indicative “signs.” The revolutionaries have a ready response: They claim that the grace in the world “inclines” to become sacramental, “inclines” to express itself. In this way, they assert, the sacraments contain grace. They call the sacraments, thus understood, “Real Symbols.”
In fact, the Real Symbol notion falls short of Catholic dogma. The revolutionaries are more straightforward when they describe their notion as a “Copernican revolution” in sacramental thinking. As they say, the Tradition (dogma) holds that sacraments are causes of grace, that sacraments convey grace otherwise not present. They reject this teaching. For them, the grace is already there but is in the sacramental act given the correct linguistic and gestural expression. Further, the revolutionaries have lost the sense of the supernatural and of sin and the need for repentance and sacramental grace to escape eternal damnation. If not many people are unfortunate enough to read this ruinous line of thought, many suffer in parishes because of its influence.
For those looking for a thoughtful antidote, Bux’s book is a fine option. Bux recognizes the importance and necessity of catechesis, but he urges us to appreciate the noble work of the sacraments and not to let explanations dominate rationalistically. With the assistance of words, we should live and contemplate the signs, which point to and convey what is higher and deeper. To appreciate signs, Bux reminds us, is a basic human task. All of being is significant.
Hand-in-hand with the loss of the sacred goes loss of the sense of God, as Bux notes with Ratzinger. Many current celebrations of Mass fail to draw the mind to God. They fail to encourage us to lay aside earthly cares and attend to the heavenly banquet. His transcendent aim obscured, man becomes the center of attention. Although Vatican II did not ask for it, the tabernacle is often banished to the outskirts, making the Blessed Sacrament “homeless.” The liturgy then becomes a field of human entertainment, not entry into the divine work.
In addition to this macroscopic view of things, Bux also hones in on particular, pressing issues. He points out, for instance, that Vatican II did not cast Latin into a dungeon. Sadly, Latin languishes despite having many reasons to be retained. In a globalized world, Latin offers an unexpected promise of unity not yoked to any current political regime. More importantly, Latin is a spiritual treasure of the Church, part of the living Tradition of handing on the faith. A simple return to Latin is not enough, however. Even the Latin of the Ordinary Form of the Mass, Bux notes, mutes expression of such elements of the faith as the existence of the devil, the darkness of sin, etc. The Ordinary Form of baptism retains no exorcisms, only prayers of liberation. This privation is a mark of discontinuity.
Bux also recalls the centrality of sacrifice in the Mass. Although also a banquet at the table of nourishment, the Mass is firstly a sacrifice of the altar, a sacrifice of right worship to God effective as propitiation for sins. We need to retain both aspects. Attention to the Real Presence also makes clear that the Mass is a divine work. The Eucharistic presence of Christ does not evolve gradually through the work of human hands but is achieved instantaneously by the power of Christ in heaven, working through the hierarchical priest on earth. How appropriate to ring the bells at this solemn moment!
In order to be fit to receive the Eucharist, one must be in the state of grace. Among today’s great errors is flight from the Gospel’s exhortation, echoed at the Council, to become holy. Not everyone may receive the Eucharist, for not everyone is in the state of grace. Many people today have left a marriage and attempted to become “remarried,” without having received an official judgment from the Church that the first marriage was from its inception null. Those who have done this and are engaged in sexual relations are in a state of sin and may not receive the Eucharist. They must repent, which requires firm purpose of amendment, and receive absolution in Confession. Only false mercy would attempt to override or reinterpret these life-giving elements of divine law.
Today’s loss of the sense of sin goes hand-in-hand with the false notion that the world is already holy. Common sense tells us this notion is false. If it is holy, why are so many so spiritually sad, so misled, so confused, so distraught? Missionaries, who don’t just think about loving others but do something about it, first exorcise new territories and then they lay their foundations. Similarly, church buildings are solemnly consecrated, set aside solely for divine use. The profane is not the sacred, although what had been profane can be consecrated and brought into the sacred. Alas, Bux cries, nowadays churches are treated as venues for mundane, even shameful events. How can the mind’s eye rise to God when the house of the holy is just another theater?
Perhaps most timely is Bux’s chapter on marriage. He nicely treats the differing theologies of the minister of marriage in East and West. He stresses the centrality of fecundity and the complementarity of male and female in the sacrament. As Bux relates, the homosexual ideology of its essence violates sexual difference, all the while pleading in legal contexts recognition of “difference.” The argument is disingenuous because it (a) abolishes truth by demanding acceptance of error and (b) abolishes the loveliest of differences, male and female. Although respect is due to everyone as persons, human “rights” require reference to human nature and hence to God’s law.
Not least, Bux reflects on the sacramentals. His narration of the organic development that led to building and consecrating churches is splendid. We are once again reminded of the sacred and the profane, of the natural and the supernatural. In reading, I was reminded of T.S. Eliot’s line, “You are here to kneel, where prayer has been valid.” Use of the sacred space for profane events, even if these be tolerable in themselves, is a “very serious phenomenon,” even a “desolation.” Similarly, the cavalier way priests carry on at Mass, with gym shoes and jokes, high fives, calling for applause, etc., represents “not a sacred order, but a profane and secularized disorder.”
This book would make a fine gift for a priest who has an open mind to a call to return to the beauty and truth of Tradition. It might be seen as a bridge, inviting one to contemplate the disorders of today’s liturgical experiences as reason to reconsider the timeless wisdom of the Church. Practicing lay Catholics without theological training will also enjoy it. May it be widely read!

The Angelico page for this book is here; the Amazon.com page is here.

domenica 8 aprile 2018

Educare, non tradurre – Editoriale di aprile 2018 di “Radicati nella fede”

Pubblichiamo in questa Domenica In Albis o della Divina Misericordia l’editoriale di aprile di Radicati nella fede, già pubblicato da Chiesa e postconcilio e Riscossa cristiana.




EDUCARE, NON TRADURRE


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 4 - Aprile 2018

La Chiesa nei secoli si è preoccupata di spiegare e non di tradurre. E “tradurre” non è spiegare, anzi a volte è sinonimo di “abbandonare”.
Va di moda da troppi anni, dentro la Chiesa Cattolica, un mea culpa incomprensibile, che nel cinquecentenario dell'eresia protestante è diventato addirittura un mea culpa assordante: la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura, Lutero ce ne ha ricordato l'importanza, oggi la Chiesa ha rimesso al centro la Bibbia.
Come si fa a dire che la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura? Come si fa a negare il lavoro di secoli per commentarla e spiegarla; come si fa a censurare tutto il lavoro educativo svolto dal magistero di secoli a partire dai Padri della Chiesa? E dire che i Padri hanno sempre commentato la Sacra Scrittura in abbondanza, anzi quasi esclusivamente.
Ma allora perché questo ripetitivo e miope mea culpa?
Semplicemente perché si è generalmente frainteso lo “spiegare” con il “tradurre”, e questo in casa cattolica!
Tutto questo ha una logica in casa protestante: se ciascuno deve diventare interprete delle Scritture secondo l'ispirazione interiore che dal Cielo discende su di lui, è sufficiente tradurre in lingua comprensibile i testi sacri. Peccato che nemmeno Lutero e gli altri capi protestanti seguirono quello che dicevano di sostenere, visto che violentemente resero pubblica tutta la loro falsa teologia di interpretazione dei testi biblici: Lutero e gli altri sostituirono la loro interpretazione, la loro dottrina, alla dottrina del magistero della Chiesa di 1500 anni. I protestanti seguono così non la Bibbia, ma la dottrina dei loro tristi fondatori.
Ma in casa cattolica questo non viene più detto, anzi viene nascosto sotto una falsante valorizzazione della Bibbia... l'inganno protestante ha colpito, ha colpito i cervelli!
La Chiesa ha il dovere, il compito di spiegare e non di tradurre: deve educare tenendo insieme tutta la Rivelazione, tutta la Bibbia evitando scelte riduttive; deve tenerla insieme tutta mentre ne comunica la chiave interpretativa che è Gesù Cristo. Deve trasmetterla tutta senza i tagli e le censure che ne pratica ogni eresia di ieri e di oggi.
La Chiesa deve educare trasmettendo tutta la dottrina che ha nel Messale romano il vertice della sua sintetica purezza.
Invece in questi tristi anni molti nella Chiesa hanno pensato di rinnovarsi semplicemente traducendo, pensando che facilitando l'approccio immediato sorgesse per i fedeli una più ampia comprensione del Cristianesimo.
Niente di più falso e ingannevole!
Il facilitare con il tradurre è diventato tra noi banalizzazione. Si è rinunciato al compito grave di trasmettere tutto e insieme. Tutto Cristo, in tutta la Rivelazione, in tutta la Scrittura e in tutta la Dottrina.
L'esito è sotto gli occhi di tutti: una ignoranza abissale del cristianesimo da parte dei cattolici romani. Una ignoranza spaventosa su tutti i punti essenziali: la Trinità, la divinità di Gesù Cristo, le due nature in Cristo, la vita di Grazia, la dottrina sui Sacramenti, la resurrezione della carne... cosa resta del Cristianesimo in mezzo ai cattolici? Tutto è spaventosamente ridotto ad una vaga religiosità naturale che abbraccia ogni possibilità immorale.
Eh sì, si è tradotto e si è abbandonati a se stessi i fedeli.
Questo lo capimmo subito con la questione della Messa: tradotta fu banalizzata e ora i cattolici non sanno più cosa sia, compresi troppi preti!
Come al solito su tutto questo regna un silenzio assordante: dove sono tutti i sociologi cattolici, preti e non, pronti a valutare l'impatto delle riforme sulla vita dei fedeli? Perché non rilevano questo cataclisma che sta facendo scomparire il cattolicesimo in casa cattolica?
Stupido o complice che sia, questo silenzio è inaccettabile, occorre gettare la maschera e dire le cose come stanno.
I Protestanti con la scusa di tradurre, liberando dall'insopportabile latino i cristiani, hanno di fatto cambiato la dottrina: erano ancora fortunati loro perché, combattendo la retta fede cattolica ricca di dottrina, erano obbligati a sviluppare una dottrina contraria – dicevano di lasciare alla privata interpretazione la Bibbia, in verità hanno indottrinato protestanticamente.
In casa cattolica invece si è portato oggi ad estreme conseguenze l'inganno protestante: grazie al modernismo che ha svuotato i dogmi e quindi la dottrina, si predica un'adesione a Cristo senza contenuti: una vaga religiosità dove dietro parole ancora cattoliche passa proprio tutto e il contrario di tutto. Ognuno la pensa come vuole e i preti – i pochi ancora rimasti – devono benedire.
Con la scusa del dialogo con i fratelli separati si sono rotti i bastioni di difesa e ciò che il protestantesimo aveva tristemente solo iniziato, da noi il Modernismo ha definitivamente compiuto: lo svuotamento del Cristianesimo, guscio vuoto senza la rivelazione divina.
Per questo diciamo con convinzione: preoccupiamoci di educare, di insegnare, e non di tradurre.
Anzi, proprio la difficoltà di accostamento ai testi, si tratti della Messa o della Bibbia, obbligherà pastori e fedeli a mettersi nella giusta prospettiva, quella di insegnare e comprendere nella sua vera globalità.
Ai sacerdoti il grave compito di introdurre a tutto il Cristianesimo, senza accontentarsi di intrattenere semplicemente i fedeli su qualche aspetto.
Ai fedeli il dovere di lasciarsi educare a tutta la dottrina cristiana, fin nelle sue conseguenze più pratiche.
La mania di tradurre ha inaugurato la stagione della banalizzazione, e questa chiesa che ha scelto di intrattenere è già morta.
Occorre che sussista sempre la Chiesa madre, che educa i suoi figli sperando contro ogni speranza.

sabato 27 gennaio 2018

«Non ci indurre in tentazione»: un problema per la neo-chiesa

Già Bergoglio, parlando in una trasmissione – che ha fatto flop in tutti i sensi, venendo seguita letteralmente solo da quattro gatti (vqui. Cfr. G. ScaleseUn motivo ci deve essere, in Antiquo robore, 11.1.2018)  – dedicata alla preghiera del “Padre nostro”, aveva avuto da ridire sull’espressione «non ci indurre in tentazione», affermando che, secondo lui, la traduzione sarebbe errata (vqui. Cfr. G.G. VecchiPapa Francesco «corregge» il Padre nostro: «Dio non ci induce in tentazione, la traduzione è sbagliata», in Corriere della sera, 6.12.2017Il Papa "corregge" il Padre Nostro: «Non ci indurre in tentazione? La traduzione è sbagliata», in Il messaggero, 6.12.2017), manifestando che le traduzioni liturgiche fossero …. alterate …. ops … modificate volevamo dire (cfr. Fra CristoforoBergoglio cambierà il Padre Nostro. Ovviamente con la traduzione sbagliata, in Anonimi della Croce, 6.12.2017. Per una ricostruzione della vicenda, Finan Di LindisfarneUn enigma per tutti i lettori: la questione del Padre Nostro lanciata dagli Anonimi della Croce e tre settimane dopo l’affermazione di Papa Bergoglio…un caso?ivi, 9.12.2017).
Subito, la serva sciocca della CEI, completamente asservita al padrone mondano di turno, si è adoperata per questa modifica, adattando il testo liturgico a quello della traduzione del 2008, dove il «non ci indurre» sarebbe reso «non ci abbandonare». Lo ha annunciato giorni fa Galantino (J. ScaramuzziGalantino: “Anche a messa la nuova traduzione del Padre Nostro”, in Vatican Insider, 25.1.2018). Anzi, molti la danno per sicura per la fine di quest’anno 2018, giacché al tema sarà dedicata un’apposita assemblea straordinaria dei vescovi nel novembre di quest’anno (cfr. G.G. Vecchi«E non abbandonarci alla tentazione» La traduzione del Padre Nostro nelle chiese italiane cambia a fine anno, in Corriere della sera, 25.1.2018). Evidentemente, ironizza il giornalista Marco Tosatti, per giustificare questa modifica, che non è traduzione, ma tradimento del testo, deve essere stato scoperto – e sino ad oggi tenuto nascosto – qualche frammento del testo del Pater risalente al I sec. d.C., perché, diversamente, saremmo di fronte ad una plateale alterazione del testo biblico e liturgico (v. M. TosattiIl Padre Nostro sarà modificato e zuccherato. Trovato un frammento del I secolo d.C. con la nuova versione? Purtroppo no, in Stilum Curiae, 26.1.2018, nonché in Riscossa cristiana, 26.1.2018).
Da un punto di vista linguistico quale sarebbe la traduzione più fedele?
Spiega l’autore noto come Fra Cristoforo: «Prendiamo dunque il versetto in questione dal testo originale greco: “κα μ εσενέγκς μς ες πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς” (eisenekes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenekes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale eis (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da phérein (‘portare’) chesignifica esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo peirasmón (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo eis, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione ineis può reggere solo l’accusativo. Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.
Il latino “inducere”, molto opportunamente usato da san Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco eisphérein; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo temptationem, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco.
Quanto poi all’italiano indurre in, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è fuorviante, e oserei dire anche grottesca» (Fra CristoforoIl caso della scandalosa nuova traduzione del Padre Nostro nella Bibbia CEI. Completamente errata. Vi spiego perché – Appunti per chi fa le ore piccole, in Anonimi della Croce, 14.11.2017).
Da un punto di vista semantico, dunque, il “non ci indurre” è la traduzione più fedele. Per la verità, c’è chi ha avanzato che l’espressione, nell’originale semitico/aramaico, pronunciato da Gesù, avrebbe un diverso significato (cfr. G. Pulcinelli“Non ci indurre in tentazione”, il vero significato, in Famiglia cristiana, 13.9.2017; Gelsomino Del Guercio, Quando recitiamo il Padre Nostro cosa vuol dire “non ci indurre in tentazione”?, in Aleteia, 14.9.2017). Altri, in maniera più onesta, riconducono l’idea del “non abbandonarci” più che ad una lettura letterale, quanto piuttosto interpretativa e catechetica, concludendo che sarebbe preferibile, liturgicamente, non far uso di siffatte chiavi ermeneutiche, ma di mantenersi fedeli al testo letterale (cfr. S. TarocchiLa traduzione del «Padre nostro»: qual è quella più corretta?, in Toscana Oggi, 4.6.2014). L’Aquinate, del resto, commentando giusto il Pater, osservava «Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato» (cfr. G. ZorodduSan Tommaso ci spiega il “non ci indurre in tentazione”, in Radiospada, 10.12.2017). S. Agostino d’Ippona, inoltre, ricordava che una cosa è essere indotti in tentazione altra è tentare, concludendo che «avvengono dunque le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio» (Id., “Una cosa è essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati” (S. Agostino)ivi). In senso non dissimile si era espresso pure il catechismo tridentino di S. Pio V, allorché spiegava che «essere indotti in tentazione significa soccombere alla tentazione» (Id., Il falso problema della traduzione del Pater, ivi, 8.12.2017).
è significativo notare che né Lutero né la Bibbia di Re Giacomo avevano dubbi sulla traduzione, traducendo correttamente “non ci indurre in tentazione”: «führe uns nicht in Versuchung», «Lead us not into temptation». E persino un modernista, sebbene raffinato e colto, come il card. Martini, commentando quest’invocazione del Pater, rammentava: «è chiaro che il “non ci indurre” non vuol dire che Dio tenta al male, ma che permette la tentazione come parte della nostra esperienza, che in qualche modo ci è necessaria per crescere nella fede, speranza e carità. Naturalmente è una trappola in cui il tentatore satana fa di tutto per farci cadere. E noi chiediamo di essere liberati da questa trappola, che è realissima e pericolosa, anche se ci passiamo a fianco, se cerchiamo di evitarla» (C. M. MartiniNon sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostroV Meditazione).
Tuttavia, ai di là del significato filologico e teologico, verrebbe da chiedersi: possibile che in duemila anni nessuno abbia voluto adoperare la traduzione/tradimento auspicata da Bergoglio e oggi dalla CEI anche per uso liturgico? D’accordo che è adoperata già in alcune lingue nazionali, come il francese. Resta il fatto che non si è compreso, a nostro avviso, il vero significato, preferendogli attribuire un senso politicamente corretto … .
Spiega Fra Cristoforo: «molti si sono chiesti: Come può Dio “indurre” in tentazione? Ci sono tantissimi passi biblici che dimostrano come Dio induce alla tentazione e alla prova. Non ci si può scandalizzare, pensando sempre che Dio abbia solo la “mielosa misericordia” (oggi molto di moda nella neochiesa), trascurando la Croce, la prova e la tentazione. Ricordate Genesi 22 quando il Signore chiede ad Abramo il sacrificio del figlio Isacco? E’ vero. Appena vide la sua fedeltà l’angelo fermò la mano di Abramo. Ma provate a pensare lo stato d’animo di questo patriarca, mentre saliva sul monte Moria per uccidere suo figlio in obbedienza a Dio; mi viene in mente anche Esodo 4,24 dove si dice che il Signore, mentre Mosè tornava in Egitto dopo la sua fuga “gli venne contro e cercò di farlo morire”; oppure il capitolo 1 del libro di Giobbe, dove si legge a chiare lettere che Dio da il permesso a satana di tentarlo e provarlo. O ancora nel Nuovo Testamento dove si dice che Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1), e appare chiaro che è lo Spirito Santo che conduce Gesù nel deserto per subire la prova della “tentazione”. E anche San Paolo in 2 Cor 12,7 dice: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia”. La Scrittura è piena zeppa di citazioni simili. Dio ti mette nella prova, anche quando questa prova è una “tentazione”. Ecco allora il vero senso del versetto “non ci indurre in tentazione”. E’ la preghiera al Padre, di noi figli, che chiediamo di essere risparmiati dalla “tentazione”, di uscirne indenni, come i tre giovani nella fornace (Daniele 3).
Del resto se vogliamo seguire il Signore in modo autentico il Siracide 2 ci dice: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione”» (Fra CristoforoIl caso della scandalosa nuova traduzione del Padre Nostro nella Bibbia CEI, cit.).
Il vero significato, dunque, di quell’invocazione contenuta nel Pater non è quello di Dio che tenta, ma quello di Dio che mette alla prova, anche quando questa prova è la tentazione. Forse la migliore spiegazione di quel versetto la diede Dio stesso all’anacoreta S. Antonio abate, lungamente tentato dal diavolo. S. Atanasio nella Vita Antonii così riferisce le parole del Signore dinanzi ad Antonio che gli chiedeva ragione perché non fosse intervenuto prima, sin dall’inizio, per porre fine alle sue sofferenze e tentazioni: «Antonio, ero là! Ma aspettavo per vederti combattere; poiché hai resistito e non ti sei lasciato vincere, sarò sempre il tuo aiuto e farò sì che il tuo nome venga ricordato ovunque» (Atanasio di AlessandriaVita di Antonio, Paoline, 2007, pp. 96-97. Cfr. R. BarilePadre Nostro, una traduzione, tanti significati, in LNBQ, 7.12.2017, nonché in Il Timone, 7.12.2017).

Augustinus Hipponensis

domenica 14 gennaio 2018

Lo strano caso della Seconda Lettura spezzettata e mal tradotta nella Messa della II Domenica del Tempo Ordinario secondo il Novus Ordo

Rilanciamo volentieri da Chiesa e postconcilio questo caso di erronea traduzione, o forse si dovrebbe dire di “addomesticamento” della traduzione in lingua italiana della Seconda Lettura nella messa secondo il Novus Ordo, celebrata nella II Domenica del Tempo Ordinario.

“Lo strano caso della Seconda Lettura spezzettata e mal tradotta nella Messa di domani: 1 Cor 6,13-20”

L'articolo pubblicato di seguito mostra un esempio lampante di come le traduzioni lasciate all'arbitrio delle singole conferenze epistolari (in seguito alla revisione della Liturgiam authenticamvedi qui e precedenti) possono dapprima annacquare e, come effetto finale, espungere le verità fondanti della nostra fede.

Questa è una di quelle letture che sono state completamente “fratturate” dai Liturgisti. Anche la traduzione è parecchio carente. Ma un motivo c’è sempre. Sono sicuro che pochissimi sacerdoti domani faranno riferimento a questa Seconda Lettura di San Paolo ai Corinzi, perché nettamente in contrasto con l’Amoris Laetitia e tutto l’insegnamento della neochiesa e di Bergoglio.
Non mi soffermo sul fatto che questa Parola sia stata “spezzettata”, perché il mio commento sarebbe troppo lungo. Lascio come sempre a voi lettori, ogni commento, contributo e aggiunta in merito.
Mi soffermerò solo su due punti che ritengo molto importanti da spiegare. Intanto vi posto la Lettura per intero (senza spezzettamenti – nella versione del 1974):

I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!». Ma Dio distruggerà questo e quelli; il corpo poi non è per l’impudicizia, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. 14Dio poi, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.
15Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra di una prostituta? Non sia mai! 16O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo? I due saranno, è detto, un corpo solo. 17Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. 18Fuggite la fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà alla fornicazione, pecca contro il proprio corpo. 19O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?20Infatti siete stati comprati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!” (1 Cor 6,13-20).

Questa sopra, come vi ho detto, è la versione integrale del brano nella traduzione del 1974. Domani sarà letta completamente in modo diverso. Vi chiedo di procurarvi un “neomessalino” o magari anche il foglietto delle Letture per confrontare le differenze.
Intanto vi è un gravissimo errore di traduzione. Al v. 18 San Paolo scrive: “φεύγετε τὴν πορνείαν – feughete ten porneian”, che correttamente tradotto sarebbe: “fuggite la fornicazione!”.
Nella traduzione che invece sarà proclamata domani si legge: “state lontani dall’impurità”. Come potete notare vi è un totale cambiamento di significato nel messaggio dell’Apostolo. Un conto è dire in tono autorevole: “FUGGITE LA FORNICAZIONE”! Un’altra cosa è dire in tono sommesso: “state lontani dall’impurità”. Il tentativo di queste traduzioni faziosamente errate è quello di “smorzare” i toni della Parola, per essere sempre più “politicamente corretti”. Per “fornicazione” infatti San Paolo intende l’adulterio e le unioni omosessuali. Ai vv. 9-10, quindi immediatamente precedenti a questo testo (e non presenti nella Lettura), l’Apostolo dice infatti: “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il Regno di Dio”. Mi pare che i toni di Paolo siano tutt’altro che sommessi. Ecco il significato di quel “fuggite la fornicazione!”, anziché “state lontani dall’impurità”.
Ma siamo nella neochiesa. Dove il neovangelo è l’Amoris Laetitia. Certe cose non si possono dire. Altrimenti qualcuno si può anche offendere. E poi…per dirla alla Bergoglio: chi siamo noi per giudicare??????
Qui non si pensa più alla Salvezza dell’anima. Qui si pensa a cercare di accontentare tutti. Ingannando i fedeli. E spalancando loro la porta dell’inferno. La situazione è gravissima!
L’altro aspetto che smonta completamente ogni insegnamento immorale della neochiesa è al v. 19: “ἢ οὐκ οἴδατε ὅτι τὸ σῶμα ὑμῶν ναὸς τοῦ ἐν ὑμῖν ἁγίου πνεύματός ἐστιν – o non sapete che il vostro corpo è Tempio dello Spirito Santo che è in voi…”. Una verità Assoluta. Il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo. E tutte le volte che si compie un peccato di “fornicazione”, vi è la profanazione di questo Tempio.
Il famoso sdoganamento dell’Amoris Laetitia alla n. 351 per le coppie di divorziati risposati di potersi accostare all’Eucaristia e alla Confessione, non è altro che un INVITO A PROFANARE IL TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO CON LA SANTISSIMA EUCARISTIA! Qui il messaggio della Parola di Dio è molto chiaro. Accostarsi all’Eucaristia con un tempio profanato, significa aggravare maggiormente quella profanazione e quindi il peccato. Che poi questo invito sia stato fatto da uno che riveste gli abiti da Pontefice e dovrebbe pensare alla salute delle anime a lui affidate…. È proprio grottesco. Capiamo la gravita?
Ma tanto per domani state pur tranquilli. La stragrande maggioranza dei predicatori si limiterà ad un breve commento del Vangelo, in versione peace & love, magari forzando il testo…in quel versetto dove Gesù dice: “Venite e vedrete”, interpretandolo come un invito del Signore ai suoi Apostoli…a “farsi migranti”!
Fra Cristoforo

domenica 1 gennaio 2017

Quale traduzione della Bibbia?

In questo giorno dell’Ottava di Natale, volentieri pubblichiamo questo breve contributo del prof. Abbruzzi.

Quale traduzione della Bibbia?

di Vito Abbruzzi


Nel mio precedente articolo su «Il Sol invictus e il “Prologo” di San Giovanni» (qui) ho messo in evidenza i limiti semantici della precedente traduzione ufficiale della Bibbia approvata dalla CEI nel 1974, proprio a proposito della frase «et tenebræ eam non comprehenderunt», resa infelicemente in italiano «ma le tenebre non l’hanno accolta», finalmente chiarita dalla successiva traduzione ufficiale del 2008: «e le tenebre non l’hanno vinta».

Ma non ho risparmiato critiche nemmeno all’autorevole traduzione della Vulgata fatta da Mons. Antonio Martini nel 1778, che ha goduto di incontestata ufficialità per circa due secoli (quasi tutti i libri di spiritualità - compresi i breviari e i messalini ad uso popolare - stampati sino al Concilio Vaticano II la riportano) e che oggi sta conoscendo una nuova stagione di interesse esegetico, grazie alla encomiabile opera di digitalizzazione dell’intero testo della sua Bibbia con le note originali di lui, e facilmente consultabile in internet. Anche il Martini – come dicevo – ha preso un abbaglio, traducendo «e le tenebre non l’hanno ammessa».

Stesso errore dicasi per l’altra autorevole traduzione fatta da Mons. Fulvio Nardoni negli anni ’40 del secolo scorso, che dopo quella del Martini ha goduto di ufficialità sino al 1974, ma che ha continuato ad essere pubblicata anche dopo il ’74; ed è pur essa ancora oggi largamente consultata. E proprio perché autorevole, il curatore della Bibbia CEI ’74 ha preferito riportare pari pari la traduzione del Nardoni a proposito del Prologo giovanneo, sacrificando la corretta esegesi al debito ossequio verso questo professore, definito “pievano mugellano dotto e coraggioso” (v. qui). Infatti, come il Nardoni, il traduttore del ’74 ha usato lo stesso verbo “accogliere” per rendere in italiano comprehendo e recipio (cfr. Gv 1, 12). Quest’ultimo verbo indica accoglimento; non già il primo, che principalmente significa “prendere” nel senso di “afferrare”, “catturare”, “occupare”, “arrestare” (Castiglioni-Mariotti); come esattamente fa il padre Ceslao Pera O.P. nel suo Liber Missalis. Il libro per la Messa secondo il Rito Romano, edito dalla Marietti nel 1950, che ben traduce: «E la luce splende nella tenebra e la tenebra non l’arrestò».

Ma, allora, la domanda sorge spontanea: quale traduzione seguire per la corretta interpretazione della Bibbia, se anche l’ultima del 2008 risulta essere alquanto infelice rispetto alla precedente del 1974? Non assolutizzando alcuna di esse, ma confrontandole, di volta in volta, tra di loro, alla luce dei testi originali, nella fattispecie la Vulgata di San Girolamo, prima scuola di esegesi biblica. 

Un esempio di ciò l’ho dato nel mio articolo su San Giuseppe, smentendo i vangeli apocrifi circa la presunta vecchiezza di questi, dimostrandone la virilità, alla luce dell’espressione latina “vir iustus” (Mt 1, 19) utilizzata da San Girolamo, di chiara formazione ciceroniana.

Questa lezione la devo a Mons. Scarafile, quando, da vescovo ausiliare della mia diocesi di Conversano, tenne a me e ad un altro seminarista di teologia una lectio divina, nell’intimità della piccola cucina del suo mini appartamento in episcopio: avanti a sé aveva la Bibbia di Gerusalemme, la Bibbia Interconfessionale e il Merk (Novum Testamentum graece et latine); ci disse che così avremmo dovuto fare anche noi. Aveva ragione!

La lezione non solo non l’ho scordata, ma l’ho fatta mia, consultando per lo stesso passo biblico tutti i testi in mio possesso, compresi quelli digitalizzati sul web. Di questi, oltre alla Bibbia Martini, di cui ho indicato il link, segnalo anche il sito Bibbia.net, fatto molto bene e che mette a confronto le bibbie CEI 2008, CEI 74 e TILC (traduzione interconfessionale in lingua corrente): validissimo motore di ricerca per citazione e per parola, ottimo strumento di esegesi, nonché di teologia biblica. E, dulcis in fundo, l’intera Vulgata di San Girolamo edita da papa Clemente VIII e per questo detta "Vulgata Clementina", si segnala quest’altro sito. Buona navigazione.