Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 8 marzo 2023

La Chiesa dopo Benedetto XVI fra realtà e utopie - resoconto del dibattito del 3.3.2023

Alcuni giorni fa si annunciava un incontro-dibattito, in Molfetta (BA), tra mons. Nicola Bux ed il giornalista dott. Aldo Maria Valli (v. qui), svoltosi lo scorso 3 marzo.

In questo breve scritto del prof. Barile vi è un resoconto della serata. A seguire, il video dell’intero dibattito.

Prof. Nicola Barile "La Chiesa dopo Benedetto XVI fra realtà e utopie". Resoconto di un avvincente dibattito con Aldo Maria Valli e Don Nicola Bux

"La Chiesa dopo Benedetto XVI fra realtà ed utopia" è stato il tema dell’interessante incontro organizzato il 3 marzo 2023 dall’ Università Popolare Molfettese. La serata ha visto un folto pubblico assieparsi nella pur ampia sala “Don Tonino Bello” della parrocchia S. Pio X a Molfetta in provincia di Bari, ha visto protagonisti don Nicola Bux e Aldo Maria Valli, già vaticanista RAI, moderati da Nicola Barile. Non si è trattato di un simposio sul pensiero di papa Benedetto, quanto di una riflessione, a partire dal contributo del suo pensiero, sul bivio in cui si trova la Chiesa attuale, come ricordato dal moderatore: da una parte il realismo, quello metafisico di S. Tommaso d’Aquino, dall’altra la deformazione dell’idea di utopia coniata da S. Tommaso Moro, per giustificare l’imposizione di idee e concetti del mondo contemporaneo. 

Sia don Nicola, sia il dott. Valli hanno conosciuto Benedetto XVI e ne hanno ricordato entrambi il carattere mite e la profondità del pensiero; la loro interpretazione, tuttavia, diverge circa la valutazione del suo magistero, prima come teologo, poi come papa. Se per Valli Benedetto ha ereditato le tensioni che discendono, secondo lui, dal Concilio Vaticano II, non risolvendole, secondo Bux, invece, Benedetto ha manifestato creatività e originalità, ma sempre sforzandosi di mantenersi nel solco della tradizione cattolica; da qui la sua lettura non traumatica del Concilio, secondo quel principio della vita della Chiesa noto come “ermeneutica della continuità”. Se si pensa, ad esempio, alla trilogia su Gesù di Nazareth, non sarebbero pertanto il Concilio e le sue interpretazioni il problema della Chiesa attuale, quanto la riduzione della figura di Gesù a maestro di moralità, sostenitore di valori in linea con il mondo contemporaneo, ma inevitabilmente in contrasto con la realtà: si pensi, ad esempio, al mito del pacifismo, smentito dal ricorso, ancora oggi, dell’uomo alla guerra.   

Entrambi i relatori, tuttavia, hanno concordato in conclusione i rischi dell’attuale fase sinodale, che appiattisce la Chiesa alla sua dimensione burocratica, facendone dimenticare la natura sacramentale. Un dibattito reso breve dai tempi contingentati della serata ha comunque consentito alla partecipata assemblea di evidenziare i dubbi che, evidentemente, questo attuale corso della Chiesa non riesce a fugare. 

Fonte: Il pensiero cattolico, 7.3.2023







Fotografie di Vito Palmiotti

lunedì 17 dicembre 2018

Introduzione alla "Sacrosanctum concilium" di Mons. Nicola Bux in occasione dell'inizio delle Antifone Maggiori

Oggi, 17 dicembre, iniziano le Antifone Maggiori, dette anche Antifone “O” dall’esclamazione di meraviglia con cui si aprono.
La prima inizia con “O Sapientia”.






In questi giorni delle Antifone e di Novena al Santo Natale, pubblicheremo ogni giorno un contributo dei membri della Scuola Ecclesia Mater dedicato ognuno all’esame di un capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, solennemente promulgata nel dicembre 1963.
Questi interventi sono stati tenuti, in occasione degli incontri formativi, a Bari, della Scuola nell’arco temporale dal 2014 al 2016.
Cominciamo con il commento al Proemio da parte di don Nicola Bux.

COMMENTO AL PROEMIO DELLA COST. SACROSANCTUM CONCILIUM

di Nicola Bux

Nella versione italiana del Proemio della Sacrosanctum Concilium (§§ 1-4), si notano alcune alterazioni di carattere teologico e filologico. Innanzitutto, l’uso improprio (presente in alcune versioni ufficiali, soprattutto quella presente sul sito del Vaticano - qui citata) del minuscolo: “Liturgia”, tradotto “liturgia”; “Eucharistiae Sacrificio”, “sacrificio dell’eucaristia” (SC n. 2).
Si concorda sulla necessità “di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa” (SC n. 1), ma si rimane perplessi quando si vuole mettere la Liturgia, che ha «la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina (SC n. 2), alla stregua di tutte “quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti [instutiones quae mutationibus obnoxiae sunt]» (SC n. 1).
Dobbiamo, pertanto, comprendere l’esatto significato della frase: «Il sacro Concilio [...] ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia [Sacrosanctum Concilium [...] suum esse arbitratur peculari ratione etiam instaurandam atque fovendam Liturgiam curare]» (SC n. 1). Che la Liturgia sia ognora da ‘promuovere’ (fovendam), incrementandola presso «i fedeli [affinché] esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa» (SC n. 2), è fuori di dubbio; non altresì quando si dice di essa che sia da ‘riformare’, traducendo in tal modo il gerundio latino instaurandam. Quantunque si parli nei testi magisteriali di «riforma liturgica del Concilio [liturgica Concilii reformatio]» (Istruzione Redemptionis Sacramentum, n.4; Enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 10), il verbo ‘instaurare’ - in latino e in italiano - va inteso come restaurare (cfr. Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana) e non già come trasformare. È quanto si legge nel testo in francese: «A la restauration et au progrès de la liturgie». D’altro canto, lo stesso verbo latino ‘reformare’ si traduce con ‘restaurare’ (cfr. Castiglioni-Mariotti, Vocabolario della lingua latina, ed. Loescher, Torino 1966). ‘Instaurare’, allora, può significare: ‘ritornare ai fondamenti’.
Bisogna, infine, parlare di ‘sana Tradizione’, distinguendo tra Tradizione divina e tradizione umana.

sabato 26 maggio 2018

Il Concilio Vaticano II nuova Pentecoste???? Non diciamo eresie!!! La sola e unica Pentecoste: contro l'eresia neo-gioachimita

Nella festa di S. Filippo Neri e nel sabato delle Quattro Tempora di Pentecoste, rilanciamo la traduzione italiana di questo contributo, pubblicata anche da Riscossa cristiana, ed il cui originale inglese è comparso su New Liturgical Movement.

Autore ignoto, S. Filippo Neri appare ad un confratello, XVIII sec., Chiesa dei SS. Prospero e Filippo, Pistoia

Ambito di Carlo Maratti, Un angelo mostra a S. Filippo Neri un quadro della Vergine con Bambino e S. Giovannino, XVII sec., collezione privata

Sebastiano Conca, Madonna con Bambino tra i SS. Filippo Neri e Nicola di Bari, XVIII sec., collezione privata

Pompeo Batoni, Vergine con il Bambino e i SS. Girolamo, Giacomo maggiore e Filippo Neri, 1780, parrocchiale dei santi Faustino e Giovita, Chiari

Angelo Mozzillo, S. Anna con Maria Bambina tra i SS. Gennaro e Filippo Neri, 1805, Napoli

Clemente Alberi (attrib.), S. Filippo Neri, 1835, Pesaro

Riccardo Nobili, Miracolo di S. Filippo Neri, 1889, Rimini

Ambito veronese, SS. Filippo Neri, Luigi Gonzaga ed Elisabetta d'Ungheria, XIX sec., Verona

La sola e unica Pentecoste: contro l'eresia neo-gioachimita

di Peter Kwasniewski

Traduzione di Traditio Marciana

Il Concilio Vaticano II è stato bollato come una "nuova Pentecoste". Ma una nuova o una seconda Pentecoste è impossibile. La Pentecoste è il mistero dell'identità e della vitalità della Chiesa attraverso tutti i secoli fino al ritorno di Cristo nella gloria; la Pentecoste non è un semplice evento, come lo spettacolo pirotecnico del 4 luglio (festa dell'indipendenza statunitense, ndt), ma è un dinamismo che permane, espresso dalla perenne freschezza della liturgia, che "lo Spirito Santo ... copre nel suo dolce seno e con ali splendenti (1), cosa caldamente ricordata in tutte le Domeniche dopo Pentecoste, che riempiono di un verde brillante l'autentico calendario Romano.
Potrebbe esserci una nuova Pentecoste solo se la vecchia avesse fallito; e in modo simile, potrebbe esserci una nuova Messa solo se la vecchia avesse fallito (2). Se ci fosse una nuova Pentecoste, questa darebbe origine a un nuovo tipo di Cattolicesimo, con nuove dottrine, una nuova moralità, una nuova liturgia, una nuova umanità in una nuova creazione, tutte cose che potrebbero essere in aperto conflitto con le loro controparti della "vecchia Pentecoste".
Martin Mosebach analizza eloquentemente il problema: "Lo 'spirito del Concilio' iniziò a esser tirato in ballo contro il senso letterale dei testi conciliari. In modo disastroso, dell'attuazione dei decreti conciliari s'impossessò la rivoluzione culturale del 1968, che scoppiò in tutto il mondo. Questo fu certamente il lavoro di uno spirito, di uno spirito assai impuro. La sovversione politica di ogni forma di autorità, la volgarità dell'estetica, la demolizione filosofica della tradizione non solo devastò le università e le scuole e avvelenò l'atmosfera pubblica, ma al contempo s'impossessò delle alte sfere della Chiesa. Iniziò a diffondersi la sfiducia nella tradizione, l'eliminazione della tradizione, in ogni cosa, in un entità la cui essenza consiste completamente nella tradizione, tanto che qualcuno ebbe a dire che la Chiesa sarebbe nulla senza la tradizione. In tal modo, la battaglia postconciliare che portò la distruzione della tradizione in moltissimi posti non fu altro che il tentato suicidio della Chiesa, un processo nichilistico, letteralmente assurdo. Noi tutti ricordiamo come i vescovi e i professori di teologia, i pastori e i funzionari delle organizzazione cattoliche abbiano proclamato con un tono fiducioso e vittorioso che con il Concilio Vaticano II una nuova Pentecoste si sia realizzata nella Chiesa, cosa che nessuno dei famosi Concili della storia, che hanno in modo così decisivo costituito lo sviluppo della Fede, ha mai preteso d'essere. Una "nuova Pentecoste" non significa altro che una nuova illuminazione, possibilmente una che possa sorpassare quella che fu ricevuta duemila anni fa; perché non passare direttamente al "Terzo Testamento" dell'Educazione della Razza Umana di Gotthold Ephraim Lessing? Nella visione di queste persone, il Vaticano II significò una rottura con la Tradizione così com'era esistita fino ad allora, e questa rottura sarebbe secondo loro stata salutare. Chiunque abbia ascoltato ciò potrebbe aver creduto che la Religione Cattolica abbia trovato realmente se stessa solo dopo il Vaticano II. Si suppone dunque che tutte le generazioni precedenti - alle quali noi qui presenti dobbiamo la nostra fede - siano rimaste nelle tenebre dell'immaturità" (3).
Quello che abbiamo visto negli ultimi cinquant'anni è un maldestro tentativo di riesumare l'eresia gioachimita secondo la quale la Chiesa sarebbe entrata nella terza e finale età, la nuova età dello Spirito, che avrebbe lasciato alle spalle il Vecchio Testamento del Padre, rappresentato dalle tavole del decalogo e dai sacrifici animali, e il Nuovo Testamento del Figlio, rappresentato dall'unione costantiniana di Chiesa e Stato e dal santo sacrificio della Messa. La nuova età, in modo ecumenico e interreligioso, "va al di là" dei comandamenti, della Cristianità, e del culto divino tradizionale. Con la riforma liturgica di Paolo VI noi andiamo al di là della tradizione liturgica ereditata; con gl'incontri d'Assisi di Giovanni Paolo II noi andiamo al di là della differenza sostanziale tra la Vera Religione e le false religioni; con l'Amoris Laetitia di Papa Francesco noi andiamo al di là dei rigidi confini del Decalogo e dei Vangeli.
Ora, ovviamente, tutte queste novità non costituirebbero altro che una nuova religione, e una nuova religione è una falsa religione.  In tal guisa, la caratteristica maggiormente distintiva della cosiddetta "nuova Pentecoste" o "nuova primavera" è la manifestazione di un'eresia neo-gioachimita, che è incompatibile con il Cattolicesimo ortodosso. La crisi della Chiesa ai nostri giorni è stato il segno divino della disapprovazione del deliberato allontanamento e del lento abbandono della Scrittura, della Tradizione e (sic) del Magistero, in questi decenni, in cui l'amnesia rimpiazza l'anamnesi, e il sacrilegio soppianta la sacralità. Come nota un autore di Rorate Caeli il 2 maggio 2014: "E' la generale inaffidabilità della maggior parte dei mezzi di comunicazione ufficiali della Chiesa e delle case editrici che ha reso i blog così popolari. Questo è specialmente vero quando si considera l'ovvio discordanza che ogni Cattolico avverte tra la morbidezza e la gaiezza dei mezzi di comunicazione ufficiali e la realtà vista terra a terra, dagli abusi sui bambini agli abusi nei sacramenti, dagli abusi nella liturgia agli abusi di confidenza, dalla promozione dei dissidenti al nascondere le statistiche della crisi generale della demografia Cattolica e della pratica religiosa nella maggior parte del mondo, da quando sono iniziati i geli della primavera".
La Chiesa oggi soffre perché malata nel suo cuore: è letargica nel suo tessuto e intasata nelle sue arterie. Ha bisogno di un trapianto cardiaco, ma piuttosto che darle un cuore differente, ella ha bisogno di liberarsi di quel cuore artificiale e meccanico che le è stato installato da dottori poco competenti, e riacquistare il cuore di carne che la tradizione aveva fatto crescere in lei. Quando questo accadrà, noi saremo testimoni non già di una nuova Pentecoste, ma del rinnovarsi dell'adorazione di Dio in spirito e verità, come Nostro Signore ha profetizzato e ha già stabilito per noi. Dom Paul Delatte (abate di Solesmes dal 1890 al 1921) scrisse, riguardo la sacra liturgia tradizionale: "Nello Spirito Santo  si concentrano, si eternano, si diffondono in tutto l'intero Corpo di Cristo l'immutabile pienezza dell'atto della Redenzione, tutte le ricchezze della Chiesa del passato, del presente e dell'eternità (4).
Non ci meraviglia che Dom Guéranger, in un passo che io amo molto citare, disse: "Lo Spirito Santo ha fatto della liturgia il centro della sua attività nelle anime umane". Questo è ciò in cui dobbiamo trovare la nostra Pentecoste; questo è ciò in cui la Chiesa si rinnova perennemente nella sua giovinezza, trovando a portata di mano l'unico comune linguaggio con cui lodare, benedire, glorificare ed adorare il Re celeste, sinché Egli ritorni dall'Oriente nella gloria: "Ascenderò all'altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza".

NOTE dell'autore

(1) Gerard Manley Hopkins, La grandezza di Dio.
(2) Una nuova Messa è una contraddizione in termini; la Chiesa non ha l'autorità per fare una cosa del genere.
(3) In occasione del XC genetliaco di Benedetto XVI, Prefazione a P. Kwasniewski, Nobile bellezza, Santità trascendente: perché l'età moderna ha bisogno della Messa di sempre, xii-xiii.
(4) Commentario della Regola di S. Benedetto, 133.

sabato 4 novembre 2017

Autoritaria è sempre la rivoluzione, mai la tradizione – Editoriale di novembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Carlo Borromeo, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio, che ricorda come tutte le rivoluzioni siano state sempre connotate da autoritarismo, limitazioni delle libertà e violenze. Così fu per la rivoluzione francese, così è per quelle religiose, come per quella odierna innescata dall’attuale vescovo di Roma ed ancor prima dal Concilio Vaticano II, che vide l’allontanamento, ad es., dall’Università lateranense, nel 1969, di docenti “non allineati” al nuovo corso, come, p. es., Mons. Antonio Piolanti, valente tomista ed insigne teologo.

Carlo Dolci, S. Carlo Borromeo, 1659

Giulio Cesare Procaccini, S. Carlo in gloria con S. Michele arcangelo, XVII sec.

Luca Giordano, Elemosina di S. Carlo Borromeo, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Anonimo, S. Carlo in preghiera, XVII sec., Verona

Ludovico Carracci, S. Carlo battezza un bambino durante la peste di Milano, XVII sec., Museo dell'Abbazia, Nonantola

Anonimo, Gloria di S. Bartolomeo con S. Carlo, XIX sec., Alba

Tito Aguiari, S. Carlo tra i SS. Antonio da Padova e Francesco di Paola, 1857, chiesa arcipretale, Papozze

Tito Aguiari, S. Carlo in adorazione della Croce, 1869, Trieste

Anonimo, S. Carlo intercede presso la Madonna contro la peste, 1882, Alba

Anonimo, S. Carlo in gloria, XX sec., Asti

Giovanni Gasparro, I SS. Pio V e Carlo Borromeo difendono il Cattolicesimo dall'islam e dall'eresia protestante di Lutero, il Porcus Saxoniae, 2017, collezione privata

AUTORITARIA È SEMPRE LA RIVOLUZIONE, MAI LA TRADIZIONE


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 11 - Novembre 2017

Solitamente, nell’immaginario collettivo anche cattolico, la Tradizione viene affiancata a una visione autoritaria della Chiesa, verticistica e accentrata, mentre la modernità con tutto il suo carico rivoluzionario, viene affiancata ad una chiesa semplice e libera, popolare e democratica: niente di più falso! È proprio vero il contrario!
La Tradizione, quella vera, che non è conservatorismo, proprio perché pone l’accento sull’autorità dell’insegnamento perenne di duemila anni di cristianesimo; proprio perché parla di un contenuto di verità, di un deposito della fede da custodire vivere e tramandare intatto; proprio perché a questo contenuto intangibile ricevuto da Dio, tutti devono obbedire e sottostare, dal Papa al più piccolo bimbo del catechismo: proprio per questo la Tradizione non è fatta di un autoritarismo tutto umano, dove il “capo” impone in nome di se stesso la linea da seguire.
È la Rivoluzione che invece è autoritaria: in ogni rivoluzione, per imporre il “mondo nuovo” che a turno dovrebbe migliorare l’esistenza umana, è necessario che chi è a capo imponga con violenza, fisica o morale, la svolta da compiere.
Il problema è che questa visione autoritaria distrugge la vera autorità che è quella della verità.
La Tradizione della Chiesa è fatta per custodire e trasmettere la verità; e difendendola, contro tutti i falsi cristiani che vogliono modificarla e cambiarla, rende possibile la libertà dei giusti: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32).
L’autoritarismo moderno è pestifero, entra dappertutto, e se entra nella Chiesa di Dio la corrompe.
Per questo dobbiamo vigilare e coltivare un amore sconfinato alla Tradizione e guardarci bene dall’autoritarismo. Dobbiamo coltivare un amore sconfinato alla Tradizione perché è la forma con cui Cristo ci raggiunge. Dobbiamo guardarci dall’autoritarismo perché è la violenza dell’uomo che vuole sostituirsi alla verità di Dio.
Solo che per guardarsi da questa moderna malattia occorre vivere di autorità e non di autoritarismo.
Cioè, non bisogna aspettare dall’alto, dai “capi”, le indicazioni per vivere pienamente il cristianesimo come Dio comanda. Non bisogna aspettare, ma prendere in mano la propria obbedienza a Dio per compiere l’opera che chiede.
Nella Chiesa è sempre avvenuto così.
Ve lo immaginate un San Francesco che si lamenta del Papa perché non riforma la Chiesa? No, San Francesco non ha atteso dal Papa, è andato dopo dal Papa per sapere se si ingannava; ma prima di andare dal Papa ha fatto ciò che Dio gli indicava.
Ve lo immaginate san Paolo che aspetta da Pietro l’indicazione su cosa deve fare? Assurdo sarebbe: certo che Paolo andò da Pietro, ma carico già del compito affidatogli da Cristo del predicare alle genti, compito accettato e abbracciato.
Tutto nella Chiesa, tutte le vere riforme, tutte le vere opere, sono nate dall’ “alto” della grazia di Dio, ma questa grazia è germogliata nel “basso” della vita di anime cristiane che non hanno atteso una “patente” dall’autorità. L’autorità, il Papa e i Vescovi, sono intervenuti dopo, spesso molto dopo, per giudicare la bontà dell’opera. Ma per essere giudicata dall’autorità, l’opera deve esserci già, questo è ovvio!
Ma non lo è ovvio per tutti i malati di autoritarismo, che hanno trasformato la Chiesa in una società di impiegati che fanno corte all’autorità.
Sono malati della stessa malattia tutti quei cristiani che dicono di amare la Tradizione, ma non si muovono nel costruire alcunché.
Attendono Papa dopo Papa, Vescovo dopo Vescovo, parroco dopo parroco, pretendendo da essi un certificato di fiducia in anticipo, prima di aver costruito qualcosa.
Il concilio di Trento, così amato dai tradizionali, è stato preparato e reso possibile da tutti i Santi della riforma cattolica, che è nata ben prima del concilio!
Il concilio di Nicea che salvò la fede in Cristo fu possibile per tutti i santi che, nella solitudine dell’incomprensione, rimasero attaccati alla Tradizione e fecero l’opera di Dio.
Nessuno di essi ebbe un certificato anticipato di fiducia dall’autorità.
Il pericolo dell’autoritarismo è serio: è lo strumento che ogni dittatura culturale ha per fermare la vita, che non corrisponde mai allo schema che l’uomo ha in testa.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo, la vera riforma della Chiesa, ahimè, sarà da rimandare... chissà per quanto tempo.
Se il mondo tradizionale cadrà nell’inganno dell’autoritarismo non costruirà l’opera che Dio gli ha dato da compiere e molte anime non avranno il riparo sicuro nella tempesta.
Se cadremo nell’inganno dell’autoritarismo, quello di chi aspetta dal “capo” la riforma della propria vita, non potremo poi lamentarci se a sera saremo a mani vuote, l’abbiamo voluto noi.

venerdì 4 agosto 2017

Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima

Nella festa di S. Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei Predicatori, rilanciamo questo breve saggio del prof. De Mattei, pubblicato anche da Rorate caeli.















  








Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima

di Roberto de Mattei


Rorate CoeliCorrispondenza Romana e altre testate cattoliche, hanno ospitato un pregevole intervento di mons. Athanasius Schneider sull’«interpretazione del Concilio Vaticano II e la sua relazione con l’attuale crisi della Chiesa» [v. anche Chiesa e postconcilio, 22.7.2017; ivi, 23.7.2017, ndr.]. Secondo il vescovo ausiliare di Astana, il Vaticano II fu un Concilio pastorale ei suoi testi vanno letti e giudicati alla luce del perenne insegnamento della Chiesa.
Infatti, «da un punto di vista oggettivo, le affermazioni del Magistero (papi e concili) di carattere definitivo hanno più valore e peso rispetto ai pronunciamenti di carattere pastorale, che hanno naturalmente una qualità mutabile e temporanea a seconda delle circostanze storiche o che rispondono a situazioni pastorali di un certo periodo di tempo, come avviene per la maggior parte delle affermazioni del Vaticano II».
All’articolo di mons. Schneider ha fatto seguito, il 31 luglio, un equilibrato commento di don Angelo Citati FSPX (http://www.sanpiox.it/attualita/1991-suaviter-in-modo-fortiter-in-re, ripreso anche qui), secondo il quale la posizione del vescovo tedesco ricorda molto da vicino quella ribadita costantemente da mons. Marcel Lefebvre: «Dire che valutiamo i documenti del Concilio “alla luce della Tradizione” vuol dire, evidentemente, tre cose inscindibili: che accettiamo quelli che sono conformi alla Tradizione; che interpretiamo secondo la Tradizione quelli che sono ambigui; che respingiamo quelli che sono contrari alla Tradizione» (Mons. M. Lefebvre, Vi trasmetto quello che ho ricevuto. Tradizione perenne e futuro della Chiesa, a cura di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Sugarco Edizioni, Milano 2010, p. 91).
Essendo stato pubblicato sul sito ufficiale del Distretto italiano, l’articolo di don Citati ci aiuta anche a comprendere quale potrebbe essere la base di un accordo per regolarizzare la situazione canonica della Fraternità San Pio X. C’è da aggiungere che, sul piano teologico, tutte le distinzioni possono e debbono essere fatte per interpretare i testi del Vaticano II, che è stato un Concilio legittimo: il ventunesimo della chiesa cattolica. II suoi documenti potranno di volta in volta essere definiti pastorali o dogmatici, provvisori o definitivi, conformi o difformi alla Tradizione.
Mons. Brunero Gherardini, nelle sue ultime opere ci offre un esempio di come un giudizio teologico può essere articolato, se vuole essere preciso (Il Concilio Vaticano II un discorso da fare, Casa Mariana, Frigento 2009 e Id.,Un Concilio mancato, Lindau, Torino 2011). Ogni testo, per il teologo, ha una diversa qualità e un diverso grado di autorità e di cogenza. Il dibattito è dunque aperto.
Sul piano storico però, il Vaticano II costituisce un blocco non scomponibile: ha una sua unità, una sua essenza, una sua natura. Considerato nelle sue radici, nel suo svolgimento e nelle sue conseguenze, esso può essere definito una Rivoluzione, nella mentalità e nel linguaggio, che ha profondamente modificato la vita della Chiesa, avviando una crisi religiosa e morale senza precedenti. Se il giudizio teologico può essere sfumato e comprensivo, quello storico è impietoso e senza appello. Il Concilio Vaticano II non fu solo un Concilio mancato o fallito: fu una catastrofe per la Chiesa.
Poiché quest’anno ricorre il centenario delle apparizioni di Fatima, soffermiamoci solo su questo punto. Quando, nell’ottobre del 1962, si aprì il Vaticano II, i cattolici di tutto il mondo attendevano lo svelamento del Terzo Segreto e la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria. L’Armata Azzurra di John Haffert (1915-2001), conduceva da anni una massiccia campagna a questo riguardo.
Quale occasione migliore per Giovanni XXIII (morto il 3 giugno 1963), Paolo VI e i circa 3000 vescovi riuniti attorno a loro, nel cuore della Cristianità, di corrispondere in maniera corale e solenne ai desideri della Madonna? Il 3 febbraio 1964, mons. Geraldo de Proença Sigaud consegnò personalmente a Paolo VI una petizione sottoscritta da 510 presuli di 78 Paesi, in cui si implorava che il Pontefice, in unione con tutti i vescovi, consacrasse il mondo, e in maniera esplicita la Russia, al Cuore Immacolato di Maria. Il Papa e la maggioranza dei Padri conciliari ignorò l’appello. Se la consacrazione richiesta fosse stata fatta, una pioggia di grazie sarebbe caduta sull’umanità. Un movimento di ritorno alla legge naturale e cristiana si sarebbe avviato.
Il comunismo sarebbe caduto con molti anni di anticipo, in maniera non fittizia, ma autentica e reale. La Russia si sarebbe convertita e il mondo avrebbe conosciuto un’epoca di pace e di ordine. La Madonna lo aveva promesso. La mancata consacrazione fece sì che la Russia continuasse a diffondere i suoi errori nel mondo e che questi errori conquistassero i vertici della Chiesa, attirando un terribile castigo per l’umanità intera. Paolo VI e la maggioranza dei Padri conciliari si assunsero una responsabilità storica, di cui oggi misuriamo le conseguenze.