Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 4 ottobre 2023

Burke: «La sinodalità contraddice la vera identità della Chiesa»

Oggi, festa di S. Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, è, in realtà, un giorno triste e storico al contempo. Infatti, oggi si aprirà, con una messa solenne, concelebrata da Francesco con i neo-cardinali ed i vescovi sinodali, il discusso “Sinodo sulla sinodalità”, che presenta inquietanti somiglianze al c.d. latrocinium Ephesi, cioè al II concilio di Efeso, convocato dall'imperatore romano d'Oriente Teodosio II nel 449, sotto la presidenza del Patriarca di Alessandria, Dioscoro I, e che non è riconosciuto né dalla Chiesa cattolica né dalla maggior parte delle chiese ortodosse, salvo quelle c.d. «pre-calcedoniane» (che accettano, invece, il Secondo concilio di Efeso e rigettano il concilio di Calcedonia).

Perché lo consideriamo funesto? Per il semplice motivo che esso si annuncia come la pietra miliare del cambiamento dell’identità cattolica, sia per quanto riguarda la dottrina sia per quanto riguarda la morale sia, infine, la prassi. Non si nascondono, infatti, i timori che si accompagnano a quest’incontro sinodale, che durerà l’intero mese di ottobre, e che comporterà – secondo anche quel che emerge dall’Instrumentum Laboris – una qualche forma di benedizione per le coppie tra persone dello stesso sesso sul modello di quanto avviene in Germania ed in Olanda (quasi che Dio, contraddicendo la sua stessa Legge e la sua stessa Divina Rivelazione, possa benedire, e così approvare quasi, una situazione di peccato); una rivisitazione della legge del celibato ecclesiastico; un riesame del divieto di accesso agli ordini sacri delle donne.

Del resto, le reazioni avute, da parte della Santa Sede, alla pubblicazione dei Dubia; reazioni tutt’altro che moderate e prudenti, ma inviperite e, diremmo, quasi violente nelle parole … fanno pensare che la cosa non sia passata in maniera indifferente sulle testi degli albicelesti abitanti della stanze vaticane, ma anzi sia stato da loro accusato il colpo, il duro colpo assestato ai loro piani “revolucionari”. Prova ne sia la reazione irritata del neo-cardinal Fernández (cfr. Jonathan Liedl, Vatican releases Pope Francis’ responses to pre-synod dubia, criticizes cardinals, in Catholic New Agency, 2.10.2023).

A chiarimento dei fatti è utile rilanciare, in questo giorno dedicato al Santo di Assisi, l’intervento del card. Raymond L. Burke al convegno de La Bussola, svoltosi a Roma, presso il teatro Ghione, nel pomeriggio del giorno 3 ottobre 2023.

Bellissimo santino del 1939 fatto stampare dal Commissario Generale del Terz'Ordine Francescano, per il quale fu chiamato un artista apposito, tale Mario Barberis. Il tutto per commemorare l'evento del 18 giugno 1939 allorché Pio XII, a soli tre mesi dall'elezione, su sollecita istanza di molti vescovi, proclamò il Santo di Assisi patrono d'Italia. Fonte

Altro santino stampato per l'occasione dalle Arti Grafiche dei Fratelli Bonetti di Milano su commissione del Segretariato per le Missioni Francescane. S. Francesco, ritto su una mezza colonna, benedice l'Italia, raffigurata dalla famosa allegoria di una regina con la corona turrita e la spada sul fianco. Accanto al Santo vi è il papa Pio XII con la tiara, nell'atto della proclamazione di S. Francesco a Patrono d'Italia. Attorno si vede una folla di persone di varie estrazioni sociali. La scena si svolge a Roma, dal momento che si scorge sullo sfondo, al centro, il Colosseo e l'Altare della Patria sulla destra. Ad essere precisi questo santino risale al XIX anno dell'era fascista e quindi al periodo 29.10.1940-28.10.1941. Fonte







Burke: «La sinodalità contraddice la vera identità della Chiesa»


«Il Sinodo che apre oggi cela un’agenda più politica che ecclesiale e divina. La volontà di modificare la costituzione gerarchica della Chiesa è chiara, con un conseguente indebolimento dell'insegnamento in materia morale. Lo stesso processo usato in Germania».




Pubblichiamo di seguito l’intervento integrale (titolo originale: “La sinodalità contro la vera identità della Chiesa quale comunione gerarchica”) tenuto ieri dal cardinale Raymond Leo Burke al Convegno internazionale “La Babele sinodale”, organizzato dalla Nuova Bussola Quotidiana a Roma, presso il Teatro Ghione.

* * *

Prima di tutto, vorrei ringraziare gli organizzatori di questo convegno, in particolare Riccardo Cascioli, e tutti i collaboratori della Nuova Bussola Quotidiana per averci dato oggi la possibilità di trattare di temi massimamente importanti per tutti noi, perché toccano il Bene più fondamentale della nostra comune Santa Madre, la Chiesa Cattolica, il Corpo Mistico di Cristo che è il solo Salvatore del Mondo. Vorrei ringraziare specialmente padre Gerald Murray e il professore Stefano Fontana per le considerazioni essenziali che ci hanno presentato oggi. Hanno esposto in una maniera molto convincente, smascherato dovrei dire, gli errori filosofici, canonici e teologici molto diffusi oggi riguardo al Sinodo dei Vescovi e la sua imminente sessione intitolata “Per una Chiesa sinodale: Comunione | partecipazione | missione”.

Vorrei subito raccomandare alla vostra lettura il libro di Julio Loredo e José Antonio Ureta, Processo sinodale: Un Vaso di Pandora. 100 domande e 100 risposte (Associazione Tradizione Famiglia Proprietà, Roma, 2023), disponibile in italiano e in molte altre lingue. Lo studio sereno e profondo che sta sotto questo libro è un aiuto preziosissimo nell’affrontare la pervasiva confusione intorno alla sessione del Sinodo dei Vescovi che inizierà domani (oggi 4 ottobre 2023, ndr).

Il professore Fontana ha detto che: «La nuova sinodalità, considerata nelle categorie sue proprie di tempo, prassi e procedura, è il momento conclusivo di un lungo percorso che ha attraversato tutta la modernità». Attirando la nostra attenzione sulle fonti filosofiche della cosiddetta sinodalità, egli smaschera la sua mondanità. Ecco perché nostro Signore Gesù Cristo, che è il solo nostro Salvatore, non sta alla radice e al centro della sinodalità. Ecco perché la natura divina della Chiesa nella sua fondazione e nella sua vita organica e duratura è trascurata e, in verità, dimenticata.

Lo Spirito Santo è molto spesso invocato nella prospettiva del Sinodo. Tutto il processo sinodale si presenta come un’opera dello Spirito Santo che guiderà tutti i membri del Sinodo, ma non c’è neanche una parola sull’obbedienza dovuta alle ispirazioni dello Spirito Santo che sono sempre coerenti con la verità della dottrina perenne e la bontà della disciplina perenne che Egli ha ispirato lungo i secoli. È purtroppo molto chiaro che l’invocazione dello Spirito Santo da parte di alcuni ha per scopo il far andare avanti un’agenda più politica e umana che ecclesiale e divina. L’agenda della Chiesa è unica, cioè la ricerca del Bene comune della Chiesa, cioè la salvezza delle anime, la salus animarum che «in Ecclesia suprema semper lex esse debet»[1].

Il Sinodo sulla “sinodalità” prosegue alcune prospettive diffuse nella Chiesa oggi ed evidenziate pure dalla recente riforma della Curia Romana tracciata dalla Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium. Essa insiste principalmente nell’indicare la missionarietà e sinodalità della Chiesa come gli «attributi», i «tratti essenziali»[2] della vita ecclesiale e sembra far derivare da questa impostazione la struttura della Curia Romana. Ma, come professiamo nel Simbolo della Fede e come è stato insegnato dal Concilio ecumenico Vaticano II nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium, la Santa Madre Chiesa è nei suoi attributi, nei suoi tratti essenziali, «una, santa, cattolica e apostolica»[3].

La confusione sulla teologia, sulla morale e persino sulla filosofia elementare in cui viviamo è alimentata da una grande mancanza di chiarezza nel vocabolario utilizzato, e questo probabilmente è intenzionale da parte di alcuni. Assistiamo a uno slittamento semantico di alcune parole o espressioni, che rende incomprensibile l’insegnamento della Chiesa su alcuni punti. Potrei citare l’espressione “misericordia di Dio”, per esempio. Ma a volte si introducono o si estremizzano nuove parole senza una chiara definizione, come nel caso della parola sinodalità. In questo caso, con la confusione sui tratti essenziali della Chiesa, c’è il rischio di perdere l’identità della Chiesa, la nostra identità di membri del Corpo Mistico di Cristo, di tralci nella «vite vera» che è Cristo e della quale il Padre eterno «è l’agricoltore»[4].

Nel momento in cui questi concetti diventano centrali e non sono chiaramente definiti, si apre la porta a chiunque voglia interpretarli in modo da rompere con il costante insegnamento della Chiesa su questi temi. Infatti, la storia della Chiesa ci insegna che la risoluzione delle peggiori crisi, come quella ariana, inizia sempre con una grande precisione nel vocabolario e nei concetti utilizzati.

Torniamo ai tratti essenziali della Chiesa proposti nella Praedicate Evangelium per capire meglio in che direzione il Sinodo tende: missionarietà e sinodalità. Si tratta di due attributi in qualche senso conosciuti, ma la loro elevazione a tratti essenziali della Chiesa e, perciò, criteri fondamentali della ristrutturazione della Curia Romana – e ora con questo Sinodo a tutta la Chiesa Universale – si presta ad ambiguità e a equivoci che devono essere riconosciuti e dissipati.

È giusto affermare che tutta la Chiesa è missionaria. Tutti i fedeli sono chiamati, secondo la loro vocazione e le loro doti personali, a dare testimonianza a Cristo nel mondo. Ma nel dare testimonianza a Cristo, i fedeli necessitano dell’incontro con Lui vivo nella Chiesa attraverso la Sacra Tradizione, che è dottrinale, liturgica e disciplinare. Necessitano buoni Pastori – il Romano Pontefice e i Vescovi in comunione con Lui, insieme con i sacerdoti, i principali cooperatori dei Vescovi – che li guidino a Cristo e salvaguardino per loro la vita in Cristo, specialmente per l’insegnamento della sana dottrina e dei buoni costumi, e, in modo più perfetto e completo, per la Sacra Liturgia quale adorazione di Dio «in spirito e verità»[5]. È infatti l’insegnamento della verità e il Culto Divino «in spirito e verità» che fanno crescere la vita in Cristo di ogni fedele e di tutta la Chiesa. Come ci insegna San Paolo, nella Chiesa non siamo più «fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore», ma «agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo»[6].

Secondo il costante insegnamento della Chiesa, Cristo istituì l’Ufficio Petrino perché tutti i Vescovi e, così, tutti i fedeli siano uniti nella fede[7]. Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, dichiarò: «Affinché lo stesso episcopato fosse uno e indiviso, [Gesù Cristo] prepose agli altri apostoli il beato Pietro e in lui stabilì il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione»[8]. Così il Concilio definisce l’Ufficio Petrino: «Il Romano Pontefice, quale successore di Pietro, è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli»[9].

La Curia Romana è lo strumento principale del Romano Pontefice nel suo servizio insostituibile alla Chiesa universale. Secondo le parole dei Padri conciliari: «Nell’esercizio del suo supremo, pieno e immediato potere sopra tutta la Chiesa, il Romano Pontefice si avvale dei dicasteri della Curia Romana, che perciò compiono il loro incarico nel nome e nell’autorità di lui, a vantaggio delle chiese e al servizio dei sacri pastori»[10]. Il Successore di San Pietro, tramite la Curia Romana, aiuta i singoli Vescovi a compiere il loro fondamentale servizio che il Concilio descrive con queste parole: «Tutti i Vescovi, infatti, devono promuovere e difendere l’unità della fede e la disciplina comune a tutta la Chiesa, istruire i fedeli nell’amore di tutto il corpo mistico di Cristo, specialmente delle membra povere, sofferenti e di quelle che sono perseguitate a causa della giustizia (cf. Mt 5, 10) e, infine, promuovere ogni attività comune a tutta la Chiesa, specialmente nel procurare che la fede cresca e sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità»[11].

La missionarietà della Chiesa è il frutto di questa unità di dottrina, liturgia, e disciplina, è frutto del Cristo vivo nella Chiesa, nei membri del Suo Corpo Mistico di cui egli è il Capo. È Cristo solo che è annunziato e predicato a tutte le nazioni perché molti siano battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ecco la missione della Chiesa affidata a lei dal Signore:

«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»[12].

La missione di Cristo è anteriore ad ogni attività missionaria, al tratto di missionarietà. Infatti, la missionarietà è soltanto una manifestazione della presenza viva di Cristo nella Chiesa per fare «discepoli tutti i popoli», Cristo che rimane sempre vivo nella Chiesa «fino alla fine del mondo».

Sinodalità, in quanto termine astratto, è un neologismo nella dottrina sulla Chiesa. È risaputo che il Concilio Vaticano II ha voluto evitare i termini astratti di conciliarità e collegialità, che non si trovano nei testi conciliari. È da presumere che lo stesso Concilio avrebbe voluto evitare un termine astratto come sinodalità, se l’avesse conosciuto.

La tradizione canonica conosce l’istituto del Sinodo quale strumento per dare consigli ai sacri Pastori; non si descrive la Chiesa quale sinodale ma, invece, quale comunione gerarchica[13]. Sono i pastori nella comunione salvaguardata e promossa dall’Ufficio Petrino, cioè la gerarchia, che ha la responsabilità della guida dottrinale, liturgica e morale della Chiesa. Il Sinodo è un aiuto offerto ai pastori affinché loro possano compiere il loro servizio. Esso non può mai sostituire l’ufficio pastorale voluto e istituito da Cristo stesso.

Il Sinodo dei Vescovi si descrive quale «un’assemblea di Vescovi i quali (…) si riuniscono in tempi determinati per favorire una stretta unione fra il Romano Pontefice e i Vescovi, e per prestare aiuto con i loro consigli al Romano Pontefice stesso nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica e inoltre per studiare i problemi riguardanti l’attività della Chiesa nel mondo»[14]. Padre Murray ci ha ricordato la natura del Sinodo dei Vescovi, secondo il citato canone 342 del Codice di Diritto Canonico.

Aggiungerei solo che, in modo simile, il Sinodo Diocesano si descrive quale «l’assemblea di sacerdoti e altri fedeli della Chiesa particolare, scelti per prestare aiuto al Vescovo diocesano in ordine al bene di tutta la comunità diocesana (…)»[15].

Il sinodo come istituto canonico si riferisce ad un modo solenne dei diversi modi attraverso i quali tutti i fedeli, per la loro vocazione e con le loro doti, assistono i loro sacri Pastori ad adempire le loro responsabilità come veri maestri della fede. Il can. 212 del Codice di Diritto Canonico, avendo la sua fonte originale nell’insegnamento domenicale sulla correzione fraterna[16] provvede le norme che disciplinano il rapporto tra i sacri Pastori e i fedeli nella comunione gerarchica della Chiesa. L’istituto del sinodo, tra questi modi, è straordinario, richiedendo una preparazione lunga e adeguata e una celebrazione ben disciplinata per evitare i malintesi che possano facilmente, specialmente in una cultura del tutto secolarizzata e mondana, rendere il processo sinodale nocivo alla Chiesa.

Vorrei adesso condividere con voi alcune riflessioni che ho esposto ad altri venerabili confratelli del Collegio Cardinalizio, in occasione dell’incontro dei Cardinali, poco più di un anno fa. Riguardano più direttamente la struttura della Curia Romana, ma sono collegate in maniera molto stretta al nostro argomento.

La missionarietà e la sinodalità come qualità, non «attributi» o «tratti essenziali», della vita ecclesiale non cambiano la natura dell’Ufficio Petrino o del servizio prestato dalla Curia Romana al Successore di Pietro quale «principio e (il) fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione». Infatti, presuppongono l’Ufficio Petrino assistito dalla Curia Romana. Alla luce di questo, seguono delle osservazioni.

Primo. La Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium insiste che la Curia Romana «è al servizio del Papa, successore di Pietro, e dei Vescovi, successori degli Apostoli»[17]. Ma il servizio della Curia Romana è al Successore di Pietro. Servendo il Romano Pontefice, la Curia Romana serve anche i Vescovi nel loro rapporto con il Papa. Non è realistico domandare che la Curia Romana serva tutti i Vescovi. Infatti, essi hanno le loro proprie Curie per aiutarli nel compimento delle loro responsabilità di veri pastori. In questo, si deve mantenere chiaro il servizio distinto del Successore di Pietro.

Allo stesso tempo, definire la Curia Romana al servizio dei singoli Vescovi rischierebbe di trasmettere una visione mondana della Chiesa nella quale le Chiese particolari sarebbero filiali o sussidiarie della Chiesa a Roma, tutti serviti dalla stessa Curia Romana. Sarebbe una distorsione del rapporto del Successore di Pietro con i Vescovi.

Secondo. Il termine dicastero, quale termine generico secolare, tratto dal Diritto Romano, per i vari uffici di diversa natura della Curia Romana non esprime sufficientemente l’aspetto della comunione gerarchica coinvolta nel trattamento di questioni dottrinali, liturgiche, educative, missionarie, ecc., e non esprime la reale differenza non di dignità (tutti i dicasteri sono giuridicamente pari), ma di materia e di competenza.

Terzo. Sembra giusto restaurare in qualche forma, almeno nella prossima fase attuativa della Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, la Congregazione per la Dottrina della Fede al primo posto fra tutte le Congregazioni della Curia Romana in virtù del suo compito di «aiutare il Romano Pontefice e i Vescovi nell’annuncio del Vangelo in tutto il mondo, promuovendo e tutelando l’integrità della dottrina cattolica sulla fede e la morale, attingendo al deposito della fede e ricercandone anche una sempre più profonda intelligenza di fronte alle nuove questioni»[18].

Quarto. Sarebbe importante, nell’elenco delle qualità richieste agli Officiali e Consultori, mettere in primo luogo la sana dottrina e la coerenza con la sana disciplina della Chiesa[19].

Non mi sembra necessario entrare nel dettaglio per capire che il Sinodo che si aprirà domani (oggi, ndr) non è altro che un prolungamento diretto di ciò che è stato già evidenziato dalla Costituzione Apostolica Predicate Evangelium. È quindi per lo meno singolare dire che non si sa in che direzione andrà il Sinodo, quando è così chiaro che la volontà è quella di modificare profondamente la costituzione gerarchica della Chiesa. Un processo simile è stato adoperato nella Chiesa in Germania per raggiungere lo stesso tanto nocivo scopo.

Viene frequentemente detto che l’insistenza sulla sinodalità della Chiesa non è altro che recuperare una caratteristica ecclesiale sempre osservata dalla Chiesa orientale. Ho contatti regolari con vescovi e sacerdoti orientali, sia cattolici che ortodossi: tutti mi hanno detto che il modo in cui è organizzato il Sinodo non ha nulla a che vedere con i sinodi orientali. Questo vale non solo per il posto dei laici in queste assemblee, ma anche più in generale per il modo in cui operano e persino per le questioni che affrontano. C’è confusione intorno al termine sinodalità, che si cerca artificiosamente di collegare a una pratica orientale, ma che in realtà ha tutte le caratteristiche di un’invenzione recente, soprattutto per quanto riguarda i laici.

Una tale modifica nell’autocomprensione della Chiesa ha per ulteriore conseguenza un indebolimento dell’insegnamento in materia di morale, nonché di disciplina nella Chiesa. Non mi soffermo molto su questi punti, drammaticamente noti a tutti: la teologia morale ha perso tutti i suoi punti di riferimento. È urgente considerare l’atto morale nella sua totalità, e non solo nel suo aspetto soggettivo. Il trentesimo anniversario della pubblicazione di Veritatis Splendor può aiutarci in questo. Accolgo con favore e incoraggio le iniziative che ho visto su questo tema. I comandamenti del Decalogo sono validi e rimarranno validi come lo sono sempre stati in ogni epoca, semplicemente perché sono inerenti alla natura umana.

Visto tutto quello che ho osservato e che stiamo approfondendo nel nostro Convegno di oggi (ieri 3 ottobre, ndr), io, insieme ad quattro altri cardinali, le Loro Eminenze Card. Walter Brandmüller, Card. Juan Sandoval Íñiguez, Card. Robert Sarah e Card. Joseph Zen, ciascuno proveniente da un diverso continente, abbiamo presentato al Sovrano Pontefice, durante l’estate, dei dubia per chiarire un certo numero di punti fondamentali appartenenti al deposito della Fede che oggi vengono messi in discussione, specialmente nel proseguimento della cosiddetta sinodalità. Molti fratelli dell’episcopato e anche del Collegio cardinalizio sostengono questa iniziativa, anche se non sono nella lista ufficiale dei firmatari.

Oggi (ieri, ndr) è apparso un articolo su Il Giornale del vaticanista Fabio Marchese Ragona sui dubia sottoposti a Papa Francesco. Alla fine dell’articolo, egli cita i commenti sui dubia di «due padri sinodali», che ha intervistato. Cito il commento:

«Siamo molto dispiaciuti, i tempi della Chiesa non sono quelli di questi confratelli! Non possono dettare loro l’agenda al Papa, causando peraltro ferite e minando l’unità nella Chiesa. Ma ormai ci siamo abituati: vogliono soltanto colpire Francesco»[20].

Questi commenti rivelano lo stato di confusione, errore, e divisione che permea la sessione del Sinodo dei Vescovi che comincerà domani (oggi, ndr). I cinque dubia trattano esclusivamente la perenne dottrina e disciplina della Chiesa, non un’agenda del Papa. Non trattano dei “tempi” passati. Il linguaggio è molto rivelatore della mondanità della visione. Poi, non trattano della persona del Santo Padre. Infatti, per la loro natura sono un’espressione della dovuta venerazione per l’Ufficio Petrino e il Successore di San Pietro. 

Questi commenti sembrano riflettere un errore fondamentale recentemente espresso dal nuovo Prefetto (card. Víctor Manuel Fernández, ndr) del Dicastero per la Dottrina della Fede in una intervista che egli ha dato a Edward Pentin del National Catholic Register. Durante l’intervista egli ha dichiarato che, oltre al deposito della Fede, il Romano Pontefice ha un «vivo e attivo dono» che risulta in quello che egli definisce «la dottrina del Santo Padre»[21]. In più, egli accusa di eresia e scisma[22] quelli che criticano questa «dottrina del Santo Padre».

Ma la Chiesa non ha mai insegnato che il Romano Pontefice ha un dono speciale per costituire una propria dottrina. Il Santo Padre è il primo maestro del deposito della fede che è in sé stesso sempre vivo e dinamico. Così insegna la Costituzione Dogmatica sulla Divina Rivelazione, Dei verbum, del Concilio ecumenico Vaticano II:

«La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa. Aderendo ad esso tutto il popolo santo, unito ai suoi Pastori, persevera costantemente nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle orazioni (cf. Atti 2, 42 gr.), in modo che nel ritenere, praticare e professare la fede trasmessa, si crei una singolare unità di spirito tra Vescovi e fedeli»[23].

Si deve riflettere sulla gravità della situazione ecclesiale quando il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede accusa di eresia e scisma quelli che chiedono al Santo Padre di esercitare l’Ufficio Petrino per salvaguardare e promuovere il depositum fidei.

Ci viene detto che la Chiesa che professiamo – in comunione con i nostri antenati nella fede fin dai tempi degli Apostoli – essere una, santa, cattolica e apostolica, deve ora essere definita dalla sinodalità, un termine che non ha storia nella dottrina della Chiesa e per il quale non esiste una definizione ragionevole. Si tratta ovviamente di una costruzione artificiale, più simile a una costruzione umana che alla Chiesa costruita sulla roccia che è Cristo (cfr. 1 Cor 10,4). L’Instrumentum laboris della prossima sessione del Sinodo dei Vescovi contiene certamente affermazioni che si discostano in modo impressionante e grave dall’insegnamento perenne della Chiesa. Prima di tutto, dobbiamo riaffermare pubblicamente la nostra fede. In questo, i vescovi hanno il dovere di confermare i loro fratelli. I vescovi e i cardinali di oggi hanno bisogno di molto coraggio per affrontare i gravi errori che provengono dall’interno della Chiesa stessa. Le pecore dipendono dal coraggio dei pastori che devono proteggerle dal veleno della confusione, dell’errore e della divisione.

Ma vorrei concludere esortandovi alla preghiera per implorare l’aiuto del Cielo contro tutte le potenze, umane e preternaturali, che sognano la distruzione della Chiesa. Non praevalebunt![24] Sappiamo che il bene è sempre tenuto in considerazione agli occhi di Dio e sarà giustamente ricompensato, così come il male sarà punito. Molti giovani ne sono consapevoli e cercano di vivere, con il sostegno dei Sacramenti, un’autentica vita di Fede, Speranza e Carità, cioè una vita sempre più pienamente in Cristo con un cuore sempre più dato, insieme con il Cuore Immacolato di Maria, al Suo Sacratissimo Cuore. Questo è chiaramente il vero futuro della Chiesa, l’unico che porterà veramente frutto (cfr. Mt 7,15-17).

Oggi i buoni cristiani devono essere pronti a subire il martirio bianco dell’incomprensione, del rifiuto e della persecuzione, e talvolta il martirio rosso dello spargimento di sangue, per essere testimoni fedeli di Cristo e Suoi «collaboratori della verità»[25]. Sebbene la confusione attuale sia particolarmente grande, persino storicamente significativa per non dire inedita, non possiamo credere che la situazione sia irreversibile. Come ho appena ricordato, le porte dell’Inferno non prevarranno contro la Chiesa. Il Signore ha promesso di rimanere con noi nella Chiesa «fino alla fine del mondo»[26]. Egli non mente. Egli è sempre fedele alle Sue promesse. Possiamo sempre confidare nel Signore vivo per noi nella Chiesa. E certamente non dobbiamo mai abbandonare il Signore ma rimanere con Lui nella Chiesa che è il Suo Corpo Mistico. Dobbiamo sempre rimanere tralci sicuramente inseriti nella Vite che è Lui. Tuttavia, siamo costretti a constatare che molte anime prendono la strada della perdizione a causa di questa confusione, per cui dobbiamo pregare molto e agire per dissiparla al più presto possibile.

Invochiamo la Beata Vergine Maria, in particolare nel suo Cuore Immacolato, San Giuseppe Protettore della Santa Chiesa, i Santi Apostoli Pietro e Paolo, e tutti i santi, affinché ciascuno di noi rimanga fedele a Cristo e alla Sua Chiesa, Una, Santa, Cattolica e Apostolica, la Santa Romana Chiesa; e affinché la Chiesa stessa, senza macchia né ruga, possa uscire al più presto dall’attuale stato di confusione e divisione per abbreviare questi tempi in cui il rischio di perdizione delle anime è grande. Salus animarum «in Ecclesia suprema semper lex esse debet».

Grazie per la Vostra attenzione. Che Dio benedica Voi e le Vostre case sempre, e che la Vergine Madre di Dio, San Giuseppe, i Santi Pietro e Paolo, e tutti i Santi Vi guidino e Vi salvaguardino la via.


Raymond Leo Card. Burke


NOTE

[1] Can. 1752.

[2] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 811.

[3] «(…) unam, sanctam, catholicam et apostolicam». Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Constitutio Dogmatica Lumen gentium de Ecclesia, 21 Novembris 1964, Acta Apostolicae Sedis 57 (1965) 11, n. 8. [LG]. Traduzione italiana: Enchiridion Vaticanum, Vol. 1, Documenti del Concilio Vaticano II (Bologna: Edizioni Dehoniane Bologna, 1981), p. 135, n. 305. [EV1].

[4] Gv 15, 1.

[5] Gv 4, 24.

[6] Ef 4, 14-15.

[7] Cf. Mt 16, 18-19; Lc 22, 31-32; Gv 21, 15-19.

[8] «Ut vero Episcopatus ipse unus et indivisus esset, beatum Petrum ceteris Apostolis praeposuit in ipsoque instituit perpetuum ac visibile unitatis fidei et communionis principium et fundamentum». LG 22, n. 18b. Traduzione italiana: EV1, p. 159, n. 329.

[9] «Romanus Pontifex, ut successor Petri, est unitatis, tum Episcoporum tum fidelium multitudinis, perpetuum ac visibile principium et fundamentum». LG, 27, n. 23a. Traduzione italiana: EV1, p. 169, n. 338.

[10] «In exercenda suprema, plena et immediata potestate in universam Ecclesiam, Romanus Pontifex utitur Romanae Curiae Dicasteriis, quae proinde nomine et auctoritate illius munus suum explent in bonum Ecclesiarum et in servitium Sacrorum Pastorum». Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Decretum Christus Dominus de pastorali Episcoporum munere in Ecclesia, 28 Octobris 1965, Acta Apostolicae Sedis 58 (1966) 676, n. 9a. Traduzione italiana: EV1, p. 337, n. 588.

[11] «Debent enim omnes Episcopi promovere et tueri unitatem fidei et disciplinam cunctae Ecclesiae communem, fideles edocere ad amorem totius Corporis mystici Christi, praesertim membrorum pauperum, dolentium et eorum qui persecutionem patiuntur propter iustitiam (cfr. Matth. 5, 10), tandem promovere omnem actuositatem quae toti Ecclesiae communis est, praesertim ut fides incrementum capiat et lux plenae veritatis omnibus hominibus oriatur». LG 27-28, n. 23b. Traduzione italiana: EV1, p. 169, n. 339.

[12] Mt 28, 18-20.

[13] Cf. LG 25, n. 21b. Traduzione italiana: EV1, p. 165, n. 335.

[14] «(…) coetus est Episcoporum qui (…) statutis temporibus una conveniunt ut arctam coniunctionem inter Romanum Pontificem et Episcopos foveant, utque eidem Romano Pontifici ad incolumitatem incrementumque fidei et morum, ad disciplinam ecclesiasticam servandam et firmandam consiliis adiutricem operam praestent, necnon quaestiones ad actionem Ecclesiae in mundo spectantes perpendant». CIC-1983, can. 342. 

[15] «(…) coetus delectorum sacerdotum aliorumque christifidelium Ecclesiae particularis, qui in bonum totius communitatis diocecesanae Episcopo dioecesano adiutricem operam praestant (…)». CIC-1983, can. 460.

[16] Cf. Mt 18, 15-18. 

[17] PE, p. 31, Art. 1.

[18] PE, p. 75, Art. 69.

[19] PE, pp. 38-39, Art. 14, § 3, e Art. 16.

[20] Fabio Marchese Ragona, «Cinque “dubia” sul Sinodo di Francesco. Dalla benedizione ai gay alle donne sacerdote: i cardinali conservatori scuotono il Vaticano», Il Giornale, 3 ottobre 2023, 17.

[21] «living and active gift (…) the doctrine of the Holy Father». Edward Pentin, “Exclusive: Archbishop Fernandez Warns Against Bishops Who Think They Can Judge ‘Doctrine of the Holy Father’”, National Catholic Register, September 11, 2023.

[22] Cfr. ibidem.

[23] «Sacra Traditio et Sacra Scriptura unum verbi Dei sacrum depositum constituunt Ecclesiae commissum, cui adhaerens tota plebs sancta Pastoribus suis adunata in doctrina Apostolorum et communione, fractione panis et orationibus iugiter perseverat (cfr. Act. 2, 42 gr.), ita ut in tradita fide tenenda, exercenda profitendaque singularis fiat Antistitum et fidelium conspiratio». Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Constitutio Dogmatica Dei verbum de Divina Revelatione, 28 Novembris 1965, Acta Apostolicae Sedis 58 (1966), 822, n. 10.

[24] Mt 16, 18.

[25] 3 Gv 8.

[26] Mt 28, 20.


Fonte: La nuova bussola quotidiana, 3.10.2023

lunedì 2 ottobre 2023

La risposta di Francesco ai Dubia del 10 luglio 2023

A seguito della pubblicazione dei Dubia dei cardinali, come preannunciato questa mattina da La Vida Nueva, il Dicastero della Fede pubblicava, per estratto, il contenuto della lettera dell’11.7.2023 (vqui e qui). Per chiarezza ed al fine di evitare equivoci, si pubblica per intero la traduzione italiana della lettera di Francesco, di riscontro alla missiva dei Dubia del 10.7.2023, rimanendo tuttora priva di risposta la successiva lettera del 22.7-21.8.2023 contenente la riformazione dei Dubia.

Qui di seguito anche le immagini della prima, seconda ed ultima pagina omesse dalla pubblicazione fattane dal Dicastero Vaticano.




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Vaticano, Santa Marta, 11 luglio 2023


Eminentissimi Sig.ri Cardinali

Walter BRANDMÜLLER

Raymond Leo BURKE

Cari fratelli,

Vi scrivo in riferimento alla vostra lettera del 10 luglio scorso. In essa avete voluto portare alla mia attenzione alcuni dubbi, che secondo voi sono in qualche misura legati al processo avviato in vista del prossimo Sinodo dei Vescovi sul tema della Sinodalità.

A questo proposito, vorrei condividere alcuni aspetti molto importanti con

voi. Con il prossimo Sinodo, ho fortemente voluto attuare un processo che coinvolga la partecipazione di una parte veramente significativa di tutto il popolo di Dio.

In questo cammino, con l'aiuto e l'ispirazione dello Spirito Santo, abbiamo potuto raccogliere “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” e abbiamo potuto, ancora una volta, sperimentare che queste gioie, queste speranze, queste tristezze e angosce "sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. (Gaudium et spes, 1).

Proprio per rispondere pienamente a ciò, questo processo - che durerà fino all'ottobre 2024 - ha raccolto anche domande e consultazioni sulla struttura (partecipazione e comunione) e sulla missione della Chiesa nel tempo in cui ci capita di vivere.

Con grande sincerità, vi dico che non è molto bello avere paura di queste domande e di questi interrogativi. Il Signore Gesù, che ha promesso a Pietro e ai suoi successori un'assistenza indefettibile nel compito di prendersi cura del popolo santo di Dio, ci aiuterà, anche grazie a questo Sinodo, a essere sempre più in costante dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo e in totale fedeltà al Santo Vangelo.

Tuttavia, anche se non ritengo sempre saggio rispondere alle domande

rivolte direttamente a me (perché sarebbe impossibile rispondere a tutte), in questo caso credo sia opportuno farlo per la vicinanza del Sinodo.

In particolare:

Domanda 1

a) La risposta dipende dal significato che voi date alla parola "reinterpretare". Se si intende "interpretare meglio" l'espressione è valida. In questo senso il Concilio Vaticano II ha affermato che è necessario che attraverso il lavoro degli esegeti – aggiungo io dei teologi - "maturi il giudizio della Chiesa" (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 12).

b) Pertanto, se è vero che la Rivelazione divina è immutabile e sempre vincolante, la Chiesa deve essere umile e riconoscere che non esaurisce mai la sua insondabile ricchezza e ha bisogno di crescere nella sua comprensione.

c) matura quindi anche nella comprensione di ciò che essa stessa ha affermato nel suo Magistero.

d) I cambiamenti culturali e le nuove sfide della storia non modificano la Rivelazione, ma possono stimolarci a rendere più espliciti alcuni aspetti della sua straripante ricchezza, che offre sempre di più.

e) È inevitabile che questo possa portare a una migliore espressione di alcune affermazioni passate del Magistero, e in effetti è stato così nel corso della storia.

f) D'altra parte, è vero che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma è anche vero che sia i testi della Scrittura sia le testimonianze della Tradizione hanno bisogno di un'interpretazione che permetta di distinguere la loro sostanza perenne dai condizionamenti culturali. Ciò è evidente, ad esempio, nei testi biblici (come Es 21,20-21) e in alcuni interventi magisteriali che tolleravano la schiavitù (cfr. Niccolò V, Bolla Dum Diversas, 1452). Non si tratta di una questione secondaria, data la sua intima connessione con la verità perenne della inalienabile dignità della persona umana. Questi testi hanno bisogno di essere interpretati. Lo stesso vale per alcune considerazioni neotestamentarie sulla donna (1 Cor 11, 3-10; 1 Tim 2,11-14) e per altri testi della Scrittura e testimonianze della Tradizione che oggi non possono essere materialmente ripetute.

g) È importante sottolineare che ciò che non può cambiare è ciò che è stato rivelato "per la salvezza di tutti" (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 7). La Chiesa deve quindi discernere costantemente tra ciò che è essenziale per la salvezza e ciò che è secondario o meno direttamente collegato a questo obiettivo. A questo proposito, vorrei ricordare quanto affermato da San Tommaso d'Aquino: "quanto più si scende al particolare, tanto più aumenta l'indeterminatezza" (Summa Theologiae I-II, q. 94, art. 4).

h) Infine, una singola formulazione di una verità non può mai essere adeguatamente compresa se si trova da sola, isolata dal contesto ricco e armonioso dell'intera Rivelazione. La "gerarchia delle verità" implica anche la collocazione di ogni verità in una giusta connessione con le verità più centrali e con la totalità dell'insegnamento della Chiesa. Questo può portare, in ultima analisi, a diversi modi di esporre la stessa dottrina, anche se "a quanti sognano una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature, ciò può sembrare un’imperfetta dispersione. Ma la realtà è che tale varietà aiuta a manifestare e a sviluppare meglio i diversi aspetti dell’inesauribile ricchezza del Vangelo” (Evangeli Gaudium, 40). Ogni linea teologica ha i suoi rischi, ma anche le sue opportunità.

Domanda 2

a) La Chiesa ha una concezione molto chiara del matrimonio: un'unione esclusiva, stabile e indissolubile tra un uomo e una donna, naturalmente aperta alla generazione di figli. Solo una tale unione la chiama "matrimonio". Altre forme di unione lo fanno solo "in modo parziale e analogo" (Amoris laetitia 292), per questo non possono essere chiamate "matrimonio" in senso stretto.

b) Non è solo una questione di nomi, ma la realtà che chiamiamo matrimonio ha una costituzione essenziale unica che richiede un nome esclusivo, non applicabile ad altre realtà. È certamente molto più di un semplice "ideale".

c) Per questo motivo la Chiesa evita qualsiasi tipo di rito o di sacramentale che possa contraddire questa convinzione, facendo capire che qualcosa che non è un matrimonio sia riconosciuto come tale.

d) Nei rapporti con le persone, tuttavia, non dobbiamo perdere la carità pastorale che deve permeare tutte le nostre decisioni e i nostri atteggiamenti. La difesa della verità oggettiva non è l'unica espressione di questa carità, che è fatta anche di gentilezza, pazienza, comprensione, tenerezza e incoraggiamento. Non possiamo quindi diventare giudici che si limitano a negare, respingere, escludere.

e) La prudenza pastorale deve quindi discernere adeguatamente se esistono forme di benedizione, richieste da una o più persone, che non trasmettano una concezione errata del matrimonio. Giacché infatti, quando si chiede una benedizione, è una richiesta di aiuto a Dio, una supplica per un modo migliore di vivere, una fiducia in un Padre che può aiutarci a vivere meglio.

f) D'altra parte, anche se ci sono situazioni che da un punto di vista oggettivo non sono moralmente accettabili, la stessa carità pastorale esige che non si trattino semplicemente come "peccatori" altre persone la cui colpa o responsabilità può essere attenuata da vari fattori che influenzano l'imputabilità soggettiva (cfr. San Giovanni Paolo II, Reconciliatio et Paenitentia, 17).

g) Le decisioni che, in determinate circostanze, possono rientrare nella prudenza pastorale, non devono necessariamente diventare una norma. In altre parole, non è opportuno che una Diocesi, una Conferenza Episcopale o qualsiasi altra struttura ecclesiale autorizzi costantemente e ufficialmente procedure o regole per ogni tipo di questione, poiché tutto ciò che "fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma” giacché questo "darebbe luogo a una casistica insopportabile" (Amoris laetitia 304). Il Diritto Canonico non deve e non può coprire tutto, né le Conferenze episcopali possono pretendere di farlo con i loro vari documenti e protocolli, perché la vita della Chiesa e la vita della Chiesa percorre molti canali oltre a quelli normativi.

Domanda 3

a) Pur riconoscendo che la suprema e piena autorità della Chiesa è esercitata o dal Papa in virtù del suo ufficio o dal collegio episcopale insieme al suo capo, il Romano Pontefice (cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 22), tuttavia con questi dubia voi stessi manifestate il vostro bisogno di partecipare, di dare liberamente il vostro parere e di collaborare, e quindi rivendicate una qualche forma di "sinodalità" nell'esercizio del mio ministero.

b) La Chiesa è un "mistero di comunione missionaria", ma questa comunione non è solo affettiva o eterea, ma implica necessariamente una partecipazione reale: che non solo la gerarchia, ma tutto il popolo di Dio, in modi e a livelli diversi, possa far sentire la propria voce e sentirsi parte del cammino della Chiesa. In questo senso possiamo effettivamente dire che la sinodalità, come stile e dinamismo, è una dimensione essenziale della vita della Chiesa. Su questo punto, San Giovanni Paolo II ha detto cose molto belle nella Novo Millennio Ineunte.

c) Altra cosa è sacralizzare o imporre una particolare metodologia sinodale che piace a un gruppo, per farne la norma e il canale obbligato per tutti, perché questo porterebbe solo a "congelare" il cammino sinodale, ignorando le diverse caratteristiche delle varie Chiese particolari e la variegata ricchezza della Chiesa universale.

Domanda 4

a) "Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale differiscono essenzialmente" (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 10). Non è conveniente sostenere una differenza di grado che implichi considerare il sacerdozio comune dei fedeli come qualcosa di "seconda categoria" o di valore inferiore ("un grado inferiore"). Entrambe le forme di sacerdozio si illuminano e si sostengono a vicenda.

b) Quando San Giovanni Paolo II ha insegnato che l'impossibilità di conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne deve essere affermata "definitivamente", non stava in alcun modo denigrando le donne e dando il potere supremo agli uomini. San Giovanni Paolo II ha affermato anche altre cose. Ad esempio, che quando parliamo di potere sacerdotale "siamo nell'ambito della funzione, non della dignità o della santità" (San Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 51). Sono parole che non abbiamo recepito a sufficienza. Egli ha anche sostenuto chiaramente che, mentre il sacerdote presiede da solo l'Eucaristia, i compiti "non danno àdito alla superiorità degli uni sugli altri”; (San Giovanni Paolo I, Christifideles laici, nota 190; cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Inter Insigniores, V). Ha anche affermato che se la funzione sacerdotale è "gerarchica", non deve essere intesa come una forma di dominio, "è tuttavia totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo." (San Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 27). Se non si comprende questo e non si traggono le conseguenze pratiche di queste distinzioni, sarà difficile accettare che il sacerdozio sia riservato ai soli uomini e non si potranno riconoscere i diritti delle donne o la necessità che esse partecipino, in vari modi, alla guida della Chiesa.

c) D'altra parte, per essere rigorosi, riconosciamo che una dottrina chiara e autorevole sulla natura esatta di una "dichiarazione definitiva" non è ancora stata sviluppata in modo esaustivo. Non è una definizione dogmatica, eppure deve essere rispettata da tutti. Nessuno può contraddirla pubblicamente, eppure può essere oggetto di studio, come nel caso della validità delle ordinazioni nella Comunione anglicana.

Domanda 5

a) Il pentimento è necessario per la validità dell'assoluzione sacramentale e implica il proposito di non peccare. Ma qui non c'è matematica, e ancora una volta devo ricordarvi che il confessionale non è una dogana. Non siamo padroni, ma umili amministratori dei Sacramenti che nutrono i fedeli, perché questi doni del Signore, più che reliquie da custodire, sono aiuti dello Spirito Santo per la vita delle persone.

b) Ci sono molti modi di esprimere il pentimento. Spesso, nelle persone con un'autostima gravemente ferita, dichiararsi colpevoli è una tortura crudele, ma l'atto stesso di avvicinarsi alla confessione è un'espressione simbolica del pentimento e della ricerca dell'aiuto divino.

c) Vorrei anche ricordare che “a volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio" (Amoris laetitia 311), ma dobbiamo imparare a farlo. Seguendo San Giovanni Paolo II, sostengo che non dobbiamo pretendere dai fedeli risoluzioni di emendamento troppo precise e sicure, che alla fine finiscono per essere astratte o addirittura egolatriche, ma che anche la prevedibilità di una nuova caduta "non pregiudica l’autenticità del proposito" (San Giovanni Paolo II, Lettera al cardinale William W. Baum e ai partecipanti al corso annuale della Penitenzieria Apostolica, 22 marzo 1996, 5).

d) Infine, deve essere chiaro che tutte le condizioni solitamente legate alla confessione non sono generalmente applicabili quando la persona si trova in una situazione di agonia o con capacità mentali e psichiche molto limitate.

Cari fratelli,

Credo che queste risposte saranno in grado di soddisfare le vostre domande.

Non dimenticate di pregare per me. Io lo faccio per voi.

Fraternamente,

Francesco