Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 26 maggio 2016

Immagini per meditare: le offese ancor oggi perpetrate contro il SS. Sacramento ed i diritti regali di N. S. G. C.

Fabriano, 15 giugno 1911: la teppaglia massonica e anticlericale, nel nome della libertà e della democrazia, aggredisce i partecipanti alla processione del Corpus Domini, difesa dai bersaglieri e dai carabinieri intervenuti in un disegno di Achille Beltrame (La Domenica del Corriere, 25 giugno 1911)

martedì 17 maggio 2016

Immagini per meditare: nell'attuale contesto l'esempio di Lot

Jacob Jordaens, La fuga di Lot e della sua famiglia da Sodoma, 1618-20 circa, National Museum of Western Art, Tokyo

Guido Reni, Lot e le sue figlie lasciano Sodoma, 1615-16 circa, National Gallery, Londra

Camille Corot, La distruzione di Sodoma, 1843-57, Metropolitan Museum, New York

venerdì 18 marzo 2016

Circa il divieto per i cristiani di partecipare attivamente a "cene pasquali ebraiche"

Con l’approssimarsi della Pasqua, è sempre più diffuso, in molte parrocchie “cattoliche”, l’uso di far precedere i giorni della celebrazione della Passione, Morte e Resurrezione di N. S. Gesù Cristo dalla celebrazione della Pesach ebraica. Sovente, a questo rito, che, talora, al massimo del sacrilegio, si svolge nello stesso edificio sacro, sono invitati gruppi numerosi di ignari fedeli. Tale celebrazione è giustificata, a dire dei “pastori”, dall’asserita necessità di “comprendere il contesto nel quale Gesù ha inaugurato la nuova Pasqua”.
Nulla di più falso e certamente dannoso per la salvezza delle anime. Se la necessità, invero, fosse quella di far comprendere il “contesto”, sarebbe a ciò sufficiente - e forse più opportuna e meno spiritualmente dannosa - la visione di un semplice documentario. Viceversa, il fatto di rivivere personalmente ed attivamente, da parte di cattolici, la cena ebraica pasquale, scandita com’è da una precisa ritualità, da parole e da simboli ben determinati, costituisce un indubbio atto di apostasia dalla fede cristiana, giacché, come abbiamo ricordato l’anno passato nello studio che qui rievochiamo (v. qui e qui), nel quale abbiamo richiamato la dottrina del Dottore Angelico e dei sacri canoni dei Concili della Chiesa, i riti – tutti i riti! – ebraici, nati com’erano nella prospettiva e nell’attesa della venuta del Messia, vero Agnello, una volta giunto, hanno perso senso e significato, essendo morti, divenendo perciò, qualora fossero celebrati ancora dai cristiani, mortiferi, cioè arrecanti l’eterna dannazione. Per cui, è gravemente dannoso, da un punto di vista spirituale, per la salvezza delle anime, sotto le mentite spoglie della comprensione del contesto dell’ultima Cena, far vivere la cena ebraica, giacché, per un cattolico, esiste un’unica cena: quella alla Mensa Eucaristica durante la celebrazione della Santa Messa. Questo è l’unico banchetto in memoria del Signore. Egli, infatti, non dice di ripetere la cena ebraica, ma solo la Cena Eucaristica: «HOC facite in meam commemorationem», «fate QUESTO in mia memoria».
La partecipazione attiva ad cene “sacre” costituisce, perciò, un gravissimo peccato mortale, in quanto atto di apostasia, manifestando – pure esteriormente – la fede in un cristo ancora venturo ed il rinnegamento del Cristo venuto.

sabato 9 gennaio 2016

Chi è lei per giudicarmi? Ancora una volta estremamente utili ci sono le parole di S. Alfonso M. de’ Liguori

Qualche tempo fa avevamo avuto modo di postare un brano tratto da un’opera dell’insigne maestro e patrono dei moralisti qual è S. Alfonso Maria de’ Liguori.
In quella circostanza, riportandone sia l’aforisma sia il brano per intero, ricordavamo come «ne manda più all’inferno la misericordia di Dio, che non ne manda la giustizia», perché, ci rammentava il Dottore della Chiesa, i peccatori, confidando temerariamente nella misericordia divina, non cessano di peccare, così dannandosi l’anima. Diceva S. Alfonso, infatti, che Dio è sì misericordioso, ma anche giusto ed in quanto tale «è obbligato a castigare chi l’offende»: lo esige la giustizia.
Oggi, quel monito del grande Santo del secolo dei Lumi ci appare davvero profetico, ricordando come il continuo richiamo alla misericordia compiuto da più parti sia vano se non accompagnato dalla volontà del peccatore di non voler più peccare e di emendare la propria vita. Ed invece, il giornalista Magister ci pubblica la lettera choc di un confessore, il quale pone in luce come, nonostante la proclamazione giubilare, i confessionali rimangono vuoti. Anzi, quando qualche penitente vi si accosta il confessore, non di rado, si sente quasi ripreso dal peccatore qualora lo metta a nudo – come è giusto che sia – dinanzi alla sua colpa, sentendosi dire “Chi è lei per giudicarmi?” (cfr. S. Magister, Giubileo della misericordia, ma con i confessionali vuoti, in blog www.chiesa, 9.1.2016).
Ecco i frutti derivanti dalla veicolazione di messaggi, se non errati in linea di principio, sono almeno parziali ed approssimativi!!! Far passare semplicemente l’idea che l’attraversamento di una delle innumerevoli porte sante, peraltro senza alcuna devozione, possa essere un surrogato o un sostituto della Confessione; veicolare la convinzione che con l’indulgenza si venga assolti dal peccato e dalla pena temporale dovuto a questo e che, dunque, il semplice attraversamento renda “bianco” ciò che prima del passaggio era “nero”, è semplicemente mostruoso ed una deformazione della dottrina cattolica. Oltre che, ovviamente, causa della perdizione di molte anime!
Per questo ci pare opportuno tornare a riflettere sulle parole – già da noi pubblicate – di S. Alfonso, con la traduzione - questa volta – dei passi latini compiuta da uno dei collaboratori del nostro blog, che ci ha onorato di alcuni suoi articoli e riflessioni, Vincenzo Sasso, che ringraziamo della sua paziente opera.

Giusepope Molteni, La Confessione,
1838, collezione privata
Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (cap. 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: “Vis, imus, et colligimus ea?” [“Vuoi che andiamo ad estirparla?”]. Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: “In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum” [“Al tempo della messe dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizania e legatela in fastelli, poi bruciatela”]. Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co’ peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: “Desperando, et sperando” [“Sia con la disperazione sia con la speranza”]. Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: “Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam” [“Dopo il peccato spera nella misericordia; prima del peccato abbi terrore della giustizia”]. Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?
Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. “Bonus est Deus, faciam quod mihi placet” [“Dio è buono, farò quel che mi piace”], ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino (Tract. 33. in Io.). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.
Non dire, dice il Signore: Sono grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. “Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur” [“E non dire: la misericordia del Signore è grande, avrà pietà dei miei molti peccati”] (Eccli. 5. 6). Nol dire, dice Dio; e perché? “Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius” [perché presso di lui ci sono misericordia e ira, il suo sdegno si riverserà sui peccatori”] (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che sono le miserazioni) sono finiti. Dio è misericordioso ma è anche giusto. “Ego sum iustus, et misericors” [“Io sono giusto e misericordioso”], disse il Signore un giorno a S. Brigida; “peccatores tantum misericordem me existimant” [“I peccatori mi ritengono solo misericordioso”]. I peccatori, scrive S. Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: “Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare” [“Dio è buono, ma anche giusto; non considerate Dio solo per metà”]. Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P.M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. “Et misericordia eius timentibus eum” [“La sua misericordia si stende su quelli che lo temono”], come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: “Qui verus est in promittendo, verus est in minando” [“Colui che è veritiero nel promettere, è veritiero nel minacciare”].
Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; “Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur” [“Sta attento a non accogliere quel cane che promette la misericordia di Dio”] (Hom. 50. ad Pop. Antioch.). Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: “Sperat, ut peccet; vae a perversa spe” [“Spera per peccare; guai alla speranza perversa”] (In Ps. 144). Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. “Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit” [“Sono innumerevoli coloro che si fanno ingannare da questa ombra di fatua speranza”]. Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo!
Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesù-Cristo: “Fidit in lenitate magistri” [“Confidò nella clemenza del maestro”]. In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de’ cristiani (parlando degli adulti) si danna: “Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam” [“Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti entrano per essa”] (Matth. 7. 13).
Chi offende Dio colla speranza del perdono, “irrisor est non poenitens” [“è sbeffeggiatore e non penitente”], dice S. Agostino. Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: “Deus non irridetur” [“Dio non si fa prendere in giro”] (Galat. 6. 7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. “Quae enim seminaverit homo, haec et metet” [“L’uomo raccoglierà ciò che avrà seminato”] (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. “Maledictus homo qui peccat in spe” [“Maledetto l’uomo che pecca con la speranza”]. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: “Et spes illorum abominatio” [“E la loro speranza è abominio”] (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome [allo stesso modo in cui] irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono (cfr. op. cit., Considerazione XVII – Abuso della divina misericordia, Punto I).

Fonte: S. Alfonso M. de’ Liguori, Apparecchio alla Morte cioè Considerazioni sulle Massime Eterne Utili a tutti per meditare, ed a’ sacerdoti per predicare, in “OPERE ASCETICHE” Vol. IX, CSSR, Roma 1965.

giovedì 10 dicembre 2015

Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso

Nella festa della Transvolazione della Santa Casa a Loreto, rilancio questo contributo del prof. De Mattei, pubblicato in lingua inglese dall’immancabile Rorate caeli.

Perugino, Madonna di Loreto tra i SS. Girolamo e Francesco d’Assisi, 1507, Victoria and Albert Museum, Londra


Caravaggio, Madonna di Loreto o dei pellegrini, 1603-1605, Chiesa di S. Agostino, Roma

Domenichino, Madonna di Loreto tra i SS. Giovanni Battista, Eligio ed Antonio abate, 1618, North Carolina Museum of Art, Raleigh

Guercino, S. Bernardino da Siena in preghiera dinanzi alla Vergine di Loreto, 1618, Pinacoteca, Cento

Francesco Allegrini, Madonna di Loreto, XVII sec., Cattedrale, Perugia

Antonio Liozzi o Ubaldo Ricci di Fermo, S. Nicola da Tolentino ha la visione la traslazione della S. Casa di Loreto, 1753 circa, Chiesa di S. Michele, Sant’Angelo in Pontano 



Josep Antonio de Ayala, La Famiglia Del Valle ai piedi della Vergine di Loreto con la Trinità ed i SS. Giuseppe e Francesco d'Assisi, 1769, Museo Soumaya, Città del Messico




Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso

di Roberto de Mattei


La Chiesa vive un’epoca di sbandamento dottrinale e morale. Lo scisma è deflagrato in Germania, ma il Papa non sembra rendersi conto della portata del dramma. Un gruppo di cardinali e di vescovi propugna la necessità di un accordo con gli eretici. Come sempre accade nelle ore più gravi della storia, gli eventi si succedono con estrema rapidità. Domenica 5 maggio 1527, un esercito calato dalla Lombardia giunse sul Gianicolo.
L’imperatore Carlo V, irato per l’alleanza politica del papa Clemente VII con il suo avversario, il re di Francia Francesco I, aveva mosso un esercito contro la capitale della Cristianità. Quella sera il sole tramontò per l’ultima volta sulle bellezze abbaglianti della Roma rinascimentale. Circa 20 mila uomini, italiani, spagnoli e tedeschi, tra i quali i mercenari Lanzichenecchi, di fede luterana, si apprestavano a dare l’attacco alla Città Eterna. Il loro comandante aveva concesso loro licenza di saccheggio.
Tutta la notte la campana del Campidoglio suonò a storno per chiamare i romani alle armi, ma era ormai troppo tardi per improvvisare una difesa efficace. All’alba del 6 maggio, favoriti da una fitta nebbia, i Lanzichenecchi mossero all’assalto delle mura, tra Sant’Onofrio e Santo Spirito. Le Guardie svizzere si schierarono attorno all’Obelisco del Vaticano, decise a rimanere fedeli fino alla morte al loro giuramento. Gli ultimi di loro si immolarono presso l’altar maggiore della Basilica di San Pietro. La loro resistenza permise al Papa di riuscire a mettersi in fuga, con alcuni cardinali.
Attraverso il Passetto del Borgo, via di collegamento tra il Vaticano e Castel Sant’Angelo, Clemente VII raggiunse la fortezza, unico baluardo rimasto contro il nemico. Dall’alto degli spalti il Papa assisté alla terribile strage che cominciò con il massacro di coloro che si erano accalcati alle porte del castello per trovarvi riparo, mentre i malati dell’ospedale di Santo Spirito in Saxia venivano trucidati a colpi di lancia e di spada.
La licenza illimitata di rubare e di uccidere durò otto giorni e l’occupazione della città nove mesi. «L’inferno è nulla in confronto colla veste che Roma adesso presenta», si legge in una relazione veneta del 10 maggio 1527, riportata da Ludwig von Pastor (Storia dei Papi, Desclée, Roma 1942, vol. IV, 2, p. 261).
I religiosi furono le principali vittime della furia dei Lanzichenecchi. I palazzi dei cardinali furono depredati, le chiese profanate, i preti e i monaci uccisi o fatti schiavi, le monache stuprate e vendute sui mercati. Si videro oscene parodie di cerimonie religiose, calici da Messa usati per ubriacarsi tra le bestemmie, ostie sacre arrostite in padella e date in pasto ad animali, tombe di santi violate, teste degli apostoli, come quella di sant’Andrea, usate per giocare a palla nelle strade. Un asino fu rivestito di abiti ecclesiastici e condotto all’altare di una chiesa. Il sacerdote che rifiutò di dargli la comunione fu fatto a pezzi. La città venne oltraggiata nei suoi simboli religiosi e nelle sue memorie più sacre (si veda anche André Chastel, Il Sacco di Roma, Einaudi, Torino 1983; Umberto Roberto, Roma capta. Il Sacco della città dai Galli ai Lanzichenecchi, Laterza, Bari 2012).
Clemente VII, della famiglia dei Medici non aveva raccolto l’appello del suo predecessore Adriano VI ad una riforma radicale della Chiesa. Martin Lutero diffondeva da dieci anni le sue eresie, ma la Roma dei Papi continuava ad essere immersa nel relativismo e nell’edonismo. Non tutti i romani però erano corrotti ed effeminati, come sembra credere lo storico Gregorovius. Non lo erano quei nobili, come Giulio Vallati, Giambattista Savelli e Pierpaolo Tebaldi, che inalberando uno stendardo con l’insegna “Pro Fide et Patria”, opposero l’ultima eroica resistenza a Ponte Sisto, né lo erano gli alunni del Collegio Capranica, che accorsero e morirono a Santo Spirito per difendere il Papa in pericolo.
A quella ecatombe l’istituto ecclesiastico romano deve il titolo di “Almo”. Clemente VII si salvò e governò la Chiesa fino al 1534, affrontando dopo lo scisma luterano quello anglicano, ma assistere al saccheggio della città, senza nulla poter fare, fu per lui più duro della morte stessa. Il 17 ottobre 1528 le truppe imperiali abbandonarono una città in rovina.
Un testimone oculare, spagnolo, ci dà un quadro terrificante della città un mese dopo il Sacco: «A Roma, capitale della cristianità, non si suona campana alcuna, non sì apre chiesa non si dice una Messa, non c’è domenica né giorno di festa. Le ricche botteghe dei mercanti servono per stalle per i cavalli, i più splendidi palazzi sono devastati, molte case incendiate, di altre spezzate e portate via le porte e finestre, le strade trasformate in concimaie. È orribile il fetore dei cadaveri: uomini e bestie hanno la medesima sepoltura; nelle chiese ho visto cadaveri rosi da cani. Io non so con che altro confrontare questo, fuorché con la distruzione di Gerusalemme. Ora riconosco la giustizia di Dio, che non dimentica anche se viene tardi. A Roma si commettevano apertissimamente tutti i peccati: sodomia, simonia, idolatria ipocrisia, inganno; perciò non possiamo credere che questo non sia avvenuto per caso. Ma per giudizio divino» (L. von Pastor, Storia dei Papi, cit., p. 278).
Papa Clemente VII commissionò a Michelangelo il Giudizio universale nella Cappella Sistina quasi per immortalare il dramma o che subì, in quegli anni, la Chiesa di Roma. Tutti compresero che si trattava di un castigo del Cielo. Non erano mancati gli avvisi premonitori, come un fulmine che cadde in Vaticano e la comparsa di un eremita, Brandano da Petroio, venerato dalle folle come “il pazzo di Cristo”, che nel giorno di giovedì santo del 1527, mentre Clemente VII benediceva in San Pietro la folla, gridò: «bastardo sodomita, per i tuoi peccati Roma sarà distrutta. Confessati e convertiti, perché tra 14 giorni l’ira di Dio si abbatterà su di te e sulla città».
L’anno prima, alla fine di agosto, le armate cristiane erano state disfatte dagli Ottomani sul campo di Mohacs. Il re d’Ungheria Luigi II Jagellone morì in battaglia e l’esercito di Solimano il Magnifico occupò Buda. L’ondata islamica sembrava inarrestabile in Europa. Eppure l’ora del castigo fu, come sempre l’ora della misericordia. Gli uomini di Chiesa compresero quanto stoltamente avessero inseguito le lusinghe dei piaceri e del potere. Dopo il terribile Sacco la vita cambiò profondamente.
La Roma gaudente del Rinascimento si trasformò nella Roma austera e penitente della Contro-Riforma. Tra coloro che soffrirono nel Sacco di Roma, fu Gian Matteo Giberti, vescovo di Verona, ma che allora risiedeva a Roma. Imprigionato dagli assedianti giurò che non avrebbe mai abbandonato la sua residenza episcopale, se fosse stato liberato. Mantenne la parola, tornò a Verona e si dedicò con tutte le sue energie alla riforma della sua diocesi, fino alla morte nel 1543.
San Carlo Borromeo, che sarà poi il modello dei vescovi della Riforma cattolica si ispirerà al suo esempio. Erano a Roma anche Carlo Carafa e san Gaetano di Thiene che, nel 1524, avevano fondato l’ordine dei Teatini, un istituto religioso irriso per la sua posizione dottrinale intransigente e per l’abbandono alla Divina Provvidenza spinto al punto di aspettare l’elemosina, senza mai chiederla. I due cofondatori dell’ordine furono imprigionati e torturati dai Lanzichenecchi e scamparono miracolosamente alla morte.
Quando Carafa divenne cardinale e presidente del primo tribunale della Sacra romana e universale Inquisizione volle accanto a sé un altro santo, il padre Michele Ghislieri, domenicano. I due uomini, Carafa e Ghislieri, con i nomi di Paolo IV e di Pio V, saranno i due Papi per eccellenza della Contro-Riforma cattolica del XVI secolo. Il Concilio di Trento (1545-1563) e la vittoria di Lepanto contro i Turchi (1571) dimostrarono che, anche nelle ore più buie della storia, con l’aiuto di Dio è possibile la rinascita: ma alle origini di questa rinascita ci fu il castigo purificatore del Sacco di Roma.