Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 29 dicembre 2018

Martiri e violatori del sigillo della confessione

Nella festa liturgica del santo martire Tommaso da Canterbury (o Becket), rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

Abiti liturgici indossati da S. Tommaso Becket al momento del suo martirio



Martiri e violatori del sigillo della confessione

di Roberto de Mattei


L’inviolabilità del segreto confessionale è uno dei pilastri della morale cattolica. Il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che «ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato. Non gli è lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione, della vita dei penitenti. Questo segreto, che non ammette eccezioni, si chiama “sigillo sacramentale”, poiché ciò che il penitente ha manifestato al sacerdote rimane “sigillato” dal sacramento» (n. 1467). Il nuovo Codice di Diritto Canonico, infligge la scomunica latae sententiae al sacerdote che viola il sigillo sacramentale (canone 1388 – §1). Per la Chiesa nessuna ragione può giustificare la violabilità del segreto confessionale, perché, come spiega san Tommaso «il sacerdote è a conoscenza di quei peccati non come uomo, ma come Dio» (Somma teologicaSuppl.,11, 1, ad 2).
Gli Stati cattolici hanno sempre protetto il segreto confessionale. Alexandre Dumas, nel suo romanzo storico L’avvelenatrice, ricorda un episodio tratto dal Tractatus de confessariis dell’arcivescovo di Lisbona Rodrigo da Cunha y Silva (1577-1643): «Un catalano nato nella città di Barcellona, essendo stato condannato a morte per un omicidio da lui commesso e riconosciuto, giunta l’ora della confessione, rifiutò di confessarsi. Tentarono più volte di convincerlo, ma si difese così strenuamente da ingenerare negli altri la convinzione che una tale ribellione nascesse da un turbamento dell’animo causato dall’approssimarsi della morte. San Tommaso di Villanova (148-1555), arcivescovo di Valenza fu avvertito della questione. L’alto prelato decise così di adoperarsi per indurre il delinquente a confessarsi, in modo da non far perdere l’anima insieme al corpo. Ma fu molto sorpreso quando, avendogli chiesto la ragione del suo rifiuto a confessarsi, il condannato rispose che aveva in odio i confessori, essendo stato condannato per l’omicidio proprio a causa della rivelazione fatta durante quel sacramento. Nessuno era venuto a conoscenza di quell’assassinio, tranne appunto il prelato a cui aveva confessato, oltre che il proprio pentimento, anche il luogo dove aveva seppellito il corpo e le altre circostanze del delitto. Il sacerdote aveva poi riferito tutti i particolari alle autorità e per questo l’assassino non aveva potuto negarle. Solo allora il colpevole aveva saputo che il prete era fratello della vittima e che il desiderio di vendetta aveva fatto leva su ogni altro obbligo sacerdotale. San Tommaso da Villanova giudicò quella dichiarazione assai più grave del processo dato che riguardava il prestigio della religione. Le sue conseguenze erano dunque assai più importanti. Così credette opportuno di informarsi sulla veridicità di quella dichiarazione. Convocò il sacerdote e, fattosi confessare quel delitto di rivelazione, costrinse i giudici che avevano condannato l’accusato a revocare il loro giudizio e ad assolverlo. Le cose andarono così fra l’ammirazione e gli applausi del pubblico. Quanto al confessore fu condannato a una fortissima pena, che san Tommaso mitigò, in considerazione della pronta ammissione del sacerdote e soprattutto per la soddisfazione nel vedere come i giudici tenessero in gran contro quel sacramento» (L’Avvelenatrice, Mursia, Milano 2018, pp. 58-60).
La tradizione giuridica occidentale ha sempre rispettato il sigillo confessionale, ma ilprocesso di secolarizzazione degli ultimi decenni, che secondo alcuni avrebbe dovuto giovare alla Chiesa, sta però modificando la situazione. In un recente articolo sul quotidiano di Roma Il Messaggero, la vaticanista Franca Giansoldati, ha scritto che «l’abolizione del segreto confessionale è una ipotesi che avanza implacabilmente, in diversi Paesi, nonostante la forte opposizione degli episcopati»(20 dicembre 2018). I fatti purtroppo danno ragione a questa previsione. In Australia, la regione di Canberra ha approvato una legge che impone ai sacerdoti di venire meno al sigillo della confessione quando fossero a conoscenza di casi di abusi sessuali. In Belgio, il 17 dicembre, padre Alexander Stroobandt è stato condannato dal tribunale di Bruges per non aver avvisato i servizi sociali che un anziano gli aveva manifestato l’intenzione di togliersi la vita. Secondo il tribunale il segreto confessionale non è assoluto, ma può e deve essere violato nei casi dell’abuso sui minori e della prevenzione del suicidio.
In Italia, la Corte di Cassazione, con la sentenza numero 6912 del 14 febbraio 2017, ha sancito che i religiosi chiamati a testimoniare durante un processo per abuso sessuale, se si rifiutassero di farlo, in nome del segreto confessionale, incorrerebbero nel reato di falsa testimonianza.
Di questi temi si parlerà presumibilmente anche nel vertice tra il Papa e i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo, che si terrà a Roma tra il 21 e il 24 febbraio 2019 per discutere su “La protezione dei minori nella Chiesa”. Ma papa Francesco e le gerarchie ecclesiastiche sembrano inchinarsi alle richieste del mondo quando distinguono tra i peccati che costituiscono un crimine per gli Stati laici, come la pedofilia, ed altri che invece dagli Stati moderni sono protetti, come l’omosessualità. Per i primi, gli uomini di Chiesa invocano la “tolleranza zero”, sui secondi tacciono. Di conseguenza, è prevedibile che la legislazione degli Stati moderni imporrà alla Chiesa di applicare la “tolleranza zero” contro la pedofilia, sciogliendo dal segreto confessionale i sacerdoti che vengano a conoscenza di questi reati. In caso contrario, la persecuzione contro il sigillo sacramentale, che è stata un’eccezione nella storia della Chiesa, diverrà la regola degli anni futuri. Per questo è più che mai necessario l’aiuto spirituale di coloro che non indietreggiarono di fronte alla morte pur di rispettare la legge divina.
E’ celebre il martirio di san Giovanni Nepomuceno (1330-1383), torturato e fatto annegare nel fiume Moldava di Praga dal re Venceslao di Boemia per essersi rifiutato di rivelargli quanto la moglie gli aveva detto in confessione. Meno noto è il caso del sacerdote messicano san Matteo Correa Magallanes (1866-1927). Durante la rivolta dei cristeros contro il governo massonico, il generale Eulogio Ortiz, conosciuto per aver fatto fucilare un suo soldato perché portava uno scapolare, fece arrestare padre Matteo, ordinandogli di andare a confessare in cella i “banditi” cristeros, che il giorno dopo sarebbero stati fucilati, e di riferirgli poi quanto da essi saputo in confessione. Il sacerdote confessò i detenuti, ma oppose uno strenuo rifiuto alla richiesta. Il 6 febbraio 1927, il generale Ortiz lo giustiziò con la propria pistola d’ordinanza, presso il cimitero di Durango. Matteo Correa Magallaes fu beatificato il 22 novembre 1992 e canonizzato il 21 maggio 2000 da papa Giovanni Paolo II.
Dimenticato è invece il martire padre Pedro Marieluz Garcés (1780-1825), peruviano. Il religioso, dell’Istituto dei camilliani, partecipò alle guerre di indipendenza del Perù come cappellano del vicerè spagnolo don Josè de la Serna e delle sue truppe, comandate dal Brigadiere José Ramon Rodil y Campillo (1789-1853). Dopo la sconfitta dell’esercito monarchico nella battaglia di Ayacucho (1824), l’esercito di Rodil fu assediato nella Fortezza di Callao e padre Marieluz Garcés rimase con i soldati, per assisterli spiritualmente. Nel settembre 1825, la demoralizzazione delle truppe provocò una cospirazione tra alcuni ufficiali all’interno della fortezza. La trama fu scoperta dal generale Rodil e vennero arrestati tredici ufficiali sospetti, che negarono però l’esistenza di una cospirazione. Il generale Rodil ordinò di fucilarli e chiamò padre Marieluz per ascoltare le loro confessioni e prepararli alla morte. Alle nove di sera furono tutti giustiziati. Il generale però non era certo di aver scoperto tutti i cospiratori e convocò il cappellano, per chiedergli, in nome del Re, di rivelargli quanto gli era stato rivelato in confessione a proposito della congiura. Padre Marieluz oppose un deciso rifiuto, facendo appello al segreto confessionale. Rodil lo minacciò, accusandolo di tradire il Re, la patria il suo generale. «Io sono fedele al re, alla bandiera e ai miei superiori, ma nessuno ha il diritto di chiedermi di tradire il mio Dio. Su questo punto non posso obbedirvi», rispose con fermezza il sacerdote. A questo punto Rodil spalancò la porta e ordinò a un plotone di quattro soldati di entrare con i fucili pronti a sparare. Poi fece inginocchiare il religioso e gli gridò: «In nome del Re ti chiedo per l’ultima volta: parla!». «In nome di Dio non posso parlare», fu la tranquilla risposta di Pedro Marieluz Garcés, che pochi istanti dopo cadde colpito a morte, martire del segreto confessionale. Rodil al suo rientro in patria, fu insignito del titolo di marchese, divenne deputato, senatore, presidente del Consiglio dei Ministri, Gran Maestro della Massoneria. Pedro Marieluz Garcés attende di essere beatificato dalla Chiesa.

mercoledì 11 maggio 2016

“Amoris Laetitia”: Mons. Livi parla ai penitenti e ai confessori

Continuano le analisi, puntuali ed attente, dell’esortazione Amoris laetitia.
Sebbene non manchino voci favorevoli al documento, fondate su accomodanti letture forzate, quanto indimostrate,  circa l'asserito non contrasto col magistero della Chiesa (cfr. Il preside dell’Istituto Giovanni Paolo II: “L’esortazione è un documento positivo, non c’è alcun cambiamento”, in Il Foglio, 11.4.2016; Amoris laetitia? Un sacerdote (domenicano) risponde, in sinodo2015, 6.5.2015, il quale propone una benevola, quanto discutibile, interpretazione “in meliorem partem” di alcune affermazioni dell’esortazione, che va contro i dati intrinseci che emergono dal testo, i quali, obiettivamente, non si possono interpretare richiamando altri testi, peraltro risalenti, pena il tradimento della mens dell'autore dell'esortazione), molto maggiori e fondati sono, invece, i profili seriamente problematici per la fede e la morale che emergono dall’esortazione (cfr. Patrizia Fermani, L’Amoris Laetitia come nuova inculturazione (prima parte), in Riscossa cristiana, 10.5.2016; la seconda parte è ivi, 11.5.2016) e la sua apertura alle eccezioni, elevate a regola generale (cfr. Ausnahmen sind eine Sackgasse. Interview mit Kardinal Brandmüller zum Papstschreiben “Amoris laetitia, in Kath.net, 2.5.2016; in traduzione italiana, Card. Brandmuller: le eccezioni sono un vicolo cieco, in sinodo2015, 10.5.2016).
Non a caso l’autorevole Voice of Family si è spinto a richiedere al vescovo di Roma di ritirare il documento (John-Henry Westen, Voice of the Family calls on Pope Francis to withdraw Amoris Laetitia, in Lifesitenews, 9.5.2016), avendone evidenziato sin da subito gli elementi, gravemente erronei ed inaccettabili (cfr. Catholics cannot accept elements of Apostolic Exhortation that threaten faith and family, in Voice of family, 8.4.2016), le cui chiavi di lettura sono nelle ambiguità ivi presenti (Matthew McCusker, Key doctrinal errors and ambiguities of Amoris Laetitia, ivi, 7.5.2016), le cui radici, in fondo, sono proprio in alcune idee tipiche e ricorrenti del pensiero “incompleto” bergogliano (cfr. Giovanni Scalese, I postulati di Papa Francesco, in blog Senza peli sulla lingua, 10.5.2016), ben lungi dall’evangelico “sì, sì, no, no”.
Rilanciamo quest’oggi un ulteriore contributo di Mons. Livi (pubblicato già su Chiesa e postconcilio, 10.5.2016).

“Amoris Laetitia”: Mons. Livi parla ai penitenti e ai confessori

6 maggio 2016, San Giovanni alla Porta Latina

Padre Pio e Leopoldo Mandic - i santi del Confessionale - esposti nella Basilica di San Pietro nel febbraio 2016

Nello scorso mese di aprile, in onore alla schiettezza e lealtà ecclesiale di Santa Caterina da Siena, Mons. Antonio Livi ha tenuto una conferenza presso la Basilica di San Giovanni alla Porta Latina, organizzata dalla “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis”. Pubblichiamo la trascrizione dall’orale, approvata dall’autore, nella certezza che il suo contenuto contribuirà a far chiarezza fra tanti laici (ma forse anche fra tanti sacerdoti) che oggi si sentono smarriti.

Dottrina morale e prassi pastorale nella “Amoris laetitia

Cari amici,
mi avete chiesto di spiegare in termini semplici a voi, laici - ma vedo anche nell’uditorio dei confratelli e quindi dei confessori -, perché un sacerdote (e teologo) come me ha pubblicamente criticato, in varie occasioni e in varie sedi, l’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco. Mi accingo dunque a spiegare a voi, con la massima schiettezza, il contenuto e le vere motivazioni ecclesiali di queste critiche, che sono naturalmente prudenti nel merito, rispettose nella forma e responsabili nelle intenzioni. Premetto, per cominciare, quello che dice la Chiesa stessa, in un celebre documento della Congregazione per la Dottrina della fede, pubblicato nel 1990 a firma dell’allora prefetto, cardinale Joseph Ratzinger:
«Il Magistero, allo scopo di servire nel miglior modo possibile il Popolo di Dio, e in particolare per metterlo in guardia nei confronti di opinioni pericolose che possono portare all’errore, può intervenire su questioni dibattute nelle quali sono implicati, insieme ai principi fermi, elementi congetturali e contingenti. E spesso è solo a distanza di un certo tempo che diviene possibile operare una distinzione fra ciò che è necessario e ciò che è contingente. La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del Magistero in materia per sé non irreformabile deve essere la regola. Può tuttavia accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a seconda dei casi, l’opportunità, la forma o anche il contenuto di un intervento. II che lo spingerà innanzitutto a verificare accuratamente quale è l’autorevolezza di questi interventi, così come essa risulta dalla natura dei documenti, dall’insistenza nel riproporre una dottrina e dal modo stesso di esprimersi […]. In ogni caso non potrà mai venir meno un atteggiamento di fondo di disponibilità ad accogliere lealmente l’insegnamento del Magistero, come si conviene ad ogni credente nel nome dell’obbedienza della fede. Il teologo si sforzerà pertanto di comprendere questo insegnamento nel suo contenuto, nelle sue ragioni e nei suoi motivi. A ciò egli consacrerà una riflessione approfondita e paziente, pronto a rivedere le sue proprie opinioni ed a esaminare le obiezioni che gli fossero fatte dai suoi colleghi. Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono, è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato» (Congregazione per la Dottrina della fede, Istruzione Donum veritatis sulla vocazione ecclesiale del teologo, 24 maggio 1990, nn. 24; 29-30).
Io conosco bene questo documento, e l’ho studiato per anni. L’ho utilizzato soprattutto per denunciare l’abuso del titolo di “teologo” da parte di chi si ribella per principio agli insegnamenti definitivi del Magistero e pretende di ri-formulare il dogma cristiano (cfr Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Leonardo da Vinci, Roma 2012). Ma ora devo rifarmi proprio a questo documento per legittimare i miei interventi critici di fronte alle tante ambiguità (nell’indirizzo pastorale) e alla evidente deriva relativistica (nella dottrina morale) che caratterizzano, purtroppo, molti gesti e molti discorsi di questo Papa e in particolare l’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia. Sono rilievi critici suggeriti sempre soltanto dalla responsabilità ecclesiale che mi impegna - come sacerdote e come teologo - soprattutto di fronte a quei fedeli che sovente manifestano in pubblico il loro turbamento e in privato mi confidano il disorientamento delle loro coscienze, pensando anche a quei fedeli che posso immaginare che siano addirittura indotti alla perdita del senso del peccato - essendo esso la coscienza di essere tutti peccatori, unitamente alla convinzione che solo la grazia sacramentale, una volta avviata la conversione interiore, può redimerci e garantirci la salvezza eterna.
Parto dal presupposto che la “nota teologica” di questo documento pontificio sia proprio quella indicata nel n. 30 della dichiarazione Donum veritatis, e quindi limito le mie critiche alla “forma” dell’esortazione e alla sua opportunità pastorale, date le premesse storico-ecclesiastiche e le conseguenze nella formazione della coscienza dei fedeli. Le premesse storiche sono molto significative: il Papa ha fatto sua una delle due opinioni formalmente espresse dai padri sinodali (quella dei cardinali Schoenborn, Marx, Baldisseri e Kasper, e dei vescovi Forte e Semeraro, tutti favorevoli a un cambiamento radicale della prassi pastorale e dei suoi presupposti dottrinali), non tenendo minimamente conto dell’opinione di quanti (come i cardinali Müller, Caffarra, Burke, De Paolis, Sarah) avevano insistentemente criticato l’ipotesi della concessione della Comunione ai fedeli in stato di pubblico scandalo per aver divorziato davanti al tribunale civile e per aver istituito una convivenza more uxorio (la quale configura canonicamente il “pubblico concubinato”), dopo aver contratto un invalido e finto nuovo matrimonio, sempre davanti al tribunale civile.
Per queste concrete circostanze, l’esortazione apostolica post-sinodale era un documento molto atteso per conoscere le indicazioni della Chiesa dopo i due Sinodi dei vescovi sulla famiglia e la ridda di interpretazioni da parte dei vescovi favorevoli al mantenimento della disciplina attuale e di quelli che chiedevano un cambiamento radicale. Ma l’attesa di un chiarimento è stata delusa.
Alcune parti del documento papale - quelle che sono dedicate a illustrare i nuovi criteri pastorali - sono caratterizzate dall’ambiguità dell’enunciato, un’ambiguità che genera gravissimi equivoci di interpretazione proprio riguardo a ciò che Francesco vuole che sia fatto in pratica, all’atto di decidere che cosa suggerire o prescrivere ai fedeli che manifestano l’intenzione di accostarsi all’Eucaristia pur trovandosi in una situazione irregolare. I termini «misericordia», «accompagnamento» e «discernimento», pur ripetuti tante volte, non sono mai spiegati in modo da far capire se sono davvero la cifra di una nuovissima prassi (nel qual caso avrebbero ragione quelli che hanno parlato di una «novità rivoluzionaria») oppure sono semplicemente sinonimi di quello che le leggi ecclesiastiche vigenti e i documenti dell’ultimo Concilio chiamano la «carità pastorale», non diverso, sostanzialmente, da ciò che si ritrova nella dottrina teologico-pratica di un dottore della Chiesa come sant’Alfonso Maria de’ Liguori (autore tra l’altro della Praxis confessarii ad bene excipiendas Confessiones), il cui positivo riscontro pastorale è ben visibile nell’esempio dei santi (si pensi al Curato d’Ars nell’Ottocento o a padre Pio e a padre Leopoldo nel Novecento).
Per di più, l’aspra ma generica polemica del Papa contro quelli che a suo avviso sarebbero dei rigoristi dal cuore duro, dei formalisti senza carità, addirittura dei «farisei», lascia intendere che il Papa ha non solo favorito una delle due opinioni emerse nella discussione sinodale – quella dei riformisti – , ma ha anche tolto ogni credibilità a coloro che avevano presentato ponderose e documentate obiezioni alle proposte di riforma (e pensare che tra questi oppositori c’era addirittura il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede!). Per di più, avvalendosi di questa (voluta) ambiguità del documento pontificio, molti vescovi si sono precipitati a dichiarare che il Papa con questa esortazione apostolica veniva a legittimare una prassi «misericordiosa» (cioè permissiva, o meglio lassista, anzi irresponsabile) che essi già avevano consentito nelle rispettive diocesi, in disobbedienza alle leggi canoniche vigenti.
Allo stesso tempo, il cardinale americano Burke e il vescovo kazaco Schneider dichiaravano ai giornalisti che l’esortazione apostolica di papa Francesco non era da prendere come documento del Magistero, tanti erano i riferimenti dottrinali confusi o addirittura erronei che essa conteneva. Insomma, l’opinione pubblica cattolica è stata indotta a ritenere che il Papa abbia voluto abrogare la dottrina cristiana circa l’indissolubilità del matrimonio e la necessità dello stato di grazia per accedere alla Comunione. E, di fronte a questa (presunta) “rivoluzione” dogmatica, molti hanno provato sgomento, ritenendo che papa Francesco sia stato ingannato dai suoi consiglieri e abbia avallato l’eterodossia, mentre altri hanno gioito ritenendo che finalmente la Chiesa aveva messo da parte l’ortodossia dei conservatori per concedere piena libertà alle dottrine teologiche più avanzate, più consone ai nuovi tempi e alla mentalità dell’uomo di oggi.
La Chiesa, nella sua storia bimillenaria, ha vissuto tante vicende drammatiche. La storia ecclesiastica narra di diverse epoche di confusione e di scisma, persino di pontefici che con la loro condotta di vita hanno scandalizzato. Papa Francesco certamente non lo fa con la sua condotta personale, ma la dottrina teologica che egli favorisce, questa sì che scandalizza, nel senso biblico del temine, nel senso che è una “pietra di inciampo” per la fede dei semplici e disorienta le coscienze di tanti.
Questa confusione e questo disorientamento della coscienza dei comuni fedeli è il risultato - forse voluto, forse imprevisto, anche se facilmente prevedibile - dell’ambiguità strutturale del documento pontificio. Ed è il motivo per il quale io ne parlo, evidenziandone gli aspetti critici: non per mancare di rispetto al Magistero, né per prendere le parti dei conservatori contro i progressisti nella disputa ideologica che affligge la Chiesa da tanto tempo, e tanto meno per voler contrapporre alla dottrina del Papa - che dovrebbe esprimere e interpretare con autorità divina il dogma della fede - una mia opinabile dottrina teologica: ma solo per responsabilità pastorale nei confronti dei fedeli che da siffatta situazione non possono non subire danni gravissimi nella loro coscienza di fede, sia riguardo al dovere di obbedire all’autorità ecclesiastica lì dove essa comanda espressamente e lecitamente, sia riguardo al dovere di rispettare la natura divina dei segni sacramentali, evitando ogni rischio di profanazione e di sacrilegio.
A voi che siete qui presenti, laici e quasi tutti regolarmente coniugati, mi rivolgo con un accorato appello: non pensate che il documento pontifico, in materia di Sacramenti (Matrimonio, Penitenza, Eucaristia), vi obblighi a credere qualcosa di diverso da quello che avete sempre creduto, né di fare qualcosa di diverso da quello che avete sempre fatto. Anzi, vi dirò di più. L’esortazione apostolica non è una nuova legge ecclesiastica: non comanda alcunché ad alcuno nella Chiesa cattolica; è, appunto, soltanto un’esortazione, un invito, un incoraggiamento, rivolto ai Pastori (vescovi e presbiteri) perché pratichino il loro ministero con attenzione alle situazioni specifiche dei loro fedeli, aiutandoli anche con la direzione spirituale personale (il “foro interno”) e sempre con spirito di misericordia. Dunque sono soprattutto i sacerdoti in cura d’anime a dover applicare al loro quotidiano servizio (catechesi e amministrazione dei sacramenti) i criteri indicati dal Papa. Sono io, e con me tutti i miei confratelli nel sacerdozio, sotto la guida del rispettivo vescovo, a dover recepire e attuare questi consigli pastorali, senza mettere da parte - nessuno me lo può chiedere, e il Papa non me lo ha chiesto - i criteri teologico-morali e le norme canoniche vigenti, ossia i criteri di base, sempre validi, con i quali ho esercitato il ministero della Confessione fino a oggi, nei miei 55 anni di sacerdozio. Questi criteri mi impediscono di fraintendere (o di intendere secondo l’interpretazione dei “riformisti e progressisti”) alcuni passi ambigui dell’esortazione apostolica, che ora leggo con voi, per poi fornirne l’unica interpretazione ammissibile dal punto di vista di una prassi sacramentaria rispettosa del dogma e dei principi morali definitivamente stabiliti dalla Chiesa.
Leggo innanzitutto il § 305:
«A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (Francesco, Esort. Ap. Amoris Laetitia, § 305).
A questo punto il documento è corredato da una nota:
«In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti. Per questo, ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore” […] Ugualmente segnalo che l’Eucaristia ”non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli” [Esort. Ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, § 44 e 47: AAS 105, 2013, pp. 1038-1039]» (Francesco, Esort. Ap. Amoris Laetitia, § 305, nota n. 351).
Il paragrafo e la nota sono inserite nel capitolo VIII dedicato alle «situazioni irregolari», cioè alla convivenze e soprattutto alle nuove unioni civili a seguito di divorzio dove il precedente matrimonio è canonicamente valido. Nel testo si fa riferimento all’ipotesi che ci si trovi di fronte a una situazione oggettivamente disordinata (il divorziato che si è risposato civilmente) ma il cui soggetto (il fedele cattolico divorziato risposato) dia a intendere di non esserne cosciente. Fatta tale ipotesi, il Papa suggerisce, come strumento pastorale per questa condizione particolare, l’amministrazione dei sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucarestia. Il suggerimento ha senso solo se nel caso in questione il divorziato-risposato sia riconosciuto come trovandosi in stato di grazia perché privo di responsabilità soggettiva della sua condizione. Mancando la piena avvertenza sulla materia grave, costui non sarebbe in stato di peccato mortale, ergo il divorziato risposato potrebbe comunicarsi. Che il Papa intenda insinuare una soluzione del genere sembra confermato da un altro passaggio del documento:
«Non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere “valori insiti nella norma morale” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 22 novembre 1981, § 33: AAS 74, 1982, p. 121]» (Francesco, Esort. Ap. Amoris Laetitia, § 301).
In altri termini, secondo questi suggerimenti papali, il confessore potrebbe giudicare non del tutto responsabile il penitente se fosse in grado di verificare in “foro interno” e caso per caso che il penitente versa in uno stato di errore in merito alla sua condizione. Ma come è possibile effettuare tale verifica se non ricorrendo alla tradizionale “praxis confessariorum”? Si è sempre saputo che la cosiddetta «ignoranza invincibile» deve essere responsabilmente accertata dal ministro della Penitenza; costui, peraltro, tenendo presente che tale ignoranza può anche essere colpevole (la ripetizione di peccati consapevolmente commessi può condurre la persona all’ottundimento della coscienza), può arrivare alla convinzione che il soggetto in questione non può essere considerato dalla Chiesa in grazia di Dio. E poi, anche ammesso che l’ignoranza invincibile di quel dato soggetto sia davvero tale da non renderlo soggettivamente colpevole (ipotesi che io ritengo meramente teorica e non riscontrabile nella vita reale dei fedeli che frequentano i sacramenti), ogni sacerdote sa bene che ciò che egli è chiamato a giudicare (nel tribunale della Penitenza il confessore è il giudice per conto della Chiesa) non è la coscienza del penitente, e tanto meno l’azione della grazia in essa, ma solo le manifestazioni esterne del pentimento e della volontà di rimediare al male commesso, in relazione alla situazione (esterna, talvolta anche pubblica) del penitente. Se tali rilevamenti portano il confessore a concludere che non è possibile assolvere la tale persona, egli avrà cura di spiegare con la massima delicatezza al penitente che spetta a lui impegnarsi a percorrere fino in fondo la strada della conversione, e che nel frattempo non gli è consentito di fare la Comunione. Gli spiegherà anche che ciò che non lo rende ancora “degno” della Comunione eucaristica è la sua condizione esterna, visibile, indice delle sue ancora imperfette condizioni interiori: ricevere sacramentalmente Cristo esige una condizione della vita personale che non sia oggettivamente in contraddizione con la santità di Cristo.
Sicché ogni sacerdote che sia davvero responsabile, se chiamato dal vescovo o dal fedele stesso a dare un suo giudizio in merito, non consiglierà mai ai conviventi e ai divorziati-risposati che non vivono castamente (o che vivono castamente ma che dovrebbero interrompere la loro relazione perché su di loro non gravano particolari obblighi morali) di accostarsi alla Comunione, perché tali condizioni sono oggettivamente contrarie alla volontà di Dio, ossia alla sua misericordia verso noi uomini. Il sacerdote deve illuminare la coscienza del penitente ricordandogli che la nostra vita personale e sociale deve essere conforme all’ordo amoris, un sapientissimo orientamento di ogni cosa alla gloria del Creatore e al bene delle creature. La legge naturale e la rivelazione divina ci fanno sapere, con certezza di ragione e di fede, che vi sono atti che sono di per sé contrastanti con questo ordo, ed è appunto il caso dei rapporti sessuali al di fuori del rapporto di coniugio: tali atti non sono conformi al piano di Dio - non sono cioè santificabili e santificanti - e di conseguenza pongono la persona che li compie volontariamente in una condizione che di fatto è incompatibile con all’ordo amoris, al di là della maggiore o minore consapevolezza della loro gravità. Ciò comporta per il confessore - diretto responsabile del culto divino nella celebrazione della Penitenza - il gravissimo dovere ministeriale di non assolvere il fedele “divorziato-risposato” che non intendesse di fatto cambiare la sua situazione. Per amministrare validamente l’assoluzione mancherebbero infatti le condizioni essenziali, ossia il sincero pentimento e la volontà di riparazione.
Il pentimento non risulta esserci quando il fedele non dichiara al confessore di voler uscire dal proprio stato di “divorziato-risposato” troncando il rapporto con il (o la) convivente e adoperandosi per tornare con il legittimo consorte, oppure quando non si propone di riparare ai danni arrecati al coniuge legittimo, alla eventuale prole, al convivente che ha indotto in peccato e all’intera comunità cristiana a cui ha recato scandalo. Mancando queste condizioni - le quali, dal punto di vista teologico, costituiscono la “materia” del sacramento della Penitenza - il confessore è tenuto a negare, per il momento, l’assoluzione, che non sarebbe un atto di misericordia ma un inganno (perché l’assoluzione sarebbe illecita, e soprattutto invalida).

sabato 9 gennaio 2016

Chi è lei per giudicarmi? Ancora una volta estremamente utili ci sono le parole di S. Alfonso M. de’ Liguori

Qualche tempo fa avevamo avuto modo di postare un brano tratto da un’opera dell’insigne maestro e patrono dei moralisti qual è S. Alfonso Maria de’ Liguori.
In quella circostanza, riportandone sia l’aforisma sia il brano per intero, ricordavamo come «ne manda più all’inferno la misericordia di Dio, che non ne manda la giustizia», perché, ci rammentava il Dottore della Chiesa, i peccatori, confidando temerariamente nella misericordia divina, non cessano di peccare, così dannandosi l’anima. Diceva S. Alfonso, infatti, che Dio è sì misericordioso, ma anche giusto ed in quanto tale «è obbligato a castigare chi l’offende»: lo esige la giustizia.
Oggi, quel monito del grande Santo del secolo dei Lumi ci appare davvero profetico, ricordando come il continuo richiamo alla misericordia compiuto da più parti sia vano se non accompagnato dalla volontà del peccatore di non voler più peccare e di emendare la propria vita. Ed invece, il giornalista Magister ci pubblica la lettera choc di un confessore, il quale pone in luce come, nonostante la proclamazione giubilare, i confessionali rimangono vuoti. Anzi, quando qualche penitente vi si accosta il confessore, non di rado, si sente quasi ripreso dal peccatore qualora lo metta a nudo – come è giusto che sia – dinanzi alla sua colpa, sentendosi dire “Chi è lei per giudicarmi?” (cfr. S. Magister, Giubileo della misericordia, ma con i confessionali vuoti, in blog www.chiesa, 9.1.2016).
Ecco i frutti derivanti dalla veicolazione di messaggi, se non errati in linea di principio, sono almeno parziali ed approssimativi!!! Far passare semplicemente l’idea che l’attraversamento di una delle innumerevoli porte sante, peraltro senza alcuna devozione, possa essere un surrogato o un sostituto della Confessione; veicolare la convinzione che con l’indulgenza si venga assolti dal peccato e dalla pena temporale dovuto a questo e che, dunque, il semplice attraversamento renda “bianco” ciò che prima del passaggio era “nero”, è semplicemente mostruoso ed una deformazione della dottrina cattolica. Oltre che, ovviamente, causa della perdizione di molte anime!
Per questo ci pare opportuno tornare a riflettere sulle parole – già da noi pubblicate – di S. Alfonso, con la traduzione - questa volta – dei passi latini compiuta da uno dei collaboratori del nostro blog, che ci ha onorato di alcuni suoi articoli e riflessioni, Vincenzo Sasso, che ringraziamo della sua paziente opera.

Giusepope Molteni, La Confessione,
1838, collezione privata
Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (cap. 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: “Vis, imus, et colligimus ea?” [“Vuoi che andiamo ad estirparla?”]. Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: “In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum” [“Al tempo della messe dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizania e legatela in fastelli, poi bruciatela”]. Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co’ peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: “Desperando, et sperando” [“Sia con la disperazione sia con la speranza”]. Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: “Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam” [“Dopo il peccato spera nella misericordia; prima del peccato abbi terrore della giustizia”]. Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?
Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. “Bonus est Deus, faciam quod mihi placet” [“Dio è buono, farò quel che mi piace”], ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino (Tract. 33. in Io.). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.
Non dire, dice il Signore: Sono grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. “Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur” [“E non dire: la misericordia del Signore è grande, avrà pietà dei miei molti peccati”] (Eccli. 5. 6). Nol dire, dice Dio; e perché? “Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius” [perché presso di lui ci sono misericordia e ira, il suo sdegno si riverserà sui peccatori”] (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che sono le miserazioni) sono finiti. Dio è misericordioso ma è anche giusto. “Ego sum iustus, et misericors” [“Io sono giusto e misericordioso”], disse il Signore un giorno a S. Brigida; “peccatores tantum misericordem me existimant” [“I peccatori mi ritengono solo misericordioso”]. I peccatori, scrive S. Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: “Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare” [“Dio è buono, ma anche giusto; non considerate Dio solo per metà”]. Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P.M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. “Et misericordia eius timentibus eum” [“La sua misericordia si stende su quelli che lo temono”], come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: “Qui verus est in promittendo, verus est in minando” [“Colui che è veritiero nel promettere, è veritiero nel minacciare”].
Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; “Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur” [“Sta attento a non accogliere quel cane che promette la misericordia di Dio”] (Hom. 50. ad Pop. Antioch.). Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: “Sperat, ut peccet; vae a perversa spe” [“Spera per peccare; guai alla speranza perversa”] (In Ps. 144). Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. “Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit” [“Sono innumerevoli coloro che si fanno ingannare da questa ombra di fatua speranza”]. Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo!
Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesù-Cristo: “Fidit in lenitate magistri” [“Confidò nella clemenza del maestro”]. In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de’ cristiani (parlando degli adulti) si danna: “Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam” [“Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti entrano per essa”] (Matth. 7. 13).
Chi offende Dio colla speranza del perdono, “irrisor est non poenitens” [“è sbeffeggiatore e non penitente”], dice S. Agostino. Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: “Deus non irridetur” [“Dio non si fa prendere in giro”] (Galat. 6. 7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. “Quae enim seminaverit homo, haec et metet” [“L’uomo raccoglierà ciò che avrà seminato”] (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. “Maledictus homo qui peccat in spe” [“Maledetto l’uomo che pecca con la speranza”]. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: “Et spes illorum abominatio” [“E la loro speranza è abominio”] (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome [allo stesso modo in cui] irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono (cfr. op. cit., Considerazione XVII – Abuso della divina misericordia, Punto I).

Fonte: S. Alfonso M. de’ Liguori, Apparecchio alla Morte cioè Considerazioni sulle Massime Eterne Utili a tutti per meditare, ed a’ sacerdoti per predicare, in “OPERE ASCETICHE” Vol. IX, CSSR, Roma 1965.

lunedì 4 gennaio 2016

I divorziati e la Chiesa. Interviene don Nicola Bux: «Il sacerdote non è un notaio e il pentimento non basta»

Segnalata, rilancio volentieri questa recente intervista di don Nicola Bux sul tema assai dibattuto sulla Comunione ai divorziati risposati e se sia possibile l’assoluzione in foro interno (nella Confessione) al divorziato passato a nuove nozze che non manifesti alcuna intenzione di lasciare il neo-coniuge. Ancora una volta, da parte cattolica, una parola chiara, nonostante non manchino quelli che Riccardo Cascioli, in un suo recentissimo intervento su La Nuova Busssola quotidiana, chiamava "i furbetti del sinodino", che vorrebbero "aprire" la Comunione ai divorziati risposati (v. Riccardo Cascioli, I furbetti del sinodino, in NBQ, 31.12.2015. L'articolo di Cascioli è pure rilanciato da Il Timone del 4.12.2016).

I divorziati e la Chiesa «Il sacerdote non è un notaio e il pentimento non basta»

La Basilica di San Nicola

BARI - Qualcosa è cambiato, nei rapporti tra i fedeli e la Chiesa Cattolica. La vicenda di un uomo divorziato e risposato, recatosi per la confessione a San Nicola alla vigilia di Natale, riaccende il dibattito su un concetto che con il Giubileo è diventato mediatico. In una lettera, che la Gazzetta ha pubblicato mercoledì 30 dicembre, l’interessato ha raccontato la propria delusione per l’assoluzione negatagli. E ha rivendicato la misericordia di Papa Francesco.
«Ma il sacerdote non è il notaio che ratifica una decisione già presa dal penitente» commenta don Nicola Bux, teologo, consultore in Vaticano, autore tra i più citati a livello internazionale. Il suo ultimo libro, “Come andare a messa e non perdere la fede”, è stato già tradotto in cinque lingue.

Ma l’assoluzione, ci ha scritto il nostro lettore, «va data a tutti quelli che si confessano».

«È un’affermazione assurda. Qui si confonde il perdono con il condono. Nella confessione, il sacerdote è allo stesso tempo giudice e medico dell’anima. Assolvere vuol dire “sciogliere”, ossia slegare il penitente dal legame con il peccato. È il sacerdote, non il fedele, che valuta se ci sono le condizione per assolvere o meno».

Il pentimento non basta?

«Il pentimento vero implica la disponibilità del fedele a sciogliere quel legame. Nel Vangelo Gesu Cristo dice: Va', e non peccare più. Mica va' e continua a fare di testa tua».

Il sacerdote ha ritenuto che non vi fossero le condizioni di cui parla?

«Certamente. Non si può pretendere l’assoluzione senza il fermo proposito di non peccare più».

E qui entra in gioco il Giubileo della misericordia.

«Concetto parecchio frainteso, negli ultimi tempi. Le regole non sono cambiate e i sacerdoti si attengono alla solita dottrina, tutti allo stesso modo, esattamente come tutti i giudici si attengono alla legge, senza eccezioni. Perché questo concetto è dato per scontato in tribunale e vorremmo sovvertirlo nelle chiese?».

È chiaro da che parte stia don Bux.

«Dalle parte di Gesù Cristo, ovviamente. Nessuno, su questa terra, ha l’autorità di cambiare le regole della sua Chiesa. Tant’è vero che dal sinodo è uscito un documento che non cambia assolutamente nulla, in materia di disciplina dell’eucaristia ai divorziati risposati».

Però, papa Francesco, a molti sembra intenzionato a cambiare rotta.

«Un altro enorme fraintendimento. Lo ha spiegato molto chiaramente il cardinale Muller, prefetto della congregazione per la dottrina della fede, ossia il custode della fede cattolica, il quale afferma: “La dottrina non è una teoria costruita dagli uomini. Il magistero del Papa e dei vescovi non è superiore alla Parola di Dio”».

A giudizio del sacerdote il nostro lettore sarebbe ancor più peccatore in quanto faceva la comunione, nonostante avesse divorziato e si fosse poi risposato.

«E vorremmo fare una colpa al sacerdote? È Gesù Cristo che, nel Vangelo, decreta l’indissolubilità del matrimonio. E San Paolo mette in guardia dal ricevere il sacramento indegnamente. Come si può pretendere di accedere all’eucaristia, se non si è più in comunione con la propria moglie? È una contraddizione in termini. Ed altre ne emergono, da quella lettera».

A cosa si riferisce?

«Innanzitutto il dato di partenza. Il lettore si definisce “cattolico credente”, ma anche divorziato e risposato, il che tradisce l’indissolubilità del vincolo coniugale. Poi parla, testualmente, di uno “schiribizzo”, che lo avrebbe spinto a confessarsi dopo dodici anni di assenza dal confessionale. Ma almeno una volta all’anno, i cattolici hanno l’obbligo di confessarsi e di comunicarsi. È un tipico esempio di “cristianesimo fai da te”, che dovrebbe adattarsi alla nostre esigenze. Un fenomeno dal quale ci aveva messi in guardia il papa Benedetto XVI».

Ultima questione. La porta santa aperta nella Basilica, non rappresenta un percorso penitenziale speciale?

«Anche su questo bisogna fare chiarezza. Il peccato, un po’ come il reato, comporta la colpa ed una pena. La confessione assolve dal peccato, non dalla pena che sarà scontata nell’aldilà a livello soprannaturale. È a questo punto che entra in gioco il Giubileo che, in via straordinaria, serve ad assolvere anche dalla pena. Le porte della misericordia, nella Chiesa, erano, sono e saranno sempre aperte. Ma alle consuete condizioni. E i sacerdoti sanno che non devono cedere, non devono lasciarsi intimorire dalle opinioni dominanti».

giovedì 12 novembre 2015

Don Leonardo Maria Pompei a Capurso

AVVISO SACRO

Giovedì 19 novembre 2015, ore 20,00

presso la Parrocchia di San Francesco di Paola

in Capurso

Don Leonardo Maria Pompei
parroco della chiesa di San Michele Arcangelo, Latina


terrà una catechesi sul

Sacramento della Confessione