Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 3 luglio 2018

Inedita intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini e sul significato dell'Eucaristia

In anteprima assoluta, pubblichiamo quest'inedita intervista di don Nicola Bux sul Corpus Domini.

Intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini

a cura di Giuliano Risulli

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la processione è un sacramentale istituito dalla Chiesa, per ottenere effetti spirituali. Il Vaticano II ricorda che, per mezzo dei sacramentali, gli uomini sono preparati a ricevere l’effetto principale dei sacramenti, che è la Grazia di Dio, e a santificare le circostanze della vita (cfr. CCC 1667). In particolare, la processione con l’Ostia Consacrata, è una professione di fede e un atto di adorazione (culto latreutico) (cfr. CCC 1378). La processione è, inoltre, espressione della pietà dei fedeli, che accompagna la vita sacramentale (cfr. CCC 1674) pertanto non sono ammissibili atteggiamenti in contrasto con tali caratteristiche (salutare persone, fotografare, chiacchierare ecc.).

Mons. Bux, la Chiesa Universale ha celebrato un mese fa la Solennità del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Potrebbe riassumere in poche righe il motivo o l’avvenimento per il quale fu istituita questa festa?
Il fatto è dato dal “miracolo di Bolsena”, dove un sacerdote boemo ebbe dubbi sulla presenza reale di Gesù Cristo, sotto le specie del pane e del vino, e al momento di pronunziare le parole della consacrazione, vide tramutarsi il pane in carne e sangue. Tutto ciò sull’altare della chiesa di S. Cristina, bagnando il corporale e la pietra sacra della mensa. Il corporale fu portato ad Orvieto, perché in quel tempo il papa si trovava lì. Per questo motivo il papa, decise di istituire la festa del Corpus Domini, cioè del Corpo del Signore. Il corporale ( cioè quel lino sottostante le specie consacrate, che viene posto dal sacerdote sull’altare e aperto all’offertorio ) è custodito in un reliquiario prezioso, che riproduce la facciata del celeberrimo duomo di Orvieto, e portato in processione, in quanto è una reliquia eucaristica. Il corporale è macchiato dal sangue di Gesù Cristo, quindi, è degno di essere mostrato nella processione e adorato. San Tommaso d’Aquino, fu incaricato dal papa Urbano IV, che aveva appunto istituito e esteso la festa a tutta la chiesa universale - Festa che già in Belgio, era già celebrata a Liegi - di comporre l’ufficio della festa del Corpus Domini e della Messa. Ecco perché abbiamo quei famosi inni eucaristici che, ancora oggi, sono un condensato di pietà e di dottrina: per esempio, il Pange Lingua, con le ultime due strofe Tantum Ergo Sacramentum, che vengono cantate prima della benedizione eucaristica. Altri inni celebri sono il Lauda Sion e l’Adoro Te devote. Si può aggiungere che il Corpus Domini intende solennizzare, cioè mettere davanti a tutti, fedeli e non, una volta l’anno, il mistero dell’Eucaristia, che è stato istituito da Gesù il giovedì santo: quel giorno e i seguenti,non può ricevere adeguata e piena attenzione, perché la Chiesa è intenta, nel triduo pasquale, al mistero della passione e della risurrezione del Signore.

Come ogni anno, a Bari, dopo la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Francesco Cacucci in Cattedrale, si è snodata la processione del Santissimo Sacramento, attraverso alcune strade della città. Quali sono state le sue impressioni, considerando che un numero sempre minore di clero e fedeli, partecipa a questa Solennità, così importante per la Chiesa universale, e lo fa con scarso interesse, spesso con irriverenza, quasi non si renda più conto dell’importanza dell’adorazione rivolta a Nostro Signore?
Non è il primo anno che partecipo alla processione, ma andando indietro agli anni del concilio e a quelli immediatamente seguenti, si è notato un progressivo impoverimento di questa importante manifestazione di fede. Non appena per il numero dei fedeli, che chiaramente è enormemente diminuito, basti vedere le foto; e questo ovviamente va imputato al processo di inimmaginabile secolarizzazione, come diceva Giovanni Paolo II, che ha colpito anche l’Italia. Non solo per il ridottissimo numero di giovani presenti, ma anche per il numero dei religiosi. Le religiose poi, erano quasi invisibili. Per non parlare poi di taluni frati e chierici che si improvvisavano fotografi con gli smartphone o chiacchieravano, dimenticando che stavano partecipando ad un sacramentale: la processione per rendere onore al Santissimo Sacramento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare: non bisogna soffermarsi sugli aspetti numerici, e poi, meglio pochi ma buoni; ma un vero pastore, non sarebbe troppo contento di tale constatazione, perché il Signore vuole che tutti gli uomini siano salvi e lo seguano. In verità, v’è una serie di aspetti, che vanno rilevati, e dimostrano una sorta di banalizzazione della missione della Chiesa. Si tratta della crisi della fede, perché la fede nel Santissimo Sacramento richiede uno slancio: ‘quantum potes tantum aude’, dice la sequenza del Corpus Domini: impegna tutto il tuo fervore, Egli supera ogni lode... Uno sforzo di lode e di glorificazione, che passa attraverso diversi fattori, quali le preghiere o i canti. Per non dire della solennizzazione, che è conferita dai segni della liturgia. Ciò detto, in base alle indicazioni diffuse dall’ufficio liturgico, alla processione del Corpus Domini di Bari dovevano essere presenti cinque vicariati e tre parrocchie. Ogni vicariato è composto mediamente da cinque parrocchie, perciò parliamo di almeno una trentina di parrocchie. Poniamo che, mediamente, un parroco riesca, realisticamente, a condurre cinquanta fedeli; avremmo una media di millecinquecento persone, altrimenti diventa ridicolo parlare di vicariati. Invece, secondo la Polizia, la stima dei fedeli davanti alla piazza della cattedrale, e poi dietro il Santissimo Sacramento, si aggirava intorno alle duecento persone, a voler abbondare. Le confraternite: la città di Bari ne conta circa una dozzina. Esse sono state talmente ben curate negli ultimi decenni, e si sono così accresciute di numero, che non partecipa quasi più nessuna; a voler dedurre dagli stendardi, ne erano presenti solo tre. Terz’ordini, associazioni e movimenti erano in numero sparuto, pressoché invisibile, perché di per sé i terz’ordini e i movimenti dovevano sfilare davanti al Santissimo e non dietro. Ponendo che sfilassero davanti in due file, dal punto in cui iniziava la processione, a quello in cui c’era il Sacramento si poteva contare, per essere ottimisti, un centinaio di persone. Passando all’itinerario della processione, diversi hanno osservato che era praticamente deserto - sui marciapiedi poche sporadiche unità – quindi un gesto inutile; la processione non si fa per sé stessa, ma per testimoniare la fede della chiesa di Bari davanti alla città e al popolo, fatto di gente che non va in chiesa o non crede, e viene sorpresa nel momento in cui affolla le strade. È anche vero che il Corpus Domini non si celebra più il giovedì, perché non più di precetto; siccome cade quasi sempre in una domenica estiva, le abitudini secolarizzate, hanno portato i più ad andare fuori città e a rientrare tardi; quindi fare questa processione la domenica sera significa, almeno nelle grandi città, camminare nel deserto; allora, perché non fare la processione il giovedì, pur essendo un giorno feriale? Di sera, la città è più animata, tale da essere l’ambito più idoneo per testimoniare la fede. Si tace sulla disorganizzazione, che ha consentito al traffico di continuato a scorrere sull’altra corsia per quasi metà del percorso, col rischio di coloro che procedevano in processione, perché qualche veicolo poteva investire alcuni.

Questa, a mio parere, è una processione singolare perché, a differenza di altre processioni devozionali, non viene portata una immagine o una statua, ma il Santissimo. Lei pensa che quella del Corpus Domini sia stata ridotta ad una funzione liturgica, il cui soggetto, il Santissimo appunto, ridotto ad un simbolo, non riceve più il dovuto rispetto da ecclesiastici e fedeli: si eseguono canti banali e discutibili, si chiacchiera, si scattano fotografie e addirittura si parla al cellulare?
Ecco io mi soffermerei innanzitutto sui canti. Ci sono alcuni canti, dove si parla del pane e del Signore “che è presente nel pane consacrato”. questa è un’affermazione eretica di Lutero. Il Signore non ha detto di essere presente nel pane e neppure questo pane è il mio corpo, ma ha detto “questo è il mio corpo”, dove questo indica il passaggio dal pane, che ha preso nelle mani, al corpo, perché in quel momento viene consacrato: la sostanza del pane si converte nella sostanza del corpo. Sotto – in senso ontologico e non spaziale – le apparenze o aspetto (species) del pane (oggi si direbbe fenomeno) sta il corpo di Cristo. Non è più pane ma Cristo. Le specie sulle quali è stato fatto il “rendimento di grazie”, dal greco eucharistò, sono diventate eucaristiche. Perciò si deve parlare della “presenza di Cristo sotto le specie eucaristiche”.
Un altro aspetto discutibile è costituito dalle preghiere: nei quattro formulari di preghiera dei fedeli e di intercessioni riportate nel sussidio per seguire la processione, nessuna intenzione invita a pregare per la diffusione e la crescita della fede e della speranza in Gesù Cristo, per la evangelizzazione e conversione degli uomini. Invece, prevale il modulo sociale e politico, ad esempio: "Perché nella società civile siano promosse politiche sociali che mirino a una migliore distribuzione delle entrate...". L’insistenza sui poveri, visti come indigenti materiali e non da evangelizzare, rende evidente l’omissione più grave: che l’unica responsabilità della Chiesa di fronte al mondo è l’annuncio di Cristo, che certamente, non è venuto a risolvere i problemi sociali del mondo, ma è venuto a risolvere il problema fondamentale, ovvero il bisogno della salvezza dell’uomo e quindi la sua liberazione dal peccato e dalla morte. La gran parte delle intenzioni nei formulari insistevano sempre e unicamente sulle questioni sociali, come se la Chiesa, come ha detto più volte papa Francesco, sia una ONG, che si deve occupare della risoluzione di tali questioni. Si dimentica che la prima e più grande povertà, come diceva madre Teresa di Calcutta è la non conoscenza di Dio. Nelle preghiere, non un cenno alla necessità di catechizzare, di evangelizzare, cioè di raggiungere gli uomini e le donne del nostro tempo attraverso l’annunzio del Vangelo e la catechesi. Questo denota uno scadimento generale, per cui la stessa parola ‘fede’, non viene mai pronunziata. Si parla molto di amore e di carità, ma l’amore e la carità verso il prossimo non stanno in piedi se prima non c’è l’amore per Dio. Quindi, soltanto annunziando l’amore di Dio, che è quello che si è fatto carne in Gesù Cristo, non quindi un amore generico, noi possiamo anche diffondere e praticare la virtù della carità. Ma se noi non comunichiamo Cristo al mondo, possiamo parlare quanto vogliamo, e fare solo gesti di solidarietà, come si dice oggi. La solidarietà viene spesso identificata con la carità: alla prima sono chiamati tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che appartengono a una nazione, a un popolo, all’umanità; alla seconda invece sono chiamati tutti i cristiani che, superando il significato solidale, devono comunicare all’uomo l’amore di Dio, che è quello che salva e che redime, perché come ha detto Gesù: «I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Quindi non risolveremo mai il problema dei poveri o della giustizia sociale. Le generazioni si susseguono l’una all’altra, e ad ogni generazione dovremo continuamente riproporre la conversione, affinché accada il vero miracolo dell’amore, che rivolgendosi a Dio, poi discenda verso i poveri. Dunque, i canti e delle preghiere, costituiscono ormai un problema, perché attraverso di essi si trasmette la fede all’uomo ed in particolare alle nuove generazioni: ma se parlano di sociologia, che fede trasmettono?

Quindi pensa che si sia persa, o quantomeno drasticamente diminuita, la fede nella presenza reale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità (riprendendo il Concilio di Trento) di Nostro Signore Gesù nel “Sacramentum Sacramentorum”, ovvero la Santa Eucaristia, da parte di Clero e fedeli laici? Se no, perché non ci si genuflette più davanti al Santissimo, durante la processione del Corpus Domini nello specifico, o in generale entrando in Chiesa, o durante la preghiera consacratoria che il Sacerdote pronuncia nella Messa, quando avviene la transustanziazione?
Questo è sicuramente un dato di fatto, che sempre riguarda i segni della liturgia. Un teologo e liturgista del secolo scorso, Romano Guardini, ha affrontato in un libro i santi segni, spesso citato dall’arcivescovo Magrassi, dove tratta dei ‘segni’ come stare in piedi e stare in ginocchio. Ecco questi due segni non sono alternativi, come oggi erroneamente si pensa, ma sono complementari. In quale senso? Sant’Agostino dice che la quaresima e la pasqua sono due tempi emblematici della nostra vita; sulla terra, siamo pressoché sempre in quaresima, perché la vita terrena è un pellegrinaggio faticoso, fatto di sofferenze e di lacrime (san Bernardo parla di ‘valle di lacrime’ nella Salve Regina). Il mondo, è sotto il dominio del ‘principe di questo mondo’, il diavolo, e quindi l’uomo in questo mondo soffre. La quaresima è un tempo penitenziale, perché esprime la pena che noi sopportiamo vivendo nel mondo. Il tempo pasquale invece, è un tempo che ci fa pregustare, nell’arco di cinquanta giorni, quello che dovremo vivere nell’eternità. Allora, il gesto della penitenza e del riconoscimento della maestà di Dio, dinanzi al quale, come dice san Francesco d’Assisi, noi siamo dei vermi vilissimi, è proprio lo stare in ginocchio. Questa pratica esteriore significa che dobbiamo fare penitenza sempre, in special modo in quaresima, un tempo sacramentale, che richiama in realtà tutta l’esistenza. Il tempo pasquale è il tempo della risurrezione, che ci ricorda quanto avvenuto in Cristo, ma non ancora a noi. Siamo, nella fede, risorti col battesimo, ma non lo siamo ancora nella materiale, cosa che avverrà alla fine dei tempi; quindi lo stare in piedi, che è il gesto del risorto, certamente si addice al tempo pasquale. Tuttavia, questi gesti non sono alternativi, ma complementari, perché entrambi gli aspetti, penitenziale e gioioso, li viviamo sempre. Quindi, volere drasticamente, e direi anche violentemente, impedire di inginocchiarsi, addirittura arrivando all’imposizione, ha portato insipientemente certi sacerdoti ad eliminare gli inginocchiatoi, o peggio a proibire di inginocchiarsi durante la santa Messa, nei tempi previsti, non rispettando il bisogno dei fedeli, che attribuiscono al Signore, nel Santissimo Sacramento, la dovuta adorazione. Perché, come dice sant’Agostino, non si può comunicare al Corpo del Signore, se prima non lo si è adorato. Il venir meno di questi ‘santi segni’, come li chiama Guardini, ha portato alla deformazione della santa Messa e delle celebrazioni connesse con essa, come l’adorazione e la processione, ad un intrattenimento a sfondo religioso. Ciò ha fatto venir meno la riverenza e il timor di Dio, che è dovuto al Signore presente dinanzi a noi in corpo, sangue, anima e divinità. La celebrazione dell’Eucaristia si è ridotta a un rito inclusivo, perché si ritiene che ad essa debbano partecipare letteralmente cani e porci (vi sono alcune testimonianze di gente che è entrata in chiesa con il proprio cane tra le braccia, nel disinteresse del sacerdote), termine che uso in senso evangelico, perché Gesù stesso, nel Vangelo, ammonisce di non dare le cose preziose ai cani e ai porci. Ora, non essendoci nulla di più prezioso dell’Eucaristia, di cui non vanno perduti nemmeno i frammenti più piccoli, non bisogna pensare che questo tesoro inestimabile possa essere accessibile a tutti indistintamente. A questo infatti si riferisce Gesù, parlando di non dare le perle, le cose preziose ai cani. Questo ci deve far capire che all’Eucaristia, non possono partecipare tutti. Certo, può capitare che in chiesa entrino persone curiose, non credenti, o comunque cristiani credenti senza le dovute disposizioni, ma noi sappiamo bene che all’Eucaristia si accede, primo: se si è battezzati, e ricevuta la prima comunione, altrimenti che senso avrebbero l’iniziazione cristiana, il catechismo? Secondo: si è coscienti di chi si va a ricevere, non si è in peccato mortale e si è osservato il digiuno eucaristico. Tutto questo ci fa comprendere che l’Eucaristia non è un rito, un sacramento a cui può accedere chiunque, ma soltanto coloro che sono battezzati e riconciliati. Se questo non è chiaro, allora non si può capire nemmeno il senso della processione. La processione eucaristica invece, come detto, è un rito rivolto a chiunque, anche agli indifferenti, agli agnostici, a coloro che non credono, a coloro che sono in ricerca. Per questo motivo la Chiesa porta in processione, ostenta, cioè mostra (donde la parola ostensorio) in maniera solenne la sua fede, perché chi questa fede, non avendola, la sta cercando, ne riceve un monito ed un invito ad abbracciarla e a credere. Questo, però, può accadere solo se la processione ha i requisiti di solennità, di decoro, e soprattutto di fede, che finiscano per invogliare, per attrarre le pecore smarrite. Se Gesù avesse detto, quando viveva sulla terra, parole banali o avesse fatto gesti ordinari, o comunque comuni a tutti, nessuno l’avrebbe seguito. Gesù era seguito per la sua maestà, che era tale da attrarre; persino nel momento cruciale dell’arresto, gli anziani e i sommi sacerdoti caddero tramortiti, quando alla domanda di Caifa, se egli davvero fosse il Figlio di Dio, rispose: ‘Sono Io ‘. Anche sulla croce, la sua maestà rifulse, perché il centurione disse: ‘questi veramente, è il Figlio di Dio’. Quindi, dinanzi alla maestà divina, per quanto celata sotto il velo delle specie consacrate, come restare in atteggiamento di presunzione? Stare in piedi è anche l’atteggiamento del fariseo della parabola evangelica, che Gesù ha stigmatizzato, perché non era umile e diceva: ‘O Dio, ti ringrazio che non sono come quel pubblicano...’. La Chiesa ha disposto di stare in ginocchio, soprattutto durante il tempo della consacrazione e, magari, fino alla conclusione della preghiera eucaristica. L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n.43: “Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice: Ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato”. Invece è stato sradicato con violenza! Da certi sedicenti liturgisti si sostiene che, ricevuta la Comunione, ci si debba sedere, perché – si dice - una volta che Gesù lo hai dentro di te, lui non sta più fuori: è una idiozia, perché nessuno di noi esaurisce la presenza del Signore. Se l’ho ricevuto in me, non vuol dire che Egli smetta di essere presente dinanzi a me, sopra di me, attorno a me; quindi, non viene meno la necessità del gesto massimo di adorazione, lo stare in ginocchio; tra l’altro, è anche un gesto di raccoglimento, perché quando stai in ginocchio, fai una fatica particolare e ti raccogli meglio in te stesso, per essere più disposto alla preghiera e meno incline alla distrazione, e questo aiuta a concentrarti sul mistero che hai ricevuto. Se invece ti siedi, ti rilasso, e quindi ti distrai più facilmente. È veramente incredibile che i ministri impongano atteggiamenti che non corrisponde nemmeno alle dinamiche antropologiche e psicologiche. Lo stesso n.43 ricorda che i fedeli possono stare seduti “se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la Comunione”. Alla luce di quanto detto, si deduce che fin quando non si conclude l’amministrazione della S. Comunione, non ci si debba sedere; dopo, invece sì potrebbe, ma non è obbligatorio. In conclusione, dobbiamo manifestare davanti a Dio l’umiltà, e lo stare in ginocchio è sicuramente un gesto che esprime tale virtù; inoltre, è segno della nostra sottomissione e del riconoscimento, quali semplici creature, della maestà divina del Creatore. Spesso ripeto un detto dei padri del deserto: soltanto il diavolo non si inginocchia, perché non ha le ginocchia. I cristiani orientali, durante la liturgia si prostrano continuamente a terra. Si arriva a esaltare i musulmani, che secondo alcuni pregano più di noi: ebbene si prostrano con la fronte fino a terra, ripetutamente: hanno preso questo gesto dai cristiani e dagli ebrei. Inginocchiarsi vuol dire soprattutto adorare: viene dal latino ‘ad’-’os’, cioè ‘presso la bocca’; è come accostare la bocca vicino a quella di Cristo, come l’atteggiamento degli innamorati. Quindi, adorare significa mettere la bocca vicino a quella del Signore, e questo implica grande umiltà. Come san Giovanni, il discepolo che il Signore amava, il quale, durante l’ultima cena, accostatosi al petto di Gesù, toccò il cuore di Cristo; quasi a voler ricevere tutto da lui, attingere a lui. A proposito del gesto di Giovanni, sant’Agostino osserva: ‘quod amando biberat, evangelizando eruptavit’, che significa: quello che Giovanni, amando, aveva bevuto, lo ha effuso con l’evangelizzazione. Quindi, attingiamo all’Eucaristia e, quanto più è possibile la adoriamo, prima e dopo essercene nutriti.

Non vorrei essere considerato un “contestatore” del Concilio Vaticano II, anche perché io e lei, essendoci una sostanziale differenza di età, siamo nati in due diversi momenti della storia della Chiesa. Lei ad esempio, posso tranquillamente affermare, ha assistito a quella che, de facto, è stata la riforma liturgica, introdotta dopo il Vaticano II. Io invece, ho sviluppato la fede quando la riforma era stata così ampiamente attuata, quindi parliamo degli anni ‘80. Ma quelli a cui assistiamo sovente oggi, a me sembrano, oltre che abusi liturgici, delle pratiche che, in nome della riforma liturgica, hanno senz’altro contribuito alla disintegrazione della fede in occidente. E questo lo si constata benissimo dal fatto che la pietà popolare e la devozione al Santissimo Sacramento sono diminuite fortemente, giungendo ai minimi storici. Lei pensa che le cause prime di questo crollo della fede siano attribuibili essenzialmente, o in parte, alle riforme liturgiche introdotte dal Vaticano II? Il Vaticano II davvero prevedeva queste riforme?
Questa è una storia che ormai sanno in molti. È fatta di luci e ombre, ossia teoremi, abusi, indulti e reati vari, a cui la liturgia è andata soggetta nel dopo concilio. Possiamo dire sinteticamente che il Vaticano II, nella Costituzione sulla liturgia, al paragrafo 22, dopo aver detto che essa è regolata dalla Sede Apostolica e, a norma di diritto, dal Vescovo, al comma C, recita: “Di conseguenza nessun altro, assolutamente, dice che nessuno, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”. Basta confrontarsi con questa affermazione per capire cosa è accaduto. Si può dire che è stato il Vaticano II a permettere gli abusi? Il sacerdote dovrebbe sapere che non ha alcun potere, né di natura morale, né di natura liturgica. Queste due, inoltre, sono strettamente collegate, perché la morale cristiana è una morale sacramentale: come non possiamo mutare i comandamenti di Dio, così non possiamo mutare le norme immutabili della liturgia, che il Signore stesso ha stabilito nell’Antica e nella Nuova Alleanza, affinché fosse preservata la purezza del culto al lui dovuto, evitata l’idolatria, resa a lui la gloria e salvato l’uomo.

Sarà forse un caso, ma, guardando i filmati degli anni cinquanta/sessanta, nella processione del Corpus Domini, vi erano alcuni elementi rituali e segni, che facevano intendere e ben comprendere la presenza reale di Cristo nel sacramento eucaristico. Faccio riferimento al baldacchino e all’ombrello coi quali, in segno di riverenza, si accompagnava l’Ostensorio, ai petali di fiori che venivano lanciati sul percorso della processione. Molti liturgisti innovatori, contemporanei o successivi al Vaticano II, ritengono che questi elementi siano antiquati ed inutili; molto spesso, col pretesto che essi allontanassero il popolo dei fedeli da Dio, anziché avvicinarlo. Eppure a me pare che, da quando essi sono stati abbandonati, non sia cresciuto il numero dei fedeli, anzi, mai come ai nostri giorni, si sta assistendo all’allontanamento da Dio. Arrivati a questo punto, non pensa che la crisi di fede che oggi la cattolicità sta vivendo, sia causata dal crollo della Liturgia?
A tal proposito dobbiamo dire che l’idea, cosiddetta trionfalistica, cioè che la liturgia non deve cedere a elementi che in qualche modo la solennizzino, è una sciocchezza: basti considerare lo splendore del rito bizantino. Dice la Costituzione liturgica, che le nuove forme devono scaturire da quelle già esistenti e che i riti devono risplendere per nobile semplicità: nobile, in italiano, vuol indicare un livello superiore, eccellente, perfetto, cosa che si coniuga con la semplicità, che significa capacità di comunicare il significato essenziale. Di conseguenza, la solennità è data da segni e atti straordinari. D’altronde, non siamo soliti, nelle festività, o in speciali circostanze, utilizzare il servizio da tavola migliore , proprio per solennizzare quel particolare giorno, e indossare un abito nuovo o ricercato? Questa è anche un’esigenza dell’essere umano, per distinguere la feria dalla festa. Quindi perché scandalizzarsi, che in una festa così solenne, proprio perché accade una volta all’anno, si faccia ricorso a quegli elementi rituali, che servono proprio a marcare la differenza? Se non esistesse questa differenza, non ci sarebbe neanche il motivo di fare una volta l’anno una determinata festa, ma si ripeterebbe lo stesso rito della feria. I riti, che nei secoli si sono sviluppati e attestati, servono a marcare l’importanza del Santissimo Sacramento, al quale vanno attribuiti gli onori dovuti.
Basterebbe assistere alle processioni degli Orientali, per rimanere colpiti: tappeti di fiori su cui camminano clero e fedeli, paramenti preziosi, bande musicali, canti solenni, icone e reliquie, in ordine perfetto, insomma, tutto ciò che è possibile fare per dare gloria a Dio. La processione del Corpus Domini a cui abbiamo assistito, vede il clero sfilare in ordine sparso, impegnato a mandare saluti invece che a pregare e cantare, con paramenti casual, per non parlare dell’abbigliamento sottostante, come le scarpe da ginnastica, magari a colori, analogo abbigliamento, utilizzato anche dai ministranti. Chi di noi si presenterebbe in tal maniera a una cerimonia speciale? Gesù Cristo, Signore del Cielo e della terra, merita d’essere trattato così? Non ci meraviglieremo, se la gente comune non è attratta dall’attuale maniera di celebrare la liturgia e di fare le manifestazioni esterne, che assomigliano ormai sempre più a marce sindacali. Da alcuni decenni, tutti i tentativi di innovazione, nella speranza che sempre più gente aderisca alla fede, hanno invece causato un’emorragia di fedeli senza precedenti. È stata una debacle progressiva, che ha trascinato sempre più in basso la liturgia. Basta partecipare alla cerimonia di apertura delle olimpiadi, per notare che è tutto ridondante, tutto è spettacolo. Dimenticheranno i cristiani – come dice l’Apostolo – di essere spettacolo, agli angeli e al mondo? Quindi devono mostrare il meglio di se stessi, ovvero la corrispondenza tra verità e realtà: la verità è Cristo, la realtà è Cristo. La cosa più saggia di fronte a tale decadenza, è di invertire la tendenza sociologista e pseudo solidale, per l’elevato livello di secolarizzazione che la liturgia cattolica ha raggiunto, e che di fatto, ha già causato la crisi della fede.

domenica 24 giugno 2018

Circa le proposte di intercomunione un aforisma del card. Walter Brandmüller


Kommunionspendung an nichtkatholische Mischehepartner?, in Kath.net, 24 Juni 2018; Cardinale Brandmüller corregge Francesco: proposta tedesca contraddice legge canonica, in Gloria.tv, 24.6.2018; Maike Hickson, Cdl. Brandmüller Sets Record Straight Concerning the German Intercommunion Handout, in Onepeterfive, June 23, 2018; Card. Brandmuller: Un cattolicesimo “à la carte” non è possibile. Uno o è cattolico o non lo è, in Blog di Sabino Paciolla, 24.6.2018

mercoledì 6 dicembre 2017

Risposta ai “dubia” o eresia conclamata? Il problema della pubblicazione sugli “Acta Apostolicae Sedis” della lettera ai vescovi di Buenos Aires

Qualche mese fa, in occasione della pubblicazione sul sito del Vaticano della lettera di compiacimento del Vescovo di Roma ai vescovi della regione ecclesiastica di Buenos Aires per i Criterios básicos para la aplicación del capitulo VIII de Amoris laetitia – lettera del Vescovo di Roma, a quanto ci risulta, probabilmente richiesta da persone vicine all’attuale establishment vaticano, prima che giungesse un parere avanzato dai vescovi predetti ad un gruppo di teologi moralisti, e che “blindava” i criteri elaborati in quel momento - un insigne canonista, il prof. Edward Peters, docente di diritto canonico a Detroit, affermava che quella lettera e quei Criteri non potessero assumere valore legislativo in ambito canonico né vincolante, in quanto la pubblicazione online non costituiva una modalità prevista dal can. 8 § 1 C.I.C. (cfr. E. Peters, On the appearance of the pope’s ‘Buenos Aires’ letter on the Vatican website, in In the Light of the Law – A Canon Lawyer’s Blog, Aug. 24, 2017) Concludeva, quindi, mostrando una certa rassicurante tranquillità:
«There are, to be sure, many important publications coming out of the Holy See and/or the Vatican City State (L’Osservatore Romano, Communicationes, Enchiridion Vaticanum, the Insegnamenti of recent popes, and so on) some of which carry canonically and magisterially significant documents in a complex (and sometimes confusing) variety of formats. Sorting out these fontes essendi and fontes cognoscendi is stuff for professionals; our focus today is on key points of codified canon law, on some very important disciplinary provisions presented in that law, and specifically on where such laws and norms for pastoral activity are set out authoritatively.
And that, folks, is not the Vatican website».
Aveva ragione. Per quell’insigne canonista serviva la pubblicazione sugli Acta Apostolicae Sedis.


La qual cosa è avvenuta puntualmente. In effetti, pochi giorni fa, il testo della Lettera del Vescovo di Roma, unitamente ai Criterios básicos elaborati dai vescovi argentini sono apparsi sul fasc. 10 dell’anno 2016 degli Acta Apostolicae Sedis, pp. 1071-1074. Ora, va detto che gli Acta sono pubblicati con circa un anno di ritardo rispetto a quello di riferimento. Per cui, la pubblicazione risale davvero a pochi giorni fa. Senonché questi due documenti – ed è qui la novità di rilievo – sono stati pubblicati con un rescritto ex audientia SS.mi, a firma del card. Segretario di Stato, Pietro Parolin, datato 5 giugno 2017.
Quest’atto, dal nome altisonante (ex audientia SS.mi), che non compare nel sito del Vaticano, in verità, oltre a disporre la pubblicazione dei due predetti atti negli Acta, qualificava gli stessi come espressione del Magistero Autentico:

Summus Pontifex decernit ut duo Documenta quae praecedunt edantur per publicationem in situ electronico Vaticano et in Actis Apostolicae Sedis, velut Magisterium authenticum.
Ex Aedibus Vaticanis, die V mensis Iunii anno MMXVII
Petrus Card. Parolin
Secretarius Status


Non solo. Ma negli Acta, la Lettera del Vescovo di Roma appare così titolata: EPISTULA APOSTOLICA Ad Excellentissimum Dominum Sergium Alfredum Fenoy, delegatum Regionis Pastoralis Bonaërensis, necnon adiunctum documentum (de praecipuis rationibus usui capitis VIII Adhortationis post-synodalis “Amoris Laetitia”).
Tutta questa terminologia – unitamente all’elevazione dei due documenti a “Magistero autentico”, che evoca direttamente, quanto a sua vincolatività, il can. 752 c.i.c. – spazza via ogni perplessità circa la natura della missiva del Vescovo di Roma.
In effetti, nel settembre 2016, non pochi autori non vi avevano ravvisato alcun allarmismo, stante – affermavano – la natura assuntamente “privata” e non vincolante dell’atto in questione. Tra questi segnaliamo il domenicano P. Giovanni Cavalcoli (Circa la infelice lettera del santo padre ai vescovi argentini: una nota sulla questione della comunione ai divorziati risposati, in Isola di Patmos, 14.9.2016) ed il giornalista Riccardo Cascioli (cfr. Amoris Laetitia, il dibattito non è finito, in LNBQ, 13.9.2016). Cosa diranno oggi questi nostri autori??? Ribadiranno quanto da loro detto più di un anno fa e cioè che trattasi non di documento magisteriale, bensì di missiva avente carattere privato??? Vorranno affermare ciò nonostante il rescritto, minimizzandolo???
Per la verità, già l’anno scorso quest’affermazione lasciava molto a desiderare dal punto di vista canonistico e logico. In effetti, un documento che era pubblicato – come nel caso della Lettera in questione e dei Criterios básicos sul quotidiano de L’Osservatore romano e diffuso dalla Radio Vaticana, ben difficilmente poteva ritenersi meramente privato, se non compiendo una notevole forzatura del dato oggettivo della pubblicazione ufficiale nel quotidiano della Santa Sede.
D’altro canto, l’affermazione circa l’irrilevanza magisteriale di missive pontificie pretesamente private era facilmente smentita da una semplice lettura dell’Enchiridion Symbolorum del Denzinger. Basta sfogliarlo per rendersi conto che la maggior parte dei documenti ivi registrati e che costituirebbero il magistero papale sono costituiti da missive “private” papali a vescovi, singoli o gruppi di una regione ecclesiastica, a imperatori , re e capi di governo. Documenti, dunque, per loro natura, nati come “privati” sono entrati a pieno titolo nel Magistero. Da sempre, per di più, come notato da un nostro Amico, anche gli atti privati di un Pontefice fanno testo, quando esplicitano la mens di un provvedimento. Per esempio, il “De Synodo Dioecesana libri tredecim” fu senz’altro un’opera scritta da Benedetto XIV – Prospero Lambertini come dottore privato; ma la Curia Romana, interrogata sul senso della “Vix pervenit”, non esitava a rimandare i richiedenti al passo del De Synodo in cui papa Lambertini scriveva di aver voluto condannare la tesi secondo cui l’usura moderata doveva considerarsi illecita solo se esercitata nei confronti dei poveri. Altro esempio che ci viene in mente è la nota lettera al vescovo di Gubbio, Decenzio, del papa Innocenzo I del 416 d.C.: una lettera indiscutibilmente privata, ma che ha assunto il carattere di magistero in ambito liturgico, tanto da essere stata ripresa più volte e pubblicata nel Corpus iuris canonici.
Dunque, l’affermazione secondo cui la lettera del Vescovo di Roma rivestisse carattere privato era un’indubbia forzatura ed una minimizzazione del suo significato.
Oggi, a seguito della pubblicazione negli Acta e del rescritto del 5 giugno scorso, che, allontanando ogni dubbio, eleva i due documenti al rango di “Magistero autentico”, ogni questione sembra essere superata.
Così come difficilmente sostenibile è la convinzione secondo la quale i due atti costituirebbero nel loro insieme documenti aventi portata limitata, geograficamente circoscritta e limitata alla regione ecclesiastica di Buenos Aires. Pure tale opinione non ci sembra convincente. Invero, sebbene sia indiscusso che negli Acta sovente siano state pubblicate missive dirette a singoli vescovi o che interessassero i vescovi di una nazione o di una regione ecclesiastica, nondimeno, nel presente caso, la qualificazione di “magistero autentico” data dal rescritto, sembra escludere una portata limitata solo a quella regione. In effetti, il magistero autentico, per sua natura, non può certo essere circoscritto ad un ambito territoriale, ma riguarda necessariamente l’intero Orbe cattolico, sebbene lo stesso sia stato occasionato da vicende regionali. Un esempio ci è offerto dall’Epistola apostolica di Leone XIII Testem benevolentiae nostrae al card. Gibbons di Baltimora del 22.1.1899, con la quale quel pontefice condannava l’eresia – antesignana del modernismo – nota come americanismo.
Nel nostro caso, il Vescovo di Roma qualificava la lettura fornita dai vescovi argentini nei loro Criterios básicos, prevedenti una gradualità di passaggi per l’accesso dei c.d. divorziati risposati alla Comunione (ovvero alla c.d. piena comunione, come si legge nel punto n. 6 dei Criterios), come l’unica possibile della sua esortazione Amoris laetitia e segnatamente del famigerato cap. VIII di questa su cui, come noto, i famosi quattro porporati avevano avanzato i loro Dubia.
Per cui, non vi sono ragioni ostative a considerare questo documento come magistero autentico del Vescovo di Roma. Altro è dire se questo magistero sia davvero autentico, e quindi conforme alla Tradizione ed al Magistero bimillenario della Chiesa. Ma di questo, supponiamo, i fedeli e chi di dovere dovrà prendere atto, traendone le debite conseguenze.
Nonostante ciò, ci sono autori, pur molto illustri, che hanno cercato di minimizzare la portata della pubblicazione sugli Acta dei due documenti e della loro qualificazione di “magistero autentico”, forse ben consci delle conseguenze che una siffatta denominazione – più della pubblicazione in se stessa – possa rappresentare.
A parte quanto riferito dall’ottimo Marco Tosatti su Stilum Curiae (ripreso da Chiesa e postconcilio) circa il rescritto – il quale autorizzerebbe soltanto la pubblicazione, ma di cui si omette di riferire la qualificazione data ai due documenti da quest’atto a firma del card. Parolin – v’è da notare come un insigne canonista giunga a tal punto a minimizzare la portata dei due documenti da renderli praticamente irrilevanti sul piano teologico e canonico (cfr. E. Peters, On the appearance of the pope’s letter to the Argentine bishops in the Acta Apostolicae Sedis, in in In the Light of the Law – A Canon Lawyer’s Blog, Dec. 4, 2017).
Per l’Autore, se bene abbiamo inteso il suo contributo:
1) il can. 915 c.i.c. sarebbe tuttora vigente, in quanto il Vescovo di Roma, nella sua lettera, così come i vescovi argentini nei loro Criterios básicos non avrebbero in alcun modo messo in discussione né abrogato né emendato quel canone, su cui continuerebbe a poggiarsi il divieto per i divorziati risposati di potersi accostare all’Eucaristia. Su questo punto insiste anche in altri contributi (cfr. Id., Three ways to not deal with Canon 915, in The Catholic World Report, Jan. 24, 2017);
2) il legislatore canonico, allorché voglia introdurre una nuova legge, è solito adoperare forme particolarmente solenni ed in special modo una lettera apostolica in forma di motu proprio (cioè “di propria iniziativa” e non in risposta ad altri); non si adopererebbero, quindi, semplici lettere apostoliche – come nel presente caso – che, al contrario, «are written to smaller groups within the Church and deal with more limited questions—not world-wide questions such as admitting divorced-and-remarried Catholics to holy Communion» (ivi). Per questo, si afferma: « The pope’s letter to the Argentines appears simply as an “apostolic letter”, not as an “apostolic letter motu proprio”, and it references no canons» (ivi);
3) questo punto prende di mira direttamente il rescritto, di talché i due documenti non possano qualificarsi come “magistero autentico” della Chiesa. A dire dell’Autore, «the content of any Church document, in order to bear most properly the label “magisterial”, must deal with assertions about faith and morals, not provisions for disciplinary issues related to faith and morals. Church documents can have both “magisterial” and “disciplinary” passages, of course, but generally only those teaching parts of such a document are canonically considered “magisterial” while normative parts of such a document are canonically considered “disciplinary”» (ivi). I due documenti, in sostanza, non conterrebbero asserzioni circa la fede e la morale, ma solo disposizioni di carattere disciplinare, comunque ambigue ed incapaci «of leaving the door open to unacceptable practices, suffices to revoke, modify, or otherwise obviate Canon 915 which, as noted above, prevents the administration of holy Communion to divorced-and-remarried Catholics» (ivi).
A nostro sommesso avviso le obiezioni, pur proposte da un insigne Autore, non ci sembrano insuperabili.
1a) Sebbene la Santa Sede abbia individuato il fondamento giuridico del divieto per i divorziati risposati di accostarsi alla Comunione nel can. 915 c.i.c. (cfr. Pont. Cons. per i Testi legislativi, Dichiarazione, 24.6.2000), nondimeno va notato che la lettera di questa disposizione normativa risulta avere una portata più ampia e generale. Ci spieghiamo: il canone, per come è costruito, concerne una pletora di soggetti, che sarebbe riduttivo limitare e riferire solo ed esclusivamente ai divorziati risposati l’inciso finale «coloro che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto». Certo, questi vi rientrano. Ma non sono i soli. Lo notava lo stesso futuro card. Burke, all’epoca arcivescovo di Saint Louis, in un suo scritto pubblicato ad hoc e concernente giusto il canone in questione (Canon 915: The Discipline Regarding the Denial of Holy Communion to Those Obstinately Persevering in Manifest Grave Sin, in Periodica de re canonica, 2007, pp. 3-58). Ricorda il futuro porporato, vi rientrerebbero, ad es., anche i politici che sostengono pubblicamente una legislazione contraria alla legge naturale o sostengono normative sull’aborto o l’eutanasia.
A voler essere rigorosi, il rapporto tra il canone in oggetto ed il divieto di cui si discute è di genus a species. Per cui, sarebbe stato eccessivo, incongruo ed illogico immaginare che il legislatore canonico, per espungere una categoria specifica di persone dal novero di coloro ai quali è fatto divieto accostarsi alla Comunione in quanto ostinatamente perseveranti in peccato grave manifesto, agisse sulla norma generale e non piuttosto, invece, come sarebbe stato ragionevole, su quella specifica e singola. Ed è proprio quello che ci sembra abbia fatto il legislatore canonico, il quale non ha voluto agire, mediante abrogazione o emendamento, sulla disposizione generale, bensì sul divieto particolare e specifico, lasciando intatta la disposizione generale, che, abbiamo detto, non si riferiva solo e soltanto ai divorziati risposati, ma ad una pletora di peccatori ostinati e manifesti. Pertanto, la mancata abrogazione o modifica della norma generale non può dirsi di per sé indice che la disciplina, per la categoria dei divorziati risposati e solo per questa, non sia stata mutata dal legislatore.
A ciò si aggiunga un’ulteriore considerazione. Pur volendosi aderire alla prospettazione dell’Autore qui in discussione, di per sé il legislatore canonico – va ricordato – non è tenuto ad abrogare una norma in maniera espressa. Il can. 20 c.i.c., in effetti, consente al legislatore canonico di abrogare una disciplina previgente pure in maniera tacita o implicita, allorché la legge posteriore sia incompatibile con la precedente (come parrebbe verosimile nel presente caso) oppure quando sia riordinata ex novo la materia, oggetto della legge precedente. Nel nostro caso, almeno per quanto concerne la vexata quaestio dei divorziati risposati, sembra indubbio che il divieto ad hoc – assoluto e senza deroghe – sancito nella Familiaris Consortio e dal diritto divino sia stato fatto cadere già a seguito dell’esortazione Amoris laetitia. Oggi, sicuramente lo è atteso che il Vescovo di Roma, facendo propri i Criterios básicos ed elogiandoli come unica ermeneutica possibile della sua esortazione, abbia inteso ammettere la categoria dei divorziati risposati – o come si dice degli adulteri – alla Comunione, prevedendo per essi una gradualità nell’ammissione al Sacramento. Pertanto il divieto – un tempo assoluto – non sarebbe più da considerarsi così stringente. Certo, come afferma il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi nella Dichiarazione del 2000, che abbiamo richiamato, si tratta di un divieto di diritto divino. Non si discute. E tuttavia allora si pone un indubbio contrasto tra il diritto umano e quello divino di cui deve prendersi atto, senza cercare di eluderlo affermando l’irrilevanza dei due documenti e senza volerne trarre le logiche conseguenze teologiche e canoniche. Per concludere, la mancata menzione del can. 915 non è ex se dirimente ed un ostacolo a considerare come “magistero autentico” del vescovo di Roma quegli atti. Con tutte le implicazioni, teologiche e canoniche, che ciò comporta.
2a) Anche la seconda obiezione sollevata dall’insigne autore non può essere da noi condivisa. Invero, nessuna disposizione canonica prescrive che una legge ecclesiastica assuma la forma del motu proprio ovvero debba contenere forme espressive sacramentali proprie e solenni. L’unica prescrizione che è dato riscontrare nella codificazione canonica concerne la promulgazione e pubblicazione negli Acta Apostolicae Sedis. La circostanza che il legislatore canonico abbia voluto disattendere la prassi – non codificata – sino ad oggi seguita, non implica che questa vincoli in qualche maniera l’attuale legislatore a far assumere ad una legge canonica una certa forma anziché un’altra. D’altronde, nella storia della Chiesa abbiamo avuto indiscutibilmente forme assai diverse e variegate di leggi: addirittura orali. Un esempio è dato dall’approvazione in forma orale, vivae vocis oraculo, da parte di papa Innocenzo III, dell’Ordine e della Regola di S. Francesco d’Assisi (il c.d. Propositum o Prima Regola). Nessuno dubita che papa Lotario dei conti di Segni avesse approvato l’Ordine, sebbene in forma orale. Secondo quanto riporta la Legenda Maior, «quando il Papa approvò la Regola e diede mandato di predicare la penitenza, e ai frati, che avevano accompagnato il Santo, fece fare corone, perché predicassero il verbo di Dio. Analogamente vale per la Seconda Regola, detta anche non bollata, anch’essa approvata oralmente dal papa Onorio III nel 1221. L’approvazione per iscritto avvenne solo con la Terza Regola, detta bollata, con la bolla del 29.11.1223, Solet annuere. In essa indiscutibilmente si legge che la Regola fu approvata da Innocenzo III (con una legge data … oralmente): «Eapropter, dilecti in Domino filii, vestris piis precibus inclinati, ordinis vestri regulam, a bonae memoriae Innocentio papa, praedecessore nostro, approbatam, annotatam praesentibus, auctoritate vobis apostolica confirmamus et praesentis scripti patrocinio communimus».
Dunque, nessuno dubitava che la legge di approvazione dell’Ordine e della Regola fosse valida sebbene data in una forma inusitata, cioè oralmente.
Un altro esempio, vicino ai nostri giorni, è il discorso del Vescovo di Roma ai Partecipanti al Corso promosso dal Tribunale della Rota lo scorso 25.11.2017. In esso il predetto Episcopo dettava delle precise disposizioni canoniche – in forma orale – riguardo alla legge matrimoniale concernenti il Processo breviore. Le espressioni verbali adoperate erano inequivocabili: «… stabilisco di seguito quanto ritengo determinante ed esclusivo nell’esercizio personale del Vescovo diocesano giudice …». Dunque, il legislatore canonico, anche qui, ha adoperato una forma inusuale: nessun atto scritto, nessun motu proprio, nessuna costituzione apostolica, ecc., ma addirittura orale!
Un’ultima puntualizzazione riguardo all’obiezione sollevata. In realtà, la missiva del Vescovo di Roma ai vescovi della regione ecclesiastica di Buenos Aires è, a rigore, motu proprio, in quanto nessuno (formalmente) gliel’aveva richiesta né i vescovi argentini avevano preteso l’approvazione dei loro Criterios. Anzi, erano in attesa – da quel che è dato sapere – che un gruppo di teologi moralisti si esprimesse sugli stessi. Per cui, la lettera del Vescovo di Roma era giunta a sorpresa, senza essere avanzata (formalmente) da alcuno. In questo senso era indiscutibilmente motu proprio. I Criterios sono stati solo l’occasio legis per l’emanazione dell’approvazione formale di questi.
3a) Pure la terza obiezione dell’autore non ci sembra consistente. Un atto normativo, avente carattere disciplinare, è senz’altro un atto di magistero. Anche attraverso la legge canonica si esprime il magistero. Ad es., i canoni contenenti una censura ecclesiastica, senza dubbio, pur avendo carattere disciplinare, assumono valore magisteriale. Per cui, non si ravvisa alcuno serio ostacolo, dal punto di vista formale, a che i due documenti, aventi carattere applicativo dell’esortazione Amoris laetitia, possano essere considerati magistero autentico del Vescovo di Roma Bergoglio, non potendosi sostenere che siano suoi … pensieri in libertà o mere riflessioni private … .
Un’ultima obiezione, collegata a questa, è se i due documenti – perché la qualità di “magistero autentico” è stata attribuita dal rescritto ai due documenti nel loro insieme e non solo alla lettera di approvazione del Vescovo di Roma! - contengano un insegnamento in materia di fede o di morale, dettando solo delle regole di carattere disciplinare. Indubbiamente, a nostro avviso, contengono, nel loro insieme, un insegnamento in materia di morale, poiché mirano a derogare ad un precetto morale assoluto, di diritto divino, ammettendo – con gradualità – i divorziati risposati alla Comunione. Sarebbe un’evidente forzatura negare tale realtà, di cui va preso atto. Non si tratta di disposizioni … neutrali …, ma che esprimono chiaramente un “magistero” del Vescovo di Roma, che, peraltro, plaudendo ai Criteri elaborati dagli argentini, interpreta anche l’esortazione Amoris laetitia, indicando quella come unica interpretazione possibile del documento («No hay otras interpretaciones», scrive il Vescovo di Roma), facendo scorgere, come afferma anche LNBQ, «una volontà chiara di far evolvere la dottrina, più che sostenerne un suo sviluppo omogeneo». Automaticamente, dunque, ciò esclude altre possibili ermeneutiche, pur proposte in varie sedi: di ciò è consapevole il teologo John Joy, che, intervistato da One Peter Five, afferma: «adding the letter to the AAS could, in fact, damage the credibility of Amoris Laetitia by potentially removing the possibility that it could be interpreted in an orthodox way through establishing, via its publication in the official acts of the Apostolic See, that the unorthodox interpretation is the official one».
Non è, in verità, l’Amoris Laetitia ad uscire danneggiata – da tale pubblicazione – nella sua credibilità, ma è, a rigore, l’ortodossia cattolica.
Di là di tali obiezioni, in effetti, la questione non è formale, bensì sostanziale: se cioè il Vescovo di Roma sia incorso in una violazione del diritto divino positivo, consentendo – sia pur con una gradualità – ad una categoria di persone ben determinata (i c.d. adulteri o divorziati risposati) la possibilità di accostarsi alla Comunione, sebbene la Chiesa da tempo immemore ne avesse vietato l’accesso (cfr. D. Hitchens, Analysis: The Pope’s dramatic – and confusing – move on Communion, in Catholic Herald, Dec. 4, 2017, il quale ricorda «That brings us to the third reason why the latest move will not simply make Catholics accept a new doctrine. The Church down the ages has taught that the divorced and remarried, if in a sexual relationship, cannot receive Communion. You’ll find it in the Church Fathers; in the teaching of Popes St Innocent I (405) and St Zachary (747); in the recent documents of Popes St John Paul II, Benedict XVI and the Congregation for the Doctrine of the Faith. All the teaching of the Church about sin, marriage and the Eucharist would have been understood by those promulgating it to have excluded the sexually-active divorced and remarried from Communion. This has also become part of the Catholic mind: the prohibition is casually referred to by the likes of GK Chesterton and Ronald Knox as Catholic doctrine, and there can’t be much doubt that if you picked a random saint from the history of the Church and asked them what the Church taught, they would tell you the same thing»). Come osserva Lifesitenews, «The problem with Amoris Laetitia, it is clear, is not merely with “liberal bishops” who interpret it, but with the pope whose manifest interpretation of his own document is impossible to square with the perennial doctrine and discipline of the Catholic faith» (A. Guernsey, Pope Francis Promulgates Buenos Aires Guidelines Allowing Communion for Some Adulterers in AAS as his “Authentic Magisterium”, in Rorate caeli, Dec. 2, 2017; Id., Here’s how Pope Francis elevated communion for adulterers to ‘authentic magisterium’, in Lifesitenews, Dec. 4, 2017. Cfr. D. Cummings McLean, Confusion explodes as Pope Francis throws magisterial weight behind communion for adulterers, ivi; C. Wooden, Pope’s letter to Argentine bishops on ‘Amoris Laetitia’ part of official record, in NCR, Dec. 5, 2017; . Persino il solitamente prudente Andrea Tornielli, si spinge a registrare apertis verbis il cambiamento dottrinale (ammesso che sia possibile …, ovviamente): «Trentacinque anni dopo Familiaris consortio la situazione è notevolmente cambiata. La secolarizzazione è avanzata, i matrimoni sfasciati si sono moltiplicati, e si sono moltiplicati i casi di persone sposate in chiesa senza aver fede e piena coscienza dell’atto sacramentale. Amoris laetitia fa un passo ulteriore, chiedendo maggiore accompagnamento per queste persone e spiegando che in alcuni casi, dopo un percorso di discernimento, e dunque senza automatismi né regole prefissate nei manuali, si può arrivare anche ad assolvere in confessionale e a permettere la comunione eucaristica» (così A. Tornielli, Amoris laetitia, il Papa rende ufficiale la lettera ai vescovi argentini, in Vatican Insider, 6.12.2017. Cfr. anche L. Moia, Il via libera del Papa. «Amoris laetitia» si applica così, in Avvenire, 10.12.2017).
Ma questo è un altro e diverso discorso, che non potrà non avere delle conseguenze sul piano teologico e su quello canonico. Sul piano teologico, in quanto tale violazione ed antinomia nei confronti del diritto divino si tradurrebbe in una sorta di ridefinizione del depositum fidei e, quindi, in una vera e propria eresia, con la conseguenza che non può considerarsi, in alcun modo, magistero della Chiesa, tantomeno autentico e, dunque, vincolante in coscienza, detto insegnamento contrastante col diritto divino, neppure per ragioni pratiche di approccio pastorale (cfr. Francis leverages AAS for heresy!, in AKA Catholic, Dec. 4, 2017; Pope Declares Troubling Interpretation of AL 'Authentic Magisterium', in Church Militant, Dec. 2, 2017).
Si osserva, in effetti, che «Doctrinal development, to the extent that it is possible, cannot coherently be understood to permit a pope to use his teaching authority to contradict his predecessors, and impose that contradiction on Catholics as something they are obliged to believe» e che l’autorità papale «“exists only to preserve and safeguard” the revelation given to the Apostles», cosicché i due documenti qualificati come “magistero autentico” «scarcely “oblige Catholics to believe anything inconsistent with what the Church has so far taught and which they were already under an obligation to believe”» (D. Hitchens, op. ult. cit.).
Sul piano canonico in quanto tale eresia si tradurrebbe nell’incapacità dell’attuale Vescovo di Roma di (continuare a) rivestire tale sua carica. Non a caso, quasi un anno fa, il card. Burke dichiarava, in un’intervista a Catholic World Report (CWR), che se un papa dovesse «formally profess heresy he would cease, by that act, to be the Pope» (cfr. D. Martin, Communion to Adulterers Promulgated as “Authentic Magisterium”, in Canada Free Press, Dec. 5, 2017).
Conseguenze queste davvero inedite e dirompenti sul piano ecclesiale (cfr. Alcune notazioni sulla pubblicazione negli AAS dei criteri interpretativi dell’AL dei vescovi argentini e della lettera papale, in Chiesa e postconcilio, 6.12.2017). Ed, in effetti, ci pare non senza ragione, il blog Veri Catholici – famoso per aver lanciato una Lettera Aperta su Il Giornale lo scorso 9 novembre (ne parlava anche Marco Tosatti, qui) – affermava che, a seguito di tale pubblicazione sugli Acta, sia giunto il tempo di convocare un Sinodo imperfetto «to issue a formal canonical correction of the Pope» (The Time has come to convene an “imperfect” Synod!, in Veri Catholici, Dec. 3, 2017). Si giungerà a ciò? Nessuno può, al momento, dirlo né prevederlo. Quel che è certo è che, come afferma The Remnant, è che ci troviamo di fronte ad un atto «counter-magisterial» e che l’interpretazione della famosa nota 351 dell’Amoris laetitia è stata confermata come titola il sito Katholisch (Auslegung von Fußnote 351 lehramtlich bestätigt).
Due note finali. La prima: non c’è dubbio che, come ricordato da alcuni, il Vescovo di Roma, con tale suo atto, tutt’altro che privato, abbia de facto dato una risposta chiara ed eloquente ai famosi Dubia dei Quattro (ora Due) cardinali, indicando, senza giri di parole, come la sua esortazione debba essere interpretata, rigettando altre chiavi di lettura e codificando l’errore (cfr. L’interprétation ultra-libérale d’Amoris laetitia par les évêques d’Argentine : magistère authentique selon le pape François, in Medias-Presse.info, 4 déc. 2017; J. Erbacher, Papst hat keine Dubia, in Papstgeflüster – Das Vatikan-Blog, 6. Dez. 2017; J. M. Vidal, Ésta es la respuesta del Papa a los cardenales de las 'dubia', in Periodista digital, 6 Dicie. 2017).
La seconda è che per coloro che sostengono una lettura “nella continuità del Magistero”, certamente ora diventa più arduo dare all’esortazione del Vescovo di Roma (ed ai due documenti in questione) un’ermeneutica che non contravvenga alla verità (cfr. C. Bunderson, Analysis: Argentine letter on Amoris is in the Acta. Does that change things?, in CNA, Dec. 5, 2017); una lettura che – ad onor del vero – ci pare poco onesta, fittizia e falsa, in quanto distorcente il pensiero altrui – del Vescovo di Roma nella specie – e poco rispettoso nei riguardi del ruolo e della dignità che, a parole, gli si riconosce.
La verità non ha bisogno di voli pindarici, fingendo che il re non sia nudo!
Tanto più che è proprio questa chiave di lettura, pur mossa da buone intenzioni, che alimenta la confusione in atto nella Chiesa. Tale confusione e l’asserita ambiguità derivano proprio dal fatto che si pretende di manipolare e distorcere il pensiero altrui, cercando di attribuirgli un significato che esso non ha. Per cui, come spesso capita in tali casi, la toppa non è adeguata, per eccesso o per difetto, allo strappo che si è prodotto, con la conseguenza di far apparire confuso ciò che sarebbe evidente.
Un pregio i due documenti pubblicati sugli Acta l’avranno: almeno il merito di chiarire definitivamente la mens del loro autore. Prendiamone atto. Piaccia o no. La questione è ora sul tavolo e la mossa è passata al campo cattolico.

Augustinus Hipponensis

sabato 2 settembre 2017

Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del papa

Il dibattito circa l’ambiguità e l’errore dottrinali, evidenti o sottesi, al documento papale Amoris Laetitia è sempre vivo (cfr., su questo dibattito nell'ultimo mese, ad es., Paolo Pasqualucci, La pastorale della Via Larga di papa Francesco, in Chiesa e postconcilio, 22.8.2017; Maria Guarini, 'AL, correzione o no? Canonisti al lavoro'. Osservazioni ad un articolo de La Nuova Bussola Quotidiana, ivi, 23.8.2017; Mons. Fernández (Toucho): 'Il Papa ha cambiato la disciplina sulla comunione dei divorziati risposati, ivi, 24.8.2017). Nelle ultime settimane l’attenzione internazionale a tale su tale dibattito è stata rilanciata dal noto domenicano p. Aidan Nichols, Maestro in Sacra Teologia, che è il più alto grado accademico che l’Ordine domenicano conferisca a un suo membro. Nichols è titolare di quella che, dopo secoli, è la prima cattedra di teologia cattolica all’università di Oxford.
Qui di seguito riportiamo la traduzione di un articolo che sintetizza l’intervento di Nichols, articolo apparso su The Catholic Herald, il prestigioso settimanale britannico, fondato nel 1888 e che divenne presto il punto di riferimento per tutti i cattolici inglesi. Nell’articolo si espone la proposta del noto ecclesiologo per una soluzione giuridica che possa affrontare l’eventualità di errori dottrinali formulati in modo pubblico da un papa. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche la risposta positiva a p. Nichols, data da un altro teologo, p. Brian Harrison, il quale espone alcune proposte giuridiche con maggiore realismo e concretezza. Anche in questo caso la fonte sarà The Catholic Herald e nella medesima data, il 18 agosto 2017.

Epifanio

Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del Papa


Di Dan Hitchens, traduzione di F. S.

Padre Aidan Nichols, ha affermato che l’insegnamento di Papa Francesco ha portato ad una situazione «estremamente grave».

Un teologo di spicco ha proposto una riforma del diritto canonico per permettere che gli errori dottrinali di un Papa possano essere constatati.
Padre Aidan Nichols, prolifico autore che ha tenuto conferenze a Oxford e Cambridge e presso l’Angelicum a Roma, ha affermato che l’esortazione di Papa Francesco Amoris Laetitia ha portato ad una situazione «estremamente grave».
Padre Nichols ha proposto che, date le asserzioni del Papa su temi quali il matrimonio e la legge morale, la Chiesa potrebbe avere bisogno di «una procedura per richiamare all’ordine un Papa che insegni un errore dottrinale».
Il teologo domenicano ha affermato che questa procedura potrebbe essere meno «conflittuale» qualora si verifichi durante il corso di un pontificato, piuttosto che dopo la sua conclusione, come nel caso di Papa Onorio che fu condannato per un errore dottrinale solo dopo che ebbe cessato di occupare la sede petrina.
Padre Nichols parlava a Cuddesdon, alla conferenza annuale di una società ecumenica, la Fellowship of St Alban and St Sergius, ad un pubblico largamente non cattolico.
Ha affermato che il procedimento giudiziario «dissuaderebbe i Papi da qualsiasi tendenza alla capricciosità dottrinale o alla semplice negligenza» e risponderebbe ad alcune «ansie ecumeniche» di anglicani, ortodossi ed altri che temono che il Papa possa avere carta bianca per imporre un qualsiasi insegnamento. «Al contrario, potrebbe essere che l’attuale crisi del Magistero Romano sia provvidenzialmente destinata a richiamare l’attenzione sui limiti del primato in tale ambito».
Padre Nichols ha scritto oltre 40 libri di filosofia, teologia, apologetica e analisi critica. Nel 2006 è stato chiamato ad occupare la prima cattedra di Teologia cattolica presso l’Università di Oxford dopo la Riforma.
Non ha mai pubblicamente commentato Amoris Laetitia fino ad ora, ma è stato tra i 45 firmatari, tra sacerdoti e teologi, di una lettera al Collegio dei Cardinali, poi trapelata al pubblico. La lettera ha chiesto ai Cardinali di reclamare un chiarimento dal Papa per escludere interpretazioni eretiche ed erronee dell’esortazione.
Nel suo intervento P. Nichols ha riportato alcune delle stesse preoccupazioni presenti nella lettera: ha osservato, per esempio, che Amoris Laetitia potrebbe far sembrare che la vita monastica non sia uno stato superiore a quello del matrimonio – un’opinione condannata come eretica dal Concilio di Trento.
L’esortazione è stata anche interpretata come se sostenesse che i divorziati risposati possano ricevere la Comunione senza cercare di vivere «come fratello e sorella». Questo contraddice l’insegnamento perenne della Chiesa, riaffermato dai Papi San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
P. Nichols ha affermato che questa interpretazione, avallata da Papa Francesco, introdurrà nella Chiesa «uno stato di vita inedito in precedenza. Senza giri di parole, questo stato di vita è un vero e proprio concubinato tollerato».
Non solo, P. Nichols ha anche affermato che il modo in cui Amoris Laetitia ha approvato il «concubinato tollerato» (senza usare la frase) è stato potenzialmente ancora più dannoso. Ha citato la descrizione, che l’esortazione fa, di una coscienza che «riconosce come una data situazione non corrisponda oggettivamente alle esigenze del Vangelo» ma vede «con una certa sicurezza morale … che per il momento è la risposta più generosa». Il P. Nichols ha affermato che questo è come dire «che le azioni condannate dalla legge di Cristo possano talvolta essere moralmente giuste o, addirittura, persino richieste da Dio».
P. Nichols ha detto che questo contraddirebbe l’insegnamento della Chiesa, secondo cui alcuni atti sono sempre moralmente sbagliati.
Egli – presumibilmente riferendosi ai tentativi di vivere in continenza – ha inoltre richiamato l’attenzione sull’affermazione che qualcuno «possa conoscere bene la regola … ma sia in una situazione concreta che non gli permetta di agire in modo diverso e di decidere altrimenti senza ulteriori peccati». P. Nichols ha osservato che il Concilio di Trento aveva solennemente condannato l’idea che «i Comandamenti di Dio siano impossibili da osservare, anche per un uomo che sia giustificato e stabilito nella grazia». Amoris Laetitia dà l’impressione di affermare che non sia sempre possibile, o almeno consigliabile, seguire la legge morale.
Se tali affermazioni generali circa gli atti morali fossero corrette, ha detto P. Nichols, «allora nessuna area della morale cristiana può rimanere indenne».
Ha affermato che sarebbe preferibile pensare che il Papa fosse stato solo «negligente» nel linguaggio usato, piuttosto che abbia insegnato positivamente degli errori. Ma questo parrebbe dubbio, visto che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva suggerito delle correzioni ad Amoris Laetitia ed è stata ignorata.
Il Cardinale Raymond Burke ha pubblicamente discusso riguardo a una correzione formale nei confronti del Papa. Tuttavia, P. Nichols ha affermato che né i codici occidentali né quelli orientali del diritto canonico contengono una procedura «per un’indagine attorno al caso di un Papa sospettato di aver insegnato un errore dottrinale, tanto meno è previsto un processo».
P. Nichols ha osservato che la tradizione del diritto canonico è che «la prima Sede non è giudicata da nessuno». Ma egli ha sostenuto anche che il Concilio Vaticano I aveva limitato la dottrina dell’infallibilità Papale, in modo che «non è la posizione della Chiesa Cattolica Romana quella che afferma che un Papa, come pubblico dottore, non possa sviare le persone con un falso insegnamento».
«Egli può essere il giudice supremo di appello della cristianità … ma questo non lo rende immune dal pronunciare castronerie dottrinali. Sorprendentemente, o forse non tanto sorprendentemente, data la pietà che ha circondato le figure dei Papi dal pontificato di Pio IX in poi, questo fatto sembra sconosciuto a molti, che dovrebbero conoscerlo molto bene». Tenuto conto dei limiti dell’infallibilità Papale, il diritto canonico potrebbe essere in grado di accogliere una procedura formale per indagare qualora un Papa avesse insegnato degli errori.
P. Nichols ha affermato che le Conferenze Episcopali sono state lente a sostenere Papa Francesco, probabilmente perché erano divise al loro interno; ma ha affermato che «il programma [del Papa] non avrebbe ottenuto niente di più, se non si fosse verificato il caso che teologici liberali, generalmente in ombra, fossero stati promossi, in tempi relativamente recenti, a posizioni elevate sia nell’episcopato mondiale, sia fra i ranghi della Curia Romana».
P. Nichols ha affermato che c’è «un pericolo di possibile scisma», ma che è improbabile e non un pericolo così immediato quanto invece «la diffusione di un’eresia morale». La prospettiva che Amoris Laetitia apparentemente contiene, se passasse senza correzione, «sarebbe sempre più considerata come un parere teologico accettabile. E questo causerà un danno maggiore che non si potrà facilmente correggere».