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giovedì 1 novembre 2018
martedì 3 luglio 2018
Inedita intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini e sul significato dell'Eucaristia
In anteprima assoluta, pubblichiamo quest'inedita intervista di don Nicola Bux sul Corpus Domini.
Intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini
a cura di Giuliano Risulli
Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la
processione è un sacramentale istituito dalla Chiesa, per ottenere effetti
spirituali. Il Vaticano II ricorda che, per mezzo dei sacramentali, gli uomini
sono preparati a ricevere l’effetto principale dei sacramenti, che è la Grazia
di Dio, e a santificare le circostanze della vita (cfr. CCC 1667). In
particolare, la processione con l’Ostia Consacrata, è una professione di fede e
un atto di adorazione (culto
latreutico) (cfr. CCC 1378). La processione è, inoltre, espressione
della pietà dei fedeli, che accompagna la vita sacramentale (cfr. CCC
1674) pertanto non sono ammissibili atteggiamenti in contrasto con tali
caratteristiche (salutare persone, fotografare, chiacchierare ecc.).
Mons. Bux, la Chiesa Universale ha celebrato un mese fa la
Solennità del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Potrebbe
riassumere in poche righe il motivo o l’avvenimento per il quale fu istituita
questa festa?
Il fatto è dato dal “miracolo di Bolsena”, dove un sacerdote
boemo ebbe dubbi sulla presenza reale di Gesù Cristo, sotto le specie del pane
e del vino, e al momento di pronunziare le parole della consacrazione, vide
tramutarsi il pane in carne e sangue. Tutto ciò sull’altare della chiesa di S. Cristina,
bagnando il corporale e la pietra sacra della mensa. Il corporale fu portato ad
Orvieto, perché in quel tempo il papa si trovava lì. Per questo motivo il papa,
decise di istituire la festa del Corpus
Domini, cioè del Corpo del Signore. Il corporale ( cioè quel lino
sottostante le specie consacrate, che viene posto dal sacerdote sull’altare e
aperto all’offertorio ) è custodito in un reliquiario prezioso, che riproduce
la facciata del celeberrimo duomo di Orvieto, e portato in processione, in
quanto è una reliquia eucaristica. Il corporale è macchiato dal sangue di Gesù
Cristo, quindi, è degno di essere mostrato nella processione e adorato. San
Tommaso d’Aquino, fu incaricato dal papa Urbano IV, che aveva appunto istituito
e esteso la festa a tutta la chiesa universale - Festa che già in Belgio, era
già celebrata a Liegi - di comporre l’ufficio della festa del Corpus Domini e della Messa. Ecco perché
abbiamo quei famosi inni eucaristici che, ancora oggi, sono un condensato di
pietà e di dottrina: per esempio, il Pange
Lingua, con le ultime due strofe Tantum
Ergo Sacramentum, che vengono cantate prima della benedizione eucaristica.
Altri inni celebri sono il Lauda Sion e
l’Adoro Te devote. Si può aggiungere che il Corpus Domini intende
solennizzare, cioè mettere davanti a tutti, fedeli e non, una volta l’anno, il
mistero dell’Eucaristia, che è stato istituito da Gesù il giovedì santo: quel
giorno e i seguenti,non può ricevere adeguata e piena attenzione, perché la
Chiesa è intenta, nel triduo pasquale, al mistero della passione e della
risurrezione del Signore.
Come ogni anno, a Bari, dopo la celebrazione eucaristica
presieduta dall’arcivescovo Francesco Cacucci in Cattedrale, si è snodata la processione
del Santissimo Sacramento, attraverso alcune strade della città. Quali sono
state le sue impressioni, considerando che un numero sempre minore di clero e
fedeli, partecipa a questa Solennità, così importante per la Chiesa universale,
e lo fa con scarso interesse, spesso con irriverenza, quasi non si renda più
conto dell’importanza dell’adorazione rivolta a Nostro Signore?
Non è il primo anno che partecipo alla processione, ma andando
indietro agli anni del concilio e a quelli immediatamente seguenti, si è notato
un progressivo impoverimento di questa importante manifestazione di fede. Non
appena per il numero dei fedeli, che chiaramente è enormemente diminuito, basti
vedere le foto; e questo ovviamente va imputato al processo di inimmaginabile
secolarizzazione, come diceva Giovanni Paolo II, che ha colpito anche l’Italia.
Non solo per il ridottissimo numero di giovani presenti, ma anche per il numero
dei religiosi. Le religiose poi, erano quasi invisibili. Per non parlare poi di
taluni frati e chierici che si improvvisavano fotografi con gli smartphone
o chiacchieravano, dimenticando che stavano partecipando ad un sacramentale: la
processione per rendere onore al Santissimo Sacramento. Certo, qualcuno
potrebbe obiettare: non bisogna soffermarsi sugli aspetti numerici, e poi,
meglio pochi ma buoni; ma un vero pastore, non sarebbe troppo contento di tale
constatazione, perché il Signore vuole che tutti gli uomini siano salvi e lo
seguano. In verità, v’è una serie di aspetti, che vanno rilevati, e dimostrano
una sorta di banalizzazione della missione della Chiesa. Si tratta della crisi
della fede, perché la fede nel Santissimo Sacramento richiede uno slancio: ‘quantum potes tantum aude’, dice la
sequenza del Corpus Domini: impegna
tutto il tuo fervore, Egli supera ogni lode... Uno sforzo di lode e di glorificazione, che passa attraverso
diversi fattori, quali le preghiere o i canti. Per non dire della
solennizzazione, che è conferita dai segni della liturgia. Ciò detto, in base
alle indicazioni diffuse dall’ufficio liturgico, alla processione del Corpus Domini di Bari dovevano essere
presenti cinque vicariati e tre parrocchie. Ogni vicariato è composto
mediamente da cinque parrocchie, perciò parliamo di almeno una trentina di
parrocchie. Poniamo che, mediamente, un parroco riesca, realisticamente, a
condurre cinquanta fedeli; avremmo una media di millecinquecento persone,
altrimenti diventa ridicolo parlare di vicariati. Invece, secondo la Polizia,
la stima dei fedeli davanti alla piazza della cattedrale, e poi dietro il
Santissimo Sacramento, si aggirava intorno alle duecento persone, a voler
abbondare. Le confraternite: la città di Bari ne conta circa una dozzina. Esse
sono state talmente ben curate negli ultimi decenni, e si sono così accresciute
di numero, che non partecipa quasi più nessuna; a voler dedurre dagli stendardi,
ne erano presenti solo tre. Terz’ordini, associazioni e movimenti erano in
numero sparuto, pressoché invisibile, perché di per sé i terz’ordini e i
movimenti dovevano sfilare davanti al Santissimo e non dietro. Ponendo che
sfilassero davanti in due file, dal punto in cui iniziava la processione, a
quello in cui c’era il Sacramento si poteva contare, per essere ottimisti, un
centinaio di persone. Passando all’itinerario della processione, diversi hanno
osservato che era praticamente deserto - sui marciapiedi poche sporadiche unità
– quindi un gesto inutile; la processione non si fa per sé stessa, ma per
testimoniare la fede della chiesa di Bari davanti alla città e al popolo, fatto
di gente che non va in chiesa o non crede, e viene sorpresa nel momento in cui
affolla le strade. È anche vero che il Corpus
Domini non si celebra più il giovedì, perché non più di precetto; siccome
cade quasi sempre in una domenica estiva, le abitudini secolarizzate, hanno
portato i più ad andare fuori città e a rientrare tardi; quindi fare questa
processione la domenica sera significa, almeno nelle grandi città, camminare
nel deserto; allora, perché non fare la processione il giovedì, pur essendo un
giorno feriale? Di sera, la città è più animata, tale da essere l’ambito più
idoneo per testimoniare la fede. Si tace sulla disorganizzazione, che ha
consentito al traffico di continuato a scorrere sull’altra corsia per quasi
metà del percorso, col rischio di coloro che procedevano in processione, perché
qualche veicolo poteva investire alcuni.
Questa, a mio parere, è una processione singolare perché, a
differenza di altre processioni devozionali, non viene portata una immagine o
una statua, ma il Santissimo. Lei pensa che quella del Corpus Domini sia stata ridotta ad una funzione liturgica, il cui
soggetto, il Santissimo appunto, ridotto ad un simbolo, non riceve più il
dovuto rispetto da ecclesiastici e fedeli: si eseguono canti banali e
discutibili, si chiacchiera, si scattano fotografie e addirittura si parla al
cellulare?
Ecco io mi soffermerei innanzitutto sui canti. Ci sono alcuni
canti, dove si parla del pane e del Signore “che è presente nel pane
consacrato”. questa è un’affermazione eretica di Lutero. Il Signore non ha
detto di essere presente nel pane e neppure questo pane è il mio corpo, ma ha
detto “questo è il mio corpo”, dove questo indica il passaggio dal pane,
che ha preso nelle mani, al corpo, perché in quel momento viene consacrato: la
sostanza del pane si converte nella sostanza del corpo. Sotto – in senso
ontologico e non spaziale – le apparenze o aspetto (species) del pane (oggi
si direbbe fenomeno) sta il corpo di Cristo. Non è più pane ma Cristo. Le
specie sulle quali è stato fatto il “rendimento di grazie”, dal greco eucharistò,
sono diventate eucaristiche. Perciò si deve parlare della “presenza di
Cristo sotto le specie eucaristiche”.
Un altro aspetto
discutibile è costituito dalle preghiere: nei quattro formulari di preghiera
dei fedeli e di intercessioni riportate nel sussidio per seguire la
processione, nessuna intenzione invita a pregare per la diffusione e la crescita
della fede e della speranza in Gesù Cristo, per la evangelizzazione e
conversione degli uomini. Invece, prevale il modulo sociale e politico, ad
esempio: "Perché nella società civile siano promosse politiche sociali che
mirino a una migliore distribuzione delle entrate...". L’insistenza sui
poveri, visti come indigenti materiali e non da evangelizzare, rende evidente l’omissione
più grave: che l’unica responsabilità della Chiesa di fronte al mondo è l’annuncio
di Cristo, che certamente, non è venuto a risolvere i problemi sociali del
mondo, ma è venuto a risolvere il problema fondamentale, ovvero il bisogno
della salvezza dell’uomo e quindi la sua liberazione dal peccato e dalla morte.
La gran parte delle intenzioni nei formulari insistevano sempre e unicamente
sulle questioni sociali, come se la Chiesa, come ha detto più volte papa
Francesco, sia una ONG, che si deve occupare della risoluzione di tali
questioni. Si dimentica che la prima e più grande povertà, come diceva madre
Teresa di Calcutta è la non conoscenza di Dio. Nelle preghiere, non un cenno
alla necessità di catechizzare, di evangelizzare, cioè di raggiungere gli
uomini e le donne del nostro tempo attraverso l’annunzio del Vangelo e la
catechesi. Questo denota uno scadimento generale, per cui la stessa parola ‘fede’,
non viene mai pronunziata. Si parla molto di amore e di carità, ma l’amore e la
carità verso il prossimo non stanno in piedi se prima non c’è l’amore per Dio.
Quindi, soltanto annunziando l’amore di Dio, che è quello che si è fatto carne
in Gesù Cristo, non quindi un amore generico, noi possiamo anche diffondere e
praticare la virtù della carità. Ma se noi non comunichiamo Cristo al mondo,
possiamo parlare quanto vogliamo, e fare solo gesti di solidarietà, come si
dice oggi. La solidarietà viene spesso identificata con la carità: alla prima
sono chiamati tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che appartengono a
una nazione, a un popolo, all’umanità; alla seconda invece sono chiamati tutti
i cristiani che, superando il significato solidale, devono comunicare all’uomo
l’amore di Dio, che è quello che salva e che redime, perché come ha detto Gesù:
«I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Quindi non
risolveremo mai il problema dei poveri o della giustizia sociale. Le
generazioni si susseguono l’una all’altra, e ad ogni generazione dovremo
continuamente riproporre la conversione, affinché accada il vero miracolo dell’amore,
che rivolgendosi a Dio, poi discenda verso i poveri. Dunque, i canti e delle
preghiere, costituiscono ormai un problema, perché attraverso di essi si
trasmette la fede all’uomo ed in particolare alle nuove generazioni: ma se
parlano di sociologia, che fede trasmettono?
Quindi pensa che si sia persa, o quantomeno drasticamente
diminuita, la fede nella presenza reale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità
(riprendendo il Concilio di Trento) di Nostro Signore Gesù nel “Sacramentum Sacramentorum”, ovvero la
Santa Eucaristia, da parte di Clero e fedeli laici? Se no, perché non ci si
genuflette più davanti al Santissimo, durante la processione del Corpus Domini nello specifico, o in
generale entrando in Chiesa, o durante la preghiera consacratoria che il
Sacerdote pronuncia nella Messa, quando avviene la transustanziazione?
Questo è sicuramente un dato di fatto, che sempre riguarda i
segni della liturgia. Un teologo e liturgista del secolo scorso, Romano
Guardini, ha affrontato in un libro i santi segni, spesso citato dall’arcivescovo
Magrassi, dove tratta dei ‘segni’ come stare in piedi e stare in ginocchio.
Ecco questi due segni non sono alternativi, come oggi erroneamente si pensa, ma
sono complementari. In quale senso? Sant’Agostino dice che la quaresima e la
pasqua sono due tempi emblematici della nostra vita; sulla terra, siamo
pressoché sempre in quaresima, perché la vita terrena è un pellegrinaggio
faticoso, fatto di sofferenze e di lacrime (san Bernardo parla di ‘valle di
lacrime’ nella Salve Regina). Il mondo, è sotto il dominio del ‘principe
di questo mondo’, il diavolo, e quindi l’uomo in questo mondo soffre. La
quaresima è un tempo penitenziale, perché esprime la pena che noi sopportiamo
vivendo nel mondo. Il tempo pasquale invece, è un tempo che ci fa pregustare,
nell’arco di cinquanta giorni, quello che dovremo vivere nell’eternità. Allora,
il gesto della penitenza e del riconoscimento della maestà di Dio, dinanzi al
quale, come dice san Francesco d’Assisi, noi siamo dei vermi vilissimi, è
proprio lo stare in ginocchio. Questa pratica esteriore significa che dobbiamo
fare penitenza sempre, in special modo in quaresima, un tempo sacramentale, che
richiama in realtà tutta l’esistenza. Il tempo pasquale è il tempo della
risurrezione, che ci ricorda quanto avvenuto in Cristo, ma non ancora a noi.
Siamo, nella fede, risorti col battesimo, ma non lo siamo ancora nella materiale,
cosa che avverrà alla fine dei tempi; quindi lo stare in piedi, che è il gesto
del risorto, certamente si addice al tempo pasquale. Tuttavia, questi gesti non
sono alternativi, ma complementari, perché entrambi gli aspetti, penitenziale e
gioioso, li viviamo sempre. Quindi, volere drasticamente, e direi anche
violentemente, impedire di inginocchiarsi, addirittura arrivando all’imposizione,
ha portato insipientemente certi sacerdoti ad eliminare gli inginocchiatoi, o peggio
a proibire di inginocchiarsi durante la santa Messa, nei tempi previsti, non
rispettando il bisogno dei fedeli, che attribuiscono al Signore, nel Santissimo
Sacramento, la dovuta adorazione. Perché, come dice sant’Agostino, non si può
comunicare al Corpo del Signore, se prima non lo si è adorato. Il venir meno di
questi ‘santi segni’, come li chiama Guardini, ha portato alla deformazione
della santa Messa e delle celebrazioni connesse con essa, come l’adorazione e
la processione, ad un intrattenimento a sfondo religioso. Ciò ha fatto venir
meno la riverenza e il timor di Dio, che è dovuto al Signore presente dinanzi a
noi in corpo, sangue, anima e divinità. La celebrazione dell’Eucaristia si è
ridotta a un rito inclusivo, perché si ritiene che ad essa debbano partecipare
letteralmente cani e porci (vi sono alcune testimonianze di gente che è entrata
in chiesa con il proprio cane tra le braccia, nel disinteresse del sacerdote),
termine che uso in senso evangelico, perché Gesù stesso, nel Vangelo, ammonisce
di non dare le cose preziose ai cani e ai porci. Ora, non essendoci nulla di
più prezioso dell’Eucaristia, di cui non vanno perduti nemmeno i frammenti più
piccoli, non bisogna pensare che questo tesoro inestimabile possa essere
accessibile a tutti indistintamente. A questo infatti si riferisce Gesù,
parlando di non dare le perle, le cose preziose ai cani. Questo ci deve far
capire che all’Eucaristia, non possono partecipare tutti. Certo, può capitare
che in chiesa entrino persone curiose, non credenti, o comunque cristiani
credenti senza le dovute disposizioni, ma noi sappiamo bene che all’Eucaristia
si accede, primo: se si è battezzati, e ricevuta la prima comunione, altrimenti
che senso avrebbero l’iniziazione cristiana, il catechismo? Secondo: si è coscienti
di chi si va a ricevere, non si è in peccato mortale e si è osservato il
digiuno eucaristico. Tutto questo ci fa comprendere che l’Eucaristia non è un
rito, un sacramento a cui può accedere chiunque, ma soltanto coloro che sono
battezzati e riconciliati. Se questo non è chiaro, allora non si può capire
nemmeno il senso della processione. La processione eucaristica invece, come
detto, è un rito rivolto a chiunque, anche agli indifferenti, agli agnostici, a
coloro che non credono, a coloro che sono in ricerca. Per questo motivo la
Chiesa porta in processione, ostenta, cioè mostra (donde la parola ostensorio)
in maniera solenne la sua fede, perché chi questa fede, non avendola, la sta
cercando, ne riceve un monito ed un invito ad abbracciarla e a credere. Questo,
però, può accadere solo se la processione ha i requisiti di solennità, di
decoro, e soprattutto di fede, che finiscano per invogliare, per attrarre le
pecore smarrite. Se Gesù avesse detto, quando viveva sulla terra, parole banali
o avesse fatto gesti ordinari, o comunque comuni a tutti, nessuno l’avrebbe
seguito. Gesù era seguito per la sua maestà, che era tale da attrarre; persino
nel momento cruciale dell’arresto, gli anziani e i sommi sacerdoti caddero
tramortiti, quando alla domanda di Caifa, se egli davvero fosse il Figlio di
Dio, rispose: ‘Sono Io ‘. Anche sulla croce, la sua maestà rifulse, perché il
centurione disse: ‘questi veramente, è il Figlio di Dio’. Quindi, dinanzi alla
maestà divina, per quanto celata sotto il velo delle specie consacrate, come
restare in atteggiamento di presunzione? Stare in piedi è anche l’atteggiamento
del fariseo della parabola evangelica, che Gesù ha stigmatizzato, perché non
era umile e diceva: ‘O Dio, ti ringrazio che non sono come quel pubblicano...’. La Chiesa ha disposto di stare in ginocchio, soprattutto
durante il tempo della consacrazione e, magari, fino alla conclusione della
preghiera eucaristica. L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n.43: “Dove
vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del
Santo fino alla conclusione della preghiera eucaristica e prima della
Comunione, quando il sacerdote dice: Ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere
lodevolmente conservato”. Invece è stato sradicato con violenza! Da certi
sedicenti liturgisti si sostiene che, ricevuta la Comunione, ci si debba
sedere, perché – si dice - una volta che Gesù lo hai dentro di te, lui non sta
più fuori: è una idiozia, perché nessuno di noi esaurisce la presenza del
Signore. Se l’ho ricevuto in me, non vuol dire che Egli smetta di essere
presente dinanzi a me, sopra di me, attorno a me; quindi, non viene meno la
necessità del gesto massimo di adorazione, lo stare in ginocchio; tra l’altro,
è anche un gesto di raccoglimento, perché quando stai in ginocchio, fai una
fatica particolare e ti raccogli meglio in te stesso, per essere più disposto
alla preghiera e meno incline alla distrazione, e questo aiuta a concentrarti
sul mistero che hai ricevuto. Se invece ti siedi, ti rilasso, e quindi ti distrai
più facilmente. È veramente incredibile che i ministri impongano atteggiamenti
che non corrisponde nemmeno alle dinamiche antropologiche e psicologiche. Lo
stesso n.43 ricorda che i fedeli possono stare seduti “se lo si ritiene
opportuno, durante il sacro silenzio dopo la Comunione”. Alla luce di quanto
detto, si deduce che fin quando non si conclude l’amministrazione della S. Comunione,
non ci si debba sedere; dopo, invece sì potrebbe, ma non è obbligatorio. In
conclusione, dobbiamo manifestare davanti a Dio l’umiltà, e lo stare in
ginocchio è sicuramente un gesto che esprime tale virtù; inoltre, è segno della
nostra sottomissione e del riconoscimento, quali semplici creature, della
maestà divina del Creatore. Spesso ripeto un detto dei padri del deserto:
soltanto il diavolo non si inginocchia, perché non ha le ginocchia. I cristiani
orientali, durante la liturgia si prostrano continuamente a terra. Si arriva a
esaltare i musulmani, che secondo alcuni pregano più di noi: ebbene si
prostrano con la fronte fino a terra, ripetutamente: hanno preso questo gesto
dai cristiani e dagli ebrei. Inginocchiarsi vuol dire soprattutto adorare:
viene dal latino ‘ad’-’os’, cioè ‘presso la bocca’; è come accostare la bocca
vicino a quella di Cristo, come l’atteggiamento degli innamorati. Quindi,
adorare significa mettere la bocca vicino a quella del Signore, e questo
implica grande umiltà. Come san Giovanni, il discepolo che il Signore amava, il
quale, durante l’ultima cena, accostatosi al petto di Gesù, toccò il cuore di Cristo;
quasi a voler ricevere tutto da lui, attingere a lui. A proposito del gesto di
Giovanni, sant’Agostino osserva: ‘quod
amando biberat, evangelizando eruptavit’, che significa: quello che
Giovanni, amando, aveva bevuto, lo ha effuso con l’evangelizzazione. Quindi,
attingiamo all’Eucaristia e, quanto più è possibile la adoriamo, prima e dopo
essercene nutriti.
Non vorrei essere considerato un “contestatore” del Concilio
Vaticano II, anche perché io e lei, essendoci una sostanziale differenza di
età, siamo nati in due diversi momenti della storia della Chiesa. Lei ad
esempio, posso tranquillamente affermare, ha assistito a quella che, de facto, è stata la riforma liturgica,
introdotta dopo il Vaticano II. Io invece, ho sviluppato la fede quando la riforma
era stata così ampiamente attuata, quindi parliamo degli anni ‘80. Ma quelli a
cui assistiamo sovente oggi, a me sembrano, oltre che abusi liturgici, delle
pratiche che, in nome della riforma liturgica, hanno senz’altro contribuito
alla disintegrazione della fede in occidente. E questo lo si constata benissimo
dal fatto che la pietà popolare e la devozione al Santissimo Sacramento sono
diminuite fortemente, giungendo ai minimi storici. Lei pensa che le cause prime
di questo crollo della fede siano attribuibili essenzialmente, o in parte, alle
riforme liturgiche introdotte dal Vaticano II? Il Vaticano II davvero prevedeva
queste riforme?
Questa è una storia che ormai sanno in molti. È fatta di luci
e ombre, ossia teoremi, abusi, indulti e reati vari, a cui la liturgia è andata
soggetta nel dopo concilio. Possiamo dire sinteticamente che il Vaticano II,
nella Costituzione sulla liturgia, al paragrafo 22, dopo aver detto che essa è
regolata dalla Sede Apostolica e, a norma di diritto, dal Vescovo, al comma C,
recita: “Di conseguenza nessun altro, assolutamente, dice che nessuno,
assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere
o mutare alcunché in materia liturgica”. Basta confrontarsi con questa
affermazione per capire cosa è accaduto. Si può dire che è stato il Vaticano II
a permettere gli abusi? Il sacerdote dovrebbe sapere che non ha alcun potere,
né di natura morale, né di natura liturgica. Queste due, inoltre, sono
strettamente collegate, perché la morale cristiana è una morale sacramentale:
come non possiamo mutare i comandamenti di Dio, così non possiamo mutare le
norme immutabili della liturgia, che il Signore stesso ha stabilito nell’Antica
e nella Nuova Alleanza, affinché fosse preservata la purezza del culto al lui
dovuto, evitata l’idolatria, resa a lui la gloria e salvato l’uomo.
Sarà forse un caso, ma, guardando i filmati degli anni
cinquanta/sessanta, nella processione del Corpus Domini, vi erano alcuni
elementi rituali e segni, che facevano intendere e ben comprendere la presenza
reale di Cristo nel sacramento eucaristico. Faccio riferimento al baldacchino e
all’ombrello coi quali, in segno di riverenza, si accompagnava l’Ostensorio, ai
petali di fiori che venivano lanciati sul percorso della processione. Molti
liturgisti innovatori, contemporanei o successivi al Vaticano II, ritengono che
questi elementi siano antiquati ed inutili; molto spesso, col pretesto che essi
allontanassero il popolo dei fedeli da Dio, anziché avvicinarlo. Eppure a me
pare che, da quando essi sono stati abbandonati, non sia cresciuto il numero
dei fedeli, anzi, mai come ai nostri giorni, si sta assistendo all’allontanamento
da Dio. Arrivati a questo punto, non pensa che la crisi di fede che oggi la
cattolicità sta vivendo, sia causata dal crollo della Liturgia?
A tal proposito dobbiamo dire che l’idea, cosiddetta
trionfalistica, cioè che la liturgia non deve cedere a elementi che in qualche
modo la solennizzino, è una sciocchezza: basti considerare lo splendore del
rito bizantino. Dice la Costituzione liturgica, che le nuove forme devono
scaturire da quelle già esistenti e che i riti devono risplendere per nobile
semplicità: nobile, in italiano, vuol indicare un livello superiore,
eccellente, perfetto, cosa che si coniuga con la semplicità, che significa
capacità di comunicare il significato essenziale. Di conseguenza, la solennità
è data da segni e atti straordinari. D’altronde, non siamo soliti, nelle
festività, o in speciali circostanze, utilizzare il servizio da tavola migliore
, proprio per solennizzare quel particolare giorno, e indossare un abito nuovo
o ricercato? Questa è anche un’esigenza dell’essere umano, per distinguere la
feria dalla festa. Quindi perché scandalizzarsi, che in una festa così solenne,
proprio perché accade una volta all’anno, si faccia ricorso a quegli elementi
rituali, che servono proprio a marcare la differenza? Se non esistesse questa
differenza, non ci sarebbe neanche il motivo di fare una volta l’anno una
determinata festa, ma si ripeterebbe lo stesso rito della feria. I riti, che
nei secoli si sono sviluppati e attestati, servono a marcare l’importanza del
Santissimo Sacramento, al quale vanno attribuiti gli onori dovuti.
Basterebbe assistere alle processioni degli Orientali, per
rimanere colpiti: tappeti di fiori su cui camminano clero e fedeli, paramenti
preziosi, bande musicali, canti solenni, icone e reliquie, in ordine perfetto,
insomma, tutto ciò che è possibile fare per dare gloria a Dio. La processione
del Corpus Domini a cui abbiamo assistito, vede il clero sfilare in
ordine sparso, impegnato a mandare saluti invece che a pregare e cantare, con
paramenti casual, per non parlare dell’abbigliamento sottostante, come
le scarpe da ginnastica, magari a colori, analogo abbigliamento, utilizzato
anche dai ministranti. Chi di noi si presenterebbe in tal maniera a una
cerimonia speciale? Gesù Cristo, Signore del Cielo e della terra, merita d’essere
trattato così? Non ci meraviglieremo, se la gente comune non è attratta dall’attuale
maniera di celebrare la liturgia e di fare le manifestazioni esterne, che
assomigliano ormai sempre più a marce sindacali. Da alcuni decenni, tutti i
tentativi di innovazione, nella speranza che sempre più gente aderisca alla
fede, hanno invece causato un’emorragia di fedeli senza precedenti. È stata una
debacle progressiva, che ha
trascinato sempre più in basso la liturgia. Basta partecipare alla cerimonia di
apertura delle olimpiadi, per notare che è tutto ridondante, tutto è
spettacolo. Dimenticheranno i cristiani – come dice l’Apostolo – di essere
spettacolo, agli angeli e al mondo? Quindi devono mostrare il meglio di se
stessi, ovvero la corrispondenza tra verità e realtà: la verità è Cristo, la
realtà è Cristo. La cosa più saggia di fronte a tale decadenza, è di invertire
la tendenza sociologista e pseudo solidale, per l’elevato livello di
secolarizzazione che la liturgia cattolica ha raggiunto, e che di fatto, ha già
causato la crisi della fede.
domenica 24 giugno 2018
Circa le proposte di intercomunione un aforisma del card. Walter Brandmüller
Kommunionspendung an nichtkatholische Mischehepartner?, in Kath.net, 24 Juni 2018; Cardinale Brandmüller corregge Francesco: proposta tedesca contraddice legge canonica, in Gloria.tv, 24.6.2018; Maike Hickson, Cdl. Brandmüller Sets Record Straight Concerning the German Intercommunion Handout, in Onepeterfive, June 23, 2018; Card. Brandmuller: Un cattolicesimo “à la carte” non è possibile. Uno o è cattolico o non lo è, in Blog di Sabino Paciolla, 24.6.2018
mercoledì 6 dicembre 2017
Risposta ai “dubia” o eresia conclamata? Il problema della pubblicazione sugli “Acta Apostolicae Sedis” della lettera ai vescovi di Buenos Aires
Qualche
mese fa, in occasione della pubblicazione sul sito del Vaticano della lettera di
compiacimento del Vescovo di Roma ai vescovi della regione ecclesiastica di
Buenos Aires per i Criterios básicos para la aplicación del capitulo VIII de
Amoris laetitia – lettera del Vescovo di Roma, a quanto ci risulta,
probabilmente richiesta da persone vicine all’attuale establishment vaticano,
prima che giungesse un parere avanzato dai vescovi predetti ad un gruppo di
teologi moralisti, e che “blindava” i criteri elaborati in quel momento - un
insigne canonista, il prof. Edward Peters, docente di diritto canonico a
Detroit, affermava che quella lettera e quei Criteri non potessero assumere
valore legislativo in ambito canonico né vincolante, in quanto la pubblicazione
online non costituiva una modalità prevista dal can. 8 § 1 C.I.C. (cfr. E. Peters, On the appearance of the
pope’s ‘Buenos Aires’ letter on the Vatican website, in In the Light of
the Law – A Canon Lawyer’s Blog, Aug. 24, 2017) Concludeva, quindi,
mostrando una certa rassicurante tranquillità:
«There are, to be
sure, many important publications coming out of the Holy See and/or the Vatican
City State (L’Osservatore Romano, Communicationes, Enchiridion
Vaticanum, the Insegnamenti of recent popes, and so on) some of which
carry canonically and magisterially significant documents in a complex (and
sometimes confusing) variety of formats. Sorting out these fontes essendi
and fontes cognoscendi is stuff for professionals; our focus today is on
key points of codified canon law, on some very important disciplinary
provisions presented in that law, and specifically on where such laws and norms
for pastoral activity are set out authoritatively.
And that, folks, is not
the Vatican website».
Aveva
ragione. Per quell’insigne canonista serviva la pubblicazione sugli Acta
Apostolicae Sedis.
La qual
cosa è avvenuta puntualmente. In effetti, pochi giorni fa, il testo della
Lettera del Vescovo di Roma, unitamente ai Criterios básicos elaborati
dai vescovi argentini sono apparsi sul fasc. 10 dell’anno 2016 degli Acta
Apostolicae Sedis, pp. 1071-1074. Ora, va detto che gli Acta sono
pubblicati con circa un anno di ritardo rispetto a quello di riferimento. Per
cui, la pubblicazione risale davvero a pochi giorni fa. Senonché questi due
documenti – ed è qui la novità di rilievo – sono stati pubblicati con un
rescritto ex audientia SS.mi, a firma del card. Segretario di Stato,
Pietro Parolin, datato 5 giugno 2017.
Quest’atto,
dal nome altisonante (ex audientia SS.mi), che non compare nel sito del
Vaticano, in verità, oltre a disporre la pubblicazione dei due predetti atti
negli Acta, qualificava gli stessi come espressione del Magistero
Autentico:
Summus Pontifex decernit ut duo Documenta quae praecedunt edantur per
publicationem in situ electronico Vaticano et in Actis
Apostolicae Sedis, velut Magisterium authenticum.
Ex Aedibus Vaticanis, die V mensis Iunii anno MMXVII
Petrus Card. Parolin
Secretarius Status
Non
solo. Ma negli Acta, la Lettera del Vescovo di Roma appare così
titolata: EPISTULA APOSTOLICA Ad Excellentissimum Dominum Sergium Alfredum Fenoy,
delegatum Regionis Pastoralis Bonaërensis, necnon adiunctum documentum (de
praecipuis rationibus usui capitis VIII Adhortationis post-synodalis “Amoris
Laetitia”).
Tutta questa terminologia – unitamente all’elevazione dei due documenti a “Magistero
autentico”, che evoca direttamente, quanto a sua vincolatività, il can. 752
c.i.c. – spazza via ogni perplessità circa la natura della missiva del Vescovo
di Roma.
In effetti, nel settembre 2016, non pochi autori non vi avevano ravvisato
alcun allarmismo, stante – affermavano – la natura assuntamente “privata” e non
vincolante dell’atto in questione. Tra questi segnaliamo il domenicano P.
Giovanni Cavalcoli (Circa la infelice lettera del santo padre ai vescovi
argentini: una nota sulla questione della comunione ai divorziati risposati,
in Isola di Patmos, 14.9.2016) ed il
giornalista Riccardo Cascioli (cfr. Amoris Laetitia, il dibattito non è
finito, in LNBQ, 13.9.2016). Cosa
diranno oggi questi nostri autori??? Ribadiranno quanto da loro detto più di un
anno fa e cioè che trattasi non di documento magisteriale, bensì di missiva
avente carattere privato??? Vorranno affermare ciò nonostante il rescritto,
minimizzandolo???
Per la verità, già l’anno scorso quest’affermazione lasciava molto a
desiderare dal punto di vista canonistico e logico. In effetti, un documento
che era pubblicato – come nel caso della Lettera in questione e dei Criterios básicos sul quotidiano de L’Osservatore
romano e diffuso dalla Radio Vaticana, ben difficilmente poteva
ritenersi meramente privato, se non compiendo una notevole forzatura del dato
oggettivo della pubblicazione ufficiale nel quotidiano della Santa Sede.
D’altro
canto, l’affermazione circa l’irrilevanza magisteriale di missive pontificie
pretesamente private era facilmente smentita da una semplice lettura dell’Enchiridion
Symbolorum del Denzinger. Basta sfogliarlo per rendersi conto che la
maggior parte dei documenti ivi registrati e che costituirebbero il magistero
papale sono costituiti da missive “private” papali a vescovi, singoli o gruppi
di una regione ecclesiastica, a imperatori , re e capi di governo. Documenti,
dunque, per loro natura, nati come “privati” sono entrati a pieno titolo nel
Magistero. Da sempre, per di più, come notato da un
nostro Amico, anche gli atti privati di un Pontefice fanno testo, quando
esplicitano la mens di un
provvedimento. Per esempio, il “De
Synodo Dioecesana libri tredecim” fu senz’altro un’opera scritta da
Benedetto XIV – Prospero Lambertini come dottore privato; ma la Curia Romana, interrogata
sul senso della “Vix pervenit”,
non esitava a rimandare i richiedenti al passo del De Synodo in cui papa Lambertini scriveva di aver
voluto condannare la tesi secondo cui l’usura moderata doveva considerarsi
illecita solo se esercitata nei confronti dei poveri. Altro esempio che ci viene
in mente è la nota lettera al vescovo di Gubbio, Decenzio, del papa Innocenzo I
del 416 d.C.: una lettera indiscutibilmente privata, ma che ha assunto il
carattere di magistero in ambito liturgico, tanto da essere stata ripresa più
volte e pubblicata nel Corpus
iuris canonici.
Dunque,
l’affermazione secondo cui la lettera del Vescovo di Roma rivestisse carattere
privato era un’indubbia forzatura ed una minimizzazione del suo significato.
Oggi, a
seguito della pubblicazione negli Acta e del rescritto del 5 giugno scorso,
che, allontanando ogni dubbio, eleva i due documenti al rango di “Magistero
autentico”, ogni questione sembra essere superata.
Così
come difficilmente sostenibile è la convinzione secondo la quale i due atti
costituirebbero nel loro insieme documenti aventi portata limitata,
geograficamente circoscritta e limitata alla regione ecclesiastica di Buenos
Aires. Pure tale opinione non ci sembra convincente. Invero, sebbene sia indiscusso
che negli Acta sovente siano state pubblicate missive dirette a singoli
vescovi o che interessassero i vescovi di una nazione o di una regione
ecclesiastica, nondimeno, nel presente caso, la qualificazione di “magistero
autentico” data dal rescritto, sembra escludere una portata limitata solo a
quella regione. In effetti, il magistero autentico, per sua natura, non può
certo essere circoscritto ad un ambito territoriale, ma riguarda
necessariamente l’intero Orbe cattolico, sebbene lo stesso sia stato
occasionato da vicende regionali. Un esempio ci è offerto dall’Epistola
apostolica di Leone XIII Testem benevolentiae nostrae al card. Gibbons
di Baltimora del 22.1.1899, con la quale quel pontefice condannava l’eresia –
antesignana del modernismo – nota come americanismo.
Nel
nostro caso, il Vescovo di Roma qualificava la lettura fornita dai vescovi
argentini nei loro Criterios básicos, prevedenti una gradualità di
passaggi per l’accesso dei c.d. divorziati risposati alla Comunione (ovvero
alla c.d. piena comunione, come si legge nel punto n. 6 dei Criterios),
come l’unica possibile della sua esortazione Amoris laetitia e segnatamente
del famigerato cap. VIII di questa su cui, come noto, i famosi quattro
porporati avevano avanzato i loro Dubia.
Per cui,
non vi sono ragioni ostative a considerare questo documento come magistero
autentico del Vescovo di Roma. Altro è dire se questo magistero sia davvero
autentico, e quindi conforme alla Tradizione ed al Magistero bimillenario della
Chiesa. Ma di questo, supponiamo, i fedeli e chi di dovere dovrà prendere atto,
traendone le debite conseguenze.
Nonostante
ciò, ci sono autori, pur molto illustri, che hanno cercato di minimizzare la
portata della pubblicazione sugli Acta dei due documenti e della loro
qualificazione di “magistero autentico”, forse ben consci delle conseguenze che
una siffatta denominazione – più della pubblicazione in se stessa – possa
rappresentare.
A parte
quanto riferito dall’ottimo Marco Tosatti su Stilum Curiae (ripreso da Chiesa e postconcilio) circa il rescritto – il
quale autorizzerebbe soltanto la pubblicazione, ma di cui si omette di
riferire la qualificazione data ai due documenti da quest’atto a firma del
card. Parolin – v’è da notare come un insigne canonista giunga a tal punto a
minimizzare la portata dei due documenti da renderli praticamente irrilevanti
sul piano teologico e canonico (cfr. E. Peters, On the appearance of the
pope’s letter to the Argentine bishops in the Acta Apostolicae Sedis, in in
In the Light of the Law – A Canon Lawyer’s Blog, Dec. 4, 2017).
Per l’Autore,
se bene abbiamo inteso il suo contributo:
1) il
can. 915 c.i.c. sarebbe tuttora vigente, in quanto il Vescovo di Roma, nella
sua lettera, così come i vescovi argentini nei loro Criterios básicos
non avrebbero in alcun modo messo in discussione né abrogato né emendato quel
canone, su cui continuerebbe a poggiarsi il divieto per i divorziati risposati
di potersi accostare all’Eucaristia. Su questo punto insiste
anche in altri contributi (cfr. Id., Three ways to not deal with Canon 915,
in The
Catholic World Report, Jan. 24, 2017);
2) il
legislatore canonico, allorché voglia introdurre una nuova legge, è solito
adoperare forme particolarmente solenni ed in special modo una lettera
apostolica in forma di motu proprio (cioè “di propria iniziativa” e non
in risposta ad altri); non si adopererebbero, quindi, semplici lettere
apostoliche – come nel presente caso – che, al contrario, «are written to
smaller groups within the Church and deal with more limited questions—not world-wide
questions such as admitting divorced-and-remarried Catholics to holy Communion»
(ivi). Per questo, si afferma: «
The pope’s letter to the Argentines appears simply as
an “apostolic letter”, not as an “apostolic letter motu proprio”, and it references
no canons» (ivi);
3)
questo punto prende di mira direttamente il rescritto, di talché i due
documenti non possano qualificarsi come “magistero autentico” della Chiesa. A
dire dell’Autore, «the content of any Church document, in order to bear most
properly the label “magisterial”, must deal with assertions about faith and
morals, not provisions for disciplinary issues related to faith and morals.
Church documents can have both “magisterial” and “disciplinary” passages, of
course, but generally only those teaching parts of such a document are
canonically considered “magisterial” while normative parts of such a document
are canonically considered “disciplinary”» (ivi). I due documenti, in
sostanza, non conterrebbero asserzioni circa la fede e la morale, ma solo
disposizioni di carattere disciplinare, comunque ambigue ed incapaci «of
leaving the door open to unacceptable practices, suffices to revoke, modify, or
otherwise obviate Canon 915 which, as noted above, prevents the administration
of holy Communion to divorced-and-remarried Catholics» (ivi).
A nostro
sommesso avviso le obiezioni, pur proposte da un insigne Autore, non ci
sembrano insuperabili.
1a) Sebbene la Santa Sede abbia
individuato il fondamento giuridico del divieto per i divorziati risposati di
accostarsi alla Comunione nel can. 915 c.i.c. (cfr. Pont. Cons. per i Testi
legislativi, Dichiarazione, 24.6.2000), nondimeno va notato che la
lettera di questa disposizione normativa risulta avere una portata più ampia e
generale. Ci spieghiamo: il canone, per come è costruito, concerne una pletora
di soggetti, che sarebbe riduttivo limitare e riferire solo ed esclusivamente
ai divorziati risposati l’inciso finale «coloro che ostinatamente perseverano
in peccato grave manifesto». Certo, questi vi rientrano. Ma non sono i soli. Lo
notava lo stesso futuro card. Burke, all’epoca arcivescovo di Saint Louis, in
un suo scritto pubblicato ad hoc e concernente giusto il canone in
questione (Canon 915: The Discipline Regarding the Denial of Holy Communion
to Those Obstinately Persevering in Manifest Grave Sin, in Periodica de re canonica, 2007, pp. 3-58). Ricorda il
futuro porporato, vi rientrerebbero, ad es., anche i politici che sostengono
pubblicamente una legislazione contraria alla legge naturale o sostengono
normative sull’aborto o l’eutanasia.
A voler
essere rigorosi, il rapporto tra il canone in oggetto ed il divieto di cui si
discute è di genus a species. Per cui, sarebbe stato eccessivo,
incongruo ed illogico immaginare che il legislatore canonico, per espungere una
categoria specifica di persone dal novero di coloro ai quali è fatto divieto
accostarsi alla Comunione in quanto ostinatamente perseveranti in peccato grave
manifesto, agisse sulla norma generale e non piuttosto, invece, come sarebbe
stato ragionevole, su quella specifica e singola. Ed è proprio quello che ci
sembra abbia fatto il legislatore canonico, il quale non ha voluto agire,
mediante abrogazione o emendamento, sulla disposizione generale, bensì sul
divieto particolare e specifico, lasciando intatta la disposizione generale,
che, abbiamo detto, non si riferiva solo e soltanto ai divorziati risposati, ma
ad una pletora di peccatori ostinati e manifesti. Pertanto, la mancata
abrogazione o modifica della norma generale non può dirsi di per sé indice che
la disciplina, per la categoria dei divorziati risposati e solo per questa, non
sia stata mutata dal legislatore.
A ciò si
aggiunga un’ulteriore considerazione. Pur volendosi aderire alla prospettazione
dell’Autore qui in discussione, di per sé il legislatore canonico – va
ricordato – non è tenuto ad abrogare una norma in maniera espressa. Il can. 20
c.i.c., in effetti, consente al legislatore canonico di abrogare una disciplina
previgente pure in maniera tacita o implicita, allorché la legge posteriore sia
incompatibile con la precedente (come parrebbe verosimile nel presente caso)
oppure quando sia riordinata ex novo la materia, oggetto della legge
precedente. Nel nostro caso, almeno per quanto concerne la vexata quaestio
dei divorziati risposati, sembra indubbio che il divieto ad hoc –
assoluto e senza deroghe – sancito nella Familiaris Consortio e dal
diritto divino sia stato fatto cadere già a seguito dell’esortazione Amoris
laetitia. Oggi, sicuramente lo è atteso che il Vescovo di Roma, facendo
propri i Criterios básicos ed elogiandoli come unica ermeneutica
possibile della sua esortazione, abbia inteso ammettere la categoria dei
divorziati risposati – o come si dice degli adulteri – alla Comunione,
prevedendo per essi una gradualità nell’ammissione al Sacramento. Pertanto il
divieto – un tempo assoluto – non sarebbe più da considerarsi così stringente.
Certo, come afferma il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi nella Dichiarazione
del 2000, che abbiamo richiamato, si tratta di un divieto di diritto divino.
Non si discute. E tuttavia allora si pone un indubbio contrasto tra il diritto
umano e quello divino di cui deve prendersi atto, senza cercare di eluderlo
affermando l’irrilevanza dei due documenti e senza volerne trarre le logiche
conseguenze teologiche e canoniche. Per concludere, la mancata menzione del
can. 915 non è ex se dirimente ed un ostacolo a considerare come “magistero
autentico” del vescovo di Roma quegli atti. Con tutte le implicazioni,
teologiche e canoniche, che ciò comporta.
2a) Anche la seconda obiezione
sollevata dall’insigne autore non può essere da noi condivisa. Invero, nessuna
disposizione canonica prescrive che una legge ecclesiastica assuma la forma del
motu proprio ovvero debba contenere forme espressive sacramentali proprie e
solenni. L’unica prescrizione che è dato riscontrare nella codificazione
canonica concerne la promulgazione e pubblicazione negli Acta Apostolicae
Sedis. La circostanza che il legislatore canonico abbia voluto disattendere
la prassi – non codificata – sino ad oggi seguita, non implica che questa
vincoli in qualche maniera l’attuale legislatore a far assumere ad una legge
canonica una certa forma anziché un’altra. D’altronde, nella storia della
Chiesa abbiamo avuto indiscutibilmente forme assai diverse e variegate di
leggi: addirittura orali. Un esempio è dato dall’approvazione in forma orale, vivae
vocis oraculo, da parte di papa Innocenzo III, dell’Ordine e della Regola
di S. Francesco d’Assisi (il c.d. Propositum o Prima Regola). Nessuno
dubita che papa Lotario dei conti di Segni avesse approvato l’Ordine, sebbene
in forma orale. Secondo quanto riporta la Legenda Maior, «quando il Papa
approvò la Regola e diede mandato di predicare la penitenza, e ai frati, che
avevano accompagnato il Santo, fece fare corone, perché predicassero il verbo
di Dio. Analogamente vale per la Seconda Regola,
detta anche non bollata, anch’essa approvata oralmente dal papa Onorio
III nel 1221. L’approvazione per iscritto avvenne solo con la Terza Regola,
detta bollata, con la bolla del 29.11.1223, Solet annuere. In
essa indiscutibilmente si legge che la Regola fu approvata da Innocenzo III
(con una legge data … oralmente): «Eapropter, dilecti in Domino filii,
vestris piis precibus inclinati, ordinis vestri regulam, a bonae memoriae
Innocentio papa, praedecessore nostro, approbatam, annotatam praesentibus,
auctoritate vobis apostolica confirmamus et praesentis scripti patrocinio
communimus».
Dunque,
nessuno dubitava che la legge di approvazione dell’Ordine e della Regola fosse valida
sebbene data in una forma inusitata, cioè oralmente.
Un altro
esempio, vicino ai nostri giorni, è il discorso del Vescovo di Roma ai
Partecipanti al Corso promosso dal Tribunale della Rota lo scorso 25.11.2017. In esso il predetto Episcopo
dettava delle precise disposizioni canoniche – in forma orale – riguardo alla
legge matrimoniale concernenti il Processo breviore. Le espressioni
verbali adoperate erano inequivocabili: «… stabilisco di seguito
quanto ritengo determinante ed esclusivo nell’esercizio personale del Vescovo
diocesano giudice …». Dunque, il legislatore canonico, anche qui, ha
adoperato una forma inusuale: nessun atto scritto, nessun motu proprio,
nessuna costituzione apostolica, ecc., ma addirittura orale!
Un’ultima
puntualizzazione riguardo all’obiezione sollevata. In realtà, la missiva del
Vescovo di Roma ai vescovi della regione ecclesiastica di Buenos Aires è, a
rigore, motu proprio, in quanto nessuno (formalmente) gliel’aveva
richiesta né i vescovi argentini avevano preteso l’approvazione dei loro Criterios.
Anzi, erano in attesa – da quel che è dato sapere – che un gruppo di teologi
moralisti si esprimesse sugli stessi. Per cui, la lettera del Vescovo di Roma
era giunta a sorpresa, senza essere avanzata (formalmente) da alcuno. In questo
senso era indiscutibilmente motu proprio. I Criterios sono stati
solo l’occasio legis per l’emanazione dell’approvazione formale di
questi.
3a) Pure la terza obiezione dell’autore
non ci sembra consistente. Un atto normativo, avente carattere disciplinare, è
senz’altro un atto di magistero. Anche attraverso la legge canonica si esprime
il magistero. Ad es., i canoni contenenti una censura ecclesiastica, senza
dubbio, pur avendo carattere disciplinare, assumono valore magisteriale. Per
cui, non si ravvisa alcuno serio ostacolo, dal punto di vista formale, a che i
due documenti, aventi carattere applicativo dell’esortazione Amoris laetitia,
possano essere considerati magistero autentico del Vescovo di Roma Bergoglio,
non potendosi sostenere che siano suoi … pensieri in libertà o mere riflessioni
private … .
Un’ultima
obiezione, collegata a questa, è se i due documenti – perché la qualità di “magistero
autentico” è stata attribuita dal rescritto ai due documenti nel loro insieme e
non solo alla lettera di approvazione del Vescovo di Roma! - contengano un
insegnamento in materia di fede o di morale, dettando solo delle regole di
carattere disciplinare. Indubbiamente, a nostro avviso, contengono, nel loro
insieme, un insegnamento in materia di morale, poiché mirano a derogare ad un
precetto morale assoluto, di diritto divino, ammettendo – con gradualità – i
divorziati risposati alla Comunione. Sarebbe un’evidente forzatura negare tale
realtà, di cui va preso atto. Non si tratta di disposizioni … neutrali …, ma
che esprimono chiaramente un “magistero” del Vescovo di Roma, che, peraltro,
plaudendo ai Criteri elaborati dagli argentini, interpreta anche l’esortazione
Amoris laetitia, indicando quella come unica interpretazione possibile
del documento («No hay otras interpretaciones», scrive il Vescovo di
Roma), facendo scorgere, come afferma anche LNBQ, «una volontà chiara di far
evolvere la dottrina, più che sostenerne un suo sviluppo omogeneo». Automaticamente,
dunque, ciò esclude altre possibili ermeneutiche, pur proposte in varie sedi:
di ciò è consapevole il teologo John Joy, che, intervistato da One
Peter Five, afferma: «adding the letter to the AAS
could, in fact, damage the credibility of Amoris Laetitia by potentially
removing the possibility that it could be interpreted in an orthodox way
through establishing, via its publication in the official acts of the Apostolic
See, that the unorthodox interpretation is the official one».
Non è,
in verità, l’Amoris Laetitia ad uscire danneggiata – da tale
pubblicazione – nella sua credibilità, ma è, a rigore, l’ortodossia cattolica.
Di là di
tali obiezioni, in effetti, la questione non è formale, bensì sostanziale: se
cioè il Vescovo di Roma sia incorso in una violazione del diritto divino
positivo, consentendo – sia pur con una gradualità – ad una categoria di
persone ben determinata (i c.d. adulteri o divorziati risposati) la possibilità
di accostarsi alla Comunione, sebbene la Chiesa da tempo immemore ne avesse
vietato l’accesso (cfr. D. Hitchens, Analysis: The Pope’s dramatic – and
confusing – move on Communion, in Catholic Herald, Dec. 4, 2017, il quale ricorda «That brings us to the
third reason why the latest move will not simply make Catholics accept a new
doctrine. The Church down the ages has taught that the divorced
and remarried, if in a sexual relationship, cannot receive Communion. You’ll
find it in the Church
Fathers; in the teaching of Popes St Innocent I
(405) and St Zachary (747); in the recent documents of Popes St John Paul
II, Benedict XVI and the Congregation for the Doctrine of the Faith. All
the teaching of the Church about sin,
marriage and the Eucharist would have been understood by those promulgating it
to have excluded the sexually-active divorced and remarried from Communion.
This has also become part of the Catholic mind: the prohibition is casually
referred to by the likes of GK Chesterton and Ronald Knox as Catholic doctrine, and there can’t be much doubt
that if you picked a random saint from the history of the Church and asked them
what the Church taught, they would tell you the same thing»). Come
osserva Lifesitenews, «The problem with Amoris Laetitia, it is
clear, is not merely with “liberal bishops” who interpret it, but with the pope
whose manifest interpretation of his own document is impossible to square with
the perennial doctrine and discipline of the Catholic faith» (A. Guernsey, Pope
Francis Promulgates Buenos Aires Guidelines Allowing Communion for Some
Adulterers in AAS as his “Authentic Magisterium”, in Rorate
caeli, Dec. 2, 2017; Id., Here’s how
Pope Francis elevated communion for adulterers to ‘authentic magisterium’,
in Lifesitenews,
Dec. 4, 2017. Cfr. D. Cummings McLean, Confusion explodes
as Pope Francis throws magisterial weight behind communion for adulterers, ivi; C.
Wooden, Pope’s letter to Argentine bishops on ‘Amoris Laetitia’ part of
official record, in NCR,
Dec. 5, 2017; . Persino il solitamente prudente Andrea
Tornielli, si spinge a registrare apertis verbis il cambiamento
dottrinale (ammesso che sia possibile …, ovviamente): «Trentacinque anni dopo Familiaris
consortio la situazione è notevolmente cambiata. La secolarizzazione è
avanzata, i matrimoni sfasciati si sono moltiplicati, e si sono moltiplicati i
casi di persone sposate in chiesa senza aver fede e piena coscienza dell’atto
sacramentale. Amoris laetitia fa un passo ulteriore, chiedendo maggiore
accompagnamento per queste persone e spiegando che in alcuni casi, dopo un
percorso di discernimento, e dunque senza automatismi né regole prefissate nei
manuali, si può arrivare anche ad assolvere in confessionale e a permettere la
comunione eucaristica» (così A. Tornielli, Amoris laetitia, il Papa rende
ufficiale la lettera ai vescovi argentini, in Vatican Insider, 6.12.2017. Cfr. anche L. Moia, Il via libera del Papa. «Amoris laetitia» si applica così, in Avvenire, 10.12.2017).
Ma
questo è un altro e diverso discorso, che non potrà non avere delle conseguenze
sul piano teologico e su quello canonico. Sul piano teologico, in quanto tale
violazione ed antinomia nei confronti del diritto divino si tradurrebbe in una sorta
di ridefinizione del depositum fidei e, quindi, in una vera e propria
eresia, con la conseguenza che non può considerarsi, in alcun modo, magistero
della Chiesa, tantomeno autentico e, dunque, vincolante in coscienza, detto
insegnamento contrastante col diritto divino, neppure per ragioni pratiche di
approccio pastorale (cfr. Francis leverages AAS for heresy!, in AKA Catholic, Dec. 4, 2017; Pope Declares Troubling Interpretation of AL 'Authentic Magisterium', in Church Militant, Dec. 2, 2017).
Si osserva, in effetti,
che «Doctrinal development, to the extent that it is possible, cannot
coherently be understood to permit a pope to use his teaching authority to
contradict his predecessors, and impose that contradiction on Catholics as
something they are obliged to believe» e che l’autorità papale «“exists only to
preserve and safeguard” the revelation given to the Apostles», cosicché i due
documenti qualificati come “magistero autentico” «scarcely “oblige Catholics to
believe anything inconsistent with what the Church has so far taught and which
they were already under an obligation to believe”» (D. Hitchens, op.
ult. cit.).
Sul
piano canonico in quanto tale eresia si tradurrebbe nell’incapacità dell’attuale
Vescovo di Roma di (continuare a) rivestire tale sua carica. Non a
caso, quasi un anno fa, il card. Burke dichiarava, in un’intervista a Catholic
World Report (CWR), che se un papa dovesse «formally profess heresy he
would cease, by that act, to be the Pope» (cfr. D. Martin, Communion to
Adulterers Promulgated as “Authentic Magisterium”, in Canada
Free Press, Dec. 5, 2017).
Conseguenze
queste davvero inedite e dirompenti sul piano ecclesiale (cfr. Alcune
notazioni sulla pubblicazione negli AAS dei criteri interpretativi dell’AL dei
vescovi argentini e della lettera papale, in Chiesa
e postconcilio, 6.12.2017). Ed, in effetti, ci pare non senza ragione, il
blog Veri Catholici – famoso per aver lanciato una Lettera Aperta
su Il Giornale lo scorso 9 novembre (ne parlava
anche Marco Tosatti, qui) – affermava che, a seguito
di tale pubblicazione sugli Acta, sia giunto il tempo di convocare un
Sinodo imperfetto «to issue a formal canonical correction of the Pope» (The
Time has come to convene an “imperfect” Synod!, in Veri Catholici, Dec. 3, 2017). Si giungerà a ciò? Nessuno
può, al momento, dirlo né prevederlo. Quel che è certo è che, come afferma The Remnant, è che ci troviamo di fronte
ad un atto «counter-magisterial» e che l’interpretazione della famosa
nota 351 dell’Amoris laetitia è stata confermata come titola il sito Katholisch (Auslegung von Fußnote
351 lehramtlich bestätigt).
Due note
finali. La prima: non c’è dubbio che, come ricordato da alcuni, il Vescovo di
Roma, con tale suo atto, tutt’altro che privato, abbia de facto dato una
risposta chiara ed eloquente ai famosi Dubia dei Quattro (ora Due)
cardinali, indicando, senza giri di parole, come la sua esortazione debba
essere interpretata, rigettando altre chiavi di lettura e codificando l’errore
(cfr. L’interprétation ultra-libérale d’Amoris laetitia par les
évêques d’Argentine : magistère authentique selon le pape François, in Medias-Presse.info, 4 déc. 2017; J. Erbacher, Papst hat keine Dubia, in Papstgeflüster – Das Vatikan-Blog, 6. Dez. 2017; J. M. Vidal, Ésta es la respuesta del Papa a los cardenales de las 'dubia', in Periodista digital, 6 Dicie. 2017).
La
seconda è che per coloro che sostengono una lettura “nella continuità del
Magistero”, certamente ora diventa più arduo dare all’esortazione del Vescovo
di Roma (ed ai due documenti in questione) un’ermeneutica che non contravvenga
alla verità (cfr. C. Bunderson, Analysis: Argentine letter on Amoris
is in the Acta. Does that change things?, in CNA, Dec. 5, 2017); una lettura che – ad onor
del vero – ci pare poco onesta, fittizia e falsa, in quanto distorcente il
pensiero altrui – del Vescovo di Roma nella specie – e poco rispettoso nei
riguardi del ruolo e della dignità che, a parole, gli si riconosce.
La
verità non ha bisogno di voli pindarici, fingendo che il re non sia nudo!
Tanto
più che è proprio questa chiave di lettura, pur mossa da buone intenzioni, che
alimenta la confusione in atto nella Chiesa. Tale confusione e l’asserita
ambiguità derivano proprio dal fatto che si pretende di manipolare e distorcere
il pensiero altrui, cercando di attribuirgli un significato che esso non ha.
Per cui, come spesso capita in tali casi, la toppa non è adeguata, per eccesso
o per difetto, allo strappo che si è prodotto, con la conseguenza di far
apparire confuso ciò che sarebbe evidente.
Un
pregio i due documenti pubblicati sugli Acta l’avranno: almeno il merito
di chiarire definitivamente la mens del loro autore. Prendiamone atto.
Piaccia o no. La questione è ora sul tavolo e la mossa è passata al campo
cattolico.
Augustinus Hipponensis
sabato 2 settembre 2017
Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del papa
Il dibattito circa l’ambiguità e l’errore dottrinali, evidenti o
sottesi, al documento papale Amoris Laetitia è sempre vivo (cfr., su questo dibattito nell'ultimo mese, ad es., Paolo Pasqualucci, La pastorale della Via Larga di papa Francesco, in Chiesa e postconcilio, 22.8.2017; Maria Guarini, 'AL, correzione o no? Canonisti al lavoro'. Osservazioni ad un articolo de La Nuova Bussola Quotidiana, ivi, 23.8.2017; Mons. Fernández (Toucho): 'Il Papa ha cambiato la disciplina sulla comunione dei divorziati risposati, ivi, 24.8.2017). Nelle ultime settimane l’attenzione internazionale a
tale su tale dibattito è stata rilanciata dal noto domenicano p. Aidan Nichols,
Maestro in Sacra Teologia, che è il più alto grado accademico che l’Ordine
domenicano conferisca a un suo membro. Nichols è titolare di quella che, dopo
secoli, è la prima cattedra di teologia cattolica all’università di Oxford.
Qui di seguito riportiamo la traduzione di un articolo che sintetizza
l’intervento di Nichols, articolo apparso su The
Catholic Herald, il prestigioso settimanale britannico, fondato
nel 1888 e che divenne presto il punto di riferimento per tutti i cattolici
inglesi. Nell’articolo si espone la proposta del noto ecclesiologo per una
soluzione giuridica che possa affrontare l’eventualità di errori dottrinali
formulati in modo pubblico da un papa. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche
la risposta positiva a p. Nichols, data da un altro teologo, p. Brian Harrison,
il quale espone alcune proposte giuridiche con maggiore realismo e concretezza.
Anche in questo caso la fonte sarà The Catholic Herald e nella medesima data, il 18 agosto 2017.
Epifanio
Un
eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del
Papa
Di Dan Hitchens,
traduzione di F. S.
Padre Aidan Nichols, ha affermato che l’insegnamento di Papa
Francesco ha portato ad una situazione «estremamente grave».
Un teologo di spicco ha
proposto una riforma del diritto canonico per permettere che gli errori
dottrinali di un Papa possano essere constatati.
Padre Aidan Nichols, prolifico autore che ha
tenuto conferenze a Oxford e Cambridge e presso l’Angelicum a Roma, ha
affermato che l’esortazione di Papa Francesco Amoris Laetitia ha portato ad una situazione «estremamente grave».
Padre Nichols ha
proposto che, date le asserzioni del Papa su temi quali il matrimonio e la
legge morale, la Chiesa potrebbe avere bisogno di «una procedura per richiamare
all’ordine un Papa che insegni un errore dottrinale».
Il teologo domenicano ha
affermato che questa procedura potrebbe essere meno «conflittuale» qualora si
verifichi durante il corso di un pontificato, piuttosto che dopo la sua conclusione,
come nel caso di Papa Onorio che fu condannato per un errore dottrinale solo dopo
che ebbe cessato di occupare la sede petrina.
Padre Nichols parlava a
Cuddesdon, alla conferenza annuale di una società ecumenica, la Fellowship of St Alban and St Sergius,
ad un pubblico largamente non cattolico.
Ha affermato che il
procedimento giudiziario «dissuaderebbe i Papi da qualsiasi tendenza alla capricciosità
dottrinale o alla semplice negligenza» e risponderebbe ad alcune «ansie
ecumeniche» di anglicani, ortodossi ed altri che temono che il Papa possa avere
carta bianca per imporre un qualsiasi insegnamento. «Al contrario, potrebbe
essere che l’attuale crisi del Magistero Romano sia provvidenzialmente
destinata a richiamare l’attenzione sui limiti del primato in tale ambito».
Padre Nichols ha scritto
oltre 40 libri di filosofia, teologia, apologetica e analisi critica. Nel 2006
è stato chiamato ad occupare la prima cattedra di Teologia cattolica presso l’Università
di Oxford dopo la Riforma.
Non ha mai pubblicamente
commentato Amoris Laetitia fino ad
ora, ma è stato tra i 45 firmatari, tra sacerdoti e teologi, di una lettera al
Collegio dei Cardinali, poi trapelata al pubblico. La lettera ha chiesto ai Cardinali
di reclamare un chiarimento dal Papa per escludere interpretazioni eretiche ed
erronee dell’esortazione.
Nel suo intervento P.
Nichols ha riportato alcune delle stesse preoccupazioni presenti nella lettera:
ha osservato, per esempio, che Amoris
Laetitia potrebbe far sembrare che la vita monastica non sia uno stato
superiore a quello del matrimonio – un’opinione condannata come eretica dal
Concilio di Trento.
L’esortazione è stata
anche interpretata come se sostenesse che i divorziati risposati possano ricevere
la Comunione senza cercare di vivere «come fratello e sorella». Questo
contraddice l’insegnamento perenne della Chiesa, riaffermato dai Papi San
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
P. Nichols ha affermato
che questa interpretazione, avallata da Papa Francesco, introdurrà nella Chiesa
«uno stato di vita inedito in precedenza. Senza giri di parole, questo stato di
vita è un vero e proprio concubinato tollerato».
Non solo, P. Nichols ha anche
affermato che il modo in cui Amoris
Laetitia ha approvato il «concubinato tollerato» (senza usare la frase) è
stato potenzialmente ancora più dannoso. Ha citato la descrizione, che l’esortazione
fa, di una coscienza che «riconosce come una data situazione non corrisponda
oggettivamente alle esigenze del Vangelo» ma vede «con una certa sicurezza
morale … che per il momento è la risposta più generosa». Il P. Nichols ha affermato
che questo è come dire «che le azioni condannate dalla legge di Cristo possano
talvolta essere moralmente giuste o, addirittura, persino richieste da Dio».
P. Nichols ha detto che
questo contraddirebbe l’insegnamento della Chiesa, secondo cui alcuni atti sono
sempre moralmente sbagliati.
Egli – presumibilmente
riferendosi ai tentativi di vivere in continenza – ha inoltre richiamato
l’attenzione sull’affermazione che qualcuno «possa conoscere bene la regola …
ma sia in una situazione concreta che non gli permetta di agire in modo diverso
e di decidere altrimenti senza ulteriori peccati». P. Nichols ha osservato che
il Concilio di Trento aveva solennemente condannato l’idea che «i Comandamenti
di Dio siano impossibili da osservare, anche per un uomo che sia giustificato e
stabilito nella grazia». Amoris Laetitia
dà l’impressione di affermare che non sia sempre possibile, o almeno consigliabile,
seguire la legge morale.
Se tali affermazioni
generali circa gli atti morali fossero corrette, ha detto P. Nichols, «allora
nessuna area della morale cristiana può rimanere indenne».
Ha affermato che sarebbe
preferibile pensare che il Papa fosse stato solo «negligente» nel linguaggio
usato, piuttosto che abbia insegnato positivamente degli errori. Ma questo parrebbe
dubbio, visto che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva suggerito delle
correzioni ad Amoris Laetitia ed è
stata ignorata.
Il Cardinale Raymond
Burke ha pubblicamente discusso riguardo a una correzione formale nei confronti
del Papa. Tuttavia, P. Nichols ha affermato che né i codici occidentali né
quelli orientali del diritto canonico contengono una procedura «per un’indagine
attorno al caso di un Papa sospettato di aver insegnato un errore dottrinale,
tanto meno è previsto un processo».
P. Nichols ha osservato
che la tradizione del diritto canonico è che «la prima Sede non è giudicata da
nessuno». Ma egli ha sostenuto anche che il Concilio Vaticano I aveva limitato
la dottrina dell’infallibilità Papale, in modo che «non è la posizione della
Chiesa Cattolica Romana quella che afferma che un Papa, come pubblico dottore, non possa sviare le persone con un
falso insegnamento».
«Egli può essere il
giudice supremo di appello della cristianità … ma questo non lo rende immune dal
pronunciare castronerie dottrinali. Sorprendentemente, o forse non tanto sorprendentemente,
data la pietà che ha circondato le figure dei Papi dal pontificato di Pio IX in
poi, questo fatto sembra sconosciuto a molti, che dovrebbero conoscerlo molto
bene». Tenuto conto dei limiti dell’infallibilità Papale, il diritto canonico
potrebbe essere in grado di accogliere una procedura formale per indagare qualora
un Papa avesse insegnato degli errori.
P. Nichols ha affermato
che le Conferenze Episcopali sono state lente a sostenere Papa Francesco,
probabilmente perché erano divise al loro interno; ma ha affermato che «il programma
[del Papa] non avrebbe ottenuto niente di più, se non si fosse verificato il
caso che teologici liberali, generalmente in ombra, fossero stati promossi, in
tempi relativamente recenti, a posizioni elevate sia nell’episcopato mondiale,
sia fra i ranghi della Curia Romana».
P. Nichols ha affermato che c’è «un pericolo di
possibile scisma», ma che è improbabile e non un pericolo così immediato quanto
invece «la diffusione di un’eresia morale». La prospettiva che Amoris Laetitia apparentemente contiene,
se passasse senza correzione, «sarebbe sempre più considerata come un parere
teologico accettabile. E questo causerà un danno maggiore che non si potrà
facilmente correggere».
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