Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 20 settembre 2023

Un lucido aforisma del filosofo Gianni Vattimo, esponente del c.d. pensiero debole, sul cattolicesimo contemporaneo

Ieri, 19 settembre, si spegneva il filosofo Gianteresio (detto Gianni) Vattimo, teorizzatore del c.d. pensiero debole, corrente filosofica postmoderna. Sebbene, almeno formalmente, lo stesso si definisse "cattolico" e fosse stato, negli anni Cinquanta, con Umberto Eco e Furio Colombo, a guida dell'Azione Cattolica giovanile torinese, il suo pensiero era assolutamente lontano da quello cristiano, fondato sull’idea del c.d. indebolimento di Dio, rifiutando l’idea di Dio quale essere razionale (v. qui il ricordo di Francesco Agnoli). Con tale rigetto, ovviamente, ha rifiutato anche i precipitati etici collegati all’esistenza di Dio personale.

Ora, che è passato da questa vita all’altra, sicuramente si sarà reso conto degli errori compiuti e delle aberrazioni filosofiche (e non solo) cui era pervenuto. Che Dio abbia misericordia della sua anima!

Tuttavia, un merito gli va ascritto: quello di aver saputo rimproverare, con lucidità ed obiettività, il cattolicesimo contemporaneo dall’essersi messo all’inseguimento del mondo e della mondanità, perdendo così la propria identità e la sua forza. L'aforisma che segue è riportato dal card. Robert Sarah, nel suo libretto Vorrei aiutare gli altri a vedere con occhi nuovi, Marcianum Press, 2020, sebbene lo faccia risalire al 2010 ad una conversazione su Radio Vaticana. In realtà, l'aforisma che segue - più volte riusato nel corso degli anni (v. qui e qui) - è più risalente e rimonta ai primi anni '90 del secolo scorso, ad una conversazione con lo scrittore cattolico Vittorio Messori ed al suo Pensare la storia (cfr. Antonio Socci, Quando Vattimo disse a Messori ..., in Lo Straniero, 23.9.2023):

lunedì 16 aprile 2018

Don Nicola Bux: la povera chiesa di don Tonino

Noi conosciamo solo un don Tonino: una serie televisiva degli anni ’80 ed in onda sulle reti Mediaset. Protagonista era un parroco (interpretato dall’attore Andrea Roncato), che, aiutato dall'amico commissario, si trovava spesso a investigare su casi misteriosi.
Questo prete, sempre in talare, era più vero rispetto ad un altro Tonino, che, si vorrebbe persino “beatificare”, e che oggi è stato assunto, dall’odierno vescovo romano, quale emblema, prototipo della sua povera chiesa.
Eppure proprio quel Tonino, o come si è soliti chiamarlo “don Tonino”, durante tutta la sua missione, con parole suadenti, talora con venature poetiche, con un linguaggio accattivante e ad effetto, ha avuto una principale occupazione: de-sacralizzare il sacro e mondanizzarlo, abbassandolo sino quasi al limite della blasfemia. A tutti sono noti, ad es., i suoi famosi auguri “scomodi” di Natale, in cui il nostro autore s’immaginava un Gesù deposto dalla Vergine, non già in una mangiatoia, luogo caldo ed asciutto, come narrano i Vangeli, bensì sul letame (sì avete letto bene!), sugli escrementi cioè degli animali! Ora, quale madre, anche la più sciagurata tra le donne, avrebbe mai posato suo figlio, appena nato, tra gli escrementi???? Figuriamoci Maria!!! Avrebbe mai potuto posare il Suo e Nostro Signore tra e sugli escrementi di animali???? Una vera e propria offesa blasfema alla Santa Vergine ed al Bambino Gesù! Come poteva la "Benedetta tra tutte le donne" trattare quel Figlio, il Figlio di Dio, in modo tanto irriguardoso e sacrilego, che nessun'altra donna avrebbe fatto???? Anche solo immaginarlo o anche solo dirlo è una pura blasfemia. Probabilmente, il nostro autore non conosceva cosa fosse la mangiatoia, … e forse pensava che, volendo essere benevoli, Maria fosse una madre disattenta e poco amorevole verso Suo Figlio, che era anche Suo Dio, e non si preoccupasse di ripulire quel luogo da tutto ciò che potesse recare offesa al Creatore o che fosse poco accorta per ciò che era contrario alla purezza rituale tanto più alla presenza di Dio, che era Suo Figlio (non dimentichiamo che la Vergine Maria, come anche S. Giuseppe del resto, erano di religione giudaica: a quel tempo, l'unica vera religione!).
A tutti poi sono note le espressioni infelici, vere e proprie offese per noi cattolici, arrecate direttamente alla Vergine. Ci ha sempre fatto sobbalzare quel testo dedicato a Maria, donna feriale, nel quale si descrive la Vergine ora come una ragazzotta molfettese, che si “avvampava” alla vista di qualche giovanotto, ora come una donna, che, ormai in là con gli anni, recandosi al pozzo a raccogliere acqua, si specchiava nell’acqua del pozzo, vedendo la sua bellezza sfiorita ed anzi provando quasi invidia per la bellezza e la freschezza delle ragazze, che andavano pur esse a raccogliere acqua. A parte le blasfemie dell’autore verso la Santa Vergine per simili paragoni, accostamenti ed immagini - ancorché rese con espressioni poetiche e suggestive - e che un cattolico non può accettare, forse sfuggiva che Maria, essendo immacolata e, quindi, preservata dalla colpa originale, non era soggetta alle tentazioni interne come le altre creature umane, ma, come Gesù, solo a quelle esterne, non avendo quella inclinazione al male, quella inclinazione alla concupiscenza (intesa come desiderio sfrenato dei beni sensibili) ed a ciò che offende Dio. Per cui, la Madonna, in quanto immacolata sin dal suo concepimento, non poteva subire le conseguenze legate alla colpa dei progenitori e, dunque, non poteva provare invidia (anche perché era umile) per la bellezza delle fanciulle – più giovani di lei – o perché la sua, per l’avanzare dell’età, si stava sfiorendo. O ancora non poteva “eccitarsi” per i giovanotti, essendo protesa tutta verso Dio, sin dalla più tenera età, allorché, fu portata al Tempio, volendo consacrare la sua esistenza al Suo Creatore (come ci confermano i Padri della Chiesa! v. qui). Sintomatica di tale volontà furono le sue parole proferite all’Angelo, e registrate dall’evangelista Luca: «Come è possibile? Non conosco uomo» (Lc. 1, 34). 
Cfr. su questo ed altri errori, G. Martone, La verità su don  Tonino Bello, in Caserta24ore, 24.4.2016; C. Siccardi, Don Tonino Bello sarà beato?, in Corrispondenza romana, 27.2.2013; A. M. Apollonio, “Don Tonino” santo? Mons. Tonino Bello, la mariologia feriale, e l'ermeneutica della discontinuità, in MiL, 16.1.2010. V. anche il dossier su Bello, in Cooperatores veritatis, 20.4.2013; La Madonna secondo Tonino Bello: una “desperate housewife”, ivi, 10.6.2011.
Di che meravigliarsi dunque???
La Catholica di oggi lo vede a giusto titolo come suo emblema.

Bux: la povera Chiesa di don Tonino

di Vito Palmiotti


Nel 25esimo anniversario della morte, papa Francesco renderà omaggio il 20 aprile a monsignor Tonino Bello, il controverso ex vescovo di Molfetta, che aveva una originale visione della Chiesa per i poveri.

«Come diceva Madre Teresa di Calcutta, “la vera povertà è la non conoscenza di Dio”. Solo in questo senso la Chiesa evangelizza davvero i poveri. C’è da chiedersi se sia davvero questa l’eredità che ci ha lasciato monsignor Tonino Bello». Un giudizio severo quello di don Nicola Bux sull’ex vescovo di Molfetta di cui ricorre il 25esimo anniversario della morte. Occasione che il prossimo 20 aprile porterà in pellegrinaggio ad Alessano e Molfetta papa Francesco. Dopo don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari, dunque, il Papa rende onore a un’altra figura di prete e di vescovo controverso. Don Nicola Bux, teologo e liturgista, è stato anche consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Benedetto XVI.

Don Bux, uno slogan che andava molto di moda al tempo di monsignor Bello era “la Chiesa del grembiule”, intendendo con questo il servizio ai poveri. Ma c’è chi ha osservato che se non c’è anche la stola, il servizio ai poveri diventa ambiguo.
Gesù Cristo ha detto che bisogna evangelizzare i poveri, nel discorso programmatico della sinagoga di Nazareth. Ora, l’evangelizzazione cosa significa? Far conoscere la notizia nuova che Dio è venuto nel mondo, prendendo la nostra natura umana. Questo è il Vangelo. Altrimenti, perché la Chiesa dovrebbe occuparsi dei poveri, se non avesse a cuore la loro salvezza eterna? La Chiesa non è un’agenzia di beneficenza, una Organizzazione non Governativa (Ong), ma il Corpo di Cristo, un soggetto che è costituito, nelle sue membra, dai poveri, potremmo dire in gran parte - poveri che non sono da intendere solo in senso materiale, ma anche morale e spirituale - e li aiuta a entrare nel mistero di Cristo.

Questa dimensione sembra però meno percepita e ancor meno praticata.
Ma questa è l’autentica dimensione che ha visto nascere nella Chiesa una miriade di santi della carità, che, nel momento stesso in cui si occupavano dei poveri, li catechizzavano. Molfetta ha già un Servo di Dio, anzi Venerabile, spero, un prossimo santo, che è Ambrogio Grittani, il quale scrive, tra l’altro, che i poveri voleva portarli all’altare. Quindi non si preoccupava soltanto di sfamarli col cibo materiale, ma innanzitutto della loro salvezza eterna, del loro bisogno spirituale, perché, come diceva Madre Teresa di Calcutta, «la vera povertà è la non conoscenza di Dio». Quindi, solo in questo senso la Chiesa evangelizza davvero i poveri. Un vescovo come mons. Bello, o un sacerdote, o un laico cristiano, non dovrebbe avere un’idea diversa. Quindi, perché accusare la Chiesa di disinteresse - come si legge in non poche omelie di Bello - quando da sempre si è occupata dei poveri; e proprio a Molfetta, dove c'era il “Boccone del povero”,  messo su da Don Grittani, l'opera San Giuseppe Labre; proprio lì, nella sua diocesi, insieme ad altre opere caritative e sociali. Quindi, perché prendersela con la Chiesa?

Però è indubbio che don Tonino non faceva solo discorsi. Tra i poveri ci andava veramente, quando non li portava da lui, verrebbe da dire ci viveva.
Spesso suscitando polemiche.
Un vescovo, un prete, un cristiano, oltre che aumentare l'azione caritativa - non dimentichiamo che la Chiesa, in Italia e nel mondo, ha promosso le Caritas -  oltre che desiderare il moltiplicarsi delle opere di carità, innanzitutto deve desiderare che l’uomo incontri Gesù Cristo ed entri nella Chiesa, perché Cristo è venuto nel mondo per far conoscere Dio, per rivelare se stesso come la via della salvezza e ha istituito la Chiesa come ambito di salvezza dell’uomo. Il massimo aiuto da dare ai poveri, è portarli a Cristo; ecco il senso dei sacramenti, che fanno entrare l’uomo nella Chiesa, nel Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Se un vescovo dimenticasse questo, avrebbe una comprensione carente del suo ministero. Infatti, gli Apostoli istituirono i diaconi perché si dedicassero alla carità, mentre riservarono per sé la predicazione e i sacramenti.

Forse si è ridotta la comprensione del termine “carità”.
Credo che si sia ridotto innanzitutto il senso dell’incarnazione, cioè la ragione per cui Dio si è fatto uomo. Di conseguenza, non conoscendo più questo, siamo caduti in una sorta di deismo, per cui basta credere in un Dio qualsiasi… Di conseguenza, non c’è motivo di ripetere l’invito di Cristo a convertirsi e a credere al Vangelo, per cui la parola “conversione”, è assente, nella predicazione, nelle conferenze teologiche, perché questo termine, come dire, andrebbe a toccare quella che è la condizione reale dell’uomo, chiedendogli davvero un mutamento di mentalità. Cristo ha inaugurato la sua missione pubblica invitando a convertirsi e credere al Vangelo: la Chiesa è stata istituita per questo.

E quindi il termine carità come lo dobbiamo intendere?
Il termine “carità” va inteso, come lo ha sempre inteso la tradizione cattolica: l’amore verso Dio e l’amore verso il prossimo, che sono assolutamente inscindibili. Questa è la carità, che deve essere una virtù, cioè un abito permanente del cristiano. Siccome non sussiste l’amore verso il prossimo, se prima non c’è l’amore verso Dio, bisogna, appunto, amare Dio. L’amore di Dio implica dare del tempo a lui - ecco il senso del culto a Dio, nella preghiera a Dio, nella fede in Dio - e di conseguenza scaturisce l’attitudine, la virtù dell’amore verso il prossimo. E quindi, dal tempo che diamo a Dio,  consegue anche la dedizione nostra al prossimo. Altrimenti la nostra attenzione al prossimo, si confonde col volontariato; ma il volontariato non è la carità. Il volontariato è l'azione a cui presiede la volontà, ma direbbe San Paolo: se anche dessi le mie sostanze ai poveri, ma non ho la carità...

Don Tonino Bello parlava molto anche dei lontani da raggiungere…
I lontani, la Chiesa gli ha sempre desiderato portarli vicini a sé, includerli nella Chiesa; altrimenti oggi sarebbero quattro gatti. Il punto è che mons. Bello, come i “cristiani del dissenso” degli anni '70, manifesta spesso una insofferenza per la Chiesa, al punto – mi pare in qualche omelia – di descriverla come matrigna e non madre. Eppure, la Chiesa ha sempre avuto l’anelito missionario di raggiungere tutti i confini della terra, in obbedienza al comando di Gesù, di andare in tutto il mondo e fare discepole tutte le creature e battezzarle. Invece, si accusa la Chiesa di aver colonizzato i popoli, di averli espropriati della loro cultura, e così via. Ma domandiamoci: i lontani, oggi, si sono avvicinati alla Chiesa, con tutte le attività pastorali che si promuovono? Un tempo si usava il termine, molto più appropriato, di apostolato e si operava per riportare l’uomo nella casa, nella casa sua che è la Chiesa del Dio Vivente. Così, era molto minore la lontananza. Invece, con tutti i discorsi e le azioni pastorali, la società si è scristianizzata; all’inizio del secolo scorso il  drammaturgo inglese Thomas Eliot diceva: ”E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità ?”. Quindi la Chiesa non può chiamarsi fuori: essa abbandona l’umanità, non quando non compie le opere per i poveri, ma quando non annuncia Dio ai poveri, intendendo per poveri, l’umanità che ha bisogno di Dio, che cerca la Verità e ha bisogno di Dio, perché anche chi chiede il pane, a suo modo cerca Dio; quindi la Chiesa non può dare solo il pane che perisce - ha detto Gesù - ma deve dare il pane di vita eterna; perciò ho fatto l’esempio di don Ambrogio Grittani.

Monsignor Bello diffidava della parola identità e amava invece parlare di convivialità delle differenze. Lui usa questa espressione anche per sostenere che tra le Persone della Trinità vi sono differenze.
L'espressione “convivialità delle differenze” è molto ambigua, facilmente viene scambiata per l'indifferentismo, come dire “non è importante la differenza”.
Sono molto scettico su espressioni del genere, non diverse da altre, come “teologia della liberazione”,  “teologia della speranza”, “teologia del servizio” e così via.Teologia significa: “parlare di Dio” e, aggiungerei, parlare con Dio; quindi, se si parla di Dio, si deve parlare del suo servizio primigenio che è di aver creato l’uomo, di averlo salvato, e del fatto che, nella misura in cui prendiamo coscienza di questo, dobbiamo compiere il servizio della parola divina, dobbiamo far conoscere la parola che salva l’uomo: questo è il vero servizio, sia attraverso le parole che attraverso i gesti, cioè le opere di carità e di misericordia; sempre con l’obiettivo di portare l’uomo al Signore perché l’uomo ha sete di Dio; finché non arriva a vedere il suo volto, il suo cuore è inquieto, come scrive sant'Agostino, perché l’anima sua non ha raggiunto la patria; ecco in che senso noi possiamo parlare di felicità, altrimenti cadiamo nell’edonismo, nell’epicureismo insomma (godi che tanto poi la vita finisce, devi morire), invece la felicità che noi annunciamo è quella che viene dall’incontro con Cristo che dà il centuplo quaggiù e l’eternità. Comunque l'espressione “convivialità delle differenze”, applicata alla Trinità, è una vera e propria eresia. Probabilmente mons. Bello non ne era consapevole. Per lui i misteri della fede erano solo un pretesto per parlare dell'uomo.

domenica 8 aprile 2018

Educare, non tradurre – Editoriale di aprile 2018 di “Radicati nella fede”

Pubblichiamo in questa Domenica In Albis o della Divina Misericordia l’editoriale di aprile di Radicati nella fede, già pubblicato da Chiesa e postconcilio e Riscossa cristiana.




EDUCARE, NON TRADURRE


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 4 - Aprile 2018

La Chiesa nei secoli si è preoccupata di spiegare e non di tradurre. E “tradurre” non è spiegare, anzi a volte è sinonimo di “abbandonare”.
Va di moda da troppi anni, dentro la Chiesa Cattolica, un mea culpa incomprensibile, che nel cinquecentenario dell'eresia protestante è diventato addirittura un mea culpa assordante: la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura, Lutero ce ne ha ricordato l'importanza, oggi la Chiesa ha rimesso al centro la Bibbia.
Come si fa a dire che la Chiesa ha trascurato la Sacra Scrittura? Come si fa a negare il lavoro di secoli per commentarla e spiegarla; come si fa a censurare tutto il lavoro educativo svolto dal magistero di secoli a partire dai Padri della Chiesa? E dire che i Padri hanno sempre commentato la Sacra Scrittura in abbondanza, anzi quasi esclusivamente.
Ma allora perché questo ripetitivo e miope mea culpa?
Semplicemente perché si è generalmente frainteso lo “spiegare” con il “tradurre”, e questo in casa cattolica!
Tutto questo ha una logica in casa protestante: se ciascuno deve diventare interprete delle Scritture secondo l'ispirazione interiore che dal Cielo discende su di lui, è sufficiente tradurre in lingua comprensibile i testi sacri. Peccato che nemmeno Lutero e gli altri capi protestanti seguirono quello che dicevano di sostenere, visto che violentemente resero pubblica tutta la loro falsa teologia di interpretazione dei testi biblici: Lutero e gli altri sostituirono la loro interpretazione, la loro dottrina, alla dottrina del magistero della Chiesa di 1500 anni. I protestanti seguono così non la Bibbia, ma la dottrina dei loro tristi fondatori.
Ma in casa cattolica questo non viene più detto, anzi viene nascosto sotto una falsante valorizzazione della Bibbia... l'inganno protestante ha colpito, ha colpito i cervelli!
La Chiesa ha il dovere, il compito di spiegare e non di tradurre: deve educare tenendo insieme tutta la Rivelazione, tutta la Bibbia evitando scelte riduttive; deve tenerla insieme tutta mentre ne comunica la chiave interpretativa che è Gesù Cristo. Deve trasmetterla tutta senza i tagli e le censure che ne pratica ogni eresia di ieri e di oggi.
La Chiesa deve educare trasmettendo tutta la dottrina che ha nel Messale romano il vertice della sua sintetica purezza.
Invece in questi tristi anni molti nella Chiesa hanno pensato di rinnovarsi semplicemente traducendo, pensando che facilitando l'approccio immediato sorgesse per i fedeli una più ampia comprensione del Cristianesimo.
Niente di più falso e ingannevole!
Il facilitare con il tradurre è diventato tra noi banalizzazione. Si è rinunciato al compito grave di trasmettere tutto e insieme. Tutto Cristo, in tutta la Rivelazione, in tutta la Scrittura e in tutta la Dottrina.
L'esito è sotto gli occhi di tutti: una ignoranza abissale del cristianesimo da parte dei cattolici romani. Una ignoranza spaventosa su tutti i punti essenziali: la Trinità, la divinità di Gesù Cristo, le due nature in Cristo, la vita di Grazia, la dottrina sui Sacramenti, la resurrezione della carne... cosa resta del Cristianesimo in mezzo ai cattolici? Tutto è spaventosamente ridotto ad una vaga religiosità naturale che abbraccia ogni possibilità immorale.
Eh sì, si è tradotto e si è abbandonati a se stessi i fedeli.
Questo lo capimmo subito con la questione della Messa: tradotta fu banalizzata e ora i cattolici non sanno più cosa sia, compresi troppi preti!
Come al solito su tutto questo regna un silenzio assordante: dove sono tutti i sociologi cattolici, preti e non, pronti a valutare l'impatto delle riforme sulla vita dei fedeli? Perché non rilevano questo cataclisma che sta facendo scomparire il cattolicesimo in casa cattolica?
Stupido o complice che sia, questo silenzio è inaccettabile, occorre gettare la maschera e dire le cose come stanno.
I Protestanti con la scusa di tradurre, liberando dall'insopportabile latino i cristiani, hanno di fatto cambiato la dottrina: erano ancora fortunati loro perché, combattendo la retta fede cattolica ricca di dottrina, erano obbligati a sviluppare una dottrina contraria – dicevano di lasciare alla privata interpretazione la Bibbia, in verità hanno indottrinato protestanticamente.
In casa cattolica invece si è portato oggi ad estreme conseguenze l'inganno protestante: grazie al modernismo che ha svuotato i dogmi e quindi la dottrina, si predica un'adesione a Cristo senza contenuti: una vaga religiosità dove dietro parole ancora cattoliche passa proprio tutto e il contrario di tutto. Ognuno la pensa come vuole e i preti – i pochi ancora rimasti – devono benedire.
Con la scusa del dialogo con i fratelli separati si sono rotti i bastioni di difesa e ciò che il protestantesimo aveva tristemente solo iniziato, da noi il Modernismo ha definitivamente compiuto: lo svuotamento del Cristianesimo, guscio vuoto senza la rivelazione divina.
Per questo diciamo con convinzione: preoccupiamoci di educare, di insegnare, e non di tradurre.
Anzi, proprio la difficoltà di accostamento ai testi, si tratti della Messa o della Bibbia, obbligherà pastori e fedeli a mettersi nella giusta prospettiva, quella di insegnare e comprendere nella sua vera globalità.
Ai sacerdoti il grave compito di introdurre a tutto il Cristianesimo, senza accontentarsi di intrattenere semplicemente i fedeli su qualche aspetto.
Ai fedeli il dovere di lasciarsi educare a tutta la dottrina cristiana, fin nelle sue conseguenze più pratiche.
La mania di tradurre ha inaugurato la stagione della banalizzazione, e questa chiesa che ha scelto di intrattenere è già morta.
Occorre che sussista sempre la Chiesa madre, che educa i suoi figli sperando contro ogni speranza.

domenica 3 settembre 2017

Il vero volto di S. Pio X

È poco noto, ma Giovanni XXIII, il “papa buono”, non nutriva molte simpatie per S. Pio X così come per Pio XII e per S. Pio da Pietrelcina, provando invece grande venerazione per don Primo Mazzolari.
Indro Montanelli, infatti, raccontando della sua intervista a papa Roncalli, nel marzo 1959, per conto del Corriere della sera, così rammentava: «Allora, quando lui mi disse “in quell’occasione venni a Roma e fui ricevuto da papa Sarto”, io feci quasi automaticamente: “È un santo…”, e lui, mi ricordo, replicò e di scatto dette un colpo sul bracciolo della sua sedia: “Ma quale santo!”» (Giovanni Cubeddu, La Chiesa che ho conosciuto, Intervista a Indro Montanelli, in 30Giorni, 2000, fasc. n. 7-8).
Eppure dopo pochi giorni dall’intervista, nella primavera di quell’anno, Giovanni XXIII permise di soddisfare la promessa dell’allora papa Sarto, che cioè, vivo o morto, sarebbe tornato a Venezia. Il video (v. qui), che mostra la partenza in treno per Venezia dell’urna col corpo di S. Pio X, ci consegnano le immagini di un Giovanni XXIII dal volto insolitamente tirato, quasi forzato; un atteggiamento insolito per il “papa buono” così come ce l’ha consegnato la vulgata popolare.
Ma c’è un motivo di quest’antipatia di papa Giovanni verso S. Pio X. Papa Sarto ingaggiò, come noto, una lotta senza quartiere nei confronti del modernismo, del quale un esponente significativo in Italia fu Ernesto Buonaiuti, del quale il Roncalli fu grande ed intimo amico. In effetti, don Angelo insegnava all’Apollinare utilizzando le dispense dell’amico già in odore di eresia (cfr. Gianni Gennari, Quel modernista amico di papa Giovanni, in Vatican Insider, 4.10.2013). Del resto, il Buonaiuti (v. foto a sinistra in abiti sacerdotali) fu assistente del giovane don Angelo nella sua prima messa celebrata, nell’estate del 1904, a Roma, nella Basilica di Santa Maria in Montesanto (10 agosto 1904).
È poco noto, ma proprio di questa amicizia tra Giovanni XXIII e l’eretico Bonaiuti ne parlava Giulio Andretti, nel famoso libro I quattro del Gesù (Rizzoli, Milano 1999), raccontando come un gruppetto di quattro seminaristi irrequieti (don Giulio Belvederi – zio della moglie di Andreotti -, don Ernesto Buonaiuti, don Alfonso Manaresi – che abbandonò lo stato clericale – e don Angelo Roncalli), che, agli inizi del ‘900, si incontravano, presso la chiesa romana del Gesù, con puntualità maniacale “tale da poterci regolare gli orologi” (come ricordava Andreotti riportando la testimonianza di un custode della chiesa del Gesù) per discorrere tra loro con una certa animazione di quelle che sarebbero poi divenute le novità del futuro Concilio Vaticano II. Andreotti riferiva poi, che, ricevuto dall’allora papa Roncalli, questi gli previde che molte di quei progetti degli allora quattro giovani seminaristi sarebbero stati poi “costituzionalizzati” dall’assise conciliare: Concilio che, di lì a tre giorni, il papa avrebbe annunciato nella Basilica di S. Paolo fuori le mura (ivi, pp. 103 ss.). Qualche anno prima, sempre Andreotti, avendo incontrato l’allora Patriarca di Venezia Roncalli, gli chiese della santità di papa Sarto. Il patriarca Roncalli diede una risposta … diplomatica: «Giuseppe Sarto, indipendentemente dal riconoscimento solenne sopravvenuto, era un santo integrale. Fare il Papa non è mai facile, ma Pio X si trovò a guidare la Chiesa in una congiuntura tra le più difficili; e fu obbligato, tenendo fermo il timone, anche a infliggere qualche punizione oggettivamente non del tutto meritata» (ivi, pp. 122 ss.). Insomma, per Giovanni XXIII, S. Pio X era santo … con alcune riserve … . Il Santo papa Sarto era stato, dopotutto, il martello dei modernisti e tra quelli che cominciarono ad essere colpiti vi era l’amico di papa Roncalli.
Per questo motivo sono facilmente intuibili le ragioni di stizza manifestate ad Indro Montanelli nel marzo 1959 … .
Riproponiamo, quindi, un contributo del prof. De Mattei.

Cartolina di S. Pio X in occasione del Congresso eucaristico di Madrid del 1911





IN MEMORIAM: il vero volto di san Pio X

di Roberto de Mattei


Cento anni dopo la sua morte la figura di san Pio X si erge dolente e maestosa, nel firmamento della Chiesa. La tristezza che vela lo sguardo di Papa Sarto nelle ultime fotografie, non lascia solo intravedere le catastrofiche conseguenze della guerra mondiale, iniziata tre settimane prima della sua morte. Ciò che la sua anima sembra presagire è una tragedia di portata ancora maggiore delle guerre e delle rivoluzioni del Novecento: l’apostasia delle nazioni e degli stessi uomini di Chiesa, nel secolo che sarebbe seguito.
Il principale nemico che san Pio X dovette affrontare aveva un nome, con cui lo stesso Pontefice lo designò: modernismo. La lotta implacabile al modernismo caratterizzò indelebilmente il suo pontificato e costituisce un elemento di fondo della sua santità. «La lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli errori del modernismo – affermò Pio XII nel discorso di canonizzazione di Papa Sarto – attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo (…)».
Al modernismo, che si proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa», san Pio X opponeva un’autentica riforma che aveva il suo punto principale nella custodia e nella trasmissione della verità cattolica. L’enciclica Pascendi (1907),con cui fulminò gli errori del modernismo, è il documento teologico e filosofico più importante prodotto dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Ma san Pio X non si limitò a combattere il male nelle idee, come se esse fossero disincarnate dalla storia. Egli volle colpire i portatori storici degli errori, comminando censure ecclesiastiche, vigilando nei seminari e nelle università pontificie, imponendo a tutti i sacerdoti il giuramento antimodernista.
Questa coerenza tra la dottrina e la prassi pontificia suscitò violenti attacchi da parte degli ambienti cripto-modernisti. Quando Pio XII ne promosse la beatificazione (1951) e la canonizzazione (1954), Papa Sarto fu definito dagli oppositori estraneo ai fermenti rinnovatori del suo tempo, colpevole di aver represso il modernismo con metodi brutali e polizieschi. Pio XII affidò a mons. Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, la redazione di una Disquisitio storica dedicata a smontare le accuse rivolte al suo predecessore sulla base di testimonianze e di documenti,. Ma oggi queste accuse riaffiorano perfino nella “celebrazione” che l’“Osservatore Romano” ha dedicato a san Pio X, per la penna di Carlo Fantappié, proprio il 20 agosto, anniversario della sua morte.
Il prof. Fantappié recensendo sul quotidiano della Santa Sede, il volume di Gianpaolo Romanato Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, Torino 2014), nella sua preoccupazione di prendere le distanze dalle «strumentalizzazioni dei lefebvriani», come scrive in maniera infelice, utilizzando un termine privo di qualsiasi significato teologico, arriva ad identificarsi con le posizioni degli storici modernisti. Egli attribuisce infatti a Pio X, «un modo autocratico di concepire il governo della Chiesa», accompagnato «da un atteggiamento tendenzialmente difensivo nei confronti dell’establishment e diffidente nei riguardi degli stessi collaboratori, della cui fedeltà e obbedienza non di rado dubitava». Ciò«fa comprendere anche come sia stato possibile che il Papa abbia sconfinato in pratiche dissimulatorie o esercitato una particolare sospettosità e durezza nei confronti di taluni cardinali, vescovi e chierici. Avvalendosi delle indagini recenti sulle carte vaticane, Romanato elimina definitivamente quelle ipotesi apologetiche che cercavano di addebitare le responsabilità delle misure poliziesche agli stretti collaboratori anziché direttamente al Papa». Si tratta delle medesime critiche riproposte qualche anno fa, in un articolo dedicato a Pio X flagello dei modernisti, da Alberto Melloni, secondo cui «le carte ci consentono di documentare l’anno con cui Pio IX era stato parte cosciente ed attiva della violenza istituzionale attuata dagli antimodernisti» (“Corriere della Sera”, 23 agosto 2006).
Il problema di fondo, non sarebbe «quello del metodo con cui fu represso il modernismo, bensì quello della opportunità e validità della sua condanna». La visione di san Pio X era “superata” dalla storia, perché egli non comprese gli sviluppi della teologia e dell’ecclesiologia del Novecento. La sua figura in fondo ha il ruolo dialettico di un’antitesi rispetto alla tesi della “modernità teologica”. Perciò Fantappié conclude che il ruolo di Pio X sarebbe stato quello di «traghettare il cattolicesimo dalle strutture e dalla mentalità della Restaurazione alla modernità istituzionale, giuridica e pastorale».
Per cercare di uscire da questa confusione possiamo ricorrere ad un altro volume, quello di Cristina Siccardi, appena pubblicato dalle edizioni San Paolo, con il titolo San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, e con una preziosa prefazione di Sua Eminenza il cardinale Raymond Burke, prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica.
Il cardinale ricorda come fin dalla sua prima Lettera enciclica E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903, san Pio X annunciava il programma del suo pontificato che affrontava una situazione nel mondo di confusione e di errori sulla fede e, nella Chiesa, di perdita della fede da parte di molti. A questa apostasia egli contrapponeva le parole di san Paolo: Instaurare omnia in Christo, ricondurre a Cristo tutte le cose. «Instaurare omnia in Christo – scrive il cardinale Burke – è veramente la cifra del pontificato di san Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore» (p. 9).
E’ in questa prospettiva che si situa l’opera riformatrice di san Pio X, che è innanzitutto un’opera catechetica, perché egli comprese che agli errori dilaganti occorreva contrapporre una conoscenza sempre più profonda della fede, diffusa ai più semplici, a cominciare dai bambini. Verso la fine del 1912, il suo desiderio si realizzò con la pubblicazione del Catechismo che da lui prende il nome, destinato in origine alla Diocesi di Roma, ma poi diffuso in tutte le diocesi di Italia e del mondo.
La gigantesca opera riformatrice e restauratrice di san Pio X si svolse nella incomprensione degli stessi ambienti ecclesiastici. «San Pio X – scrive Cristina Siccardi – non cercò il consenso della Curia romana, dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, dei fedeli, e soprattutto non cercò il consenso del mondo, ma sempre e solo il consenso di Dio, anche a danno della propria immagine pubblica e, così facendo, è indubbio, si fece molti nemici in vita e ancor più in morte» (p. 25).
Oggi possiamo dire che i peggiori nemici non sono coloro che lo attaccano frontalmente, ma quelli che cercano di svuotare il significato della sua opera, facendone un precursore delle riforme conciliari e postconciliari. Il quotidiano “La Tribuna di Treviso”, ci informa che in occasione del centenario della morte di san Pio X, la diocesi di Treviso ha «aperto le porte a divorziati e coppie di fatto», invitandole, in cinque chiese, tra cui la chiesa di Riese, paese natale di Papa Giuseppe Sarto, al fine di pregare per la buona riuscita del Sinodo di Ottobre sulla famiglia, di cui il cardinale Kasper ha dettato la linea, nella sua relazione al Concistoro del 20 febbraio. Fare di san Pio X il precursore del cardinale Kasper è un’offesa di fronte a cui la sprezzante definizione melloniana di «flagello dei modernisti» diviene un complimento.

lunedì 12 settembre 2016

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

Nella festa del santissimo Nome di Maria, che il Sommo Pontefice Innocenzo XI ordinò che si celebrasse per l'insigne vittoria riportata a Vienna, in Austria, in questo giorno dell’anno 1683, contro i Turchi, col patrocinio della stessa Vergine dalle truppe cristiane.




Fermo Forti, Gloria del Nome di Maria, XIX sec., Carpi

Sulla radio pubblica di nuovo in onda l’errore modernista

di M.F.

Sono molti gli articoli ed i programmi “a tesi” preconfezionate, propinati al grande pubblico. Lo sono da decenni, in modo sempre più invasivo, capillare, metodico. Complici il sonno delle coscienze, la crisi della morale ed una crescente ignoranza, sono riusciti progressivamente a condizionare il dibattito culturale, accademico, politico, sociale, giurisprudenziale e medico, a drogare i costumi, ad ottundere le menti, privandole di qualsiasi capacità critica e degli strumenti necessari per svilupparla. La generazione dei reality e degli imbonitori tv è stata indotta a bersi come vero tutto, ma proprio tutto quanto diffuso dai media, autentica stampella del “pensiero unico” dominante, pronto ad emarginare senza pietà o esitazione qualsiasi voce contraria o stonata, in nome del democraticismo universale, buono solo per chi canti col coro.
L’ennesima conferma in tal senso è giunta dal programma emesso da Radio3 lo scorso 8 settembre, 109 anni dopo l’enciclica Pascendi dominici gregis di San Pio X. A condurlo, è stato chiamato Alfonso Botti, docente di Storia Contemporanea all’Università di Modena e Reggio-Emilia. La sua non è certo una voce super partes: è infatti condirettore della rivistaModernism, che lui stesso, nel corso della trasmissione, cedendo ad una tentazione autopromozionale, ha definito erede del modernismo storico. E’ chiaro, dunque, in partenza, affidandogli una trasmissione sulla Pascendi, quale potesse essere il taglio datole. Colpisce ma non stupisce, osservando il curriculum del professore, il fatto che abbia insegnato anche all’Università Cattolica di Milano.
Dal primo all’ultimo secondo, la mezzoretta radiofonica ha rappresentato un pervicace e studiato attacco a San Pio X ed alla sua enciclica, porto però in quel modo elegante, ammiccante, pacato ed intellettuale, ch’è tipico dei salotti buoni del progressismo nostrano, adusi a confonder le acque, dando alle cose un altro nome: non modernismo, dunque, bensì «riformismo religioso», ch’è altra cosa dalla «somma di tutte le eresie» fieramente osteggiata dal Santo Pontefice per salvar anime. Una ridefinizione tuttavia, questa, tutt’altro che innocente, poiché tale da far pensare che vi fosse alcunché da cambiare, qualche errore da correggere; inoltre, già nella formulazione tale da solidarizzare con quell’altro “riformatore”, lo scomunicato Lutero, oggi tornato prepotentemente di moda e quasi quasi sospinto a forza sugli altari dal laicismo imperante e dai settori più protestantizzati della Chiesa.
Cosa abbia rappresentato (e rappresenti) il modernismo, alla fin fine, scaltramente, nel corso dell’intera trasmissione non è mai stato detto. L’ascoltatore ignaro non ha appreso come tale ideologia mirasse (e miri) non ad una o più verità di Fede, bensì alle radici stesse della medesima, ritenendola nient’altro che un fenomeno della coscienza soggettiva, rielaborato dall’intelletto umano e passibile di mutevolezza di formule e contenuti, a seconda delle situazioni e delle epoche. Si è parlato piuttosto nel corso del programma di «repressione curiale», definita «brutale e carica di pesanti conseguenze», senza tuttavia dir come e quando, con supponenza apodittica.
Le 65 proposizioni moderniste condannate dal decreto del S. Uffizio Lamentabili sane exitudel 3 luglio 1907 e l’anatema al modernismo contenuto nell’enciclica Pascendi dominici gregisnon sono stati considerati per ciò che furono ovvero una legittima difesa dall’incombente pericolo, bensì liquidati sommariamente come «una curvatura conservatrice ed integralista del Cattolicesimo», che «rese il mondo cattolico impermeabile alla democrazia, più autoritario, facilitandone negli anni successivi l’esposizione al fascismo in Italia ed al nazismo in Germania», giungendo così ad una grossolana, dozzinale ed ingiustificata (né giustificabile) mistificazione storica, capace di piegare l’analisi scientifica dei fatti ai capricci della bieca ideologia.
Il Sodalitium Pianum, associazione fondata a Roma nel 1909 da mons. Umberto Benigni allo scopo di vigilare sull’insegnamento nei seminari e nelle università, affinché qui non fosse diffuso l’errore, benché benedetta a più riprese da San Pio X, è stata grottescamente presentata in trasmissione come «un’associazione segreta e spionistica», che, «attraverso la delazione e la denigrazione, cercava di individuare gli autori modernisti», ricorsi a pseudonimi dopo la condanna della Pascendi. Allo stesso modo pollice verso sulle misure mirate alla difesa del Deposito della Fede, contenute nella parte dispositiva dell’enciclica e culminate nel giuramento antimodernista del 1 settembre 1910, cui si dovevano sottoporre tutti coloro che assumessero un incarico ufficiale nella Chiesa.
Secondo Botti, in quel periodo la Chiesa «spezzò delle vite» per aver sospeso a divinis preti indegni dell’abito indossato; «molti docenti nei seminari persero il posto», in realtà solo trasferiti ad altro incarico, trattandosi di sacerdoti. Affermazioni date in pasto agli ascoltatori, senza minimamente porsi domande sulle ragioni di tali provvedimenti. Ciò avrebbe permesso di riconoscere il volto di una Chiesa ancora credibile, ancora autorevole, ancora salda nella Dottrina e preoccupata della difesa del gregge affidatole da Dio, anziché la sua parodia proposta dal conduttore del programma, quella di una Chiesa pronta a premiare «la piaggeria, l’obbedienza cieca», a mortificare «l’intelligenza, la libera ricerca, la coscienza, l’autonomia di pensiero». E’ triste constatare come un accademico, quindi un uomo di ricerca, riesca con le lenti deformanti dell’ideologia a prodursi un’immagine di vicende ed uomini tanto lontana dalla realtà e dalla Storia, insegnandola ad altri e reiterando quindi l’errore nelle generazioni a venire. Di contro, è tempo che la Storia si riappropri di San Pio X, il cui intento fu quello di ricondurre la Cattolicità nel solco profondo della Tradizione tridentina, senza sbavature.
«Nonostante sia un tema studiato, la sua grande attualità è stata del tutto ignorata nel dibattito culturale pubblico degli ultimi anni»: così Botti ha concluso il suo programma. E finalmente un’affermazione, sulla quale trovarsi d’accordo, ma per motivi opposti. Se l’argomento non fosse stato trascurato, infatti, ora molti più ascoltatori avrebbero le categorie storiche e le nozioni necessarie, per cogliere gli elementi di propaganda e gli abusi, di cui sono intrise la campagna diffamatoria e la tattica della disinformazione diffuse ancora oggi dal modernismo tristemente imperante.

giovedì 5 maggio 2016

Orfani del Cielo – Editoriale di maggio 2016 di “Radicati nella fede”

Nella festa dell’Ascensione al Cielo di N. S. G. Cristo, quaranta giorni dopo Pasqua, rilancio questo nuovo Editoriale di Radicati nella fede, pubblicato anche da Chiesa e postconcilio. Un contributo quantomeno indicato nell’odierna festa, giacché il Signore, prima di salire al Padre, promise di non lasciare orfani i suoi, ma di rimanere per sempre con loro (cfr. Gv. 14, 15-19): presenza che si realizza in primo luogo nella Santa Messa e poi mediante la Chiesa.


Giacomo Cavedone, Ascensione, 1640 circa, Los Angeles County Museum of Art (LACMA), Los Angeles

Antonio de Lanchares, Ascensione del Signore, 1620 circa, museo del Prado, Madrid

Francisco Bayeu y Subías, Ascensione del Signore, 1769, museo del Prado, Madrid


Benjamin West, Ascensione, 1801, Denver Art Museum, Denver

Benjamin West, bozzetto per l'Ascensione, 1782 circa, Tate Gallery, Londra

Benjamin West, Ascensione, XVIII sec., BJU Museum & Gallery, Greenville





ORFANI DEL CIELO

Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno IX, n. 5 - Maggio 2016


Terrena despicere et amare coelestia.

Quante volte, nelle orazioni della liturgia tradizionale, la Chiesa fa chiedere questo, “disprezzare le cose della terra e amare quelle del Cielo”! Quante volte nella Sacra Scrittura vi è un continuo richiamo ad alzare lo sguardo alle cose eterne:
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra (Col 3,1-2).
È il frutto cosciente della Pasqua cristiana: siccome Cristo è risorto ed è asceso alla destra del Padre, tu sai che la vita vera è la vita eterna e devi ormai vivere proteso verso ciò che è definitivo. Cristo è risorto, tu devi risorgere con lui, non puoi più vivere come se questo non fosse accaduto, non puoi vivere per qualcosa di meno! Ma il vivere per Cristo, vincitore del peccato e della morte, vuol dire vivere protesi verso i beni eterni, verso il Paradiso, verso il Cielo: cercate le cose di lassù.
Il cristianesimo ammodernato ha invece avvelenato tutto e ci ha fatti orfani del Cielo. Sì, orfani del Cielo!
Il cristianesimo che ci è stato passato in questi anni è un cristianesimo terreno, preoccupato di dimostrare di essere utile a questo mondo.
La Madonna a Fatima non sbagliò di certo quando parlò degli errori che la Russia, se non si fosse convertita, avrebbe sparso nel mondo: il Marxismo-Comunismo è stato il più orrendo ribaltamento della religione cattolica, il sovvertimento dell'unica vera religione. Il Marxismo-Comunismo ha, in modo demoniaco, proiettato gli uomini verso un messianismo terreno: il messia atteso diventa la società nuova, che nasce dalla rivoluzione, dove tutti saranno uguali; la società comunista.
Solo che nella maggioranza dei casi ci fermiamo, nel considerare il male di questa religione ribaltata e atea che è il Comunismo, al fiume di sangue prodotto dalle sue persecuzioni. Certo, milioni di morti ha sulla coscienza, le sue mani grondano di sangue, ma il suo male non è solo qui e innanzitutto qui. L'azione malefica del Comunismo ateo è quella propria di ogni eresia: l'avvelenamento della Chiesa.
E la Chiesa, tragicamente, al Concilio Vaticano II, decise di non condannare esplicitamente il Comunismo ateo e così il male non trovò più barriere per penetrare nel Tempio di Dio.
Abbiamo assistito in questi anni ad una Chiesa sempre più preoccupata di dimostrare, ai comunisti e ai post-comunisti, di essere utile alla società. Una Chiesa dimentica della vita soprannaturale, che cade sempre più nel Naturalismo; una Chiesa più simile ad una associazione di volontariato, una Chiesa tutta interna alla moderna società.
Certo, il Cielo non è negato, in questa Chiesa, ci mancherebbe altro! Non è negato, ma è abbandonato come orizzonte ultimo, come “uscita di sicurezza” di questa vita terrena che gli uomini, laici o cattolici che siano, programmano tra di loro. Un Cielo lontano-lontano ...
Capita della nuova vita cristiano-moderna, quello che accade in troppi funerali: si accompagna all'estremo saluto chi è stato perfettamente indifferente a Dio, lo si commemora dal punto di vista umano, e poi gli si concede la prospettiva di un utopico cielo da cui lui ci guarderebbe ora, tanto per esorcizzare la morte.
Esattamente come quei cattolici impegnati nel volontariato del mondo che, finito tutto il loro daffare, sperano che il loro agitarsi non finisca con la morte, perché Dio concede un'altra vita.
Questa è la vita eterna del catto-comunista,  o se volete del cattolico naturalista: per lui è reale la vita di quaggiù e chiede a Dio di proseguirla dopo l'inevitabile smacco della morte corporale. È l'avvelenamento del Cristianesimo, è il suo ribaltamento, predetto a Fatima.
Totalmente differente è la prospettiva cattolica: la vita reale è la vita eterna, che è la vita vera. È così reale, dalla Resurrezione di Cristo, che il cristiano è chiamato a volerla e desiderarla con tutta la fibra del proprio essere... cercate le cose del Cielo. 
Altro che orizzonte su cui proiettare le nostre speranze ed esigenze umane!, è l'esatto contrario: la vita eterna con Dio è così vera che è essa a proiettare sulla vita di quaggiù una prospettiva totalmente nuova. L'uomo deve vivere, qui ed ora, per il Cielo; e tutto ciò che dice e fa deve essere per il Cielo; e se non è per il Cielo non è degno di questo mondo. 
La Chiesa è stata posta nel mondo perché gli uomini non dimentichino questo.
La Chiesa e il cristiano sono posti nel mondo perché gli uomini non si impadroniscano di Dio per benedire le loro cose umane, ma perché le umane vivano delle eterne e siano così salvate.
La Chiesa c'è perché il Cielo salvi gli uomini. 
Ma la chiesa ammodernata ci ha fatto orfani del Cielo, e interessandosi freneticamente delle cose della terra ha lasciato gli uomini nella solitudine.
Ma questa chiesa ammodernata, senza il Cielo, non sarà mai la Chiesa di Dio.
La Messa della tradizione, e lo sperimenta chi la vive con fedeltà, è la Messa del Cielo:  tutta protesa alle cose di Dio possa rimetterci nella giusta posizione.
Cercate le cose di lassù: questo cercare inizia dalla Messa di sempre.