Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 24 febbraio 2018

Quando lo stesso Talmud conferma che solo con Cristo ed il suo Sacrificio venne la Redenzione … ovvero le prove talmudiche relative al Messia

Esistono prove extrabibliche ed irrefutabili circa il valore redentivo del sacrificio di Cristo?
O sono solo le fonti bibliche a riconoscere che Cristo ha espiato con la sua Passione e Morte in Croce i peccati degli uomini???
Sì esistono. E, paradossalmente, ci derivano proprio dal popolo che fu artefice di quel delitto, cioè dal popolo giudaico.
In effetti, il loro libro principale, che certamente non è la Torah, bensì il Talmud (nel trattatello Sopherim, XV, 7, fol. 13b si legge: «La Torah è come l’acqua, la Mischnah il vino, e la Gemarah vino aromatico». La seguente è un’opinione nota e se ne trovano alte lodi negli scritti dei rabbini: «Figlio mio, ascolta le parole degli scribi piuttosto che le parole della Legge». Il motivo di ciò si trova nel trattatello Sanhedrin, X, 3, fol. 88b: «Colui che trasgredisce le parole degli scribi pecca più gravemente che chi trasgredisce le parole della legge». Nel libro Mizbeach, cap. V, infine, troviamo la seguente opinione: «Non c’è niente che sia superiore al Santo Talmud»), contiene prove esplicite che rimandano inequivocabilmente al sacrificio di Cristo.
Con la sua Morte in Croce, il Divino Redentore ha pagato una volta per tutte per il debito di Adamo e per tutti i peccati: ragion per cui tutti i sacrifici compiuti presso l’Antico Israele non hanno più ragion d’essere.
Essi, infatti, trovavano la loro motivazione in vista di ciò che avrebbe compiuto il Redentore. Essi stessi erano prefigurazione, immagine profetica e tipo di quell’unico e definitivo Sacrificio d’espiazione per i peccati.
Per cui, una volta giunta quella realtà, tutte le prefigurazioni non avevano più ragion d’essere. Dovevano cessare.
Ed il Talmud, tanto quello nella sua versione babilonese quanto in quella gerosolomitana, hanno registrato puntualmente che quei riti e sacrifici, da quarant’anni prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme, non si sono più realizzati. Cos’era successo quarant’anni prima?
Era il 30 d.C.: anno che gli studiosi accreditano come anno della Morte di Cristo.
Da queste testimonianze super partes si può desumere:
- sino al 30 d.C. la vera religione era quella giudaico-mosaica. Essa aveva i sacrifici e questi erano pienamente efficaci, conseguendo l’effetto (il perdono dei peccati e la giustificazione dinanzi a Dio);
- dalla morte di Gesù, essa non era più la vera religione;
- l’unico sacrificio attraverso cui essere giustificati era quello compiuto da Gesù sul Golgota;
- i sacrifici ed i riti dell’Antica Alleanza erano prefigurazione e tipo di quell’unico sacrificio ed ottenevano l’effetto (la giustificazione) non in quanto tali, ma, appunto, in vista e come immagine, prefigurazione di quell’unico e vero sacrificio;
- solo quel sacrificio ci rende graditi a Dio;
- dal 30 d.C. i giudei non sono stati più perdonati da Dio, cessando di essere suo popolo.
Queste sono le inevitabili conclusioni che possono trarsi dalle stesse testimonianze contenute nel Talmud.
Un altro dettaglio ci è fornito da Papa Ratzinger in un suo testo: «Vespasiano affidò l’incarico della conquista di Gerusalemme al figlio Tito. Questi, secondo Giuseppe Flavio, deve essere arrivato davanti alla città santa presumibilmente proprio nel periodo delle festività della Pasqua, il 14 del mese di Nisan, quindi nel 40° anniversario della crocifissione di Gesù» (JOSEPH RATZINGER – PAPA BENEDETTO XVI, Gesù di Nazareth, Seconda Parte: dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, Città del Vaticano, LEV, 2011, p. 39). 
Questa circostanza rilevata da Benedetto XVI, cioè che la distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani ebbe probabilmente inizio in concomitanza con la Pasqua del 70 d.C. … ”nel 40° anniversario” della Pasqua del 30 d.C. in cui Gesù morì e risorse, suona come un'ulteriore conferma come quell'evento si ponga come discrimen nella storia, come sigillo di tutte le profezie dell'Antica Alleanza.
Ci sia permesso concludere richiamando un passo di S. Atanasio: «Segno e grande prova della venuta del Verbo è che Gerusalemme non esiste più, che non è più sorto un profeta e non si rivela più loro una visione. Ed è molto giusto che sia così. Infatti, quando venne colui che era stato annunciato, che bisogno c’era ancora di annunciatori? Essendo ormai presente la verità, che bisogno c’era ancora dell’ombra? Per questo profetarono finché giunse a Giustizia-in-sé e colui che riscattava i peccati di tutti. Per questo Gerusalemme esisteva così a lungo , affinché lì meditassero in anticipo le figure della verità. Quindi, una volta venuto il santo dei santi, giustamente fu messo il sigillo alla visione e alla profezia ed è cessato il regno di Gerusalemme. Presso di loro furono unti i re fino al momento in cui fu unto il Santo dei Santi. E Mosè profetizzava che il regno dei giudei esisterà fino a lui, dicendo: “Il capo non sarà allontanato da Giuda né il principe dai suoi lombi, finché giunga ciò che è riservato per lui; egli è l’attesa delle genti. Per questo il Salvatore stesso proclamava: “La legge e i profeti hanno profetato fino a Giovanni”. Dunque, se ora c’è tra i profeti un re o un profeta o una visione, essi hanno ragione a negare che Cristo è venuto; se invece non c’è più né re né visione, ma è stato messo il sigillo ad ogni profezia e la città e il tempio sono stati distrutti, perché sono così empi e trasgressori da non vedere ciò che è accaduto e negare che Cristo abbia fatto tutto questo?» (S. ATANASIO, L’Incarnazione del Verbo).

Prove talmudiche relative al Messia nel 30 d.C.

Il lettore che si firma “Viandante” - che ringrazio di cuore - mi ha inviato questo contributo, di notevole interesse in quanto non facilmente accessibile dalle comuni fonti cui attingiamo e, soprattutto, perché ci mostra che esistono nel Talmud e, conseguentemente, risultano esser stati fatti propri dalla comunità ebraica attuale, eventi che hanno connessioni evidenti col cristianesimo e direttamente con la Persona e l’Opera del Signore

Nei secoli successivi alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), il popolo ebraico ha iniziato a scrivere due versioni del suo pensiero, della sua storia religiosa e dei suoi commentari. Una versione è stata scritta in Palestina e divenne nota come il Talmud di Gerusalemme. L’altra è stato scritta a Babilonia ed era conosciuta come il Talmud babilonese.
Leggiamo nel Talmud di Gerusalemme:
“Quaranta anni prima della distruzione del Tempio, la luce occidentale si spense, il filo cremisi rimase cremisi, e il lotto per il Signore avvenne sempre con la mano sinistra. Avrebbero chiuso le porte del tempio di notte e si sarebbero alzati la mattina trovandole aperte” (Jacob Neusner, il Yerushalmi, p. 156-157). [la distruzione del Tempio nel 70 d.C.]
Un passaggio simile nel Talmud babilonese afferma:
“I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio (lotto) [‘per il Signore’] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole” (Soncino versione, Yoma 39b).
Quali sono questi passi di cui si parla? Poiché entrambi i Talmud riportano le stesse informazioni, ciò indica che la conoscenza di questi eventi era stata accettata dalla diffusa comunità ebraica.

Il miracolo del “Lotto”

Il primo di questi miracoli riguarda la scelta casuale del “lotto” (sorteggio), che veniva effettuato nel Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Il sorteggio determinava quale di due caproni sarebbe stato “per il Signore”, e quello che sarebbe stato il capro “Azazel” o “capro espiatorio”. Durante i due secoli prima del 30 d.C., quando il Sommo Sacerdote sorteggiava una pietra fra due, anche questa selezione era governata dal caso, e ogni anno il sacerdote avrebbe sorteggiato una pietra nera o una pietra bianca, indistintamente e con la stessa frequenza. Ma per 40 anni di fila, a partire dal 30 d.C., il Sommo Sacerdote sortì sempre la pietra nera! Le probabilità di un simile evento sono astronomiche (2 alla potenza di 40). In altre parole, le probabilità che questo si verifichi sono 1 su circa 5.479.548.800 o circa 5,5 miliardi a uno! In confronto, le vostre probabilità di vincita ad una lotteria di Stato o regionale sarebbero molto maggiori!
Il sorteggio di Azazel, la pietra nera, contrariamente a tutte le leggi del caso, è avvenuta per 40 volte di fila dal 30 d.C. al 70 d.C.! Questo fatto è stato considerato un evento terribile e significava che qualcosa era cambiato radicalmente in questo rituale dello Yom Kippur. Questa assegnazione per sorte è accompagnata anche da un altro miracolo che viene descritto di seguito.

Il miracolo della Striscia Rossa

Il secondo miracolo riguarda la striscia cremisi (rosso) o un panno legato al capro Azazel (il capro espiatorio). Una porzione di questo panno rosso veniva rimosso dal capro e legato alla porta del Tempio. E ogni anno il panno rosso sulla porta del Tempio diventava bianco come a significare che l’espiazione del Yom Kippur era accettabile al Signore. Questo evento annuale accadde fino al 30 d.C. A partire da quella data ogni anno e fino al tempo della distruzione del Tempio, il panno rimase color cremisi. Questo senza dubbio causò molta agitazione e costernazione tra gli ebrei. Questa pratica tradizionale è legata alla confessione, da parte di Israele, dei suoi peccati e al trasferimento cerimoniale dei peccati di questa nazione sul capro Azazel. Il peccato veniva poi rimosso dalla morte di questo capro. Il peccato era rappresentato dal colore rosso del panno (il colore del sangue). Ma il panno rimasto cremisi significava che i peccati d’Israele non erano stati perdonati e che non erano stati resi “bianchi”.
Come Dio disse a Israele per mezzo del profeta Isaia:
“Venite, discutiamo, dice il Signore: se i vostri peccati fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianco] come lana” (Isaia 1:18).
L’indicazione chiara è che tutta la comunità aveva perso l’attenzione del Signore in relazione a qualcosa che si era verificato nel 30 d.C. L’espiazione annuale, raggiunta attraverso la tipica osservanza dello Yom Kippur, non era si realizzava più come previsto. Apparentemente l’espiazione era da ottenere in qualche altro modo. Chi o che cosa avrebbe fornito l’espiazione per un altro anno?
Per quanto riguarda la striscia cremisi, anche se non menzionato nelle Scritture e molto prima del 30 d.C., durante i 40 anni in cui Simone il Giusto era sommo sacerdote, un filo cremisi che era stato associato con la sua persona diventava sempre bianco quando lui entrava nella parte più interna del Tempio, il Santo dei Santi. Le persone notarono questo. Inoltre osservarono che “la sorte del Signore” (il lotto bianco) si produsse per 40 anni consecutivi nel corso del sacerdozio di Simone. Notarono pure che il “lotto” scelto dai sacerdoti dopo Simone a volte era nero, a volte bianco, e che il filo cremisi a volte diventava bianco, altre volte no. Gli ebrei giunsero a credere che se il filo cremisi diventava bianco, Dio aveva approvato i rituali della Giornata di Espiazione e che Israele poteva essere certo che Dio avesse perdonato i loro peccati. Ma dopo il 30 d.C., il filo cremisi non è più diventato bianco per 40 anni, fino alla distruzione del Tempio e la cessazione di tutti i rituali del Tempio!
Che cosa ha fatto la nazione ebraica nel 30 d.C. per meritare un tale cambiamento al Yom Kippur? Secondo alcuni, il 5 aprile del 30 d.C. (vale a dire, il 14 di Nisan, il giorno del sacrificio pasquale) il Messia, Gesù, è stato tagliato fuori da Israele, lui stesso messo a morte come un sacrificio per il peccato. A causa di questo evento vi è un trasferimento dell’espiazione ora non più ottenuta attraverso i due capri come offerti a Yom Kippur. Come un innocente agnello pasquale, il Messia è stato messo a morte senza che fosse trovata colpa in Lui! Ma a differenza dei sacrifici del Tempio o gli eventi dello Yom Kippur (come spiegati sopra) dove il peccato è espiato solo per un dato lasso di tempo, il sacrificio messianico è dato con la promessa del perdono dei peccati attraverso la grazia data da Dio a coloro che accettano un rapporto personale con il Messia. Si tratta essenzialmente di un evento irripetibile per tutta la vita di ogni persona e non di una serie continua di osservanze annuali e di sacrifici animali. Il meccanismo che procura il perdono dei peccati cambiò nel 30 d.C.

Il miracolo delle porte del tempio

Il miracolo successivo, che le autorità ebraiche riconobbero, è quello delle porte del Tempio, che tutte le sere si spalancavano spontaneamente. Anche questo si verificò per quarant’anni, a partire dal 30 d.C. La principale autorità ebraica di quel tempo, Yohanan ben Zakkai, dichiarò che questo era un segno di morte imminente, che lo stesso tempio sarebbe stato distrutto.
Il Talmud di Gerusalemme afferma:
“Disse Rabban Yohanan Ben Zakkai al Tempio, ‘O Tempio, perché ci spaventi? Sappiamo che tu finirai distrutto. Per questo è stato detto, ‘Apri le tue porte, o Libano, che l’incendio possa divorare i tuoi cedri’ (Zaccaria 11:1)” (Sota 6:3).
Yohanan Ben Zakkai era il capo della comunità ebraica durante il periodo successivo alla distruzione del Tempio nel 70 d.C., quando il governo ebraico venne trasferito a Jamnia, una trentina di km a ovest di Gerusalemme.
Forse le porte si aprirono anche a significare che ora tutti possono entrare nel Tempio, anche nelle sue parti sante più interne. Le evidenze sostenute dai miracoli di cui sopra suggeriscono che la presenza del Signore si era allontanata dal Tempio. Questo non era più un luogo solo per sommi sacerdoti, ma le porte si erano aperte a tutti per entrare nella casa di culto del Signore.

Il miracolo della Menorah del Tempio

Il quarto miracolo era che la lampada più importante delle sette candele della Menorah nel Tempio si spense, e non brillò più. Ogni notte per 40 anni (oltre 12.500 notti di fila), la lampada principale del candelabro del Tempio (menorah) si spegneva spontaneamente nonostante i tentativi e le precauzioni prese dai sacerdoti per tutelarsi contro questo evento!
Ernest Martin afferma:
“In effetti, ci viene detto nel Talmud che al tramonto le lampade, che erano spente di giorno (le quattro lampade centrali rimanevano spente, mentre le due lampade orientali in genere rimanevano accese per tutto il giorno), dovevano essere reilluminate dalle fiamme della lampada occidentale (che era una lampada che si supponeva dovesse restare accesa per tutto il tempo, era come la fiamma ‘eterna’ che vediamo oggi in alcuni monumenti nazionali) ... Questa ‘lampada occidentale’ doveva essere tenuta accesa per tutto il tempo. Per questo motivo, i sacerdoti tenevano apposta dei serbatoi di olio d’oliva e altri strumenti pronti per fare in modo che la ‘lampada occidentale’ (in qualsiasi circostanza) fosse lasciata accesa. Ma cosa successe nei quaranta anni e l’anno stesso che il Messia disse che il Tempio fisico sarebbe stato distrutto? Ogni notte per quarant’anni la lampada occidentale si spegneva e questo nonostante i sacerdoti ogni sera la preparassero in modo speciale affinché rimanesse costantemente accesa per tutta la notte!” (Il significato dell’anno 30 d.C., Ernest Martin, Ricerca Aggiornamento, aprile 1994, p. 4).
Anche in questo caso, le probabilità che la lampada si spegnesse continuamente sono astronomiche.
Qualcosa di straordinario stava succedendo. La “luce” della Menorah rappresenta il contatto con Dio. Il suo Spirito e la sua presenza erano ora rimosse. Questa speciale dimostrazione si verificò a partire dalla crocifissione del Messia!
Dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente ragionevole che non esiste un modo naturale per spiegare tutti questi quattro segni connessi con l’anno 30 d.C. L’unica spiegazione possibile, deve essere soprannaturale.
Dopo il 30 d.C., e la morte del Messia, cominciarono a intervenire grandi difficoltà e prove impressionanti sulla nazione ebraica. Gesù stesso predisse ciò. Come Egli fu condotto via per essere crocifisso, Gesù mise in guardia le donne di Gerusalemme:
“Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: 'Figlie di Gerusalemme, non piangete su di Me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Già, perché verranno giorni nei quali si dirà, ‘Beate le sterili, i grembi che non hanno portato e i seni che non hanno allattato!’. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’. E ai colli: ‘Copriteci!’. Perché se fanno queste cose al legno verde, che cosa sarà fatto a quello secco?'.” (Luca 23:28-31).
Quando diamo uno sguardo obiettivo agli eventi del 30 d.C., chi può mettere in dubbio che quello fosse davvero l’anno della crocifissione e della risurrezione del vero Messia, mandato da Dio a Israele? Chi può negare che Egli è l’unico e solo vero Messia? Chi altro ha adempiuto a tutte le profezie del Vecchio Testamento - tra cui la straordinaria profezia di Daniele al capitolo 9 e le ‘‘70 settimane’’- giungendo nello stesso anno previsto per la venuta del Messia?
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by Nicholas Federoff (Dr. T. Peterson, Editor) - Traduzione a cura di Viandante

Fonte: Chiesa e postconcilio, 15.5.2013. Il testo è anche ripreso da Maurizio Blondet qui. Quello originale in inglese è qui.
Il testo originale aggiunge una postilla, della quale riportiamo una nostra traduzione:

Commento aggiuntivo dei visitatori
di T. Peterson, Ph.D.
Direttore, WindowView.org

Abbiamo ricevuto risposte a questo articolo da tutto il mondo. Un commento in particolare aggiunge al contenuto sopra in modo significativo. Mentre presentiamo questo senza ulteriori conferme, riteniamo che la fonte sia credibile e l’informazione semplicemente aumenti le prove. Quanto segue viene dai Paesi Bassi:

È bello fare commenti dal Talmud e dal Midrash ed uscire per vedere fatti storici interessanti, in questo caso con il filo cremisi di Yom HaKipurim.
Un testo potrebbe essere aggiunto:
«ed è stato inoltre insegnato: ‘Per quaranta anni prima della distruzione del Tempio, il filo scarlatto non divenne mai bianco, ma rimase rosso’» (Bavli Rosh Hashanah 31b).
E secondo la mia ricerca del testo: “Ha detto Rabban Yohanan Ben Zakkai al Tempio, ‘O Tempio, perché ci spaventi? Sappiamo che finirai per essere distrutto, perché è stato detto: Apri le tue porte, o Libano, che il fuoco possa divorare i tuoi cedri’ (Zaccaria 11:1)” non proviene dal trattato del Talmud Yerushalmi Sota, ma da Yoma 6:3 [33b], direttamente dopo
“Quarant’anni prima della distruzione del Tempio, la luce occidentale uscì, il filo cremisi rimase rosso, e la sorte per il Signore venne sempre nella mano sinistra. Chiudevano le porte del Tempio di notte e si svegliavano al mattino e le trovavano spalancate” (anche da Yoma 6: 3 [33b]).
Calorosi saluti,
Sam

lunedì 28 marzo 2016

L’eresia regna sovrana nella Casa Pontificia! Lutero, Cantalamessa, e la Resurrezione dal modernismo

Sembra quasi di vivere un incubo. Pare realizzarsi il terribile vaticinio di Lutero contro il Papato e la Chiesa. Egli, seduto in Eisleben (oggi Lutherstadt Eisleben) alla mensa lautissima dei conti di Mansfeld, tracannando i migliori vini del Reno e riempiendosi il ventre delle carni di prelibate selvaggine, beffeggiava grossolanamente sia il Papa sia l’Imperatore sia i monaci; e sporchi lazzi faceva pure sul conto del diavolo, che aveva sempre nella bocca e nel cuore: quando, levatosi a un tratto di tavola, andò a scrivere, fra le risa di tutti i convitati, col gesso su una parete questo verso: Pestis eram vivus, moriens tua mors ero, Papa (così riferisce, R. P. Raffaele Ballerini S.J. , Chi fosse Martin Lutero, in La Civ. catt., a. XXXIV, serie XII, vol. IV, 1883, p. 270). Poco tempo dopo, il 22 febbraio del 1546, egli moriva soffocato dall’asma, disperandosi per sentirsi derelitto da Gesù Cristo e dannato.
Tuttavia, quel sinistro vaticinio pesa. Ed è singolare che oggi Roma si chini a questo funesto personaggio, causa della probabile dannazione di molti popoli!
Per cui, desta non poco sconcerto che il “predicatore della casa pontificia”, tale sig. Cantalamessa, si metta ad esaltare – per giunta durante la Predica del Venerdì Santo – la figura e gli errori di questo eresiarca, dando ad intendere che la Chiesa ed il suo Magistero avevano, per secoli, smarrito la luce della verità sul significato della giustificazione e che senza l’opera dell’eresiarca non l’avremmo riscoperto! C’è davvero da trasecolare.
Ma cediamo alle debite spiegazioni di P. Morselli sul punto.

Lutero, Cantalamessa, e la Resurrezione dal modernismo

di don Alfredo Morselli


L’ultima predica del venerdì santo 2016, pronunciata nella basilica di S. Pietro dal P. Raniero Cantalamessa, contiene affermazioni che feriscono profondamente il cuore dei buoni cristiani.
Si tratta di un’interpretazione falsa della dottrina della giustificazione di Lutero, ascrivendo allo stesso eresiarca un merito, quando invece il suo pensiero in materia è un grandissimo errore contro la Misericordia divina.
Riporto le gravi affermazioni del Predicatore della Casa Pontificia:
“…la giustizia di Dio è l’atto mediante il quale Dio rende giusti, a lui graditi, quelli che credono nel Figlio suo. Non è un farsi giustizia, ma un fare giusti. Lutero ha avuto il merito di riportare alla luce questa verità, dopo che per secoli, almeno nella predicazione cristiana, se ne era smarrito il senso. E’ di questo soprattutto che la cristianità è debitrice alla Riforma, di cui il prossimo anno ricorre il quinto centenario. “Quando scoprii questo, scrisse più tardi il riformatore, mi sentii rinascere e mi pareva che si spalancassero per me le porte del paradiso”. Ma non sono stati né Agostino né Lutero a spiegare così il concetto di “giustizia di Dio”; è la Scrittura che lo ha fatto prima di loro…”

Perché queste affermazioni sono così gravi? 
Quando insegno il catechismo ai bambini della I Comunione, e devo loro spiegare cosa vuol dire che la Grazia ci fa santi, faccio loro questo esempio:
“Una ricca signora aveva nella sua villa due domestiche: una si chiamava Linda l’altra Polverosa. Quando Polverosa spazzava, non avendo voglia di portare via la sporcizia, la nascondeva sotto il tappeto. Invece Linda puliva a fondo e portava via subito nell’inceneritore lo sporco raccolto. Chi delle due è la domestica migliore?”

I bambini rispondono in coro: “Linda!”
Al che pongo una seconda domanda:
“Secondo voi, quando Gesù ci lava con il suo Sangue nel Battesimo e nella Confessione, distrugge i nostri peccati per davvero, oppure li mette sotto un tappeto, facendo finta di non vederli?”

E i bambini in coro: “Li distrugge!”
Adesso traduco il tutto per i lettori “grandi”. Polverosa rappresenta la dottrina della giustificazione di Lutero, l’imputazione estrinseca della giustizia: secondo questa teoria (1), il buon Dio non distruggerebbe i peccati dell’uomo, ma gli imputerebbe - estrinsecamente e arbitrariamente - la sua giustizia; è così il predestinato (colui a cui è capitato in mano il più fortunato dei gratta e vinci, nella lotteria del servo arbitrio) si ritrova ad essere simul iustus et peccator, nello stesso tempo giusto e peccatore.
La giustificazione dell’uomo si riduce così ad essere un velo pietoso su un cadavere putrefatto.
Come può permettersi di asserire, il noto frate cappuccino, che “Lutero ha avuto il merito di riportare alla luce questa verità”?
Ad errore particolarmente grave, lo Spirito Santo ha suggerito a suo tempo un formidabile antidoto: il decreto sulla giustificazione (la Linda dell’aneddoto), promulgato dal Concilio di Trento, in data 13 gennaio 1547:
“Mediante la libera accettazione della grazia, l’uomo da ingiusto diventa giusto, da nemico amico, ed erede secondo la speranza della vita eterna”.
Possiamo e dobbiamo dunque credere fermamente che il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, ogni qual volta gli chiediamo perdono, distrugge radicalmente i nostri peccati, bruciandoli nel fuoco della fornace ardente della carità del suo Cuore; giacché una sola goccia del suo Sangue - che pur Egli ha voluto versar tutto quanto ne scorreva nel suo Corpo -salvum facere totum mundum quit ab omni scelere, può salvare tutto il mondo (e non solo pochi predestinati), da ogni peccato (numero, genere, varietà e profondità di radicamento nell’anima).
Questo i cattolici credono; Lutero non lo ha mai creduto.
Il pensiero di Lutero, tanto decantato dal P. Cantalamessa, è quanto di più subdolo si possa opporre alla vera Misericordia di Dio, quasi che questa possa lasciare il peccatore nella sua miseria, simul obiectum misericordiae et peccator; la vera misericordia non è quella che semplicemente ha compassione di Maria di Magdala, ma quella che ha fatto di lei un grandissima santa, avendone cacciato sette demoni; è quella che ha fatto sì che il ladrone Disma, che aveva riconosciuto la giustezza del supplizio a cui era sottoposto, entrasse per primo in Paradiso tra i figli di Adamo; è quella che ha fatto, del soldato che ha colpito - a nome di tutta l’umanità peccatrice - il Divin Cuore, San Longino...
La radicale sfiducia nella grazia di chi ha pur fatto del sola gratia la sua bandiera, fa capolino negli interventi di chi vuole sovvertire la dottrina della Chiesa sull’Eucarestia e sul matrimonio; si rivede un radicato pessimismo nei confronti di quei fratelli verso i quali si vorrebbe esercitare la misericordia. Da un lato le persone con tendenza omosessuale e i divorziati risposati sarebbero soggetti ad una concupiscenza invincibile - sempre di sapore luterano - giansenista -, per cui si ha persino paura a proporre loro la Verità di Cristo; dall’altro lato si dimentica che non c’è più nessuna condanna per coloro che sono di Cristo Gesù, che cioè la Misericordia di Dio non solo ci accoglie come siamo (lasciandoci simul iusti et peccatores), ma ci vuole veramente liberare, guarire, bruciare il nostro stato di peccato... far di noi dei grandi santi.
“Anziché gustarmi il gaudio della Resurrezione - mi vien da dire - mi ritrovo con le mani in mezzo alla sporcizia?”
Mi rispondo: “Gesù, attendo in questa notte non solo la Tua Resurrezione, ma anche quella della tua Chiesa. Lo so che questa, a differenza Tua, non è mai morta e non può morire; ma come il Tuo Corpo unito alla Divinità giaceva tutto legato dalle bende, così il Corpo della Chiesa, pur non esanime, giace come legato dai lacci del modernismo.
Come il Tuo Corpo reale è passato attraverso le bende, che non lo hanno potuto imprigionare, così il Tuo Corpo mistico possa svincolarsi oggi dai lacci del modernismo.
Buona Pasqua a tutti!

NOTE

(1) Riprendo qui ampi stralci di un mio precedente articolo: L’imputazione estrinseca della misericordia.

Fonte: blog MiL, Messa in latino, 27.3.2016

domenica 15 novembre 2015

Dio è misericordioso ma è anche giusto. Ce lo ricorda S. Alfonso M. de' Liguori

Qualche giorno fa riportavamo un aforisma di S. Alfonso. Ora ne riproduciamo per intero il testo da cui era tratto:


Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (cap. 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: “Vis, imus, et colligimus ea?” Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: “In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum”. Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co’ peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: “Desperando, et sperando”. Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: “Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam”. Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?
Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. “Bonus est Deus, faciam quod mihi placet”, ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino (Tract. 33. in Io.). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.
Non dire, dice il Signore: Sono grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. “Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur” (Eccli. 5. 6). Nol dire, dice Dio; e perché? “Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius” (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che sono le miserazioni) sono finiti. Dio è misericordioso ma è anche giusto. “Ego sum iustus, et misericors”, disse il Signore un giorno a S. Brigida; “peccatores tantum misericordem me existimant”. I peccatori, scrive S. Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: “Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare”. Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P.M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. “Et misericordia eius timentibus eum”, come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: “Qui verus est in promittendo, verus est in minando”.
Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; “Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur” (Hom. 50. ad Pop. Antioch.). Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: “Sperat, ut peccet; vae a perversa spe” (In Ps. 144). Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. “Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit”. Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo!
Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesu-Cristo: “Fidit in lenitate magistri”. In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de’ cristiani (parlando degli adulti) si danna: “Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam” (Matth. 7. 13).
Chi offende Dio colla speranza del perdono, “irrisor est non poenitens”, dice S. Agostino. Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: “Deus non irridetur” (Galat. 6. 7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. “Quae enim seminaverit homo, haec et metet” (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. “Maledictus homo qui peccat in spe”. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: “Et spes illorum abominatio” (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono. (cfr. op. cit., Considerazione XVII – Abuso della divina misericordia, Punto I).

Fonte: S. Alfonso M. de’ Liguori, Apparecchio alla Morte cioè Considerazioni sulle Massime Eterne Utili a tutti per meditare, ed a’ sacerdoti per predicare, in “OPERE ASCETICHE” Vol. IX, CSSR, Roma 1965