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sabato 29 giugno 2019
domenica 23 settembre 2018
Il magistero della Chiesa sulla questione della nomina del vescovi in Cina. Un aforisma di Pio XII
Fonte: Pio XII, Lett. enc. Ad Apostolorum principis, 29.6.1958.
Cfr. Id., Lett. enc. Ad Sinarum Gentem, 7.10.1954.
Sul recente "accordo": cfr. M. Tosatti, Dispacci (disperati) dalla Cina. Siglato l'accordo. Non può essere vero. Una burla? O sono diventati matti?, in Stilum Curiae, 23.9.2018; A. M. Valli, Cina-Vaticano: un accordo, tante domande, in Blog Aldo Maria Valli, 22.9.2018; S. Mosher, Expert condemns Vatican for ‘betrayal’ in secret agreement with Communist China, in Lifesitenews, Sept. 22, 2018; D. Montagna, Vatican signs ‘provisional agreement’ with China on appointment of bishops, ivi; P. B. Craine, Cardinal Zen pans new Vatican statement on China: ‘saying nothing with many words’, ivi; P. Ticozzi: 'Il governo cinese vuole il controllo assoluto sulla Chiesa', in Chiesa e postconcilio, 21.9.2018; Card. Zen sull'accordo Cina-Vaticano: Dire niente con tante parole - Card. Joseph Zen Ze-kiun, ivi, 23.9.2018; M. Matzuzzi, Che cosa sappiamo dello storico accordo tra il Vaticano e la Cina, in Il Foglio, 23.9.2018.
giovedì 6 settembre 2018
domenica 20 maggio 2018
La Madonna e lo Spirito Santo. Un’ineffabile unità sponsale
Dieci giorni dopo la sua ammirabile Ascensione, Gesù Cristo, manda agli Apostoli lo Spirito Santo, “che procede dal Padre e dal Figlio” (e non solo dal Padre!), illuminandoli su tutte le verità della fede, ricordando loro le parole del Divin Maestro, santificandoli in grazia e rivestendoli di una forza sovrannaturale. Lo Spirito Santo è sempre presente nella Santa Chiesa, ne è l’anima, l’ispira e la dirige nella sua missione evangelizzatrice verso tutte le genti, verso i Giudei come verso i Pagani. Anche i battezzati sono fatti Tempio dello Spirito Santo: guardiamoci dall’estinguere in noi il fuoco del Paraclito coi peccati e lasciamoci guidare dalle sue divine ispirazioni.
In questa festa di Pentecoste non possiamo non considerare ed esaltare Colei, che dello Spirito Santo fu Sposa e portatrice nel senso vero del termine, Colei, cioè, che è «più venerabile dei Cherubini», che ebbe un’unione con lo Spirito Santo in un grado tale da superare ogni misura. Ecco cosa diceva di Lei san Francesco d’Assisi, in una sua preghiera alla Vergine Maria: «Santa Madre vergine, non è mai nata al mondo una tra le donne simile a te, figlia ed ancella dell’altissimo Re e Padre celeste, madre del santissimo Signore nostro Gesù Cristo, sposa dello Spirito Santo». Fu il Santo di Assisi a chiamare la Madre di Dio, per la prima volta, “sposa dello Spirito Santo”. A lui fecero eco poi san Luigi M. Grignion de Montfort, sant’Alfonso M. de Liguori nel sec. XVIII ed, infine, san Massimiliano Kolbe. In onore della Madonna, che ebbe un’unione tutta particolare con lo Spirito Santo, rilanciamo il seguente contributo.
La Madonna e lo
Spirito Santo. Un’ineffabile unità sponsale
di Rosario Silesio
L’Oriente cristiano chiama “pneumatofori”,
portatori dello Spirito Santo, quegli uomini santissimi che avendo raggiunto la
perfezione possono fare da maestri nello spirito e intercedere come mediatori
presso Dio per i fedeli. Tale titolo si addice sommamente alla Vergine
Immacolata...
Un matrimonio per la pace
Il peccato originale causò la
perdita dell’amicizia tra Dio e gli uomini, causò la ribellione delle misere
creature. La pertinacia nel peccato offende Dio, il quale è la Verità, dunque
infinita giustizia: Egli non può chiudere gli occhi alle offese fatte a Lui.
Per questo mandò l’angelo per avvisare gli uomini: «Guai, guai, guai agli
abitanti della terra» (Ap 8,13). Questo triplice “guai” – in latino vae
– era visto dai medievali come l’antitesi all’Ave pronunciato dall’arcangelo
Gabriele alla Madonna nel giorno dell’Annunciazione. Il nome del arcangelo
Gabriele significa infatti “Dio-Forte”, perché il suo annunzio mostrò la
fortezza di Dio, la fortezza della sua grazia, che devastò i cuori induriti e
creò i santi sulla terra, la quale senza il suo intervento sarebbe stata
destinata alla perdizione.
A livello politico e sociale, se
due regni sono in guerra, basta che si concluda un matrimonio tra due principi
dei medesimi e allora tra i regni torna a regnare la concordia. Così il
matrimonio tra Maria e Iddio porta la pace e la riconciliazione tra Dio e gli
uomini. Ci sono due cause di questo matrimonio – insegna san Lorenzo da
Brindisi –: l’amore di Dio e la divina bellezza di Maria. Una Bellezza, che si
esprime nelle parole piena di grazia, che significa senza macchia di peccato,
piena di ogni beneplacito divino. «Hai trovato grazia presso Dio»: ecco la
risposta d’amore di Dio verso Maria. Nella Santissima Trinità lo Spirito Santo
viene chiamato Amore, ed è pertanto proprio Lui lo Sposo di Maria, che si è donato
completamente a Lei.
Un matrimonio fecondo
All’interno della Santissima
Trinità lo Spirito Santo non ha fecondità, in quanto Esso procede dal Padre e
dal Figlio e da Lui non procede nulla (1). Lo Spirito Santo non può dunque
avere autorità sopra la Persona divina del Figlio, perché da esso procede.
Tuttavia Gesù applicò a sé le parole del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore
è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione» (Lc 4,18). L’autorità
dello Spirito Santo su Gesù si fonda dunque su qualcos’altro, cioè sul mistero
dell’Incarnazione. Così come Maria, essendo la Madre di Gesù, fu l’educatrice
della santissima Umanità del Verbo, ugualmente lo Spirito Santo si posò su
Gesù, abitando nella sua anima umana, santificandola sempre di più e sviluppando
in essa tutte le meraviglie di grazia (cf. Lc 2,52). Maria formava “l’uomo
esteriore” per facilitare allo Spirito Santo la sua divina formazione
interiore.
Profetizzando l’Incarnazione del
Verbo il profeta Isaia disse: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un
virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo Spirito del
Signore» (Is 11,1-2). San Bernardo commentando questa profezia disse: «Il fatto
che lo Spirito del Signore si sia posato su di Lui, dimostra che in Lui non vi era
nulla che lo contrastasse. In noi, infatti, siccome lo spirito non è affatto superiore,
non si posa, dal momento che la carne lotta contro lo spirito e lo spirito
contro la carne». Le stesse parole possono essere applicate all’Immacolata.
Anche in Lei non si trova niente che potrebbe contrastare lo Spirito Santo,
infatti dice il Dottore Mellifluo: «Colei che ignora la concupiscenza viene
riempita di grazia affinché, per la venuta in Lei dello Spirito Santo, Lei che
ha sdegnato qualunque rapporto con l’uomo, possa dare alla luce il Figlio dell’Altissimo».
Così in Maria lo Spirito Santo trova la sua fecondità. Dice san Massimiliano:
«Maria Immacolata, sempre piena di grazia e piena di Dio, in due circostanze è
stata investita dallo Spirito Santo, a Nazareth nel giorno dell’Annunciazione,
e nel cenacolo, il giorno di Pentecoste, quando era in preghiera con gli
Apostoli, con i discepoli e con i primi cristiani. La prima volta diventa Madre
di Gesù. Ma Gesù è il Redentore, Capo del Corpo Mistico e noi siamo sue membra.
La seconda volta, a Pentecoste, Maria Santissima diviene Madre nostra, secondo
il testamento di Gesù morente, per generarci alla grazia, riceve dallo Spirito
Santo la potenza d’amore materno verso tutti gli uomini suoi figli, e comincia
la sua missione nella Chiesa come Maestra degli Apostoli, esempio e guida dei
cristiani, conforto e sostegno dei perseguitati e dei martiri» (2).
La Pneumatofora
In Oriente la Madonna viene
chiamata Pneumatofora, portatrice dello Spirito Santo. Con questo titolo
in antichità erano chiamati gli uomini santissimi. Anzitutto i monaci d’Egitto,
che raggiungendo la perfezione, potevano fare da maestri nello spirito,
compiere i miracoli ed invocare la clemenza di Dio sul popolo cristiano – fare
cioè da mediatori, espiatori tra Dio e i fedeli –. Il titolo di Pneumatofora
si applica dunque in modo sommo all’Immacolata. «Tutte le anime ricevono le
grazie dallo Spirito Santo, il quale dimora nelle anime dei giusti. Se è così
allora Egli dimora nell’anima dell’Immacolata in modo più perfetto. Ella è
divinizzata. Il titolo di Sposa con il quale la chiamiamo è solo un’ombra
lontana della realtà. Lo Spirito Santo ha formato in Lei l’Umanità di Gesù in
modo miracoloso. L’anima dell’Immacolata è totalmente divinizzata. La sua relazione
con la Santissima Trinità nell’ordine soprannaturale è straordinaria e le
deriva dal titolo di Madre di Dio. Madre Santissima è quasi Complemento della
Santissima Trinità. Se Gesù dice alle anime dei giusti: “Noi verremo a lui e
prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23), quale differenza ci sarà tra l’inabitazione
della Santissima Trinità in noi e nella Madre Santissima?» (CK 160). Per questo
san Massimiliano sostiene che lo Spirito Santo si manifestò attraverso Maria.
Chiama Maria «quasi-incarnazione dello Spirito Santo». Chiunque vuole sapere
com’è lo Spirito Amore, la Terza Persona della Trinità, fissi lo sguardo su
Maria, perché in Lei risplende in maniera perfettissima tutto il Suo agire, la
Sua misericordia, dolcezza, clemenza, fortezza e santità. «Gesù Cristo ha due
nature: quella divina e quella umana, unita in una sola Persona divina. L’Immacolata
è così strettamente unita allo Spirito Santo, che non lo possiamo capire.
Possiamo dire, in un certo senso, che lo Spirito Santo e l’Immacolata sono “due
persone” e “misticamente una cosa sola” grazie alla loro stretta unione. Di
conseguenza tutte le grazie che scorrono da Dio Padre attraverso il Figlio e lo
Spirito Santo passano attraverso la Madre Santissima e per questo Lei è la
Mediatrice» (CK 39).
La Madre della Chiesa
Se Maria Santissima rende in
qualche modo fecondo lo Spirito Santo, generando nel suo grembo il Cristo, non
va però dimenticato che Cristo è il Primogenito degli eletti e il Capo della
Chiesa. Secondo il pensiero dei Padri, la Chiesa è stata concepita all’Annunciazione,
in quanto corpo del Capo Mistico che è Cristo; poi è stata partorita sul
Calvario, nelle “doglie” di dolore di Maria Santissima, resa madre del genere
umano, presso la croce; infine, però, la Chiesa è divenuta veramente tale solo
a Pentecoste quando su di Essa, per la mediazione dell’Immacolata, sono stati
effusi gli abbondanti doni dello Spirito Santo. Ella dunque, in quanto Sposa
dello Spirito Santo, non è solo a giusto titolo Madre di Cristo e quindi Madre
di Dio, ma anche vera Madre della Chiesa. Proprio per questo dobbiamo celebrare
come lieto evento l’introduzione nel calendario liturgico della festa di Maria
Madre della Chiesa, fissata ogni anno per il lunedì successivo alla Pentecoste,
per segnalare il legame strettissimo tra questa Solennità e il ruolo di Maria
Santissima verso la Chiesa. Il cardinale Robert Sarah, promulgando in nome di Francesco il decreto sulla nuova memoria nel calendario liturgico, scrive:
«Premurosa guida della Chiesa nascente, Maria iniziò pertanto la propria
missione materna già nel cenacolo, pregando con gli Apostoli in attesa della
venuta dello Spirito Santo (cf. At 1,14). In questo sentire, nel corso dei
secoli, la pietà cristiana ha onorato Maria con i titoli, in qualche modo
equivalenti, di Madre dei discepoli, dei fedeli, dei credenti, di tutti coloro
che rinascono in Cristo e anche di “Madre della Chiesa”».
NOTE
1) Cf. San Luigi M. Grignion de Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 20 e 21.
1) Cf. San Luigi M. Grignion de Montfort, Trattato della vera devozione a Maria, n. 20 e 21.
2) Le Conferenze di san
Massimiliano M. Kolbe, Casa Mariana Editrice, Frigento 2014, n. 67, (sigla
CK).
domenica 15 aprile 2018
martedì 13 febbraio 2018
"Magna cum laetitia" ..... per sorridere un po' ....
Finalmente
un motu proprio sull’uso conviviale delle chiese ….!
Un
nostro amico ed affezionato lettore, preso dallo spirito carnacialesco del
martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale, ha ludicamente immaginato che
l’odierno vescovo di Roma, .. anche lui in vena di far scherzi ai fedeli (e si
sa che … a Carnevale, ogni scherzo vale), si fosse deciso finalmente (?)
a pubblicare un documento col quale regolamentare l’uso, secolare e mondano,
dei pranzi/cene nelle chiese, cattedrali e basiliche.
Per
il momento, lo ribadiamo, si tratta di uno scherzo, di un gioco, di una burla,
cioè di un componimento in tono scherzoso e faceto, a metà strada tra il latino
ed il maccheronico. Lo stesso titolo «Magna cum laetitia» evoca nel gergo romanesco l'azione del “mangiare”.
Un
componimento, dunque, scherzoso, ma che, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbe
far riflettere sulla presunta serietà delle motivazioni addotte dai sostenitori
di quest’uso mondano dei luoghi sacri.
Poi,
magari, chissà, il vescovo di Roma potrebbe trovare lo scritto così ben congegnato
da trasfonderlo in un vero motu proprio. In quel caso, non ci sarà molto
da ridere.
Per
ora: buon divertimento … E, ovviamente, buon pranzo!
FRANCISCUS PP.
LITTERAE APOSTOLICAE
MOTU PROPRIO DATAE
MAGNA CUM LAETITIA
Magna cum laetitia in dominica die prima mensis octobris,
anno Domini MMXVII, Nos concludi in civitate Bononiarum, Dioecesano Eucharistico
Congressu cum prandium in Basilica Sancti Petronii [1]. Quid gaudium videre tot
in hoc domus: in medio, et in contione.
Ecclesia omnium est! Domus Populi est!
In hac domo, ubi plerumque celebratur mysterium
Eucharistiae, in mensa, in qua ponatur panis et vinum fiunt Corpus et Sanguinem
Iesu, contritum et effudit pro multitudine hominum, quod Ipse amat, sit set
semper a mensa amoris qui opus!
Ut dictum – cum particularem – Andreas Tornielli,
dilectus filius noster, Evangelium est plena scaenae, ut describere Iesus ad
mensam [2]: iustus eius sedentes ad mensam cum publicans et peccatores causando
scandalum. Eucharistia se erat instituta circa a mensa posita ad prandium.
Sanctus Ioannes Chrysostomus, Pater Ecclesiae, veneranda per catholicae et orthodoxae
ecclesiae, scripsit: «Vis ad honorem Corporis Christi? Non
ignorare eum, cum ipse nudus. Non despicias eum homagium in templo vestiti
sericis, nisi tunc ad negligere eum extra, ubi ipse patitur frigore et
nuditate. Qui dixit: “Hoc est Corpus meum”, idem est, qui dixit: “vidisti me
esurientem et pavimus me”, et “Quid fecisti minimis fratribus meis, mihi
fecistis”… Quid boni est, si autem extra mensam eucharisticam cumulatur cum
aurea chalices, cum frater tuus est mori fame? Satus per satisfaciunt Eius fame
et tunc, si quid est, reliquit ut ornare altare tam».
Haec verba Ioannes Chrysostomus testificantur
indissolubilem nexum inter ministerium ad altare, eucharistiae et caritas, amor
pro aliis, et pro pauperibus, ut legitur in Communio, theologica acta (certe
non subversiva) anni Domini MMIX: «Relationem illustrat, in Scripturis tam
argumentum messianici convivium, in quo ultimum saturabuntur».
Prandium in oppido erat communis in prima christianae
generationes, et cum communitate conventus cum apostolica temporibus. Narrat
Sanctus Ioannes Chrysostomus: «In ecclesiis erat consuetudo, quae fuit
admirabile: pro fidelibus, congregati sunt simul, semel, ut audivimus, Verbum
Dei, participes in omnibus ritu preces et tunc ad sancta mysteria. In fine
conventus, instead of iens recta domum, dives, qui erant de adducere commeatus
abunde, invitaverunt pauperes et omnes sedit in eadem mensa, et non
praeparavit, in eadem ecclesia, et in omnes, sine distinctione, comedit, et
bibit de eadem. Hoc potest intelligi, quomodo communis mensa, sanctitatem loco,
fraterna caritas, quae manifestavit se ubique factus est pro unoquoque perennis
fons, unde gaudium et virtutem».
Non inopia singula praescripta, dicit Communio, pro his
prandia, quae saepe sunt etiam assistat episcopo, ut suadeant imago quaedam a
«liturgia amoris». Etiam Gregorius Magnus, Episcopus Romanus ad finem quarto
saeculo, aperit fores Ecclesiae, ut pascat pauperem, at difficile tempus in
urbe, quo per vim et per condiciones extrema necessitate. Papa Gregorius est
“triclinium pauperum”, caupona pro pauperibus, in oratorium Sanctae Barbarae,
deinde ad eius commorationis in Celio. In medio parva ecclesia, constructa a
magna marmorea tabula, ubi ipse Pontifex, omni die, servit farinam ad duodecim
pauperes populi.
Etiam in basilica S. Petri – non cursu, sed vetus
constantinianam – vidit prandia, quae sunt similia. S. Paulinus nolanus, qui
vixit inter IV et V saeculo, narrat prandium pauperibus obtulit in basilica
Sancti Petri in Vaticano a romano Pammachius, senator. Senator, qui est
conversus ad christianitatem, obtulit prandium in memoriam eius defuncti uxor.
Episcopus Paulinus, cum his verbis, laudat et confirmat opus eius amicus: «Te
radunasti in basilica Apostoli [Petri] per multitudinem pauperum, qui sunt in
patronos animarum nostrarum, ut tota urbe Roma, mendicans vivere... ut Mihi
videtur, ad omnes illas turbas populi, miserem gregem in magna exercitus, imo
ingentem basilicam gloriosi Petri... quod pulchra visum fuit ».
Prandium in ecclesia – sicut quod consuete praebet
Communitatis de Sancto Aegidio pauperibus in die Natalis domini, in basilica
Santctae Mariae in Trastevere – remansit, eximium eventus, ex quo erat loco pro
liturgia et in oratione; cum Nos nuper diximus, “cum certitudine et cum
magisteriale auctoritate reformatio liturgica letalis esse” [3], Nos
decernimus, ut amodo in locis cultus, quos sanctificationem, sunt in ordinaria
via sit amet, convivium rerum, ubi nemo est aut sentit excluditur, nec cura,
non inmemor, quod sunt tempora, in quibus in ecclesiis, ad esse beatus ante
Palio de Senensis, ingressus etiam equos.
Ut Dominus nos benedicat, et nos omnes, et auxilium
nobis, ut movere deinceps in itinere vitae. Et bonum appetitus!
Datum Romae, apud Sanctum Petrum, die decimatertia mensis
februarii, anno Domini MMXVIII, Pontificatus Nostri quarto.
FRANCISCUS
PP.
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LETTERA
APOSTOLICA
DI SUA
SANTITÀ FRANCESCO
“MOTU PROPRIO DATA”
MAGNA CUM
LAETITIA
SULL’USO
CONVIVIALE DEI LUOGHI DI CULTO
Con
grande gioia domenica 1 ottobre 2017 abbiamo concluso a Bologna il Congresso
Eucaristico Diocesano con un pranzo nella Basilica di San Petronio [1]. Che gioia vederci in
tanti in questa casa: al centro e assieme.
La Chiesa è di tutti! È
la Casa del Popolo!
In questa casa, dove normalmente
si celebra il mistero dell’Eucaristia, la mensa sulla quale è deposto il pane e
il vino che diventano il Corpo e il Sangue di Gesù, spezzato e versato per la
moltitudine di uomini che Egli ama, apparecchiamo sempre una mensa di amore per
chi ne ha bisogno!
Come ha
– con particolare interesse – fatto osservare Andrea Tornelli, nostro diletto
figlio, il Vangelo è pieno di scene che descrivono Gesù a tavola [2]: proprio
il suo sedersi a mensa con pubblicani e peccatori provoca scandalo. La stessa eucaristia
viene istituita attorno a una tavola imbandita per la cena. San Giovanni
Crisostomo, Padre della Chiesa venerato dalle chiese cattolica e ortodossa,
scriveva: «Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova
nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi
trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Colui che ha detto: “Questo è
il mio Corpo”, è il medesimo che ha detto: “Voi mi avete visto affamato e non
mi avete nutrito”, e “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli
lo avete fatto a me”... A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica
di calici d’oro, quando Lui muore di fame? Comincia a saziare Lui affamato, poi
con quello che resterà potrai ornare anche l’altare».
Queste parole di
Giovanni Crisostomo attestano il legame indissolubile tra il servizio all’altare,
l’eucaristia e la carità, l’amore per gli altri e per i poveri,
come si legge in un numero del 2009 della rivista teologica (non certamente
eversiva) Communio:
«Un legame sottolineato nelle Scritture così come il tema del banchetto
messianico, in cui gli ultimi saranno saziati».
Il pranzo in comune era
frequente nelle prime generazioni cristiane e accompagnava la riunione della
comunità fin dai tempi apostolici. Narra San Giovanni Crisostomo:
«Nelle chiese c’era un’usanza ammirevole: i fedeli, riunitisi, una volta
ascoltata la Parola di Dio, partecipavano tutti alle preghiere di rito e poi ai
santi misteri. Alla fine della riunione, invece di tornare subito a casa, i
ricchi, che si erano preoccupati di portare provviste in abbondanza, invitavano
i poveri e tutti si sedevano a una stessa tavola, apparecchiata nella chiesa
stessa e tutti senza distinzione mangiavano e bevevano le stesse cose. Si
comprende come la tavola comune, la santità del luogo, la carità fraterna che
si manifestava dappertutto diventavano per ognuno fonte inesauribile di gioia e
di virtù».
Non mancano,
ricostruisce Communio,
disposizioni dettagliate per questi pranzi, cui spesso partecipa anche il vescovo,
tanto da suggerire l’immagine di una sorta di una «liturgia della
carità». Anche
Gregorio Magno, Vescovo di Roma alla fine del IV secolo, apre le porte della
Chiesa per far mangiare i più poveri, in un momento difficile per la sua città,
segnata da violenze e da situazioni di bisogno estremo. Papa
Gregorio allestisce il “triclinium pauperum”, una mensa per i
poveri, nell’oratorio di Santa Barbara, accanto alla sua residenza al Celio. Al
centro della piccola chiesa venne costruito un grande tavolo di marmo dove lui
stesso, il
Papa, ogni giorno, serve il pasto a dodici poveri.
Anche la basilica di San Pietro - non quella attuale, ma quella
precedente costantiniana - ha visto pranzi simili. San Paolino da Nola,
vissuto tra il IV e il V secolo, racconta un pranzo per i poveri offerto nella
basilica di San Pietro in Vaticano dal senatore romano Pammachio. Il senatore,
convertitosi al cristianesimo, offrì un pranzo in memoria della moglie
scomparsa. Il vescovo Paolino con queste parole loda e sostiene l’opera dell’amico:
«Tu radunasti nella basilica dell’Apostolo [Pietro] una moltitudine di poveri,
patroni delle anime nostre, che per tutta la città di Roma chiedono l’elemosina
per vivere... Mi sembra di vedere tutte quelle moltitudini di gente misera
affluire a sciami in grandi schiere, fino in fondo all’immensa basilica del
glorioso Pietro... che lieto spettacolo era quello».
Il pranzo in chiesa – come quello che tradizionalmente offre
la Comunità di Sant’Egidio ai poveri il giorno di Natale nella basilica di
Santa Maria in Trastevere – è rimasto un evento eccezionale, dato che si
trattava di un luogo destinato alla liturgia e alla preghiera; avendo Noi
recentemente affermato “con sicurezza e con autorità magisteriale che la
riforma liturgica è irreversibile” [3], decretiamo che d’ora in avanti i luoghi
di culto, compresi i santuari, possano in via ordinaria essere usati per eventi
conviviali, dove nessuno è o si senta escluso, compresi gli animali di
compagnia, non dimenticando
che ci sono occasioni particolari in cui nelle chiese, per essere benedetti
prima del Palio di Siena, entrano persino i cavalli.
Ci benedica il Signore,
tutti noi, e ci aiuti ad andare avanti nel cammino della vita. E buon appetito!
Dato a Roma, presso San
Pietro, il 13 febbraio 2018, anno quarto del nostro Pontificato.
FRANCISCUS PP.
[1] Cfr. Parole del Santo Padre, Basilica
di San Petronio (Bologna), Domenica, 1° ottobre 2017.
[2] Cfr. Quei poveri che pranzano in chiesa, e l’accusa
di “profanazioneˮ, Vatican Insider, 1° ottobre 2017; Communio, 2009, fasc. 3.
[3] Discorso ai Partecipanti
alla 68.ma Settimana Liturgica Nazionale, 24 agosto 2017.
domenica 7 gennaio 2018
Il metodo di Dio: la Chiesa – Editoriale di gennaio 2018 di “Radicati nella fede”
Nella festa della Santa Famiglia
di Nazaret, nella quale si fa memoria del mistero dello smarrimento e
ritrovamento del fanciullo Gesù nel Tempio di Gerusalemme, rilanciamo questo
contributo di Radicati nella fede, ripreso da Chiesa
e postconcilio e Riscossa
cristiana.
![]() |
| Bernardino Luini, Gesù tra i dottori, 1515-30, National Gallery, Londra |
![]() |
| Jacques Stella, Gesù ritrovato nel Tempio dai suoi genitori, XVII sec., Musée des Beaux-Arts, Lione |
![]() |
| Luca Giordano, Disputa di Gesù tra i dottori, 1656-60, Gallerie Barberini-Corsini, Roma |
![]() |
| Luca Giordano, Gesù tra i dottori, XVII sec., collezione privata |
![]() |
| Ambito francese, Gesù tra i dottori, XIX sec., Verona |
![]() |
| Ferdinando Bassi, Ritrovamento di Gesù nel Tempio, 1848, Trento |
![]() |
| Bottega siciliana, Gesù tra i dottori, 1870, Caltagirone |
![]() |
| Nicolò Barabino, Disputa di Gesù tra i dottori, 1875-90, Genova |
![]() |
| Heinrich Hofmann, Gesù nel Tempio tra i dottori, 1884, Kunsthalle, Amburgo |
IL METODO DI DIO: LA CHIESA
Editoriale
di "Radicati nella fede"
Anno
XI n. 1 - Gennaio 2018
Un Tradizionalismo individualista
è un puro non-senso.
Spieghiamoci subito riguardo al
termine “tradizionalista”: lo usiamo qui per farci capire dai più, ma questo
termine non ci piace. Vorremmo semplicemente dire “un Cattolicesimo”, ma usiamo
volutamente il termine “un tradizionalismo” perché è quello usato contro di noi
per definirci nel nostro attaccamento alla Tradizione della Chiesa. Se allora
questo termine ci individua nella nostra accanita salvaguardia di ciò che la
Chiesa ha fatto, e non solo detto, nel passato, questo ci piace.
Ma dicevamo, un tradizionalismo
individualista è un puro non senso, perché il metodo di Dio si chiama Chiesa.
Qual è il pericolo più grande che
corre oggi una parte dei fedeli legati al mondo della Tradizione? Quello di
rinchiudersi in una osservanza individualista della vita cristiana.
La causa di questa tendenza è ben
chiara: dovendosi “difendere” da una chiesa ufficiale che sembra disprezzare il
proprio passato, che non concede veri spazi di vita alla Tradizione, che anzi
osteggia duramente la presenza di comunità tradizionali, il fedele tradizionale
perde quella fiducia nella chiesa stessa e tende a rinchiudersi nei propri
bastioni. È quello che succede a un figlio sempre trattato duramente, in modo
ingiustificato, dal padre, che finisce col trovarsi solo ad affrontare la sua
dura esistenza.
Umanamente si può capire questa
reazione, ma resta inaccettabile e va prontamente corretta. Anzi, va colta
quale essa è: la più grande tentazione che il demonio possa mettere sulla
nostra strada. Ad ogni situazione della vita personale e ad ogni stagione della
storia della Chiesa, corrisponde una tentazione; e quella che dobbiamo vincere
oggi con le armi di Dio, è quella di far meno della Chiesa stessa.
La chiesa “ufficiale” ti
“bastona”? ebbene tu continui ad amare la Chiesa che è tua madre, da cui hai
ricevuto tutto. Ti bastona di più, e tu la ami di più.
Ma anche questo resta una
posizione puramente personale, che rischia di fermarsi ad un individualismo
devoto, se non diventa metodo. Ma non può diventare metodo, se non riconosci
che la Chiesa è il metodo di Dio. Non è la Chiesa che ha bisogno del tuo amore,
ma sei tu che hai assolutamente necessità della Chiesa e hai bisogno di amarla.
La Chiesa è istituita da Gesù
Cristo, che mette insieme i suoi discepoli in una comunità visibile, e ne fa la
sua presenza nel mondo, il prolungamento della sua presenza nella storia. Come
dice P. Calmel, “La Chiesa è inseparabilmente sia mediatrice di salvezza per
la sua predicazione, i suoi insegnamenti, la sua gerarchia, sia dimora sacra
ove Dio abita grazie alla carità che brucia sempre nel cuore della Chiesa e
grazie alla presenza eucaristica del Signore Gesù che nutre questa carità”.
Come non si può diventare
cristiani senza la Chiesa, così non si resta cristiani senza la Chiesa. E la Chiesa
è una società visibile che ha i doni della grazia di Dio.
Questo che è vero sempre, perché
Dio ha scelto questo modo, questo metodo, per raggiungerci e afferrarci nel
tempo, diventa drammaticamente urgente nei tempi di necessità quale il
nostro.
Quando la confusione si fa tanta,
quando molte anime vengono ingannate e si perdono, occorre seguire ancora di
più il metodo di Dio: la Chiesa. Occorre cioè vivere la comunità della Chiesa,
dentro una trama di rapporti con i fratelli nella fede; occorre che questa
comunità sia guidata dall'autorità, che garantisce il legame con la Tradizione,
cioè con la verità del Vangelo. Occorre non fare da sé.
Occorre non fare da sé, ma
“seguire”. Nell'esperienza concreta cosa vorrebbe dire amare la Chiesa, se non
ci fosse questo “seguire”? Cosa vorrebbe dire salvare la Tradizione, se non ci
fosse questo seguire?
E su questo non bisogna
complicare troppo: riconosci dove il Signore ti ha colpito con la sua grazia, e
lì inizia a seguire. Questo seguire eviterà in te inutili amarezze che
distruggono la carità; questo seguire ti darà quella pace sostanziale che non
ti farà mettere in questione il dono della grazia.
All'inizio di un nuovo anno
l'invito più urgente è quello di seguire.
Ma chi devo seguire? Devo seguire
chi non “gioca” con la tradizione, quasi fosse un passatempo spirituale; devo
seguire chi dà la vita dentro una stabilità che opera, devo seguire chi il
cristianesimo lo fa, e non solo ne parla.
Preghiamo che nessuno si perda
dentro una personale superbia che si crogiola amaramente nella propria
solitudine, perché il metodo è la Chiesa.
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