Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta redenzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta redenzione. Mostra tutti i post

venerdì 7 aprile 2023

Immagini per meditare nel Venerdì Santo

Antoon van Welie, I tre fedeli (Vergine Maria, S. Giovanni e S. Maria Maddalena), con Cristo portacroce sullo sfondo, 1933-38, collezione privata





Giovanni Gasparro, Redentore e Corredentrice, 2022, collezione privata, Reggio Emilia

venerdì 10 aprile 2020

La “Sinagoga bendata”

Abbiamo già parlato sul nostro blog delle conferme talmudiche circa la divinità e messianicità di Cristo e che solo con il suo Sacrificio venne la Redenzione (v. qui). Ora, in questo Venerdì santo, rilanciamo quest’ulteriore contributo in tema.

Giovanni Gasparro, Arma Christi, cimasa per l'altare della Pietà, Basilica di S. Giuseppe Artigiano, 2011, L'Aquila

La “Sinagoga bendata”


di Carlo Codega

Pochi sanno quanto accadde, a partire dall’anno della morte di Cristo, nel Tempio di Gerusalemme lungo i 40 anni che precedettero la sua distruzione. Dopo il Sacrificio del Golgota, i sacrifici di culto antichi perdono valore. Si avverano le parole di Cristo alla samaritana: «Viene l’ora — ed è questa — in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23).

Non è raro trovare all’interno delle grandi cattedrali medievali l’immagine di due donne – l’una a fianco dell’altra oppure contrapposte – raffigurate con caratteristiche antitetiche: una giovane donna avvenente e in piena salute, con in testa una corona e in mano un calice e, talvolta, uno scettro, spesso a cavallo di un destriero. Dall’altra parte una donna malridotta e cenciosa, talora a cavallo di un asino o sdraiata a terra, ma la cui caratteristica più particolare è quella di essere bendata. Se nella prima donna si deve scorgere la Chiesa, con il potere conferitogli da Cristo (lo scettro) e i Sacramenti di cui è dispensatrice (il calice), la seconda è senza dubbio la “Sinagoga bendata”. Con ciò gli artisti tentavano di riprodurre il complesso ma chiaro rapporto esistente tra il “resto d’Israele”, la Chiesa, e ciò che rimaneva di quell’Israele etnico o religioso, che ostinatamente si rifiutava di vedere in Cristo il Messia promesso. Questa “Sinagoga bendata” è quel giudaismo rabbinico che è, certo, in continuità con molti aspetti della rivelazione dell’Antico Testamento e dell’ebraismo classico, ma anche innovatore e profondo modificatore di questo.

Tra Antico e Nuovo Testamento

Dobbiamo prima di tutto cogliere bene questa prospettiva, la quale non sembra molto chiara al giorno d’oggi, ma che dovrebbe essere patrimonio saldo di chi si professa realmente cristiano. La prospettiva che c’interessa non è primariamente quella storica dove può anche darsi – ma la cosa è da dimostrarsi storicamente – che si possa ammettere che la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo siano assimilabili a un movimento deviato dell’ebraismo veterotestamentario, a un rampollo fuoriuscito da un ramo che, d’altronde e nonostante ciò, continua la sua crescita nella stessa direzione. Da una prospettiva teologica dobbiamo invece ammettere che l’Antico Testamento si compie in Gesù Cristo, il quale non è un qualsiasi predicatore, ma il Messia promesso, il Figlio di Dio venuto per salvare il suo popolo, adempiere le profezie e dare compimento alle promesse. In altre parole il tronco dell’ebraismo veterotestamentario non continua al di fuori di Cristo, ma germoglia e fiorisce in Cristo, mentre gli altri rami se ne distaccano e, così, perdono il contatto con la linfa e periscono. Oppure, secondo il linguaggio di san Paolo, dobbiamo dire che l’unico modo per salvare quella pianta vetusta ma ammalata dell’ebraismo fosse quello di innestare sulla radice dell’ebraismo veterotestamentario i rampolli nuovi provenienti dalle “genti” – cioè dai non ebrei convertiti al Cristianesimo – affinché la pianta sopravvivesse, nonostante gli altri rami per la loro infedeltà dovettero essere recisi (cf. Rm 11,16-21). Tutto ciò appunto per rappresentare tramite immagini naturalistiche una verità teologica che dobbiamo avere per certa: Cristo è venuto a compiere le promesse di Dio date al popolo d’Israele e ha trasfuso una nuova vita – la vita divina della grazia – facendo sì che leggi e cerimonie, che fino ad allora vigevano come immagini, si compissero come realtà nella sua persona e nella Chiesa da Lui fondata, in quanto prolungamento “mistico” della sua persona.
Al contempo ciò comportò l’abbandono del particolarismo etnico in favore dell’universalismo, già adombrato nei grandi profeti come Isaia: non è più dunque questione di essere figli di Abramo secondo il sangue ma secondo lo spirito e la fede, perché la salvezza non è promessa solo ai discendenti di Abramo secondo la carne ma a tutti gli uomini della terra. In ciò il particolarismo etnico – cioè il fatto che Dio avesse scelto un popolo tra tanti e lo avesse segregato dagli altri – va visto come una disposizione transitoria in una determinata fase storica, per la quale la sapienza divina riteneva necessaria questa separazione, sapendo che un eccessivo contatto con altri popoli politeisti e pagani avrebbe messo a rischio l’alleanza siglata con Lui.

Dall’ebraismo veterotestamentario al giudaismo rabbinico

In questo processo di passaggio dalla promessa all’adempimento, dal culto secondo la carne a quello «secondo spirito e verità» (Gv 4,23), dal particolarismo etnico di Israele all’universalismo salvifico e spirituale, dal “tipo” e “figura” delle leggi e delle cerimonie ebraiche alla verità di quelle cristiane, evidentemente qualcosa si oppose a una piena adesione di tutto il popolo d’Israele alla rivelazione definitiva di Cristo, così che la Chiesa Cattolica rimase “il resto d’Israele”: «Così al presente c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia» (Rm 11,5). Non è qui importante determinare cioè se il passaggio da ebraismo a cristianesimo coinvolgesse o meno la maggioranza degli ebrei etnici, ma importante è sottolineare che questo “resto” – al pari di quel resto dei tempi dell’esilio babilonese (Is 11,11-16; 46,3; Mic 2,12; Ger passim) – è quello destinato a portare avanti l’alleanza con Dio. Al di là di questo resto, invece, vale quanto perentoriamente scritto da san Paolo: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti» (Rm 11,7-8). “Induriti”, bendati o ciechi... in qualsiasi modo si voglia definire, ci si trova davanti al rifiuto del Rivelatore definitivo, all’indifferenza di fronte al Messia e Salvatore promesso, all’uccisione del Figlio di Dio stesso, conformemente a quanto preannunciato da Gesù stesso nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 12,1-12).
Ciò che ci interessa qui però è come avvenne questo rifiuto. Normalmente si dice che in effetti il giudaismo rabbinico, che continua la linea dei farisei, sia una conseguenza degli eventi del 70 d.C.: in quell’anno infatti, come già preannunciato da Gesù («Non rimarrà pietra su pietra», Lc 21,6) il Tempio venne distrutto e con esso finì anche il culto veterotestamentario. La diaspora poi seguita a questo, alla successiva ribellione ebraica di Simone Bar Kochba (135 d.C.) e alla violenta repressione romana, comportò anche la fine della linea sacerdotale ebraica, che, come è noto, era ereditaria. Dunque, l’ebraismo che non aveva aderito al Cristianesimo, si trovava nel II secolo senza possibilità di culto – il quale era lecito solo nel Tempio di Gerusalemme, distrutto e soppiantato da un tempio pagano – e senza sacerdoti... si trovava dunque a doversi riorganizzare fuori dalla Terra Promessa, nella diaspora, e senza un successore della monarchia davidica: in questa situazione era impossibile una vera continuità con l’ebraismo veterotestamentario. Prevalse dunque la linea farisaica che d’altronde non era mai stata troppo legata al sacerdozio e al culto, in prevalenza prerogativa degli avversari sadducei, e questa era proprio rappresentata dai “rabbini”, i dotti studiosi della Legge. Ora questi rimanevano gli unici rappresentanti ufficiali delle comunità e gli unici in grado di dirimere le questioni legali, soprattutto quelle nuove, legate alla convivenza con stranieri in terra straniera. Inoltre spettò ad essi introdurre un nuovo culto non più legato a Gerusalemme e non più basato su sacrifici – dato che erano possibili solo nel Tempio – ma che, modellato sul culto del periodo dell’esilio, si basava su preghiera orale e spiegazione della Scrittura e della Legge all’interno delle sinagoghe. A una religione del culto del Tempio si sostituiva una religione della Legge.

La Sinagoga bendata e la nuova religione rabbinica

Proprio dopo la distruzione del Tempio infatti l’influente scuola farisaico-rabbinica di Jabna (oggi Yavne) prese il sopravvento all’interno delle varie fazioni ebraiche, incapaci di spiegare ciò che era successo nel 70 d.C., con la distruzione del Tempio da parte dell’imperatore Tito. Anche se si discute circa il presunto “Concilio di Jabna” – che avrebbe fissato il canone ebraico dei libri veterotestamentari – ciò che certamente avvenne fu la redazione da parte delle scuole rabbiniche della diaspora della Legge orale. Secondo i farisei e i rabbini infatti Dio sull’Oreb non avrebbe consegnato a Mosè solo la Torah, la legge scritta del Pentateuco, ma avrebbe anche rivelato una “Legge orale”, che oralmente era stata trasmessa e di cui gli ultimi depositari erano proprio i rabbini, che in questo momento (tra I e II secolo) la misero per iscritto. Siamo agli albori di quel processo che porterà nei secoli successivi (III-V secolo) alla redazione del Talmud, nelle sue due versioni babilonese e gerosolimitana.
Ma perché abbiamo deviato il discorso sui rabbini e la redazione della Legge orale e del Talmud? Perché proprio qui – secondo alcuni studi recenti – si potrebbero trovare degli indizi che dimostrerebbero ancor più quanto la “Sinagoga” si sia dimostrata “bendata”, anzi ancor più cieca e indurita di fronte alla verità del Cristianesimo e come – almeno per quanto riguarda i capi – si sia trovata di fronte a un’alternativa: accettare il Cristianesimo come compimento dell’Antico Testamento, oppure costruire una nuova religione solo apparentemente legata alla rivelazione veterotestamentaria, ma in realtà privata proprio di ciò che era il fulcro e il nucleo di quella: i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme. Certo per il giudaismo tutto ciò non è del tutto abbandonato, ma rimandato a un’aspettativa futura quando verrà riconquistata la Terra Promessa, ricostruito il Tempio e ritrovata la linea sacerdotale. Tuttavia ciò che si vuole dire è comunque che nel Talmud ci sarebbe la testimonianza di come, ancor prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), Dio avrebbe dato abbondantemente prova di come fosse venuta meno la necessità del culto del Tempio, non perché Dio non volesse più sacrifici e atti di culto, ma perché i sacrifici dell’Antico Testamento si erano ormai compiuti nell’unico e vero Sacrificio: il Sacrificio di Cristo sulla Croce, l’unico veramente degno di Dio.
Gesù stesso infatti nel suo magistero pubblico aveva più volte fatto capire come il centro e il fulcro non fosse più il tempio ma la sua persona, segnalando – davanti alla sorpresa di chi non poteva ancora capire – come il vero “Tempio”, cioè il suo corpo, Lui lo avrebbe ricostruito in tre giorni, con chiara allusione cioè alla sua Risurrezione. Dio avrebbe cercato quindi di far capire questo ai rappresentanti dell’ebraismo di allora, attraverso quattro miracoli di cui il Talmud dà testimonianza, ma che purtroppo non sono stati ascoltati dagli orecchi induriti né visti dagli occhi bendati di coloro che avevano messo a morte Gesù.

1° segno: la sorte sinistra

Si legge nel Talmud babilonese: «I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio [“per il Signore”] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole» (Soncino versione, Yoma 39b). Sostanzialmente la stessa cosa è riportata nella versione del Talmud di Gerusalemme, ma questi passaggi risultano oscuri per chi non abbia pratica con il culto veterotestamentario.
Il primo di questi quattro eventi straordinari verificatisi dal 30 al 70 dopo Cristo – cioè precisamente dalla morte e risurrezione di Gesù alla distruzione del Tempio per mano dei romani – riguarda una delle principali festività ebraiche, lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione). In questo giorno si ricordava il peccato di Israele ai piedi del Sinai, e la successiva espiazione operata tramite penitenza e digiuno, al termine del quale Mosè scese dal monte con le tavole della Legge. Era un giorno importantissimo nella ritualità ebraica, in quanto era l’unico giorno in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il nome sacro di Jahvè ed entrava nel Sancta Sanctorum, la parte più sacra del Tempio, per compiere un rito espiatorio in nome di tutto il popolo. Prima di tutto però doveva compiere un altro rito, che consisteva in un’estrazione a sorte: gli venivano portati due capri, sui quali doveva gettare la sorte, perché uno sarebbe stato il capro espiatorio e l’altro, il secondo, il capro emissario, che doveva essere “caricato” dei peccati di Israele e portato nel deserto a dodici chilometri da Gerusalemme. Ben più importante era però il primo capro, quello espiatorio, perché veniva sacrificato sull’altare degli olocausti e poi con il suo sangue il Sommo Sacerdote aspergeva il Sancta Sanctorum. L’evento straordinario e luttuoso riferito dal Talmud riguarda proprio l’estrazione: questa avveniva tramite due sassi, uno nero e uno bianco. Ora per 40 anni avvenne che il sacerdote estrasse sempre il sasso nero (cioè la “mano sinistra”), il che fu considerato evento infausto, perché durante il sacerdozio del grande sacerdote Simone il Giusto si verificò esattamente il contrario, e questo era stato considerato un segno dell’accettazione da parte di Dio del rito espiatorio, e quindi del perdono dei peccati del popolo.

2° segno: il cinturino cremisi non diventa bianco

La seconda delle indicazioni dateci dal Talmud però spiega meglio la prima: essa si riferisce sempre al rito espiatorio dello Yom Kippur, seppure relativamente a un rituale non ricordato dalla Bibbia (in particolare assente dal cerimoniale in Lev 16) ma ampiamente presente negli altri testi ebraici. Sul secondo capro – quello su cui il sacerdote imponeva le mani per scaricare i peccati del popolo e che poi veniva mandato nel deserto – si appendeva una striscia color rosso cremisi che, prima del rito espiatorio di aspersione del sangue dell’altro capro, veniva rimossa e legata alla porta del Tempio. Ciò che generalmente si produceva era che il panno cremisi diveniva, dopo il rito espiatorio nel Sancta Sanctorum, bianco come la neve, ricordando così le parole di Isaia («Se i vostri peccati fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianchi] come lana», Is 1,18). Ora il significato di questo rito, che comportava l’intervento miracoloso di Jahvè, è chiaro: quel panno che da rosso diveniva bianco, era il segno dell’accettazione da parte di Dio della richiesta di perdono da parte del popolo, oltre che dell’effettiva purificazione di esso. Ora tale miracoloso effetto non sempre si produceva, ma per 40 anni dopo la morte di Gesù mai si produsse. Non è difficile intuirne il significato, e la Lettera agli Ebrei viene in nostro soccorso. Al capitolo 9 rammenta il rito dello Yom Kippur, ma sottolinea come esso sia stato superato dal Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, Cristo: «Non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,12-14). È evidente dunque quello che avvenne: il rito dello Yom Kippur era solo una figura di ciò che doveva avvenire con il Sacrificio di Cristo sulla croce. Gesù, vero Agnello innocente e senza macchia, ricondusse a sé il rito di espiazione allo stesso tempo caricandosi dei peccati del popolo – come il capro emissario – e lavando con il suo Sangue i peccati degli uomini. Dopo un tale Sacrificio, che procurò una «redenzione eterna», il rito di purificazione dello Yom Kippur perse qualsiasi valore anche se, purtroppo, non tutti gli ebrei lo capirono.

3° segno: la lampada occidentale si spegne

Come è noto la Menorah del Tempio – la tipica lampada ebraica – aveva sette braccia, ma le lampade non rimanevano sempre accese secondo il cerimoniale: le 2 lampade orientali rimanevano accese di giorno ma non di notte, mentre le 4 centrali venivano accese al tramonto e lo rimanevano fino all’alba. Queste comunque dovevano essere accese dalla fiamma della lampada più importante, quella occidentale, che in effetti era perenne: essa segnalava la presenza di Dio nel Tempio di Gerusalemme, e quindi proprio in mezzo al suo popolo. Un suo eventuale spegnimento era considerato una sciagura, e per questo i leviti erano incaricati di vegliare perché fosse sempre ben rifornita di olio e una negligenza in ciò era considerata un peccato gravissimo.
Ora cosa avvenne tutte le notti a partire dall’anno 30 all’anno 70 d.C.? Per tutte le notti di quaranta anni di fila la lampada occidentale si spegneva spontaneamente, segnalando così che Dio aveva definitivamente lasciato quel luogo. Il Tempio aveva sostituito la Tenda dell’incontro in cui negli anni di cammino nel deserto risiedeva la Shekinah, la Presenza divina che accompagnava il suo popolo. Il Tempio di Gerusalemme così non era più il luogo della Divinità, non era più la dimora di Dio tra gli uomini. Ciò perché – come segnala sempre la Lettera agli Ebrei – dall’Incarnazione di Cristo vi è “una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo”: è Cristo stesso, in quanto Dio incarnato, a rappresentare la presenza più perfetta di Dio tra gli uomini. Ed è la sua permanenza sacramentale nell’Eucaristia ad assicurare questa presenza sostanziale, così come la Chiesa – suo Corpo mistico – assicura a sua volta la presenza mistica di Cristo tra noi. La luce occidentale della Menorah può così spegnersi mentre è la luce del Tabernacolo nelle nostre chiese che segnala ormai che Dio è tra di noi.

4° segno: la porta spontaneamente aperta

Un ultimo segno straordinario che i cronisti ebrei non mancarono di segnalare è quello della porta del Tempio, che tutte le sere si spalancava spontaneamente. Anche questo si verificò per ben quarant’anni, a partire dal 30 d.C. Non sappiamo precisamente a quale porta si riferisca, pertanto non possiamo con certezza identificarla con la “Porta aurea” o “Porta speciosa”. Se fosse questa infatti il significato messianico dell’evento sarebbe chiaro: secondo gli ebrei dalla Porta aurea transitava nel Tempio la presenza divina (Shekinah) e, al compimento dei tempi, da lì sarebbe entrato anche il Messia. Se fosse questa la porta in questione, sarebbe chiaro che la sua apertura significherebbe la venuta del Messia, che al contempo porta con sé la presenza divina. Ovvero sarebbe un chiaro segno della messianicità e della divinità di Gesù. Tuttavia va detto che la “Porta aurea” non è proprio una porta del Tempio, quanto piuttosto essa si apre nelle mura del Tempio. Nell’impossibilità di dirimere la questione, possiamo comunque riferire l’opinione di rabbi Yohanan Ben Zakkai, il principale rabbino dopo il 70 d.C. e guida della comunità di Jamna, che segnalò come questo evento fosse stato interpretato come un segnale della prossima distruzione del Tempio. E così si compì... senza però che rabbi Yohanan ne traesse motivo per scovarvi la verità del Cristianesimo.

Il mistero della “Sinagoga bendata”

È evidente come il mistero del mancato riconoscimento del Messia e del Salvatore in Gesù sia uno degli avvenimenti al contempo più dolorosi e più misteriosi della storia dell’umanità (cf. Rm 11,25-32). Il fatto che il popolo eletto abbia rinunciato alla sua elezione, rifiutandosi di vederla compiuta e perfezionata in Gesù Cristo, è qualcosa che interroga profondamente la nostra visione storica e religiosa. Non si può tacere l’unilateralità odierna nel presentare la “fedeltà di Dio” nelle sue promesse, fino a dimenticarsi che in effetti gli ebrei hanno «urtato contro la pietra d’inciampo» (Rm 9,33), hanno rifiutato la giustizia di Dio per imporne una propria (cf. Rm 10,3) e quindi solo un resto – che è la Chiesa – è rimasto fedele all’alleanza: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto ciò che cercava: lo hanno ottenuto invece gli eletti» (Rm 11,7). Il mistero della mancata corrispondenza di Israele si apre però a una prospettiva provvidenziale ed escatologica che non si può dimenticare e che anche san Paolo ricorda (cf. Rm 11,25-32). Allo stesso tempo non va dimenticato come la cecità di questa “sinagoga bendata” rimane per noi tutti un monito: il ramo tagliato e morto – ma che la potenza di Dio potrebbe rinnestare nel tronco – è per noi un monito salutare a essere corrispondenti alla grazia della fede che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo nostro Redentore.

sabato 24 febbraio 2018

Quando lo stesso Talmud conferma che solo con Cristo ed il suo Sacrificio venne la Redenzione … ovvero le prove talmudiche relative al Messia

Esistono prove extrabibliche ed irrefutabili circa il valore redentivo del sacrificio di Cristo?
O sono solo le fonti bibliche a riconoscere che Cristo ha espiato con la sua Passione e Morte in Croce i peccati degli uomini???
Sì esistono. E, paradossalmente, ci derivano proprio dal popolo che fu artefice di quel delitto, cioè dal popolo giudaico.
In effetti, il loro libro principale, che certamente non è la Torah, bensì il Talmud (nel trattatello Sopherim, XV, 7, fol. 13b si legge: «La Torah è come l’acqua, la Mischnah il vino, e la Gemarah vino aromatico». La seguente è un’opinione nota e se ne trovano alte lodi negli scritti dei rabbini: «Figlio mio, ascolta le parole degli scribi piuttosto che le parole della Legge». Il motivo di ciò si trova nel trattatello Sanhedrin, X, 3, fol. 88b: «Colui che trasgredisce le parole degli scribi pecca più gravemente che chi trasgredisce le parole della legge». Nel libro Mizbeach, cap. V, infine, troviamo la seguente opinione: «Non c’è niente che sia superiore al Santo Talmud»), contiene prove esplicite che rimandano inequivocabilmente al sacrificio di Cristo.
Con la sua Morte in Croce, il Divino Redentore ha pagato una volta per tutte per il debito di Adamo e per tutti i peccati: ragion per cui tutti i sacrifici compiuti presso l’Antico Israele non hanno più ragion d’essere.
Essi, infatti, trovavano la loro motivazione in vista di ciò che avrebbe compiuto il Redentore. Essi stessi erano prefigurazione, immagine profetica e tipo di quell’unico e definitivo Sacrificio d’espiazione per i peccati.
Per cui, una volta giunta quella realtà, tutte le prefigurazioni non avevano più ragion d’essere. Dovevano cessare.
Ed il Talmud, tanto quello nella sua versione babilonese quanto in quella gerosolomitana, hanno registrato puntualmente che quei riti e sacrifici, da quarant’anni prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme, non si sono più realizzati. Cos’era successo quarant’anni prima?
Era il 30 d.C.: anno che gli studiosi accreditano come anno della Morte di Cristo.
Da queste testimonianze super partes si può desumere:
- sino al 30 d.C. la vera religione era quella giudaico-mosaica. Essa aveva i sacrifici e questi erano pienamente efficaci, conseguendo l’effetto (il perdono dei peccati e la giustificazione dinanzi a Dio);
- dalla morte di Gesù, essa non era più la vera religione;
- l’unico sacrificio attraverso cui essere giustificati era quello compiuto da Gesù sul Golgota;
- i sacrifici ed i riti dell’Antica Alleanza erano prefigurazione e tipo di quell’unico sacrificio ed ottenevano l’effetto (la giustificazione) non in quanto tali, ma, appunto, in vista e come immagine, prefigurazione di quell’unico e vero sacrificio;
- solo quel sacrificio ci rende graditi a Dio;
- dal 30 d.C. i giudei non sono stati più perdonati da Dio, cessando di essere suo popolo.
Queste sono le inevitabili conclusioni che possono trarsi dalle stesse testimonianze contenute nel Talmud.
Un altro dettaglio ci è fornito da Papa Ratzinger in un suo testo: «Vespasiano affidò l’incarico della conquista di Gerusalemme al figlio Tito. Questi, secondo Giuseppe Flavio, deve essere arrivato davanti alla città santa presumibilmente proprio nel periodo delle festività della Pasqua, il 14 del mese di Nisan, quindi nel 40° anniversario della crocifissione di Gesù» (JOSEPH RATZINGER – PAPA BENEDETTO XVI, Gesù di Nazareth, Seconda Parte: dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, Città del Vaticano, LEV, 2011, p. 39). 
Questa circostanza rilevata da Benedetto XVI, cioè che la distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani ebbe probabilmente inizio in concomitanza con la Pasqua del 70 d.C. … ”nel 40° anniversario” della Pasqua del 30 d.C. in cui Gesù morì e risorse, suona come un'ulteriore conferma come quell'evento si ponga come discrimen nella storia, come sigillo di tutte le profezie dell'Antica Alleanza.
Ci sia permesso concludere richiamando un passo di S. Atanasio: «Segno e grande prova della venuta del Verbo è che Gerusalemme non esiste più, che non è più sorto un profeta e non si rivela più loro una visione. Ed è molto giusto che sia così. Infatti, quando venne colui che era stato annunciato, che bisogno c’era ancora di annunciatori? Essendo ormai presente la verità, che bisogno c’era ancora dell’ombra? Per questo profetarono finché giunse a Giustizia-in-sé e colui che riscattava i peccati di tutti. Per questo Gerusalemme esisteva così a lungo , affinché lì meditassero in anticipo le figure della verità. Quindi, una volta venuto il santo dei santi, giustamente fu messo il sigillo alla visione e alla profezia ed è cessato il regno di Gerusalemme. Presso di loro furono unti i re fino al momento in cui fu unto il Santo dei Santi. E Mosè profetizzava che il regno dei giudei esisterà fino a lui, dicendo: “Il capo non sarà allontanato da Giuda né il principe dai suoi lombi, finché giunga ciò che è riservato per lui; egli è l’attesa delle genti. Per questo il Salvatore stesso proclamava: “La legge e i profeti hanno profetato fino a Giovanni”. Dunque, se ora c’è tra i profeti un re o un profeta o una visione, essi hanno ragione a negare che Cristo è venuto; se invece non c’è più né re né visione, ma è stato messo il sigillo ad ogni profezia e la città e il tempio sono stati distrutti, perché sono così empi e trasgressori da non vedere ciò che è accaduto e negare che Cristo abbia fatto tutto questo?» (S. ATANASIO, L’Incarnazione del Verbo).

Prove talmudiche relative al Messia nel 30 d.C.

Il lettore che si firma “Viandante” - che ringrazio di cuore - mi ha inviato questo contributo, di notevole interesse in quanto non facilmente accessibile dalle comuni fonti cui attingiamo e, soprattutto, perché ci mostra che esistono nel Talmud e, conseguentemente, risultano esser stati fatti propri dalla comunità ebraica attuale, eventi che hanno connessioni evidenti col cristianesimo e direttamente con la Persona e l’Opera del Signore. 

Nei secoli successivi alla distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.), il popolo ebraico ha iniziato a scrivere due versioni del suo pensiero, della sua storia religiosa e dei suoi commentari. Una versione è stata scritta in Palestina e divenne nota come il Talmud di Gerusalemme. L’altra è stato scritta a Babilonia ed era conosciuta come il Talmud babilonese.
Leggiamo nel Talmud di Gerusalemme:
“Quaranta anni prima della distruzione del Tempio, la luce occidentale si spense, il filo cremisi rimase cremisi, e il lotto per il Signore avvenne sempre con la mano sinistra. Avrebbero chiuso le porte del tempio di notte e si sarebbero alzati la mattina trovandole aperte” (Jacob Neusner, il Yerushalmi, p. 156-157). [la distruzione del Tempio nel 70 d.C.]
Un passaggio simile nel Talmud babilonese afferma:
“I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio (lotto) [‘per il Signore’] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole” (Soncino versione, Yoma 39b).
Quali sono questi passi di cui si parla? Poiché entrambi i Talmud riportano le stesse informazioni, ciò indica che la conoscenza di questi eventi era stata accettata dalla diffusa comunità ebraica.

Il miracolo del “Lotto”

Il primo di questi miracoli riguarda la scelta casuale del “lotto” (sorteggio), che veniva effettuato nel Giorno dell’Espiazione (Yom Kippur). Il sorteggio determinava quale di due caproni sarebbe stato “per il Signore”, e quello che sarebbe stato il capro “Azazel” o “capro espiatorio”. Durante i due secoli prima del 30 d.C., quando il Sommo Sacerdote sorteggiava una pietra fra due, anche questa selezione era governata dal caso, e ogni anno il sacerdote avrebbe sorteggiato una pietra nera o una pietra bianca, indistintamente e con la stessa frequenza. Ma per 40 anni di fila, a partire dal 30 d.C., il Sommo Sacerdote sortì sempre la pietra nera! Le probabilità di un simile evento sono astronomiche (2 alla potenza di 40). In altre parole, le probabilità che questo si verifichi sono 1 su circa 5.479.548.800 o circa 5,5 miliardi a uno! In confronto, le vostre probabilità di vincita ad una lotteria di Stato o regionale sarebbero molto maggiori!
Il sorteggio di Azazel, la pietra nera, contrariamente a tutte le leggi del caso, è avvenuta per 40 volte di fila dal 30 d.C. al 70 d.C.! Questo fatto è stato considerato un evento terribile e significava che qualcosa era cambiato radicalmente in questo rituale dello Yom Kippur. Questa assegnazione per sorte è accompagnata anche da un altro miracolo che viene descritto di seguito.

Il miracolo della Striscia Rossa

Il secondo miracolo riguarda la striscia cremisi (rosso) o un panno legato al capro Azazel (il capro espiatorio). Una porzione di questo panno rosso veniva rimosso dal capro e legato alla porta del Tempio. E ogni anno il panno rosso sulla porta del Tempio diventava bianco come a significare che l’espiazione del Yom Kippur era accettabile al Signore. Questo evento annuale accadde fino al 30 d.C. A partire da quella data ogni anno e fino al tempo della distruzione del Tempio, il panno rimase color cremisi. Questo senza dubbio causò molta agitazione e costernazione tra gli ebrei. Questa pratica tradizionale è legata alla confessione, da parte di Israele, dei suoi peccati e al trasferimento cerimoniale dei peccati di questa nazione sul capro Azazel. Il peccato veniva poi rimosso dalla morte di questo capro. Il peccato era rappresentato dal colore rosso del panno (il colore del sangue). Ma il panno rimasto cremisi significava che i peccati d’Israele non erano stati perdonati e che non erano stati resi “bianchi”.
Come Dio disse a Israele per mezzo del profeta Isaia:
“Venite, discutiamo, dice il Signore: se i vostri peccati fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianco] come lana” (Isaia 1:18).
L’indicazione chiara è che tutta la comunità aveva perso l’attenzione del Signore in relazione a qualcosa che si era verificato nel 30 d.C. L’espiazione annuale, raggiunta attraverso la tipica osservanza dello Yom Kippur, non era si realizzava più come previsto. Apparentemente l’espiazione era da ottenere in qualche altro modo. Chi o che cosa avrebbe fornito l’espiazione per un altro anno?
Per quanto riguarda la striscia cremisi, anche se non menzionato nelle Scritture e molto prima del 30 d.C., durante i 40 anni in cui Simone il Giusto era sommo sacerdote, un filo cremisi che era stato associato con la sua persona diventava sempre bianco quando lui entrava nella parte più interna del Tempio, il Santo dei Santi. Le persone notarono questo. Inoltre osservarono che “la sorte del Signore” (il lotto bianco) si produsse per 40 anni consecutivi nel corso del sacerdozio di Simone. Notarono pure che il “lotto” scelto dai sacerdoti dopo Simone a volte era nero, a volte bianco, e che il filo cremisi a volte diventava bianco, altre volte no. Gli ebrei giunsero a credere che se il filo cremisi diventava bianco, Dio aveva approvato i rituali della Giornata di Espiazione e che Israele poteva essere certo che Dio avesse perdonato i loro peccati. Ma dopo il 30 d.C., il filo cremisi non è più diventato bianco per 40 anni, fino alla distruzione del Tempio e la cessazione di tutti i rituali del Tempio!
Che cosa ha fatto la nazione ebraica nel 30 d.C. per meritare un tale cambiamento al Yom Kippur? Secondo alcuni, il 5 aprile del 30 d.C. (vale a dire, il 14 di Nisan, il giorno del sacrificio pasquale) il Messia, Gesù, è stato tagliato fuori da Israele, lui stesso messo a morte come un sacrificio per il peccato. A causa di questo evento vi è un trasferimento dell’espiazione ora non più ottenuta attraverso i due capri come offerti a Yom Kippur. Come un innocente agnello pasquale, il Messia è stato messo a morte senza che fosse trovata colpa in Lui! Ma a differenza dei sacrifici del Tempio o gli eventi dello Yom Kippur (come spiegati sopra) dove il peccato è espiato solo per un dato lasso di tempo, il sacrificio messianico è dato con la promessa del perdono dei peccati attraverso la grazia data da Dio a coloro che accettano un rapporto personale con il Messia. Si tratta essenzialmente di un evento irripetibile per tutta la vita di ogni persona e non di una serie continua di osservanze annuali e di sacrifici animali. Il meccanismo che procura il perdono dei peccati cambiò nel 30 d.C.

Il miracolo delle porte del tempio

Il miracolo successivo, che le autorità ebraiche riconobbero, è quello delle porte del Tempio, che tutte le sere si spalancavano spontaneamente. Anche questo si verificò per quarant’anni, a partire dal 30 d.C. La principale autorità ebraica di quel tempo, Yohanan ben Zakkai, dichiarò che questo era un segno di morte imminente, che lo stesso tempio sarebbe stato distrutto.
Il Talmud di Gerusalemme afferma:
“Disse Rabban Yohanan Ben Zakkai al Tempio, ‘O Tempio, perché ci spaventi? Sappiamo che tu finirai distrutto. Per questo è stato detto, ‘Apri le tue porte, o Libano, che l’incendio possa divorare i tuoi cedri’ (Zaccaria 11:1)” (Sota 6:3).
Yohanan Ben Zakkai era il capo della comunità ebraica durante il periodo successivo alla distruzione del Tempio nel 70 d.C., quando il governo ebraico venne trasferito a Jamnia, una trentina di km a ovest di Gerusalemme.
Forse le porte si aprirono anche a significare che ora tutti possono entrare nel Tempio, anche nelle sue parti sante più interne. Le evidenze sostenute dai miracoli di cui sopra suggeriscono che la presenza del Signore si era allontanata dal Tempio. Questo non era più un luogo solo per sommi sacerdoti, ma le porte si erano aperte a tutti per entrare nella casa di culto del Signore.

Il miracolo della Menorah del Tempio

Il quarto miracolo era che la lampada più importante delle sette candele della Menorah nel Tempio si spense, e non brillò più. Ogni notte per 40 anni (oltre 12.500 notti di fila), la lampada principale del candelabro del Tempio (menorah) si spegneva spontaneamente nonostante i tentativi e le precauzioni prese dai sacerdoti per tutelarsi contro questo evento!
Ernest Martin afferma:
“In effetti, ci viene detto nel Talmud che al tramonto le lampade, che erano spente di giorno (le quattro lampade centrali rimanevano spente, mentre le due lampade orientali in genere rimanevano accese per tutto il giorno), dovevano essere reilluminate dalle fiamme della lampada occidentale (che era una lampada che si supponeva dovesse restare accesa per tutto il tempo, era come la fiamma ‘eterna’ che vediamo oggi in alcuni monumenti nazionali) ... Questa ‘lampada occidentale’ doveva essere tenuta accesa per tutto il tempo. Per questo motivo, i sacerdoti tenevano apposta dei serbatoi di olio d’oliva e altri strumenti pronti per fare in modo che la ‘lampada occidentale’ (in qualsiasi circostanza) fosse lasciata accesa. Ma cosa successe nei quaranta anni e l’anno stesso che il Messia disse che il Tempio fisico sarebbe stato distrutto? Ogni notte per quarant’anni la lampada occidentale si spegneva e questo nonostante i sacerdoti ogni sera la preparassero in modo speciale affinché rimanesse costantemente accesa per tutta la notte!” (Il significato dell’anno 30 d.C., Ernest Martin, Ricerca Aggiornamento, aprile 1994, p. 4).
Anche in questo caso, le probabilità che la lampada si spegnesse continuamente sono astronomiche.
Qualcosa di straordinario stava succedendo. La “luce” della Menorah rappresenta il contatto con Dio. Il suo Spirito e la sua presenza erano ora rimosse. Questa speciale dimostrazione si verificò a partire dalla crocifissione del Messia!
Dovrebbe essere chiaro a qualsiasi mente ragionevole che non esiste un modo naturale per spiegare tutti questi quattro segni connessi con l’anno 30 d.C. L’unica spiegazione possibile, deve essere soprannaturale.
Dopo il 30 d.C., e la morte del Messia, cominciarono a intervenire grandi difficoltà e prove impressionanti sulla nazione ebraica. Gesù stesso predisse ciò. Come Egli fu condotto via per essere crocifisso, Gesù mise in guardia le donne di Gerusalemme:
“Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: 'Figlie di Gerusalemme, non piangete su di Me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Già, perché verranno giorni nei quali si dirà, ‘Beate le sterili, i grembi che non hanno portato e i seni che non hanno allattato!’. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’. E ai colli: ‘Copriteci!’. Perché se fanno queste cose al legno verde, che cosa sarà fatto a quello secco?'.” (Luca 23:28-31).
Quando diamo uno sguardo obiettivo agli eventi del 30 d.C., chi può mettere in dubbio che quello fosse davvero l’anno della crocifissione e della risurrezione del vero Messia, mandato da Dio a Israele? Chi può negare che Egli è l’unico e solo vero Messia? Chi altro ha adempiuto a tutte le profezie del Vecchio Testamento - tra cui la straordinaria profezia di Daniele al capitolo 9 e le ‘‘70 settimane’’- giungendo nello stesso anno previsto per la venuta del Messia?
________________________________
by Nicholas Federoff (Dr. T. Peterson, Editor) - Traduzione a cura di Viandante

Fonte: Chiesa e postconcilio, 15.5.2013. Il testo è anche ripreso da Maurizio Blondet qui. Quello originale in inglese è qui.
Il testo originale aggiunge una postilla, della quale riportiamo una nostra traduzione:

Commento aggiuntivo dei visitatori
di T. Peterson, Ph.D.
Direttore, WindowView.org

Abbiamo ricevuto risposte a questo articolo da tutto il mondo. Un commento in particolare aggiunge al contenuto sopra in modo significativo. Mentre presentiamo questo senza ulteriori conferme, riteniamo che la fonte sia credibile e l’informazione semplicemente aumenti le prove. Quanto segue viene dai Paesi Bassi:

È bello fare commenti dal Talmud e dal Midrash ed uscire per vedere fatti storici interessanti, in questo caso con il filo cremisi di Yom HaKipurim.
Un testo potrebbe essere aggiunto:
«ed è stato inoltre insegnato: ‘Per quaranta anni prima della distruzione del Tempio, il filo scarlatto non divenne mai bianco, ma rimase rosso’» (Bavli Rosh Hashanah 31b).
E secondo la mia ricerca del testo: “Ha detto Rabban Yohanan Ben Zakkai al Tempio, ‘O Tempio, perché ci spaventi? Sappiamo che finirai per essere distrutto, perché è stato detto: Apri le tue porte, o Libano, che il fuoco possa divorare i tuoi cedri’ (Zaccaria 11:1)” non proviene dal trattato del Talmud Yerushalmi Sota, ma da Yoma 6:3 [33b], direttamente dopo
“Quarant’anni prima della distruzione del Tempio, la luce occidentale uscì, il filo cremisi rimase rosso, e la sorte per il Signore venne sempre nella mano sinistra. Chiudevano le porte del Tempio di notte e si svegliavano al mattino e le trovavano spalancate” (anche da Yoma 6: 3 [33b]).
Calorosi saluti,
Sam

giovedì 8 dicembre 2016

Il dogma dell’Immacolato Concepimento di Maria è una credenza pure degli scismatici orientali?

A leggere il contributo che segue – in lingua inglese – parrebbe di sì, visto che è stata ammessa, nel senso in cui tale verità è stata proclamata dal beato Pio IX, quantomeno come teoria teologica, ed in maniera autorevole, da molti autori scismatici. Le remore verso questo dogma nascono soprattutto da due motivi. Il primo è il classico pregiudizio anti-romano ed antipapale, dal momento che il dogma non fu proclamato da un Concilio ma dal Papa di Roma. Il secondo, un po’ più teologico, nasce dal timore di limitare il valore redentivo del sacrificio di Cristo, ritenendo – erroneamente – che Maria non sia stata pur’ella redenta – ma in anticipo rispetto agli altri – dal Figlio. In verità, i moderni teologi scismatici, che si oppongono al dogma, dimenticano che il beato Pio IX dichiarò che Maria fu esente dal peccato originale in vista dei meriti di Cristo: “intuitu meritorum Christi Jesu Salvatoris humani generis”. Pertanto, l’azione redentrice di Cristo fu, diciamo, operativa pure in caso di Maria, sebbene in modo del tutto diverso da quello del resto del genere umano. D’altronde, non va dimenticato che dinanzi a Dio il tempo e la storia non esistono, nel senso che sono dimensioni del nostro mondo. Egli, invece, è in un eterno presente. Ogni evento della storia, dinanzi a Lui, è presente; è come se avvenisse in quell’istante. Per cui, ben poteva applicare a Maria, esentandola dal peccato originale, i meriti della Redenzione della Croce; sacrificio del Figlio, che, temporalmente, sarebbe avvenuto molti anni dopo la concezione di Maria, ma che, nell’Eterno Presente di Dio, era come se fosse avvenuto in quel momento.
Per cui, sebbene la verità dell’Immacolato Concepimento di Maria non sia un dogma della c.d. ortodossia, tuttavia essa non contraddice alcun’altra verità di fede né ha mai incontrato la disapprovazione di un universale e immutabile consenso di opinione: anzi, al contrario, esiste una linea continua di eminenti autorità c.d. ortodosse che hanno insegnato l’Immacolata Concezione di Maria nel senso definito dal beato Pio IX.





Icona di Maria Fiore Immarciscibile, XVIII sec.

The Immaculate Conception and the Orthodox Church

by Father Lev Gillet

I. It is generally agreed, I think, that the dogma of the Immaculate Conception is one of the questions which make a clear and profound division between the Roman Catholic and Orthodox Churches. Is this really the case? We shall try to examine quite objectively what Orthodox theological history has to teach us on this matter. Leaving aside the patristic period we shall start on our quest in the time of the Patriarch Photius.

II. It seems to me that three preliminary observations have to be made.
First, it is an undeniable fact that the great majority of the members of the Orthodox Church did not admit the dogma of the Immaculate Conception as it was defined by Pius IX in 1854.
Secondly, throughout the history of Orthodox theology, we find an unbroken line of theologians, of quite considerable authority, who have explicitly denied the Immaculate Conception of the Blessed Virgin Mary. Among them I shall refer to Nicephorus Gallistus in the fourteenth century and Alexander Lebedev in the nineteenth, these two representing the extremities of a chain with many intermediary links. There is even an official document written against the Immaculate Conception: the letter of the Patriarch Anthimus VII, written in 1895; we shall come later to a discussion of its doctrinal value.
Thirdly, we recognize the fact that Latin theologians very often used inadequate arguments in their desire to prove that the Immaculate Conception belonged to the Byzantine theological tradition. They sometimes forced the sense of the poetic expressions to be found in the liturgy of Byzantium; at times they misinterpreted what were merely common Byzantine terms to describe Mary’s incomparable holiness, as a sign of belief in the Immaculate Conception; on other occasions they disregarded the fact that certain Byzantines had only a very vague idea of original sin. Speaking of the Theotokos, Orthodox writers multiplied expressions such as “all holy”, “all pure”, “immaculate”. This does not always mean that these writers believed in the Immaculate Conception. The vast majority – but not all – Orthodox theologians agreed that Mary was purified from original sin before the birth of Our Lord. By this, they usually mean that she was purified in her mother’s womb like John the Baptist. This “sanctification” is not the Immaculate Conception.
The question must be framed in precise theological terms. We do not want to know if Mary’s holiness surpasses all other holiness, or if Mary was sanctified in her mother’s womb. The question is: Was Mary, in the words of Pius IX, “preserved from all stain of original sin at the first moment of her conception” (in primo instanti suae conceptionis)? Is this doctrine foreign to the Orthodox tradition? Is it contrary to that tradition?

III. I shall begin by quoting several phrases which cannot be said with absolute certainty to imply a belief in the Immaculate Conception but in which it is quite possible to find traces of such a belief.
First of all – the patriarch Photius. In his first homily on the Annunciation, he says that Mary was sanctified ek Brephous. This is not an easy term to translate; the primary meaning of Brephos is that of a child in the embryonic state. Ek means origin or starting point. The phrase seems to me to mean not that Mary was sanctified in the embryonic state, that is to say, during her existence in her mother’s womb, but that she was sanctified from the moment of her existence as an embryo, from the very first moment of her formation – therefore – from the moment of her conception. (1)
A contemporary and opponent of Photius, the monk Theognostes, wrote in a homily for the feast of the Dormition, that Mary was conceived by “a sanctifying action”, ex arches – from the beginning. It seems to me that this ex arches exactly corresponds to the “in primo instanti” of Roman theology. (2)
St Euthymes, patriarch of Constantinople (+917), in the course of a homily on the conception of St Anne (that is to say, on Mary’s conception by Anne and Joachim) said that it was on this very day (touto semerou) that the Father fashioned a tabernacle (Mary) for his Son, and that this tabernacle was “fully sanctified” (kathagiazei). There again we find the idea of Mary’s sanctification in primo instanti conceptionis. (3)
Let us now turn to more explicit evidence.
(St) Gregory Palamas, archbishop of Thessalonica and doctor of the hesychasm (+1360) in his 65 published Mariological homilies, developed an entirely original theory about her sanctification. On the one hand, Palamas does not use the formula “immaculate conception” because he believes that Mary was sanctified long before the “primus instans conceptionis”, and on the other, he states quite as categorically as any Roman theologian that Mary was never at any moment sullied by the stain of original sin. Palamas’ solution to the problem, of which as far as we know, he has been the sole supporter, is that God progressively purified all Mary’s ancestors, one after the other and each to a greater degree than his predecessor so that at the end, eis telos, Mary was able to grow, from a completely purified root, like a spotless stem “on the limits between created and uncreated”. (4)
The Emperor Manuel II Paleologus (+1425) also pronounced a homily on the Dormition. In it, he affirms in precise terms Mary’s sanctification in primo instanti. He says that Mary was full of grace “from the moment of her conception” and that as soon as she began to exist … there was no time when Jesus was not united to her”. We must note that Manuel was no mere amateur in theology. He had written at great length on the procession of the Holy Spirit and had taken part in doctrinal debates during his journeys in the West. One can, therefore, consider him as a qualified representative of the Byzantine theology of his time. (5)
George Scholarios (+1456), the last Patriarch of the Byzantine Empire, has also left us a homily on the Dormition and an explicit affirmation of the Immaculate Conception. He says that Mary was “all pure from the first moment of her existence” (gegne theion euthus). (6)
It is rather strange that the most precise Greek affirmation of the Immaculate Conception should come from the most anti-Latin, the most “Protestantizing” of the patriarchs of Constantinople, Cyril Lukaris (+1638). He too gave a sermon on the Dormition of Our Lady. He said that Mary “was wholly sanctified from the very first moment of her conception (ole egiasmene en aute te sullepsei) when her body was formed and when her soul was united to her body”; and further on he writes: “As for the Panaghia, who is there who does not know that she is pure and immaculate, that she was a spotless instrument, sanctified in her conception and her birth, as befits one who is to contain the One whom nothing can contain?” (7)
Gerasimo, patriarch of Alexandria (+1636), taught at the same time. according to the Chronicle of the Greek, Hypsilantis, that the Theotokos “was not subject to the sin of our first father” (ouk npekeito to propatopiko hamarte mati); and a manual of dogmatic theology of the same century, written by Nicholas Coursoulas (+1652) declared that “the soul of the Holy Virgin was made exempt from the stain of original sin from the first moment of its creation by God and union with the body.” (8)
I am not unaware that other voices were raised against the Immaculate Conception. Damascene the Studite, in the sixteenth century, Mitrophanes Cristopoulos, patriarch of Alexandria and Dosithes, patriarch of Jerusalem in the seventeenth century, all taught that Mary was sanctified only in her mother’s womb. Nicephorus Gallistus in the fourteenth century and the Hagiorite in the eighteenth century taught that Mary was purified from original sin on the day of the Annunciation. But the opinions that we have heard in favour of the Immaculate Conception are not less eminent or less well qualified.
It was after the Bull of Pius IX, Ineffabilis Deus, of 8 December, 1854, that the greater part of the Greek Church seems to have turned against belief in the Immaculate Conception. Yet, in 1855, the Athenian professor, Christopher Damalas, was able to declare: ”We have always held and always taught this doctrine. This point is too sacred to give rise to quarrels and it has no need of a deputation from Rome”. (9)
But it was not until 1896 that we find an official text classing the Immaculate Conception among the differences between Rome and the Orthodox East. This text is the synodal letter written by the Oecumenical Patriarch, Anthimes VII, in reply to the encyclical Piaeclara Gratulationis addressed by Leo XIII to the people of the Eastern Churches. Moreover, from the Orthodox point of view, the Constantinopolitan document has only a very limited doctrinal importance. Although it should be read with respect and attention, yet it possesses none of the marks of infallibility, nor does ecclesiastical discipline impose belief in its teachings as a matter of conscience, and it leaves the ground quite clear for theological and historical discussions on this point.

IV. Let us now consider more closely the attitude of the Russian Church towards the question of the Immaculate Conception.
Every Russian theological student knows that St Dmitri, metropolitan of Rostov (17th century), supported the Latin “theory of the epiklesis” (10); but young Russians are inclined to consider the case of Dmitri as a regrettable exception, an anomaly. If they knew the history of Russian theology a little better they would know that from the middle ages to the seventeenth century the Russian Church has, as a whole, accepted belief in the Immaculate Conception. (11)
The Academy of Kiev, with Peter Moghila, Stephen Gavorsky and many others, taught the Immaculate Conception in terms of Latin theology. A confraternity of the Immaculate Conception was established at Polotsk in 1651. The Orthodox members of the confraternity promised to honour the Immaculate Conception of Mary all the days of their life. The Council of Moscow of 1666 approved Simeon Polotsky’s book called The Rod of Direction, in which he said: “Mary was exempt from original sin from the moment of her conception”. (12)
All this cannot be explained as the work of Polish Latinising influence. We have seen that much was written on the same lines in the Greek East. When as a result of other Greek influences, attacks were launched in Moscow against the doctrine of the Immaculate Conception, a protest was made by the Old Believers – a sect separated from the official Church by reason of its faithfulness to certain ancient rites. Again in 1841, the Old Believers said in an official declaration that “Mary has had no share in original sin”. (13) To all those who know how deeply the Old Believers are attached to the most ancient beliefs and traditions, their testimony has a very special significance. In 1848, the “Dogmatic Theology” of the Archimandrite Antony Amphitheatroff, approved by the Holy Synod as a manual for seminaries, reproduced Palamas’ curious theory of the progressive purification of the Virgin’s ancestors, a theory which has already been mentioned and which proclaims Mary’s exemption from original sin. Finally, we should notice that the Roman definition of 1854 was not attacked by the most representative theologians of the time, Metropolitan Philaretes of Moscow and Macarius Boulgakov.
It was in 1881 that the first important writing appeared in Russian literature in opposition to the dogma of the Immaculate Conception. It was written by Professor A. Lebedev of Moscow who held the view that the Virgin was completely purified from original sin at Golgotha. (14) In 1884, the Holy Synod included the question of the Immaculate Conception in the programme of “polemical”, that is to say, anti-Latin theology. Ever since then, official Russian theology has been unanimously opposed to the Immaculate Conception.
This attitude of the Russians has been strengthened by a frequent confusion of Mary’s immaculate conception with the virgin birth of Christ. This confusion is to be found not only among ignorant people, but also among many theologians and bishops. In 1898, Bishop Augustine, author of a “Fundamental Theology”, translated “immaculate conception” by “conception sine semine”. More recently still, Metropolitan Anthony then Archbishop of Volkynia, wrote against the “impious heresy of the immaculate and virginal conception of the Most Holy Mother of God by Joachim and Anne.” It was a theologian of the Old Believers, A. Morozov, who had to point out to the archbishop that he did not know what he was talking about. (15)

V. There are three principal causes which provide an explanation for the opposition with which the doctrine of the Immaculate Conception has been met in the Orthodox Church.
First and foremost, there is the mistrust felt a priori by many Orthodox about any doctrine defined by Rome since the separation of East and West. That, of course, is primarily a psychological reason.
There is also the fear of formulating a doctrine which might not seem to have sufficient foundation in Holy Scripture and the patristic tradition. We have left the patristic age outside the bounds of our discussion, limiting ourselves to the Orthodox theology of Byzantium: but it seems that (from St Andrew of Crete to St Theodore the Studite) much evidence can be produced from Greek sources in favour of the Immaculate Conception.
Finally there is the fear of restricting the redemptive work of Christ. Once you have exempted Mary from original sin, have you not exempted her from the effects of her Son’s redemption? Is it not possible for a single exception to destroy the whole economy of salvation? The Orthodox theologians who think on these lines have not given careful enough consideration, or indeed any at all, to the fact that according to Pius IX’s definition, Mary was only exempt from original sin in view of the merits of Christ: “intuitu meritorum Christi Jesu Salvatoris humani generis”. Therefore, Christ’s redemptive action was operative in Mary’s case although in a quite different way from that of the rest of mankind.
We will add this, too. Orthodox theology has always insisted on the beauty of human nature in its integrity before the fall. Now it is the doctrine of the Immaculate Conception which alone can justify this ‘humanism’. It is only in Mary conceived without sin, that human nature has reached its fulfilment and actualized all its possibilities. Mary is the one and only success of the human race. It is through her and in her that humanity has escaped total failure and has offered to the divine a point of entry into the human. Mary, said Metropolitan George of Nicomedia (19th century) “was the magnificent first fruit offered by human nature to the Creator.” (16) “She is”, said Nicholas Cabasilas (14th century), “truly the first man, the first and only being to have manifested in herself the fullness of human nature.” (17)

VI. Let us draw our conclusions:
1. The Immaculate Conception of Mary is not a defined dogma in the Orthodox Church.
2. One can say that since the first part of the nineteenth century the majority of Orthodox believers and theologians have taken their stand against this doctrine.
3. Nevertheless. it is impossible to say that from the Orthodox point of view the doctrine of the Immaculate Conception constitutes a heresy; for canonically it has never been defined as such by an oecumenical council and in fact it has never met with the disapproval of a universal and unchanging consensus of opinion.
4. There does exist a continuous line of eminent Orthodox authorities who have taught the Immaculate Conception.
5. Therefore the doctrine of the Immaculate Conception has every right to its existence in the Orthodox Church as an opinion of a school or as a personal theologoumenon based on a tradition worthy of respect.
6. It follows therefore that the Roman definition of 1854 does not constitute an obstacle to the reunion of the Eastern and Western Churches.
7. It is my own view that not only does the Immaculate Conception not contradict any Orthodox dogma but that it is a necessary and logical development of the whole of Orthodox belief. (18)
Regina sine labe concepta, ora pro nobis.

Footnotes:
1. Photius, homil. I in Annunt., in the collection of St. Aristarchis, Photiou logoi kai homiliai, Constantinople 1901, t. II, p. 236.
2. Theognostes, hom. in fest. Dormitionis, Greek Cod. 763 of the Bibliotheque Nationale of Paris, fol. 8. v.
3. Euthemius, hom. in concept. S. Annae, Cod. laudianus 69 of the Bodleian Library, fol. 122-126.
4. Photius, In Praesentat. Deiparae, in the collection of Sophoclis Grigoriou tou Palama homiliai kb’, Athens 1861.
5. Manuel Paleologus, orat. in Dormit., Vatic. graecus 1619. A Latin translation is to be found in Migne P.G. t. CLVI, 91-108.
6. Scholarios, hom. in Dormit., Greek Cod. 1294 of the Bibliotheque Nationale of Paris, fol. 139 v.
7. Lukaris, hom. in Dormit., Cod. 263 of the Metochion of the Holy Sepulchre in Constantinople, fol. 612-613, and hom. in Nativ., Cod. 39 of the Metochion, fol. 93.
8. Hypsilantis, Ta meta ten alosin, Constantinople, 1870, p. 131. Coursoulas, Sunopsis ten ieras Theologias, Zante, 1862, vol. I, pp. 336-342.
9. Quoted by Frederic George Lee, in The Sinless Conception of the Mother of God, London 1891, p. 58.
10. See Chiliapkin, St Dmitri of Rostov and his times (Russian), in the Zapiski of the Faculty of history and philology of the University of St. Petersberg, t. XXIV, 1891, especially pp. 190-193.
11. See J. Gagarin, L’Eglise russe et L’immaculee conception, Paris 1876.
12. See Makary Bulgakov, History of the Russian Church (Russian) 1890, t. XII, p. 681. On the Polotsk brotherhood, see the article by Golubiev, in the Trudv of the Academy of Kiev, November 1904, pp. 164-167.
13. See N. Subbotin, History of the hierarchy of Bielo-Krinitza (Russian), Moscow, 1874, t. I, p. xlii of the Preface.
14. An article by M. Jugie, “Le dogme de l’immaculee conception d’apres un theologien russe,” in Echos d’Orient, 1920, t. XX, p. 22, gives an analysis of Lebedev’s monography.
15. Letter of Archbishop Anthony of Volhynia to the Old Believers, in the organ of the Russian Holy Synod, The Ecclesiastical News of 10 March 1912, p. 399. Morozov’s reply is contained in the same periodical on 14 July 1912, pp. 1142-1150.
16. Hom. III in Praesentat., Migne P.G. t. C, col. 1444.
17. Hom. in Nativ. B. Mariae, Greek Cod. 1213 of the Bibliotheque Nationale of Paris, fol. 3, r.
18. On the whole subject see M. Jugie, “De immaculata Deiparae conceptione a byzantinis scriptoribus post schisma consummatum edocta”, in Acta II conventus Velehradensis, Prague 1910; and article “Immaculee Conception,” in Dictionnaire de theologie catholique, Paris 1922, t. VII, col. 894-975. This last article by Jugie gives a complete bibliography of the subject. Much will also be found in P. de Meester, “Le dogme de l’immaculee conception et la doctrine de l’Eglise grecque”: 5 articles published in the Revue de l’Orient chretien, Paris, 1904-1905.
(From Chrysostom, Vol. VI, No. 5 [Spring 1983]: 151-159).