Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta Giubileo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giubileo. Mostra tutti i post

domenica 10 aprile 2016

Il giubileo del perdono di Notre-Dame du Puy

Nella domenica del Buon Pastore rilanciamo volentieri questo contributo di Cristina Siccardi.






Philippe de Champaigne, Il Buon Pastore, XVII sec., Musée des Ursulines, Mâcon


Philippe de Champaigne, Il Buon Pastore, XVII sec.,1650-60, Musée des Beaux-arts, Tours



Jean-Baptiste de Champaigne, Il Buon Pastore, 1650 circa, Palais des Beaux-Arts, Lille

Bartolomé Esteban Pérez Murillo, Il Buon Pastore, 1660 circa, museo del Prado, Madrid

Seguace del Murillo, Il Buon Pastore, XVII sec., collezione privata

Pedro Ruiz González, Il Buon Pastore, 1693, museo del Prado, Madrid

Cristóbal García Salmerón, Il Buon Pastore, XVII sec., museo del Prado, Madrid


Vicente López Portaña, Il Buon Pastore, 1801, Museo de Bellas Artes San Pio V, Valencia

Erzsebet Hikady, Il Buon Pastore, 1950 circa, collezione privata

Il giubileo del perdono di Notre-Dame du Puy

di Cristina Siccardi

La scorsa settimana abbiamo parlato delle Sacre Spine di Bari e di Andria, che il 25 marzo, contemporaneamente giorno dell’Annunciazione e del Venerdì Santo, hanno dato segni di vita: una ha trasudato sangue, dal quale di scorgeva un volto di uomo, l’altra ha gemmato di bianco.
Nello stesso giorno un’altra Spina è miracolosamente divenuta viva, quella custodita nella parrocchia di San Giovanni Bianco (Bergamo). Non accadeva dal 1932 (nel 2005, infatti, nella coincidenza delle due date, il miracolo non si era verificato) e prima ancora dal 1598. Fatto, quindi, rarissimo.
Ha dichiarato il Vescovo Francesco Beschi ai fedeli: «Care sorelle e cari fratelli, la venerazione della reliquia della Sacra Spina, custodita nella chiesa e dalla comunità parrocchiale di San Giovanni Bianco, si è storicamente alimentata ad un particolare segno, chiamato “fioritura”, che si verificherebbe in occasione della coincidenza del 25 marzo, solennità dell’Annunciazione di Maria, con la celebrazione del Venerdì Santo. Con grande gioia posso annunciare che il segno si è manifestato». Nelle fotografie è possibile notare germogli così turgidi e carnosi da dare l’idea che siano pronti a fiorire, davvero impressionante.
Questo segno manifesta che Cristo Risorto è particolarmente presente in questi tempi di colossale corruzione spirituale e morale: dissolvenza della Fede dentro e fuori la Chiesa, che si unisce ad un ripudio dei principi e dei valori fondanti l’esistenza. Se da un lato Satana e gli spiriti maligni «si aggirano per il mondo a perdizione delle anime» con assordante schiamazzo distruttivo e grande favor pubblico, dall’altro, nel silenzio costruttivo, Cristo Vivo opera e, allo stesso tempo, dà sostegno e coraggio a chi si avvede dei suoi richiami. Tempo di Grazia, dunque, perché «laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la Grazia» (Rm 5, 20).
E la Grazia ha dei percorsi ben precisi in Europa, il cui tessuto sociale ha perso la sua aderenza cristiana, ma le sue strade no, ricche come sono di Arte cristiana, la quale custodisce Tesori cristiani, miracoli cristiani, reliquie cristiane, apparizioni cristiane, come a Le Puy en Velay (Alta Loira), in Francia, dove quest’anno si celebra il XXXI Giubileo de «Le Grand Pardon de Notre-Dame du Puy»: proprio in questo Santuario si celebra la coincidenza dell’Annunciazione e del Venerdì Santo. Secondo la Tradizione, nel luglio del 47 la Vergine Santissima apparve sul Monte Anis ad una donna, Vila, guarendola da una grave malattia e due secoli dopo la Madonna riapparve nello stesso luogo ad una paralitica e la sanò. La cappella originaria venne, nel corso dei secoli, trasformata nell’attuale Santuario.
Fu Papa Giovanni XVI ad istituire nel 992 il primo Giubileo du Puy al fine di onorare la Madre di Dio e ricordare il nostro riscatto grazie a Dio fatto uomo, morto sulla Croce per la remissione dei nostri peccati. Incarnazione e Redenzione. Questo Giubileo di Le Puy coinciderà anche con il 300° anniversario della morte di Louis-Marie Grignon de Montfort, apostolo della devozione mariana e legato da grande devozione alla Cattedrale di Le Puy. La statua di Notre-Dame de France, che domina il Santuario, ricorda tutte le grazie private e pubbliche concesse alla nazione blu bianca rossa nel corso dei secoli. La bellissima preghiera della «Salve Regina» fu composta da Ademar de Monteil, Vescovo di Puy e venne cantata per la prima volta proprio in questa Cattedrale il 15 agosto 1096, nei giorni che avviarono la prima Crociata.
Una grande scalinata (134 gradini) conduce alla cattedrale in stile romanico; essa presenta influenze diverse, riconducibili all’Oriente e alla Spagna moresca. Il coro della cattedrale poggia direttamente su un alto spuntone roccioso. Sull’altare maggiore si trova la Vergine Nera, una statua che sostituisce una precedente effigie bruciata durante la Rivoluzione Francese (1794). Le Puy era una città molto importante nel mondo cristiano del primo millennio: «Via Podiensis», uno dei percorsi di Saint-Jacques de Compostelle.
Dall’alto del picco roccioso Corneille, la Statua della Madonna di Francia (alta 38,7 m e del peso di 835 tonnellate) domina la città; fu scolpita da Jean-Marie Bonnassieux, ricavando il ferro della fusione di 213 cannoni, offerti dal generale Pélissier, vincitore della guerra di Crimea (1860). Il monumento rappresenta la Santa Vergine nell’atto di indicare la città a Gesù perché la benedica.
Ma torniamo in Italia, dove si sta svolgendo, a Cagliari, una mostra molto importante, dal titolo In Hoc Signo. La mostra, allestita nella Fondazione Banco di Sardegna (via Salvatore da Horta 2) è dedicata all’Ardia e a «San Costantino», infatti in questo territorio l’Imperatore romano è venerato come Santo, così come accade per la Chiesa bizantina. L’Ardia è una manifestazione tradizionale che si tiene a Sedilo il 6 e 7 luglio di ogni anno e consiste in una rituale processione a cavallo con tre tappe finali di corsa per raggiungere il Santuario dedicato a Costantino I (localmente denominato Santu Antinu).
Vittorio Sgarbi è il curatore della mostra. Lo storico dell’Arte il 24 marzo u.s. ha dedicato, a ridosso della strage di Bruxelles, la sua striscia settimanale di Virus suRai2 proprio alla mostra In Hoc Signo poiché: «Quel segno della croce è il simbolo anche per l’arte contemporanea esposta a Cagliari, della consapevolezza della nostra civiltà cristiana» e, intervistato da Paolo Curelli della testata La nuova Sardegna (3 aprile 2016) ha affermato: «In hoc signo vinces rappresenta, ora più che mai, la forza dello spirito (…) Ancora una volta “non possiamo che dirci cristiani” e ritrovarci nel simbolo del crocifisso. La costituzione europea non afferma le nostre radici cristiane, più volte evocate da diversi pontefici, ma il cristianesimo è presente in ogni nostra città, mentre siamo ormai arretrati da questa posizione in una indifferenza che è contraddetta dalla nostra arte e dalla nostra storia. La croce vessillo di Sant’Antine, l’imperatore Costantino I, è la vera croce ritrovata da sua madre Sant’Elena (…) Costantino rappresenta la vittoria, militare, politica ma anche culturale. L’imperatore che evita il disfacimento dell’impero fondando Costantinopoli e che, infine, fa trionfare il cristianesimo con l’editto di Milano del 313 facendolo diventare istrumentum regni».
In questa mostra è esposta, fra le altre, un’opera del Maestro Giovanni Gasparro, pittore pluripremiato, di Fede cattolica, dal titolo In hoc signo vinces – Il sogno di Costantino, un vero e proprio capolavoro. Memore della visione pittorica di Piero della Francesca negli affreschi con le Storie della Vera Croce della Basilica aretina di San Francesco, l’artista ha ambientato la scena in un notturno, all’interno della tenda del campo di battaglia.
Rinunciando all’iconografia del sogno, egli ha optato per la visione: l’imperatore è folgorato estaticamente dal simbolo abbagliante della Croce di Cristo, sormontata dal Chrismon, il Chi Rho, monogramma cristologico: XP sono le prime due lettere della parola greca Χριστός, Christòs, monogramma che venne ripreso sul labaro, lo stendardo militare imperiale, per espresso volere di Costantino che, come scrive Gasparro nella nota esplicativa al suo dipinto: «sposò virilmente l’opzione monoteista cristiana quando ancora non era giunto a Roma per la Battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio. Apparvero a lui ed all’intero esercito, un incrocio di luci che sormontava il sole e la scritta ἐν τούτῳ νίκα, e Cristo stesso, nella notte successiva, gli avrebbe indicando in sogno, di usare il medesimo simbolo come vessillo in battaglia. Costantino seguì quell’indicazione che si rivelò foriera di vittoria, tanto da spingere l’imperatore a legittimare il culto dei cristiani con l’editto epocale di Milano».
Nell’opera Costantino è sveglio, pienamente cosciente della visione. «È seminudo perché disarmato nel “subire” la visione della Croce di Gesù. Ho inteso fondere i due episodi storici dell’apparizione del Chi Rho all’esercito ed il sogno notturno». La luce che si diparte dalla Croce, squarciando le tenebre della notte, è «per me allusione strumentale a sottendere la luce della Grazia divina che vince le tenebre del peccato e della morte. L’alba del Cristianesimo nell’Occidente romano, ha avuto questo carattere. Di lì è nata la nostra Civiltà. Il piccolo bacile argenteo posto sul triclinio (la cui foggia è dedotta dai coevi esemplari pompeiani) è simbolo dell’accettazione del messaggio evangelico (forma del bacile concava, quindi accogliente), nonché la rifrazione e promanazione dello stesso messaggio al mondo, anche per merito di Costantino (allo stesso modo in cui l’argento riflette, come uno specchio, la luce emanata dalla Croce-Chrismon)».
Così, mentre le croci spariscono dalle scuole, dagli uffici pubblici, dalle chiese di moderna e apostatica fattura, e dai cuori della gente, le Sacre Spine sanguinano, gemmano, sono in potenza di fiorire, intanto la Tradizione avanza nel silenzio delle anime in orazione, nelle Sante Messe, sempre più diffuse, in Vetus Ordo, negli scritti come nel passa parola; e ci sono pittori di fama internazionale che dipingono magistralmente, al servizio della vera Arte e del vero Cattolicesimo. Come «In hoc signo vinces» («Con questo segno vincerai») valse per Costantino, allo stesso modo varrà per i credenti in Cristo.

Fonte: Corrispondenza romana, 6.4.2016

sabato 9 gennaio 2016

Chi è lei per giudicarmi? Ancora una volta estremamente utili ci sono le parole di S. Alfonso M. de’ Liguori

Qualche tempo fa avevamo avuto modo di postare un brano tratto da un’opera dell’insigne maestro e patrono dei moralisti qual è S. Alfonso Maria de’ Liguori.
In quella circostanza, riportandone sia l’aforisma sia il brano per intero, ricordavamo come «ne manda più all’inferno la misericordia di Dio, che non ne manda la giustizia», perché, ci rammentava il Dottore della Chiesa, i peccatori, confidando temerariamente nella misericordia divina, non cessano di peccare, così dannandosi l’anima. Diceva S. Alfonso, infatti, che Dio è sì misericordioso, ma anche giusto ed in quanto tale «è obbligato a castigare chi l’offende»: lo esige la giustizia.
Oggi, quel monito del grande Santo del secolo dei Lumi ci appare davvero profetico, ricordando come il continuo richiamo alla misericordia compiuto da più parti sia vano se non accompagnato dalla volontà del peccatore di non voler più peccare e di emendare la propria vita. Ed invece, il giornalista Magister ci pubblica la lettera choc di un confessore, il quale pone in luce come, nonostante la proclamazione giubilare, i confessionali rimangono vuoti. Anzi, quando qualche penitente vi si accosta il confessore, non di rado, si sente quasi ripreso dal peccatore qualora lo metta a nudo – come è giusto che sia – dinanzi alla sua colpa, sentendosi dire “Chi è lei per giudicarmi?” (cfr. S. Magister, Giubileo della misericordia, ma con i confessionali vuoti, in blog www.chiesa, 9.1.2016).
Ecco i frutti derivanti dalla veicolazione di messaggi, se non errati in linea di principio, sono almeno parziali ed approssimativi!!! Far passare semplicemente l’idea che l’attraversamento di una delle innumerevoli porte sante, peraltro senza alcuna devozione, possa essere un surrogato o un sostituto della Confessione; veicolare la convinzione che con l’indulgenza si venga assolti dal peccato e dalla pena temporale dovuto a questo e che, dunque, il semplice attraversamento renda “bianco” ciò che prima del passaggio era “nero”, è semplicemente mostruoso ed una deformazione della dottrina cattolica. Oltre che, ovviamente, causa della perdizione di molte anime!
Per questo ci pare opportuno tornare a riflettere sulle parole – già da noi pubblicate – di S. Alfonso, con la traduzione - questa volta – dei passi latini compiuta da uno dei collaboratori del nostro blog, che ci ha onorato di alcuni suoi articoli e riflessioni, Vincenzo Sasso, che ringraziamo della sua paziente opera.

Giusepope Molteni, La Confessione,
1838, collezione privata
Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (cap. 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: “Vis, imus, et colligimus ea?” [“Vuoi che andiamo ad estirparla?”]. Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: “In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum” [“Al tempo della messe dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizania e legatela in fastelli, poi bruciatela”]. Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co’ peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: “Desperando, et sperando” [“Sia con la disperazione sia con la speranza”]. Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: “Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam” [“Dopo il peccato spera nella misericordia; prima del peccato abbi terrore della giustizia”]. Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?
Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. “Bonus est Deus, faciam quod mihi placet” [“Dio è buono, farò quel che mi piace”], ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino (Tract. 33. in Io.). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.
Non dire, dice il Signore: Sono grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. “Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur” [“E non dire: la misericordia del Signore è grande, avrà pietà dei miei molti peccati”] (Eccli. 5. 6). Nol dire, dice Dio; e perché? “Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius” [“perché presso di lui ci sono misericordia e ira, il suo sdegno si riverserà sui peccatori”] (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che sono le miserazioni) sono finiti. Dio è misericordioso ma è anche giusto. “Ego sum iustus, et misericors” [“Io sono giusto e misericordioso”], disse il Signore un giorno a S. Brigida; “peccatores tantum misericordem me existimant” [“I peccatori mi ritengono solo misericordioso”]. I peccatori, scrive S. Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: “Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare” [“Dio è buono, ma anche giusto; non considerate Dio solo per metà”]. Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P.M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. “Et misericordia eius timentibus eum” [“La sua misericordia si stende su quelli che lo temono”], come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: “Qui verus est in promittendo, verus est in minando” [“Colui che è veritiero nel promettere, è veritiero nel minacciare”].
Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; “Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur” [“Sta attento a non accogliere quel cane che promette la misericordia di Dio”] (Hom. 50. ad Pop. Antioch.). Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: “Sperat, ut peccet; vae a perversa spe” [“Spera per peccare; guai alla speranza perversa”] (In Ps. 144). Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. “Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit” [“Sono innumerevoli coloro che si fanno ingannare da questa ombra di fatua speranza”]. Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo!
Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesù-Cristo: “Fidit in lenitate magistri” [“Confidò nella clemenza del maestro”]. In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de’ cristiani (parlando degli adulti) si danna: “Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam” [“Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti entrano per essa”] (Matth. 7. 13).
Chi offende Dio colla speranza del perdono, “irrisor est non poenitens” [“è sbeffeggiatore e non penitente”], dice S. Agostino. Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: “Deus non irridetur” [“Dio non si fa prendere in giro”] (Galat. 6. 7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. “Quae enim seminaverit homo, haec et metet” [“L’uomo raccoglierà ciò che avrà seminato”] (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. “Maledictus homo qui peccat in spe” [“Maledetto l’uomo che pecca con la speranza”]. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: “Et spes illorum abominatio” [“E la loro speranza è abominio”] (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome [allo stesso modo in cui] irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono (cfr. op. cit., Considerazione XVII – Abuso della divina misericordia, Punto I).

Fonte: S. Alfonso M. de’ Liguori, Apparecchio alla Morte cioè Considerazioni sulle Massime Eterne Utili a tutti per meditare, ed a’ sacerdoti per predicare, in “OPERE ASCETICHE” Vol. IX, CSSR, Roma 1965.

domenica 3 gennaio 2016

L’indulgenza non è una tregua - Editoriale di gennaio 2016 di “Radicati nella fede”

Nella festa del SS. Nome di Gesù e di S. Genoveffa, vergine, nonché nel ricordo che il 3 gennaio 1521, Papa Leone X, con la Bolla Decet Romanum Pontificem, scomunicò il Porcus Saxoniae, Martin Lutero («Decet Romanum pontificem, ex tradita sibi divinitus potestate, poenarum spiritualium et temporalium, pro meritorum diversitate, dispensatorem constitutum, ad reprimendum nefarios conatus perversorum quos noxiae voluntatis adeo depravata captivat intentio, ut, Dei timore postposito, canonicis sanctionibus mandatisque apostolicis neglectis atque contemptis, nova et falsa dogmata excogitare, ac in Ecclesia Dei nefarium scisma inducere [...] contra tales eorumque sequaces acrius insurgere ...»), rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di gennaio 2016, già riportato da Chiesa e postconcilio.



Monogramma JHS, Chiesa del Gesù, Roma




Anonimo, S. Genoveffa dinanzi all'Hôtel de Ville di Parigi, XVII sec., Musee Carnavalet, Parigi



Scuola fiamminga, S. Genoveffa sorveglia il suo gregge, 1575-1600, Musée Carnavalet, Parigi

S. Genoveffa, vetrata, église Saint-Étienne, Chanonat





L’INDULGENZA NON È UNA TREGUA

Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno IX n. 1 - Gennaio 2016


Perché la Chiesa ha fatto gli Anni Santi, perché ha pensato ai Giubilei con le loro indulgenze plenarie? Semplicemente perché gli uomini devono tornare a Dio, allontanandosi dal peccato che causa loro la morte eterna. Non c’è altra ragione, non ce n’è proprio un’altra!
Si assiste a una strana insistenza sulla misericordia di Dio, che suona straniera, molto straniera ad orecchie cattoliche. Si sente parlare del Signore che perdona sempre, ma questa insistenza non è mai preceduta e accompagnata dal ricordo della gravità del peccato, con le sue mortali conseguenze.
È la solita storia: si prendono verità cattoliche, le si isolano da tutto il resto, trasformandole così in qualcosa d’altro. È la tecnica per fondare una nuova Chiesa, la chiesa dell’umanità che non è più la Chiesa di Cristo.
E tutto questo ha qualcosa di illogico, di non ragionevole: perché mai il Signore ti accoglierebbe con misericordia, se non perché tu hai bisogno di essere strappato dal peccato e dalla morte?
Ma no! oggi va di moda, e proprio nella Chiesa, parlare della bontà accogliente di Dio, senza richiamare la gravità del peccato, di ogni peccato. Anzi, chi ancora nella Chiesa si attarda a denunciare il male e la sua gravità, viene visto come nemico della misericordia di Dio, da eliminare come falso apostolo, affinché la bellezza della “nuova chiesa” possa finalmente risplendere.
Quanti disastri morali si compiranno in questo Anno Santo, se non si tornerà alla Misericordia vera, quella di Cristo, che accogliendoti in pianto per i tuoi peccati, ti perdona e ti dice “d’ora in poi non peccare più”.
La misericordia di Dio, quella di Cristo, non può mai essere disgiunta dalla condanna ferma del peccato, di ogni peccato. Anzi, è proprio insegnando la gravità del peccato che la Chiesa ha sempre aperto i cuori alla vera misericordia di Dio.
Il beato Cardinal Newman ha parole impressionanti proprio sulla necessità della condanna severa del peccato. Parlando del compito dottrinale della Chiesa così si esprime:
“Anzitutto, la dottrina del maestro infallibile deve iniziare da una vibrata protesta contro lo stato attuale dell’umanità. L’uomo si è ribellato al suo Creatore. Questa ribellione ha provocato l’intervento divino; e la denunzia della ribellione dev’essere il primo atto del messaggio accreditato da Dio” (Apologia pro vita sua, cap. V).
Non c’è che dire, il grande Cardinal Newman, spacciato troppe volte per anticipatore della confusione conciliare, su questo è chiaro: la ribellione dell’uomo a Dio va denunciata, e questa denuncia sta all’inizio del parlare della Chiesa, viene prima di tutto, con essa incomincia tutto!
Ma continuiamo con Newman:
“La Chiesa deve denunciare la ribellione come il più grave di tutti i mali possibili. Non può scendere a patti; se vuole essere fedele al suo Maestro, deve bandirla e anatemizzarla” (ibid.)
Altro che la confusione che ci circonda e ci sommerge! Altro che questa confusione seguita al sinodo sulla famiglia, che ben ha preparato la confusione del giubileo.
La mancanza della denuncia del peccato è di fatto un scendere a patti col peccato; così è percepita dai più.
È colta come una tregua, come una rinuncia della Chiesa alla lotta contro il male e il demonio. È colta come un cambiamento di morale, come un depennare alcuni comandamenti dal decalogo, per far tregua con il mondo che non vuole cambiare.
Sì, si rischia di intendere l’Anno Santo, con la sua misericordia “larga”, come una grande tregua al peccato, che prelude alla nascita di una nuova chiesa pacificata col mondo moderno, che di cambiare non ne ha proprio voglia: che illusione mortale!
Illusione mortale, quella di pensare di conquistare il mondo con un perdono che non richiede il dolore del peccato e il proponimento di non commetterlo più! Illusione mortale, quella di pensare di riempire le chiese non chiedendo più niente alle anime. Illusione mortale, quella di pensare di spalancare le porte a tutti senza chiedere nulla: entreranno forse in molti, ma occuperanno una chiesa debole, che si trasformerà in loro; e dopo averla resa simile alla loro casa confusa da cui provenivano, la rigetteranno per l’ennesima volta come una chiesa inutile.
Ma sì!: cosa se ne fanno gli uomini di una chiesa che benedice senza avere più la voglia di convertire? Cosa se ne faranno di una chiesa che ha rinunciato alla grande opera di Cristo, quella di salvare le anime, suscitando e consacrando con la Grazia la loro vera conversione? Cosa se ne faranno di una chiesa che, infedele al suo maestro, si vergogna di ripetere le sue parole sante: “Va, i tuoi peccati sono perdonati, e d’ora in poi non peccare più, perché non ti capiti qualcosa di peggio” ?
Ma ascoltiamo ancora il grande Henry Newman:
“La Chiesa cattolica pensa sia meglio che cadano il sole e la luna dal cielo, che la terra neghi il raccolto e tutti i suoi milioni di abitanti muoiano di fame nella più dura afflizione per quanto riguarda i patimenti temporali, piuttosto che una sola anima, non diciamo si perda, ma commetta un solo peccato veniale, dica una sola bugia volontaria o rubi senza motivo un solo misero centesimo” (ibid).
È ancora così la nostra coscienza cattolica? È inteso ancora così il compito della Chiesa?
Carissimi, il compito della Chiesa non può cambiare, perché Cristo non cambia. Non fidiamoci dei falsi maestri che scambiano il perdono, l’indulgenza plenaria, con una “tregua” dal sapore troppo umano che sa di diabolico.
La Chiesa è stata posta come baluardo per la salvezza delle anime dal male, dall’abisso del peccato.
“All’intensità del male che si è impossessato del genere umano, è stato contrapposto un potere capace di fronteggiarlo; e il primo atto di questo potere istituito da Dio è ovviamente una sfida al nemico. Questo preambolo dà un senso alla posizione della Chiesa nel mondo, e dà una chiave per interpretare tutto il suo insegnamento e la sua condotta attraverso i secoli.” (ibid).
Ecco perché una Chiesa che intende la misericordia come “tregua” è un puro non senso, è la distruzione della Chiesa stessa. Una Chiesa così ridotta non avrà più una posizione nel mondo... anzi, non l’ha già più.
Preghiamo il Signore e la Vergine Maria, perché ci concedano pastori secondo il cuore di Dio, che non temano di fronteggiare il peccato, di porsi come sfida al nemico.
E a noi tutti dia l’intelligenza per riconoscere pastori così.

Fonte: Radicati nella fede, 30.12.2015

martedì 24 novembre 2015

don Nicola Bux: "Per il giubileo deve essere chiaro l'invito alla conversione!"

Nella memoria di S. Giovanni della Croce, rilanciamo volentieri quest’intervento-appello di don Nicola Bux, affinché il prossimo “Giubileo” non si trasformi in un’esaltazione della misericordia senza conversione … .


José Joaquín Magón, Imposizione dell'abito carmelitano a S. Giovanni della Croce, XVIII sec., Cappella di S. Giovanni della Croce, Templo Conventual de Nuestra Señora del Carmen, Puebla

José Joaquín Magón, Messa di S. Giovanni della Croce, XVIII sec., Cappella di S. Giovanni della Croce, Templo Conventual de Nuestra Señora del Carmen, Puebla

José Joaquín Magón, S. Giovanni della Croce lotta contro i demoni, XVIII sec., Cappella di S. Giovanni della Croce, Templo Conventual de Nuestra Señora del Carmen, Puebla



José García Hidalgo, Levitazione o Estasi dei SS. Teresa d'Avila e Giovanni della Croce nel Monastero dell'Incarnazione ad Avila, 1675 circa, Museo de Segovia, Segovia 

Giubileo, appello a papa Francesco: «Deve essere un chiaro invito alla conversione»

di Nicola Bux

Mentre i politici occidentali parlano di strategia di lungo periodo per fronteggiare il terrorismo islamista, e ricorrono all’armamentario dei valori della convivenza, della solidarietà, della tolleranza, del dialogo, ormai mummificati, i giovani europei muoiono nel corpo e nell’anima; anche tra i cattolici non si vuol risalire alle cause che inducono tanti ragazzi, in cerca di idee forti, ad arruolarsi nelle file dei musulmani, ed altri, succubi del pensiero debole, a inseguire i miti progressisti, al punto che, quando uno di loro muore, non si sa dire altro che ‘era solare’ – che significa? -, spegnendo l’interrogativo sulle condizioni dell’anima al momento della morte.

La Chiesa cattolica, “vessillo issato tra le nazioni e strumento di salvezza per tutti i popoli” a cosa è chiamata? Seguendo l’Omelia di un autore del II secolo, riprendo questo appello: “Fratelli, prendiamo questa bella occasione per far penitenza, e mentre ne abbiamo tempo, convertiamoci a Dio che ci ha chiamati e che è pronto ad accoglierci. Se lasceremo tutte le voluttà e non permetteremo che la nostra anima rimanga preda dei cattivi desideri, saremo partecipi della misericordia di Gesù”.

Giovanni Paolo II richiamava le visioni di santa Faustina, che dinanzi al purgatorio, esclama: “una prigione di dolore”, della quale il Signore le fece intendere: “La mia misericordia non vuole questo, ma lo esige la giustizia”.

Sembra, quindi, che non si possa ottenere misericordia senza conversione, altrimenti Dio non sarebbe giusto, né in questo mondo né, soprattutto, nell’altro: “La Misericordia esige, prima di inondarci della sua benevolenza, la verità, la giustizia e il pentimento. In Dio la misericordia si fa perdono” (R. Sarah, Dio o niente, Siena 2015, p. 266). È il Vangelo di Gesù Cristo!

Gli avvenimenti tragici di Parigi, con le minacce a Roma, portano a rivolgere l’appello al suo Vescovo, il Papa, che il Giubileo dichiari meglio l’intento per il quale fu istituito: l’invito alla conversione di tutti gli uomini per ottenere indulgenza, ossia misericordia dal Signore; un invito supplice, innanzitutto ai cristiani, affinché rinnovino la rinuncia battesimale ad ogni connivenza col mondo e guardino a Gesù Cristo, l’unica “porta santa” attraverso cui entrare nella vita eterna, come egli stesso ha detto. Bisogna che tale annuncio evangelico non escluda alcun uomo, perché è l’unico ‘dialogo’ che il Signore vuole - lo attestano i vangeli - e che Egli stesso ha intessuto con uomini e donne di ogni tipo: giusti e peccatori, ebrei e samaritani, romani e greci. È il dialogo che dichiara la necessità della conversione di tutto il mondo al Signore Gesù, per la salvezza dell’anima in terra e soprattutto in Cielo.

Che Gesù Cristo sia il principio e il fine del rapporto col mondo, lo dichiarò Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II: «Il grande problema posto davanti al mondo, dopo quasi due millenni, resta immutato. Il Cristo, sempre splendente al centro della storia e della vita; gli uomini o sono con Lui e con la Chiesa sua e allora godono della luce, della bontà, dell’ordine e della pace; oppure sono senza di Lui, o contro di Lui, e deliberatamente contro la sua Chiesa: divengono motivo di confusione, causando asprezza di umani rapporti e persistenti pericoli di guerre fratricide».

La Chiesa di Gesù Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, è stata costituita e inviata ad attuare questo dialogo che consiste nel proclamare che l’uomo si salva solo se crede nel Signore Gesù: ebrei e pagani, musulmani e buddisti, atei e agnostici: nessuno può essere esentato dalla conversione. È l’invito che scaturisce dal Cuore di Cristo, affinché tutti si salvino e giungano alla conoscenza della verità. Se il parlare della misericordia - che è un aspetto della carità – non fosse finalizzato alla conversione, non servirebbe a nulla, come ha ricordato san Paolo nel celebre “inno alla carità”. Se la Chiesa non fa questo annuncio, tradisce il mandato del suo Fondatore.

Non serve discettare se vi siano musulmani moderati o fondamentalisti o fanatici, e sociologismi simili: chi conosce il Corano e gli hadith di Muhammad sa bene cos’è l’islam; né serve ricorrere alla teoria rahneriana dei cristiani anonimi, stigmatizzata da Hans Urs von Balthasar, per sostenere la necessità del dialogo senza alcun intento di conversione: sarebbe alimentare l’insipienza di tanta parte della cristianità, come amava dire il cardinal Giacomo Biffi. Decenni di dialogo da parte cattolica, sostituendo la missione di annunciare Gesù Cristo, non evita la persecuzione, perché questo è lo statuto ordinario dei cristiani: «Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi»; senza dimenticare che la persecuzione è una beatitudine proclamata da Cristo. Invece, sta accadendo ciò che descrive il cardinal Sarah: «Mentre i cristiani muoiono per la fede e la loro fedeltà a Gesù, in Occidente, degli uomini di Chiesa cercano di ridurre al minimo le esigenze del Vangelo» (ibidem, p. 369). 

Il Giubileo veda i vescovi e i sacerdoti spiegare che la misericordia del Signore e il Suo perdono, si può sperare di ottenerli solo osservando i Comandamenti, abbandonando ogni condotta malvagia, scisma ed eresia. Dio si è fatto vicino, abita in mezzo a noi, non è un Essere lontano e impersonale; il cattolico non professa un vago deismo: dopo l’Incarnazione, sarebbe imperdonabile. Non si può mescolare al giusto culto da dare a Dio - è anche il primo comandamento della carità, insegnato da Gesù -, forme che imitino gli spettacoli mondani. Si deve difendere la famiglia da contraffazioni di cui ci si deve solo vergognare. Non si deve uccidere il prossimo per poter possedere; profittare dei poveri - che saranno sempre con noi - per risuscitare il pauperismo; mistificare con la menzogna la verità, il male col bene; spadroneggiare su persone e cose altrui. Senza la conversione, la misericordia non fa scomparire vizi e peccati, specie quelli capitali, nei quali molti stabilmente vivono. 

Bisogna che il Giubileo rilanci l’esercizio delle virtù teologali e cardinali fino al grado eroico, cioè esorti alla santità, e per questo inviti a ritornare ai Sacramenti che sono lo strumento ordinario della Grazia divina. Bisogna praticare le opere di misericordia corporale senza omettere - anzi, di questi tempi, anteponendole -, quelle spirituali a cominciare dalle prime tre: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori.

Nel giorno del Giudizio, da quello particolare dopo la morte a quello universale, ci sarà chiesto se avremo osservato tutti i Comandamenti e i precetti della Chiesa, in primis se saremo andati a Messa, fons et culmen del giusto culto a Dio, che è appunto l’Eucaristia, il vero atto di carità verso Colui che si è fatto povero per renderci ricchi. Memori di Colui che ha detto: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno”(Gv 6,54).

Dunque: “Non anteponiamo assolutamente nulla a Cristo, che ci conduca tutti insieme alla vita eterna” (San Benedetto, Reg. n. 72).