Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 3 gennaio 2017

Di cosa vi stupite? Hanno cambiato prima la Messa – Editoriale di gennaio 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Genoveffa, vergine, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Radiospada.

Sébastien-Melchior Cornu, S. Genoveffa, XIX sec., musée du Louvre, Parigi

Jules Elie Delaunay, S. Genoveffa calma i parigini su come affrontare Attila, XIX sec.


DI COSA VI STUPITE? HANNO CAMBIATO PRIMA LA MESSA!


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 1 - Gennaio 2017

Iniziamo un nuovo anno, come sempre carico di attese.
Insieme ad attese è però anche carico di timori, visto il mare incostante di confusione dentro il quale siamo ormai immersi.
Confusione perché quasi più nulla è stabile nel mondo e, ed è infinitamente peggio per noi, nella Chiesa.
Un tempo la confusione del mondo si infrangeva difronte alla stabilità, rocciosa, della Chiesa di Dio. E gli uomini, che per costruire hanno bisogno di una roccia sicura, dentro la Chiesa ritrovavano quella compostezza stabile che dava loro la sicurezza necessaria per affrontare la lotta nel tempo.
I tempi possono essere insicuri e confusi; le anime possono attraversare momenti di incertezza nella lotta che dentro di loro passa tra grazia e peccato; ma la Chiesa no! La Chiesa che ti parla di Dio e che ti dà Dio, deve essere la Madre che nel turbine del tempo sta ferma, porto sicuro nel travaglio della vita.
E che ne sarà delle anime impegnate nella lotta dentro il tempo, se non avranno più questo porto sicuro?
Che ne sarà di loro se, per fuggire dalla confusione del peccato, troveranno una Chiesa perennemente in cantiere, impegnata a cambiare e modificare continuamente tutto dentro una irrequieta ansia di novità?
Una casa in cantiere non è una dimora abitabile, non è vivibile: le anime ci passano per un po’, se ne partono e non vi ritornano più.
È proprio quello che si vive nella Chiesa di oggi: morale fluttuante, disciplina incerta, amministrazione dei sacramenti pasticciata, liturgia raffazzonata, autorità assente... una vita ecclesiale piena di “dipende”, “bisogna vedere”, “occorre adattarsi”, “va interpretato”, “non bisogna esagerare”, ecc... non c’è che dire, il contrario di una casa piena di composta pace in Dio.
Molti se ne stanno accorgendo che questa situazione non è normale, non è cattolica!
Molti se ne stanno accorgendo; incominciano a dirlo, con il rischio però di non andare fino in fondo.
Fanno tenerezza tutti quei “conservatori devoti” che si sono allarmati per la confusione del dopo Amoris Laetitia, delle incertezze intorno alla disciplina del matrimonio cristiano, ma non si stupirono prima della Messa nuova.
Fanno tenerezza, e anche un po’ rabbia, tutti quelli che vorrebbero un ritorno della Chiesa alla sua nobile stabilità, ma non hanno mai affrontato compiutamente il problema della riforma liturgica.
Sì, questi conservatori devoti fanno tenerezza e rabbia insieme perché, non arrivando al dunque nel loro grido di allarme, contribuiscono alla fine ad alimentare la confusione che già abbonda nella Chiesa.
Ci viene da dire loro, con cuore,: “Ma di cosa vi stupite, se hanno prima cambiato la Messa?”
Quale confusa rivoluzione sarà impossibile nella Chiesa, da parte di coloro che non ebbero scrupolo a rivoluzionare la Messa?
Quale aspetto della vita cristiana potrà restare fermo, se non è rimasta tale la Messa di Cristo e della Chiesa?
Lungo i secoli si introdussero di tanto in tanto delle aggiunte al rito della Messa cattolica, certo! Il testo dell’offertorio è ad esempio medievale, il gloria non fu agli inizi... ma tutti i “cambiamenti” non cambiavano nulla: semplicemente chiarivano la Messa che c’era già, la liberavano da possibili ambiguità di interpretazioni del tempo, ne approfondivano la coscienza nel celebrante e nei fedeli.
In una parola, le aggiunte non aggiungevano nulla nella sostanza, e i lievi cambiamenti non cambiavano nulla.
Non così con l’ultima riforma post-conciliare: ha operato una rivoluzione che ha modificato le coscienze. Chi la accetta, deve poi accettare che la vita della Chiesa si concepisca al di là della Rivelazione, in un perenne cambiamento senza fine e limiti. La Rivoluzione è progressiva, è solo questione di tempo.
Non scandalizzatevi della confusione, preoccupatevi della Messa!
All’inizio di un nuovo anno ribadiamo la nostra fedeltà alla roccia della Messa di sempre, unica pace per ogni fedele.
Sì, alla Messa di sempre, che non fu mai cambiata né rivoluzionata, ma esplicitata e purificata dalle aggiunte estranee. Sì, alla Messa di sempre, anche se l’ultima generazione di liturgisti ride di questo termine. Ridono per non affrontare il problema, per non studiarlo fino in fondo, per non uscire dalla “corte” degli esperti che contribuiscono alla menzogna, quella di una Chiesa che può fare ciò che vuole di ciò che ha di più prezioso da Cristo, “Fate questo in memoria di me”.
Unica pace la Messa di sempre; unica pace per ogni fedele che voglia davvero essere di Cristo.

martedì 10 maggio 2016

Papa Innocenzo I: una risposta ai novatori di 1600 anni fa

Nella festa di S. Antonino Pierozzi (da Firenze) rilanciamo quest’interessante contributo, pubblicato anche da Il Timone, 10.5.2016.


Lorenzo Lotto, L’elemosina di S. Antonino, 1542, Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia


Domenico da Passignano, Ricognizione del corpo di S. Antonino,1589, Vestibolo della Cappella Salviati, Convento di S. Marco, Firenze


Domenico da Passignano, Traslazione delle reliquie di S. Antonino,1589, Vestibolo della Cappella Salviati, Convento di S. Marco, Firenze

Jacopo Vignali, S. Antonino Pierozzi, 1664-65, cappella Palatina, Palazzo Pitti, Firenze

Papa Innocenzo I: una risposta ai novatori di 1600 anni fa

di Matteo Carletti


La Chiesa ha sempre avuto a che fare con i “novatori”. Spesso i desideri di rinnovamento sono passati per il cuore della fede, ovvero la liturgia. Altre volte (come oggi) si cerca di agire per lo più in ambito pastorale,
costringendo la Chiesa a virate radicali, con conseguente adeguamento dottrinale. Inutile ribadire come i pontefici più illuminati abbiano tentato di arginare tale deriva (che non raramente è sfociata in vere e proprie eresie).

A rispondere a chi sostiene oggi la necessità «di una messa a punto» della Chiesa con i tempi moderni ci ha pensato, addirittura, un papa del quinto secolo, Innocenzo I. Divenuto papa nel 401, Innocenzo, dovette affrontare la situazione instabile che l’Impero occidentale, devastato dalle incursioni delle popolazioni barbariche, stava attraversando. Era infatti a capo della Chiesa durante l’assedio e la presa di Roma da parte dei Visigoti di Alarico. Il suo è probabilmente uno dei pontificati, insieme a quello di san Leone Magno, più importanti del quinto secolo, in riferimento soprattutto al consolidamento del primato della sede di Roma e del suo vescovo su tutta la Chiesa. Il suo tentativo di tenere unite le diverse realtà ecclesiali sotto la guida di Roma lo aveva portato ad un intenso rapporto epistolare con differenti sedi episcopali, in riferimento soprattutto alla disciplina ecclesiastica. Interessante, in questo ambito, è la decretale che, il 19 marzo 416, inviò come risposta a Decenzio, vescovo di Gubbio. Decenzio aveva chiesto l’intervento del Sommo Pontefice per dirimere alcune questioni in ambito liturgico. Pare infatti che il vescovo ricusasse certe prassi liturgiche che si erano diffuse nella diocesi dettate da criteri di assoluto libertarismo. Anche nel quinto secolo, insomma, c’erano sacerdoti che si erano lasciati andare alla “creatività” liturgica.

Papa Innocenzo I risponde, una per una, a tutte le questioni sottopostegli da Decenzio. La decretale inizia con un forte monito a «mantenere integre le istituzioni della chiesa come ci sono state tramandate dai beati apostoli […]. Ma dal momento che ciascuno ritiene – prosegue Innocenzo – che debba essere seguito non quello che è stato tramandato ma quello che gli pare, ne consegue che (prassi) diverse sono osservate o celebrate in (altrettanto) differenti luoghi o chiese: e così si verifica uno scandalo per il popolo il quale, non sapendo che le tradizioni antiche sono corrotte dalla umana presunzione, crede che le chiese non siano in accordo tra di loro oppure che il disaccordo sia stato introdotto dagli apostoli e dagli stessi seguaci degli apostoli».

L’attenzione è posta da papa Innocenzo sulla tradizione apostolica della Chiesa di Roma, in quanto essa e solo essa ha ricevuto da Pietro, principe degli apostoli, l’autorità sulle altre chiese particolari. Per Innocenzo «è necessario che [i vescovi e i sacerdoti] rispettino quello che la chiesa di Roma custodisce, dalla quale non c’è dubbio che essi hanno tratto origine, affinché, mentre si dedicano a postulati peregrini, non sembrino abbandonare il principio delle istituzioni». Per Papa Innocenzo è importante che coloro che deviano dalle istituzioni della chiesa romana siano ammoniti e fermati, oppure senza esitazione segnalati affinché egli sia «in grado di conoscere chi sono quelli che introducono novità o che ritengono debba essere osservata la consuetudine di un’altra chiesa anziché quella della chiesa di Roma». L’aspetto giuridico più rilevante delle decretali è che esse, pur riguardando casi particolari, possono essere assunte a criterio generale e di conseguenza avere valore per tutta la Chiesa, tanto da confluire nel Corpus Iuris Canonici, il corpo normativo più antico del diritto canonico. Le parole di Innocenzo I, quindi, dovrebbero valere anche oggi per tutti coloro che, operando in spregio alla Dottrina e alla Tradizione, pensano di aggiornare la Chiesa ai tempi, dimenticando che la sua origine e la sua fondazione non sta nella capacità creativa dell’uomo ma in Gesù Cristo, Verità immutabile.

sabato 14 novembre 2015

Il “Patto delle catacombe” e i “soliti noti” del concilio

Un convegno sul c.d. patto delle catacombe: un aspetto inedito e curioso del Concilio Vaticano II. Il contributo è anche pubblicato su Chiesa e postconcilio.

Il “Patto delle catacombe” e i “soliti noti” del concilio

di Mauro Faverzani

Con la Bolla Misericordiae Vultus, con cui ha indetto l’imminente Giubileo straordinario, papa Francesco già aveva detto di voler collegare tale evento ai 50 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II.
Ma di quale volto del Concilio si trattasse appare oggi, in qualche modo, più chiaro col riemergere del “Patto delle catacombe”, per ricordare il quale il prossimo 14 novembre è stato promosso presso l’aula magna della Pontificia Università Urbaniana un seminario, al quale è prevista la partecipazione, tra gli altri, del card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, dello storico Alberto Melloni, leader della cosiddetta “Scuola di Bologna”, ed anche di quel Jon Sobrino, teologo gesuita, le cui opere nel 2007 furono giudicate «errate» su punti essenziali dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il che non gli impedirà, però, il giorno prima, di incontrarsi in Santa Marta per la S. Messa delle 7 col Sommo Pontefice, come annunciato dal Sir, l’agenzia di stampa ufficiale della Cei, da Radio Vaticana e dal quotidiano Avvenire.
Ma in cosa consiste esattamente il “Patto delle catacombe”? Il nome lo deve al luogo ove fu siglato, proprio 50 anni fa, il 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, ovvero nelle catacombe di Santa Domitilla a Roma, tra le tombe di ben 100 mila cristiani dei primi secoli. Al “Patto” aderirono 42 Vescovi conciliari di 15 Paesi, tra cui i nomi di spicco dell’iperprogressismo ecclesiale, come il brasiliano mons. Hélder Câmara, Arcivescovo di Olinda e Recife, e mons. Luigi Bettazzi, allora Vescovo ausiliare di Bologna, oggi Vescovo emerito di Ivrea: anche lui, il prossimo 14 novembre, prenderà peraltro parte al citato seminario di Roma.
Alle 42 adesioni iniziali al “Patto delle catacombe”, ben presto si aggiunsero altri nomi, tra i quali quello dell’Arcivescovo di San Salvador, mons. Oscar Romero, beatificato dal regnante Pontefice. Il brodo di coltura, cui più o meno tutti facevan riferimento, era comunque quello orbitante attorno al gruppo Église des pauvresfondato dal prete-operaio Paul Gauthier e dalla monaca carmelitana, Madre Marie-Thérèse Lescase, nonché quello della “Teologia della Liberazione”, condannata nel 1984 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con l’Istruzione Libertatis Nuntius, approvata da Giovanni Paolo II.
Ma i firmatari del “Patto”, decisi a proseguire per la propria strada, si impegnarono ad essere una «Chiesa serva e povera», dichiarando di voler rinunciare a lussi, proprietà e conti in banca, potere e privilegi, persino ai titoli: non più Eminenze, Eccellenze e Monsignori, solo generici «Padri». Pronti a chiedere alle Nazioni del mondo di adottare «strutture economiche e culturali» sempre più attente alle esigenze delle «masse povere», per farle «uscire dalla loro miseria».
A far tornare allo scoperto questo “Patto” ed i suoi fautori, è ora la convinzione di una nuova, particolare sintonia con l’attuale Pontificato, convinzione che poggia peraltro su fatti oggettivi: l’udienza privata concessa dal Papa l’11 settembre 2013 al fondatore della Teologia della Liberazione, il peruviano Gustavo Gutiérrez, dei Domenicani; la citata beatificazione di mons. Romero; il preannunciato incontro con Jon Sobrino; e l’elenco potrebbe continuare. Son tutti segnali molto chiari, sintomi indiscutibili quanto meno di un’inedita attenzione, giunta in modo tutt’altro che improvvisato, anzi accuratamente preparata.

Da tempo ferveva nel sottobosco ecclesiastico, infatti, una silenziosa, ma intensa attività di “avvicinamento”. Una copia del “Patto delle catacombe” fu, ad esempio, fatta recapitare a papa Francesco nel giugno 2013 dal Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, accompagnato dal Vicario episcopale per le popolazioni originarie della Diocesi di Formosa, mons. Francisco Nazar. Ad indirizzargliela fu il Vescovo Pedro Casaldáliga, sempre orbitante nell’ambito della “Teologia della Liberazione”, a sua volta ammonito peraltro dalla Santa Sede per l’aperto sostegno da lui dato al movimento sandinista nicaraguense.

Ora si ritiene, dunque, che tutto sia pronto per tornare sotto i riflettori con un fiorire di celebrazioni speciali, promosse da Ordini religiosi, gruppi e prelati, tra i quali figura l’ormai immancabile card. Walter Kasper: ad esempio, con la kermesse commemorativa del “Patto delle catacombe”, voluta a Roma dall’11 al 17 novembre dall’Istituto tedesco di Teologia e Politica di Monaco, in collaborazione col gruppo Pro Konzil (un nome che non richiede traduzione: rappresenta, in realtà, un cartello di sigle, tra le quali figurano università, movimenti, Congregazioni, ma anche ultras ecclesiali come Wir sind Kirche e poi Ag Feminismus und Kirchen e.V. (“Femminismo e Chiesa”-NdR), Pax Christi tedesca ed austriaca, la Karl Rahner Akademie di Colonia e molte altre ancora, tutte di evidente impronta conciliarista ed iperprogressista).

Ancora: dal 20 al 22 novembre è previsto un altro convegno del Movimento per la riforma della Chiesa, altro nome che è tutto un programma, mentre il 16 novembre si terrà una celebrazione liturgica nelle catacombe ove tutto ebbe origine. Intanto, a Napoli, nello stesso giorno, questa volta presso altre catacombe, quelle di San Gennaro dei Poveri, nel Rione Sanità, verrà sottoscritto un altro “Patto” definito nuovo, benché nella forma e nella sostanza ricalchi il precedente, solo mutuando dal lessico di papa Francesco l’impegno a far propria «l’opzione degli “scarti” della società», ad «aprire le case, le chiese, i conventi» agli immigrati, a riscrivere una gerarchia dei valori a dir poco bizzarra: spazzati via i principi non negoziabili di Benedetto XVI, eccoli rimpiazzati da «lavoro, casa e terra», dalla lotta al «feticismo del denaro», dalla «non-violenza contro le enormi spese militari», dalla «conversione ecologica», dalla «mondialità, dall’inclusione, dal dialogo ecumenico ed interreligioso». Alla firma di questo “Patto” è prevista la partecipazione, tra gli altri, di Padre Alex Zanotelli, del Vescovo Raffaele Nogaro, di don Luigi Ciotti, di don Virginio Colmegna e di altri ancora.

È evidente come tutte queste iniziative, presentate come la nuova “avanguardia” ecclesiastica, in realtà, di nuovo, non abbiano assolutamente alcunché: quelli che vengono presentati sono i temi triti e ritriti del pauperismo, del pacifismo, dell’ecologismo, dell’ecumenismo spinto, già sentiti prima, durante e dopo il Concilio Vaticano II, ma a lungo eclissatisi, solo per il fatto di non aver trovato terreno fertile ove attecchire, come han dimostrato le numerose condanne, ammonizioni e correzioni disciplinari collezionate nel tempo dalle loro idee (senza che ciò, peraltro, li abbia indotti a mutarle neppure di una virgola). L’arrivo del Papa «venuto dalla fine del mondo» e lo «spirito del Sinodo» hanno convinto i portatori di queste idee ad uscire dall’ombra ed a cercar di riciclarsi, nella convinzione di poter trovare, questa volta, appoggio nella Chiesa di papa Francesco. Pregando che non sia così.