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martedì 29 agosto 2017
martedì 3 gennaio 2017
Di cosa vi stupite? Hanno cambiato prima la Messa – Editoriale di gennaio 2017 di “Radicati nella fede”
Nella festa di S. Genoveffa,
vergine, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede, ripreso da Radiospada.
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| Sébastien-Melchior Cornu, S. Genoveffa, XIX sec., musée du Louvre, Parigi |
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| Jules Elie Delaunay, S. Genoveffa calma i parigini su come affrontare Attila, XIX sec. |
DI COSA VI STUPITE? HANNO
CAMBIATO PRIMA LA MESSA!
Editoriale di “Radicati nella
fede”
Anno X n. 1 - Gennaio 2017
Iniziamo un nuovo anno, come
sempre carico di attese.
Insieme ad attese è però anche
carico di timori, visto il mare incostante di confusione dentro il quale siamo
ormai immersi.
Confusione perché quasi più nulla
è stabile nel mondo e, ed è infinitamente peggio per noi, nella Chiesa.
Un tempo la confusione del mondo
si infrangeva difronte alla stabilità, rocciosa, della Chiesa di Dio. E gli
uomini, che per costruire hanno bisogno di una roccia sicura, dentro la Chiesa
ritrovavano quella compostezza stabile che dava loro la sicurezza necessaria
per affrontare la lotta nel tempo.
I tempi possono essere insicuri e
confusi; le anime possono attraversare momenti di incertezza nella lotta che
dentro di loro passa tra grazia e peccato; ma la Chiesa no! La Chiesa che ti
parla di Dio e che ti dà Dio, deve essere la Madre che nel turbine del tempo
sta ferma, porto sicuro nel travaglio della vita.
E che ne sarà delle anime
impegnate nella lotta dentro il tempo, se non avranno più questo porto sicuro?
Che ne sarà di loro se, per
fuggire dalla confusione del peccato, troveranno una Chiesa perennemente in
cantiere, impegnata a cambiare e modificare continuamente tutto dentro una
irrequieta ansia di novità?
Una casa in cantiere non è una
dimora abitabile, non è vivibile: le anime ci passano per un po’, se ne partono
e non vi ritornano più.
È proprio quello che si vive
nella Chiesa di oggi: morale fluttuante, disciplina incerta, amministrazione
dei sacramenti pasticciata, liturgia raffazzonata, autorità assente... una vita
ecclesiale piena di “dipende”, “bisogna vedere”, “occorre adattarsi”, “va
interpretato”, “non bisogna esagerare”, ecc... non c’è che dire, il contrario
di una casa piena di composta pace in Dio.
Molti se ne stanno accorgendo che
questa situazione non è normale, non è cattolica!
Molti se ne stanno accorgendo;
incominciano a dirlo, con il rischio però di non andare fino in fondo.
Fanno tenerezza tutti quei “conservatori
devoti” che si sono allarmati per la confusione del dopo Amoris
Laetitia, delle incertezze intorno alla disciplina del matrimonio
cristiano, ma non si stupirono prima della Messa nuova.
Fanno tenerezza, e anche un po’
rabbia, tutti quelli che vorrebbero un ritorno della Chiesa alla sua nobile
stabilità, ma non hanno mai affrontato compiutamente il problema della riforma
liturgica.
Sì, questi conservatori devoti
fanno tenerezza e rabbia insieme perché, non arrivando al dunque nel loro grido
di allarme, contribuiscono alla fine ad alimentare la confusione che già
abbonda nella Chiesa.
Ci viene da dire loro, con
cuore,: “Ma di cosa vi stupite, se hanno prima cambiato la Messa?”
Quale confusa rivoluzione sarà
impossibile nella Chiesa, da parte di coloro che non ebbero scrupolo a
rivoluzionare la Messa?
Quale aspetto della vita
cristiana potrà restare fermo, se non è rimasta tale la Messa di Cristo e della
Chiesa?
Lungo i secoli si introdussero di
tanto in tanto delle aggiunte al rito della Messa cattolica, certo! Il testo
dell’offertorio è ad esempio medievale, il gloria non
fu agli inizi... ma tutti i “cambiamenti” non cambiavano nulla: semplicemente
chiarivano la Messa che c’era già, la liberavano da possibili ambiguità di
interpretazioni del tempo, ne approfondivano la coscienza nel celebrante e nei
fedeli.
In una parola, le aggiunte non
aggiungevano nulla nella sostanza, e i lievi cambiamenti non cambiavano nulla.
Non così con l’ultima riforma
post-conciliare: ha operato una rivoluzione che ha modificato le coscienze. Chi
la accetta, deve poi accettare che la vita della Chiesa si concepisca al di là
della Rivelazione, in un perenne cambiamento senza fine e limiti. La
Rivoluzione è progressiva, è solo questione di tempo.
Non scandalizzatevi della
confusione, preoccupatevi della Messa!
All’inizio di un nuovo anno
ribadiamo la nostra fedeltà alla roccia della Messa di sempre, unica pace per
ogni fedele.
Sì, alla Messa di sempre, che non
fu mai cambiata né rivoluzionata, ma esplicitata e purificata dalle aggiunte
estranee. Sì, alla Messa di sempre, anche se l’ultima generazione di liturgisti
ride di questo termine. Ridono per non affrontare il problema, per non
studiarlo fino in fondo, per non uscire dalla “corte” degli esperti che
contribuiscono alla menzogna, quella di una Chiesa che può fare ciò che vuole
di ciò che ha di più prezioso da Cristo, “Fate questo in memoria di me”.
Unica pace la Messa di sempre;
unica pace per ogni fedele che voglia davvero essere di Cristo.
domenica 3 luglio 2016
domenica 19 giugno 2016
martedì 10 maggio 2016
Papa Innocenzo I: una risposta ai novatori di 1600 anni fa
Nella
festa di S. Antonino Pierozzi (da Firenze) rilanciamo quest’interessante
contributo, pubblicato anche da Il Timone, 10.5.2016.
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| Lorenzo Lotto, L’elemosina di S. Antonino, 1542, Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia |
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| Domenico da Passignano, Ricognizione del corpo di S. Antonino,1589, Vestibolo della Cappella Salviati, Convento di S. Marco, Firenze |
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| Domenico da Passignano, Traslazione delle reliquie di S. Antonino,1589, Vestibolo della Cappella Salviati, Convento di S. Marco, Firenze |
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| Jacopo Vignali, S. Antonino Pierozzi, 1664-65, cappella Palatina, Palazzo Pitti, Firenze |
Papa
Innocenzo I: una risposta ai novatori di 1600 anni fa
di Matteo Carletti
La Chiesa ha sempre avuto a che
fare con i “novatori”. Spesso i desideri di rinnovamento sono passati
per il cuore della fede, ovvero la liturgia. Altre volte (come oggi) si cerca
di agire per lo più in ambito pastorale,
costringendo la Chiesa a virate
radicali, con conseguente adeguamento dottrinale. Inutile ribadire come i
pontefici più illuminati abbiano tentato di arginare tale deriva (che non
raramente è sfociata in vere e proprie eresie).
A rispondere a chi sostiene oggi
la necessità «di una messa a punto»
della Chiesa con i tempi moderni ci ha pensato, addirittura, un papa del quinto
secolo, Innocenzo I. Divenuto papa nel 401, Innocenzo, dovette affrontare la
situazione instabile che l’Impero occidentale, devastato dalle incursioni delle
popolazioni barbariche, stava attraversando. Era infatti a capo della Chiesa
durante l’assedio e la presa di Roma da parte dei Visigoti di Alarico. Il suo è
probabilmente uno dei pontificati, insieme a quello di san Leone Magno, più
importanti del quinto secolo, in riferimento soprattutto al consolidamento del
primato della sede di Roma e del suo vescovo su tutta la Chiesa. Il suo
tentativo di tenere unite le diverse realtà ecclesiali sotto la guida di Roma
lo aveva portato ad un intenso rapporto epistolare con differenti sedi
episcopali, in riferimento soprattutto alla disciplina ecclesiastica.
Interessante, in questo ambito, è la decretale che, il 19 marzo 416, inviò come
risposta a Decenzio, vescovo di Gubbio. Decenzio aveva chiesto l’intervento del
Sommo Pontefice per dirimere alcune questioni in ambito liturgico. Pare infatti
che il vescovo ricusasse certe prassi liturgiche che si erano diffuse nella
diocesi dettate da criteri di assoluto libertarismo. Anche nel quinto secolo,
insomma, c’erano sacerdoti che si erano lasciati andare alla “creatività”
liturgica.
Papa Innocenzo I risponde, una
per una, a tutte le questioni sottopostegli da Decenzio. La decretale inizia con un forte monito a «mantenere
integre le istituzioni della chiesa come ci sono state tramandate dai beati
apostoli […]. Ma dal momento che ciascuno ritiene – prosegue Innocenzo – che
debba essere seguito non quello che è stato tramandato ma quello che gli pare,
ne consegue che (prassi) diverse sono osservate o celebrate in (altrettanto)
differenti luoghi o chiese: e così si verifica uno scandalo per il popolo il
quale, non sapendo che le tradizioni antiche sono corrotte dalla umana
presunzione, crede che le chiese non siano in accordo tra di loro oppure che il
disaccordo sia stato introdotto dagli apostoli e dagli stessi seguaci degli
apostoli».
L’attenzione
è posta da papa Innocenzo sulla tradizione apostolica della Chiesa di Roma, in quanto
essa e solo essa ha ricevuto da Pietro, principe degli apostoli, l’autorità
sulle altre chiese particolari. Per Innocenzo «è necessario che [i vescovi e i
sacerdoti] rispettino quello che la chiesa di Roma custodisce, dalla quale non
c’è dubbio che essi hanno tratto origine, affinché, mentre si dedicano a
postulati peregrini, non sembrino abbandonare il principio delle istituzioni».
Per Papa Innocenzo è importante che coloro che deviano dalle istituzioni della
chiesa romana siano ammoniti e fermati, oppure senza esitazione segnalati
affinché egli sia «in grado di conoscere chi sono quelli che introducono
novità o che ritengono debba essere osservata la consuetudine di un’altra
chiesa anziché quella della chiesa di Roma». L’aspetto giuridico più
rilevante delle decretali è che esse, pur riguardando casi particolari, possono
essere assunte a criterio generale e di conseguenza avere valore per tutta la
Chiesa, tanto da confluire nel Corpus Iuris Canonici, il corpo
normativo più antico del diritto canonico. Le parole di Innocenzo I, quindi,
dovrebbero valere anche oggi per tutti coloro che, operando in spregio alla
Dottrina e alla Tradizione, pensano di aggiornare la Chiesa ai tempi,
dimenticando che la sua origine e la sua fondazione non sta nella capacità
creativa dell’uomo ma in Gesù Cristo, Verità immutabile.
Fonte: Libertà e persona, 9.5.2016
sabato 14 novembre 2015
Il “Patto delle catacombe” e i “soliti noti” del concilio
Un convegno sul
c.d. patto delle catacombe: un aspetto inedito e curioso del Concilio Vaticano
II. Il contributo è anche pubblicato su Chiesa e postconcilio.
Il “Patto delle
catacombe” e i “soliti noti” del concilio
di Mauro Faverzani
Con la Bolla Misericordiae Vultus,
con cui ha indetto l’imminente Giubileo straordinario, papa Francesco già aveva
detto di voler collegare tale evento ai 50 anni dalla conclusione del Concilio
Vaticano II.
Ma di quale volto del Concilio si
trattasse appare oggi, in qualche modo, più chiaro col riemergere del “Patto delle catacombe”,
per ricordare il quale il prossimo 14 novembre è stato promosso presso l’aula
magna della Pontificia Università Urbaniana un seminario, al quale è prevista
la partecipazione, tra gli altri, del card. João Braz de Aviz, Prefetto della
Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica,
dello storico Alberto Melloni, leader della cosiddetta “Scuola di Bologna”, ed
anche di quel Jon Sobrino, teologo gesuita, le cui opere nel 2007 furono
giudicate «errate» su punti essenziali dalla Congregazione per la
Dottrina della Fede. Il che non gli impedirà, però, il giorno prima, di
incontrarsi in Santa Marta per la S. Messa delle 7 col Sommo Pontefice, come
annunciato dal Sir, l’agenzia di
stampa ufficiale della Cei, da Radio Vaticana e dal
quotidiano Avvenire.
Ma in cosa consiste esattamente il “Patto delle catacombe”?
Il nome lo deve al luogo ove fu siglato, proprio 50 anni fa, il 16 novembre
1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, ovvero nelle catacombe di
Santa Domitilla a Roma, tra le tombe di ben 100 mila cristiani dei primi
secoli. Al “Patto” aderirono 42 Vescovi conciliari di 15 Paesi,
tra cui i nomi di spicco dell’iperprogressismo ecclesiale, come il brasiliano
mons. Hélder Câmara, Arcivescovo di Olinda e Recife, e mons. Luigi Bettazzi,
allora Vescovo ausiliare di Bologna, oggi Vescovo emerito di Ivrea: anche lui,
il prossimo 14 novembre, prenderà peraltro parte al citato seminario di Roma.
Alle 42 adesioni iniziali al “Patto delle catacombe”,
ben presto si aggiunsero altri nomi, tra i quali quello dell’Arcivescovo di San
Salvador, mons. Oscar Romero, beatificato dal regnante Pontefice. Il brodo di
coltura, cui più o meno tutti facevan riferimento, era comunque quello
orbitante attorno al gruppo Église des pauvresfondato
dal prete-operaio Paul Gauthier e dalla monaca carmelitana, Madre Marie-Thérèse
Lescase, nonché quello della “Teologia della Liberazione”, condannata nel 1984
dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con l’Istruzione Libertatis Nuntius, approvata da Giovanni Paolo II.
Ma i firmatari del “Patto”, decisi a
proseguire per la propria strada, si impegnarono ad essere una «Chiesa serva e povera»,
dichiarando di voler rinunciare a lussi, proprietà e conti in banca, potere e
privilegi, persino ai titoli: non più Eminenze, Eccellenze e Monsignori, solo
generici «Padri». Pronti a chiedere alle Nazioni del mondo di
adottare «strutture economiche e culturali» sempre più attente
alle esigenze delle «masse povere», per farle «uscire dalla loro miseria».
Da
tempo ferveva nel sottobosco ecclesiastico, infatti, una silenziosa, ma intensa
attività di “avvicinamento”. Una copia del “Patto
delle catacombe” fu, ad esempio, fatta recapitare a papa Francesco
nel giugno 2013 dal Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, accompagnato dal
Vicario episcopale per le popolazioni originarie della Diocesi di Formosa,
mons. Francisco Nazar. Ad indirizzargliela fu il Vescovo Pedro Casaldáliga,
sempre orbitante nell’ambito della “Teologia
della Liberazione”, a sua volta ammonito peraltro dalla Santa Sede
per l’aperto sostegno da lui dato al movimento sandinista nicaraguense.
Ora
si ritiene, dunque, che tutto sia pronto per tornare sotto i riflettori con un
fiorire di celebrazioni speciali, promosse da Ordini religiosi, gruppi e
prelati, tra i quali figura l’ormai immancabile card. Walter Kasper: ad
esempio, con la kermesse commemorativa del “Patto
delle catacombe”, voluta a Roma dall’11 al 17 novembre
dall’Istituto tedesco di Teologia e Politica di Monaco, in collaborazione col
gruppo Pro Konzil (un nome che non richiede traduzione:
rappresenta, in realtà, un cartello di sigle, tra le quali figurano università,
movimenti, Congregazioni, ma anche ultras ecclesiali come Wir
sind Kirche e poi Ag
Feminismus und Kirchen e.V. (“Femminismo e Chiesa”-NdR), Pax Christi tedesca
ed austriaca, la Karl Rahner Akademie di Colonia e molte altre ancora, tutte
di evidente impronta conciliarista ed iperprogressista).
Ancora:
dal 20 al 22 novembre è previsto un altro convegno del Movimento
per la riforma della Chiesa, altro nome che è tutto un programma,
mentre il 16 novembre si terrà una celebrazione liturgica nelle catacombe ove
tutto ebbe origine. Intanto, a Napoli, nello stesso giorno, questa volta presso
altre catacombe, quelle di San Gennaro dei Poveri, nel Rione Sanità, verrà
sottoscritto un altro “Patto”
definito nuovo, benché nella forma e nella sostanza ricalchi il precedente,
solo mutuando dal lessico di papa Francesco l’impegno a far propria «l’opzione degli “scarti” della società»,
ad «aprire le case, le chiese, i
conventi» agli immigrati, a riscrivere una gerarchia dei valori a
dir poco bizzarra: spazzati via i principi non negoziabili di Benedetto XVI,
eccoli rimpiazzati da «lavoro,
casa e terra», dalla lotta al «feticismo
del denaro», dalla «non-violenza
contro le enormi spese militari», dalla «conversione ecologica», dalla «mondialità, dall’inclusione, dal dialogo
ecumenico ed interreligioso». Alla firma di questo “Patto” è prevista la
partecipazione, tra gli altri, di Padre Alex Zanotelli, del Vescovo Raffaele
Nogaro, di don Luigi Ciotti, di don Virginio Colmegna e di altri ancora.
È
evidente come tutte queste iniziative, presentate come la nuova “avanguardia”
ecclesiastica, in realtà, di nuovo, non abbiano assolutamente alcunché: quelli
che vengono presentati sono i temi triti e ritriti del pauperismo, del
pacifismo, dell’ecologismo, dell’ecumenismo spinto, già sentiti prima, durante
e dopo il Concilio Vaticano II, ma a lungo eclissatisi, solo per il fatto di
non aver trovato terreno fertile ove attecchire, come han dimostrato le
numerose condanne, ammonizioni e correzioni disciplinari collezionate nel tempo
dalle loro idee (senza che ciò, peraltro, li abbia indotti a mutarle neppure di
una virgola). L’arrivo del Papa «venuto
dalla fine del mondo» e lo «spirito
del Sinodo» hanno convinto i portatori di queste idee ad uscire
dall’ombra ed a cercar di riciclarsi, nella convinzione di poter trovare,
questa volta, appoggio nella Chiesa di papa Francesco. Pregando che non sia
così.
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