Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 26 febbraio 2020

Mercoledì delle Ceneri e inizio del digiuno della sacratissima Quaresima - Confronto liturgico tra la prassi romana tradizionale e il messale riformato del ‘62

La preparazione delle ceneri con le palme dell'anno precedente


Messale riformato da Giovanni XXIII (Editio typica 1962)

Messale tradizionale (Editio typica 1920)
I Sacri Ministri indossano dalmatica e tonacella come in qualsiasi altra occasione: sono abolite le pianete piegate e lo stolone.
I Sacri Ministri indossano le pianete piegate, paramento di foggia antichissima che caratterizza i tempi penitenziali; il suddiacono la deporrà per il canto dell’epistola, per poi riprenderla, e il diacono la deporrà per il canto del Vangelo, indossando invece lo stolone, e riprenderà la pianeta piegata dopo la purificazione.


Dopo la benedizione e l’imposizione delle ceneri, s’inizia la messa omettendo le preghiere iniziali (ossia il salmo Judica con la sua antifona, Confessione e Assoluzione, versetti seguenti e orazioni Aufer a nobis e Oramus te, talché la messa inizierebbe con il celebrante che bacia l’altare senza nulla dire e subito provvede a incensarlo).
Terminata la benedizione e l’imposizione delle ceneri, come in ogni messa si recitano le preghiere ai piedi dell’altare senza nulla omettere.


Alla messa si dice sempre una sola orazione, quella della Feria IV Cinerum.
Alla messa, dopo l’orazione della Feria IV Cinerum, si commemorano i santi occorrenti, che sono di rito doppio. Se non vi fossero santi occorrenti, od occorresse un santo di rito semidoppio o semplice, le orazioni sarebbero in numero di tre, e si direbbero una o due delle orazioni assegnate secondo la diversità dei tempi, ovvero l’orazione A cunctis per invocare il suffragio dei santi e quella d’intercessione pei vivi e i morti.


Alla fine della messa, come in ogni altra occasione salvo in caso di processioni, si dice Ite, missa est.
Alla fine della messa, come sempre quando non si è cantato il Gloria in excelsis, il diacono canta Benedicamus Domino, volto verso l’altare.

Mercoledì delle Ceneri 2016 nell'apostolato FSSP a Lione
Il celebrante riceve le ceneri dal diacono, che indossa la pianeta piegata, così come il suddiacono (anche se queste sono in realtà pianete tagliate, su cui alcuni commentatori avrebbero di che ridire); tuttavia, a rigore i manualisti vietano che il diacono imponga le ceneri al celebrante, anche qualora il primo sia insignito dell'ordine sacerdotale, perché assume al momento le funzioni di ministro.

martedì 10 maggio 2016

Papa Innocenzo I: una risposta ai novatori di 1600 anni fa

Nella festa di S. Antonino Pierozzi (da Firenze) rilanciamo quest’interessante contributo, pubblicato anche da Il Timone, 10.5.2016.


Lorenzo Lotto, L’elemosina di S. Antonino, 1542, Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia


Domenico da Passignano, Ricognizione del corpo di S. Antonino,1589, Vestibolo della Cappella Salviati, Convento di S. Marco, Firenze


Domenico da Passignano, Traslazione delle reliquie di S. Antonino,1589, Vestibolo della Cappella Salviati, Convento di S. Marco, Firenze

Jacopo Vignali, S. Antonino Pierozzi, 1664-65, cappella Palatina, Palazzo Pitti, Firenze

Papa Innocenzo I: una risposta ai novatori di 1600 anni fa

di Matteo Carletti


La Chiesa ha sempre avuto a che fare con i “novatori”. Spesso i desideri di rinnovamento sono passati per il cuore della fede, ovvero la liturgia. Altre volte (come oggi) si cerca di agire per lo più in ambito pastorale,
costringendo la Chiesa a virate radicali, con conseguente adeguamento dottrinale. Inutile ribadire come i pontefici più illuminati abbiano tentato di arginare tale deriva (che non raramente è sfociata in vere e proprie eresie).

A rispondere a chi sostiene oggi la necessità «di una messa a punto» della Chiesa con i tempi moderni ci ha pensato, addirittura, un papa del quinto secolo, Innocenzo I. Divenuto papa nel 401, Innocenzo, dovette affrontare la situazione instabile che l’Impero occidentale, devastato dalle incursioni delle popolazioni barbariche, stava attraversando. Era infatti a capo della Chiesa durante l’assedio e la presa di Roma da parte dei Visigoti di Alarico. Il suo è probabilmente uno dei pontificati, insieme a quello di san Leone Magno, più importanti del quinto secolo, in riferimento soprattutto al consolidamento del primato della sede di Roma e del suo vescovo su tutta la Chiesa. Il suo tentativo di tenere unite le diverse realtà ecclesiali sotto la guida di Roma lo aveva portato ad un intenso rapporto epistolare con differenti sedi episcopali, in riferimento soprattutto alla disciplina ecclesiastica. Interessante, in questo ambito, è la decretale che, il 19 marzo 416, inviò come risposta a Decenzio, vescovo di Gubbio. Decenzio aveva chiesto l’intervento del Sommo Pontefice per dirimere alcune questioni in ambito liturgico. Pare infatti che il vescovo ricusasse certe prassi liturgiche che si erano diffuse nella diocesi dettate da criteri di assoluto libertarismo. Anche nel quinto secolo, insomma, c’erano sacerdoti che si erano lasciati andare alla “creatività” liturgica.

Papa Innocenzo I risponde, una per una, a tutte le questioni sottopostegli da Decenzio. La decretale inizia con un forte monito a «mantenere integre le istituzioni della chiesa come ci sono state tramandate dai beati apostoli […]. Ma dal momento che ciascuno ritiene – prosegue Innocenzo – che debba essere seguito non quello che è stato tramandato ma quello che gli pare, ne consegue che (prassi) diverse sono osservate o celebrate in (altrettanto) differenti luoghi o chiese: e così si verifica uno scandalo per il popolo il quale, non sapendo che le tradizioni antiche sono corrotte dalla umana presunzione, crede che le chiese non siano in accordo tra di loro oppure che il disaccordo sia stato introdotto dagli apostoli e dagli stessi seguaci degli apostoli».

L’attenzione è posta da papa Innocenzo sulla tradizione apostolica della Chiesa di Roma, in quanto essa e solo essa ha ricevuto da Pietro, principe degli apostoli, l’autorità sulle altre chiese particolari. Per Innocenzo «è necessario che [i vescovi e i sacerdoti] rispettino quello che la chiesa di Roma custodisce, dalla quale non c’è dubbio che essi hanno tratto origine, affinché, mentre si dedicano a postulati peregrini, non sembrino abbandonare il principio delle istituzioni». Per Papa Innocenzo è importante che coloro che deviano dalle istituzioni della chiesa romana siano ammoniti e fermati, oppure senza esitazione segnalati affinché egli sia «in grado di conoscere chi sono quelli che introducono novità o che ritengono debba essere osservata la consuetudine di un’altra chiesa anziché quella della chiesa di Roma». L’aspetto giuridico più rilevante delle decretali è che esse, pur riguardando casi particolari, possono essere assunte a criterio generale e di conseguenza avere valore per tutta la Chiesa, tanto da confluire nel Corpus Iuris Canonici, il corpo normativo più antico del diritto canonico. Le parole di Innocenzo I, quindi, dovrebbero valere anche oggi per tutti coloro che, operando in spregio alla Dottrina e alla Tradizione, pensano di aggiornare la Chiesa ai tempi, dimenticando che la sua origine e la sua fondazione non sta nella capacità creativa dell’uomo ma in Gesù Cristo, Verità immutabile.

sabato 6 febbraio 2016

Dottrine eugenetiche, nazismo, legge morale, diritto naturale, legge di Dio in un aforisma di Papa Pio XI

Nella fausta ricorrenza dell'elezione al Soglio Pontificio del grande Pontefice Pio XI (6 febbraio 1922), riproduciamo in un suo aforisma le parole di fuoco scritte contro il Nazismo alcuni anni dopo, che, ancora oggi, suonano di sconcertante attualità innanzi alle dottrine eugenetiche e del gender.


domenica 29 novembre 2015

Con quali paramenti celebrare le Novene dell'Immacolata e di Natale?

La novena dell’Immacolata e quella di Natale, come le altre novene ed esercizi di pietà, siano celebrate con stola e piviale.

Per quella dell’Immacolata i paramenti siano bianchi, avendo questa carattere, appunto, mariano e votivo (se si fosse trattata della novena di qualche martire, il colore sarebbe stato il rosso, avendo pur essa carattere votivo); per quella di Natale, che avviene durante l’Avvento (è infatti una novena de tempore), i paramenti siano viola, stante il carattere penitenziale e di attesa del periodo d’Avvento (v. il canto del Regem venturum Dominum e quello Laetentur Coeli).


Tratto da Ludovico Trimeloni, Compendio di liturgia pratica, ed. Marietti 1820, 2007, III ed., pp. 635-636

mercoledì 22 luglio 2015

La negazione della Legge di Dio ed i Suoi diritti

All’indomani delle due discusse pronunce, rispettivamente della Corte Europea dei diritti dell’uomo (per un commento a questa sentenza, v. qui) e della Suprema Corte di Cassazione, I sezione civile, n. 15138/2015 (per la vicenda, v. qui), nella memoria della Santa penitente Maria Maddalena, rilancio questo contributo – in inglese – quantomeno indicato, tratto dal consueto Rorate Caeli.

Juan Correa, La conversione di Maria Maddalena, 1671 circa, Museo Nacional de Arte, Città del Messico

The Denial of the Law of God
and His Rights


In his great encyclical letter Libertas Praestantissimum, Pope Leo XIII explains that it is not man’s place to dictate to God what man owes Him, but rather humbly and obediently to receive from God the law that must be followed if we are to please Him and attain the happiness for which He created us:
If the human mind be so presumptuous as to define the nature and extent of God’s rights and its own duties, reverence for the divine law will be apparent rather than real, and arbitrary judgment will prevail over the authority and providence of God. Man must, therefore, take his standard of a loyal and religious life from the eternal law; and from all and every one of those laws which God, in His infinite wisdom and power, has been pleased to enact, and to make known to us by such clear and unmistakable signs as to leave no room for doubt. And the more so because laws of this kind have the same origin, the same author, as the eternal law, are absolutely in accordance with right reason, and perfect the natural law. These laws it is that embody the government of God, who graciously guides and directs the intellect and the will of man lest these fall into error. (Libertas 17)

We see in these luminous words the confidence of a pope and of a church convinced of the reality and primacy of God, the existence of absolute truth, the ability of reason and faith to know that truth—and the ability of even fallen men to live according to that truth with the help of God’s grace (as Pope Leo develops at greater length elsewhere in the same encyclical, and as John Paul II was to do so masterfully in Veritatis Splendor).
Monsignor Robert Hugh Benson, too, proclaimed with inimitable eloquence the same fundamental truth in regard to the condemnation of heresy, which, together with the reconciliation of the repentant heretic, is one of the greatest exercises of mercy of which the Church is capable:
The Catholic Church then is, and always will be, violent and intransigent when the rights of God are in question. She will be absolutely ruthless, for example, towards heresy, for heresy affects not personal matters on which Charity may yield, but a Divine right on which there must be no yielding. Yet, simultaneously, she will be infinitely kind towards the heretic, since a thousand human motives and circumstances may come in and modify his responsibility. At a word of repentance she will readmit his person into her treasury of souls, but not his heresy into her treasury of wisdom; she will strike his name eagerly and freely from her black list of the rebellious, but not his book from the pages of her Index. She exhibits meekness towards him and violence towards his error; since he is human, but her Truth is Divine. (Palm Sunday Homily, Paradoxes of Catholicism)

How far we have lost this conception of the Church’s primary obligation to God, His truth, and His holiness, and how far we have settled for a worldly compromise with sin and error, can be seen if we consider an astonishing passage from Cardinal John Henry Newman, which, were it written today, would be considered offensive, outrageous, imbalanced, and possibly a form of hate speech:
The Church aims, not at making a show, but at doing a work. She regards this world, and all that is in it, as a mere shadow, as dust and ashes, compared with the value of one single soul. She holds that, unless she can, in her own way, do good to souls, it is no use her doing anything; she holds that it were better for sun and moon to drop from heaven, for the earth to fail, and for all the many millions who are upon it to die of starvation in extremest agony, so far as temporal affliction goes, than that one soul, I will not say, should be lost, but should commit one single venial sin, should tell one wilful untruth, though it harmed no one, or steal one poor farthing without excuse. She considers the action of this world and the action of the soul simply incommensurate, viewed in their respective spheres; she would rather save the soul of one single wild bandit of Calabria, or whining beggar of Palermo, than draw a hundred lines of railroad through the length and breadth of Italy, or carry out a sanitary reform, in its fullest details, in every city of Sicily, except so far as these great national works tended to some spiritual good beyond them. Such is the Church, O ye men of the world, and now you know her. Such she is, such she will be; and, though she aims at your good, it is in her own way,—and if you oppose her, she defies you. She has her mission, and do it she will, whether she be in rags, or in fine linen; whether with awkward or with refined carriage; whether by means of uncultivated intellects, or with the grace of accomplishments. Not that, in fact, she is not the source of numberless temporal and moral blessings to you also; the history of ages testifies it; but she makes no promises; she is sent to seek the lost; that is her first object, and she will fulfil it, whatever comes of it. (Difficulties of Anglicans, lecture 8)

Note that for Newman, the seeking of the lost means nothing other than the mission to save sinners from sinning—to induce them, however she can, by God’s grace, to follow His law, and thus to cease from lying, stealing, or any other action that can harm the soul, including the slightest venial sins. What, then, would Newman have said about the legalization of divorce, serial polygamy and polyandry (i.e., “remarriage”), contraception, sterilization, abortion, sodomy? Let us not kid ourselves: we are looking at the progressive dehumanization of man, the escalating asphyxiation of society, and the accelerating decomposition of the Church, with the concomitant loss of countless souls to eternal damnation—and there are still bishops who dare not to speak up in defense of God’s truth and His immutable rights, or who absurdly claim that “the law of the land is the law of the land,” or who are just hoping that if they sit still and do nothing, no one will raise a hand against them? It is like the apostasy of the Church in England under Henry VIII. We will have our heroic St. John Fishers and our St. Thomas Mores, along with a greater number of cowards, opportunists, apostates, and traitors.
Leo XIII, Cardinal Newman, and Msgr. Benson, like so many of their age, knew that the Catholic Church was locked in mortal combat with the irreligious and libertine spirit of modernity. They did not parley with it, they did not create committees for joint endeavors, they did not stand on their heads and squint with one eye until they could see something vaguely positive in it. They condemned it as poison, warned against it ceaselessly, and fought its dreadful effects with all their powers. They lost the fight, but only because their cause was betrayed by their own clerical brethren in the twentieth century. The crisis in the church is a crisis of bishops—whenever the Church is in turmoil, this will always be at the source of it. St. Gregory Nazianzen bears witness to this sobering fact when he writes:
The light and eye of the Church is the Bishop. It is necessary then that as the body is rightly directed as long as the eye keeps itself pure, but goes wrong when it becomes corrupt, so also with respect to the Prelate: according to what his state may be, must the Church in like manner suffer shipwreck, or be saved. (cited in St. Thomas, Catena aurea on Luke 11)

Nevertheless, it was Cardinal Newman who, in his Arians of the Fourth Century, offered a well-documented and timely reminder that it was primarily the laity, under the guidance of a few stalwart bishops, who kept the true Faith in the horrible time of the Arian crisis. Today it is and will be no different. Let us glory in our baptismal privilege of having and keeping the true Faith, in union with Christ crucified and risen; let us glory in our Confirmation that enlisted us in the ranks of our blood-stained victorious King, to bear Him witness and fight His battles on earth. “Thus saith the Lord to you: Fear ye not, and be not dismayed at this multitude: for the battle is not yours, but God’s” (2 Chronicles 20:15).

Fonte: Rorate caeli, Jul. 21, 2015

venerdì 26 giugno 2015

Un libro di canto gregoriano come non s’è mai visto né udito

Volentieri rilancio la recensione ad un recente testo sul canto gregoriano:

Un libro di canto gregoriano come non s’è mai visto né udito


Per i visitatori di Settimo Cielo e di www.chiesa i “Cantori Gregoriani” sono da tempo una voce amica. Una voce, proprio così. Di domenica in domenica, nell’Avvento e Natale del 2013 e nella Quaresima e Pasqua del 2014 abbiamo potuto ascoltare e gustare le loro esecuzioni di introiti, graduali, communio del grande repertorio gregoriano.
Qui c’è l’indice cronologico di tutte le pagine di www.chiesa con le loro splendide esecuzioni:


Non solo. Assieme al canto ci sono in ognuna di queste pagine lo spartito musicale e una guida all’ascolto, scritta dal direttore dei “Cantori”, il Maestro Fulvio Rampi, di Cremona, gregorianista di fama internazionale.
Ed era questa come una piccola anticipazione di quel monumento editoriale che ha visto oggi finalmente la luce: un volume di quasi mille pagine che è la “summa” di tutto ciò che occorre sapere su quel canto “principe” della liturgia latina che è anche matrice dell’intera musica occidentale:

Cantori Gregoriani, “Alla scuola del canto gregoriano. Studi in forma di manuale”, a cura di Fulvio Rampi, Musidora editore, Parma, 2015, pp. 980, euro 70,00.

Autori dell’opera sono proprio i “Cantori Gregoriani” col loro Maestro. Con l’apporto di altri studiosi che hanno creduto nell’impresa. Perché ogni capitolo di questo libro, o meglio, data la dimensione, ogni libro di questa biblioteca, porta la firma di qualcuno di loro. Come si può vedere dall’indice:

Cap. 1 – Il canto gregoriano. Itinerario storico-giuridico
di Giannicola D’Amico
Cap. 2 – Liturgia. La messa e l’ufficio divino
di Alfio Giuseppe Catalano O.S.B.
Cap. 3 – La melodia gregoriana
di Angelo Corno e Giorgio Merli
Cap. 4 – Il ritmo gregoriano
di Fulvio Rampi
Cap. 5 – L’ufficio divino. Il canto come lettura ermeneutica del testo
di Angelo Corno e Giacomo Frigo O.S.B.
Cap. 6 – Tropi, sequenze, prosule. Ornamento ed espansione del canto gregoriano
di Enrico De Capitani
Cap. 7 – Il canto gregoriano e la sua voce
di Roberto Spremulli
Cap. 8 – Itinerario bibliografico. Il fenomeno e l’essenza
di Alessandro De Lillo

L’imponente volume, aggiornato sugli studi più avanzati di semiologia gregoriana, ha lo scopo dichiarato di offrire un nuovo e completo strumento didattico per chi voglia andare alla scoperta di questo tesoro: studenti di conservatorio, musicologi, direttori di coro, cantori, organisti, liturgisti.
Ma anche il non specialista può immergersi in questa appassionante avventura, sfogliarne le pagine, osservarne le figure, soffermarsi sull’uno o sull’altro dei capitoli che più l’attraggono.
Con un occhio, naturalmente, alle vicissitudini di questo canto al quale il Concilio Vaticano II ha ordinato che “si riservi il posto principale” ma che nei fatti è precipitato in un quasi generale abbandono.
Ma sempre con la speranza che la luce si riaccenda, come scrive Giannicola D’Amico nelle ultime righe della sua ricostruzione storica:
“Confidiamo che le straordinarie capacità di reviviscenza del canto gregoriano anche questa volta lo salvino dalla fine. E salvino anche noi”.

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Il volume è in vendita da giugno ed è stampato da Musidora editore, via F. Nullo 11, 43125 Parma, 0521.252564, musidora.libri@libero.it

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Una sintesi della visione di Rampi su che cos’è il canto gregoriano e su che cosa può tornare ad essere nella vita della Chiesa è in queste sue due conferenze del 2012:



Sulla discografia degli autori dell’opera:


Fonte: Settimo Cielo di Sandro Magister, 25.6.2015

venerdì 29 maggio 2015

Card. Raymond Leo Burke: “Sul matrimonio cristiano il Papa esercita il suo potere con totale obbedienza a Cristo e non può prendere provvedimenti contro la verità di Cristo, appellandosi ad una potestà assoluta e perciò arbitraria”

Avevamo, in precedenti post, dato la notizia dell’intervento del card. Burke a Trieste. Di quest’evento avevamo anche postato alcune fotografie tratte dal triestino Il Piccolo (v. qui).
Ora abbiamo a disposizione il testo del suo intervento, che è stato pazientemente registrato e sbobinato e diffuso dall’immancabile Chiesa e post concilio. Ne pubblichiamo solo uno stralcio, rinviando per il testo intero al suddetto sito (il link è indicato a fondo pagina).
Significativa è comunque la denuncia del rischio di sentimentalismo, ovvero di quell’idea distorta di misericordia, attenta più alle esigenze terrene (la felicità in questa vita) che alla vita eterna (la felicità nell’altra!).

Il card. Raymond Leo Burke a Trieste: “Il matrimonio cristiano nella dottrina e nella pastorale”

Il testo che segue è frutto del paziente sbobinamento di uno dei nostri collaboratori: Silvio Brachetta, che ringraziamo di cuore. Silvio è anche autore di un articolo, riguardante l'evento, apparso su Vita Nuova del 22/5/2015 (cfr. immagine: cliccare per ingrandire).


Vedi anche la galleria d'immagini del solenne Pontificale di Domenica 17 marzo nella Chiesa della Beata Vergine del Rosario sulla nostra pagina Fb.
Può essere interessante confrontare il testo del Card. Burke con l'altro suo esaustivo intervento a Chester, da noi tradotto qui.
Qui il testo dell'articolo. La relazione del Cardinale a seguire.

La Chiesa deve insegnare la verità sulla bontà del matrimonio e famiglia

Dopo che del cardinale Walter Kasper è stata resa pubblica la conferenza da lui tenuta al Concistoro straordinario dei Cardinali (20-21 febbraio 2014), in preparazione al Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, cinque cardinali assieme ad altri quattro studiosi hanno dato alle stampe “Permanere nella verità di Cristo” (Cantagalli), dove le tesi di Kasper sono state formalmente criticate.
Ne ha parlato a Trieste il cardinale americano Raymond Leo Burke - uno degli autori del libro e membro del Sinodo - durante la conferenza del 16 maggio titolata “Il matrimonio cristiano nella dottrina e nella pastorale”, su iniziativa del Coordinamento nazionale del Summorum Pontificum. Il libro - spiega Burke - è stato scritto dopo che Kasper ha inteso mettere «in questione la costante prassi della Chiesa» proponendo, a certe condizioni, l’ammissione al sacramento dell’Eucaristia ai cosiddetti divorziati risposati: tutto ciò è stato da molti percepito come «una rivoluzione nella Chiesa», che non si concilia con l’insegnamento di Benedetto XVI, il quale indicava nel 2005 come errata questa ermeneutica e corretta quella della «riforma nella continuità».
Burke e gli altri coautori non esitano a considerare le tesi di Kasper come una «rottura con la prassi costante della Chiesa in materia», che concede perdono e misericordia in abbondanza, ma solo a coloro che si pentono del male fatto e hanno fermo proposito di abbandonare il peccato. E questo atteggiamento non si trova in genere nei divorziati, che spesso contraggono illecitamente un nuovo matrimonio. La proposta di Kasper, che vorrebbe trovare una via più spedita alle procedure di nullità matrimoniale o una sorta di accettazione dello stato di adulterio, è troppo fondata - a parere di Burke - sul «sentimentalismo» che, pur sembrando «compassionevole» della sofferenza altrui, è invece «profondamente nocivo per la sua mancanza di rispetto per l’oggettiva situazione della persona».
In altre parole, l’ammonimento di Gesù di non dividere ciò che Dio ha unito, non può in alcun modo essere annullato in nome di un mal compreso senso di carità. Al contrario - insiste il cardinale americano - «la Chiesa deve sempre esprimere la carità nella verità» e chiamare, dunque, «le cose con il loro proprio nome». Non solo, ma la gente «ha sete della verità» e desidera l’ordine e la luce, soffocate spesso dalla «confusione e dall’errore». Proprio oggi, in cui «viviamo il tempo di un attacco veramente feroce al matrimonio», la famiglia deve avere un posto centrale nella «nuova evangelizzazione» - già inaugurata da san Giovanni Paolo II - e testimoniare «la bellezza sublime dello stato matrimoniale». Il Papa polacco, nella “Familiaris consortio” (1981), affermava difatti che non ci sarà nessuna evangelizzazione nella società e nella Chiesa medesima (anch’essa fortemente secolarizzata), se prima non sarà la famiglia ad evangelizzare se stessa. Quanto più dovrà farlo, per il fatto che «ora più che mai la Chiesa deve dire la verità».
Verità sull’amore sponsale, sulla castità matrimoniale, sui danni della coabitazione prematrimoniale o, peggio, sul tentativo di equiparare il rapporto omosessuale al matrimonio. Burke è del tutto intenzionato a contrastare la piaga del divorzio, ad esempio, non con la severità, ma ostacolando il relativismo a livello culturale e proponendo la retta formazione della propria coscienza. È soprattutto da evitare, poi, l’atteggiamento di coloro che, «nel nome della tolleranza rimangono zitti», trascurando così di testimoniare il Cristo. (Silvio Brachetta)

martedì 30 dicembre 2014

Why “Mass of Catechumens” makes better sense than “Liturgy of the Word”

Interessante contributo dal consueto blog New Liturgical Movement.

Why “Mass of Catechumens” Makes Better Sense Than “Liturgy of the Word”

PETER KWASNIEWSKI

Master of Portillo, Mass of St Gregory
It is well known that the Novus Ordo Missae divides the Mass into four parts: the Introductory Rites; the Liturgy of the Word; the Liturgy of the Eucharist; and the Concluding Rite. It is perhaps less known among Catholics today that this is a modern schematic and that the much more ancient distinction—still found in the traditional Latin Mass—is between the Mass of the Catechumens and the Mass of the Faithful. As we bask in the effulgence of the Incarnate Word, it would be well to reflect on why this ancient way of speaking is superior to the modern way.
The central and definitive “word” is Jesus Christ, the Logos or Verbum of the Father, made flesh for us men and for our salvation. It follows that the liturgy of the Word par excellence is the Holy Eucharist itself. To go further, the liturgy of the Word, in the fullest sense, must be the Eucharistic sacrifice, because in this sacrifice the Word which is “spoken” by the Father is offered back to Him, thanks to His human nature, in a perfect self-offering—and this oblation of Christ on the cross is the sole reason we ourselves can receive, can be made “hearers of,” the word of God in nature and in divine revelation. If, instead, one appropriates “word” to the Bible, then this portion of public worship, in terms of the phenomenology of the Mass, risks becoming an equal to the Eucharist, if not its superior.
The verbum Domini or Word of the Lord is the Logos, Jesus Christ Himself. Verbum caro factum est, et habitavit in nobis. It also refers to the “word” (in the idiomatic sense of that which summarizes: “in a word…”) of consecration, which is the mystery of faith, mysterium fidei. Christ, above all, is this mysterium fidei; all other sacred mysteries are such because of their being rooted in Him or flowing from Him. The Church is a mysterium because she is united to Christ, the great mystery, magnum mysterium. Through the consecration, we are taken from the promise of revelation (the Mass of Catechumens) to the Real Presence (the Mass of the Faithful)—a transition from verbum (in the ordinary sense of something spoken) to res (in the sense of the thing signified by word).
The problem, then, with the phrase “Liturgy of the Word” is that the Word, as such, is fully and really present only in the Liturgy of the Eucharist, when the Word Himself is personally present in His divinity and glorified humanity. The sign of the difference is that, while we offer incense to the Gospel in honor of Him whose Gospel it is, it would be sinful for someone to bow down and adore the lectionary, placing his faith and trust in it, and loving it above all things, whereas it is precisely this adoration or latreia that must be given to most holy Eucharist; indeed, as Saint Augustine says (and Benedict XVI often quotes him to this effect), we would be guilty of sinning were we not to adore It.
A Protestant confusion is thus introduced and subtly fostered. According to the Catholic faith, “God’s Word” is chiefly and primarily in the Holy Eucharist because it is Jesus Christ, and only secondarily in the Sacred Scriptures that contain His teaching and bear witness to Him. Like all mere signs, Scripture will pass away in heaven, as the Book of Revelation teaches: “I saw no temple in the city, for its temple is the Lord God the Almighty and the Lamb. And the city has no need of sun or moon to shine upon it, for the glory of God is its light, and its lamp is the Lamb” (Rev 21:22-23). Like all mere signs, it is only for the wayfarer. In Protestant churches, one often sees the Bible sitting up on the main altar, where the tabernacle ought to be, as though at the center of Christianity were a book, something written in lifeless letters on lifeless paper; such an architectural arrangement expresses the very essence of the Protestant heresy, where words replace the Word in His living and life-giving flesh and blood. The Novus Ordo structure follows, in a sense, this verbalistic architectural schema, which makes it more understandable that in Catholic churches all over the world the tabernacle was removed from the center and placed off to the side, usually not in a place of great honor.
No one could have appreciated more than the Jewish Christians of the early Church how vast and profound a change was inaugurated by Christ in the New Covenant. It might seem logical, then, that they should discard the old forms of worship (the old wineskins, as it were) in favor of new ones. But nothing of the sort happened; the Christian worship grew organically out of the pre-existent Jewish worship. When the Christians began to worship exclusively in their own communities, no longer visiting the synagogue for the service of readings, they nevertheless kept and fostered the Jewish traditions in their own Eucharistic worship. The very fact that the Christians saw in the Holy Eucharist the fulfillment of what the Jews read about in their Scriptures indicates that the liturgical connection was understood to be much deeper than merely two back-to-back segments of ritual, one pertaining to “books” and the other to “sacrament” or “mysteries.” From a Patristic perspective, the division of “Mass of the Catechumens” and “Mass of the Faithful” renders the relationship far more accurately: the catechumens are those who, whether Jew or Gentile, remain on the outside of the fold but are approaching entrance to it, whereas the faithful are those who have embraced Jesus Christ as their Lord in the mysteries of initiation and can now, entering into the Holy of Holies, reap the fruits foretold in the Scriptures that are read aloud to everyone (including the catechumens).

The Temple of Solomon

The tradition teaches us continuity, not rupture and discontinuity, even in the midst of the most radical religious shift the world has ever seen within one religious tradition: from the Mosaic law to the grace of Christ, from the Torah to the Cross, from the many sacrifices of the Old Covenant to the one all-holy and all-sufficient sacrifice of the New Covenant. It was a transition not from letter to spirit, but from a cosmic catechumenate to an eternal fidelity, from one Mass to another Mass—or rather, a seamless transition from the outer chamber of expectant preparation to the inner chamber of loving communion.
How strange it is that, in so many respects, the attitude and decisions of those who replaced the organically developed Roman liturgy with a committee-generated fabrication treated the preceding form of Catholic worship as more foreign than the early Christians had treated the worship of the Israelites! Perhaps it is no more strange than the general loss of a sense of obligation or bond to God’s revelation of Himself in the past. We would rather have our own creation from our own time period than something handed down to us by our ancestors. Needless to say, this mentality is profoundly unscriptural, untraditional, unecclesiastical. One may wonder if it is not ineluctably bound up with the Hegelian (or Teilhardian) model of inexorable historical progress through the constant overcoming of the given, as we all march towards Absolute Spirit. But this way madness lies.
The Incarnation is the pivotal point, not the present moment; and the Christ who is the same yesterday, today, and forever, who has been given to us in the apostolic rites of the Church, is the measure of our doctrine and practice—not our own sociological models or theoretical constructs.

domenica 14 dicembre 2014

Sinodo, verso il secondo round. La requisitoria del canonista

Interessante contributo del card. De Paolis rilanciato da Sandro Magister.

Sinodo, verso il secondo round. La requisitoria del canonista

Il cardinale Velasio De Paolis riapre il fuoco contro la comunione ai divorziati risposati: “Se approvata, le conseguenze sarebbero di una gravità inaudita”. Il rebus di papa Francesco

di Sandro Magister

ROMA, 9 dicembre 2014 – Da oggi è di dominio pubblico la traccia preparatoria del prossimo sinodo dei vescovi, dedicato, come il precedente, al tema della famiglia:


La traccia – in latino “lineamenta” – ha come base di partenza la “Relatio” finale del sinodo dello scorso ottobre, ma poi prosegue riformulandone i vari punti in forma di domande. Il questionario, per ora diffuso soltanto in italiano, sarà inviato nei prossimi giorni in più lingue alle conferenze episcopali di tutto il mondo, che potranno sottoporlo a una cerchia anche amplissima di persone.
A detta del cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo, la finalità del sondaggio sarà “l’approfondimento delle questioni affrontate nel dibattito, di tutte, ma soprattutto di quelle che hanno bisogno di essere discusse in modo più accurato”.
Con ciò, il cardinale ha alluso alle due questioni che in effetti sono state quelle più controverse, nel sinodo dello scorso ottobre. Talmente controverse da non aver ottenuto, nella loro formulazione finale, i due terzi dei voti necessari per l’approvazione.
Sono le questioni che riguardano la comunione ai divorziati risposati e l’omosessualità.
Dei 62 paragrafi che componevano la “Relatio”, infatti, i tre dedicati a tali questioni sono i soli che non sono stati approvati, anche se – per volontà di papa Francesco – sono stati ugualmente mantenuti nel testo reso pubblico, assieme all’esito delle rispettive votazioni.
Nel questionario diffuso oggi, la domanda riguardante la comunione ai divorziati risposati è la n. 38:
“La pastorale sacramentale nei riguardi dei divorziati risposati necessita di un ulteriore approfondimento, valutando anche la prassi ortodossa e tenendo presente ‘la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti’. Quali le prospettive in cui muoversi? Quali i passi possibili? Quali suggerimenti per ovviare a forme di impedimenti non dovute o non necessarie?”.

Mentre quella riguardante l’omosessualità è la n. 40:
“Come la comunità cristiana rivolge la sua attenzione pastorale alle famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale? Evitando ogni ingiusta discriminazione, in che modo prendersi cura delle persone in tali situazioni alla luce del Vangelo? Come proporre loro le esigenze della volontà di Dio sulla loro situazione?”.

Il tema del sinodo, naturalmente, non si esaurisce in queste due questioni, ma riguarda piuttosto il destino presente e futuro del matrimonio cristiano in quanto tale. Basti pensare al generale declino numerico dei matrimoni sia civili che sacramentali, i quali ultimi stanno calando a picco anche in un paese cattolico come l’Italia, dove nell’ultimo mezzo secolo sono precipitati da 414.652 (nel 1963) a 111.545 (nel 2013), con un ritmo di decrescita che prelude alla loro scomparsa tra meno di vent’anni.
Sta di fatto, però, che la comunione ai divorziati risposati continua ad essere la questione più dibattuta, perché a dispetto della sua applicazione numericamente molto ristretta mette comunque in gioco il senso ultimo sia del matrimonio cristiano sia del sacramento dell’eucaristia, cioè di due colonne portanti del cristianesimo.
Il testo che segue è una prova di quanto vivacemente questo dibattito prosegua. Ne è autore il cardinale Velasio De Paolis, 79 anni, missionario scalabriniano, canonista illustre, presidente emerito della prefettura degli affari economici della Santa Sede.
Già prima del sinodo dello scorso ottobre De Paolis aveva pubblicamente preso posizione contro le tesi a favore della comunione ai divorziati risposati, sostenute più di tutti dal cardinale Walter Kasper.
L’aveva fatto in una conferenza tenuta il 27 marzo a Perugia, come prolusione inaugurale del nuovo anno giudiziario del tribunale ecclesiastico dell’Umbria:


La conferenza era stata poi ripubblicata in Spagna nella rivista “Ius Communionis” (2, 2014, pp. 203-248) e in Italia e negli Stati Uniti nel volume a più voci uscito alla vigilia del sinodo con gli interventi di altri quattro cardinali anch’essi critici delle posizioni di Kasper:



Ma ora De Paolis è tornato sull’argomento prendendo ad oggetto delle sue critiche proprio quel paragrafo 52 della “Relatio” finale del sinodo dello scorso ottobre riguardante i pro e i contro la comunione ai divorziati risposati.
A giudizio del cardinale De Paolis, questo paragrafo non solo è in sé incoerente e contraddittorio, ma “le novità che si introdurrebbero se fosse approvato sarebbero di una gravità inaudita”, perché minerebbero le stesse fondamenta del dogma e della morale cattolica.
Questo è il rimando al testo integrale della conferenza, tenuta il 26 novembre alla facoltà di diritto canonico dell’Università San Dámaso di Madrid:


Mentre qui di seguito è riprodotta la sua sezione finale.

Con l’avvertenza che le considerazioni di De Paolis contro la comunione ai divorziati risposati egli le applica anche a tutte le altre situazioni irregolari di convivenza, come spiega nella prima parte della sua conferenza.
__________

LA PROPOSIZIONE N. 52 DEL SINODO STRAORDINARIO SULLA FAMIGLIA

di Velasio De Paolis

Il tema dell’accesso ai sacramenti, specialmente all’eucarestia, da parte dei divorziati risposati é stato oggetto di riflessione nel sinodo straordinario dei vescovi dello scorso mese di ottobre. A questo fa riferimento la proposizione n. 52 della “Relatio” finale, che dice:
“Si è riflettuto sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia. Diversi padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del vescovo diocesano. Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che ‘l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate’ da diversi ‘fattori psichici oppure sociali’ (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735)”.

1. Il senso della proposizione sinodale

Il testo non ha raccolto un numero sufficiente di adesioni, cioè i due terzi dei voti, ragione per cui non è stato approvato dal sinodo; pertanto, non dovrebbe considerarsi un testo sinodale. Ma bisogna dire subito che è difficile valutare il significato della votazione. Il testo si compone di varie parti non omogenee, persino contrapposte, anche con motivazioni inadeguate o non totalmente appropriate o, perlomeno, incomplete, nel raccordarsi con le fonti dottrinali.
In effetti la proposta comincia con un dato di cronaca: si è riflettuto sul tema. Poi fa riferimento a una corrente di padri che sono favorevoli alla disciplina attuale e ad altri che sono favorevoli a un cambio nella disciplina. Il testo prosegue spiegando in quali punti dovrebbe cambiare la disciplina attuale, segnalando anche quale sarebbe la responsabilità che dovrebbe competere al vescovo. Infine conclude con un avvertimento e un invito a un maggiore approfondimento, suggerendo anche alcuni elementi per farlo. Pertanto, un eventuale voto contrario o di approvazione del testo non si sa bene a cosa riferirlo.

2. Limiti della proposizione

La proposizione si presenta con una formulazione limitata. Si riferisce a una categoria limitata di persone che vivono in una situazione di unione irregolare: i divorziati risposati. Si tratta di una categoria che meriterebbe, secondo la proposizione, un’attenzione particolare ed eccezionale, motivata dalle situazioni particolari degne di considerazione che questa categoria potrebbe presentare, come effettivamente il testo spiega subito dopo.
Non è difficile trovare in queste parole alcuni elementi significativi della proposta del cardinale Kasper. Ma abbiamo già avuto occasione di studiare questa proposta e di verificare che non è stata sostenuta da alcun argomento valido. Del resto quella proposta era già stata a conoscenza dell’autorità competente, che l’aveva studiata e respinta, non trovando in essa elementi che la potessero sottrarre a una valutazione secondo i principi dottrinali dei documenti della Chiesa. Pertanto, l’ipotesi avanzata nella proposizione sinodale era già stata studiata e valutata in maniera esplicita e si era arrivati alla conclusione che non implicava principi eccezionali ma rientrava nella categoria dei principi generali, dato che, dal punto di vista della gravità morale e in ordine all’accesso all’eucarestia, l’ipotesi avanzata nella proposta costituisce in tutti i casi una violazione grave della morale coniugale e della disciplina della Chiesa, che non può permettere l’accesso all’eucarestia. Per questo motivo i documenti della Chiesa non fanno mai una distinzione tra le diverse categorie di persone che convivono in unioni irregolari: le varie tipologie di persone che convivono irregolarmente non si distinguono per quanto si riferisce alla convivenza coniugale e all’accesso all’eucarestia.
Inoltre, le condizioni in virtù delle quali si pretenderebbe una considerazione speciale per i divorziati risposati possono verificarsi in tutti quelli che si trovano in situazioni irregolari. E, in alcuni casi, la situazione potrebbe persino aggravarsi: potrebbe sembrare un premio e un invito a stabilire nuovi vincoli.
Possiamo ancora fare un’ulteriore considerazione. La proposizione, nel restringere l’ipotesi a una categoria specifica, riconosce il valore dottrinale e normativo dei documenti della Chiesa che regolano la materia. E, visto che la proposizione invita a un approfondimento, si evidenzia una certa perplessità sulla proposta stessa. Su che cosa può consistere questo approfondimento? Non sul valore dottrinale e normativo dei documenti, ma sulla possibile eccezione contenuta nella proposizione. E da dove può sorgere il dubbio se non dal fatto che la proposizione contiene in sé un’eccezione alle due condizioni essenziali per l’accesso all’eucarestia, dal momento che si verifica una violazione grave della legge morale naturale e una situazione personale non idonea per accedere all’eucarestia?
In effetti, anche in questa categoria dei divorziati risposati si trovano presenti le due condizioni che impediscono l’accesso all’eucarestia, il che porta l’autorità ecclesiastica a non poter agire in un altro modo, poiché l’autorità ecclesiastica non può disporre della legge naturale e divina: il rispetto della legge naturale del matrimonio e la necessità della grazia santificante.
Le situazioni descritte potrebbero non consentire la separazione delle due persone che stanno convivendo in un’unione irregolare, però non richiedono necessariamente la vita in comune “more uxorio” e la situazione permanente di peccato.

3. Disciplina, dottrina o magistero?

Osserviamo che la stesura del testo della proposizione genera equivoci. Si parla di “disciplina attuale” e di una possibile modifica alla stessa, ma questo suscita qualche dubbio, che esige un approfondimento. In realtà, la normativa vigente non è soltanto una “disciplina attuale”, come se si trattasse di una norma meramente ecclesiastica e non di norme divine, sancite dal magistero, con motivazioni dottrinali e magisteriali che riguardano i fondamenti stessi della vita cristiana, della morale coniugale, del senso e rispetto dell’eucarestia e della validità del sacramento della penitenza. Ci troviamo dinanzi a una disciplina fondata sul diritto divino. Non si sottolinea abbastanza che i documenti della Chiesa in questa materia non impongono obblighi da parte dell’autorità, bensì affermano che l’autorità ecclesiastica non può agire diversamente, perché questa “disciplina” non può essere modificata nei suoi elementi essenziali. La Chiesa non può agire diversamente. Non può modificare né la legge naturale né il rispetto della natura dell’eucarestia, perché è in questione la volontà divina.
La proposizione, nella misura nella quale prevede la possibilità di ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati costituisce, di fatto, un cambio dottrinale. E questo contrariamente al fatto che si afferma che non si vuole modificare la dottrina. D’altra parte, la dottrina, per sua propria natura, non è modificabile se è oggetto del magistero autentico della Chiesa. Prima di parlare e di trattare di un’eventuale modifica della disciplina vigente, è necessario riflettere sulla natura di questa disciplina. Nell’affrontare questa materia si dovrebbe, in primo luogo, riflettere su questa dottrina e sul suo grado di fermezza; bisogna studiare bene ciò che può essere modificato e ciò che non si può modificare. Il dubbio è stato insinuato nella stessa proposizione quando chiede un approfondimento, che deve essere dottrinale e previo a qualsiasi decisione.
Possiamo chiederci anche se è competenza di un sinodo dei vescovi trattare una questione come questa: il valore della dottrina e della disciplina vigente nella Chiesa, che si sono formate nel corso dei secoli e sono sancite con interventi del magistero supremo della Chiesa. Inoltre, chi è competente per modificare il magistero di altri papi? Questo costituirebbe un precedente pericoloso. D’altra parte, le novità che si introdurrebbero se fosse approvato il testo della proposizione sarebbero di una gravità inaudita:

a) la possibilità di ammettere alla comunione eucaristica con approvazione esplicita della Chiesa una persona in stato di peccato mortale, con pericolo di sacrilegio e di profanazione dell’eucarestia;

b) facendo così si mette in discussione il principio generale della necessità dello stato di grazia santificante per poter accedere alla comunione eucaristica, specialmente ora che si è introdotta o si sta introducendo nella Chiesa una prassi generalizzata di accedere all’eucarestia senza una previa confessione sacramentale, anche se si ha coscienza di trovarsi in peccato grave, con tutte le deleterie conseguenze che questa prassi comporta;

c) l’ammissione alla comunione eucaristica di un fedele che convive “more uxorio” significherebbe mettere in discussione anche la morale sessuale, fondata particolarmente sul sesto comandamento;

d) inoltre, in questo modo si darebbe rilevanza alla convivenza o ad altri vincoli, indebolendo di fatto il principio della indissolubilità del matrimonio.

4. Le motivazioni addotte per conservare la disciplina vigente

Riguardo a questo, la proposizione afferma quanto segue: “Diversi padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile”.
Il testo non è molto chiaro e, in ogni caso, è insufficiente perché non pone l’accento sulla problematica coinvolta. Non si tratta solo di ragioni disciplinari da decidere d’accordo con la maggioranza, ma di una dottrina e di un magistero indisponibile, che certamente va oltre le competenze di un sinodo straordinario dei vescovi. In realtà, in questo problema sono implicate questioni dottrinali di estrema importanza, alle quali abbiamo fatto riferimento. Si deve specificare che la ragione prima del divieto di accedere all’eucarestia è, semplicemente, la condizione nella quale si trova il divorziato che convive maritalmente con un’altra persona: una condizione di peccato grave oggettivo. Il fatto che questa condizione sia causata dal divorzio o dall’eventuale nuovo vincolo civile non ha rilevanza sulla condizione morale che esclude l’eucarestia: trovarsi in uno stato permanente di violazione della norma morale della Chiesa.

5. Approfondimenti

La proposizione sostiene quanto segue: “Va ancora approfondita la questione, tenendo ben presente la distinzione tra situazione oggettiva di peccato e circostanze attenuanti, dato che ‘l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate’ da diversi ‘fattori psichici oppure sociali’ (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1735)”.
Il testo afferma la necessità di un approfondimento da un solo punto di vista, abbastanza debole. Di fatto, si cita il Catechismo della Chiesa Cattolica, con il quale non è possibile non essere d’accordo. Il problema sta nel fatto di sapere quanto incide questo paragrafo del Catechismo della Chiesa Cattolica nella problematica qui trattata. La prima fonte della moralità è quella oggettiva. Ed è della moralità oggettiva che stiamo qui trattando.
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E COSA NE DICE IL PAPA?

A proposito della comunione ai divorziati risposati, papa Francesco ha espresso un’ultima volta il suo pensiero nell’intervista che ha dato a Elisabetta Piqué sul quotidiano argentino “La Nación” del 7 dicembre (vedi foto):
“Nel caso dei divorziati risposati, che facciamo con loro, che porta si può aprire? C’è un’inquietudine pastorale: allora andiamo a dare loro la comunione? Non è una soluzione dare loro la comunione. Questo solo non è la soluzione, la soluzione è l’integrazione. Non sono scomunicati, certo. Però non possono essere padrini di battesimo, non possono leggere le letture a messa, non possono distribuire la comunione, non possono insegnare il catechismo, non possono fare sette cose, ho l’elenco qui. Basta! Se racconto questo, sembrerebbero scomunicati di fatto! Allora, aprire un po’ di più le porte”.
Nella stessa intervista, Francesco ha rivendicato la chiarezza delle proprie formulazioni:
“Uno mi ha detto una volta: ‘Sì, certo, il discernimento va bene, ma abbiamo bisogno di cose più chiare’. Gli ho detto: ‘Guardi, ho scritto un’enciclica e un’esortazione apostolica, di continuo faccio dichiarazioni e tengo omelie, e questo è magistero. Ciò che sta lì è ciò che penso, non ciò che i media dicono che io pensi. Vada lì e lo trova ed è ben chiaro’“.
Resta tuttavia il fatto che quanto detto dal papa in questa intervista a proposito della comunione ai divorziati risposati si presta ancora una volta a dubbi interpretativi. Vi si può leggere, infatti, sia un rifiuto della “soluzione” di dare loro la comunione, sia un assenso a questa stessa soluzione, come parte di una più complessiva “integrazione” degli stessi soggetti.

Il testo completo, in più sezioni, dell’intervista a “La Nación”:






Mentre questa è la sua traduzione in italiano, uscita su “L’Osservatore Romano” in data 10 dicembre: