Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 13 giugno 2021

Inno in onore di S. Antonio da Padova (o da Lisbona): O dei miracoli

O dei miracoli inclito Santo,

dell’alma Padova tutela e vanto,

benigno guardami prono ai tuoi piè:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Col vecchio il giovane a te sen viene,

e in atto supplice chiede ed ottiene;

di grazie arbitro Iddio ti fe’:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Per te l’oceano si rasserena,

riprende il naufrago novella lena:

morte e pericolo fuggon per te:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Per te riacquistansi beni ed onore;

i morbi cessano, cessa il dolore.

Ove tu vigili pianto non è:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Sempre benefico ai tuoi devoti,

ne ascolti l’umili preghiere e voti:

fammi propizio il divin Re:

o sant’Antonio prega per me!






Francesco Trevisani, Predica ai pesci, XVIII sec.



mercoledì 13 giugno 2018

Antonio di Padova e gli eretici. Un aforisma su S. Antonio tratto dalla liturgia


A S. Antonio di Padova, possono, a giusto titolo, applicarsi le parole che S. Girolamo riferiva nei confronti degli eretici: "Breviter respondebo, nunquam me haereticis pepercisse et omni egisse studio, ut hostes Ecclesiae mei quoque hostes fierent", cioè: "Mi basterà rispondere che non ho mai avuto riguardo per gli eretici e che ho impiegato tutto il mio zelo per fare dei nemici della Chiesa i miei personali nemici" (Dial. c. Pelag., Prolog. 2). Ed ancora può applicarsi a lui quanto sempre Girolamo scriveva a Rufino: "In uno tibi consentire non potero, ut parcam haereticis, ut me catholicum non probem", cioè "Vi è un punto sul quale non potrò essere d’accordo con te: risparmiare gli eretici e non mostrarmi cattolico" (Contra Ruf. 3, 43)

"O Gloriosa Domina, excelsa super sidera" - l'inno mariano con cui S. Antonio di Padova si addormentò nel Signore

Quest'inno non è altro che la seconda metà del componimento Quem terra, pontus, aethera, composto da Venanzio Fortunato (530-609), vescovo di Poitiers. Entrambi sono inni popolari mariani usati nella Liturgia, Quem terra, pontus, aethera è usato per l'Ufficio delle Letture, mentre O Gloriosa Domina viene usato per le Lodi nel Comune della Beata Vergine Maria. 
Esso era uno dei preferiti di Sant'Antonio di Padova. La tradizione vuole che fosse cantata dalla madre di Sant'Antonio, Maria Tarasia Taveira, quando il piccolo Fernando, futuro Antonio, era fanciullo a Lisbona. Il canto gli entrò talmente a cuore che anche il Santo portoghese spesso lo intonava quando era un bambino. Era un tale favorito di Sant'Antonio, che era costantemente sulle sue labbra durante la sua vita e lo cantò in punto di morte, con un filo di voce, mentre era all'Arcella in Padova. Ancora oggi si canta presso la tomba del santo, nella celebre basilica, ogni venerdì. 




Medaglia commemorativa con S. Antonio da Padova e Vergine Immacolata
con le parole "O Gloriosa Domina excelsa super sidera". FONTE





martedì 13 giugno 2017

Testimonianza della verità in un aforisma di S. Antonio da Padova


Nella festa di S. Antonio da Padova

La Chiesa universale e gli Ordini Francescani celebrano la festa liturgica di s. Antonio di Padova.
Ecco l'elogio solenne contenuto nel Martyrologium Franciscanum, ediz. 1946: 

In Padova, s. Antonio di Lisbona, detto comunemente di Padova, sacerdote e confessore, celeberrimo per la santità della vita e per la predicazione, che dal Sommo Pontefice Gregorio IX per la moltitudine dei miracoli neppure un anno dopo la sua morte fu annoverato tra i santi. Il Sommo Pontefice Pio XII lo dichiarò Dottore della Chiesa Universale.

Pietro Avogadro, con aggiunte di Francesco Savanni, Madonna col Bambino tra i SS. Francesco e Antonio da Padova, XVIII sec., Chiesa di S. Carlo, Brescia




Giuseppe Manzo, S. Antonio elemosinante, 1890, collezione privata

Teofilo Patini, S. Antonio incoronato da Gesù Bambino, 1898, Parrocchia - Santuario Maria SS. della Libera, Pratola Peligna (L'Aquila)






mercoledì 15 febbraio 2017

"O lingua benedicta" - Antifona nella Traslazione delle reliquie di S. Antonio o Festa della Lingua



A Padova la Traslazione delle sacre reliquie di sant’Antonio di Padova, Prete dell’Ordine dei Minori, Confessore e Dottore della Chiesa. Nell’aprire la cassa di ruvido legno che conteneva le venerande spoglie, san Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro Generale dei Minori, che presiedeva la sacra funzione si accorse con stupore che la lingua del santo era incorrotta. Mostrando la preziosa reliquia ai fedeli, esclamò: «O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora appare a tutti quanto grande è stato il tuo valore presso Dio».







In onore di S. Antonio da Padova (o da Lisbona):



lunedì 13 giugno 2016

Sant’Antonio da Padova, il “Martello degli Eretici”

"Fuit autem viri Dei id precipuum semper studium et conatus perpetuus, ut perniciosissimas 'vulpeculas quae demoliuntur vineam Domini' (Cantica 2, 15), nempe haereticos pestilentes et falsas doctrinas eorum, pro viribus oppugnaret, funditus destrueret ac radicitus extirparet".
Sancte Antoni, malleus hæreticorum, ora pro nobis.
Sancte Antoni, pavor infidelium, ora pro nobis. 
Sancte Antoni, doctor errantium, ora pro nobis. 
Sancte Antoni, cæcorum illuminator, ora pro nobis.

Nella festa di Sant’Antonio di Padova, il quale per la benemerita repressione dell’eretica pravità, meritò i titoli gloriosissimi di Martello degli eretici e Dottore Evangelico, chiediamo al Signore, Verità che dissipa le mortifere tenebre dell’errore, che conceda alla sua Santa Chiesa Cattolica, anche per l’intercessione della Debellatrice di ogni eresia, di trionfare su ogni nemico interno ed esterno che minaccia la purezza e l’ortodossia di quella fede che fu rivelata e affidata agli Apostoli da Cristo Gesù e tuttora da Roma apre a tutto il mondo la strada della salvezza eterna, promessa solo a coloro che perseverano nell’unico ovile del vero Pastore supremo e non si ribellano allo Spirito Santo andando fuori dalla casa paterna. Impetri parimenti il beato Antonio che tutti gli eretici e gli scismatici ritornino in seno alla Santa Romana Chiesa; e che noi possiamo star sempre saldi in questa stessa Fede, palesarla sempre senza alcun rispetto umano e difenderla fino alla morte.

Oremus Deus, qui errata córrigis, et dispérsa cóngregas, et congregáta consérvas: quǽsumus, super pópulum christiánum tuæ uniónis grátiam cleménter infúnde; ut, divisióne reiécta, vero pastóri Ecclésiæ tuæ se úniens, tibi digne váleat famulári. Per Christum Dominum nostrum. Amen (FONTE).

Nell'odierna festa del malleus haereticorum di ogni risma e di ogni tempo, rilanciamo, perciò, questo contributo.


Sant’Antonio da Padova, il “Martello degli Eretici”

di Alfredo Incollingo

Quando la Chiesa Cattolica tribola, le sue virtù divine risplendono più forti di prima. È nei momenti di grande tumulto che i grandi santi hanno fatto la loro comparsa. La Salvezza per la Chiesa di Cristo proviene da quegli uomini e quelle donne che combattono il “fumo di Satana” al suo interno e all’esterno con Fede, Speranza e Carità.
Nel tumultuoso XIII secolo, tra rivoluzioni materiali e spirituali, la Chiesa Cattolica fu sul punto di disgregarsi. Chierici disonesti e lontani da Cristo, laici approfittatori e regnati spergiuri avevano condotto Roma alla perdizione. Tuttavia alcuni “astri luminosi” illuminavano le strade ai fedeli dispersi, ricordando loro qual era la retta via: Cristo, la Stella Polare nel nostro firmamento, e le tante stelle, i tanti santi che hanno dedicato la loro vita a Lui. 
Sant’Antonio da Padova, al secolo Fernando de Bulhoes, fu il “Martello degli Eretici”, frate e teologo, ma anche uomo di carità, che diede se stesso all’annuncio apostolico, sfidando pubblicamente eresiarchi e chierici lestofanti.
Nel tempo delle grandi eresie e dello smarrimento personalità come quella del santo lusitano ci aiutano a ricordare l’Insegnamento di Gesù.
Nacque probabilmente il 15 agosto 1195 a Lisbona in una nobile e ricca famiglia. Visse tra agi e piaceri, ma, come San Francesco d’Assisi, che conobbe e che decise di seguire, rinunciò a tutto per servire Cristo e fare opera apostolica
La sua figura si lega indissolubilmente a quella del santo assinate. Presi gli abiti monacali fu trasferito a Coimbra; qui incontro alcuni frati francescani diretti in Marocco per convertire i musulmani. Si stupì per la disposizione d’animo dei primi francescani che non temevano la persecuzioni e attendevano al loro compito con devozione. Ebbe modo di conoscere San Francesco durante il Capitolo Generale dell’Ordine francescano nel 1221. Alla Porziuncola Antonio incontrò questa straordinaria personalità che lo affascinò per la sua umiltà e per la fede sincera che dimostrava. Fu un incontro edificante per il giovane monaco che sentì dentro di sé l’esigenza di seguire la stessa missione del frate assinate. Si distinse subito per le sue prediche erudite, chiare e dirette a rinnovare la fede in Cristo. Divenne francescano, un membro dell’Ordine che più di tutti era votato al rinnovamento e alla purificazione spirituale, e fu destinato dalla stesso Poverello d’Assisi allo studio teologico, a Bologna. La sua viva intelligenza, il suo nobile senso del dovere e la sua fede lo resero celebre come un grande predicatore, capace di convincere le folle e i dotti dell’epoca. Non ebbe timore di sfidare gli eretici sia in Francia, nelle regioni meridionali, sia in Italia: i catari francesi e i patari lombardi costituivano le prove più ardue. Fu in questi contesti che Sant’Antonio palesò la sua vocazione apostolica. Pubblicamente disputava con gli eresiarchi e convinceva gli astanti della falsità soggiacente le eresie, anche quelle più diffuse. Si ricordano una serie di fatti miracolosi che mettono in luce la sua straordinaria eloquenza e la sua fedeltà cristiana. Nel 1222 Antonio era a Rimini: qui la locale comunità catara disprezzava a tal punto il santo da ingiuriarlo in pubblico. Di fronte al rifiuto di ascoltarlo il frate iniziò a predicare ai pesci i quali miracolosamente si radunarono intorno a lui per comprendere il suo messaggio. Il miracolo più noto è il cosiddetto “miracolo eucaristico della mula”. Un eretico cataro volle sfidare Sant’Antonio nel provare la reale presenza di Cristo nell’Ostia consacrata, impostando così la “sfida”: avrebbe chiuso la sua mula in una stalla per alcuni giorni senza cibo; se l’animale, una volta libero, avesse trascurato il cibo per l’Ostia, l’uomo si sarebbe subito convertito. La mula liberata, quando si presentò il santo, lasciò il fieno per inginocchiarsi di fronte all’Ostia consacrata tra lo stupore dei presenti. L’eretico alla fine si convertì. Ben presto la fama di Sant’Antonio lo rese un predicatore amato dalle folle che si radunavano in continuazione per ascoltarlo. Di ritorno dalla Francia, vittorioso e notorio, si sistemò nel convento francescano di Padova dove iniziò la scrivere la sua opera più celebre, “I Sermoni”, un testo rimasto incompleto per la sua prematura scomparsa. Il lusitano assunse all’interno dell’Ordine numerosi incarichi divenendo anche “Provinciale” nel Nord Italia e continuando più intensamente la sua opera di evangelizzazione. In queste vesti partecipò a diversi Capitoli Generali ed ebbe numerosi incontri con Papa Gregorio IX, il tutto per decidere la costruzione e la sistemazione dell’Ordine fondato da San Francesco, in particolare il ruolo dello “studio” all’interno della vita monastica. Morì a soli 36 anni, il 13 giugno del 1231 a Padova, avendo contribuito non poco alla difesa e al rinnovamento del cattolicesimo. La sua devozione, il suo carisma e la sua fede al servizio di Cristo e della Sua Chiesa gli valsero l’appellativo di “Martello degli Eretici”, mai cedevole verso i nemici del Vangelo. Venne canonizzato nel 1232 da Papa Gregorio IX e riconosciuto “Dottore della Chiesa” nel 1946 da Pio XII, definito come “Doctor Evangelicus”.

Inno "O dei miracoli" in onore di S. Antonio da Padova












Statua di S. Antonio da Padova, fine XIX sec., Parrocchia S. Domenico, Corato (BA).
La statua, donata alla parrocchia dal vescovo di Conversano, mons. Antonio Lamberti, alla fine dell'800, fu offerta, per devozione, nel 2004, al Santuario S. Antonio di Padova in Messina retto dai Rogazionisti. La statua è stata restituita alla Parrocchia solo all'inizio del giugno 2016

domenica 12 giugno 2016

Sant’Antonio da Padova campione della fede

Nella vigilia della festa del grande Santo Dottore di Padova, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi, pubblicato alcuni giorni fa su Corrispondenza romana.

Antonio d'Enrico detto Tanzio da Varallo, S. Antonio da Padova con aspetto adolescente, 1616-18 circa, Pinacoteca civica, Varallo Sesia


Sant’Antonio da Padova campione della fede

di Cristina Siccardi

Fra alcuni giorni, il 13 giugno, sarà la festa di sant’Antonio da Padova, francescano e Dottore della Chiesa: memoria e devozione utili in questi nostri tempi di remissività ecclesiastica all’errore. Ma se la Chiesa annovera un campione della fede come sant’Antonio (Lisbona, 15 agosto 1195 – Padova, 13 giugno 1231) lo si deve proprio alla volontà di san Francesco di convertire le genti e non lasciarle nella menzogna.
Era il 1219 quando il Santo di Assisi organizzò una spedizione missionaria fra i musulmani. Per portare la Buona Novella furono scelti Berardo, Ottone, Pietro, Accursio, Adiuto, i primi tre erano sacerdoti, gli altri erano due fratelli laici. Originari delle terre ternane, furono fra i primi ad abbracciare la vita minoritica, ma furono anche i protomartiri dell’Ordine francescano.
La loro opera di predicazione si svolse nelle moschee di Siviglia, in Spagna. Vennero però catturati, malmenati e condotti davanti al sultano Almohade Muhammad al-Nasir, detto Miramolino; in seguito furono trasferiti in Marocco con l’ordine di non predicare più in nome di Cristo. Nonostante questo divieto i cinque francescani continuarono a diffondere la Verità portata da Gesù Cristo e per tale ragione furono nuovamente imprigionati. Dopo essere stati sottoposti più volte alla fustigazione, furono decapitati il 16 gennaio 1220.
Le loro salme vennero trasferite a Coimbra. Fu allora che Fernando Martins de Bulhões, che aveva precedentemente conosciuto i martiri durante il loro passaggio in Portogallo per essere diretti in Marocco, prese la decisione di entrare tra i Francescani. E divenne Fra’ Antonio, guida mirabile, potente predicatore, convertitore di un numero incalcolabile di anime. Ma il suo segreto era ciò che egli stesso consigliava: «Assai più vi piaccia essere amati che temuti. L’amore rende dolci le cose aspre e leggere le cose pesanti; il timore, invece, rende insopportabili anche le cose più lievi.».
Senza sosta e forte nel Vangelo, esortava alla pace, alla mitezza, all’umiltà, trattando con particolare severità coloro che chiamava «cani muti», ovvero i detentori del potere e i notabili, che avrebbero dovuto guidare e proteggere le popolazioni, ma presi dai loro interessi economici e mondani non se curavano. Nei Sermoni Fra’ Antonio scriverà: «La verità genera odio; per questo alcuni, per non incorrere nell’odio degli ascoltatori, velano la bocca con il manto del silenzio. Se predicassero la verità, come verità stessa esige e la divina Scrittura apertamente impone, essi incorrerebbero nell’odio delle persone mondane, che finirebbero per estrometterli dai loro ambienti. Ma siccome camminano secondo la mentalità dei mondani, temono di scandalizzarli, mentre non si deve mai venir meno alla verità, neppure a costo di scandalo».
Questo egli insegnava, ma ciò, oggi, scandalizza anche molti pastori della Chiesa, spesso proni e succubi delle follie e dei malesseri del mondo, causati da ideologie materialistiche, contrarie non solo a Dio, ma alla natura del creato e dell’uomo stesso.
Il Santo moralizzò la società, ma fondamentale fu anche la sua predicazione contro i cristiani eterodossi. A quel tempo i movimenti ereticali più importanti erano i Catari (che significa «i puri»), detti anche Albigesi (dal nome della città di Albi, nella Francia meridionale) e i Patarini, diffusi in Lombardia. Essi si caratterizzavano per un profondo desiderio di rinnovamento spirituale, ma la direzione intrapresa era erronea: avevano una visione del Messia come creatura più divina che umana, inoltre erano ostili alle cose terrene, compreso il potere temporale del papato. Non sapevano perciò armonizzare spiritualità e materia, come è proprio del Cattolicesimo.
Di rinnovamento spirituale, nella Chiesa di quel tempo, ce n’era un gran bisogno, ma se da una parte erano emerse le esasperazioni degli eretici che combattevano contro quella Chiesa, posizionandosi dunque al di fuori di essa con ira e livore, dall’altro il Francescanesimo riuscì a rinnovare positivamente e con metodi cattolici quella stessa Chiesa che si era macchiata di errori umani, e lo fece modificandola dall’interno. È proprio nei momenti in cui la Chiesa è in crisi e ha bisogno di essere rivitalizzata che arrivano i rivoluzionari che vogliono smantellare il passato per fare tutto nuovo. Ma il sano rinnovamento poggia il suo stabile perno sulla rocca della Tradizione, unico riferimento, come afferma San Paolo, per trasmettere ciò che i primi Apostoli ricevettero dal fondatore della Chiesa.
Sant’Antonio era molto abile nello smontare le eresie anticattoliche: oltre ad una valente dialettica, possedeva intelligenza, acume e lungimiranza, dimostrando come la riflessione teologica e antieretica era impossibile senza solide basi dottrinali; proprio per tale motivo insistette per ottenere la fondazione, nel 1223, del primo studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di Santa Maria della Pugliola. San Francesco, che pure aveva sperato che la preghiera e la dedizione potessero essere sufficienti per la rigenerazione benefica della Chiesa, si trovò ad approvare l’iniziativa del confratello, che diede un volto dotto all’Ordine: «A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Mi piace che tu insegni teologia ai nostri fratelli, a condizione però che, a causa di tale studio, non si spenga in esso lo spirito di santa orazione e devozione, com’è prescritto nella regola».
Terra di predicazione antieretica per Sant’Antonio fu anche la Francia, dove egli giunse nel tardo autunno del 1224, e qui rimase un paio di anni: Provenza, Linguadoca, Guascogna le regioni principali della sua seminagione miracolosa. Mentre gli intellettuali ammiravano in lui l’acutezza dell’ingegno e la bella eloquenza, la sua genuina amabilità recuperava gli erranti, portandoli al pentimento.
Nel novembre del 1225 Fra’ Antonio partecipò al Sinodo di Bourges, convocato dal primate d’Aquitania per valutare la situazione della Chiesa oltralpe e per pacificare le regioni meridionali. All’arcivescovo Simone de Sully, che si lamentava degli eretici, il Santo, invitato quel giorno a predicare, dichiarò: «Adesso ho da dire una parola a te, che siedi mitrato in questa cattedrale… L’esempio della vita dev’essere l’arma di persuasione; getta la rete con successo solo chi vive secondo ciò che insegna». Quell’Arcivescovo, riportano le cronache, chiese ad Antonio di confessarlo.
Il Provinciale della Provenza, Giovanni Bonelli da Firenze, lo nominò prima Guardiano del convento di Le Puy-en-Velay e poi Custode (Superiore) di un nucleo di conventi intorno a Limoges. Un anno dopo la morte di San Francesco raggiunse Assisi: era il 30 maggio 1227, festa di Pentecoste e giorno d’apertura del Capitolo Generale dell’Ordine, nel quale si doveva eleggere il successore del Santo stigmatizzato. Molti prevedevano l’elezione di frate Elia, Vicario generale di Francesco e missionario in Oriente. Ma il suo temperamento era troppo focoso e così venne preferito il più prudente frate Giovanni Parenti, ex magistrato, nativo di Civita Castellana e Provinciale della Spagna. Quest’ultimo aveva accolto Fra’ Antonio nell’Ordine, stimandolo molto decise di nominarlo Ministro provinciale per l’Italia settentrionale, la seconda carica per importanza dopo la sua. Fu così che Sant’Antonio prese dimora a Padova, dove il suo culto è rimasto vivissimo.
La Basilica di Padova, dove tutto parla di Sant’Antonio e dove vi si recano ogni anno 6 milioni di pellegrini, è maestosa per bellezza e dimensioni, per ricchezze d’arte e per patrimonio catechetico. Così, anche quando narrazioni e spiegazioni non vengono fatte a causa di un dirottamento ideologico acattolico a vantaggio del rispetto umano, architetture, marmi e dipinti sostituiscono le manchevolezze dei responsabili dell’ignoranza religiosa odierna.
Nessuno può restare indifferente di fronte ad opere sublimi come l’Altare maggiore e il presbiterio, dominati dai capolavori di Donatello o come la Cappella dell’Arca, dove vi hanno lavorato i maggiori scultori veneti del Rinascimento (lungo le pareti sono disposti nove rilievi marmorei, con scene della vita e miracoli di Sant’Antonio, mentre al centro sorge l’altare-sepolcro del Santo), oppure come la Cappella del Beato Luca (che si apre nella parete nord della Cappella della Madonna: il Beato Luca da Padova fu discepolo e compagno di Sant’Antonio e probabilmente fu promotore della costruzione della Basilica), o ancora come la Cappella delle reliquie o del tesoro, eretta nel XVII secolo in stile barocco su progetto dell’architetto scultore Filippo Parodi: nelle tre nicchie sono esposti reliquiari, calici, ex voto, autografi di Santi…nella nicchia centrale, in uno spettacolare reliquiario dell’orefice Giuliano da Firenze (1436) è conservata la lingua incorrotta di Sant’Antonio e sotto di esso si trova il reliquiario di Balljana (1981), che custodisce l’apparato vocale del Santo, ritrovato nell’ultima ricognizione.
Le parole che uscivano dalla sua bocca erano richiamo prodigioso per le folle che riempivano le chiese e le piazze. Tra predicazioni ad libitum e molteplici ore nel confessionale, il frate taumaturgo compiva lunghi digiuni e lunghe adorazioni. La sua umiltà e il suo reale amore per Cristo, così come era accaduto per San Francesco, portarono ordine nella Chiesa, che riprese ad essere faro sicuro anche per molte anime che erano entrate in dolorosa e talvolta esacerbata o cinica confusione.

martedì 14 luglio 2015

“Divíni amóris flamma succénsus, erga Christi Dómini passiónem, quam júgiter meditabátur, ac Deíparam Vírginem, cui se totum devóverat, singulári ferebátur pietátis afféctu; quem in áliis étiam verbo et exémplo excitáre, scriptísque opúsculis augére summópere stúduit. Hinc illa morum suávitas, grátia sermónis et cáritas in omnes effúsa, qua singulórum ánimos sibi arctíssime devinciébat” (Lect. V – II Noct.) – SANCTI BONAVENTURÆ, EPISCOPI ALBANENSIS, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS

Il posto che occupa questo umile figlio di san Francesco nel cielo dei Dottori ecclesiastici, è quello d’un astro luminoso di suprema grandezza. Tutto l’edificio della teologia scolastica, tocca infatti il suo vertice in san Tommaso e in san Bonaventura, dopo dei quali la Scuola non farà quasi altro che seguirne, spiegarne e difenderne le posizioni. Dopo l’ardito movimento ascensionale sulle vette più inaccessibili della metafisica cristiana e della Teologia rivelata, i discepoli
dell’Angelico e del Serafico consacreranno buona parte delle loro energie nel mantenere il deposito sacro loro affidato.
Già i contemporanei unirono Tommaso e Bonaventura in un medesimo sentimento di viva ammirazione. Dopo la loro morte, il loro culto procedé di pari passo e parimenti congiunto, e Dante nel paradiso pone i suoi più bei cantici così sul labbro dell’Aquinate, che su quello di Giovanni Fidanza da Bagnoregio, detto poi Bona Ventura.
Eppure, questi due Sommi Dottori, che hanno fra loro tanti punti di contatto, ne hanno però degli altri per cui differiscono profondamente.
Tommaso rimase per tutta la sua vita l’uomo della cattedra scolastica e della placida speculazione; mentre invece Bonaventura accusa una più viva forza di sentimento, e riesce perciò anche all’azione ed al governo dei popoli.
Il Fidanza, infatti, era ancor giovane, quando venne elevato all’ufficio di Ministro Generale del proprio Ordine, lacerato allora dalle intestine discordie promosse dagli Spirituali.
Il Santo però, con quello spirito temperato di discreta prudenza, che tra due estremi fa subito vedere il giusto mezzo da seguire, seppe imporsi tanto ai rilassati che ai rigoristi, e salvò così la famiglia Francescana da uno scisma, che l’avrebbe condotta ad irreparabile rovina.
San Bonaventura, che nel 1273 era stato creato cardinale e vescovo di Albano da Gregorio X, mori l’anno dopo il 15 luglio a Lione, mentre vi si celebrava il Concilio Ecumenico.
I suoi funerali furono un trionfo, e col Papa vi prese parte l’intera assemblea. Tenne l’orazione funebre il cardinal Pietro da Tarantasia, futuro Innocenzo V, il quale esordì con le parole di David: Doleo super te, frater mi, Jonatha.
La messa è del Comune dei Dottori, come il 29 gennaio, tranne le parti seguenti: il versetto alleluiatico è quello del giorno di sant’Ambrogio, il 7 dicembre; l’antifona dell’offertorio è come il giorno 5 aprile. Tutto il resto, invece, è identico alla messa di san Leone Magno, il 28 giugno.
San Bonaventura è il vero rappresentante della scuola ascetica francescana, la quale ha popolarizzato fra il popolo una commovente devozione verso l’umanità santissima del Redentore. Quando san Bonaventura scrive sulla passione del Signore e sui pregi della Beatissima Vergine, il suo stile si riscalda e la sua penna spande un’unzione tutta serafica su quelle linee.
Sisto IV, canonizzando san Bonaventura nel 1482, ordinò che la sua festa nella basilica dei Santi Apostoli venisse considerata come una solennità del Sacro Palazzo Apostolico. Più tardi, venne dedicata, nella seconda metà del XVII sec., al Santo anche una chiesa ed un convento sul Palatino, appunto San Bonaventura al Palatino, nel rione Campitelli.
Altra chiesa fu edificata nel rione Trevi, tra la Fontana di Trevi e la Pontificia Università Gregoriana: Santa Croce e San Bonaventura dei Lucchesi. Questa chiesa, edificata alla fine del ‘600 su una precedente (San Nicola de Portiis o de Porcis o de Trivio o in porcilibus) era affidata ai cappuccini (Cfr. Mariano ArmelliniLe chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 261; Ch. HuelsenLe Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 407-408).
In seguito fu data ai Lucchesi (ibidem, p. 408) ed, infine, alla Società di Maria Riparatrice, conservandosi all’interno dell’edificio sacro le spoglie della beata Émilie d’Oultremont de Warfusée, in religione Maria di Gesù, vissuta nel XIX sec.
Nel quartiere Torre Spaccata, nel 1999, è stata consacrata una chiesa dedicata al nostro Santo, che era stata eretta in parrocchia nel 1974 ed affidata ai Frati Minori conventuali.

Domenico Antonio Vaccaro, Visione mistica di S. Bonaventura, 1696 circa, Museo dell’Opera di San Lorenzo Maggiore, Napoli 



Pieter Paul Rubens, S. Bonaventura, 1620 circa, Palais des beaux-arts, Lille

Francisco de Zurbarán, S. Bonaventura riceve S. Tommaso d'Aquino, 1659 circa, museo del Prado, Madrid

Giuseppe Canepa, S. Bonaventura, 1785, museo diocesano, Genova

Ferdinando Suman, S. Bonaventura rinviene la lingua di S. Antonio da Padova l'8 aprile 1263, 1847, Sacrestia Basilica sant’Antonio da Padova, Padova