Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 15 agosto 2023

EXALTATA SUPER COROS ANGELORUM - Assunzione della Beata Vergine Maria in anima e corpo


Un interrogativo che sorge, in questo giorno dell’Assunzione di Maria, è: abbiamo conferme celesti di questo dogma proclamato dal Venerabile Pio XII durante l’anno santo del 1950?

La domanda sorge spontanea se pensiamo che tutti i dogmi proclamati dalla Chiesa han trovato conferma e ratifica, diciamo così, in Cielo. Segnatamente i dogmi mariani.

Così, per es., il dogma della Theotokos, della divina maternità di Maria, proclamato dal Concilio di Efeso nel 431 d.C., da parte la circostanza che il titolo lo si trovava già nel Vangelo di Luca (S. Elisabetta, rispondendo al saluto di Maria, le disse: «a che devo che la madre del mio Signore venga a me?»: Lc 1, 43), ebbe conferma dalla viva voce della Vergine apparendo alle soglie dell’anno mille (1001 per l’esattezza) ad un conte di Ariano e ad un contadino, nel bosco del Cervaro, a sud di Foggia, in quello che è oggi è il Borgo Incoronata, una frazione della città di Foggia. Qui la Vergine Maria si presentò esplicitamente con le parole al conte: «Non temere, io sono la Gran Madre di Dio, voglio che mi sia eretta qui una cappella per essere venerata dai fedeli […]» (v. qui).

In modo non dissimile, fu confermato – sempre riguardo a Maria – il dogma del suo immacolato concepimento proclamato dal beato papa Pio IX nel 1854. Addirittura, qui il dogma fu proclamato dalla stessa Vergine prima della proclamazione formale della Chiesa. A Rue du Bac, a Parigi, nel novembre 1830 (quattordici anni prima del dogma), infatti, nell’apparizione della Medaglia miracolosa a S. Caterina Labouré, poteva leggersi nell’ovale della medaglia vista dalla santa «O Maria concepita senza peccato, prega per noi che a Te ricorriamo». Non solo. Ma a Lourdes, nel 1858, la Vergine, apparendo all’ignorante pastorella S. Bernadette, ebbe modo di presentarsi con l’appellativo – incomprensibile per la ragazza - «Io sono l’Immacolata Concezione». Come a voler dire alla Chiesa: già ve l’ho detto, ma se non lo comprendete, ve lo ribadisco e confermo!

Bene. E riguardo all’Assunzione cosa possiamo dire?


Innanzitutto, abbiamo delle prove materiali di quest’evento. Sì, non abbiamo testimonianze evangeliche, ma prove materiali che ci riportano direttamente a quell’evento e la cui attendibilità è fondata su testimonianze storiche e sulla traditio plurisecolare, per non dire bimillenaria, dei fedeli. Ci riferiamo innanzitutto alla c.d. tomba della Vergine, a Gerusalemme, presso il torrente Cedron; luogo veneratissimo sin dall’antichità più remota dalla comunità cristiana gerosolomitana. Nessuno si sognerebbe mai di costruire una chiesa su un wadi (letto di un corso d’acqua) del torrente Cedron, se non ci fosse stata una tradizione assai risalente circa l’esistenza di tale tomba.

Abbiamo la testimonianza, anche questa assai risalente, intorno alla reliquia della c.d. Sacra Cintola, conservata nel duomo di Prato. Si tratta di una striscia in lana di capra, broccata in filo d’oro. Secondo la Tradizione, questa cintola sarebbe stata consegnata dalla Vergine, a prova della sua Assunzione, a S. Tommaso apostolo, il quale prima di partire per le Indie l’avrebbe affidata ad un sacerdote cristiano, e, quindi, di mano in mano, sarebbe giunta nelle mani del mercante pratese Michele da Prato, il quale, trovandosi a Gerusalemme nel 1141, la ebbe in dote per il matrimonio della figlia Maria dalla famiglia del sacerdote che la ebbe, per secoli, in custodia e che era stata consegnata da S. Tommaso. E dalle mani di questo mercante, alla fine, sarebbe giunta a Prato.

Ludovico Buti,
Madonna dà la Cintola a san Tommaso,
1588-90, Museo di Palazzo Pretorio, Prato
Ma abbiamo conferme del dogma da parte di Maria?

La risposta è affermativa. Anzi, qui la conferma precedette la proclamazione del dogma e rafforzò l’intento del pontefice del tempio, il venerabile Pio XII, nell’affermazione solenne di questa verità.

Ci riferiamo alle apparizioni – sebbene non formalmente riconosciute dalla Chiesa – della Madonna all’ex evangelico Bruno Cornacchiola, insieme ai suoi tre figlioli, alle Tre Fontane, a Roma. Nella prima apparizione, quella del 12 aprile 1947, la Madonna, presentandosi a Bruno come la “Vergine della Rivelazione”, gli attestò «[…] Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso […]». In un interrogatorio da parte del tribunale ecclesiastico del Vicariato, il piccolo Gianfranco, uno dei figli del Cornacchiola, – all’epoca di appena quattro anni – così si esprimeva, come ricorda un giudice di quel collegio: «“Di’ un po’: ma com’era quella statua là?”. Dice: “Ma, no, macché! Era de ciccia!”. Un’ espressione così meravigliosa per dire: “Ma che statua! Era proprio di carne ed ossa!”. Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione» (v. qui). In un certo qual modo, con quelle parole Pio XII vide confermata dal Cielo la sua richiesta, rivolta all’intero episcopato, del maggio 1946, con la lettera enciclica Deiparae Virginis Mariae, di sapere cosa ne pensasse della proclamazione del IV dogma mariano (per l’esattezza se ritenessero tale verità definibile e se, col loro clero e popolo, ne desideravano la definizione), che comunque ebbe risposta positiva dal 98% dell’episcopato mondiale (soltanto 22 vescovi espressero perplessità sull’opportunità di siffatta definizione e solo 6 vescovi manifestarono dubbi circa la possibilità della definizione come verità rivelata).

Come se non bastasse, papa Pacelli, alla vigilia della proclamazione dogmatica, fu confortato dal c.d. miracolo del sole, del quale già abbiamo parlato in anni precedenti (v. qui).

Per cui, anche per il dogma dell’Assunzione abbiamo la conferma dal Cielo, così com’è stato per le altre verità mariane.


Augustinus


Risplende la Regina in ori di Ofir ....
Madonna Assunta, Vorno, Capannori (LU)

giovedì 11 ottobre 2018

Tὴν ὄντως Θεοτόκον, σὲ μεγαλύνομεν

Nella festa della Divina Maternità di Maria Santissima, ricordiamo il Sacrosanto Concilio di Efeso, terzo dei Concili Ecumenici, che fissò l’insegnamento dommatico in tale materia, definendo Maria τὴν ὄντως Θεοτόκον (“veramente la Deipara”).


FORMULA DI UNIONE
del Sacrosanto Concilio di Efeso

Per quanto poi riguarda la Vergine madre di Dio, come noi la concepiamo e ne parliamo e il modo dell’incarnazione dell’unigenito Figlio di Dio, ne faremo necessariamente una breve esposizione, non con l’intenzione di fare un’aggiunta, ma per assicurarvi, così come fin dall’inizio l’abbiamo appresa dalle sacre scritture e dai santi padri, non aggiungendo assolutamente nulla alla fede esposta da essi a Nicea.
Come infatti abbiamo premesso, essa è sufficiente alla piena conoscenza della fede e a respingere ogni eresia. E parleremo non con la presunzione di comprendere ciò che è inaccessibile, ma riconoscendo la nostra insufficienza, ed opponendoci a coloro che ci assalgono quando consideriamo le verità che sono al di sopra dell’uomo.
Noi quindi confessiamo che il nostro signore Gesù figlio unigenito di Dio, è perfetto Dio e perfetto uomo, (composto) di anima razionale e di corpo; generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, nato, per noi e per la nostra salvezza, alla fine dei tempi dalla vergine Maria secondo l’umanità; che è consustanziale al Padre secondo la divinità, e consustanziale a noi secondo l’umanità, essendo avvenuta l’unione delle due nature. Perciò noi confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo Signore.
Conforme a questo concetto di unione in confusa, noi confessiamo che la vergine santa è madre di Dio, essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo, ed avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento, il tempio assunto da essa.
Quanto alle affermazioni evangeliche ed apostoliche che riguardano il Signore, sappiamo che i teologi alcune le hanno considerate comuni, e cioè relative alla stessa, unica persona, altre le hanno distinte come appartenenti alle due nature; e cioè: quelle degne di Dio le hanno riferite alla divinità del Cristo, quelle più umili, alla sua umanità.

***

Τὴν τιμιωτέραν τῶν Χερουβὶμ καὶ ἐνδοξοτέραν ἀσυγκρίτως τῶν Σεραφίμ, τὴν ἀδιαφθόρως Θεὸν Λόγον τεκοῦσαν, τὴν ὄντως Θεοτόκον Σὲ μεγαλύνομεν.

Tu che sei più onorevole dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, tu che senza macchia generasti il Dio Verbo, o vera Deipara, noi Ti magnifichiamo

Contro l'errata convinzione di "Maria, ragazza normale" ... due aforismi nella festa della Divina Maternità di Maria

Come giustamente osserva il prof. Massimo Viglione:

".... Maria, una ragazza normale".
Mi sembra ovvio. Normalissima proprio.
Non siamo infatti tutti immacolate concezioni?
Le donne non diventano tutte madri restando vergini?
Soprattutto, non diventano tutte madri di Dio?
Non veniamo tutti assunti in Cielo?
Non siamo tutti Mediatori di tutte le Grazie e corredentori del genere umano?
Oppure forse voleva dire che è peccatrice come tutte?
DUBBIO ATROCE... (ma non troppo...).



martedì 11 ottobre 2016

Come l’arte può condizionare la nostra fede e il nostro destino

Nella festa della Divina Maternità della B.V.M. rilanciamo questa recensione ad un saggio di don Ennio Innocenti.

Ambito veneto-cretese, Madre di Dio della Passione, 1550 circa, Bergamo

Ambito napoletano, Madonna della Purità con i SS. Anna e Gioacchino, XVII sec., Napoli


Madonna della Scala, XIX sec., Castellabate

Ambito italiano, Madre di Dio, 1920 circa, Rieti

Come l’arte può condizionare la nostra fede e il nostro destino

Un approfondito saggio curato da don Ennio Innocenti indica il corretto approccio (la “gnosi pura”) che l’uomo moderno deve avere nei confronti di manifestazioni e fenomeni come la musica e la pittura, la scultura e il cinema, il teatro e l’architettura, la fotografia e la moda.

di Luciano Garibaldi

Impossibile sottovalutare l’influenza dell’arte nella nostra vita, nel nostro destino. Non inferiore a quella della parola. Tutti ne siamo testimoni, anche se, il più delle volte, in maniera inconsapevole. Un quadro indimenticabile, una musica che torna a ripetersi nella nostra mente, la scena di un film che ci ha colpito profondamente. Un libro ci aiuta a comprendere che cosa dobbiamo all’arte e quanto dipendiamo dall’arte. Il titolo del libro è «La gnosi dei perfetti nell’arte e nell’estetica», il suo curatore è don Ennio Innocenti.
Don Ennio Innocenti, sacerdote romano, grande testimone della fede (indimenticabili le sue trasmissioni radiofoniche “Ascolta, si fa sera”), giunto alla vigilia del sessantesimo anno della sua ordinazione sacerdotale, ci fa dono di questo prezioso e ponderoso volume, che si aggiunge agli altri stampati, in edizione fuori commercio, dall’ente ecclesiastico da lui fondato, la “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis” (www.fraternitasaurigarum.it), con sede in Roma, via Capitan Bavastro 136.
Per la realizzazione di questo volume, don Innocenti si è avvalso della collaborazione di validissimi studiosi e specialisti della materia artistica, come Carlo Fabrizio Carli, Paolo Mariani, Osvaldo Lilliu, Marco Marrocchini, Ciro Lomonte, Pietro De Marco, Pier Paolo Ottonello, Mario Dal Bello, Giovanni Chiaramonte, Roberto Dal Bosco, Manuela Sain Colombo.
Ad ognuna delle forme in cui si realizza l’attività artistica, il libro dedica documentati e avvincenti capitoli nei quali Ennio Innocenti e i suoi collaboratori spiegano come dobbiamo interpretare, e che cosa possono donarci, la musica, l’architettura, la pittura, la scultura, il teatro, il cinema, la fotografia e infine la moda. Di sicuro, dopo aver letto quest’opera, si sarà pienamente in grado di comprendere – e valutare – quanto un’opera d’arte possa influenzare la nostra formazione e la nostra coscienza.
Ma andiamo con ordine, seguendo il tragitto disegnato da don Innocenti. Innanzitutto: che cos’è un’ «opera d’arte»? E’ un evento, un’immagine, un suono capaci di suscitare sorpresa, ammirazione, piacevolezza e gioia. E qual’è la strada da seguire per poter valutare a fondo e con assoluta serietà e precisione un’opera d’arte? A questo punto entrano in gioco tre fattori: l’opera, l’artista che l’ha realizzata e l’osservatore che la sta giudicando. «Quando gli antichi», scrive l’autore, «definivano il bello come “quod visum placet”, per “visum” non intendevano solo gli occhi, ma tutti i sensi, e per “placet” non intendevano solo un gusto dei sensi, ma un giudizio spirituale che riguardava l’oggetto in tutte le sue relazioni percepite che suscitano un apprezzamento positivo, amoroso».
Fondamentale è, poi, il collegamento dell’opera d’arte con la fede nel trascendente. «Non solo i mistici penetrano il senso dei misteri divini, ma anche i sinceri credenti comuni, e, in misura privilegiata, gli artisti». Non per nulla Benedetto XVI scriverà, nell’introduzione al “Compendio del catechismo della Chiesa Cattolica”, che «l’immagine sacra può esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di trasmissione del messaggio evangelico». E aggiungerà: «Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l’immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore della bellezza».
Per avere un’idea della profondità del saggio di Ennio Innocenti, scegliamo, tra le otto arti esaminate dal teologo romano, due particolarmente significative per la loro collocazione temporale: la musica (che non conosce confini), e la moda, tipica manifestazione dell’età contemporanea.

LA MUSICA

«Mia madre ha cantato nel coro dell’Opera della mia città natale e, negli anni scolastici delle elementari, mi portava a teatro entusiasmandomi ai drammi verdiani e pucciniani», scrive Ennio Innocenti. E aggiunge: «Più tardi venne la cotta per Wagner, e poi per Mozart e per Bach…». Queste parole aiutano ad comprendere quanto profondo sia l’autentico trattato storico-estetico che l’Autore dedica alla musica.
In particolare, Ennio Innocenti esamina accuratamente i rapporti tra la musica e la fede, le ispirazioni religiose dei grandi musicisti (da Bach a Pergolesi, da Mozart a Monteverdi a Wagner). Per avere un’idea del livello culturale-estetico dell’opera di Ennio Innocenti, basta leggere questo breve ma intenso giudizio su uno dei più grandi musicisti dell’era moderna:
«Quanto a Mozart, cattolico (anche se non praticante, e succube della polemica illuminista), gli va riconosciuta una meravigliosa disponibilità all’armonia, e per questa via egli trova spontaneamente l’accordo con la liturgia. Quel che si dice di lui, della sua felicità di vivere, rende ragione anche della sua possibile, spontanea armonia con Dio. Questa felicità di vivere fa supporre un desiderio dell’Infinito che è in se stesso religioso, e questo spiega certi culmini religiosi di varie sue musiche. [….] Dopo Mozart, nonostante la fede cattolica di tanti illustri musicisti, possiamo dire che la liturgia cattolica, anche quando ritrova il gregoriano, non sa più esprimersi con una propria estetica musicale armonica con la cultura e l’estetica del mondo contemporaneo. Occorre che la musica ritrovi le vie della mistica autentica, ossia della gnosi pura».

LA MODA

Tutto da leggere il capitolo dedicato alla moda, un fenomeno che più che all’arte vera e propria è collegato all’estetica, in quanto strettamente legato alla figura umana. In queste pagine, don Ennio Innocenti e il suo valido collaboratore Roberto Dal Bosco denunciano senza mezzi termini la perversione che, nelle ultime generazioni, si è impadronita di questo importante settore produttivo. Nella premessa al capitolo, don Innocenti sottolinea l’importanza avuta, nei secoli, dal confezionamento di abiti adatti alle varie funzioni della specie umana. Ad esempio, per secoli la moda femminile ha avuto come obiettivo il sottolineare il ruolo materno della donna e «gli aspetti della sua speciale attrazione erotica». «Più volte», scrive don Innocenti, «è accaduto che dalle botteghe artigiane siano usciti dei veri, grandi artisti che hanno esaltato l’autentico umanesimo». Poi, di colpo (e questo soprattutto negli ultimi cinquant’anni), lo snaturamento della moda, la distruzione della femminilità, e ciò in singolare coincidenza con l’avvento di quella che Papa Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Evangelium Vitae” (25 marzo 1995), definì «Mortis cultura», cultura della morte. Si riferiva, San Karol Wojtyla, a tutto quell’apparato sociale, culturale e politico che sta distruggendo la dignità della vita umana con la diffusione su sempre più larga scala di aborto, contraccezione, fecondazione in vitro, eutanasia.
Vediamo dunque come la “necrocultura” (come la definisce Dal Bosco) sta manipolando e pervertendo la moda. Essa prosegue senza requie nella sua guerra contro la donna, la sua immagine e la sua carne. «Un tempo», scrive Dal Bosco, «quando si chiamavano mannequins, le modelle erano donne di ammaliante bellezza, qualsiasi cosa le mettessero addosso. Ma da quando il mondo omosessuale ha preso il potere nella stanza dei bottoni, le belle donne sono sparite dalle passerelle, sostituite da ragazze giovanissime, altissime, prive di forme, in tutto e per tutto androgine. Ogni curva è eliminata, ogni dolcezza annichilita in silhouette che ricordano, più che delle femmine, le sculture filiformi di Alberto Giacometti». Nel mondo della moda dilaga l’anoressia. Basta sfogliare le pagine dei grandi giornali dedicate alle sfilate di  moda per rendersene conto. E la donna ultramagra è icona della non fecondità, dell’astio per la madre, generatrice della vita. Negli ultimi anni, poi, si stanno espandendo le “modelle-maschio”, ovvero giovanissimi modelli  che sfilano sia per la moda maschile sia – en travesti – per quella femminile. Classiche le copertine di “Vogue” dedicate al modello bosniaco Andrej Pejic, classe 1991. «Pejic», scrive Dal Bosco, «ha solo aperto la porta. Ora, su tutte le passerelle, è un fiorire di transessuali».
Amara la conclusione di questa documentatissima denuncia: lo scopo finale è quello di rendere totalmente artificiale la riproduzione umana, scopo perseguito principalmente con la normalizzazione delle coppie omosessuali, improvvisamente esplosa presso i legislatori di tutti i Paesi occidentali. Infatti, se una coppia sodomitica è legittima per lo Stato, è legittima anche la sua aspirazione alla prole, ottenibile solo con la fecondazione in vitro, l’utero in affitto e, tra non molto, l’utero artificiale: capovolgimento totale del dominio dell’uomo sulla tecnica, i cui manovratori diventano così i veri padroni della specie umana.
Queste brevi sintesi dei capitoli che Ennio Innocenti dedica alla musica e alla moda rendono un’idea di quanto siano avvincenti e approfonditi anche i capitoli dedicati alle altre grandi espressioni dell’arte: dall’architettura alla pittura, dalla scultura al teatro, dal cinema alla fotografia.

domenica 11 ottobre 2015

Rottura della legalità sinodale?

In corso di Sinodo, verificato che la maggior parte dei Circuli minores (eccezion fatta, probabilmente, per quello tedesco) avevano espresso perplessità per l’Instrumentum laboris, avanzando proposte più o meno incisive di modifiche, che ne avrebbero stravolto l’impianto e forse l’avrebbero reso … meno eterodosso (sull’eterodossia dell’Instrumentum, v. le riflessioni dei Tre teologi e da noi riportate qui, nonché il Dossier redatto da Voice of the family, v. qui e qui. Sul lavoro dei Circuli, v. qui, qui, qui e qui), in corso di Sinodo si diceva, si è deciso di mutare alcune regole, pur discusse e discutibili che erano state rese note alla vigilia della sua apertura. Così, ad es., contrariamente a quanto era stato chiarito all’inizio (v. Briefing del card. Baldisseri), non ci sarà, probabilmente, come annunciato dal card. Tagle, alcuna relazione finale, salvo contraria suprema decisione (v. qui). Altra decisione assunta in corso di lavori è quella di “anticipare” la discussione sulla terza parte dell’Instrumentum (quella cioè più controversa) già alla seconda settimana di lavori (laddove questa doveva avvenire, secondo le originarie previsioni fissate nel calendario dei lavori, solo nella terza). Ed ancora, dopo lo smacco ricevuto dai progressisti dalla relazione introduttiva di presentazione dei temi del card. Péter Erdő, che ha spiazzato le loro attese (v. qui; qui; qui e qui), a questi non è stato più consentito – contrariamente a quelle che erano le regole originariamente fissate – di poter tenere una nuova relazione introduttiva – questa volta sulla seconda parte dell’Instrumentum – a cui avrebbe fatto seguito, la prossima settimana, una terza, come previsto nel calendario dei lavori.
Una rottura della legalità sinodale – peraltro già messa in discussione dalle nuove regole di cui si è dato conto alla vigilia del Sinodo – non molto diversa da quella che avvenne all’esordio del Concilio Vaticano II.
Nella festa della solenne chiusura del Concilio di Efeso e della proclamazione del dogma della Divina Maternità di Maria; festa che fu estesa alla Chiesa Universale da Papa Pio XI con l’enciclica Lux Veritatis del 1931, nel XV centenario del Concilio efesino e con la quale venne affermato il vero senso dell’ecumenismo verso gli Orientali scismatici («… Ma sopra ogni altra cosa, un particolare e certamente importantissimo beneficio desideriamo che da tutti venga implorato, mediante la intercessione della celeste Regina. Ella cioè, che è tanto amata e tanto devotamente onorata dagli Orientali dissidenti, non permetta che questi miseramente continuino a stare staccati dall’unità della Chiesa e quindi dal Figlio suo, del quale Noi facciamo le veci sulla terra. ….»), rilanciamo quest’analisi della prof.ssa Guarini sulle segnalate novità sinodali.



Icona della Madre di Dio, 1878, Monastero, Valaam


Sinodo: ‘manovre’ e disincanti. E la verità?

Mai così segreti i lavori dell’assise. Inservibili le notizie fornite dai canali ufficiali. Inesistenti le traduzioni per i padri che non conoscono l’italiano. Il simbolico gesto di rottura dei vescovi polacchi[1]
Prendo spunto dall’articolo di oggi con cui Sandro Magister puntualizza con molti e precisi dettagli le dinamiche presenti nello svolgimento del Sinodo in corso e i loro aspetti più rilevanti emersi fino ad oggi. Cito Magister:
Già il Concilio Vaticano II aveva mostrato come il controllo delle procedure sia un fattore decisivo per governare e indirizzare un’assemblea. Per far tacere la protesta, la mattina del secondo giorno del sinodo è intervenuto papa Francesco in persona. Che ha rivendicato a sé la decisione sulle procedure adottate e ha chiesto ai padri di “non cedere all’ermeneutica cospirativa, che è sociologicamente debole e spiritualmente non aiuta”. C’è voluto però un tweet di un gesuita membro del sinodo, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, perché si avesse notizia di queste precise parole di Francesco, che padre Federico Lombardi, il portavoce autorizzato, anche lui gesuita, s’era guardato dal citare, nel riassumere alla stampa l’intervento papale. [...] [Nei precedenti Sinodi] uno squadrone di parecchie decine di traduttori, molti chiamati apposta da fuori d’Italia, era messo all’opera 24 ore su 24 per assicurare un’istantanea versione in più lingue di tutti i testi sinodali, ma proprio tutti, dalla relazione introduttiva ai rapporti dei “circuli minores” alle proposizioni finali, comprese le sintesi scritte di ciascun intervento in aula. Oggi, di questo cantiere non c’è più nemmeno l’ombra. La relazione introduttiva del cardinale Erdõ – pur avvertita di capitale importanza da favorevoli e avversari – è stata letta in aula in italiano. E così è rimasta, nonostante molti dei 270 padri sinodali non siano affatto a loro agio con la lingua di Dante. Se alcune ore dopo è stata messa in rete una sua traduzione integrale in inglese, lo si deve non agli uffici vaticani, bensì alla Catholic News Agency, degli Stati Uniti. Molti padri sinodali temono che lo stesso avverrà per i rapporti dei circoli linguistici minori, redatti ciascuno nella rispettiva lingua e destinati a restare così, senza traduzioni di sorta. Ma il peggio avverrà con la relazione finale, da votare punto per punto nelle convulse battute conclusive del sinodo. “Se sarà letta e messa ai voti solo in italiano, in tanti rischiamo di non essere ben sicuri su ciò che andremo a votare”, ha lamentato in conferenza stampa l’arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput. Già nel sinodo dell’ottobre del 2014 accadde questo. Per non dire delle scorrettezze che avvennero dietro le quinte nel pieno dei lavori, quando chi aveva il controllo delle procedure – la segreteria speciale del sinodo in primo luogo – si avvalse di questo per produrre quell’artefatto documento che portava il titolo di “Relatio post disceptationem”, poi smascherato in pubblico dallo stesso cardinale Erdõ e travolto in aula dalle successive discussioni [vedi]. Una più dettagliata ricostruzione di quella e di altre manovre è in questo E-Book di Edward Pentin, edito da Ignatius Press: The Rigging of a Vatican Synod? [vedi] “L’ermeneutica cospirativa” contro cui papa Francesco si è scagliato non è purtroppo priva di appigli.

Sarebbe auspicabile che le proteste dei Padri sinodali, che risultano mosse fin dalla prima congregazione generale e diffuse attraverso i loro siti o altri luoghi della Rete, fossero formalizzate con più coesa determinazione (analogamente a quanto avvenne nel Vaticano II con il rigetto degli Schemi preparatori redatti dalla Curia) e venisse creato il ‘caso’ : sarebbe forse l’unico modo di uscire da una situazione anomala e rischiosa per una autentica continuità.
Siamo forse di fronte ad una minoranza non altrettanto determinata quanto la “Scuola renana”, artefice di quel comportamento rivoluzionario che cambiò le sorti del Concilio e della Chiesa?
Di fatto invece, più realisticamente, dobbiamo considerare che la Scuola renana - come del resto il manipolo progressista oggi - era forte dell’appoggio del Papa (sia in quel momento topico Giovanni XXIII, che nel prosieguo e in conclusione Paolo VI; mentre nel post-concilio sono stati determinanti anche i successivi applicatori). Credo che sia questo l’elemento che discrimina e rende meno efficace ogni attuale iniziativa di chi vive ed esprime la fedeltà al Depositum fidei.
A questo si aggiunge una osservazione di non poco rilievo, già formulata, che giova ribadire. Alcune figure di riferimento della gerarchia ecclesiale, che si sono levate focalizzando il discorso sui noti temi caldi del sinodo, giustamente sottolineano che non si può sganciare la morale dalla verità dalla quale la morale scaturisce e affermano che la pastorale non può essere sganciata dalla dottrina; ma ignorano completamente le distorsioni innescate dai punti controversi del Concilio. Non saprei dire se per prudenza – vista l’aria che tira – o per assuefazione da mitridatizzazione. E quindi c’è da chiedersi se e quando potranno venire al pettine i nodi, generati proprio da quei semi di trasformazione subdolamente indotta in chiave di una ‘continuità’ dichiarata ma in termini sofisti, oggi ben individuati (più volte espressi, sviluppati e documentati), sui quali tuttavia, in ambito ecclesiale, è di fatto preclusa ogni discussione e rifiutato il confronto. È evidente che se non si riconoscono le radici del male non si possono attuare i rimedi [vedi].
Le analogie della Sinodalità recidiva con alcune distorsioni conciliari erano state messe bene in evidenza qui - qui - qui - qui. Ma senza alcun effetto, come senza effetto sono rimaste le ‘suppliche’ di varia estrazione e provenienza. La tattica è quella di ignorare e lasciar cadere tutto ciò che non rientra nell’ottica rivoluzionaria in corso; e così vanificarlo, delegittimando con le emarginazioni e procedendo senza remore con ostinazione invincibile (umanamente). Del resto per Bergoglio, nell’Evangelii Gaudium: “Riformare vuol dire avviare processi aperti...”. Cos’altro è se non l’ermeneutica della continuità storicista?
Maria Guarini
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1. Leggiamo sul Secolo XIX del 9 ottobre che i padri sinodali polacchi sono stati richiamati all’ordine dal segretario generale, Lorenzo Baldisseri, perché avrebbero vìolato la riservatezza sui lavori del Sinodo: secondo quanto spiegato dal portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, «la pubblicazione di sintesi degli interventi fatti dai padri sinodali per iniziativa di altri non è permessa. Ognuno può pubblicare il suo intervento autonomamente, ma non è previsto che faccia conoscere gli interventi degli altri. Si tratta di una norma comune, e tutti debbono rispettarla».

lunedì 9 febbraio 2015

“Salútis animárum zelo incénsus curas omnes inténdit, ut sibi commíssum gregem in fídei et morum integritáte serváret, atque a venenátis infidélium et hæreticórum páscuis defénderet” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI CYRILLI, EPISCOPI ALEXANDRINI, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS

La sua festa fu istituita nel 1882, insieme alle feste di san Cirillo di Gerusalemme (il 18 marzo) e di san Giustino martire (il 14 aprile), da Leone XIII, che scelse questo giorno perché il 28 gennaio, in cui il suo nome è menzionato nel Martirologio, era già occupato da un altro ufficio (Leone XIII, Breve Officia sanctorum ad universalem Ecclesiam extensa, 28 luglio 1882, in ASS, XV [1882], Appendix IV, pp. 264 ss.). Il nome del Doctor Incarnationis, Cirillo, evoca subito il ricordo delle prime e celebrate sessioni del Concilio di Efeso in cui, grazie a lui, furono celebrate le supreme grandezze di Maria. Nestorio avendo messo in dubbio l’unità della persona in Gesù Cristo, ne risultava che il titolo di Madre di Dio non conveniva alla Beata Vergine, titolo sotto il quale i fedeli erano prima abituati ad invocarla.
A seguito delle negazioni dell’audace vescovo di Bisanzio, l’Oriente tutto intero non tardò a sollevarsi, in modo che, per autorità di Celestino I, un concilio si riunì ad Efeso, e Cirillo – erede spirituale ad Alessandria degli antichi faraoni – ne fu l’anima. L’esame della tradizione cattolica sull’unità di persona nella dualità di natura nel Cristo fu fatto con cura e si prolungò sino ad un’ora avanzata della notte; quando i Padri, avendo anatemizzato Nestorio, decretarono che la santa Vergine fosse chiamata a buon diritto «Theotokos», «Deipara», Madre di Dio, perché in Gesù Cristo la natura umana è stata unita ipostaticamente al Verbo di Dio, il popolo di Efeso, traboccante di gioia, accompagnò i Padri alle loro dimore, con delle fiaccole ed incensieri brucianti aromi preziosi. Era l'11 ottobre 431.



Concilio di Efeso, Basilica di Notre-Dame de Fourvières, Lione




Ruderi della Chiesa della Madre di Dio a Efeso, dove si tenne il Concilio. Sul luogo esiste una targa commemorativa che ricorda che in questo luogo il 26 luglio 1967 Paolo VI ebbe modo di celebrare una messa all'aperto e di pregare. La targa, misteriosamente asportata, è stata ricollocata nello stesso luogo.

Questa manifestazione di gioia del popolo efesino è ricordata dallo stesso san Cirillo in una sua lettera agli Alessandrini: «... Ut autem auditum est illum blasphemiarum auctorem sua dignitate privatum esse, omnes una voce sanctam synodum laudare, Deumque glorificare cœperunt, quoniam fidei hostis concidisset. Nos quoque, ubi primum ex ecclesia egressi fuimus, cum facibus et tædis usque ad diversorium deduxerunt: erat enim vespera: multaque passim lætitia, multa etiam luminaria accensa, ita ut nonnullæ quoque mulieres, thuribula gestantea, antecederent nos. Atque ita Salvator his qui gloriam illius infamare studebant, omnia se posse ostendit. ...» (San Cirillo d’Alessandria, Epistola XXIV (o XXII), Ad Clerum Populumque Alexandrinus, De Nestorii depositione, in PG 77, col. 137B-138B).
Quest’episodio è stato rievocato anche da papa Pio XI: «Atque tanta in Deiparam Virginem Ephesina plebs ferebatur pietate, tanto æstuabat amore ut, cum latum a conciliaribus Patribus iudicium intellexisset, effusa animorum lætitia eosdem conclamaret, atque ardentibus instructa facibus confertoque agmine, domum usque comitaretur. Ac pro certo ipsamet magna Dei Parens, mirando eiusmodi spectaculo suaviter de cælo arridens, suos Ephesi filios eunctosque catholici orbis christifideles, Nestorianæ hæreseos insidiis perturbatus, materno animo præsentissimoque auxilio suo prosecuta est» (Pio XI, Lett. enc. Lux veritatis, 25 dicembre 1931, in AAS XXIII [1931], pp. 403-517, partic. pp. 512-513). Alcuni autori, però, diffidano della spontaneità di questa manifestazione di affetto, in quanto, a loro detta, «manifestazioni del genere andavano organizzate, e a farlo ci pensavano i membri del clero locale» (così Ewa Wipszycka, Kościół w świecie późnego Antyku, Warszawa 1994, trad. it. di Vera Verdiani (a cura di), Storia della Chiesa nella tarda antichità, Milano 2000, p. 201). Tuttavia si ignora che, pur volendosi ammettere un’organizzazione, questa manifestazione mostrò al mondo l’amore e la devozione verso la Vergine Madre, da sempre nutriti dal popolo cristiano, vista la notevole partecipazione che ebbe.
Il dogma fu ratificato dal Cielo, analogamente a quanto avvenne a Lourdes (dove fu confermato il dogma dell'Immacolato Concepimento di Maria proclamato dal beato papa Pio IX), in terra di Puglia, in Capitanata, nei pressi di Foggia, nel borgo denominato Incoronata, dove la Vergine si presentò, l'ultimo sabato di aprile dell'anno 1001, dicendo di lei "Io sono la Madre di Dio" (v. qui).
A Roma, il monumento più insigne che ricorda il trionfo mariano del concilio di Efeso è la basilica di Santa Maria Maggiore, in cui Sisto III, successore di Celestino I, fece rappresentare in mosaico i fatti più importanti della vita di Gesù Cristo e della santa Vergine.
I Bizantini festeggiano san Cirillo il 18 gennaio ed il 9 giugno. Nei loro Menelogi si loda il santo perché fu degno di tenere il posto del sovrano pontefice Celestino alla presidenza del Concilio di Efeso. Già questo Concilio ecumenico aveva chiamato Cirillo Ὁ τῆς ὀρθῆς καί ἀμωμήτου πίστεως συνήγορος.
La messa di san Cirillo è quella del Comune dei dottori, salvo le collette proprie, in cui si mettono in rilievo i suoi meriti speciali per il trionfo di Maria ad Efeso sull’eresia nestoriana. Il redattore di queste preghiere sembra tuttavia aver avuto una concezione troppo unilaterale dell’opera teologica di Cirillo. L’eresia nestoriana, infatti, era soprattutto cristologica, e l’errore mariano non ne era che una conseguenza. San Cirillo difese coraggiosamente l’onore della Madre di Dio, tenendo intrepido il posto del Papa e con i suoi famosi anatemi divenne per gli Orientali il rappresentate più autorevole dell’ortodossia contro i Nestoriani. Così grande fu l’autorità di cui godé oltremodo Cirillo, che, ancora oggi, persino i Copti Monofisiti, pervertendo il senso delle sue formule sull’unità della persona in Gesù Cristo, si appellano pur’essi precisamente al nostro Dottore per fondare i loro errori.
I Greci hanno il costume di attribuire a san Cirillo, oltre il titolo onorifico di Πάπα ᾿Αλεξανδρείας, Papa di Alessandria, pure l’ornamento di una tiara (ad una sola corona, però); essi dicono che san Celestino gli avrebbe conferito quest’insegna quando lo delegò per presiedere, al suo posto, il concilio di Efeso.
I meriti di san Cirillo valsero ai suoi successori sul seggio patriarcale di Egitto il titolo di cui si fregiano ancora oggi: τῆς Οἰκουμένης κριτής, orbis terrarum iudex.
L’Oriente, paese di Gesù, degli Apostoli, dei grandi Dottori, dei Concili, come un tralcio tagliato dal suo ceppo, è, dopo molti secoli, divenuto sterile e languisce a causa del funesto scisma che lo separa dal centro dell’unità cattolica. Non è di poco conto, perciò, che tutti i fedeli entrino nei medesimi sentimenti che ispirarono a Leone XIII di istituire la festa del più celebre dottore orientale, affrettando, mediante la preghiera e l’azione di ritorno di queste nobilissime chiese all’unità cattolica, sotto il magistero supremo di Pietro, sempre fedele alla sua divina missione di confermare i suoi fratelli.


Icona moderna dei Santi Patriarchi d'Alessandria: Atanasio il Grande e Cirillo, celebrati insieme il 18 gennaio (Άγιοι Αθανάσιος ο Μέγας και Κύριλλος Πατριάρχες Αλεξανδρείας)


Icona dei Santi Patriarchi Alessandrini Atanasio il Grande e Cirillo


Incisione di S. Cirillo da un dipinto del Domenichino, XVIII sec.

Frantisek Ingac Platzer, S. Cirillo, 1760 circa, Chiesa di S. Nicola, Mala Strana, Praga