Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 12 marzo 2017

Incoronazione solenne di Sua Santità Pio XII di v.m. - 12 marzo 1939


Giovanni Gasparro, Venerabile Pio XII Pontefice Massimo, 2016, collezione privata

Accipe Tiaram tribus coronis ornatam,et scias Te esse Patrem Principum et Regum, Rectorem Orbis, in terra Vicarium Salvatoris N. J. C. cui est honor et gloria in saecula saeculorum









venerdì 22 aprile 2016

La vera carità spiegata da papa san Sotero

Nella festa di S. Sotero, papa e martire, rilancio questo brevissimo saggio su questa figura di Pontefice, poco nota, e tuttavia di grande attualità.

La vera carità spiegata da papa san Sotero 

di Lorenzo Benedetti

San Sotero resta oggi un Papa poco conosciuto, sebbene abbia fatto della misericordia un segno distintivo del suo pur poco documentato pontificato, tanto da essere ricordato dai posteri come “il papa della carità”. Figlio di Concordio e nativo di Fondi, nel Lazio, Sotero era originario della Grecia come si evince dal nome, che in greco significa “salvatore”.
Le notizie intorno a questo pontefice, il 12° vescovo di Roma, sono in effetti molto poche e ci sono state tramandate nel Liber Pontificalis, un elenco dei Papi risalente al IV secolo, fonte primaria per conoscere la storia della Chiesa delle origini: eletto al soglio petrino nel 167, guidò i cristiani di Roma durante un periodo reso difficile e turbolento dalle persecuzioni dell’imperatore Marco Aurelio (161-180) e dal diffondersi del Montanismo, un’eresia della Frigia, il cui diffusore, Montano, sosteneva di avere visioni profetiche dettate dallo “Spirito Santo”.
Gian Lorenzo Bernini, S. Sotere, 1645-48,
Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma
Operò diverse riforme nel Rito, proibendo alle donne di toccare patena e calice e dichiarando validi solo i matrimoni celebrati da un sacerdote. Ma l’atto più celebre e importante del suo pontificato fu la raccolta di fondi che indisse a favore della Chiesa di Corinto, allora retta dal vescovo Dionigi, la quale si trovava in grave necessità economica: la lettera di Sotero che accompagnava l’offerta è andata perduta, ma si è conservata quella di ringraziamento di San Dionigi, citata dallo storico Eusebio di Cesarea (265-340) nella sua Historia Ecclesiastica, altra opera fondamentale per conoscere l’epoca paleocristiana.
«Avete ereditato dagli avi l’usanza di prendervi cura in vario modo di tutti i fratelli, e di inviare aiuti a molte Chiese presenti in ogni città; avete alleviato così le sofferenze dei bisognosi e siete venuti incontro ai fratelli condannati ai lavori forzati nelle miniere con quei sussidi che voi, o Romani, inviate da sempre, secondo l’usanza dei vostri padri; E il vostro beato vescovo Sotero l’ha non solamente conservata, ma anche incrementata; egli li ha beneficiati con gli aiuti inviati ai santi ed esortando i fratelli con parole di beatitudine, come fa un padre affettuoso con i figli»: con queste parole, il vescovo di Corinto sottolinea sia la preminenza della Chiesa di Roma, che soccorre le Chiese figlie in un’epoca in cui non si era ancora affermato il primato della sede romana, sia la carità cristiana che ha profondamente segnato il pontificato di san Sotero, animato dall’amore di padre verso i fratelli sull’esempio del Vangelo.

Fonte: Corrispondenza romana, 9.3.2016

venerdì 2 ottobre 2015

Ciò che vuole Dio, non ciò che concederebbe il papa - Editoriale di ottobre di “Radicati nella fede”

Nella memoria liturgica dei Santi Angeli Custodi, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del mese di ottobre 2015, ripreso anche da Chiesa e postconcilio.




Benedetto Gennari, Angelo custode, XVIII sec., collezione privata

Guercino, Angelo custode, XVII sec., Pinacoteca civica, Fano

Antonio de Pereda y Salgado, Angelo custode, 1646

Domenichino, Angelo custode, 1615, Museo di Capodimonte, Napoli

Melchior-Paul von Deschwanden, Angelo custode, 1859

CIÒ CHE VUOLE DIO, NON CIÒ CHE CONCEDEREBBE IL PAPA

Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 10 - Ottobre 2015


Lo scrivevamo il mese scorso, la nuova messa post-conciliare culla l’agnosticismo, culla il dubbio di fede e l’incertezza perenne, perché intrattiene in un dialogo estenuante tra prete e assemblea e non abitua più a porsi difronte a Dio solo. Per assurdo nella nuova messa, così umana e comunitaria, ci può stare anche chi non crede quasi più o continua a custodire i propri dubbi di fede. Ci può stare chi, non essendo credente, cerca dei motivi più umani per frequentare ancora la chiesa, magari pensando al bene psicologico o sociale che in essa si può ancora trovare. È un agnosticismo a metà, l’agnosticismo di chi, pur non stando difronte a Dio, non si decide ad abbandonare la Chiesa.
Passateci il termine, è una sorta di “agnosticismo cattolico”.
Questo “agnosticismo cattolico”, cullato nella nuova messa, non si ferma al rito, ma investe tutti gli aspetti dell’appartenenza cattolica, come tutto l’affronto della vita. È un agnosticismo universale, che coinvolge tutto, è “cattolico” appunto.
L’agnosticismo cattolico non fa decidere se stare con Dio oppure no, ed è per questo pericolosissimo, illude. Ti illude, ti fa pensare ancora cattolico mentre non lo sei più; e illudendoti rende impossibile il pianto e il dolore che ti porterebbero alla conversione. 
L’agnostico cattolico ha seri dubbi di fede, ma vuole ancora appartenere alla Chiesa.
Perché fa così? Semplicemente perché il peccato non è ragionevole, è contraddittorio, non ha logica. Il peccato si nutre di sentimento, non di ragione. Non credi più o quasi, ma ci tieni ancora alla Chiesa. Ci tieni forse per una nostalgia delle tue radici o forse perché, in un mondo tutto sociale, occorre appartenere ancora a qualche cosa; un club deve pur esserci ancora per te.
E come fa un simile fedele ad appartenere ancora alla Chiesa? Deve domandare che la Chiesa si adegui all’agnosticismo moderno. Deve domandare, pretendere, che la Chiesa si “umanizzi”, perché sia ancora interessante per quelli che, come lui, non sanno più come Dio sia e cosa voglia; per quelli che, come lui, fanno della loro ricerca di Dio il tutto, rifiutando la Rivelazione. Se credono ancora nell’esistenza di Dio, ci tengono a dire che su di Lui c’è libera ricerca e libero pensiero, perché la Rivelazione, Tradizione e Scrittura, è in fondo un’ espressione umana da reinterpretare nel continuo cammino dell’uomo.
In sostanza chiedono una chiesa “latitudinarista”, quella di anglicana memoria: nell’ Inghilterra anglicana, accanto alla chiesa alta e alla chiesa bassa, nel XIX secolo si instaurò sempre più una “Chiesa Larga”, cioè “scettica, beata nel suo scetticismo dogmatico, appena limitato da una certa convenienza esteriore, adattabile a qualunque dottrina” (C. Lovera di Catiglione, Il movimento di Oxford, Morcelliana 1935, p.42).
Siamo ormai anche noi alla Chiesa larga, alla chiesa senza dogma, senza morale assoluta, che salva solo qualche convenienza esteriore, e per questo con la necessità di adattarsi continuamente a quello che la società le chiede di mano in mano.
Solo che questi agnostici di casa nostra, sentendosi ancora cattolici, a chi chiedono questa chiesa larga? La chiedono al Papa, certo!
Assistiamo ai giorni nostri proprio a questa tragica assurdità: i cattolici latitudinaristi, agnostici ma desiderosi di appartenere ancora alla Chiesa, chiedono che il Papa allarghi su tutto, dottrina e morale. Chiedono che il Papa faccia una casa grande dove tutti, proprio tutti, possano stare dentro; tutti eccetto i non-latitudinaristi, i tradizionali.
E siccome sono agnostici, non si chiedono se Dio lo vuole, ma se il Papa lo concede! Siamo ormai alla follia.
I mesi che verranno saranno il teatro di questi latitudinaristi di ogni ordine e grado, fedeli-preti-vescovi-cardinali. Battaglieranno per ottenere dal Papa più concessioni possibili, ma tutte quelle che otterranno non avranno alcun valore, perché non si domandano cosa Dio voglia.
La Chiesa è di Dio, suo unico Signore è Gesù Cristo, e vi appartiene solo chi domanda la verità di Dio e la volontà di Dio. Le concessioni degli ecclesiastici, più o meno larghe, più o meno alla moda con l’immoralità del mondo, non valgono nulla. Non valgono nulla perché gli ecclesiastici hanno l’unico potere di ripetere la volontà di Dio e di aiutare le anime a compierla.
Dio ha parlato, si è rivelato, non è rimasto un Dio sconosciuto; non è un Dio per gli agnostici. Se fosse così non ci sarebbe la Chiesa, né il Papa, né i vescovi né i preti.
Il Papa c’è per custodire ciò che c’è già, ciò che è di Dio. Il Papa non costruisce un Dio per gli agnostici del momento, questo sarebbe mostruoso, sarebbe di fatto l’ateismo.
Il Papa non è un sorta di “ Re Mida”, che toccando trasforma in buono ciò che non lo è. Il Papa ha l’unico potere di ricordare ciò che Dio ha rivelato e chiesto, punto.
Per questo, nei mesi che verranno, dovremo chiedere la grazia di non scandalizzarci, cioè di non inciampare nella fede, vedendo i tanti, i troppi cattolici agnostici inneggiare alle possibili concessioni della gerarchia allo spirito del mondo, nella dottrina e nella morale.
E non ci scandalizzeremo se ci terremo fermi nella domanda: ma tutto questo Dio lo vuole? Tutto questo allargare le maglie sulle religioni non cristiane, sul matrimonio e sui divorziati risposati, sulla disciplina dei sacramenti, Dio lo vuole? Tutte le parole tenere sulle immoralità alla moda, Dio le vuole? Dio ha parlato così? Cosa dice la Sacra Scrittura e l’insegnamento bimillenario della Chiesa che le fa eco?
Non ciò che il Papa concederà, ma ciò che Dio vuole: questo dobbiamo domandarci.
Solo così sarà al sicuro la nostra anima, solo così sarà salva la Chiesa stessa, Papa, cardinali, vescovi, preti e fedeli insieme.
Alla fine della vita compariremo difronte a Dio, e saremo giudicati se avremo fatto la sua volontà, e non su quanto avremo ottenuto dal Papa.

Fonte: Radicati nella fede, 29.9.2015

lunedì 29 giugno 2015

Chi vince , chi giunge al potere nella Chiesa definisce ciò che bisogna credere!

Nella festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, ricordiamo quest'insegnamento di Benedetto XVI:




Oltre a queste soluzioni radicali e al grande pragmatismo delle teologie della liberazione vi è anche però il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale in apparenza ogni cosa procede normalmente, ma in realtà la fede si logora e decade nella meschinità. Penso qui a due fenomeni, ai quali guardo con preoccupazione. Il primo riguarda il tentativo che si manifesta a diversi livelli, di estendere il principio della maggioranza alla fede e ai costumi e quindi di «democratizzare» decisamente la Chiesa. Ciò che non è gradito alla maggioranza non può essere vincolante, così sembra. Ma di quale maggioranza si tratta in realtà? Domani sarà diversa da oggi? Una fede che siamo in grado di stabilire noi non è una vera fede. E una minoranza non può lasciarsi imporre una fede da una maggioranza.La fede e la sua pratica ci provengono dal Signore attraverso la Chiesa e l’esercizio dei sacramenti, altrimenti non esistono. Molti rinunciano a credere perché sembra loro che la fede possa essere definita da una qualche istanza burocratica, che sia cioè una specie di programma di partito, chi ne ha il potere può definire ciò che bisogna credere, e quindi tutto dipende dal fatto di giungere al potere nella Chiesa oppure—cosa più logica e più plausibile—non credere affatto.

Joseph Ratzinger, La fede e la teologia nei nostri giorni, 1996

giovedì 12 marzo 2015

“Ecclésiam ornávit sanctíssimis institútis et légibus. … Multos libros confécit; quos cum dictáret, testátus est Petrus diáconus, se Spíritum Sanctum colúmbæ spécie in ejus cápite sæpe vidísse. Admirabília sunt quæ dixit, fecit, scripsit, decrévit, præsértim infírma semper et ægra valetúdine” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI GREGORII I (MAGNI), PAPÆ, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS




Questa festa, ugualmente celebrata dai Greci (sebbene i calendari bizantini non menzionino, di per sé, il papa Gregorio, che risiedé tuttavia a Costantinopoli come apocrisario del suo predecessore: così ricorda Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 227-228), dapprima e logicamente diffusasi in Inghilterra (II Concilio di Cloveshoë o Clovesho, nel 747; Calendario di san Willibrordo e Martirologio di Beda, in cui si legge: Depositio sancti Gregorii papae, beatae memoriae), poi in tutto l’impero carolingio ivi compreso il Nord Italia legato al rito ambrosiano (C. Marcora, Il Santorale ambrosiano, coll. Archivio ambrosiano 5, Milano 1953, pp. 35-36), si trova già nel Sacramentario gregoriano del tempo di Adriano I ed è una delle rare feste che penetrata dall’antichità nel Calendario romano durante il periodo quaresimale. Noi sappiamo anche che a Roma, nel IX sec., come ci informa Giovanni Diacono, ejus anniversaria solemnitas, cunctis ... pernoctantibus, ... celebratur. In qua pallium ejus, et phylacteria, sed et balteus ejus consuetudinaliter osculantur (Ioh. diac., Vita P. S. Gregorii, lib. IV, c. 80).
In Occidente essa si
La celebrità di san Gregorio (+ 12 marzo 604) e soprattutto il senso simbolico assunto dalla sua personalità storica, allorché, nel Medioevo, egli incarnò l’ideale del papato romano nella più sublime espressione del suo primato su tutta la Chiesa, giustificava quest’eccezione. Si può dire, in effetti, che il Medioevo tutt’intero visse dello spirito di san Gregorio; la liturgia romana, il canto sacro, il diritto canonico, l’ascesi monastica, l’apostolato presso gli infedeli, la vita pastorale, in una parola tutta l’attività ecclesiastica derivava dal santo Dottore, i cui scritti sembravano essere divenuti come il codice universale del cattolicesimo. Il gran numero di antiche chiese dedicate a Roma al santo Pontefice attesta la popolarità del suo culto, il quale, oltre il suo antico monastero di Sant’Andrea al Clivus Scauri, aveva per centro la sua tomba venerabile nella basilica vaticana.
Nel IX sec., Giovanni Diacono ci attesta la pietà con la quale si conservavano ancora a Roma tutti i ricordi di Gregorio, i Registri delle sue elemosine, il suo povero letto, la sua verga, il manoscritto dell’antifonario e la sua cintura monastica. Il culto di san Gregorio I, grazie soprattutto all’Ordine benedettino di cui è una delle glorie più brillanti, ed ai nuovi popoli anglosassoni, che riconobbero nel santo il loro primo apostolo, divenne molto velocemente mondiale.
In effetti, all’indomani della sua morte, quello che dettò la sua epigrafe sepolcrale sotto il portico di San Pietro, non seppe meglio esprimere l’universalità della sua azione pastorale chiamandolo – lui, il discendente dei Consoli della Roma eterna – il Console di Dio, Dei Consul factus, laetare triumphis. L’espressione non poteva essere più felice, come d’altronde il verso implebat actu quidquid sermone docebat, della stessa iscrizione.
La Stazione di questo giorno, sin dai tempi di Giovanni Diacono, era a San Pietro, presso la tomba del Santo, in cui si celebravano anche in suo onore le vigilie notturne. Nel XV sec., in segno di festa, non si convocava persino il concistoro papale in questo giorno.
La messa prima del 1942, posteriore alla redazione della raccolta gregoriana, trae i suoi canti da altre messe più antiche.
L’Introito della messa (anteriore dal ‘42) contiene una delicata allusione all’umiltà di cuore, opposta da Gregorio all’orgoglio del Digiunatore ecumenico (Giovanni IV Nesteutes di Costantinopoli, il quale si auto-attribuì il titolo di «patriarca ecumenico»). Per questo, si invita gli umili a benedire Dio, affinché essi riconoscano tutto quanto hanno ricevuto di bene.
Nella preghiera di colletta si affermava «qui ánimæ fámuli tui Gregórii ....», cioè «... che all’anima del Tuo servo Gregorio ....»: non si sarebbe potuto dire meglio, poiché il carattere distintivo della spiritualità di san Gregorio, spiritualità che lo fece riconoscere subito come un monaco della scuola del patriarca san Benedetto, è espresso interamente nel titolo che impiegò per primo: Gregorio, servo dei servi di Dio. Ancora oggi, i papi, nei loro atti più solenni, ad imitazione del nostro Santo, prendono il titolo di Servus servorum Dei, che significava tuttavia originariamente per Gregorio, monaco a Sant’Andrea, servitore dei servi di Dio, cioè dei monaci (Servus Dei), ovvero, in una parola, l’ultimo del monastero. La tradizione ascetica benedettina sulla virtù dell’umiltà si è conservata sempre viva presso i grandi Dottori formati nel chiostro di san Benedetto. Troviamo, per es., san Pier Damiani, che firmava abitualmente: Ego Petrus peccator, episcopus hostiensis; ed Ildebrando, che, prima di divenire Gregorio VII, firmava anch’egli così: Ego Hildebrandus qualiscumque, S. R. E. archidiaconus.
Un artificio abituale del demonio è di suggerirci un ideale ed una forma di perfezione che, in ragione delle circostanze, non può realizzarsi. È così che un gran numero di anime, in luogo di cambiare i loro piani e di santificarsi nello stato di vita nel quale li ha posti la Provvidenza, rimangono inattivi, piangendo la loro sorte e sospirando sempre verso il tipo irrealizzabile della loro santità. Avviene che esse perdano in tal modo un tempo assai prezioso, inaridiscano il loro cuore, nuocciano alla loro salvezza e non siano utili né a se stesse né agli altri. Non occorre che la perfezione si riduca puramente ad un’astrazione metafisica, ma che penetri, come l’aria, tutte le opere della nostra vita.
Importa poco che siamo ricchi o poveri, dotti o ignoranti, prestanti o invalidi. Bisogna servire il Signore nelle condizioni dove Egli ci ha posti, e non in quelle in cui vorremmo essere.
Un bell’esempio di questo senso pratico nella via della santità c’è offerto da san Gregorio. Il suo carattere meditativo lo spingeva allo studio tranquillo della filosofia nella pace del chiostro. Dio lo volle al contrario diplomatico, papa, amministratore di un immenso patrimonio immobiliare, e pure stratega per dirigere le opere di difesa delle città italiane assediate dai Longobardi; vero console di Dio, estendendo la sua attività ed il suo potere al mondo intero. Gregorio, molto spesso trattenuto dalla gotta a letto e dai mali di stomaco, senza lasciarsi sfuggire un lamento, si adattò meravigliosamente a tutte quelle funzioni ed, allo scopo di servire unicamente il Signore, vi si consacrò con un’ammirevole padronanza e perfezione che riempì del suo spirito tutto il Medioevo, e lasciò delle tracce profonde del suo genio nella vita ulteriore del Pontificato romano.
I bizantini celebrano anch’essi la santità di Gregorio, al quale danno il titolo di dialogista, a causa dei suoi quattro Libri dei Dialoghi tradotti in greco dal papa Zaccaria.
Esiste una sequenza molto antica, che senza essere stata in origine composta per san Gregorio Magno, gli si adatta però ammirabilmente e fu in effetti cantata all’epoca della solenne Messa pontificale che nel 1904 Pio X celebrò a San Pietro in occasione del XIII centenario della morte del grande Dottore.
Il coro dei cantori comprendeva per questa circostanza più di un migliaio di voci, ed il Pontefice fu talmente impressionato dall’effetto grandioso prodotto da questa melodia, che, appena terminò il sacrificio, ordinò di ripetere il canto della magnifica sequenza. Consacrata dall’approvazione di Pio X in questa occasione solenne, essa ha, per così dire, il diritto di essere considerata come appartenente alla liturgia romana.
Ecco il testo di questa importante composizione medievale, semplicemente ritmata senza rime, formata, come le sequenze primitive, sul melisma alleluiatico della messa.

1) Alma cohors una
Laudum sonora
Nunc prome praeconia.

2) Quibus en insignis rutilat
Gregorius ut luna,
Solque sidera.

2a) Meritorum est mirifica
Radians idem sacra
Praerogativa.

3) Hunc nam Sophiae mystica
Ornarunt mire dogmata
Qua fulsit nitida
luculenter per ampla orbis climata.

3a) Verbi necnon fructifera
Saevit divini semina
Mentium per arva,
pellendo quoque cuncta noctis nubila.

4) Hic famina fundens diva,
Utpote caelestia
Ferens in se Numina,

4a) Sublimavit catholica
Vehementer culmina
Sancta per eloquia.

5) Is nempe celsa
Compos gloria,
Nunc exultat
Inter laetabunda
Coelicolarum ovans contubernia.

5a) Sublimis extat
Sede superna,
Fruens vita
Semper inexhausta,
Sat per celeberrima
Christi pascua.

6) O dignum cuncta
laude, praeexcelsa
Praesulem tanta
Nactus gaudia,
Virtutum propter mérita,
Quibus viguit, ardens
Velui lampada.

6a) Nos voce clara
Hunc et iucunda
Dantes oremus
Preces et vota,
Qui nobis ferat commoda,
Impetret et aeterna
Poscens praemia.

7) Quod petit praesens caterva,
Praesulum gemma,
Devota rependens munia
Mente sincera,
Favens da
Sibi precum instantia,
Scilicet ut polorum
Intret lumina.

7a) Quo iam intra palatia
Stantem suprema,
Laeti gratulemur adeptii
Polorum régna,
Qui tua Praesul, sistentes hoc aula,
Iubilemus ingenti
Cum laetitia.

8) Recinentes dulcia
Nunc celsaque. alléluia.

L’uso delle sequenze durante la messa fu accettato da Roma alla fine soltanto del Medioevo; perciò, la tradizione franca medievale non può dirsi davvero universale. Vi era tuttavia un altro canto in onore di san Gregorio, intitolato Gregorius Praesul, meritis et nomine dignus: esso serviva come preludio all’antifonario romano e si eseguiva in molti paesi la prima domenica d’Avvento, prima di intonare l’Introito. Il testo primitivo risale forse ad Adriano I, ma è stato spesso rimaneggiato.
Tutta la Città eterna, di cui Gregorio fu il vigilantissimo pastore, le sue chiese stazionali, i cimiteri dei martiri, ricordano lo zelo attivo dell’incomparabile pontefice. Tuttavia alcuni santuari romano rivendicano oggi l’onore di una festa speciale. Questi sono, oltre alla basilica che custodisce il suo corpo, quella di Sant’Andrea al Clivus Scauri in cui Gregorio fu dapprima monaco e poi Abate. Questa basilica romana, in effetti, era stata dedicata all’apostolo sant’Andrea dallo stesso Santo Pontefice nella sua stessa casa familiare al Celio ed oggi porta il suo nome dall’inizio dell’XI sec. (C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 256). Persino il lezionario di San Gregorio al Clivus Scauri annuncia con qualche solennità Incipit vita beatissimi Gregorii, papae urbis Romae, mens(e) martio die XII.
Sono legate al nostro Santo anche altre Basiliche come quella di San Paolo, che Gregorio fece abbellire ed in cui era la tomba della sua famiglia, ed il Laterano, in cui egli visse i quattordici ultimi anni del suo supremo pontificato.
Nel Medioevo, le quattordici regioni urbane rivaleggiavano per onorare Gregorio e per dedicare in suo nome dei templi e delle cappelle; e così noi abbiamo le chiese S. Gregorii ad Clivum Scauri, S. Gregorii de Cortina, S. Gregorii de Gradellis, S. Gregorii dei Muratori, S. Gregorii in Campo Martio, S. Gregorii de ponte Iudaeorum, senza parlare dei numerosissimi oratori elevati sotto il suo nome. Una bolla di Gregorio III, conservata nella basilica di San Paolo, menziona una messa quotidiana, da quel tempo, che si celebrava in questo insigne santuario apostolico sull’altare di S. Gregorii ad ianuas; precisamente come a San Pietro, dove la tomba del Santo si trovava nel portico esterno, prope secretarium.
L’epigrafe di Gregorio III a San Paolo rappresenta senza dubbio uno dei più antichi monumenti relativi al culto liturgico di san Gregorio Magno.
Tradizionalmente, quando il Papa celebrava solennemente il divino Sacrificio a San Pietro nel giorno della sua incoronazione, egli prendeva i paramenti sacri all’altare che ricopre la tomba di san Gregorio. Questo fatto rivestiva il significato di una speciale venerazione verso il Santo che ha, per così dire, incarnato in lui tutto il più sublime ideale contenuto nel concetto cattolico del pontificato romano. Ciò derivava anche dal fatto, inoltre, che, in origine, il sepolcro del grande Dottore, nell’atrium della basilica vaticana, era vicino al Secretarium o sacrestia, dove i sacri ministri si rivestivano (e si rivestono tuttora) dei paramenti liturgici.
Sulla sua tomba fu posto l’epitaffio che riassumeva mirabilmente la vita di colui che esso chiamava il Console di Dio: Suscipe terra tuo corpus de corpore sumptum, / Reddere quod valeas vivificante Deo [...] / Esuriem dapibus superavit, frigora veste, / Atque animas monitis texit ab hoste sacris. / Implebatque actu quicquid sermone docebat, / Esset ut exemplum mistica verba loquens [...] / Hisque Dei consul factus laetare triumphis, / Nam mercedem operum iam sine fine tenes. (testo riprodotto da Pietro di Mallio, Descriptio basilicae vaticanae, pubblicato a cura di R. Valentini - G. Zucchetti, Codice Topografico della Città di Roma, Coll. Fonti per la Storia d’Italia, vol. 3, Roma 1946, p. 402. Cfr. anche L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, tomo I, Paris 1886, p. 312. V. anche M. Andrieu, La chapelle de Saint-Grégoire dans l’ancienne basilique vaticane, in Rivista di Archeologia cristiana, 13 (1936), pp. 61-99).
Nell’erezione della nuova basilica di San Pietro, si badò a conservare a san Gregorio questo posto tradizionale, accanto alla sacrestia ed è così che si conserva ugualmente l’abitudine di rivestire solennemente il Papa dei paramenti sacri all’altare del Santo. I Greci sono anch’essi penetrati da una grande devozione per san Gregorio. Nel loro Ufficio lo invocano così: Sacratissime Pastor, factus es successor in zelo et sede Coryphaei, populos purificans et ad Deum adducens. Successor in sede Principis Chori Discipulorum, unde verba, veluti fulgores, o Gregori, proferens, face illuminas fideles. Ecdesiarum Prima, cum Te ad pectus complexa esset, irrigat omnem terram quae sub sole est, piae doctrinae divinis fluentis.
Tale è la fede antica della Chiesa d’Oriente relativamente al primato pontificale sulla Chiesa universale.
Il papa Gregorio IV (827-840) fece erigere un oratorio all’interno della basilica, all’entrata della navata sud, chiamata il portico dei Pontefici, dove vi trasferirà il corpo di Gregorio I, che egli depose in concha aegyptiaca. In quest’oratorio si trovavano anche gli altari dei santi Sebastiano, Gorgonio e Tiburzio, che contenevano loro reliquie (così ricorda Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 394-395).

Juan de Nalda, S. Gregorio Magno, 1500 circa, Museo del Prado, Madrid

Pedro Berruguete, SS. Gregorio Magno e Girolamo, 1495-1500 circa, Museo del Prado, Madrid

Maestro di Meßkirch, S. Gregorio Magno, 1535-40,Yale University Art Gallery, Yale

Carlo Saraceni, S. Gregorio Magno, 1610 circa, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma

Guercino, SS. Ignazio di Loyola, Gregorio Magno e Francesco Saverio, 1625-26, National Gallery, Londra

Matthias Stomer, S. Gregorio Magno, 1630-40, Museo diocesano, Cuneo


Fra Juan Andrés Ricci (o Rizi) de Guevara, S. Gregorio Magno, 1645-55, Museo del Prado, Madrid


Vicente Carducho, S. Gregorio Magno, XVII sec., museo del Prado, Madrid


Vicente Carducho, S. Gregorio Magno, XVII sec., museo del Prado, Madrid

Joseph Marie Vien, S. Gregorio Magno, Musée Fabre, Montpellier

SS. Gregorio Magno ed Agostino di Canterbury


Cattedra di S. Gregorio Magno, Basilica di S. Gregorio al Celio, Roma