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domenica 10 giugno 2018
lunedì 15 gennaio 2018
venerdì 30 giugno 2017
domenica 12 marzo 2017
Incoronazione solenne di Sua Santità Pio XII di v.m. - 12 marzo 1939
giovedì 2 marzo 2017
2 marzo 1939 - Esaltazione al Supremo Pontificato del card. Eugenio Pacelli, che assunse il nome di Pio XII
La sera del 2 marzo 1939 Papa Pio XII Pacelli, il Pastore Angelico, viene esaltato al Sommo Pontificato
mercoledì 22 febbraio 2017
domenica 3 luglio 2016
venerdì 22 aprile 2016
La vera carità spiegata da papa san Sotero
Nella festa di S. Sotero, papa e martire, rilancio
questo brevissimo saggio su questa figura di Pontefice, poco nota, e tuttavia
di grande attualità.
La vera carità spiegata da papa san Sotero
di Lorenzo Benedetti
di Lorenzo Benedetti
San Sotero resta oggi un Papa poco conosciuto, sebbene abbia fatto della
misericordia un segno distintivo del suo pur poco documentato pontificato,
tanto da essere ricordato dai posteri come “il papa della carità”. Figlio di
Concordio e nativo di Fondi, nel Lazio, Sotero era originario della Grecia come
si evince dal nome, che in greco significa “salvatore”.
Le notizie intorno a questo pontefice, il 12° vescovo di Roma, sono in
effetti molto poche e ci sono state tramandate nel Liber Pontificalis, un elenco dei Papi risalente al IV
secolo, fonte primaria per conoscere la storia della Chiesa delle origini:
eletto al soglio petrino nel 167, guidò i cristiani di Roma durante un periodo
reso difficile e turbolento dalle persecuzioni dell’imperatore Marco Aurelio
(161-180) e dal diffondersi del Montanismo, un’eresia della Frigia, il cui diffusore,
Montano, sosteneva di avere visioni profetiche dettate dallo “Spirito Santo”.
![]() |
| Gian
Lorenzo Bernini, S. Sotere, 1645-48, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma |
«Avete ereditato dagli avi l’usanza di prendervi cura in vario modo
di tutti i fratelli, e di inviare aiuti a molte Chiese presenti in ogni città;
avete alleviato così le sofferenze dei bisognosi e siete venuti incontro ai
fratelli condannati ai lavori forzati nelle miniere con quei sussidi che voi, o
Romani, inviate da sempre, secondo l’usanza dei vostri padri; E il vostro beato
vescovo Sotero l’ha non solamente conservata, ma anche incrementata; egli li ha
beneficiati con gli aiuti inviati ai santi ed esortando i fratelli con parole
di beatitudine, come fa un padre affettuoso con i figli»: con queste
parole, il vescovo di Corinto sottolinea sia la preminenza della Chiesa di
Roma, che soccorre le Chiese figlie in un’epoca in cui non si era ancora
affermato il primato della sede romana, sia la carità cristiana che ha
profondamente segnato il pontificato di san Sotero, animato dall’amore di padre
verso i fratelli sull’esempio del Vangelo.
Fonte: Corrispondenza romana, 9.3.2016
Fonte: Corrispondenza romana, 9.3.2016
venerdì 2 ottobre 2015
Ciò che vuole Dio, non ciò che concederebbe il papa - Editoriale di ottobre di “Radicati nella fede”
Nella memoria liturgica dei Santi
Angeli Custodi, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede del
mese di ottobre 2015, ripreso anche da Chiesa e postconcilio.
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| Benedetto Gennari, Angelo custode, XVIII sec., collezione privata |
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| Guercino, Angelo custode, XVII sec., Pinacoteca civica, Fano |
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| Antonio de Pereda y Salgado, Angelo custode, 1646 |
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| Domenichino, Angelo custode, 1615, Museo di Capodimonte, Napoli |
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| Melchior-Paul von Deschwanden, Angelo custode, 1859 |
CIÒ CHE VUOLE DIO, NON CIÒ CHE CONCEDEREBBE IL PAPA
Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 10 - Ottobre 2015
Lo scrivevamo il mese scorso, la
nuova messa post-conciliare culla l’agnosticismo, culla il dubbio di fede e l’incertezza
perenne, perché intrattiene in un dialogo estenuante tra prete e assemblea e
non abitua più a porsi difronte a Dio solo. Per assurdo nella nuova messa, così
umana e comunitaria, ci può stare anche chi non crede quasi più o continua a
custodire i propri dubbi di fede. Ci può stare chi, non essendo credente, cerca
dei motivi più umani per frequentare ancora la chiesa, magari pensando al bene
psicologico o sociale che in essa si può ancora trovare. È un agnosticismo a
metà, l’agnosticismo di chi, pur non stando difronte a Dio, non si decide ad
abbandonare la Chiesa.
Passateci il termine, è una sorta
di “agnosticismo cattolico”.
Questo “agnosticismo cattolico”,
cullato nella nuova messa, non si ferma al rito, ma investe tutti gli aspetti
dell’appartenenza cattolica, come tutto l’affronto della vita. È un
agnosticismo universale, che coinvolge tutto, è “cattolico” appunto.
L’agnosticismo cattolico non fa
decidere se stare con Dio oppure no, ed è per questo pericolosissimo, illude.
Ti illude, ti fa pensare ancora cattolico mentre non lo sei più; e illudendoti
rende impossibile il pianto e il dolore che ti porterebbero alla
conversione.
L’agnostico cattolico ha seri
dubbi di fede, ma vuole ancora appartenere alla Chiesa.
Perché fa così? Semplicemente
perché il peccato non è ragionevole, è contraddittorio, non ha logica. Il
peccato si nutre di sentimento, non di ragione. Non credi più o quasi, ma ci
tieni ancora alla Chiesa. Ci tieni forse per una nostalgia delle tue radici o
forse perché, in un mondo tutto sociale, occorre appartenere ancora a qualche
cosa; un club deve pur esserci ancora per te.
E come fa un simile fedele ad
appartenere ancora alla Chiesa? Deve domandare che la Chiesa si adegui all’agnosticismo
moderno. Deve domandare, pretendere, che la Chiesa si “umanizzi”, perché sia
ancora interessante per quelli che, come lui, non sanno più come Dio sia e cosa
voglia; per quelli che, come lui, fanno della loro ricerca di Dio il tutto,
rifiutando la Rivelazione. Se credono ancora nell’esistenza di Dio, ci tengono
a dire che su di Lui c’è libera ricerca e libero pensiero, perché la
Rivelazione, Tradizione e Scrittura, è in fondo un’ espressione umana da
reinterpretare nel continuo cammino dell’uomo.
In sostanza chiedono una chiesa “latitudinarista”,
quella di anglicana memoria: nell’ Inghilterra anglicana, accanto alla chiesa
alta e alla chiesa bassa, nel XIX secolo si instaurò sempre più una “Chiesa
Larga”, cioè “scettica, beata nel suo scetticismo dogmatico, appena limitato
da una certa convenienza esteriore, adattabile a qualunque dottrina” (C.
Lovera di Catiglione, Il movimento di Oxford, Morcelliana 1935,
p.42).
Siamo ormai anche noi alla Chiesa
larga, alla chiesa senza dogma, senza morale assoluta, che salva solo
qualche convenienza esteriore, e per questo con la necessità di adattarsi
continuamente a quello che la società le chiede di mano in mano.
Solo che questi agnostici di casa
nostra, sentendosi ancora cattolici, a chi chiedono questa chiesa larga? La
chiedono al Papa, certo!
Assistiamo ai giorni nostri
proprio a questa tragica assurdità: i cattolici latitudinaristi, agnostici ma
desiderosi di appartenere ancora alla Chiesa, chiedono che il Papa allarghi su
tutto, dottrina e morale. Chiedono che il Papa faccia una casa grande dove
tutti, proprio tutti, possano stare dentro; tutti eccetto i
non-latitudinaristi, i tradizionali.
E siccome sono agnostici, non si chiedono se Dio lo vuole, ma se il Papa lo concede! Siamo ormai alla follia.
E siccome sono agnostici, non si chiedono se Dio lo vuole, ma se il Papa lo concede! Siamo ormai alla follia.
I mesi che verranno saranno il
teatro di questi latitudinaristi di ogni ordine e grado,
fedeli-preti-vescovi-cardinali. Battaglieranno per ottenere dal Papa più
concessioni possibili, ma tutte quelle che otterranno non avranno alcun valore,
perché non si domandano cosa Dio voglia.
La Chiesa è di Dio, suo unico Signore
è Gesù Cristo, e vi appartiene solo chi domanda la verità di Dio e la volontà
di Dio. Le concessioni degli ecclesiastici, più o meno larghe, più o meno alla
moda con l’immoralità del mondo, non valgono nulla. Non valgono nulla perché
gli ecclesiastici hanno l’unico potere di ripetere la volontà di Dio e di
aiutare le anime a compierla.
Dio ha parlato, si è rivelato,
non è rimasto un Dio sconosciuto; non è un Dio per gli agnostici. Se fosse così
non ci sarebbe la Chiesa, né il Papa, né i vescovi né i preti.
Il Papa c’è per custodire ciò che
c’è già, ciò che è di Dio. Il Papa non costruisce un Dio per gli agnostici del
momento, questo sarebbe mostruoso, sarebbe di fatto l’ateismo.
Il Papa non è un sorta di “ Re
Mida”, che toccando trasforma in buono ciò che non lo è. Il Papa ha l’unico
potere di ricordare ciò che Dio ha rivelato e chiesto, punto.
Per questo, nei mesi che
verranno, dovremo chiedere la grazia di non scandalizzarci, cioè di non
inciampare nella fede, vedendo i tanti, i troppi cattolici agnostici inneggiare
alle possibili concessioni della gerarchia allo spirito del mondo, nella
dottrina e nella morale.
E non ci scandalizzeremo se ci
terremo fermi nella domanda: ma tutto questo Dio lo vuole? Tutto questo
allargare le maglie sulle religioni non cristiane, sul matrimonio e sui
divorziati risposati, sulla disciplina dei sacramenti, Dio lo vuole? Tutte le
parole tenere sulle immoralità alla moda, Dio le vuole? Dio ha parlato così?
Cosa dice la Sacra Scrittura e l’insegnamento bimillenario della Chiesa che le
fa eco?
Non ciò che il Papa concederà, ma
ciò che Dio vuole: questo dobbiamo domandarci.
Solo così sarà al sicuro la
nostra anima, solo così sarà salva la Chiesa stessa, Papa, cardinali, vescovi,
preti e fedeli insieme.
Alla fine della vita compariremo
difronte a Dio, e saremo giudicati se avremo fatto la sua volontà, e non su
quanto avremo ottenuto dal Papa.
Fonte: Radicati nella fede, 29.9.2015
Fonte: Radicati nella fede, 29.9.2015
sabato 18 luglio 2015
18 luglio 1870 - proclamazione del dogma dell'Infallibilità Pontificia
Il 18 luglio 1870 il Concilio Vaticano I, con il voto favorevole di 535 padri contro 2, approva la costituzione apostolica Pastor Aeternus sulla "istituzione, la perpetuità e la natura del sacro Primato apostolico, in cui sta la forza e la solidità di tutta la Chiesa". Pio IX sanzionò immediatamente il testo e si cantò il Te Deum di ringraziamento.
lunedì 29 giugno 2015
Chi vince , chi giunge al potere nella Chiesa definisce ciò che bisogna credere!
Nella festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, ricordiamo quest'insegnamento di Benedetto XVI:
Oltre a
queste soluzioni radicali e al grande pragmatismo delle teologie della
liberazione vi è anche però il grigio pragmatismo della vita quotidiana della
Chiesa, nel quale in apparenza ogni cosa procede normalmente, ma in realtà la
fede si logora e decade nella meschinità. Penso qui a due fenomeni, ai quali
guardo con preoccupazione. Il primo riguarda il tentativo che si manifesta a
diversi livelli, di estendere il principio della maggioranza alla fede e ai
costumi e quindi di «democratizzare» decisamente la Chiesa. Ciò che non è
gradito alla maggioranza non può essere vincolante, così sembra. Ma di quale
maggioranza si tratta in realtà? Domani sarà diversa da oggi? Una fede che siamo in grado di stabilire noi non è
una vera fede. E una minoranza non può lasciarsi imporre una fede da una
maggioranza.La fede e la sua pratica ci provengono dal Signore
attraverso la Chiesa e l’esercizio dei sacramenti, altrimenti non esistono.
Molti rinunciano a credere perché sembra loro che la fede possa essere definita
da una qualche istanza burocratica, che sia cioè una specie di programma di
partito, chi ne ha il potere può definire
ciò che bisogna credere, e quindi tutto dipende dal fatto di giungere al potere
nella Chiesa oppure—cosa più logica e più plausibile—non credere affatto.
Joseph
Ratzinger, La fede e la
teologia nei nostri giorni, 1996
giovedì 12 marzo 2015
“Ecclésiam ornávit sanctíssimis institútis et légibus. … Multos libros confécit; quos cum dictáret, testátus est Petrus diáconus, se Spíritum Sanctum colúmbæ spécie in ejus cápite sæpe vidísse. Admirabília sunt quæ dixit, fecit, scripsit, decrévit, præsértim infírma semper et ægra valetúdine” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI GREGORII I (MAGNI), PAPÆ, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS
Questa
festa, ugualmente celebrata dai Greci (sebbene i calendari bizantini non menzionino, di per sé, il papa
Gregorio, che risiedé tuttavia a Costantinopoli come apocrisario del suo
predecessore: così ricorda Pierre Jounel, Le Culte des Saints
dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École
Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 227-228), dapprima e logicamente diffusasi in
Inghilterra (II Concilio di Cloveshoë o Clovesho, nel 747; Calendario di san Willibrordo e Martirologio
di Beda, in cui si legge: Depositio
sancti Gregorii papae, beatae memoriae), poi in tutto l’impero carolingio ivi compreso
il Nord Italia legato al rito ambrosiano (C. Marcora, Il Santorale ambrosiano, coll. Archivio ambrosiano 5, Milano 1953, pp.
35-36), si
trova già nel Sacramentario gregoriano del tempo di Adriano I ed è una delle
rare feste che penetrata dall’antichità nel Calendario romano durante il
periodo quaresimale. Noi sappiamo anche che a Roma, nel IX sec., come ci
informa Giovanni Diacono, ejus anniversaria
solemnitas, cunctis ... pernoctantibus, ... celebratur. In qua pallium ejus, et
phylacteria, sed et balteus ejus consuetudinaliter osculantur (Ioh. diac., Vita P. S. Gregorii, lib. IV, c. 80).
In
Occidente essa si
La
celebrità di san Gregorio (+ 12 marzo 604) e soprattutto il senso simbolico
assunto dalla sua personalità storica, allorché, nel Medioevo, egli incarnò l’ideale
del papato romano nella più sublime espressione del suo primato su tutta la
Chiesa, giustificava quest’eccezione. Si può dire, in effetti, che il Medioevo
tutt’intero visse dello spirito di san Gregorio; la liturgia romana, il canto
sacro, il diritto canonico, l’ascesi monastica, l’apostolato presso gli
infedeli, la vita pastorale, in una parola tutta l’attività ecclesiastica
derivava dal santo Dottore, i cui scritti sembravano essere divenuti come il
codice universale del cattolicesimo. Il gran numero di antiche chiese dedicate
a Roma al santo Pontefice attesta la popolarità del suo culto, il quale, oltre
il suo antico monastero di Sant’Andrea al Clivus
Scauri,
aveva per centro la sua tomba venerabile nella basilica vaticana.
Nel
IX sec., Giovanni Diacono ci attesta la pietà con la quale si conservavano
ancora a Roma tutti i ricordi di Gregorio, i Registri delle sue elemosine, il
suo povero letto, la sua verga, il manoscritto dell’antifonario e la sua
cintura monastica. Il culto di san Gregorio I, grazie soprattutto all’Ordine
benedettino di cui è una delle glorie più brillanti, ed ai nuovi popoli
anglosassoni, che riconobbero nel santo il loro primo apostolo, divenne molto
velocemente mondiale.
In
effetti, all’indomani della sua morte, quello che dettò la sua epigrafe
sepolcrale sotto il portico di San Pietro, non seppe meglio esprimere l’universalità
della sua azione pastorale chiamandolo – lui, il discendente dei Consoli della
Roma eterna – il Console di Dio, Dei Consul factus, laetare
triumphis.
L’espressione non poteva essere più felice, come d’altronde il verso implebat actu quidquid sermone docebat, della stessa
iscrizione.
La
Stazione di questo giorno, sin dai tempi di Giovanni Diacono, era a San Pietro,
presso la tomba del Santo, in cui si celebravano anche in suo onore le vigilie
notturne. Nel XV sec., in segno di festa, non si convocava persino il
concistoro papale in questo giorno.
La
messa prima del 1942, posteriore alla redazione della raccolta gregoriana, trae
i suoi canti da altre messe più antiche.
L’Introito
della messa (anteriore dal ‘42) contiene una delicata allusione all’umiltà di cuore,
opposta da Gregorio all’orgoglio del Digiunatore ecumenico (Giovanni IV Nesteutes di Costantinopoli, il
quale si auto-attribuì il titolo di «patriarca ecumenico»). Per questo, si
invita gli umili a benedire Dio, affinché essi riconoscano tutto quanto hanno
ricevuto di bene.
Nella preghiera
di colletta si affermava «qui ánimæ fámuli tui
Gregórii
....»,
cioè «... che all’anima del Tuo servo Gregorio ....»: non si
sarebbe potuto dire meglio, poiché il carattere distintivo della spiritualità
di san Gregorio, spiritualità che lo fece riconoscere subito come un monaco
della scuola del patriarca san Benedetto, è espresso interamente nel titolo che
impiegò per primo: Gregorio, servo dei servi di Dio. Ancora oggi, i
papi, nei loro atti più solenni, ad imitazione del nostro Santo, prendono il
titolo di Servus servorum Dei, che significava tuttavia originariamente per Gregorio, monaco a
Sant’Andrea, servitore dei servi di Dio, cioè dei monaci (Servus
Dei),
ovvero, in una parola, l’ultimo del monastero. La tradizione ascetica
benedettina sulla virtù dell’umiltà si è conservata sempre viva presso i grandi
Dottori formati nel chiostro di san Benedetto. Troviamo, per es., san Pier
Damiani, che firmava abitualmente: Ego
Petrus peccator, episcopus hostiensis; ed Ildebrando, che, prima di divenire Gregorio VII, firmava
anch’egli così: Ego Hildebrandus qualiscumque, S. R. E. archidiaconus.
Un artificio
abituale del demonio è di suggerirci un ideale ed una forma di perfezione che,
in ragione delle circostanze, non può realizzarsi. È così che un gran numero di
anime, in luogo di cambiare i loro piani e di santificarsi nello stato di vita
nel quale li ha posti la Provvidenza, rimangono inattivi, piangendo la loro
sorte e sospirando sempre verso il tipo irrealizzabile della loro santità.
Avviene che esse perdano in tal modo un tempo assai prezioso, inaridiscano il
loro cuore, nuocciano alla loro salvezza e non siano utili né a se stesse né
agli altri. Non occorre che la perfezione si riduca puramente ad un’astrazione
metafisica, ma che penetri, come l’aria, tutte le opere della nostra vita.
Importa poco che siamo ricchi o poveri, dotti
o ignoranti, prestanti o invalidi. Bisogna servire il Signore nelle condizioni
dove Egli ci ha posti, e non in quelle in cui vorremmo essere.
Un bell’esempio di questo senso pratico nella
via della santità c’è offerto da san Gregorio. Il suo carattere meditativo lo
spingeva allo studio tranquillo della filosofia nella pace del chiostro. Dio lo
volle al contrario diplomatico, papa, amministratore di un immenso patrimonio
immobiliare, e pure stratega per dirigere le opere di difesa delle città
italiane assediate dai Longobardi; vero console di Dio, estendendo la sua
attività ed il suo potere al mondo intero. Gregorio, molto spesso trattenuto
dalla gotta a letto e dai mali di stomaco, senza lasciarsi sfuggire un lamento,
si adattò meravigliosamente a tutte quelle funzioni ed, allo scopo di servire
unicamente il Signore, vi si consacrò con un’ammirevole padronanza e perfezione
che riempì del suo spirito tutto il Medioevo, e lasciò delle tracce profonde
del suo genio nella vita ulteriore del Pontificato romano.
I
bizantini celebrano anch’essi la santità di Gregorio, al quale danno il titolo
di dialogista, a causa dei suoi quattro Libri dei Dialoghi tradotti in greco dal papa Zaccaria.
Esiste una sequenza
molto antica, che senza essere stata in origine composta per san Gregorio
Magno, gli si adatta però ammirabilmente e fu in effetti cantata all’epoca
della solenne Messa pontificale che nel 1904 Pio X celebrò a San Pietro in
occasione del XIII centenario della morte del grande Dottore.
Il coro dei cantori
comprendeva per questa circostanza più di un migliaio di voci, ed il Pontefice
fu talmente impressionato dall’effetto grandioso prodotto da questa melodia,
che, appena terminò il sacrificio, ordinò di ripetere il canto della magnifica
sequenza. Consacrata dall’approvazione di Pio X in questa occasione solenne,
essa ha, per così dire, il diritto di essere considerata come appartenente alla
liturgia romana.
Ecco il testo di questa
importante composizione medievale, semplicemente ritmata senza rime, formata,
come le sequenze primitive, sul melisma alleluiatico della messa.
1) Alma cohors una
Laudum sonora
Nunc prome praeconia.
2) Quibus en insignis rutilat
Gregorius ut luna,
Solque sidera.
2a) Meritorum est mirifica
Radians idem sacra
Praerogativa.
3) Hunc nam Sophiae mystica
Ornarunt mire dogmata
Qua fulsit nitida
luculenter per ampla orbis climata.
3a) Verbi necnon fructifera
Saevit divini semina
Mentium per arva,
pellendo quoque cuncta noctis nubila.
4) Hic famina fundens diva,
Utpote caelestia
Ferens in se Numina,
4a) Sublimavit catholica
Vehementer culmina
Sancta per eloquia.
5) Is nempe celsa
Compos gloria,
Nunc exultat
Inter laetabunda
Coelicolarum ovans contubernia.
5a) Sublimis extat
Sede superna,
Fruens vita
Semper inexhausta,
Sat per celeberrima
Christi pascua.
6) O dignum cuncta
laude, praeexcelsa
Praesulem tanta
Nactus gaudia,
Virtutum propter mérita,
Quibus viguit, ardens
Velui lampada.
6a) Nos voce clara
Hunc et iucunda
Dantes oremus
Preces et vota,
Qui nobis ferat commoda,
Impetret et aeterna
Poscens praemia.
7) Quod petit praesens caterva,
Praesulum gemma,
Devota rependens munia
Mente sincera,
Favens da
Sibi precum instantia,
Scilicet ut polorum
Intret lumina.
7a) Quo iam intra palatia
Stantem suprema,
Laeti gratulemur adeptii
Polorum régna,
Qui tua Praesul, sistentes hoc aula,
Iubilemus ingenti
Cum laetitia.
8) Recinentes dulcia
Nunc celsaque. alléluia.
L’uso
delle sequenze durante la messa fu accettato da Roma alla fine soltanto del
Medioevo; perciò, la tradizione franca medievale non può dirsi davvero
universale. Vi era tuttavia un altro canto in onore di san Gregorio, intitolato Gregorius Praesul, meritis et nomine dignus: esso serviva come
preludio all’antifonario romano e si eseguiva in molti paesi la prima domenica
d’Avvento, prima di intonare l’Introito. Il testo primitivo risale forse ad
Adriano I, ma è stato spesso rimaneggiato.
Tutta
la Città eterna, di cui Gregorio fu il vigilantissimo pastore, le sue chiese
stazionali, i cimiteri dei martiri, ricordano lo zelo attivo dell’incomparabile
pontefice. Tuttavia alcuni santuari romano rivendicano oggi l’onore di una
festa speciale. Questi sono, oltre alla basilica che custodisce il suo corpo,
quella di Sant’Andrea al Clivus Scauri
in cui Gregorio fu dapprima monaco e poi Abate. Questa basilica romana, in effetti, era stata dedicata
all’apostolo sant’Andrea dallo stesso Santo Pontefice nella sua stessa casa familiare
al Celio ed oggi porta il suo nome dall’inizio dell’XI sec. (C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze
1927, p. 256). Persino il
lezionario di San Gregorio al Clivus
Scauri annuncia con qualche solennità Incipit vita beatissimi Gregorii, papae urbis Romae, mens(e) martio die XII.
Sono legate al nostro
Santo anche altre Basiliche come quella di San Paolo, che Gregorio fece
abbellire ed in cui era la tomba della sua famiglia, ed il Laterano, in cui
egli visse i quattordici ultimi anni del suo supremo pontificato.
Nel Medioevo, le
quattordici regioni urbane rivaleggiavano per onorare Gregorio e per dedicare
in suo nome dei templi e delle cappelle; e così noi abbiamo le chiese S. Gregorii ad Clivum Scauri, S. Gregorii de Cortina, S. Gregorii
de Gradellis, S. Gregorii dei
Muratori, S. Gregorii in Campo Martio,
S. Gregorii de ponte Iudaeorum, senza
parlare dei numerosissimi oratori elevati sotto il suo nome. Una bolla di
Gregorio III, conservata nella basilica di San Paolo, menziona una messa
quotidiana, da quel tempo, che si celebrava in questo insigne santuario
apostolico sull’altare di S. Gregorii ad
ianuas; precisamente come a San Pietro, dove la tomba del Santo si trovava
nel portico esterno, prope secretarium.
L’epigrafe di Gregorio
III a San Paolo rappresenta senza dubbio uno dei più antichi monumenti relativi
al culto liturgico di san Gregorio Magno.
Tradizionalmente, quando il Papa celebrava
solennemente il divino Sacrificio a San Pietro nel giorno della sua incoronazione,
egli prendeva i paramenti sacri all’altare che ricopre la tomba di san
Gregorio. Questo fatto rivestiva il significato di una speciale venerazione
verso il Santo che ha, per così dire, incarnato in lui tutto il più sublime
ideale contenuto nel concetto cattolico del pontificato romano. Ciò derivava
anche dal fatto, inoltre, che, in origine, il sepolcro del grande Dottore, nell’atrium della basilica vaticana, era vicino
al Secretarium o sacrestia, dove i
sacri ministri si rivestivano (e si rivestono tuttora) dei paramenti liturgici.
Sulla sua tomba fu posto l’epitaffio che riassumeva mirabilmente la
vita di colui che esso chiamava il Console
di Dio: Suscipe terra tuo
corpus de corpore sumptum, / Reddere quod valeas vivificante Deo [...] / Esuriem dapibus superavit, frigora veste, / Atque animas monitis texit ab hoste sacris. / Implebatque actu quicquid sermone docebat, / Esset ut exemplum mistica verba loquens [...] / Hisque Dei consul factus laetare triumphis, / Nam mercedem operum iam sine fine tenes. (testo riprodotto da Pietro di Mallio, Descriptio basilicae
vaticanae, pubblicato a cura di R. Valentini
- G. Zucchetti, Codice Topografico
della Città di Roma, Coll. Fonti per
la Storia d’Italia, vol. 3, Roma 1946, p. 402. Cfr. anche L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, tomo I, Paris 1886, p. 312. V. anche M. Andrieu, La chapelle de Saint-Grégoire dans l’ancienne basilique vaticane,
in Rivista di Archeologia cristiana, 13 (1936), pp. 61-99).
Nell’erezione della
nuova basilica di San Pietro, si badò a conservare a san Gregorio questo posto
tradizionale, accanto alla sacrestia ed è così che si conserva ugualmente l’abitudine
di rivestire solennemente il Papa dei paramenti sacri all’altare del Santo. I
Greci sono anch’essi penetrati da una grande devozione per san Gregorio. Nel loro
Ufficio lo invocano così: Sacratissime Pastor, factus
es successor in zelo et sede Coryphaei, populos purificans et ad Deum adducens.
Successor in sede Principis Chori Discipulorum, unde verba, veluti fulgores, o
Gregori, proferens, face illuminas fideles. Ecdesiarum Prima, cum Te ad pectus
complexa esset, irrigat omnem terram quae sub sole est, piae doctrinae divinis
fluentis.
Tale è la fede antica
della Chiesa d’Oriente relativamente al primato pontificale sulla Chiesa
universale.
Il papa Gregorio IV (827-840) fece
erigere un oratorio all’interno della basilica, all’entrata della navata sud, chiamata
il portico dei Pontefici, dove vi trasferirà il corpo di Gregorio I, che egli
depose in concha aegyptiaca. In quest’oratorio
si trovavano anche gli altari dei santi Sebastiano, Gorgonio e Tiburzio, che
contenevano loro reliquie (così ricorda Pierre Jounel, Le Culte des Saints
dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École
Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 394-395).
![]() |
| Juan de Nalda, S. Gregorio Magno, 1500 circa, Museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Pedro Berruguete, SS. Gregorio Magno e Girolamo, 1495-1500 circa, Museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Maestro di Meßkirch, S. Gregorio Magno, 1535-40,Yale University Art Gallery, Yale |
![]() |
| Carlo Saraceni, S. Gregorio Magno, 1610 circa, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma |
![]() |
| Guercino, SS. Ignazio di Loyola, Gregorio Magno e Francesco Saverio, 1625-26, National Gallery, Londra |
![]() |
| Matthias Stomer, S. Gregorio Magno, 1630-40, Museo diocesano, Cuneo |
![]() |
| Fra Juan Andrés Ricci (o Rizi) de Guevara, S. Gregorio Magno, 1645-55, Museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Vicente Carducho, S. Gregorio Magno, XVII sec., museo del Prado, Madrid |
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| Vicente Carducho, S. Gregorio Magno, XVII sec., museo del Prado, Madrid |
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| Joseph Marie Vien, S. Gregorio Magno, Musée Fabre, Montpellier |
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| SS. Gregorio Magno ed Agostino di Canterbury |
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| Cattedra di S. Gregorio Magno, Basilica di S. Gregorio al Celio, Roma |
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