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giovedì 20 giugno 2019
venerdì 9 marzo 2018
martedì 30 gennaio 2018
Feria III post Septuagesimam : Orationis D.N.J.C. in horto. Un aforisma dell'abate Ricciotti
Cfr. Martedì di Settuagesima : L'ORAZIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO NELL'ORTO DEGLI ULIVI, in blog Tradidi quod et accepi, 30.1.2018
venerdì 14 aprile 2017
"Il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli!" in un aforisma dell'abate Ricciotti
Cfr. Il testo delle preghiere da recitare il Venerdì Santo, in Radiospada, 1.4.2015
Le preghiere del Venerdì Santo per gli scismatici (opposte al bergoglismo), ivi, 30.11.2014
Prepararsi al Venerdì Santo. Colore nero, niente S. Messa, niente campane, preghiere per la conversione di idolatri, ebrei, eretici, pagani e altri, ivi, 17.4.2014
sabato 1 aprile 2017
I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo
Oggi è
sabato della IV settimana di Quaresima, che, fin dai tempi di Gelasio I, in
Roma, era destinato alle sacre Ordinazioni. Siccome però queste
importavano il gran digiuno con la Pannuchis presso la tomba di san Pietro, e di regola non si celebravano
che all’alba della domenica, così è probabile che in origine questo sabato
fosse aliturgico, come
sempre si usava quando nell’Urbe seguiva la veglia domenicale.
La messa
s’ispira ai pii sentimenti che dovevano provare in cuor loro i catecumeni man
mano che si avvicinava il giorno del santo Battesimo. Il brano
evangelico odierno tratta dell'illuminazione interiore dell'anima per mezzo
della fede e perché i Farisei non vogliono accogliere la testimonianza di Gesù
in causa propria, questi appella all'autorità del Padre che lo ha inviato (Gv.
8, 12-20). Questa disputa ebbe luogo nella sala delle offerte, detta, in greco,
γαζοφυλάκιον, gazophylacium, per indicare, forse, che la
beneficenza e la compassione verso i poveri ci mettono sulla via di trovare
Gesù. Beato davvero chi trova Gesù, giacché trova un tesoro. Onde, diceva un
Santo: «Gesù mio, chi vuole altra cosa fuori di te, non sa quel che vuole».
Nei
lezionari romani del IX sec., si aveva, va detto, oltre a quella prevista per
oggi (Is. 49, 8-15), una seconda lettura tratta da Isaia: Omnes sitientes venite ad aquas, chiamata dall’Introito e che
sollecitava i catecumeni ad accorrere alla piscina battesimale (Is. 55, 1). Per
questo, l'odierno sabato, ultimo di Quaresima prima del tempo di Passione, era detto Sitientes,
cioè Assetati.
Se, a
detta di Gesù, la casa terrestre del Padre divino non è casa di commercio, meno
ancora lo è il paradiso. La grazia non si compra, ma Dio nella sua magnificenza
la dà a tutti generosamente. Per divenire quindi santo, basta di corrispondere
generosamente alla vocazione divina manifestataci nel santo battesimo,
accorrendo lietamente, bibite
cum laetitia, alle fonti della grazia che sgorgano dall'Eucaristia.
Nell'odierna messa il divin Salvatore insiste in questo suo Invito.
Oggi,
prima dei Vespri si coprono le Croci, le icone dell’altare e le immagini dei
Santi. La consuetudine tollera, comunque, che si esponga sull’Altare il Venerdì
di Passione la statua o l’immagine della Beata Vergine Addolorata. Le immagini
delle stazioni della Via Crucis non si velano. Per cui, con la giornata di
oggi, entriamo nel periodo di Passione, cioè le ultime due settimane che
precedono la Pasqua.
Per
questo, quanto mai opportune sono le parole del nostro Abate Emanuele Caronti
O.S.B., che avevamo già ricordato nel 2015 (v. qui):
«Siamo nella settimana di Passione. Gesù è sotto il torchio, e sotto questo
torchio dovrà passare tutta l’umanità redenta, dovremo passare anche noi. Ma la
legge del dolore, dura e spietata com’è, nel cuore di Dio si muta in uno
strumento di amore infinito. L’anima non progredisce che in proporzione dei
suoi sforzi, dei suoi sacrifici, dei suoi patimenti». Sul torchio mistico, v. qui.
Pubblichiamo, quindi, volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci introduce nella I Settimana di Passione dedicato alla tradizionale e suggestiva visita ai Repositori (detti popolarmente "Sepolcri"), la sera del Giovedì santo, da parte dei c.d. crociferi (v. qui): uno dei riti della Settimana Santa a Noicattaro. Le origini di questa processione vengono fatte risalire all'inizio del '700 e denotano, comunque, un'ascendenza spagnola, che l'assimila ai riti che si svolgono nella città di Siviglia: «La processione dei crociferi, a Noicattaro, segna l’apertura delle celebrazioni per la Settimana Santa e il profondo rispetto per la tradizione fa sì che tutto sembri esattamente com’era trecento anni fa. Nella Pasqua del 1713 un nobile spagnolo, ora avvolto dall’anonimato, decise che anche nella sua nuova terra la Passione di Cristo sarebbe stata celebrata come a Siviglia: fu lui il primo ad attraversare le strade del paese con una croce in spalla e a flagellarsi con le catene davanti al Cristo in Croce. Quella che fu una scelta personale divenne presto tradizione popolare: di anno in anno il numero dei fedeli che hanno sollevato la Croce e seguito le orme del loro nobile predecessore è cresciuto e nessuno teme che in futuro la quantità di credenti forti e coraggiosi possa diminuire» (v. qui). Secondo altri, invece, l'origine sarebbe anche più risalente (v. qui).
Pubblichiamo, quindi, volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci introduce nella I Settimana di Passione dedicato alla tradizionale e suggestiva visita ai Repositori (detti popolarmente "Sepolcri"), la sera del Giovedì santo, da parte dei c.d. crociferi (v. qui): uno dei riti della Settimana Santa a Noicattaro. Le origini di questa processione vengono fatte risalire all'inizio del '700 e denotano, comunque, un'ascendenza spagnola, che l'assimila ai riti che si svolgono nella città di Siviglia: «La processione dei crociferi, a Noicattaro, segna l’apertura delle celebrazioni per la Settimana Santa e il profondo rispetto per la tradizione fa sì che tutto sembri esattamente com’era trecento anni fa. Nella Pasqua del 1713 un nobile spagnolo, ora avvolto dall’anonimato, decise che anche nella sua nuova terra la Passione di Cristo sarebbe stata celebrata come a Siviglia: fu lui il primo ad attraversare le strade del paese con una croce in spalla e a flagellarsi con le catene davanti al Cristo in Croce. Quella che fu una scelta personale divenne presto tradizione popolare: di anno in anno il numero dei fedeli che hanno sollevato la Croce e seguito le orme del loro nobile predecessore è cresciuto e nessuno teme che in futuro la quantità di credenti forti e coraggiosi possa diminuire» (v. qui). Secondo altri, invece, l'origine sarebbe anche più risalente (v. qui).
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| Autore anonimo, Torchio mistico con i Sette sacramenti con donatore (Filips van Schoonhoven?), chiesa parrocchiale, Aarschot |
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| Gerolamo Troppa, Torchio mistico, XVII sec., Monastero di S. Chiara, Montecastrilli |
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| Scuola di Quito, Torchio mistico, XVII-XVIII sec. |
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| Giovanni Gasparro, Torculus Christi. Torchio mistico con i SS. Gabriele dell'Addolorata e Gemma Galgani, 2013, collezione privata |
I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo
di Vito Abbruzzi
Venerdì
sera, 24
marzo 2017 , nella chiesa degli Agostiniani di
Noicattaro (BA), di fronte ad un uditorio numeroso ed attento, Don Nicola Bux
ha tenuto una conferenza sull’importanza teologica della plurisecolare
tradizione dei Crociferi di
Noja, commentando la frase paolina «Completo nella mia carne quello che
manca ai patimenti di Cristo» (Colossesi 1, 24) (cfr. sull'incontro, Valeria Dibenedetto, Chiesa della Lama: incontro sulla figura del Crocifero, in NoicattaroWeb, 3.4.2017).
Si tratta di
autentica tradizione – non già di folklore! – che a Noicattaro orgogliosamente
ci si tramanda, da tempo immemorabile, di padre in figlio: una tradizione che
nasce dal basso (quasi ogni famiglia ha la sua croce e i suoi crociferi) e sempre, in qualche modo, criticata ed osteggiata dall’alto, scambiando quella che è una lodevolissima pratica
di pietà popolare con una mera esibizione di forza individuale e collettiva.
No! La pia
pratica dei Crociferi di Noja non è quello che i “signori
benpensanti” (per dirla alla De Andrè) dicono essere: incuranti che il
“mal-essere” dell’uomo moderno ha tra le sue cause prime proprio la
desacralizzazione del sacro. E a denunciarlo non è un cattolico
tradizionalista, bensì un agnostico: il filosofo Umberto Galimberti, che a
questo tema ha dedicato due libri, entrambi pubblicati da Feltrinelli: Orme del sacro. Il cristianesimo e
la desacralizzazione del sacro, nel 2000; Cristianesimo.
La religione dal cielo vuoto, nel 2012 (v. qui).
Bisogna
interrogare questi tanti anonimi cirenei,
che, carichi di una pesante croce – per ore, in silenzio, a piedi scalzi, con una catena di trentatrè anelli (quanti gli anni di Cristo) legata alla caviglia destra, detta “disciplina” –
girano incappucciati le chiese del paese, sfidando le imprevedibili avverse
condizioni meteorologiche e… umane: fa sempre freddo, spesso piove, qualche
anno addirittura nevica; c’è poi il crocifero che si ferisce alla pianta dei
piedi, perché qualcuno non si è preoccupato di tener pulito
il percorso, seminandovi invisibili oggetti contundenti o taglienti lasciati
cadere lì a caso (come, ad esempio, pezzi di vetro di qualche bottiglia di
birra fatta andare in frantumi).
Una autentica Via Dolorosa, come a Gerusalemme viene chiamata la storica Via Crucis percorsa da Gesù e ripetuta dai pellegrini cattolici che si recano nella Città Santa.
Una autentica Via Dolorosa, come a Gerusalemme viene chiamata la storica Via Crucis percorsa da Gesù e ripetuta dai pellegrini cattolici che si recano nella Città Santa.
Ogni
crocifero, interrogato sulle motivazioni che lo spinge a caricarsi della croce,
in prima battuta dirà che così faceva il nonno e suo padre, e altrettanto
intende fare lui: la croce come una sorta di testimone per cementare i legami delle varie
generazioni tra di loro, confermando in questo modo la presenza attiva della
propria famiglia ad un appuntamento per essa imperdibile: la Settimana Santa, i
cui riti di devozione popolare si svolgono a partire dal Giovedì Santo sera
(subito dopo la Messa in Cœna
Domini) sino alla tarda serata del Sabato Santo (poco prima della Veglia Pasquale). Ma, andando
più a fondo, si scoprono tante verità, pregne di teologia, che il singolo
crocifero, con semplicità disarmante, racconta: verità scolpite nella propria
carne dalla croce, che, ad onta della fatica pazientemente sofferta nel
portarla, è e resta il “dulce pondus”, come detto nel canto Crux
fidelis: l’inno
gregoriano antichissimo e assai bello del Venerdì Santo.
Avendo la
fortuna di avere come alunni parecchi ragazzi di Noicattaro che sono crociferi,
ho chiesto loro, individualmente, le ragioni profonde che li spinge a fare ogni
anno questa esperienza dolorosa ed esaltante allo stesso tempo. Uno, Antonio
(diciassette anni), mi ha confidato che tre anni fa ha sentito forte il bisogno
di prendere il posto di suo zio, morto suicida, che portava sempre una delle
due croci più pesanti del paese (più di settanta chili). Pur non emulandolo,
portando la stessa croce (non potrebbe sopportarne il peso), Antonio vive la
propria esperienza di crocifero come un modo efficace per espiare anche il peccato dello zio. Durante tutto il
tragitto, man mano che la fatica aumenta sino allo sfinimento, nella mente di
Antonio si affollano i ricordi più brutti della sua vita, gli errori sin a quel
momento da lui commessi, alleggerendosi così dallo schiacciante peso dei rimorsi
grazie alla croce portata – ora su una ora sull’altra spalla, e mai poggiata
per terra – con ammirevole dignità.
La lezione
di Antonio è esattamente quella del discepolato di Cristo, che consiste appunto
nel prendere la propria croce, smettendo di pensare solo a se stessi (cfr. Luca 9, 23), che poi si traduce, nella vita
di tutti i giorni, nel portare i pesi gli uni degli altri (cfr. Galati 6, 2). E in questo i Nojani – a
prescindere dall’essere crociferi o meno – sono di esempio. Come Stefania
(diciassette anni), anch’ella mia alunna, la quale si è molto legata ad una sua
compagna di classe di Conversano: Arianna, molto provata dalla malattia della
sorella, che giovanissima sta lottando con un tumore. Il conforto che Stefania
sta dando ad Arianna è encomiabile: dorme addirittura a casa dell’amica, quando
la sorella di questa, con i suoi genitori, è a Milano per le cure
chemioterapiche. E così non la lascia e non la fa sentire sola. Stefania è
diventata per Arianna una seconda sorella. Per non dire poi di un mio ex
alunno, sempre di Noicattaro, che tutti i pomeriggi andava a recitare il
Rosario da suo zio, gravemente ammalato di SLA, dedicandogli due ore del suo
tempo. Anche questo è portare la croce! E col sorriso! Infatti, non conosco una
popolazione più gioviale di quella nojana: la simpatia suscitata anche dall’incomprensibile eppure fortemente
espressivo vernacolo fa dei Nojani
doc persone facete e argute.
Come Giuseppe, mio ex alunno diplomatosi lo scorso anno, non a caso crocifero:
una miniera inesauribile di risate. Ancora adesso lo ringrazio per avermi fatto
ridere di gusto. E proprio per questo mi manca.
Un’altra
lezione, ricevuta sempre da Antonio, è che, come Gesù non si scelse la croce da
portare, altresì il crocifero: accetta in silenzio quella che al momento il
responsabile delle croci gli porge, sempre proporzionata al suo fisico: chi
vuol strafare, pretendendo una croce che non gli si confà, prima o poi viene
meno, non senza l’altrui dileggio, ben conoscendo, da bravi contadini qual sono
i Nojani, che «nessuno che ha
messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Luca 9, 62).
Un altro
alunno, Michele (sedici anni), anch’egli crocifero per tradizione familiare, mi
ha fatto comprendere – meglio di tanti teologi – il valore salvifico della
Croce di Cristo. Alla mia domanda: «Ma Gesù avrebbe potuto salvarci con una
modalità diversa da quella della Croce?», egli candidamente mi ha risposto:
«No. La Croce è l’unica via possibile di redenzione per l’uomo». E ha ragione!
Come dargli torto? I sindonologi insegnano che strumento più perfetto per
mettere a morte un uomo mediante una lunghissima e dolorosissima agonia è stata
ed è proprio la croce: strumento di infamia e di maledizione ben collaudato dai
Romani nei confronti dei peggiori criminali – o presunti tali – non cittadini
di Roma (come, ad esempio, gli schiavi). E invero «Cristo ci ha riscattati
dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come
sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Galati 3, 13). Ma il legno della Croce da
maledizione è divenuto per noi strumento di benedizione: «albero beato, ai cui
bracci fu appeso il prezzo del riscatto del mondo» (inno Vexilla Regis). «Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza» (Ebrei 2, 10).
I Crociferi di Noja, dunque,
quali veri teologi della Croce di Cristo. Una teologia, la loro, per niente
accademica, testimoniata molto efficacemente nella personale ed intima
assimilazione al Cristo crocifisso, facendo proprie le parole di San Paolo:
«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in
me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha
amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2, 20).
Alla domanda
di Gesù «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18, 8), io non ho dubbi a rispondere
che a Noicattaro certamente Egli, nostro signore e salvatore, la troverà, e la
troverà in abbondanza… sino alla noja.
venerdì 1 luglio 2016
Le Osservazioni sull’Amoris laetitia di don Alfredo Morselli
Torniamo sul tema dell’esortazione Amoris laetitia:
un documento che pone seri problemi, presentando delle criticità sia laddove
preso nel suo complesso sia nelle sue singole parti.
Tra l’altro curiosamente sinora ci si è soffermati
quasi esclusivamente, nei commenti, sul cap. VIII dell’esortazione – quello afferente
l’accesso alla Comunione dei c.d. divorziati risposati – ma esso è seriamente problematico
anche altrove.
A titolo esemplificativo valga questa “pillola”,
tratta dal § 149 di AL:
«Alcune correnti spirituali insistono
sull’eliminare il desiderio per liberarsi dal dolore. Ma noi crediamo che Dio
ama la gioia dell’essere umano, che Egli ha creato tutto “perché possiamo
goderne” (1 Tm 6,17). Lasciamo sgorgare la gioia di fronte alla sua tenerezza
quando ci propone: “Figlio, trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice”
(Sir 14,11.14). Anche una coppia di coniugi risponde alla volontà di Dio seguendo
questo invito biblico: “Nel giorno lieto sta’ allegro” (Qo 7,14). La questione
è avere la libertà per accettare che il piacere trovi altre forme di
espressione nei diversi momenti della vita, secondo le necessità del reciproco
amore. In tal senso, si può accogliere la proposta di alcuni maestri orientali
che insistono sull’allargare la coscienza, per non rimanere prigionieri in
un’esperienza molto limitata che ci chiuderebbe le prospettive. Tale ampliamento
della coscienza non è la negazione o la distruzione del desiderio, bensì la sua
dilatazione e il suo perfezionamento».
Il paragrafo è inserito nella parte relativa all’«Amore
appassionato» e segnatamente nella sezione «Dio ama la gioia dei suoi
figli», immediatamente prima di quella concernente «La dimensione
erotica dell’amore». Dunque, il tema considerato dal § 149 attiene
propriamente alla dimensione di piacere del rapporto di coniugale.
Tuttavia, nel discorso si vede emergere una categoria
insolita per la teologia cattolica, vale a dire quella dell’«allargamento
della coscienza»; una categoria poco comprensibile nell’ottica del
Cristianesimo, ma che trova la sua collocazione perfetta all’interno delle
filosofie indù ed in quelle di stampo New Age (salvo il supporre
malignamente che qui si sia voluto far riferimento al pensiero di Jung o a
personaggi come Jim Morrison dei Doors, che era notoriamente “maestro”
nella pratica dell’«allargamento della coscienza»). Sta di fatto che nel
menzionato paragrafo si accolgono di fatto queste pratiche, legate al tantra
o al kama-sutra o al taoismo, il cui fondamento ultimo non è nella fede
cristiana bensì nella Gnosi e nella tradizione esoterica orientale. L’aspetto
drammatico, e per certi versi paradossale, è che vengano suggerite da un lato –
alle coppie cristiane – tali pratiche per uscire quasi dalla “noia della
quotidianità” o, come si legge nel testo, per “non rimanere prigionieri in un’esperienza
limitata” («… si può accogliere la proposta di alcuni maestri orientali che
insistono sull’allargare la coscienza, per non rimanere prigionieri in
un’esperienza molto limitata che ci chiuderebbe le prospettive …») e, dall’altro,
tali pratiche volte all’ampiamento della coscienza sarebbero quasi
perfezionamento e coronamento dello stesso piacere di coppia («tale
ampliamento della coscienza non è la negazione o la distruzione del desiderio,
bensì la sua dilatazione e il suo perfezionamento»).
Affermazioni che, prese nel loro significato, destano
non pochi interrogativi circa la loro compatibilità con il depositum fidei.
Accogliamo volentieri perciò le osservazioni di don
Morselli, il quale esorta al ritiro del documento.
Nella festa del Preziosissimo Sangue di N. S. G. Cristo
e nell’Ottava della Natività del Battista rilanciamo volentieri questo
contributo.
![]() |
| Anonimo fiammingo, Fons vitae, 1515-17, Museu da Misericórdia do Porto, Porto |
| Jean Bellegambe, Trittico del Bagno mistico, XV sec., Palais des Beaux-Arts de Lille, Lille |
![]() |
| Cristo eucaristico nella coppa di salvezza |
Le Osservazioni sull’Amoris laetitia di
don Alfredo Morselli
di Emmanuele Barbieri
Mentre si moltiplicano le dichiarazioni sconcertanti di papa Francesco, si
vanno moltiplicando le analisi critiche dei suoi principali documenti. Tra gli
studi più seri e interessanti, va segnalato quello di don Alfredo M. Morselli,
un dotto e pio sacerdote bolognese che sarebbe improprio catalogare come
“tradizionalista”.
Il 29 settembre 2015 don Morselli firmò con l’abbé Claude Barth e mons.
Antonio Livi, una serrata critica dell’Instrumentum Laboris predisposto
per la XIV Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351141).
Successivamente è intervenuto con delle accurate Osservazioni su alcuni punti controversi dell’Esortazione apostolica Amoris
laetitia, apparse nel mese di maggio sul blogMessainlatino (http://blog.messainlatino.it/2016/05/osservazioni-su-alcuni-punti_43.html).
Dopo un’ampia introduzione, in cui espone l’attuale stato di dubbio e
di disorientamento dei fedeli, don Morselli ribadisce una serie di verità
irrinunciabili, proposte a credere in modo definitivo dal Magistero della
Chiesa.
La prima e la più importante è che esistono atti intrinsecamente cattivi
che nessuna circostanza e nessuna situazione possono rendere buoni, e che
quindi, se compiuti con piena avvertenza e deliberato consenso, sono sempre
peccato grave. Su questo assioma si fonda l’oggettività della legge naturale e
morale.
Papa Francesco afferma, al § 304 di Amoris laetitia, che
«è vero che le norme generali presentano un bene che non si deve
mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono
abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari». Alla
luce dei testi tomistici citati dallo stesso Pontefice, don Morselli dimostra
che, se è vero che dai princípi della morale non si possono dedurre a priori tutte
le valutazioni di ogni minima situazione particolari, è pur vero che gli stessi
princípi consentono di valutare in ogni caso come intrinsecamente cattive
determinate azioni, quali l’adulterio e la fornicazione: chi compie questi atti
con piena avvertenza e deliberato consenso pecca mortalmente.
Nel § 301 di Amoris Laetitia si afferma che «un soggetto… si può trovare in
condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere
altre decisioni senza una nuova colpa». Don Morselli ribatte che «un soggetto… non potrà mai trovarsi in condizioni concrete che lo obblighino a prendere decisioni
senza una nuova colpa; la via di uscita c’è: è una via
divina però, non una soluzione umana che, ammettendo ai sacramenti dei vivi chi
è in stato di peccato, distrugge contemporaneamente la dottrina cattolica del
matrimonio, dell’Eucarestia, della confessione e i fondamenti della morale
naturale e cristiana». L’uomo, infatti, non può essere né tentato
sopra le proprie forze, né essere lasciato in una situazione dove non abbia
altra scelta che peccare.
Don Morselli affronta quindi la questione centrale: un cattolico che
sceglie di convivere more uxorio, senza che tale convivenza sia stata benedetta
dal sacramento del matrimonio, può ricevere validamente l’assoluzione
sacramentale? La risposta è negativa, per fede divina e cattolica. La Chiesa ha
sempre proposto a credere che non si può ricevere l’Eucarestia in stato di
peccato mortale; di conseguenza, chi convive con una persona che non sia il
proprio legittimo coniuge, vivendo in stato di peccato mortale, non può accostarsi
all’Eucarestia. Infatti come dice il Catechismo della Chiesa
cattolica (§ 1650): «Se i divorziati si sono
risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente
contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione
eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione».
Difficilmente accettabile è anche l’affermazione contenuta nel § 301 di Amoris laetitia, secondo cui «…non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in
qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale,
privi della grazia santificante». Le persone
che vivono nelle situazioni difficili o irregolari – a meno che non si
astengano dagli atti propri del matrimonio – sono sempre in stato di peccato.
Di conseguenza, l’unica condizione per cui diventa accettabile l’affermazione
di Amoris laetitia presa in esame è: le persone in
situazione difficile o irregolare possono restare in stato di grazia se vivono
come fratello e sorella.
«Posto dunque che 1) la fornicazione e l’adulterio sono sempre
peccati mortali, 2) che le circostanze non ne possono attenuare la malizia, 3)
che non manca mai l’aiuto di Dio per non peccare, 4) che non esiste una
situazione in cui non ci sia altra possibilità che peccare, 5) che non si ammette
ignoranza in materia (o, se ci fosse, va immediatamente rimossa), possiamo
concludere – scrive don Morselli – che le persone che vivono nelle situazioni difficili o irregolari
– a meno che non si astengano dagli atti propri del matrimonio – sono sempre in
stato di peccato».
L’unica condizione per cui diventa accettabile l’affermazione di Amoris laetitia presa in esame è che le persone in
situazione difficile o irregolare possono restare in stato di grazia se vivono
come fratello e sorella, ma non sembra questo il senso del documento.
Sul piano pastorale, non è possibile assolvere chi non ha il vero e fermo
proposito di emendarsi, né è lecito ammettere alla recezione della SS.ma
Eucarestia chiunque si trovi in stato di peccato mortale. Il desiderio della
grazia sacramentale, l’impossibilità di interrompere la convivenza a motivo dei
figli o di altri gravi fattori, l’affetto consolidatosi nel tempo, la fedeltà
reciproca dei conviventi, il matrimonio civile già celebrato, l’impossibilità
di ricevere la dichiarazione di nullità del precedente matrimonio rato e
consumato, la convinzione soggettiva che il precedente matrimonio sacramentale
fosse invalido, conclude l’autore dello studio, «non sono circostanze che
rendano legittima e valida l’assoluzione sacramentale».
Di conseguenza, il sacerdote che negasse l’assoluzione sacramentale ai
conviventi more uxorio, nonostante l’insistenza del
penitente, e il dolore di quest’ultimo per l’assoluzione negata, non può in
alcun modo esser considerato come un “duro di cuore” e, perciò, rimproverato
per la sua mancanza di misericordia e, magari, punito dal suo Ordinario. Al
contrario, il sacerdote che, commosso per la sofferenza del penitente, o per
altri motivi, concedesse l’assoluzione, compie un atto sacrilego, e perciò è
meritevole di rimprovero e, di provvedimenti correttivi, da parte del suo
Vescovo.
Le affermazioni di don Morselli sono ampiamente argomentate e si fondano
sui testi di san Tommaso d’Aquino, sulla enciclica Veritatis Splendor e altri documenti di Giovanni
Paolo II, sui Catechismi della Chiesa cattolica e sui più sicuri
moralisti. La sua analisi costituisce un’eccellente antidoto alla “morale della
situazione” condannata da Pio XII e Giovanni Paolo II e oggi riemergente,
dietro la maschera della “misericordia divina”.
«La morale oggettiva, che dichiara la realtà del peccato, non occultandolo
nella situazione e nelle circostanze, ne rende possibile l’accusa e quindi ne
rende possibile il perdono», osserva don Morselli, è la vera «mano tesa della misericordia divina». L’etica della situazione «è invece la negazione della misericordia, perché, con falsa
compassione, lascia l’uomo nel pantano del suo peccato; la nuova morale non ha
niente da farsi perdonare; anzi, nasconde a Dio proprio ciò che Dio vuole
perdonare».
Le Osservazioni su alcuni punti controversi dell’Esortazione
apostolica Amoris Laetitia del sacerdote bolognese costituiscono un
atto coraggioso e coerente che sembra suonare come una risposta all’appello del
filosofo tedesco Robert Spaemann: «Ogni singolo cardinale, ma anche
ogni vescovo e sacerdote è chiamato a difendere nel proprio ambito di
competenza l’ordinamento sacramentale cattolico e a professarlo pubblicamente».
domenica 29 maggio 2016
sabato 30 aprile 2016
mercoledì 1 luglio 2015
Non archeologisti, ma figli della Chiesa - Editoriale di luglio di "Radicati nella fede"
Nella festa del Preziosissimo Sangue di N. S. Gesù Cristo (che san
Pio X fissò quest’oggi, portandola in questa data dalla prima domenica del mese
di luglio come aveva stabilito il beato Pio IX) e nell’Ottava della Natività di
san Giovanni Battista, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede, rilanciato da Chiesa e post concilio.
NON ARCHEOLOGISTI, MA FIGLI DELLA
CHIESA.
Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 7 - Luglio 2015
È per amore alla Chiesa che
restiamo nella Tradizione.
È per amore alla Chiesa che ci
ostiniamo, contro tutto e tutti, a celebrare solo la messa in rito
tradizionale. È per amore alla Chiesa che resistiamo alla Chiesa stessa quando
questa ci chiede di celebrare e di assistere anche al nuovo rito della messa.
E non è assolutamente per
archeologismo, non è per un amore al passato in quanto passato.
Invece l’ultima riforma
liturgica, che ha stravolto da cinquant’anni la vita della Chiesa, nasce da un
non amore alla Chiesa e alla sua storia, nasce da un vizio di archeologismo.
Infatti con l’ultima riforma
liturgica, con la messa nuova per intenderci, si è di fatto voluto cancellare
con un colpo di spugna tutta la storia bimillenaria della Chiesa cattolica, volendo
tornare ad una mitica epoca d’oro, ad un mitico tempo d’oro d’inizio della
Chiesa, inventando una liturgia super semplificata che falsamente si vuol far
risalire agli Apostoli e quindi a Nostro Signore. Se si chiede alla gente
semplice, questa vi dice proprio così, cioè che la liturgia moderna, nella sua
scarna semplicità, corrisponde di più alla semplicità del Vangelo. In fondo
molti, anche tra i preti, la pensano così. E pensano che gli amanti della
Tradizione siano dei soggetti deboli, che hanno bisogno ancora di inutili
orpelli per vivere la fede.
In fondo, anche la svolta del
biritualismo post Summorum Pontificum è figlio di questa
errata posizione: concedere le cose vecchie a quei fedeli che ne hanno ancora
bisogno, ma sostenendo in modo inequivocabile la nuova liturgia, che è nata per
sbarazzarsi della tradizione liturgica della Chiesa stessa.
Invece il problema è serissimo e
chiede un giudizio serio, rigoroso. La riforma liturgica seguita al Vaticano II
è malata, perché nasce da un giudizio negativo su tutto ciò che la Chiesa ha prodotto,
dall’epoca Costantiniana in poi, in campo liturgico. Nasce da una disistima per
tutto ciò che la Chiesa, nel corso dei secoli, ha aggiunto nella sua liturgia,
per aiutare la fede e la preghiera. Non è qui il momento di fare un trattato di
liturgia, ma con semplicità possiamo fare un esempio tra tutti, quello del caso
dell’offertorio. La nuova messa ha completamente tolto l’antico offertorio, con
la scusa che questo fu aggiunto solo nel medioevo, e lo ha sostituito con una
preghiera ebraica di benedizione dei doni della terra. Il ragionamento fatto
per sostenere questa operazione è tipico: essendo un’aggiunta medievale, la
preghiera dell’offertorio della messa tradizionale non appartiene alla vera
messa, è un’inutile anticipazione ripetitiva della consacrazione, va eliminata.
Invece le cose stanno
diversamente: le parole pronunciate nell’offertorio dal sacerdote erano state
aggiunte nel medioevo per esplicitare con più chiarezza l’intenzione della
Chiesa nel celebrare il Santo Sacrifico del Signore, onde evitare che il
celebrante e i fedeli si allontanassero dalla vera natura della messa. In
sostanza, l’offertorio tradizionale è sì un’aggiunta medievale, ma un’aggiunta
che approfondisce, rendendola più chiara, la messa di sempre; un’aggiunta che
aiuta ad essere fedeli all’unica messa di sempre, quella di Cristo e degli
Apostoli.
Eh sì, il problema è tutto qui:
la nuova liturgia moderna nasce da un rifiuto di tutte le “aggiunte” che la
Chiesa ha fatto, nel corso della sua storia, ai riti.
È chiaro che questo rifiuto del “lavoro”
della Chiesa è pericolosissimo, perché fa nascere nella mente e nel cuore un giudizio
sulla Chiesa in se stessa, che quando è all’opera tradirebbe Cristo stesso. È
questa l’anima di tutte le eresie: Cristo sì, Chiesa no. Separare Cristo dalla
Chiesa è l’opera di ogni eretico, e ha come esito perdere Cristo stesso.
Per noi invece è importante tutto
ciò che la Chiesa ha operato per trasmettere la fede, per far pregare con più
chiarezza e purezza i suoi figli, per trasmettere con più limpidità la grazia
che salva.
La Chiesa ha sempre aggiunto per
rendere più pura la preghiera, per renderla mai ambigua, per precisarne sempre
più la retta intenzione. E quando ha tolto, ha tolto le aggiunte non pure, le
incrostazioni culturali che erano figlie degli uomini e non della Rivelazione.
Ha tolto ciò che poteva prestare il fianco all’eresia, ma non ha mai tolto ciò
che chiariva maggiormente la preghiera cristiana.
Per questo noi tradizionali ci
sentiamo più figli della Chiesa.
Lo sono infinitamente di meno
tutti quelli che stanno continuamente ammodernando la sua liturgia con
disprezzo per la sua storia. Chi non ama la storia della Chiesa, chi non le
riconosce il suo valore, non ama la Chiesa stessa.
Siamo più figli della Chiesa noi,
anche quando dobbiamo resistere a tutte quelle nuove leggi che vorrebbero
imporci; leggi nuove scritte da coloro che, saltando duemila anni, vogliono
risalire a un Gesù che, non portatoci dalla Chiesa e dalla sua storia, è frutto
di ideologia e non di verità. Senza la Chiesa non hai il vero Gesù, hai l’idea
che di Gesù si fa l’ideologia dominante. Ma hai la Chiesa, quando hai tutta la
sua storia, e non solo un riferimento all’istituzione ecclesiastica del
presente disancorata dal suo passato.
Saltano duemila anni e vogliono
legare la Chiesa di oggi a un mitico inizio della Chiesa stessa; e per farlo
devono dire che oggi lo Spirito ha soffiato e ha liberato i Cattolici dal loro
ingombrante passato.
È per amore alla Chiesa, mistico
Corpo del Signore, che non possiamo, che non dobbiamo obbedire a questi signori
dell’innovazione arcaicizzante. Non dobbiamo obbedire loro, ma alla Chiesa, che
con continuità ha lavorato, ha fatto la sua fatica di duemila anni, perché ogni
anima incontri la Salvezza di Cristo.
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