Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 14 aprile 2017

"Il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli!" in un aforisma dell'abate Ricciotti


Cfr. Il testo delle preghiere da recitare il Venerdì Santo, in Radiospada, 1.4.2015

Le preghiere del Venerdì Santo per gli scismatici (opposte al bergoglismo), ivi, 30.11.2014

Prepararsi al Venerdì Santo. Colore nero, niente S. Messa, niente campane, preghiere per la conversione di idolatri, ebrei, eretici, pagani e altri, ivi, 17.4.2014

sabato 1 aprile 2017

I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo

Oggi è sabato della IV settimana di Quaresima, che, fin dai tempi di Gelasio I, in Roma, era destinato alle sacre Ordinazioni. Siccome però queste importavano il gran digiuno con la Pannuchis presso la tomba di san Pietro, e di regola non si celebravano che all’alba della domenica, così è probabile che in origine questo sabato fosse aliturgico, come sempre si usava quando nell’Urbe seguiva la veglia domenicale.
La messa s’ispira ai pii sentimenti che dovevano provare in cuor loro i catecumeni man mano che si avvicinava il giorno del santo Battesimo. Il brano evangelico odierno tratta dell'illuminazione interiore dell'anima per mezzo della fede e perché i Farisei non vogliono accogliere la testimonianza di Gesù in causa propria, questi appella all'autorità del Padre che lo ha inviato (Gv. 8, 12-20). Questa disputa ebbe luogo nella sala delle offerte, detta, in greco, γαζοφυλάκιον, gazophylacium, per indicare, forse, che la beneficenza e la compassione verso i poveri ci mettono sulla via di trovare Gesù. Beato davvero chi trova Gesù, giacché trova un tesoro. Onde, diceva un Santo: «Gesù mio, chi vuole altra cosa fuori di te, non sa quel che vuole».
Nei lezionari romani del IX sec., si aveva, va detto, oltre a quella prevista per oggi (Is. 49, 8-15), una seconda lettura tratta da Isaia: Omnes sitientes venite ad aquas, chiamata dall’Introito e che sollecitava i catecumeni ad accorrere alla piscina battesimale (Is. 55, 1). Per questo, l'odierno sabato, ultimo di Quaresima prima del tempo di Passione, era detto Sitientes, cioè Assetati.
Se, a detta di Gesù, la casa terrestre del Padre divino non è casa di commercio, meno ancora lo è il paradiso. La grazia non si compra, ma Dio nella sua magnificenza la dà a tutti generosamente. Per divenire quindi santo, basta di corrispondere generosamente alla vocazione divina manifestataci nel santo battesimo, accorrendo lietamente, bibite cum laetitia, alle fonti della grazia che sgorgano dall'Eucaristia. Nell'odierna messa il divin Salvatore insiste in questo suo Invito.
Oggi, prima dei Vespri si coprono le Croci, le icone dell’altare e le immagini dei Santi. La consuetudine tollera, comunque, che si esponga sull’Altare il Venerdì di Passione la statua o l’immagine della Beata Vergine Addolorata. Le immagini delle stazioni della Via Crucis non si velano. Per cui, con la giornata di oggi, entriamo nel periodo di Passione, cioè le ultime due settimane che precedono la Pasqua.
Per questo, quanto mai opportune sono le parole del nostro Abate Emanuele Caronti O.S.B., che avevamo già ricordato nel 2015 (v. qui): «Siamo nella settimana di Passione. Gesù è sotto il torchio, e sotto questo torchio dovrà passare tutta l’umanità redenta, dovremo passare anche noi. Ma la legge del dolore, dura e spietata com’è, nel cuore di Dio si muta in uno strumento di amore infinito. L’anima non progredisce che in proporzione dei suoi sforzi, dei suoi sacrifici, dei suoi patimenti». Sul torchio mistico, v. qui.
Pubblichiamo, quindi, volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci introduce nella I Settimana di Passione dedicato alla tradizionale e suggestiva visita ai Repositori (detti popolarmente "Sepolcri"), la sera del Giovedì santo, da parte dei c.d. crociferi (v. qui): uno dei riti della Settimana Santa a Noicattaro. Le origini di questa processione vengono fatte risalire all'inizio del '700 e denotano, comunque, un'ascendenza spagnola, che l'assimila ai riti che si svolgono nella città di Siviglia: «La processione dei crociferi, a Noicattaro, segna l’apertura delle celebrazioni per la Settimana Santa e il profondo rispetto per la tradizione fa sì che tutto sembri esattamente com’era trecento anni fa. Nella Pasqua del 1713 un nobile spagnolo, ora avvolto dall’anonimato, decise che anche nella sua nuova terra la Passione di Cristo sarebbe stata celebrata come a Siviglia: fu lui il primo ad attraversare le strade del paese con una croce in spalla e a flagellarsi con le catene davanti al Cristo in Croce. Quella che fu una scelta personale divenne presto tradizione popolare: di anno in anno il numero dei fedeli che hanno sollevato la Croce e seguito le orme del loro nobile predecessore è cresciuto e nessuno teme che in futuro la quantità di credenti forti e coraggiosi possa diminuire» (v. qui). Secondo altri, invece, l'origine sarebbe anche più risalente (v. qui).




Autore anonimo, Torchio mistico con i Sette sacramenti con donatore (Filips van Schoonhoven?), chiesa parrocchiale,  Aarschot

Gerolamo Troppa, Torchio mistico, XVII sec., Monastero di S. Chiara, Montecastrilli

Scuola di Quito, Torchio mistico, XVII-XVIII sec.

Giovanni Gasparro, Torculus Christi. Torchio mistico con i SS. Gabriele dell'Addolorata e Gemma Galgani, 2013, collezione privata

I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo

di Vito Abbruzzi

Venerdì sera, 24 marzo 2017, nella chiesa degli Agostiniani di Noicattaro (BA), di fronte ad un uditorio numeroso ed attento, Don Nicola Bux ha tenuto una conferenza sull’importanza teologica della plurisecolare tradizione dei Crociferi di Noja, commentando la frase paolina «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (Colossesi 1, 24) (cfr. sull'incontro, Valeria Dibenedetto, Chiesa della Lama: incontro sulla figura del Crocifero, in NoicattaroWeb, 3.4.2017).
Si tratta di autentica tradizione – non già di folklore! – che a Noicattaro orgogliosamente ci si tramanda, da tempo immemorabile, di padre in figlio: una tradizione che nasce dal basso (quasi ogni famiglia ha la sua croce e i suoi crociferi) e sempre, in qualche modo, criticata ed osteggiata dall’alto, scambiando quella che è una lodevolissima pratica di pietà popolare con una mera esibizione di forza individuale e collettiva.
No! La pia pratica dei Crociferi di Noja non è quello che i “signori benpensanti” (per dirla alla De Andrè) dicono essere: incuranti che il “mal-essere” dell’uomo moderno ha tra le sue cause prime proprio la desacralizzazione del sacro. E a denunciarlo non è un cattolico tradizionalista, bensì un agnostico: il filosofo Umberto Galimberti, che a questo tema ha dedicato due libri, entrambi pubblicati da Feltrinelli: Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, nel 2000; Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, nel 2012 (v. qui).
Bisogna interrogare questi tanti anonimi cirenei, che, carichi di una pesante croce – per ore, in silenzio, a piedi scalzi, con una catena di trentatrè anelli (quanti gli anni di Cristo) legata alla caviglia destra, detta “disciplina” – girano incappucciati le chiese del paese, sfidando le imprevedibili avverse condizioni meteorologiche e… umane: fa sempre freddo, spesso piove, qualche anno addirittura nevica; c’è poi il crocifero che si ferisce alla pianta dei piedi, perché qualcuno non si è preoccupato di tener pulito il percorso, seminandovi invisibili oggetti contundenti o taglienti lasciati cadere lì a caso (come, ad esempio, pezzi di vetro di qualche bottiglia di birra fatta andare in frantumi).
Una autentica Via Dolorosa, come a Gerusalemme viene chiamata la storica Via Crucis percorsa da Gesù e ripetuta dai pellegrini cattolici che si recano nella Città Santa.
Ogni crocifero, interrogato sulle motivazioni che lo spinge a caricarsi della croce, in prima battuta dirà che così faceva il nonno e suo padre, e altrettanto intende fare lui: la croce come una sorta di testimone per cementare i legami delle varie generazioni tra di loro, confermando in questo modo la presenza attiva della propria famiglia ad un appuntamento per essa imperdibile: la Settimana Santa, i cui riti di devozione popolare si svolgono a partire dal Giovedì Santo sera (subito dopo la Messa in Cœna Domini) sino alla tarda serata del Sabato Santo (poco prima della Veglia Pasquale). Ma, andando più a fondo, si scoprono tante verità, pregne di teologia, che il singolo crocifero, con semplicità disarmante, racconta: verità scolpite nella propria carne dalla croce, che, ad onta della fatica pazientemente sofferta nel portarla, è e resta il “dulce pondus”, come detto nel canto Crux fidelis: l’inno gregoriano antichissimo e assai bello del Venerdì Santo.
Avendo la fortuna di avere come alunni parecchi ragazzi di Noicattaro che sono crociferi, ho chiesto loro, individualmente, le ragioni profonde che li spinge a fare ogni anno questa esperienza dolorosa ed esaltante allo stesso tempo. Uno, Antonio (diciassette anni), mi ha confidato che tre anni fa ha sentito forte il bisogno di prendere il posto di suo zio, morto suicida, che portava sempre una delle due croci più pesanti del paese (più di settanta chili). Pur non emulandolo, portando la stessa croce (non potrebbe sopportarne il peso), Antonio vive la propria esperienza di crocifero come un modo efficace per espiare anche il peccato dello zio. Durante tutto il tragitto, man mano che la fatica aumenta sino allo sfinimento, nella mente di Antonio si affollano i ricordi più brutti della sua vita, gli errori sin a quel momento da lui commessi, alleggerendosi così dallo schiacciante peso dei rimorsi grazie alla croce portata – ora su una ora sull’altra spalla, e mai poggiata per terra – con ammirevole dignità.
La lezione di Antonio è esattamente quella del discepolato di Cristo, che consiste appunto nel prendere la propria croce, smettendo di pensare solo a se stessi (cfr. Luca 9, 23), che poi si traduce, nella vita di tutti i giorni, nel portare i pesi gli uni degli altri (cfr. Galati 6, 2). E in questo i Nojani – a prescindere dall’essere crociferi o meno – sono di esempio. Come Stefania (diciassette anni), anch’ella mia alunna, la quale si è molto legata ad una sua compagna di classe di Conversano: Arianna, molto provata dalla malattia della sorella, che giovanissima sta lottando con un tumore. Il conforto che Stefania sta dando ad Arianna è encomiabile: dorme addirittura a casa dell’amica, quando la sorella di questa, con i suoi genitori, è a Milano per le cure chemioterapiche. E così non la lascia e non la fa sentire sola. Stefania è diventata per Arianna una seconda sorella. Per non dire poi di un mio ex alunno, sempre di Noicattaro, che tutti i pomeriggi andava a recitare il Rosario da suo zio, gravemente ammalato di SLA, dedicandogli due ore del suo tempo. Anche questo è portare la croce! E col sorriso! Infatti, non conosco una popolazione più gioviale di quella nojana: la simpatia suscitata anche dall’incomprensibile eppure fortemente espressivo vernacolo fa dei Nojani doc persone facete e argute. Come Giuseppe, mio ex alunno diplomatosi lo scorso anno, non a caso crocifero: una miniera inesauribile di risate. Ancora adesso lo ringrazio per avermi fatto ridere di gusto. E proprio per questo mi manca.
Un’altra lezione, ricevuta sempre da Antonio, è che, come Gesù non si scelse la croce da portare, altresì il crocifero: accetta in silenzio quella che al momento il responsabile delle croci gli porge, sempre proporzionata al suo fisico: chi vuol strafare, pretendendo una croce che non gli si confà, prima o poi viene meno, non senza l’altrui dileggio, ben conoscendo, da bravi contadini qual sono i Nojani, che «nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Luca 9, 62).
Un altro alunno, Michele (sedici anni), anch’egli crocifero per tradizione familiare, mi ha fatto comprendere – meglio di tanti teologi – il valore salvifico della Croce di Cristo. Alla mia domanda: «Ma Gesù avrebbe potuto salvarci con una modalità diversa da quella della Croce?», egli candidamente mi ha risposto: «No. La Croce è l’unica via possibile di redenzione per l’uomo». E ha ragione! Come dargli torto? I sindonologi insegnano che strumento più perfetto per mettere a morte un uomo mediante una lunghissima e dolorosissima agonia è stata ed è proprio la croce: strumento di infamia e di maledizione ben collaudato dai Romani nei confronti dei peggiori criminali – o presunti tali – non cittadini di Roma (come, ad esempio, gli schiavi). E invero «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Galati 3, 13). Ma il legno della Croce da maledizione è divenuto per noi strumento di benedizione: «albero beato, ai cui bracci fu appeso il prezzo del riscatto del mondo» (inno Vexilla Regis). «Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza» (Ebrei 2, 10).
I Crociferi di Noja, dunque, quali veri teologi della Croce di Cristo. Una teologia, la loro, per niente accademica, testimoniata molto efficacemente nella personale ed intima assimilazione al Cristo crocifisso, facendo proprie le parole di San Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2, 20).
Alla domanda di Gesù «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18, 8), io non ho dubbi a rispondere che a Noicattaro certamente Egli, nostro signore e salvatore, la troverà, e la troverà in abbondanza… sino alla noja.






venerdì 1 luglio 2016

Le Osservazioni sull’Amoris laetitia di don Alfredo Morselli

Torniamo sul tema dell’esortazione Amoris laetitia: un documento che pone seri problemi, presentando delle criticità sia laddove preso nel suo complesso sia nelle sue singole parti.
Tra l’altro curiosamente sinora ci si è soffermati quasi esclusivamente, nei commenti, sul cap. VIII dell’esortazione – quello afferente l’accesso alla Comunione dei c.d. divorziati  risposati – ma esso è seriamente problematico anche altrove.
A titolo esemplificativo valga questa “pillola”, tratta dal § 149 di AL:
«Alcune correnti spirituali insistono sull’eliminare il desiderio per liberarsi dal dolore. Ma noi crediamo che Dio ama la gioia dell’essere umano, che Egli ha creato tutto “perché possiamo goderne” (1 Tm 6,17). Lasciamo sgorgare la gioia di fronte alla sua tenerezza quando ci propone: “Figlio, trattati bene […]. Non privarti di un giorno felice” (Sir 14,11.14). Anche una coppia di coniugi risponde alla volontà di Dio seguendo questo invito biblico: “Nel giorno lieto sta’ allegro” (Qo 7,14). La questione è avere la libertà per accettare che il piacere trovi altre forme di espressione nei diversi momenti della vita, secondo le necessità del reciproco amore. In tal senso, si può accogliere la proposta di alcuni maestri orientali che insistono sull’allargare la coscienza, per non rimanere prigionieri in un’esperienza molto limitata che ci chiuderebbe le prospettive. Tale ampliamento della coscienza non è la negazione o la distruzione del desiderio, bensì la sua dilatazione e il suo perfezionamento».
Il paragrafo è inserito nella parte relativa all’«Amore appassionato» e segnatamente nella sezione «Dio ama la gioia dei suoi figli», immediatamente prima di quella concernente «La dimensione erotica dell’amore». Dunque, il tema considerato dal § 149 attiene propriamente alla dimensione di piacere del rapporto di coniugale.
Tuttavia, nel discorso si vede emergere una categoria insolita per la teologia cattolica, vale a dire quella dell’«allargamento della coscienza»; una categoria poco comprensibile nell’ottica del Cristianesimo, ma che trova la sua collocazione perfetta all’interno delle filosofie indù ed in quelle di stampo New Age (salvo il supporre malignamente che qui si sia voluto far riferimento al pensiero di Jung o a personaggi come Jim Morrison dei Doors, che era notoriamente “maestro” nella pratica dell’«allargamento della coscienza»). Sta di fatto che nel menzionato paragrafo si accolgono di fatto queste pratiche, legate al tantra o al kama-sutra o al taoismo, il cui fondamento ultimo non è nella fede cristiana bensì nella Gnosi e nella tradizione esoterica orientale. L’aspetto drammatico, e per certi versi paradossale, è che vengano suggerite da un lato – alle coppie cristiane – tali pratiche per uscire quasi dalla “noia della quotidianità” o, come si legge nel testo, per “non rimanere prigionieri in un’esperienza limitata” («… si può accogliere la proposta di alcuni maestri orientali che insistono sull’allargare la coscienza, per non rimanere prigionieri in un’esperienza molto limitata che ci chiuderebbe le prospettive …») e, dall’altro, tali pratiche volte all’ampiamento della coscienza sarebbero quasi perfezionamento e coronamento dello stesso piacere di coppia («tale ampliamento della coscienza non è la negazione o la distruzione del desiderio, bensì la sua dilatazione e il suo perfezionamento»).
Affermazioni che, prese nel loro significato, destano non pochi interrogativi circa la loro compatibilità con il depositum fidei.
Accogliamo volentieri perciò le osservazioni di don Morselli, il quale esorta al ritiro del documento.
Nella festa del Preziosissimo Sangue di N. S. G. Cristo e nell’Ottava della Natività del Battista rilanciamo volentieri questo contributo.

Anonimo fiammingo, Fons vitae, 1515-17,  Museu da Misericórdia do Porto, Porto

Jean Bellegambe, Trittico del Bagno mistico, XV sec., Palais des Beaux-Arts de Lille, Lille

Cristo eucaristico nella coppa di salvezza



Le Osservazioni sull’Amoris laetitia di don Alfredo Morselli

di Emmanuele Barbieri

Mentre si moltiplicano le dichiarazioni sconcertanti di papa Francesco, si vanno moltiplicando le analisi critiche dei suoi principali documenti. Tra gli studi più seri e interessanti, va segnalato quello di don Alfredo M. Morselli, un dotto e pio sacerdote bolognese che sarebbe improprio catalogare come “tradizionalista”.
Il 29 settembre 2015 don Morselli firmò con l’abbé Claude Barth e mons. Antonio Livi, una serrata critica dell’Instrumentum Laboris predisposto per la XIV Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi (http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351141). Successivamente è intervenuto con delle accurate Osservazioni su alcuni punti controversi dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, apparse nel mese di maggio sul blogMessainlatino (http://blog.messainlatino.it/2016/05/osservazioni-su-alcuni-punti_43.html).
Dopo un’ampia introduzione, in cui espone l’attuale  stato di dubbio e di disorientamento dei fedeli, don Morselli ribadisce una serie di verità irrinunciabili, proposte a credere in modo definitivo dal Magistero della Chiesa.
La prima e la più importante è che esistono atti intrinsecamente cattivi che nessuna circostanza e nessuna situazione possono rendere buoni, e che quindi, se compiuti con piena avvertenza e deliberato consenso, sono sempre peccato grave. Su questo assioma si fonda l’oggettività della legge naturale e morale.
Papa Francesco afferma, al § 304 di Amoris laetitia, che «è vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari». Alla luce dei testi tomistici citati dallo stesso Pontefice, don Morselli dimostra che, se è vero che dai princípi della morale non si possono dedurre a priori tutte le valutazioni di ogni minima situazione particolari, è pur vero che gli stessi princípi consentono di valutare in ogni caso come intrinsecamente cattive determinate azioni, quali l’adulterio e la fornicazione: chi compie questi atti con piena avvertenza e deliberato consenso pecca mortalmente.
Nel § 301 di Amoris Laetitia si afferma che  «un soggetto… si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa». Don Morselli ribatte che «un soggetto… non potrà mai trovarsi in condizioni concrete che lo obblighino a prendere decisioni senza una nuova colpa; la via di uscita c’è: è una via divina però, non una soluzione umana che, ammettendo ai sacramenti dei vivi chi è in stato di peccato, distrugge contemporaneamente la dottrina cattolica del matrimonio, dell’Eucarestia, della confessione e i fondamenti della morale naturale e cristiana». L’uomo, infatti, non può essere né tentato sopra le proprie forze, né essere lasciato in una situazione dove non abbia altra scelta che peccare.
Don Morselli affronta quindi la questione centrale: un cattolico che sceglie di convivere more uxorio, senza che tale convivenza sia stata benedetta dal sacramento del matrimonio, può ricevere validamente l’assoluzione sacramentale? La risposta è negativa, per fede divina e cattolica. La Chiesa ha sempre proposto a credere che non si può ricevere l’Eucarestia in stato di peccato mortale; di conseguenza, chi convive con una persona che non sia il proprio legittimo coniuge, vivendo in stato di peccato mortale, non può accostarsi all’Eucarestia. Infatti come dice il Catechismo della Chiesa cattolica (§ 1650): «Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio. Perciò essi non possono accedere alla Comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione».
Difficilmente accettabile è anche l’affermazione contenuta nel § 301 di Amoris laetitia, secondo cui «…non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante». Le persone che vivono nelle situazioni difficili o irregolari – a meno che non si astengano dagli atti propri del matrimonio – sono sempre in stato di peccato. Di conseguenza, l’unica condizione per cui diventa accettabile l’affermazione di Amoris laetitia presa in esame è: le persone in situazione difficile o irregolare possono restare in stato di grazia se vivono come fratello e sorella.
«Posto dunque che 1) la fornicazione e l’adulterio sono sempre peccati mortali, 2) che le circostanze non ne possono attenuare la malizia, 3) che non manca mai l’aiuto di Dio per non peccare, 4) che non esiste una situazione in cui non ci sia altra possibilità che peccare, 5) che non si ammette ignoranza in materia (o, se ci fosse, va immediatamente rimossa), possiamo concludere – scrive don Morselli – che le persone che vivono nelle situazioni difficili o irregolari – a meno che non si astengano dagli atti propri del matrimonio – sono sempre in stato di peccato».
L’unica condizione per cui diventa accettabile l’affermazione di Amoris laetitia presa in esame è che le persone in situazione difficile o irregolare possono restare in stato di grazia se vivono come fratello e sorella, ma non sembra questo  il senso del documento.
Sul piano pastorale, non è possibile assolvere chi non ha il vero e fermo proposito di emendarsi, né  è lecito ammettere alla recezione della SS.ma Eucarestia chiunque si trovi in stato di peccato mortale. Il desiderio della grazia sacramentale, l’impossibilità di interrompere la convivenza a motivo dei figli o di altri gravi fattori, l’affetto consolidatosi nel tempo, la fedeltà reciproca dei conviventi, il matrimonio civile già celebrato, l’impossibilità di ricevere la dichiarazione di nullità del precedente matrimonio rato e consumato, la convinzione soggettiva che il precedente matrimonio sacramentale fosse invalido, conclude l’autore dello studio, «non sono circostanze che rendano legittima e valida l’assoluzione sacramentale».
Di conseguenza, il sacerdote che negasse l’assoluzione sacramentale ai conviventi more uxorio, nonostante l’insistenza del penitente, e il dolore di quest’ultimo per l’assoluzione negata, non può in alcun modo esser considerato come un “duro di cuore” e, perciò, rimproverato per la sua mancanza di misericordia e, magari, punito dal suo Ordinario. Al contrario, il sacerdote che, commosso per la sofferenza del penitente, o per altri motivi, concedesse l’assoluzione, compie un atto sacrilego, e perciò è meritevole di rimprovero e, di  provvedimenti correttivi, da parte del suo Vescovo.
Le affermazioni di don Morselli sono ampiamente argomentate e si fondano sui testi di san Tommaso d’Aquino, sulla enciclica Veritatis Splendor e altri documenti di Giovanni Paolo II, sui Catechismi della Chiesa cattolica  e sui più sicuri moralisti. La sua analisi costituisce un’eccellente antidoto alla “morale della situazione” condannata da Pio XII e Giovanni Paolo II e oggi riemergente, dietro la maschera della “misericordia divina”.
«La morale oggettiva, che dichiara la realtà del peccato, non occultandolo nella situazione e nelle circostanze, ne rende possibile l’accusa e quindi ne rende possibile il perdono», osserva don Morselli, è la vera «mano tesa della misericordia divina». L’etica della situazione «è invece la negazione della misericordia, perché, con falsa compassione, lascia l’uomo nel pantano del suo peccato; la nuova morale non ha niente da farsi perdonare; anzi, nasconde a Dio proprio ciò che Dio vuole perdonare».
Le Osservazioni su alcuni punti controversi dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia del sacerdote bolognese costituiscono un atto coraggioso e coerente che sembra suonare come una risposta all’appello del filosofo tedesco Robert Spaemann: «Ogni singolo cardinale, ma anche ogni vescovo e sacerdote è chiamato a difendere nel proprio ambito di competenza l’ordinamento sacramentale cattolico e a professarlo pubblicamente».

mercoledì 1 luglio 2015

Non archeologisti, ma figli della Chiesa - Editoriale di luglio di "Radicati nella fede"

Nella festa del Preziosissimo Sangue di N. S. Gesù Cristo (che san Pio X fissò quest’oggi, portandola in questa data dalla prima domenica del mese di luglio come aveva stabilito il beato Pio IX) e nell’Ottava della Natività di san Giovanni Battista, rilancio quest’editoriale di Radicati nella fede, rilanciato da Chiesa e post concilio.








Allegoria francescana del Sangue di Cristo, Museo Catedralíceo, Malaga

Pie pellicáne, Jesu Dómine, Me immúndum munda tuo sánguine



NON ARCHEOLOGISTI, MA FIGLI DELLA CHIESA.

Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 7 - Luglio 2015


È per amore alla Chiesa che restiamo nella Tradizione.
È per amore alla Chiesa che ci ostiniamo, contro tutto e tutti, a celebrare solo la messa in rito tradizionale. È per amore alla Chiesa che resistiamo alla Chiesa stessa quando questa ci chiede di celebrare e di assistere anche al nuovo rito della messa.
E non è assolutamente per archeologismo, non è per un amore al passato in quanto passato.
Invece l’ultima riforma liturgica, che ha stravolto da cinquant’anni la vita della Chiesa, nasce da un non amore alla Chiesa e alla sua storia, nasce da un vizio di archeologismo.
Infatti con l’ultima riforma liturgica, con la messa nuova per intenderci, si è di fatto voluto cancellare con un colpo di spugna tutta la storia bimillenaria della Chiesa cattolica, volendo tornare ad una mitica epoca d’oro, ad un mitico tempo d’oro d’inizio della Chiesa, inventando una liturgia super semplificata che falsamente si vuol far risalire agli Apostoli e quindi a Nostro Signore. Se si chiede alla gente semplice, questa vi dice proprio così, cioè che la liturgia moderna, nella sua scarna semplicità, corrisponde di più alla semplicità del Vangelo. In fondo molti, anche tra i preti, la pensano così. E pensano che gli amanti della Tradizione siano dei soggetti deboli, che hanno bisogno ancora di inutili orpelli per vivere la fede.
In fondo, anche la svolta del biritualismo post Summorum Pontificum è figlio di questa errata posizione: concedere le cose vecchie a quei fedeli che ne hanno ancora bisogno, ma sostenendo in modo inequivocabile la nuova liturgia, che è nata per sbarazzarsi della tradizione liturgica della Chiesa stessa.
Invece il problema è serissimo e chiede un giudizio serio, rigoroso. La riforma liturgica seguita al Vaticano II è malata, perché nasce da un giudizio negativo su tutto ciò che la Chiesa ha prodotto, dall’epoca Costantiniana in poi, in campo liturgico. Nasce da una disistima per tutto ciò che la Chiesa, nel corso dei secoli, ha aggiunto nella sua liturgia, per aiutare la fede e la preghiera. Non è qui il momento di fare un trattato di liturgia, ma con semplicità possiamo fare un esempio tra tutti, quello del caso dell’offertorio. La nuova messa ha completamente tolto l’antico offertorio, con la scusa che questo fu aggiunto solo nel medioevo, e lo ha sostituito con una preghiera ebraica di benedizione dei doni della terra. Il ragionamento fatto per sostenere questa operazione è tipico: essendo un’aggiunta medievale, la preghiera dell’offertorio della messa tradizionale non appartiene alla vera messa, è un’inutile anticipazione ripetitiva della consacrazione, va eliminata.
Invece le cose stanno diversamente: le parole pronunciate nell’offertorio dal sacerdote erano state aggiunte nel medioevo per esplicitare con più chiarezza l’intenzione della Chiesa nel celebrare il Santo Sacrifico del Signore, onde evitare che il celebrante e i fedeli si allontanassero dalla vera natura della messa. In sostanza, l’offertorio tradizionale è sì un’aggiunta medievale, ma un’aggiunta che approfondisce, rendendola più chiara, la messa di sempre; un’aggiunta che aiuta ad essere fedeli all’unica messa di sempre, quella di Cristo e degli Apostoli.
Eh sì, il problema è tutto qui: la nuova liturgia moderna nasce da un rifiuto di tutte le “aggiunte” che la Chiesa ha fatto, nel corso della sua storia, ai riti.
È chiaro che questo rifiuto del “lavoro” della Chiesa è pericolosissimo, perché fa nascere nella mente e nel cuore un giudizio sulla Chiesa in se stessa, che quando è all’opera tradirebbe Cristo stesso. È questa l’anima di tutte le eresie: Cristo sì, Chiesa no. Separare Cristo dalla Chiesa è l’opera di ogni eretico, e ha come esito perdere Cristo stesso.
Per noi invece è importante tutto ciò che la Chiesa ha operato per trasmettere la fede, per far pregare con più chiarezza e purezza i suoi figli, per trasmettere con più limpidità la grazia che salva.
La Chiesa ha sempre aggiunto per rendere più pura la preghiera, per renderla mai ambigua, per precisarne sempre più la retta intenzione. E quando ha tolto, ha tolto le aggiunte non pure, le incrostazioni culturali che erano figlie degli uomini e non della Rivelazione. Ha tolto ciò che poteva prestare il fianco all’eresia, ma non ha mai tolto ciò che chiariva maggiormente la preghiera cristiana.
Per questo noi tradizionali ci sentiamo più figli della Chiesa.
Lo sono infinitamente di meno tutti quelli che stanno continuamente ammodernando la sua liturgia con disprezzo per la sua storia. Chi non ama la storia della Chiesa, chi non le riconosce il suo valore, non ama la Chiesa stessa.
Siamo più figli della Chiesa noi, anche quando dobbiamo resistere a tutte quelle nuove leggi che vorrebbero imporci; leggi nuove scritte da coloro che, saltando duemila anni, vogliono risalire a un Gesù che, non portatoci dalla Chiesa e dalla sua storia, è frutto di ideologia e non di verità. Senza la Chiesa non hai il vero Gesù, hai l’idea che di Gesù si fa l’ideologia dominante. Ma hai la Chiesa, quando hai tutta la sua storia, e non solo un riferimento all’istituzione ecclesiastica del presente disancorata dal suo passato.
Saltano duemila anni e vogliono legare la Chiesa di oggi a un mitico inizio della Chiesa stessa; e per farlo devono dire che oggi lo Spirito ha soffiato e ha liberato i Cattolici dal loro ingombrante passato.
È per amore alla Chiesa, mistico Corpo del Signore, che non possiamo, che non dobbiamo obbedire a questi signori dell’innovazione arcaicizzante. Non dobbiamo obbedire loro, ma alla Chiesa, che con continuità ha lavorato, ha fatto la sua fatica di duemila anni, perché ogni anima incontri la Salvezza di Cristo.