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venerdì 2 novembre 2018
giovedì 1 novembre 2018
Il significato dei numeri per la Festa di Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween
Nella
festa di Tutti i Santi, rilanciamo questo contributo di Chiesa e
postconcilio, pubblicato due anni fa.
Un
testo, che ci aiuta a meditare sul significato di questa festa e di come
Halloween, sia nata come ricorrenza essenzialmente cristiana, e che sia stata
via via paganizzata e trasformata in un’occasione di idolatria e di esaltazione
dell’Avversario e dei suoi sodali.
Al di là
dei vaghi (e storicamente discutibili) legami con il Samhain celtico
(che segnava presso i Celti pagani la “fine dell’estate”), in effetti,
Halloween nasce in realtà come festa integralmente cristiano-cattolica nel
Medioevo, come vigilia della festa di Tutti i Santi; e come momento in cui si
recano doni spirituali (aiuti) alle anime ancora prigioniere nel mondo
intermedio (Purgatorio) in cui si purificano dalle colpe veniali e soddisfano e
riparano, con la loro espiazione, la Giustizia Divina.
Con
l’affermazione, in vaste aree dell’Europa, inizia la sua “criminalizzazione”.
Saranno, in effetti, proprio i Protestanti, ed in particolare quelli puritani
americani, scandalizzati dalla festa cattolica, importata dall’Irlanda, che ne
demonizzeranno la pratica ... creando paradossalmente un’assimilazione
Halloween-satanismo, che ha finito per essere presa sul serio da
gruppi neopagani come Wicca o altri.
È
significativo, a questo riguardo, peraltro, che in alcune parti dell’Europa
continentale, dove è ancora forte la presenza cattolica e dove le mode ed il
protestantesimo hanno scarsamente attecchito, si cerchi, oggi, di recuperare
l’antico significato della ricorrenza: in Polonia, per es., ancora oggi, la
sera del 31 ottobre, i bambini si vestono tuttora da santi, girando così in
processione per le strade.
Il significato dei numeri per la Festa di
Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween
di Fr. Cassian Folsom, O.S.B.
Ap 7,2-12; Mt 5,1-12
Sant’Agostino, durante il tempo Pasquale,
predicava ogni anno sul significato dei 153 grossi pesci presi nella miracolosa
pesca fatta dagli apostoli sul lago di Galilea dopo la Risurrezione del
Signore. L’assemblea d’Ippona conosceva bene questo brano evangelico, ma ogni
anno aspettava con piacere da Sant’Agostino la spiegazione della numerologia. Similmente,
la ricorrenza annuale della festa di Tutti i Santi ci fornisce l’occasione di parlare
della numerologia della liturgia. Per coloro che hanno già sentito questa
spiegazione, sarà una ripetizione; per coloro invece che non l’hanno mai
sentito, sarà una scoperta del significato profondo dei numeri nella Bibbia e
nella liturgia.
Quanti
santi ci sono? La prima lettura che abbiamo appena ascoltato, dal libro dell’Apocalisse,
parla di 144,000. Soltanto? Sembra troppo poco! Il testo, poi, spiega come si è
arrivato a questa cifra. Ci sono 12,000 persone da ciascuna delle dodici tribù
d’Israele. Il simbolismo è chiaro. Dodici è un numero mistico che significa
totalità, completezza. Se volessimo indicare una completezza molto grande
diremmo “12” due volte. Anche in Italiano facciamo così, ripetiamo le parole
per sottolineare la loro importanza: “pian, piano” vuol dire “veramente piano”.
“Or ora” vuol dire “proprio in questo momento”. Quindi, “dodici per dodici”
vuol dire un numero veramente grande. E se volessimo andare oltre e indicare un
numero superlativo, stravagante, proprio grandissimo? Gli antichi indicavano
questo concetto aggiungendo il numero 1.000. Quindi, “12” è già grande. “12 per
12” o 144 vuol dire super-grande. 144.000, invece, è un numero così grande che
è quasi impossibile a contare.
Il testo biblico, però, dà questo numero ai
Giudei. I Gentili, invece? Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare,
di ogni nazione, razza popolo e lingua (Ap 7,9). Il concetto è uguale. Una
moltitudine immensa di Giudei, e una moltitudine immensa di Gentili.
La Liturgia
Il canone romano adopera la stessa
numerologia. Ci sono due elenchi di santi nel canone romano. Contate con me i
quelli elencati nel gruppo prima della consacrazione. Innanzitutto, ci sono gli
apostoli:
Pietro e Paolo,
Andrea, Giacomo,
Giovanni, Tommaso,
Giacomo, Filippo,
Bartolomeo, Matteo,
Simone e Taddeo (12)
Ci sono dodici santi. Poi, i martiri:
Lino, Cleto
Clemente, Sisto
Cornelio e Cipriano,
Lorenzo, Crisogono,
Giovanni e Paolo,
Cosma e Damiano (12).
Quanti santi sono elencati? 12 per 12 –
che fa 144. Completezza, totalità, tutti i santi.
Contiamo, poi, i nominativi nel secondo
elenco, dopo la consacrazione. Giovanni Battista viene nominato per primo,
perché il suo culto era molto sentito dalla Chiesa romana. Infatti, la
cattedrale di Roma (che è il Laterano, non San Pietro) è intitolata San
Giovanni in Laterano. Dopo San Giovanni Battista, il capo del coro dei santi,
seguono due gruppi, un elenco di maschi e un elenco di femmine. Contiamo i
nominativi:
Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio,
Alessandro, Marcellino, Pietro (7)
Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese,
Cecilia, Anastasia (7).
Sette maschi e sette femmine. Il numero
sette, come il numero 12, significa la perfezione, la pienezza. Quindi il secondo
elenco, come il primo, vuol dire “Tutti i Santi”, una moltitudine immensa, che
nessuno poteva contare… la comunione dei santi. Molti santi hanno una
celebrazione nel calendario liturgico, altri invece hanno il loro nome iscritto
nel martirologio, ma non hanno un culto liturgico particolare. Inoltre, ci sono
santi sconosciuti – o meglio, conosciuti solo a Dio. Oggi, celebriamo la loro
festa: la solennità di tutti i santi.
Nella liturgia, siamo circondati dagli
angeli e dai santi. Come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, “coloro
che celebrano la liturgia qui, al di là dei segni, sono già nella Liturgia
celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa” (CCC 1136). Forse
siamo abituati a pensare che noi stessi siamo i soggetti principali della
liturgia – ma sarebbe un’idea erronea. Nella liturgia, l’angelo santo porta la
nostra offerta sull’altare del cielo davanti alla Maestà Divina, veniamo
trasporti fuori di noi stessi, siamo condotti al palazzo del Re, entriamo in un’altra
realtà. Il Catechismo descrive elegantemente chi sono i celebranti della
liturgia celeste:
Apocalisse di san Giovanni…ci rivela prima di tutto ‘un trono
nel cielo, e sul trono Uno… seduto (Ap 4,2): il Signore. Poi l’Agnello,
immolato e ritto (Ap 5,6): il Cristo crocifisso e risorto, l’unico Sommo
Sacerdote del vero santuario, lo stesso ‘che offre e che viene offerto, che
dona ed è donato’. Infine, il ‘fiume di acqua viva’ che scaturisce dal trono di
Dio e dell’Agnello (Ap 22,1): uno dei simboli più belli dello Spirito Santo.
Ricapitolati in Cristo, partecipano al
servizio della lode di Dio e al compimento del suo disegno: le Potenze celesti,
tutta la creazione (i quattro esseri Viventi), i servitori dell’Antica e della
Nuova Alleanza (i ventiquattro Vegliardi), il nuovo Popolo di Dio (i 144.000),
in particolare i martiri ‘immolati a causa della Parola di Dio’ (Ap 6,9-11), e
la santissima Madre di Dio, infine una moltitudine immensa, che nessuno può
contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (Ap 7,9).
È a questa Liturgia eterna che lo Spirito
e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero
della salvezza” (CCC 1137-1139).
La solennità di Tutti i Santi ci offre
questa visione gloriosa del nostro destino: la comunione dei santi nella
liturgia celeste. Preghiamo il Signore di poter pregustare oggi in questa
Messa, la gioia che sperimentano i commensali alla cena delle nozze del Signore
(cf. Ap 19,9).
Fr. Cassian Folsom, O.S.B. - 15 nov. 2015
* * *
Un accenno all’odierna scristianizzazione
Halloween, deriva da All Hallow’s
Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia
della festa dei santi’.
La chiesa cattolica l’1 novembre fa memoria di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?
La chiesa cattolica l’1 novembre fa memoria di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?
La festa celtica di Samhain ”era
un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria
storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza
di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era
l’ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l’anno,
potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non
erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo
e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente”.
L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.
L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.
Tuttavia, nella corrente letteratura
esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della
festa di celtica Samhain che sono poi quelle che fanno da
riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che
hanno creato agli occhi di molte persone l’immagine inquietante di Halloween,
ma che nella maggior parte dei casi ormai acquista un aspetto satanico. Ciò
avviene attribuendo a Samhain il nome di una oscura divinità, ‘Il
Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della sua
celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi
dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli
spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all’altro.
Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi
esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può
facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna. E così la ‘festa dei morti’
di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si
trasformò in una specie di celebrazione dell’oscurità, della magia, con
contorno di streghe e demoni. La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e
i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte. Ed è così
che Halloween costituisce uno dei tanti processi di ‘de-cattolicizzazione’,
“spazzata via dalla nuova visione orrifica, estremamente moderna nel suo essere
allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall’elemento
magico-occultistico”.
Utile ricordare a tutti cosa ne pensa don Gabriele Amorth, uno dei più grandi esorcisti:
Utile ricordare a tutti cosa ne pensa don Gabriele Amorth, uno dei più grandi esorcisti:
“Halloween non è una festa, ma un evento
inquietante che ha lo scopo di ironizzare, con l’uso delle maschere, su ciò che
è male per farlo passare come un divertimento innocente. È il capodanno
dei satanisti, la notte per eccellenza dell’occulto, di chi lo pratica perché
si festeggia il dio dell’occulto, Satana. E poco importa saperlo o non saperlo
perché i suoi effetti malefici e devastanti nel tempo, raggiungono anche le
persone che, inconsapevolmente, vi partecipano… Fuggite da tutti i simboli di
Halloween, sono “porte” sataniche che portano i demoni nelle vostre case,
portano la divisone, invidie e malefici…”
Preghiamo e adoperiamoci perché, a partire
dalle Parrocchie e anche nella scuola, si diano insegnamenti corretti e edificanti,
altrimenti, purtroppo, è serio il rischio di sfociare nel satanismo,
inconsapevole nei bambini e nei giovani che abbracciano le mode del tempo e
irresponsabilmente ignorato da chi dovrebbe vigilare ma soprattutto insegnare
altro.
giovedì 21 giugno 2018
La madre avviò san Luigi Gonzaga alla santità
Pure i Santi possono aver bisogno di fare, sia pur brevissimo tempo, un periodo di Purgatorio, dopo la loro morte. S. Luigi Gonzaga, del quale oggi celebriamo la festa, secondo l’attestazione di S. Roberto Bellarmino, che ne fu confessore e maestro, e quindi meglio di altri conobbe le profondità dell’anima del giovane Santo, non sarebbe stato neppure sfiorato dal Purgatorio, andando direttamente in Paradiso. Ce lo riferisce il testo Il Purgatorio visto dai Santi del francescano esorcista padre Antonio Maria Di Monda (1919-2007). Vi si legge: «(…) pur ammettendo che quasi tutti gli uomini passeranno per il Purgatorio, ci sono certamente anche di quelli – anche se forse molto pochi- lo sfiorano appena. Ne abbiamo conferma in un episodio della vita di san Luigi Gonzaga (1568-1591). Otto sere dopo la morte del suo carissimo amico Corbinelli [P. Lodovico Corbinelli, ndr.], questi gli apparve per tre volte in sogno, comunicandogli il passaggio definitivo al Signore. E san Luigi chiese al suo confessore, san Roberto Bellarmino (1542-1621): “Ha soltanto sfiorato il Purgatorio… È possibile che un’anima entri in cielo senza toccare il Purgatorio?”. “Sì - rispose il Bellarmino - Anzi io credo che voi sarete uno di questi che andrete diritto in cielo, senza toccare il Purgatorio; perché avendovi il Signore Iddio fatto per sua misericordia tante grazie, e concesso tanti doni soprannaturali e in particolare di non averlo offeso mai mortalmente, tengo per fermo che vi farà quest’altra grazia ancora, che difilato ve ne voliate al cielo”» (Fonte).
Nella festa di questo Santo, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.
La madre avviò san Luigi Gonzaga
alla santità
di Cristina Siccardi
Quanti santi in meno avremmo nella Chiesa se avessero
avuto madri femministe? Fra i santi, che ebbero la grazia di avere una madre
che fu determinante per il cammino perfettivo dell’essere cristiani, ricordiamo
san Luigi Gonzaga (Castiglione delle Stiviere, Mantova, 9 marzo 1568 – Roma, 21
giugno 1591), la cui festa liturgica è fissata il 21 giugno.
Beatificando questo giovane gesuita a meno di 15 anni
dalla morte, mentre sua madre era ancora vivente, la Chiesa ha voluto proporre
ai cattolici un modello di innocenza e di purezza, testimonianza di una Chiesa
rinata di fronte ad un mondo secolarizzato, avido, dissoluto e che aveva dato
risposte certe all’eresia protestante che aveva dilaniato spiritualmente l’Europa.
Raramente la Chiesa ha condotto un processo di
beatificazione in un tempo così breve. Raramente inoltre un culto si è esteso
così rapidamente in tutta Europa. Già mesi prima della beatificazione, avvenuta
il 19 ottobre 1621 ad opera di Papa Gregorio XV, Paolo V permise di diffondere
e di esporre il suo ritratto nelle chiese. Quando il cardinale dell’ordine dell’Oratorio
Cesare Baronio si raccolse in preghiera sulla tomba di Luigi Gonzaga disse: «È
un santo».
Il gesuita Roberto Bellarmino, professore di teologia
al Collegio romano e confessore di Luigi, lo propose come esempio ai suoi
allievi; inoltre, in quanto membro della commissione cardinalizia incaricata di
istruire il processo, si dilungò nel corso di una predica pronunciata nel 1600
sui cinque privilegi che il giovane aveva ricevuto nei suoi 23 anni di vita: la
santità, da quando aveva 7 anni; la mancanza di ogni inclinazione per il
peccato della carne; l’assenza di distrazione durante la preghiera; la
preservazione dai peccati; umiltà ed obbedienza esemplari. Non dimentichiamo
poi che santa Maria Maddalena de’ Pazzi vide in estasi san Luigi Gonzaga
portato in trionfo in cielo.
Non si contano i santuari e gli altari edificati in
tutta Europa per commemorarlo. Il solo ordine gesuita gli dedicò, in circa 150
anni, 2000 altari. Innumerevoli le grazie ed i miracoli che si sono realizzati
per sua intercessione.
La famiglia Gonzaga fu tra i primi a beneficiare dei
suoi favori, ma presto giunsero notizie da tutta l’Italia, dalla Francia, dalla
Spagna, dalla Polonia, dal Belgio, dalla Germania: guarigioni, protezioni
particolari, raccolte abbondanti dei campi ottenute grazie all’invocazione del
santo o all’uso dell’olio delle lampade che bruciavano in suo onore.
Confraternite e accademie si posero sotto la
protezione di san Luigi, il cui nome venne iscritto nel Martirologio
romano da Clemente XIII. Sarà Benedetto XIII a canonizzarlo il 31
dicembre 1726, proclamandolo protettore della gioventù cristiana.
Sarebbe un grossolano errore ridurre la sua figura a
quella di un ragazzo angelico, di una grazia e calma amabili, perché lui stesso
si paragonò ad un «pezzo di ferro contorto che doveva essere raddrizzato»
attraverso la vita religiosa. Infatti aveva un carattere volitivo, brusco e
indipendente, per nulla incline ai sentimentalismi.
I suoi progetti erano sempre basati su una riflessione
approfondita e si era imposto il principio che ogni volta si trovava di fronte
ad una nuova realtà l’avrebbe portata a termine con la maggiore perfezione
possibile. Queste disposizioni si rafforzarono per rispondere ad un padre che
dava molta importanza alla gloria e all’orgoglio di nascita.
Il matrimonio dei genitori, il Marchese Ferrante
Gonzaga e Marta dei Conti Tana di Chieri (Torino), venne celebrato nel palazzo
reale di Madrid, poiché il Marchese era al servizio di Re Filippo II di Spagna,
quella Spagna che oggi, con il consenso delle femministe, vanta più donne che
uomini nella compagine governativa.
In quanto figlio maggiore, Luigi fu educato alle armi.
Ma all’età di 7 anni venne colpito dalla malaria, che gli rovinò la salute. Il
padre, prevedendo per lui una brillante carriera politica, nel 1577 lo mandò
insieme al fratello Rodolfo alla corte di Firenze, in qualità di paggio.
Questa società dissoluta e piena di intrighi, si
manifestò al piccolo Luigi in tutta la sua crudezza e crudeltà fra donne vane,
sempre pronte ad offrirsi e uomini che avevano sulla coscienza omicidi e
avvelenamenti. Nonostante un tale ambiente, Luigi conservò, grazie ad una
profonda pietà acquisita da sua madre, il senso della serietà della vita, della
responsabilità, dell’integrità personale.
A Firenze i suoi studi proseguirono con grandi
risultati. All’età di 22 anni sarà in grado di parlare sei lingue. Nel 1579
Luigi e Rodolfo lasciarono Firenze e si recarono a Mantova. Un volumetto lo
aiutò a progredire nella vita spirituale, I Misteri del rosario di
Gaspare Loarte. Fu un anno decisivo, sia per le letture, che per la
presenza di una mamma eccellente, che per un incontro speciale, quello con san
Carlo Borromeo. È di questo periodo la lettura delle Meditazioni
quotidiane di Pietro Canisio – riassunto della dottrina cristiana, di
cui apprezzò le pagine intelligenti e metodiche – e delle Lettere dalle
Indie, che lo appassionarono. Fu in questo modo che si avvicinò all’apostolato
dei Gesuiti.
Era il 1580 quando il giovane Luigi incontrò Carlo
Borromeo, Arcivescovo di Milano, che percorreva quelle terre come visitatore
apostolico. San Carlo seppe che il giovane non aveva ancora fatto la prima
Comunione, perciò lo istruì e nel luglio di quell’anno lo comunicò. Da quel
momento in poi l’Eucaristia divenne il centro della vita del giovane Gonzaga,
che divenne sempre più ascetica, fra preghiere, digiuni, penitenze. Nonostante
l’approvazione della madre, il padre cercò di dissuaderlo dalla vita religiosa
che desiderava intraprendere.
Nominato gran ciambellano del Re di Spagna, Ferrante
sperò di piegare Luigi portando la famiglia alla corte di Madrid. Furono due
anni di drammatica lotta fra il padre e il figlio. Luigi, divenuto paggio dell’infante
Diego, pur accettando i suoi doveri, diede prova di un’indifferenza ostentata
per feste, danze, scherma, parate militari, giostre; mentre fu alunno di
lettere, filosofia, scienze. È di quest’epoca uno dei suoi ritratti più
riusciti, quello ad opera del celebre El Greco.
Così, mentre fuori di lui si svolgeva la vita mondana,
dentro di lui prendeva forma sempre più consistente la vocazione alla
consacrazione a Dio.
Il 15 agosto 1583 una visione mistica gli indicò la
via: entrare nella Compagnia di Gesù. Rientrato in Italia nel 1584, suo padre
cercò di offrigli distrazioni di ogni genere alle corti di Ferrara, di Parma,
di Torino, servendosi di intermediari per esercitare pressioni al fine di
dissuaderlo dalle sue intenzioni. Tutto fu vano. Luigi, ormai, conduceva la sua
esistenza come quella di un monaco.
Si recò a Mantova nel luglio del 1585, dove svolse gli
esercizi spirituali. Il 2 novembre firmò un atto di rinuncia ai suoi diritti in
favore di Rodolfo, per poi partire alla volta di Roma, dove, il 21 novembre,
Papa Sisto V lo ricevette in udienza privata. Il giorno successivo, all’età di
17 anni, entrò nel noviziato di Sant’Andrea al Quirinale. Tre mesi dopo suo
padre morì, mostrando esemplari sentimenti di pietà cristiana.
Dopo due anni di noviziato, pronuncia i primi voti il
25 novembre 1587. Il 25 febbraio 1588 riceve la tonsura e il mese dopo gli
ordini minori. Da quel momento diventa membro della Compagnia di Gesù come «un
grande cavaliere, capitano valoroso nella lotta contro i nemici della nostra
salvezza: il mondo, la carne e il diavolo» (Richeome).
Conosce molto bene la mediocrità, il disimpegno e l’ignoranza
dei suoi contemporanei e ciò lo induce fermamente all’umiltà, tema ricorrente
nei suoi scritti: «Le colonne del cielo sono cadute e si sono rotte. Chi mi
prometterà la perseveranza? Il mondo è immerso nella malizia peggiore. Chi
potrà calmare l’ira dell’Onnipotente?», i santi, i santi come Luigi
Gonzaga, che scelse di offrirsi a Dio come strumento di riparazione. Gli viene
concesso di conoscere che gli resta poco tempo da vivere. Per fortificarsi
legge sant’Agostino, san Bernardo e una biografia di santa Caterina da Siena.
È sereno, riceve doni mistici e, allo stesso tempo, si
occupa dei bisognosi. Fra il 1590 e il 1591 la città di Roma, dove si trova, è
attanagliata dalla carestia e dalla peste, che seminano la morte, tanto che in
15 mesi si succedono tre Papi: Sisto V, Urbano VII, Gregorio XIV.
Luigi chiede per sé e per una decina di gesuiti il
permesso di occuparsi degli appestati. Si impegna senza risparmio, consapevole
dei rischi che corre, ma ne è felice: «Sento un desiderio straordinario di
servire Dio», confida a Padre Bellarmino, «che non credo che Dio mi
avrebbe dato se non avesse l’intenzione di riprendermi». Contro quell’ecatombe
si batte san Camillo de Lellis con i suoi confratelli, a cui si affianca l’opera
di Luigi e dei suoi compagni.
Ad un certo punto gli dicono che è bene smettere
perché il suo fisico è già troppo provato: la malaria di un tempo, la vita di
penitenza, gli strapazzi… Tuttavia trova un appestato abbandonato per la
strada, non esita a caricarselo sulla spalla e portarlo nell’ospedale di san
Camillo per curarlo personalmente. Il 13 marzo 1591 si mette a letto per non
alzarsi più.
Il 10 giugno scrive la sua ultima lettera, indirizzata
alla mamma, degnissima di ricevere parole che le madri credenti, al di là delle
mode illusorie e transitorie, dovrebbero leggere di tanto in tanto per
ricordarsi di quale responsabilità sono investite:
«Io invoco su di te, mia signora, il dono dello
Spirito Santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua
lettera, mi trovavo ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e
puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella
terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e,
sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste,
come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel
piangere con quelli che sono nel pianto» (Romani 12,15). Perciò,
madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi
indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o
illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza
confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore
guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal
cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza
e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il
coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guardati dall’offendere
l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che
con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che
in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme
uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con
tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci
toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e
inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente
desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la
mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua
materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie
speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui
manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo
alla mia madre».
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