Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 2 febbraio 2019

L’inganno dei tempi morti – Editoriale di febbraio 2019 di “Radicati nella fede”

Nella festa della Purificazione della B.V. Maria o Presentazione di N.S.G.C. al Tempio, detta presso i Greci Υπαπαντή του Κυρίου υμών Ιησού Χριστού, rilanciamo questo contributo da Radicati nella fede.



Scuola verezelliana, Madonna della Purificazione, XIX sec., Lauropoli







L’INGANNO DEI TEMPI MORTI


Editoriale di “Radicati nella fede
Anno XII n. 2 - Febbraio 2019

C’è una sensazione strana, ci tocca vivere in un clima strano, quasi sospeso, dove sembra che non accada niente.
Il Limbo è stato frettolosamente accantonato dalla teologia cattolica e, ironia della sorte, sembra quasi di vivere in una sorta di limbo della vita della Chiesa, nel quale tutto è fermo.
Le speranze in un ritorno della Chiesa Cattolica alle sue antiche glorie sono ormai da tempo spente, mentre i fautori della primavera del Concilio, sempre più vecchi di età e forse anche nell’animo, stancamente propinano le lodi di una stagione della Chiesa che sarà registrata negli annali come la più grande catastrofe del cristianesimo mai vista.
È un tempo sospeso quello che si avverte, un tempo sospeso dove però, a forza di inerzia, la rivoluzione distruttrice del Cattolicesimo sta compiendosi nelle nostre terre. Gli ottuagenari figli del Concilio impazziscono nel loro vuoto di fede, ed esprimono la loro follia riformando il nulla che è rimasto: cambiare, cambiare, per convincersi di esserci ancora e per credere di contare ancora qualcosa per questo mondo! Stanno arrivando a cambiare ciò che avevano già cambiato, non per tornare sulla strada giusta, che sarebbe quella della Tradizione, ma per radicalizzare ancora di più le innovazioni nella disperata ricerca di qualcosa di interessante. Però, per questi agnostici tristemente annoiati, senza il senso di Dio, non ci potrà più essere nulla di veramente interessante.
Sono arrivati a stancarsi anche del loro messale e a parrocchie ormai vuote imporranno le loro nuove preghiere, forse pensando che il cristianesimo risorgerà perché Dio non induce più in tentazione e dona la pace non agli uomini di buona volontà, ma a quelli che egli ama! Siamo al ridicolo, che è tragico perché è a guida dei pastori.
Questi vecchi smantellatori non hanno più alcun entusiasmo, lo hanno perso occupando i posti di potere ed esercitando questo potere: quando si sono accorti che la primavera del Concilio non sarebbe mai giunta alla stagione della mietitura, come ipnotizzati nel loro sconcerto, si sono ostinati nell’unica opera loro possibile: impedire con ogni mezzo il ritorno dei fedeli e del clero alla Tradizione, cioè semplicemente al Cattolicesimo da cui provenivano.
Quanto più è stata fallimentare la loro riforma della Chiesa, tanto più è stata violenta la repressione della Tradizione: come in ogni dittatura occorre negare il passato, perché la gente non faccia confronti con il presente.
E soprattutto hanno creato un clima moralistico contro la Tradizione, proprio loro che della morale non importava più nulla: e mentre si preparavano a sdoganare tutto, divorzio – aborto – eutanasia – coppie di fatto e perversioni varie, si sono ostinati contro l’unico peccato rimasto, quello di volere la Chiesa come era prima della loro delinquenziale rivoluzione.
Ora sono stanchi, senza entusiasmo, spenti dentro, ma non cambiano in nulla la loro devastatrice prospettiva: sembra proprio un ottenebramento. Diventano, così, ridicoli e patetici nel gestire le ultime folli riforme nascondendo nervosamente la fine della loro chiesa.
Facendo così hanno bloccato il mondo cattolico al loro anno zero, quello del Vaticano II da loro mitizzato e falsificato; hanno bloccato tutto al loro anno zero e hanno così azzerato tutto.
La fregatura sarebbe entrare e vivere nel clima pestifero che hanno costruito, entrare tutti nel loro limbo, nel limbo dei distruttori del limbo. Molto mondo tradizionale rischia di vivere così e avverte l’attanagliante stretta del tempo morto. Troppo mondo tradizionale si fa definire dal clima fallimentare della neo-chiesa e, dopo aver reagito, sta lasciandosi andare a una stanca ripetizione di gesti e parole che non spera più in una rinascita della fede. Questo è proprio il segno del clima mortale della neo-chiesa agnostica.
Disse Gesù ai suoi discepoli: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze...” (Lc 12,35-36).
Così ci vuole il Signore, expectantibus, gente che aspetta in modo vivo e non rassegnato, è il segno della fede.
L’attesa poi, l’aspettare vivo, è sempre ricca di opere, di zelo buono, di una capacità di vivere l’amore a Cristo dentro ogni circostanza e situazione, desiderando sempre e sempre di più che molti si convertano e diventino cristiani, a partire da casa nostra.
Il tempo morto non esiste, è un inganno... il tempo o è con Cristo per l’edificazione, o è contro Cristo per la distruzione... e il nemico fuori e dentro la Chiesa fa vivere il tempo come morto per distruggere quello che resta.
Beati servi illi, beati quei servi che il Signore quando verrà troverà vigilanti... ma la vigilanza si chiama Tradizione! Il Cristianesimo vissuto secondo la Tradizione bimillenaria della Chiesa è lo strumento formale di questa vigilanza, perché, nell’obbedienza che ti chiede, ti impedisce di distruggere, nell’attesa del suo ritorno, il dono di Dio.
Invece il demonio costruisce i tempi morti, nei quali l’uomo, bambino annoiato, distrugge il dono di Dio come fosse un suo giocattolo: così hanno fatto della Grazia e della Chiesa.
Domandiamo una fedeltà operosa alla Tradizione, facendoci umili costruttori dell’opera di Dio, affinché quest’opera possa raggiungere i più.

martedì 18 dicembre 2018

Commento ai capitoli I e II della Sacrosanctum Concilium in occasione della II Antifona Maggiore e della Festa dell’Aspettazione del Parto della Vergine Maria

Il 18 dicembre è la Festa dell’Aspettazione del Parto della Vergine Maria, stabilita per la chiesa di Toledo dal papa S. Martino I con proprio decreto, il quale così intendeva stabilizzare una ricorrenza celebrata in quella chiesa locale da tempo immemorabile (v. L’Aspettazione della Santa Vergine. Un’antica tradizione di Toledo per contemplare i Desideri di Maria negli ultimi otto giorni di Avvento, in Vigiliae Alexandrinae, 18.12.2014, nonché in Radiospada, 20.12.2014):
Virgo Dei Genitrix,
Quem totus non capit orbis,
in tua se clausit viscera factus Homo,
canta la liturgia in un celebre inno.


Parimenti in questo giorno l’Antifona maggiore che si canta, durante i Vespri, al Magnificat ed al versetto alleluiatico del Vangelo è la II: O Adonai.





In questo giorno, pertanto, proseguendo la lettura della Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II, pubblichiamo un breve commento ai capp. I e II della Costituzione del nostro amico "Nicola Canali".

Commento ai capitoli I e II della Costituzione «Sacrosanctum Concilium

di Nicola Canali

L’importanza dei capitoli I e II della Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Ecumenico Vaticano II è facilmente desumibile dai titoli: “Principi generali per la riforma e l’incremento della sacra liturgia” e “Il mistero eucaristico”. Essi, infatti, rappresentano la base teologico-dottrinale di tutto il documento.
La prima parte del I capitolo dopo aver ricordato che il Signore Gesù Cristo ha inviato gli Apostoli «perché attuassero, per mezzo del Sacrificio e dei Sacramenti, sui quali s’impernia tutta la vita liturgica, l’opera della salvezza che annunciavano» (SC 6), richiamando la Mediator Dei del Venerabile Pio XII, asserisce che «la Liturgia è ritenuta come l’esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e, in modo ad essi proprio, realizzata la santificazione dell’uomo, e viene esercitato dal Corpo Mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» (SC 7c).
Orbene, la liturgia terrena imita quella celeste e la distanza dal prototipo obbliga la Chiesa al rinnovamento di sé stessa. Per tale ragione i principi ispiratori della riforma, contenuti in questi primi numeri della Costituzione, desiderano far risaltare la natura e l’importanza della liturgia cattolica, il cui fine è la gloria e l’adorazione del Signore. Essa è il “luogo” dell’incontro con le tre Persone divine, è l’incontro di Cristo con noi: la preghiera che egli, unito al corpo ecclesiale, rivolge al Padre è la voce della Sposa; soprattutto «è l’opera della redenzione» (SC 2), atto del pellegrinaggio terreno (SC 8). Alla luce di tali premesse non può suonare strano il puntuale avvertimento secondo il quale «prima che gli uomini possano accostarsi alla Liturgia, bisogna che siano chiamati alla fede e si convertano» (SC 9).
Capiamo da questi tratti essenziali che la liturgia non può replicare le mode del mondo, perché è una novità assoluta: il culto cristiano è Cristo nella sua divino-umanità, che ha introdotto nel mondo l’inno di lode al Padre. Perciò in essa Egli è presente (SC 7a): lo Spirito rende possibile il suo sacrificio, in quanto Egli, risorto, è entrato nel tempo una volta per sempre. Come dice la liturgia bizantina Egli è «l’offerente e l’offerto, il recipiente e il dono», perché «niente nel suo essere o agire è passato per sempre, eccetto le modalità storiche della sua manifestazione».
La memoria di Cristo si fa ogni domenica e ogni giorno dell’anno, sicché la liturgia «non è una rappresentazione fredda e priva di vita degli eventi del passato o un semplice e vuoto ricordo di un tempo passato. Ma piuttosto Cristo stesso sempre vivente nella sua Chiesa». É questo l’esercizio del suo sacerdozio, grazie allo Spirito che espande l’energia divina, la grazia (SC 10b); così la presenza di Cristo cambia nel suo essere l’uomo, toccando e santificando tutti i momenti della vita, unendo gli uomini e proponendo la Chiesa quale segno di salvezza che raccoglie i dispersi (SC 2). Adesso si può comprende meglio perché la liturgia viene definita «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (SC 10a).
La seconda parte del I capitolo è invece dedicata alla formazione liturgica dei presbiteri e dei laici. Essa viene raccomandata al fine di favorire una partecipazione consapevole dell’intero corpo ecclesiale al mistero celebrato. Sembra superfluo evidenziare come, a distanza di parecchi decenni, la formazione dei chierici, e di conseguenza quella dei laici, non appaia per nulla migliorata né approfondita, ma anzi sembra che, sia nei luoghi di formazione al presbiterato, sia nell’ambito della catechesi e della predicazione il richiamo del documento conciliare sia stato sistematicamente disatteso. In particolare, una volta scemato il fervore dei primi anni della riforma liturgica, la maggior parte dei veri contributi scientifici, al netto di quelli erronei o fantasiosi, sono apparsi ripetitivi ed incapaci di toccare il cuore della questione.
La terza parte del I capitolo, infine, si occupa della riforma della Sacra Liturgia. Essa è la più corposa e probabilmente la più controversa della sezione.
In essa viene subito chiarito che la Liturgia «consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti alla intima natura della stessa Liturgia, o si fossero resi meno opportuni» (SC 21). Tuttavia, dopo aver enunciato questo importante principio, nel prosieguo delle norme circa la riforma, si riscontra una tensione fra la salvaguardia della sacralità e solennità della Liturgia da un lato, e la preoccupazione di rendere il rito più “comprensibile” e di più facile fruizione dall’altro, che si è rivelata, in alcuni casi, fonte di ambiguità ed ha prestato il fianco ad interpretazioni ed applicazioni estreme e discutibili.
Infatti, appare difficile conciliare l’affermazione «non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti» (SC 23a) con quanto è stato operato in fase di attuazione della riforma stessa. Il non individuare i criteri dell’utilità menzionata e l’espressione “in qualche maniera” sono elementi, se si vuole anche piccoli, che evidenziano un nuovo modo di procedere ed un uso problematico del linguaggio, che pervade la quasi totalità dei documenti del concilio. La mancanza di organicità e la non utilità di alcune modifiche od introduzioni, insieme alla carenza dell’accurata investigazione teologica, storica e pastorale prevista dalla medesima costituzione quale condizione imprescindibile per i mutamenti (SC 23a), è stata evidenziata da diversi studiosi quali Bouyer, Jungmann, Ratzinger, Gherardini.
Ecco un esempio di ambiguità e scarsa chiarezza: se nel n. 34 la costituzione liturgica raccomanda che i riti «non abbiano bisogno, generalmente, di molte spiegazioni», in quello successivo si legge che nei riti «siano previste quando necessario, brevi didascalie da farsi con formule prestabilite o simili, dal sacerdote o dal ministro competente, ma solo nei momenti più opportuni» (SC 35). Orbene, è possibile riscontrare come, sia il nuovo messale, sia la prassi liturgica odierna, abbia quasi completamente disatteso la prima raccomandazione ed esasperato la seconda, fino a giungere a liturgie dove l’eloquenza dei segni è subissata da una colluvie di parole e didascalie che impediscono ai primi di parlare al cuore del fedele. Senza dimenticare che un tale atteggiamento è figlio di quel razionalismo illuminista che ha tentato per svariati secoli di penetrare anche nella Liturgia, trovando sempre la ferma opposizione della Sede Apostolica, e che si caratterizza per un uso del concetto di “comprensione” non adatto alla realtà che la Santa Messa è. Infatti, in questo ambito, comprendere non vuol dire rendersi maestri, ma lasciarsi coinvolgere dalla Liturgia. Non sarà mai totalmente possibile capire la Liturgia, non solo perché essa è il mistero di Cristo, ma perché è essa che comprende noi. È il cuore che deve intelligere e ciò è molto più profondo del capire nozioni, riti e simboli nei loro aspetti biblici o antropologici e così via. Oltre all’intelligenza ed al cuore, per entrare in essa ci vuole anche l’immaginazione, la memoria, e tutti i cinque sensi. Più che di spiegazione la Liturgia ha bisogno d’essere vissuta con la fede.
Un altro aspetto problematico è senza dubbio rappresentato dalla questione degli adattamenti. Appare subito chiaro che la preoccupazione dell’assise conciliare è rivolta alle terre di missione ed alle aree geografiche provenienti da culture spirituali profondamente diverse da quella europea, intimamente segnata e plasmata dal cristianesimo. Tuttavia la stessa “sostanziale unità” del rito romano, di cui il documento più volte impone la salvaguardia, sembra esposta ad una progressiva e lenta erosione dalla possibilità di introdurre adattamenti non solo in grandi aree, ma anche in aree più piccole facenti parte delle prime; sebbene non si comprenda quale reale e necessaria utilità spirituale o pastorale possa richiedere una così ampia diversificazione nell’ambito di quello che è e rimane, è bene ricordarlo, il culto pubblico ed integrale della Chiesa. Per completezza, però, occorre segnalare come la costituzione vieti l’introduzione di variazioni o pratiche che non siano confacenti alla natura stessa della Liturgia, cosa, purtroppo, che si è ampiamente verificata e non propriamente in territori di missione.
Un ultimo interessante aspetto da segnalare per quanto concerne questo I capitolo è il richiamo reiterato al rispetto ed alla corretta applicazione del diritto e delle norme liturgiche. Basti ricordare il n. 28 che recita: «Nelle celebrazioni liturgiche ciascuno, ministro o semplice fedele, svolgendo il proprio ufficio, si limiti a compiere tutto e soltanto ciò che, secondo la natura del rito e le norme liturgiche, è di sua competenza».
Per quanto concerne il II capitolo, invece, esso è interamente dedicato alla riforma dell’ordinamento della Messa ed alla semplificazione dei riti. Senza entrare troppo nel merito della questione, si può evidenziare che le varie indicazioni offerte dalla costituzione risentono della tensione dualistica evidenziata in precedenza, di una non sempre adeguata idea di partecipazione, che influirà profondamente nelle scelte operate in sede di attuazione della riforma e di alcune importanti imprecisioni storico pratiche, come nel caso della concelebrazione. Importante ed apprezzabile è la sottolineatura dello stretto rapporto tra Liturgia e Sacra Scrittura ed il richiamo ad una maggiore presenza non solo quantitativa della seconda nella prima.
A conclusione di questa breve riflessione sembra opportuno evidenziare come la natura della Liturgia venga correttamente e chiaramente espressa dalla costituzione liturgica, facendo riferimento sia alla Tradizione, sia al Magistero precedente. Ciò che appare problematico, invece, sono alcune linee guida e determinati principi per l’attuazione della riforma, in quanto strettamente legati ad un particolare modo di intendere la partecipazione attiva dei fedeli, che appare una preoccupazione preponderante ed a tratti eccessivamente considerata. Inoltre, guardando al nuovo Messale, che dovrebbe essere il frutto dell’attuazione della riforma liturgica voluta dal concilio, non si può non notare come vi siano delle incongruenze e come esso abbia disatteso alcune indicazioni della costituzione liturgica; basterà qui ricordare quelle riguardanti la lingua latina, da conservare nella celebrazione, ed il gregoriano, definito canto proprio della liturgia romana.

sabato 1 settembre 2018

Gli eterni aspettanti – Editoriale di agosto 2018 di “Radicati nella fede”

Rilanciamo, sebbene un po’ in ritardo rispetto al mese di competenza, quest’editoriale di Radicati nella fede. Abbiamo preferito rilanciarlo in questo mese, perché più indicato, essendo settembre il mese dell’Esaltazione della Croce di N.S.G.C. e della Vergine dolorosa. Infatti, non accettando il Teantropo Crocifisso quale Messia, coloro che l’editoriale denomina “eterni aspettanti” sono in attesa – vana -  di un loro messia.

GLI ETERNI ASPETTANTI


Editoriale di "Radicati nella fede"
Anno XI n. 8 - Agosto 2018

Per quale ragione siamo in fondo convinti che non si possa rifare almeno un pezzo di Cristianità? Qual è il motivo di fondo che ci impedisce anche solo il desiderare sul serio che la società torni ad essere cristiana, nelle sue espressioni e nelle sue istituzioni?
Qual è il segreto macigno che ci impedisce, anche quando un briciolo di questo desiderio si manifesta ancora in noi; qual è il segreto macigno che blocca il nostro reale operare, perché il nostro mondo torni ad essere cattolico?
I motivi secondari sono tanti, ci sono di mezzo, certamente, il nostro peccato e tutte le nostre meschinità, ma tutto questo viene dopo la pietra d’inciampo, che è ormai un vero macigno:
il più delle volte noi viviamo come se tutto non fosse compiuto. Viviamo in fondo come gli Ebrei che attendono ancora e questo costituisce il nostro tradimento.
Gli Ebrei furono definiti “gli eterni aspettanti”, perché non accolsero il Messia volendone un altro; ma come dovremo essere definiti noi, se vivremo senza la convinzione che tutto è compiuto?
Consummatum est” disse Cristo sulla Croce, tutto è compiuto. Gesù Cristo Signore Nostro ci ha già redenti, ha ottenuto per noi tutte le grazie che ci sono necessarie; ci ha dato tutti gli strumenti, nei Sacramenti, perché la nostra trasformazione in lui avvenga; ci ha consegnato tutte le verità necessarie per la nostra salvezza, perché si compia la nostra santificazione. La Rivelazione è conclusa con la morte di S. Giovanni; il tesoro di grazia è al completo per noi, tutto è compiuto, tutto ci è dato.
Invece noi, per non operare, per non “trafficare” la grazia dataci, attendiamo ancora… alcuni passano tutta la vita così, ed è terribile!
Attendono ancora che qualcosa capiti, come se Cristo non fosse venuto.
Alcuni, molti, attendono ancora come se Cristo non avesse tutto compiuto.
Alcuni, troppi, attendono ancora come se non avessero tutti gli strumenti necessari per la grande operazione: la santificazione della propria vita e la trasformazione del mondo in Cristianesimo, in Cristianità.
Esattamente come gli Ebrei, attendono ancora e questa attesa è tradimento.
Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3) chiese dal carcere San Giovanni Battista. E saputo che la salvezza era presente (“Andate e riferite a Giovanni... i ciechi vedono, gli storpi camminano, ... ai poveri è annunciata la buona novella”, Mt 11,4-5), consegnò la vita nel supremo martirio e i suoi discepoli seguirono il Messia e fecero il Cristianesimo.
Non dobbiamo attendere un altro e Cristo ha già tutto compiuto, se aspettassimo ancora compiremmo il supremo tradimento.
I santi di tutti i tempi sanno questo e, nell’ora del loro presente, compiono l’opera di Dio.
Hanno fatto la Cristianità, cioè la trasformazione della società umana in cristiana, coloro che non attendevano altro perché sapevano che tutto è compiuto. Uomini e donne indecisi sulla definitività della Rivelazione non avrebbero combinato nulla. Uomini e donne impegnati a reinterpretare la Rivelazione per scoprirne novità rivoluzionarie, non avrebbero costruito niente.
Certo, il cristiano è colui che attende: attende però il ritorno definitivo di Cristo, non il compimento della sua Rivelazione e della sua opera, c’è una bella differenza!
Il cristiano è costituito dall’attesa del ritorno definitivo di Cristo, quando verrà a giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine.
Attende, il cristiano, la ricapitolazione di tutta la realtà in Cristo quando lui porterà a compimento, purificando, la cristianizzazione della realtà.
Per questo il cristiano, che ha ormai tutte le grazie per quest’opera, inizia questo lavoro di trasformazione della realtà; la inizia nel tempo, in questo tempo che gli è dato; inizia questo lavoro, che Cristo porterà definitivamente a compimento con il suo ritorno, in questo costituisce il Giudizio.
E noi rischiamo di attendere ancora per non compiere il nostro lavoro!
Anche noi, carissimi, che orgogliosamente amiamo definirci tradizionali, anche noi rischiamo di attendere ancora. Certo, sappiamo bene che la Rivelazione è conclusa, poi però aspettiamo sempre che qualcosa capiti nella Chiesa per poter iniziare un lavoro su di noi e sul mondo… e non capiterà nulla di nuovo, se non la nostra santificazione o il nostro tradimento.
Anche noi rischiamo di essere “eterni aspettanti” come gli Ebrei; come i cristiani che attendono qualche nuova interpretazione della legge di Dio, qualche novità che renda più allettante la fede; qualche novità nei Comandamenti, nei Sacramenti e nella Messa che li renda più efficaci.
Ma questi aspettanti non fanno la storia, perché la storia è di Dio e tutto è già compiuto.

sabato 24 dicembre 2016

La nascita di Gesù e la profezia di cui anche Virgilio si fece interprete

In questa Vigilia di Natale, un interessante articolo sull’annuncio della venuta del Cristo presso i pagani sebbene quest'interpretazione non sia ancora oggi ritenuta unanime (tra i Padri, S. Girolamo non credeva a questa ipotesi, ritenendola una sciocchezza: Epist. 53, ad Paulin., c. 7). Noi vogliamo credere, invece, a questa pia leggenda, anche perché ci sono buoni argomenti per ritenerla fondata. 
Duemila anni fa, quindi, tutto il mondo davvero era in attesa!


La nascita di Gesù e la profezia di cui anche Virgilio si fece interprete

di Francesco Agnoli


È interessante analizzare la quarta ecloga di Virgilio, databile al 40 a.C., in cui si parla di un “puer” di origine divina, con una madre che gli sorride e che egli riconosce, che darà vita ad un nuovo “saeclorum ordo”, ad una nuova età dell’oro, in cui, tra le altre cose, scompariranno, simbolicamente, i serpenti.
Alcuni critici si sono affannati ad identificare il puer con personaggi romani, in particolare col figlio di Asinio Pollione,
console in quell’anno, solo per un paio di mesi, o con quello di Ottaviano.
Evidentemente si tratta di sforzi inutili: poteva Virgilio affidare il cambiamento dell’umanità ad un bambino, e per di più al figlio di un oscuro console senza poteri, con quel nome (Asinio), e con quel cognome (Pollione)?
E Ottaviano, in quegli anni, non era “solo” uno dei tre triumviri?


È evidente, in realtà, come nota il celebre studioso di Virgilio, Antonio La Penna (di cui riporto alcune pagine introduttive all’ecloga stessa) che tutta l’ecloga “erra al di sopra della realtà romana”, ed ha “uno scarso colore romano”: occasioni contingenti a parte, denuncia invece evidentemente “una parentela con il messianismo orientale, e quindi anche con quello giudaico-cristiano”, e riecheggia “attese di una palingenesi del mondo” presenti in quegli anni tra Egiziani, Ebrei, Caldei, Persiani e persino Etruschi!
Nell’ecloga poi Virgilio fa riferimento alla Sibilla Cumana, dimostrando così di attingere ad una di quelle “migliaia e migliaia di oracoli diffusi nel mondo greco-orientale e poi anche in quello romano almeno dal II secolo a.C. in poi” (A. La Penna, “Virgilio, le opere”, La Nuova Italia).
Anche il titolo dell’ecloga, “Redeunt Saturnia regna”, offre lo spunto per considerazioni interessanti, sia perché effettivamente Cristo sarebbe nato in un tempo di pace, in una sorta di età dell’oro, come quella di Saturno, grazie alla pax romana imposta da Augusto dopo decenni di conflitti civili, sia perché Saturno era considerato il pianeta protettore, oltre che del Lazio, anche della Palestina.


Passando dal mondo romano a quello orientale, non si può non ricordare l’attesa presente in quel tempo anche in un’altra religione: i magi che giungono da Babilonia, seguendo la stella, per adorare Gesù, sono infatti famosi astronomi e seguaci di Zoroastro.
Nella loro tradizione religiosa, imperniata su un forte dualismo, prevale comunque un’ottica ottimista, perché dopo alcuni “soccorritori”, arriverà quello definitivo, detto “verità incarnata”, nato da una fanciulla, “senza che alcun uomo le si avvicini”, ad assicurare il trionfo del Bene.
Ecco che probabilmente l’attesa di un “Soccorritore” è all’origine della venuta dei magi a Betlemme: guidati da una “stella” che molti studiosi, da Keplero in poi, hanno identificato con la congiunzione luminosissima tra Giove e Saturno (sempre lui), nella costellazione dei Pesci (considerata segno della “Fine dei Tempi”, e simbolo del Cristianesimo). Congiunzione che fu prevista dagli astronomi babilonesi, cioè dai magi, a ragione, per il 7 a. C. Proprio l’anno considerato oggi come la vera data di nascita di Cristo.

Fonte: Libertà e persona, 20.12.2016