Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 27 maggio 2023

Madre tra i primi cristiani: la presenza di Maria nella Chiesa nascente

Nella Vigilia della Santa Festa di Pentecoste, rilanciamo questo contributo di riflessione e meditazione sulla presenza di Maria nella Chiesa nascente.

Madre tra i primi cristiani

di Paolo Risso

Gesù ha affidato la Chiesa nascente alla sua divina Madre. Da allora Ella è sempre presente in essa, come Madre e Maestra, e, come fece con gli Apostoli, ci forma, ci sostiene e ci guida a Gesù.

La sera del Venerdì Santo (7 aprile dell’anno 30, questa è la data più sicura, secondo gli esegeti), dopo che Gesù morente aveva affidato Maria, sua Madre, al discepolo prediletto, Giovanni, e questi a Maria come Madre, «Giovanni la prese con sé» (Gv 19,27) e la trattò come Madre sua, come Madre dei suoi confratelli, gli Apostoli di Gesù. 

Fu Maria Santissima a radunare Pietro e gli altri, che erano fuggiti per la paura di fare la stessa fine di Gesù sul Calvario, prima attorno alla memoria vivente del Maestro, e, dalla mattina del terzo giorno, attorno a Lui in persona, risorto, vivo, il Vivente in eterno. Quando Gesù la sera di Pasqua si mostrò vivo ai suoi amici, realizzando la promessa inaudita: «Il terzo giorno risorgerò» (Lc 18,33), Maria certamente era con loro. 

Quando, quaranta giorni dopo, Gesù salì al Cielo e si sottrasse ai loro occhi, essi tornarono a Gerusalemme e si radunarono insieme, i Dodici e centoventi persone credenti nel Figlio di Dio, l’uomo-Dio, già crocifisso e ora glorificato dal Padre, in attesa dello Spirito Santo che li avrebbe condotti alla verità tutta intera e li avrebbe resi annunciatori del Risorto sino agli estremi confini della terra. 

«Tutti – scrive san Luca negli Atti del Apostoli – erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme ad alcune donne e a Maria la Madre di Gesù» (At 1,14). Il cinquantesimo giorno, la solennità di Pentecoste, quando scese su di loro la “cascata di luce e di fuoco” dello Spirito Santo, si spalancarono le porte e Pietro, il primo degli Apostoli, uscì dal luogo dove stavano al riparo, e intraprese l’annuncio del Cristo (cf At 2,1-15). 

Madre e Maestra

Maria, la Madre di Gesù, era presente, con il cuore in festa, e al termine di quel giorno, Pietro le portò i primi tremila convertiti al Figlio suo, i suoi primi tremila amici e fratelli, che Maria accolse come suoi figli a immagine del Figlio suo. Era nata la Chiesa, si manifestava la Chiesa. E Lei, la Madre di Gesù, era pure la Madre della Chiesa. 

Pietro e i Dodici e la “gente del loro giro” avevano conosciuto di persona Gesù, ma quelli che non l’avevano mai visto di persona, appena seppero che Maria sua Madre era in mezzo a loro, vollero conoscerla e parlarle e domandarle: “Parlarci di Gesù, raccontaci Gesù! Chi lo fa meglio di te?”. E Maria, per tutti gli anni che rimase ancora sulla terra (circa una dozzina, dice un’antica tradizione), raccontò agli Apostoli del Figlio suo e a quelli, sempre più numerosi, che si convertivano a Lui, quanto Ella sola sapeva del suo Figlio divino. 

I Vangeli non erano ancora stati scritti (cominceranno a essere scritti 10-15 anni dopo l’Ascensione di Gesù), ma i primi cristiani di Gerusalemme e della Palestina, di Antiochia, della Siria, di Cipro... già sapevano dell’annuncio dell’Angelo a Maria, della sua visita alla cugina Elisabetta, della nascita di Gesù a Betlemme e dell’adorazione dei pastori e dei Magi, del posto singolare di san Giuseppe nella famiglia di Gesù, della sua circoncisione e dell’imposizione del suo Nome (Gesù, Dio che salva!). 

Da chi l’avevano appreso? È ovvio: l’avevano appreso da Maria, la Madre di Gesù, Dio e Signore fatto uomo. Scrive a proposito il venerabile Fulton Sheen (1895-1979), formidabile evangelizzatore del mondo d’oggi attraverso la cattedra di docente, i libri e ancor più per mezzo della radio e della televisione in tutto il mondo: «Ogni membro della Chiesa primitiva, dopo la Pentecoste e fino a quando furono scritti i Vangeli, già sapeva del miracolo dei pani e dei pesci (cf Mc 8,1-9), della Risurrezione (cf Mc 16,9-20), del parto verginale di Maria (cf Mt 1,18-25)». Così sapeva delle altre verità che facevano di Maria Santissima la Donna più grande della terra e dell’eternità. Da quanto leggiamo soprattutto nei Vangeli di Matteo e di Luca, apprendiamo che i primi cristiani, prima che i Vangeli fossero scritti, veneravano in Maria «la Piena di grazia» (Lc 1,28), la Vergine tutta santa, la Madre del Signore (cf Lc 1,39-45), Colei che più di tutti e in modo unico ha collaborato alla Redenzione operata da Gesù (cf Lc 2,1-20; Gv 19,23-27). 

Spiega ancora Fulton Sheen: «Quando furono scritti, i Vangeli registrarono una Tradizione già presente, non l’hanno creata. A un certo punto alcuni [gli Evangelisti] decisero di metterla per iscritto, come Luca inizia il suo Vangelo, “in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto” (Lc 1,1-4)». Tra le fonti da cui san Luca ha attinto informazioni per le pagine su Maria e il piccolo Gesù, sicuramente c’è Maria stessa, o coloro che avevano attinto da Lei, gli Apostoli e i loro amici, primi tra tutti Pietro e Giovanni, il quale, quest’ultimo, “aveva preso Maria con sé” (cf Gv 19,27). 

Così «la Chiesa nascente – citiamo ancora da Fulton Sheen – non credeva al parto verginale di Maria perché lo dicevano i Vangeli, ma perché la Chiesa già ci credeva e i sacri scrittori lo fissarono nei Vangeli. Se gli Apostoli, che avevano vissuto con il Signore [e lo avevano appreso da Maria], non avessero insegnato il parto verginale, nessun altro lo avrebbe fatto, nessuno lo avrebbe scritto». Luca, che era medico, quindi un uomo incline allo studio, alla ricerca, al dubbio; non avrebbe scritto della verginità e delle altre cose singolarissime che erano dette di Maria Santissima e del Bambino Gesù, se non ne fosse stato più che sicuro. 

Ancora una volta, la prima fonte, il primo testimone e “documento” doveva essere Maria stessa, la quale, fin dall’inizio, dai cristiani della prima ora, era veneratissima nella Chiesa nascente come Madre di Gesù, Madre del Signore, Madre di Dio, oso dire come Corredentrice; e quindi Madre della Chiesa, costituita dai “fratelli” di Gesù, i nuovi “consanguinei di Gesù”, nella vita della grazia santificante, la sua stessa vita divina. Madre della Vite e dei suoi tralciMadre del Capo e delle sue membra, il Corpo mistico di Cristo. 

Presente e luminosa

Se tutto questo è vero, così come è vero, con intelletto di fede e di amore, io contemplo Maria che prega con gli Apostoli e i primi credenti, partecipa all’offerta del Sacrificio di Gesù nella “frazione del Pane” (cf At 2,46). Io contemplo Maria che, nel modo unico che è il suo di Madre, sostiene gli Apostoli nella predicazione e li guida a una comprensione sempre più intima della persona e dell’opera di Gesù, del suo formidabile e radioso mistero di amore. Ma anche Maria che soffre, quando apprende che gli Apostoli sono perseguitati e fatti bastonare e incarcerare dal sinedrio, lo stesso che aveva condannato il suo Gesù, e con amore materno dolcissimo cura le piaghe sui loro corpi feriti. 

Ho sempre avuto la convinzione profonda che l’evangelista Giovanni, il prediletto di Gesù, abbia scritto il Vangelo che illumina sull’intimità del divino Maestro e Redentore con una profondità dovuta alla sua “coabitazione” con Maria Santissima iniziata la sera del Venerdì Santo. Il Vangelo di Giovanni, che riporta al secondo capitolo Maria che a Cana santifica con Gesù una famiglia nascente, anticipando “la sua ora” (cf Gv 2,1-11); il Vangelo che vede Maria, la Madre, presente all’“ora” del Figlio crocifisso e in Giovanni accoglie in eredità la sua Chiesa, la sua opera di Redenzione. 

Provate, amici, a leggere i primi capitoli degli Atti degli Apostoli, delle vicende accadute a Gerusalemme, a Antiochia, in Siria... pensando che Maria era presente e operosa in quell’ambiente della Chiesa nascente, con tutto il fascino e l’autorevolezza che Ella aveva: ma lo capite? Lo immaginate? Era la Madre, è la Madre di Gesù, ed Ella accompagnava la nascita e la crescita del “Cristo mistico” che era la Chiesa!

Una con Gesù

Ma possiamo dire con brevi dense parole ciò che Maria faceva? Penso che nessuno lo abbia detto meglio della Beata Maria di Gesù Deluil-Martiny (1841-1884), vergine e martire. Sentite: «La Madonna Santissima ha trasmesso a noi in modo particolarissimo gli ultimi anni della sua vita, che vanno dalla Passione-Risurrezione di Gesù al suo beato trapasso. Ce li ha lasciati affinché li onoriamo di un culto, di un omaggio particolare, soprattutto di un’imitazione più fedele. Ora che cosa occupò l’anima e la vita di Maria in questi anni pieni di misteri troppo poco meditati? L’Eucaristia, il Calvario e la Chiesa. 

L’Eucaristia, ove Ella ritrovava il suo Gesù, lo possedeva come noi lo possediamo, lo amava, lo adorava, lo serviva e lo offriva per le mani del sacerdote, come, purtroppo, noi non sappiamo e spesso non vogliamo amarlo, servirlo e offrirlo. 

Il Calvario, i cui sanguinosi ricordi riempivano la sua anima, dove, dopo aver visto morire Gesù, straziante dolore sempre vivo nel suo cuore di Madre, andava ancora a raccogliere il Sangue e i meriti del suo divin Figlio per offrirli al Padre celeste. Il Calvario, dove la sua anima santa si offriva sacrificata e immolata con Gesù. 

E la Chiesa. La Chiesa e gli Apostoli che Ella aiutava, sosteneva, formava con le sue incessanti preghiere e una prodigiosa, nascosta immolazione; e questo con un amore e uno zelo attinti al divino braciere del Cuore di Nostro Signore». 

Non ha poteri di “ordine sacro” né poteri gerarchici; quelli li hanno gli Apostoli, quali Pietro, Giovanni, Giacomo... e coloro ai quali essi hanno imposto le mani, ovviamente tutti uomini, come ha stabilito il Signore Gesù (e nessuno può cambiare questa norma divina). Maria però è la Madre, l’Orante, la Corredentrice, la Donna eucaristica, il cui Cuore, uno con il Cuore di Gesù-Ostia, è traboccante di Lui, che irradia in modo unico tra i credenti della prima ora e tra noi, i credenti di questa nostra terribile ora. C’erano e ci sono tenebre dense, ma la Madre ci porta la Luce eterna. Nolite timere! 

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, fasc. n. 19, 14.5.2023

domenica 9 giugno 2019

Domenica di Pentecoste, Domenica delle Rose

Oggi, Domenica di Pentecoste, un tempo era preceduta da una vigilia di digiuno e di preparazione alla festa, con un’apposita messa, dotata com’era del suo carattere battesimale. Odiernamente, a seguito della riforma liturgica di Paolo VI, anticipata da quella della Settimana Santa del Ven. Pio XII, queste caratteristiche della vigilia si sono perse (sul punto, cfr. Abbé Jean-Pierre Herman, La Pentecôte – Fête élaguée ou restaurée ? La suppression de l’antique vigile baptismale de la Pentecôte, in Schola Sainte Cécile, 2 juin 2014).
Un’altra caratteristica legata a questa festa era l’usanza di spargere una pioggia di rose sui fedeli, al termine dell’omelia papale, nella Basilica romana di S. Maria ad Martyres (Pantheon). Proprio in relazione a quest’uso, rilanciamo questo contributo di un nostro amico.






La Domenica delle Rose

a cura di Giuliano Zoroddu


Negli Ordini Romani, per la domenica dopo l’Ascensione – l’ottava è d’origine posteriore – si prescrive una solenne stazione ed una festa di rose assai caratteristica, e che può lontanamente far ricordare altre simili infiorate pagane. La sinassi si celebrava nel vecchio Pantheon d’Agrippa, ed il Papa che vi prendeva parte ed offriva il divin Sacrificio, era solito di recitarvi anche un’omilia, in cui annunziava al popolo siccome ormai prossima la venuta dello Spirito Santo.
A dare perciò una forma più sensibile al suo annunzio e a questa celeste discesa dell’igneo Paraclito, mentre il Pontefice declamava sull’ambone, dall’alto dell’occhio centrale della Rotonda si faceva cadere sui fedeli una pioggia di rose in figura eiusdem Spiritus Sancti, come nota l’undecimo Ordine Romano; cosi che il nome di Pasqua Rosa a Roma divenne sempre più popolare, e servì a designare la festa di Pentecoste [1].
La messa stazionale ad Sanctam Mariam Rotundam, com’è appunto chiamata nei documenti medievali la Rotonda Agrippina, è tutta in attesa della venuta dello Spirito Santo; tanto che, attribuita nel secolo XV un’ottava anche all’Ascensione, si sentì il bisogno di aggiungerne la colletta commemorativa a questa liturgia eucaristica celebrata nel Pantheon, in attesa della venuta del Paracleto.

(Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster osb, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. IV. Il Battesimo nello Spirito e nel fuoco (La Sacra Liturgìa durante il ciclo Pasquale), Torino-Roma, 1930, p. 25)

[1]  N.d.R. In Sardegna ancora oggi la Pentecoste viene chiamata “Pasca ‘e flores” (Pasqua dei fiori).

domenica 10 febbraio 2019

La vigilia della festa dell'Apparizione della Vergine a Lourdes ....

Il 10 febbraio 1638 Louis XIII dedicò, con un suo editto (c.d. Édit de Saint-Germain) il regno di Francia alla nostra signora in riconoscimento della nascita del futuro Luigi XIV. Fu il c.d. voto di Luigi XIII.
Questa data, che illustra i fondamenti cristiani della monarchia francese, fu commemorata ogni anno da cerimonie religiose  solenni durante tutto l’Ancien Régime.


Guillaume Coustou, Luigi XIII offre la corona alla Pietà - Monumento del Voto di Luigi XIII, 1708 circa, Cattedrale di Notre Dame, Parigi

Carle van Loo, Luigi XIII dedica la chiesa di N.S. delle Vittorie (Notre-Dame-des-Victoires) alla Vergine Maria nel 1629, 1748-53 

lunedì 24 dicembre 2018

Antifona al canto dell'Alleluja della Messa di Viglia di Natale: "Crástina die delébitur iníquitas terræ: et regnábit super nos Salvátor mundi"







Genealogia di N.S.G.C. secondo Matteo

Almeno dal IV sec. (come ci testimonia un testo della pellegrina Egeria a Gerusalemme), un vangelo era cantato solennemente alla fine dell’Ufficio notturno nelle domeniche e nei giorni festivi. Questo vangelo dell'Ufficio divino è conservato a questo punto nella maggior parte dei riti (per es., nel rito bizantino, v'è anche una serie di 11 Vangeli della resurrezione, che sono cantati nei mattutini di ciascuna Domenica; S. Benedetto prescrive, nella sua Regola, anche questo vangelo nei Mattutini al quale si risponde Amen, ecc. ...). Il Vangelo dei mattutini non riprende il testo del Vangelo della Messa del giorno; esso è cantato dal vescovo, dall'abate o dal sacerdote officiante, ma non dal diacono (contrariamente al Vangelo della Messa).
Nel puro rito romano, tuttavia, non c'è rimasto molto oggi: solo la prima strofa del Vangelo del giorno è cantata nel III Notturno, seguito da tre Lezioni, tratte dalle omelie dei Padri su questo vangelo. I differenti usi diocesani francesi, tuttavia, avevano mantenuto una struttura primitiva più antica del rito romano: di solito, il canto solenne del Vangelo giungeva - come nella Regola di San Benedetto – al termine dell'ufficio notturno, tra il IX responsorio dell’ultimo Notturno (responsorio scomparso nel rito romano attuale) ed il Te Deum.
Per la Vigilia di Natale, sia tra i benedettini sia negli antichi usi diocesani francesi, il Vangelo dei Mattutini consiste nella genealogia di Cristo secondo San Matteo. Il canto solenne di questa genealogia è sempre stato modulato in un tono molto particolare, di grande suggestione. Allo stesso modo, si cantava, su un'altra melodia solenne, la genealogia secondo San Luca alla fine dei Mattutini dell'Epifania. Alcune diocesi conoscevano anche il canto solenne al saluto, dopo i secondi Vespri di Natale, del Prologo di San Giovanni su una sublime melodia (ma questo uso è più recente).
Quando la pratica del canto dei Mattutini di Natale prima che la messa di mezzanotte iniziasse a sgretolarsi, molte parrocchie mantennero il canto genealogico a mezzanotte, prima della prima messa di Natale.
Vi presentiamo qui di seguito la versione parigina di questa genealogia. Notate, in cui il finale termina un po' curiosamente, ma questo finale è calcolato per essere in grado di collegarsi direttamente con l'intonazione del Te Deum finale.

(Nostra traduzione dal francese)





La voce del Papa nella Vigilia di Natale: messaggio di S.S. il venerabile Pio XII, Sommo Pontefice


Fonte: 24 dicembre 1941 - Radiomessaggio Natalizio di Pio XII a Roma e al mondo, in Chiesa e postconcilio, 24.12.2018


giovedì 1 novembre 2018

Il significato dei numeri per la Festa di Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween

Nella festa di Tutti i Santi, rilanciamo questo contributo di Chiesa e postconcilio, pubblicato due anni fa.
Un testo, che ci aiuta a meditare sul significato di questa festa e di come Halloween, sia nata come ricorrenza essenzialmente cristiana, e che sia stata via via paganizzata e trasformata in un’occasione di idolatria e di esaltazione dell’Avversario e dei suoi sodali.
Al di là dei vaghi (e storicamente discutibili) legami con il Samhain celtico (che segnava presso i Celti pagani la “fine dell’estate”), in effetti, Halloween nasce in realtà come festa integralmente cristiano-cattolica nel Medioevo, come vigilia della festa di Tutti i Santi; e come momento in cui si recano doni spirituali (aiuti) alle anime ancora prigioniere nel mondo intermedio (Purgatorio) in cui si purificano dalle colpe veniali e soddisfano e riparano, con la loro espiazione, la Giustizia Divina.
Con l’affermazione, in vaste aree dell’Europa, inizia la sua “criminalizzazione”. Saranno, in effetti, proprio i Protestanti, ed in particolare quelli puritani americani, scandalizzati dalla festa cattolica, importata dall’Irlanda, che ne demonizzeranno la pratica ... creando paradossalmente un’assimilazione Halloween-satanismo, che ha finito per essere presa sul serio da gruppi neopagani come Wicca o altri.
È significativo, a questo riguardo, peraltro, che in alcune parti dell’Europa continentale, dove è ancora forte la presenza cattolica e dove le mode ed il protestantesimo hanno scarsamente attecchito, si cerchi, oggi, di recuperare l’antico significato della ricorrenza: in Polonia, per es., ancora oggi, la sera del 31 ottobre, i bambini si vestono tuttora da santi, girando così in processione per le strade.
Rinviamo sul punto ad uno dei più approfonditi articoli sull’origine di Halloween, che sfata una serie di luoghi comuni (alcuni dei quali, ben radicati persino in ambienti cattolici): Sara Pillitteri, Halloween: la fede, le usanze e i luoghi comuni, in Storia delle idee, 29.10.2018.


Il significato dei numeri per la Festa di Tutti i Santi. Con un’appendice sull’origine a la trasformazione di Halloween

di Fr. Cassian Folsom, O.S.B.

Ap 7,2-12; Mt 5,1-12

Sant’Agostino, durante il tempo Pasquale, predicava ogni anno sul significato dei 153 grossi pesci presi nella miracolosa pesca fatta dagli apostoli sul lago di Galilea dopo la Risurrezione del Signore. L’assemblea d’Ippona conosceva bene questo brano evangelico, ma ogni anno aspettava con piacere da Sant’Agostino la spiegazione della numerologia. Similmente, la ricorrenza annuale della festa di Tutti i Santi ci fornisce l’occasione di parlare della numerologia della liturgia. Per coloro che hanno già sentito questa spiegazione, sarà una ripetizione; per coloro invece che non l’hanno mai sentito, sarà una scoperta del significato profondo dei numeri nella Bibbia e nella liturgia.
Quanti santi ci sono? La prima lettura che abbiamo appena ascoltato, dal libro dell’Apocalisse, parla di 144,000. Soltanto? Sembra troppo poco! Il testo, poi, spiega come si è arrivato a questa cifra. Ci sono 12,000 persone da ciascuna delle dodici tribù d’Israele. Il simbolismo è chiaro. Dodici è un numero mistico che significa totalità, completezza. Se volessimo indicare una completezza molto grande diremmo “12” due volte. Anche in Italiano facciamo così, ripetiamo le parole per sottolineare la loro importanza: “pian, piano” vuol dire “veramente piano”. “Or ora” vuol dire “proprio in questo momento”. Quindi, “dodici per dodici” vuol dire un numero veramente grande. E se volessimo andare oltre e indicare un numero superlativo, stravagante, proprio grandissimo? Gli antichi indicavano questo concetto aggiungendo il numero 1.000. Quindi, “12” è già grande. “12 per 12” o 144 vuol dire super-grande. 144.000, invece, è un numero così grande che è quasi impossibile a contare.
Il testo biblico, però, dà questo numero ai Giudei. I Gentili, invece? Una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza popolo e lingua (Ap 7,9). Il concetto è uguale. Una moltitudine immensa di Giudei, e una moltitudine immensa di Gentili.

La Liturgia

Il canone romano adopera la stessa numerologia. Ci sono due elenchi di santi nel canone romano. Contate con me i quelli elencati nel gruppo prima della consacrazione. Innanzitutto, ci sono gli apostoli:

Pietro e Paolo,
Andrea, Giacomo,
Giovanni, Tommaso,
Giacomo, Filippo,
Bartolomeo, Matteo,
Simone e Taddeo (12)

Ci sono dodici santi. Poi, i martiri:

Lino, Cleto
Clemente, Sisto
Cornelio e Cipriano,
Lorenzo, Crisogono,
Giovanni e Paolo,
Cosma e Damiano (12).

Quanti santi sono elencati? 12 per 12 – che fa 144. Completezza, totalità, tutti i santi.
Contiamo, poi, i nominativi nel secondo elenco, dopo la consacrazione. Giovanni Battista viene nominato per primo, perché il suo culto era molto sentito dalla Chiesa romana. Infatti, la cattedrale di Roma (che è il Laterano, non San Pietro) è intitolata San Giovanni in Laterano. Dopo San Giovanni Battista, il capo del coro dei santi, seguono due gruppi, un elenco di maschi e un elenco di femmine. Contiamo i nominativi:

Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino, Pietro (7)

Felicita, Perpetua, Agata, Lucia, Agnese, Cecilia, Anastasia (7).

Sette maschi e sette femmine. Il numero sette, come il numero 12, significa la perfezione, la pienezza. Quindi il secondo elenco, come il primo, vuol dire “Tutti i Santi”, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare… la comunione dei santi. Molti santi hanno una celebrazione nel calendario liturgico, altri invece hanno il loro nome iscritto nel martirologio, ma non hanno un culto liturgico particolare. Inoltre, ci sono santi sconosciuti – o meglio, conosciuti solo a Dio. Oggi, celebriamo la loro festa: la solennità di tutti i santi.
Nella liturgia, siamo circondati dagli angeli e dai santi. Come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, “coloro che celebrano la liturgia qui, al di là dei segni, sono già nella Liturgia celeste, dove la celebrazione è totalmente comunione e festa” (CCC 1136). Forse siamo abituati a pensare che noi stessi siamo i soggetti principali della liturgia – ma sarebbe un’idea erronea. Nella liturgia, l’angelo santo porta la nostra offerta sull’altare del cielo davanti alla Maestà Divina, veniamo trasporti fuori di noi stessi, siamo condotti al palazzo del Re, entriamo in un’altra realtà. Il Catechismo descrive elegantemente chi sono i celebranti della liturgia celeste:
Apocalisse di san Giovanni…ci rivela prima di tutto ‘un trono nel cielo, e sul trono Uno… seduto (Ap 4,2): il Signore. Poi l’Agnello, immolato e ritto (Ap 5,6): il Cristo crocifisso e risorto, l’unico Sommo Sacerdote del vero santuario, lo stesso ‘che offre e che viene offerto, che dona ed è donato’. Infine, il ‘fiume di acqua viva’ che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello (Ap 22,1): uno dei simboli più belli dello Spirito Santo.
Ricapitolati in Cristo, partecipano al servizio della lode di Dio e al compimento del suo disegno: le Potenze celesti, tutta la creazione (i quattro esseri Viventi), i servitori dell’Antica e della Nuova Alleanza (i ventiquattro Vegliardi), il nuovo Popolo di Dio (i 144.000), in particolare i martiri ‘immolati a causa della Parola di Dio’ (Ap 6,9-11), e la santissima Madre di Dio, infine una moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua (Ap 7,9).
È a questa Liturgia eterna che lo Spirito e la Chiesa ci fanno partecipare quando celebriamo, nei sacramenti, il Mistero della salvezza” (CCC 1137-1139).
La solennità di Tutti i Santi ci offre questa visione gloriosa del nostro destino: la comunione dei santi nella liturgia celeste. Preghiamo il Signore di poter pregustare oggi in questa Messa, la gioia che sperimentano i commensali alla cena delle nozze del Signore (cf. Ap 19,9).

Fr. Cassian Folsom, O.S.B. - 15 nov. 2015

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Un accenno all’odierna scristianizzazione

Halloween, deriva da All Hallow’s Eve e vuol dire semplicemente ‘Sera della festa dei Santi’, ‘Vigilia della festa dei santi’.
La chiesa cattolica l’1 novembre fa memoria di tutti i santi e la sera del 31 ottobre è appunto la vigilia della festa. Ma l’1 novembre era il giorno della festa celtica di Samhain ed alcune delle tradizioni dell’odierna Halloween vi rimandano.
Cosa è avvenuto? Perché questa coincidenza? Halloween è una festa pagana o cristiana? Siamo dinanzi ad una espropriazione cristiana o ad un camuffamento sincretista di riti magici? Cosa è bene fare in campo educativo? Incoraggiare o opporsi alla celebrazione di Halloween?
La festa celtica di Samhain ”era un momento di contemplazione gioiosa, in cui si faceva memoria della propria storia, della propria gente, dei propri cari, in cui si celebrava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa, che non era l’ultima parola, se era vero che i propri cari, almeno una volta l’anno, potevano essere in qualche modo presenti. Nella magica notte di Samhain non erano le oscure forze del caos che riportavano nel mondo i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente”.
L’annuncio del vangelo nel mondo celtico si misurò con questa tradizione che manifestava il desiderio che la morte non fosse l’ultima parola sulla vita umana e testimoniava, a suo modo, la speranza nell’immortalità delle anime. Il cristianesimo comprese che la propria convinzione della costante presenza ed intercessione della chiesa celeste, della comunione dei santi che già vivono in Dio, poteva rinnovare dall’interno l’attesa ed il desiderio che la tradizione di Samhain celebrava. La resurrezione di Cristo era l’annuncio che la presenza benedicente dei propri defunti non era pura illusione, ma certezza dal momento che noi, i viventi di questa terra, viviamo accompagnati dal Cristo e da tutti i suoi santi. Samhain divenne così Halloween.
Tuttavia, nella corrente letteratura esoterica ed occultistica si danno delle fantasiose e infondate versioni della festa di celtica Samhain che sono poi quelle che fanno da riferimento alle moderne celebrazioni stregonesche e neopaganeggianti e che hanno creato agli occhi di molte persone l’immagine inquietante di Halloween, ma che nella maggior parte dei casi ormai acquista un aspetto satanico. Ciò avviene attribuendo a Samhain il nome di una oscura divinità, ‘Il Signore della morte’, ‘Il Principe delle Tenebre’, che in occasione della sua celebrazione chiamava a sé gli spiriti dei morti, facendo sì che tutte le leggi dello spazio e del tempo fossero sospese per una notte, permettendo agli spiriti dei morti e anche ai mortali di passare liberamente da un mondo all’altro. Per questo Samhain viene considerato dai moderni e fantasiosi esoteristi come un momento dedicato alla divinazione, in cui cioè si può facilmente prevedere il futuro e predire la fortuna. E così la ‘festa dei morti’ di ancestrale tradizione celtica, perduta la sua giustificazione cristiana, si trasformò in una specie di celebrazione dell’oscurità, della magia, con contorno di streghe e demoni. La solidarietà tra le generazioni, tra i morti e i vivi, aveva lasciato posto ad un terrore cupo e gotico della morte. Ed è così che Halloween costituisce uno dei tanti processi di ‘de-cattolicizzazione’, “spazzata via dalla nuova visione orrifica, estremamente moderna nel suo essere allo stesso tempo scientista, positivista e affascinata dall’elemento magico-occultistico”.
Utile ricordare a tutti cosa ne pensa don Gabriele Amorth, uno dei più grandi esorcisti: 
“Halloween non è una festa, ma un evento inquietante che ha lo scopo di ironizzare, con l’uso delle maschere, su ciò che è male per farlo passare come un divertimento innocente. È il capodanno dei satanisti, la notte per eccellenza dell’occulto, di chi lo pratica perché si festeggia il dio dell’occulto, Satana. E poco importa saperlo o non saperlo perché i suoi effetti malefici e devastanti nel tempo, raggiungono anche le persone che, inconsapevolmente, vi partecipano… Fuggite da tutti i simboli di Halloween, sono “porte” sataniche che portano i demoni nelle vostre case, portano la divisone, invidie e malefici…”
Preghiamo e adoperiamoci perché, a partire dalle Parrocchie e anche nella scuola, si diano insegnamenti corretti e edificanti, altrimenti, purtroppo, è serio il rischio di sfociare nel satanismo, inconsapevole nei bambini e nei giovani che abbracciano le mode del tempo e irresponsabilmente ignorato da chi dovrebbe vigilare ma soprattutto insegnare altro. 

martedì 14 agosto 2018

Padre nostro, l’importanza della tentazione

Durante la c.d. veglia del vescovo di Roma con i giovani al Circo Massimo, lo stesso è tornato – con una domanda evidentemente preparata ad hoc (non certo spontanea!) su uno dei suoi temi cult: vale a dire la questione della traduzione del Pater noster, “non ci indurre in tentazione”.
Sul tema abbiamo già espresso il nostro punto di vista, ponendo in luce come il senso di quelle parole siano state rettamente dalla Chiesa e come la stessa, per rispetto alla sacralità del testo, abbia evitato, nelle sue traduzioni liturgiche, di sostituirle con improbabili ermeneutiche dell’interprete di turno. Del resto, diversi autori di ben altro ed elevato lignaggio e cultura (si pensi solo all’Aquinate) hanno avuto modo di commentare quelle parole del Signore (cfr. G. Zoroddu, San Tommaso ci spiega il “non ci indurre in tentazione”, in Radiospada, 10.12.2017, nonché in Il Timone, 11.12.2017 ed in MiL, 21.12.2017; A. Morselli, Non abbandonarli alla tentazione di cambiare il “Padre nostro”, ivi, 11.12.2017).
Rilanciamo, quindi, volentieri a chiarimento, nella festa dei SS. Martiri di Otranto e Vigilia dell'Assunzione della B.V.M., questo contributo di don Nicola Bux.


SULLA CORRETTA TRADUZIONE

Padre nostro, l’importanza della tentazione

di don Nicola Bux

Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell’annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio “Non ci indurre in tentazione”. Ma cosa dice la Scrittura? Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.


Durante la veglia di sabato del Papa con i giovani, Francesco è tornato a parlare dell’annosa questione della traduzione corretta del Padre Nostro nel passaggio “Non ci indurre in tentazione”. Il Papa ha detto: “Nella preghiera del Padre Nostro c’è una richiesta: ‘Non ci indurre in tentazione’. Questa traduzione italiana recentemente è stata cambiata, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre ‘indurci’ in tentazione? Può ingannare i suoi figli? - ha chiesto - Certo che no. Infatti una traduzione più appropriata è: ‘Non abbandonarci alla tentazione’. Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi....A volte le parole, anche se parlano di Dio, tradiscono il suo messaggio d’amore. A volte siamo noi a tradire il Vangelo”. 
Fin qui il Papa. Come stanno le cose? In merito al “non ci indurre in tentazione”, vanno menzionati innanzitutto tre brani:
Ecco io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone...”(Es 14,17). Qui è il Signore che induce all’ostinazione; ”Ecco,dunque, il Signore ha messo uno spirito di menzogna sulla bocca di tutti questi tuoi profeti, perché il Signore ha decretato la tua rovina...”(1 Re 22,23). Qui è il Signore che induce alla mistificazione; ”E per questo Dio invia loro una potenza d’inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità” (2 Tess 2,11-12). Qui è il Signore che induce all’inganno.
Nella I domenica di Quaresima, la “domenica delle tentazioni di Gesù” la Liturgia Horarum secondo il Novus Ordo, propone la lettura di sant’Agostino a commento del salmo 60, di cui riportiamo il brano seguente: ”...la nostra vita in questo pellegrinaggio non può essere esente da prove e il nostro progresso si compie attraverso la tentazione. Nessuno può conoscere se stesso se non è tentato, né può essere coronato senza aver vinto, né può vincere senza combattere; ma il combattimento suppone un nemico, una prova.
Pertanto si trova in angoscia colui che grida dai confini della terra, ma tuttavia non viene abbandonato. Poiché il Signore volle prefigurare noi, che siamo il suo corpo mistico, nelle vicende del suo corpo reale, nel quale egli morì, risuscitò e salì al cielo. In tal modo anche le membra possono sperare di giungere là dove il Capo le ha precedute.
Dunque egli ci ha come trasfigurati in sé, quando volle essere tentato da Satana. Leggevamo ora nel vangelo che il Signore Gesù era tentato dal diavolo nel deserto. Precisamente Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque perse da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria. Se siamo stati tentati in lui, sarà proprio in lui che vinceremo il diavolo. Tu fermi la tua attenzione al fatto che Cristo fu tentato; perché non consideri che egli ha anche vinto? Fosti tu ad essere tentato in lui, ma riconosci anche che in lui tu sei vincitore. Egli avrebbe potuto tenere lontano da sé il diavolo; ma, se non si fosse lasciato tentare, non ti avrebbe insegnato a vincere, quando sei tentato” 
(Commento al Salmo 60,3; CCL 39,766).
Pertanto, Dio non può abbandonarci alla tentazione, ma ci può indurre ovvero tentare in Colui nel quale, per il battesimo, siamo stati trasfigurati e quindi possiamo vincere.
San Tommaso D’Aquino, nel suo Commento al Padre nostro, dopo aver premesso che Dio ‘tenta’ l’uomo per saggiarne le virtù, e che essere indotti in tentazione vuol dire consentire ad essa, scrive: “In questa (domanda) Cristo ci insegna a chiedere di poterli evitare (i peccati), ossia di non essere indotti nella tentazione per la quale scivoliamo nel peccato,e ci fa dire: ‘Non ci indurre in tentazione’.”[...].
L’Aquinate poi, chiarito che la carne, il diavolo e il mondo tentano l’uomo al male, annota che la tentazione si vince con l’aiuto di Dio, in quale modo? “Cristo ci insegna a chiedere non di non essere tentati, ma di non essere indotti nella tentazione”[...]. Infine, si chiede: “Ma forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: ‘non ci indurre in tentazione’? Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista: ‘Non abbandonarmi quando declinano le mie forze’ (Sal 71[70],9). E Dio sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato”.
A questo si deve aggiungere anche il commento al Padre nostro di Ratzinger, dalla trilogia delle sue opere.
Quindi, secondo questi autori conserva tutto il suo senso la petizione “et ne nos inducas in temptationem”: il testo latino corrisponde esattamente all’originale greco del Nuovo Testamento. Il punto focale è prendere in considerazione tutta la Rivelazione biblica, nella quale Dio si manifesta in modo “cattolico”: etimologicamente, secondo la globalità dei fattori, che caratterizzano la vicenda umana e che non sfuggono in alcun modo a Lui, se è vero il detto: non muove foglia che Dio non voglia.
Del resto, non dice Giobbe: se da Dio abbiamo accettato il bene, perché non dovremmo accettare il male? Dio ha dato, Dio ha tolto: sia benedetto il nome del Signore. E Gesù: tutti i capelli del vostro capo sono contati. Per questo, Dio è cattolico, come disse von Balthasar.


sabato 19 maggio 2018

Beato Angelico, la potenza dello Spirito

La Chiesa, nell’odierna Vigilia, attende l’effusione dello Spirito Santo e ricorda la Vergine e gli Apostoli congregati nel Cenacolo in orazione. La liturgia tradizionale canta il regno dello Spirito Santo nei battezzati, rinnovati nelle acque del battesimo, e la continua assistenza dello Spirito Santo nei confronti della Chiesa. Questa vigilia, che noi celebriamo seguendo l'antico calendario della Chiesa, non ha nulla di penitenziale, ma tutto è festoso.
Il messale, promulgato da Paolo VI, il 3 aprile 1969, va ricordato, sopprimeva praticamente l’antico uso delle vigilie e delle ottave per le grandi feste dell’anno. Le ottave erano ormai limitate a Pasqua ed a Natale. Quanto alle vigilie, per alcune feste, non esiste, nel rito montiniano, che una “messa della vigilia” a sera, che spesso passa inosservata. Si tratta, di fatto, di un’anticipazione della festa e non più di una giornata di digiuno e di preparazione a questa come avveniva in passato.
La messa di vigilia della Pentecoste è un caso particolare. Essa è dotata di una scelta di quattro testi per la prima lettura. Si tratta di testi dell’Antico Testamento, che preparano al dono dello Spirito santo. Questo è tutto ciò che esiste dell’antica e ricca liturgia della vigilia di Pentecoste, che ricalcava, come struttura, quella del Sabato santo, ad eccezione della benedizione del fuoco e del cero pasquale. Il suo depauperamento è avvenuto in due tempi. La vigilia cadde nella riforma degli anni ’50 del secolo scorso e l’ottava con la promulgazione del nuovo messale. Sulla struttura della Vigilia di Pentecoste, cfr. Abbé Jean-Pierre Herman, La Pentecôte – Fête élaguée ou restaurée ? La suppression de l’antique vigile baptismale de la Pentecôte, in Schola Sainte Cécile, 2 juin 2014; Gregory Dipippo, The Suppression of the Ancient Baptismal Vigil of Pentecost, in New Liturgical Movement, May 18, 2018 ed in Canticum Salomonis, May 18, 2018.
Sono note le “lacrime di coccodrillo” di papa Montini, che faceva il finto tonto, per la soppressione dell’ottava di Pentecoste. Ecco l’aneddoto. Siamo nel 1970, lunedì (secondo altri domenica dell’ottava) di Pentecoste. La riforma liturgica era entrata in vigore da pochi mesi. Paolo VI si avviava la mattina presto verso la sua cappella per celebrare la Messa. Con sorpresa, trovò preparati i paramenti verdi anziché quelli rossi, di Pentecoste, e della sua ottava. Interrogati i cerimonieri, questi gli risposero: «Ma Santità, ormai è tempus per annum, il colore è verde. L'ottava di Pentecoste è abolita». «Verde, ma come? Chi ha abolito l'ottava?», domandò concitato il finto tonto Montini. «Lei, Santo Padre ...». E Paolo VI pianse (Le lacrime di Paolo VI e l'ottava di Pentecoste, in blog MiL, 31.5.2010; John Zuhlsdorf, A Pentecost Monday lesson: “And Paul VI wept”, in Fr. Z’blog, 5 june 2017. Cfr. Paolo VI e la “riforma della riforma”, in Antiquo robore, 11.5.2018). Almeno così si dice. Montini, avvertendo il disagio di trovarsi, quindi, ex abrupto, nel tempo ordinario, ne scriveva, con biglietto autografo e confidenziale, all’allora P. Bugnini, chiedendogli di fare qualcosa per «ripensarvi, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico che contiene in se’ la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo» (il testo è riportato in nota a Ildebrando Scicolone, Paolo VI, “interprete” della riforma liturgica, in Ecclesia Orans, vol. 30 (2013), pp. 335-362, partic. pp. 356-358 concernente la soppressione dell’Ottava di Pentecoste, riportato anche in Paolo VI e la riforma liturgica. Dalla beatificazione una nuova luce, in blog Sacramentum futuri, 15.10.2014). A questo rispose lo stesso Bugnini con un promemoria, visto che la memoria di Montini andava aiutata, giacché non rammentava ciò che egli stesso aveva compiuto e di cui si era convinto.
Pare inverosimile, a nostro avviso, pensare ad un Montini, quasi fosse un neo smemorato di Collegno …, che non avesse presente la sua stessa “riforma” o che ignorasse la soppressione dell’Ottava avvenuta con la Costituzione apostolica Mysterii paschalis del 14 febbraio 1969 e la spiegazione delle motivazioni di tale soppressione, data nel Commentarius: «Octava Pentecostes, ut dictum est, supprimitur; attamen feriae currentes inter sollemnitatem Ascensionis et sollemnitatem Pentecostes peculiare momentum acquirunt formulariis enim propriis ditantur quibus in mentem revocantur promissiones Christi relate ad effusionem Spiritus Sancti» (Calendarium romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pp. Pauli VI promulgatum, Città del Vaticano 1969, p. 57)!
Ci riesce davvero difficile immaginare tutto ciò come anche immaginare un Montini che non fosse consapevole di ciò che faceva o non si preoccupasse di leggere e meditare ciò che gli veniva sottoposto per la firma. La verità è che Montini era perfettamente consapevole di ciò che stava facendo e quelle lacrimucce postume erano solo un’invereconda sceneggiata “napoletana”, per accreditare l’idea, presso il grande pubblico, di una sua buona fede, che non ci sembra – con tutta onestà – vi fosse; pena il ritenerlo del tutto incapace ed inconsapevole di ciò che stava compiendo alla Chiesa.
Ad ogni buon conto, per ricordare e celebrare questa Vigilia, ci sembra quanto più adatto rilanciare il seguente contributo, che ci serva quantomeno come meditazione per questa ricorrenza vigiliale.

Beato Angelico, la potenza dello Spirito

di Margherita del Castillo

Nella pittura, come nella poesia, l’accento della Pentecoste è posto sull’Universalità del messaggio cristiano, che sfonda l’ambiente chiuso in cui si ritrovavano i primi apostoli per diffondersi in tutto il mondo grazie alla potenza del fuoco dello Spirito. Come dimostra la Pentecoste del Beato Angelico di Firenze.

Beato Angelico, Pentecoste, Museo di San Marco, Firenze

Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano.  At, 2, 2

La Pentecoste ebraica, o festa delle Sette Settimane in riferimento al tempo che la separava dalla Pasqua, segnava l’inizio della mietitura del grano ed era la festa di ringraziamento a Dio per i frutti della terra, celebrata in memoria del dono più grande che il popolo ebraico, allora guidato da Mosè, aveva ricevuto: le tavole della legge sul Monte Sinai. Noi cristiani ricordiamo la discesa dello Spirito Santo che, essendo una delle festività portanti del nostro credo, è stata, naturalmente, più volte rappresentata.

La terza persona della Santissima Trinità, nell’arte, può comparire sotto forma di colomba – nell’iconografia del Battesimo di Gesù - di nube luminosa – nella Trasfigurazione – o di lingue di fuoco, come, appunto, nel caso in oggetto. Per amore di completezza aggiungiamo che il Vangelo di Giovanni parla dello Spirito Santo come di un soffio e chissà, forse in altri dipinti, lo incontreremo così!

Il fuoco è, come l’acqua, simbolo di vita e, in questo senso Beato Angelico lo utilizza nella sua interpretazione del tema, sia nella versione del Trittico della Galleria Corsini di Roma, sia in quella, più o meno contemporanea, del celebre Armadio degli Argenti, i cui pannelli sono ora conservati al Museo Nazionale di san Marco a Firenze.

A metà del XV secolo Piero de Medici commissiona a Guido di Pietro, ordinato poi col nome di fra’ Giovanni ma ben più noto come Beato Angelico, una porta per la chiesa della Santissima Annunziata di Firenze. Il progetto di Piero prevedeva la creazione di un oratorio familiare tra il tempio mariano e la biblioteca del convento: è qui che il prezioso armadio sarebbe stato custodito.  Uno dei suoi pannelli, che raccontano le storie di Cristo, a partire dalla Fanciullezza fino alla Resurrezione, riproduce la discesa del Paraclito e, così come gli altri, è una tempera su tavola.

Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.

Il luogo in questione è il Cenacolo, la “camera alta”, quella stessa dell’ultima cena. Maria ha sostituito Gesù e compare, in preghiera, ieratica, frontale, in piedi al centro della scena. I Dodici, nel frattempo, sono diventati ventisei, distribuiti dal pittore in posizione simmetrica rispetto alla Vergine, le aureole incendiate dalla potenza dello Spirito.

A Maria, al piano inferiore, corrisponde una porta chiusa, che rimanda a Lei quale ianua coeli attorno alla quale si radunano, curiosi, degli uomini i cui indumenti, soprattutto i copricapi, inducono a pensare a loro diverse provenienze.  Sono, infatti, i Parti, i Medi, gli Elamiti, gli abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia che, stupiti e perplessi, come ci riferiscono gli Atti degli Apostoli, così dicono tra loro: 

“li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio. Che significa questo?”

La grazia, l’eleganza della pittura del Beato Angelico impreziosiscono ulteriormente la scena. Ai suoi colori luminosi sembra alludere la similitudine che troviamo nella Pentecoste, l’ultimo degli Inni Sacri composti da Alessandro Manzoni
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.

Nella pittura, come nella poesia, l’accento è posto sull’Universalità del messaggio cristiano, che sfonda l’ambiente chiuso in cui si ritrovavano i primi apostoli per diffondersi in tutto il mondo grazie alla potenza del fuoco dello Spirito.