Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 4 gennaio 2018

Circa la professione di fede promossa dai 3+2 vescovi

Lo scorso 31 dicembre, tre vescovi kazaki, della diocesi di Astana, i monss. Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider, hanno sottoscritto una solenne professione di fede circa l’insegnamento tradizionale della Chiesa riguardo al divieto di accesso dei divorziati risposati al Sacramento dell’Eucaristia (cfr. Kazakhstan Bishops Call Communion for Remarried “Alien to the Entire Tradition of the Catholic and Apostolic Faith, in Onepeterfive, Jan. 1st, 2018; D. Montagna, Three bishops call Pope’s reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith, in Lifesitenews, Jan. 2nd, 2018; Full text of Kazakhstan Catholic Bishops statement on Amoris Laetitia, ivi; I vescovi Tomash Peta, Jan Pawel Lenga, Athanasius Schneider: Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale, in Corrispondenza romana, 2.1.2018; Pubblica Professione di fede dei tre vescovi del Kazakhstan sul matrimonio sacramentale, in Chiesa e postconcilio, 2.1.2018; Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale, in Riscossa cristiana, 2.1.2018; ).
Una professione di fede quantomeno opportuna, vista la recente pubblicazione, sugli Acta Apostolicae Sedis, della nota missiva di adesione del Vescovo di Roma ai Criteri – di accesso alla Comunione – elaborati dai vescovi della regione ecclesiastica di Buenos Aires ed al rescritto del Segretario di Stato, card. Parolin, su cui abbiamo avuto modo di intervenire in altra occasione (v. qui) e che è stata condivisa dal prof. De Mattei – e di ciò lo ringraziamo pubblicamente (cfr. R. De Mattei, De Mattei: A Response to Edward Peters on the Buenos Aires Letter & Authentic Magisterium, in Onepeterfive, Dec. 19, 2017; De Mattei risponde a Edward Peters sulla lettera di Buenos Aires e il magistero autentico, in Corrispondenza romana, 28.12.2017, nonché in Chiesa e postconcilio, 28.12.2017).
Da parte nostra si è sostenuto, non senza argomentazioni giuridico-canoniche, che quei documenti fossero da ritenersi “magisteriali” non in quanto provenienti dalla Chiesa e, quindi, ascrivibili a giusto titolo nell’ambito della Tradizione bimillenaria della Chiesa, ma in quanto chiara, pubblica ufficializzazione dell’avvenuto mutamento dottrinale - riteniamo abusivo – compiuto dal Vescovo di Roma; ufficializzazione, che, pensiamo, non possa essere minimizzata e ridotta quasi ad una trascurabile opinione di un privato dottore (cfr. Bugie e fango sugli Acta Apostolicae Sedis, ivi, 29.12.2017). Non si veda in quest’opposizione chissà quale dietrologia (cfr. M. Faggioli, The opposition to Pope Francis is not really about ‘Amoris Laetitia, in La Croix, Dec. 29, 2017). No, è solo una questione di verità evangelica, che va riaffermata e ribadita in quest’epoca nella quale essa viene messa in dubbio.
Se prima della pubblicazione sugli Acta ci potessero essere dubbi interpretativi circa la natura della missiva del vescovo di Roma, che riteneva l’interpretazione dell’accesso graduale dei divorziati risposati alla Comunione così come elaborata dai vescovi argentini come unica possibile (il che poneva termine a diverse ed altre interpretazioni, magari più aderenti alla Tradizione della Chiesa per la quale il divieto è assoluto e non temperato in alcun modo e neppure dall’eventuale colpa/discolpa di alcuno dei coniugi), oggi alcun dubbio può sussistere al riguardo. La pubblicazione costituisce un’indubbia ufficializzazione e, potremmo dire, “solennizzazione” dell’avvenuto mutamento dottrinale, di cui, con buona pace di alcuni autori, forse è il caso che si prenda atto per trarne le giuste conseguenze. Quantomeno per non generare ulteriore confusione, proponendo interpretazioni – peraltro oggi ufficialmente escluse, pure le più bizzarre (tra queste ci piace porre in luce quella decisamente fantasiosa del card. Ouellet, secondo cui, in certi casi, si potrebbe consentire ai divorziati risposati di accostarsi ai Sacramenti, affinché, di fatto, ottengano ... la grazia di non chiederli! cfr. P. Baklinski, Did this Vatican Cardinal flip-flop on Communion for remarried because of Pope Francis?, in Lifesitenews, Oct. 18, 2017), essendo quella degli argentini “l’unica possibile”! – che cerchino di far quadrare un cerchio, affermando che mancherebbe l'intenzione del vescovo di Roma di esercitare l'autorità magisteriale.
Ed il mutamento dottrinale, pensiamo, sia avvenuto non agendo sul can. 915 – norma di carattere generale concernente una serie indistinta di peccatori ostinati – bensì sulla norma speciale e specifica dei divorziati risposati fatta propria dall’insegnamento magisteriale della Chiesa e segnatamente, ad es., dall’esortazione Familiaris Consortio. Per incidens: coloro che negano il valore di “magistero” ad un’esortazione apostolica, in quanto documento pastorale-esortativo, dovrebbero poi spiegare perché l’attribuiscono, invece, alla Familiaris consortio, visto che anch’essa – quanto a natura del documento adoperato – è un’esortazione apostolica … . A parte questa considerazione, ad ogni modo, dicevamo che il mutamento dottrinale della norma specifica – che deve ritenersi tacitamente abrogata – avrebbe inciso sulle tradizionali condizioni di peccato mortale (materia grave, deliberato consenso e piena avvertenza), e segnatamente sulla piena avvertenza e deliberato consenso, scadendo nell'etica della situazione, in quanto l'ambito delle circostanze attenuanti sarebbe ampliato e reso indeterminato in maniera più o meno occulta (affidandosi, di fatto, al "discernimento" del confessore), tanto da coincidere, nel loro esito pratico, pur non negandosi l'esistenza di una norma oggettivamente valida, con l'etica della situazione. Per questo, e cioè per come è presentata tale novità, essa sarebbe quantomeno favens haeresim (cfr. FAVENS HÆRESIM - L'equivocità magisteriale come deliberata premessa dell'errore, in opportuneimportune, 13.11.2017).
Per cui, sarebbe non realistico non prendere atto che il Vescovo di Roma abbia inteso mutare la dottrina di sempre della Chiesa, traendo le conseguenze teologiche e canoniche che dovrebbero trarsi al riguardo.
In questo contesto si pone l’odierna professione di fede dei vescovi di Astana, confermandosi il Kazakistan come un bastione di fedeltà alla fede di sempre (cfr. E. Barbieri, Il Kazakistan: un bastione di fedeltà nella confusione presente, in Corrispondenza romana, 2.1.2018). In effetti, questa professione – dall’indubbio carattere spiazzante per i vescovi ed in primis per quello dell’Urbe – comporterà che chiunque non vi aderisca dei circa 5.000 vescovi esistenti nel mondo non possa essere considerato cattolico, ponendosi quindi fuori dalla cattolicità. Certo, magari chi non vi aderirà, potrà fregiarsi nominalmente dell’appellativo di cattolico, ma ciò sarà solo una questione nominale, non sostanziale. Per essere sostanzialmente cattolici e, quindi, veri successori degli Apostoli e veri Pastori (e non mercenari), i vescovi, loro malgrado, dovranno aderire e compiere una tale professione.
Come sotto S. Pio X – e per molto tempo dopo di lui – il mancato giuramento antimodernista (per il testo, v. qui) comportava la qualifica di eresia o rendeva quantomeno dubbia l’ortodossia del soggetto (tanto da essere deferito al Tribunale del Sant'Offizio, v. m.p. Sacrorum Antistitum), oggi il prelato che non intenda aderire a questa professione dovrebbe considerarsi sostenitore del mutamento dottrinale, con le implicazioni sopra accennate.
Il discrimen tra vescovo cattolico e sedicente “vescovo” sta oggi in questo. Di qui ben a ragione sono comprensibili le motivazioni degli altri due sottoscrittori, che si sono aggiunti agli originari tre presuli, vale a dire mons. Carlo Maria Viganò e mons. Luigi Negri (cfr. D. Montagna, Former US Nuncio joins statement calling Pope’s reading of Amoris Laetitia ‘alien’ to Catholic faith, in Lifesitenews, Jan. 2nd, 2018; D. Hitchens, Five bishops reaffirm traditional teaching on Communion, in Catholic Herald, Jan. 3rd, 2018; Due vescovi italiani aderiscono alla professione di verità sul matrimonio sacramentale, in Corrispondenza romana, 3.1.2018 ed in Chiesa e postconcilio, 2.1.2018;
Possiamo ben comprendere l’irritazione in quelle, un tempo sacre, stanze da parte dell’attuale establishment chiesastico, come ci racconta il giornalista Marco Tosatti (La strategia del Pontefice contro i cinque vescovi coraggiosi, secondo Anonimi della Croce: screditarli. Poi, una coincidenza singolare, in Stilum Curiae, 3.1.2018). Certo però che se quanto afferma il giornalista fosse confermato e cioè al vero che il Vescovo di Roma cercasse con il discredito di “minimizzare” l’iniziativa dei tre+due presuli, crediamo che egli abbia sbagliato strategia, poiché, anche se fossero screditati come persone, rimarrebbe che, senza l’adesione di alcuno degli altri cinquemila e passa vescovi della Chiesa (vescovo di Roma compreso) a quella professione, sarebbero questi ultimi a risultarne screditati, in quanto non aderenti ad una professione di fede integralmente cattolica. Cosicché, come lo fu per il giuramento antimodernista, coloro che non vi aderissero sarebbero semplicemente non cattolici e, quindi, de facto, non più Pastori legittimi dell’Ecclesia Catholica, in quanto eretici ed aderenti ad una chiesa che non sarebbe quella di Cristo. Questa sarebbe la conseguenza.
Per cui, non prendesse sotto gamba quest’eventualità il vescovo di Roma! Potrebbe non aderire alla suddetta professione solo se dimostrasse mediante la Tradizione che sarebbe quella professione ad essere contro il deposito della fede. Ma fino a che non ne sarà dimostrata l’eterodossia alla luce della Tradizione e del magistero bimillenario della Chiesa – cosa che riteniamo impossibile – riteniamo che la mancata adesione alla professione comporterà la qualifica di eretici per i presuli che non la sottoscrivessero.
Un suggerimento estremo dunque ci sentiamo di poterlo dare ai vescovi e cardinali della Catholica: sottoscrivetela e rimangiatevi quanto scritto su AL! Meglio passare da ridicoli e macchiette dinanzi al mondo (dicendo “ragazzi, abbiamo scherzato …”), piuttosto che passare, dinanzi alla Chiesa ed a Dio, da eretici ostinati, con ciò che questo comporta!
Del resto, non aveva detto il vescovo di Roma, per il quale - forse - le parole non hanno molto peso, che avrebbe recitato, se glielo avessero chiesto, quanti Credo si volesse (cfr. qui; S. Cernuzio, Francesco in aereo: “Non sono un anticristo o un antipapa. Se volete recito il Credo…”, in Zenit, 22.9.2015; M. Ansaldo, Bergoglio: "Io comunista o antipapa? Se necessario recito il Credo...", in La Repubblica, 23.9.2015??? Bene: reciti allora questa professione di fede. Pubblicamente. E vi aderisca e la sottoscriva. In fondo, è pur sempre un credo ... .

Augustinus Hipponensis

giovedì 14 gennaio 2016

“Tunc Hilárium e prælio hæreticórum reverténtem, ut inquit sanctus Hierónymus, Galliárum ecclésia compléxa est: quem ad episcopátum secútus est Martínus, qui póstea Turonénsi præfuit ecclésiæ; tantúmque illo doctóre profécit, quantum ejus póstea sánctitas declarávit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI HILARII, EPISCOPI PICTAVIENSIS, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS


Secondo Gregorio di Tours, nel XIX anno di regno di Costanzo II (o Costanzo il giovane), figlio di Costantino I, allorché morì l’eremita Antonio (sant’Antonio abate) all’età di 105 anni, il vescovo sant’Ilario di Poitiers, fu inviato in esilio su istigazione degli eretici (ariani). Durante il suo esilio, compose opere sulla fede cattolica, le quali, inviate all’imperatore Costanzo, fecero sì che egli permettesse che, quattro anni dopo, fosse liberato e tornasse nella sua patria. Dopo un’intesa opera di apostolato in Gallia, nel IV anno di regno di Valetiniano e Valente, presso Poitiers, il santo vescovo, pieno di santità, di fede e di ogni virtù, migrò verso il cielo, dopo aver compiuto numerosi miracoli ed anche alcune resurrezioni di morti (Cfr. Albert J. HerbertRaised from the dead-true stories of 400 resurrection miracles, trad. it. di Camilla Giacomini (a cura di), I morti resuscitati. Storie vere di 400 miracoli di resurrezione, Tavagnacco 1998, p. 45): «Nono decimo Constantii junioris anno, Antonius monachus transit, centesimo quinto aetatis suae anno. Beatissimus Hilarius Pictaviensis episcopus, suasu haereticorum exsilio deputatur: ibique libros pro fide catholica scribens, Constantio misit, qui quarto exsilii anno eum absolvi jubens, ad propria redire permisit. ... Quarto Valentiniani et Valentis anno, sanctus Hilarius apud Pictavos, pienus sanctitate et fide, multis undique virtutibus editis, migravit ad caelos. Nam et ipse legitur mortuos suscitasse» (San Gregorio di ToursHistoria Francorum, lib. I, capp. XXXV-XXXVI, in PL 71, col. 179C-180A).
Sant’Ilario di Poitiers morì il 13 gennaio 367, come attesta il martirologio geronimiano. Ma questo annuncia, in più, al 1° novembre la dedicazione a Poitiers della basilica sorta sulla sua tomba ed il martirologio di san Pietro riproduce questa menzione. Essa non sarebbe, senza dubbio, sufficiente ad attirare la celebrazione di sant’Ilario in questo giorno se, una volta di più, l’omonimia non vi avesse giocato. In effetti, si onora a Viterbo, il 3 novembre, i martiri Valentino ed Ilario, di cui i corpi riposavano presso l’abbazia di Farfa dal IX al XV sec. I loro nomi sono iscritti negli Auctaria di Usuardo e si trova parimenti la loro festa presso l’abbazia di Saint-Bertin nel Nord della Francia, nel XII sec. Ma è del vescovo di Poitiers che si tratta in questo caso.
Sempre secondo san Gregorio di Tours, la festa di sant’Ilario era già celebrata il 13 gennaio nella sede episcopale di Lemonum (l’attuale Poitiers) fin dalla fine del V sec., vale a dire sotto il governo di san Perpetuo. Si ritrova la menzione al nostro Santo, al 3 novembre, nei manoscritti fiorentini del martirologio di Usuardo del XV sec. e, al 1° novembre, nel collettario di san Anastasio così come nel messale di Città di Castello, conservato presso l’Archivio Lateranense. Questo annuncia alle calende di novembre: Omnium Sanctorum et Caesarii et Hilarii. Nella colletta e nella secreta di sant’Ilario esso evoca la sua depositio (E. De AzevedoVetus Missale romanum monasticum lateranense (Archivio lateranense Cod. 65), Romae 1752, pp. 285-287) (così ricorda Pierre JounelLe Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 303).
Il nostro Santo fu festeggiato dal XIII sec. a Roma. Ma fu molti secoli più tardi che, sotto il beato Pio IX, la festa fu inserita nel calendario romano. Lo stesso pontefice lo dichiarò dottore della Chiesa nel 1851.
Tuttavia, essendo il 13 gennaio giorno dell’Ottava dell’Epifania, l’ufficio di sant’Ilario fu rinviato all’indomani.
Roma cristiana ha dedicata a Sant’Ilario una parrocchia, nel quartiere di a Casal del Marmo, nel novembre 1977, ponendola in un ex garage ristrutturato a partire dal 1992.
La messa è tratta dal Comune dei Dottori ed è sovrapponibile, in gran parte, a quella della festa di sant’Ambrogio il 7 dicembre. Vi si trova solo qualche piccola variante.
Particolarmente attuale è il libello del nostro Santo contro l’imperatore Costanzo, il quale cercava di comprarsi il consenso dei vescovi fedeli al Credo niceno ora minacciandoli ora lusingandoli con promesse di onori, ricchezze e privilegi, purché approvassero la condanna di Atanasio sancita dal conciliabolo milanese del 355. Ilario lamenta che si tratta di una teomachia e cristomachia, una vera persecuzione più insidiosa, giacché questi privilegi sono il prezzo offerto a chi è fedele alla fede nicena in cambio della sostanziale adesione all’eresia ariana. Si tratta di un modo per distruggere la fede, insomma.
Scrive il Santo dottore: «… noi combattiamo contro un persecutore ingannevole, un nemico che lusinga, Costanzo l’anticristo: egli non percuote il dorso [col flagello, ndr.], ma accarezza il ventre, non ci confisca i beni per la vita, ma ci arricchisce per la morte, non ci sospinge col carcere verso la vera libertà ma ci riempie di incarichi nella sua reggia per la servitù, non spossa i nostri fianchi ma si impadronisce del cuore, non taglia la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro, non minaccia di bruciare pubblicamente, ma accende la geenna privatamente. Non combatte per non essere vinto ma lusinga per dominare, confessa il Cristo per rinnegarlo, favorisce l’unità per impedire la pace, reprime le eresie per sopprimere i cristiani, carica di onori i sacerdoti perché non ci siano più vescovi, costruisce le chiese per distruggere la fede. Ti porta in giro a parole, con la bocca, ma fa di tutto perché non si creda che tu [o Cristo, ndr.] sei Dio, come il Padre. … Grido a te, Costanzo, ciò che avrei detto a Nerone e ciò che Decio o Massimiano avrebbero udito da me: tu combatti contro Dio, infierisci contro la Chiesa, perseguiti i santi, hai in odio i predicatori di Cristo, sopprimi la religione, tiranno non già delle cose degli uomini ma di Dio. Ecco, secondo me, ciò che ti associa e ti accomuna a quelli. Ecco invece ora ciò che ti è proprio: menti quando dici di essere cristiano, tu che sei il nuovo nemico di Cristo; …» (Liber contra Constantium, 5 e 7, ora in Ilario di PoitiersContro l’imperatore Costanzo, trad., introduzione e note a cura di Luigi Longobardo, ed. Città Nuova, Roma, 1997, pp. 48-49, 50).
Il Cesare di turno, anche oggi, torna a sollecitare i vescovi fedeli alle sane dottrina e morale ricoprendoli di privilegi o rassicurazioni circa esenzioni da tributi, ecc., in cambio del loro placet sui suoi provvedimenti (vedi l’annosa questione delle c.d. unioni civili, che recentemente, contrariamente a quanto avvenuto anni prima, hanno, invece, riscosso il benestare del Segretario della CEI ed anche del card. Bassetti - v. quiquiqui, quiquiqui -, trovando il plauso del mondo - v. anche qui). Quanto hanno da imparare, pure oggi, quei pastori dal Santo vescovo Ilario, il quale preferì l’esilio in Frigia e la deposizione dalla sua sede episcopale piuttosto che accettare compromessi inquinanti la fede nicena! E quanto mancano oggi vescovi coraggiosi e fedeli come Ilario in grado di difendere, senza compromesso alcuno, la sana morale cattolica.




Franz Anton Koch, S. Ilario, 1742, Altare di S. Giovanni, parrocchiale di S. Michele, Mondsee

Bottega toscana, S. Ilario, XVI-XVII sec., museo diocesano, Firenze

Anonimo lombardo-piemontese, S. Ilario, XVII-XVIII sec., museo diocesano, Novara


Busto-reliquiario di S. Ilario, Église Saint-Hilaire, Givet


Reliquiario di S. Ilario, Cripta, Église Saint-Hilaire le Grand, Poitiers

sabato 31 ottobre 2015

Quando la partecipazione attiva a riti pagani ed idolatrici per la Congregazione della dottrina della fede non è un problema ........

Alla vigilia della festa dell’Assunta di quest’anno (v. qui), avevamo segnalato la lodevole iniziativa dei giornalisti cattolici Deotto e Gnocchi, volta a segnalare alla Congregazione per la dottrina della fede l’idolatrica partecipazione attiva di ecclesiastici a riti pagani. Nella speranza che questa dicesse una parola chiara ed esprimesse una chiara e ferma condanna di siffatte condotte, contrarie alla fede cattolica ed al primo Comandamento!
Come volevasi dimostrare il Dicastero vaticano non ha risposto alcunché come riferisce Riscossa cristiana (v. qui). Ne eravamo, in fondo, certi. Ma nutrivamo forse l’irrazionale speranza che, in fondo, almeno queste condotte estreme ed apertamente offensive della fede fossero stigmatizzate.
Nella neo “chiesa della tenerezza” o “chiesa della misericordia” o “liquida” son tutti accetti. Meno che i cattolici (v., ad es., qui, qui e qui. Sulla liquefazione della Chiesa, v. qui). Ce ne faremo una ragione.
Che Dio ci e li perdoni! Che i santi intercedano per noi!



Pieter Paul Rubens, I SS. Francesco, Domenico ed altri proteggono il mondo dai fulmini del Cristo, 1618-19, Musée des Beaux-Arts de Lyon, Lione

Pieter Paul Rubens, S. Francesco e la Vergine proteggono il mondo dai fulmini del Cristo, 1635 circa, Koninklijke Musea voor Schone Kunsten van België, Bruxelles

mercoledì 5 agosto 2015

Danza pagana nella Cattedrale di San Lorenzo in Perugia

Dopo il "cardinal" Ravasi, partecipante ad una cerimonia pagana (v. qui), ora anche la Cattedrale di Perugia è profanata da una cerimonia-danza altrettanto pagana (sic!!!).
È sconcertante assistere, all'interno della Chiesa cattolica, che è Sposa di Cristo, a questa sorta di gara al paganesimo di ritorno o all'indifferentismo o cosmopolitismo religioso, connotato da un antropocentrismo idolatra e blasfemo!  Anzi la Chiesa, ahimé, agevola oggi simili "esibizioni", con il pretesto che si tratti di realizzazioni artistiche o culturali!
Ci si dimentica così che i defunti vanno suffragati con una preghiera seria, composta e cristiana, ma soprattutto col Sacrificio della Messa, e non con "danze cerimoniali"!!!!

Danza cerimoniale Table of silence 9/11 in occasione del Perdono

Si intitola "Table of silence 9/11" la danza cerimoniale nata dalla collaborazione tra l'artista umbra Rossella Vasta e la coreografa newyorkese Jacqulyn Buglisi. Nel giorno del Perdono d'Assisi, domenica 2 agosto, la danza cerimoniale è "andata in scena" di prima mattina ad Assisi, sul piazzale della basilica di Santa Maria degli Angeli; poi nel pomeriggio a Perugia, prima in piazza IV Novembre poi nella cattedrale di San Lorenzo.















Foto di Giancarlo Belfiore, Corriere dell'Umbria, 2.8.2015

giovedì 30 luglio 2015

Lo sdegno di chi non ha vergogna

Con due distinte sentenze, depositate l’8 luglio scorso, nn. 14225 e 14226, la V sezione civile della Suprema Corte di Cassazione italiana ha di fatto ribaltato quanto stabilito nei primi due precedenti gradi di giudizio, sentenziando che, poiché gli utenti di una scuola paritaria di Livorno pagano un corrispettivo per la frequenza, tale attività sarebbe da qualificarsi come di carattere commerciale, senza che a ciò osti la gestione in perdita. Ciò fa sì che, secondo la Suprema Corte, sia legittima la richiesta dell’Ici (poi diventata parte integrante dell’Imu dal 2011) avanzata nel 2010 dal Comune di Livorno agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi.
Nel proprio iter argomentativo, il giudice di legittimità ha precisato che, ai fini in esame, è giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, risultando sufficiente l’idoneità tendenziale dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio. E cioè, il conseguimento di ricavi sarebbe di per sé indice sufficiente del carattere commerciale dell’attività svolta.
Non si è fatta attendere la presa di posizione, inusitatamente dura, della CEI, a nome del suo segretario, Mons. Galantino, che non ha esitato a parlare a tal riguardo di pronunce ideologiche (v. qui, qui, qui, qui e qui). Non sono mancate le prese di posizione anche politiche (v. qui). Questa dura contestazione da parte della CEI ha indotto il governo precipitosamente ad avviare un tavolo di "chiarimento" (v. qui e qui).
Se, però tali prese di posizione, altrettanto forti e veementi, la CEI le avesse prese per temi forse più eticamente sensibili che non quelli riguardanti comunque il denaro e le casse della Chiesa italica …., come ad es. il c.d. d.d.l. Cirinnà in discussione al Parlamento o la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo dei giorni scorsi sui c.d. matrimoni omosessuali o la decisione, sempre della Corte di Cassazione, sul riconoscimento del mutamento di sesso anche in assenza di interventi chirurgici …. forse sarebbe apparsa molto più credibile agli occhi dei fedeli. Ma tant’è …

Lo sdegno di chi non ha vergogna

di Massimo Viglione

Abbiamo appena assistito alla ferma e immediata contrapposizione pubblica della Conferenza Episcopale  Italiana, per voce del suo segretario mons. Galantino, celebre per le sue posizioni aperte a ogni dialogo con il mondo laicista, contro il progetto del governo italiano di imporre l’ICI alle scuole cattoliche.
Fermo rimanendo ovviamente che tutti sappiamo bene che questa è solo l’ennesima trovata per finire di distruggere ogni traccia di libertà educativa in Italia e portare a compimento il piano Gramsci di conquista totale dei cervelli degli italiani (sia chiaro: non che nelle scuole cattoliche italiane si operi in senso contrario, ovvero si insegni la sana dottrina e il senso cattolico della società; ma è ovvio che per i nemici della Chiesa anche solo il principio dell’esistenza di una scuola cattolica, non statale, per quanto prona in ogni modo al laicismo imperante, è cosa intollerabile in sé);
fermo rimanendo che tale volontà laica è oggi rafforzata dall’esigenza di imporre a tambur battente e senza ostacolo alcuno l’omosessualismo e il genderismo di massa nelle scuole;
fermo rimanendo che i nostri vescovi – non parlo singolarmente, in quanto lodevoli eccezioni ci sono sempre, ma come vox unica, come CEI – sono i primi responsabili di tutto questo in quanto sono i primi sostenitori di questo governo e dei suoi mandanti come di quelli precedenti;
anticipato tutto questo, sorge spontanea una domanda: ma i nostri amatissimi e stimatissimi vescovi, a tutti noti per il coraggio e l’abnegazione con cui sono pronti a difendere Dio e i suoi diritti contro i soprusi dei potenti, che sono ora balzati dalla sedia, in primis il fenomenale segretario, alla notizia di dover cacciare i soldi abbandonando repentinamente quella onnipresente prudenza politica che li caratterizza e li rende proni a ogni potere, non potrebbero utilizzare un decimo dello stesso zelo per difendere i bambini dagli orchi e l’ordine naturale come Dio lo ha creato? Per combattere l’aborto, il genderismo, l’omosessualizzazione della gioventù e dell’intera società?
Perché non sono balzati dalla sedia alla notizia che il governo vuole liberalizzare la droga? Dove erano solo pochi giorni or sono?
Non potrebbero alzare la voce anche per difendere gli italiani che ogni giorno si suicidano a causa di una crisi economica fomentata da coloro che sono i veri governanti di questa Italia e che tanto vengono rispettati e ubbiditi dagli stessi vescovi? Non potrebbero alzare la voce per smuovere le coscienze in difesa dei nostri fratelli nella fede ammazzati in massa nel mondo islamico? Non potrebbero tornare ad essere i vescovi anche del popolo italiano impedendo l’invasione della nostra terra e il pericolo della definitiva perdita della fede e della libertà di tutti noi?
Non pensano che se agissero in tal maniera sarebbero anche più credibili quando poi si scagliano, lancia in resta, per difendere gli incassi (sebbene leciti e sacrosanti, come in questo caso)? Non viene loro in mente che per quanto questa loro protesta sia giusta, la vita, l’educazione retta e la libertà stessa dei bambini e anche degli adulti sia infinitamente più importante della cassa?
E allora, reverendissime eccellenze, difendete pure la cassa, ma anzitutto siate pronti fino al sangue – come è vostro dovere – per difendere i valori della fede, della carità, dell’ordine naturale e della volontà di Dio, per difendere i nostri figli e il futuro degli italiani e dell’intera umanità dall’assalto ininterrotto delle forze del male.
Urlate il vostro sdegno e incitate e guidate i fedeli alla giusta e sacrosanta resistenza civile e morale! Scendete in piazza con i vostri fedeli, tutti, nessuno escluso, per difendere la libertà e condannare senza timore alcuno chi vuole distruggere ogni limite fra il bene e il male, chi vuole bruciare la fanciullezza, chi vuole imporci il silenzio tramite il terrore giudiziario, chi è pronto a ogni abominio, chi massacra i fratelli nella fede e vuole islamizzare il nostro paese. Chi combatte la Chiesa e la Fede cattoliche ogni giorno, ovvero chi combatte voi, per quanto proni possiate mai essere e diventare.
Magari, così facendo, poi si scopre che la gente torna in chiesa, che i fedeli diventano molto più pronti alla lotta per difendere il Bene sapendo di avere il vostro appoggio spirituale, morale e materiale e che quindi i governi – di cui siete stati, almeno come CEI, finora sgabello – poi la smettono di distruggere la società a loro piacimento, iniziando a incontrare resistenza di popolo.
E così, di conseguenza, poi salvate anche i vostri soldi e le scuole, oltre alla dignità.

domenica 19 luglio 2015

Scandalo in Argentina: il "cardinal" Ravasi partecipa attivamente ad un rito di adorazione della divinità pagana Pacha Mama, la dea Madre Terra: un atto di idolatria ed apostasia


"Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio" (Es. 22, 19)

"... i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni" (1 Cor. 10, 20-21)

sabato 21 febbraio 2015

Scandalo in Cile "vescovi" adorano una divinità pagana, partecipando attivamente ad un rito stregonesco-pagano in onore del dio (demonio) inca Tata Inti, "dio" incaico del Sole





























"Colui che offre un sacrificio agli dèi, oltre al solo Signore, sarà votato allo sterminio" (Es. 22, 19)

"... i sacrifici dei pagani sono fatti a demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni" (1 Cor. 10, 20-21)

Questi "vescovi" scandalosamente hanno partecipato alla mensa di Cristo ed alla mensa dei demoni!!!! Che Dio abbia pietà di loro per quest'atto di apostasia!!!!
I martiri cristiani dei primi secoli si son fatti massacrare per molto meno dai pagani, perché non volevano offrire un granellino di incenso agli idoli, e questi "vescovi", invece, offrono foglie di coca ed acqua al "dio" sole.
Da ricerche fatte da nostri amici ed affezionati lettori, è bene che si sappia che la cerimonia pagana è stata svolta nel corso di una "ordinazione episcopale" il 17 gennaio scorso. La cerimonia è stata presieduta dal Cardinale Arcivescovo Ricardo Ezzati e concelebrata dal vescovo Ivo Scapolo, Nunzio Apostolico in Cile, e dall'Arcivescovo di Antofagasta, Monsignor Pablo Lopez Riquelme.
Il nuovo vescovo ordinato era Moisés Atisha Contreras SdM e, prima della Messa, è stato chiamato il "sacerdote del villaggio", cioè un "sacerdote" Yatiri, per PROPIZIARE la sua nomina ... agli dèi inca (v. le foto ed alcuni commenti). Tralasciando i diversi abusi liturgici che sono stati compiuti durante l'ordinazione (ad es., l'imposizione delle mani sopra lo zucchetto!), in questo caso, in buona sostanza, in pieno sincretismo religioso e paganesimo, prima del rito cattolico, i vescovi presenti hanno elevato un rito propiziatorio, insieme al "sacerdote" inca, che invocava il dio sole, il dio Tata Inti, la dea madre, Pachamama ed il pantheon inca. Hanno non solo partecipato attivamente alla benedizione panteista - erano tutti in abiti liturgici! - ma il neo eletto si è inginocchiato per ricevere le "benedizioni" inca del dio Tata inti, il dio del sole .... "Inti" è l'indicativo del dio sole in tutta l'America latina ed è posto sia sulla bandiera argentina sia su quella del Paraguay, e cambiava il nome a seconda delle città e degli imperi, così abbiamo Tata Inti in alcune località del Cile, in altre si chiama Inti Rama, e così via, ma indica sempre lo stesso dio Sole....
Il Messico abbandonò questo culto dopo l'arrivo del Cristianesimo, soprattutto grazie alla tradizionale devozione popolare alla Vergine di Guadalupe, che andò a sostituire la mitologia di questa ed altre divinità legate ai pianeti, alla terra ed alle acque....
Nel caso di specie, siamo dunque dinanzi ad una vera apostasia ed idolatria. Non solo. L'ordinato (e coloro che hanno partecipato al rito pagano), con questo unico atto, ha/hanno commesso almeno quattro gravissimi peccati contro Dio e contro la fede: spergiuro (perché ha/hanno mancato al giuramento fatto durante il rito di ordinazione di conservare integro e puro il deposito della fede), apostasia (il rito può considerarsi formale abbandono della fede cristiana a favore degli dei pagani inca), idolatria e sacrilegio (perché egli, ministro sacro, ordinato vescovo, ha tradito il Signore compiendo un rito pagano e lo stesso hanno fatto coloro che hanno offerto le libagioni al dio inca).