Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 27 gennaio 2018

«Non ci indurre in tentazione»: un problema per la neo-chiesa

Già Bergoglio, parlando in una trasmissione – che ha fatto flop in tutti i sensi, venendo seguita letteralmente solo da quattro gatti (vqui. Cfr. G. ScaleseUn motivo ci deve essere, in Antiquo robore, 11.1.2018)  – dedicata alla preghiera del “Padre nostro”, aveva avuto da ridire sull’espressione «non ci indurre in tentazione», affermando che, secondo lui, la traduzione sarebbe errata (vqui. Cfr. G.G. VecchiPapa Francesco «corregge» il Padre nostro: «Dio non ci induce in tentazione, la traduzione è sbagliata», in Corriere della sera, 6.12.2017Il Papa "corregge" il Padre Nostro: «Non ci indurre in tentazione? La traduzione è sbagliata», in Il messaggero, 6.12.2017), manifestando che le traduzioni liturgiche fossero …. alterate …. ops … modificate volevamo dire (cfr. Fra CristoforoBergoglio cambierà il Padre Nostro. Ovviamente con la traduzione sbagliata, in Anonimi della Croce, 6.12.2017. Per una ricostruzione della vicenda, Finan Di LindisfarneUn enigma per tutti i lettori: la questione del Padre Nostro lanciata dagli Anonimi della Croce e tre settimane dopo l’affermazione di Papa Bergoglio…un caso?ivi, 9.12.2017).
Subito, la serva sciocca della CEI, completamente asservita al padrone mondano di turno, si è adoperata per questa modifica, adattando il testo liturgico a quello della traduzione del 2008, dove il «non ci indurre» sarebbe reso «non ci abbandonare». Lo ha annunciato giorni fa Galantino (J. ScaramuzziGalantino: “Anche a messa la nuova traduzione del Padre Nostro”, in Vatican Insider, 25.1.2018). Anzi, molti la danno per sicura per la fine di quest’anno 2018, giacché al tema sarà dedicata un’apposita assemblea straordinaria dei vescovi nel novembre di quest’anno (cfr. G.G. Vecchi«E non abbandonarci alla tentazione» La traduzione del Padre Nostro nelle chiese italiane cambia a fine anno, in Corriere della sera, 25.1.2018). Evidentemente, ironizza il giornalista Marco Tosatti, per giustificare questa modifica, che non è traduzione, ma tradimento del testo, deve essere stato scoperto – e sino ad oggi tenuto nascosto – qualche frammento del testo del Pater risalente al I sec. d.C., perché, diversamente, saremmo di fronte ad una plateale alterazione del testo biblico e liturgico (v. M. TosattiIl Padre Nostro sarà modificato e zuccherato. Trovato un frammento del I secolo d.C. con la nuova versione? Purtroppo no, in Stilum Curiae, 26.1.2018, nonché in Riscossa cristiana, 26.1.2018).
Da un punto di vista linguistico quale sarebbe la traduzione più fedele?
Spiega l’autore noto come Fra Cristoforo: «Prendiamo dunque il versetto in questione dal testo originale greco: “κα μ εσενέγκς μς ες πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς” (eisenekes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenekes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale eis (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da phérein (‘portare’) chesignifica esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo peirasmón (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo eis, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione ineis può reggere solo l’accusativo. Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.
Il latino “inducere”, molto opportunamente usato da san Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco eisphérein; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo temptationem, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco.
Quanto poi all’italiano indurre in, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è fuorviante, e oserei dire anche grottesca» (Fra CristoforoIl caso della scandalosa nuova traduzione del Padre Nostro nella Bibbia CEI. Completamente errata. Vi spiego perché – Appunti per chi fa le ore piccole, in Anonimi della Croce, 14.11.2017).
Da un punto di vista semantico, dunque, il “non ci indurre” è la traduzione più fedele. Per la verità, c’è chi ha avanzato che l’espressione, nell’originale semitico/aramaico, pronunciato da Gesù, avrebbe un diverso significato (cfr. G. Pulcinelli“Non ci indurre in tentazione”, il vero significato, in Famiglia cristiana, 13.9.2017; Gelsomino Del Guercio, Quando recitiamo il Padre Nostro cosa vuol dire “non ci indurre in tentazione”?, in Aleteia, 14.9.2017). Altri, in maniera più onesta, riconducono l’idea del “non abbandonarci” più che ad una lettura letterale, quanto piuttosto interpretativa e catechetica, concludendo che sarebbe preferibile, liturgicamente, non far uso di siffatte chiavi ermeneutiche, ma di mantenersi fedeli al testo letterale (cfr. S. TarocchiLa traduzione del «Padre nostro»: qual è quella più corretta?, in Toscana Oggi, 4.6.2014). L’Aquinate, del resto, commentando giusto il Pater, osservava «Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, a causa dei suoi molti peccati precedenti, sottrae all’uomo la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato» (cfr. G. ZorodduSan Tommaso ci spiega il “non ci indurre in tentazione”, in Radiospada, 10.12.2017). S. Agostino d’Ippona, inoltre, ricordava che una cosa è essere indotti in tentazione altra è tentare, concludendo che «avvengono dunque le tentazioni ad opera di Satana, non per un suo potere, ma col permesso del Signore per punire gli uomini dei loro peccati o per provarli e addestrarli in riferimento alla bontà di Dio» (Id., “Una cosa è essere indotto in tentazione e un’altra essere tentati” (S. Agostino)ivi). In senso non dissimile si era espresso pure il catechismo tridentino di S. Pio V, allorché spiegava che «essere indotti in tentazione significa soccombere alla tentazione» (Id., Il falso problema della traduzione del Pater, ivi, 8.12.2017).
è significativo notare che né Lutero né la Bibbia di Re Giacomo avevano dubbi sulla traduzione, traducendo correttamente “non ci indurre in tentazione”: «führe uns nicht in Versuchung», «Lead us not into temptation». E persino un modernista, sebbene raffinato e colto, come il card. Martini, commentando quest’invocazione del Pater, rammentava: «è chiaro che il “non ci indurre” non vuol dire che Dio tenta al male, ma che permette la tentazione come parte della nostra esperienza, che in qualche modo ci è necessaria per crescere nella fede, speranza e carità. Naturalmente è una trappola in cui il tentatore satana fa di tutto per farci cadere. E noi chiediamo di essere liberati da questa trappola, che è realissima e pericolosa, anche se ci passiamo a fianco, se cerchiamo di evitarla» (C. M. MartiniNon sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostroV Meditazione).
Tuttavia, ai di là del significato filologico e teologico, verrebbe da chiedersi: possibile che in duemila anni nessuno abbia voluto adoperare la traduzione/tradimento auspicata da Bergoglio e oggi dalla CEI anche per uso liturgico? D’accordo che è adoperata già in alcune lingue nazionali, come il francese. Resta il fatto che non si è compreso, a nostro avviso, il vero significato, preferendogli attribuire un senso politicamente corretto … .
Spiega Fra Cristoforo: «molti si sono chiesti: Come può Dio “indurre” in tentazione? Ci sono tantissimi passi biblici che dimostrano come Dio induce alla tentazione e alla prova. Non ci si può scandalizzare, pensando sempre che Dio abbia solo la “mielosa misericordia” (oggi molto di moda nella neochiesa), trascurando la Croce, la prova e la tentazione. Ricordate Genesi 22 quando il Signore chiede ad Abramo il sacrificio del figlio Isacco? E’ vero. Appena vide la sua fedeltà l’angelo fermò la mano di Abramo. Ma provate a pensare lo stato d’animo di questo patriarca, mentre saliva sul monte Moria per uccidere suo figlio in obbedienza a Dio; mi viene in mente anche Esodo 4,24 dove si dice che il Signore, mentre Mosè tornava in Egitto dopo la sua fuga “gli venne contro e cercò di farlo morire”; oppure il capitolo 1 del libro di Giobbe, dove si legge a chiare lettere che Dio da il permesso a satana di tentarlo e provarlo. O ancora nel Nuovo Testamento dove si dice che Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1), e appare chiaro che è lo Spirito Santo che conduce Gesù nel deserto per subire la prova della “tentazione”. E anche San Paolo in 2 Cor 12,7 dice: “Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia”. La Scrittura è piena zeppa di citazioni simili. Dio ti mette nella prova, anche quando questa prova è una “tentazione”. Ecco allora il vero senso del versetto “non ci indurre in tentazione”. E’ la preghiera al Padre, di noi figli, che chiediamo di essere risparmiati dalla “tentazione”, di uscirne indenni, come i tre giovani nella fornace (Daniele 3).
Del resto se vogliamo seguire il Signore in modo autentico il Siracide 2 ci dice: “Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione”» (Fra CristoforoIl caso della scandalosa nuova traduzione del Padre Nostro nella Bibbia CEI, cit.).
Il vero significato, dunque, di quell’invocazione contenuta nel Pater non è quello di Dio che tenta, ma quello di Dio che mette alla prova, anche quando questa prova è la tentazione. Forse la migliore spiegazione di quel versetto la diede Dio stesso all’anacoreta S. Antonio abate, lungamente tentato dal diavolo. S. Atanasio nella Vita Antonii così riferisce le parole del Signore dinanzi ad Antonio che gli chiedeva ragione perché non fosse intervenuto prima, sin dall’inizio, per porre fine alle sue sofferenze e tentazioni: «Antonio, ero là! Ma aspettavo per vederti combattere; poiché hai resistito e non ti sei lasciato vincere, sarò sempre il tuo aiuto e farò sì che il tuo nome venga ricordato ovunque» (Atanasio di AlessandriaVita di Antonio, Paoline, 2007, pp. 96-97. Cfr. R. BarilePadre Nostro, una traduzione, tanti significati, in LNBQ, 7.12.2017, nonché in Il Timone, 7.12.2017).

Augustinus Hipponensis

sabato 21 ottobre 2017

I Santi tridentini? Erano ispirati dal demonio …. La svolta luterana del sedicente “episcopato” italiano e della Chiesa ex cattolica

Ebbene sì. Non appaia blasfema questa nostra sortita volutamente provocatoria. Per esclusione, infatti, è questa la logica conseguenza: che i grandi Santi ispirati e sollevati nello spirito del Concilio di Trento e della Controriforma, come S. Pio V, S. Carlo Borromeo, S. Filippo Neri, S. Ignazio di Loyola, S. Roberto Bellarmino, S. Lorenzo di Brindisi, S. Teresa d’Avila, S. Giovanni della Croce, ecc., sino ad arrivare ai Santi alle soglie del XX sec. come S. Giovanni Bosco, S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, S. Domenico Savio, ecc., tutti ispirati dal Concilio tridentino sarebbero stati, in verità, ispirati dal Nemico di Dio!
C’è poco da discutere. Se un sedicente Segretario dei “Vescovi” italiani come il sig. Galantino si spinge ad affermare che l’eresiarca Lutero sia stato ispirato – nella sua opera di riforma protestante – addirittura dal Paraclito, la conseguenza – inevitabile – è che chi si è opposto a tale azione – come i Santi sopra menzionati – sarebbero stati ispirati, a loro volta, dall’Avversario, dal Serpente antico! Delle due l’una. Non può ammettersi in entrambe le parti una pari ispirazione dello Spirito Santo, perché, in tal caso, si dovrebbe affermare che esso è contraddittorio ed illogico: lo Spirito non potrebbe ispirare un’azione ed il suo contrario. Questo sembra evidente. Necessariamente, dunque, deve concludersi che se Lutero sarebbe stato ispirato dallo Spirito, i Santi ed il Concilio tridentino sarebbero stati sotto l’egida dell’antico Nemico di Dio, nell’Opposto dello Spirito cioè.
Questa vera e propria bestemmia e blasfemia del Segretario della CEI, col silenzio complice e compiaciuto del “vescovo” di Roma e del presidente della CEI, sig. Bassetti, denota il degrado di fede in cui i “vescovi” italiani sono caduti: sono persone sostanzialmente atee, non cattoliche, apostate!
Non sono gli unici. Una serie di articoli della Civiltà (ex) cattolica di quest’anno 2017 celebrano con entusiasmo la figura sempre di questo eresiarca, dipingendolo quasi come un incompreso dalla Chiesa del suo tempo (addebitando, dunque, la responsabilità della sua disobbedienza alla Chiesa cattolica! cfr. Mauro Faverzani, Per i 500 anni di Lutero ora è la Chiesa ad autoaccusarsi, in Corrispondenza romana, 29.6.2016); uno dalla vocazione sincera (e non, invece, un gaglioffo, uno scampato alla forca, che, per sfuggire alla condanna a morte per un omicidio di un suo compagno di studi, decise di diventare monaco, contando sull’immunità che gli garantivano le mura monastiche: v. Martin Lutero, assassino e suicida, in Gloria.tv, 11.9.2016). Insomma, quasi un santo, a parere della Civiltà (ex) cattolica.
Ecco alcuni esempi: «La questione dirimente è stata forse la pretesa, da parte sia della Chiesa di Roma sia di Lutero, di incarnare in toto la verità e di esserne dispensatori. Eppure, nonostante tutto, non si può negare il ruolo che Lutero ha avuto come testimone della fede» (Giancarlo Pani, Martin Lutero, cinquecento anni dopo, in Civ. Catt., 2017, vol. IV, q. 4016, pp. 119 ss.). In questo enunciato, evidentemente eretico e scandaloso, ci sta tutto il neo-modernismo degli odierni ecclesiastici.
«L’esattezza di certe formule, la critica al proverbio tradizionale secondo cui desperatio facit monachum, il problema della validità del voto, il rapporto conflittuale con il padre e il contesto della scelta fanno propendere decisamente per una vocazione autentica» (Id., La vocazione di Martin Lutero, ivi, vol. III, q. 4014, pp. 463 ss.).
«Oggi, a posteriori, è abbastanza ovvio affermare che il confronto con Lutero non sarebbe stato facile, e quasi certamente sarebbe fallito. Di fatto, purtroppo, non ci fu» (Id., Il processo a Lutero e la scomunica, ivi, vol. I, q. 4000, pp. 364 ss.).
«Lo storico Erwin Iserloh ha dimostrato che l’affissione delle Tesi non è storia, ma leggenda, e per di più contraddice l’intenzione del riformatore. Il 31 ottobre Lutero scrive ai vescovi interessati per un problema di fede, di coscienza e di pastorale: la predicazione delle indulgenze per la fabbrica di San Pietro è ingannevole perché garantisce la salvezza. Nessuno è sicuro della propria salvezza. Il vescovo deve predicare non le indulgenze, ma il Vangelo e le opere di carità» (Id., L’affissione delle 95 tesi di Lutero: storia o leggenda, ivi, 2016, vol. IV, q. 3993, pp. 213 ss.).
Quando la Civiltà era ancora pienamente cattolica, ecco quanto scriveva dell’eresiarca:
«tutto il sistema di Lutero riposa sul falso: nella Scrittura non c’è un testo che lo legittimi. Lutero con audacia bronzea torse in parte violentemente la Scrittura, e in parte vi sostituì le sue falsificazioni» (Lutero e Luteranismo, in Civ. catt., 1918, vol. I, pp. 132 ss., partic. p. 141).
Avvenire e la CEI non sono da meno. Cfr. Mimmo Muolo, Vincenzo Paglia: “La Riforma? Una felice colpa”, in Avvenire, 6.12.2016; Franco Cardini, L’età moderna? Inizia con le 95 Tesi di Lutero il 31 ottobre 1517, ivi, 18.8.2017; Giacomo Gambassi, Il cardinale Bassetti nei luoghi di Lutero, ivi, 2.9.2017; Id., Bassetti nei luoghi di Lutero, crocevia di riconciliazione, ivi, 8.9.2017. Cfr. la serie di articoli dedicati ai 500 anni della c.d. riforma, qui.
Si tratta di falsificazioni storiche e documentali, che aprono la strada alla probabile “riabilitazione” dell’eresiarca; una strada, per la verità, già ventilata anche da Benedetto XVI (cfr. Francesca de Villasmundo, Un colloque au Vatican pour réhabiliter Luther ?, in Medias-Press.info, 23.3.2017 ed in traduzione italiana qui; Giuliano Ferrara, Il tribuno del nuovo gesuitismo che recupera con Lutero anche Pascal, in Il Foglio, 9.7.2017; Lutero riabilitato. Quando voleva “strappare la lingua al papa”, in Blitzquotidiano, 3.11.2016; Piero Schiavazzi, Perché papa Francesco riabilita Lutero, in Limes, 2.11.2016; Lorenzo Bertocchi, Lutero padre del laicismo e del potere senza il bene, in LNBQ, 27.10.2016; Benedetto XVI, una sintesi purificatrice con i luterani (nella fede), in Chiesa e postconcilio, 7.9.2012; Giacomo Galeazzi, Ratzinger riforma Lutero. Aveva molte idee cattoliche, in La Stampa, 5.3.2008). Del resto, non è forse vero che si è sostenuto da più parti nella Chiesa d’oggi (l’aveva sostenuto persino il “santo” Giovanni Paolo II!) che le intenzioni del Martin erano buone e sincere (cfr. Lutero e la Riforma: Bergoglio in continuità con Wojtyla e Ratzinger, in UCCR, 16.2.2017)? Sì, come, del resto, anche quelle che furono di Ario, di Nestorio, di Giuda Iscariota e persino di Lucifero … . Tutti son partiti con “buone intenzioni”, salvo poi perdersi lungo la via. Non è forse vero, d’altronde, che la strada verso l’Inferno è costellata di “buone intenzioni”?
Lutero studiava il modo di uscire dal convento perché non accettava più la castità e il celibato (e quasi sicuramente non le aveva mai accettate, stante l'insincerità della sua vocazione): le sue sedicenti "buone intenzioni" erano solo un pretesto:
«È molto importante sottolineare che il lusso e lo sfarzo, come pure anche la corruzione di buona parte della Curia Romana, non scandalizzarono più di tanto Lutero (come oggi si vuol far credere) — ha scritto il padre domenicano Roberto Coggi –, il quale, a quanto ci risulta, non trasse da ciò alcun turbamento nella sua fede cattolica e nella sua fedeltà nel Romano Pontefice. È quindi falso attribuire la ribellione di Lutero all’autorità ecclesiastica, quale si verificò pochi anni più tardi, a una sua indignazione contro i costumi corrotti del clero» (P. Roberto Coggi, Ripensando Lutero, ESD, Bologna, 2004, p. 9).
Noi preferiamo stare dalla parte della Vera Chiesa Cattolica, dalla parte dei Veri Santi, dalla parte del Concilio di Trento piuttosto che da quella di codesti eretici ed apostati, che vogliono lodare l’eresiarca Lutero, che i mistici ci assicurano giace – sventurato – all’Inferno, torturato, per l’eternità, dagli angeli decaduti. Egli era, è e rimane un volgare eretico (cfr. Francesco Agnoli, Jacques Maritain legge Martin Lutero, in Libertà e persona, 19.10.2017; Id., Lutero, un Macchiavelli della fede, in LNBQ, 18.8.2016; Gederson Falcometa, Giuda, Teilhard de Chardin, Martin Lutero e il Concilio e… i mass media, in Riscossa cristiana, 18.10.2017; Principi filosofici e teologici della Riforma protestante (1517). Un saggio di don Marino Neri, in Vigiliae Alexandrinae, 22.5.2017, ripreso in Lutero resta un eretico con buona pace dei “rivisitatori”, in MiL, 30.5.2017), causa e dannazione di molti europei e, diciamolo chiaramente, di molti ecclesiastici oggi, e distruttore dell’unità europea (cfr. Francesco Agnoli, Carlo Magno e Lutero: costruzione e distruzione dell’Europa, in Libertà e persona, 11.10.2017; Stefano Fontana, La gnosi luterana e la dottrina del potere politico, ivi, 25.3.2017, nonché in Totus tuus, 13.6.2017).
Sull’attuale situazione ecclesiale, davvero possono riprendersi le parole di S. Gregorio Magno: «Merorem, Petre, quem cotidie patior, et semper mihi per usum vetus est, et semper per augmentum novus» (Dialogi, I, 3).
Rilanciamo per questo l’editoriale de LNBQ, ripreso da Galantino & co su Lutero. Quello che la Chiesa ha omesso di dire nel 500° anniversario della riforma protestante, in Il Timone, 21.10.2017 . Per la notizia sull’uscita galantiniana, cfr. «La Riforma Protestante un evento dello Spirito Santo». Galantino esalta Martin Lutero, ivi, 19.10.2017; La Riforma un evento dello Spirito Santo. Galantino esalta Lutero, in MiL, 20.10.2017; Giuseppe Rusconi, Il vescovo Galantino, il monaco Lutero e il vescovo Zambito, in Rossoporpora, 20.12.2017; Francesca de Villasmundo, I vescovi italiani riabilitano Lutero, in Riscossa cristiana, 20.10.2017; Francesco Boezi, Galantino accelera su Lutero: "Opera dello Spirito Santo", in Il Giornale, 21.10.2017).

Lo Spirito di Lutero conquista Galantino

di Stefano Fontana


A leggere che secondo il vescovo Galantino la Riforma fu “un evento dello Spirito Santo” viene subito da pensare che lo Spirito Santo allora si contraddice. Siccome questo non è possibile, non rimane che ritenere l’affermazione molto temeraria. Affermazioni simili sono oggi molto frequenti ed è importante chiederci da dove provengano.
L’essenza della posizione di Martin Lutero è la riduzione della fede ad atto di fede. Nella fede non ci sono contenuti, verità cui aderire, ma ciò che conta è l’affidarsi, senza ragioni, a Cristo, fidandosi che lui coprirà con un mantello tutte le nostre colpe. Per la religione cattolica non è così. La fede ha due versanti, quello dell’atto soggettivo del credere e quello oggettivo delle verità cui ai aderisce con la fede per l’autorità di Dio che ce le ha rivelate. E’ la fides qua e la fides quae. Quella cattolica non è una fede cieca, è l’adesione al dogma. La fede di Lutero invece è solo atto senza dogmi.
Perché ricordo questo aspetto? Perché il fatto che Lutero sia stato spinto dall’amore di Dio, o dalla “passione per Dio” - come si intitolava il convegno alla Lateranense ove mons. Galantino ha fatto il suo intervento – dice poco di significativo dal punto di vista cattolico. Passione per quale Dio? La passione è solo il polo soggettivo della fede come atto, manca il polo oggettivo delle verità credute, ossia dei dogmi. Accettare come valida questa impostazione fondata sulla sola “passione per Dio” significa già accettare l’impostazione luterana. E che dialogo ci può essere se si accetta fin da subito la posizione dell’altro con cui si vorrebbe dialogare?
Celebrando questo 500mo anniversario della Riforma luterana, la Chiesa cattolica ha fatto spesso questo errore di impostazione iniziale: spostare l’attenzione dalla dottrina alle “intenzioni” di Lutero, ossia dai contenuti della fede all’atto di fede. Tutti vedono che in questo modo si sposa già fin dall’inizio la posizione luterana e la si fa propria. Nella fede luterana è centrale la coscienza, dato che non interessa tanto Cristo in sé, quanto Cristo per me, il Cristo della fede e non il cristo della Storia. Il Padre Coggi dei domenicani di Bologna ce lo ha spiegato molto bene. La fede per Lutero non è conoscenza ma esperienza soggettiva, fatta in coscienza al cui interno si consuma il rapporto io-Tu tra il credente e Dio. Se, quindi, la Chiesa cattolica si concentra sulla coscienza del monaco Lutero piuttosto che sulla dottrina luterana rinuncia alle proprie esigenze già in partenza, accettando la validità di una fede senza dogmi. Le intenzioni di Lutero non contano se non per una ricostruzione storica o psicologica. Contano le cose da lui scritte e formalizzate nella dottrina della Riforma. Contano le cose da lui scritte contrarie alla verità della fede cattolica.
L’idea oggi prevalente è che le intenzioni di Lutero erano buone ed ispirate dallo Spirito Santo, mentre poi la cose presero una strada diversa, complici anche le chiusure della Chiesa cattolica. Bisognerebbe quindi recuperare le buone intenzioni degli inizi e usufruirne anche per una riforma del cattolicesimo stesso. Si è anche detto in questi giorni che Lutero avrebbe addirittura anticipato il Vaticano II, richiamando l’attenzione sul Vangelo. E rieccoci all’atto senza i contenuti. Aver proposto la salvezza per Sola Scriptura è stato un grave errore e non un merito, in quanto l’attenzione al Vangelo, dal punto di vista cattolico, senza la dovuta attenzione alla Tradizione e al Magistero non è cosa da apprezzare. Se il Vaticano II fosse stato influenzato da un’eresia, come si dice in questo caso, ne deriverebbe un inquinamento dello stesso Concilio dalle proporzioni devastanti.
Sia sostenendo che la Riforma è stata un dono dello Spirito Santo, sia dicendo che la valorizzazione luterana del Vangelo ha anticipato il Vaticano II, si insiste solo ed eventualmente sulle “intenzioni” e non sui contenuti. Ma insistendo solo sulle intenzioni di coscienza sparisce completamente il concetto di eresia. Uno non è eretico per le sue intenzioni ma per quanto ha detto di contrario al dogma. E da questo punto di vista Lutero è stato un eretico, quali che fossero le sue intenzioni. Faccio notare che se sparisce il concetto di eresia sparisce anche quello di dogma.
L’altro aspetto della strategia della Chiesa cattolica in questo 500mo anniversario della Riforma protestante è quello di fare un pezzo di strada insieme, cioè di fare delle cose insieme puntando sulla prassi più che sulla dottrina. Anche questo obiettivo lo si persegue meglio non tenendo conto della dottrina luterana ma delle cosiddette buone intenzioni del monaco Lutero. Depurando la fede dai suoi contenuti e soffermandosi sul suo essere un atto personale si pensa di camminare meglio insieme. Ma per andare dove? Verso quale Cristo? Verso quale salvezza? L’atto di fede preso in se stesso è cieco, sono i contenuti a dargli la luce. Anticipare la prassi rispetto alla dottrina è un’altra concessione fatta in partenza alla posizione luterana.
C’è infine l’aspetto forse più inquietante della questione. Incentrarsi sulla fede come atto, ossia sulla coscienza e sulla prassi piuttosto che sui contenuti e sulla dottrina, potrebbe voler dire maturare insieme una nuova autocoscienza credente (come direbbe Hegel), ossia vedere insieme i contenuti in un modo nuovo. L’eresia sarebbe allora uno stimolo indispensabile all’evoluzione dialettica del dogma. Ma questa sarebbe una concessione all’evoluzione del dogma all’interno dell’autocoscienza dei credenti completamente fuori della visione cattolica, anche se certamente compatibile con la confessione protestante.

venerdì 13 maggio 2016

La spina aggiunta alla corona imposta sul capo di Cristo. Una conseguenza pregressa della legge Cirinnà sulle coppie di fatto

Non ho giurato sul Vangelo, ma sulla Costituzione”. Questa è la sbalorditiva dichiarazione di ateismo di Stato … ops … laicità (quasi fosse qualcosa di cui farsi vanto e che certamente non potrà invocare quando si troverà pur egli dinanzi al Signore) del premier Renzi – sedicente “cattolico” – all’indomani dell’approvazione, in via definitiva, dalla Camera dei deputati dello sventurato disegno di legge sulle c.d. unioni civili, noto dal nome della proponente, on.le Monica Cirinnà (QUI il video. Cfr. Claudio Torre, Renzi adesso sfida la Chiesa: “Io non ho giurato sul Vangelo”, in Il Giornale, 12.5.2016; Mario Sechi, Chi è più laico tra Renzi e il Papa?, in Il Foglio, 13.5.2016) e che è stato votato da sedicenti cattolici (cfr. Flabrizio RonconeUnioni civili, l’atea, la cattolica e il musulmano: foto di gruppo in Aula Matteo Orfini: «La scatto io», in Corriere della sera, 11.5.2016).
Per la verità non deve destare meraviglia una tale dichiarazione, visto che anche la Conferenza episcopale italiana non ha ritenuto in alcun modo pronunciarsi, se non sul metodo-Renzi (cioè l’apposizione della fiducia sul provvedimento al fine di evitare qualsiasi discussione), ma non già sul contenuto riprovevole della novella legislativa (cfr. Paolo Deotto, Le “Unioni civili” e le preoccupazioni di Nunzio Galantino, in Riscossa cristiana, 11.5.2016; Marco Tosatti, Passa la legge che, sperano i suoi alfieri, introdurrà il “matrimonio” LGBT. Ma la CEI dov’era?, in Il Timone, 12.5.2016; Redazione, Unioni civili, Galantino e la Cei fuori tempo massimo, in Il Foglio, 10.5.2016). Del resto, “Avvenire” non si limitava ad un titolo vago e sin troppo soft “Una legge ingiusta”??? (cfr. Giuseppe Rusconi, Unioni civili/L’Avvenire di Galantino? Tappetino per Palazzo Chigi, in Rossoporpora, 12.5.2016) Sta di fatto che, col torpore ecclesiastico ed anche con la finta opposizione catto-laicale con a capo improbabili leader “cattolici” (cfr. Massimo Viglione, Per senso di responsabilità, in Riscossa cristiana, 11.5.2016, ripreso da Chiesa e postconcilio, 11.5.2016. Il riferimento è all’articolo di Riccardo Cascioli, Unioni civili. Le contraddizioni di Adinolfi, in La nuova bussola quotidiana, 11.5.2016), ha ripreso vigore l’idra dei nemici della Chiesa ed, in fondo, dell’uomo, proponendo dopo il “traguardo” della Cirinnà, anche la stura per le droghe (… leggere … ovviamente … che pensavate????), l’eutanasia e chi più ne ha più ne metta (cfr. Francesca Paci, Bonino: “Ora avanti con eutanasia, cannabis, cittadinanza e asilo”, in La Stampa, 12.5.2016; Paolo Deotto, Dopo la Cirinnà. L’esultanza e l’appetito dei demoni, in Riscossa cristiana, 12.5.2016).
Che la Santa Vergine di Fatima in quest’anno centenario delle sue Apparizioni vegli sulla Chiesa e sull’Italia, sconfiggendo l’antico Nemico lasciato libero di girare per il mondo.







La spina aggiunta alla corona imposta sul capo di Cristo. Una conseguenza pregressa della legge Cirinnà sulle coppie di fatto

Col varo definitivo della legge Cirinnà il Parlamento italiano ha ripetuto il grido emesso duemila anni fa dalla Sinagoga ribelle, proclamando “non abbiamo altro Re che Cesare!” (Mt. 27, 15), ossia – tradotto in termini moderni – non riconosciamo altro sovrano e legislatore che il “popolo”, o meglio chi lo seduce, inganna e manovra contro Dio.

di Guido Vignelli

Mercoledì 11 maggio 2016, il Parlamento italiano ha definitivamente varato la legge Cirinnà: ossia una legge che, elevando le convivenze (anche omosessuali) alla dignità di “famiglie”, in realtà abbassa la famiglia al livello delle convivenze; una legge che, rovesciando dalla base il diritto di famiglia, “cambierà il volto della società”, come hanno ammesso anche alcuni ministri in carica. Ora molti, con giusta preoccupazione, si chiedono quali ne saranno le conseguenze nel prossimo futuro. Comunque sia, quella legge ha già prodotto una conseguenza nel lontano passato: una conseguenza che ha aggravato la Passione del nostro Signore e Redentore.
Secondo un’antica tradizione, i tipi di sofferenza inflitti a Gesù Cristo corrispondono a relativi tipi di peccati, commessi dall’umanità ribelle ed espiati dal Redentore subendo al suo posto quegli specifici patimenti. Ad esempio, la flagellazione ha espiato i peccati di lussuria, mentre i peccati di superbia sono stati espiati dall’imposizione della corona di spine – corona che cinse non solo le tempie ma anche l’intero capo del Redentore, come conferma il reperto della Sindone (Mc. 15, 17-19; Mt. 27, 29-30).
Poiché oggi il mondo cattolico tende a ridurre tutto all’aspetto strettamente individuale e privato, ci si dimentica che i peccati possono essere commessi anche da una classe, da una istituzione o da una nazione; in tali casi si tratta di peccati collettivi, sociali, pubblici. Ad esempio, un peccato di superbia, che eleva l’uomo ponendolo al di sopra di Dio, può essere commesso da una nazione intera nella persona dei suoi pubblici rappresentanti. Ciò accade soprattutto quando questa nazione si rifiuta di riconoscere che il Creatore, Legislatore e Redentore dell’umanità (e quindi anche della società) ha pieno e assoluto diritto ad essere ufficialmente riconosciuto come Re, o almeno rispettato nelle Sue leggi fondamentali, promulgate innanzitutto dal Decalogo e insegnate dal tradizionale Magistero ecclesiastico. Se poi questa nazione era un tempo cristiana, o addirittura è nata come tale per influenza della Chiesa stessa, allora questa nazione commette un peccato di pubblica apostasia dalla Fede ricevuta.
Orbene, l’11 maggio 2016 è stato commesso appunto un peccato sociale e istituzionale. Nella persona dei suoi rappresentanti parlamentari “democraticamente eletti”, non sotto costrizione di una minaccia esterna ma per libera e sovrana volontà, il popolo italiano ha sancito che il sapiente ordinamento divino, riguardante la famiglia come cellula e modello della società, non deve più valere nel diritto pubblico e nella organizzazione statale. In tal modo, la nazione italiana ha nuovamente violato almeno due dei divini Comandamenti e ha aggiunto una nuova offesa alla divina bontà e provvidenza, dopo quelle costituite dalla passate leggi sul divorzio, il nuovo diritto di famiglia, l’aborto, la fecondazione artificiale, etc. Del resto, il decreto Cirinnà è logica conseguenza della offensiva antifamiliare iniziata appunto con la legge divorzista (1970).
Così facendo, il Parlamento italiano ha ripetuto il grido emesso duemila anni fa dalla Sinagoga ribelle, proclamando “non abbiamo altro Re che Cesare!” (Mt. 27, 15), ossia – tradotto in termini moderni – non riconosciamo altro sovrano e legislatore che il “popolo”, o meglio chi lo seduce, inganna e manovra contro Dio. Il Parlamento ha anche proclamato “non vogliamo che Costui regni su di noi!”, perché il Cristo “si è fatto chiamare Figlio di Dio” (Mt. 27, 7) al posto del Popolo (democraticamente) Eletto, ponendosi quindi sopra la sovranità popolare, pretendendo di reprimere le passioni sociali liberate dopo due millenni di “superstizione e tirannia”. Con una differenza, rispetto a quanto avvenuto durante il processo: mentre allora Pilato cedette per paura ammettendo che in tal modo permetteva un delitto, oggi i parlamentari sedicenti cristiani hanno osato votare liberamente una legge iniqua presentandocela come “parzialmente giusta” o “preventivamente migliore” rispetto a un’altra peggiore che rischiava di passare. Il povero Pilato non avrebbe potuto neanche immaginare simili sofismi per giustificare un tradimento della giustizia!
Con il proclama e con il rinnegamento che ripetono quelli della ribelle Sinagoga di allora, i rappresentanti ufficiali del popolo italiano hanno aggiunto una nuova spina alla derisoria e crudele corona già imposta sul capo del Redentore: una spina che Gli sarà concretamente inflitta dalla pubblica amministrazione quando dovrà applicare la legge Cirinnà. Questa ennesima spina non solo porta al culmine l’offesa osata, ma anche rischia di esaurire la pazienza di un Dio finora propenso a sopportare il ripudio e a rinviare la giusta punizione di un popolo ingrato, ribelle e apostata. E’ infatti certo che una colpa collettiva esige una punizione altrettanto collettiva di quel popolo che l’ha commessa, o che non ha saputo né voluto opporsi a quei suoi rappresentanti che l’hanno commessa.
Di questa nuova spina, anche la Conferenza Episcopale Italiana ne porta la responsabilità oggettiva. Invece d’impedire il varo di una legge iniqua come quella appena approvata, essa ha impegnato tempo, parole e scritti in battaglie secondarie o superflue o addirittura dannose. Non c’è da sperare che ora l’episcopato organizzi pubbliche preghiere e penitenze per riparare all’iniquità anticristiana e alla ignavia cristiana, visto che non ha fatto nulla per impedirla, anzi ha tentato di delegittimare quei movimenti cattolici che hanno almeno provato ad opporvisi. Su una Gerarchia come questa, che reputa la difesa della “biosfera” ben più importante di quella della sanità naturale e soprannaturale della famiglia, rischia di piombare la punizione preannunciata dalla Madonna nel “terzo segreto” di Fatima: una punizione forse poco misericordiosa, ma molto salutare.

Fonte: Riscossa cristiana, 12.5.2016

venerdì 29 gennaio 2016

Chiarimento cattolico sul Family Day ed opposizione senza se e senza ma alle unioni civili

Come noto, domani 30 gennaio, si svolgerà a Roma la manifestazione delle famiglie contrarie al d.d.l. Cirinnà bis, noto come Family Day.
A questa manifestazione parteciperanno diverse sigle cattoliche, tra le quali anche il popolo del Summorum Pontificum e la stessa Fraternità San Pio X. Tuttavia sebbene sia giusto per un cattolico opporsi all’innovazione legislativa che si vorrebbe introdurre, è forse bene ricordare che quest’opposizione non è soltanto contraria all’introduzione, nell’ordinamento italiano, della c.d. stepchild adoption, bensì è più ampia ed estesa. Bisogna chiarire la questione.
In effetti, per un cattolico, non si tratta di scegliere tra un male maggiore (l’introduzione dell’adozione anche per le coppie omosessuali) ed uno minore (il riconoscimento civile delle unioni civili). Entrambe le ipotesi sono inaccettabili e, come mali, sono da porsi sullo stesso piano. In altre parole, non vi è scelta tra diverse gradazioni di male, bensì di opporsi al male tout court.
Perché? Per il semplice motivo che chi sostiene questo, e cioè “riconoscimento sì, adozione no”, semplicemente ignora o non conosce l’ordinamento italiano. In verità, quella che con termine anglosassone si chiama stepchild adoption (oggi va molto di moda usare termini anglosassoni!), ma che potremmo definire come “adozione del figliastro” o adozione in casi particolari, è già nota dal 1983. La l. 4.5.1983 n. 184 – che regola in Italia l’istituto dell’adozione del minore - permette l'adozione del figlio del coniuge, purché vi sia il consenso del genitore biologico ed a condizione che l'adozione corrisponda all'interesse del figlio (cfr. artt. 44 ss.). È previsto anche il consenso di quest’ultimo qualora abbia già compiuto i 14 anni. Nel caso sia tra i 12 e i 14 anni d'età, il Giudice è tenuto ad ascoltare il minore e tener conto dei suoi desideri ed aspirazioni (art. 45). Dunque, quest’istituto già esiste nel nostro ordinamento. Non è una novità e vale per le coppie coniugate e, dunque, eterosessuali. La proposta Cirinnà, sebbene non etichetti le unioni come “matrimoni” (ma è solo una questione di etichetta!!!), in realtà estende i diritti derivanti dal matrimonio, o almeno molti di questi, anche alle semplici unioni civili, comprese quelle tra persone dello stesso sesso. Pertanto, con la novella che si vorrebbe introdurre de facto i partner sarebbe assimilabili ai coniugi e, dunque, ben potrebbero a loro applicarsi le norme previste dalla legge sull’adozione. La limitazione che si vorrebbe imporre, e cioè quella che solo le unioni eterosessuali possano ricorrere alla stepchild, potrebbe presentare problemi di costituzionalità, in quanto le coppie omosessuali si troverebbero discriminate e, dunque, penalizzate. Il ricorso alla Consulta sarebbe inevitabile, la quale – vista anche la sua attuale composizione a preponderante maggioranza laicista – senz’altro dichiarerebbe l’incostituzionalità della norma nella parte in cui non permettesse anche alle coppie omosessuali il ricorso all’adozione ex artt. 44 ss. l. 184/1983. Dunque, quest’istituto, escluso dal legislatore, vi rientrerebbe per via giurisprudenziale …. Un po’ come successo per la legge sulla fecondazione artificiale, la l. n. 40/2004, che oggi è stata praticamente scardinata per via di picconate assestate dal Giudice delle leggi e dalla giurisprudenza. Perciò, il problema sarebbe – nel caso dell’esclusione dello stepchild – semplicemente rimandato nel tempo, giammai risolto, e per giunta affidato alla mano dei giudici – costituzionali in primis. Ecco perché non è condivisibile la soluzione “riconoscimento sì, adozione no”, atteso che è sostanzialmente un boomerang, che rischia di far rientrare nel breve-medio periodo ciò che si vorrebbe escludere. Insomma, un’illusione o, se preferiamo, una falsa opposizione.
Un cattolico, perciò, non potrà che esprimere la propria radicale e totale opposizione a questo progetto, ivi incluso, soprattutto, il riconoscimento delle unioni civili (l’adozione ne è una diretta conseguenza!). Peraltro tale riconoscimento “dei diritti” è solo una questione ideologica e formale, visto che la giurisprudenza ha riconosciuto alle unioni civili, c.d. unioni di fatto o more uxorio oggi esistenti, pressoché gli stessi diritti che il d.d.l. Cirinnà bis - nel tempo ci sono state circa cinquanta proposte di legge in tal senso (v. qui) - vorrebbe attribuire o riattribuire (v. qui, qui e qui. Cfr. anche qui e qui, ove si ricorda come taluni diritti dei conviventi semplicemente devono passare attraverso la formalizzazione di appositi contratti o clausole negoziali, il che coerentemente con la natura di fatto dell’unione). A che pro dunque una legge? Al solo scopo di equiparare al matrimonio (che per un cattolico è anche un sacramento) le unioni civili. Una volta riconosciuti i medesimi diritti, verrà meno anche l’etichetta. Questa sarebbe la strada, che si vorrebbe far percorrere all’Italia. Per rendersene conto, basta guardare all’esperienza francese dove, introdotto il PACS nel 1999, dopo una decina d’anni, nel 2013, non si sono avute remore a passare al matrimonio vero e proprio essendosi i francesi abituati all’idea che i pattisti fossero dei veri e propri coniugi con i medesimi diritti derivanti dal matrimonio e che quindi fosse inutile mantenere una distinzione tra etichette. La stessa cosa avverrà in Italia: si inizia con le unioni civili e si finirà ineluttabilmente tra una decina d’anni ad un vero e proprio matrimonio.  Un motivo in più per un cattolico di opporvisi senza compromessi di sorta sulla legge morale, senza se e senza ma, non potendosi accettare alcun accomodamento, che peraltro suonerebbe da presa in giro, come cercato sinteticamente di illustrare.
Ecco perché un cattolico dovrebbe partecipare al Family Day con la puntualizzazione che egli deve dissociarsi anticipatamente da qualsiasi lettura “compromissoria” o “del male minore”, che dovesse darsi dagli organizzatori o dai vescovi (v. qui), e che fosse in contrasto con la legge morale non solo riguardo ai minori, ma anche e soprattutto riguardo al riconoscimento legislativo di siffatte unioni parafamiliari.

Mons. Galantino col ministro Boschi

FAMILY DAY: il “non possumus” del popolo cattolico

di Lupo Glori

Il Family Dayche si terrà a Roma il prossimo sabato 30 gennaio, per protestare contro il ddl Cirinnà, che giovedì 28 gennaio approderà in Aula al Senato per la decisiva discussione generale, sta raccogliendo un numero di adesioni superiore alle aspettative da parte di tutto il mondo, non solo cattolico, schierato a difesa della famiglia.
Nella grande area del Circo Massimo si raduneranno migliaia di associazioni, di gruppi e di famiglie, provenienti da tutta Italia per manifestare la propria ferma opposizione alle unioni civili e all’istituto della cosiddetta stepchild adoption, previsti dal disegno di legge n. 2081, Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze. La straordinaria mobilitazione nazionale di questi giorni contro il ddl Cirinnà ha fatto sorgere spontaneo l’inevitabile paragone con il Family Day del 2007, indetto per affossare i cosiddetti DICO e dare una spallata decisiva all’allora governo Prodi.
Tuttavia, le differenze tra ieri ed oggi sono profonde e la manifestazione del prossimo 30 gennaio non sarà una fotocopia di quella del 12 maggio 2007. A distanza di quasi dieci anni i rapporti di forza in campo sembrano infatti essersi clamorosamente capovolti, così che, se nel 2007 era stata la Chiesa, attraverso le sue più autorevoli istituzioni, a chiamare a raccolta il popolo cattolico per scendere in piazza contro un disegno di legge inaccettabile, oggi, i ruoli si sono paradossalmente rovesciati e, dopo le prove generali di piazza San Giovanni del 20 giugno, è lo stesso popolo cattolico a rivolgere un accorato “non possumus” alle gerarchie ecclesiastiche, invitandole a scendere in piazza a loro fianco.
Un evidente e brusco cambio di rotta messo in evidenza da Agostino Giovagnoli suLa Repubblica, il quale ha sottolineato tale inedito movimento dal basso, scrivendo: «Nel 2007, mentre era papa Benedetto XVI, la regia del Family day fu di Camillo Ruini, Presidente della Cei; alle associazioni del laicato cattolico fu imposto di partecipare; oratore di quella giornata fu Savino Pezzotta che era stato relatore ufficiale al Convegno nazionale della Chiesa italiana l’anno prima; l’obiettivo era affossare i Dico. La Chiesa italiana, insomma, scese in campo, serrando le fila, in nome di valori morali non negoziabili ma combattendo una battaglia politica. La manifestazione del prossimo 30 gennaio, invece, non è voluta dalla Cei e su di essa i vescovi hanno espresso opinioni diverse. Le associazioni cattoliche non sono obbligate a partecipare e infatti solo alcune saranno presenti. Realtà ecclesiali come il Movimento dei Focolari hanno espresso perplessità e Comunione e Liberazione non ha preso posizione. L’Associazione Scienza e Vita non aderisce ma alcuni suoi rappresentanti saranno presenti».
Per una giornata, che si preannuncia storica, diverse associazioni metteranno da parte le loro discordanti visioni “strategiche”, circa la linea d’azione da seguire per contrastare l’apparentemente inarrestabile processo rivoluzionario, e scenderanno unite in piazza per far sentire forte la propria voce e affermare il valore fondamentale dell’istituto famigliare naturale fondato sul matrimonio indissolubile tra un uomo ed una donna, nucleo primario di formazione dell’uomo e cellula vitale di ogni società.
Tra coloro che hanno espresso la loro adesione critica al Family Day, segnaliamo alcune associazioni che da sempre si contraddistinguono, nella battaglia culturale in atto, per una difesa ferma ed integrale della verità: l’Associazione Famiglia Domani,Il Cammino dei Tre Sentieri, il Comitato Verità e Vita.
L’ Associazione Famiglia Domani, nel suo comunicato stampa, ha dichiarato la sua adesione al Family Day del 30 gennaio, specificando però come essa non possa prescindere da un NO totale al ddl Cirinnà: «in primo luogo NO alle unioni civili di qualsiasi forma e in secondo luogo NO alla “stepchild adoption”». L’associazione, che ha il suo storico fondatore nel marchese Luigi Coda Nunziante (1930-2015), ha inoltre espresso le proprie perplessità riguardo l’eccessiva concentrazione del dibattito sul ddl Cirinnà attorno al «pur giusto diritto del bambino ad aver una madre ed un padre, oggi minacciato dall’adozione dei minori all’interno delle coppie dello stesso sesso e da istituti differenti quali la stepchild adoption, l’affido “rafforzato” e l’utero in affitto». Una posizione di lotta alquanto discutibile, che «rischia di tacere sull’inaccettabile approvazione delle unioni civili, in qualsiasi modo esse vengano declinate, sia appellandosi ai presunti diritti delle persone omosessuali in quanto tali, sia al falso principio della non-discriminazione». Per queste ragioni, Famiglia Domani «rifiuta in toto il disegno di legge Cirinnà ed afferma con forza come la salvaguardia della famiglia sia inscindibile da una difesa totale ed integrale della verità e dell’ordine naturale e cristiano».
Anche il Cammino dei Tre Sentieri, diretto dal prof. Corrado Gnerre, fornisce alcune doverose indicazioni ai propri amici che si apprestano a recarsi a Roma, precisando come «alcuni noti esponenti del Family Day (tra cui lo stesso portavoce, Massimo Gandolfini) si sono espressi come non contrari ad un disegno di legge che riconosca legalmente le unioni omosessuali, purché non presentino alcuna equiparazione al matrimonio». Una posizione prosegue il testo, «ovviamente non condivisibile né sul piano morale né su quello più specificamente “strategico” ˗ dal momento che ˗riconosciute le cosiddette “unioni civili”, il passo verso il diritto alla filiazione da parte delle coppie omosessuali sarà quanto mai breve e del tutto consequenziale». Tuttavia, tale dissenso “strategico” non compromette l’adesione dell’associazione alla manifestazione in quanto scopo principale del Family Day, secondo le dichiarazioni degli organizzatori, è il rifiuto totale del “ddl “Cirinnà” ed inoltre esso rappresenta «l’unica possibilità concreta per esprimere in maniera chiara e con adeguata risonanza mediatica il proprio dissenso nei confronti del DDL».
Un’altra valorosa associazione, il Comitato Verità e Vita, fondato dal compianto Mario Palmaro (1968-2014) ed oggi diretto dal dott. Angelo Francesco Filardo, aderisce al Family Day, ribadendo il «valore fondamentale della famiglia nata dal matrimonio di un uomo e di una donna». Il Comitato lancia un vero e proprio appello al mondo politico affinché ogni singolo senatore e deputato «respinga in toto il ddl Cirinnà con ogni sua probabile eventuale modifica ed ogni ddl sulle unioni civili che anche implicitamente (con velato rimando a norme che regolano il matrimonio) possa equiparare od offrire ai giudici creativi la possibilità di equiparare le unioni civili al matrimonio, votando NO anche ad un eventuale voto di fiducia posto dal Governo».
Rivolgendosi a tutti i parlamentari cattolici, Verità e Vita, sottolinea come sia preferibile una crisi di governo all’introduzione nel nostro ordinamento di una legge che porterebbe alla distruzione della famiglia, cellula primaria della società: «Riteniamo, meno disastroso per l’Italia, per l’Europa e per tutto il genere umano far cadere il Governo che contribuire con il proprio voto o con la propria non partecipazione al voto alla distruzione della famiglia, cellula fondamentale ed insostituibile di ogni società in ogni tempo e luogo!».
Il filo conduttore che accomuna le posizioni espresse nei tre comunicati è il netto rifiuto di qualsiasi compromesso con i nemici dell’ordine naturale e cristiano. Una visione per la quale, un’efficace opposizione alla deriva nichilista contemporanea non può, in alcun modo, prescindere da una difesa della verità che sia totale ed integrale. Per questa ragione, le tre associazioni invitano tutti i propri amici e sostenitori a recarsi a Roma il prossimo 30 gennaio per affermare, senza cedimenti e senza compromessi, il proprio NO assoluto all’iniquo disegno di legge Cirinnà.